Casaletto Spartano e Battaglia

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente, come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Questo saggio vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse e disaggregate notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende storiche del basso Cilento. In questo saggio cercherò di approfondire la storia di Casaletto Spartano e di Battaglia.

Casaletto spart

Tortorella e Battaglia

(Fig….) Carta del Cilento (…) – carta corografica – probabile epoca aragonese – particolare dell’entroterra con i casali di Tortorella, Casaletto e di Battaglia

CASALETTO SPARTANO

Casaletto è uno dei piccoli comuni del basso Cilento, nell’entroterra del Golfo di Policastro. Casaletto, oggi detto “Spartano“, si trova lungo la SS. 16 (statale n. 16) che risalendo la dorsale appenninica dopo Torraca e Tortorella prosegue per Casaletto fino ad arrivare al “Fortino”, frazione di Casaletto, posta verso il Lagonegrese. Infatti, il Comune di Casaletto comprende diverse piccole contrade e di montagne, alcune delle quali vengono a confinare con il Comune di Sapri. La statale n. 16 ricalca più o meno il percorso che fece Garibaldi nel risalire dalle Calabrie verso Napoli, all’epoca capitale del Regno delle Due Sicilie. Da Wikipedia, alla voce “Casaletto Spartano” apprendiamo che  Casaletto Spartano è un comune italiano di 1288 abitanti della provincia di Salerno in Campania. Oggi Casaletto Spartano è costituito dai due principali centri abitati che sono la vicina frazione Battaglia e il capoluogo, più tutta una serie di contrade rurali, circa una trentina, sparse su tutto il territorio che ha una superficie complessiva di oltre 70.17 km². Casaletto Spartano e Battaglia sono divise dal corso d’acqua Rio di Casaletto e collegate tra di loro con alcuni sentieri. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al distretto di Sala del regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, appartenente al circondario di Sala Consilina. Sempre da Wikipedia leggiamo che il luogo maggiormente rappresentativo di Casaletto, è senz’altro “Il Capello”. Tale località si inserisce in un complesso sorgitivo contraddistinto da un elevato valore ambientale. La località prende il nome dalla cascata “Capelli di Venere” la cui denominazione deriva dalla rigogliosa crescita della pianta Capelvenere. In prossimità del corso d’acqua si trova anche un mulino ben conservato e un vecchio rudere denominato “Sorgitore”, che consente la deviazione delle acque provenienti dalla sorgente che ha origine presso la località Melette, in modo che una parte delle acque alimentino il mulino e la restante parte vadano a finire nel fiume. Il Capello presenta anche tutta una serie di percorsi interni che consentono di visitare vari luoghi panoramici che il corso d’acqua crea lungo il suo tragitto. In passato, la necessità di collegamenti brevi fra i diversi centri abitati posti soprattutto in prossimità del Rio di Casaletto, ha portato alla nascita di una serie di sentieri che collegano le diverse contrade rurali fra di loro ed in particolare a Casaletto Spartano e la frazione Battaglia. Fra i più importanti vi è senz’altro quello religioso delle “Rocche”, ma anche il sentiero di “Cannati” e quello che collega in Capello con il mulino di “Felice Bello”. La caratteristica principale di questi sentieri è senz’altro il fatto che si sviluppano lungo il Rio di Casaletto, attraversando luoghi incontaminati e consentono di osservare il corso d’acqua lungo il suo tragitto. Sul territorio casalettano sono presenti numerose grotte carsiche che sino ad oggi sono state esplorate solo da pochi curiosi. Le principali sono quelle di Mariolomeo e quelle del Vottarino. Le grotte sono accessibili solo a persone esperte e solo per alcuni periodi dell’anno. Singolare il detto tratto dalla tradizione orale popolare: “Ra’ Casaletto a Battaglia ngè un tiro ‘i mitraglia, ra’ Battaglia a Casaletto ngè un tiro ‘i scuppetta”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 639 e sgg., in proposito scriveva che: “Casaletto, …….Abitanti (‘casalettani’) 550 e con le frazioni (Battaglia, vedi, e Fortino km. 12) 1912. Da Salerno km. 138, da Sapri km. 24. A Policastro (diocesi). A Lagonegro (tribunale). Le notizie sul villaggio sono scarsissime……Il Giustiniani (4) ubica il villaggio in una valle a 68 miglia da Salerno e a 6 miglia dal mare di Policastro. Gli abitanti, ai suoi tempi tutti dediti all’agricoltura, erano 1000 (v. Battaglia).”. Ebner, a p. 639, nella nota (1) postillava: “(1) Pacichelli, op. cit., I., p. 336”. Ebner, a p. 639, nella nota (4) postillava: “(4) Giustiniani, cit., III, Napoli 1797, p. 204.”. Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, nel cap. XI a pp……., partendo da Rofrano verso Castelruggiero e del Monte Centaurino, in proposito scriveva che: …………………”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 639 e sgg., in proposito scriveva che: “Casaletto, dopo il 1861 ‘Casaletto Spartano’, Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Ecc..”.

Origini di Casaletto (oggi Spartano), e Battaglia, un primo nucleo chiamato “Spartoso” secondo l’antica leggenda dell’invasione di formiche fu distrutto e fu abbandonato

Di origine medioevale il paese, secondo una leggenda locale, si sviluppò intorno all’antica contrada “Spartoso”, da cui potrebbe derivare il nome Spartano. L’abbandono del vecchio nucleo, sempre secondo questa vecchia leggenda, fu causato da un’invasione di formiche. Il termine “Spartano” fu aggiunto a “Casaletto” solo dopo l’unità d’Italia. Esso deriva da “sparto”, una pianta delle aree mediterranee, presente quasi ovunque nel territorio casalettano. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 5-6, in proposito scriveva che: “Secondo una leggenda locale, il primo nucleo si sviluppò nei pressi di un antico villaggio denominato “Spartoso”, del quale sono tuttora visibili alcuni ruderi; da qui si narra derivi il nome Spartano. Ecc…”. Il Montesano (….), a pp. 5-6, in proposito scriveva che: Più verosimilmente il primo nucleo del paese sorse ai piedi del monte Valicorvo (1) perchè il lugo era ricco di acqua, essendo presenti in zona numerose sorgenti e soprattutto il fiume. Il termine “Casaletto” deriva, come si può facilmente intuire, dal termine “casale”, ossia “piccolo casale”. Il termine “Spartano” invece fu aggiunto a “Casaletto” solo dopo l’Unità d’Italia ecc…”. Molto più verosimilmente il primo nucleo del paese sorse ai piedi del monte Difesa perché il luogo era ricco di acqua, essendo presenti in zona numerose sorgenti e un piccolo fiume. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 5-6, in proposito scriveva che: L’abbandono del vecchio nucleo, sempre secondo questa antica leggenda, fu causato da un’invasione di formiche (le formiche distruttrici di centri abitati sono presenti in molte leggende di fondazioni di paesi, non solo del Cilento: si tratta di un’immagine metaforica che rappresenta l’invasione di un popolo nemico molto numeroso). Ecc..”. Dunque, il Montesano riferisce dell’antica tradizione o leggenda tramandatasi oralmente secondo cui, il primo nucleo abitato fu abbandonato a causa di una invasione di formiche, di grosse formiche. Il Montesano faceva pure notare che quella dell’invasione di grosse formiche “distruttrici di centri abitati” è presente in diverse leggende che riguardano diversi centri nel Cilento. Infatti, Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a p. 40, aggiungeva che: “Rimane però a Tortora costante la voce della tradizione popolare ……quando narra che Blanda sarebbe stata distrutta da un’invasione di grosse formiche nere che avrebbero reso sul suo territorio impossibile la vita. Ecc…”. Riguardo l’antica leggenda tamandatasi oralmente vorrei citare, le notizie intorno a S. Saba di Collesano. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 86, parlando dei monasteri e della regione Mercuriense, citava Ajeta. Il Campagna, a p. 86, in proposito scriveva che: “Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pressante richiesta di soccorso, a causa d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio di Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il racconto e le notizie intorno a S. Saba ed Ajeta sono tratte dallo sudio di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania, che fu pubblicato da Cozza- Luzi (…), nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘. L’opera del Cozza-Luzi, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500.

Dal VI sec. d. C., Battaglia fondata da comunità greche ivi trasferitesi dalla vicina Calabria a causa delle incursioni saracene

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 20, nella nota (23) postillava che: “(23) La radice del nome, applicando la teoria portata avanti da Pasquale Natella per toponimi simili come Battipaglia e Vatolla, va ricercata probabilmente nel termine greco “βατος” (rovo). Ad avvalorare tale ipotesi viene in soccorso anche il vescovo Laurdisio, che la ritenne fondata da monaci italo-greci. Inoltre come puntello ulteriore a questa ipotesi interviene il dialetto: infatti nella forma dialettale si conserva la dizione greca della “β“: il nome del paese è, infatti, “Vattaglia” Etimologicamente possiamo quindi affermare che il termine stava ad indicare un’area (dal latino ‘lea’: prato) piena di rovi.”. Il Montesano, che citava Pasquale Natella, si riferiva a Pasquale Natella (….) e del suo “I Sanseverino di Marsico Una terra un regno I. Il gastaldato di Rota (VIII-XI secolo)” – Edizione Arci Postiglione, 2008. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, secondo il Ludisio, nei piccoli casali di Battaglia, insieme a quello di Morigerati si erano stabiliti delle comunità di monaci “che allora si distinguevano perla loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…”. Monaci e comunità greche o bizantine che già esistevano quando ” giunsero nella nostra diocesi”, “cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Come abbiamo visto ‘Casalecti’ nel medioevo era, insieme alla vicina ‘Bactalearum’ (23) (quest’ultima fondata, secondo il vescovo Laudisio, da “venerabili monaci orientali” che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche (24) che, come abbiamo visto, si insediarono nel territorio del sud Italia a partire dal VI secolo d.C. a seguito dell’occupazione bizantina) un casale della Terra di Tortorella.”. Montesano, a p 19, nella nota (24) postillava che: “(24) Sinossi della diocesi di Policastro – Nicola Maria Laudisio – ed. di storia e letteratura – 1975, pag. 73.”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci  greci a permettere la nascita di Morigerati e Battaglia. Ecc….In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……ecc….Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”. L’origine di ‘Battaglia’ citata al Laudisio (….), ovvero un’origine remota dovuta alle persecuzioni di monaci provenienti dall’Oriente sin dal VI sec. d. C. e che, nel X-XI secolo, con i Normanni si ingrandirono grazie alle popolazioni calabresi chiamate dai monaci dei monasteri italo-greci ivi esistenti già da secoli. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, ecc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni). Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(21) Casaletto Spartano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Alcuni studiosi locali sostengono che vi fossero rifugiate alcune famiglie di Tortora, paese del cosentino, per sfuggire alle incursioni ed alle razzie dei pirati saraceni che infestavano, all’epoca, il litorale tirrenico inferiore. Il luogo sarebbe apparso loro naturalmente ben protetto, per cui avrebbero deciso di fermarvisi stabilmente, iniziando una nuova vita (1).”. Il Guzzo, a p. 199, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Fulco, Memorie storiche di Tortora – Napoli – pag. 18”. Si tratta di Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Le tradizioni locali sono concordi essere stato un antico paese e dalla sua distruzione essere surti Tortora, Tortorella e Battaglia.”. Dunque, è qui che il Fulco inizia a parlarci dell’antica tradizione tramandata nel tempo che vuole l’origine di Tortorella e Battaglia alla fuga da Tortora. Il Fulco, a p. 40, aggiungeva che: “D’allora la vita e le vicende della città di Blanda restano avvolte nellle tenebre del mistero. Rimane però a Tortora costante la voce della tradizione popolare che, come abbiamo riferito vuole Tortora, Tortorella e Battaglia di origine blandane, e che favoleggia talvolta rifacendosi chissà a quale particolare ondata di pirati saraceni del X o dell’XI secolo sulle coste e nei paraggi, quando narra che Blanda sarebbe stata distrutta da un’invasione di grosse formiche nere che avrebbero reso sul suo territorio impossibile la vita. La tradizione storica comunque ha a nostro avviso un valido fondamento storico che bisogna ricercare negli avvenimenti dei quali furono campo d’azione le nostre contrade, protagonisti i Saraceni e i Greci, e spettatori inermi i nostri antenati. Dobbiamo riportarci, cioè, ai tempi in cui l’Emiro saraceno della Sicilia Al-Hasan attacca i bizantini della Calabria con il pretesto che essi etc…”. Il Fulco, a p. 40, aggiungeva che: “D’allora la vita e le vicende della città di Blanda restano avvolte nellle tenebre del mistero. Rimane però a Tortora costante la voce della tradizione popolare che, come abbiamo riferito vuole Tortora, Tortorella e Battaglia di origine blandane, e che favoleggia talvolta rifacendosi chissà a quale particolare ondata di pirati saraceni del X o dell’XI secolo sulle coste e nei paraggi, quando narra che Blanda sarebbe stata distrutta da un’invasione di grosse formiche nere che avrebbero reso sul suo territorio impossibile la vita. La tradizione storica comunque ha a nostro avviso un valido fondamento storico che bisogna ricercare negli avvenimenti dei quali furono campo d’azione le nostre contrade, protagonisti i Saraceni e i Greci, e spettatori inermi i nostri antenati. Dobbiamo riportarci, cioè, ai tempi in cui l’Emiro saraceno della Sicilia Al-Hasan attacca i bizantini della Calabria con il pretesto che essi etc…”. Amedeo Fulco, nel ….., a pp. 41-42-43, riferendosi a S. Saba di Collesano ed ai Saraceni nel 952, in proposito scriveva che: “Tuttavia maggiori nubi si adensavano sulla Calabria e se n’ebbe sentore nella primavera dell’anno successivo 952, quando l’Emiro musulmano ricomparve scortato da una flotta e sconfisse duramente per terra e per mare i Bizantini dopo lunga e sanguinosa battaglia, conclusasi il 7 maggio, nella quale Malacheno trovò gloriosa morte e Pascalio riuscì a stento a salvarsi. Tutta la Calabria, fino al Crati e al Lao, fu allora preda dei Mulsulmani che saccheggiarono ecc….E fu proprio dal Mercurion che San Saba sotto l’incubo dell’avanzata musulmana che minacciava, ecc…. San Saba dovete giungere con la schiera dei profughi che andava sempre più ingrossandosi lungo la dolorosa peregrinazione, a Scalea, da qui alla marina di Aieta, quindi a Blanda, e, risalendo la valle del fiume Noce, nell’amena contrada di Tortora che dal suo nome fu chiamata San Savo e vi fu eretta una cappella. Niente di più verosimile dunque che una parte dei Blandani, se non la maggior parte di essi, seguissero, atterriti, e sfiduciati come erano, il Santo monaco che si fermò in territorio di Lagonegro, dove fondò un monastero (quod et muris quasi propugnaculis munivit) e che i Balandani si stabilissero quali a Tortorella, quali a Battaglia che sono località prossime al centro lucano di Lagonegro. E’ un’ipotesi plausibile che avvalora come si può notare, la tradizione, la quale, per essere costantemente tramandata di generazione in generazione, deve necessariamente avere un fondo di verità. Altri Blandani, e forse quelli ecc…ecc…”. Dunque, il Fulco fa derivare l’origine di Tortorella, Battaglia e Casaletto dai profughi “Blandani” (la vecchia Tortora) ai tempi delle frequenti e turbolente invasioni dei Saraceni in lotta contro i Bizantini (anno 952 di cui ci parla il Porfirogenito). Il Guzzo, senza alcun fondamento, a p. 200 scriveva che: “Tale tesi, però oltre a non trovare conferma in storici più accreditati, appare poco probabile, trattandosi di una zona molto lontana dalla terra di provenienza, quando le difficoltà per gli spostamenti erano notevolissimi. E’ più facile supporre, invece, che si sia trattato di una colonia agricolo-pastorale.”. Dunque, il Guzzo, in sostanza prima lo nega e poi la concede. Riguardo i centri del Mercurion e la tesi del Fulco, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro – lucani”, a p. 44 riferendosi al viaggio di San Nilo, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di rifare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che …..Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre strade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non graditi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praia a Mare la quale è la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo aver raggiunto con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro e levante Trecchina e Rivello a ponente, ecc…”. Il Cappelli, a p. 2, nella nota (31) postilava che: “(31) Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. S. della Grotta a Praia degli Schiavi, etc., Napoli, 1858, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria vera”, n. s. IV (Reggio di Clabria, 1923), p. 104; ecc..”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”.

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(Fig….) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (…).

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(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…)

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

Gr-Z_0516-00904_122r - Copia

(Fig….) Particolare della carta dell’Italia contenuta Codice Veneziano Marciano greco n. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)(Archivio digitale Attanasio)

Nel 1021, Guaimario III, principe longobardo di Salerno concede a Tortorella e i suoi casali, il demaniale con i fiumi e acque, notizie desunte da un manoscritto di Pasquale Gallotti del XVIII secolo

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15, in proposito scriveva che: Le prime notizie relative a Casaletto sono rintracciabili in un antico manoscritto di memorie demaniali compilato da D. Pasquale Gallotti da Casaletto sulla fine del XVIII secolo e posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, nel quale si legge che il longobardo Guaimario III principe di Salerno, “Nell’anno 1021” concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Ecc…”. Il Montesano scrive che questa notizia su Tortorella ci è pervenuta attraverso un manoscritto compilato sulla fine del XVIII secolo da don Pasquale Gallotti da Casaletto. Egli scrive che queste “memorie demaniali” erano possedute nel 1930, dall’Avv. Nicola La Falce. Dunque, il Montesano riportava la notizia tratta da un manoscritto di “memorie demaniali” compilato da Pasquale Gallotti “sulla fine del XIII secolo” (posseduto nel 1930 dall’Avv. Nicola La Falce), dove si sosteneva la notizia secondo cui il Principe Longobardo di Salerno Guaimario III, nell’anno 1021, avrebbe concesso all’Università di Tortorella “…e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze.”. Dunque, la notizia, meritevole di ulteriori approfondimenti riguarda l’anno 1021 e donazioni che fece il principe longobardo di Salerno Guaimario III. Questa notizia, la notizia di una concessione del principe longobardo Guaimario III potrebbe ricollegarsi ad un’altra notizia su un’altra concessione di Guaimario III a Caselle in Pittari, concessione però del 1106. Di donazioni e fondazioni da parte del Principe di Salerno, il longobardo Guaimario III si hanno per diversi casi di cui ivi ho scritto dei saggi a cui rimando per ulteriori approfondimenti. Per quanto riguarda la notizia di un principe di Salerno Guaimario III ho già scritto ivi in un altro mio saggio sul monastero di Sant’Angelo a Pitraro a Caselle in Pittari.

Nel 1106, il principe longobardo Guaimario III istituì un ‘Ius patronato’ e fondò il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Sant’Angelo di Pitraro” a Caselle in Pittari

Andrebbero ulteriormente indagate le interessanti notizie storiche secondo cui agli inizi dell’XI secolo (anno 1106 secondo il Gatta), il Principe longobardo Guaimario III donò “l’Abbazia di Sant’Angelo” a Caselle in Pittari, oggi diruta, ai monaci benedettini, forse dei monaci dipendenti dall’Abbazia benedettina “Cassinese” della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. La notizia era stata data prima da Ottavio Beltrano e poi da Costantino Gatta. La notizia parla sempre di donazioni fatte dal Principe Longobardo Guaimario III e riguardo quella riferita dal Beltrano e poi dal Gatta la fanno risalire all’anno 1106. Cesare D’Engenio Caraccolo (…), nel suo, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671, a pp. 134-135 e s., così descriveva il casale di Caselle in Pittari nel Principato Citra: “DI CASELLA……..vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; ….Ecc…”. Dunque, il primo a darci la notizia è Cesare D’Engenio Caracciolo. Egli scrive che nel 1106, il Principe Longobardo di Salerno Guaimario istituì a Caselle in Pittari un Ius patronato sotto il titolo di “S. Angelo di Pitraro”. Il D’Engenio, scriveva pure che in questo posto era tradizione fosse apparso l’Arcangelo Michele venerato nel Gargano. Egli scrive pure che “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Certosini, & una Torre antichissima.”. Costantino Gatta (…), riferiva di un Monastero a Caselle in Pittari fatto costruire dal principe longobardo Guaimario III, nell’anno 1106. Come è stato già detto, sulla data di fondazione del monastero di S. Angelo in Pittari, nel 1106, fu proposta dal Beltrano e poi dal Gatta. Ma sulla notizia di una fondazione e di una donazione fatta dal Pincipe Guaimario III nel 1106 sussistono dei dubbi in quanto questo Principe di Salerno morì nel 1027. Cesare D’Engenio Caraccolo (…), nel suo, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671, a pp. 134-135 e s., così descriveva il casale di Caselle in Pittari nel Principato Citra: “DI CASELLA. Non si deve tacere la Terra di Casella…..stà dentro terra sei miglia discosto dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno.”. Questa notizia verrà in seguito riportata da Costantino Gatta (….), nel suo “…………………”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 648, vol. I  parlando di Caselle (in Pittari), in proposito scriveva che: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento circa”. L’Ebner a p. 648, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, cit., p. 308.”. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a pp. 66-67-68, parlando delle meraviglie del Regno di Napoli, in proposito scriveva che: “Tali sono le sacre, e venerabili Spelonche in questa Provincia di S. Angelo in Fasanella, di S. Angelo in Pittari di Caselle, & molte altre, nelle quali questo gran Principe, fin da tempi immemorabili, è stato venerato,……..quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Ecc…”.

Nel 1079, Casaletto e Battaglia non compaiono tra le trenta località elencate nella “bolla di Alfano I”

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 639 e sgg., in proposito scriveva che: “Casaletto,…….Esso non è compreso tra quelli che vennero assegnati alla ricostruita diocesi di Policastro da parte dell’arcivescovo Alfano di Salerno (1066/7), nè ne dice mai il vescovo Laudisio nel suo saggio sulla diocesi di Policastro. ecc….”. Infatti, riguardo questa notizia, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella, a p. 19, in proposito scriveva di Tortorella, che invece figura e scriveva: “La prima notizia documentata su Tortorella è possibile reperirla nella lettera pastorale dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ (25).”. La ricostituzione della sede episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), non figurano Casaletto e Battaglia, che tuttavia dovevano essere casali di Tortorella che invece figura tra le trenta località elencate:

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…)

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Il Laudisio (…), a p. 72 aggiunge ancora un’altro particolare interessante: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Jonico.”. Dunque, anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in antichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastro si perdeva nella notte dei tempi. Sempre il Laudisio a tal proposito aggiungeva che: “Vi è un’antica tradizione nel paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, ecc…..Dunque, questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao (37) fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo fu ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: …..”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”.

Nel 1167, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei Sanseverino

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo ?), da cui a Silvestro (II, + 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, + 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo poi fu spogliato  della contea e della Signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Ecc…”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Riguardo i Guarna, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, …….ecc….Da Goffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”. Sempre Ebner (….), a p. 419 parlando di S. Arsenio, in proposito scriveva che: “Alla morte di Guglielmo (+1180) successe, nella contea e signoria di Diano, Filippo al quale vennero bloccati i beni per ribellione. La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Ecc…”.

Nel 1177, a Casaletto, il vescovo di Policastro Giovanni III consacrò la chiesa madre di S. Nicola di Bari

Da Wikipedia leggiamo che il primo documento che può dare una collocazione storiografica al paese è una piccola lapide di pietra con scritta in latino attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa madre di San Nicola, la quale ricorda la consacrazione della chiesa, recante la data del 1177. Il toponimo “Casaletto” deriva, come si può facilmente dedurre, da “casale”. Infatti ‘Casalecti’, nel medioevo, era, insieme a ‘Bactalearum’ (Battaglia) un casale delle terre di Tortorella. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 17-18 in proposito scriveva che: “Accantonando quindi l’ipotesi di una possibile datazione della nascita del paese all’inizio del IX secolo andiamo a prendere in considerazione il primo vero e solido “documento” che ci permette di inserire Casaletto nell’arco temporale della Storia, “depositato” nella chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari. Su una piccola lapide di pietra attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa, contigua al campanile, una scritta in latino ci ricorda che, sotto il vescovo di Policastro Giovanni III, nell’anno 1177, fu consacrata la chiesa: ecc….(riporta l’epigrafe scritta in latino), ecc…”, che come si è detto è posta sul portale della chiesa madre di S. Nicola a Tortorella. Sull’iscrizione (epigrafe), il Montesano aggiungeva che: “I dati sull’epigrafe, probabilmente settecentesca, furono desunti, come anche specificato nella stessa, dal medaglione commemorativo depositato all’interno dell’armadio delle reliquie all’interno della sagrestia. Ecc..”. Dunque, il Montesano riporta la notizia storica su Casaletto tratta da una epigrafe scritta in latino scolpita su una lapide di pietra posta nella chiesa madre parrocchiale di Casaletto, la chiesa di San Nicola di Bari. La notizia storica riguarda la consacrazione della chiesa di San Nicola all’epoca del vescovo di Policastro nell’anno 1177, il vescovo Giovanni III. Su un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Giovanni III” vi sono opinioni contrastanti. La lapide di Casaletto si aggiunge ad un’altra notizia che riguarda questo “Giovanni III”, vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro. Infatti, sebbene nelle cronostassi dei presuli di Policastro che fece il vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio, vi è una iscrizione (epigrafe) scritta in caratteri gotici scolpiti in una lapide di pietra posta sul Campanile della Cattedrale di Policastro. L’iscrizione ci parla della costruzione del Campanile nell’anno 1166, all’epoca di re Guglielmo II il Buono. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417, parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”. Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi)

Ughelli, vol. VII, p. 560

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

CASALETTO E BATTAGLIA IN EPOCA SVEVA ED ANGIOINA

Nella metà del ‘200, i casali di Casaletto e Battaglia (Casalecti et Bactalearum)

Nel 1745, nella sua prima edizione della “Lucania – Discorsi”, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) a p. 436 parlava di Tortorella ed in proposito scriveva che: Un miglio lontano da Tortorella sono due altri piccioli luoghi, Casaletto, e Battaglia.”. Antonini non dice altro.

Antonini, p. 436

(Fig…) Antonini Giuseppe, op. cit., p. 436

Nicola Montesano (…), nel suo  ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’ parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che: Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Dunque, il Montesano citava la “Memoria” dove si ricordano i nomi dei casali di Tortorella: “Bactorum, Casalecti et Bactalearum”. A quale “momoria” si riferiva il Montesano ?. Il Montesano, a p. 15, in proposito scriveva che: Nel 1321 il Re Roberto confirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi di usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”. Dunque, il Montesano riportava una notizia tratta da una Memoria manoscritta del 1931 e tratta da una causa di limiti intentata dal Comune di Casaletto contro il Comune di Tortorella, dove si leggeva che “si ricordano anche i nomi dei casali di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum’)”. Il Montesano (…), a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. Il Montesano ci ricorda che secondo l’abate Giovan Battista Pacichelli (…), nel suo “Il Regno di Napoli in Prospettiva”, la Terra di Tortorella, con i suoi casali di Vibonati, Casaletto e Battaglia, verso il 1250, dipendeva dalla “Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero”. Dunque, secondo il Montesano, il Pacichelli (…) citava Riccardo di Lauria e parlava dei casali che dipendevano dalla “Baronia di Lauria”. Legendo il Pacichelli non ho trovato questa notizia ma mi chiedo sulla base di quale notizia il Pacichelli (….) adduceva che Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ?

Nel 1200, le precettorie del basso Cilento

Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 22, in proposito scriveva che: “Tra le inchieste pervenute c’è fortunatamente anche quella condotta da Stefano arcivescovo di Capua, che reca al suo termine un elenco delle ‘domus seu preceptorie prioratus Capue, nec non membrorum omni dicti prioratus (5). Tra le 100 ‘domus’ menzionate, tutte a quanto pare suddivise per zone, vengono nominate nell’ordine la ‘domus Ebuli (Eboli), ecc…

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La Pellettieri, a p. 22, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. l’edizione del testo di M. Salerno, K. Toomaspoeg, L’inchiesta di papa Gregorio XI sugli Ospedalieri, cit.”. Sempre la Pellettieri, a p. 24, in proposito scriveva che: “Della precettoria di Cuccaro si sa che era dedicata a S. Giovanni (16) e tra il 1378-80 fu assegnata a fra Matteo de Cara di Roccagloriosa, insieme alle case di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella (17) e Moliterno, che dovevano essere commende di scarso valore, visto che per tutte nel 1378 il precettore versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e due anni dopo, soltanto per Rocca e per Cuccaro, la somma di 10 ducati, forse perchè le altre si erano ulteriormente impoverite. Riguardo alle altre piccole ‘domus’, si sa che la precettoria di Policastro (18) era intitolata a S. Giovanni, quella di Roccagloriosa (19) a S. Giacomo, e alla morte del Cara furono assegnate nuovamente insieme, con l’esclusione di Tortorella e Moliterno, a fra Antonio di Policastro, con atto del 21 ottobre 1384 (20); oltre a ciò si ha notizia di un precettore di Policastro nel 1424, il napoletano Antonio Casatini (21).”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (16) postillava che: “(16) AOM, Codice 281, c. 52r. Sulla località di Cuccaro si veda L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato, op. cit., vol. IV, pp. 184-189.”. Riguardo la sigla AOM, la Pellettieri nella sua nota (….) postillava che: “National Libray, Malta, AOM, cod. 321.”. Sempre riguardo la sigla ‘AOM’, la Pellettieri, a p. 63 aggiungeva che: “Sui possedimenti di San Mauro la Bruca e Rodio sono stati rinvenuti sinora tre cabrei: uno conservato alla National Library di Malta redatto nel 1626 (con la segnatura di Archivio Ordine di Malta, n. 6159) ecc..”. Dunque la sigla ‘AOM’ significa Archivio Ordine di Malta che si trova alla Valletta. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Sulla località cfr. L. Giustiniani, cit., vol. IX, p. 219.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Su Policastro, cfr. L. Giustiniani, cit., vol. VII, pp. 224-229.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Su Roccagloriosa, L. Giustiniani, cit., vol. VIII, pp. 33-35.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (20) postillava che: “(20) AOM, Codice 321, cc. 201r – 204v; codice 281, c. 52r”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (21) postillava che: “(21) B. del Pozzo, Ruolo Generale, cit., sub anno 1420.”

Le origini di Casaletto attraverso la datazione dell’epigrafe scolpita sul portale della Chiesa di S. Giovanni a Casaletto

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(Fig…..) Foto di Letizia Peluso

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Secondo la tradizione locale, un elemento che potrebbe darci una mano a stabilire il momento della “nascita” del paese è la scritta sul portale della chiesetta di San Giovanni Battista, che sorge di fianco alla Chiesa Madre sul lato che volge a sud e che prospetta sull’omonima piazzetta. Sull’elemento orizzontale del citato portale trittico in pietra locale si può leggere, al centro della trabeazione, “A. D. I (?) 801”. Ho utilizzato il condizionale perchè questa scritta si presta a due diverse letture: la prima, “Anno Domini Iesu” (20) 801″, è quella più affascinante anche se purtroppo storicamente non percorribile: infatti l’introduzione della numerazione indo-araba nel continente europeo è avvenuta solo nel XIII secolo, oltre quattrocento anni dopo (21). La seconda, quella più realistica, “A. D. 1801″, ci porterebbe a datare il portale (comparandolo anche con quello quasi coevo e di simile fattura della cappella privata della famiglia Polito De Rosa dedicata a Sant’Antonio in via Selice e datato 1833) all’inizio del XIX secolo, ipotizzando la realizzazione del portale legata ad un intervento di restauro all’inizio dell’ottocento della cappella, in quanto, e la cosa è ampiamente documentabile, la stessa è di alcuni secoli più antica. Ecc…”.

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(Fig….) Foto di Letizia Peluso

Dunque, riguardo l’epigrafe, la scritta scolpita sull’antico portale della chiesetta di San Giovanni a Casaletto, attigua alla chiesa Madre di San Nicola, il Montesano avanzava due ipotesi sulle origini della chiesetta e di Casaletto. La prima ipotesi del Montesano è quella secondo cui la chiesetta potrebbe risalire all’anno ‘801 d.C., mentre la seconda ipotesi, meno “affascinante” ma più concreta, si riferisse all’anno 1810. Il Montesano, però, riguardo alla seconda ipotesi, ovvero che la chiesa fosse abbastanza recente precisa che se la scritta si riferisse all’anno 1810, è solo perchè vi furono dei lavori di restauro. Infatti, scrive il Montesano che dalla documentazione emersa negli Archivi Notarili di Sala Consilina, condotta da Alfonso Leone, risulta che la chiesa esisteva nel XV secolo. Il Montesano (….) a pp. 16-17, in proposito scriveva che: Infatti, la Chiesa di San Giovanni, così come riportato anche nel secondo volume della “Storia del Vallo di Diano” (22), era già esistente e aperta al culto nel XV secolo, essendo sede della Confraternita di San Giovanni.”. Di questa notizia parlerò in seguito. Il Montesano, a p. 17, nella nota (22) postillava che: “(22) A cura di Nicola Cilento – Storia del Vallo di Diano – Età medioevale – vol. 2°; appendice: “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” di A. Leone”. Infatti, Alfonso Leone (….), nel suo saggio “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” in ‘Storia del Vallo di Diano – Età medioevale’ (il testo è a a cura di Nicola Cilento), vol. II, in una ricerca delle fonti sulla “storia rurale tra il 1466-1478 del Vallo di Diano”, ricerca condotta sui documenti conservati nell’Archivio Notarile di Sala Consilina, a p…….., in proposito scriveva che: “……..

Nel 1239, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano), dopo la Signoria dei Guarna, la Signoria dei Sanseverino

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Il più antico e inedito diploma che ci informa dei feudatari di Diano è del 1195 (21). Con esso il figlio di Goffredo di Hauteville, conte di Capitanata (+ 1101) e fratello del Guiscardo, che aveva assunto il nome del vinto Filippo Guarner, conte di Marsico e signore di Diano, vendette terre demaniali, site nel territorio della città di Diano e propriamente a Valle dei Razzoni, pertinente alla chiesa di S. Marciano (fucina dei falsi documenti, a dire di M. Galante), grancia dell’Abbazia di Cava. Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo ?), da cui a Silvestro (II, + 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, + 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo poi fu spogliato  della contea e della Signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Riguardo i Guarna, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i Normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Capitanata (a. 1053). Da Goffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”. Sempre Ebner (….), a p. 419 parlando di S. Arsenio, in proposito scriveva che: “La giurisdizione criminale, invece, continuò a essere esercitata dai conti Guarna, signori di Diano, da cui dipendeva S. Arsenio. Nel 1054 anche Silvestro (II) Guarna donò il casale di S. Pietro di Tramutola alla Badia. Alla morte di Guglielmo (+1180) successe, nella contea e signoria di Diano, Filippo al quale vennero bloccati i beni per ribellione. La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”.

Nel 1239, i Morra e la Congiura di Capaccio

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1250, Tortorella, i suoi casali di Casaletto e Battaglia e la baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria

Nicola Montesano (…), nel suo  ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 21 in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Ecc…” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. Il Montesano ci ricorda che secondo l’abate Giovan Battista Pacichelli (…), nel suo “Il Regno di Napoli in Prospettiva”, la Terra di Tortorella, con i suoi casali di Vibonati, Casaletto e Battaglia, verso il 1250, dipendeva dalla “Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero”. Dunque, secondo il Montesano, il Pacichelli (…) citava Riccardo di Lauria e parlava dei casali che dipendevano dalla “Baronia di Lauria”. Legendo il Pacichelli non ho trovato questa notizia ma mi chiedo sulla base di quale notizia il Pacichelli (….) adduceva che Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ? Dunque, secondo il Montesano, il Pacichelli (…) citava Riccardo di Lauria e parlava dei casali che nel 1250 dipendevano dalla “Baronia di Lauria”. Legendo il Pacichelli non ho trovato questa notizia ma mi chiedo sulla base di quale notizia il Pacichelli (….) adduceva che Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ? Chi era Riccardo di Lauria ? Qual’è il collegamento del feudo di Lauria con quello di Tortorella e gli altri centri di cui ho parlato ?. Il collegamento si trova nel ‘Catalogus Baronum’ compilato intorno al 1144. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando della contea di Lauria, a p. 205 in proposito scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).”. Il Campagna, nella sua nota (29) postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, pag. 222.”. Dunque, il Campagna scriveva sulla scorta del Pesce che a sua volta scriveva sulla scorta del Racioppi e sulla storia di Riccardo di Lauria.

RICCARDO DI LAURIA E PALIANA DI CASTROCUCCO

Nel 12……, Riccardo di Lauria al tempo di Federico II di Svevia

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, il Campagna scriveva che la Terra di Aieta e di Lauria ebbero come signore e feudatario un Riccardo di Lauria. Il Campagna aggiunge pure che dopo la morte di Riccardo di Lauria, il feudo fu ereditato dal figlio che aveva lo stesso nome. Dunque, secondo il Campagna, vi erano due Riccardo di Lauria. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Antica famiglia che trasse il predicato dalla contea di Lauria. “Loria” è forma umanistica dello stesso predicato. La famiglia pare abbia avuto per capostipite un de Clojrat, omonimo d’una Terra di Normandia. Si ignora se fu uno dei quaranta cavalieri venuti nel Mezzogiorno d’Italia al servizio di Guaimario di Salerno o se sia venuto con gli Altavilla. Ebbero feudi che andavano da Lauria a Lagonegro, e, sul Tirreno, lungo le coste della Calabria, della Basilicata e della Campania (C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia madre di Manfredi, figlio naturale di Federico II. Dall’unione nacque nel 1250 nel castello di Scalea, Ruggero di Loria. Riccardo, a seguito della parentela acquisita, riottenne la sua baronia e si mostrò degno di fiducia verso la casa sveva per la quale nel 1266 morì gloriosamente a fianco di re Manfredi nella battaglia di Benevento.”.

Nel 12….. (?), Riccardo di Lauria (figlio di Gibel de Loria) si unisce in prime nozze con Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: “La Casa di Loria, ò vero dell’Oria, le cui armi sono tre fascie d’argento interposte in altre tante azzurre, è una delle più antiche del nostro Regno. Il primo, che di questa famiglia ritroviamo nominato ne’ Regij Archivij è Riccardo Signor di feudi in Basilicata, à cui nell’anno 1239. l’Imperador Federico II. come uno dei Baroni del Regno, comette alcuni Stadici datigli da’ Paduani, e nel medesimo tempo il manda per Vicerè, e Capitano à guerra nella Provincia di Terra di Bari. Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina. Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”.

Campanile, p. 207

Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Su un blog in rete troviamo scritto che Riccardo (+ ucciso da Jeronimo Sambiase nella battaglia di Benevento 26-2-1266 – Re Manfredi muore nella medesima occasione tra sue braccia), Signore di Lauria dal 1254, Signore di Scalea nel 1266; aveva feudi in Basilicata (1239) e in Calabria, Vicerè e Capitano di guerra in Terra di Bari, Gran Privado del Re Manfredi di Sicilia. 1°) = Paliana di Castrocucco. 2°) = Bella d’Amico, figlia di Guglielmo d’Amico e di Macalda Scaletta Signora di Ficarra (+ all’ospedale di Messina, in miseria), fu la Governante della Regina Costanza d’Aragona e si risposò con Alaimo di Leontina. Rosanna Lamboglia (….) scriveva che i documenti ci riportano a due Riccardo di Lauria e a due matrimoni, con una “Paliana di Castrocucco”. Il primo Riccardo di cui si parla nei documenti è un Riccardo che in età sveva aveva sposato una certa “Paliana Pascale di Castrocucco”. Inoltre, i documenti angioini ci parlano di un “Riccardo di Lauria” che nel 1277 ha sposato una “Paliana o Palliana di Castrocucco”, figlia del Giustiziere di Basiliaca “Podiolo”. Sul “Riccardo di Lauria” d’epoca Sveva, la Lamboglia scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. Dunque, la Lamboglia scrive che questo Riccardo di Lauria visse al tempo di Federico II di Svevia e che ad un certo punto sposò in prime nozze con la nobile Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia che gli portò in dote i feudi di Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra che appartenevano al padre di lei, Podiolo, giustiziere di Basilicata al tempo di Federico II. Dalla prima moglie Palliana di Castrocucco, Riccardo di Lauria ebbe una figlia. Augurio e Musella scrivono che la figlia si chiamava “Beatrice”, mentre su Wikipedia leggiamo che Riccardo ebbe “Costanza di Lauria”. Augurio e Musella (….), a p. 24-25, in proposito scrivevano che: “Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Nel 12….., Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (137) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Da Wikipidia leggiamo che Riccardo di Lauria sposò Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo di Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Ecc…”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”.

Nel 1269, re Carlo I d’Angiò concede Tortorella ed i suoi casali di Battaglia e Casaletto, Sanza e Roccagloriosa a ‘Onorato di Moliers’, togliendoli al proditores Roberto di Tortorella

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini e poi tra aragonesi e angioini (metà XIII secolo-inizio XIV secolo), purtroppo scarsamente documentato, Tortorella, con i suoi casali, fu soggetta a diversi passaggi di proprietà. Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33).”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione.

Nel 1277, la terra di Lauria viene restituita ai Loria

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Solamente infatti con l’avvento dell’Angioino e nel 1277, per ordine di ‘Ferrerium vel Sperronum’, allora giustiziere di Basilicata, tali possedimenti ritornano definitivamente ai Loria. Il Giustiziere afferma infatti che su queste terre servivano per designazione della curia imperiale gli antenati dei Loria (122).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (122) postillava che: “(122) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 623″.

Nel 1278, Tortorella (ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia) è concessa al milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran)

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella (e dei suoi casali Casaletto e Battaglia) all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Successivamente passò per la somma di 40 once d’oro, nelle mani del milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran) in cambio del Casale di Trecase, che si trovava nel Giustizierato di Terra d’Otranto, e di altri beni a Brindisi (34). Dai ‘Registri angioini’ risulta inoltre che, nel 1278, il cavaliere Nasone era anche signore di Battaglia.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di storia e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 675 parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “I ‘Registri’ angioini ci informano che….Il feudo passò poi al milite Nasone di Galarato o Galenzano (Galeran), il quale aveva restituito alla Curia il casale di Trecase nel giustizierato di Terra d’Otranto e altri beni a Brindisi, ricevendone appunto la terra di Tortorella nel giustizierato di Principato e Terra Beneventana (3). Il feudo era stato concesso al milite Nasone per 40 once d’oro (4). Troviamo ancora notizie di questo cavaliere nel 1278, quando risulta signore anche di Battaglia (5) (vedi) e poi quale custode delle strade di Ascoli in Capitanata (6).”. Ebner, a p. 675, nella nota (3) postillava che: “(3) Reg. 28, ff 69 t e 70 = vol. XIX, p. 46, n. 159.”. Ebner, a p. 675, nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 7, f 102 = vol. II, p. 264, n. 125”. Ebner a p. 675, nella nota (5) postillava che: “(5) Reg. 1278 C, f 135 t = vol. XXI, p. 298, n. 259”. Ebner a p. 675, nella nota (6) postillava che: “(6) Reg. 4, f 111,= vol. II, p. 126, n. 487 (Nasone de Galarato commictitur custodia stratarum Escoli = Ascoli in Capitanata. Su questo Nasone cfr. pure Reg. 4, f 31 = vol. II, p. 56, n. 200 sulla custodia del castello di Pietra Montecorvino (castrum Petre): Foggia VII aprile, XII ind.”.

Nel 1285, TOMMASO (II) SANSEVERINO, figlio di Ruggero II Sanseverino

Da Wikipedia leggiamo che Tommaso (II) Sanseverino era figlio di Ruggero II Sanseverino e di Teodora d’Aquino, sorella di San Tommaso, nacque nel 1255 circa. Nel 1284 al padre Ruggero II fu affidata da Carlo, principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (durante il periodo dei Vespri Siciliani), mentre Tommaso, che dallo stesso principe venne nominato capitano di guerra, era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula. Alla morte del padre Ruggero II Sanseverino, nel 1285, gli successe e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro dal 1291, signore di Atena dal 1295, signore di Postiglione dal 1295 (ma rinuncia nel 1298), signore di Sanza dal 1294, signore di San Severino di Camerota, Casal Boni Ripari, Pantoliano, Castelluccio Cosentino, Corbella, Monteforte (di Vallo), Serre e Padula dal 1301, signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Scorto’ il Duca di Calabria per accogliere il nuovo re Roberto di Napoli di ritorno da Avignone (ottobre 1310). Tommaso sentì molto l’influenza del santo zio, Tommaso d’Aquino, che più di una volta aveva soggiornato al castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi, infatti si interessò attivamente per la glorificazione dello zio. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Dunque, il Gatta scriveva di Tommaso II Sanseverino. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Questi per quanto prode nelle armi era altrettanto pio e devoto. Nella sua vita, che si protrasse durante i regni di Carlo II d’Angiò e parte di quello di Roberto, fece larghe donazioni alle chiese e specialmente a quella di S. Tommaso di Marsico che beneficò con quattro diplomi nel 1295, 1296, 1304, e 1314 (3). Signore anche di Diano ottene dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico Napoletano”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1).”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”.  Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere. Nel 1395 ebbe infine confermata la baronia di Diano e S. Arsenio. Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Felice Fusco (…), a p. 158, parlando del periodo di re Ladislao, nella sua nota (7) postillava riguardo il casale di Buonabitacolo che fu fondato nel 1333 dal suo figlio terzogenito Guglielmo III Sanseverino: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) ecc…”Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Alla fine del XIII secolo Caselle….e nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che: “Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, p. 82.”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando – come appare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo a dire”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms. Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione cuulturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sansee’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Quello di Lurino, ‘Li Lauri’, sorto con l’assenso di re Ladislao d’Angiò-Durazzo, fu portato in dote ai Sanseverino da Margherita di Vlamontone, che nel 1273 andò in sposa a Tommaso Sanseverino, il fondatore della Certosa di Padula. Il ‘castrum Laurini’ era stato concesso al padre di Margherita, Enrico di Valmontone, da Carlo I d’Angiò nel 1271 (cfr. P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 81). Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.

Nel 6 settembre 1289, Carlo II d’Angiò ordinava a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello di recarsi al Castello di Tortorella

Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (…) e, in proposito scriveva che: È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Forse è a questo “Riccardo de Ruggiero” che si riferiva Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, quando parlando di Tortorella ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1289 le Terre di Tortorella erano invece possedute da Riccardo de Ruggiero. Fu probabilmente in questo periodo che dette Terre di Tortorella entrarono a far parte del feudo di Lauria.”. Dunque, il Montesano riporta la notizia che nel 1289, la terra di Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia appartenevano ad un certo “Riccardo de Ruggero”, mentre Pietro Ebner ci parla di un ordine impartito da re Carlo II d’Angiò in cui si obbligava i “salernitani” “Riccardo de Ruggiero” a recarsi immediatamente “rispettivamente al castello di Tortorella”, “sotto pena di confisca dei loro beni”, “ne gravetur ab hostibus” (9)”. La notizia proviene dai Registri Angioini pubblicati da Carlo Carucci. Ebner, nella nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Dunque, Ebner postillava di Carlo Carucci e del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII. La notizia è tratta dal vol. II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII, pag. 204, documento n. 97. Infatti, Carlo Carucci (….), a p. 204 parlando del documento n. 97, in proposito scriveva: “LXXXXVII. 1289, 6 settembre, Napoli. Carlo II ordina a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello, salernitani, che, sotto pena della perdita dei loro beni, vogliano immediatamente portarsi l’uno al castello di Tortorella, l’altro a quello di Sansa, di cui sono rispettivamente padroni, e provvedere alla difesa di essi dai nemici.”. Il Carucci, a p. 204 postillava: “Reg. ang. n. 46, fol. 314b.”. Il Carucci riporta il testo del documento: “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno. Fidelitati tue, sub pena ammissionis terre, quam tenes a curia nostra….precipimus quatinus, statim visis presentibus, qualibet mora et occasione cessantibus, ad terram tuam Turturelle te personaliter conferas et ipsius terre diligentem custodiam, de gravetur ab hostibus, curaturus (nel testo: moraturus). Data Neapoli, die VI septembris III indictionis. Similes facte sunt Riccardo de Agello, militi, de Salerno, quod conferat se ad terram suam Sanse, de verbo ad verbum, ut supra.”. Chi era questo “Riccardo Ruggerii” ?. Il Carucci scriveva che il documento angioino ci parla di due militi “Salernittani” al servizio di re Carlo II d’Angiò a cui fu ordinato di recarsi immediatamente presso i loro beni, ovvero il castello di Tortorella di cui era padrone. Dunque, nel 1289, il castello di Tortorella apparteneva al milite salernitano Riccardo Rogerio. Questo secondo l’interpretazione dei registri angioini che ne fa il Carucci. Io credo che questo “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno”, fosse il Riccardo di Lauria, fratello del grande ammiraglio, Ruggero di Lauria che, nel 1289, insieme a Riccardo d’Ajello, che teneva il castello di Sanza, subivano le pressioni di Carlo II d’Angiò a causa della guerra del Vespro (1282-1302). Riguardo il personaggio Matteo D’Ajello ha scritto Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Negli ultimi anni della guerra i feudatari di ‘Sansa’ si avvicendano celermente, quasi a sottolineare la precarietà e l’instabilità dei tempi e del territorio bussentino. Infatti,, in appena un quarto di secolo, ben cinque Signori vengono menzionati dai ‘Registri Angioini’: nel 1278 Erberto d’Aureliano, che trova tempo e modo di impelagarsi in una contesa per motivi di confine col Signore di Padula Guglielmo di Saccovilla (‘contenncio vertitur inter herbertum de aureliano, tenentem….Terram Sanse et Guillelmum de Sanguenville tenetem terram Padule’)(192), nel 1289 Riccardo d’Aiello, di cui si è detto; nel 1290 Guglielmo Peregrino (193) e Leonardo de Alatri (un capitano degli Almugaveri!)(194) in parti uguali per aver restituito Policastrum al dominio regio (195); nel 1294 Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (192) postillava che: “(192) ASN, Reg. Ang., n. 28, fol. 109; A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, Unione Editrice, 1914-1930 (rist. an. a cura di Vittorio Bracco e Angelina Bracco, Salerno, Boccia, 1982), III, p. 11 6, doc. IX. Per altre notizie su Erberto d’Orléans, che fu tra l’altro anche Signore di ‘Policastrum e di Rocca Gloriosa, cfr., F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit., p. 150, n. 21.”. Dunque, il Fusco scriveva che nel 1289 era padrone di Sanza Riccardo d’Aiello e questa notizia era tratta dai Registri Angioini. Felice Fusco, a pp. 206-207, in proposito scriveva che: “Sanza….partecipa – come si è detto – alle operazioni e alla difesa del ‘castrum Policastri’, è strenuamente difeso (nel 1299 Carlo II d’Angiò ordina al milite Riccardo d’Aiello (181) di recarsi subito ‘ad Terram suam Sanse’ per difenderla dagli attacchi nemici)(182), ecc…”. Il Fusco, a p. 206, nella nota (181) postillava che: “(181) Per questo personaggio cfr. F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit. p. 149, n. 18.”. Il Fusco si riferiva al suo saggio “Universale Capitulum Terrae Sontiae, ovvero gli Statuti Municipali di Sanza”, Euresis, 1991, Salerno, Boccia. Il Fusco, a p. 206, nella nota (182) postillava che: “(182) ASN, Reg. Ang., n. 46, fol. 134”. Su Leonardo d’Alatro, il Fusco, a p. 208, nella nota (194) postillava che: “(194) Leonardo de Alatro, dopo essere stato capitano degli Almugàveri di ‘Policastrum’, si era convertito alla religione cattolica e alla causa angioina. Nel 1290 il Conte d’Artois gli concesse l’indulto e una rendita annua di 20 once d’oro. Ibidem”

Nel 1294, Tommaso II Sanseverino comprò alcuni feudi del Vallo di Diano

Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.

Nel 1299, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno assegnò al Principato Citra o Citeriore 142 ‘Terre’

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – linee di una storia etc…”, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alla fine del XIII secolo Caselle entrò a far parte ufficialmente del ‘Principato Citra’ con le assegnazioni di Carlo II lo Zoppo (126) ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella nota (126) postillava che: “Prima della divisione in ‘Principato Citra o Citeriore’ (il Salernitano) e in ‘Principatro Ultra’ (l’Avellinese) attuata da Carlo I d’Angiò nel 1284, il ‘Principato tout court comprendeva le aree di ambedue le province. Nel 1299 Carlo II lo Zoppo assegnò al Principato Citra circa 142 ‘Terre’, fra cui ‘Rofranum, Alfanum, Sansa, Turturella, Paludum (Padula) Rocca de Gloriosa, S.. Joannus ad Pirum, Casella, Mongerànum (Morigerati), Torraca, Policastrum (C. Carucci, Codice Diplomatico etc.., cit., III, pp. 408-411).”. Il Fusco si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, di cui il vol. III è ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1299 ‘Turturella’ viene anche citata nell’elenco dei paesi appartenenti al giustizierato del Principato Citra nel documento “attuativo” di divisione del giustizierato di Principato e della Terra Beneventana nei due giustizierati Citra e Ultra (36) a firma del re Carlo II d’Angiò. Tale divisione, resasi necessaria per l’eccessiva ampiezza del giustizierato (comprendeva grossomodo le attuali province di Salerno, Benevento e Avellino) era in realtà avvenuta formalmente già in data 12 giugno 1284 sotto Carlo I d’Angiò, ma evidentemente la ripartizione del territorio tra i due novelli giustizierati non fu facile e le questioni si protrassero a lungo (37).”Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (36) postillava che: “(36) La definizione corretta è: ‘Iusticiariatus a serri Montorii citra Salernum e Iusticiariatus a serri Montorii ultra Salernum’.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Archivio Storico per la Provincia di Salerno – Anno VI-I- nuova serie – Tip. F.lli Di Giacomo – 1932, pagg. 90-91.”.

Nel 1305, Ruggero di Lauria, morte e successione nella Contea di Lauria

Da Wikipedia leggiamo che nel 1279 rimase vedovo di Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia dalla quale aveva avuto un figlio, Ruggiero, e tre figlie, Beatrice, Gioffredina e Ilaria. Si ritirò in Catalogna e morì a Cocentaina, presso Valencia, nel gennaio del 1305. Ruggiero di Lauria, morì nel 19 gennaio 1305 a Cocentaina in Spagna, lasciando eredi i suoi figli. I suoi beni furono ereditati da suo figlio Ruggiero e, alla morte di questi, da Berengario. I due studiosi a p. 21 citano un biografo dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria, il V. Visalli (…), che nel 1900, scrisse ‘Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche’. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca. Il primo figlio ebbe nome Ruggerione…..Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Esaurina d’Entenca …..ed ebbe Berengario, ecc..ecc..”. Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: “Da Bianca Lancia (errore Margherita) ebbe anche tre figlie femmine che furono sposate con i più importanti esponenti della nobiltà catalana o italiana. La maggiore, Beatrice, sposò Giacomo di Xirica, nipote del re Pietro III, uno dei primi baroni del regno. Pare che questo matrimonio sia stato fortemente voluto dal papa Bonifacio VIII (65) quando questi conferì a Ruggiero di Lauria il feudo di Aci in Sicilia. Di lei si conserva una lettera, datata Valencia 18 gennaio 1305, con la quale chiedeva al re Giacomo II d’Aragona alcune grazie in favore di Saurina d’Entenca, vedova del padre e per il fratello Ruggierone (66). La seconda, Costanza, sposò il nobile don Noto di Moncada mentre l’ultima, Goffredina, il conte di Sanseverino. Secondo il De Lellis quanti titoli e feudi ebbe Ruggiero nel continente, tanti passarono con questo matrimonio in casa Sanseverino. Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita. Quest’ultima sposò in prime nozze Ugo di Chiaromonte, appartenente ad una delle prime famiglie di Sicilia, da cui discese Costanza di Chiaromonte, regina di Napoli. Ad Ugo di Chiaromonte fu affidato dall’Ammiraglio il baliato del figlio minore, Berengario. Dopo la morte di Ugo, Margherita sposò in seconde nozze Bartolomeo di Capua, ecc…ecc…”. I due studiosi, per la ricostruzione delle discendenza di Ruggiero hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…).

Nel 1308, Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia che appartenevano alla Contea di Lauria divengono feudo dei Sanseverino, quando Arrigo (Enrico) Sanseverino sposa Ilaria dell’Oria, figlia dell’Ammirglio Ruggero di Lauria

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Nel 1308, le terre di Lauria passarono ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa di Lauria Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero, oltre che del titolo di Grande Ammiraglio del Regno d’Aragona e di Sicilia e di signore di Lauria, si fregiò anche dei titoli di signore delle terre di Castelluccio, Lagonegro, Laino, Maratea, Papasidero, Rivello e Rotonda. Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Aten. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino ecc…”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’) riferendosi a Tommaso II Sanseverino a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”.

Nel 1309, ILARIA DI LAURIA o Maria dell’Oria ed ENRICO II (“Arrigo”) SANSEVERINO successero nella Contea di Lauria

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero. Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, Enrico (“Arrigo”) di Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, morì nel 1336 a Diano dove sono sepolte le sue spoglie. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”.  Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Lo storico locale di Lagonegro Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a p. 208 scriveva che: Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio….A Bartolomeo di Lauria successe, nel 1350, l’unica figlia ‘Ilaria’, la quale sposò ‘Arrigo Sanseverino’ ed ereditò pure il feudo di Lagonegro, trasmettendolo al figlio o nipote ‘Gaspare Sanseverino’. Così Lagonegro passò, con la Contea di Lauria, sotto il dominio della potentissima famiglia Sanseverino, la quale possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, quasi tutta la Basilicata, ed ebbe tanta parte negli avvenimenti che si succedettero per lungo tempo nel Regno.”. Non mi ritorna la cronologia riportate dal Pesce se confrontate con il Mazziotti, che scriveva sulla scorta di una lapide sulla tomba sacello di Enrico Sanseverino a Diano che egli morì nel 1336, mentre il Pesce scriveva addirittura che solo nel 1350 sua moglie “Ilaria di Lauria” (per il Pesce e per altri) o “Maria dell’Oria” per il Mazziotti, avesse ereditato il feudo di Lauria solo nel 1350. Non mi ritorna pure la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, morì nell’anno 1314 e stessa notizia troviamo su un sito web. Non mi ritrovo con quanto scriveva il Pesce sulla successione del feudo di Lauria. Mi chiedo come potevano succedere nei feudi Ilaria di Lauria ed il marito Enrico di Sanseverino nel 1350 se Enrico Saneverino morì nell’anno 1314. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano e di Tommaso II di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Da wikipidia, in riferimento a Tommaso II Sanseverino leggiamo che succedette a suo padre, e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro, ecc.., signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, nacque primogenito dalla prima moglie di Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, Margherita di Valmontone di Ariano. In seguito, sempre secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, sposò Ilaria di Lauria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria che gli portò in dote 2000 once d’oro, ebbero due figli: Tommaso III Sanseverino e Ruggero Sanseverino. Dunque, secondo gli archivi Angioini, il nesso che legava la famiglia di Ruggiero di Lauria ai Sanseverino fu il matrimonio della figlia Ilaria e Enrico di Sanseverino, figlio di Tommaso di Sanseverino, che in seconde nozze nel 1302 aveva sposato Sveva, Contessa di Tricarico. Il nesso che legava i Sanseverino con i Loria o la famiglia di Ruggiero di Lauria è il matrimonio con Ilaria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), dal matrimonio di Ilaria di Lauria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino, nacque Tommaso III di Sanseverino. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forze di Carlo d’Angiò.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che:  “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi a quel periodo, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Volpi Giu, op. cit., p. 57

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora.L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”.

Nel 1310, nasce Tommaso (III) Sanseverino, V conte di Marsico, figlio di Arrigo (Errico) e di Ilaria di Lauria

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e, riferendosi ad Errico Sanseverino e della sua unione con Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che: Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Riguardo la contea di Lauria, le notizie dateci dal Montesano contraddicono altre notizie intorno a Ruggero Berengario di Lauria, di cui parlerò innanzi. Infatti, Tommaso III Sanseverino dividerà i possedimenti paterni nel 1330 e quelli materni (della madre Ilaria), nel 1340. Dunque, secondo alcuni studiosi, Tommaso III Sanseverino diviene conte di Lauria ………….Su Tommaso III Sanseverino ha scritto pure Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”.

Nel 1321, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO, conte di Capaccio, figlio di Tommaso II e Sveva d’Avezzano successe al padre, nei feudi del Vallo di Diano

Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, il Montesano scriveva che Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino. Dunque, Guglielmo Sanseverino era Conte di Capaccio. Il Montesano scriveva che alla morte di Guglielmo Sanseverino, non avendo figli maschi i suoi possedimenti furono ereditati e divisi tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino. Chi era Guglielmo Sanseverino ?. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Ecc…”. Dunque, questo Guglielmo Sanseverino era il secondo figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Guglielmo aveva altri tre fratelli: Giacomo (primogenito), Roberto e Ruggero, oltre ai due fratellastri figli della prima moglie del padre (Margherita di Valmontone): Ruggero ed Enrico. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Guglielmo (III) Sanseverino era figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque anch’essa sposata in seconde nozze. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Riguardo Guglielmo Sanseverino ne ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “della contea e della Signoria di Diano……Guglielmo (I) Saneverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc…”. Ebner prosegue a p. 639 coon Tommaso Sanseverino. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che nei feudi di Diano ecc… successe Tommaso (III) Sanseverino, figlio di Enrico e Ilaria di Loria. Ebner scrive solo che Guglielmo III Sanseverino fu uno dei figli della seconda moglie di Tommaso II Sanseverino.   Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO III, ROBERTO III e RUGGERO III. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239……Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.

Nel 1321, re Roberto d’Angiò confermò le concessioni all’Università di Tortorella che nel 1021 fece Guaimario III

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che secondo un manoscritto: “….il longobardo Guaimario III principe di Salerno, ecc….”Nell’anno 1021″ concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Nel 1321 il Re Roberto confirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti. Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali della Terra di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. In Appendice però il Montesano riguardo questo testo aggiunge un autore “M. Gallotti” che dovrebbe essere il confirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: “…..secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, ecc…(108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”.

Nel 1330, a soli 21 anni muore Enrico (“Arrigo”) Sanseverino (figlio di Tommaso II) e marito di Maria dell’Oria o Ilaria di Lauria

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc…L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”.Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, nel 1314, morì Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, che era ancora vivo. Il nonno di Tommaso III Sanseverino, Tommaso II Sanseverino alla morte del padre Enrico ra ancora vivo. Infatti, Tommaso II Sanseverino morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula.

Nel 1330, TOMMASO (III) SANSEVERINO, V Conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento, Lauria, e Diano

In un sito sul web sui Sanseverino leggiamo che Tommaso III (1311 † 1358), figlio di Enrico († 1314) 4° Conte di Marsico, fu il 5° conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Gran Connestabile del Regno di Napoli, sposò nel 1326 in prime nozze Sibilla Pipino, figlia di Nicola Conte di Minervino e nel 1337, in seconde nozze, Margherita de Clignet, figlia ed erede di Giovanni de Clignet, Signore di Caiazzo e di Margherita Stendardo dei Signori di Arienzo e Arpaia. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Enrico Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”.  Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che:  “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Il Mazziotti, parlando di Tommaso (III) di Sanseverino scrive che egli era figlio di Ilaria di Lauria (“Maria dell’Oria”) ed Enrico Sanseverino e fratello di Ruggero, era nato nel 1310 e che nel 27 aprile 1358 morì dopo aver sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Dunque, secondo l’Ebner, Tommaso III Sanseverino era figlio primogenito di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino e di Ilaria di Lauria e nipote del nonno Tommaso II Sanseverino. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Secondo l’Ebner, nel 1330, alla morte di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, suo figlio Tommaso III Sanseverino gli successe nei feudi tra cui quello di Teggiano (e di Lauria ?), essendo pure figlio di Ilaria di Lauria. Dopo il primo matrimonio, Tommaso III Sanseverino, sposò Margherita Clignetta di Caiazzo da cui ebbe i due figli Antonio,  Francesco poi conte di Lauria e, Luisa. Infatti, Pietro Ebner (…), a p. 639, in proposito scriveva che: Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa….ecc..ecc..”. Dunque, Ebner dice che alla morte di Tommaso III Sanseverino, figlio di Errico e di Ilaria, gli successero nella contea di Lauria i figli della seconda moglie: Francesco e Luisa. Ebner scrive pure che: Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner scriveva che morto Tommaso III Sanseverino nel 1358, il 24 febbraio 1359 gli successe il figlio Antonio, V conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca D’Andria. Ebner, vol. II, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”.

Nel 1333, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO ed il casale di Buonabitacolo

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di MarsicoMa chi era questo Guglielmo Sanseverino che nel 1333 concesse ai cittadini di Casalnuovo ecc…Si tratta di Guglielmo (III) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO, ROBERTO e RUGGERO III. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque anch’essa sposata in seconde nozze. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di MarsicoDunque, secondo Felice Fusco, Guglielmo (III) Sanseverino era un fratellastro di Giacomo Sanseverino, era figlio di Tommaso II Sanseverino ed era nonno di Ruggero Sanseverino. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Infatti, poco dopo, nell’anno 1333, re Roberto d’Angiò, concesse il feudo di Policastro ai Grimaldi. Il Camera (…), scriveva  per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico…..ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).”. Dunque, secondo Matteo Camera, Guglielmo III Sanseverino, nel 1333 dovette lasciare il feudo di Policastro che passò alla Curia e poi per decisione di Roberto d’Angiò fu donato ai Grimaldi di Genova. Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Matteo Camera (…), citato da Natella e Peduto (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Da ultimo, re Roberto d’Angiò, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’annuo valore di 120 once, tanto per essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ricusarono di prestar loro giuramento di vassallaggio “juramentum assicurationis”, e di pagare i proventi giurisdizionali (5) – Ecco come Roberto accarezzava i Grimaldi di Genova che tenevano per la parte guelfa (v. av. pag. 134.).”.

Nel 1333-1334, Guglielmo III Sanseverino, figlio di Tommaso II e padre di Giacomo, rinuncia a Policastro

Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”.

Nel 1342 muore Guglielmo (III) Sanseverino e si apre la successione dei feudi

Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Il Fusco, a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Guglielmo nel 1342, il ‘castrum’ di ‘Sansa’ restò ancora in potere dei Sanseverino col figlio Tommaso e, per successione, pervenne ad Americo Sanseverino, del ramo dei Signori di Padula, Laurino e Capaccio (1433)(202), il quale lo lasciò al figlio Guglielmo che, per aver preso parte alla Congiura dei Baroni etc…”. Dunque, secondo il Fusco, Guglielmo Sanseverino morì nel 1342. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di MarsicoNicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Secondo il Montesano, il feudo di Tortorella, che apparteneva a Guglielmo Sanseverino, scrive il Montesano,“conte di Capaccio”, “alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”.

Nel 1400, la confraternita di San Giovanni a Casaletto

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: Infatti, la Chiesa di San Giovanni, così come riportato anche nel secondo volume della “Storia del Vallo di Diano” (22), era già esistente e aperta al culto nel XV secolo, essendo sede della Confraternita di San Giovanni. Insieme alla suddetta cappella vengono riportate, nel libro citato, anche “l’Ecclesia San Nicolai de Spartusio’ e l”Ecclesia di Santa Maria de la vita’”. Il Montesano, a p. 17, nella nota (21) postillava che: “(22) A cura di Nicola Cilento – Storia del Vallo di Diano – Età medioevale – vol. 2°; appendice: “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” di A. Leone”. Infatti, Alfonso Leone (….), nel suo saggio “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” in ‘Storia del Vallo di Diano – Età medioevale’ (il testo è a a cura di Nicola Cilento), vol. II, in una ricerca delle fonti sulla “storia rurale tra il 1466-1478 del Vallo di Diano”, ricerca condotta sui documenti conservati nell’Archivio Notarile di Sala Consilina, a p…….., in proposito scriveva che: “…….. 

Catturafoto leti

(Fig….) Foto di Letizia Peluso

Le chiese di ‘S. Nicolai de Spartusio‘ (S. Nicola di Bari – chiesa madre) e di ‘Santa Maria de la vita’

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: Insieme alla suddetta cappella vengono riportate, nel libro citato, anche “l’Ecclesia San Nicolai de Spartusio’ e l”Ecclesia di Santa Maria de la vita’.”. Il Montesano, nella nota (22) postillava che questa ed altre notizie sono state ricavate dagli Archivi Notarili di Sala Consilina, documenti tratti e analizzati in uno studio da Alfonso Leone (….). Il Montesano, a p. 17, nella nota (21) postillava che: “(22) A cura di Nicola Cilento – Storia del Vallo di Diano – Età medioevale – vol. 2°; appendice: “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” di A. Leone”. Infatti, Alfonso Leone (….), nel suo saggio “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” in ‘Storia del Vallo di Diano – Età medioevale’ (il testo è a a cura di Nicola Cilento), vol. II, in una ricerca delle fonti sulla “storia rurale tra il 1466-1478 del Vallo di Diano”, ricerca condotta sui documenti conservati nell’Archivio Notarile di Sala Consilina, a p…….., in proposito scriveva che: “……..

Nel 1300 e 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei Sanseverino

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”.

Nel 1342, muore Guglielmo III Sanseverino, figlio di Tommaso II, padre di Giacomo e nonno di Tommaso III Sanseverino dei conti di Marsico

Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum’) ecc…”.

Nel 1384, Tommaso IV di Sanseverino, V conte di Marsico successe al padre Antonio

Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Antonio di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Tommaso IV ed in proposito scriveva che: “….nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”.

Nel 1386, Tommaso IV Sanseverino dei Conti di Marsico, signore di Laurino, Padula, Casaletto, Sanza, Buonabitacolo, Caselle ecc..

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Alla fine del XIII secolo Caselle….e nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che: “Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, p. 82.”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando – come appare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo a dire”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms. Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione cuulturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sansee’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”.

Nel 1386, TOMMASO (IV) SANSEVERINO, figlio di Giacomo e padre di Americo

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum’) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, done il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”.

Nel 1342, GIACOMO SANSEVERINO, figlio di Tommaso II Sanseverino

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico. Matteo Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”.

Gatta, Memorie, p. 162

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (132) postillava che la notizia era tratta da: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), ecc..”. Devo però precisare che la notizia dataci dal Fusco (…) tratta da probabilmente dal testo di G. Pecori (…), riguardo il nonno – scrive sempre il Fusco – Guglielmo Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, non mi pare collimi con un’altra interessantissima notizia che proviene da Matteo Camera (…). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “I Sanseverino possedevano ancora il feudo nel 1333 con Giacomo di Sanseverino (27), primogenito di secondo letto di Tommaso, secondo conte di Marsico, per parte di sua madre Sveva Avezzano. Era pure conte di Mileto, barone di Cilento e primo Conte di Tricarico. Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc..Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni e dei titoli al fratello Antonello (sposò Giovannella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi. Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ma vennero poi reintegrati nei loro beni con il privilegio di re Ferrante II del 15 agosto 1486. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto. Il Tutini cit.,  pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”.

Nel 1386, TOMMASO IV SANSEVERINO, figlio di Giacomo e padre di Americo

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum’) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, done il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…... Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

Nel 20 novembre 1441, AMERICO SANSEVERINO definì i confini dello Stato di Laurino

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc…”. Dunque Pietro Ebner, parlando del casale di Laurino per l’anno 1345 citava un Americo Sanseverino di cui mi sono occupato nell’altro mio saggio sul periodo Angioino ed in particolare per l’anno 1345. Chi era questo Americo Sanseverino ?. Riguardo questo feudatario, Americo Sanseverino, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Il Tutini, cit. , pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) ‘Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonabitacolus, Sansa’”. Dunque, in questa nota, Ebner postillava di un Americo Sanseverino che nel 1345 successe al padre, un altro Americo Sanseverino, nel possesso di alcuni casali e terre cilentane tra cui Laurino e Caselle. Infatti, Ebner scrive che questo Americo Sanseverino era “nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto”. Ebner, proseguendo il suo racconto sul casale di Laurino, citava pure (a mio parere) un diverso Americo Sanseverino. Pietro Ebner, sempre parlando del casale di Laurino, a p. 82 aggiungeva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…”. Quì però l’Ebner si riferiva ad un altro Americo Sanseverino. Ma quì forse vi è un errore di Ebner perchè questo Americo Sanseverino di cui parlo non era figlio di un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran connestabile di re Roberto d’Angiò ma doveva essere il figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Infatti, Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle,  a p. 101, nella sua nota (128) riferendosi al passo dell’Ebner postillava che: “(128) Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Dunque, infatti, questo secondo Americo di cui parlo ora era figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Ebner parlando di Laurino cita due Americo Sanseverino. Il primo è quello del 1345 mentre, l’altro è quello che nel 1433 riceve il privilegio dal re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino riconoscendo i diritti della popolazione su alcuni terreni e aggiungendone altri (30).. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Di questo Americo Sanseverino ha parlato anche Felice Fusco (…) che lo cita in un suo saggio su Sanza e Buonabitacolo ed anche in un suo libro sulla storia di Caselle. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle, a pp. 49-50 cita Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (136) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Sempre a proposito di Guglielmo Sanseverino il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Alcontrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”. Dunque, riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò. Detto questo, ritornando a quanto il Fusco postillasse nell’altro suo lavoro su Casaletto, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.  Il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il secondo Americo Sanseverino è un altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino (figlio del primo Americo) “…e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) ecc…”. Dunque, il secondo Americo Sanseverino, quello in questione che nel 27 febbraio 1433, secondo l’Ebner, e nel 1443 secondo il Fusco, fu nominato da re Alfonso d’Aragona 1° Barone del Principato Citeriore, nacque da Tommaso Sanseverino (forse Tommaso III) che ebbe un altro figlio appunto chiamato Americo. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.

Nel 27 febbraio 1433, AMERICO SANSEVERINO, 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore, duca di Laurino ed altre ‘Terre’, tra cui anche quella di ‘Casella’

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese, parlando del periodo Aragonese e di Giovanni Sanseverino, a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbraio 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc..”. Dunque, scrive il Mazziotti che Americo Sanseverino era presente alla convenzione promossa da re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza.”. Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento” a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo Sanseverino” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45)…..La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46).”. L’Ebner (…) a p. 610 del vol. I, di “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di Capaccio, nella sua nota (46), lo chiama “Arrigo” ed in proposito cita lo stesso pp. 78-80 del Tutini (…) postillando che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner (…), nella sua nota (46) citava Camillo Tutini (…), ovvero il suo: “Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’ pubblicato a Napoli nel 1754. Il Tutini (…), come scrive l’Ebner che lo cita e che a pp. 78-80 in proposito, parlando dei Maestri Giustizieri nel Regno di Napoli al tempo di Roberto d’Angiò scriveva su Americo Sanseverino fosse nato da un altro Americo Commestabile di re Roberto d’Angiò “il comes Caputatii” che (possedeva): “Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”.

Tutini, p. 80

(Fig…) Tutini Camillo, op. cit., pp. 78-80

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (di cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre del Vallo meridionale e delle Valli del Mingardo (‘Stato di Roccagloriosa (133)) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra’ di Casella almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben anche il Patronato”(135).”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Dunque, la notizia sulle date della successione dopo la morte del padre Tommaso (forse Tommaso III) di Sanseverino dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata.

Dunque, Felice Fusco, sulla scorta di Pietro Ebner, cita l’altro Americo Sanseverino che nel 1441 aveva concesso un privilegio agli abitanti di Laurino e che nel 27 febbraio 1433 venne creato da re Alfonso I d’Aragona il 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore. Il Fusco cita l’altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Il secondo Americo Sanseverino fu nominato Conte di Capaccio da Alfonso d’Aragona nel 1433. E’ di questo Americo che parlo.  Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino.

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”.

Nel 1455-1456, Casaletto, Capizzo e Centola erano feudi posseduti da Carlo e Alfonso de Sangro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nel 1456 Casaletto, Capizzo e Centola erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro, investiti di quei feudi dopo la morte del padre Paolo (4).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (4) postillava che: “(4) Ebner, Storia cit., pp. 137 sgg., 192, 201, 207, 217 e 246. Cfr. pure nel mio saggio ‘Economia e società cit., I, p. 262.”. Dunque, Ebner scriveva che nel 1456, i feudi di Centola, Casaletto e Capizzo erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro. I fratelli de Sangro avevano ereditato i feudi dal padre Paolo di Sangro. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 137-138, parlando della Baronia di Novi ai tempi degli Aragona, in proposito scriveva che: “2. Re Alfonso continuò a mostrare la sua cordiale benevolenza nei confronti del fedele Giovanni Antonio Marzano tanto da favorire il matrimonio di Marino, figlio unico del Grande ammirato, con la propria figlia Eleonora, cui diede in dono il principato di Rossano e buona parte della Calabria. Al medesimo barone di Novi, il sovrano donò Gioi, ……Ciò fu possibile perchè la baronia di Novi, passata dai Normanni de Mànnia ai discendenti cadetti dei principi longobardi di Salerno, secondo il diritto longobardo era divisibile. In quel tempo l’antica baronia era diventata un mosaico di feudi. Capizzo, con Casaletto e Centola (a. 1455) erano posseduti da Carlo e Alfonso di Sangro, investiti del feudo di Centola e casali anzidetti per la morte del loro padre Paolo (N Q f 58 e 59). Sala e Salella (N Q f 163), come l’odierno Vallo della Lucania (N Q f 62), già posseduti dai della Ratta di Caserta……Il 28 luglio 1429 (errore di trascrizione nel R Q per 1459) re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola da Procida, conte di Aversa, le terre di Laurito e Vibonati (R Q f 87).”. Dunque, anche in questo scritto Ebner chiarisce che secondo i Registri ancora esistenti, quelli che non sono andati distrutti in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, ed in particolare i Registri Aragonesi, in particolare i Notamenti ai Repertori dei Quinternioni, nel 1455, i feudi di Centola, Capizzo e Casaletto erano stati ereditati dal padre Paolo di Sangro ai figli Carlo e Alfonso di Sangro (N Q f 58 e 59). Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, nel vol. II, a p. 262 parlando di “Centola”, in proposito scriveva che: “vedi vol. II”, ma non dice nulla, forse un errore di trascrizione.

Nel 1463, Lagonegro feudo di Venceslao Saneverino

Da Wikipedia leggiamo che nel periodo feudale, la cosiddetta “terra” di Lagonegro fece parte, della contea di Lauria. Passò successivamente nel 1463 a Vinceslao Sanseverino, dodicesimo conte di Lauria. Non avendo figli maschi ammogliò sua figlia Luisia con Barnaba Sanseverino, fratello di Roberto principe di Salerno, dandole in dote il suffeudo di Lauria consistente in Lauria, Ursomarso, Layno, Castelluccio, Trecchina e cedette le sue ragioni sopra Torturella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Bervicaro. Di Venceslao Sanseverino e di Barnaba ho scritto in un altromio saggio.

Nel 1485, i Petrucci, conti di Policastro e la Congiura de Baroni

Nel 1485, BERNARDINO SANSEVERINO E LA CONTEA DI LAURIA successe al padre BARNABO 

Nel 4 luglio 1487, l’uccisione di Bernardino Sanseverino, conte di Lauria e la confisca dei suoi beni

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come il cugino Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487. Si racconta che morì nelle secrete di Castel dell’Ovo di Napoli il giorno di Natale del 1490 e il suo corpo, chiuso in un sacco, fu gettato in mare dai carcerieri.”.

Nel 1496, re Ferrante d’Aragona devolve Casalnuovo ad Antonio de Cardone e la toglie a Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio per la congiura de’ Baroni

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 635-636, in proposito scriveva che: “Nei ‘Quinternioni’ (4) si legge che “in anno 1496 lo detto Castello sive Casale di Casali nuovo si possedeva per Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, per ribellione del quale re Federico donò detta terra di Casalnuovo a D. Ant. de Cardone insieme con la terra di Rivello”. Ebner, a p. 636, nella nota (4) postillava che: “(4) Quint., 1, f. 277.”. Ebner, a p. 636 scriveva pure che: “I Quinternioni ci informano dei diversi passaggi feudali. Nel ‘500, e fino al 1508, ne era signore Antonio di Cardona. Ecc…”.

Nel 1496, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.

Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona, smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc….”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che G7. Giovanni Andrea (+ 1528), Patrizio Napoletano; ebbe le Serre di Tortovilla e Casaletto il 25-10-1498 e la terra di Misuraca il 25-4-1500, compra Scalea il 25-4-1501, Signore di Misuraca, Scalea, Tortorella con i casali di Libonati, della Battaglia e Casaletto; 1° Marchese di Misuraca dal 4-10-1523. = Andreanna, figlia ed erede di Paolo di Caivano Signore di Misuraca. H1. Paolo (+ assassinato nel corso di una ribellione di villici 1528), Patrizio Napoletano. = Donna Caterina Vittoria Acquaviva d’Aragona, figlia di Don Belisario 1° Duca di Nardò e di Sveva Sanseverino dei Principi di Bisignano (+ uccisa col marito 1528) (vedi/see) H2. Porzia (+ post 13-8-1546); 1 a) = 1523 Ferdinando Piscicelli, Patrizio Napoletano; 1 b) = Ferdinando Caracciolo, Patrizio Napoletano (vedi/see). H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see. H4. Aurelia (+ post 1558) = 1525 Francesco de Guevara Signore di Arpaia e Buonalbergo (vedi/see). H5. Antonia (+ post 1566) = Diego Sandoval de Castro. H6. Giulia = Vincenzo Casera.H7. Lucrezia (+ 3-12-1580), monaca dal 6-2-1528, poi Badessa del monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli dal 1-9-1569 al 30-8-1572.

I CARAFA DELLA STADERA

Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che i l’illustrissima e storica famiglia napoletana Carafa discende da altro più antico casato napoletano: i Caracciolo. Il capostipite fu Gregorio di Giovanni Caracciolo vissuto nel XII secolo, detto Carafa perchè ricopriva la carica di concessionario della gabella sul vino chiamata “campione Carafa”. Guerrello Caracciolo detto Carafa, Maresciallo del Regno, fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Si divise in due grandi rami detti della Spina e della Stadera; capostipite della famiglia Carafa della Stadera fu Tommaso, figlio di Bartolomeo. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nido e, dopo la soppressione dei sedili (1800) fu iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: barone di: Apricena, Binetto, Bonifati, Campolieto, Capriati, Civita  Luparella, Colubrano, Rocca d’Aspro, Rutigliano, Sant’Angelo a Scala, San Mauro, Sessola, Tortorella, Trivigno, Tufara, Vallelonga. marchesi di: Anzi (1576), Baranello (1621), Bitetto (1595), Corato (1727), Montenero (1573), Montesardo, S. Lucido, Tortorella (1710). I Carafa raggiunsero i più alti gradi ecclesiastici nella Chiesa Romana con quindici cardinali e un Papa; Giovan Pietro Carafa (Capriglia 28-6-1476 † Roma, 18-8-1559), figlio di Giovanni Antonio dei conti Carafa e di Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio, feudo in provincia di Teramo, fu eletto Papa il 23 maggio 1555 con il nome di Paolo IV. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”. I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.

Carafa della Spina

Nel 25 aprile 1501, Giovanni Andrea Caracciolo acquista le Terre di Scalea

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “….patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, il quale, due anni dopo, il 25 aprile 1500, divenne anche signore della Terra di Misuraca (60), avendo sposato Andreanna, unica figlia ed erede di Paolo di Caivano. Il 25 aprile 1501 compra inoltre le Terre di Scalea, mentre il 4 ottobre 1523 gli viene concessa dal Vicerè la corona di I° Marchese di Misuraca. A partire da questo periodo le notizie rintracciabili all’Archivio di Stato di Napoli relative a Casaletto diventano sempre più numerose (61). nel 1508 il “Magnifico Ioanni Andrea Caraczolo, (viene) tassato in ducati 51.4.19 1.2 per Turturella et Casalecto, comperia per il detto donativo” (62).”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (60) postillava che: “(60) Oggi Mesoraca, Comune in Provincia di Crotone”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (61) postillava che: “(61) La scarsità  di notizie relative al precedente periodo angioino e aragonese è i realtà dovuta principalmente alla distruzione degli archivi storici avvenuti, in parte, con i bombardamenti del Grande Archivio di Napoli etc..”. Il Montesano, a p. 42, nella nota (62) postillava che: “(62) ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Partium, Inventario 1468-1688, vol. 75, 1508, f. 134”Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che:“In questi anni infelici, tuttavia, un punto di riferimento importante e un elemento di stabilità a Scalea fu rappresentato dalla famiglia Spinelli. Anche questa importante casata calabrese giunse a Scalea ‘maritali nomine’, cioè attraverso un matrimonio. Don Ferdinando Spinelli (morto nel 1547 c.a.), secondo duca di Castrovillari, secondo conte di Cariati, ecc…, sposò in seconde nozze Isabella Caracciolo, figlia ed erede di Giovanni Andrea, primo marchese di Mesoraca, signore di Scalea e Tortorella, e di Andreanna di Caivano, signora di Mesuraca. Con suo figlio, don Troiano I (c.a. 1530-66), secondo marchese di Mesoraca, che nel 1566 ottenne il titolo di principe di Scalea, inizia la serie dei principi. Essi fissarono la propria dimora nel palazzo dove presumibilmente già risiedevano i precedenti signori della città e che ancora oggi porta il nome di Palazzo dei Principi. Nelle sue grandi linee l’edificio, che fu ampliato e abbellito dagli Spinelli, oggi conserva la fisionomia che aveva ricevuto nel Cinquecento.”. Dunque, Giovanni Andrea Caracciolo, marchese di Mesoraca, signore di Scalea e di Tortorella, insieme alla moglie Andreanna di Caivano, ebbero come figli, le figlie Isabella e Porzia. Il Vacchiano ci dice che la figlia Isabella Caracciolo andò sposa a don Ferdinando Spinelli, secondo duca di Castrovillari che la sposò in seconde nozze e da cui si ebbe Troiano II Spinelli. Carmine Manco (…), nella sua “Scalea prima e dopo”, a p. 50, in proposito scriveva che: Tutte queste terre, che erano infeudate, titolate e che davano il titolo principesco, passarono nel 1556 agli Spinelli. Pertanto gli Spinelli presero il titolo di Principi di Scalea. Il primo Principe di Scalea fu Troiano e il secondo Ferdinando. Sotto il governo di questi vennero portati a termine i lavori di ampliamento della loro dimora, già dei Romano e dei Duchi di Sanseverino, che prese l’aspetto attuale e il nome di “Palazzo dei Principi…..(p. 52). Inoltre i tributi erano pesantissimi. L’amministrazione era confusa. Ogni sorta di abusi era possibile. Anche il napoletano Giovan Andrea Caracciolo che accentrava le cariche di fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea ne commise. In tutto questo caos a Scalea si fece qualcosa. I Palamolla riuscirono ad incrementare l’industria serica. Aumentò il commercio di cui erano mercanti oltre ai Palamolla, Sipio e Andrea Caputo, Antonio Macrino e Matteo Manfredi. Ecc…”. Dunque, in questo breve passo il Manco ci parla di Giovan Andrea Caracciolo che nel frattempo aveva assunto diverse cariche pubbliche del Viceregno spagnolo. Egli ricopriva le carice di “fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea“. A questo proposito il Manco scriveva che il Caracciolo aveva commesso diversi abusi. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina. Grazie all’aiuto di alcuni parenti riuscirono a mettersi in salvo soltanto le figlie che, scampate al massacro, trovarono rifugio a Catanzaro. Qui conobbero il duca di Castrovillari Ferrante Spinelli il quale con le sue truppe era corso in aiuto del vicerè Filiberto di Chalois, intento a contrastare il tentativo di conquista della città da parte delle truppe fracesi e di quelle del Duca di Capaccio. Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese: nel 1527 a causa del malcostume del signore e nella messa in pratica del diritto Ius primae noctis, una congiura alimentò una rivolta contadina che causò lo sterminio di parte dei componenti della famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia, che riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584.

Nel 1528, Giovan Andrea Caracciolo muore a Mesoraca in una rivolta contadina

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina.”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese: nel 1527 a causa del malcostume del signore e nella messa in pratica del diritto Ius primae noctis, una congiura alimentò una rivolta contadina che causò lo sterminio di parte dei componenti della famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia, che riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584.

Nel 1532, i feudi e casali di Centola, Capizzo e Casaletto a Girolamo di Sangro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Ecc…”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”. Sulla famiglia dei di Sangro a Centola ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Sempre il Barra, a p. 86, in proposito scriveva che: “Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1548, Trojano Spinelli erditò il feudo della madre

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Da Wikipedia leggiamo che da Isabella Caracciolo e Ferrante Spinelli nasce Troiano che subentro’ al padre.

Nel 1555, Trojano Spinelli vendette Tortorella a Giovanni Antonio Ricca 

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Precedentemente, nel 1555, Trojano aveva già alienato separatamente la Terra di Tortorella a Giovanni Antonio Ricca. Successivamente lo stesso marchese Spinelli la riacquistò dal figlio Cesare Ricca e la rivendette definitivamente a Scipione Oferio per 6.000 ducati. Dopo pochi anni, nel 1569, la Terra di Tortorella passò nelle mani di Francesco Alderisio.”.

CASALETTO E BATTAGLIA SI STACCANO DAL FEUDO DI TORTORELLA

Nel 1562, Giovanni Antonio Gallotti acquistò da Trojano Spinelli, II marchese di Misuraca, Casaletto e Battaglia 

Da Wikipedia leggiamo che nel 1562 i casali di Casaletto e Battaglia furono venduti da Trojano Spinelli, marchese di Mesoraca, principe di Scalea e signore delle terre di Tortorella, al barone D. Giovanni Antonio Gallotti e quindi staccati dal feudo originario (4). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel 1562 i casali di Casaletto e Battaglia furono venduti dal II marchese di Misuraca, signore delle terre di Scalea (I principe di Scalea dal 12 marzo 1566), di Roccapiemonte, di Palazzi, di Brancaleone Trojano Spinelli al barone D. Giovanni Antonio Gallotti e quindi furono staccati dal feudo originario creando, di conseguenza, un nuovo feudo con autonomia propria. L’atto, insieme alla supplica per il Regio Assenso (67), è conservato all’Archivio di Stato di Napoli, archivio dei Quinternioni, Lib. 128, foglio 136.”.

Fabio Carafa, figlio di Lucrezia Carafa e Giovan Francesco Carafa della Stadera, dei conti di Montecalvo

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Dunque, Fabio Carafa, era figlio di Lucrezia Carafa, e di Giovan Francesco Carafa della Stadera, dei conti di Montecalvo. Chi era la madre di Fabio ? Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Lucrezia Carafa era figlia di Berlingieri feudatario di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dunque, la nonna di Giovanni Battista Carafa della Stadera fu Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Carafa e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dei signori di Torella o di Tortorella ?. Sempre dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Sigismondo Carafa (+ 1526), Signore di Montecalvo, Ginestra, Motta, Volturino, Pietra e Corsano investito il 7-5-1501, 1° Conte di Montecalvo dal 1525, Patrizio Napoletano. Sposa nel 1494 Eleonora di Sangro, figlia di Carlo Signore di Torremaggiore e di Caterina Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei Conti di Fondi (+ post 1526) da cui A1. Giovan Francesco (+ Lauro 26-12-1555), 2° Conte di Montecalvo, Signore di Ginestra, Motta, Volturino, Pietra e Corsano dal 1526, Patrizio Napoletano. = Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Signore di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Torella. Sempre dal Libro d’Oro leggiamo che il feudo di Campolieto fu acquistato nel 1584 per ducati 14.50 da Fabio Carafa († 1593), conte di Montecalvo, il quale già possedeva i feudi boscosi di Martina e di Scannamatrea. Il figlio primogenito Francesco, sposò in prime nozze  Zenobia di Bologna e, in seconde nozze, Girolama Tuttavilla. Il feudo col titolo ducale passò nel 1729 a Scipione di Sangro, figlio di don Fabrizio di Casacalenda.

Nel 1600, Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa dei conti di Moncalvo

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel 1600 l’unica figlia di Francesco, D. Vittoria Alderisio, sposò il patrizio Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa (68) dei conti di Moncalvo (69), portando il feudo sotto l’egida della potente famiglia Carafa, che governerà Tortorella, ecc..”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Dunque, riguardo il feudo di Tortorella, Giovanni Battista Carafa della Stadera era il figlio terzogenito di Fabio Carafa dei conti di Moncalvo. Fabio Carafa della Stadera era il 5° figlio di Giovan Francesco Carafa della Stadera dei conti di Montecalvo. Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Giovan Francesco Carafa della Stadera, 2° conte di Montecalvo, morto a Lauro nel 1555, era sposo di Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri feudatario di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dunque, la nonna di Giovanni Battista Carafa della Stadera fu Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Carafa e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella.

Nel 1600, donna Vittoria Alderisio, signora di Tortorella sposò Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa  

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel 1600 l’unica figlia di Francesco, D. Vittoria Alderisio, sposò il patrizio Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa (68) dei conti di Moncalvo (69), portando il feudo sotto l’egida della potente famiglia Carafa, che governerà Tortorella, in maniera a volte dispotica e violenta, fino al 1806. Il titolo di Marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 a Francesco Carafa (70).”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1569, Francesco Alderisio Junior cedette il feudo di Tortorella con i relativi casali e castelli alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa a Gian Battista Carafa. In conseguenza di tale matrimonio il feudo di Tortorella e conseguentemente Bonati, furono uniti al feudo di Policastro.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il nipote di questi, Francesco Alderisio junior, cedette tutto alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa, i seguito, al marchese Giovan Battista Carafa Stadera e, in virtù di tale matrimonio, il feudo di Tortorella passò nelle mani di questa potentissima famiglia che la governò ininterrottamente per circa due secoli, fino all’abolizione della feudalità, (2 agosto 1806).(5)”. Il Guzzo, a p. 203, nella nota (5) postillava che: “(5) F. Rinaldi: Dei primi Feudi nell’Italia Meridionale – Napoli – 1886 – pag. 85.”

Nel 1608, dopo il passaggio di Tortorella ai Carafa della Stadera, il feudo viene diviso e a Scipione Gallotta va Battaglia e Mario Gallotta va Casaletto

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Da questo poi passò ai Gallotti, poi agli Oroferio e quindi al nobile Francesco Alderisio nel 1569.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 45, in proposito scriveva che: “Nel 1608 “Scipione Gallotta (viene) tassato in ducati 19.-16 per Casaletto et Battaglia con l’iurisditione delle seconde cause et portolania”. Da questo documento si evince anche che “quale terre sono state divise trà il detto scipione in ducati 12 et detto Mario Gallotta patre di Giovanni Francesco Antonio cioè à detto Scipione ducati 12 et detto Mario ducati 7.-16; la devisione in Quinternionum 35 f. 92″ (71). Il feudo viene dunque diviso tra Scipione, a cui tocca la Terra di Battaglia, e Mario, al quale va quella di Casaletto.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (71) postillava che: “(71) ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Partium – Inventario 1468 – 1688 – vol. 1997, 1615-1618, f. 190t.”.

Dal 1648, la popolazione di Casaletto

Da Wikipedia leggiamo che nel Seicento il paese fu, come tutta l’Italia meridionale, colpito dalla peste del 1656, che ridusse la popolazione a meno della metà. L’unificazione dei Comuni di Casaletto e Battaglia avvenne nel 1810, per ordine del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ebbe l’incarico dal re di Napoli, Gioacchino Murat, di risolvere il problema del brigantaggio (filoborbonico) nel regno delle Due Sicilie. Giunto nel golfo di Policastro mandò ordini al sindaco di Casaletto di apprestare foraggi e vettovaglie per il suo esercito. Il sindaco però, volutamente o per scarsità di mezzi, non provvide a soddisfare le richieste del generale che, giunto in paese e sospettando il sindaco di essere in combutta con i briganti filoborbonici, lo fece fucilare nel luogo detto “alle pietre del Campo”, ordinando la riunificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia e imponendo al sindaco di Battaglia di trasferirsi a Casaletto, che fu eletto a capoluogo. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 639 e sgg., in proposito scriveva che: Il Pacichelli (1) scrive della vecchia (1648) numerazione del villaggio (fuochi 120 = ab. 600) e nuova (1669) numerazione (82 = ab. 410). Il Galanti (2) ci dice solo dei suoi 961 abitanti, l’Alfano (3), che attribuisce il feudo alla famiglia Gallotti, scrive che contava 990 abitanti. Il Giustiniani (4)….Egli ci informa pure dei censimenti dal 1532 al 1669 (5). In nota (6) dico della popolazione del villaggio dal 1861.”. Ebner, a p. 639, nella nota (1) postillava: “(1) Pacichelli, op. cit., I., p. 336”.  Ebner, a p. 639, nella nota (2) postillava: “(2) Galanti, cit., IV, p. 231.”. Ebner, a p. 639, nella nota (3) postillava: “(3) Alfano, cit., p. 38”. Ebner, a p. 639, nella nota (4) postillava: “(4) Giustiniani, cit., III, Napoli 1797, p. 204.”. Ebner, a p. 639, nella nota (5) postillava: “(5) Nel 1532 (fuochi 105 = ab. 510), 1545 (110 = 550), 1561 (113 = 565), 1595 (132 = 660), 1648 (120 = 600), 1669 (82 = 410)”. Ebner, a p. 639, nella nota (6) postillava: “(6) Nel 1861 (2379), 1881 ecc…”. Il Giustiniani (….), nel suo vol. II del “Dizionario istorico-ragionato del Regno delle Due Sicilie”, a p. 224 ci parla di Battaglia:

Giustiniani, II, p. 224 su Battaglia

Nel 1696, Ettore Carafa della Stadera, conte di Policastro e barone di Battaglia

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta ?) per ducati 3260 (2).”. Ebner, a p. 550, nella nota (1) postillava: “(1) Giusiniani, op. cit., II, Napoli, p. 224.”. Ebner, a p. 550, nella nota (2) postillava: “(2) Quint., 174, f 105”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 213 parlando di Battaglia, in proposito scriveva che: “Appartenne, di certo, insieme con il vicino villaggio di Battaglia, al feudo dei Conti Carafa della Spina, padroni e signori di Policastro, che vi esercitarono a lungo un dominio ferreo e impietoso (1).”. Il Guzzo, a p. 213, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Op. cit., p. 639. L. Tancredi: Il Golfo di Policastro – Op. cit. – pag. 73.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 213 parlando di Battaglia, in proposito scriveva che: “Il flagello della peste del 1656 decimò l’operosa popolazione al punto da indurre Ettore Carafa, nel 1696, a vendere il casale al barone Carlo Gallotti, già proprietario di vigne e terreni.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive……dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell’antica chiesa di S. Vito fuori dell’abitato.”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni).

BATTAGLIA

Da Wikipedia leggiamo che la frazione maggiore, Battaglia, è un borgo medievale risalente circa al XII secolo col nome di Bactalearum. Essa sorge a meno di 300 metri (in linea d’aria) da Casaletto, da cui dista 3 km di strada. In base allo statuto comunale essa è l’unica località riconosciuta come frazione propriamente detta. La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti. Esse sono: Affonnatora, Barbieri, Caravo, Castagna Grossa, Castello, Cerreta, Chiapponi, Conca, Farneto, Gioncoli, Grimalziali (o Gramiziali), Marano, Mariolomeo, Melette, Monte Grosso, Pantanelle, Pié dei Balzi, San Teodoro, Serra dell’Edera, Sisamo, Valle Frassino, Vallennora, Vallonsecco e Varco delle Chiappe. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando del casale di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (1) pone il villaggio in una valle circondata da monti a sei miglia dal mare di Vibonati e a 70 da Salerno. Ai suoi tempi il villaggio contava 960 abitanti, tutti dediti all’agricoltura.”.

La Famiglia Gallotti ed il Palazzo Gallotti a Battaglia

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito in Gallotti compie cento anni. In realtà lei non immagina lo straordinario traguardo, la sua memoria è offuscata da un secolo esatto di vita e ricordi e pensa di non aver ancora superato i sessanta… ma ciononostante, volitiva ed energica come da ragazza, ha deciso di non lasciar passare inosservata la ricorrenza, invitando a palazzo tutto il paese, saranno suppergiù duecento anime. A Battaglia la conoscono tutti. È la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Un cognome importante, una famiglia illustre, feudataria anche di Casaletto, Farneto, Valladonna, riconosciuta nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. Ma a Donna Maria i titoli non sono mai interessati. Conosce Giosuè, suo unico fidanzato e marito, praticamente in culla, perché nati nello stesso anno a distanza di appena due mesi. La scintilla tra i due scoppia che sono adolescenti. La madre, nonna Menchina (Domenica) la manderà a studiare dalle monache clarisse di Teggiano, lui diventerà avvocato nel periodo bellico e nel 1940 si uniranno in matrimonio. La cerimonia avvenne proprio lì dove oggi spegnerà le sue cento candeline: a Palazzo Gallotti, imponente e superba residenza del 1400 che domina tutta la vallata del Rio Casaletto e guarda al mare di Tortorella. È qui che la dolce vecchina, madre di cinque figli, Giuseppe (ex funzionario dell’Enpi), Prosperina e Carla (insegnante di lettere e storia dell’arte) e Mario (architetto), nonna di sette nipoti (uno di loro è sacerdote a Salerno) e dodici pronipoti, vive ancora giornate lunghe e intense passate a ricordare. Questa residenza rappresenta la sua storia e quella della sua famiglia. Addirittura qui, durante il bombardamento, si trasferì temporaneamente il banco di Napoli che dovette abbandonare la sede di Sapri. E quando si faceva festa, da Salerno, dalla città, arrivavano i cognomi più influenti dell’epoca: Severini, Finamore, Tortorella. Il marito l’ha lasciata appena quattordici anni fa, si può dire che hanno trascorso una vita insieme, sempre sotto braccio. Lui non ha mai professato l’avvocatura per tutelare gli interessi di famiglia, lei, figlia di un’epoca in cui le suore non rilasciavano un diploma di studi finito se non un zibaldone di cultura generale, era molto rammaricata di non poter lavorare. Fu una donna all’avanguardia per la sua epoca. I figli raccontano di una mamma indipendente nel temperamento, molto più autoritaria del babbo, e soprattutto molto attiva, moderna. Faceva parte del Cif, il Centro Italiano Femminile, riuscì a fondare un asilo, ma soprattutto tutti se la ricordano quando, in sella al cavallo, imbracciava il fucile e andava a caccia, una delle sue tante passioni. Tra queste c’era anche il fumo. Incurante delle eventuali critiche, al pomeriggio, durante una partita di poker, si concentrava accendendosi una sigaretta. In paese forse era la sola ad avere la patente, insomma una donna con i pantaloni. Bruna, nasino alla francese, capelli ricci, Donna Maria era bellissima, e sempre alla moda. Gli abiti se li faceva realizzare da una sartoria di Napoli. Oggi come ieri custodisce la sua raffinatezza in una chioma di lunghi capelli bianchi che ogni mattina spazzola e raccoglie con una pettinessa. Saranno passati cento anni, eppure ancora adesso predilige i colori chiari e sgargianti e ama mangiare. Del resto è stata anche un’ottima cuoca. Pur essendo la “baronessa” con tanto di servitù e cuoco, è sempre stata lei a curare i pranzi per gli ospiti. La sua specialità era il tacchino ripieno che mangiavamo a capodanno e il brodo con le “fans”, palline di pasta choux che preparava con la massima cura e dovizia. E poi, come dimenticare le sue dispense colme di conserve e fichi secchi, salumi e tutto quello che la terra produceva. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito compie cento anni. Donna Maria Amato Polito era la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. La madre, nonna Menchina (Domenica).  Madre di cinque figli, Giuseppe (ex funzionario dell’Enpi), Prosperina e Carla (insegnante di lettere e storia dell’arte) e Mario (architetto), nonna di sette nipoti (uno di loro è sacerdote a Salerno) e dodici pronipoti, vive ancora giornate lunghe e intense passate a ricordare. Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca.

Nel 1300, il Santuario della Madonna dei Martiri a Battaglia

La cappella della famiglia Polito-De Rosa a Battaglia

Dal 1535, la popolazione di Battaglia

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Battaglia, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (1)…….Ai suoi tempi il villaggio contava 960 abitanti, tutti dediti all’agricoltura. Dal Giustiniani si apprende pure dei sensimenti dal 1532 al 1669, quando la popolazione era ancora più che dimezzata per la peste del 1656 (4).”. Ebner, a p. 550, nella nota (1) postillava: “(1) Giusiniani, op. cit., II, Napoli, p. 224.”. Ebner, a p. 550, nella nota (4) postillava: “(4) Nel 1535 (fuochi 66 = ab. 330), nel 1545 (69 = ab. 345), nel 1561 (74 = 370), 1595 (85= 430), nel 1648 (127 = 635), 1669 (57 = ab. 285).”

Nel 1696, Carlo Garlotta (o Gallotti ?) acquistò Casaletto e Battaglia da Ettore Carafa, conte di Policastro

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo vol. II del “Dizionario istorico-ragionato del Regno delle Due Sicilie”, a p. 224 ci parla di Battaglia: “Nel 1696 Ettore Carafa conte di Policastro la vendè a Carlo Carlotta per ducati 3260 (3).”. Il Giustiniani, vol. II, a p. 224, nella nota (3) postillava: “Quint. 174. fol. 105”. Il Giustiniani (….), nel suo vol. II del “Dizionario istorico-ragionato del Regno delle Due Sicilie”, a p. 224 ci parla di Battaglia: “Nel 1696 Ettore Carafa conte di Policastro la vendè a Carlo Carlotta per ducati 3260 (3).”. Il Giustiniani, vol. II, a p. 224, nella nota (3) postillava: “Quint. 174. fol. 105”. Il Giustiniani (….), nel suo vol. II del “Dizionario istorico-ragionato del Regno delle Due Sicilie”, a p. 224 ci parla di Battaglia: “Vi era il casale di ‘Tornito’, che si possedeva da Scipione Gallotta (4).”. Il Giustiniani, vol. II, a p. 224,nella nota (4) postillava: “Quint. 35. fol. 92”.

Giustiniani, II, p. 224 su Battaglia

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta ?) per ducati 3260 (2). Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito (3).”. Ebner, a p. 550, nella nota (2) postillava: “(2) Quint., 174, f 105”. Ebner, a p. 550, nella nota (3) postillava: “(3) Quint. 35, f 92”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 213 parlando di Battaglia, in proposito scriveva che: “Il flagello della peste del 1656 decimò l’operosa popolazione al punto da indurre Ettore Carafa, nel 1696, a vendere il casale al barone Carlo Gallotti, già proprietario di vigne e terreni.”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Casaletto, a p. 639.

Nel 14 gennaio 1768 muore Mario Gallotti, barone di Battaglia

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”.

Nel 1799, i Sanfedisti borbonici ed i moti carbonari del basso Cilento

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”.  Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: (279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: (280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281) Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”. Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”.

Nel 1808, il Fortino del Cervato, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”.

Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois

Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).

Nel 1810, i francesi Napoleonici unificarono i due Comuni di Casaletto e Battaglia

I GALLOTTI di CASALETTO SPARTANO e BATTAGLIA

I GALLOTTI A SAPRI: GIOVANNI (padre), ex barone di Casaletto e Battaglia ed i figli: RAFFAELE, SALVATORE, don FILOMENO (sacerdote) ed EMANUELE, ed il nipote di Giovanni, PAOLO GALLOTTI proprietario della taverna del Fortino  

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, il sacerdote don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che aveva abitazioni a Sapri e al Fortino di Casaletto. Sua madre era Rachela Giudice. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncua di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”. Sulle origini del feudo di famiglia, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone Mario Antonio Gallotti. Il barone Mario Gallotti morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio Mario Antonio Gallotti che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo “L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Sui Gallotti ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a pp. 74-75, parlando di Rocco Stoduti di Torraca e della reazione Sanfedista del 1799,  in proposito scriveva: Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Rocco Stoduti (padre) uccise tre esponenti della famiglia Gallotti a Torraca e a Vibonati decapitò crudelmente il sindaco Giovanni Alano. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885. Felice Fusco scriveva che Antonio Pizzolorusso (….), dei liberali promessi a Pisacane, riporta i nomi dei Gallotti, della famiglia Gallotti baroni di Battaglia, di don Giovanni Gallotti e dei suoi figli: i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio, Francesco e Giovanni , Forte Antonio, Francesco e Angelo, Romano Federico , Vecchio Giovanni, Cardillo Michele e Giuseppe e Cardillo Michele, di Giuseppe , de Marco Michele e Gaetano , Scolpino Felice , Paolo e Giuseppe, Tepidino Vincenzo , Padula Vincenzo e Michele, Masullo Raffaele, Gervasi Vincenzo, Bianco Angelomaria, Soriano Domenico, Robertucci Michele e Alferio, Ferrara Antonio, Gallo Michele, e Amabile, Faluotico Giuseppe, Mugno Vincenzo e Fiorante, Volpe Pietro, di Giuseppe Michele, sacerdote, Bruno Gabriele, Alliegro Domenico, Sanseverino Raffaele, Perillo Francesco , de Rosa Tommaso, Falce Antonio, Cernicchiaro Pietro , Bifano Pasquale, Zipparro Domenico, Viggiano Pietro e Carlo , Alfano Michele , Gallo Vincenzo , Patrizzi Giuseppe e Raffaele, de Simone Giovanni, di Giuseppe Evangelista, Arato Vincenzo, Barra Michele , Rizzo Ignazio , e Pierri Vincenzo , di Padula , La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola , Diomede e Francesco , di Sapri, Curcio Giuseppe, Peluso Liborio , Cioffi Nicola e Vincenzo , Barra Carmine, Zipparri Pasquale , Caccurri Camillo , Gravina Pietro, Cernicchiaro Pietro , Felizzolo Biagio , Falce Giuseppe , P. Luigi da Torraca , Bifani Pasquale e Nicola, Brandi Pasquale, Falco Carmine, Viggiano Carlo e Cono, Zipparro Domenico e Antonio , Mercadante Nicola , Cesarino Francesco , Falce Anna e Antonio , Fiorito Francesco, di Torraca; Lenza Giovanni, di Roccagloriosa ; de Benedictis Giuseppe, Brienza Angelo e Vincenzo , Cammarano Raffaele, Arenaro Vincenzo , Trotta Pietro , di Sassano ; Morone Tommaso , di S. Giacomo ; Matina Giovanni, di Diano, de Stefano Baldassarre ed Ermenegildo, di Casalnuovo; Bellezza Angelo, di Buonabitacolo e Rega Vincenzo , di Giffoni ; Scorziello Pasquale, di Roccadaspide; Orlando Pasquale , di Agnone ; Mazzariello Angelo, di S. Giorgio ; Mangia Nicola, di Poderia; Botta Pietro, di Giffoni, Budetta Pasquale, Pietropaolo e Agostino , Pizzuti Luigi, Masucci Giuseppe , d’Aiutolo Agostino , di Rovella ; Calabritto Tommaso , di Pugliano ; Quaranta Angelo, di Palo ; Esposito Anselmo, di Nocera ; Sarnelli Gioacchino , di Bracigliano; Lobuglio Giuseppe, di Diano ecc .”. Dunque, Pizzolorusso elenca i “pochi che ne presero parte”, riferendosi alla Spedizione di Carlo Pisacane, e come vediamo nei citati nomi tratti dall’elenco di Pizzolorusso notiamo diverse famiglie e nomi che, oltre ad essere del posto e dei paesi circonvicini a Sapri (del basso Cilento) figurano pure molti di Torraca e di Sapri. Pizzolorusso pubblicò il suo testo nel 1885, quando già erano noti gli atti tratti dal processo di Firenze intentato dal Nicotera. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: (66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”

Nel 1848, nel 1857 e nel 1860, don Giovanni Gallotti, barone di Battaglia e di Casaletto Spartano

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Chi era il barone don Giovanni Gallotti che come vedremo aveva una casa al Fortino ed una casa a Sapri in via Nicodemo Giudice. Non era uno dei Gallotti del Palazzo in Piazza Plebiscito. Egli apparteneva ad una nobile famiglia di feudatari di Battaglia che è ed è stata baronia e frazione del comune di Casaletto Spartano nei cui confini vi è la contrada del Fortino di Cervara. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Casaletto Spartano”, vol. I, a p. 639, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2) ci dice solo dei suoi 961 abitanti, l’Alfano (3), che attribuisce il feudo alla famiglia Gallotti, scrive che etc…”. Ebner, a p. 639, nella nota (3) postillava: “(3) Alfano, op. cit., p. 38.”. Si tratta di Giuseppe Maria Alfano, ed il suo “Istorica descrizione del Regno di Napoli diviso in docedi provincie etc…”. L’Alfano a p. 117 ci parla della Provincia di Principato Citeriore o di Salerno e a p. 114, in proposito scriveva che: “Terra sopra una roccia di pietri vive, d’aria bassa, Diocesi di Policastro, etc…Il suo titolo di Baronia è di Gallotti.”. L’Alfano, a p. 111 scrive la stessa cosa di Battaglia. Dunque, la baronia era di Casaletto e di Battaglia. Il Guzzo però parlando del casale di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva pure che: “Dalla famiglia Caracciolo il feudo passò al marchese di Misuraca, Troiano Spinelli, il quale, nel 1555, lo vendette a Giovanni Antonio Ricca. Da questi passò ai Gallotti, poi agli Oferio etc…”. Dunque, i Gallotti erano stati anche baroni di Tortorella. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Tortorella”, vol. II, a p. 678, in proposito scriveva che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carafa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti, etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava: “(21) Tancredi, Il Golfo di Policastro, cit., p. 72”. Infatti, Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, a p. 73, in proposito scriveva che: “Il palazzo bastionato dei Baroni Gallotti, dominante da una piccola altura il caseggiato di Battaglia, fu costruito nel Cinquecento. La via “Rupazzi” collegava Casaletto con Tortorella.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone Mario Gallotti. Il barone Mario Gallotti morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio Mario Antonio Gallotti che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncua di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”.

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Nicola Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da  Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”.

Nel 1848, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico.

Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”

Nel 1857, il barone don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore, si erano consegnati al giudice di Lagonegro

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.  

Nel 30 giugno, 1857, Pisacane ed i suoi “Trecento”, al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua..  

Nel 1858, Cesare Gallotti, Ministro della Giustizia del Regno delle Due Sicilie

Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; nel 1858 il concittadino Avvocato Generale Cesare Gallotti, venuto per affari personali, quando era Direttore del Ministero di Giustizia, etc…”. Dunque, Raele scriveva che l’Avvocato Generale, Cesare Gallotti (…), nel 1858, Direttore del Ministero della Giustizia del Regno delle Due Sicilie sotto il regno di Ferdinando II, era di Lagonegro e, nel 1858 si recò a Lagonegro per affari personali. Non sappiamo se i Gallotti di Lagonegro fossero imparentati con i Gallotti di Casaletto Spartano, quelli per intenderci che avranno un ruolo nello Sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane a Sapri. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 479, in proposito scriveva che: “……

Nel 4 settembre 1860, a Vibonati, le neviere per la preparazione del ghiaccio per la preparazione dei gelati

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”.

Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, proprietario della taverna del Fortino che ospitò Garibaldi

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”.

Nel 1879, a Napoli muore il barone GIOVANNI GALLOTTI

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Gallotti (Napoli, 13 aprile 1803 – Napoli, 31 gennaio 1879) è stato un politico italiano. Discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1862. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno, Napoli e Sicilia”, Parte II, Cap. XIV, ed……., a p….., in proposito scriveva che: 3 agosto 1860 — Il comandante del primo battaglione era Achille di Lorenzo, succeduto al barone Gallotti, dimissionario. Nell’agosto, dei capi della guardia nazionale, cioè di quei primi capibattaglione, che avevano firmato nel luglio il magniloquente e comico indirizzo a don Liborio, rimaneva il solo Domenico Ferrante. I nuovi erano: Achille di Lorenzo, Gioacchino Barone, Francesco Caravita di Sirignano, il marchese di Monterosso, Raffaele Martinez, il marchesa di Casanova, Paolo Confalone, Michele Praus, il marchese Paolo Ulloa, il duca d’Accadia e Giovanni Wonviller, anzi Giovannino “Wonviller, come lo chiamavano gli amici. Allora era giovane, elegante, galante, uno dei lioni alla moda. Con gli animi cosi agitati, le voci più balorde trovavano credito, e le paure più puerili erano all’ordine del giorno. Il 16 agosto, una pattuglia di truppa regolare s’incontrò al largo etc…”

Nel 1880, l’Avv. Giuseppe GALLOTTI, barone di Battaglia e Casaletto Spartano, Senatore del Regno d’Italia

Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito in Gallotti ecc.. A Battaglia la conoscono tutti. È la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Un cognome importante, una famiglia illustre, feudataria anche di Casaletto, Farneto, Valladonna, riconosciuta nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. Dunque, Maria Amato Polito fu sposa di Giusuè Gallotti, barone di Battaglia. Secondo l’articolo sulla rete, Giosuè Gallotti era figlio del noto letterato e patriota napoletano Giuseppe Gallotti, che, nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Sul blog sulla rete troviamo scritto che l’amore per Giosuè, suo unico fidanzato e marito avvocato, figlio di Giuseppe Gallotti nel 1880 senatore del Regno d’Italia. Lo sposò nel 1940 proprio a Palazzo Gallotti, residenza del 1400, dove Donna Maria ha dato alla luce i suoi figli Giuseppe, Prosperina, Carla e Mario. Nonna di sette nipoti e dodici pronipoti. Il marito l’ha lasciata quattordici anni fa, dopo una vita sempre insieme, mano nella mano. Vive ancora nel suo castello, di fronte c’è Casaletto Spartano. Domina la vallata sul rio e ricorda un passato importante, di fatti che hanno rappresentato la storia per questo borgo.  

Nel 1931, Francesco Polito-de Rosa, Sostituto Procuratore del Re del Regno d’Italia firmò insieme a Mario Gallotti (podestà di Tortorella), la memoria sul comune di Tortorella 

Nicola Montesano (…), nel suo  ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 74 in proposito scriveva che: L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni,…….avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano (…), a p. 74 scriveva che questa leggenda “….si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, …..(108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi di usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi di usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”.

Nel 1943, durante i bombardamenti a Sapri, il Banco di Napoli venne trasferito a Battaglia nel Palazzo Gallotti

In un blog tratto dalla rete che parla della famiglia Gallotti di Battaglia apprendiamo che nel Palazzo Gallotti, imponente e superba residenza del 1400 che domina tutta la vallata del Rio Casaletto e guarda al mare di Tortorella, durante il bombardamento, si trasferì temporaneamente il banco di Napoli che dovette abbandonare la sede di Sapri.

I capelli di Venere

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio e Archivio Comune di Sapri); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(….) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.

(…..) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383

(….) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135.

(….) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (10). Si veda anche Porfirio (23) (Archivio Attanasio)

(….) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26- 29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952

(….) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370)

(….) Lanzoni Francesco, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323

(….) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in se-guito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino).

(….) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Ro- ma, 1976, per la traduzione del testo latino

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(Fig. 1) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G., ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976 (17-18).

(….) Ughelli Ferdinando, Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli, op. cit. (1), p. 136 nota (c).

(….) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571; il Gaetani dice si veda Libro 2, Cap. 2, oppure libro II, part. I, p. 136 e s.

(…) Acocella Nicola, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII,  Salerno, 1963, parte II, p. 6

(….) Porfirio Gaetano, Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(….) Cammarosano P., Storia dell’Italia medievale, dal VI all’XI secolo, ed. Laterza, Bari, 2001, p. 98

(….) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, Tomi II, Cap. III, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino.

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(28) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963 (Archivio Attanasio)

(….) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017

(….) Gay I., L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri Ernesto, op. cit., 54.

(….) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoesche, pp. 102 e 134.

(….) Troya C., Storia dell’Italia nel medio-evo, ed. Stamperia Reale, Napoli, 1841, vol. I, pp. 141 e 142.

(….) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti Giorgio, 1780

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’Opac, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.

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(…) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi,  ed. di storia e letteratura, Roma, 1973, p. 91 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Attanasio)

A. Dufourcq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326

Nel 1079, il ‘Portu’ (Sapri ?), nella ‘Bolla di Alfano I’, Arcivescovo di Salerno

Gli studi e le ricerche

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) un mio studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medievale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale. Anche se oggi è rimasta poca memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti che l’aspro territorio del Golfo di Policastro e del ‘basso Cilento’ ha avuto nei secoli. Lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia dei nostri territori. In particolare in questo studio parlerò della Lettera pastorale (Bolla di Alfano I), con la quale l’Arcivescovo di Salerno Alfano I (3), annunciava alla Chiesa Paleocastrense, la riattivazione della loro sede episcopale con la nomina di Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno). Nella lettera episcopale ‘Bolla di Alfano’, datata 22 ottobre 1079, si citava il toponimo di Portu’, da individuarsi con Sapri.

Le nostre terre dopo la caduta dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II e la conquista Normanna di Roberto il Guiscardo

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Ebner, Storia Economia e Società nel Cilento.”. Ebner , ne ha parlato nel volume citato ma ne parla soprattutto nell’altro suo volume curato da La Greca (…), che nel ….., ristampò ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblicava integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Scrivono i due studiosi Natella e Peduto (2) che, “la ripresa cattolica-romana in policastro e la restaurazione della sede episcopale, è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica Normanna.”. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. Noi, non concordiamo del tutto con questa tesi, in quanto crediamo che i Normanni non odiassero del tutto il rito greco di cui questa zona era intrisa anche a causa dei numerosi Cenobi basiliani sorti in epoca precedente. La nostra tesi è inoltre suffragata dall’antica pergamena greca, d’epoca Normanna e datata anno 1097, pubblicata dal Trinchera (8) e, di cui abbiamo parlato in un altro nostro studio ivi pubblicato (28). L’antico documento membranaceo (28), è dello stesso periodo storico della nota Lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I, di cui parliamo quì ma per noi è un ulteriore conferma e testimonianza storica del passato in quanto in esso si riporta un privilegio concesso da un nobile Normanno ad un monaco di Vibonati che voleva costruire un monastero a ‘Scido’ che noi crediamo fosse l’originario toponimo di Sapri.

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(Fig. 2) Documento (28) dell’anno 1097, pubblicato da Francesco Trinchera (8), a p. 80 (Archivio Storico Attanasio)

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Policastro a pp. 257-258, in proposito scriveva che: “Con la latinizzazione del rito Ortodosso, l’Arcivescovo Alfano di Salerno ripristinò la sede vescovile di Policastro, rendendola suffraganea dell’archideocesi metropolitana. Fu consacrato vescovo della nuova sede il benedettino Pietro da Salerno, detto Pappacarbone, tra il 1067 ed il 1068 (70).”. Il Campagna, a p. 258, nella sua nota (70), postillava che: “(70) Sull’anno di nomina, erroneamente ritenuto il 1070 oppure il 1079, P. Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc., op. cit., p. 89.”. Il Campagna, a p. 258, scriveva che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille, era retta da Guido, fratello di Gisulfo di Salerno.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66, nella nota (231) postillava che: “(233) Non mi sembra falsa, come giudica il Cappelli p. 202, la lettera di Alfano che va però retrodatata. Con essa l’arcivescovo Salernitano affidava al monaco cavense Pietro da Salerno la ricostruita diocesi di Policastro, delimitata nell’informe quadrilatero Scalea-Latronico-Torre Orsaia- mar Tirreno. Cfr. Pietro Ebner, Pietro da Salerno cit., p. 13. L’esplicita menzione di Didascalea, Rotonda, Mercuri indica che la valle del Lao non era più bizantina ma normanna (Roberto il Guiscardo), per cui la mia induzione che parte dei castelli donati da Roberto a Sighelgaita come morgingab forse erano ubicati proprio nel territorio confinante con la contea di Policastro (era stata affiata al fratello di Sighelgaita, il prode Guido) la quale certamente comprendeva le terre limitrofe dell’odierna regione lucana (sulla dote di Sighelgaita vedi Pirro cit., I, p. 75 etc…”.

Nel 1079, i confini e le trenta località della restaurata Diocesi di Policastro, nella ‘Bolla di Alfano I’

La seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, nella sua nota (187), postillava che: “(187) Nel 1067 fu consacrato vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, cavense; nel 1079, avvenuta la restaurazione della territorio diocesano, furono aggregate a Policastro, sulla costa meridionale, le parrocchie di Porto (Sapri), Marathia, Castrocucco, Turtura, Laeta, Didascalea, Languenum (Laino), Avena, Mercuri, Abatemarco, da Bolla di Alfano, arcivescovo di Salerno, copia notarile del 1737, da cui copia manoscritta dalla Curia di Policastro, autenticata dal vescovo A. De Robertis e controfirmata dal cancelliere di Lauria, M. Lombardo, in data 20 gennaio 1745. Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. Ma, come vedremo, la nota ‘Bolla di Alfano I°’ oltre a riportare 15 località (le ultime) che oggi non fanno parte della Diocesi di Policastro-Teggiano e che come vedremo furono in seguito aggregate alla Diocesi di Cassano Ionico, non riporta alcune località che pure già esistevano sul territorio dell’entroterra del Golfo di Policastro. C’è da chiedersi come mai la lettera pastorale del primate Salernitano nel delimitare i confini della ricostruita diocesi di Policastro (ex diocesi dell’antica Bussento), non nominava località come Bonati, Sicilì, Morigerati, Casaletto, Battaglia. FOrse che questi centri ricadevano in un’altra diocesi ?. Biagio Moliterni (29), nel suo recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, a p. 17, in proposito scriveva che: “Un altro punto non del tutto chiaro della lettera di Alfano I riguarda l’ambito territoriale entro cui era circoscritta la diocesi di Policastro. Rimangono infatti di incerta determinazione alcune delle località ad essa aggregate, i cui toponimi sono oggi scomparsi: “medium castrum” (36), il “castellum quod dicitur de Mandelmo” (37), “Arriusu” (38), “Sanctum Athanasium” (39) e “Trolotinum” (40). Più sicuro appare il riconoscimento del “Portu” (41) e di “Caselle” (42), che sembrano avere delle corrispondenze rispettivamente con Sapri, un tempo porto e frazione di Torraca, e con Caselle in Pittari. “Ylice”, o forse “Ulice” (43), dovrebbe corrispondere all’attuale Lauria, se non proprio alla località lauriota di “Timpa di d’Elce”, “Timpa d’Ilice”, in dialetto, dove fino agli anni ’60 del secolo scorso erano ancora visibili degli antichi ruderi. Ecc..”. Il Moliterni, a p. 17, nella sua nota (36), postillava che: “(36) ………………………”.

Pietro Ebner (23), sulla scorta di Paolo Diacono (9) e di Goffredo Mataterra (24), parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini. “. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Anche per quanto riguarda la latinizzazione di chiese, grangie ed asceteri della costa il mandato pontificio fu devoluto all’episcopato di Salerno e alla Badia di Cava. Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”.

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(Fig. 15) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I. L’immagine illustra un particolare della pagina 30v., tratta dal “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, contenuta nel manoscritto Patetta 1621 (28), in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?).

Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai ma arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…). L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (3), si citavano: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), ecc..

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

stralcio delle località sulla bolla di Alfano

(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicata nel 1831, vol. II, a p. 69 (della 2° edizione del 1902, ristampata nel 1970), parlando delle origini di alcuni centri della Basilicata e, in particolare parlando di Lauria, in proposito scriveva che: “Nella bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno che determina la diocesi di Policastro, nel 1079, Lauria è detta ‘Ulia’, con aferesi della prima sillaba ‘la’, quasi questa fosse l’articolo che il latino non comporta. In questa bolla (pubblicata nella ‘Paleocastren. Dioeceseos historia-cronologica. Synopsis’, etc, Neapoli, 1831) si nominano, come paesi della diocesi, tra gli altri,….’Lacumnigrum, Revelia, Triclina, Ulia, Seleuci, Latronicum, Agrimonte, S. Athanasium (presso Rivello), Vinanellum (Viggianello), Rotunda, Languenum (Laino)….Dida, (Dina, isoletta) Scalea….Laeta (Aieta), Marathia, etc….Ma io dubito dell’autenticità di questa carta. – Altri avevano letto ‘Ulci’ la ‘Ulia’ di questa bolla; e di qua molti arzigogoli, di cui è un qualche cenno in Giustiniani, Diz. geogr. ad v. Lauria, ecc…”. L’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I° trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc….Sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 80 e s. parlando della Diocesi di Policastro e di Lagonegro in proposito scriveva che: “II. Lagonegro ha fatto parte sempre della Diocesi di Policastro, e coll’antico nome latino di ‘Lacusniger’ trovasi noverato nella bolla dell’Arcivescovo Alfano di Salerno del 1079, con la quale fu ricostruita la Diocesi Bussentina. In detta bolla, che è ricordata nella Sinossi storica della Diocesi di Policastro (1), questa è circoscritta nei suoi antichi confini più estesi degli attuali, dal Cilento fino al fiume Mercuri in Calabria, e comprendeva molte Città e terre del Salernitano, della Basilicata e della Calabria.”. Dunque, il Pesce (…) ci ricorda che nella bolla di Alfano I°, il toponimo di Lagonegro ivi riportato è Lacusniger e non come è scritto in Laudisio (…), nella versione del Visconti, è scritto: “Lacumnigrumcome scrivevano invece il Troccoli e il Tancredi. Carlo Pesce ci cicorda che: “(1) Vedi il libro edito nel 1831 per ordine di Monsignor Laudisio ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica Synopsis’, che dicesi composta dal can. Rossi di Rivello.”. Il can. Rossi di Rivello, secondo ciò che trovo scritto sul testo della ‘Synopsi’ ripubblicato dal Visconti (…) trovo scritto “Lacumnigrum” e non “Lacusniger” come dice il Pesce. Dunque c’è qualcosa che non mi torna. Come mai il Rossi pubblicò “Lacumnigum” ? Sul testo originale e inedito della “Bolla di Alfano I° conservato all’Archivio Arcivescovile della Diocesi di Policastro a Policastro è scritto “Lacunigru“. Anche il manoscritto del Mannelli (…) citò la bolla di Alfano I° ma in esso non si leggono le località. Anche a pp. 128 e 130 il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto “Policastro Bussentino”, riportava la ‘Bolla di Alfano I° ma riportava dei toponimi differenti rispetto all’originale inedito concessoci dall’attuale Archivista Don Pietro Scapolatempo (…). Il Cataldo riportava “Lacumnigrum”. Della ‘Bolla di Alfano’ ne parlò anche il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani”, pubblicato nel 1888, a p. 17 ma, la cita trascrivendone l’intitolazione senza trascriverne il testo completo. Il testo completo con i relativi confini della pastorale sono in Pietro Ebner (…), nel suo ‘Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Ebner (…) a p. 92 in proposito scriveva che: “Il testo, così autenticato e che trascrivo tal quale, è solo nell’introvabile saggio ‘Paleocastren dioecesis’ (Napoli 1831) del bussentino vescovo N. M. Laudisi, noto per serietà di studi e qualità umane, ecc…”, riportava “Castellum quod dicitur Mandelmo – Camarota – Arriuso – Caselle – Turturella – Turraca – Portum – Lacumnigrum – Revelia – Triclina – Ulia – Seleuci – Latronicum – Agrimonte – S. Athanasium – Vimanellum – Rotunda – Languenum – Rosolinum – Avena – Regione – Abb. Marcu – Mercuri – Ursimarcu – Didascalea – Castrocucco – Turtura – Laeta Marathia.” che sono le stesse località che trascrive il Laudisio (…) nella sua ‘Synopsi’ che come abbiamo visto fu curata dal sacerdote di Rivello De Rossi. Si è visto come il toponimo di “Lacumnigrum” riportato dal Laudisio non corrisponde al toponimo di “Lacunigru” riportato sull’originale concessoci all’ADP. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I° aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I° questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano.

Il ‘Portu’ (Sapri ?), citato nella ‘Bolla di Alfano I’

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(Fig. 16) Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino (3) – particolare di alcuni toponimi tra cui ‘Portu’

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(Fig. 17) Bolla di Alfano I, stà in ‘Chartularium ecclesiae Salernitanae’ (Ms. Vaticano Patetta 1621), p. 30v., (28), in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?).

Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la Bolla di Alfano I è una fonte archivistica di notevole importanza anche per la toponomastica dei luoghi che ivi si citano. Riguardo la storia di Sapri, l’antica pergamena (membrana), d’epoca Normanna, è importantissima per la citazione dei toponimi locali (nomi dei luoghi) che costituivano la Diocesi di Policastro. Come abbiamo già avuto modo di spiegare, di questo antichissimo documento, esistono due copie di cui quì mettiamo a confronto due particolari tratti dagli originali delle due copie fino ad oggi conosciute dell’antichissima lettera, o Epistola (Bolla) dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Figg…….), d’epoca Normanna. In esse vengono elencati i luoghi o i toponimi che dovevano costituire la rinata Diocesi Paleocastrense. L’Ebner (5), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento’, parlando di Sapri, , a p. 591 del vol. II, cita il documento e dice in proposito: “La notizia più antica circa l’esistenza di un locale abitato, almeno finora, è nella nota lettera (a. 166 /67), dell’Arcivescovo Alfano di Salerno, con la quale ricostituiva l’antica “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae” ed elevava a Vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno, destinandolo a quella sede. Nel definire i confini della ricostituita diocesi, l’arcivescovo v’includeva con ‘Cammarota’ (…), Caselle, Turturella, Turraca, anche “Portum” da identificare appunto con Sapri. Nei confini, erano incluse tutte le pertinenze e cioè case, terre, vigneti, campi, prati, pascoli, boschi, saliceti, ruscelli, acque, mercati del pesce, pievi, fattorie con servi, terre coltivate e corti e tutti gli appartenenti al clero con i loro beni.” (Fig….). Nel documento (3), conservato all’Archivio Storico della  Diocesi di Policastro Bussentino, trascritto dal Gaetani (9), dal Cataldo (…), citato dal Mannelli (17) ed altri, si  elencavano le trenta parrocchie che all’epoca costituivano la Diocesi ( sede vacante=senza vescovo) di Buxentum (l’odierna Policastro Bussentino), citando un ‘Portum. Nel definire i confini della ricostituita diocesi, l’arcivescovo di Salerno Alfano I, v’includeva – come vediamo in Fig. 2 – con Cammarota (Camerota)(…), Caselle, Turturella (Tortorella), Turracca (Torraca), anche un “Portum“. In una delle più antiche fonti archivistiche in nostro possesso, la lettera pastorale (bolla) dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano (detto Alfano I), datata all’Ottobre 1079 (bolla, a. 166/67) (5), Sapri, figura al 7° posto delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro (da poco restaurata dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I che ordinava Pietro Pappacarbone suo Vescovo), con il toponimo di “Portum” (Fig. 1), da ritenersi Sapri. Nell’antico documento (3), del 1079, figura il toponimo di ‘Portum’ nell’elenco delle trenta parrocchie della Diocesi (sede vacante) di Policastro. Innanzitutto bisogna dire che nelle copie fino a noi giunte (Figg. 5 e 8) non viene citato un ‘Portum’, come in molti autori della bibliografia antiquaria hanno scritto ma in esse figura il toponimo di ‘Portu’ o ‘Porto’. Il toponimo di ‘portu’, viene elencato subito dopo quello di Turraca o Turracca, come si può ben vedere dalle due immagini che illustrano un particolare dei due distinti documenti (Figg. 5-8). Il ‘Porto’ dell’antico documento (3), del 1079, è da ritenersi il toponimo che indica l’antico Porto di Sapri? L’accostamento del toponimo Portu a quello di Torraca, ci fa ritenere che il toponimo di ‘Portu’, fosse riferito a Sapri. Infatti, all’epoca in cui questi due documenti, entrambi copie del XVIII secolo, Sapri era il Porto di Torraca ed apparteneva al suo territorio. Crediamo che il Porto, citato nell’antica pergamena d’epoca Normanna, sia da riferire al toponimo con cui veniva chiamato all’epoca lo scalo marittimo o la baia naturale di Sapri. Siamo certi dell’esistenza di un locale abitato nel territorio saprese in epoca normanna e nel secolo XII, testimoniato dall’altro documento membranaceo manoscritto in lingua greca e poi tradotto in latino e pubblicato dal Trinchera che parla di un privilegio concesso ad un monaco di Vibonati per costruire un monastero a Scido. Dunque ‘Scido, come nel documento dell’anno 1097 o Porto’, come nel documento dell’anno 1079 ?, o come nella ‘Carta Pisana’ del 1290. Infatti, nella carta nautica detta ‘Carta Pisana’, dopo il toponimo dello scalo marittimo di ‘Sapra’, figura un ‘Porto di La Scalea’, da non confondere con ‘Scalea’, che figura molto più giù. Biagio Moliterni (29), nel suo recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, a p. 17, in proposito scriveva che: “Un altro punto non del tutto chiaro della lettera di Alfano I riguarda l’ambito territoriale entro cui era circoscritta la diocesi di Policastro. Rimangono infatti di incerta determinazione alcune delle località ad essa aggregate, i cui toponimi sono oggi scomparsi: “medium castrum” (36), il “castellum quod dicitur de Mandelmo” (37), “Arriusu” (38), “Sanctum Athanasium” (39) e “Trolotinum” (40). Più sicuro appare il riconoscimento del “Portu” (41) e di “Caselle” (42), che sembrano avere delle corrispondenze rispettivamente con Sapri, un tempo porto e frazione di Torraca, e con Caselle in Pittari. “Ylice”, o forse “Ulice” (43), dovrebbe corrispondere all’attuale Lauria, se non proprio alla località lauriota di “Timpa di d’Elce”, “Timpa d’Ilice”, in dialetto, dove fino agli anni ’60 del secolo scoro erano ancora visibili degli antichi ruderi. Ecc..”. Il Moliterni, a p. 18, nella sua nota (41), postillava che: “(41) ‘Portum’ in ‘a’, in ‘b’ e in ‘l’, ‘Portu’ in ‘.”. Il Moliterni (…), nel suo saggio, aveva parlato delle diverse versioni della nota Bolla di Alfano I, la versione a – b- c- d- e – f- g- h- i – l. Il Moliterni (29), dice che talvolta il toponimo è ‘Portum’, mentre altre volte il toponimo è segnato con ‘Portu’. Infatti, il Moliterni (29), nella sua nota (36) a p. 17, scrive che: “(36) La copia autentica a Policastro nel 1745, quella non autenticata, il testo del Laudisio e il documento vaticano (nelle note successive indicate rispettivamente con le lettere ‘a’, ‘b’, ‘l’ e ‘v’), riportano ecc…”.

Il documento considerato dal Racioppi (6 bis) non autentico e dal Cesarino (6 tris) apocrifo, è la più antica fonte archivistica fino a noi giunta. Il documento oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Ma non siamo certi che l’antico toponimo di Portum che figura nell’antico documento del 1079, stesse ad indicare il luogo di Sapri. Lo storico locale Felice Cesarino (….), nel suo “Sapri archeologica”, pubblicato nel 1987, sulla rivista “I Corsivi”, n. 5, in proposito scriveva che: “A partire dai primi secoli dell’era cristiana le tracce della Sapri antica vanno affievolendosi, per scomparire del tutto in età medievale. Le cause possono essere ricercate in una catastrofe naturale (tesi sostenuta dalla tradizione locale) o in un progressivo impaludamento della zona, soggetta anche a fenomeni di bradisismo. Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. Dunque, il Cesarino scrive che dal V secolo d.C., le notizie su Sapri si vanno affievolendosi fino al 1600 che secondo lui è il secolo in cui avverrebbe il suo possibile ripopolamento. La tesi del Cesarino era la stessa del sacerdote Rocco Gaetani che sebbene nei suoi scritti su Torraca avesse portato alla luce notevoli notizie sulla nostra terra sosteneva che: “In Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne”. Dunque, Felice Cesarino dal V secolo d. C. al 1600 fa un salto di oltre 11 secoli. E’ possibile che un luogo sia disabitato per così tanto tempo ?. E’ credibile ciò che scriveva il Gaetani che i primi cittadini di Sapri erano lavoratori di vigne apparsi, come scrive il Cesarino nel 1600 ?. Il Cesarino, nel suo scritto sulla moneta dell’Imperatore di Massimiano Erculio, aggiungeva che: “1600. A tale epoca risale il nucleo di abitazioni più antiche sulla collinetta del Timpone, dove intorno al 1670 era stata costruita la cappella di S. Antonio di Padova da fedeli della terra di Torraca, il cui clero vi celebrava le messe.”. Oltre a queste affermazioni e ricostruzioni storiche di cui io dubito, il Cesarino affermava che: “Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. In questo passaggio, il Cesarino citava il toponimo di “portus Saprorum” apparso nella “bolla di Alfano I”, databile intorno al 1079. Il documento di cui ho parlato in un mio saggio ivi pubblicato, è di notevole importanza per i toponimi citati che erano i nomi dei luoghi che costituivano la ricostruita Diocesi di Policastro. Secondo il Cesarino, che citava lo storico Giacomo Racioppi, il documento è apocrifo e secondo il Racioppi (….), nei suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” (vedi nota (1) del Cesarino) scriveva che: “(1) Di questo documento esiste soltanto una copia del 1737. In proposito, il sacerdote e storico attendibile G. Racioppi nella sua “Storia dei popoli della lucania e della Basilicata” così si esprimeva: “…ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Infatti il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 100, scriveva che “dubitava dell’autenticità di questa carta” d’epoca Normanna, dubitava ma non diceva che essa era non autentica. All’epoca di Racioppi 1889, vi era solo il testo del vescovo mons. Nicola Maria Laudisio che citava l’importante documento. L’Antonini, nel 1745, l’aveva citata ma non l’aveva sufficientemente  indagata. Recentemente lo studioso Biagio Moliterni (….) ha indagato tutta la questione confutando alcune affermazioni del Racioppi. Sulla carta esistono anche degli studi di Pietro Ebner. La “bolla di Alfano I” è uno dei documenti più antichi che noi oggi abbiamo e sebbene esista una copia del 1737 conservata presso l’Archivio della Diocesi di Policastro essa è un documento d’epoca Normanna. Inoltre, Alfano I, arcivescovo di Salerno in quegli anni, oltre ad aver nominato primo vescovo della rinata diocesi di Policastro, Pietro Pappacarbone ha scritto diverse cose su Policastro, l’antica Bussento. Come rifiutare la citazione di un “portus Saprorum” ?.

Sapri o ‘Portu’, nella ‘Carta Pisana’ del secolo XIII

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(Fig. 18) La ‘Carta Pisana’, particolare dell’Italia e delle sue costeingrandimento tratto dal testo di Jerry Brotton (Archivio digitale Attanasio)

Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Il Visconti (18), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (8) che, la identifica con Sapri: Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il Porto di Sapri. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”.

Gatta, p. 306

Infatti Costantino Gatta (…), nel suo “Memorie storico-della Provincia di Lucania”, a p. 303 nel cap. VI, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la Città di ‘Blanda’ anche Sede Vescovile, e frà di lui Vescovi vi è memoria di ‘Pasquale’, che intervenne al concilio Lateranense sotto il Pontificato di Martino: Era situata detta Città in quel seno di Mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”. Costantino Gatta (…), parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era situata a Sapri ed esattamente “in quel seno di mare chiamato il Porto de Sapri’” . Il Gatta (…) per seno di mare che chiamasi ‘Porto di Sapri’ si riferiva alla grande baia naturale antistante l’abitato di Sapri dove nel 1723 ancora vedeva i ruderi archeologici come per esempio quelli a S. Croce, infatti scriveva che: e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare”. Il Gatta (…), dunque, diceva che nel seno di mare di Sapri vi era l’antica città di Blanda, anche sede vescovile che: “fu ingojata dalle onde marine”. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto avvenuto in tempi remotissimi e che viene raccontato dalla tradizione orale popolare ma riferita all’antica città scomparsa di Avenia, a cui abbiamo dedicato un nostro saggio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. La notizia storica riferita da Costantino Gatta di una città ingoiata dalle acque, è la stessa leggenda di cui ho parlato nel mio saggio ivi dove parlo della “Città d’Avenia”, leggenda di cui si parla nella “Platea dei beni” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e riferita anche dal Di Luccia (…), nella sua opera sul Cenobio Basiliano. Queste notizie andrebbero ulteriormente indagate. Del “Seno Saprico” e di un “Porto di Sapri” risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘770, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. La notizia più importante che riporta il Gatta (…) parlando di Sapri è quella secondo cui a Sapri vi era l’antica sede vescovile di Blanda. La prima citazione di ‘Portum’ è contenuta nella più antica fonte archivistica in nostro possesso, la lettera  pastorale (bolla) dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I, datata all’ ottobre 1079 (bolla, a. 166/67), in cui Sapri, figura al 7° posto delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro, con il toponimo di “Portum” da ritenersi a Sapri (36). Nel definire i confini della ricostituita diocesi, l’arcivescovo v’includeva con ‘Cammarota’ (…), Caselle, Turturella, Turraca, anche “Portum” ma non Blanda, da identificare appunto con Sapri e l’antica diocesi di Blanda. Nel documento antichissimo del 1079 (IX secolo) – dove non figura Blanda – figurano un ‘Portum’ e Maratea. E’ per questo motivo che la diocesi o sede vescovile di Blanda di cui ci parla l’altra lettera di papa S. Gregorio Magno (11)(VI secolo), di cinque secoli precedente, potrebbe essere quella di ‘Portum’ o ‘Porto di Sapri’. La nostra tesi, secondo cui, ad un certo punto della storia, la diocesi di Blanda ubicata nel territorio del Porto de La Scalea (porto di Maratea), così come viene indicato sulla più antica carta nautica conosciuta (31), si sia in seguito spostata nel paese di Sapri, denominato ‘Porto di Sapri’ (o Portum), è stata in parte anticipata anche da un erudito del ‘500 da cui trasse notevoli notizie lo stesso Costantino Gatta. Si tratta di Luca Mannelli che nel ‘500, scrisse un manoscritto inedito (19)(Fig. 10). L’Ebner (21), parlando di Sapri e di Blanda, riferisce di un ‘Sapriporto’ di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (che scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara”

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Guillaume P., L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, Cava dei Tirreni, 1876; si veda lo stesso testo curato e tradotto da Emilia Anna Gemma Ruocco (…) ‘L’Abbazia di Cava’, editrice Palladio, Salerno, 2018. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (2). Si veda pure: Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno, sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1973, Anno LIII, p. 512. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (7) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(3) (Figg. 10-11-12) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario Don Pietro, che pubblichiamo per gentile concessione). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (…), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151.  Il Cataldo (36), scriveva: Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Recentemente, lo studioso Biagio Moliterni (…), nel suo ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, da pp. 5-36, sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28) e, risale già al XVIII secolo (Fig….). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621 (28). L’antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo (39), lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito.

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(Fig. 14) Pag. n. 3 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (3), della copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario.

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(4) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in se-guito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in: “P. Manell., Note Lucane”; in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34′ ecc..

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(5) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e, vedi p. 375 e s.  Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione Culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo ‘Chiesa Baroni ecc…’, dedica un intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(6) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

(7) Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).

(8) (Fig. 2) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, come quello di nota (8), illustrato nell’immagine di Fig. 1.

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(9) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (17) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2014 Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ;

(10) Di Luccia P. M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (9) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(11) Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Deputazione di Storia patria per la Lucania, ed. Loescher, Roma, 1889; si veda la ristampa anastatica dell’edizione di Roma (2° ed.) del 1902, della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, 1970, vol. II, p. 69. Nel mio studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1), alla nota (71) scrivevo del Racioppi sull’antico documento che diceva: “Ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Citavo il Racioppi anche nel mio studio: ” I Villaggi deserti del Cilento”, stà nella rivista ‘I Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13.

(12) Cesarino F., forse “Sapri archeologica”, stà in “I Corsivi”, Sapri, Aprile 1987, p. 28.

(13) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (35), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis'”.  

(14) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34”.

(15) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII,  Salerno, 1963, parte II, p. 6.

(16) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, parla di ‘Busento’ e della Bolla di Alfano I di cui nella nota (g), dice: ‘Alfano in Epistola Pastoralis’. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscel-lanea, Lib. XIII. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. Il Laudisio (4), dice che l’antico documento è citato dal Troyli, “Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135″ (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata“).

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(Figg. 5) La ‘Lucania Sconosciuta’, Capo XI, manoscritto inedito di Luca Mannelli (17).

(17) (Fig. 5) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine dell’ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato a Napoli, alla Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Il manoscritto inedito di Luca Mannelli, ‘Lucania sconosciuta’ ( di cui pubblichiamo una delle pagine del Capo XI, illustrato in Fig. 4), ci parla della storia della Lucania ed in particolare al Capo XI del Libro II, ci parla di Camerota e della storia dell’antica Bussento e di Policastro. Recentemente abbiamo ottenuto la fotoriproduzione digitale delle dieci pagine contenute nel Libro II del Capo XI del manoscritto ‘Lucania Sconosciuta’ del Mannelli, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli con la seguente collocazione: BNN, Ms. XVIII.24, che abbiamo pubblicato integralmente su un altro nostro studio ivi: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli” e a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. L’Ebner (5), nel suo saggio  Pietro da Salerno e il monachesimo Italo-greco nel Cilento, a p. 92, nella nota (4), afferma che nel manoscritto del Mannelli, si parla e si cita la bolla di Alfano I, nei ff. 23 e 42 è ripetuto ricordo della bolla e nel II (v. Policastro): “Per lo che Alfano concedendo alle preghiere di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone come nella sua bolla, che dianzi accennai si legge.”. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (14) che dal Gaetani (9). Nel Gaetani (9), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (5), a p. 23.    

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…)

(18) Tancredi L., ‘Sapri giovane e antica’, ed. Parallelo38, Villa S. Giovanni, 1985, Cap. X, Doc. nn. 1-2, pp. 275 – 277 (Archivio Storico Attanasio)

(19) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.

(20) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (2).

d'avino-porfirio

(21) Porfirio G., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1848, ed. Ranucci, p. 537 e s.

(22) Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.

(23) Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Salerno, 1800. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.

(24) Antonini G., La Lucania, I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Tomo II, Discorso X, p. 417, parla di Policastro e cita “la già più volte citata lettera dell’Arcivescovo Alfano al Clero di Policastro”. 

(25) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, pp. 202 e 203; si veda pure: Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s.; il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398.  Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli.

(26) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno: cenni sull’archivio del capitolo metropolitano, ed. Società Salernitana di Storia Patria, Salerno, 1959, n. 4, fonti IV.2.

(27) Romagnani G.P., Il canzoniere inedito di Jean- Jacques Lausarot,

(28) (Figg. 6-7-8) “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, il codice manoscritto di Federico Patetta (Ms. Patetta 1621), XII secolo, Bolla di Alfano I, stà in Fondo Patetta, Biblioteca apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Roma, pp. 30r – 30v – 31r., in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?). Biagio Moliterni, op. cit. (29), sostiene che: “la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., ed è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621) e, risale già al XVIII secolo.”. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621. Il codice Patetta, manoscritto, Fondo Patetta, ms. 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae”; citazioni bibliografiche: Galante, Maria, Esperienze grafiche a Cava nel XII secolo, in Archivio storico per le province napoletane 1982; si veda pure: Galante Maria, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; Galante Maria, Esperienze grafiche a Cava nel XII secolo, In Archivio storico per le province napoletane 1982; Zimmermann, Harald, 1926- Papsturkunden 896-1046. Erster Band: 896-996, In Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, philosophisch-historische Klasse 1984; Zimmermann, Harald, 1926- Papsturkunden 896-1046. Zweiter Band: 996-1046, In Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, philosophisch-historische Klasse 1985; Girgensohn, Dieter Miscellanea Italiae pontificiae. Untersuchungen und Urkunden zur mittelalterlichen Kirchengeschichte Italiens, vornehmlich Kalabriens, Siziliens, und Sardiniens, In Nachrichten der Akademie der Wissenschaften in Göttingen. Philologisch-historische Klasse 1974.

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(29) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in ‘Archivio storico per la Calabria e la Lucania’, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (Archivio Storico Attanasio). Recentemente Biagio Moliterni, sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28)(Fig. 8).

(30) (Fig. 2) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato dal Cappelli (25), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (8), pp. 80-81-82. Il Trinchera (8), trae l’antico documento da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. L’origine dell’antica pergamena (membrana), del 1079, pubblicata dal Trinchera (3), si veda lo stesso Trinchera: Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(31) Pennacchini L.E.,  Pergamene salernitane, Salerno, 1941, p. 33 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(32) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.

(33) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(34) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571; il Gaetani dice si veda Libro 2, Cap. 2, oppure libro II, part. I, p. 136 e s.

(35) Alberti Leandro, Descrizione di tutta l’Italia, Venezia, 1588, p. 197-198.

(36) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(37) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.

(38) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. In particolare, il Cappelletti dice che ne parlò l’Ughelli, op. cit. (13), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone. Il Cappelletti, cita l’Ughelli (13) e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis'”.

(39) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, Policastro Bussentino, Archivio Diocesano, 1973, dattiloscritto inedito donatoci dall’autore (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Jamison E.M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford Terry, Italy Mediaeval and Modern A History, Oxford, ed. Claredon, 1019 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, Napoli, 1815, p…, stà in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di Ferdinando La Greca, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2000 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (…). Si veda anche Porfirio (…).

(…) Mattei-Cerasoli L., La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in A.S.C.L., VIII, (1938), p. 174

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Galante Maria, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253

(….) Guillou Andre, Geografia amministrativa del Katepanato bizantino d’Italia (IX-XI secolo)’, per la precisione il titolo è: ‘L’economia della Calabria nel Catepanato d’Italia’, stà in AA.VV.,  ‘Calabria bizantina. Vita Religiosa e Strutture Amministrative’. Atti del 1-2 incontro di Studi Bizantini, 1970 e 1972, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1974 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Riguardo le fonti per l’Archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava de Tirreni, si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151. La biblioteca della Badia possiede oltre 80.000 volumi con numerosi incunaboli e importanti cinquecentine.  I volumi sono catalogati e sistemati  in tre sale. Le scienze più rappresentate sono la Patristica, la Teologia, il Diritto e soprattutto la Storia. Un catalogo per autori ne facilita la consultazione. Ma è l’Archivio che ha resa famosa la badia. Nelle due elegantissime sale della fine del ‘700 sono contenuti preziosi manoscritti pergamenacei e cartacei, più di 15.000 pergamene, di cui la più antica è del 792, e un considerevole numero di documenti cartacei. Dei codici (manoscritti in pergamena) esiste un catalogo completo a stampa ancora disponibile, presto sarà approntato anche il catalogo dei manoscritti cartacei. Tra i codici più famosi ricordiamo la Bibbia visigota del IX sec, il Codex Legum Langobardorum del sec XI, le Etymologiae di Isidoro del sec VIII e il De Temporibus del Ven, Beda del sec. XI ai cui margini i monaci annotarono gli avvenimenti più importanti della badia e del mondo contemporaneo. Tali note marginali costituiscono gli Annales Cavenses più volte pubblicati. Quanto alle pergamene, i documenti provati sono ordinati cronologicamente e sistemati nella sala diplomatica in arche di cui ciascuna contiene 120 pergamene. I documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. La consultazione è resa facile agli studiosi da un Regestum Pergamenarum, manoscritto di 8 volumi in foglio compilato da monaci del secolo scorso. Vi si trova il riassunto di tutte le pergamene con l’indicazione dell’arca in cui sono contenute. I documenti già pubblicati nel Codex Diplomaticus Cavensis appartengono agli anni 792-1080 e sono esattamente 1669. L’accesso alla biblioteca e all’archivio, riservato agli studiosi, è possibile dalle ore 8,30 alle 12,30 dei giorni feriali.

Il fiume e la Torre Lubertino oggi Torre di Capobianco

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che, dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Già l’Holstenio nel 1666 (…) e poi l’Alfano (…), nel 1795, ci davano notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno.  Le notizie storiche sulle torri costiere, erano state confermate nel 1745 e poi nel 1795 dall’Antonini (20), e poi anche da altri studiosi come il Pasanisi (…), il Vassalluzzo (…) ed il Guzzo (…), che dedicarono diverse pubblicazioni a questo argomento. In particolare, il Vassalluzzo (…) prima e poi in seguito il Guzzo (…), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori.

Il fiume carsico e sotterraneo detto ‘Lubertino’ o ‘Obertino’  e u’ vull j l’acqua, in località Sciarapotamo.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia.jpg

(Fig. 1) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2).

La natura carsica del litorale saprese

La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese è attestato dalla presenza di nu- merose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’Acqua media nei pressi del porto. Questa sorgente di acqua dolce, mista a quella salata di mare, che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’antichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc… Da ragazzo, mio nonno mi mandava a prendere quest’acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. La particolare salinità di questa acqua, gli donava proprietà depurative e purgative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa della vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna e si mischia con quella salata del mare. La prima citazione che ritroviamo sul fiume di cui parliamo è quello della carta corogra- fica illustrata nella prima immagine (Fig. 1) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2). Nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (XV secolo), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1)(2), il fiume figura come “Fiume Lubertino” o ‘Obertino’. La carta di Fig. 1, è di notevole importanza per l’entroterra saprese e per la sua storia, in quanto in essa figurano tantissimi toponimi interessanti. Nella carta, dunque, viene citato questo fiume carsico sotterraneo che scorre nella montagna e sfocia in mare aperto e, la carta lo chiama “Fiume “Lubertino”, che si vede disegnato sulla terra ferma, lungo la costa di Sapri in direzione di Acquafredda e proprio di fronte allo Scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 3). Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. In seguito, il fiume, sarà citato anche dall’Antonini (3) che, nella sua ‘Lucania’ del 1745 (I° edizione) e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (3) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (3). L’Antonini (3) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (3) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (3) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma pren- devano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig. 1) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (2). In seguito, il fiume sarà citato anche dallo scrittore inglese C.T. Ramage (4) che in viaggio per il Regno delle due Sicilie, nel 1700, scriveva in proposito: ”Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, emerge dal fondo del mare una polla d’acqua, che esce con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo, è possibile bere l’acqua dolce, perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scoglio dello ‘Scialandro’, ed in particolare parla della polla d’acqua che ribolle sul pelo dell’acqua del mare prospiciente il tratto di costa che lo separa dallo scoglio detto dello ‘Scialandro’ (Fig. 2), che figura e viene indicato anche nella carta che abbiamo pubblicato (Fig. 1). La polla d’acqua di cui ci riferisce C.T. Ramage (4), la tradizione popolare l’ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di ‘bollire’), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo  che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo dell’acqua del mare e visibile ad occhio nudo. Altri eruditi che, nel 1700, riferirono alcune notizie su Sapri è stato Beltrano (5) e Pacicchelli (6). Un altro erudito del tempo che ci ha parlato del fiume Lubertino o Obertino e del ‘U vull j l’acqua è stato il dott. Nicola Gallotti, che, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri, esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa (di cui ne posseggo due). Al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e descriveva, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello Scialandro, nei pressi della località detta “Sciarapotamo”, dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare (7).

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(Fig. 1) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2).

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(Fig. 2) Lo Scoglio dello ‘Scialandro’ , dopo il porto e la baia di Sapri

Le Torri costiere sul litorale saprese costruite prima di quelle Vicereali

Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. Come si può vedere dall’immagine della Fig. 1, che illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. La carta citata è di probabile epoca Aragonese e quindi d’epoca anteriore a quella Vicereale in cui furono realizzate o fortificate alcune Torri marittime Vicereali e di cui parleremo. La carta da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, di cui ho ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, è di estremo interesse per la toponomastica ivi citati. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 1, che illustra il particolare della baia di Sapri in una carta d’epoca Aragonese- si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Anzi a me pare vi fosse una terza fortificazione o torre posta sopra le colline. In particolare sulla parte occidentale della Baia di Sapri, corrispondente all’attuale Punta del Fortino, dove oggi si trova il Faro Pisacane, troviamo segnata la “Bondormire”, di cui parleremo. Sempre nella carta in questione, lungo il litorale che va verso Maratea e, dopo il “fiume Lubertino” e il “Scialandro Sc.” (scoglio dello Scialandro), quasi sotto un luogo segnato con il toponimo di “Casale del Confine”, troviamo segnata un’altra Torre marittima di cui però non si vede il nome. Un’altra Torre marittima, posta lungo il medesimo litorale, è segnata più giù e corrispondente al luogo segnato con il toponimo di “Casale del Corbo”, che non sappiamo cosa essi siano ma di sicuro non sono Acquafredda, perchè troppo vicini al fiume Lubertino. Il fatto che queste Torri, come la Torre del Buondormire, segnalata con il toponimo di “Bondormire”, denota che la carta è molto più antica del ‘500, epoca di costruzioni delle Torri marittime Vicereali. Già lo Schmiedt, nel suo studio sui “Antichi porti d’Italia” (11) sui porti della Magna Graecia, pubblicava un interessante disegno Particolare della costa occidentale della baia di Sapri e, scriveva in proposito: “….dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle.” (Fig….). Nellinteressante disegno di rilievo planimetrico dell’area di S. Croce a Sapri, come doveva apparire al giovane Tenente del Genio Militare Napoletano nel 1819, si vede anche la Torre del Fortino”, oggi scomparsa, indicata ove si vede scritto la Marinella (…). Forse proprio il vecchio Fortino di cui ci parla il Gallotti (…). La batteria costiera preesistente disegnata nello schizzo del 1819 del Tenente C. Blois (Fig….), là dove oggi è il Faro “Pisacane”, di fronte all’Ospedale civile di Sapri, è un’antica batteria borbonica costiera che i Borboni volevano rinforzare. Il Genio militare Borbonico – dopo il decennio di occupazione francese diede incarico al Tenente C. Blois, del Genio militare Napoletano, di disegnare lo schizzo del rilievo planimetrico delle preesistenze del luogo, come si vede nella Fig….: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt (…), ove a p. 79, scrive:  “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle””, di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio “Sapri in due studi di Giulio Schmiedt”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti.

La costa di Sapri, nel 1154, nel “Libro di Re Ruggero”

Interessanti sono le citazioni di alcuni toponimi segnati per descrivere la nostra costa Saprese, nel “Libro di re Ruggero”, del 1154, tradotto dall’arabo da due studiosi medievalisti come Amari e Schiapparelli (…). Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pyxous-Policastro” (…), che parlando del Volpe (…) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (8), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’

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(Fig. 1) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del 3° Compartimento del V clima”, scrivevano la presente traduzione di pag. 81 del testo arabo di al-Idrisi:

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“Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Poi aggiunge: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” .

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Nella nota (2), Amari e Schiapparelli (…), postillavano che: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”Dunque, secondo i due studiosi e tradutori del Libro di Re Ruggero del 1154, al-Idrisi, la parola araba b.t.r.s., corrisponde al toponimo del porto di Sapri, mentre il ‘Capo di Policastro’, corrisponde al ‘Capo Bianco’. Amari e Schiapparelli, scrivevano “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Dunque, quale dei due termini indica il toponimo di Petrosa? Il toponimo Petrosa, è indicato con il termine o la parola araba di ‘.tr.b.s. , oppure è indicato con il termine e le due parole di marsà ràs b.li qas’t.rù ? La citazione del toponimo ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, toponimi che indicano due località vicinissime, in epoca Aragonese, ci fa pensare – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (‘Petrosa’) – noi crediamo – stia ad indicare il toponimo della  Torre costiera di difesa dell’omonima località nei pressi di Villammare, conosciuta dal geografo arabo di Re Normanno Ruggero d’Altavilla, nel XII secolo e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. La citazione del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”, sebbene i due studiosi abbiano bene individuato la costa, quella Saprese appunto, io credo che, il testo in arabo scritto dal geografo di Re Ruggero, al-Idrisi che, nel 1154, descriveva i luoghi sulla nostra costa, sia da riferire alla località “Petrosa”, nei pressi della località costiera di Villammare, dove oggi si può vedere l’omonima Torre marittima di avvistamento e di difesa, detta della Petrosa.  La presenza del toponimo di  ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) ( Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale. Alcuni autori coevi come la traduzione del Rizzitano (…), del testo di Edrisi – scritto in arabo – che hanno integrato vecchie traduzioni del Joubert (…) del 1840, affermano che il toponimo arabo ‘.tr.b.s, sia Atrabis”. Amari (2), credeva che il toponimo arabo ‘.tr.b.s, fosse Petrosa’. (Atrabis o Petrosa)? Bisognerà indagare ulteriormente sull’antico manoscritto e sulla pagina in questione che cita il toponimo arabo ‘.tr.b.s . Sapri era citato con il toponimo in arabo ‘.tr.b.s  (prima) e poi, invece, nella nota (2), scrivono b.tr.s (??). Amari e Schiapparelli, a pagina XV, spiegano il sistema adottato nella traduzione del testo in arabo, nella trascrizione dei toponimi “si è tenuto il sistema di far corrispondere ad ogni lettera araba una sola del nostro alfabeto, modificando con punti o con altri segni quelle lettere che devono rappresentare lettere diverse dalle nostre nella pronuncia.”. Dunque, stando a quanto scrivevano i due studiosi italiani (…), per Sapri, dovrebbe corrispondere una parola in arabo composta da otto lettere ‘. tr . b . s e secondo loro dovrebbe corrispondere alla parola arabo اخرلص che però non conosciamo perchè non abbiamo letto il testo originale di al-Idrisi. Dove sono i punti, non sappiamo quali lettere in arabo sono state scritte da al-Idrisi. Possiamo solo dire che siano otto lettere. I punti nella traduzione dei due studiosi sono 4, quindi quattro lettere che non conosciamo. Nella sua nota (2) Amari non parla di ‘.tr.b.s  ma parla di: b.tr.s. Amari, prima scrive ‘.tr.b.s (Petrosa) e poi scrive b.tr.s. Bisognerà meglio studiare la pagina tratta dal manoscritto originale del “Libro di Re Ruggero”, trascritto in alcuni codici antichi come quello conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia e verificare i punti sostituiti da Amari a quali lettere arabe corrispondono, così da avere la trascrizione integrale del toponimo di Sapri citato in arabo. Tuttavia, studiando la traduzione che ne fece il Joubert (…), nel 1840, si può leggere il toponimo arabo ‘.tr.b.sAtrabis”. Tuttavia, qualunque sia il toponimo citato dal geografo al-Idrisi nel suo Libro di Re Ruggero, certo è che se la notizia fosse confermata da ulteriori indagini, il toponimo di Sapri o il porto di Sapri, o il porto di Capo Policastro, era conosciuto nel 1154 e forse ancora prima della stesura del libro scritto in arabo.

La Torre dell’“Obertino” o del “Lubertino”, poi in seguito detta ‘Torre del Capo bianco’

Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo il Guzzo (…), a p…., la costruzione della Torre del Buondormire, rientrò nel programma di edificazione di queste torri nel Regno di Napoli che ordinarono alcuni Vicerè Spagnoli. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 33) Una nel luogo detto del Buondormire, presso Sapri.”. Dunque, secondo quanto scrisse il Guzzo (…), non risulta ben chiaro se la Torre del Buondormire presso Sapri, che pure faceva parte del programma di costruzione del bando del 1566, fosse già preesistente e se di questa fosse prevista dall’Ingere Tortelli, solo la sua ristrutturazione o rinforzo o invece, come non ritengo verosimile, si trattasse di una vera e propria costruzione. Il Guzzo (…), a p. 246, nella sua nota (15), cita Don Sancio Martinez, di cui ne ha scritto il Pasanisi (…), nell’altro suo saggio dedicato alla costruzione delle Torri marittime della nostra costa. Il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – …………………….. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………………………….. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, ricavata dal Pasanisi (…), postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”, incluendo nell’elenco anche quella la Torre del Buondormire, non avvalora affatto l’ipotesi che la Torre del Buondormire, fosse stata costruita con il Bando del Vicerè del 1566 e poi conclusa nel 1570, ma dimostra solo che essa, fosse operativa e pienamente funzionante. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 2), di cui parleremo. Amedeo La Greca (36), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (3), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Una di queste è la Torre detta del Buondormire. La Torre del Buondormire, preesisteva lungo il litorale saprese già da molto tempo prima del ‘500, in cui vennero costruite altre Torri costiere. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (14), vi erano alcune Torri preesistenti. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (2) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. In particolare quella detta Torre del Buondormire. Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Il Vassalluzzo (…), sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (…), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. La Torre del Lubertino, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, la vide. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (…), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Poi, più avanti, sulla costa saprese, procedendo verso Acquafredda, abbiamo la ‘Torre dello Scialandro’ e la ‘Torre di Mezzanotte’ (…), oggi diroccata e posta nelle vicinanze del ‘Canale di Mezzanotte’. Nel XVIII secolo, Sapri, non viene più menzionato in alcune carte geografiche regionali, ma in alcune di queste carte troviamo riportate alcune torri cavallare costruite nel periodo del viceregno spagnolo del Regno di Napoli lungo la costa del Golfo di Policastro, tra cui, anche quelle costruite lungo il tratto di costa del litorale saprese, in prossimità del piccolo borgo marinaro di Sapri. Quasi sempre vengono annoverate: la Torre di Capobianco’, ancora visibile dopo il porto di Sapri, all’altezza dello scoglio dello Scialandro a mare (Fig….).

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(Fig. 6) Torre di Capobianco lungo la S.S. 18 e, di fronte lo scoglio dello Scialandro

Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Lubertino”, la ritroviamo in una carta inedita, da noi rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (…)(Fig….). Come si può vedere dall’immagine della Fig…., che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. La carta da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….), di cui ho ivi pubblicato il saggio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, è di estremo interesse per la toponomastica riportata. Dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, la prima notizia certa su questa ed altre Torri costiere costruite lungo il litorale saprese, è contenuta in questa carta di probabile epoca Aragonese (Fig….)(…). La carta in questione (Fig….)(…) è di probabile epoca Aragonese e quindi d’epoca anteriore a quella Vicereale (epoca in cui furono realizzate o fortificate alcune Torri marittime Vicereali che furono costruite lungo il litorale Saprese, verso la fine del ‘500, su ordine dei Vicerè spagnoli). Da un’analisi più accurata sul file digitale della sua fotoriproduzione tratta dall’originale ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli (…), dove essa è conservata (Fig….), si possono notare particolari inediti e notizie interessantissime sulla storia locale. In questa carta corografica (Fig…), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si vedevano.

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(Fig….) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9)

Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Lubertino”, è contenuta nella carta illustrata nell’immagine di Fig…., che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. L’indagine demografica e geo-storica, condotta anche attraverso l’indagine cartografica, delle prime mappe delineate conosciute, se confrontate con le recenti vedute satellitali, può dare buoni frutti. In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Proprio nel punto antistante il “fiume lubertino”, in mare è indicato lo “Sialandro scoglio”. La zona è ricca di sorgenti carsiche e ivi, non molto distante si trova il ‘fiume Lubertino’ (che l’Antonini chiamava ‘Obertino’), un fiume di natura carsica e sotterraneo che scorre dalla montagna e sversa le sue fresche e limpide acque nel tratto di mare antistante la fascia costiera più o meno all’altezza dello scoglio dello ‘Scialandro’. L’area è stata oggetto di ritrovamenti archeologici di manufatti d’epoca romana segnalati in due opuscoli a stampa del Gruppo Archeologico Golfo di Policastro (G.A.S.)(…) e, poco più avanti, scendendo verso la costa si trova il cosiddetto ‘Riparo Smaldone’, un ritrovamento d’epoca preistorica. L’area in questione, fino ai primi anni dell’800, fu frequentata anche per la presenza della vecchia postale borbonica che da Sapri proseguiva verso Maratea. Riguardo l’epoca Aragonese e forse prima ancora all’epoca angioina della Guerra del Vespro, è interessante un documento del 1481, recentemente acquisito in digitale dall’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Dunque, secondo la carta d’epoca aragonese, il fiume ‘Lubertino’ o ‘Obertino’ (per l’Antonini), sfocia nel tratto di mare dove vi è lo scoglio dello ‘Scialandro’ e questo è un particolare corretto in quanto un po’ più a oriente dello scoglio dello ‘Scialandro’, navigando e non molto distante dalla linea di costa, sul pelo dell’acqua del mare si può vedere quello che la tradizione popolare chiama “u’ vull’ j l’acqua”. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig…., che illustra il particolare del litorale Saprese e della baia di Sapri, ad oriente della cittadina, proseguendo lungo la costa che si prolunga verso Acquafredda e Maratea, sil monte Ceraso e, sul lato orientale del fiume Lubertino, si vede segnata due Torri. La prima torre, senza l’indicazione del nsuo nome, è segnata ad oriente del fiume Lubertino e quasi prosspiciente lo scoglio dello Scialandro, citato col nome di “Sialandro scoglio”. Questa Torre costiera, è indicata, come le altre, ovvero è disegnata la forma di una piccola torre di colore rosso carminio. Io credo che questa Torre, segnata nella carta d’epoca Aragonese, sia la stessa, di cui parla Scipione Mazzella Napolitano (…), che chiama………………………… e, quella che nella carta geografica “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig….) (…), è riportata in successione a quella del Buondormire e detta “Torre del Capobianco”. Infatti, lungo il litorale ad oriente del paese di Sapri, le torri costruite e conosciute erano diverse. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. All’altezza dell’attuale scoglio dello Scialandro invece, in epoca vicereale e forse già prima vi era e vi è ancora visibile la Torre oggi detta Torre di Capobianco, che anticamente veniva chiamata Torre dell’Obertino o del Lubertino, citata pure dall’Antonini. Scipione Mazzella (…), non cita solo la Torre dello Scilandro come scrive Antonio Scarfone (…), ma cita anche la “42 T. di Capobene in terr. di Policastro”. Il Mazzella, cita pure un’altra torre che a noi pare strana: “64. T. della Fenosa detta Capo delle Gatte in terr.”. Scipione Mazzella Napolitano (…), a p…., parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo Golfo, che gli antichi chiamavano Seno Saprico dalla città di Sapri hoggi nominata li Bonati.”. Dunque, Scipione Mazzella Napolitano (…), che lacuni hanno preso ad esempio per ciò che scriveva, sebbene citasse delle interessanti notizie, non conosceva bene i luoghi e dunque non poteva sapere che all’epoca in cui egli scriveva, nel 1568, sebbene Sapri, appartenesse alla giurisdizione del mandamento di Vibonati, le sue coste erano quelle sapresi e non di Policastro. Infatti, le Torri costiere esistenti al tempo di Scipione Mazzella (…), nel 1568, non erano solo quella dello ‘Scialandro’, ma lungo la fascia costiera che da Sapri va verso Acquafredda, le torri erano diverse. E’ lo stesso Scipione Mazzella che lo dice nel suo elenco delle Torri in  ‘Provincia di Principato Citra’ a p. 87:

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Alcune torri cavallare litoranee e di avvistamento, costruite in epoca Vicereale, non venivano comprese nel territorio di Sapri, in quanto il territorio di Sapri all’epoca dell’edizione di Mazzella, era compreso nel territorio del feudo della baronia dei Palamolla di Torraca e sotto la giurisdizione più ampia del marchesato dei Carafa di Policastro. Infatti, tra le Torri esistenti lungo la fascia costiera saprese che si protende fino ad Acquafredda, vi erano ad esempio anche la torre costiera vicereale detta dello ‘Scialandro’ (vedi immagine di Fig….), costruita verso il confine tra le due Regioni e poco prima il Canale di Mezzanotte.

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(Fig….) Torre di Capobianco lungo la S.S. 18 e, di fronte lo scoglio dello Scialandro

Come si può ben vedere anche in questa carta delineata nel ‘500 (…). Si tratta della carta di Mario Cartaro-Stelliola (…), due cartografi del Regno di Napoli, che nel 1613, delinearono questa carta corografica del Principato Citra. In questa carta, oltre a citarsi la “Torre bondormire”, e “Torre lo Scilandro”, si citava anche l’altra torre esistente lungo la costa saprese ad oriente del porto, la “Torre del Capobianco”, che è quella attualmente visibile ed esistente.

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(Fig…) Carta geografica “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- -1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E., Cartografia del Mezzogiorno d’Italia, ESI, Napoli, tav. XVII, conservata alla BNN (Archivio Storico Attanasio)

Il rilievo del Ten. Blois, del 1819

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(Fig….) Rilievo della Baia di Sapri eseguito nel 1 gennaio 1819 dal Tenente Blois del Genio militare Napoletano, rilievo in scala 1:5000 – disegno acquerellato, conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze (I.G.M.), Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142) ‘Porto di Sapri’, “Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”,  con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Lo schizzo fu pubblicato per la prima volta da Giulio Schmiedt (…), che in proposito scriveva: “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819 (Archivio Storico Attanasio – concessione dell’I.G.M. di Firenze n……).

Cattura....

(Fig….) Rilievo di Sapri del 1819, del Ten. Blois (…) – particolare della costa ad oriente

Come possiamo vedere nell’immagine illustrata nella fig…, uno stralcio della Fig…, in alto del 1819, che illustra la rappresentazione della costa ad oriente di Sapri, la linea di costa e parte del territorio prima e dopo l’attuale porto di Sapri, si leggono i seguenti toponimi: “P. Grotticelle” (Punta Grotticelle), in prossimità dell’area denominata nella carta: “S. Jorio” che, corrisponde all’attuale S. Giorgio. Scendendo più giu, lungo il crinale del monte Ceraso e più giù verso l’attuale porto di Sapri, troviamo “Le Grotticelle” e “P. d’Agona”. Proseguendo sempre ad oriente di Sapri e lungo la linea di costa, leggiamo una “P. di Capobianco” e poi si vede indicata la costruzione della “T. di Capo bianco”. Lo studioso  Giulio Schmiedt (….), nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…),, lo Schmiedt (…), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (…), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite. Lo studioso Giulio Schmiedt, nel suo interessantissimo studio di Fig…. (…), citato, parlando del ‘Portolano del Mediterraneo’, a pag. 79, nella nota (176), si riferisce al ‘Compasso de navigare’ (Fig….)(…), e poi aggiunge e cita il testo di P. Luigi Cavalcanti (…) ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, del 1846, che parla degli scali dell’area a p. 46. (…). Schmiedt (…), a p. 78, parlando dello scalo di Policastro, sembra si riferisca ad un ‘Portolano del Mediterraneo’, moderno. Certo risulta strana la citazione di un Sinus Laus’ e di un Vibo ad Sicam’. Non sappiamo se il geografo e studioso Giulio Schmiedt, si riferiva al ‘Compasso de navigare‘.  Schmiedt (…), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il Compasso (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente nella sua nota (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti (…) ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, del 1846 (…). Pier Luigi Cavalcanti (…), nella sua ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, nel 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco:

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(Fig…) Cavalcanti P.L. (…), Portolano

Le Torri di guardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:

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In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale. Situata su uno sperone roccioso nei pressi del “Canale di Mezzanotte”, non conosciamo l’epoca di fondazione, ma essendo la sua struttura di foma a pianta e sezione circolare, dunque con base e tronco cilindrico, rappresentando ed assumendo la quasi perfetta forma di un cilindro, essa si configura tra le tipologie costruttive usate molti secoli prima dell’epoca Vicereale. Io credo che la sua forma cilindrica, può avvalore l’ipotesi che essa sia una Torre molto più antica e forse risalente al periodo Angioino. Per le torri Vicereali, ovvero le torri costiere, oggi in parte ancora visibili anche se dirute, al contrario è stato scritto molto. Le torri costiere vicereali sono le torri costruite lungo la costa del Regno di Napoli ed in particolare quelle Tirreniche, dal Governo dei Vicerè Spagoli, ce tra gli anni 1555 e 1582, intrapresero un programma di costruzione molto vasto.  Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.. Dunque, secondo il Vassalluzzo (…), ad oriente di Sapri, l’unica Torre esistente e costruita era quella di Capobianco, anticamente detta Torre dell’Obertino. Dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nessuna citazione delle torri costiere più antiche ed in particolare della ‘Torre di Scialandro’, di cui parlerò. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 35) Una allo Scialandro, presso Sapri“. Dunque, il Guzzo (…), a p. 247, scriveva che la Torre dello Scialandro, veniva costruita a seguito dell’orinanza vicereale del 1566. Ma rileggendo il Pasanisi (…), abbiamo visto che l’epoca di costruzione di quella torre non si evince. Dal documento citato a p. 429 nella sua nota (1), si evince che l’università di Rivello, nel 1567, veniva esentata dal pagamento dei pesi per la Torre dello Scialandro, ma non si evince da nessun documento che la ‘Torre dello Scialandro’ rientrasse nel programma dell’ordinanza del 1566. Ancora il Guzzo (…), a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – ………………. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………. Il Guzzo (…), nelle pagine seguenti, parla del programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo e a p. 250, a proposito della Torre del Buondormire, dice che questa era una delle torri che furono completate alla fine del 1570 e a p. 252, nella sua nota (35), postillava che: “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono come torrieri: ecc..ecc..”. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, ricavata dal Pasanisi (…), la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, in proposito postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”. Dunque, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…), comprendeva nell’elenco delle torri che venivano costruite nel 1566, anche quella dello Scialandro. Il Guzzo, nel suddetto elenco, citava la ‘Torre dello Scialandro’ e la citava dopo la Torre alla foce del torrente Rubertino che abbiamo visto essere poi stata chiamata Torre di Capobianco che è ancora visibile davanti lo scoglio dello Scialandro. Dunque, stando a ciò che lo stesso Guzzo scrivesse a p. 250, la Torre dello Scialandro seguiva in successione quella del torrente Rubertino, e dunque, questa torre doveva essere una torre posta lungo la costa dopo quella del torrente Rubertino. Sempre il Guzzo (…), a p. 253, scriveva che con la nuova tassa imposta nel 1582, e per effetto di essa furono portate a termine anche la torre alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri. Dunque, della torre dello Scialandro, non si dice più nulla. Forse perchè era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Ma se il Guzzo (…), sulla scorta di Onofrio Pasanisi, a proposito di questa torre, a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Dunque, anche in questo caso il Guzzo (…), ci dà un quadro distorto della realtà dei fatti, in quanto secondo quanto asserisce, la torre dello Scialandro, si costruiva nel 1567. Come ho avuto già modo di ribadire, la torre dello Scialandro, nel 1567, era già preesistente ma dal documento citato dal Pasanisi non si evince che fosse in costruzione. Forse nel 1567, la Torre dello Scialandro, come altre torri già preesistenti, erano state oggetto di interventi di manutenzione. Sempre il Guzzo, a p. 253, scrive che nel programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo, per effetto della nuova tassa imposta nel 1582, fu portata a termine alcune torri ma nel suo elenco non figura quella dello Scialandro. Infatti, se la Torre dello Scialandro, veniva citata da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua prima edizione del 1568, mi chiedo come fosse possibile che questa torre, pur essendo compresa nel programma di ricostruzione del 1566, non fosse stata ultimata a seguito del programma attuato a seguito della tassa del 1582. L’unica spiegazione logica è quella, come io credo, che la Torre dello Scialandro, fosse una torre già peesistente ancora prima della costruzioni vicereali e che poi in seguito, fu compresa nel programma di ricostruzione per rinforzarla ma, come io credo, i lavori non furono del tutto ultimati a causa del fatto che mancavano i fondi per ricostruirla o rinforzarla. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 197, scriveva in proposito che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.. Dunque, secondo l’elenco che fa il Vassalluzzo (…), tra il 1568 e il 1584, sulla ‘Torre dello Scialandro’, a sua guardia non risulta nessun torriere ma risultano torrieri a guardia delle torri di Buondormire e di Capobianco. Ovviamente il fatto che non risultassero torrieri a guardia della ‘Torre dello Scialandro, nel secolo XVI, non significa che questa torre non fosse già preesistente.  Il Guzzo (…), sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 253, scriveva che nel 1580, la vicina Università di Maratea, “ricorreva al Vicerè per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal Governatore Conte di Briatico, nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (39).“. La “Grutta d’a Scala” (il nome significa ‘grotta della scala’). Il Guzzo, a p. 253, in proposito a questa torre in Acquafredda, nella sua nota (39), postillava che: “(39) O. Pasanisi, op. cit. p. 435.”. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), a p. 435, aveva scritto che: “Nel 1580 l’università di Maratea ricorreva al vicerè per la mancata costruzione d’una torre già ordinata dal governatore Conte di Briatico nel luogo detto dell’Acqua fredda presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (2).“. Il Pasanisi (…), a p. 435, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Proc. R. Cam. (p.a.) n. 3037, vol. 277.”. Ma in questo caso il Pasanisi (…), non si riferiva alla ‘Torre di Scialandro’, ma si riferiva ad una torre costruita ad Acquafredda, nel luogo, dove io credo, oggi vi è la Villa Nitti. La vicina spiaggetta della grotta della Scala si trova ad Acquafredda di Maratea in Provincia di Potenza, ed è molto probabilmente la spiaggetta dove sbarcò il gruppetto al seguito di Costabile Carducci. Non sappiamo se il 10 marzo 1577, secondo quando scrive Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, a p. 281: “il regio misuratore delle Torri delle cinque provincie di Terra di Lavoro, Principato Citra (il nostro) Basilicata, Terra di Bari e Capitanata, Liberato Lucido, ecc..”, l’avesse visitata insieme alle altre preesistenti lungo il litorale costiero del nostro Principato Citra. Certo è che se fosse ritrovato l’antico verbale di visita di Liberato Lucido, Regio misuratore del Regno di Napoli al tempo del governo dei Vicerè Spagnoli, sarebbe un ulteriore testimonianza dell’esistenza, anzi preesistenza della ‘Torre di Scilandro‘. A tal proposito stò cercando i registri ‘Quinernioni’, dove si annotavano le Sentenze e delibere della Regia Corte della Sommaria, come ci dice il Capasso. Riguardo la torre marittima della Molpa, requisita dal duca d’Alcalà, al De Leyna, e in seguito, il 10 marzo 1577, dunque dopo la prima edizione del Mazzella, secondo quanto il Pasanisi postillasse nella sua nota (3), si riferiva al “(3) Proc. R. Camera, n. 3749, vol. 315, p.a.”. Come pure, potrebbe risultare interessante il documento citato dal Guzzo (…), a p. 258: “Carta n. 41 del Volume 104 dell’Archivio di Stato di Napoli, Sommaria Diversi, I numerazione, in cui è ben chiaro il numero ed anche la dislocazione di tutte le torri marittime del Regno.”. Forse la ‘Torre dello Scialandro’ era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Mazzella (…), a p. 87, elencava le torri costiere esistenti nel 1568, ed in proposito citava solo la torre dello ‘Scialandro’, scrivendo: “37 T. di Scilandro in Territorio di Policastro“. Scipione Mazzella (…), nel suo elenco delle Torri di Principato Citra, citava anche la “58 T. del Crivo di Scilandro in territorio di Cammerota”, confondendola con l’altra ‘Torre del Crivo‘, e confondendola il luogo, dicendola a Camerota. La torre dello Scialandro è una torre molto più antica delle altre visibili che la tradizione popolare orale chiama ‘Normanne’ ma, costruite in epoca Vicereale. Le torri vicereali,  non sono di forma circolare come quella dello Scialandro, ma esse hanno una sezione a base quadrata e, in elevato assumono una quasi perfetta forma cubica. La Torre dello Scialandro, invece, diversamente dalle altre e unico esempio esistente fino a Novi Velia, ha una sezione a base circolare ed in elevato, assume una forma quasi cilindrica, rastremandosi verso l’alto, forma questa tipica delle Torri d’epoca Angioina, dunque molto più antica delle altre. Inoltre, molti scrittori che l’anno citata, l’hanno confusa con la vecchia Torre dell’Obertino poi detta di Capobianco. La Torre dello Scialandro, come si può ben vedere in tutte le altre carte geografiche citate, è sempre segnata lungo la costa che da Sapri va verso Acquafredda ma posta in successione alla Torre di Capobianco. Credo che la Torre di Scialandro, sia la seconda torre ad oriente di Sapri e del fiume Lubertino, che si vede disegnata in rosso nella carta d’epoca Aragonese. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nel 1848, e sul Carducci, nel suo vol. II, a p. 5, in proposito alla torre che io credo fosse dello Scialandro, scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti ecc..”. A tal proposito, devo però citare il racconto dell’episodio e dei luoghi che fa Franco Maldonato (…), nel suo ‘Teste mozze’, edito recentemente, che a p. 104, in proposito allo sbarco di Carducci ad Acquafredda, scriveva che: “Messo al sicuro il gozzo, si inerpicano in cerca di cibo verso l’abitato, un borgo di duecento anime, noto come Acquafredda perchè nelle acque rivierasche affiora, una bolla visibile solo in tempo di bonaccia, una sorgente sotterranea di acqua dolce, più fredda delle altre correnti in ogni periodo dell’anno. Quivi si era rifugiato il sacerdote Vincenzo Peluso, che in gennaio ..”. Maldonato (…), a p. 105, continuando il suo racconto scriveva che: “ritenne più prudente ritirarsi ad Acquafredda, poco più di cinque chilometri da Sapri, in una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”Dunque, secondo il Maldonato, il vecchio prete Vincenzo Peluso, nel gennaio del 1848, si era ritirato o “rifugiato” in una una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”.

Le Torri costiere preesistenti e molto più antiche di quelle costruite nel Regno di Napoli dai Vicerè del governo Spagnolo

Sin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al XXI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Furono gli Angioini a pensare a un sistema permanente e completo di difesa e di segnalazione con fumo e fuochi dall’alto di torri collocate in promontori e in vista una dell’altra. Tale sistema fu realizzato solo in minima parte, anche a causa dei continui cambiamenti politici e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e delle famiglie che intendevano proteggere i propri territori, piuttosto che le popolazioni dei centri abitati. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Sulle Torri cosiere costruite all’epoca di Federico II di Svevia e quelle successive costruite in epoca Angioina, al tempo della disastrosa per le nostre terre “Guerra del Vespro”, che le interessò particolarmente, poco si è scritto e, poco si è detto e si è indagato. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale popolare vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….), di cui parleremo. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81). Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. . Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata. Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(88) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. Tuttavia, sarà proprio il Pasanisi (…), come dirò, che oltre al Mazzella (…), citerà un’interessantissima notizia storica, forse l’unica, sulla ‘Torre di Scialandro’.  Alcune torri cavallare litoranee e di avvistamento, costruite in epoca Vicereale, non venivano comprese nel territorio di Sapri, in quanto il territorio di Sapri all’epoca dell’edizione di Scipione Mazzella Napolitano (…), era compreso nel territorio del feudo della baronia dei Palamolla di Torraca e sotto la giurisdizione più ampia del marchesato dei Carafa di Policastro.

 

 

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto “1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli”, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nei primi anni ’80 – Sezione ‘Diplomatico-politica’, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui sappiamo che una copia, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.

(3) Antonini G., La Lucania, ed. Tomberli, Napoli, 1795, disc. XI, vol. II, p. 430 e p. 435.

(4) Ramage Craufurd Tait, Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, si veda ried. 1966 a cura di E. Clay e si veda, ristampa a cura di Raffaele Riccio, ed. dell’Ippogrifo, Sarno, 2014, p. 137

(5) Beltrano O., Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1671.

(6) Pacichelli G.B., Il Regno di Napoli in prospettiva – dell’Abate Pacichelli, Napoli, Stamperia di Luigi Muzio, 1702, p….

 

(…) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899 (Archivio Storico Attanasio)

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(7) (Fig. 4) Gallotti N., “Condizioni igienico-sanitarie di Sapri”, Ed. Tipografia Lagonegrese, 1891; “L’aqua potabile di Sapri – (Ricordi) per il Dott. Nicola Gallotti”, Tipolitografia Francesco Graniti, Napoli, 1901 (di mia proprietà); “L’aqua potabile in Sapri – osservazioni e proposte del Dott. Nicola Gallotti”, Napoli, Ed. Tipografia dell’Accademia Reale delle Scenze, 1902; “Sull’influenza ricomparsa in Sapri-  dal Febraio all’Aprile del 1894”, Napoli, Ed. Tipografia di Michele Gambella, 1894; “Per l’inaugurazione del nuovo cimitero in Sa- pri – discorso del Sindaco Dott. Nicola Gallotti, pronunziato il 31 luglio 1904”, Lagonegro, Tipografia lucana, 1904 (erano i tempi dei noti meridionalisti lucani come Giustino Fortunato).

(8) Romanelli D., Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.

(9) (Fig. 5-6) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“,per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

(10) (Fig. 7) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti E., op. cit., (19), vol. II, tav. XVII. Oggi questa carta è conservata alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli e si può vedere alla biblioteca digitale.

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(…) Schmiedt Giulio, Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79

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(…) Cavalcanti P.L., ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, Napoli, 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco.

Sapri, in due studi di Giulio Schmiedt

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Recentemente abbiamo chiesto ed ottenuto dall’Istituto Geografico Militare di Firenze (I.G.M) che lo conserva, un disegno manoscritto del 1819 (Fig. 4) che fù pubblicato da Giulio Schmiedt (2) nel 1975.

Sapri in due studi di Giulio Schmiedt.

Lo studioso  Giulio Schmiedt (2), nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (2), (Fig. 11), lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (2), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Figg. 1-2.

Punta Fortino a Sapri

(Fig. 1) Punta del Fortino in località Fortino a Sapri – veduta da satellite.

Località Fortino a Sapri

(Fig. 2) Località Fortino a Sapri – veduta da satellite.

Lo studioso Giulio Schmiedt, nel suo interessantissimo studio di Fig. 18 (2), citato, parlando del ‘Portolano del Mediterraneo’, a pag. 79, nella nota (176), si riferisce al ‘Compasso de navigare’ (Fig. 3)(4), e poi aggiunge e cita il testo di P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846, che parla degli scali dell’area a p. 46. (7). Schmiedt, parlando dello scalo di Policastro a p. 78, sembra si riferisca ad un ‘Portolano del Mediterraneo’, moderno. Certo risulta strana la citazione di un ‘Sinus Laus’ e di un ‘Vibo ad Sicam’. Non sappiamo se il geografo e studioso Giulio Schmiedt, si riferiva al ‘Compasso de navigare‘.  Schmiedt (2), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il Compasso (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846 (7). Le uniche carte geografiche conosciute e datate prima del XIII secolo, sono alcune carte geografiche contenute in alcuni Codici miniati manoscritti e non sono portolani o carte nautiche. La più antica carta nautica o portolano a noi giunta e conosciuta è la cosiddetta ‘Carta Pisana‘ di cui abbiamo parlato in uno studio quì pubblicato, datata 1290 e che pare sia una Carta nautica annessa all’opera ‘Lo Compasso de navegare’, datato gennaio 1296 (XIII secolo)(4), di cui parla anche lo Schmiedt (2).  Crediamo che Schmiedt, abbia citato il ‘Vibo ad Sicam’ e ‘Sapri’, riferendosi al testo di Cavalcanti del 1846 (7), che non può riferirsi all’opera medievale in quanto essa fu scoperta e pubblicata dal Prof. Motzo nel 1947 (7). Inoltre, come vedremo appresso, il Compasso de navegare, opera anonima del 1296 (XIII secolo), cita Panicastro (Policastro) e non parla dello scalo di  Sapri, che invece, figura tra i porti conosciuti della ‘Carta Pisana’, con il toponimo di ‘Sapra’.

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(Fig. 3) Pagina 17 r del portolano medievale “lo Compasso de Navegare” di autore ignoto – la pagina è quella che descrive gli approdi e le coste da Salerno in giù (4).

Nel suo studio, Schmiedt (Fig. 12)(2), pubblicò lo schizzo illustrato nell’immagine di Fig. 3, che illustra un disegno del 1819 eseguito dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano (5). Si tratta del rilievo in scala 1:5000 della baia naturale di Sapri e del piccolo centro abitato. Il disegno di Fig. 4, pubblicato dallo Schmiedt (2) nel 1975 e da noi citato in alcuni nostri studi (1), nel 1987 e poi da Scarfone (8) nel 2014, è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Su questo rilievo militare, lo Schmiedt (2), scriveva in proposito: un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”.

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(Fig. 4) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno;  vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (2), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142).

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(Fig. 4) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, vecchio schizzo disegnato a mano libera ed eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio militare Napoletano, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt (3), oggi conservato all’Istituto Geografico Militare di Firenze (5).

L’altro studio di Schmiedt (3)

In un altro suo pregevole studio, Schmiedt (3), pubblicò le immagini illustratate nelle Figg. 5-6-7-8-14, che illustrano alcune strutture semisommerse di alcune Ville d’epoca romana del litorale Laziale, che somigliano in modo assolutamente inequivocabile alle strutture semisommerse dette ‘Pilae’ a S. Croce a Sapri. Le immagini illustratate nelle Figg. 5-6-7-8-14, pubblicate da Schmiedt (3), rappresentano alcune strutture di due ville d’epoca romana, costruite lungo la costa laziale: la Villa della Nave o villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo (località di Gaeta) e, la Villa della Regione Sarinola o di Cicerone a Formia, di cui parleremo.

Le ‘Pilae’ a S. Croce sono simili alle strutture della Villa della Nave a Serapo

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(Fig. 5) Villa della Nave a Serapo – Rilievo delle strutture portuali, simili alle ‘Pilae’.

L’immagine di Fig. 5, pubblicata da Schmiedt (3),nella parte alta, illustra un disegno che rappresenta alcune strutture della ‘Villa della Nave’ o villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo (località di Gaeta), dove con la lettera “C si indicano i resti di sovrastrutture 1,2,3,4,5 = fondazioni sommerse di una veranda sul mare” che, come possiamo vedere dal raffronto delle due immagini di Fig. 6, si rassomigliano con le ‘Pilae’ in località S. Croce a Sapri, illuastrate nell’immagine satellitale di Figg. 7-8. Secondo lo Schmiedt (3), le strutture della villa d’epoca romana del patrizio Gneo Fonteio, sono delle strutture o “fondazioni sommerse di una veranda sul mare”. In realtà, le strutture illustrate da Schmiedt (3) e le ‘Pilae’ a S. Croce, sono delle strutture (forse portuali), semisommerse. Anche se oggi, in ambedue i casi, questre strutture o opere strutturali, sono immerse nell’acqua del mare ed affiorano per pochi centimetri fuori il pelo dell’acqua, rappresentano delle opere che in antichità si elevavano dal pelo dell’acqua di mare per diversi metri, tanto da costituire dei grandi e poderosi piloni di sostruzione di una passerella o di una veranda – come vuole lo Schmiedt. Credo si tratti di una struttura portuale elevata ed utilizzata come veranda o pontile flangiflutti,  per il passaggio delle onde e l’attracco ed il ricovero dei navigli. Il molo flangiflutti, semisommerso ed elevato – oggi la parte costruita elevata e fuori mare è poca ma si vede –  è stato costruito  in quel punto a difesa delle violente mareggiate nei giorni di forte libecciata. Infatti, a Sapri, si può vedere come nei giorni di forte vento, il mare in burrasca, scarica e dirige tutta la sua violenta forza e onde verso la direzione delle ‘Pilae’, costruite in quel punto per proteggere i piccoli legni ricoverati nel porticciolo della villa patrizia di S. Croce. Cio è dimostrato dalla tipologia costruttiva e dai materiali utilizzati per la loro costruzione. Si vede chiaramente come queste strutture, siano nate per essere state costruite immerse nell’acqua del mare, dall’uso della malta idraulica utilizzata – la pozzolana – per le costruzioni in acqua. Infatti, le ‘pilae’ a S. Croce, sono per metà costruite con mattoni di tufo legati da un’impasto di inerte e pozzolana, fino al pelo dell’acqua di mare, mentre la parte che oggi affiora dal mare si vede costruita con diversi materiali: ciotoli di pietra locale mista ad una poltiglia di calce normale.

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(Fig. 6) Villa della Nave a Serapo – le strutture portuali semisommerse, simili alle ‘Pilae’. 

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(Fig. 7) Villa della Nave a Serapo – le strutture portuali semisommerse, simili alle ‘Pilae’. 

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(Fig. 8) Villa della Nave a Serapo – le strutture portuali semisommerse, simili alle ‘Pilae’. 

Resti della villa Nave o di Gneo Fonteio a Serapo a Gaeta

(Fig. 9) Villa della Nave o di Gneo Fonteio a Serapo (località di Gaeta), visti dal satellite. Come si può ben vedere, queste strutture semisommerse, somigliano moltissimo allo stesso tipo di strutture semisommerse dette ‘Pilae’, poste lungo il litorale Saprese, illustrate nella Fig. 7 e nella Fig. 8.

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(Fig. 10) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, a Sapri, molto simili a quelle a Serapo.

Le Pilae a S. Croce

(Fig. 11) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, a Sapri, molto simili a quelle a Serapo.

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(Fig. 12) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, in località S. Croce a Sapri

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(Fig. 13) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, in località S. Croce a Sapri

Le Cammerelle a S. Croce a Sapri

Sempre nell’altro suo pregevole studio (3), lo Schmiedt, pubblicò l’immagine della Fig…. , che illustra alcune i criptoportici  della Villa della Regione Sarinola a Formia, d’epoca romana. Pare si tratti della Villa di Cicerone, che sappiamo avesse visitato anche la nostra Sapri. Si tratta della villa illustrata nell’immagine di Fig. 11, sottostante che illustra in particolare i criptoportici della Villa di Cicerone a Formia, pressochè identici a quelli di S. Croce. I resti, attribuiti alla residenza dell’oratore, si stendono sotto villa Rubino a Formia, di cui ci occuperemo in seguito e a cui dedicheremo gli opportuni approfondimenti (9).

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(Fig. 14) Villa di Cicerone a Formia – i criptoportici simili alle ‘Cammerelle’ di Sapri.

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(Fig. 15) Villa di Cicerone a Formia – i criptoportici simili alle ‘Cammerelle’ di Sapri.

Si tratta di una ventina di piccoli ambienti limitrofi alla battigia del mare che sono molto simili alle ‘Cammerelle’ di S. Croce a Sapri.  Si tratta di strutture d’epoca romana che la tradizione orale chiama “‘Cammerelle(piccole camerette) che,  molto probabilmente, dovevano essere delle strutture portuali per il deposito di derrate alimentari destinate alla villa patrizia d’epoca romana di cui vediamo i resti a S. Croce ed illustrati nell’immagine d’epoca di Fig. 9 e nel nostro rilievo architettonico illustrato in Fig. 10. Nelle immagini di Figg. 14 e 15, pubblicate da Schmiedt (3), si rappresenta la veduta di criptoportici della villa romana di Regione Sarinola”, ovvero della Villa romana di Cicerone a Formia-Minturno, oggi chiamata Villa Rubino. I criptoportici della Villa romana (Figg. 14-15), sono molto simili alle nostre ‘Cammerelle‘ in località Santa Croce. Come si può vedere dal raffronto delle due immagini di Fig. 16 e quelle illustrate nelle due Fig. 14 e Fig. 15, le strutture sono molto simili. Le strutture portuali o annesse alla Villa patrizia di Sapri, risultano molto simili alle ville patrizie lungo il litorale laziale scoperte a Serapo,  Formia e Sperlonga ed in particolare le Cammerelle a Sapri, risultano molto simili ai ‘criptoportici’ della Villa di Cicerone a Formia, o Villa della Regione Sarinola (come la chiama Schmiedt (3)).

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(Fig. 16) Le ‘Cammerelle’ e l’Istituto e la Specola a S. Croce a Sapri, nei primi del ‘900.

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(Fig. 17) Attanasio F., rilievo architettonico del prospetto principale delle strutture d’epoca romana a S. Croce a Sapri, da me eseguito nei primi anni ’80.

Nate bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

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(2) (Fig. 18) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79.

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(3) (Fig. 18) Schmiedt G., ‘Il livello antico del Mar Tirreno‘, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1972, pp. 134, 138 (Figg. 5-6-7-8-9-14-15-16-17-18).

(4) (Fig. 3) Trattasi del più antico portolano conosciuto, di autore anonimo e chiamato: ‘Lo Compasso de navegare’, o Codice Hamilton 396, datato a metà del secolo XIII (incipit porta la data del 1296 ma è molto più antico, forse delineato venti anni prima e su documenti molto più antichi). Pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: “Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII”, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947. Recentemente è stato tradotto da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011. Oggi, il codice Hamilton 396 è conservato alla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino. Si veda quì pubblicato lo studio ad esso dedicato. Schmiedt G., op. cit. (2), pp. 78-79, a pag. 78, quando parla di Sapri, alla voce ‘il Portolano del mediterraneo’, l’autore alla nota (172): “Cfr. op. cit., supra, p. 166”, che rimanda alla nota (171) – “Nel Portolano del Mediterraneo (Basso Tirreno e Ionio occidentale) a p. 166 viene esplicitamente ricordato che le isobate dei m 5 passano a m 600 da Policastro.”. Il ‘Portolano del Mediterraneo’, a cui si riferisce lo Schmiedt, forse è quello citato alla nota (166) di p. 77. Lo cita nelle pagine precedenti in alcune note,  e fa esplicito riferimento al ‘Compasso de navegare’, per es. alla nota (132). Si veda pure: P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846, Napoli, Reale Tipografia Militare. Inoltre, si veda pure: il ‘Portolano del Mediterraneo’ del Lamberti, del 1865; il Portolano attribuito ad Alvise ca de Mosto, bollettino. Società Geografica italiana, 1893 e O. Marinelli, Atlante dei tipi geografici, I.G.M., Firenze, 1815.

(5)(Fig. 4) Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, tratto da Schmiedt G., op. cit. (3), p. 78-79; Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: un vecchio schizzo ecc.. eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Recentemente, nel 2014, la carta in questione è stata pubblicata da Scarfone A., op. cit. (8). Il vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (2), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142) ‘Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno. La carta può essere richiesta collegandosi al link dell’IGM:  https://www.igmi.org/carte-antiche/digitale_300_dpi/carta-1507626269.46?searchterm=Ten.+Blois+

(6) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960.

(7) P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1846, p. 46.

(8) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

(9) la compongono vari ambienti rettangolari a nord e un settore residenziale a est, organizzato su tre terrazze; al centro sono due ninfei di età repubblicana. È la testimonianza meglio visibile della romana Formiae, che era dotata di un impianto termale presso piazza della Vittoria, di una peschiera in corrispondenza della Villa comunale, e di un teatro, in parte fungente da appoggio per le abitazioni soprastanti. I materiali rinvenuti sono parzialmente esposti nell’Museo archologico nazionale sottostante al Municipio, dove spiccano un gruppo acefalo di Leda col cigno, una statua di Ares e una ricca documentazione epigrafica sulla gens Vitruvia. A oriente del nucleo abitato inizia il Parco regionale suburbano di Gianola-Monte di Scauri, una superficie di 290 ettari a prevalente macchia mediterranea conserva resti archeologici di una villa romana e di una cisterna ottagonale, chiamata Tempio di Giano, databili al I sec. a.C. Un piccolo approdo, il porticciolo di Gianola del 1930, sorge sui resti di una peschiera romana. Il tratto di costa antistante il parco è Oasi Blu marina gestita dal WWF che organizza diverse attività (v. anche dintorni di Minturno).

Nel 1350, ‘Safri’ nell’Atlante Tammar-Luxor(o)

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Con la progressiva e definitiva dissoluzione dello Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli, le sue origini e l’evoluzione storico-urbana del centro costiero. Dall’analisi di alcuni vecchi scritti ed autori della bibliografia antiquaria ed anche in alcune antiche carte nautiche medievali e a stampa, vediamo come il toponimo di Sapri, nell’anticihità sia stato trasformato in Safri. Alla trasformazione del toponimo di Sapri in Safri, in antichità, abbiamo dedicato lo studio: “Safri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. In particolare in questo studio, cercheremo di fare degli approfondimenti circa la presenza del toponimo di Sapri nell’Atlante Tammar-Luxoro o Luxor (3), (Fig. 1), dove il toponimo di Sapri, figura trasformato in ‘Safri‘.

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(Fig. 1) Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxoro, Tavv. III e IV. Di autore ignoto, dei primi del XIV secolo (3), conservato alla Biblioteca Civica Berio di Genova.

Tammar-Luxor ricevuto dalla Biblioteca civica di Berio a Genova

(Fig. 2) Particolare tratto dalla Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxor(o), Tav. IV. Ingrandimento con i toponimi dei porti lungo la nostra costa tirrenica. Si vede, dopo ‘Panicastra (Policastro) Safri’ (5)

Il Safri, ricordato dall’Antonini

Sulla notizia riferita dall’Antonini (2) a proposito di Sapri che “Mario Negro lo chiama Safri “, è una notizia che viene confermata. Infatti, in altri studi sulle antiche carte nautiche e peripli rintracciati, quì pubblicati (….), abbiamo segnalato la citazione del toponimo medievale di Safri su alcune carte nautiche tardo medievali. E’ lo Almagià che in un suo pregevole studio, elenca i toponimi presenti sulle antiche carte (….).  Il toponimo di Sapri, secondo il prospetto dell’Almagià (….) è Safrì sulle prime carte fino a noi giunte. Safri figura sulla carta del Delorto, il Tammar-Luxoro (Fig. 2) e sulla carta detta De Combitis. Queste tre carte del XIII secolo, tra i porti della costa tirrenica annoverano Safri.

‘Safri’ sulle antiche carte nautiche del XIII e XIV secolo

La notizia tratta dall’Antonini, che Mario Negro la chiamava Safri’ci viene con- fermata dai nostri studi ed approfondimenti sul caso. Attraverso lo studio toponomastico da noi condotto attraverso lo studio della cartografia medievale, sulle antiche carte nau- tiche, quì pubblicati (2), si è potuto accertare che il toponimo di ‘Safri’, figura su alcuni documenti antichi ed in particolare Sapri, viene annoverato con il toponimo di ‘Safri’ su alcune carte nautiche e su alcuni portolani. La citazione di un porto o di un approdo co- nosciuto di ‘Safri’, viene confermata dall’Almagià (2) che in un suo pregevole prospetto (2), elenca i toponimi o nomi dei porti presenti sulle più antiche carte nautiche e porto- lani conosciuti (Fig. 3) (2). L’Almagià, nel suo pregevole prospetto, afferma che il toponi- mo del porto di Sapri, trasformato in ‘Safri‘, figura nell’AtlanteTammar-Luxoro’ (Fig. 1-2) (4).

Il toponimo di Safri nell’Atlante Tammar-Luxoro del XIII o inizi XIV secolo (Fig. 1).

Sapri, risulta annoverato con il toponimo di Safri in uno dei più antichi documenti della cartografia nautica che si conosce, il così detto Atlante Tammar-Luxor, così chiamato dal cognome del suo scopritore, il Prof. Tammar Luxoro (uno dei riformatori dell’Accademia Ligustica di Belle Arti, di famiglia ricca genovese), che lo scoprì tra le carte di famiglia, nel 1861. Il Tammar Luxoro Atlas o Atlante Luxoro, è di autore ignoto ed è uno dei più antichi cimeli di cartografia nautica che si siano conservati in tutto il mondo. E’, da collo- carsi alla fine del secolo XIII, o ai primi anni del secolo XIV (4); Il Tammar Luxoro Atlas o Atlante Luxoro, è di autore ignoto ed è una raccolta anonima di portolani italiani, com- posto da otto piccole tavole (tabulae), di fogli membranacei a colori manoscritti, mm. 226 x 155. Attualmente è conservato presso la Biblioteca Civica Berio a Genova (5). L’autore è sconosciuto. Alcuni ritengono che il suo autore sia Pietro Vesconte mentre altri pensano sia stato realizzato da Francesco de Cesanis di Venezia. (2). L’Almagià (2), scrive in proposito a p. 22: “Tra i più antichi documenti della cartografia nautica si annovera di solito anche il così detto Atlante Tammar-Luxoro. Anche questo Atlante è tuttavia certamente da collocarsi nella prima metà del secolo XIV. “. Dall’Almagia (2)(Fig. 3) e dal Desimoni (4), nella “coste napolitane, terre di lavoro e principati” (4), vengono elencati i toponimi riportati nell’antico testo e nella carta allegata che illustra le coste dell’Italia meridionale, nella sezione A della ‘Tavola quarta‘ (Fig. 1-2), figurano i toponimi di “Safri” (Sapri), Capo de Licosa, Palinuo (Palinuro), Panicastra (Policastro), Foresta (Bosco), Safri (Sapri), Malatri (Maratea), Tim (Isola di Dino), San Nicolo, Scallia (Scalea, scritto in rosso perchè importante). La Tav. IV (dx) è quella dove si vedono i centri costieri della costa tirrenica dell’Italia e dove figura il centro costiero di ‘Safri‘ (2). I toponimi elencati dal Desimoni (4) e dall’Almagià (2), li confermo in quanto, ho esaminato de visu la fotoriproduzione della (Figg. 1-2) che ho ottenuto dalla Biblioteca Civica di Berio su gentile concessione del Comune di Genova.

Tammar-Luxor ricevuto dalla Biblioteca civica di Berio a Genova

(Fig. 2) Particolare tratto dalla Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxoro, Tav. IV. Ingrandimento con i toponimi dei porti lungo la nostra costa tirrenica. Si vede, dopo ‘Panicastra (Policastro) Safri’.

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(Fig. 4) Pagina 65 dell’Atlante Tammar Luxor(o), illustrato da Desimoni e Belgrano (4).

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(Fig. 3) Prospetto dell’Almagià, sulla toponomastica nelle più antiche carte nautiche (2)

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) (Fig. 3) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in Monumenta Italia Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, p. 68. Si veda dello stesso autore p. 3.

(3) (Fig. 1-2) Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxoro, Tavv. III e IV. Di autore ignoto, è una raccolta anonima di 8 piccole tavole o Carte nautiche e portolani italiani dei primi del XIV secolo, attualmente conservate presso la Biblioteca Civica Berio a Genova. I toponimi elencati dal Desimoni (4) e dall’Almagià (2), li confermo in quanto ho esaminato de visu la fotoriproduzione della (Fig. 1-2) che ho ottenuto dalla Biblioteca Civica di Berio su gentile concessione del Comune di Genova. Riprodotto ed illustrato da Desimoni C., op. cit. (4).

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(4) Desimoni C. e L.T. Belgrano, Atlante Idrografico del medioevo posseduto dal Prof. Tammar Luxoro, coste napolitane, terre di lavoro e principati, Genova, 1867, Tavola IV, pag. 65, stà in ‘Atti Società Ligure di Storia Patria’, Tomo V, Genova, Tip. dei Sordomuti, 1867; visibile sulla rete sul sito di Google play alla pagina: https://play.google.com/books/reader?id=_GU_AAAAYAAJ&printsec=frontcover&output=reader&hl=it&pg=GBS.PA65. Si veda pre di Desimoni C., Le carte nautiche italiane del medio evo, a proposito di un libro del prof. Fischer, Atti Soc. Ligure di Storia Patria. Vol. XIX, 15.

(5) Carte nautiche da musei e biblioteche della Liguria dal XIV al XVII secolo, Ed. Analisi, 1988, Mostra a Genova, Palazzo Belimbau, a cura di Gaetano Ferro, p. 32.

SAFRI

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse (1). Dall’analisi di alcuni vecchi scritti ed autori della bibliografia antiquaria ed anche in alcune antiche carte nautiche medievali e a stampa, vediamo come il toponimo di Sapri, nell’anticihità sia stato trasformato in Safri.

Sapri nella Lucania di Antonini: Mario Negro lo chiama Safri,…

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Safri’ di Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (3) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase, nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (3)(Fig. 1), riferisce: “ Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice: Mario Negro lo chiama Safri,…(4). L’interessantissima notizia citata dall’Antonini (3) che Mario Nigro, “..lo chiama Safri,.” è stata tratta dal testo scritto in latino dell’erudito Mario Nigro (4), il quale, parlando di Sapri, lo chiamava ‘Safri‘ (4). L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, è stato compilato nel 1557 a Basilea ed è intitolato: Geographie, commentarorium libri XI ecc…In questo testo del 1557, il veneto Mario Nigro, commenta il libro XI della Geografia di Strabone. Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…., nel suo indice (Index), alla voce Safri, rimanda a ‘Safri castellum’ a p. 199. Infatti, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, a p. 199 (4), Mario Nigro, proposito di Sapri, scrive: “Inde Safri: Malatia (cb) castella. Postea Laus amnis in mare audit.” che tradotto significa: “Allora Safri, Malatia castelli. Dopo il fiume Laus sfocia nel mare aperto”.

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(Fig. 1) Pagina 430 della ‘Lucania’, I Discorsi’,  dell’Antonini (3).

‘Safri’ in Mario Nigro, citato dall’Antonini 

Sulla ‘Geografia’ di Tolomeo, trascritta e tradotta dal greco in latino, si basarono e trassero molte notizie alcuni eruditi e studiosi del ‘500, come ad esempio Negro Mario (o Domini- cus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII che, nel 1557, (4), nell’indice, alla voce di Sapri, lo chiama ‘Safri castellum’ = p. 199. (4) (Fig. 2).

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(Fig. 2) Mario Nigro (4), 1557, p. 199.

Mario Nigro (4), a p. 199 scrive a proposito di Safri castellum: ” Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari semota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum uocant, Talao finui imminens, ubi & ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sal- lam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Ma- latia castella. Postea Laus amnis in mare uadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanius terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacent. Inde Blanda oppidum fuit situ ualidum.”. Che tradotto dal latino sarebbe: Poco dopo, Ta- lon della città era un sibarita, una colonia un po ‘dal mare diminuisce con l’altezza, nei pressi del luogo di cui ci, sulla riva del mare, villaggio è che il giovane Paleocastrum sono chiamati, di Talaus i seni della, che si affaccia sul, e dove ha animis Talon Dianius ora ai piedi delle piste della sorto tra Masecum il villaggio, alla mano sinistra è nelle mani di lui c’era un altro Sallam il nome del sarà per la penetrare grotte auterra montagna al mare. Poi castelli (i villaggi) di ‘Safri’, e Malatia. Dopo il fiume Laus sfocia nel mare aperto, ‘va’, il campo di Laino Lucanius, del modo in cui termina nel nome del. Queste parole si trovano al suo interno, o, punizione dell’iniquità: compsam antiche città. Famosa anche per nessun altra forza il cui nome rimane a questo momento, non lontano dalla fonte Pyxi cui è adiacente. Da questo è la situazione del soggiorno è stata la città di liscio dalla lingua.”. Queste interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate o meglio tradotte. Alla luce delle recenti conferme possiamo affermare che il toponimo di ‘Safri‘ è confermato da otto documenti: Mario Ni- gro (4), Antonini (3), la carta nautica di Angelino Dalorto (Fig. 5), l’Atlante Tammar-Luxo- ro (Fig. 7-8) e nella carta de Corbitis (Fig. 6), la Carta d’Italia annessa all’Isolario di Cristofaro Buontelmonti (Fig. 7).

L’Ebner

Anche l’Ebner nel suo ‘Chiesa Baroni e popoli nel Cilento’, a pag. 589 (17), parlando di Sa-pri, scrive che oltre ad avere i toponimi di ‘Portum‘ e ‘Portus Saprorum’ veniva chiamato ‘Safri’. Non sappiamo come facesse l’Ebner a confermarci la notizia di un ‘Safri’ ma pre-sumiamo che egli, avesse letto qualcosa forse proprio in Mario Nigro (4), oppure su una delle tavole tolemaiche che portano il suo nome: il Codice Latino Ebner (13), la cui immagine di Fig. 3 è stata tratta da Borri (13). Non abbiamo potuto esaminare de visu l’immagine dall’originale e non possiamo confermare la nostra ipotesi che l’Ebner, citando il toponimo di ‘Safri’, si riferissse alla sua carta manoscritta tratta dalla Geografia di Claudio Tolomeo.

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(Fig. 3) Particolare della Carta d’Italia, annessa al Codice latino manoscritto Ebner (13).

‘Safri’ sulle più antiche carte nautiche del XIII e XIV secolo

La notizia riferita dall’Antonini (3), ovvero che Mario Nigro (4) lo chiamava Safri’ci viene confermata dai nostri studi ed approfondimenti sul caso. Infatti, attraverso lo studio toponomastico da noi condotto attraverso lo studio della cartografia medievale, sulle an-tiche carte nautiche e peripli rintracciati, quì pubblicati (2), si è potuto accertare che il to- ponimo di ‘Safri’, figura su alcuni documenti antichi manoscritti. Sapri, viene annoverato con il toponimo di ‘Safri’ su alcune carte nautiche e su alcuni portolani. La citazione di un porto o di un approdo conosciuto di ‘Safri‘, viene confermata dall’Almagià (7) che in un suo pregevole prospetto (8)(Fig. 4), elenca i toponimi o nomi dei porti presenti sulle più antiche carte nautiche e portolani conosciuti. L’Almagià (8), nel suo pregevole pros- petto, afferma che il toponimo del porto di Sapri, trasformato in ‘Safri‘, figura sulla carta del Dalorto (Fig. 5), il Tammar-Luxoro (Figg. 7-8) e sulla ‘carta detta ‘De Combitis’ (Fig. 6). Le  antichissime tre carte nautiche del XIII secolo, tra i porti della costa tirrenica annoverano ‘Safri’.

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(Fig. 4) Prospetto dell’Almagià, sulla toponomastica nelle più antiche carte nautiche (8).

‘Safri’ nella carta nautica del Dalorto, del 1339

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(Fig. 5) Carta nautica “Dal mar Baltico al mar Rosso”, di Angelino De Dalorto, del 1339 (9).

‘Safri’ nella carta nautica dell’Atlante Corbitis, del 1384

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(Fig. 6) L’Italia in una carta dell’Atlante nautico Corbitis già detto Combitis. In questa car- ta Sapri, figura con il toponimo di Safri (10).

Il toponimo di Safri nell’Atlante Tammar-Luxoro del XIII o inizi XIV secolo (Fig. 8).

Sapri, risulta annoverato con il toponimo di Safri in uno dei più antichi documenti della cartografia nautica che si conosce, il così detto Atlante Tammar-Luxor, così chiamato dal cognome del suo scopritore, il Prof. Tammar Luxoro (uno dei riformatori dell’Accademia Ligustica di Belle Arti, di famiglia ricca genovese), che lo scoprì tra le carte di famiglia, nel 1861. Il Tammar Luxoro Atlas o Atlante Luxoro, è di autore ignoto ed è uno dei più antichi cimeli di cartografia nautica che si siano conservati in tutto il mondo. E’, da collo- carsi alla fine del secolo XIII, o ai primi anni del secolo XIV (12); Il Tammar Luxoro Atlas o Atlante Luxoro, è di autore ignoto ed è una raccolta anonima di portolani italiani, com- posto da otto piccole tavole (tabulae), di fogli membranacei a colori manoscritti, mm. 226 x 155. Attualmente è conservato presso la Biblioteca Civica Berio a Genova (13). L’autore è sconosciuto. Alcuni ritengono che il suo autore sia Pietro Vesconte mentre altri pensa- no sia stato realizzato da Francesco de Cesanis di Venezia. (13). L’Almagià (7), scrive in proposito a p. 22: “Tra i più antichi documenti della cartografia nautica si annovera di solito anche il così detto Atlante Tammar-Luxoro. Anche questo Atlante è tuttavia certamente da collocarsi nella prima metà del secolo XIV.“. Dall’Almagia (7)(Fig. 6) e dal Desimoni (12), nella “coste napolitane, terre di lavoro e principati” (12), vengono elencati i toponimi riportati nell’antico testo e nella carta allegata che illustra le coste dell’Italia meridionale, nella sezione A della ‘Tavola quarta‘ (Fig. 7-8), figurano i toponimi di “Safri” (Sapri), Capo de Licosa, Palinuo (Palinuro), Panicastra (Policastro), Foresta (Bosco), Safri (Sapri), Malatri (Maratea), Tim (Isola di Dino), San Nicolo, Scallia (Scalea, scritto in  rosso), come si può vedere nell’immagine di Fig. 8, ingrandita. La Tav. IV (dx) è quella dove si vedono i centri costieri della costa tirrenica dell’Italia e dove figura il centro costiero di ‘Safri‘ (7). I toponimi elencati dal Desimoni (12) e dall’Almagià (7), li confermo in quanto ho esaminato de visu la fotoriproduzione della (Fig. 7) che ho ottenuto dalla Biblioteca Civica di Berio su gentile concessione del Comune di Genova (Figg. 7-8).

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(Fig. 7) Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxoro, Tav. III, IV. Di autore ignoto, dei primi del XIV secolo (11).

Tammar-Luxor ricevuto dalla Biblioteca civica di Berio a Genova

(Fig. 8) Particolare della Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxoro, Tav. IV. Ingrandimento con i toponimi dei porti lungo la nostra costa tirrenica. Si vede, dopo ‘Panicastra (Policastro) Safri’ (11).  

‘Safri’ nella carta nautica del 1373 di Francesco Pizigano alla Biblioteca Ambrosiana

L’altra carta nautica attribuita a Francesco Pizzigani ‘Portolano del Mediterraneo’, che quì pubblichiamo (Fig. 9) è datata 1373 ed è conservata alla Biblioteca Ambrosiana a Milano. Il più antico manufatto cartografico originale della Biblioteca del Congresso: un grafico nautico. Secondo quarto del XIV secolo. Anche questa carta nautica o portolano datata 1373, risulta essere molto interessante per il toponimo originario di Sapri. L’immagine della carta in questione (Fig. 9) si può ottenere collegandosi al sito: https://en.wikipedia. org/wiki/Portolan_chart. Recentemente abbiamo ottenuto dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, la fotoriproduzione del file digitale tratto dall’originale della carta nautica di Francesco Pizigano del 1373 (4)(Fig. 9) e della foto successiva ingrandita con le nostre coste dell’Italia del sud che quì pubblichiamo (Fig. 9). In essa si possono vedere i porti di Salerno e Scalia (Scalea), segnati di colore rosso, mentre con il colore nero (oggi un grigio sbiadito e con una scrittura gotica), vengono elencati i porti minori tra cui quello di Sapri e Policastro. Purtroppo, come si può vedere, i toponimi dei porti della nostra costa, non sono decifrabili a causa delle linee di distanza convergenti proprio verso il porto di Sapri. Non abbiamo potuto esaminare de visu l’originale e, purtroppo dall’ingrandimento del file digitale si evince che le linee di distanze di colore rosso, convergendo tutte in un punto adiacente alla porzione che interessa propio i toponimi dei porti che a noi interessano, non si distinguono con chiarezza i toponimi ivi riportati. Nell’ingrandimento (Fig. 9), si vede, sotto il toponimo di ‘Panecastro‘ (Policastro), segnato anche questo con il colore nero il toponimo del porto di Sapri, noi leggiamo un ‘Safri’.

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(Fig. 9) Carta nautica di Francesco Pizzigano del 1373, ‘Portolano del Mediterraneo’, con- servata alla Biblioteca Ambrosiana a Milano – fotoriproduzione dall’originale – Ingrandi- mento della fotoriproduzione su concessione della Biblioteca Ambrosia di Milano (13).

La ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nell’”Isolario” del Buontelmonti del 1420, esemplare contenuto nel Codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale di Berlino

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(Fig. 14) Particolare delle coste dell’Italia meridionale in una carta contenuta nel Codice Hamilton 108 (20), contenente l’Isolario di Cristoforo Buontelmonti, del 1420 (prima metà del secolo XV),  tratta e pubblicata dal testo di Lago (19).

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(Fig. 15) Esemplare del ‘Liber Insularim Archipelagi cum pictura’, di Buontelmonti, conservato alla Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze

La ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nell’”Isolario” del Buontelmonti del 1420, esemplare conservato alla Bibliotteca Medicea-Laurenziana di Firenze

In questa Carta del Mediterraneo (18), illustrata nelle immagini che seguono, figura il toponimo di ‘Saffri’, tra i luoghi o i porti e gli scali marittimi del litorale Tirrenico dell’Italia meridionale. Si tratta di una carta geografica contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (20), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Codice Plut. XXIX, 25 (Plut. 29.25), pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze, e citata da Luciano Lago (19), op. cit., Tav. VII, dopo pag. 185 e s.  Questa carta, fu pubblicata dall’Almagià, op. cit. (7), Tav. X. bis, ed è quella contenuta nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 della seconda metà del secolo XV.

Plut., 7

Plut. 9

Plut. 9

(Fig. 16) Particolare della ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (20), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Plut. 29.25, pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze.

‘Safri’ nelle carte nautiche della Biblioteca Palatina di Parma

Recentemente ho acquisito un testo che ci parla delle carte nautiche conservate alla Bi- blioteca Palatina di Parma. Si tratta del testo: Carte per navigare. La raccolta di portolani della Biblioteca Palatina di Parma, a cura di Andrea De Pasquale che racconta ed illustra la mostra ‘Mirabilia Palatina’ del 2002, tenutasi alla Biblioteca Palatina di Parma, dove sono conservate alcune interessantissime carte nautiche del XV e XVI secolo. In queste carte nautiche manoscritte e miniate, abbiamo trovato i toponimi dei porti o scali marit-timi maggiori e minori delle nostre coste. Quì presentiamo e parleremo delle carte nauti- che conservate alla Biblioteca Palatina di Parma dove il toponimo del porto o scalo marit-timo di Sapri figura con Safri . Non abbiamo potuto esaminare de visu le carte che quì presentiamo ma dagli ingrandimenti si può leggere chiaramente il toponimo di Sapri tra- sformato in ‘Safri’. Oltre alle due carte nautiche attribuite a Francesco e Domenico (fra- telli) Pizigano (o Pizzigano o (i)), che abbiamo presentato in un nostro scritto ivi pubbli- cato, il toponimo di Sapri, figura trasformato in ‘Safri’ negli scali marittimi conosciuti delle seguenti carte conservate alla Biblioteca Palatina di Parma:  

‘Safri’ nell’Atlante nautico di Anonimo del 2° quarto del secolo XV

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(Fig. 10) Atlante nautico di Anonimo del 1624, conservato alla BPM (Ms. parm. 1624).

 ‘Safri’ nell’Atlante nautico del 1512 di Vesconte Maggiolo 

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(Fig. 11) Atlante nautico di Vesconte Maggiolo del 1512

In seguito all’Atlante nautico di Vesconte Maggiolo, del 1512, in cui lo scalo marittimo di Sapri figura con il toponimo di ‘Safri’, con il nuovo Atlante nautico di Vesconte e di Giovanni Maggiolo, del 1525 (tredici anni dopo), il toponimo dello scalo marittimo di Sapri figurerà come Sapri e non più ‘Safri’. Anzi in alcuni casi, il toponimo dello scalo marittimo di Sapri figurerà come Porto di Sapri. Fino alla metà del XVI secolo il toponimo dello scalo di Sapri figurerà annoverato con il toponimo di ‘Safri‘ per poi trasformarsi in seguito come ‘Sapri’ o a volte Porto di Sapri’, come ad esempio nell’Atlante nautico di Giovan Battista e Pietro Cavallini del 1654, conservato alla Biblioteca Palatina di Parma.

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(Fig. 12) ‘Porto de Sapri’, nell’Atlante nautico di Giovan Battista e Pietro Cavallini del 1654

L’Alfano nel 1823

L’Alfano (4), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sa- pri dice: “Terra sopra un falso piano bagnato dal Mar Tirreno, d’aria buona, Diocesi di Policastro, 64 miglia da Salerno distante, feudo di Carafa Spina. Anticamente fu detta Si-pron, edificata dai Sibariti, quando dopo la disfatta avuta dai Crotoniati nell’Olimpiade settantesima, furono costretti a disertare dai propri Luoghi. Vi è un vecchio Porto considerevole, che ha due miglia di perimetro, è mezzo miglio di apertura. Produce grani, frutta, vini generosi, oli eccellenti, e il mare da abbondante pesca. Fa di popolazione 1489.”. Noi questo abbiamo letto in Alfano a p. 135 (16), mentre l’Ebner (17) afferma che l’Alfano (16) scriveva di Sapri: all’imboccatura di esso (del porto di Sapri – della sua baia), varie vestigia di antichi magazzini, e molte mura stanno mezze sepolte nell’acqua: da queste reliquie argomentasi essere stata una colonia assai antica, o almeno un porto di considerazione. Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; me è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.”. 

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Attanasio F., “Sapri in alcune carte di Angelino Dalorto o Dulcert del 1300″; vedi pure: “Safri nell’Atlante Corbitis del XIII secolo”; si veda pure: Safri nell’Atlante Tammar-Luxo- ro”; ivi quì: Sapri rouinatawordpress.com.

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(3) Antonini G., La Lucania – discorsi, discorso XI, parte II, ed. Tomberli, Napoli, 1797.

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(4) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Com- mentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, com- menta il libro XI della Geografia di Strabone e, si può scaricare gratis da Google libri alla pagina: https://books.google.it/books?id=hCGivYjTfhEC&pg=PR2&dq=Dominicus+Marius+ Niger,+Geographia,+Basileae,+1557&hl=it&sa=X&redir_esc=y#v=onepage&q=Dominicus Marius Niger%2C Geographia%2C

(5) (Fig. 2) Filippo Cluverio, Italia antiqua, carta geografica, del 1624. Carta d’Italia inseri- ta nell’”Italia antiqua” di Filippo Cluverio del 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, mm 282×363. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(6) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (5)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesa- urum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pure: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apo- stolica Vaticana, 1942.

(7) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Mo- numenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, ed. Forni editore.

(8) (Fig. 4) Almagià R., op. cit., Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, p. 68.

(9) (Fig. 5) Carta nautica “Dal mar Baltico al mar Rosso”, di Angelino De Dalorto, del 1339. Carta nautica di Angelino De Dalorto, del 1339, è pubblicata da De La Ronciere A. M., M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Mila- no, 1992, tav. n. 7 a colori, del 1339 e, commento alla tavole, pagg. 193, 194, conservata Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia, Cartes et Plans, Res. Ge B 696 (Fig. 5).

(10) (Fig. 6) L’Italia in una carta dell’Atlante nautico Corbitis già detto Combitis (2). In que- sta carta Sapri, figura con il toponimo di Safri. Tav. 2 (ff. 3 v- 4r): Mediterraneo centrale dal Peloponneso (limite orientale a zauatia) dall’Italia, alla Francia, con un breve tratto della costa spagnola fino a s[an]c[t]o felio. Conservato nella Biblioteca Marciana di Vene- zia, ms. It. VI, 213 (= 5982).

(11) (Fig. 7) Carta nautica del “Mediterraneo centrale” tratta dall’Atlante Tammar-Luxoro, Tav. III, IV. Di autore ignoto, è una raccolta anonima di portolani italiani dei primi del XIV secolo, otto piccole tavole, attualmente detenute presso la Biblioteca Civica Berio a Genova. I toponimi elencati dal Desimoni (9) e dall’Almagià (7), li confermo in quanto ho esaminato de visu la fotoriproduzione della (Fig. 1) che ho ottenuto dalla Biblioteca Civi- ca di Berio su gentile concessione del Comune di Genova.

(12) Almagià R., op. cit., pag. 3. Riprodotto ed illustrato da Desimoni C. o pubblicata in “Atti Società Ligure di Storia Patria“, Tomo V, 1867; Le carte nautiche italiane del medio evo, a proposito di un libro del prof. Fischer, Atti Soc. Ligure di Storia Patria. Vol. XIX, 15. Si veda anche Desimoni C. e L.T. Belgrano, Atlante Idrografico del medioevo posseduto dal Prof. Tammar Luxoro, coste napolitane, terre di lavoro e principati, Genova, 1867, Tavola IV, pag. 65, visibile sulla rete sul sito di Google play alla pagina: https://play.google.com/books/reader?id=_GU_AAAAYAAJ&printsec=frontcover&output=reader&hl=it&pg= GBS.PA65 . Si veda pure in proposito: Carte nautiche da musei e biblioteche della Liguria dal XIV al XVII secolo, Ed. Analisi, 1988, Mostra a Genova, Palazzo Belimbau, a cura di Gaetano Ferro, p. 32.

(13) (Fig. 9) Codice Latino Ebner, particolare della Carta d’Italia, annessa al Codice latino manoscritto Ebner. Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (4), CM3, p. 12. Pietro Ebner (17), è stato uno studioso medievalista del Cilento, forse lo scopritore dell’antico Codice (forse conservato alla Badia di Cava dei Tirreni), che conteneva l’antichissima carta manoscritta illustrata in Fig. 9.

(14) (Fig. 10) Carta nautica di Francesco Pizigano del 1373, Portolano del Mediterraneoconservata alla Biblioteca Ambrosiana a Milano (collocazione: manoscritti: SP_10_29). Si veda: Fischer (1886: p.148-51). Si veda pure il sito:  https://en.wikipedia.org/wiki/ Porto- lan_chart. L’immagine che pubblichiamo (Fig. 3) è la fotoriproduzione ordinata ed otte- nuta su concessione dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano.

(15) (Fig. 11) Carta nautica di Francesco e Domenico Pizzigano, firmata e datata 1367, conservata nella Biblioteca Palatina di Parma (Ms. Parm. 1612), Membr., 1367 (dicembre 12), Venezia, cm. 87 x 128. La carta è stata pubblicata da Gorreri S., stà in Carte per navi- gare, la raccolta di portolani della Biblioteca Palatina di Parma, a cura di De Pasquale A., ed. MUP, Parma, 2009, p. 17. Le immagini delle carte nautiche dei fratelli Pizzigano, con- servate alla Biblioteca Palatina di Parma, sono tratte e pubblicate da Schuler C. J., Carto-grafare il mondo, ed. Logos, Modena, 2010, pp. 22-23.

(16) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1823, p. 135.

(17) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(18) (Figg. 13) La ‘Carta del Mediterraneo’, contenuta nel ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’ (20), di Cristoforo Buontelmonti, contenuto nel Codice latino di derivazione Tolemaica, Codice Plut. XXIX, 25 (Plut. 29.25), pp. cc. 62v e 63r, posseduto dalla Biblioteca Nazionale Medicea-Laurenziana di Firenze, e citata da Luciano Lago (19), op. cit., Tav. VII, dopo pag. 185 e s.  Questa carta, fu pubblicata dall’Almagià, op. cit. (7), Tav. X. bis, ed è quella contenuta nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 della seconda metà del secolo XV.

(19) Lago L., Imago Mundi et Italiae – la versione del mondo e la scoperta dell’Italia nella cartografia antica (secoli X-XVI), con contributi di L. Gambi, M. Milanesi, L.Rombai, per la mostra di Cartografia storica allestita dall’Università degli Studi di Trieste, ed. La Mongolfiera, Trieste, 1994: Tav. V, stà nel cap.: ‘Le prime carte corografiche moderne dell’Italia’.

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(20) (Fig. 16) L‘Isolario o ‘Liber Insularum Archipelagi cum pictura’, di Cristoforo Buontelmonti, del 1420, è contenuto nel codice Hamilton 108, conservato alla Biblioteca Statale (Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek) di Berlino; si veda il testo con prefazione di Ludovico de Sinner, Helvetia, Berna, Lipsia et Barolini, 1824, Lightning Source UK Ltd, Milton Keynes UK; la versione Berlinese è l’unica che contiene la carta dell’Italia in questione. Ricordiamo che il Codice Hamilton, conservato a Berlino, è di notevole interesse. L‘Isolario del Buontelmonti, è stato scoperto dal fiorentino Poggio Bracciolini che lo pubblicò in un codice latino e, possono essere scaricate dal sito: https://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts/Results.asp, ma esistono altre versioni dello stesso codice scoperto da Poggio Bracciolini nel…..Esiste il codice Latino, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, che riporta la segnatura Plut. 29-25 (Figg. 9-10-11). L’Almagià (7), pubblicò anche altre due carte dell’Isolario del Buontelmonti, Tav. X. bis, che sono quelle contenute nell’Isolario, conservato nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze, XXIX, 25 (collocazione: Plut.29.25), della seconda metà del secolo XV. Esiste anche una versione conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana, ovvero il codice Barb. Latino 270. Si veda in particolare il testo “Desciption des iles de l’Archipel par Christophe Buontelmonti – version grecque par un anonyme” di Emile Legrand, Paris, ed. Ernest Leroux, 1897; si veda pure: Campana A., ‘Da codici del Buontelmonti’, estratto da “Silloge Bizantina” in onore di Silvio Giuseppe Mercati, Roma, 1957.

 

 

L’Italia nei Codici latini manoscritti più antichi conosciuti, delineati prima della stampa della ‘Cosmographia’

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri. Come è noto, la cartografia e le carte geografiche, manoscritte dell’antichità, possono fornire un valido contributo alla storiografia, alle origini e alla toponomastica dei luoghi, in quanto attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’età o alle origini di un luogo. L’antica cartografia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. Le carte geografiche manoscritte nella antichità sono quelle inserite in alcuni Codici manoscritti, di origine greca, i Codici greci manoscritti, rintracciati nel lontano Oriente dove essi erano stati compilati e trascritti e, che a volte contenevano allegati cartografici di notevole importanza come mappe o carte geografiche manoscritte (1). Moltissimi di questi Codici, come quello del geografo alessandrino Claudio Tolomeo, erano sconosciuti allo stesso mondo latino che non li aveva mai copiati. Molti di questi codici greci furono rintracciati e riportati nel mondo latino ed occidentale solo agli albori del Rinascimento. Moltissimi dei Codici latini manoscritti come i Codex miniati da monaci amanuensi, forse derivati da antichi codici di origine più antica e greca, sono andati perduti e non sono stati mai del tutto rintracciati. In questo studio, cercheremo di fare degli approfondimenti circa la presenza del toponimo di Sapri sulle antiche mappe e carte geografiche, manoscritte, contenute nei più antichi e conosciuti Codici miniati e manoscritti in greco-latino, le cui carte ivi contenute e di chiara derivazione tolemaica, erano conosciute già prima della pubblicazione a stampa della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo. Dopo questo codice, tra i codici latini a noi noti e conosciuti che conservino l’originario tipo greco, vi è il Codice Laurenziano XXVIII, 49, che è il codice più autorevole della classe B.

Le carte annesse alla ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo

Quella di Tolomeo è la più antica opera superstite e il suo planisfero è una mappa del mondo così come si presume venisse visto e rappresentato nel II secolo d.C. dalla Civiltà Occidentale. Esso venne realizzato sulla descrizione contenuta nel libro di Tolomeo, Geographia , scritto nel 150 circa d.C. Sebbene le mappe autentiche non siano mai state trovate, la ‘Geographia’, contiene migliaia di riferimenti di varie parti del mondo, con in più le coordinate, le quali hanno permesso ai cartografi di ricostruire la visione del mon- do di Tolomeo, quando il manoscritto venne riscoperto intorno al XIV secolo. Quella di Tolomeo è la più antica opera superstite che adoperi osservazioni astronomiche per de- terminare la latitudine e la longitudine delle località, inserendole così in un reticolato geografico, metodo che l’astronomo greco aveva ereditato dai suoi predecessori d’età ellenistica Eratostene di Cirene ed Ipparco di Nicea, le cui opere originali sono tuttavia disgraziatamente andate perdute. Il planisfero di Tolomeo è una mappa del mondo così come si presume venisse visto e rappresentato nel II secolo d. C. dalla Civiltà Occidentale. Intorno alle carte che corredano la γεωγραφία di Claudio Tolomeo nei manoscritti greci finora conosciuti – poco più di una trentina – solo una minoranza è accompagnata da carte. Nel 1396, il maestro greco Manuele Crisolora, assunto come docente dal Comune di Firenze, fece giungere in Italia, da Costantinopoli, dove fu scoperta, la ‘Geografia’ di Tolomeo. Quando il padre Jos Fischer (18), rese nota l’importante scoperta che, accanto ai codici greci già da lungo tempo conosciuti che contengono 27 carte, esiste un’altra classe di codici contenenti 64 carte. I documenti tolemaici cominciano con le carte d’Italia annesse ai codici greci della ‘Geographia’ di Tolomeo, già in circolazione molto prima che fosse eseguita la traduzione latina del testo da parte di Jacopo d’Agnolo della Scarperia, allievo del Crisolora, che la tradusse dal greco in latino tra il 1406 e il 1409 nella Curia romana e, con il nome di ‘Cosmographia’, la dedicò al Papa Alessandro V. Le carte manoscritte, contenute nei Codici latini redatti prima della pubblicazione a stampa della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo, derivano da quelle redatte dal geografo greco e alessandrino e, malgrado queste carte siano annesse ai codici greci e latini conservati sino ai nostri giorni, esse non sono opera sua. Solo dopo la sua traduzione dal greco in latino, il testo della ‘Geographia’ o  γεωγραφία di Claudio Tolome (scoperta a Costantinopoli, l’odierna Istambul in Turchia), la sua versione latina, venne data alle stampe a caratteri mobili, con il nome di ‘Cosmographia’. Malgrado nessuna delle carte manoscritte annesse ai codici greci e latini conservati sino ai nostri giorni sia opera dello stesso Tolomeo, è lecito comunque ritenere che siano state redatte (dal XI al XV secolo) sulla scorta di dati e di notizie tramandate dal geografo alessandrino: la qualifica di carte tolemaiche è perciò, corretta e pienamente accettabile. Nei codici della prima classe (classe A), le carte si trovano alla fine del testo, o intercalate al libro VIII, in quelli della seconda (classe B), sono inserite nei capitoli corrispondenti. Dei manoscritti greci, il Cuntz (6), ne indica sette fondamentali, dei quali tre soli contengono carte, e cioè il Vat. Urb. gr. 82, ed il Ven. Marc. gr. 516, che appartengono alla classe A, ed il Laurenziano XXVIII, 49 della classe B (Fig. 8-9). Recentemente Borri (3), ci illumina su diversi aspetti della cartografia antica e, scrive in proposito: “Con qualche semplificazione si ritiene che, in relazione alla regione italiana, sia opportuno prendere in considerazione un ristretto gruppo di carte manoscritte greche (corrispondenti a quelle del Capello C., inserite nel Gruppo 1, Redazione A), e più precisamente quelle annesse ai codici (codex): Urbinate Greco 82 (Urb. 82), realizzato tra il 1000 ed il 1100; Laurenziano 626 (Laurent. 626), dell’inizio del secolo XV; Marciano 388 (Marc. 388); Vindobonensis Hist. (Vind. Hist) (Figg. 2-3-4), realizzato nel 1454 circa. Per queste carte interessantissime essendo le più antiche conosciute, rimandiamo allo studio ivi pubblicato: “Sapri, nelle prime carte greche-tolemaiche conosciute.”. Riguardo le altre carte geografiche conosciute e fino a noi giunte, il Borri, dice in proposito: Un’attenta osservazione dei contorni, disegno orografico, ecc.., ci consente di affermare che che dai predetti codici greci (ed in particolare dal Vind. Hist) derivano le carte annesse ai codici latini che, come si vedrà, saranno la fonte delle prime carte a stampa della penisola italiana.” (3).

Le carte annesse ai Codici e Atlanti a stampa della ‘Cosmographia’ di Tolomeo del XV sec.

Come è noto, l’unica cartografia pervenutaci dal mondo antico è quella cosiddetta tole- maica, ovvero delle carte geografiche medioevali, copie manoscritte delle originarie car- te di origine greca contenute nella ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo. Oltre a questi antichi Codici miniati, le cui carte manoscritte ivi contenute, sono di estremo interesse per gli studiosi di toponomastica medievale e di cui ci siamo occupati quì in altri studi, vi sono pure tutti i Codici miniati che seguiranno alla pubblicazione a stampa di Jacopo d’Agnolo della Scarperia, che, tra il 1406 e il 1409, tradusse nella curia romana dal greco in latino, l’opera di Claudio Tolomeo, γεωγραφία  (Gheografikè ufeghesis), giunta in Italia da Cos- tantinopoli nel 1396, dove fu scoperta, grazie al maestro greco Manuele Crisolora, assun- to come docente dal Comune di Firenze, e dandogli il nuovo nome di Cosmographia’.  Quando il padre Jos Fischer rese nota l’importante scoperta che, accanto ai codici greci già da lungo tempo conosciuti che contengono 27 carte, esiste un’altra classe di codici contenenti 64 carte. Nei codici della prima classe (classe A), le carte si trovano alla fine del testo, o intercalate al libro VIII, in quelli della seconda (classe B), sono inserite nei capitoli corrispondenti. Dei manoscritti greci, il Cuntz (3), ne indica sette fondamentali, dei quali tre soli contengono carte, e cioè il Vat. Urb. gr. 82, ed il Ven. Marc. gr. 516, che appartengono alla classe A, ed il Laurenziano XXVIII, 49 della classe B. Dei Codici latini pervenutici in seguito alla traduzione dell’opera tolemaica fatta da Jacopo d’Agnolo della Scarperia, vi è il  Vindobonensis Hist. (Vind. Hist), realizzato nel 1454 circa (Figg. 2-3-4).   Recentemente Borri (2), ci illumina su diversi aspetti della cartografia antica e, scrive in proposito: Un’attenta osservazione dei contorni, disegno orografico, ecc…., ci consente di affermare che che dai predetti codici greci (ed in particolare dal Vind. Hist) derivano le carte annesse ai codici latini che, come si vedrà, saranno la fonte delle prime carte a stampa della penisola italiana.” (2). La riscoperta di Tolomeo venne accolta con entusiasmo nell’Italia del primo Umanesimo: prima del 1410 era pronta la traduzione latina a cura di Jacopo d’Agnolo da Scarperia ma solo nel 1409 veniva messa in circolazione con la dedica ad Alessandro V. Era dapprima senza carte; queste vennero eseguite da umanisti fiorentini, Francesco di Lapacino e Domenico di Lionardo Buoninsegni, seguendo pedissequamente modelli greci. Se dobbiamo dare importanza per la loro antichità alle tipiche tavole vecchie, che derivate dalle edizioni latine, appaiono poi ancora riportate dalle prime edizioni a stampa, ben maggiore significato presentano le cosiddette tavole nuove nei loro diversi rifacimenti. Ecco cosa scrive in proposito Vincenzo Boni in una scheda dedicata ad una Cosmographia di Tolomeo, posseduta dalla Biblioteca Nazionale di Napoli (16): “Tolomeo, fervente assertore dei principi matematico-trigonometrici per la costruzione delle carte geografiche, aveva, purtroppo, per l’ovvia penuria propria dei suoi tempi, poche conoscenze astronomiche e, pertanto, la sua geografia ‘ecumenica’ trasferì nel medioevo, ma soprattutto nel rinascimento, errori di calcolo gravissimi, che determinarono conclusioni spesso fuorvianti all’epoca delle grandi scoperte geografiche. Dall’inizio del ‘400 e fino a quasi tutto il ‘500, per effetto della riscoperta dei testi classici e per la venerazione della cultura greco-latina, la geografia tolemaica era legge in virtù della grande autorevolezza dell’autore. Esemplari di codici tolemaici si custodivano gelosamente nelle più ricche biblioteche d’Italia e d’Europa, da quella degli Este a Ferrara, a quella dei Montefeltro ad Urbino, da quella romana della Curia a quella dei Medici a Firenze, da quella napoletana di Alfonso e Ferrante d’Aragona a quella di Mattia Corvino d’Ungheria e Luigi XII di Francia. Colombo stesso, pur estimatore – e probabilmente disegnatore – di carte nautiche, che, ben più precise, ma purtroppo non considerate scientifiche, pullulavano da almeno quattrocento anni in Europa, per la rappresentazione delle coste del Mediterrano, del continente europeo e dell’Africa settentrionale, dovendo affrontare un viaggio intorno al mondo, tenne in gran conto il geografo alessandrino, fidandosi della misura tolemaica della circonferenza terrestre, che non induceva a pensare ad un nuovo continente tra l’Europa e il Catai (Cina) e il mitico Zipangu (Giappone) estreme terre dell’Asia, di cui si avevano notizie.“.

LE CARTE GEOGRAFICHE DELL’ITALIA CONTENUTE NEI CODICI MINIATI GRECO-LATINI PIU’ ANTICHI CONOSCIUTI

Le tavole dell’Italia annesse ai codici latini realizzati nel XV secolo e derivati dai quattro precitati codici greci vengono tradizionalmente suddivise in cinque gruppi, originanti da altrettan to scuole di cartografia, e precisamente:

La carta dell’Italia annessa al Codice greco “Vindobonensis Historia” o VIND-HIST (Fig. 2-3-4) (10).

Codice Vind-Hist

(Fig. 2) Tabula VI del Codice VIND-HIST (10).

La carta d’Italia annessa al Codice greco “Vindobonensis Historia” o VIND-HIST o Codex Vindobonensis, della Geografia di Claudio Tolomeo, la cui copia tradotta in latino è stato realizzata nel 1454 circa e, conservato presso la Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna, in Austria (Fig. 2)(9), contiene questa carta d’Italia manoscritta in greco (Figg. 1- 2). La carta d’Italia annessa e contenuta in questo antichissimo codice greco di deriva- zione tolemaica è probabilmente più antica. La carta del codice VIND-HIST è molto simile al codice Urb. gr. 82 ed è probabile che anche questa carta, come il suo codice, risalgano ad un periodo che va dal XII al XIII secolo.

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(Fig. 3) L’Italia nel Codice greco Vidobonensis Historia (Vind-Hist) (10).

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(Fig. 4) La carta dell’Italia nel Codice greco Vidobonensis Historia (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (10).

Le carte d’Italia annesse ai Codici miniati e latini derivati dai Codici greci della Geografia di Tolomeo

Il Borri (4) afferma che: Un’attenta osservazione dei contorni, disegno orografico, ecc.., ci consente di affermare che dai predetti codici greci (ed in particolare dal Vind. Hist),  derivano le carte annesse ai codici latini che, come si vedrà, saranno la fonte delle prime carte a stampa della penisola italiana. Infatti, dalla carta manoscritta annessa al codice greco della ‘Geografia’ di Tolomeo, detto ‘Vindobonensis Hist.’ (Vind. Hist) (Figg. 2-3-4), ed altre simili, derivano le tavole manoscritte annesse ai codici latini che,  come si vedrà, “saranno la fonte delle prime carte a stampa della penisola italiana.” (3). I codici greci hanno ispirato le prime carte a stampa, come ad esempio la carta manoscritta annessa al codice latino detto LAURENTIANO XXX.1 (Figg. 10-11), conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Sono entrambe di derivazione tolemaica ed entrambe sono molto interessanti. Il più antico Codice latino con carte manoscritte finora conosciuto, il Vat. Lat. 5698 (Figg. 5-6-7) (11), appare nel corredo cartografico col tipo dell’Urbina- te greco 82 (stà nell’altro studio ivi). Nella prima, i toponimi dei luoghi sono segnati in rosso ed in nero. Sarebbe interessante approfondire lo studio dei toponimi ivi riportati.

La carta d’Italia annessa al Codice latino manoscritto (Cod. Vat. Lat. n. 5698) (11). 

Come ha detto il Borri (3), sia il Codice latino  LAURENTIANO XXX.1, conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e questo Codice latino manoscritto (Codice  Vaticano Latino 5698), della prima metà del secolo XV, sono entrambe di derivazione to- lemaica ed entrambe sono molto interessanti per i numerosi toponimi ivi citati. E’ proba- bile che, come afferma il Borri (3), anche questo Codice latino da Un’ attenta osservazione dei contorni, disegno orografico, ecc.., ci consente di affermare che dai predetti codici greci (ed in particolare dal Vind. Hist) derivano le carte annesse ai codici latini…” (3)(Figg. 5-6-7), la carta d’Italia annessa al Codice latino manoscritto Cod. Vat. Lat. 5698, è il più antico codice latino conosciuto della Geographia di Claudio Tolomeo (prima metà del secolo XV). Nell’originale, la carta dell’Italia misura cm. 69 x 44,5. Il più antico Codice latino con carte manoscritte finora conosciuto, è il Vat. Lat. 5698 che, appare nel corredo cartografico col tipo dell’Urbinate greco 82. Dice l’Almagià (4) in proposito: “2- Carte dell’Italia della Sardegna e della Sicilia nel Cod. Vat. Lat. 5698, il più antico codice latino conosciuto della Geografia di Tolomeo conosciuto.”. La carta manoscritta che rappresenta l’Italia (Fig. 5), andrebbe ulteriormente indagata nei diversi toponimi ivi citati. 

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(Fig. 5) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto,  il più antico Codice latino conosciuto. Questa immagine è tratta dal Mazzetti (8).

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(Fig. 6) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto,  il più antico Codice latino conosciuto. Immagine, tratta dal Mazzetti (8), Tav. I.

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(Fig. 7) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto,  il più antico Codice latino conosciuto. Immagine, tratta dal Mazzetti (8).

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(Fig. 8) Carta d’Italia annessa al Codice latino manoscritto Cod. Vat. Lat. 5698, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine, tratta dall’Almagià (4).

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(Fig. 9) Carta d’Italia annessa al Codice latino manoscritto Cod. Vat. Lat. 5698, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine, tratta dall’Almagià (4).

La carta d’Italia annessa al Codice Laurenziano – Codice Vat. Latino XXVIII, 49 (12).

Nei codici di derivazione tolemaica, manoscritti e tradotti in latino, vi è il Codice Lauren- ziano (Codice Vat. Latino XVIII, 49), conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze.  Questo Codice latino, contenente la ‘Geografia’ di Tolomeo, contiene una carta d’Italia (Figg. 10-11), di cui pubblichiamo un particolare delle coste meridionali ed un ingrandi- mento particolare delle nostre coste, manoscritta, che riporta i toponimi dei luoghi in greco. Questa carta fù pubblicata da Almagià R. (4): Carta d’Italia nel codice XXVIII, 49 della Biblioteca Laurenziana di Firenze contenente la Geografia di Tolomeo nella redazione B con 64 carte (secolo XIV). L’originale misura cm. 53 x 34″ (10), i cui toponimi andrebbero ulteriormente indagati. Il Cuntz (6) ha dimostrato la stretta parantela fra questo codice Laurenziano e l’Urbinate greco 82, anche per le carte. Ed io aggiungerei soprattutto per le carte. Il Cuntz ritiene che le carte del codice Laurenziano siano state eseguite nel XIV (o XIII) secolo, usufruendo degli stessi materiali che hanno servito per il testo, ma facendo qualche aggiunta di origine straboniana (12). Le carte geografiche annesse a questo antichissimo codice greco, sono delineate da un autore che ci è ignoto e sebbene ricalcassero e citassero nomi o toponimi di luoghi che interessano anche la nostra zona, andrebbero perciò ulteriormente indagate.

Plut. 28.49, c. 30r - Copia

 

(Fig. 10) Carta d’Italia annessa al Codice Laurenziano – Codice Vat. Latino XXVIII, 49 (XIV secolo) (12).

Particolare

 

(Fig. 11) Carta d’Italia annessa al Codice Laurenziano – Codice Vat. Latino XXVIII, 49 (XIV secolo) (12).

Plut.28.49, part.

(Fig. 11) Carta d’Italia annessa al Codice Laurenziano – Codice Vat. Latino XXVIII, 49 (XIV secolo) (12) – particolare delle nostre coste.

La carta d’Italia annessa al Codice latino manoscritto LAURENT. XXX.1, conservato nella Biblioteca Laurenziana-Medicea di Firenze (12).

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(Fig. 12) Carta d’Italia annessa al Codice latino manoscritto LAURENT. XXX.1, conservato nella Biblioteca Laurenziana-Medicea di Firenze (13).

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(Fig. 13) Carta d’Italia annessa al Codice latino manoscritto LAURENT. XXX.1, conservato nella Biblioteca Laurenziana-Medicea di Firenze (13).

La carta d’Italia, annessa al Codice latino manoscritto Ebner (14).

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(Fig. 14) Particolare della Carta d’Italia, annessa al Codice latino manoscritto Ebner (14).

La carta d’Italia, annessa al Codice latino Laurenziano XXX.4 (BLF) (15).

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(Fig. 15) La carta d’Italia, annessa al Codice latino Laurenziano XXX.4 (BLF) (15). 

La carta d’Italia, annessa ad un Codice latino Braid. XV.26 (15).

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(Fig. 16) Carta d’Italia manoscritta annessa al Codice latino Braid. XV.26 (15).

La carta d’Italia, annessa ad un Codice manoscritto della Cosmographia di Claudio Tolomeo alla Biblioteca Nazionale di Napoli (17).  

L’immagine di Fig. 17 e la Fig. 18 (particolare del Mezzogiorno d’Italia), illustra la carta VII, Europe tabula sexta Sexta Europe Tabula Italiam continet et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis (cc. 83v – 84r), che si può vedere (insieme alle altre) sulla pagina internet: http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/105/le-tavole. Si tratta della immagine 8 di 28, contenuta in un Codice manoscritto della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo, posseduto dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Da una scheda sull’opera, sul sito della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Vincenzo Boni, scriveva in proposito che: Il codice napoletano appartiene al fondo Farnese, risalente a papa Paolo III, già cardinale Alessandro Farnese (1468-1549), portato a Napoli, nel 1736, da Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese, dopo la conquista del Regno di Napoli nel 1734.” (17). Da un’attenta analisi, questa Carta manoscritta, risulta quasi identica a quella annessa all’Atlante di Borso d’Este – La Cosmographia di Claudio Tolomeo, altro Codice miniato e manoscritto, conservato alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena. Ad onor di causa dobbiamo precisare al riguardo che il Codice Napoletano, risulta essere ancora più antico del Codice Modenese.

Ms.V F 32 07

(Fig. 17) VIIEurope tabula sexta Sexta Europe Tabula Italiam continet et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis (cc. 83v – 84r), l’Italia tratta dalla Tav. VII della ‘Cosmographia’ di Tolomeo, contenuta in un Codice napoletano posseduto dalla BNN (17).

Ms.V F 32 07, conv. 1

(Fig. 18) Particolare dell’Italia tratta dalla VII tavola (Fig. 17), della ‘Cosmographia’ di Tolomeo, contenuta in un Codice napoletano posseduto dalla BNN (17).

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) I.G. De Agostini, Mostra tenutasi a Milano: Segni e sogni della terra – il disegno del mondo dal mito di Atlante alla geografia delle reti, ed. de Agostini, 2001, p. 56.

(3) Borri A., L’Italia nell’antica cartografia, 1477-1799,  ed. Priuli e Verlucca, Torino, 1999

(4) Almagià R., Monumenta Italia Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. I.

(5) Capello F.C., Descrizione degli itinerari alpini di Jaque Signot, Codici e stampe dei se- coli XV e XVI, Rivista Geografica italiana, vol. LVII, 1950.

(6) Cuntz O., Die Geographic des Ptolemaus, Berlino, Weidmann, 1923, pp. 18-20.

(7) Brotton J., Le Grandi mappe, ed. Gribaudo, II edizione, 2016, stampato a Hong Kong, p. 24.

(8) Mazzetti E, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ed. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1972.

(9) (Fig. 1) Planisfero di Tolomeo  ricostituito dalla Geographia tolemaica (circa 150 d.C.) nel XV secolo, che mostra la “Sinae” (Cina) all’estrema destra, oltre l’isola di “Taprobane” (Sri Lanka, più grande del normale) e l’“Aurea Chersonesus” (penisola del Sud-Est asiati- co). Questa carta è stata pubblicata da Brotton J. (7).

(10) (Figg. 2-3-4) L’immagine che pubblichiamo riguarda la carta manoscritta annessa al Codice greco “Vindobonensis Historia” o VINDHIST, (Codex Vindobonensis), realizzato nel 1454 circa e, conservato presso la Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna, in Austria (Fig. 2). L’Italia nel Codice greco o Codex Vidobonensis (Vind-Hist) e, particolare. Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (3), CM1, p. 11.

(11) (Figg. 5-6-7-8-9) Carta d’Italia annessa al Codice latino manoscritto Cod. Vat. Lat. 5698, il più antico Codice latino conosciuto. Questa carta è stata pubblicata anche da Mazzetti E., op. cit. (8), Tomo II,  Tavola I. La carta d’Italia di Figg. 6-7 è stata pubblicata da Almagià, op. cit. (4), Tav. I bis, 2). Le immagini di Figg. 8-9, sono tratte dal testo di Almagià, op. cit. (4), Tav. I.

(12) (Figg. 10-11) Carta d’Italia annessa al Codice Laurenziano (Codice Vat. Latino XVIII, 49) (XIV secolo), della Biblioteca Laurenziana di Firenze, contenente la ‘Geografia’ di Tolomeo, pubblicata da Almagià R., op. cit. (5), Tavola II e nel Capitolo Primo: La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV, p. 1-2-3. L’Almagià dice in proposito: “Carta d’Italia nel codice XXVIII, 49 della Biblioteca Laurenziana di Firenze contenente la Geografia di Tolomeo nella redazione B con 64 carte (secolo XIV). L’originale misura cm. 53 x 34.”. 

(13) (Figg. 12-13) Carta d’Italia annessa al Codice latino manoscritto LAURENT. XXX.1, conservato nella Biblioteca Laurenziana-Medicea di Firenze. Questa carta è stata pub- blicata da Borri A., op. cit. (3), CM2, p. 12.

(14) (Fig. 14) Carta d’Italia, particolare, annessa al Codice latino manoscritto Ebner. Que- sta carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (4), CM3, p. 12.

(15) (Fig. 15) Stralcio della carta d’Italia, annessa al Codice latino Laurenziano XXX.4. Questa carta d’Italia è tratta da un Codice miniato della Cosmographia di Claudio Tolo- meo, il Codice vaticano latino Laurenziano XXX.4, conservato presso la Biblioteca Nazio- nale di Francia a Parigi. Forse di autore anonimo è uno dei primi Codici miniati con la traduzione in latino dell’opera cartografica ‘Geographia‘ di Claudio Tolomeo, dei primi del XIV secolo. Questa carta è quasi simile a quella contenuta nell’Atlante di Borso d’Este curato da Nicolà Germanico (o il Tedesco).

(16) (Fig. 16) Carta d’Italia manoscritta annessa al Codice latino Braid. XV.26, venne utiliz- zata insieme alla carta annessa al Codice Urb. Lat. 273, dall’Ignoto Berlingheriano quale modello per realizzare a Firenze la tavola di derivazione tolemaica a stampa del 1482, Novella Italia di Ignoto Berlingheriano (autore anonimo) annessa alla Geografia di Tolo- meo, in terza rima, curata da Francesco Berlinghieri, 1482 (12), stà quì in Sapri, nelle pri- me carte a stampa; nota (12) (Fig. 6); questa carta (Fig. 12) è pubblicata in Borri A. (4), C. M.5, p. 13.

(17) (Fig. 17-18) Si tratta dell’immagine 8 di 28, VIIEurope tabula sexta Sexta Europe Tabula Italiam continet et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis (cc. 83v – 84r), contenuta in un’esemplare di un Codice manoscritto della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo, posseduto dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, abbiamo tratto l’immagine di un particolare della Carta dell’Italia della Tav. VII, che ha la seguente collocazione: Claudio Tolomeo, Cosmographia, Ms. membr., lat., sec. XV (1460-66), cc. I-II,124,III-IV, Biblioteca Nazionale di Napoli, ms. V. F. 32″, che si può vedere sulla pagina internet: http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/105/le-tavole. Da una scheda sull’opera manoscritta, sul sito della BNN, di Vincenzo Boni, traiamo le seguenti informazioni: Il codice napoletano appartiene al fondo Farnese, risalente a papa Paolo III, già cardinale Alessandro Farnese (1468-1549), portato a Napoli, nel 1736, da Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese, dopo la conquista del Regno di Napoli nel 1734.”. 

(18) Fischer Theobald, Sammlung mittela Iterlice Welt-und-See-Karten italienischen ursprungs ecc…(raccolta di mappamondi e carte marittime del medio evo d’origine italiana e da Biblioteche e d’Archivi italiani), Venezia, ed. Ongania, 1886.


Nel 1456, Sapri nella carta del Massajo

La carta d’Italia del Massajo, forse del 1456

Un altro disegnatore di manoscritti del ‘Geographia’ fu il pittore fiorentino Pietro del Massaio. L’assistente tecnico di Donnus Nicolaus Germanus, che lavorava a Firenze come cosmografo (e forse stampatore) che, nel 1466, presentò in visione a Borso d’Este, duca di Ferrara, il manoscritto di un Geographia. Il manoscritto è tuttora conservato nella Biblioteca D’Este a Modena. Pietro del Massajo, assistente e disegnatore del Nicolò Germanico era l’artista che disegnava le mappe secondo le indicazioni del cosmografo Nicolò Germanico, i cui testi invece erano scritti da Ugo Cominelli, un noto miniaturista originario di Mezières sulla Mosella. Della scuola del Massaio, che si ispira, tra altri, al Codice Laurent. XXX.1, con riferimento sia alla tavola tolemaica, sia alla tavola nuova è lItalia Novella’ di Pietro del Massajo annessa al codice latino 4802 della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo del 1450, dipinta a colori dal Massajo nel 1456 (Fig. 1), su pergamena e conservata insieme al codice latino nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Questa carta è citata anche dall’Almagià (3). In essa si vedono  chiaramente riportati i toponimi di ‘Palamida’ (Palinuro), ‘Policastro’ e Sapri (1) (Fig. 1). L”Italia Novella’ di Pietro del Massajo, forse del 1450, è una carta manoscritta dipinta a colori. L’originale misura circa cm. 75 x 53. Purtroppo, il toponimo di Sapri è eroso ma guardando de visu la carta, il toponimo vi è citato.

f. 127r

(Fig. 1) L’”Italia Novella”, carta manoscritta e dipinta a colori dal fiorentino Pietro del Massajo, del 1456, annessa al Codice Latino 4802 della Geografia di Tolomeo (1), conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia (1-2).

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(Fig. 1) L’”Italia Novella”, carta di Pietro del Massajo particolare delle nostre coste, dove si vede chiaramente riportati i toponimi di ‘Palamida’ (Palinuro), ‘Policastro’ (scritto in rosso perchè più importante o porto franco) e Sapri (1-2)

Pietro del Massajo, cod. Urb.Lat. 277

(Fig…) Particolare della nostra zona nella carta d’Italia contenuta nel codice Vaticano Urbinate Latino 277 conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma, datato 1456, interamente digitalizzato. Le carte annesse a questo antico codice di Jacobus Angelus (Jacopo Angelo della Scarperia), furono commentate da Ugo Cominelli di Mezières ed illustrate da Pietro del Massajo

L'Italia di Tolomeo di Pietro del Massajo nel Cod.vat. Urb.Lat.277

(Fig. 3) Carta d’Italia annessa alla ‘Cosmographia’ (la Geografia) di Claudio Tolomeo, riprodotta e contenuta nel codice Latino 4802 di Jacobus Angelus, (Jacopo Angelo della Scarperia) non datato, forse delineato nel 1456 conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia Parigi e collocato come Par.Lat. 17542

La ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo

La geografia di Tolomeo, del 150 d.C., fu riscoperta dal bizantino Massimo Planude, circa un secolo dopo l’umanista greco Emanuele Crisolora ne inviò in Italia una copia, che fu tradotta in latino da Jacopo di Angelo della Scarperia. A Pietro del Massajo (Firenze 1424-1496), pittore e miniatore, noto per lo più per una serie di lavori a carattere artigianale, è attribuita, grazie anche ad una nota aggiunta dal copista Ugo Cominelli di Mezières all’interno dei volumi, la decorazione e l’illustrazione di tre codici miniati della Geografia di Tolomeo. Il più antico dei tre è considerato il Par. Lat. 17542 ex 4802 della Biblioteca Nazionale di Parigi, del 1456, mentre il Vat. Lat. 5699 e l’Urb. Lat. 277 sono rispettivamente del 1469 e del 1472; i codici contengono, oltre a un mappamondo e una serie di tavole geografiche, alcune vedute di città, tra cui quella di Firenze. I tre disegni sono strettamente simili, anche se graficamente si può riconoscere una maggiore delicatezza nel tratto dell’esemplare parigino, e molto probabilmente vanno riferiti ad un archetipo di fine trecento.

Il Codice della Cosmographia di Tolomeo di Jacobo Angelus (Jacopo Angelo della Scarperia), codice conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi e collocato come Par.Lat. 17542, del 1456, il più antico esistente che riproduce le tavole della ‘Cosmographia’ di Tolomeo

Della versione della ‘Geographia’ di Tolomeo del Germanico, del 1466 e disegnata dal fiorentino Pietro del Massajo, si conoscono diversi manoscritti e, divenne la base per le mappe della prima edizione a stampa del ‘Geographia’, fatta a Bologna nel 1477. Ci sono giunti tre manoscritti firmati dai due uomini, datati 1469, 1472 e il terzo senza data. Il terzo senza data è proprio il n. 4802, conservato alla Biblioteca Nazinale di Francia da cui abbiamo tratto l’immagine di Fig. 1 (1). Un altro manoscritto anonimo è così somigliante a questi tre che è stato da molti attribuito a Pietro del Massaio. Il Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo è un codice latino di Jacobus Angelus, non datato, forse delineato nel 1456 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia Parigi. Da questo codice, che contiene le carte dipinte, attribuite a Pietro Massajo, abbiamo tratto l'”Italia Novella”, forse delineata nel 1456 (Fig. 1). L’Almagià (3), sciveva in proposito: “Di questo Codice della Geografia di Tolomeo, sappiamo che era appartenuto alla Biblioteca di Alfonso V di Napoli.”.

L’altra carta del Massajo contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Latino 277

Urb.lat.277_0267_fa_0125r.[01.xx.0000]_s

(Fig. 5) carta ‘Italia Novella’ di Pietro del Massajo, forse del 1456, contenuta nel  Codice Vaticano Urbinate Latino 277, della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, consultabile con la segnatura: Urb.lat.277

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(Fig. 7) Particolare ingrandito delle nostre coste dell’‘Italia Novella’ di Pietro del Massajo annessa al codice parigino Part. Lat. 17542 ex 4802 di Jacopo Angelo della Scarperia

Note bibliografiche:

(1) (Fig. 1) L”Italia Novella’ di Pietro del Massajo del 1450, dipinta a colori. L’originale misura circa cm. 75 x 53. Questa carta e l’immagine sono tratte dall’Almagià (3), Tav. IX, 1), dove si vedono chiaramente riportati i toponimi di ‘Palamida’ (Palinuro), ‘Policastro’ e Sapri. Questa carta è stata citata dall’Almagià (3), Tav. IX, 1). L’immagine della Fig. 1, è la pagina 127r del Codice (2) ed è tratta dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8454687p/f261.planchecontact. Questa carta ed altre del Massajo, sono annesse al Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo (2).

(2) (Fig. 3-4) Codice Parigino Latino 4802 della ‘Cosmographia’ di Claudio Tolomeo di Jacobus Angelus (Jacopo Angelo della Scarperia), non datato, forse delineato nel 1456 e conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia Parigi, consultabile sul sito: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8454687p/f261.planchecontact. L’Almagià (3), sciveva in proposito: “Di questo Codice della Geografia di Tolomeo, sappiamo che era appartenuto alla Biblioteca di Alfonso V di Napoli.”.

Urb.277

(4) (Fig. 6) Codice Vaticano Urbinate Latino 277, della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, consultabile con la segnatura: Urb.lat.277. Ptolomaei Claudii cosmographia, tabulae topographicae nonnullarum urbium, Veterani Friderici hexametri Sec. XV med. 2)

  • 2rv: Iacopo d’Angelo da Scarperia, sec. XV Iacobi Angeli Florentini praefatio in cosmographiam Ptolemaei Alexandrini ex graeco in latinum traducta ad Alexandrum V [in codice: “III”] summum pontificem Sec. XV med

(3) Almagià R., Monumenta Italia Cartographica, ed. I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. IX, 1).

Nel 1333, Sapri nella carta di Giovanni di Mauro da Carignano

portolano di Giovanni di Mauro da Carignano

(Fig. 1) “Tabula del Mediterraneo” di Giovanni di Mauro da Carignano del 1333.

Per la ricostruzione storica delle nostre terre e dei nostri luoghi nel periodo medievale, dai primordi fino al XVI secolo in poi, la documentazione sulle fonti storiche, sono molto scarse. Delle poche fonti e documentazione a noi pervenutaci, la cartografia medievale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medievale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. Come è noto, la cartografia (le carte geografiche), manoscritte dell’antichità, pos- sono fornire un valido contributo alla storiografia ed alla toponomastica dei luoghi in quanto, attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’epoca, alle origini di un luogo nell’antichità e quindi alla sua presenza, come ad esempio il to- ponimo di un luogo nell’antichità o la sua approssimativa ubicazione. L’antica cartogra- fia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e/o portolani o carte nau- tiche medievali, in cui figura l’originanario toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. La scoperta del toponimo ‘Sapri’, in alcune carte medievali manoscritte, testimonia e prova l’esistenza documenta- ta di un approdo o un porto conosciuto dal nome di ‘Sapri’ nel XIV sec. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. Sapri, figura e viene annoverato tra i porti o approdi conosciuti sulla costa del Mare Tirreno dell’Italia. L’Almagià, in uno dei suoi studi del 1929 (2), pubblicava un’interessante prospetto sulla toponomastica medie- vale dell’Italia, attraverso alcune delle prime carte nautiche conosciute e, faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro, Palinuro e Maratea, figura tra le località costiere in alcune carte geografiche e nautiche medievali. E’ grazie anche agli studi dell’insigne esperto di cartografia e toponomastica medievale Roberto Almagià che, oggi possiamo affermare che il luogo o il porto di Sapri, fosse conosciuto nel XIII secolo.

ingrand Giovanni di Mauro

(Fig. 2) Carta nautica di Giovanni di Mauro da Carignano – particolare delle nostre coste.

Sapri nella carta nautica o portolano di Giovanni di Mauro da Carignano del 1333

Altro reperto cartografico dei primi del XIV secolo è la Carta nautica del “Mar Mediterraneo, del mar Nero e del mar Baltico fino al golfo di Finlandia”, datata 1333, del genovese Giovanni di Mauro da Carignano (Fig. 1)(2). Purtroppo questa bellissima carta corografica firmata da Giovanni di Mauro da Carignano, risalente forse ai primi anni del 1300, si conservava nell’Archivio di Stato di Firenze fino al 1929 quando la pubblicava Almagià (2) e Mori (2), è andata persa in occasione dell’ultimo conflitto mondiale. Giovanni da Carignano era Padre superiore (Rettore) della chiesa del Monastero di S. Marco a Genova, dal 1306 al 1314. Morì nel 1344 e la sua carta reca l’iscrizione attestante la sua paternità della carta (Fig. 1). Contemporaneo di un altro famoso cartografo genovese, Pietro Vesconte (il quale era in contatto con il veneziano Marino Senudo): entrambi firmavano le proprie mappe, modificando la tradizione all’anonimato diffusa fino ad allora. La firma di Giovanni si trova in corrispondenza del mar Baltico: «Presbiter Joannes Rector sancti Marci de portu Janue me fecit» (il prete Giovanni, rettore di san Marco al molo in Genova, mi realizzò). L’opera cartografica grazie alla quale si deve la sua fama è una carta nautica (carta – portolano) che supera i tradizionali confini delle mappe analoghe proponendosi come descrizione di tutta l’ecumene conosciuta, compreso Baltico, Asia ed Africa (Fig. 1). L’importante documento non è più consultabile, essendo stato distrutto nel 1943 durante un bombardamento a Napoli dove era esposto: precedentemente era stato conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Sono disponibili alcune riproduzioni fotografiche, purtroppo datate e di qualità insoddisfacente. Almagià (2), a proposito della carta di Giovanni di Mauro: “3- I più antichi documenti della cartografia corografica d’Italia – Già la nota carta di Giovanni da Carignano ricorda al sua precedente – che è certo dei primissimi decenni, forse dei primi anni del secolo XIV, e rappresenta oltre al bacino del Mediterraneo; essa non è peraltro già più una carta nautica pura e semplice, perchè, come vedremo in seguito, dà già anche per l’Italia, alcune indicazioni sulle parte interne; ecc…..Il disegno delle coste italiane è già di gran lunga migliore della Carta Pisana e si avvicina molto al tipo che diverrà poi il più comune. La carta, che si conserva nell’Archivio di Stato di Firenze, è stata più volte riprodotta.” (Fig. 1).

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(Fig. 1) “Tabula del Mediterraneo” di Giovanni di Mauro da Carignano del 1333.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; si veda pure: Attanasio F., “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, a p. 15.

(2) (Fig. 1) Frate Giovanni di Mauro da Carignano, Carta nautica del “mar Mediterraneo, del mar Nero e del mar Baltico fino al golfo di Finlandia”. Questa carta si conserva all’Archivio di Stato di Firenze ed è stata più volte riprodotta – Collezione Ongania, Venezia, 1882, fascio III; la carta di Frate Giovanni da Carignano è stata riprodotta (poco bene per verità) nel ‘Periplus’ del Nordenskjold, Stoccolma, 1897 (tav. V). Si veda pure: Mori A., Osservazioni sulla cartografia romana, stà in Atti del III congresso nazionale di studi romani, p. 572-573. Si veda pure: UZIELLI Gustavo e AMAT DI SAN FILIPPO Pietro, Studi biografici e bibliografici sulla storia della geografia in Italia, vol. II: Mappamondi, carte nautiche, portolani ed altri monumenti cartografici specialmente italiani dei secoli XIII-XVII, Roma, Società Geografica Italiana, 1888, pp. 49–50 (scheda 9). Oggi la carta nautica del “mar Mediterraneo, del mar Nero e del mar Baltico fino al golfo di Finlandia”, è consultabile sul sito dell’Archivio di Stato di Firenze: http://www.archiviodistato.firenze.it/archividigitali/riproduzione/?id=148178. Almagià, op. cit. (3), ne parla a p. 3. Riguardo questa carta nei miei studi (1) così scrivevo: “Interessante è la carta di Giovanni da Carignano, che è dei prossimi decenni del XIV secolo (1300 ?) (90). (90) Questa carta si conserva all’Archivio di Stato di Firenze ed è stata più volte riprodotta. Collezione Ongania, Venezia, 1882, fascio III.

(3) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Mo- numenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, p. 3.

Nel 1300, Sapri in una carta contenuta nella ‘Cronaca’ di Fra’ Paolino Minorita

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(Fig. 1) Carta corografica dell’Italia, annessa ad una Cronaca di Fra Paolino Minorita, del XIV sec.: Codice Vaticano Latino 1960 (7).

Sapri, nella carta dell’Italia della Cronaca Fra Paolino Minorita

Per la ricostruzione storica delle nostre terre e dei nostri luoghi nel periodo medievale, dai primordi fino al XVI secolo in poi, la documentazione sulle fonti storiche sono molto scarse. Delle poche fonti e documentazione a noi pervenutaci, la cartografia medievale, e con essa le carte nautiche e portolani antichi, rappresentano delle valide testimonianze per la toponomastica dell’epoca. Attraverso la toponomastica medievale, che figura sulle carte antiche, possiamo suffragare alcune ipotesi sull’esistenza o meno di alcuni centri antichi. Come è noto, la cartografia (le carte geografiche), manoscritte dell’antichità, pos- sono fornire un valido contributo alla storiografia ed alla toponomastica dei luoghi in quanto, attraverso una serie di informazioni in essa contenute si può risalire all’epoca, alle origini di un luogo nell’antichità e quindi alla sua presenza, come ad esempio il to- ponimo di un luogo nell’antichità o la sua approssimativa ubicazione. L’antica cartogra- fia manoscritta rimane una valida testimonianza del passato dei luoghi e della geografia più in generale. E’ attraverso alcune antiche carte geografiche e/o portolani o carte nau- tiche medievali, in cui figura l’originanario toponimo di Sapri, che possiamo affermare con sufficiente certezza che questo centro, sia pur scalo marittimo di minore importanza (non figura mai in rosso), sia stato conosciuto nell’antichità. La scoperta del toponimo ‘Sapri’, in alcune carte medievali manoscritte, testimonia e prova l’esistenza documenta- ta di un approdo o un porto conosciuto dal nome di ‘Sapri’ nel XVI sec. Il toponimo di Sapri si ritrova, talvolta modificato in ‘Sapra’ o ‘Safri’ tra i centri costieri annoverati in molte carte nautiche e portolani del XIII e XIV secolo. Sapri, figura e viene annoverato tra i porti o approdi conosciuti sulla costa del Mare Tirreno dell’Italia. L’Almagià, in uno dei suoi studi del 1929 (2), pubblicava un’interessante prospetto sulla toponomastica medie- vale dell’Italia, attraverso alcune delle prime carte nautiche conosciute e, faceva notare come il toponimo di Sapri, insieme a Policastro (Policasta), Palinuro (Palanudo), Isola di Dino e Maratea (Maratea), figura tra le località costiere in alcune carte geografiche e nautiche medievali (3). E’ grazie anche agli studi dell’insigne esperto di cartografia e toponomastica medievale Roberto Almagià che, oggi possiamo affermare che il luogo o il porto di Sapri, fosse conosciuto nel XIII secolo. Nell’interessante prospetto dell’Almagià (3), ritroviamo l’antico toponimo di Sapri in ben altre tre carte nautiche medioevali. Secondo il prospetto dell’Almagià, l’antico toponimo di Sapri figura nella carta di ‘Fra Paolino’, in cui figura il toponimo di ‘Sapri’, successiva per datazione alle precedenti.

la carta di Fra Paolino

(Fig. 1) Carta dell’Italia annessa ad un Codice della Cronaca di Fra Paolino Minorita (secolo XIV), Codice Vaticano Latino 1960, pubblicata da Almagià (4-7).

L’Almagià, in un suo studio sulla toponomastica medievale (2), pubblica un interessante prospetto (Fig. 2)(3), dove elenca i toponimi che figurano in alcune antiche carte geografiche manoscritte ed in particolare i toponimi che figurano su questa carta lungo la costa tirrenica dell’Italia meridionale, all’altezza del Cilento e, del Golfo di Policastro, nell’elenco per questa carta l’Almagià dice che figurano i seguenti toponimi: Agpoli, cela, capo licosa, pisota, Palanudro, Policastro, Sapri, Maratea, dine, S. Nicolo, Scalea.  A proposito di questa carta, dice l’Almagià: Ma ancor prima della metà del secolo XIV un altro tentativo di combinazione di elementi desunti da carte nautiche con elementi desunti da altra provenienza veniva fatto con particolare riguardo all’Italia; se ne ha traccia purtoppo incompleta – in alcune carte annesse ad un codice della Cronaca di Fra Paolino Minorita, il famoso Codice Vaticano Latino 1960″ (2). Non abbiamo potuto esaminare de visu la carta in questione ma dal particolare tratto dal file digitale del Codice Vaticano Latino 1960 (Fig. 1), si legge chiaramente il toponimo di Sapri.

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(Fig. 3) Carta dell’Italia annessa ad una Cronaca del sec. XIV, di Fra Paolino Minorita (4-7).

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(Fig. 2) Prospetto dell’Almagià (3).

Frate Paolino Minorita, Vescovo di Pozzuoli

Più precisamente nella carta dell’’Italia’ (Figg. 1-2-3), annessa ad una ‘Cronaca’ scritta (ancor prima della metà del secolo XIV) da Frate Paolino Minorita, diventato Vescovo di Pozzuoli, nel 1324 e morto nel 1344. La Cronaca di Fra’ Paolino è il famoso  Codice Vaticano Latino 1960, cge si conserva alla Biblioteca Apostolica Vaticana (4). Frate Paolino Minorita Paolino nacque a Venezia nella seconda metà del sec. XIII. Entrò nell’ordine dei minori, fu a servizio della repubblica veneta. Egli fu infatti dapprima inquisitore nella Marca trevigiana e in seguito ottenne la carica di ambasciatore della Repubblica veneta al servizio di Roberto d’Angiò e di Giovanni XXII e della corte avignonese. Il 22 giugno 1324 fu creato vescovo di Pozzuoli e divenne uno dei consiglieri di re Roberto di Napoli; morì nel 1344. L’opera sua più conosciuta è il De regimine rectoris, scritto in italiano (8); esso si divide in tre parti: la prima tratta del governo individuale, la seconda del governo familiare, la terza del governo politico; e nelle divisioni e nel contenuto si rivela l’influenza del ‘De regimine principum’ di Egidio Romano. Un codice della Marciana attribuisce a Paolino una ‘Historia ab origine mundi’, incompleta; e, secondo un altro di Leida, sarebbe suo anche un Liber de Terra sancta; senza dubbio falsa è l’attribuzione che gli si fa d’un Liber secretorum fidelium crucis, che invece è del Vesconte-Senudo; sembra invece più probabile che abbia scritto un libro di ‘Gesta’, autobiografia. La carta corografica dell’Italia in questione (Fig. 1), è tratta dal Codice Vaticano Latino 1960 ed è stata pubblicata in Almagià (4). A proposito di questo cartografo, Piero Bonavero (6) dice in proposito: “Lavvio di queste strade s’intreccia con quelle carte corografiche d’Italia che trovano il più antico esempio nelle tavole annesse a un Codice della Cronaca di Fra’ Paolino Minorita, cioè il famoso Codice Vaticano Latino 1960. Queste carte d’Italia che risalgono alla prima metà del secolo XIV, hanno un’importanza eccezionale nella storia della cartografia. La grande Carta d’Italia intitolata: Italiae provinciae modernus situs, dipinta a colori su pergamena che si conserva al British Museum di Londra e la carta sciolta, anch’essa pergamenacea, forse del 1449, che raffigura l’intera Italia con le isole maggiori che si conserva nella raccolta Cicogna del Museo Civico Correr di Venezia.”.  

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(Fig. 3) Mappamondo, annesso ad una Cronaca di Fra’ Paolino Minorita, Vescovo di Pozzuoli (7).

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)

(2) Almagià Roberto, Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Mo- numenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore. Appendice I, p. 68, Tav. IV, 1.

(3) (Fig. 2) ibidem, Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, pp. 67, 68.

(4) (Figg. 1-2) Carta dell’Italia annessa ad un Codice della Cronaca di Fra Paolino Minorita (secolo XIV), Codice Vaticano Latino 1960 (7).

(5) il ricco notiziario di T. Accurti in Sbaraglia, Bibliotheca hist. bibl., III Supp. (1921), pp. 307-308, si veda anche il testo di Mori A., Le carte geografiche della cronaca di Fra Pao- lino Minorita: carte corografiche d’Italia coeve di Dante e di Petrarca.”, …………………………..

(6) Bonavero P., Riflessi italiani: l’identità di un paese attraverso la rappresentazione del suo territorio, ed. Touring, Milano, 2004, pp. 21-22.

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(7) Codice Vaticano Latino 1960, Paulini Minoritae de Venetiis opera historica Sec. XIV, vescovo di Pozzuoli, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, con la seguente segnatura: Vat.lat.1960, sul sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.1960.

(8) Mussafia A.,  Altfranzösische Gedichte aus Venezianischen Handschriften, edizione di Vienna del 1848, in cui ci parla del ‘De regimine rectoris’, scritto in italiano da Frate Paolino Minorita.