Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Lo studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri, oggi conservato negli Archivi del Comune, scrivevo anche sul periodo della reazione Sanfedista (anno 1799) e quello successivo dell’occupazione Napoleonica del Regno di Napoli fino alla caduta e morte di Gioacchino Murat. Sebbene il presente saggio sia rivolto e riferito in particolare ai luoghi di Sapri e a Torraca, nei diversi riferimenti bibliografici non mancano riferimenti ad altri luoghi come Torre Orsaia, Policastro, Lagonegro, Maratea, Lauria ecc….
Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli
Da Wikipedia leggiamo che il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale. Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari. Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: “ASN, Registro delle Rivele di Caselle, a. 1754, Fondo “Catasti Onciari”, n. 4247 (Con Dispaccio del 1731 Carlo VI stabilì che la numerazione dei fuochi fosse fatta col nuovo metodo delle ‘Rivele’ o ‘Notificazioni’. Ogni capofamiglia doveva denunciare agli ufficiali dell’Università il proprio nucleo familiare, la professione, il mestiere, i beni mobili e immobili. Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”.
Nell’11 maggio 1774, Vespasiano Palamolla, 3° barone di Torraca
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, terzo Barone, ebbe a moglie donna lucrezia Salone figlia del Barone di Castrocucco. 4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia; 5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.
Nel 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e di Ippolita Carafa, conti di Policastro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Poi il feudo passò alla famiglia Carafa che lo possedeva ancora nel ‘700. Il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa (v. a Policastro) e della congiunta Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani, università autorizzata a denominarsi Fòrli), Libonati, Sapri e Santa Maricina o Santa Marina, insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. In seguito Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il parente Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da costei il principe aveva avuto dei maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale tocarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe aveva avuto altri maschi, tra cui il primogenito Gerardo che ebbe titolo e feudi di Policastro. A Gerardo seguì Francesco e poi il figlio Nicola e due femmine, Maddalena e Maria Teresa. Nicola, che con decreto ministeriale del 1831 aveva ottenuto il riconoscimento di tutti i titoli e predicati, morì senza eredi. I titoli e i feudi di Policastro (v.), Fòrli (cioè Ispani), Sapri, Vibonati e Pardinola con R. Assensodel 1897 passarono a Maria Severina Longo, figlia di Maddalena Carafa e perciò marchesa di Gagliati e di San Guiliano.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…), scriveva in proposito: “Vibonati….Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche.”. Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.
Nel 1799, la Repubblica Partenopea
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese. Il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli tornò precipitosamente a Napoli, e il 21 dicembre 1798 s’imbarcò di nascosto sulla HMS “Vanguard” dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la Famiglia Reale e John Acton, in fuga verso Palermo (portandosi dietro, tra l’altro, il denaro dei Banchi). Venne affidato al Marchese di Laino Francesco Pignatelli l’incarico di Vicario Generale e da questi fu dato ordine di distruggere la Flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e di caos. Mentre gli Eletti del Popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli, l’11 gennaio 1799 il Marchese Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso Armistizio col generale Championnet. La Repubblica Napoletana, anche detta Repubblica Napolitana e, impropriamente, Repubblica Partenopea, fu un’entità statuale proclamata a Napoli nel 1799, ed esistita per alcuni mesi sull’onda della prima campagna d’Italia (1796-1797) delle truppe francesi della Repubblica sorta dalla Rivoluzione. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 243, in proposito scriveva che: “Con la Repubblica Partenopea dello Championnet, 1799, Tortora fu aggregata al Cantone di Lauria. Con la conquista francese di Giuseppe Bonaparte, 1806, fu sottoposta da parte di briganti filoborbonici a vessazioni, spoliazioni, uccisioni. In una relazione, 20 luglio 1807, dell’Intendente di Calabria Citra al Miot, ministro dell’Interno sotto Giuseppe Bonaparte, si legge: “Nel distretto di Castrovillari vi si aggirano diverse orde di briganti. I comuni di Verbicaro e di Tortora sono stati requisiti per più centinaia di razioni colla minaccia in caso di furto di rinnovarsi le sanzioni scene che commetterono mesi addietro”(196). Difatti, atroci misfatti erano stati commessi nella cittadina il 6 maggio dello stesso anno. Il 5 fu saccheggiata casa Mazzei, e, dopo, prelevati don Vincenzo Mazzei, sacerdote, e i nipoti Pietro e Francesco (197). L’indomani, 6 maggio 1807, furno fuucilati. Con l’eversione della feudalità, inizio 2 agosto 1806, in base alla legge 19 gennaio 1807, Tortora divenne Luogo o Università del Governo di Scalea (198). Il miraggio giacobino e riformista durò meno d’un decennio, anche se, nononstante la restaurazione e le conseguenti repressioni borboniche, la fiammella della libertà alitò ancora sotto la cenere.”. Campagna, a p. 244, nella nota (196) postillava: “(196) ….
Nel 1799, il passaggio delle truppe Francesi di Napoleone Bonaparte
Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “La Madonna è ritenuta protettrice del paese per un episodio ormai entrato nella tradizione popolare. Nel 1799 l’esercito francese era diretto a Torraca per conquistare l’abitato e infierire sulla popolazione. Uomini e donne, vecchi e bambini si rifugiarono nella Chiesa di Cordici a invocare la Madonna. Inspiegabilmente calò sull’abitato una nebbia fittissima che impedì alle truppe francesi di vedere il paese. Esse lo sorpassarono allontanandosi dalle sue case.”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), nell’ubicare il villaggio su un colle, segnala che sulla cima vi è un castello. Torraca era notissima per i suoi calderai che giravano tutta l’Europa e che, emigrati, impresero a girare anche per le Americhe. Accorsatissimo è il suo santuario campestre (Madonna dei Cordici) in un ameno sito. Anche il Tancredi (17) scrive di Torraca bruciata dai francesi nel 1806, del santuario della Madonna dei Cordici e del castello baronale dei Palamolla che ospitò re Ferdinando il 15 settembre 1852 (lapide). In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, comune di 1298 ab., nel circ. di Sala, mand. di Vibonati, dal quale e dal mare dista 6 chm. Giace su di un colle alla cui cima sorge il castello con magnifico orizzonte. Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte. Vi è nelle sue vicinanze un accorsatissimo santuario campestre detto la Madonna dei Cortici, in un sito dilettevolissimo. Ha un piccolo territorio dal quale si ricava però in abbondanza ottimi vini, olio castagne e ghiande.”. Ebner, a p. 665, nella nota (17) postillava: “(17) Tancredi, Il golfo, cit., p. 69 sg.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 194 parlando di Torraca scriveva che: “Il 3 marzo 1799 si verificò a Torraca un fatto straordinario. I torracchesi, minacciati dai Francesi, che portavano terrore e sterminio in queste terre, si riunirono in chiesa e pregarono a lungo la Vergine dei Cordici. La preghiera fu ascoltata. Discese, all’improvviso, una nebbia fitta e oscura intorno al borgo, che fu sottratto, così, alla vista del nemico, mentre un sudore, mai visto, grondò dal volto della Madonna e dal braccio del Bambino.”. Queste le uniche parole del Guzzo su Torraca nel 1799. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Nel gennaio 1799 da Napoli giungono, portate dai soldati dell’esercito borbonico in fuga, notizie di sommosse avvenute nella città partenopea. La prima ad insorgere è la vicina Basilicata….All’armata dell’intrepido cardinale aderirono, spinti dalla sete di sangue e ricchezza, anche molti briganti. Tra questi vi era Panedigrano, al secolo Nicola Gualtieri, con il quale il cardinale Ruffo risalì il regno facendo proseliti ecc…Il movimento controrivoluzionario, ebbe in Novi il suo caposaldo e in Vallo della Lucania il suo più fiero avversario. Torraca, che si tenne fuori da vampate rivoluzionarie filo-repubblicane, venne minacciata dai francesi i quali dopo aver devastato e conquistato i paesi limitrofi si diressero verso il paese. La gente, disperata, il 3 marzo 1799, sotto il baronato di Vespasiano Palamolla e Terese Moscati, si riunì nella chiesa della Madonna dei Cordici per chiedere alla Vergine una sua intercessione. L’intensa preghiera della popolazione fu ascoltata, ed avvenne il miracolo. Discese all’improvviso una nebbia fitta e oscura che avvolse il borgo rendendolo invisibile alla vista del nemico che passò oltre.”. Ebner citando il Tancredi si riferiva a Luigi Tancredi (….), ed al suo “Il Golfo di Policastro etc…”, che purtroppo non posseggo. Il canonico Luigi Tancredi però scrisse di Sapri nel suo “Sapri – giovane e antica” e a p….., in proposito scriveva che: “…..
Nel 1799, i Sanfedisti borbonici ed i moti carbonari del basso Cilento
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: “(279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: “(280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281) Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”.

Nel 1799, Rocco Stoduti e le sue probabili origini con gli Eboli di Ispani (o di Torraca)
Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che accorsero al richiamo del Ludovici è doveroso citare il capomassa Rocco Stoduti, al quale lo stesso vescovo affidò un’armata di ben sedicimila uomini. Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani. La conferma che costui sia torracchese, viene ancor più avvalorata dal fatto che in alcuni documenti del XVII e del XVIII sec. riportati dal Rev. Rocco Gaetani nel testo “La fede degli avi nostri”, questo cognome si legge di frequente. In una scrittura datata 1656, contenente il “Voto fatto dall’Università di Torraca a favore del clero di essa”, compaiono Carlo e Fabritio Stodut(o). In un altro del 1671, inerente ad un registro in cui venivano annotate le messe, spiccano i nomi di Guglielmo e Vittorio Stodut(i); ed ancora, in un elenco del 1733, ove vengono elencati i sacerdoti del paese, si fa menzione di Don Donato e Domenico Stoduti. Per finire, in un Regio Memoriale del 1778, in cui sono trascritte le regole inerenti la fondazione della Confraternita delle Anime del Purgatorio, si nominano appartenenti a tale organizzazione religiosa, Domenico e Rocco Stoduti. Da quanto accennato e dagli sparuti elementi, sarebbe azzardato affermare incondizionatamente che quest’ultimo, sia la stessa persona al quale il Vescovo di Policastro ha affidato il comando di un vero e proprio esercito, ma le coincidenze sono senz’altro numerose, specialmente le date. Come si è potuto constatare dal 1656 al 1778, degli otto Stoduti citati, nei tre documenti esiste uno solo con il nome Rocco, che in qualche modo potrebbe essere colui che nel 1799, anno della controrivoluzione monarchica intrapresa dal Cardinale Ruffo, sia stato uno degli artefici che ha portato al fallimento il sogno della Repubblica Partenopea. La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX sec. lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali, poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici. Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto che di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.”. Dunque, nell’interessante passaggio, il Mallamaci (….), scrive che alcuni storici, senza citarli, ritenevano che il Rocco Stoduti, quello della reazione Sanfedista del Cardinale Ruffo fosse nato a Torraca nel 1756 da Carmine Stoduto e Anna Eboli di Ispani. Il Mallamaci scrive che: “Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani.”.
Nel 1799, la reazione dei Sanfedisti filo-borbonici del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici ed i moti carbonari del basso Cilento
Già precedentemente e sin dal 1978 dedicai gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri avevo redatto uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Ludovico Ludovici, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. In un manoscritto datato 1803 il nipote Cosmo Lodovici, canonico cantore della Collegiata della città di Eboli, tra gli arcadi sebezj “Salmoneo Meleagride” ed accademico sincero laureato, raccolse in un volume le gesta di suo zio per tramandarne ai posteri la memoria. Questo “diario-raccolta” venne in possesso del prof. Francesco Paolo Cestaro il quale da attento storico lo studiò e lo ritenne un importante e curioso saggio sanfedista perché era una sicura fonte di notizie storiche e biografiche, che citavano documenti singolari e mettevano in risalto lo spirito e la reazione popolare del nostro circondario contro i Francesi e la Repubblica Napoletana. Il volume, legato in carta pecora, è un manoscritto composto di 382 pagine, contiene oltre duecento componimenti di autori diversi ed è intitolato “Raccolta di varie composizioni italiane e latine in lode dell’Ill.mo e Rev.mo Mons, Lodovico Lodovici fatta dal Rev.mo Signore Cosmo Lodovici” -Eboli MDCCCIII-. In questa raccolta si trovavano inseriti parecchi componimenti poetici di ebolitani tra cui alcuni sonetti del signor D. Carlo d’Orsi (che fra gli Accademici Sinceri laureati aveva scelto il nome di Demarete Megalite, dai quali si apprende che egli nel 1797 aveva iniziato a scrivere la storia degli uomini illustri ebolitani), un’elegia latina di Donato Campagna ed una “cantata” per la caduta di Picerno di Salmoneo Meleagride ( Cosmo Lodovici). Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. La parola “sanfedismo” deriva infatti da “Esercito della Santa Fede“, l’armata creata dal cardinale clabrese Fabrizio Ruffo che, tra il febbraio ed il giugno del 1799, prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli, ponendo fine alla Repubblica Napoletana. All’inizio della primavera, il cardinale Fabrizio Ruffo annunciò la costituzione di un’Armata Cristiana e Reale. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo dell’Armata sanfedista fu composto da contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa fede (da cui il nome sanfedisti), dalle truppe francesi rivoluzionarie. All’esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati, distinguendosi molto spesso in episodi di crudeltà gratuita. Guidata dal cardinale, l’armata contribuì a mettere fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, con il conseguente ritorno sul trono di Napoli della dinastia Borbone (giugno 1799). Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, non dice molto su questi episodi ma parla dei vescovi di Policastro e qualche notizia siamo riusciti a strapparla. Il 25 aprile viene approvata la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, ma anch’essa non potrà avere un principio di attuazione in conseguenza del repentino crollo della Repubblica. Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione comincia a precipitare. Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: “(279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: “(280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281)Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”. Il Laudisio (…) ci parla del vescovo Ludovici a pp. 91-92-93, nell’edizione del Visconti. Laudisio a p. 91 in proposito scrive che: “XLVIII. Ludovico Ludovici, frate dell’Ordine dei Minori Osservanti, di Eboli, trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797….Fu insignito della carica di ministro plenipotenziario del defunto nostro augustissimo re Ferdinando, e ispezionò le provincie del regno e le contee del Molise, della Capitanata, di Principato Ultra e Terra di Bari; perciò, dopo l’occupazione del Regno fu con audacia sacrilega cacciato con la forza delle armi dal suo episcopo di Lauria. E come il pontefice Pio VII in quegli stessi anni fu deportato dal Quirinale a Savona e poi in Francia, così egli fu deportato dal suo episcopio a Roma e poi ad Assisi. A Roma dal pontefici Pio VII, allora regnante, fu nominato prelato domestico e suo assistente al soglio Pontificio. Passò per Rivello il comndante in capo delle truppe francesi, e gli fu consegnata dai cittadini una petizione; così, dopo parechi anni ecc…Perciò lo zelantissimo vescovo Ludovici, per liberare la sua diocesi dalla luce che serpeggiava, ecc…”. Mons. Lodovici ebbe una parte importantissima nella restaurazione del Regno Borbonico, egli ritenne utile e doveroso aiutare la Chiesa e contribuire a restaurare la monarchia, il suo impegno per la riuscita di questa missione durò oltre due anni e nel novembre del 1801 fece ritorno alla diocesi di Policastro. In un saggio on line leggiamo che: “Nel dramma di questa controrivoluzione emerge quale principale protagonista al fianco del Ruffo, il vescovo di Policastro mons. fra Lodovico Lodovici, dell’ordine dei Minori Osservanti, egli, come il cardinale Ruffo, si attivò girando in lungo e in largo il sud della provincia di Salerno, da Eboli agli Alburni, dal cuore del Cilento fino ai confini calabro-lucani infiammando gli animi con la predicazione e l’esempio, tanto da raccogliere ed armare sedicimila uomini, mettendovi a capo Don Rocco Stoduti, dando inizio all’insurrezione nel Principato Citeriore ed in tutti i comuni di fede realista. Il cardinale Vicario a questo punto credette giunto il momento di dare la responsabilità del comando degli insorti di tutto il territorio salernitano al vescovo di Policastro, gli affidò il governo politico ed economico nella provincia di Principato Citra, nominandolo “Generale dell’Armata cristiana, commissario regio, e, suo ministro plenipotenziario”. Alla caduta della Repubblica, venerdì 14 giugno 1799, Lodovico Lodovici, per la sua fedeltà verso il re, fu uno dei sei commissari regi nominati da Ferdinando IV ed inviato come “visitatore” con pieni poteri nelle terre di Lucera, Trani, Montefusco, della Capitanata (foggiano) e nel contado del Molise.”. Dopo la battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, i francesi occuparono il Regno di Napoli decretando la fine della dinastia; Lodovico Lodovici nel 1806 fu esiliato a Roma, dove divenne assistente al soglio pontificio, ritornò nel 1811 nella sua diocesi, dove morì e fu sepolto il 17 gennaio 1819: aveva 72 anni. Anche il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….) ci dice alcune cose sull’arrivo dei francesi a Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Per contrastare il dilagare della rivoluzione repubblicana, il clero della zona cilentana intervenne infiammando la folla che accorse ad arruolarsi sotto il comando del Durante capo dei sanfedisti. Il 12 aprile 1799 venivano destituiti tutti gli apparati repubblicani di questi paesi che insorsero. Il vescovo di Policastro mons. Ludovico Ludovici, dell’ordine dei frati Minori Osservanti, (resse la diocesi dal 1797 fino al 1818, anno della sua morte) entrò in azione in prima persona. Egli si attivò riuscendo a scuotere il sud della provincia di Salerno, fino al confine calabro, infiammando gli animi con la predicazione ed attirare a se un gran numero di accoliti. Il cardinale Ruffo, visto il suo impegno per la sana causa, gli affidò il governo politico ed economico nella Provincia del Principato Citra, nominandolo ‘Generale dell’armata cristiana, commissario regio e suo ministro plenipotenziario’. Il presule non deluse le aspettative del cardinale; riuscì in poco tempo ad imporre il controllo di tutto il Cilento meridionale fino al Vallo di Diano. Dal Golfo di Policastro assicurò un tranquillo sbarco delle truppe inglesi, mentre Padula divenne la roccaforte per il controllo della Regia strada delle Calabrie. Per ottenere in breve tempo ottimi risultati, l’intrepido vescovo si circondò di elementi validi ma principalmente fidatissimi, tra questi molto sanguinari e noti briganti, come Nicola Gualtieri detto Panedigrano e Michele Pezza alias Fra Diavolo.”. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati.
Nel 5 novembre 1803, Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca e Teresa Moscati, Marchesa di Poppano
Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.
Dal 1805 al 1815, Sapri, Rocco Stoduti e l’occupazione francese
Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando e volendo a tutti i costi rivalutare la figura di Rocco Stoduti, trasformandolo da brigante che era ad un leale servitore della causa Borbonica, a p. 67, in proposito scriveva che: “La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX secolo lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali., poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici.”. Il Mallamaci (….), parlando di Rocco Stoduti, a p. 67, in proposito scriveva che: “Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il Vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata anche la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.”. Dunque, secondo il Mallamaci, il Rocco Stoduto sposò Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e con cui ebbe un figlio di nome Francesco Stoduto. Il Mallamaci, cita il “Regio Memoriale, Regole e fondazione della pia e laicale confraternita delle Anime del Purgatorio, 1778”, pubblicato dal Rocco Gaetani nel suo “La Fede degli Avi nostri ecc..”, a pp. 260-261 e s. dove veniva citato il Rocco Stoduti ed altri Stoduti di Torraca. Carlo Pesce a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Sempre il Mallamaci, a pp. 68-69, parlando di Rocco Stoduti, cita l’episodio di Maratea ed in proposito scriveva che: “Maratea fu tra i primi paesi che dovette subire le forze filo borboniche dello Stoduti. I suoi principali protagonisti della giovane repubblica furono: l’arciprete Don Giuseppe Alitti, il frate Giambattista Basile del Convento dei Minori Orsservanti, il frate Angelo d’Albi del Convento di S. Francesco di Paola, ecc….La reazione borbonica fu pressocchè immediata ed ispirata dal vescovo di Policastro Ludovici e attuata da Rocco Stoduti, che con i suoi uomini, tra i quali molti torracchesi, ebbe ragione su tutto il territorio lagonegrese. Il 3 marzo Maratea venne occupata e quindi ricondotta sotto l’autorità del regno borbonico. Ecc…Il vescovo di Policastro, capomassa del distretto del lagonegrese, concesse ospitalità ad un ufficiale inglese Guglielmo Harley, il quale aveva il compito di organizzare l’avanzata dell’esercito monarchico. Dalla città tirrenica di Maratea, le truppe sanfediste comandate dal Durante si spinsero verso il Vallo di Diano. Ecc…Il capomassa sanfedista, torracchese Rocco Stoduti collaboratore del Durante, proveniente da Capitello, dilagò con i suoi 16.000 uomini nella Val D’Agri. Costui, diverrà tra gli uomini di spicco nella repressione repubblicana. Fedele suddito dei Borboni, sarà stimato dal Cardinale Ruffo e dal Vescovo di Policastro. La partecipazione alla repressione della rivolta repubblicana, gli valse i gradi di tenente del Regio esercito Borbonico. Tale era il suo attaccamento alla monarchia, che lo ritroveremo qualche anno dopo a fronteggiare anche l’invasione del meridione d’Italia da parte dell’esercito francese.”. Giorgio Mallamaci (….), parlando di Torraca e del periodo francese a p. 74-75 in proposito scriveva che: “Il comando dell’impresa fu affidato allo stesso Massena, il quale ebbe a sua disposizione una forza di circa 15.000 uomini. Il corpo di spedizione si mise in marcia alla fine del luglio, diviso in due colonne: la prima, che comprendeva il grosso dell’esercito e che era sotto il comando diretto del generale, amarciò verso Lagonegro per la via di Eboli fino a raggiungere Sala; la seconda composta di millecinquecento uomini sotto gli ordini di Mermet, si diresse lungo la costa verso Sapri. Il 2 agosto 1806, giunto a Montano, il Mermet mandò un distaccamento di quattrocento corsi ad assalire Laurino, paese cilentano dominante l’alta valle del Calore, alle pendici del monte Cavallo che, fu espugnato. La medesima sorte la subì Roccagloriosa, assalita nello stesso periodo dal Mermet ed invano difesa dal torracchese Rocco Stoduti e da altri due suoi compaesani: Vincenzo e Pasquale Falco e Nicola Brandi, i quali come nel 1799, fedeli sudditi del Borbone, saranno in prima fila a combattere contro i francesi. Contro gli occupanti si batterono anche le bande brigantesche ecc…Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave. Rocco Stoduti con i suoi uomini occupò il paese ed uccise Felice De Luca, fratello del canonico De Luca. Quest’ultimo riuscì ad inviare un messaggio di aiuto ai francesi, i quali si adoperarono per riconquistare il paese. La battaglia di Roccagloriosa tra le truppe francesi e quelle dell’intrepido torracchese, ebbe inizio il 3 agosto e si dimostrò subito alquanto cruenta. Ecc…Il 4 agosto del 1806, festa di San Domenico, da Torre Orsaia il Mermet si recò a Policastro, ma poichè la via di Sapri era sotto il tiro della flotta inglese, ritornò a Torre Orsaia ad aspettare i rinforzi del Massena. Questi giunto a Lagonegro ecc…Tali notizie emergono da un libro dei morti in cui l’Arciprete Anastasio Brandi ne annotava i nomi. L’illustre sacerdote Rocco Gaetani nel suo trattato “La fede degli avi nostri” porta a conoscenza di uno di questi episodi. Egli dice che il 15 luglio ecc…ecc…”. Ecco cosa scriveva in proposito il sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (….), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906 per i tipi di Polizzi e Valentini. Il Gaetani dedicò un intero capitolo ai francesi: “Torraca incendiata dai soldati francesi” a pp. 10-11: “, e dai Francesi, i quali ultimi furono causa della sventura più grave che ci fosse mai toccata. Nell’anno mille settecento novantanove Napoleone, arbitro del mondo, col titolo di conquistatore usurpando l’altrui proclamava la Repubblica Partenopea, che durò sei mesi, dal ventisei gennaio al trecici giugno. I Borboni riebbero il dominio del Regno di Napoli; ma loro fu altra volta tolto colle armi e passò ad esser governato per due anni da Giuseppe Napoleone (1806-1808), ed indi per altri sette anni da Gioacchino Murat (3) (1808-1815), dal quale lo riacquistarono con la forza e governarono fino al 2 gennaio 1861, giorno della proclamazione dell’Unità d’Italia…..Preso Napoli e divenuto padrone del Regno, prima cura del principe Giuseppe fu proseguire l’esercito borbonico che ritiravasi per le Calabrie. Diecimila Francesi, comandati dal Generale Regnier, inseguivano quattordicimila Napoletani, obbedienti al Generale Damas coi quali stavano i principi reali Francesco e Leopoldo a danno più che a vantaggio della guerra. I Napoletani attendarono a Campotanese, vasta pianura, in mezzo ai monti alla quale sono ingresso e uscita due valli malagevoli e lunghe. L’oste francese che aveva rotto a Campestrino e Lagonegro poche schiere guidate dal Colonnello Sciarpa, scacciò da Rotonda uno squadrone napoletano ecc…Le terre che i Francesi tenevano, obbedivano a Giuseppe, quelle degli Inglesi o Siciliani, a Ferdinando; le non occupate dagli eserciti ecc…Lo storico napoletano che scrive…, omise il doloroso episodio, svoltosi qui sotto il comando del generale Messena, quando era accampato nella vicina Lagonegro. Nessun cronista dei tempi, nessun storico registrò quel fatto, che lasciò profonde ferite nel cuore di questo popolo, e vi scolpì col sangue il giorno 4 agosto 1806, festa di S. Domenico, ecc…In un foglio di un registro di morti si leggono i nomi di alcuni uccisi dagli schioppi francesi, notati dall’Arciprete Anastasio Brandi (2). Ecc…”. Carlo Pesce (….) a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Francesco Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “A capitolare a Maratea, e ad accettare altresì di passare al servizio del regime napoleonico, furono i capomassa Tommasini, Costa, Gugliotti e De Rosa, le quali bande furono incorporate nel Corpo dei Cacciatori di Montagna di Principato Citra, comandato da un altro ex capomassa, Gerardo Curcio ‘Sciarpa’. Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.
Nel 1806, Torraca e le truppe Francesi (Napoleoniche) di Giuseppe Bonaparte e del Generale Massena
Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Cinque anni dopo, altre truppe francesi, guidate dal generale Massena, assalirono il castello, portando via ogni oggetto prezioso, dopo aver dato fuoco all’Archivio Parrocchiale. Gli abitanti del borgo ricordano i due episodi il 3 marzo e l’8 settembre con festeggiamenti e una solenne processione in onore della Madonna dei Cordici.”. Da Wikipedia leggiamo che nel nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese, venne nominato diplomatico, prima alla corte dei duchi di Parma e poi a Roma, lasciando la città solo dopo i disordini del 28 dicembre 1797 e l’assassinio del generale Duphot, suo aiutante. Dal 1806 al 1808 Giuseppe Bonaparte governò il Regno di Napoli in nome di suo fratello, che gli affiancò nel governo i napoletani Antonio Cristoforo Saliceti e Marzio Mastrilli, oltre ad altri valenti personaggi di governo francesi dell’epoca, quali Pierre-Louis Roederer, André-François Miot de Mélito, Louis Stanislas de Girardin e Mathieu Dumas. Con Andrea Massena a capo della spedizione che aveva il compito di scacciare i Borboni da Napoli, Giuseppe intraprese il suo viaggio verso il regno del sud e nel gennaio 1806 si fermò per tre giorni a Roma, dove firmò un accordo per le forniture militari al nuovo regno che andava conquistando, passando poi il confine con 40.000 uomini. L’11 febbraio entrò nella piazzaforte di Capua e il 15 dello stesso mese fece il proprio ingresso solenne a Napoli, omaggiato dalle autorità cittadine e di governo, che apprezzarono particolarmente il suo gesto di omaggio a San Gennaro, patrono della città, cui fece dono di una preziosissima collana di diamanti. Ferdinando IV di Napoli, intanto, era fuggito in Sicilia e il suo esercito si era ritirato al suo seguito. Per conoscere e farsi conoscere, Giuseppe intraprese subito una visita nelle principali province del regno, giungendo in Calabria già nel marzo successivo.
Nel 3 agosto 1806, a Roccagloriosa le truppe francesi del generale Massena la bruciarono
Dopo la caduta di Gaeta, il re decretò la repressione delle insurrezioni in Calabria. Andrea Massena fu mandato con quindicimila uomini verso sud, dividendo l’esercito in due colonne: uno, al comando di Massena stessò, diretto in Calabria per la via di Lagonegro; l’altro comandato dal Mermet, per la via di Sapri. Mermet, giunto a Montano Antilia il 3 agosto, mandò quattrocento uomini al comando di Vincenzo Gentile all’assalto di Laurino, difesa dal capobanda Speranza, che fu saccheggiata e incendiata. Contemporaneamente, Roccagloriosa, difesa da Rocco Stoduti, fu assalita e saccheggiata da Mermet. Il 4 agosto lo stesso Mermet si recò da Torre Orsaia a Policastro, con la speranza di arrivare senza troppi problemi a Sapri. Ma era quest’ultima difesa dalla flotta inglese che stanziava al largo di Maratea. Mermet riparò nuovamente a Torre Orsaia, in attesa di Massena, che giunto a Lagonegro, distaccò un contingente al comando del Gardanne, che espugnò e incendiò Torraca. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (….), nella sua “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 66 ci parlava del “Sacceggio francese” ed in proposito scriveva che: “L’ultimo saccheggio subìto da Roccagloriosa fu quello del 1806, quando le truppe napoleoniche, al comando del generale Massena, invasero il reame di Napoli completamente aperto, perchè il re Borbone era fuggito in Sicilia. Le soldataglie francesi, che andavano conquistando le terre ribelli ed espugnavano le roccheforti che resistevano in tutto il Regno, il 3 agosto arrivarono a Roccagloriosa in numero di 6.000 fanti; e, avendo incontrato resistenza da parte dei briganti che si erano annidati nel castello e nei boschi vicini, saccheggiando ed incendiando il paese. La maggior parte dei cittadini che era tanta desiderosa di libertà, subì innocentemente gli effetti disastrosi della inutile criminale condotta del brigantaggio, che correva per le campagne, assaltava gli inermi, depredava, distruggeva e si nascondeva: e faceva tutto questo per indebolire e screditare presso il popolo l’azione dei conquistatori (105). La lotta si strinse tra i briganti, i cittadini e i soldati francesi: furono ore infernali, perchè si scatenarono gli odi più crudeli, si diede sfogo a vendette private e pubbliche. Nella giornata del 3 agosto furono uccisi n. 36 “paesani”., ed i briganti, i quali erano tutti laurioti (di Lauria), fortificati nel castello, uccisero diverse centinaia di francesi, fra i quali un loro generale chiamato Marmetta, che cadde al suolo avanti il casino del barone D’Afflitto, allora di proprietà dei Lombardi. Il saccheggio terminò lasciando nel cuore della maggior parte della popolazione atterrita un odio implacabile contro i Borboni (che si riavvivò, poi, quando si manifestarono i primi moti rivoluzionari del Cilento) e una feroce caccia al brigantaggio. Intanto i soldati francesi demolirono case, bruciarono le chiese e assalirono il castello. L’arciprete del tempo D. Giovambattista Mangia, dopo che i briganti ebbero incendiata la chiesa e la sua casa con i libri parrocchiali, sentì il bisogno di scrivere il “Libro delle famiglie”, annotandovi per ciascuna di esse il numero delle persone, l’età di ciascuna e i sacramenti amministrati. Da esso risulta che nel mese di agosto del 1808 in Roccagloriosa c’erano 16 sacerdoti, 2 accoliti e 3 novizi; che un certo “D. Giuseppe De Curtis morì il 3 agosto 1806 in casa propria per l’incendio dato a tutta la Rocca e sua casa”; e si parla di un “Silvestro Marotta morto di forca francese il 3 agosto 1806 in luogo campestre detto “La mattina”, dove si era nascosto insieme alla sorella (106).”. Il Romaniello (…) a p. 67 nella sua nota (105) postillava che: “(105) Colletta Pietro, Storia del Reame di Napoli, II, Firenze, 1856, pp. 11,18,43, 90, 103.”. Il Romaniello (…) a p. 68, nella sua nota (106) postillava che: “(106) Cfr. Doc. in Arch. Parrocchiale”. Giorgio Mallamaci (….), parlando di Torraca e del periodo francese a p. 74-75 in proposito scriveva che: “Il comando dell’impresa fu affidato allo stesso Massena, il quale ebbe a sua disposizione una forza di circa 15.000 uomini. Il corpo di spedizione si mise in marcia alla fine del luglio, diviso in due colonne: la prima, che comprendeva il grosso dell’esercito e che era sotto il comando diretto del generale, marciò verso Lagonegro per la via di Eboli fino a raggiungere Sala; la seconda composta di millecinquecento uomini sotto gli ordini di Mermet, si diresse lungo la costa verso Sapri. Il 2 agosto 1806, giunto a Montano, il Mermet mandò un distaccamento di quattrocento corsi ad assalire Laurino, paese cilentano dominante l’alta valle del Calore, alle pendici del monte Cavallo che, fu espugnato. La medesima sorte la subì Roccagloriosa, assalita nello stesso periodo dal Mermet ed invano difesa dal torracchese Rocco Stoduti e da altri due suoi compaesani: Vincenzo e Pasquale Falco e Nicola Brandi, i quali come nel 1799, fedeli sudditi del Borbone, saranno in prima fila a combattere contro i francesi. Contro gli occupanti si batterono anche le bande brigantesche ecc…Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave. Rocco Stoduti con i suoi uomini occupò il paese ed uccise Felice De Luca, fratello del canonico De Luca. Quest’ultimo riuscì ad inviare un messaggio di aiuto ai francesi, i quali si adoperarono per riconquistare il paese. La battaglia di Roccagloriosa tra le truppe francesi e quelle dell’intrepido torracchese, ebbe inizio il 3 agosto e si dimostrò subito alquanto cruenta. Ecc…Il 4 agosto del 1806, festa di San Domenico, da Torre Orsaia il Mermet si recò a Policastro, ma poichè la via di Sapri era sotto il tiro della flotta inglese, ritornò a Torre Orsaia ad aspettare i rinforzi del Massena. Questi giunto a Lagonegro ecc…Tali notizie emergono da un libro dei morti in cui l’Arciprete Anastasio Brandi ne annotava i nomi. L’illustre sacerdote Rocco Gaetani nel suo trattato “La fede degli avi nostri” porta a conoscenza di uno di questi episodi. Egli dice che il 15 luglio ecc…ecc…”.
Nel 4 agosto 1806, Sapri è occupata dai generali francesi Mermet e Gardanne
Dopo la caduta di Gaeta, il re decretò la repressione delle insurrezioni in Calabria. Andrea Massena fu mandato con quindicimila uomini verso sud, dividendo l’esercito in due colonne: uno, al comando di Massena stessò, diretto in Calabria per la via di Lagonegro; l’altro comandato dal Mermet, per la via di Sapri. Mermet, giunto a Montano Antilia il 3 agosto, mandò quattrocento uomini al comando di Vincenzo Gentile all’assalto di Laurino, difesa dal capobanda Speranza, che fu saccheggiata e incendiata. Contemporaneamente, Roccagloriosa, difesa da Rocco Stoduti, fu assalita e saccheggiata da Mermet. Il 4 agosto lo stesso Mermet si recò da Torre Orsaia a Policastro Bussentino, con la speranza di arrivare senza troppi problemi a Sapri. Ma era quest’ultima difesa dalla flotta inglese che stanziava al largo di Maratea. Mermet riparò nuovamente a Torre Orsaia, in attesa di Massena, che giunto a Lagonegro, distaccò un contingente al comando del Gardanne, che espugnò e incendiò Torraca. Giorgio Mallamaci (…), continuando il suo racconto sul periodo francese, a p. 77 in proposito scriveva che: “Dopo il sacco del paese, Gardanne con la sua colonna si unì al Mermet e con lui andò ad occupare Sapri.”. Infatti, dell’episodio ne parlano anche il Pesce (…) e il Barra (…) che a differenza del primo documentano gli avvenimenti. L’episodio si verifica in seguito al terribile passaggio delle truppe francesi del generale Gardanne a Torraca il 4 agosto 1806. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contemporaneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sottomesso la regione insorta. Ecc…”. Dunque, riguardo gli episodi che riguardarono Sapri ed il suo porto, il Barra (….) scriveva che: “Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabilmente come manovra diversiva.”. Dunque, secondo la cronaca del Barra (…), i filobrobonici di Sapri, nel 1806 furono attaccati dal generale Gardanne e dovettero riparare e fuggire con la flotta Inglese che si trovava alla fonda alla baia di Sapri. Il Gardanne, generale delle truppe francesi, dopo aver distrutto e bruciato Torraca e congiuntosi alle truppe francesi del maresciallo Mermet, marciò su Sapri. Secondo il Barra (….), in ‘Cronache’ e in Rassegna Storica del Risorgimento, le notizie si desumono dalla sua nota (34) nella quale egli postillava che: “34) cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in Mémoires du rol Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, vol. III, pp. 116-121.”. Dunque, la notizia si desume dal rapporto militare del maresciallo Mermet a Messena redatto da Torre Orsaia il 6 agosto 1806 e pubblicato in “Mémoires du roi Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”

(Fig….) Du Casse A., Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph, Paris, 1854, vol IX
Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Egli inviò allora in rinforzo il generale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabilmente come manovra diversiva (34). Massena frattanto, ecc….”. Il Barra (…), a p. 304, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in ‘Mémoires du roi Joseph’, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”. Sempre il Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 305, odopo aver detto che il Mermet va a Policastro, in proposito scriveva che: “Gentile entrò il 4 a Torre Orsaia, che trovò evacuata dagli insorgenti e proseguendo la marcia si ricongiunse con Mermet lungo la strada per Policastro. Giunti, sotto le mura della città, dalla squadra inglese, che veleggiava a largo – e che era composta da un vascello di linea, due fregate, tre brick e una ventina di scialuppe armate – si distaccarono quattro scialuppe cannoniere, che vennero a sostenere i ribelli trincerati in Policastro, che era stata nel frattempo abbandonata dagli abitanti. Rinunciando allora a proseguire per Sapri lungo la strada costiera, troppo esposta alle artiglierie nemiche, Mermet come si è già detto, aveva preferito ripiegare su Torre Orsaia.”. Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Il Generale Gardanne, comandante l’avanguardia, era partito in precedenza, e per la strada Eboli-Sala Consilina, era giunto a Lagonegro. Il generale Mermet percorse invece la via del litorale con 1500 uomini, con l’ordine di recarsi a Policastro, indi a Sapri. Il Mermet giunse a Vallo della Lucania ecc….Laurino fu incendiata, gl’insorti di Roccagloriosa – in numero di 700 circa – opposero una forte resistenza; ma dopo un vivo combattimento, furono costretti a ritirarsi, e il paese fu incendiato: vi restarono appena cento abitanti che furono rispettati. (dale Memorie del Generale Mermet). Il Generale Gardanne, giunto a Lagonegro, pensava mettersi in comunicazione con il Mermet che trovavasi nei pressi di Torraca; lungo il tragitto gl’insorti lo obbligarono a ritirarsi. Egli, però, coll’aiuto del Messena, Comandante Supremo, allontanò il nemico, si unì al Mermet e attaccò Sapri.”.
Nel 29 settembre 1806, a Torraca l’attacco del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara
Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 52 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che: “Un altro e più consistente raggruppamento, costituito da circa 900 uomini, parte locali e parte sbarcati da un legno siciliano, si erano trincerati a Torraca, dove il 29 settembre furono attaccati dal I reggimento napoletano di linea del colonnello Pignatelli (43): “. Il Barra a p. 52 riporta quanto scrisse Pietro Calà Ulloa e, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il “Monitore Napolitano”, 3 ottobre 1806, n. 63.“.
Nel 1806 e 1808, al porto di Sapri la flotta siculo-Inglese di Sydney-Smith
Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di Orazio Campagna, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 253, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Durante la campagna francese, 1806-1811, Sapri divenne porto di Sydney-Smith per il collegamento con gli insorti del Continente, per cui gli incendi e le distruzioni del generale Mermet, e le precipitose fughe verso la Sicilia da parte “di molta gente paesana”. (48).”. Il Campagna, a p. 253 nella sua nota (48) postillava che: “(48) In ASN.SA. 524, inc. 27, e ASN.SA, 374, inc. 7.”. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone occupò nuovamente con le sue truppe il reame di Napoli, dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte re di Napoli. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna (per un gioco del caso al posto del fratello di Ferdinando, Carlo IV), successe Gioacchino Murat. Murat regnò sino al maggio 1815, riprendendo per sé il titolo di Re delle Due Sicilie, cancellando l’autorità amministrativa del Regno di Sicilia, che non aveva potuto conquistare, e accentrando il potere in un unico Stato con capitale Napoli. Il Campagna si riferiva a William Sydney-Smith che fu un ufficiale inglese della Marina britannica che combatté nella guerra di indipendenza americana e nelle guerre rivoluzionarie francesi, divenendo ammiraglio. Napoleone Bonaparte, ricordandolo nelle sue Memorie, ebbe a dire di lui: «Quest’uomo mi ha fatto perdere la mia fortuna». Proveniente da una famiglia di tradizioni militari, imparentata con William Pitt, I conte di Chatam, era il secondo figlio del capitano di fanteria John Smith. Nel novembre del 1805 Smith fu promosso al grado di Contrammiraglio e venne inviato nel Mediterraneo sotto il comando dell’ammiraglio Collingwood, che era stato nominato comandante in capo della flotta del Mediterraneo in seguito al decesso di Nelson a Trafalgar. Collingwood inviò Smith ad assistere il re Ferdinando I delle Due Sicilie nel riconquistare la capitale Napoli contro il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, che ne era stato nominato re. Smith progettò una campagna utilizzando truppe irregolari calabresi insieme ad un corpo di spedizione inglese forte di 5.000 soldati, che avrebbero dovuto marciare su Napoli. Il 4 luglio 1806 questa forza composta sconfisse una grande formazione francese a Maida. Ancora una volta tuttavia l’incapacità di Smith nell’evitare di mancar di rispetto ai suoi superiori gli procurò l’esonero del comando delle forze da sbarco, nonostante il successo che aveva avuto il suo piano. Egli venne sostituito dal generale John Moore. Il Campagna si riferiva anche al Generale Mermet. Francesco Barra (…), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, in proposito a p. 299 così scriveva che: “A Torraca vittime dei ribelli rimasero tre esponenti delia famiglia Gallotti, la cui casa fu presa d’assalto, e i cui superstiti scamparono a stento al massacro cui per intera essa era stata votata gettandosi fortunosamente dalle finestre. Anche nel Vallo di Diano la rivolta dilagò rapidamente. Il 18 luglio, a Bellosguardo, il patriota Tiberio Macchiaroli fu letteralmente scannato ed il suo sangue raccolto in un cappello, mentre a Sicignano Gerardo Carnevale veniva bruciato vivo. Sempre a Sicignano, insorta il 19 luglio, la popolazione assediò per quattro giorni nel castello la famiglia Bilotti, che, sopraffatta, alla fine venne quasi tutta massacrata. 20). A capeggiare l’insurrezione borbonica nel Cilento era Antonio Guariglia. Dopo essersi impadronito a viva forza di Foria, sulle alture che dominano Capo Palinuro, Guariglia era il 19 luglio a Centola ed il 20 a Pisciotta, giungendo poi con circa 400 uomini al suo paese, S. Mauro, deciso a risolvere una volta per tutte l’antica faida con i Mazziotti di Celso. Ma costoro, raccolti i patrioti cilentani e pochi còrsi nel castello di Rocca Cilento, opposero disperata resistenza alle bande borboniche, che, fermate dalle robuste muraglie e dalla decisione dei difensori, furono costrette a porre l’assedio all’antico castello. 21). Destinato dalla corte borbonica e dall’ammiraglio inglese Sidney Smith a capeggiare l’insurrezione nel Vallo di Diano era Francesco Stoduti, il quale, cogli uomini venuti dalla Sicilia e con quelli levatisi in armi nei paesi del Vallo, raccolse un migliaio di insorti, dotati dagli inglesi anche di due pezzi di artiglieria leggera. Mentre lo Stoduti penetrava dal sud nel Vallo di Diano, questo veniva chiuso a nord e ad ovest dalle masse del De Rosa e del Tommasini. Difatti, Nicola Tommasini, antico capomassa del ’99, che si era mantenuto celato sino a quell’epoca, dopo aver fatto insorgere Piaggine, suo paese natale, Valle dell’Angelo e S. Angelo a Fasanella, aveva raccolto circa 500 uomini, che i francesi si attendevano da un momento all’altro di veder sboccare nella piana di Eboli attraverso la valle del Calore. 22) Pasquale De Rosa, a sua volta, anch’egli rimasto alla macchia dopo l’occupazione francese, alla testa di un mezzo migliaio d’insorgenti si era impadronito di Sicignano e del passo dello Scorzo, strategicamente assai rilevante, perché controllava la strada delle Calabrie. 23). La situazione strategica dei francesi si era fatta in pochi giorni assai critica, giacché i ribelli controllavano in pratica l’intero Cilento, da Sapri alla foce del Sele, e buona parte del Vallo di Diano, interrompendo le comunicazioni con la Calabria, mentre gli inglesi, istallatisi a Capri, minacciavano da vicino la Costiera amalfitana e dominavano pressoché incontrastati le acque e gli estesi litorali del Principato. Il comandante militare della provincia, generale Mermet, aveva peraltro assai scarse forze a disposizione. Il 15 luglio egli riferiva con tacitiana concisione al capo di stato maggiore generale.”. Cesar Berthier: La rébellion commence. 20) cfr., per tutti questi avvenimenti, Francesco Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, cit., pp. 267-282. 2i) Cfr. Francesco Barra, Cronache, cit., nota 7 a p. 278. 22) ANP, 381 AP 7, fase. C. Berthier, rapporto del gen. Montbrun, Salerno 20 luglio 1806, a midi. 23) Francesco Barra (….), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, a p. 271; In., Insorgenza e brigantaggio, cit., pp. 156-157. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Alla testa di questi assassini quasi dapertutto si trovano frati. I monaci della Certosa di S. Lorenzo della Padula sono accusati come autori della rivolta in quei luoghi. Infatti si è osservato che essa è scoppiata solo nei feudi dipendenti dalla Certosa. Molti degli abitanti ingannati e sedotti dai frati si son presentati a render le armi e a chieder grazia, ed indi son tornati alle loro case. [] Regna fra i ribelli lo spavento e la confusione: fuggono dapertutto. Impressionato dalla ferocia della repressione indiscriminata esercitata dalle truppe francesi, che si erano comportate come in un paese di conquista, abbandonandosi ad eccessi di ogni genere a danno delle popolazioni, Messena emanò da Padula un severo ordine del giorno, con cui prescriveva il rigoroso rispetto degli abitanti, anche allo scopo dichiarato di evitare di spingere a ribellarsi persino le persone più tranquille, forzandole a gettarsi nelle file dei ribelli, rendendo così la guerra più lunga e disastrosa a. 33) La mattina del 5 il maresciallo abbandonò la Certosa, avviandosi verso Lagonegro, lasciando l’appartamento abbaziale al re Giuseppe, che vi giunse a sera con la sua Guardia, trattenendovisi sino al 7. Vana fu la difesa di Lagonegro, inutilmente rafforzata dagli insorti calabresi di Antonio Versace Genialitz e da sei pezzi di artiglieria sbarcati dalle navi inglesi e trasportati sin li attraverso i monti a dorso d’asino per ordine di Sidney Smith. A Lagonegro il maresciallo seppe che il generale Mermet, che avanzava dal Cilento con 1.500 uomini verso Policastro e Sapri, aveva dovuto ritirarsi da Policastro su Torre Orsaia, per non esporsi alle offese della squadra inglese, che incrociava minacciosamente in prossimità della costa. Egli inviò allora in rinforzo il generale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca, i cui difensori furono sorpresi e fatti a pezzi. Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabilmente come manovra diversiva. 34) Massena, frattanto, dopo aver fortemente trincerato Lagonegro, proseguì la sua marcia, e l’8 agosto stroncò spietatamente la resistenza di Lauria, aprendosi definitivamente la via delle Calabrie. Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contemporaneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sottomesso la regione insorta. Il 1 agosto Mermet giunse a Vallo, dove ricevette la sottomissione degli insorti di Novi, due capi dei quali furono fucilati. Il 3 agosto, prima dell’alba, riprese la marcia, distaccando da 33) il documento, quanto mai significativo, è riportato in E. GACIIOT, Histoire mllitaire de Massena, cit., pp. 204-205.”. Sempre il Barra (….), a p. 304 nella sua nota (34) postillava che: “34) Roccagloriosa rimase a lungo in uno stato di profonda desolazione a causa della perdita avuta de’ più bravi individui di essa, e del sofferto incendio, come si legge in una supplica presentata dal Comune nel 1808, in Francesco Barra (…), Cronache, cit., p. 278.”.

Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 51 parlando degli ultimi mesi del 1806 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che: “Il 9 settembre, inoltre, Lamarque aveva nuovamente “taillé en pieces” i borbonici a Vibonati, e lo stesso giorno entrava a Sapri. La tristissima condizione del centro cilentano, da due mesi oggetto di violenti scontri, di saccheggi e di eccidi, è efficacemente descritta dallo storico borbonico Pietro Calà Ulloa (42): “Niuna cosa restò in piedi a Sapri. Ecc…“. Il Barra (…), a p. 51 nella sua nota (42) postillava che: “(42) P. Calà Ulloa, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro à francesi’, Roma, 1871, pp. 239-240.”. Infatti, il Calà Ulloa nel 1871 in proposito così scriveva che: “Niuna cosa restò in piedi a Sapri. Poche donne e fanciulli, avanzi di terra florida e popolosa, raccolte in mezzo la piazza a cerchio, viveano in triste comunità. Sei volte presa dagl’Imperiali, ed altrettanto ripresa dà sollevati, stata era rovinata da capo a fondo.” :


Nel 16 ottobre 1806 a Sapri, lo Stoduti, Guariglia e Tommasini si scontrarono con le truppe francesi del colonnello Andrea Pignatelli-Cerchiara
Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 53 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che: “Nonostante i ripetuti insuccessi, Guariglia, Stoduti e Tommasini si mantennero in armi per tutto l’autunno coi resti delle loro bande, ascendenti a mille uomini circa. A metà ottobre, anzi allo scopo di alleggerire la morsa che andava stringendosi a Maratea, Guariglia, Stoduti ed altri capi minori vennero nuovamente fatti sbarcare dal Mandarini sulle coste cilentane. Scesi il 16 ottobre presso Sapri, batterono un reparto del I reggimento di fanteria leggera del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara, che era calato da Torraca per respingerli. Dopo di che marciarono su Torraca, da cui scacciarono gli avversari dopo tre ore di lotta, facendo 94 prigionieri. Altro scontro si era avuto il 21 a S. Biase, conclusosi con la ritirata dei borbonici su Caselle e Morigerati. Avendo poi saputo dell’approssimarsi di una forte colonna al comando del comandante Bellelli, ed essendo rimasti a corto di viveri e munizioni, si erano ritirati il 24 a Maratea (45).”. Il Barra (…) a p. 53, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Per queste vicende l’ampio rapporto di Alessandro Mandarini del 24 ottobre 1806, in F. Barra, ‘Cronache’, cit., pp. 110-113.”. Riguardo l’ultima citazione il Barra a p. 32, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815’, Salerno Catanzaro, 1981, ecc…”. Dunque, il Barra sulla scorta di un dettagliato rapporto del Mandarini racconta l’episodio della banda dello Stoduti (padre e figlio) di Torraca che il 16 ottobre 1806 attacano la colonna del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara a Sapri e poi vittoriosi salgono a Torraca. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 309, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Nonostante i ripetuti insuccessi, Guariglia, Stoduti e Tommasini si mantennero in armi per tutto l’autunno coi resti delle loro bande, ascendenti a mille uomini circa. A metà ottobre, anzi, allo scopo di alleggerire la morsa che andava stringendosi su Maratea, Guariglia, Stoduti ed altri capi minori vennero nuovamente fatti sbarcare dal Mandarini sulle coste cilentane. Scesi il 16 ottobre presso Sapri, batterono un reparto del I reggimento di fanteria leggera del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara, che era calato da Torraca pre respingerli. Dopo di che marciarono su Torraca, da cui scacciarono gli avversari dopo tre ore di lotta, facendo 94 prigionieri.”. Già nel mese di febbraio del 1806 Pignatelli aveva incontrato Giuseppe Bonaparte insieme a numerosi commilitoni che il nuovo re di Napoli cercava di guadagnare alla fedeltà francese senza l’umiliazione di una sconfitta. Mentre il 22 suo fratello Nicola Luigi assumeva la responsabilità del ministero della Marina, il 18 febbraio Andrea veniva promosso colonnello nel 1° reggimento di fanteria leggera. Fiducioso delle sue capacità, Bonaparte lo inviò a Gaeta all’inizio di luglio al comando di 1200 uomini e, il mese successivo, in Cilento a combattere il brigantaggio e a contrastare i tentativi di sbarco della flotta anglo-sicula sulla costa meridionale. Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea. All’arrivo di Murat, mentre Nicola Luigi lasciava il suo incarico e Giuseppe transitava dal ministero delle Finanze alla Segreteria di Stato, Pignatelli fu promosso generale di brigata e ottenne il titolo di commendatore dell’Ordine delle Due Sicilie. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Ma nel Cilento venivano intanto fatte convergere le colonne del generale Lamarque, che da Lagonegro marciò ancora una volta su Policastro e Sapri, per purgare dei ribelli il Basso Cilento, definito “le foyer des rassemblements”, e del maggiore Guy, che, dopo un assedio di 19 giorni riuscì a sbloccare Camerota, superando “une résistance assez forte”, che costò ai borbonici un centinaio di caduti (48). A fine novembre, Lamarque raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse. Ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Dunque, secondo il saggio di Francesco Barra, pare che nel 1806, le truppe del generale francese Lamarque marciarono da Lagonegro verso Sapri e Policastro mentre le truppe del generale Guy marciarono verso Camerota per assediarla per ben 19 giorni. Secondo i documenti studiati da Barra (…), verso la fine del mese di novembre del 1806, il generale francese Lamarque “raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse.”. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Fu protagonista, insieme ad Alessandro Mandarini, dell’assedio napoleonico di Maratea. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Già nel mese di febbraio del 1806 Pignatelli aveva incontrato Giuseppe Bonaparte insieme a numerosi commilitoni che il nuovo re di Napoli cercava di guadagnare alla fedeltà francese senza l’umiliazione di una sconfitta. Mentre il 22 suo fratello Nicola Luigi assumeva la responsabilità del ministero della Marina, il 18 febbraio Andrea veniva promosso colonnello nel 1° reggimento di fanteria leggera. Fiducioso delle sue capacità, Bonaparte lo inviò a Gaeta all’inizio di luglio al comando di 1200 uomini e, il mese successivo, in Cilento a combattere il brigantaggio e a contrastare i tentativi di sbarco della flotta anglo-sicula sulla costa meridionale. Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea. All’arrivo di Murat, mentre Nicola Luigi lasciava il suo incarico e Giuseppe transitava dal ministero delle Finanze alla Segreteria di Stato, Pignatelli fu promosso generale di brigata e ottenne il titolo di commendatore dell’Ordine delle Due Sicilie.”. Il Mallamaci (….), parlando di Torraca e dei fatti di Maratea sulla scorta dell’Archivio privato della famiglia Mandarini (dice lui), a p. 78 in proposito scriveva che: “In merito scriverà da Maratea, Alessandro Mandarini, un fedele suddito dei Borbone il quale si teneva in continuo contatto epistolare con la corona, informando il sovrano che si trovava a Palermo, sull’evolversi della situazione bellica:………..Il sovrano a sua volta farà sapere al Mandarini che (Archivio privato famiglia Mandarini): “….di quanto ha ella riferito …….dà Capi Massa Stoduti e Guariglia in inutili operazioni contro i nemici stessi, e specialmente del fatto seguito nella montagna di Torraca, e nella successiva ritirata dei nostri verso Sapri, il Re si è degnato di approvare così fatte operazioni, dichiarando che terrà particolarmente presente i buoni servigi di Stoduto e Guariglia, ed anche quelli del Comandante di sciabecco Antonio Barranco il quale con intrepidezza protesse quella ritirata a Sapri”. Dunque, secondo la relazione epistolare con il re Ferdinando di Alessandro Mandarini, la ritirata della banda dei Stoduti e Guariglia a Sapri avvenne per opera e per merito del comandante dello Sciabecco Antonio Barranco.
Nel 4 dicembre 1806, Maratea è occupata dalle truppe del generale Lamarque
Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Fu protagonista, insieme ad Alessandro Mandarini, dell’assedio napoleonico di Maratea. Dalla Treccani on-line, in riferimento al colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara leggiamo che: “Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea.”. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Il Mallamaci (….), parlando di Torraca e dei fatti di Maratea sulla scorta dell’Archivio privato della famiglia Mandarini (dice lui), a p. 78 in proposito scriveva che: “In merito scriverà da Maratea, Alessandro Mandarini, un fedele suddito dei Borbone il quale si teneva in continuo contatto epistolare con la corona, informando il sovrano che si trovava a Palermo, sull’evolversi della situazione bellica:………..Il sovrano a sua volta farà sapere al Mandarini che (Archivio privato famiglia Mandarini): “….di quanto ha ella riferito …….dà Capi Massa Stoduti e Guariglia in inutili operazioni contro i nemici stessi, e specialmente del fatto seguito nella montagna di Torraca, e nella successiva ritirata dei nostri verso Sapri, il Re si è degnato di approvare così fatte operazioni, dichiarando che terrà particolarmente presente i buoni servigi di Stoduto e Guariglia, ed anche quelli del Comandante di sciabecco Antonio Barranco il quale con intrepidezza protesse quella ritirata a Sapri”. Riguardo Sapri occupato nel 9 settembre dalle truppe francesi del Lamarque, è stato citato il Pietro Calà-Ulloa (….) che ne parla nel suo ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi’. Infatti, il Calà-Ulloa (…), a pp. 239 e 240 descrive i fatti accaduti a Maratea. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “A fine novembre, Lamarque raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse. Vinta la resistenza al passo della Colla ed occupata Maratea Inferiore, il 4 dicembre Lamarque poté dare inizio alle vere e proprie operazioni d’assedio, rese ardue dalle difficoltà del terreno e dell’accanita resistenza dei borbonici, che avevano respinto ogni offerta di resa. Ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”.
Nell’agosto del 1806, Lauria ed il suo incendio da parte delle truppe francesi
Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, del 1913, vol. II, a p. 493, in “Appendice I”, riporta il “Documento (1)” ed in proposito scriveva che: “Incendio di Lauria – Agosto 1806. La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro intitolato – Grands épisodes inédits et causes secretes de la politique et des guerres sous le Directoire executif, le Consulat et l’Empire, etc.., Lettres à Mr. le General Pelet, directour du depot de la Guerre, Senateur; a MM. Thiers, Lamartine, La Guerroniere et Delamarre, par M. Charles De Montigny-Turpin, general retraité. – Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8°. Etc…”. Ricercando questo testo di Charles De Montigy-Turpin, su google libri mi ritrovo scritto un diverso titolo che è il seguente: Grands épisodes inédits et causes secretes de la politique et des guerres sous le Directoire executif, le Consulat et l’Empire, etc.., Lettres à Mr. le General Pelet, directour du depot de la Guerre, Senateur; a MM. Thiers, Lamartine, La Guerroniere et Delamarre.”. Si tratta di lettere indirizzate al generale francese Pelet, etc…
Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 246-247, in proposito scriveva che: “Dov’è Garibaldi ? – Eh! chi può saperlo? – L’esercito napoletano è a Salerno ? – Così si dice. – A Lauria, la ruota della nostra vettura si sfascia completamente. Dovemmo aspettare quattro ore. Me ne stavo seduto all’ombra di una roccia a strapiombo sulla strada e osservavo un vecchio sellaio che accomodava un basto di mulo. Il buonuomo, rugoso, ingiallito, canterellava a mezza voce, spingendo con movimento regolare il suo grosso ago, aiutandosi con un guanto di cuoio guarnito di ferro; c’era nel suo atteggiamento una cosa così spensierata tranquillità, che ne fui sorpreso e avvicinandomi con aria meravigliata: – Che guerra ? mi chiese – Ma quella che stiamo facendo. – Ah ! riprese, voi questa la chiamte guerra? Siete giovane voi! etc…La prima volta fu nell’agosto del 1806. La gente del paese teneva per re Nasone, che stava in Sicilia, e ricevevano denaro, munizioni, infine tutto quello che occorreva, dal cardinale Ruffo, che fu un santo uomo, per il quale fare impiccare un cristiano era una cosa tanto semplice come per me recitare un ‘pater’. La parte della città laggiù, ed anche della città alta, erano piene di uomini che avevano fucili, e che già sulla montagna avevano dato dura caccia ai Francesi, i quali a quel tempo etc…”.
Nel dicembre del 1806, Maratea ed Alessandro Mandarini si arresero al generale francese Lamarque
Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Venuto meno ogni soccorso esterno, esauriti i viveri e le munizioni, Alessandro Mandarini, che guidava la resistenza, il 10 dicembre accolse l’invito di Lamarque a trattare la capitolazione, ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “A capitolare a Maratea, e ad accettare altresì di passare al servizio del regime napoleonico, furono i capomassa Tommasini, Costa, Gugliotti e De Rosa, le quali bande furono incorporate nel Corpo dei Cacciatori di Montagna di Principato Citra, comandato da un altro ex capomassa, Gerardo Curcio ‘Sciarpa’. Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.
Nel 4 ottobre 1806, a Vibonati e Sapri e i briganti
Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a pp. 311-312, in proposito scriveva che: “III. Dall’insorgenza al brigantaggio. La resa di Maratea e lo scioglimento di molte delle masse borboniche che per sei mesi avevano accanitamente conteso ai francesi il Cilento ed il Vallo di Diano segnò la fine dell’insurrezione. Battuta in campo aperto, essa si sarebbe d’ora in poi manifestata sotto le forme, non meno insidiose, della guerriglia, finendo col degenerare rapidamente in vero e proprio brigantaggio…..Il riflusso dell’insurrezione, ormai battuta ovunque in campo aperto, e l’approssimarsi della stagione invernale avrebbero fatto presto prendere – riteneva Clary – “à cette guerre unae autre face”. Le bande, ricacciate dai centri abitati, sarebbero state costrette a rifugiarsi sui monti e nei boschi, dove per sopravvivere, avrebbero dovuto suddividersi in piccoli nuclei, dediti al banditismo spicciolo. Questa nuova situazione avrebbe imposto un nuovo sistema repressivo, basato su forti colonne mobili, destinate a proteggere i centri maggiori e le vie di comunicazione, e che sarebbero risultate assai più efficaci dei piccoli distaccamenti isolati. E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Delle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative nel controllare il territorio, e persino ad insediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine dell’ottobre 1806, infatti, questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben presto viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario”. (51) Di talché egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottointendenza.”. Il Barra, a p. 312 nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto del sottointendente B. Caprile all’intendente Charron, Sala 4 ottobre 1806.”. Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 58 in proposito scriveva che: “E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Dalle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative a controllare il territorio, e persino ad assediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine di ottobre 1806, infatti questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben spesso viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario” (51). Di talchè egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottintendenza.”. Il Barra (…), a p. 58, nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto dell’intendente Charron del 22 ottobre 1806.”.
Nel 1807, la fine della guerriglia contro i Francesi Napoleonici
Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.
Dal 1807 al 1811, Vibonati fu sede di Distretto
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 740 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Sede di distretto con 12 comuni dipendenti fino al 4 maggio 1811 (Legge da Parigi n. 122) quando venne sostituito da Vallo come sede di Distretto (1). Capoluogo di mandamento poi fino al 1924 quando venne sostituito con Sapri. Ecc..”. Ebner a p. 740 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Con la Legge 19 gennaio 1807, n. 14 (Napoli), Giuseppe Napoleone divise la Provincia di Principato Citeriore in 46 circondari. Vallo divenne distretto con la legge 4 maggio 1811, n. 122 che divise la provincia in 14 circondari, come immutati sono i comuni. Con la legge 19 gennaio 1807, n. 14 si stabilì (v. Ebner, Storia cit., p. 221), che il primo paese elencato era sede del circondario e “del giusdicente”. Il Laudisio cit., p. 60 ci informa (vedi oltre) dei tre circondari in provincia di Principato della sua Diocesi.”. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 741, in proposito scriveva che: “Il Laudisio (26) scrive che l’intera diocesi, ai suoi tempi, per ciò che attiene l’amministrazione civile, comprendeva sei circondari nei quali risiedevano i giudici regi, di cui tre nella provincia di Basilicata e tre nella provincia di Principato Citra. E cioè Vibonati, Torre Orsaia e Camerota, villaggio quest’ultimo, dove si erano rifugiati i saraceni che distrussero per la prima volta Policastro e che si erano stanziati pure ad Agropoli.”.
La partenza e fuga in Sicilia dei filo-borbonici della banda dello Stoduti
Sempre il Mallamaci a p. 79, riguardo l’episodio di Maratea, in proposito scriveva che: “Contro i francesi si distinsero quattro torracchesi, ad essi il re, il 17 novembre 1807 riconobbe il merito di aver immolato la vita in combattimento per la difesa dello stato. Alle loro famiglie assicurò un adeguato sussidio: Pietro Falco, granatiere il 7 agosto 1806, in un attacco al suo paese, perse la vita. Alla moglie vennero assegnati 25 carlini al mese; Carmelo Bifani; Pietro Paolo Mercadante, Sabato Marotti.”. Sempre il Mallamaci a p. 79, sulla scorta del Gaetani scriveva che: “Tra le persone di Torraca che dovettero prendere la via dell’esilio e recarsi in Sicilia con gli Stoduti, si annoverano: Capitano Don Francesco Bifani, insieme alla moglie Donna Nicoletta e i figli Rosa e Andrea; Capitano Don Vincenzo Falco, la moglie Donna Laura, le filgie Annamaria e Rosa, il fratello Francescantonioo, insieme ai propri figli Felicia e Pietro; Don Antonio Barra, (cognato dei capitani Bifani e Falco), la propria consorte Antonia e i figli Maria, Francesco, Giuseppe, Laura, Pietro e Carmine.”.
Nel 1807-1808, Sapri in uno schizzo del Genio Militare Napoletano inedito: “Croquì’ di Sapri”
In alcuni miei articoli e studi pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli. Questi disegni (8), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie.

(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8)

(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8)
Si tratta di un disegno (2) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 10, riporta la scritta: “Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘ (Fig. 10). Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo e, il programma di organizzazione strategico militare che promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la progettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. Lo schizzo all’impronta, manoscritto detto “Croquì’ di Sapri” è uno dei disegni e carte tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo “Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg……, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Nel 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento, alcuni disegni e carte simili furono pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Questo disegno conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli proviene dalla Sezione “Manoscritti e Rari” dove nella sua collocazione è scritto “manoscritto inizio sec. XIX”. Infatti, questo schizzo all’impronta non è datato, non riporta data e sulla sua probabile datazione possiamo solo riferirci a ciò che è scritto nella sua collocazione “manoscritto inizio sec. XIX”. Dunque, secondo la sua collocazione, il disegno in questione doveva essere datato intorno ai primi anni del 1800. E’ molto probabile che questo disegno o schizzo all’impronta sia un disegno militare. Infatti, in esso vengono riportate alcune utili informazioni militari come ad esempio la linea di costa e le batterie militari esistenti e quelle proposte come ad esempio si legge nella leggenda “C. batteria proposta”. Dunque, non vi è alcun dubbio sulla paternità di questo disegno che è stato redatto ed eseguito sicuramente da qualche rilevatore militare appartenuto al Genio Militare Napoletano. Mi chiedo a questo punto quale fosse il Genio Militare Napoletano, quello Borbonico oppure quello dell’occupazione militare del Regno di Napoli da parte di Giuseppe Bonaparte che poi in seguito con Gioacchino Murat diventò del Regno delle Due Sicilie. La collocazione parla di “….inizio secolo XIX”, dunque potrebbe trattarsi del Genio Militare Napoleonico di Giuseppe Bonaparte. Infatti, oltre al titolo del lavoro “Croquì di Sapri” che è un evidente francesismo. Queste le uniche informazioni sul documento. Per una possibile datazione dell’opera, del documento in questione ho cercato di confrontare simili documenti che nel lontano 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN pubblicò Adriano Caffaro (…), nel suo “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”. Infatti, il Caffaro (…), pubblicò i documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli. Nel suo pregevole studio Adriano Caffaro (….) pubblicò questi documenti riguardanti le batterie da Agropoli e Palinuro, tralasciando quelli esistenti da Palinuro fino alla Calabria e si rifece in parte alle citazioni contenute da Mario Vassalluzzo (…). Rileggendo il testo di Adriano Caffaro (…), “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato nel 1989, dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN e, dove Adriano Caffaro (…) si occupò di documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli, a pp. 22 e pp. 24-25, si può vedere un disegno simile che riguarda Agropoli datato 4 marzo 1807. Il Caffaro a pp. 22-25 in proposito scriveva che: “La fortificazione complessiva della zona è rappresentata da un altro disegno del 4 marzo 1807 di mm. 275 x 385, nel quale non viene riportata la scala; è schedato B (a) 5 (b) (3. Lo schizzo visualizza i “contorni di Agropoli”, evidenzia la strada d’accesso e di ecc….In alto a sinistra è la scritta “Croquì dei / Contorni di Agropoli / Il 4 marzo 1807 ecc…(13)”. Caffaro a p. 25, nella sua nota (13) postillava che: “(13) La costruzione della torre dei ecc……Questi due disegni di Agropoli sono stati già pubblicati senza schede e commento dal Vassalluzzo, Castelli….., op. cit., pp. 6, 24. Un altro simile disegno ha la collocazione B (a) 28 (48.”. Dunque, Caffaro nella sua nota (13) postillava e citava Mario Vassalluzzo (…) ed il suo Castelli, torri e borghi della costa cilentana, ma devo precisare che il Caffaro si sbagliava in quanto a pp. 6 e 24 il Vassalluzzo non pubblicava nessun documento. Il Vassaluzzo (….), a p. 70 parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “Sotto i Napoleonidi e, successivamente, al tempo della restaurazione borbonica, il castello fu armato come non mai e intorno furono costruiti dei fortini, rispondenti alle armi di artiglieria del tempo (26).”. Il Vassalluzzo a p. 70 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Biblioteca Nazionale di Napoli, ‘Pianta del forte di Agropoli’ non catalogata, Cartella 25B.”. Il Vassalluzzo riportava la stessa collocazione del documento citato da Caffaro anni dopo ma non lo pubblicava.
A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ un disegno manoscritto, una sorta di schizzo disegnato a mano libera e in bianco e nero con inchiostro su carta, redatto all’impronta su carta bianca, di dimensioni cm. 27,5 x 28, senza indicazione di scala che, documenta l’assetto topografico ed urbano di Sapri e della baia, agli inizi dell’800 ed illustra una sommaria veduta planimetrica di Sapri, della baia, del porto naturale e del suo immediato entroterra. Nello schizzo planimetrico, una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Nello schizzo (Fig. 10), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig…..). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem; A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire), torre cavallara Vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati.
Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’. Dalla leggenda dello schizzo “Croquì di Sapri” (Fig. 10-11), posta in alto a sinistra, si evince che al punto ‘C’ = Batteria Proposta’, “alt. del Rosario’, veniva proposta la costruzione di una nuova Batteria, la costruzione di un nuovo Fortino dotato di batteria di cannoni posto su un’altura detta ‘del Rosario’ che doveva trovarsi sopra la località ‘Fortino’. Si trattava forse proprio della nuava batteria di cui abbiamo i disegni di progetto del prospetto principale (Figg…….).
Nello schizzo, sul lato orientale, il compilatore disegnava ed indicava il nucleo urbano di Sapri. Il redattore dello schizzo indicava il nucleo urbano di Sapri costituito in due parti come se fossero due rioni, i quali sono rappresentati separati da un fiumerello o da un grosso torrente. Guardando la linea del torrente disegnata si vede che questo fa una leggera curvatura verso oriente e dunque esso somiglia al Torrente Brizzi. Infatti guardando l’immagine attuale satellitale si può vedere la stessa deviazione o curvatura del corso del torrente Brizzi. Dunque, siccome i due nuclei abitati o urbani segnati nello schizzo sono due e sono uno ad occidente e l’altro ad oriente separati dal torrente Brizzi, io credo che si tratti dei due borghi marinari della “Marinella” e l’altro delle “Mocchie”. Nel disegno viene indicato il torrente ‘Brizzi‘, di portata maggiore che divide il piccolo rione della ‘Marinella‘. Il rione ‘S. Giovanni’, ingranditosi solo più tardi e il rione del ‘Rosario’ (attuale via Cassandra) ancora non figuravano. Infatti, guardano lo schizzo d’epoca Murattiana (primi anni del 1800), si può notare che ad occidente, il redattore dello schizzo ha segnato il torrente ‘Ischitello’. In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro (13). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni ( litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem; A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, forse la torre detta del ‘Buondormire’, torre cavallara vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati. Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti.
Nel 1807, la loggia massonica di Lagonegro “La Filarete Lucana”
Leggiamo da wikipedia che nel 1807 sorge a Lagonegro la prima loggia massonica-carbonara (fra le primissime in Basilicata) che fu chiamata “la Filarete Lucana” è stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia in bronzo, coi segni della massoneria del compasso, della squadra e dei tre puntini con la denominazione in giro: “la filarete lucana o (oriente) di Lagonegro.” nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico e accettato, esso ha rievocato e assunto lo stesso nome di Filarete Lucana, servendosi dello stesso suggello”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri ecc…”, parlando di Policastro, a p. 183 in proposito scriveva che: “Nel 1911, nella vicina Lagonegro, sorse una setta massonica d’antico rito scozzese con il nome di “Filarete Lucana”. Ad essa si iscrissero numerosi cittadini, di varia estrazione sociale, di Policastro, di Scario, di Vibonati, di Sapri e di altri centri della zona. Parecchi anni or sono, fu rinvenuto, nella contrada detta “Calancone”, il sigillo di bronzo della loggia, con i segni del compasso, della squadra e dei tre puntini, con la scritta in giro “La Filarete Lucana Oriente di Lagonegro” (77).”. Il Guzzo (….) a p. 183, nella sua nota (77) postillava che: “(77) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro – Napoli, 1913 – pag. 341.”. Infatti, Carlo Pesce a p. 341 in proposito scriveva che: “In Lagonegro era sorta una loggia o vendita’ di Carbonari, che fu detta ‘La Filarete lucana’, alla quale erano iscritti molti cittadini d’ogni ceto, desiderosi di novità, o ligi al passato regime. Le loro segrete riunioni si tenevano in una casetta appartata in contrada Calancone, dove spesso dalle innocue congiure si passava al vino ed alla crapula. E’ stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia, in bronzo, coi segni della massoneria, del compasso, della squadra e dei tre puntini, e con la denominazione in giro ‘la Filarete Lucana. O (Oriente) di Lagonegro. Nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico ed accettato, essa ha rievocato ed assunto l’antico nome di ‘Filarete Lucana’, servendosi dello stesso suggello.”. Il Mallamaci (….), nel suo testo sulla storia di Torraca, a p. 84, parlando dei moti rivoluzionari del 1828, in proposito scriveva che: “Il carbonaro di Torraca, un certo ‘Andrea Valenoto’ che faceva capo alla setta dei ‘Filadelfi’, partecipò a questi embrionali moti.”.
Nel 1808, il Regno di Napoli e Gioacchino Murat
Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Nel 1808 Napoleone nominò re di Napoli Gioacchino Murat, a seguito della nomina del precedente reggente, Giuseppe Bonaparte, a re di Spagna. A Napoli il nuovo re, ormai noto come “Gioacchino Napoleone”, fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria, ma venne invece detestato dal clero. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna, succedette l’8 luglio Gioacchino Murat, che fu incoronato da Napoleone il 1º agosto dello stesso anno, col nome di “Gioacchino Napoleone”, ‘re delle Due Sicilie, par la grace de Dieu et par la Constitution de l’Etat, in ottemperanza allo Statuto di Baiona che fu concesso al regno di Napoli da Giuseppe Bonaparte. Il nuovo sovrano catturò immediatamente la benevolenza dei cittadini liberando Capri dall’occupazione inglese, risalente al 1805. Aggregò poi il distretto di Larino alla provincia di Molise. Fondò, con decreto del 18 novembre 1808, il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade e avviò opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli (il ponte della Sanità, via Posillipo, nuovi scavi ad Ercolano, il Campo di Marte), ma anche nel resto del Regno: l’illuminazione pubblica a Reggio di Calabria, il progetto del Borgo Nuovo di Bari, l’istituzione dell’ospedale San Carlo di Potenza, Guarnigioni dislocate nel Distretto di Lagonegro con monumenti e illuminazioni pubbliche, più l’ammodernamento della viabilità nelle montagne d’Abruzzo. Fu promotore del Codice napoleonico, entrato in vigore nel regno il 1º gennaio 1809, un nuovo sistema legislativo civile che, fra le altre cose, consentiva per la prima volta in Italia il divorzio e il matrimonio civile: il codice suscitò subito polemiche nel clero più conservatore, che vedeva sottratto alle parrocchie il privilegio della gestione delle politiche familiari, risalente al 1560. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 328-329 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “VI. – Passato il Re Giuseppe al trono di Spagna nel 1808, e nominato Re di Napoli Gioacchino Murat, cognato dell’Imperatore e Granduca di Berg, la fama del valore del nuovo Sovrano e delle vittorie riportate ad Aboukir, a Marengo, ad Austerlitz, a Iena, a Madrid, gli procacciò tosto le simpatie dei sudditi. Nato povero ed oscuro, elevato, pei suoi meriti, ai supremi gradi dell’esercito, al parentado Napoleonico, alla Corona regale, bello ed aitante della persona, valoroso ed invitto, radunava in sè tutto quel che piace ai popoli, onde fu accolto dai Napoletani con immenso giubilo. Il Decurionato di Lagonegro, nel 19 Novembre 1808, etc…”.
Nel 1808, il Fortino del Cervato, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”.
Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois
Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: “Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufuourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).
Nel 1809, la flotta Inglese al comando del gen. Sir. John Stuart nel Golfo di Policastro e a Sapri
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “….la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Infatti, Carlo Pesce, a pp. 324-325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati ecc….”. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Sempre il Carlo Pesce (…), a pp. 310-311, riferendosi a Lagonegro in proposito scriveva che: “La Città, posta allo sbocco ecc….non solo punto necessario di passaggio e di concentramento delle truppe, provenienti dalla Capitale, ma altresì un posto strategico per la sorveglianza delle spiagge del vicino golfo di Policastro, dove spesso sbarcavano, su navi inglesi, truppe ed emissari borboniani per molestare i nuovi dominatori ed i fautori del nuovo ordine di cose, più che per tentare la ricuperazione del Regno perduto, e dove il Colonnello Borbonico Rocco Stoduti, il feroce repressore dei moti del 1799, il Maggiore Giuseppe Necco, e il famigerato D. Vincenzo Peluso di Sapri promuovevano continue ribellioni (1). Mancando gli alloggi per le truppe, furono ridotte in caserme varie case private, come quella Gallotti alla piazza Rosario e quella Corrado; ecc…….Riferisce il Colletta, che nel 1809, quando la flotta anglo-sicula, comandata da D. Leopoldo di Borbone e dal Generale Steward, percorreva il Tirreno e minacciava le coste qua e là, le schiere Murattiane ‘s’adunarono in tre campi, uno a Monteleone di 4000 soldati, altro a Lagonegro di 1600, ed il terzo di 11000 in Napoli e nei dintorni.”. Il Pesce, a p. 311, nella sua nota (1) postillava del prete Peluso scrivendo che: “(1) Il Prete Peluso, devotissimo alla Corte Borbonica, la seguì a Palermo, e spesso, approdando alle coste di Policastro e nascondendosi nelle caverne di Serralonga, ne usciva per esercitar vendette più per proprio conto che per la causa borbonica. Egli fu l’assassino del patriota Costabile Carducci nel 1848. (Vedi il mio opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’. Lagonegro, Tip. Lucana, 1905).”. Dunque, il Pesce (…) e prima ancora il Racioppi (….), dicono “generale sir Stuart”, ma sempre il Pesce, citando il Colletta (….) lo chiama “Generale Steward”. La flotta anglo sicula era capeggiata da un rampollo della famiglia Borbone. Leopoldo di Borbone, nome completo Leopoldo Giovanni Giuseppe Michele di Borbone, principe di Salerno membro della casa dei Borbone, principe delle Due Sicilie e principe di Salerno, fu l’unico figlio del re Ferdinando I che non si legò a nessuna casa reale europea e che condusse una vita tranquilla nella città di Napoli. Leopoldo era il sedicesimo figlio di Ferdinando I (1751–1825), re del Regno delle Due Sicilie e della sua consorte Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, al momento della sua nascita sovrani del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia. Durante il periodo murattiano, la corte di Napoli, rifugiata in Sicilia, gli affidò funzioni rappresentative, che non furono sempre fortunate. Nel 1808 Napoleone nominò re di Napoli Gioacchino Murat, a seguito della nomina del precedente reggente, Giuseppe Bonaparte, a re di Spagna. A Napoli il nuovo re, ormai noto come “Gioacchino Napoleone”, fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria, ma venne invece detestato dal clero. Nel 1809 egli capeggiò formalmente la sfortunata spedizione anglo-borbonica nel golfo di Napoli. L’11 Giugno. In appoggio alle operazioni militari contro la Francia il Gen. John Stuart con 8.000 inglesi ed il Gen. Bourchard con 12.000 soldati borbonici salpano da Milazzo con duecento barche verso il golfo di Napoli scortati da due fregate, due corvette e diverse cannoniere borboniche e dalla squadra navale inglese comandata dal Commodoro Martin. Capo nominale della spedizione il principe di Salerno Leopoldo di Borbone imbarcato sulla fregata “Minerva”. Stuart, Sir John. – Generale inglese (n. in Georgia, America Settentr., 1759 – m. Clifton 1815). Combatté nella prima guerra d’indipendenza americana e successivamente, passato in Europa, nelle guerre contro la Francia rivoluzionaria. Brigadiere generale nel 1801, nel 1805 fu inviato a Napoli per cooperare con i Russi alla difesa della città. Riparato in Sicilia dopo la partenza di questi, nel luglio 1806 compì una fortunata incursione a S. Eufemia, e presso Maida sconfisse i Francesi; per questa fortunata impresa ebbe poi da Ferdinando I il titolo di conte di Maida. Così esposta, Napoli cadde sotto l’avanzata delle truppe di Masséna, ma Gaeta resistette ancora al re Ferdinando e la forza principale di Masséna fu rinchiusa nell’assedio di questa fortezza. Stuart, che era al comando temporaneo, si rese conto della debolezza della posizione francese in Calabria e il 1 ° luglio 1806 sbarcò rapidamente tutte le sue forze disponibili nel Golfo di Sant’Eufemia. Il 4 la forza britannica, forte di 4.800 uomini, ottenne la celebre vittoria di Maida sull’esercito di Reynier. Un anno dopo, divenuto luogotenente generale, ricevette il comando del Mediterraneo che mantenne fino al 1810. Le sue operazioni si confinarono nell’Italia meridionale dove Murat, re di Napoli, deteneva la terraferma mentre le truppe britanniche e siciliane (insieme ad alcuni ) tenne la Sicilia per il re borbonico. Tra gli eventi di questo periodo si possono ricordare il mancato soccorso del colonnello Hudson Lowe a Capri, la spedizione contro le cannoniere di Murat nel golfo di Napoli e il secondo assedio di Scilla. I vari tentativi di Murat di attraversare lo stretto in modo uniforme fallirono, anche se in un’occasione i francesi riuscirono effettivamente a prendere piede nell’isola. A.G. Macdonell nel suo libro del 1934 Napoleon and His Marshals descrive Stuart come “un uomo pigro, incompetente e malvagio“, ma non è chiaro perché Macdonell pubblichi una descrizione così denigratoria. Nel 1810 Stuart tornò in Inghilterra.
Nel 1809, a Sapri, il prete Peluso si imbarcò con la flotta Ingelese seguendola a Palermo
Carlo Pesce (…), a pp. 310-311, riferendosi a Lagonegro in proposito scriveva che: “….dove il Colonnello Borbonico Rocco Stoduti, il feroce repressore dei moti del 1799, il Maggiore Giuseppe Necco, e il famigerato D. Vincenzo Peluso di Sapri promuovevano continue ribellioni (1).”. Pesce, a p. 311, nella sua nota (1) postillava del prete Peluso scrivendo che: “(1) Il Prete Peluso, devotissimo alla Corte Borbonica, la seguì a Palermo, e spesso, approdando alle coste di Policastro e nascondendosi nelle caverne di Serralonga, ne usciva per esercitar vendette più per proprio conto che per la causa borbonica. Egli fu l’assassino del patriota Costabile Carducci nel 1848. (Vedi il mio opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’. Lagonegro, Tip. Lucana, 1905).”. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a p. 8, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica.“.
Nel 1809, il Prete Vincenzo Peluso
Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a p. 8, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità ecc..”. Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799 e seguenti. Un uomo leale, generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘ della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”.
Nel 1809, Sapri era abitata da 1455 abitanti
Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 200 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Nel 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne conteneva 1368 (4).”. Il Vassalluzzo a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Rizzi F., Oss. stat. sul Cilento, op. cit., p. 69. Cassese L., La “statistica”, op. cit., p. 281. Sinno A., ‘Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo’, parte II, 1954, p. 130. Ecc…”. Dunque, il Vassalluzzo citava il testo di Filippo Rizzi (….), ovvero il suo “Osservazioni statistiche sul Cilento” e il testo di Leopoldo Cassese (…)
Nel 1° gennaio 1810, Sapri diventa Comune autonomo del Regno delle Due Sicile di Gioacchino Murat
Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta che nel 1810 il 6° Sindaco di Sapri era “6) – Vincenzo Peluso” e, dal 1810 il 7° Sindaco “7) – Lorenzo Autuori nel 1811”. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie.
Dal 1808 al 1815, epoca Murattiana, il sigillo civico del Comune di Sapri appartenne al Mandamento di Vibonati
Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “Nel periodo che va dal 1808 al 1815, epoca murattiana, il sigillo del Comune di Sapri, appartenne al Distretto e Circondario di Vibonati, in Provincia di Principato Citra (Salerno), viene semplificato: ha fondo chiaro e contenuto leggermente diverso: un uccello sulle acque, con un emblema sulla testa e la scritta in giro ovale: “Comune di Sapri-Provincia di Salerno (6)“. Il Tancredi a p. 88, nella sua nota (6) postillava che: “(6) A.D.P.: ‘Idem, Fasc. 13° per D. Giuseppe Timpanelli (10 marzo 1910).“.
Nel 10 febbraio 1810, un documento del Comune di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 93-94 cita un documento del 1810 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 94 dice “Affari demaniali Winspeare uno (11)”. Il Tancredi (…), a pp. 94-95 in proposito scriveva che: “Il documento che si riporta è il testo di una lettera inviata dal Comune all’Intendenza nel 1810. Dal contenuto si comprende la relativa importanza, in quanto può solo testimoniare il corretto governo del precedente signore di Sapri, il conte di Policastro. All’inizio, dove figura il punteggiato, mancano due righi contenenti nella sostanza i soliti nomi della burocrazia (di difficile lettura), ma che non incidono nella sostanza del documento. Alla fine della lettera sono riportati i nomi dei firmatari ed il bollo ad inchiostro. “Oggi che sono il 10 del mese di febbraio 1810 Sapri. Precedente invito fatto dal Sig. secondo Eletto Giuseppe Gerbase, funzionario del Sindaco Vincenzo Peluso afferma…..che si sono riuniti nella solita Casa del Consiglio ed alla loro presenza dal Sig.r Segretario del Decurionato è letta la circolare di S.E. il Sig.r Intendente, registrata negli Atti dell’Intendenza nn. 44 a 10 dicembre 1810 relativo ai gravami da addurre nella Commisssione stabilita da S. M. sull’abolita Feudalità, se mai questo Comune ne abbia mai riceuti dagli Ex Decreti del 16 dicembre ecc….Alla fine della lettera sono riportati i nomi dei firmatari e il bollo o ad inchiostro, raffigurante un uccello sull’acqua ed in giro l’iscrizione “Comune di Sapri” – Provincia di Salerno”. Il Tancredi a p. 94, nella sua nota (11) postillava che: “(12) Archivio di Stato di Napoli Fasc. 8”.
Nel 1810, Gioachino Murat sbarcò a Sapri
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 329-310, in proposito scriveva che: “Sia per conoscere le provincie, sia per tentare una invasione in Sicilia, difesa dalla flotta Inglese, Gioacchino nel 1810 s’inoltrò fino all’estrema Calabria. Poichè l’ultimo decreto firmato a Napoli è del 16 Maggio 1810, ed il primo, datato Cosenza, è del 23 dello stesso mese, si rileva che egli, in questo intervallo di 7 giorni, percorse tutto quel cammino seguendo la regia strada rotabile, parte costruita e parte in costruzione. Già fin dal Marzo il Decurionato di Lagonegro aveva assunto l’obbligo di somministrare ‘alla truppa, che dovrà sfilare in occasione del prossimo viaggio di S. M., tutta quella carne che sarà necessaria’, tuttochè vi fosse pubblico macello dato in appalto ‘per uso e comodo del Comune e della Truppa’. Giunse il Re a Lagonegro a cavallo la sera del 18 Maggio, accompagnato dallo Stato Maggiore e da numeroso esercito, ed ebbe festosissime accoglienze da tutti i cittadini, accorsi a completare le regali sembianze, le scintillanti divise militari e lo sfarzo di Corte. La maestosa figura di Gioacchino, dal capo coperto dall’ampio ‘Kolbak’ sormontato da piume ondeggianti al vento, etc…Nella notte il Re prese alloggio in casa Bruno, dove era il comando di Piazza, al Largo del Tribunale, e nel mattino seguente ricevè in casa Corrado, residenza del Sotto-Intendente etc…”.
Nel 1811, Sapri aveva una popolazione di 1368 abitanti
Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Infatti, la notizia che a Sapri, nel 1811, contasse una popolazione di 1368 abitanti è tratta dalla Relazione redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat, redatta da Gennaro Primicerio Guida, pubblicata da Leopoldo Cassese (….), nella sua ‘La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – ecc…’, pp. 280-281.
Nel 1811, Sapri, in una Relazione per il Governo Napoleonico di Gioacchino Murat
Nel 1998, in occasione della redazione del mio studio “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, lo studio storico-Urbanistico per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, depositata al Comune di Sapri, approfondii alcune notizie che avevo letto nei vari studi e pubblicazione su Sapri. Ve ne era una che destò subito la mia curiosità. Si trattava di una notizia che riguardava Sapri che veniva citata dallo storico locale Angelo Guzzo (…) che a sua volta l’aveva tratta dal Vasselluzzo (…). A p. 9 della Relazione in proposito riportavo la notizia e scrivevo che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare”(118).”. La notizia era tratta da due testi del Guzzo (…). Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 225, parlando di Sapri ci informava che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (15)“. Il Guzzo (…), a p. 225, nella sua nota (15) postillava che: “(15) A. Sinno – Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo“, 1954, Parte II, del 1955, Pag. 130”. Il Guzzo ci informava della curiosa notizia di Andrea Sinno (…). Il Guzzo non dice a quale epoca il Sinno si riferisca ma dice solo dei 400 individui di Sapri. Angelo Guzzo (…) nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a pp. 182-183, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Ma la maggior rovina per questa ridente plaga costiera fu quella operata dai pirati barbareschi e musulmani di Khair Ed – Din (Ariadeno) Barbarossa nel 1534 e dai corsari turchi di Dragut-Rais-Bassà nel 1552 (21). Le case furono saccheggiate ed incendiate, gli abitanti parte uccisi e parte condotti schiavi. I pochi superstriti ripararono sulle colline, sui monti e nei paesi circonvicini, dove trovarono fraterna accoglienza in attesa di un ritorno in tempi di pace. La marina di Sapri divenne, così, completamente deserta ed i suoi abitanti, dediti un tempo alla pesca, furono costretti ad esercitare i mestieri più svariati ed i più umili servizi artigianali. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare” (22).”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (22) postillava che: “(22) A. Sinno – Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo – Salerno – 1954 – Parte II – Pag. 130.”. Il Guzzo (…) riporta la stessa notizia anche nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997. Dunque il Guzzo (…) riportava l’interessante notizia dei 400 uomini che andavano girando dentro e fuori il Regno di Napoli e scriveva che tale notizia era tratta dall’Andrea Sinno (…), ma probabilmente egli si sbagliava. Il Guzzo (…), accostava la notizia dei “400 individui di Sapri che andavano accomodando caldare” alle incursioni barbaresche del ‘500 e soprattutto a quella del 1552 di Dragut. Il testo del Sinno (…) è in mio possesso ma a p. 130 della sua Parte II, non ho trovato la notizia. Andrea Sinno (…) nel suo “Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, parlava si di Sapri ma diceva altro. Il Sinno (…), a p. 130, nella sua Parte II, in proposito scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè dalla malaria, e per di più dal pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, raggiunsero in passato i vicini paesi montani, dove trovarono fraterno accoglimento, e si assicurarono maggiori possibilità di vita, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, e rifarsi una casa con maggiori agi, e formarsi coll’industria e coll’agricoltura una posizione più vantaggiosa, oppure un certo benessere col lavoro. Agropoli e Sapri e la stessa Pesto sono oggi centri importantissimi di vita, dove le popolazioni, discese dalle zone montane, svolgono le loro ecc…”. Dunque, il Sinno citava Sapri ma non citava la notizia. Dunque, il Guzzo (…), non solo errava i riferimenti bibliografici, forse mai del tutto verificati ma riportava la notizia facendola risalire a dopo l’incursione di Dragut Pascià e come vedremo errava di molto. La notizia come vedremo non è del Sinno (…). Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), (da cui il Guzzo aveva tratto l’interessante notizia del Sinno), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Dunque, mi sembra chiaro che il Vassalluzzo (…), non si riferisse alle incursioni del ‘500 ma si riferisse all’anno 1811 e scrivesse chiaramente che la notizia del Sinno (…) era riferita al 1811 e non al 1552 come pare che si legga dal Guzzo. Il Vassalluzzo (…), infatti, nella sua nota (4) a p. 200 postillava che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto ecc..ecc…”. Posseggo il testo del Sinno (…), ma a p. 130 non ho trovano nulla della citazione del Guzzo (…). Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, ecc..ecc…”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese (…), e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955 a cui il Vassalluzzo si riferiva quando a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281″ e quando scriveva che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Dunque, la notizia venne tratta dalla p. 281 di Leopoldo Cassese (…) che scriveva di Sapri all’anno 1811. Leopoldo Cassese (…), nel 1955 pubblicò ‘La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno’, Salerno, Tip. Ispirato & Cuomo. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di Filippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’, un’altra delle inchieste di quel periodo che riguarda il Cilento e le sue condizioni economiche. Per quanto riguarda il Principato Citra o Citeriore, dove ricadevano gran parte dei nostri centri del basso Cilento, il redattore dell’Inchiesta incaricato fu Gennario Guida (…). La sua inchiesta e Relazione conservata all’Archivio di Stato di Napoli fu pubblicata integralmente dal Leopoldo Cassese che a p. 281 riportava la notizia dei “400 individui di Sapri che giravano dentro e fuori il Regno di Napoli andando accomodando caldare”. I quesiti in ordine a cui si doveva rispondere si articolavano in quattro sezioni generali: Notizie relative allo stato fisico; Sussistenza e conservazione della popolazione; Notizie sull’economia rurale; Le manifatture. Alla fine di maggio i questionari furono inviati in tutte le universitates del Regno, e venne assegnata ai redattori una gratifica per il lavoro da svolgere. Infatti, Leopoldo Cassese (…), nel suo saggio a pp. 280-281 parlando del “Distretto di Vibonati”, cita il paese di ‘Sapri’ e non solo fornisce una serie di dati su pesi e misure adottate e su alcune produzioni ma, in proposito al paese di Sapri a p. 281, nelle “Osservazioni” scriveva che: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare.”. La notizia e la pagina 281 si trova nel Cassese (…), op. cit., in “Appendice IV – Stati di consumo”. Il Cassese (…) a p. 263 postillava che: “(*) A.S.N., Ministero dell’Interno, Inv. I, fascio 96/65, bis III.”. Certo la notizia è interessantissima trattandosi di una Relazione governativa che scriveva questo dei Sapresi ma è curiosa perchè a me risulta che a Rivello e non a Sapri, vi sia stata da tempo immemorabile l’arte e l’artigianato di accomodare caldare (caldaie di rame e stagno come quelle che venivano molto diffusamente utilizzate in passato):


(Fig….) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – ecc…, pp. 280-281
Il mestiere di accomodare caldare
Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Secondo la notizia riportata nella relazione del Guida (…), redatta per il Governo Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro e fuori il regno col mestiere di accomodare caldare”. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame.
Nel XIX secolo, a Sapri, ramai e calderai
A parte il cognome noto e diffuso anticamente a Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). La collega Maria Carla Calderaro mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo. Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Il Ferrari (….), nella sua nota (43) postillava e si riferiva a Francesco Sacco (…) ed al suo “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli” che, a pp. 380 381, in proposito a Sapri scriveva che: “Sapri, Terra della Provincia di Salerno, ed in Diocesi di Policastro, situata sopra un falso piano bagnata dal Mar Tirreno, d’aria buona e nella distanza di sessantaquattro miglia dalla Città di Salerno, che si appartiene in Feudo alla Famiglia Carafa, Conte di Policastro. Questa terra appellata anticamente ‘Sipron’ ecc….Le cose degne da notarsi in quest’antica terra sono una Parrocchia di mediocre struttura; ed un Porto considerabile per la sua grandezza, avendo due miglia di perimetro, e mezzo miglio di apertura. Questo porto per l’opportunità del luogo, e per non esservene altro da Messina sino a Castellammare dovrebbe ristaurarsi. Ecc…”.
Tuttavia, il Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”.
Nel XIX secolo, a Sapri e Torraca, ramai e calderai
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), etc..”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, …..Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte.”. A parte il cognome noto e antico di Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”. Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Secondo la notizia riportata nella relazione del Guida (…), redatta per il Governo Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro e fuori il regno col mestiere di accomodare caldare”. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame. La collega Maria Carla Calderaro di Sapri mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo.
Nel 21 aprile 1812, un documento del Comune di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 95 cita un documento del 1812 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 95 dice “Affari demaniali Winspeare due (12)”. Il Tancredi (…), a pp. 95-96 in proposito scriveva che: “E’ un documento di una certa importanza, che non ha bisogno di commento. E’ datato 21 aprile 1812. Sul frontespizio è riportato, per così dire, l’oggetto: “Sapri-Provincia di Principato Citra. Domanda non coltivarsi i demani onde le acque non nocciano alle abitazioni ed al porto”. L’intendente della Provincia di Citra sulla domanda del Decurionato e cittadini di Sapri propone di far rimanere incolti i demani accantonati al Comune, poichè la loro coltivazione darebbe un più facile pendio alle acque, che recherebbero un danno alle sottoposte abitazioni ed al Porto”. Ecco il testo della lettera inviata al Ministro dell’Interno: Il Consigliere di Stato ed intendente della provincia di principato citeriore. A. S.E. Il Ministro dell’Interno. Napoli.: Eccellenza, il Comune di Sapri ecc….ecc…A questa richiesta segue la risposta del Ministro: A 25 Aprile 1812. …A. S.E. Il Consigliere di Stato Intendente di Principato Citra”. Il Tancredi a p. 95, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Archivio di Stato di Napoli Fasc. 55/56”.
Il Fortino borbonico in località ‘Fortino’ a Sapri
Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (3), in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo. ” (3). Il Gallotti (…), medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, del 1899, cita il vecchio Fortino Borbonico di Sapri e, parlando di Sapri, a p. 16, riferiva che “E, oltre, agli accennati Garibaldi, Pisacane – Nicotera, ecc.. che illustrarono con i loro avvenimenti – anche quei di casa Borbone, un tempo, un tempo vi si recarono, e, tra i più autorevoli * (postillava fra tutti quelli che vi vennero”), senza dubbio, annoverato il Re Murat, che volle pure personalmente visitare il nostro amenissimo paese, ma forse più per ispezionare, sotto il rapporto strategico, il così detto Fortino di Sapri, il quale, in quel tempo, era munito pure di cannoni. Degli spaldi di esso però, oggi-dì, si riscontrano appena le parvenze.”. In un altro suo scritto, il Gallotti, scriveva pure: “Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni” (3), mentre il Pesce (11), ricordava che, “moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati”. Dunque, stando alle parole del Gallotti (…), che scriveva nel 1899, a Sapri, il Fortino, non esisteva e, nel 1899 “si riscontrano appena le parvenze.”. Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro “Pisacane” (Figg. 2-3), a Sapri, nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, proprio in località ‘Fortino’, forse rinforzato durante il decennio napoleonico, durante il decennio francese e del Regno di Gioacchino Murat e, rinforzato poi in seguito al ritorno della della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, come attesta la documentazione da noi rinvenuta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui parleremo (12). Lo Schmiedt (4), scriveva in proposito a Vibonati-Sapri-Maratea: “Dopo il Porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172) elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino (173).”. Il vecchio Fortino borbonico a Sapri, è stato citato anche da Pifano (13) che sulla scorta di Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Pisacane il 28 giugno 1857, in proposito così scriveva: “Il punto prescelto per lo sbarco distava dall’abitato circa due chilometri e mezzo ed era altresì lontano dalla località indicata nelle mappe del tempo col nome di Fortino (chiamata oggi comunemente zona del Villaggio) ove era un posto doganale.”. Lo storico Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane, scriveva in proposito: “Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale lasciava una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino.”.
Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re “Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni“ (5), mentre il Pesce, ricordava che, “moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati“ (6). Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro ‘Pisacane’ a Sapri o nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, in località ‘Fortino’, forse rinforzato durante il decennio Napoleonico sotto il Regno dei francesi di Gioacchino Murat. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della Monarchia Borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri come si può vedere anche dal documento (Fig. 7), in mio possesso. Si tratta di una Carta di Passaggio (lasciapassare) rilasciata dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato, nativo di Sapri. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana: sull’”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (3).


(Fig….) Faro “Pisacane” in località Fortino a Sapri – il luogo dove doveva sorgere in antichità la Torre del Buondormire e in seguito, in epoca Borbonica il “Posto Doganale”.
Nel 1813, il progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella” del Sotto Direttore della Fortificazione Salati, funzionario del Genio militare dell’Esercito Murattiano

(Fig….) Progetto di un Fortino “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella ecc..”, a Sapri – documento inedito da me scoperto (Archivio Attanasio)
In alcuni miei articoli e studi pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli. Questi disegni (…), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione Napoleonica del Regno delle Due Sicilie. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Il progetto, illustrato in Figg……., è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, stà in “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Il disegno a colori acquerellato su carta ( Figg……), “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni” (Fig……). Si tratta di un progetto del Colonnello Costanzo del Genio militare Napoletano dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie, per la costruzione di un fortilizio con batteria di cannoni dove oggi si vede il Faro Pisacane o forse nel luogo dove oggi sorge l’Ospedale Civile di Sapri. Non sappiamo se la costruzione militare progettata dal Genio Militare fosse mai stata realizzata. Il disegno a colori ed acquerellato, di dimensioni 25 x 41, è inserito in un doppio riquadro, di cui all’interno più spesso, con sopra a sinistra l’indicazione di un numero 6; in alto a sinistra vi è indicato una leggenda, e a destra il ‘ Profilo della linea A B C ‘; in basso a sinistra vi è indicata la ‘scala per la pianta‘ che è di mm. 68= 22 mt.; in basso al centro, vi è riportata la firma del ‘Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’, che Adriano Caffaro (….), apprendiamo essere stato nel 1813, preposto a Direttore del Genio militare dell”Esercito’ (….) francese nel Regno delle Due Sicilie, dopo la divisione del Genio militare. Si tratta di un disegno (….) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. Nel 1989, alcuni disegni e carte simili, circa dieci anni dopo la mia scoperta furono pubblicate da Caffaro Adriano (….), op. cit. (…). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Anche in questo caso, come pure nel “Croquì di Sapri”, il disegno acquerellato in questione del progetto “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni”, non è datato e, non vi è scritto nulla a riguardo una possibile datazione. Sul disegno (Fig…..) è scritto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “ e, poi anche: “V (vedi) B = Colon.lo Dir. del Genio/ /Costanzo”. Nell’intestazione questo disegno o progetto è scritto pure “vedi la pianta topografica di Sapri e dè suoi contorni”. Queste le uniche informazioni sul documento. Per una possibile datazione dell’opera, del documento in questione ho cercato di confrontare simili documenti che nel lontano 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN pubblicò Adriano Caffaro (…), nel suo “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”. Infatti, il Caffaro (…), pubblicò i documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli. Nel suo pregevole studio Adriano Caffaro (….) pubblicò questi documenti riguardanti le batterie da Agropoli e Palinuro, tralasciando quelli esistenti da Palinuro fino alla Calabria e si rifece in parte alle citazioni contenute da Mario Vassalluzzo (…). Infatti, Adriano Caffaro (…), nel suo testo citato cita il Colonnello del Genio Costanzo, che dal nostro documento pare sia l’autore del progetto in questione. Caffaro (…) a p. 25, in proposito scriveva che: “Estendendo la nostra indagine ad altre località fortificate della costa cilentana, troviamo un interessante disegno a colori di mm. 425 x 310, senza indicazione di scala, segnato B a 21 853, di epoca murattiana, raffigurante il porto degli Infreschi presso Camerota. La ‘Pianta figurativa del porto degli Infreschi’ è inserita in un doppio riquadro, di cui l’esterno più spesso. In basso a destra è la firma ‘Il Diret. Colon. o del / Genio Costanzo (14).”. Passaggio interessantissimo. Dunque, il disegno non è lo stesso nostro e non è neanche simile ma il Caffaro cita il colonnello Costanzo per un disegno della stessa epoca a Palinuro. Il Caffaro (…) a p. 25 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981, pp. 123-125. Il corpo del Genio fu diviso nel 1813 in due parti: Genio dell’esercito al quale fu preposto Costanzo e Genio dell’armata attiva Colletta (N. Cortese, ‘Corpi e scuole militari dell’esercito napoletano dal 1806 al 1815, Estr. “Rassegna Storica Napoletana”, a. I, n. 4, 1933, pp. 27-28.”. Dunque, il Caffaro in questo caso, parlando del Genio Militare Napoletano all’epoca di Gioacchino Murat, cita Francesco Barra (…) e Nicola Cortese (…) e scriveva che nel 1813 il Colonnello Costanzo fu preposto al corpo del Genio dell’Esercito. Ma la cosa più interessante è l’autore del progetto. Si tratta dell’Intendente Salati, dipendente dall’ufficio del Genio dell’Esercito Colonnello Costanzo. Infatti, sul disegno in questione è scritto: “Il Sotto Dirett: Salati”. Infatti, sempre dal Caffaro apprendiamo a p. 38 che: “Il disegno a colori, firmato Il Tenente Marotti / Col mio Intervento / Il Sotto Direttore della Fortificazione Salati. Il Direttore Colonnello del Genio Costanzo, ecc…”, per un disegno simile, un progetto di una batteria da costruirsi a Palinuro.


(Fig…..) Disegno di Progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “, progetto di un fortino da costruirsi a Sapri, disegno del Genio militare francese, a firma del ‘Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’ (2), epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari‘ (…).
Riguardo poi le notizie ed informazioni sulle batterie costiere costruite e attive presso il litorale del basso Cilento, Adriano Caffaro (….), in proposito, a p. 45 scriveva che: “L’esame degli ultimi progetti di fortificazione e la ricostruzione delle varie linee difensive danno l’idea precisa del grande lavoro effettuato dal corpo del Genio militare per rendere veramente imprendibile il promontorio di Palinuro e costituirlo a caposaldo militare dell’intero tratto costiero del Cilento. Infatti, il 1° novembre 1811 quando la marina di Palinuro venne investita dalle truppe borboniche, mentre la flotta anglo-sicula ecc…(36).”. Caffaro a p. 45 nella sua nota (36) postillava che: “(369 La notizia è anche in M. Acciarino, ‘Segreteria di guerra e marina, ramo guerra. Inventari dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni. Anni 1753-1823, Napoli, Archivio di Stato, 1974, p. 73.”. Non sappiamo se il progetto del Genio militare Napoletano (Figg……), fosse stato mai realizzato o fosse stato proposto per rinforzare un fortino borbonico preesistente nei pressi della Torre di Buondormire, che si trovava dove attualmente si trova il presidio ospedaliero di Sapri o dove attualmente si trova il Faro di Sapri. In quell’area di Sapri, doveva già trovarsi un piccolo Fortino munito di cannoni come ci ricorda il Gallotti (…) ed il Pesce (…) e, come si può vedere nel rilievo del Ten. C. Blois (Fig. 1)(…), del 1819, che cita una “Torre del Fortino” (che doveva essere la Torre del Buondormire), oggi scomparsa. Riguardo i Fortini o batterie presenti a Sapri nell”800, il particolare (Fig…..), tratto dallo schizzo (Fig…..) da noi rinvenuto e pubblicato, cita all’estremo lembo della baia di Sapri, ad occidente, un’ ‘antica batteria’ e una ‘T. Buondormire‘ , la Torre del ‘Buondormire’, torre costiera e marittima di avvistamento, oggi scomparsa, ma costruita molto prima della costruzione delle Torri costiere fatte costruire dai Vicerè Spagnoli alla fine del ‘500, come la Torre dello Scialandro, del Lubertino e di Capobianco a difesa delle coste. La Torre detta del “Buondormire”, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro ‘Pisacane‘ (Figg. 2-3). Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri.
Nel 20 novembre 1814, un documento del Comune di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 98 cita un documento del 1814 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 98 dice “Affari demaniali Winspeare tre (13)”. Il Tancredi (…), a pp. 97-98 in proposito scriveva che: “Il seguente documento, senza data, ma facilmente databile al 20 novembre 1814 (data riportata su un altro documento dello stesso foglio, riguardante altra città), è, in realtà, una semplice annotazione per ricordare un provvedimento precedente, quello del Fs. 55/56, riportato innanzi. “Comune di Sapri, Provincia di Principato Citeriore. Con rapporto dell’Intendente del 21 aprile 1812 al Ministero dell’Interno, si propose di far rimanere incolte le dodici quote stabilite sui terreni dell’ex feudatario, spettanti in divisione al Comune, per allontanare, al possibile, coltivandosi, il pericolo dell’inondazione; ecc….”. Il Tancredi a p. 98, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Archivio di Stato di Napoli Ms, Fasc. 88/21”.
Nel 1815, il prete di Sapri, don Vincenzo Peluso accompagnò la regina Carolina in viaggio a Vienna
Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 110, in proposito scriveva che: “Abitava allora in Sapri, suo paese nativo, un vecchio prete, Vincenzo Peluso, fanatico sanfedista del 1799, che fuggito per delitti di sangue in Sicilia il 1809 vi era stato ricevuto con grande favore da la Corte borbonica, di cui divenne familiare, tanto che, vuolsi, avesse accompagnato la regina Carolina a Vienna il 1815 (1).”. Mazziotti, a p. 110, nella nota (1) postillava: “(1) Sentenza della sezione di accusa di Potenza del 16 gennaio 1863. Rapporto del giudice istruttore Iuliani del 12 marzo 1849. (Processo Carducci), vol. 2°, parte 2°.”. Maria Carolina Luisa Giuseppa Giovanna Antonia d’Asburgo-Lorena, nota semplicemente come Maria Carolina d’Austria (Vienna, 13 agosto 1752 – Vienna, 8 settembre 1814), nata arciduchessa d’Austria, divenne regina consorte di Napoli e Sicilia come moglie di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia. Fu deposta nuovamente dalle forze napoleoniche nel 1806 e trascorse i suoi ultimi anni in esilio a Vienna, dove morì nel 1814, poco prima di poter assistere alla restaurazione dei Borbone sul trono delle Due Sicilie.
Nel 1815, Sapri in una carta geografica dell’epoca
Un altro documento unico per la ricostruzione dell’evoluzione urbanistica di Sapri è la carta illustrata in Fig….Si tratta della carta manoscritta del “Golfo di Policastro”, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri). In questa carta del primo quarto di secolo XIX si vede chiaramente indicato il nucleo urbano di Sapri e la frazione non distante del Timpone segnato come “Lo Tempone”. La carta in questione ivi richiamata più volte in quanto in essa si indicano alcuni toponimi come le Torri marittime visibili lungo la costa di Sapri è interessante in quanto in essa si vedono segnati gli edifici e rioni che costituivano il nucleo urbano di Sapri.

(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)
(….) Cestaro Francesco Paolo, Il vescovo di Policastro e la reazione borbonica del 1799: con saggio di poesie sanfediste‘,

(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985 (Archivio Attanasio)
(….) B.N.N. Sezione Manoscritti e Rari ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2), idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3) Archivio di Stato di Napoli, pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437
(8) (Figg……) “Croquì’ di Sapri”. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo “Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg. 4-5-6, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN
(….) Sinno Andrea, Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo’, Salerno, 1954, vol. I-II, si veda, parte II, p. 130 (Archivio Attanasio)

(….) Gaetani Rocco, “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca“, Roma, 1906 (Archivio Attanasio), originale
(….) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914 (Archivio Attanasio)
(….) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)(1)
(….) Antonini Giuseppe, La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Discorso XI, parte II, Napoli, 1745, da p. 428 a p. 438 e pure II° edizione Gessari, 1795, pubblicata postuma da Mazzella Farao (Archivio Attanasio)
(….) Rizzi Filippo, Notizie statistiche sul Cilento, 1809; si veda pure ristampa ed. Galzerano, p. 39 (Archivio Atanasio)
(….) Giustiniani Lorenzo, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli , tomo II, 1797, p. 341
(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823

(….) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (Archivio Attanasio)
(….) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976 (Archivio Attanasio)

(….) Vassalluzzo Mario, Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24
(….) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Attanasio)

(…) Avv. Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, 1913 (Archivio Attanasio). Dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Attanasio)
(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)
(….) Barra Francesco, Principato Citra Storia 1806, stà in ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, anno 1992, anno LXXIX – Fascicolo III – Luglio Settembre 1992, ed. Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, pp. 304 e s.; si veda pure dello stesso autore: Barra Francesco, Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815, ed. Società Editrice meridionale, 1981; si veda pure: Il Decennio francese nel Regno di Napoli – 1806-1815 – studie ecc…, Napoli. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra’, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2. (sarebbe a. 6, 1988) (Archivio Attanasio)

(…) Du Casse A., Mémoires du roi Joseph, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121
(….) La Greca Amedeo, Di Rienzo Antonio, La Greca Emilio, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, Agropoli, 1984 (Archivio Attanasio)
(….) Calà-Ulloa Pietro, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi, Roma, 1871, pp. 239-240
(…) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del dott. Nicola Gallotti, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, 1899 (Archivio Attanasio)

(….) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. ‘Ricerca 3’, Palladio editrice, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro
(….) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991

(….) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 (a cura di ), Collana Storico Economica del Salernitano, Salerno, 1955 (Archivio Attanasio)
(…) Colletta Pietro, Storia del Reame di Napoli, II, Firenze, 1856, pp. 11,18, 43, 90, 103
(….) Cortese N., Memorie di un generale della repubblica e dell’impero. Francesco Pignatelli principe di Strongoli, Bari 1927
A. Dufourcq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326

