Il Registro delle Delibere Decurionali del Comune di Sapri

GLI STUDI 

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e le fonti che si sono occupate di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla documentazione ancora esistente ed in parte conservata negli Archivi Pubblici e nelle collezioni private che possano riguardare Sapri e la sua Storia. In particolare, in questo saggio mi occupo dell’unico documento ancora esistente presso il Comune di Sapri, dove, in seguito ad un incendio, fu rinvenuto e fatto restaurare dalla locale Sezione di Sapri del Rotary Club. Allora era Sindaco di Sapri Giovanni Colicchio. Si tratta del Registro delle Delibere Decurionali del Comune di Sapri, dove sono raccolte le Delibere del Decurionato di Sapri a partire dal 1 gennaio 1819 all’anno 1842. Dunque, un arco di tempo di oltre 23 anni. Purtroppo, in questo registro, fermandosi all’anno 1842 manca tutto il periodo Risorgimentale – dove il paese ed i suoi abitanti hanno avuto un ruolo non marginale nel processo di Riunificazione dell’Italia. Manca tutto il periodo delle vicende storiche e risorgimentali che hanno visto l’uccisione di Costabile Carducci (1848), lo Sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane (1857) e lo sbarco del generale Giuseppe Garibaldi (1860). Dunque, il Registro delle Delibere Decurionali del Comune di Sapri riguarda il periodo del ventennio pre-Risorgimento e riguarda il periodo che ha visto diversi Sindaci avvicendarsi nella Sindacatura e nel Ducurionato di Sapri.

IL REGISTRO DELLE DELLE DELIBERAZIONI DECURIONALI DEL COMUNE DI SAPRI

(Fig. n….) Registro delle Delibere Decurionali del giovane Comune di Sapri – prima pagina – foto Attanasio

Si tratta del Registro delle Delibere Decurionali del Comune di Sapri, dove sono raccolte le Delibere del Decurionato di Sapri a partire dal 1 gennaio 1819 all’anno 1842. Dunque, un arco di tempo di oltre 23 anni. Purtroppo, in questo registro, fermandosi all’anno 1842 manca tutto il periodo Risorgimentale – dove il paese ed i suoi abitanti hanno avuto un ruolo non marginale nel processo di Riunificazione dell’Italia. Manca tutto il periodo delle vicende storiche e risorgimentali che hanno visto l’uccisione di Costabile Carducci (1848), lo Sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane (1857) e lo sbarco del generale Giuseppe Garibaldi (1860). Dunque, il Registro delle Delibere Decurionali del Comune di Sapri riguarda il periodo del ventennio pre-Risorgimento e riguarda il periodo che ha visto diversi Sindaci avvicendarsi nella Sindacatura e nel Ducurionato di Sapri. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, nel Capitolo “Sindaci di Sapri (dalla fine del sec. XVIII ad oggi (1))”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “1) – Giovanni Schettino 1795; 2) Pasquale La Corte 1798; 3) – Vincenzo Peluso 1801; 4) – Nicola Calderaro 1803; 5) – Giuseppe Gerbasi 1804; 6) – Vincenzo Peluso 1810; 7) – Lorenzo Autuori 1811; 8) Vincenzo Peluso 1816; 9) – Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso 1834; 11) – Pasquale Autuori 1844; 12) – Vincenzo Peluso 1852 etc…”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano di Policastro e Comunale di Sapri”. Dunque, il periodo che copre questo Registro riguarda la Sindacatura dei Sindaci: VINCENZO PELUSO che iniziò il suo mandato nel 1816; PROSPERO LA CORTE, che iniziò il suo mandato nel 1822 e lo concluse nel 1834 allorquando subentrò Sindaco PASQUALE AUTUORI che lo concluse nel 1844. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p….., in proposito scriveva: “……………..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “……………..”, vol. I, a p. 639, in proposito scriveva che: “………………….”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Guida Storica dell’Archivio di Stato di Salerno”, ed. Laterza, nel 1969, a p. ……, in proposito scriveva che: “…………………………”.

IL RESTAURO E LA PUBBLICAZIONE DEL REGISTRO DELLE DELIBERE DECURIONALI

SAPRI NEL 1819

(Fig. n….) – Carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection.

battello-da-pesca-a-santa-croce-prima-della-costruzione-della-specola

(Fig…) Foto dei primi dell’900 – “Sapri, La Marina”, (spiaggia di S. Croce) un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Attanasio)

(Fig. n….) – Dipinto olio su tela di Sapri nel periodo pre-Unitario

Sapri nel 1819, ten. Blois

(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819.

La scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca

Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Molti dei documenti, atti, delibere decurionali, lettere, documenti d’Uffici pubblici, ecc…, che furono redatti all’epoca dei fatti che caratterizzarono la marcia di Garibaldi per la conquista dell’ex Regno borbonico delle Due Sicilie, andarono persi in seguito non solo a causa del loro deterioramento negli anni, spostamenti dai vari Archivi ecc.., a causa degli incendi che in ogni Comune si ebbero, o quelli causati dai borbardamenti del secondo conflitto mondiale, come l’ultimo eclatante di San Paolo Belsito dove andarono persi i preziosi documenti antichi conservati nell’allora Grande Archivio di Napoli, ma vi furono anche molti documenti che non furono sufficientemente raccolti e protetti e forse pure fatti sparire volutamente in quei luoghi, come Sapri, che furono i luoghi dove furono protagonisti i fatti e gli uomini suggellati alla Storia da Pisacane a Garibaldi. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, hanno pubblicato i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno che riguardano la “Questione demaniale”. Dopo il 1860, nl periodo detto “Post-Unitario”, nel 1861, nacque la questione dei confini e dell’attribuzione delle terre demaniali di cui si servivano i diversi Comuni vicini. Infatti, i 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 267 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Archivio Demaniale. Atti Demaniali. Torraca. Busta 820. Fascicolo 1 – Documenti a prò del Comune (di) Torraca in sostegno della domanda di scioglimento di promiscuità, contro i Comuni di Tortorella, Vibonati, Battaglia e Casaletto, cc. ss. 56. 1651-1874.”. Ecc… Dopo il 1860 nacque la “Questione demaniale” che si protrasse fino al 1874 con innumerevoli istanze e processi civili intentati tra i comuni limitrofi.  Sulla questione demaniale, si veda pure i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno elencati da p. 43 del testo sulla Mostra documentaria “La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento”, a cura dell’A.SS. catalogo, 1957, Salerno. I 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 268 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Fascicolo 8 – Il Barone Vespasiano Palamolla, chiede una copia legale della divisione dei Demani che fu eseguita nel 1813, e carteggio vario. cc. ss. 55. 1832-1835.”. Infatti, in seguito all’occupazione francese e subito dopo con i Borboni si acuirono le controversie demaniali tra i Baroni ed i loro possedimenti ed i Comuni. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Oltre alle diversie controversie tra Comuni diversi a viciniori, nacque anche la questione demaniale dovuta alla cessione di terre demaniali che furono accaparrate dai latifondisti dell’epoca, famiglie di ex-borbonici che facevano il bello ed il cattivo tempo in ogni Comune. In tutto questo si inserì la lotta politica per il successo elettorale della Sinistra democratica di Giovanni Nicotera. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato.  E’ in questo periodo che scomparvero diversi documenti che, in parte riguardavano le responsabilità storiche dei fatti del ’57 con Pisacane ma che riguardavano proprio gli uomini di spicco nella nascente politica del Regno d’Italia. Primo fra tutti Giovanni Nicotera che aveva saldi rapporti con molti uomini politici e novelli amministratori dello Stato post-unitario nella Provincia di Salerno. La questione venne alla luce grazie a Giovanni Nicotera, superstite della Spedizione di Carlo Pisacane, dopo la sua liberazione dal carcere di Favignana, nel 1860, volle vendicarsi verso quelli che lui credeva essere i responsabili del fallimento della tragica spedizione di Sapri. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci ed ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 285, in proposito scriveva che: “E’ passato un secolo dal processo per la Spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua Cronaca del Comitato Segreto di Napoli – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quagli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Cassese, a p. 285, nella nota (14) postillava: “(14) Archivio di Stato di Napoli, Min. di Gr. e Giustizia, Causa del Cagliari. Nel 1° fascio vi è un foglio di trasmissione col seguente oggetto: “Napoli, 11.11.1876. Elenco in doppio originale degli atti della Causa del Cagliari, che si trasmettono nel detto dì al Ministero degli Interni in Roma, per effetto di dispaccio telegrafico del dì 8 nov. 1876 n. 827, del registro di recapito, pervenuto il giorno 9”. Segue l’annotazione: “Addì 15 ottobre 1877 restituiti dal Ministero dell’Interno e rimessi nei propri posti”. Vi è allegato l’elenco dei fasci trasmessi. Sempre in relazione alle preoccupazioni del Nicotera circa l’esistenza di documenti per lui compromettenti, mette conto ricordare che il 21 agosto 1881 ignoti ladri operarono un furto in casa di Silvio Spaventa in Roma e che Antonio Labriola sospettò che si fosse stato organizzato dal De Pretis e da Nicotera per entrare in possesso delle carte che si diceva conservasse lo Spaventa, cfr. Centoventitrè lettere inedite di Antonio Labriola e Bertrando Spaventa, in Supplemento al n. 1 di “Rinascita”, 1954, p. 83.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava: “(6) Le vicende relative ai documenti sulla spedizione di Sapri sono, in parte, oscure.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. La documentazione inerente i fatti e le verità sulla Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, non rivestono solo un importanza per la verità storica di quei fatti ma anche perchè molti uomini e patrioti che parteciparono ai preparativi e forse contribuirono al suo tragico fallimento furono, nel 1860, tra i protagonisti della marcia di Garibaldi verso Napoli, alla capitolazione del Regno delle Due Sicilie. Molti personaggi che vedremo in questa ricerca, per i loro trascorsi e la loro partecipazione ai moti insurrezionali del ’48 e del ’57, ebbero una parte attiva nella risalita di Garibaldi, dalla sua partenza da Quarto fino a tutta l’epopea garibaldina della battaglia sul Volturno. Essi, ebbero parte attiva nella politica e nell’amministrazione dello Stato Unitario in seguito ai Plebisciti. Essi, ebbero ruoli e parte anche nell’Italia post-Unitaria, come vedremo in seguito. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, …..etc…il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi.”. L’uccisione di Costabile Carducci, a Sapri e lo sbarco dei Trecento della Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri furono i prodromi e precursori dell’impresa di Garibaldi e delle sue truppe Garibaldine. Ma, anche molti documenti del 1860 riguardanti l’impresa di Garibaldi e del suo passaggio dalle nostre plaghe, non sono più reperibili, forse essi sono scomparsi, tanto che alcuni passaggi rimangono ancora oscuri e non del tutto chiariti. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone scriveva che nell’Italia post-Unitaria, proprio a causa della rabbia di Giovanni Nicotera, iniziò un processo storico di revisione che dura tuttora.  Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti.”.

Bibliografia e Note Bibliografiche 

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840 

(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

I Gallotti nel Risorgimento

GLI STUDI 

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e le fonti che si sono occupate di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sullo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Sapri, avvenuto il 3 settembre 1860. Prima di Garibaldi, il 2 settembre 1860 sbarcarono centinaia di garibaldini che Turr portava da Paola via mare. Insieme a Turr arrivarono a Sapri anche alcuni agenti di Cavour. Il Risorgimento italiano è comunemente ricordato dalla maggioranza delle persone soprattutto per l’opera di personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, insieme ad essi, operarono migliaia di giovani che affrontarono sacrifici e pericoli per la libertà; tra loro i fratelli Magnoni ed i volontari delle brigate destinate agli Stati Pontifici, Parmensi, Milanesi, Bolognesi ed Emiliani, che parteciparono da volontari alla marcia verso la Capitale del Regno borbonico. In particolare, per quanto riguarda Sapri, la famiglia dei Gallotti – di cui mi occupo in questo mio saggio – ha avuto un ruolo non secondario nelle vicende risorgimentali che hanno interessato il paese di Sapri. Le loro vicende personali s’intrecciarono con i più importanti avvenimenti che caratterizzarono l’epopea popolare. Il lettore può così conoscere attraverso quanti rischi e privazioni quella generazione abbia realizzato l’evento più importante della storia italiana: l’Unità d’Italia.

LA SAPRI DEI GALLOTTI BARONI DI BATTAGLIA

(Fig. n….) – Carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection.

battello-da-pesca-a-santa-croce-prima-della-costruzione-della-specola

(Fig…) Foto dei primi dell’900 – “Sapri, La Marina”, (spiaggia di S. Croce) un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Attanasio)

(Fig. n….) – Dipinto olio su tela di Sapri nel periodo pre-Unitario

Sapri nel 1819, ten. Blois

(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819.

La scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca

Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Molti dei documenti, atti, delibere decurionali, lettere, documenti d’Uffici pubblici, ecc…, che furono redatti all’epoca dei fatti che caratterizzarono la marcia di Garibaldi per la conquista dell’ex Regno borbonico delle Due Sicilie, andarono persi in seguito non solo a causa del loro deterioramento negli anni, spostamenti dai vari Archivi ecc.., a causa degli incendi che in ogni Comune si ebbero, o quelli causati dai borbardamenti del secondo conflitto mondiale, come l’ultimo eclatante di San Paolo Belsito dove andarono persi i preziosi documenti antichi conservati nell’allora Grande Archivio di Napoli, ma vi furono anche molti documenti che non furono sufficientemente raccolti e protetti e forse pure fatti sparire volutamente in quei luoghi, come Sapri, che furono i luoghi dove furono protagonisti i fatti e gli uomini suggellati alla Storia da Pisacane a Garibaldi. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, hanno pubblicato i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno che riguardano la “Questione demaniale”. Dopo il 1860, nl periodo detto “Post-Unitario”, nel 1861, nacque la questione dei confini e dell’attribuzione delle terre demaniali di cui si servivano i diversi Comuni vicini. Infatti, i 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 267 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Archivio Demaniale. Atti Demaniali. Torraca. Busta 820. Fascicolo 1 – Documenti a prò del Comune (di) Torraca in sostegno della domanda di scioglimento di promiscuità, contro i Comuni di Tortorella, Vibonati, Battaglia e Casaletto, cc. ss. 56. 1651-1874.”. Ecc… Dopo il 1860 nacque la “Questione demaniale” che si protrasse fino al 1874 con innumerevoli istanze e processi civili intentati tra i comuni limitrofi.  Sulla questione demaniale, si veda pure i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno elencati da p. 43 del testo sulla Mostra documentaria “La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento”, a cura dell’A.SS. catalogo, 1957, Salerno. I 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 268 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Fascicolo 8 – Il Barone Vespasiano Palamolla, chiede una copia legale della divisione dei Demani che fu eseguita nel 1813, e carteggio vario. cc. ss. 55. 1832-1835.”. Infatti, in seguito all’occupazione francese e subito dopo con i Borboni si acuirono le controversie demaniali tra i Baroni ed i loro possedimenti ed i Comuni. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Oltre alle diversie controversie tra Comuni diversi a viciniori, nacque anche la questione demaniale dovuta alla cessione di terre demaniali che furono accaparrate dai latifondisti dell’epoca, famiglie di ex-borbonici che facevano il bello ed il cattivo tempo in ogni Comune. In tutto questo si inserì la lotta politica per il successo elettorale della Sinistra democratica di Giovanni Nicotera. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato.  E’ in questo periodo che scomparvero diversi documenti che, in parte riguardavano le responsabilità storiche dei fatti del ’57 con Pisacane ma che riguardavano proprio gli uomini di spicco nella nascente politica del Regno d’Italia. Primo fra tutti Giovanni Nicotera che aveva saldi rapporti con molti uomini politici e novelli amministratori dello Stato post-unitario nella Provincia di Salerno. La questione venne alla luce grazie a Giovanni Nicotera, superstite della Spedizione di Carlo Pisacane, dopo la sua liberazione dal carcere di Favignana, nel 1860, volle vendicarsi verso quelli che lui credeva essere i responsabili del fallimento della tragica spedizione di Sapri. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci ed ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 285, in proposito scriveva che: “E’ passato un secolo dal processo per la Spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua Cronaca del Comitato Segreto di Napoli – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quagli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Cassese, a p. 285, nella nota (14) postillava: “(14) Archivio di Stato di Napoli, Min. di Gr. e Giustizia, Causa del Cagliari. Nel 1° fascio vi è un foglio di trasmissione col seguente oggetto: “Napoli, 11.11.1876. Elenco in doppio originale degli atti della Causa del Cagliari, che si trasmettono nel detto dì al Ministero degli Interni in Roma, per effetto di dispaccio telegrafico del dì 8 nov. 1876 n. 827, del registro di recapito, pervenuto il giorno 9”. Segue l’annotazione: “Addì 15 ottobre 1877 restituiti dal Ministero dell’Interno e rimessi nei propri posti”. Vi è allegato l’elenco dei fasci trasmessi. Sempre in relazione alle preoccupazioni del Nicotera circa l’esistenza di documenti per lui compromettenti, mette conto ricordare che il 21 agosto 1881 ignoti ladri operarono un furto in casa di Silvio Spaventa in Roma e che Antonio Labriola sospettò che si fosse stato organizzato dal De Pretis e da Nicotera per entrare in possesso delle carte che si diceva conservasse lo Spaventa, cfr. Centoventitrè lettere inedite di Antonio Labriola e Bertrando Spaventa, in Supplemento al n. 1 di “Rinascita”, 1954, p. 83.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava: “(6) Le vicende relative ai documenti sulla spedizione di Sapri sono, in parte, oscure.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. La documentazione inerente i fatti e le verità sulla Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, non rivestono solo un importanza per la verità storica di quei fatti ma anche perchè molti uomini e patrioti che parteciparono ai preparativi e forse contribuirono al suo tragico fallimento furono, nel 1860, tra i protagonisti della marcia di Garibaldi verso Napoli, alla capitolazione del Regno delle Due Sicilie. Molti personaggi che vedremo in questa ricerca, per i loro trascorsi e la loro partecipazione ai moti insurrezionali del ’48 e del ’57, ebbero una parte attiva nella risalita di Garibaldi, dalla sua partenza da Quarto fino a tutta l’epopea garibaldina della battaglia sul Volturno. Essi, ebbero parte attiva nella politica e nell’amministrazione dello Stato Unitario in seguito ai Plebisciti. Essi, ebbero ruoli e parte anche nell’Italia post-Unitaria, come vedremo in seguito. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, …..etc…il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi.”. L’uccisione di Costabile Carducci, a Sapri e lo sbarco dei Trecento della Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri furono i prodromi e precursori dell’impresa di Garibaldi e delle sue truppe Garibaldine. Ma, anche molti documenti del 1860 riguardanti l’impresa di Garibaldi e del suo passaggio dalle nostre plaghe, non sono più reperibili, forse essi sono scomparsi, tanto che alcuni passaggi rimangono ancora oscuri e non del tutto chiariti. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone scriveva che nell’Italia post-Unitaria, proprio a causa della rabbia di Giovanni Nicotera, iniziò un processo storico di revisione che dura tuttora.  Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti.”.

I GALLOTTI DI BATTAGLIA A SAPRI, POSSIDENTI A SAPRI E AL FORTINO

Il don Giovanni Gallotti dell’epoca dei moti del ’48, con i fatti di Costabile Carducci, del ’57, con l’arrivo di Pisacane, nel ’60 con l’arrivo di Garibaldi, è il GALLOTTI di cui ci occupiamo in questo nostro saggio.

I GALLOTTI A SAPRI: don GIOVANNI (padre), ex barone di Casaletto e Battaglia ed i figli: RAFFAELE, SALVATORE, don FILOMENO, ed il sacerdote don EMANUELE, ed il nipote di Giovanni, PAOLO GALLOTTI proprietario della taverna del Fortino e gli altri Gallotti: DIOMEDE, ANTONIO, NICOLA, FRANCESCO 

LO STEMMA DELLA FAMIGLIA GALLOTTI BARONI DI BATTAGLIA

(Fig. n…..) – Stemma araldico della famiglia dei baroni Gallotti di Casaletto – dipinto su muro (affresco e tempera) nell’androne di palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice a Sapri

A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Sullo stemma araldico affrescato all’interno dell’androne del Palazzo in via Nicodemo Giudice appartenuto prima ai Gallotti e poi ai due fratelli Marino (ferrovieri) che sposarono due figlie femmine del barone don FILOMENO, donne RACHELE e GIOVANNINA, si racconta che presenta un “segno d’infamia” (uno sfregio o una modifica nel disegno originario). Forse questo “sfregio” del disegno originario fu fatto dai borbonici ai tempi di Costabile Carducci (magari dai Peluso contro i Gallotti liberali), oppure è relativo alle malevoli critiche che giravano nel paese ai danni del barone don Filomeno per il matrimonio con la giovane signora Recchia, di cui parlerò in seguito.

(Fig. n….) – Genealogia della famiglia Gallotti tratta da Policicchio (….). Nel foglio è presente anche il disegno dello stemma araldico della Famiglia

I GALLOTTI BARONI DELLA FRAZIONE DI BATTAGLIA

La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri, nell’Italia Unitaria. Pare che non vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI ed i suoi figli. La famiglia Gallotti di Sapri – quella in questione – che aveva un palazzo in via Nicodemo Giudice non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che hanno un palazzo in Piazza del Plebiscito. Inoltre, don Giovanni Gallotti – quello di cui parliamo- sebbene pare che provenisse dalla Baronia di Battaglia, non deve confondersi con la famiglia nobile dei Gallotti Baroni di Casaletto e di Battaglia. Battaglia, la cui storia è molto legata alla vicina Casaletto Spartano, è un borgo di origine medievale risalente circa al XII secolo, col nome latino di Bactalearum. Fu una universitas autonoma fino all’aggregazione a quella di Casaletto, e nel XVII secolo contava 960 abitanti, fino al dimezzamento dovuto alla peste del 1656. Il paese fu anche comune autonomo fino al 1810, quando venne unificato per ordine del generale francese Charles Antoine Manhès, su mandato di Gioacchino Murat. All’epoca del in cui Murat fu re di Napoli (parte del Primo Impero bonapartista), onde risolvere il problema del brigantaggio filo borbonico, inviò ordine al sindaco di Casaletto di appestare i foraggi e fornire vettovagliamenti alle sue truppe. Non addivenendo alla richiesta, e sospettato da Mahnès di essere in combutta coi briganti, il sindaco venne fucilato. Successivamente Mahnès ordinò l’unificazione dei due comuni ed impose al sindaco di Battaglia di trasferirsi a Casaletto, nuovo capoluogo comunale. Dunque, è con il decennio francese, nel 1810 che l’antica “Bactalearum” (Battaglia) perse la sua autonomia amministrativa di piccolo Comune e venne unito al Comune di Casaletto Spartano – un piccolo paese vicino. Casaletto Spartano. La frazione di Battaglia è attraversata dalla Strada provinciale 16 (SP 16), collegante Sapri con Caselle in Pittari, da cui si dirama la Strada provinciale 349 (SP 349) Battaglia-Fortino. La stazione ferroviaria di Casaletto Spartano-Battaglia, sulla linea Sicignano-Lagonegro, dista 16 km ed è sita nella frazione lagonegrense di Pennarone. Dal 1987 è chiusa all’esercizio, assieme all’intera linea, e servita da autoservizi sostitutivi. Sempre per derimere confusioni fatte in passato, i Baroni Gallotti a cui non ci riferiamo in questo scritto è un’antica famiglia originaria del Cilento, feudataria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valledonna, ascritta nel Registro dei Feudatari e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Casaletto”, vol. I, a p. 639, in proposito scriveva che: “Casaletto, dopo il 1861 Casaletto Spartano. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. A m. 400 etc…e con le frazioni (Battaglia v., e Fortino km.12) etc..”. Battaglia e Casaletto – che solo nel 1861 divenne Casaletto Spartano – erano feudi indipendenti fino alla loro elevazione a Comuni nel 1810. Battaglia fu una universitas autonoma fino all’aggregazione a quella di Casaletto – poi, nel 1861 divenuto “Spartano”. Le due Universitas  – e feudi autonomi tra loro –  furono uniti in unico Comune  autonomo nel 1810, quando venne unificato per ordine del generale francese Charles Antoine Manhès, su mandato di Gioacchino Murat. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 73, in proposito scriveva che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi aveva infatti ricevuto l’incarico dal re di Napoli Gioacchino Murat (che nel 1808 aveva sostituito Giuseppe Bonaparte) “dell’alta polizia delle Calabrie per liberarle dal Brigantaggio”. Montesano, riferendosi al nuovo Decreto definitivo dell’unificazione dei due Comuni – quello di Gioacchino Napoleone (Murat)  – il Regio decreto del 4 maggio 1811, a p. 83 aggiungeva pure che: “I Comuni riuniti di Casaletto e Battaglia facevano parte del Circondario di Bonati, Distretto di Sala (126), Provincia di Principato Citeriore, …Nel decreto si stabilisce inoltre che i Comuni di Casaletto e Battaglia dovranno essere riuniti sotto la stessa amministrazione comunale, che il Comune principale, dovrà essere Casaletto. E’ interessante notare come la scelta di indicare Casaletto e non Battaglia come capoluogo è poco chiaro. Probabilmente incise il maggior numero degli abitanti (nel 1809 Battaglia contava 900 residenti, mentre Casaletto 960)(128) anche se la presenza dei baroni Gallotti, dopo la legge sull’eversione della feudalità del 1806, sicuramente non fece pendere il favore del legislatore francese verso Battaglia, anzi. La stessa sorte di quest’ultima toccò anche ad altri paesi del circondario: San Cristoforo fu unito ad Ispani mentre l’antica città di Policastro fu unita a Santa Marina.”. Dunque, intorno agli anni 1810, sarà la “Legge sull’eversione della feudalità” che influirà sulle sorte delle vecchie Baronie, e, non solo Battaglia, feudo e Baronia dei Gallotti sarà unita al Comune di Casaletto, ma nascono i Municipi. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Il barone Giuseppe Gallotti (1803 † 1879), figlio di Salvatore e Maria Giuditta Parisio,  fu senatore del Regno d’Italia (1880). La Famiglia risulta iscritta nell’Elenco Ufficiale Italiano col titolo di nobile in persona di Emanuele Gallotti, figlio di Paolo Emilio. Ma come si formò la Baronia dei GALLOTTI a Battaglia ?. Ci sono legami con la famiglia GALLOTTI di Sapri e quella nobile del feudo di Battaglia ?. Vediamo dalle scarse notizie che si anno sui due paesi. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Casaletto”, vol. I, a p. 639, in proposito scriveva che: “Le notizie sul villaggio sono scarsissime….l’Alfano (3), che attribuisce il feudo alla famiglia Gallotti, scrive che contava 990 abitanti…” e poi, in sostanza non aggiunge null’altro che possa interessare la Baronia. Sulla situazione fondiaria del Comune di Casaletto e di Battaglia ha scritto Alfonso Leone (….), nella sua “L’Età Medievale”, nel vol. II del testo a cura di Nicola Cilento (….), “Storia del Vallo di Diano”. Ha scritto anche Nicola Montesano (….), che cita il testo di Lorenzo Giustiniani (…), e del suo “Dizionario istorico-ragionato etc…”. Ciò che scrisse il Giustiniani su Casaletto è riassunto da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “Università autonoma fino alla sua aggregazione a Casaletto Spartano (Km. 3). Il Giustiniani (1) pone il villaggio etc…Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Garlotta (o Gallotta?) per d. 3260 (2). Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito (3). L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto un feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Ebner, a p. 550, nella nota (2) postillava: “(2) Quint. 174, f. 105”. Ebner, a p. 550, nella nota (3) postillava: “(3) Quint. 35, f. 92”. Dunque, Ebner (….), parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “Università autonoma fino alla sua aggregazione a Casaletto Spartano (Km. 3).”. Dunque, dopo la vendita del feudo da parte del Conte di Policastro Ettore Carafa (un Carafa della Stadera), CARLO GALLOTTA ne divenne proprietario nel 1696. Dai Quinternioni (documenti conservati presso l’Archivio di Stato), si evince che, l’11 febbraio 1778, MARIO ANTONIO GALLOTTI ottenne l’intestazione del feudo e del casale di BATTAGLIA. Ma, il feudo che andò a MARIO GALLOTTI (figlio di MARIO ANTONIO) ed ai suoi figli: CARLO, GIUSEPPE e GIOVANNI, con l’avvento della Legge sull’eversione della feudalità, nel 1806, La famiglia Gallotti, che aveva posseduto un feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari.”. La legge sull’eversione della feudalità (conosciuta principalmente come la legge del 2 agosto 1806) è il celebre provvedimento che ha abolito il sistema feudale e i privilegi nobiliari nel Regno di Napoli, ponendo fine a secoli di giurisdizioni. Infatti, Anche Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncia di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone MARIO ANTONIO GALLOTTI. Il barone MARIO GALLOTTI morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio MARIO ANTONIO GALLOTTI che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “….avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio Gallotti. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Dunque, a Battaglia la Baronia fu ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, nella persona dell’ultimo feudatario don Mario GALLOTTI, ultimo feudatario di Casaletto Spartano e Battaglia. Scrive Ebner che don Mario Gallotti ebbe quattro figli maschi: CARLO, GIUSEPPE, GIOVANNI e ANTONIO GALLOTTI. Dunque, don GIOVANNI GALLOTTI, era uno dei quattro figli maschi di don MARIO GALLOTTI. Da recenti ricerche ho potuto appurare che, i 5 figli maschi carnali di Don Carlo Gallotti del 1700 sono esclusivamente loro e nessun altro: Don MARIO ANTONIO GALLOTTI: Il cardine della successione, l’ultimo effettivo intestatario del titolo e del Castello di Battaglia prima che crollasse il sistema feudale. Don Salvatore Gallotti senior:  Salvatore si stabilì nella capitale del Regno per lanciare la famiglia nei ranghi più alti della magistratura, della burocrazia regia e del foro napoletano. Fu proprio a Napoli che nacque e fece fortuna suo figlio, il Barone Giuseppe Gallotti (1803–1879), che diventerà un grandissimo giurista, un nobile riconosciuto e, infine, Senatore del Regno d’Italia nel 1871. Don Carlo Gallotti junior, Don Antonio Gallotti senior, Don Giuseppe Gallotti senior, Donna Margherita Gallotti: Chiamata così in onore dell’antica baronessa del Seicento, andata in sposa con una ricca dote liquida a un ramo dei Sanseverino. Donna Porzia Gallotti: Inserita negli scambi di dote tra Battaglia e Tortorella. Donna Giovanna Gallotti: Monacata o maritata per non frazionare il nucleo centrale del castello di Battaglia. I 4 Figli Maschi di don MARIO ANTONIO: Don Carlo Gallotti junior (Il primogenito, erede formale dei beni del castello nell’entroterra), Don Giuseppe Gallotti junior, Don GIOVANNI GALLOTTI (Il secondo genito maschio, sesto in ordine di nascita totale. Nato nel 1798 e deceduto a Sapri il 17 maggio 1873 a 75 anni). È l’uomo del Palazzo Baronale di via Roma (via Nicodemo Giudice) che ospitò Garibaldi e del “Giovanni Gallotti al Fortino” del 1857. Don Antonio Gallotti junior. Le 5 Figlie Femmine: Donna Giacinta Gallotti, Donna Vincenza Gallotti, Donna Marianna Gallotti, Donna Flavia Gallotti junior (Chiamata come la madre Flavia Donnapenna). Donna Rosa Gallotti (L’effettivo nono nome registrato nelle schede d’asse, che si era confuso nei passaggi precedenti). Il feudo e il titolo non sono passati a Salvatore per anzianità (visto che Mario Antonio era l’ultimo feudatario ufficiale del ramo principale).   Salvatore Gallotti senior sposa donna Maria Giuditta Parisio. La famiglia Parisio di Cosenza e Napoli era una delle dinastie di togati e banchieri più ricche del Mezzogiorno, legata ai Gallotti già dal Seicento (quando Lelio Parisio aveva sposato l’antica Porzia Gallotti di Battaglia).  Attraverso la dote immensa dei Parisio e la sua posizione di magistrato, Salvatore acquisisce il capitale liquido necessario per rilevare e riscattare le quote del feudo di Battaglia dagli altri fratelli cadetti e dal ramo principale, che stava progressivamente affogando nei debiti di gestione e nelle doti delle cinque sorelle. Quando nel 1806 i francesi emanano le leggi di eversione della feudalità, il vecchio sistema dei baroni crolla. Il castello di Battaglia e le terre non sono più feudi indisponibili: diventano proprietà private pignorabili e commerciabili. Ma quando i periti del re vanno a pignorare il Castello di Battaglia e i grandi beni storici del casato, si trovano davanti a un muro legale: quei beni non appartengono a Giovanni, ma sono di proprietà esclusiva di suo cugino, il futuro Senatore Giuseppe Gallotti. Spero di essere stato chiaro, la ricostruzione che fai di omonimia non trova riscontro. Dunque, pare che il futuro senatore del Regno d’Italia, GIUSEPPE GALLOTTI sia stato cugino del barone don GIOVANNI GALLOTTI.

DON GIOVANNI GALLOTTI, BARONE DI BATTAGLIA ED I SUOI CINQUE FIGLI MASCHI: SALVATORE, FILOMENO, RAFFAELE, PASQUALE ed EMANUELE

In questo mio saggio mi occupo della Famiglia dei Baroni di Battaglia, ed in particolare del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI che ha vissuto alla “Marina di Sapri”, denominazione del paese prima che diventasse Comune del Regno delle Due Sicilie. Il barone don Giovanni Gallotti aveva un palazzotto a Sapri in via Nicodemo Giudice, all’odierno civico 106. La sua famiglia non sappiamo se fosse imparentata con l’altra famiglia dei Gallotti che possedeva ed abitava in Piazza del Plebiscito. Ma al momento possiamo affermare con certezza che non vi era legame di parentela con le due Famiglie. Il don Giovanni Gallotti dell’epoca dei moti del ’48, con i fatti di Costabile Carducci, del ’57, con l’arrivo di Pisacane, nel ’60 con l’arrivo di Garibaldi, è il GALLOTTI di cui ci occupiamo in questo nostro saggio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, a Battaglia la Baronia fu ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, nella persona dell’ultimo feudatario don Mario GALLOTTI, ultimo feudatario di Casaletto Spartano e Battaglia. Scrive Ebner che don Mario Gallotti ebbe quattro figli maschi: CARLO, GIUSEPPE, GIOVANNI e ANTONIO GALLOTTI. Dunque, don GIOVANNI GALLOTTI, era uno dei quattro figli maschi di don MARIO GALLOTTI barone di Battaglia. Stessa notizia ci danno Nicola Montesano, Fusco e Policicchio. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici.”. Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Policicchio (…), scriveva che don GIOVANNI GALLOTTI era figlio di don Mario Gallotti, Barone di Battaglia e di GIOVANNA DONNAPENNA, ma Policicchio scriveva che don Giovanni Gallotti era sestogenito della famiglia di don Mario Gallotti. Quindi, il barone don MARIO GALLOTTI aveva anche una figlia femmina. Dunque, se il barone don GIOVANNI GALLOTTI morì il 17 maggio 1873 all’età di anni 75, vuol dire che egli era nato nel 1798. Sui GALLOTTI di Sapri e di via Nicodemo Giudice ed in particolare don GIOVANNI GALLOTTI e dei suoi cinque figli, Dunque, Policicchio scriveva che don GIOVANNI GALLOTTI era figlio “sestogenito” di MARIO e GIOVANNA DONNAPENNA. Dunque, Policicchio scriveva che don GIOVANNI GALLOTTI era figlio di MARIO GALLOTTI e di GIOVANNA DONNAPENNA. Policicchio scriveva che don Giovanni Gallotti “Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno”. Policicchio scriveva pure che don Giovanni Gallotti morì all’età di 75 anni, il 17 maggio 1873. Dunque, don Giovanni Gallotti nacque nel 1798. Don Giovanni Gallotti sposò RACHELE GIUDICE dalla quale ebbe cinque figli maschi. Il don GIOVANNI GALLOTTI aveva cinque figli maschi: Salvatore, Raffaele, il prete don Filomeno, Emanuele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Da Wikipedia leggiamo che Giovanna Donnapenna è una figura storica legata alla nobiltà locale del Golfo di Policastro, nota principalmente per essere stata la moglie di Mario Gallotti, esponente della baronia di Casaletto e Battaglia. Attraverso la linea del figlio Giovanni e di sua moglie Rachela Giudice, Giovanna Donnapenna è l’antenata di importanti figure del Risorgimento e della storia locale, tra cui il sacerdote don Filomeno Gallotti. Don Giovanni Gallotti era figlio “sestogenito” della Baronia di Battaglia. Dunque, secondo Policicchio, don Giovanni Gallotti era il sesto figlio di MARIO GALLOTTI. Suo padre, MARIO GALLOTTI, possiamo ripetere ciò che scrisse Pietro Ebner (….). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: La famiglia Gallotti,….il barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il padre di don Giovanni Gallotti, MARIO GALLOTTI, Barone di Battaglia (Battaglia era feudo a se fino al 1810 fu unita al Comune di Casaletto Spartano), successe al padre MARIO ANTONIO GALLOTTI ma, con la “Legge sull’eversione della feudalità” emessa da Giuseppe Bonaparte, tutta la famiglia Gallotti dei baroni di Battaglia – la loro Baronia, secondo Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: La famiglia Gallotti, che aveva posseduto un feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, …”. Ebner, a p. 550, nella nota (2) postillava: “(2) Quint. 174, f. 105”. Ebner, a p. 550, nella nota (3) postillava: “(3) Quint. 35, f. 92”. I Quinternioni feudali (o Regi Quinternioni) sono una serie di preziosi registri documentali conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Costituiscono una delle fonti più importanti per la storia istituzionale, topografica e genealogica dell’Italia meridionale, in quanto documentano i passaggi di proprietà e i feudi dell’antico Regno di Napoli. Dunque, don Giovanni Gallotti, che nel 1810 aveva 12 anni perse il titolo di Barone di Battaglia. Ancora sul barone don Giovanni Gallotti ed il padre Mario ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 53-54, che parlando degli avvenimenti al Fortino ai tempi di Pisacane, in proposito scriveva: Fallaci dunque sono le notizie suggerite al signor de Sivo quando nel vol . 2. pag. 355 dice. « Furon raggiunti dal Baroncino Gallotti di Sapri condannato graziato del 1848 solo che si accostasse a loro. » Di quale baroncino Gallotti si parla di Salvatore o di Giovanni di costui padre ? che la stessa condanna la stessa grazia come pure lo stesso titolo portavano per essere vivente allora Mario padre di Giovanni vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti, nè poi sono di Sapri, ma di Battaglia, due non uno, che lungi dal raggiuni rivoltosi cercarono evitarli, e desiderati evitarono l’incontro.”. Dunque, Fischetti scriveva che il barone di Battaglia Giovanni Gallotti e Salvatore suo figlio, compagni politici di Ponza,….” e, poi aggiungevano gli altri due figli del barone don Giovanni Gallotti, Benvero Filomeno e Raffaele, figli anche essi del barone Giovanni Gallotti”. Dunque, il barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI, aveva cinque figli maschi: SALVATORE, FILOMENO e RAFFAELE. Oltre ai tre figli vi era anche l’altro figlio chiamato EMANUELE. Fischetti scriveva pure che il Barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI era figlio del Barone MARIO “vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti,”. Dunque, il giudice del mandamento di Vibonati al tempo di Pisacane, Gaetano Fischetti (…), parlava della famiglia Gallotti, riferendosi a ciò che scrisse il De Sivo (….), nel vol. II, a p. 355, ovvero: “Furon raggiunti dal Baroncino Gallotti di Sapri condannato graziato del 1848 solo che si accostasse a loro.” egli, – il Fischetti opinava: “Di quale baroncino Gallotti si parla di Salvatore o di Giovanni di costui padre ? che la stessa condanna la stessa grazia come pure lo stesso titolo portavano per essere vivente allora Mario padre di Giovanni vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti, nè poi sono di Sapri, ma di Battaglia, due non uno, che lungi dal raggiuni rivoltosi cercarono evitarli, e desiderati evitarono l’incontro.”. In questo passaggio, Fischetti è molto chiaro scrivendo che i GALLOTTI “non sono di Sapri, ma di Battaglia”. Fischetti scriveva pure sui Gallotti che: “…lo stesso titolo portavano per essere vivente allora Mario padre di Giovanni vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti”. Fischetti scriveva che sia don Giovanni Gallotti che suo i suoi figli portavano il titolo di Barone di Battaglia in quanto il padre di Giovanni, MARIO GALLOTTI era ancora vivente. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Toraca: ….Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe essere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Etc…”. Dunque, Montesano, sulla scorta di Cassese dice che il barone Giovanni Gallotti, oltre ad avere una sua proprietà, il palazzo in via Nicodemo Giudice a Sapri, aveva pure una villa “la casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro” dal Fortino di Casaletto. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. E’ un errore. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio scriveva che, tra i figli del barone Gallotti il figlio che era sacerdote era don EMANUELE “sacerdote di Sapri”. Sui Gallotti ed i suoi figli ai tempi di Pisacane ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Dunque, Pizzolorusso (….) a p. 289, nella nota (15) postillava e riportava i nominativi di: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di ……………..i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Pizzolorusso riporta i nominativi di RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO GALLOTTI. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi ………..Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, etc…”. Dunque, Pizzolorusso, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi: …..Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco”, cita GALLOTTI RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO, tutti di Sapri. Dunque, secondo il Pizzolorusso, a Sapri, i Gallotti erano: RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO. Raffaele, Filomeno e Francesco erano i tre figli di cinque di don GIOVANNI GALLOTTI, “possidente” figlio di MARIO. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, secondo Policicchio (…), GIOVANNI GALLOTTI e RACHELA GIUDICE ebbero cinque figli maschi: SALVATORE, EMANUELE, RAFFAELE, PASQUALE ed il sacerdote don FILOMENO. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, raccontando dell’impresa dei ‘300 e lo sbarco a Sapri, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi….La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, etc…”. Dunque, è probabile che Policicchio si riferisca ai GALLOTTI: DIOMEDE, NICOLA e FRANCESCO citati da Pizzolorusso (….). Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Sui Gallotti ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a pp. 74-75, parlando di Rocco Stoduti di Torraca e della reazione Sanfedista del 1799,  in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal Vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Rocco Stoduti (padre) uccise tre esponenti della famiglia Gallotti a Torraca e a Vibonati decapitò crudelmente il sindaco Giovanni Alano. Un’altra notizia interessante sui figli del Gallotti è sempre da Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 59, riferendosi al Fortino, in proposito scriveva che: “Intanto uno dei rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lunghi, alla nazarena, barba bionda e lunga” (30), dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava etc…”. Cassese, a p. 59, nella nota (30) postillava che: “(30) V. deposizione di Rocco Lacava B. 216, vol. I, c. 38 t.”. Sui GALLOTTI di Battaglia e Sapri ha scritto pure Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 60, che, riferendosi al movimento a Casalnuovo in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Messisi in marcia verso Padula, giunsero nel pomeriggio a Casalnuovo. Qui, come sappiamo, era già giunto Mansueto Brandi e si era subito recato dai baroni Baldassarre ed Ermenegildo De Stefano, parenti dei Gallotti, forse per sollecitarli a far causa comune coi rivoltosi. Baldassarre era il capurbano, ma, come del resto lo stesso fratello era un pusillanime.. Leopoldo Cassese, riferendosi agli avvenimenti di Pisacane e a Casalnuovo scriveva che i DE STEFANO di Casalnuovo erano parenti dei Gallotti. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 117, riferendosi ai liberali che dovettero peregrinare ai tempi dell’infelice disfatta del Carducci, in proposito scriveva: “….i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti. Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, etc…”. A parte l’errore che il giudice Fischetti non era “Fischietti”, il Tancredi riferendosi ai fatti del Carducci, scriveva che a Sapri il Sindaco era il Barone don GIUSEPPE GALLOTTI. Non so se si tratta di un errore anche questo perchè forse si riferiva a don GIOVANNI GALLOTTI. Tancredi, a p. 119, in proposito scriveva pure che: “Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “……………….”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897; 20) Nicola Gallotti…..1905; etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano di Policastro e Comunale di Sapri”. Il Nicola Gallotti che divenne Sindaco nel 1895 è il dott. Nicola Gallotti del Palazzo in Piazza del Plebiscito a Sapri che alcuni scrivono appartenere ad altro ramo della famiglia. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875.

I GALLOTTI TRASFERITISI A POGGIO GINOLFO

Secondo una recente segnalazione inviatami dall’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: (66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri. Pierfrancesco Del Mercato e Antonio Infante (….), nel loro “Cilento uomini e cose”, ed. Reggiani, Salerno, 1980, sebbene abbiano parlato a lungo dei tanti patrioti insigni del Cilento non riportano nulla sul Gallotti.

1841-matrimoni-cart.-8

(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Matrimoni”, anno 1841, n° d’ordine 8

Sempre il Basilici a p. 116 in proposito scriveva che: “Per celebrare il matrimonio fu predisposto un ‘processetto’; (148) in questo si trovano delle carte autografe che forniscono altre informazioni. Francescantonio sarebbe nato il 13 marzo 1815 da ‘Biase’ (scritto per Biagio), mentre Maddalena sarebbe nata il 22 marzo 1824 (149). Il registro delle nascite di Sapri dell’anno 1815 è mancante, quindi non si hanno altre informazioni sulle origini di Francescantonio. E’ stata svolta anche una ricerca nelle registrazioni delle nascite di Sapri per trovare riferimenti al cognome Gallotti, con l’obiettivo di trovare una eventuale Rosa Gallotti. Nell’anno 1823 trovo tre registrazioni di nascite con il cognome Gallotti. Trovo tra queste una Rosa Maria Gallotti, figlia di Domenico, di professione ‘ramaio’, e Milo Maria, nata il 31 agosto 1823 (150).”. Basilici, a p. 116, nella sua nota (150) postillava che: “(150) ASSa, nati, anno 1823, registrazione numero 36.”. Dunque, il Basilici, trova tre registrazioni di nascite a nome di Rosa Gallotti

(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Nati”, anno 1823, n° d’ordine 36

Sui Gallotti e sui Baroni di Battaglia, GALLOTTI MARIO ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove, a p. 315, in proposito scriveva che: “Nel 27 Novembre 1806, sull’elenco delle persone più benestanti e capaci di esercitare tale carica, furono nel luogo solito sotto l’olmo grande estratti a sorte i nomi di 14 Decurioni, etc…ma, etc…, i cittadini convocati elessero Consiglieri Provinciali il Barone D. Mario Gallotti e D. Evangelista Corrado, e Consiglieri Distrettuali D. Carlo Mazzei e D. Venanzio Zambrotti, restando a Sua Maestà se tale lezione la vuole o no confermare.”. Dunque, secondo il Pesce, nei primordi del decennio francese con re Gioacchino Napoleone, a Lagonegro fu eletto Consigliere Provinciale il Barone di Battaglia don MARIO GALLOTTI. Don Mario Gallotti di Battaglia era il padre di don Carlo e di don Giovanni ?.

LA FAMIGLIA GIUDICE DI BATTAGLIA AVEVA DEI POSSEDIMENTI A SAPRI ?

Mi chiedo come sia la provenienza di detta proprietà a Sapri essendo il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia, dove aveva le sue proprietà. Può essere che il barone don Giovanni avesse scelto di vivere a Sapri ai primi dell’ottocento e che avesse acquistato personalmente questo bene immobile in via Nicodemo Giudice. Ma può anche darsi che detto bene sia arrivato al Barone attraverso i beni di proprietà della moglie RACHELE GIUDICE anch’essa appartenente ad una ricca proprietaria terriera di Battaglia. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dopo il 1806, con le leggi napoleoniche, il primogenito non ereditava più tutto ma il patrimonio si divideva in parti uguali. Di conseguenza, don Giovanni dovette dividere l’eredità in quote paritarie con i fratelli (i figli del vecchio barone Mario). Risulta dai catasti dell’Ottocento se, in base a questa divisione, i quattro figli di Giovanni (Salvatore, Raffaele, don Emanuele il prete e don Filomeno che era l’ultimo) vivessero tutti insieme dentro il Palazzo di via Nicodemo Giudice, o se la casa spettasse a un unico asse ereditario? Come vedremo, don Giovanni Gallotti avevano dei possedimenti in località Fortino di Battaglia ed alla “Marina di Sapri”. Può essere che le dette proprietà derivassero dall’unione con RACHELE GIUDICE anch’essa appartenente ad una famiglia di proprietari terrieri di Battaglia. Ma quando andò sposa Rachele Giudice a don Giovanni Gallotti ? Quando avvenne il matrimonio tra i due ? Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875. Come ho già scritto, don EMMANUELE GALLOTTI era uno dei cinque figli maschi del Barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI e di donna RACHELE GIUDICE. Dunque, se uno dei cinque figli maschi di don Giovanni, don Emanuele Gallotti nacque nel 1826, essendo l’ultimo figlio maschio della coppia, vuol dire che il Barone si sposò molto prima del 1826. Rachele Giudice è stata un’esponente di una ricca famiglia di proprietari terrieri di Battaglia (frazione di Casaletto Spartano, nella zona del Golfo di Policastro), vissuta a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Matrimonio nobiliare: Sposò il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. [1] Patrimonio a Sapri: Tramite le sue proprietà e la sua dote, la famiglia Gallotti acquisì storici possedimenti immobiliari e terrieri nel comune di Sapri, tra cui un noto palazzo nobiliare situato nell’attuale via Nicodemo Giudice. Discendenza: Dalla sua unione con il barone Gallotti nacquero cinque figli maschi (tra cui Salvatore, Raffaele, il sacerdote don Emanuele e don Filomeno che in seguito divenne uno dei primi Sindaci di Sapri), i quali presero parte o vissero in prima persona i complessi contesti storici dei moti cilentani del 1848, della spedizione di Carlo Pisacane del 1857 e dell’arrivo di Garibaldi nel 1860. L’altro figlio maschio, don FILOMENO probabilmente era del 1830. Sembra che la moglie di don Giovanni Gallotti si chiamasse Rachele Giudice. È possibile che Giovanni abbia ampliato o originato i suoi possedimenti alla marina di Sapri e al Fortino proprio grazie alla dote di questo matrimonio ? Il Colosso dei Giudice a Battaglia e il riscontro della Chiesa (1928-1930). La seconda potenza della Montagna: Parallelamente ai Gallotti, a Battaglia operava la famiglia Giudice, l’altro colosso di grandi proprietari terrieri e galantuomini della montagna. Il Riscontro Materiale: Questo legame e la co-proprietà del borgo montano trovano un riscontro d’acciaio nella cronologia dei restauri della Chiesa di Santa Maria della Stella a Battaglia, dove le due famiglie hanno firmato insieme il tempio: «Giuseppe Giudice fu Domenico, fece costruire l’altare maggiore nel 1928, mentre il pavimento fu costruito a spese della famiglia Gallotti nel 1930.»Questo “fu Domenico” dimostra la presenza stabile di un asse paterno dei Giudice operante in montagna già in pieno Ottocento.  Il Matrimonio  e la Dote di RACHELE GIUDICE

      • L’Unione dei due Casati: Sfruttando questa alleanza montana, il terzogenito don Giovanni Gallotti (nato nel 1798) sposò  la capostipite RACHELE GIUDICE (nata a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento). La Casina del Fortino e il Palazzo di Via Roma: La Casina in località San Marco al Fortino non apparteneva al feudo di Battaglia dei Gallotti: era un bene nativo dei Giudice portato in dote nuziale da Rachele Giudice d’intesa con la sua famiglia per blindare il “posto di blocco” doganale privato al valico montano. I capitali e i terreni di questa dote sostennero l’edificazione del monumentale Palazzo Gallotti di via Roma (oggi via Nicodemo Giudice, civico 106) a Sapri, rendendo don Giovanni padrone indipendente della marina già all’epoca della fuga di Costabile Carducci nel 1848. Giovanni ne modificò lo stemma nell’androne secondo le leggi napoleoniche e poi borboniche sui figli cadetti.
              • L’Invasione della Costa: Nel 1809, la holding di don Mario acquistò in blocco i lotti di terreno della Diocesi di Policastro alla marina di Sapri, appena liberati dai vincoli dei Palamolla di Torraca, ma anche grazie all’editto di Gioacchino Murat sui beni ecclesiastici.
              • I Palazzi contemporanei: Su quei suoli della Diocesi la holding edificò, nella stessa identica epoca di via Roma (primi anni dell’Ottocento), il secondo grande palazzo a Piazza Plebiscito (Aria del Re), destinato alla linea ereditaria principale del casato, pervenuto poi a fine Ottocento al medico e primo sindaco don Nicola Gallotti (eletto nel 1895) in qualità di erede diretto di quel ceppo della holding  .                                               .
              • 5. La Liquidazione del 1867,
              • I 9 FIGLI VISSUTI e la svalutazione degli Stemmi
                • Il blocco anagrafico: Con la morte di don Mario nel 1867 all’età di 97 anni, la holding centrale cessa di esistere e si avvia la liquidazione del patrimonio comune, dove le concessioni e le formalità sugli stemmi passano in totale secondo piano di fronte agli interessi materiali.  Come confermano i registri genealogici di MyHeritage, il patriarca EBBE COMPLESSIVAMENTE 9 FIGLI CHE HANNO VISSUTO, arrivati all’età adulta, i quali insieme alla massa dei nipoti dei fratelli carnali occuparono l’intero comprensorio.
                • 6)  I Riconoscimenti tardivi:
      • Accanto ai figli legittimi, il patriarca riconobbe e legittimò i figli naturali (illegittimi) — esclusi dalle araldiche e dalle nobiltà ufficiali — e assegnò loro specifiche quote di questi palazzi e dei terreni della marina del 1809 tramite donazioni private per non lasciarli in miseria .   Il frazionamento ereditario: Questa successione allargata portò a un minuzioso frazionamento patrimoniale costiero. I rami legittimi procedettero alla formale divisione delle proprietà stanziali nei rispettivi palazzi (don Nicola in Piazza Plebiscito e il mio ramo in via Roma a tutela della dote Giudice del Fortino e del palazzo), definendo legalmente i confini patrimoniali rispetto alle quote liquidate agli altri membri del casato.   Ti chiedo di verificare se la documentazione d’archivio in tuo possesso, in particolare gli atti di acquisto dei beni della Diocesi del 1809 e i successivi decreti di successione, divisione e legittimazione post-1867, confermino questa impostazione societaria mercantile e i relativi passaggi di quote immobiliari.

I GALLOTTI NEL RISORGIMENTO

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. E’ molto probabile che sbagliavo sulla scorta del Cassese. Sui Gallotti di Sapri baroni di Battaglia ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: “…Il sotto capo urbano Giuseppe Gallotti salvossi a nuoto dalla punta detta Fortino all’opposto lato del porto circa mezzo miglio ed ignudo giunse a quattr’ore nella propria casa; Giovanni Peluso ramiere non sapendo nuotare stette tuffato nell’ acqua l’intiera nottata. Etc..”. Dunque, il Fischetti citava uno dei Gallotti di Sapri, “il sotto capo urbano GIUSEPPE GALLOTTI”, che dalla punta del Fortino (dove oggi si trova il faro pisacane), si gettò in acqua e si salvò dai rivoltosi di Pisacane che avevano assaltato il posto doganale di Sapri. Sul sotto Capo degli Urbani ai tempi del Pisacane, Don GIUSEPPE GALLOTTI, ha scritto Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Essendo assente il capo (degli urbani), d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’Oliveto del Fortino; ma giunti colà furono immediatamente accerchiati, e tre di essi riuscirono a fuggire, otto rimasero prigionieri, ed il Gallotti sfuggì buttandosi a mare (4).”. Cassese, a p. 52, nella nota (4) postillava: “(4) B. 197, vol. I, c. 197, il verbale del sopralluogo effettuato dal procuratore Pacifico insieme con altri esperti nautici per assodare il punto preciso in cui approdò il Cagliari.”. Dunque, a Sapri, in occasione dello Sbarco dei Trecento vi era un GALLOTTI GIUSEPPE che fu incaricato dal Fischetti di sostituire il capo Urbano Peluso Vincenzo, nipote del famigerato prete. Fischetti cita Starace e De Sivo (….), nella citata sua Storia, vol. II, pag. 354. Fischetti, sui Gallotti, parlando del Fortino del Cervaro, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Al fortino di Cervara intanto i rivoltosi messi a pane ed acqua dal tavernaro Vincenzo Cioffi, non trovarono meglio da ristorare le loro forze, e prima dell’alba del giorno 30 si recarono a visitare il barone di Battaglia Giovanni Gallotti e Salvatore suo figlio, compagni politici di Ponza, ripatriati da circa un mese avanti per sovrana indulgenza; ma costoro aveano già declinato da tanto onore, perchè fin dal giorno precedente, nel sentire lo sbarco e la via presa da’ rivoltosi aveano abbandonato la casina, che possedeano in que’ dintorni ed eransi ricoverati in Lagonegro, dandomene avviso; ed io fui sollecito nel giorno 30 scriverne al sottintende del distretto. Essi avendo l’obbligo dimorare in Sapri sotto la più stretta sorveglianza di polizia, menavano intanto con mio speciale permesso vita solitaria e campestre nella detta contrada occupati alla coltura d’ un esteso fondo che la famiglia possedea, sì che scottati delle sofferte pene, si teneano lontani da’ brogli politici. Ciò non pertanto ben tosto mi pervennero dal sottintendente Calvosa di Sala, ordini pel loro di arresto e dal sottintendente Arnone di Lagonegro le premure medesime. Onde riscontrai l’occorrente all’uno ed all’altro, e vennero arrestati in Lagonegro Giovanni, e reduce al Fortino, Salvatore. Benvero Filomeno e Raffaele, figli anche essi del barone Giovanni Gallotti, resero gli onori di casa; ed a tutti poi nella taverna diedero il buon viaggio presenti l’oste Cioffi ed i sequestrati nominati di sopra Giuseppe Pasquale, Nicola Schettino ed il mulattiere Pasquale Gravina. Fallaci dunque sono le notizie suggerite al signor de Sivo quando nel vol . 2. pag. 355 dice. « Furon raggiunti dal Baroncino Gallotti di Sapri condannato graziato del 1848 solo che si accostasse a loro. » Di quale baroncino Gallotti si parla di Salvatore o di Giovanni di costui padre ? che la stessa condanna la stessa grazia come pure lo stesso titolo portavano per essere vivente allora Mario padre di Giovanni vecchio venerando di generosi e nobili sentimenti, nè poi sono di Sapri, ma di Battaglia, due non uno, che lungi dal raggiuni rivoltosi cercarono evitarli, e desiderati evitarono l’incontro.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1860”, vol. II, Roma, 1864, a p. 355, in proposito scriveva che: “Al mattino del 29 salirono a Torraca, ove era la festa di S. Pietro, protettore del paese, sperandosi nella moltitudine far seguaci, ma schifati da tutti, si gittarono a far quello che a Sapri; poi il 30 volsero sulla strada delle Calabrie, ruppero il filo elettrico al Fortino, e fur raggiunti dal baroncino Gallotti di Sapri, condannato e graziato del 48, solo che s’accostasse a loro.”. Giuseppe Ardau (….), nel suo “Carlo Pisacane”, ed. Ceschina, Milano, 1948, nel capitolo “Nella baia di Sapri”, a p. 307, in proposito scriveva: “Dov’erano i “liberali” sui quali si poteva far sicuro affidamento ? Nei suoi appunti il Pisacane trovò un nome: quello di un ricco liberale di Sapri, datogli dallo stesso Fanelli: il barone Giovanni Gallotti. Il Comitato di Napoli gli aveva assicurato che da lui avrebbe potuto avere aiuti materiali e morali. Si presentò dunque al Gallotti, come come comandante del corpo di spedizione sbarcato, ma fu ricevuto con indifferenza. Dello sbarco il barone non sapeva niente di niente; egli non aveva mai sentito parlare di rivoluzionari o di preparativi rivoluzionari. Il Pisacane cominciò a fremere. Il barone Gallotti discendeva da una famiglia di patriotti, ma la discendenza non aveva lasciato in lui che il terrore di ogni responsabilità ed il desiderio di non vedere turbata la sua pace. Tutto ciò che il Pisacane potè avere fu qualche arma ed alcuni chili di pane, non già offerti, ma richiesti per i suoi uomini. E non fu la sola grande delusione ! le visite del Nicotera ne procurarono di nuove e più amare. Passarono così le ore del pomeriggio ed il corpo di spedizione fu costretto a pernottare a Sapri. Il Pisacene passò una notte angosciosa. Si possono facilmente immaginare le conversazioni concitate col Nicotera e con gli altri compagni e lo sforzo d’apparire sereno e fiducioso.”. Dunque, Ardau fa un’impietoso resoconto di ciò che accadde a Sapri, allo sbarco di Pisacane ma, a mio parere erra su alcuni particolari, di non poco conto. Ardau fa ricadere molte colpe sui Sapresi e sul Gallotti – che peraltro scrive essere un ricco liberale di Sapri”, tralasciando i ritardi del Fanelli ad avvisare la rete cospirativa e soprattutto di Giacinto Albini che teneva le fila nella vicina Lucania e Lagonegro. Giuseppe Ardau (….), nel suo “Carlo Pisacane”, ed. Ceschina, Milano, 1948, nel capitolo “Nella baia di Sapri”, a p. 314, in proposito scriveva: “La marcia continuò fino al sentiero che porta al fortino di Cervara, fra la Campania e la Basilicata, proprio a metà strada fra Casalnuovo e Lagonegro.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Etc…”. Dunque, Montesano, sulla scorta di Cassese dice che il barone Giovanni Gallotti, oltre ad avere una sua proprietà, il palazzo in via Nicodemo Giudice a Sapri, aveva pure una villa “la casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro” dal Fortino di Casaletto. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. E’ un errore. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio scriveva che, tra i figli del barone Gallotti il figlio che era sacerdote era don EMANUELE “sacerdote di Sapri”. Un’altra notizia interessante sui figli del Gallotti è sempre da Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 59, riferendosi al Fortino, in proposito scriveva che: “Intanto uno dei rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lunghi, alla nazarena, barba bionda e lunga”(30), dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava etc…”. Cassese, a p. 59, nella nota (30) postillava che: “(30) V. deposizione di Rocco Lacava B. 216, vol. I, c. 38 t.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Dunque, Policicchio scriveva: “Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, sulla scorta del Policicchio (….), in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Dunque, mentre il Policicchio scriveva che don Giovanni Gallotti era figlio “sestogenito” di MARIO e GIOVANNA DONNAPENNA, Montesano (….) scriveva che don Giovanni Gallotti “…era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Don GIOVANNI GALLOTTI aveva tre figli: Salvatore, Filomeno, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Sempre Montesano (….), a p. 108, riferendosi al periodo della Spedizione dei “Trecento” di Pisacane, aggiungeva pure che GIOVANNI GALLOTTI: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio del cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovanni Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava di Cassese (….). Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Alcuni storici locali, scrivendo di Casaletto Spartano e di Battaglia hanno scritto pure dei Gallotti di Battaglia. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Dunque, anche Bilotti parlando di don Giovanni Gallotti, lo chiama “Barone”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 190, in proposito scriveva che: “Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 189, in proposito scriveva che: “..mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del Barone Gallotti (2), etc..”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali con rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse stata la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, la santa Maria Teresa di Savoia.”. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Sui Gallotti – don Giovanni ed i quattro suoi figli, ha scritto anche Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filomeno) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Dunque, Fusco (…) scriveva che don Giovanni Gallotti (….) aveva come figli “EMANUELE”, “FILOMENO”, “SALVATORE e “RAFFAELE”. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1912, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V…Se non che, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronghi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2). Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci, e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Carducci, Pasquale Bifano di Torraca, si seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. Etc…”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a pp. 219-220, raccontando dell’impresa dei ‘300 e lo sbarco a Sapri, in proposito scriveva che: “Gli abitanti però non risposero all’appello (1) dei rivoltosi, gli uni perchè pensavano che quel manipolo di uomini non potevano avere probabilità di riuscita, gli altri perchè affidandosi alle voci sparse dagli agenti del borbone, li credettero forzati evasi venuti a saccheggiare, si nascosero aspettando l’arrivo delle guardie urbane e dei battaglioni dei cacciatori. Intanto i sollevati si diedero alla ricerca di quella gente armata promessa dal Comitato nazionale di Napoli a Pisacane, mossero verso il fortino col disegno di prendere la volta di Potenza, che era stata destinata come punto centrale della rivoluzione, etc…”. Pizzolorusso, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio, Francesco e Giovanni, Forte Antonio, Francesco e Angelo, Romano Federico, Vecchio Giovanni, Cardillo Michele e Giuseppe e Cardillo Michele, di Giuseppe, de Marco Michele e Gaetano, Scolpino Felice, Paolo e Giuseppe, Tepidino Vincenzo, Padula Vincenzo e Michele, Masullo Raffaele, Gervasi Vincenzo, Bianco Angelomaria, Soriano Domenico, Robertucci Michele e Alferio, Ferrara Antonio, Gallo Michele, e Amabile, Faluotico Giuseppe, Mugno Vincenzo e Fiorante, Volpe Pietro, di Giuseppe Michele, sacerdote, Bruno Gabriele, Alliegro Domenico, Sanseverino Raffaele, Perillo Francesco , de Rosa Tommaso, Falce Antonio, Cernicchiaro Pietro, Bifano Pasquale, Zipparro Domenico, Viggiano Pietro e Carlo, Alfano Michele, Gallo Vincenzo , Patrizzi Giuseppe e Raffaele, de Simone Giovanni, di Giuseppe Evangelista, Arato Vincenzo, Barra Michele, Rizzo Ignazio, e Pierri Vincenzo, di Padula, La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, Curcio Giuseppe, Peluso Liborio, Cioffi Nicola e Vincenzo, Barra Carmine, Zipparri Pasquale, Caccurri Camillo, Gravina Pietro, Cernicchiaro Pietro, Felizzolo Biagio, Falce Giuseppe, P. Luigi da Torraca, Bifani Pasquale e Nicola, Brandi Pasquale, Falco Carmine, Viggiano Carlo e Cono, Zipparro Domenico e Antonio, Mercadante Nicola, Cesarino Francesco, Falce Anna e Antonio, Fiorito Francesco, di Torraca; Lenza Giovanni, di Roccagloriosa; de Benedictis Giuseppe, Brienza Angelo e Vincenzo, Cammarano Raffaele, Arenaro Vincenzo, Trotta Pietro, di Sassano; Morone Tommaso, di S. Giacomo; Matina Giovanni, di Diano, de Stefano Baldassarre ed Ermenegildo, di Casalnuovo; Bellezza Angelo, di Buonabitacolo e Rega Vincenzo, di Giffoni; Scorziello Pasquale, di Roccadaspide; Orlando Pasquale, di Agnone; Mazzariello Angelo, di S. Giorgio; Mangia Nicola, di Poderia; Botta Pietro, di Giffoni, Budetta Pasquale, Pietropaolo e Agostino, Pizzuti Luigi, Masucci Giuseppe, d’Aiutolo Agostino, di Rovella; Calabritto Tommaso, di Pugliano; Quaranta Angelo, di Palo; Esposito Anselmo, di Nocera; Sarnelli Gioacchino, di Bracigliano; Lobuglio Giuseppe, di Diano ecc…”. Dunque, Pizzolorusso, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi: …..Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco”, cita GALLOTTI RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO, tutti di Sapri. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, secondo Policicchio (…), GIOVANNI GALLOTTI e RACHELA GIUDICE ebbero cinque figli maschi: SALVATORE, EMANUELE, RAFFAELE, PASQUALE ed il sacerdote don FILOMENO. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, raccontando dell’impresa dei ‘300 e lo sbarco a Sapri, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi….La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, etc…”. Dunque, è probabile che Policicchio si riferisca ai GALLOTTI: DIOMEDE, NICOLA e FRANCESCO citati da Pizzolorusso (….). Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo di Firenze al Nicotera. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci – Il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848”, Tipografia Palazzo della Cassazione, Napoli, 1895, a p. 9, in propposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse il sopravvento sui Pelosiani, etc…”. Sempre il Pesce, a p. 19, in proposito scriveva: “…, il partito liberale di Sapri, che pur era numeroso e rappresentato dalla parte più eletta della cittadinanza, etc…”. Dunque, il Pesce, nel raccontare dell’orrenda uccisione del deputato Costabile Carducci cita il barone Gallotti e dice che egli ed i suoi familiari era parte importante della componente LIBERALE della zona, insieme ad altre famiglie di Sapri. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in propposito scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà , partì per Vibonati.”. Peccato che questa del Pesce – che è l’unica testimonianza che solo lui dà – ovvero la notizia che Garibaldi, arrivato a Sapri si ferma a pranzare in casa del Barone Gallotti, il Pesce, in questo breve passaggio ci dice l’altra notizia del passaggio a Vibonati – anche questa notizia suffragata solo recentemente da un documento del Comune di Vibonati trovato dal Policicchio che egli dice essere autentico. Devo preò precisare che oltre a queste due notizie Pesce sbaglia perchè il generale Turr non era a Sapri quando arriva Garibaldi. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….”. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Era il prete Vincenzo Peluso, irremovibile conservatore e ostinato borbonico, che aveva lasciato tempo prima la sua villa di Sapri perchè lo urtavano fortemente gli entusiasmi liberali che avevano trovato fautore il barone Gallotti e le famiglie La Corte, Autuori, Timpanelli e Gaetani.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Sui Gallotti ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a pp. 74-75, parlando di Rocco Stoduti di Torraca e della reazione Sanfedista del 1799,  in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal Vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Rocco Stoduti (padre) uccise tre esponenti della famiglia Gallotti a Torraca e a Vibonati decapitò crudelmente il sindaco Giovanni Alano. Un’altra notizia interessante sui figli del Gallotti è sempre da Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 59, riferendosi al Fortino, in proposito scriveva che: “Intanto uno dei rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lunghi, alla nazarena, barba bionda e lunga” (30), dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava etc…”. Cassese, a p. 59, nella nota (30) postillava che: “(30) V. deposizione di Rocco Lacava B. 216, vol. I, c. 38 t.”. Sui GALLOTTI di Battaglia e Sapri ha scritto pure Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 60, che, riferendosi al movimento a Casalnuovo in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Messisi in marcia verso Padula, giunsero nel pomeriggio a Casalnuovo. Qui, come sappiamo, era già giunto Mansueto Brandi e si era subito recato dai baroni Baldassarre ed Ermenegildo De Stefano, parenti dei Gallotti, forse per sollecitarli a far causa comune coi rivoltosi. Baldassarre era il capurbano, ma, come del resto lo stesso fratello era un pusillanime.. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti. Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, etc…”. A parte l’errore che il giudice non era “Fischietti”, ma si tratta del giudice FISCHETTI, qui rilevo un altro errore perchè Tancredi ci parla del barone don GIUSEPPE GALLOTTI, Vice Sindaco di Sapri, ma forse voleva intendere don GIOVANNI GALLOTTI. Inoltre, Tancredi, a p. 119, in proposito scriveva pure che: “Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “……………….”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897; 20) Nicola Gallotti…..1905; etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano di Policastro e Comunale di Sapri”. Il Nicola Gallotti che divenne Sindaco nel 1895 è il dott. Nicola Gallotti del Palazzo in Piazza del Plebiscito a Sapri che alcuni scrivono appartenere ad altro ramo della famiglia. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), etc…”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”.  Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”.

IL PALAZZO A SAPRI DEI GALLOTTI BARONI DI BATTAGLIA IN VIA NICODEMO GIUDICE DOVE SI FERMO’ CARLO PISACANE NEL 1857 E GARIBALDI NEL 1860 

(Fig. n….) – Palazzo Gallotti a Sapri in via Nicodemo Giudice, civico n. 106 e lapide commemorativa in ricordo dell’ospitalità data a Giuseppe Garibaldi – foto Attanasio

A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri, nell’Italia Unitaria. Pare che non vi sia stata parentela fra le due famiglie. I Gallotti che furono proprietari del palazzo che affaccia in Piazza del Plebiscito a Sapri non sono gli stessi Gallotti che abitarono nel Palazzo in via Nicodemo Giudice a Sapri. Pare che i Gallotti di piazza del Plebiscito siano imparentati con i Gallotti nobili di Casaletto Spartano e Battaglia che non si devono confondere con i Gallotti di Sapri di cui ci occupiamo in questo saggio.In piazza del Plebiscito, viveva fino a poco tempo fa la mia carissima amica PIA GALLOTTI consorte di Enzo Mancuso, che da pochi anni ci hanno lasciato entrambi. Accanto al suo appartamento vi era l’altro appartamento di proprietà di un’altra sorella. Un’altra sorella ancora, sorella di Pia è ancora vivente. Si tratta di ………………. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice, al civico n. 106, si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. La famiglia Gallotti di Sapri – quella in questione – che aveva un palazzo in via Nicodemo Giudice non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che hanno un palazzo in Piazza del Plebiscito. A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Mi chiedo come sia la provenienza di detta proprietà a Sapri essendo il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia, dove aveva le sue proprietà. Può essere che il barone don Giovanni avesse scelto di vivere a Sapri ai primi dell’ottocento e che avesse acquistato personalmente questo bene immobile in via Nicodemo Giudice. Ma può anche darsi che detto bene sia arrivato al Barone attraverso i beni di proprietà della moglie RACHELE GIUDICE anch’essa appartenente ad una ricca proprietaria terriera di Battaglia. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.

(Fig. n…..) – Stemma araldico della famiglia dei baroni Gallotti di Casaletto – dipinto su muro (affresco e tempera) nell’androne di palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice a Sapri

(Fig. n….) – Androne e scale del Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice  – foto Attanasio

Sui GALLOTTI di Sapri e di via Nicodemo Giudice ed in particolare don GIOVANNI GALLOTTI e dei suoi cinque figli, nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 190, in proposito scriveva che: “Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 189, in proposito scriveva che: “..mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del Barone Gallotti (2), etc..”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) Pizzolorusso …………………..(A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Nel 1719 i Carafa regalano la terra alla Chiesa per farci una cappella. Nel 1773 l’area è ancora terra della Chiesa, e le carte dei Carafa sono solo vecchi permessi agricoli. Dopo il 1810, i Gallotti comprano i terreni della Chiesa all’asta da Murat. I viaggiatori che arrivavano via mare o scendevano dai sentieri di Torraca descrivevano Sapri come una distesa desolata di sabbia, palude e boscaglia. Non c’era alcuna “cortina” di palazzi signorili o piazze monumentali. Gli unici edifici in muratura censiti all’inizio dell’Ottocento erano la vecchia chiesetta dell’Immacolata (la cappella del 1719 ampliata), qualche magazzino temporaneo per il carbone o il grano, le stalle dei pescatori e la Torre del Fortino (la difesa militare sulla spiaggia della Marinella). I signori e i dotti non vivevano lì: la costa era considerata una trappola mortale per la salute. La conferma dei diari: La Malaria e lo spopolamento Tutti i resoconti dell’inizio dell’Ottocento insistono sul fatto che la marina fosse completamente evacuata durante l’estate. Chiunque avesse i mezzi scappava verso l’entroterra montuoso (a Casaletto Spartano dai Gallotti) o sulle colline per non contrarre la malaria. L’idea che nel 1773 ci fosse una famiglia di ricchi intellettuali stabiliti stabilmente in un palazzo monumentale di fronte alla spiaggia è smentita dai dati sanitari dell’epoca: in quel fango estivo non ci avrebbe abitato nessun nobile. Il diritto d’arma e il sigillo araldico del Gallo sul portone Il palazzo civile di Piazza del Plebiscito custodisce una smentita visiva insindacabile alla tesi delle famiglie separate.   Sul portone in legno dell’edificio è montata una maniglia antica in ferro battuto a forma di gallo ,     Nel diritto araldico del Mezzogiorno, i rami secondari e cadetti (come quello civile) avevano il diritto e l’obbligo di differenziare o modificare lo stemma rispetto ai baroni primogeniti per distinguere le linee di successione.,ma scegliere di mantenere impresso il gallo parlante del 1562 (il simbolo del ceppo originario lombardo venuto dal Nord) era la firma esplicita del sangue comune. La matrice d’origine comune: l’infinità di Gallotti da Battaglia L’origine biologica di tutti questi rami (sia dei Baroni sia dei possidenti stanziali di Torraca) porta immancabilmente all’entroterra, verso l’infinità di Gallotti registrati nella frazione Battaglia (Casaletto Spartano) È da quell’asse feudale unico che, nel Settecento, per via delle leggi del maggiorasco, si è originata la spartizione dei lotti: il titolo e il castello al primogenito, e le terre della fascia superiore costiera (che scavalcavano la montagna verso Torraca e la marina) ai figli cadetti per liquidare le loro quote di dote.    La carta burocratica ha diviso i cassetti dei comuni dopo il 1811, la “vecchia” signora ha confuso le date dei palazzi per darsi arie di nobiltà antica,………….

Nel 1848 e 1857, I LIBERALI DEL BASSO CILENTO e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione di Carlo Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Nella mia Relazione, a p….., nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Sul sarto MATTEO GIORDANO, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 28, in proposito scriveva che: “A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza del Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appena sbarcati etc…”. In un altro passaggio, Cassese dice che il sarto Matteo Giordano era di Sapri. Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Dunque, Tancredi scriveva che la famiglia MACCARONE di Santa Marina, ed in particolare Domenico Maccarone subirono gravi persecuzioni. Tancredi cita anche la famiglia BRUNO di Scario. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel cas, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186-187, in proposito scriveva che: “(3) L’Arciprete Timpanelli malgrado le difese che di lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu data mai tregua per avere tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la mess nella chiesa del Purgatorio. E pure egli si trovava alla dipendenza della gran corte criminale col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della liberà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quel che si compiacque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco di Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci ed i loro nomi sono stati pubblicati dal dott. Michele Lacava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860’. Oltre ai quattro indicati sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca iscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – 56. Francesco Curzio – 57 Vincenzo Pugliese-Macrini – 58. Franc. Maria Pugliese – 59. Rocco Del Giudice. Arch. di Salerno – F. 1196 – Inv. pol.”. Dunque, Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca iscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: …….38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – …..Arch. di Salerno – F. 1196 – Inv. pol.”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote (che alcuni danno come sacerdote ma il realtà il sacerdote era EMANUELE) don FILOMENO Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don GIOVANNI GALLOTTI, insieme ai suoi due figli, SALVATORE GALLOTTI e RAFFAELE GALLOTTI erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. I due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti erano due figli del barone don Giovanni Gallotti ed erano fratelli del sacerdote (?) don Filomeno Gallotti. Oltre ai tre fratelli, SALVATORE, RAFFAELE e FILOMENO vi era anche un altro figlio e loro fratello, EMANUELE. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi filo-borbonici furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000.  Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno,  Salerno, Plectica, 2005. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a pp. 219-220, raccontando dell’impresa dei ‘300 e lo sbarco a Sapri, in proposito scriveva che: “Gli abitanti però non risposero all’appello (1) dei rivoltosi, gli uni perchè pensavano che quel manipolo di uomini non potevano avere probabilità di riuscita, gli altri perchè affidandosi alle voci sparse dagli agenti del borbone, li credettero forzati evasi venuti a saccheggiare, si nascosero aspettando l’arrivo delle guardie urbane e dei battaglioni dei cacciatori. Intanto i sollevati si diedero alla ricerca di quella gente armata promessa dal Comitato nazionale di Napoli a Pisacane, mossero verso il fortino col disegno di prendere la volta di Potenza, che era stata destinata come punto centrale della rivoluzione, etc…”. Pizzolorusso, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio, Francesco e Giovanni, Forte Antonio, Francesco e Angelo , Romano Federico , Vecchio Giovanni, Cardillo Michele e Giuseppe e Cardillo Michele, di Giuseppe, de Marco Michele e Gaetano , Scolpino Felice , Paolo e Giuseppe , Tepidino Vincenzo , Padula Vincenzo e Michele, Masullo Raffaele, Gervasi Vincenzo, Bianco Angelomaria, Soriano Domenico, Robertucci Michele e Alferio, Ferrara Antonio , Gallo Michele , e Amabile, Faluotico Giuseppe, Mugno Vincenzo e Fiorante, Volpe Pietro, di Giuseppe Michele, sacerdote, Bruno Gabriele, Alliegro Domenico, Sanseverino Raffaele, Perillo Francesco, de Rosa Tommaso, Falce Antonio, Cernicchiaro Pietro, Bifano Pasquale, Zipparro Domenico, Viggiano Pietro e Carlo, Alfano Michele, Gallo Vincenzo , Patrizzi Giuseppe e Raffaele , de Simone Giovanni, di Giuseppe Evangelista, Arato Vincenzo, Barra Michele, Rizzo Ignazio, e Pierri Vincenzo, di Padula, La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, Curcio Giuseppe, Peluso Liborio, Cioffi Nicola e Vincenzo, Barra Carmine, Zipparri Pasquale, Caccurri Camillo, Gravina Pietro, Cernicchiaro Pietro, Felizzolo Biagio, Falce Giuseppe, P. Luigi da Torraca, Bifani Pasquale e Nicola, Brandi Pasquale, Falco Carmine, Viggiano Carlo e Cono, Zipparro Domenico e Antonio, Mercadante Nicola, Cesarino Francesco, Falce Anna e Antonio, Fiorito Francesco , di Torraca; Lenza Giovanni, di Roccagloriosa; de Benedictis Giuseppe, Brienza Angelo e Vincenzo , Cammarano Raffaele, Arenaro Vincenzo , Trotta Pietro , di Sassano; Morone Tommaso , di S. Giacomo ; Matina Giovanni, di Diano, de Stefano Baldassarre ed Ermenegildo, di Casalnuovo; Bellezza Angelo, di Buonabitacolo e Rega Vincenzo, di Giffoni; Scorziello Pasquale, di Roccadaspide; Orlando Pasquale , di Agnone ; Mazzariello Angelo, di S. Giorgio; Mangia Nicola, di Poderia; Botta Pietro, di Giffoni, Budetta Pasquale, Pietropaolo e Agostino, Pizzuti Luigi, Masucci Giuseppe, d’Aiutolo Agostino, di Rovella; Calabritto Tommaso, di Pugliano; Quaranta Angelo, di Palo; Esposito Anselmo, di Nocera; Sarnelli Gioacchino, di Bracigliano; Lobuglio Giuseppe, di Diano ecc…”. Dunque, come si è detto, Pizzolorusso cita tra i GALLOTTI di Sapri: Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco”, cita GALLOTTI RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO, tutti di Sapri. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice: GIOVANNI GALLOTTI era Vice-Sindaco di Sapri), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Toraca: ….Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, riferendosi a Sanza e a Morigerati, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo della famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offriva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1912, a pp. 28-30 e ssg., in proposito scriveva che: “VIII. Le carceri erano gremite di detenuti. Nella sola provincia di Salerno si trovavano in prigione per causa politica e soggetti a giudizio quattrocento quattordici individui (2). Parve necessario mettere un argine a tante carcerazioni ed istruttorie limitandole a i delitti importanti e sgombrando le Corti da i processi più lievi. Il re, con sovrani rescritti del 10 aprile 1850 e del 7 giugno 1851, pubblicò una amnistia per i reati politici meno gravi avvenuti in Basilicata e nelle Calabrie. Il 9 maggio dello stesso anno emanò un altro decreto con cui ” aboliva Fazione penale a riguardo di imputati, siano presenti siano assenti, per tutti i reati di discorsi tendenti a spargere il malcontento contro il governo commessi nell’anno 1848 „. Nonostante tutto ciò, ordini di arresto e processi si seguivano senza tregua. Si pensò allora di fare una indagine sommaria di tutti i procedimenti politici per sbarazzare il terreno da i meno importanti e far proseguire soltanto quelli di qualche gravità. A tale oggetto il re, con risoluzione sovrana del 14 febbraio 1852, istitui per ciascuna provincia una speciale commissione detta di scrutinio, che ebbe l’incarico di classificare i numerosi imputati in tre categorie secondo la gravità del delitto. Per la prima, che doveva comprendere quelli più gravi, si imponeva di procedere sollecitamente a giudizio; però in caso di condanna capitale era necessario, per eseguirla, chiedere il consenso del ministro. Per la seconda classe, si addiveniva egualmente a giudizio e se fosse intervenuta una condanna a morte si doveva domandare l’assenso del re. Per l’ultima classe infine, che comprendeva i delitti più lievi, si aboliva addirittura, per diminuire i giudizi e sfollare le carceri, l’azione penale. Per la provincia di Salerno la Commissione fa costituita da l’intendente Valia come presidente, dal procuratore generale Angelo Grabriele e dal generale brigadiere Cipriano Nasi. La Commissione provvide per quattrocentotrentuno imputati per le agitazioni del luglio 1848. Iscrisse nella prima classe sedici individui, cioè Filadelfo Sodano, Carlo Pavone, Antonio Curcio, Giuseppe Caputo, Giuseppe Maria Pessolani, Ovidio Serino, G. B. Riccio, Giovanni De Angelis, Filippo Vitagliano, Ernesto Del Mercato, Filippo Patella, Pasquale, Lamberti, Domenico Picone, Salvatore Garofalo, Gennaro Giardino, Benedetto Strommillo. Nella seconda eentosessantasei imputati, tra cui Carlo e Pompeo De Angelis, Salvatore e Lucio Magnoni, Angelo Pavone, Michele DeAugustinis, Leonino Vinciprova, F. P. Del Mastro, Giovanni Carducci, Stefano Passero, Gaetano Del Mercato, Zaccaria Ragone, Giovanni Guerrieri, Raffaele Ginnari, Giovanni e Salvatore Gallotti, Domenico Mercadante, Cristoforo e Socrate Falcone, padre e figlio. La terza classe, infine, annoverava duecentotrentetre persone, che avrebbero dovuto, giusta le norme adottate, essere subito prosciolte dal giudizio e dal carcere; ma cosi non avvenne (1). L’intendente Valla scriveva il 17 febbraio 1852 al ministro dell’interno cosi: ” Tra i compresi nella d^ categoria vi sono molti appartenenti al distretto di Vallo e tra questi parecchi per misura di preveggenza non dovrebbero per ora tornare in patria. Se Ella approva il mio proponimento, La prego di comunicarmi al più presto le necessarie facoltà. Chi ha il coraggio di mandare tanta canaglia in quel diabolico Cilento! „ (1). Il benigno suggerimento del Valia ebbe tutto il suo effetto; ben sessantasei persone della pròvincia di Salerno (la maggior parte del distretto di Vallo) che avrebbero dovuto liberamente tornare al proprio paese dovettero andare invece a domicilio forzoso. Tra esse Raffaele Coccoli mandato ad Eboli, Francesco Petillo ad Avellino, Pasquale De Feo a S. Cipriano (2). La stessa sorte toccava a l’ingegnere Pizzuti di Montecorvino. Arrestato nel maggio del 1851 perchè si rinvennero presso di lui carte criminose ed una fascia tricolore, nonostante che fosse stato assolto da la Gran Corte Speciale di Napoli fu relegato a Ventotene e poi ad Avellino.”. Mazziotti, a p. 28, nella nota (2) postillava: “(2) Archivio di Napoli, doc. dal 1848 al 1856, fase. 146.”. Mazziotti, a p. 30, nella nota (1) postillava: “(1) Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1850, fascio 306, espediente 7013.”. Mazziotti, a p. 31, nella nota (1) postillava: “(1) Protocollo ministero giustizia, verbale del 12. febbraio 1852. (2) Archivio di Napoli, fascio 305, espediente n. 7015.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, a p. 12, in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 258, riferendosi al periodo dei moti del ’48 nel Cilento, nella nota (46) postillava: “(46) A Sapri Stefano Passaro fu accolto dal sindaco Angelo Tinelli, da Giovani Gallotti coi figli Salvatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito da Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della Provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i qauli, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo, già settario fin dal 1820, aveva ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col suo parente D. Leonino Vinciprova da Omignano, con Mazziotti, De Dominicis ed altri capi del Cilento ed aveva avuto alla sua fedele dipendenza Tommaso Laveglia, Angelo Conforti e Carmine Millanni che spediva come corrieri nel Cilento, in Calabria ed in Matera, a racogliere gente e mandarla per Campestrino a Napoli; e quella gente aveva in gran parte vestita a sue spese. Irrequieto sempre, stava continuamente in giro pei paesi del Vallo ed insieme con suo figlio Luigi era in immediato contatto col comitato di Sassano e col noto attendibile Michele Aletta. Accompagnato dal suo carissimo amico D. Francesco De Stefano, arrestato poi in Napoli all’epoca delle barricate, girò per tutto il Distretto di Sala a promuovere una coscrizione per la Lombardia. Si conosce di lui il seguente aneddoto: nell’elezione dei capitani della G. N. essendo stato per comune suffragio eletto in Sanza D. Gennaro Campolongo, egli ne scrisse al Carducci lagnandosene e fu allora autorizzato a levare una compagnia a proprie spese, dalla quale sarebbe stato il capitano. E così fece; Sanza ebbe quindi due compagnie di guardia nazionale.”.

In seguito al 1857, la FAMIGLIA TIMPANELLI di SAPRI: l’arciprete NICOLA, ANGELO, FRANCESCO, perseguitati dalle autorità borboniche

(Fig. n….) Stemma lapideo (marmo scolpito) della famiglia Timpanelli posto sulla chiave del portale del Palazzo di Famiglia a Sapri in C.so Umberto I

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, il La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”.  Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli…. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol….(p. 187) In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Dunque, il Bilotti ci informa che dopo l’uccisione del Carducci, il Timpanelli preferì allontanarsi da Sapri e si stabilì a Salerno e poi in seguito a Rivello, dove non cessò mai, fino alla sua morte, di favorire la causa della libertà, “benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua.”. Infatti, anche in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, egli In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio.”. Questa notizia si desume dagli Atti “Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol..”. Dunque, l’arciprete don Nicola Timpanelli, non solo era perseguitato dai suoi nemici sapresi, la fazione dei Pelusiani, del prete Vincenzo Peluso e dei suoi accoliti che si contrapponevano alla nutrita fazione dei liberali vicini al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, ma egli era insidiato fin dal 1851 dalle autorità borboniche. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186-187, in proposito scriveva che: “(3) L’Arciprete Timpanelli malgrado le difese che di lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu data mai tregua per avere tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la mess nella chiesa del Purgatorio. E pure egli si trovava alla dipendenza della gran corte criminale col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della liberà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quel che si compiacque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco di Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donaata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci ed i loro nomi sono stati pubblicati dal dott. Michele Lacava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860’. Oltre ai quattro indicati sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca iscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – 56. Francesco Curzio – 57 Vincenzo Pugliese-Macrini – 58. Franc. Maria Pugliese – 59. Rocco Del Giudice. Arch. di Salerno – F. 1196 – Inv. pol.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, ai quali l’arciprete Nicola Timpanelli fornì pane e formaggio.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane. Antonio Infante (….), nel testo scritto insieme a Pierfrancesco Del Mercato, “Cilento uomini e vicende”, a p. 256, ci parla del TIMPANELLI ed in proposito scriveva che: “Antica famiglia di Sapri, che si distinse non poco negli eroici movimenti insurrezionali del Cilento. Nicola, nato l’11 maggio del 1803, seguì gli studi ecclesiastici nel seminario di Policastro, dove ebbe come maestro il grande canonico De Luca. Nominato Arciprete Curato di Sapri, il 2 novembre 1836, animato dai suoi alti sentimenti liberali, avversò energicamente l’oppressione napoleonica. Fu in continuo contatto con numerosi ed importanti patrioti, fra cui il Vinciprova, il Vairo, il Passaro, il Verdoliva, con il De Dominicis, con G.B. Riccio, con F.A. Mazziotti e con il Carducci etc. Divenne il capo dei liberali della sua zona. Agli inizi del gennaio del 1848, insieme col Sindaco del paese Angelo Timpanelli, accolse con vivo entusiasmo la colonna insurrezionale del Passaro, poi, fatti trasferire tutti in chiesa, con espressioni limpide e solenni, parlò dei gravi problemi del tempo, intimamente collegati alle future sorti della Patria. Appena la notizia della tragica morte del Carducci, si recò subito con alcuni patrioti di Vibonati e di Sapri in località Tempone, con l’intento di vendicare la morte di quel grande eroe, ma il Peluso era già scomparso (1). Avuto sentore di un probabile arresto da parte della polizia, insieme al nipote Francesco, si rifugiò in Basilicata. Ma preso dalla polizia, fu rinchiuso in un primo momento in carcere, poi traferito a Salerno, fu condannato a domicilio coatto. Finì i suoi giorni il 28 agosto del 1858. Continuò l’opera eroica di nicola il nipote Francesco, che nacque il 25 settembre 1826 da Vincenzo e Caterina Perazzi, a Sapri. Conosciuto per le sue idee antiborboniche, dovette darsi alla latitanza; arrestato per aver partecipato ai fatti del 1848, fu processato e costretto anch’egli come lo zio, al domicilio coatto. Solo dopo lunghi anni di sofferenze e di isolamento acquistò la libertà. Morì il 21 marzo 1890.”. Infante, a p. 256, nella nota (1) postillava: “(1) Pietro Barbato, opera inedita sui moti Cilentani.”.

SUI GALLOTTI DI SAPRI COSPIRATORI CONTRO I BORBONI

Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Dunque, anche Bilotti parlando di don Giovanni Gallotti, lo chiama “Barone”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 190, in proposito scriveva che: “Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 189, in proposito scriveva che: “..mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del Barone Gallotti (2), etc..”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali con rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse stata la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, la santa Maria Teresa di Savoia.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici.”. Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Policicchio, a p. 216, racconta pure che: “Achille de Nicolais, militare di riserva del 3° Reggimento Cacciatori della Guardia Reale, detenuto a Salerno per falsità in scrittura privata, a cominciare da maggio 1856, più volte, con insistenza, alle diverse autorità domandò d’essere con riservatezza ascoltato avendo da rapportare cose rilevanti. All’Intendente denunciò: – che le prigioni centrali di Salerno erano diventate il centro delle riunioni politiche, particolarmente dopo la liberazione di Stefano Passero; – che giornalmente i detenuti politici, tra cui il barone Gallotti di Sapri, si riunivano nella stanza del custode; – che stampa estera, proclami anche del Mazzini, corrispondenza degli “emigrati” Mazziotti e de Dominicis annunciante una prossima ribellione, veniva loro portata dallo stesso Passero e dal figlio di de Dominicis (50). In una delle richieste diceva che “un gran deposito di armi vi era nel Cilento, bisognante ad armare quella Nazione non appena scoppiata la rivoluzione, e mettere in libertà tutti i carcerati”. Il de Nicolais, temendo per la vita, chiese di essere trasferito a Napoli. Una sì fatta deposizione doveva sommariamente giungere al Commissariato Provinciale di Polizia che, il 23 gennaio 1857, così concluse (51): “il de Nicolais ha sempre avuto per abituale occupazione nella sua prigionia quella d’inventar fandonie, esposte ai superiori, e forse anche per farsi giuoco della stessa col mantenerle in continuo esercizio per essere tradotto da un carcere ad un’altro, per vendicarsi con qualche detenuto o custode”. Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1912, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri, Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite nel palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accasati di aver promosso disordini in Sapri allorché erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi rinvenne però un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicché dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non che, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronghi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2). Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci, e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Cardacci, Pasquale Bifano di Torraca, si seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione, apparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il procuratore generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava da gli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri, (1) era partito dal paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al decurione Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acqaafredda quali promotori di guerra civile. La Gran Corte, con decisioni del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: legittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto i due Falcone, i due Grallotti, il Ginnari, ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero a la Corte suprema di giustizia, che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertosi il dibattimento innanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone l’avv. Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’ insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1)  Ufficio corrispondente a quello attualmente di segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2″, pag. 8. Aveva preso parte a l’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano decurioni.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato « viva la repubblica ».”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana il 13 novembre 1860. Mori a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore nelle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari mori di colera il 1855.”. Mazziotti, a p. 160, nella nota (1) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s. s, n. 6, carte sfuse, fascio 14, n. 929.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148). All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali nel golfo di Policastro. Infatti nel portafoglio del cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovanni Gallotti al Fortino” (149). In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era al Fortino, o meglio alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p….., in proposito scriveva che: “Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, in proposito scriveva che: “Il « Cagliari » durò un pezzo a bordeggiare poi sparì, e quando meno se lo aspettavano quei di Sapri, venne effettuito rapidamente lo sbarco nel luogo meno guardato, cioè tra Policastro e Sapri, in contrada Oliveto nel tenimento di Vibonati. E così nella notte tra il 28 e 29 giugno Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera si trovarono su quella spiaggia, seguiti da quel pugno di generosi, con coraggio più unico che raro, ed innalzarono lo stendardo dell’insurrezione al grido di « Viva l’Italia ! ». Così essi si spinsero in un’impresa, della quale nel loro patriottismo non si curavano neppure di misurare il temerario ardimento: era ardimento eroico dinanzi al quale chiunque ama il suo paese deve inchinarsi. Approdata che fu quella coorte sul lido di Sapri, Pisacane e Nicotera sparsero per quei luoghi il seguente proclama: << Cittadini ! E tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II; a voi basta volerlo. La Capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione per troncare la quistione in un colpo solo. Per noi il Governo di Ferdinando ha cessato di esistere, ancora un passo e avremo il tempo, facciamo massa e cominciamo dove i fratelli ci aspettano; noi abbiamo lasciato le famiglie e gli agi della vita, per gittarci in una intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisce a noi. La vittoria non sarà dubbia; il vostro esempio sarà seguito dai paesi vicini, il nostro numero crescerà ogni giorno più, e in breve, tempo saremo un esercito di libertà. ». “Gli abitanti però non risposero all’appello ( 1 ).”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, parlando dei moti cilentani del ’48, a p. 33, in proposito scriveva che: “E’ pensabile che negli anni precedenti l’insurrezione del ’48 tutte le sette ormai fossero confluite nell’associazione mazziniana. Pizzolorusso riferisce che la cellula salernitana, retta da Giovanni e Saverio Avossa, avesse già preso contatti nei primi anni Quaranta con Costabile Carducci da Capaccio, Giovanni Gallotti da Sapri, Michelengelo Ronsini da Rofrano, Filippo Patella da Torchiara, i Magnone (Lucio, Salvatore e Michele) da Rutino, Giuseppe Pessolano da Atena, Giuseppe e Girolamo De Petrinis da Sala, Giuseppe Ferrara da San Biase, Leonino Vinciprova da Omignano, Francescantonio Mazziotti da Celso etc…”. Sempre il Fusco (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Carducci, che col grosso degli insorti avrebbe voluto seguire Vinciprova, stabilì allora di penetrare nel Vallo di Diano attraverso le Valli del Mingardo e del Bussento. Inviate due compagnie rispettivamente a Futani (al comando di Ncola Antonio Gatti) e a Torre Orsaia (al comando di Stefano Passero), etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 258, nella nota (46) postillava che: “(46) A Sapri Stefano Passero fu accolto dal Sindaco Angelo Tinelli, da Giovanni Gallotti coi figli Salavatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito ad Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Dunque, il Passero aveva partecipato ai moti rivoluzionari cilentani del 1848 con altri come Carducci.

L’UCCISIONE DI COSTABILE CARDUCCI ED I GALLOTTI

Nel 1848, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti

Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1912, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri, Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite nel palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accasati di aver promosso disordini in Sapri allorché erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi rinvenne però un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicché dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non che, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronghi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2). Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci, e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Cardacci, Pasquale Bifano di Torraca, si seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione, apparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il procuratore generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava da gli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri, (1) era partito dal paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al decurione Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acqaafredda quali promotori di guerra civile. La Gran Corte, con decisioni del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: legittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto i due Falcone, i due Grallotti, il Ginnari, ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero a la Corte suprema di giustizia, che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertosi il dibattimento innanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone l’avv. Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’ insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1)  Ufficio corrispondente a quello attualmente di segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2″, pag. 8. Aveva preso parte a l’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano decurioni.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato « viva la repubblica ».”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana il 13 novembre 1860. Mori a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore nelle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari mori di colera il 1855.”. Mazziotti, a p. 160, nella nota (1) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s. s, n. 6, carte sfuse, fascio 14, n. 929.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, parlando dei moti cilentani del ’48, a p. 33, in proposito scriveva che: “E’ pensabile che negli anni precedenti l’insurrezione del ’48 tutte le sette ormai fossero confluite nell’associazione mazziniana. Pizzolorusso riferisce che la cellula salernitana, retta da Giovanni e Saverio Avossa, avesse già preso contatti nei primi anni Quaranta con Costabile Carducci da Capaccio, Giovanni Gallotti da Sapri, Michelengelo Ronsini da Rofrano, Filippo Patella da Torchiara, i Magnone (Lucio, Salvatore e Michele) da Rutino, Giuseppe Pessolano da Atena, Giuseppe e Girolamo De Petrinis da Sala, Giuseppe Ferrara da San Biase, Leonino Vinciprova da Omignano, Francescantonio Mazziotti da Celso etc…”. Sempre il Fusco (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Carducci, che col grosso degli insorti avrebbe voluto seguire Vinciprova, stabilì allora di penetrare nel Vallo di Diano attraverso le Valli del Mingardo e del Bussento. Inviate due compagnie rispettivamente a Futani (al comando di Ncola Antonio Gatti) e a Torre Orsaia (al comando di Stefano Passero), etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 258, nella nota (46) postillava che: “(46) A Sapri Stefano Passero fu accolto dal Sindaco Angelo Tinelli, da Giovanni Gallotti coi figli Salavatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito ad Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Dunque, il Passero aveva partecipato ai moti rivoluzionari cilentani del 1848 con altri come Carducci. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “….mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo“L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Dunque, anche il Mazziotti chiama Giovanni Gallotti “barone”. Mazziotti scriveva pure che il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese.”. Mazziotti scriveva pure che don GIOVANNI GALLOTTI, ai tempi di Carducci, nel ’48, Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa,…. Infatti, don Giovanni Gallotti aveva una villa nei pressi del Fortino di Casaletto Spartano. La villa del Gallotti non è però da confondere con la Taverna del Fortino che invece apparteneva a suo nipote di don Giovanni, don Paolo Gallotti. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 23, in proposito scriveva che: “Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Nel percorrere le vie del paese tenevano, per timore di qualche sorpresa, le armi in resta, chiedevano affannosamente del Carducci e gridavano ” Viva Carducci, viva il nostro liberatore e padre! „ (1).”. Mazziotti, a p. 23, nella nota (1) postillava: “(1) Sentenza della Gran Corte speciale di Salerno, del 6 novembre 1852.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri.”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri.

Nel 1850, don EMANUELE GALLOTTI, sacerdote di Sapri e figlio del barone di Battaglia, GIOVANNI GALLOTTI e la poesia per Costabile Carducci

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875. Come ho già scritto, don EMMANUELE GALLOTTI era uno dei cinque figli maschi del Barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI e di donna RACHELE GIUDICE. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Dunque, il sacerdote non era FILOMENO, ma era l’altro figlio di don Giovanni, ovvero don EMANUELE. Alcuni autori, però, hanno scritto che il sacerdote della famiglia Gallotti fosse don FILOMENO e non don EMANUELE. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “Ed innanzi tutto chiede dei Gallotti alla cui casa si reca subito, guidato da una guardia doganale che era stata arrestata. Vi trova solo i fratelli, Emanuele ed il sacerdote d. Filomeno, il quale l’avverte che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele, si trovano al Fortino (12).”. Dunque, questo passaggio del Cassese conferma i quattro figli di Giovanni Gallotti. In questo passaggio però, Cassese scriveva che, nella faglia Gallotti – tra i cinque figli maschi del barone Giovanni Gallotti – vi era il “sacerdote don Filomeno”. In questo passaggio, Cassese scriveva che il sacerdote della famiglia era don FILOMENO, ma a me non risulta esatto. Io stesso, forse sulla scorta del Cassese commettevo lo stesso errore. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. E’ molto probabile che sbagliavo sulla scorta del Cassese. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. E’ un errore. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio scriveva che, tra i figli del barone Gallotti il figlio che era sacerdote era don EMANUELE “sacerdote di Sapri”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 38-39 e ssg., in proposito scriveva che: “XII. Qualche mese dopo si tristi avvenimenti, nel febbraio 1849, in casa del signor Macario D’Alitto in Maratea un giovane poeta a nome Carlo Giuseppe Gallotti (2) ed una giovane denominata Teresa che lo seguiva e che passava per moglie di lui davano spettacolo di improvvisazione. Era allora profonda in tutta la contrada l’impressione del barbaro assassinio circondato ancora da un denso mistero! Uno degli astanti propose, poco prudentemente, quel tema ed i due poeti improvvisarono alcune strofe con questo ritornello: Ma Carducci invendicato No, per Dio !. non resterà. L’uditorio vibrante di emozione accompagnava il canto di quei versi. Gli’ improvvisatori, decorsi alcuni giorni, dovettero per desiderio generale ripetere la canzone al suono di un’arpa nel teatrino di Maratea tra il vivo sussulto del pubblico. La canzone, comunque non bella, divenne popolare trovando un eco negli animi impietositi da”, feroce sacrificio della nobile vittima (1). I ragazzi l’andavano cantando per le vie, i liberali di Sapri la sussurravano spesso a l’apparire di qualcuno degli autori dell’efferato delitto e dei più feroci reazionarii. I partigiani del Peluso denunziarono il fatto, la polizia indignata di quei versi, che, scriveva in una sua relazione, ” facevano fremere d’ira e di dispetto tutti i fedeli sudditi del re„, ordinava l’arresto dei due malcapitati poeti, di molte persone che avevano assistito a quella serata teatrale e di Raffaele Grinnari che aveva spifferato sul viso al capourbano Peluso il noto ritornello. A carico di essi s’imbastì un processo ” per provocazione a commettere attentati e cospirazioni contro la sacra persona del re (D. G.) e per distrugger e cambiare il governo e provocare la guerra civile „! II Gallotti e la sua compagna e parecchi imputati riuscirono a sottrarsi a le ricerche dei gendarmi. La Gran Corte di Potenza il 25 febbraio ritenne che quella canzone non poteva avere la gravità attribuitale, ma solo poteva spargere il malcontento contro il governo. Il Gallotti cadde nelle mani degli sbirri nel corso del 1851 ; ma vi restò poco tempo perchè la stessa Gran Corte il 21 novembre del medesimo anno gli concedeva la libertà provvisoria. Al povero poeta si vietala però di tornare in Napoli ” per esercitarvi la professione letteraria„. Il re Ferdinando, cui egli si presentò in Castelluccio nell’anno successivo per implorare il permesso di andare in America, glielo concesse. Il Galletti, lasciati i suoi figli in Napoli, si stabili negli Stati Uniti d’America e di là anche nel 1859 inviava una supplica al re chiedendo di tornare nel regno (1).”. Matteo Mazziotti scriveva che, in seguito ai fatti del ’49 e della barbara uccisione del Carducci, a Maratea, in casa del sig. Macario d’Alitto (….), due giovani, il poeta CARLO GIUSEPPE GALLOTTI e la compagna TERESA, davano spettacoli teatrali improvvisati. Mazziotti, a p. 38, nella nota (2) postillava: “(2) I documenti del tempo lo dicono ora di Napoli, altre volte di Montesarchio e qualche volta di Maratea. Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1859, fascio 251. In una supplica dell’ 11 novembre 1859 egli si dice di Napoli, figlio di Giuseppe, già capitano aiutante maggiore nel 1848 e poi controllore dei dazi in Catanzaro, ove mori.”. Mazziotti, a p. 39, nella nota (1) postillava: “(1) Trascrivo nell’appendice la canzone.”. Mazziotti, a p. 40, nella nota (1) postillava: “(1) Tutte le notizie di questo paragrafo sono desunte da i documenti indicati. Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1850, fascio 251; stesso archivio, ministero esteri, espulsi, fascio 3864.”. Sul sacerdote don EMANUELE GALLOTTI, uno dei cinque figli maschi di don Giovanni Gallotti, ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato riconosciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avellino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”.

DON FILOMENO GALLOTTI, uno dei cinque figli maschi del barone di Battaglia don GIOVANNI

(Fig. n….) Dipinto (del 1882) del ritratto di don Filomeno Gallotti, con la coccarda e fascia tricolore di Sindaco di Sapri in epoca post-unitaria – olio su tela – foto Attanasio

FILOMENO GALLOTTI, uno dei cinque figli del barone don Giovanni, fu Sindaco di Sapri. Don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86.

Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati (….), a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p….., in proposito scriveva che: “Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, etc…”. Felice Fusco scriveva che Antonio Pizzolorusso (….), dei liberali promessi a Pisacane, riporta i nomi dei Gallotti, della famiglia Gallotti baroni di Battaglia, di don Giovanni Gallotti e dei suoi figli: i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, riferendosi ai “pochi che vi presero parte”, ovvero a………….nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio….Barra Michele, Rizzo Ignazio, e Pierri Vincenzo, di Padula, La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, etc…”. Dunque, Pizzolorusso elenca i “pochi che ne presero parte”, riferendosi alla Spedizione di Carlo Pisacane, e come vediamo nei citati nomi tratti dall’elenco di Pizzolorusso notiamo diverse famiglie e nomi che, oltre ad essere del posto e dei paesi circonvicini a Sapri (del basso Cilento) figurano pure molti di Torraca e di Sapri. Pizzolorusso pubblicò il suo testo nel 1885, quando già erano noti gli atti tratti dal processo di Firenze intentato dal Nicotera. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, don FILOMENO GALLOTTI era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che aveva abitazioni a Sapri, a Battaglia e al Fortino di Casaletto. Sua madre era Rachela Giudice. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno, Emanuele che era sacerdote e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 216, sulla scorta del Cassese, in proposito scriveva che: Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giorno andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi.”. Sempre il Policicchio, a p. 216, racconta pure che: Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salvatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Dunque, in questo passaggio, Policicchio scriveva che uno dei cinque figli maschi del barone Gallotti (Giovanni), il figlio FILOMENO – di cui mi occupo ora – Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salvatore.”.”. Su EMANUELE GALLOTTI, sempre Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Dunque, anche in questo passaggio, Policicchio scriveva che, EMANUELE – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni – era “sacerdote” ed infatti, scriveva che: D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato riconosciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avellino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Dunque, il sacerdote non era FILOMENO, ma era l’altro figlio di don Giovanni, ovvero don EMANUELE. Alcuni autori, però, hanno scritto che il sacerdote della famiglia Gallotti fosse don FILOMENO e non don EMANUELE. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “Ed innanzi tutto chiede dei Gallotti alla cui casa si reca subito, guidato da una guardia doganale che era stata arrestata. Vi trova solo i fratelli, Emanuele ed il sacerdote d. Filomeno, il quale l’avverte che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele, si trovano al Fortino (12).”. Dunque, questo passaggio del Cassese conferma i quattro figli di Giovanni Gallotti. In questo passaggio però, Cassese scriveva che, nella faglia Gallotti – tra i cinque figli maschi del barone Giovanni Gallotti – vi era il “sacerdote don Filomeno”. In questo passaggio, Cassese scriveva che il sacerdote della famiglia era don FILOMENO, ma a me non risulta esatto. Io stesso, forse sulla scorta del Cassese commettevo lo stesso errore. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. E’ molto probabile che sbagliavo sulla scorta del Cassese. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. Etc…”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “16) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. FILOMENO GALLOTTI eletto Sindaco nel 1880 e rimase in carica fino al 17° Sindaco, ovvero fino al 1895 quando fu eletto Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti – che apparteneva ad un altro ramo della famiglia – ovvero i Gallotti di Piazza Plebiscito. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 –  Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895. Sempre su don FILOMENO GALLOTTI, Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 293, riporta il “Documento 12”, e in proposito scriveva: “18 febbraio 1895 – Sapri. Richiesta di approvazione degli Statuti della Confraternita di S. Vito, eretta per arginare la deleteria attività di una loggia massonica. A sua Eccellenza Mons. Cione Vescovo di Policastro. Mi onoro compiegare alla Eccellenza sua uno Statuto per le Regole della Confraternita laicale di San Vito Martire, già costituitasi il 10 corrente mese in Sapri, etc…”. Filomeno nella sua lettera indirizzata a mons. Cione, Vescovo della Diocesi di Policastro, il 18 febbraio 1985, spiega l’utilità della Confraternita di S. Vito nata per arginare una Loggia Massonica. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policichio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”.

Nel 1850, don EMANUELE GALLOTTI, sacerdote di Sapri e figlio del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e la poesia per Costabile Carducci

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 75, parlando dei “Parroci di Sapri”, in proposito scriveva che: “D. Emmanuele Gallotti 1826-1875.”. Dunque, da ciò che scriveva il Tancredi, DON EMMANUELE GALLOTTI – sacerdote di Sapri – nacque nel 1826 e morì nel 1875. Come ho già scritto, don EMMANUELE GALLOTTI era uno dei cinque figli del Barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI e di donna RACHELE GIUDICE. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Dunque, il sacerdote non era FILOMENO, ma era l’altro figlio di don Giovanni, ovvero don EMANUELE. Alcuni autori, però, hanno scritto che il sacerdote della famiglia Gallotti fosse don FILOMENO e non don EMANUELE. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “Ed innanzi tutto chiede dei Gallotti alla cui casa si reca subito, guidato da una guardia doganale che era stata arrestata. Vi trova solo i fratelli, Emanuele ed il sacerdote d. Filomeno, il quale l’avverte che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele, si trovano al Fortino (12).”. Dunque, questo passaggio del Cassese conferma i quattro figli di Giovanni Gallotti. In questo passaggio però, Cassese scriveva che, nella faglia Gallotti – tra i cinque figli maschi del barone Giovanni Gallotti – vi era il “sacerdote don Filomeno”. In questo passaggio, Cassese scriveva che il sacerdote della famiglia era don FILOMENO, ma a me non risulta esatto. Io stesso, forse sulla scorta del Cassese commettevo lo stesso errore. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. E’ molto probabile che sbagliavo sulla scorta del Cassese. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. Dunque, Montesano (….) riteneva che, nella famiglia Gallotti fosse sacerdote il figlio don FILOMENO. E’ un errore. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci.”. Policicchio scriveva che, tra i figli del barone Gallotti il figlio che era sacerdote era don EMANUELE “sacerdote di Sapri”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Su EMANUELE GALLOTTI, però, il Mazziotti, in altro testo dice alcune cose interessanti. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157-158-159, riferendosi al periodo del Carducci, in proposito scriveva che: La Gran Corte speciale, con sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Assolse come estraneo al fatto- Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchio tempo in carcere e poi subi due anni di domicilio forzoso in Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859, condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti ed a suo figlio Salvatore in dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finche con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto si trovarono scritti i nomi del Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Dunque, Mazziotti scriveva che, a seguito del Decreto Reale del 18 dicembre 1856, don Giovanni Gallotti e suo figlio Salvatore ottennero la grazia, mentre Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 38-39 e ssg., in proposito scriveva che: “XII. Qualche mese dopo si tristi avvenimenti, nel febbraio 1849, in casa del signor Macario D’Alitto in Maratea un giovane poeta a nome Carlo Giuseppe Gallotti (2) ed una giovane denominata Teresa che lo seguiva e che passava per moglie di lui davano spettacolo di improvvisazione. Era allora profonda in tutta la contrada l’impressione del barbaro assassinio circondato ancora da un denso mistero! Uno degli astanti propose, poco prudentemente, quel tema ed i due poeti improvvisarono alcune strofe con questo ritornello: Ma Carducci invendicato No, per Dio !. non resterà. L’uditorio vibrante di emozione accompagnava il canto di quei versi. Gli’ improvvisatori, decorsi alcuni giorni, dovettero per desiderio generale ripetere la canzone al suono di un’arpa nel teatrino di Maratea tra il vivo sussulto del pubblico. La canzone, comunque non bella, divenne popolare trovando un eco negli animi impietositi da”, feroce sacrificio della nobile vittima (1). I ragazzi l’andavano cantando per le vie, i liberali di Sapri la sussurravano spesso a l’apparire di qualcuno degli autori dell’efferato delitto e dei più feroci reazionarii. I partigiani del Peluso denunziarono il fatto, la polizia indignata di quei versi, che, scriveva in una sua relazione, “facevano fremere d’ira e di dispetto tutti i fedeli sudditi del re„, ordinava l’arresto dei due malcapitati poeti, di molte persone che avevano assistito a quella serata teatrale e di Raffaele Grinnari che aveva spifferato sul viso al capourbano Peluso il noto ritornello. A carico di essi s’imbastì un processo ” per provocazione a commettere attentati e cospirazioni contro la sacra persona del re (D. G.) e per distrugger e cambiare il governo e provocare la guerra civile „! II Gallotti e la sua compagna e parecchi imputati riuscirono a sottrarsi a le ricerche dei gendarmi. La Gran Corte di Potenza il 25 febbraio ritenne che quella canzone non poteva avere la gravità attribuitale, ma solo poteva spargere il malcontento contro il governo. Il Gallotti cadde nelle mani degli sbirri nel corso del 1851 ; ma vi restò poco tempo perchè la stessa Gran Corte il 21 novembre del medesimo anno gli concedeva la libertà provvisoria. Al povero poeta si vietala però di tornare in Napoli ” per esercitarvi la professione letteraria„. Il re Ferdinando, cui egli si presentò in Castelluccio nell’anno successivo per implorare il permesso di andare in America, glielo concesse. Il Galletti, lasciati i suoi figli in Napoli, si stabili negli Stati Uniti d’America e di là anche nel 1859 inviava una supplica al re chiedendo di tornare nel regno (1).”. Matteo Mazziotti scriveva che, in seguito ai fatti del ’49 e della barbara uccisione del Carducci, a Maratea, in casa del sig. Macario d’Alitto (….), due giovani, il poeta CARLO GIUSEPPE GALLOTTI e la compagna TERESA, davano spettacoli teatrali improvvisati. Mazziotti, a p. 38, nella nota (2) postillava: “(2) I documenti del tempo lo dicono ora di Napoli, altre volte di Montesarchio e qualche volta di Maratea. Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1859, fascio 251. In una supplica dell’ 11 novembre 1859 egli si dice di Napoli, figlio di Giuseppe, già capitano aiutante maggiore nel 1848 e poi controllore dei dazi in Catanzaro, ove mori.”. Mazziotti, a p. 39, nella nota (1) postillava: “(1) Trascrivo nell’appendice la canzone.”. Mazziotti, a p. 40, nella nota (1) postillava: “(1) Tutte le notizie di questo paragrafo sono desunte da i documenti indicati. Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1850, fascio 251; stesso archivio, ministero esteri, espulsi, fascio 3864.”. Sul sacerdote don EMANUELE GALLOTTI, uno dei cinque figli maschi di don Giovanni Gallotti, ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato riconosciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avellino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”.

Nel 16 gennaio 1851, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE e Raffaele riuscì a dileguarsi

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero – dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi.”.

Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Dunque, il Fusco, postillando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti citava il Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi,  spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 156-157 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Carducci, Pasquale Bifano di Torraca, so seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata. Le più attive indagini della polizia si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, con loro grande meraviglia, trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo, il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri, erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 94 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Capitolo III. Il Processo Carducci. I. In seguito a la denuncia del Lamberti e del Ginnari, il giudice regio Gaetano Bianchi, del circondario di Maratea, iniziava un processo per l’aggressione di Acquafredda. Si sapeva che la maggior parte dei colpevoli era del comune di Sapri, il quale è compreso nel circondario di Vibonati; quindi il Bianchi per l’accertamento di essi, si rivolse al suo collega Michele Palieri. Il Palieri, profondamente compreso del suo dovere, si pose sollecitudine a l’opera, ma purtroppo lo attendevano le più amare sorprese. Allorchè il giorno 8 luglio sbarcò a Sapri il colonnello Recco. Il buon giudice si vide, lui, il primo funzionario del paese, ricevuto con aperto dispregio dal colonnello. Dovette vedere invece il prete Peluso accolto con dimostrazioni di ossequio e portato in trionfo, sciolta la guardia nazionale e ricostruita la guardia urbana sotto il comando proprio di un fratello del Peluso. E questo prete indegno, macchiato di tanti misfatti, saliva tra le acclamazioni e le feste su una nave regia mandata a bella posta per lui!”. Mazziotti, ancora, a p. 95 e ssg. in proposito scriveva: “Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo sendo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrattatosi a là rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tono solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”…..Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino. Nonostante questo doloroso spettacolo, il Palieri, ….non temette di avvicinarsi al Manzi, in atto di saluto cortese e deferente. Ma l’arrogante ufficiale, anzicchè corrispondergli gentilmente, gli scagliò contro parole sconcie e villanee quindi gli volse superbamente le spalle. A questa vista le bande del Peluso e del Pecorelli si diedero a sghignazzare e poi quasi, inebriate da la gioia, a correre per le vie mettendo grida minacciose ed insolenti contro i migliori del paese. Etc…”. Mazziotti, proseguendo il bel racconto riferisce delle gravi traversie che dovrà affrontare il giovane giudice di Vibonati Gaetano Palieri. Mazziotti, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1)  Archivio di Napoli, incartamento Palieri, sa lettera del 14 luglio 1848 al procuratore generale di Salerno.”. Sempre sul giudice Palieri, il Mazziotti parlando della visita a Sapri del Recco nella nota (1) di pagina 99 postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 104 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: Per la continua ispirazione del prete si giunse al punto di accusare il Palieri di avere nel gennaio favorito l’invasione delle bande cilentane, e di poi, nel luglio, tentato in complicità con il Gallotti, di liberare e di proteggere un bandito. Bastò questo per creare contro il giudice regio un processo per lesa maestà. E mentre il Palieri, ignaro di tutta questa trama, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”.

Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto di CRISTOFARO FALCONE

Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 194 in proposito scriveva che: Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi,  spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”.

Nel 23 dicembre 1856, la Gran Corte Criminale graziò don Giovanni GALLOTTI ed il figlio Salvatore

Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912,  a pp. 157-158, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri si reca nella casa del barone don Giovanni Gallotti in via Nicodemo Giudice dove incontra solo i figli Emanuele, Raffaele ed il sacerdote don Filomeno e Salvatore  

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Ad esser sincero in questo passaggio non sono stato molto chiaro. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da  Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nella notte del 28 giugno 1857, il sotto-capo degli Urbani di Sapri, don GIUSEPPE GALOTTI

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono.”. Dunque, scrivevo che del manipolo di urbani che si erano recati da Sapri a punta Fortino dove vi era il posto doganale e dove, presso la vicina spiaggetta del Buondormire era sbarcato il grosso dei “Trecento”, furono accerchiati ed arrestati dai rivoltosi. Solo il sotto capo urbano don Giuseppe Gallotti si salvò insieme ad altri due. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 183-184, in proposito scriveva che: Gli urbani si recarono all’Oliveto per tenere d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a rasserenarsi, perchè i rivoluzionarii erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un momento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia……Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo d’essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo, nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’intend. al generale Scotti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. Infatti, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 189-190, scriveva pure che: Il sotto-capo D. Giuseppe Gallotti dal canto suo temendo l’incontro coi ribelli, si nascose dietro alcuni scogli e poco dopo si allontanò del tutto, traversando a nuoto un piccolo seno di mare (1).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (1) postillava: “(1) Rapporto 1° agosto 1857 del sottointendente di Sala sulle benemerenze.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici. L’avviso non li aveva raggiunto, ed essi avevano lasciato la città….il giovane Nicotera…..per cercare l’amico Giordano. Non c’era nessuno.”.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri cerca di Matteo GIORDANO, sarto di Omignano ed emissario di Michele  MAGNONE

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Intanto il 14 maggio Fanelli era riuscito a riallacciare i rapporti con Michele Magnone, il quale dal carcere di Salerno, per mezzo di un nipote, dirigerà poi le operazioni nel Cilento con grande difficoltà e pericolo, ma con scarso risultato (54). A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza di Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri, all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appaena sbarcati facendosi riconoscere con la parola d’ordine: “L’Italia per gl’Italiani, e gl’Italiani per essa”; poi, dopo aver spedito messi in Basilicata e a Salerno, farà da guida alle forze rivoluzionarie: Magnone, appena appresa la notizia, invierà corrieri nel Cilento, che faranno insorgere quelle popolazioni (55).”. Purtroppo le cose non andranno così. Cassese, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) De Monte, op. cit., pp. CCIX sgg.”. Cassese, a p. 28, nella nota (55) postilla: “(55) De Monte, op. cit., p. CCX.”. Il testo citato dal Cassese è di Luigi De Monte (….), ed il suo “Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla Spedizione di Sapri accompagnata da etc…”, Napoli, 1877. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Cassese, a p. 199, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 18° vi è la descrizione delle forze del partito e degli ostacoli a doversi superare’….Condizioni generali”,  ( e a p. 200) aggiungeva: “A Sapri. Matteo Giordano, sarto, con altri (scritto nel biglietto di carattere del socio: questa è la persona che desiderate). Italia per gli Italiani, e gl’Italiani per essa. Cercate a Sapri del Barone Gallotti.”. Dunque, secondo il biglietto (il n° 18) ritrovato nel portafogli di Carlo Pisacane a Sanza, si evince che egli doveva incontrare il sarto Matteo Giordano. Perché Pisacane voleva incontrare questa persona ? Chi era Matteo Giordano ?. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Esaurita l’azione in Sapri senza alcun risultato apprezzabile, Pisacane, avendo invano atteso quel Matteo Giordano che avrebbe dovuto incontrare colà, si mosse alla volta di Torraca (20).”. Cassese, a p. 56, nella nota (20) postillava: “(20) Il nome di Giordano fu trovato negli appunti di Pisacane. Questo bravo popolano il mese avanti compì puntualmente il suo dovere; questa volta, non essendo stato avvertito in tempo, rimase inattivo. V. l’incartamento che lo riguarda in B. 197, vol. 11.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Effettuato lo sbarco, due manipoli guidati rispettivamente da Pisacane e da Nicotera entrano in Sapri quando ormai era già sera inoltrata. Pisacane cercò subito colui che doveva essere il suo punto di riferimento così come gli aveva comunicato Fanelli con la lettera (già riportata) del 27 di maggio, il sarto di Omignano Matteo Giordano, ed altri liberali, tra i quali essenzialmente i Gallotti, che si dovevano far conoscere “col motto ‘Italia per gli Italiani, e gli Italiani per essa” (10). Non si trovò né Giordano né Giovanni Gallotti, vecchio liberale tanto attivo nel ’48, probabilmente perchè non informati. Fanelli, nella lettera del 20 maggio a Pisacane, era stato, senza volerlo, giusto profeta: “L’insurrezione giungerà inattesissima, ma desiderata da tutti come la mamma…”(11). In realtà molti non volevano tale “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa.”. Fusco, a p. 288, nella nota (10) postillava: “(10) Cfr. cap. V, n. 36. Negli scritti trovati addosso a Pisacane figurava il nome del sarto di Omignano (ivi, P. s.S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XI).”. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Dunque, Matteo Giordano era il sarto di Omignano, dunque era fiduciario della famiglia patriottica di Magnone., in contatto con il Comitato Napoletano e col Fanelli.

IL PROCLAMA DI PISACANE SCRITTO IN CASA GALLOTTI

Nella notte del 28 giugno 1857, Pisacane, in casa Gallotti, ospite dei Baroni Gallotti scrisse il Proclama letto a Torraca

Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, in proposito scriveva che: “Il « Cagliari » durò un pezzo a bordeggiare poi sparì, e quando meno se lo aspettavano quei di Sapri, venne effettuito rapidamente lo sbarco nel luogo meno guardato, cioè tra Policastro e Sapri, in contrada Oliveto nel tenimento di Vibonati. E così nella notte tra il 28 e 29 giugno Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera si trovarono su quella spiaggia, seguiti da quel pugno di generosi, con coraggio più unico che raro, ed innalzarono lo stendardo dell’insurrezione al grido di « Viva l’Italia ! ». Così essi si spinsero in un’impresa, della quale nel loro patriottismo non si curavano neppure di misurare il temerario ardimento: era ardimento eroico dinanzi al quale chiunque ama il suo paese deve inchinarsi. Approdata che fu quella coorte sul lido di Sapri, Pisacane e Nicotera sparsero per quei luoghi il seguente proclama: << Cittadini ! E tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II; a voi basta volerlo. La Capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione per troncare la quistione in un colpo solo. Per noi il Governo di Ferdinando ha cessato di esistere, ancora un passo e avremo il tempo, facciamo massa e cominciamo dove i fratelli ci aspettano; noi abbiamo lasciato le famiglie e gli agi della vita, per gittarci in una intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisce a noi. La vittoria non sarà dubbia; il vostro esempio sarà seguito dai paesi vicini, il nostro numero crescerà ogni giorno più, e in breve, tempo saremo un esercito di libertà. ». “Gli abitanti però non risposero all’appello (1).”.

Nel lunedì, 29 giugno 1857, la decisione di partire presto per Torraca

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Nulla avendo a sperare in Sapri, la Spedizione, la quale aveva passata la notte sulla spiaggia, pensò di liberare i prigionieri, meno Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che trattenne per guide, e decise di partire subito per Torraca.”. Dunque, a Sapri, Pisacane liberò alcuni prigionieri, tra cui Giuseppe Pasquale, Domenico Menta e Nicola Schettino che erano stati fatti prigionieri dalla truppa al posto doganale del Fortino. Sempre il Bilotti continua a scrivere che a Sapri, Pisacane decide di non idugiare e: “E fu bene presa quella decisione, quantunque alcuni proponessero di indugiare in Sapri almeno fino a mezzogiorno, in attesa di quegli aiuti che si sarebbero dovuti trovare all’ora dello sbarco e che forse erano in cammino. Ma aiuti non ne erano e non ne sarebbero andati, e ritardando si sarebbe corso rischio di veder demoralizzata quella massa composta in gran parte da persone che non avevano veduto armi se non in mano ai gendarmi od ai soldati. Nè tardarono a manifestarsi i primi sintomi di pericoloso scoramento, poichè non vedendo in Sapri le promesse forze, disertarono subito, quasi appena sbarcati, quattro uomini della Spedizione, cioè Bartolomeo Sapio da Monteforte, Luigi Diano da Nocera ed altri due che si diressero verso il distretto di Lagonegro dove il giorno seguente caddero in potere della polizia (1).”. Bilotti, a p. 192, nella nota (1) postillava: “(1) Arch. di Salerno – Disb. vol. 10”. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Di là passarono nel vicino comune di Tortorella e vi lessero un proclama eccitante alla insurrezione e ripetettero le stesse grida, e poscia proseguendo vittoriosamente per quei vicini villaggi giunsero a Padula nella sera del giorno 30.. Nel suo libretto di lodi a Giovanni Nicotera, il Guglielmini (….), di cui ho pubblicato integralmente le pagine della sua opera in un altro mio saggio, pare che scriva che Pisacane si fermi a Tortorella, dove avrebbe letto il suo ultimo proclama, e non a Torraca.

Nel 30 giugno, 1857, Pisacane ed i suoi “Trecento”, al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Decio Albini (….), nel suo “La Spedizione di Sapri e la Basilicata”, a p. 23, in proposito scriveva: “La Basilicata, dunque, nella impresa di Sapri aveva un cómpito importantissimo e furono circostanze estranee ad essa se questo compito non potè mantenere integralmente. Aurelio Saffi, nella prefazione al vol. IX delle opere di Mazzini, afferma: « è noto come alla fidanza delle opere e al forte inizio dei fatti di Pisacane mal rispondessero con inesplicabile abbandono dopo le promesse date i suoi concittadini e noti sono purtroppo i fieri casi e l’ultima strage dei generosi che per amore d’Italia si avventurarono a crudel morte fra gente ignara e selvaggia» (1).”. Albini, a p. 23, nella nota (1) postillava: “(1) Un tal Venosta, in una partigiana ed astiosa narrazione della spedizione di Sapri, è giunto perfino a scagliar insulti contro un valoroso patriota di Montalbano Jonico, il compianto Dott. De Leo, cui move accusa di aver riferito al governo l’accaduto di Ponza. Questa accusa fu una calunnia, ed è davvero deplorevole come per non pochi scrittori la storia non sia lux ceritatis.”. L’accusa di Felice Venosta: Nelle sue opere sulla storia del Risorgimento (come gli scritti sui Fratelli Bandiera e i moti mazziniani), lo storico e patriota Felice Venosta accusò Vincenzo De Leo di aver boicottato la spedizione. Secondo il Venosta, il De Leo – ex compagno di prigionia a Ventotene – avrebbe convinto i detenuti politici a non imbarcarsi dopo aver appreso che l’obiettivo non era instaurare la monarchia murattiana. Sempre l’Albini (….), a p. 24, in proposito aggiungeva: “Se è vero che i sacrifici servono a protesta, se non a vittoria, non dimostra però minor valore e virti saper salvare l’organizzazione per tempi migliori. E questi tempi vennero: tre anni dopo la Basilicata spiegò il silenzio di Sapri, insorgendo prima che Garibaldi avesse passato il Faro, prima delle altre provincie del continente meridionale. Ai XVI Agosto 1860, data antesignana della nostra redenzione, la Basilicata onorò nella forma più splendida e nelle solenni feste della patria il sacrificio e la memoria di Carlo Pisacane, il cui nome rimane all’età ventura esempio di mirabile valore. La spedizione di Sapri e la organizzazione ordinata e condotta nelle provincie per secondarla scossero la dinastia dei Borboni. Pisacane iniziò con meraviglia di perseveranza e di audacia sfortunata quello che poi Garibaldi con felici auspici riusci a compiere. Tre anni dopo Sapri vennero Marsala e il Volturno, come tre anni dopo Mentana venne la breccia di Porta Pia.”.

Nel 6 luglio 1857, il barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI ed il figlio SALVATORE, furono arrestati a Lagonegro ed il 31 ottobre 1857 furono condannati

Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Mazziotti, a p. 160, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s.z., n. 6, carte fuse, fascio 14, n. 929.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: “Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26)……Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: “Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi a Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, in proposito scriveva: “Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi. “All’indomani però dopo una mezz’ora fatto giorno alquanti faziosi andarono nella casina Gallotti, ed uno di essi, che D. Salvatore poscia disse essere il capo dell’orda, ascese sulla stanza superiore, i Gallotti si alzarono e vi discorsero qualche quarto d’ora, e quindi, rimasto in casa il solo Salvatore, Raffaele e Filomeno ne sortirono con quegl’insorti e quando la turba mosse per Casalnuovo i Gallotti rientrarono nel casino (52).”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15”. Policicchio, a p. 216, nella nota (51) postillava: “(51) Ivi, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, nella nota (52) postillava: “(52) Ivi, b. 33, f. 64.”. Policicchio, a p. 217, in proposito aggiungeva: “In conseguenza dei fatti di Pisacane, Giovanni Gallotti e il figlio Salvatore furono arrestati il 6 luglio 1857. Raffaele e Filomeno, accusati di reità di Stato per aver attentato alla sicurezza interna, furono latitanti (53).”. Policicchio, a p. 217, nella nota (53) postillava: “(53) Al potere giudiziario, per gli avvenimenti del 1857, furono anche passati elementi che prevedevano l’arresto di Raffaele e Filomeno Gallotti. Ma la gran Corte, con decisione del 21 dicembre 1858 “riservata la provvidenza di giustizia sulla spedidizione il mandato d’arresto”, richiesto dal Pubblico Ministero, a quando sarebbe stato espletato il giudizio a carico di Giovanni Matina e altri 11 coimputati.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti. E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. (10).”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il processo di Salerno”, a pp. 47-48, in proposito scriveva: “Prendendo spunto da una dichiarazione fatta dal Nicotera nell’interrogatorio del 9 luglio, in cui egli disse che il barone Gallotti, l’uomo cui gli sbarcati avrebbero dovuto rivolgersi, “non si fece mica vedere”, Spirito disse: “Ma, non iscorgete voi, o signori, in queste parole il dispetto che sentiva il Nicotera contro colui che aveva il dovere di farsi trovare, ed invece non si fece vedere ?….I figli del barone Gallotti resero dei favori, dei servizi al Pisacane e al Nicotera e i loro nomi non comparvero; il barone Gallotti se ne fuggì, e Nicotera dette una certa indicazione che non fu certo una difesa pel barone Gallotti. Ora io penso: Nicotera ha creduto forse nel rendere qualche servizio ai Borboni di soddisfare altresì un certo suo sentimento di non nobile vendeta? Questo, o signori, me lo farebbero sospettare quasi tutti i nomi che egli ha indicato. Contro ciascuno di essi Nicotera ha dimostrato prima o poi di avere qualche ragione di risentimento. Difatti, il Gallotti non si fece vedere; il Santelmo che fu da lui chiamato taditore a Palermo e per cui ci dovette essere una sentenza di un consiglio di guerra che lo dichiarò innocente; l’Albini, che dal distretto di Lagonegro doveva prima di ogni altro soccorrere la spedizione ed a cui Nicotera, un giorno a Napoli fece aspri rimproveri per non essersi mosso; Pateras, come risulta dalla storia del Comitato di Napoli, doveva andare a sollevare la Basilicata, la quale doveva essere il centro della rivoluzione, e non andò o non poté andare; ….etc…Nel rapporto che l’11 luglio il Pacifico inviò al Ministro di Grazia e Giustizia, in seguito all’interrogatorio del 9 del Nicotera, si può leggere: “Nel foglio 5 sono indicati i nomi di Giovanni Gallotti al Fortino, Venanzio Aldini, Antonio Sant’Elmo. Per le spieghe date dallo stesso Nicotera, eran quelli da cui si doveva far capo nello sbarco a Sapri”(50).”. Capone, a p. 48, nella nota (50) postillava: “(50) A.S.N., Min. Grazia e Giustizia, b. 5268, v. 7; nella stessa occasione Nicotera indicò come appartenenti a persone di Genova, molti nomi segnati nei documenti di Pisacane, e disse che Giovanni Bazigher, attaché della legazione inglese era persona cui si doveva far capo (ibiem). Sul Gallotti, v. la testimonianza di G. Fischetti (Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1857) il quale affermò che il Gallotti, alle notizie dello sbarco dei rivoltosi, fuggì a Lagonegro per non compromettersi; v. P.E. Bilotti, op. cit., p. 199.”. Devo però precisare che il testo del Fischetti non fu scritto nel 1857 come scrive Capone ma fu scritto all’epoca di Nicotera Ministro proprio per ingraziarselo. Capone, a pp. 48-49 aggiunge: “Ora in un foglio di appunti presi dal Pacifico dopo l’interrogatorio del Nicotera era scritto fra l’altro: “Dirigere le indagini verso il Barone Gallotti…Procurare di conoscere i due padulesi che andarono incontro all’orda”(52). In seguito alle indicazioni del Nicotera furono arrestati Antonio e Angelo Forte etc….”.

Nel 1857, i GALLOTTI, baroni di Sanza e di Morigerati, attendibili ma anche filoborbonici

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. Uno di essi è decurione, un altro è supplente giudiziario (entrambi hanno pratiche illecite), sicché “disgraziatamente le cariche vengono dalla detta famiglia occupate, perché oltre ai medesimi evvi d. Diomede Gallotti, figlio al supplente Sindaco e Consigliere distrettuale, e D. Gaetano 1° Eletto”. “Costoro – ribadisce in altro rapporto il sottointendente – che si arrogano il titolo di Baroni, non desiderano le cariche comunali che per esercitare un dispotismo tanto più nefando, in quanto gravita su una popolazione misera e bisognosa”. Le frodi a danno dell’amministrazione comunale, del Monte frumentario, e dell’intera popolazione erano fatti di dominio pubblico, e perciò sottoposti ad essere travisati ed esagerati con elementi fantastici. La realtà di essi però rimaneva, e non potè esimere l’autorità provinciale dall’adottare il provvedimento della destituzione del sindaco e del cancelliere comunale, del Primo Eletto d. Gaetano, nonché del decurione d. Francesco Gallotti il quale, perché si emendasse dei sui turpi vizi, fu per un breve periodo rinchiuso nel monastero di Sanza. Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Sui Gallotti di Morigerati, fino a poco tempo fa era vivente CLORINDA FLORENZANO, zia di Fausto e di Teresa Florenza (anche lei da poco scomparsa). Clorinza è stata l’ultima discendente della famiglia Gallotti di Morigerati. Clorinda ci ha lasciato il Museo Etnografico di Morigerati che nasce da una collezione privata iniziata negli anni ’60 proprio da Clorinda Florenzano con l’aiuto della sorella MODESTINA. Clorinda, insieme alle sorelle Gemma e Modestina, è ultima discendente di un’antica e nobile famiglia, quella dei baroni Gallotti.

Nel 1858, CESARE GALLOTTI, Ministro della Giustizia del Regno delle Due Sicilie 

Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; nel 1858 il concittadino Avvocato Generale Cesare Gallotti, venuto per affari personali, quando era Direttore del Ministero di Giustizia, etc…”. Dunque, Raele scriveva che l’Avvocato Generale, Cesare Gallotti (…), nel 1858, Direttore del Ministero della Giustizia del Regno delle Due Sicilie sotto il regno di Ferdinando II, era di Lagonegro e, nel 1858 si recò a Lagonegro per affari personali. Non sappiamo se i Gallotti di Lagonegro fossero imparentati con i Gallotti di Casaletto Spartano, quelli per intenderci che avranno un ruolo nello Sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane a Sapri. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 479, in proposito scriveva che: “………”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

I DE STEFANO, NOBILI DI CASALNUOVO e PARENTI DEI GALLOTTI

Sui GALLOTTI di Battaglia e Sapri ha scritto pure Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 60, che, riferendosi al movimento a Casalnuovo in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Messisi in marcia verso Padula, giunsero nel pomeriggio a Casalnuovo. Qui, come sappiamo, era già giunto Mansueto Brandi e si era subito recato dai baroni Baldassarre ed Ermenegildo De Stefano, parenti dei Gallotti, forse per sollecitarli a far causa comune coi rivoltosi. Baldassarre era il capurbano, ma, come del resto lo stesso fratello era un pusillanime.. Dunque, alle precedenti notizie anagrafiche sui Gallotti, il Cassese ci dice che il capurbano di Casalnuovo (odierno Casalbuono), BALDASSARRE DE STEFANO e suo fratello ERMENEGILDO, entrambi Baroni di Casalnuovo, erano parenti dei Gallotti. Infatti, sulla rete troviamo scritto che i feudatari di Casalnuovo (SA). Sempre Cassese, sui de Stefano di Casalnuovo, a p. 60, in proposito aggiungeva: “Baldassarre era il capurbano, ma, come del resto lo stesso fratello, era un pusillanime….Pisacane accompagnato dal Brandi si recò in casa De Stefano e dai balconi esplorò lungamente la zona col cannocchiale (34).”. Cassese, a p. 60, nella nota (34) postillava: “(34) Per gli avvenimenti di Casalnuovo v. tutta la B. 200, voll. I-XV. Il giudizio sui De Stefano è del giudice istruttore di Sala, B. 204, vol. XL, c. 26”.

I GALLOTTI E LA RISALITA DI GARIBALDI VERSO LA CAPITALE

Nel 1860, il barone Giovanni GALLOTTI nominato Maggiore nell’Esercito Meridionale e Capitano della Guardia Nazionale

Come vedremo nei prossimi saggi, i Gallotti del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e dei suoi figli maschi, SALVATORE, FILOMENO, EMANUELE ebbero un ruolo certamente importante negli avvenimenti che precedettero e seguirono l’arrivo il 3 settembre 1860 del generale Giuseppe Garibaldi. I Gallotti da sempre anti-borbonici, soprattutto nei mesi precedenti l’arrivo di Garibaldi a Sapri organizzare e tenere le fila degli aiuti e dell’organizzazione logistica nel porto di Sapri che da lì a poco diventerà un importante testa di ponte per il trasporto delle truppe nella capitale napoletana. Nel settembre del 1860, Sapri diventò un punto strategico per l’arrivo delle forze garibaldine che dalla Sicilia seguirono Garibaldi fino alla Capitale del Regno delle Due Sicilie. Poco è stato indagato su questi avvenimenti e su quei frangenti. Come poi vedremo, in seguito, i Gallotti ospitarono nel loro Palazzo di famiglia il generale Garibaldi, Agostino Bertani ed il generale Cosenz che da Sapri poi proseguirono la loro marcia e si fermarono al Fortino di Battaglia.

 

(Fig. n….) Lettera di don Giovanni Gallotti al Prefetto di Salerno – Archivio di Stato di Salerno – Gabinetto Prefettura, b. 1, f. 1

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc….”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella (….), e del suo “Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870)”, Lodi, Ellebi, 2000; oppure Amicarella Romolo, “Il Risorgimento in Basilicata. I Lucani nelle guerre di indipendenza dal 1848 al 1870″. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio, Cajazzo ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”.

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, RUSTOW, alle 16,00 pranzava ospite di don ANTONIO, in una casa posta nel mezzo del paese

Dell’arrivo di Garibaldi a Sapri vi è la testimonianza di un testimone diretto quale è stato il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow, racconta che, a Sapri, il 3 settembre 1860, alle ore 16,00, mentre  pranzava “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, etc…”. Dunque, Rustow racconta che, alle 16,00 del pomeriggio, si trovava in una casa a Sapri, “presso il mio ospite Don Antonio”. Si potrebbe pensare che Rustow avesse un ospite ma in realtà l’ospite di don Antonio era lui. Infatti, questo modo di dire era comune all’epoca. Infatti,  Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 155, riferendosi al giorno 7 settembre 1860, allorquando egli era debilitato e ferito, a Cosenza, in proposito scriveva che: “E io intanto giacevo debilitato sul mio letto in un grosso palazzo deserto, su la piazza principale, imprecando alla sorte. Il mio ospite signor Cosentini, era con la famiglia in villeggiatura, ma non mancava ogni mattina di recarsi in città per visitarmi.”. Dunque, Rustow, che si trovava a Sapri, con le brigate lasciategli da Turr, alle 16,00 pranzava a casa di un certo don Antonio. Era ospite di questo signore di Sapri, a cui probabilmente gli aveva chiesto ospitalità per acquartierarsi. Chi fosse questo don Antonio e quale e dove fosse la sua casa non possiamo dirlo. Possiamo solo dire che questa casa: “era al centro del paese”. Forse la casa dei Gallotti ? Vi era un Gallotti che si chiamava Antonio ?. In questa casa, il Rustow, racconta che: “…mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario.”. Il “rumore” che scrive Rustow non era altro che il fragore delle popolazione accorsa a vedere Garibaldi che era da poco arrivato a Sapri, approdando sulla spiaggia. Infatti, Rustow aggiungeva che (riferendosi al rumore che sentì):  Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow racconta che mente pranzava in casa di don Antonio ebbe la notizia dell’arrivo di Garibaldi sulla spiaggia di Sapri. Rustow, si recò “…immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….., mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri, …. etc….”. Rustow scriveva erroneamente “Capri”, invece che “Sapri”. L’errore non è strano in quanto Rustow, essendo magiaro (Ungherese), non conosceva nulla della storia di Sapri e, probabilmente, confuse il nome di Sapri con Capri, non sapendo dello sparco dei Trecento e di Carlo Pisacane, il quale, invece era nel cuore di Garibaldi, di Cosenz e del Bertani. Sul “don Antonio” di cui parla il Rustow, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, che a pp. 576-577 ed in proposito scriveva che: Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”.  Sulla figura di don Antonio Muraglia di Maratea, citato da Quandel-Vial (….), non abbiamo che queste notizie. Dovrebbe essere stato un papabile di Maratea visto che dette assicurazioni allo Stato Maggiore di Turr che non vi erano nella rada di Sapri legni della marina borbonica. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”.  Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il generale Giuseppe GARIBALDI con Nino BIXIO, Agostino BERTANI, MEDICI e BASSO, suo segretario particolare, furono ospitati da don GIOVANNI GALLOTTI, barone di Battaglia, con proprietà a Sapri in via Nicodemo Giudice

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore ….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, vole ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Di là il generale scrisse al Turr, informandolo del suo sbarco a Sapri ed avvisandolo che avrebbe marciato fino al Fortino con le colonne Milano e Spinazzi, dopo aver lasciato a Sapri un notevole distaccamento. Gli chiese poi dove si trovasse il generale borbonico Caldarelli e la di lui brigata (7).”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (6) postillava che: “(6) La grande affabilità, con cui il Gallotti ed altri patrioti accoglievano il Generale, rappresentava un commovente gesto, che confermava il contributo di essi alla rivoluzione.”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (7) postillava che: “(7) Era sulla strada di Lagonegro alla testa di tremila uomini, con i quali aveva già iniziata la ritirata da Cosenza per passare nelle file Garibaldine.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Dopo essere stato ospite per qualche ora del barone Giovanni Gallotti, lo stesso che nel ’57 non aveva saputo assicurare a Pisacane l’aiuto richiesto (59), etc…. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, ….Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito. …(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “A Sapri Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia, un liberale d’antica data che conobbe le galere borboniche. In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. Dunque, Garibaldi, secondo il Bertani si recò insieme a lui da Sapri a Vibonati alle 5 di mattino, il giorno 4 settembre 1860. Vuol dire che Garibaldi e gli altri sei compagni, tra cui Bertani, restano a Sapri, ospite del barone di Battaglia Giovanni Gallotti, dalle ore 14 (ora di arrivo) del 3 settembre, fino alle ore 5 del mattino del giorno 4 Settembre 1860. Sul diario del Bertani, però l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito  trascrivendo il testo del Bertani opinava che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati,  dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, secondo il Pesce, il Bertani si sbagliava scrivendo Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo “L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo Provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una sotoscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.” Un garibaldino nel suo Diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri (….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (4) postillava: “(4) Il 15 settembre, Garibaldi decretò la grazia, tra gli altri, ad Antonio Venturini condannato il 31 marzo 1850 per gli avvenimenti di Sapri e a Francesco Romano anch’esso condannato per lo stesso motivo. Successivamente, riconosciuta e provata la grave perdita che la società di navigazione a vapore Raffaele Rubattino & C. ebbe a soffrire per il sequestro del battello il ‘Cagliari’ che servì alla sventurata e patriottica impresa di Carlo Pisacane, alla stessa venne assegnata la somma di franchi 450.000 da pagarsi dalla tesoreria di Napoli in tante cartelle del debito pubblico corrispondente a detta somma. Alla stessa compagnia vennero pure assegnati 750 mila franchi, a carico per 3/4 parti dele finanze napoletane e 1/4 di quelle di Sicilia, in compenso della perdita dei battelli a vapore “Lombardo e Piemonte i quali saranno riparati in memoria dell’iniziativa del popolo italiano nella guerra d’indipendenza ed unità del 1860″. (Decreti n. 81 e 82 del 5 ottobre).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) P. Russo, Un brandello dell’Impresa dei Mille, dal Fortino ad Auletta, Grafepress, Castelcivita 2000, p. 63.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate.”Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, etc…”. Enrico Ajello (….), nel suo “Lucania 1860”, a p. 145, in proposito scriveva che: “Nella notte del tre settembre, Garibaldi con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr, seguendo aspri sentieri di montagna – “sette cavalieri e sette muli alla conquista di un regno” – scendeva a Maratea marina; di qui con una barca a vela si dirigeva a Sapri dove approdava, due ore dopo, ospite del barone Gallotti.”. E’ quasi tutto corretto ciò che dice Ajello ma devo precisare che nel gruppo, ad esempio non vi era il generale Turr. Anche Bixio – come ho detto in precedenza di sicuro non era con Garibaldi.

A SAPRI GARIBALDI OSPITE DEL BARONE GIOVANNI GALLOTTI

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, etc… (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore ….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, vole ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Etc..”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (6) postillava che: “(6) La grande affabilità, con cui il Gallotti ed altri patrioti accoglievano il Generale, rappresentava un commovente gesto, che confermava il contributo di essi alla rivoluzione.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Dopo essere stato ospite per qualche ora del barone Giovanni Gallotti, lo stesso che nel ’57 non aveva saputo assicurare a Pisacane l’aiuto richiesto (59), etc…. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, ….Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito. …(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “A Sapri Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia, un liberale d’antica data che conobbe le galere borboniche.”. Sui Gallotti e su don Giovanni Gallotti vi sono alcune notizie che riguardano la frazione di Casaletto Spartano, Battaglia, dove i Gallotti avevano delle loro proprietà. In particolare don PAOLO GALLOTTI forse parente di don Giovanni, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari.”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella (…). E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “…Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ………………, a p. 34-35, in proposito scriveva: “E in attesa degli eventi il Comitato di Napoli facea ogni sua possa agli ultimi apparecchi . Avea per mezzo de’ Magnone postato un uomo a Sapri (1); ospite primo e guida di quei che vi approdassero; ed altri altrove; affinchè per essi venisse subita notizia del disbarco a Basilicata, a Salerno , ai Valli di Diano e di Policastro. Ad accentrare e dare impulso ai lavori era ito allora in Basilicata lo Albini; e questi avea subitamente inviato in Napoli messi, guide, e carte di passo pei capi militari, che verrebbero in quella a dirigervi il moto. Una lettera del dì 9 da Genova avvisava, che da tre giorni era in mare la barca di Rosolino Pilo con armi ed armati; che al 10 partirebbero gli uffiziali ; che col prossimo piroscafo postale giungerebbe il Cosenz in Napoli; e al 13 la merce sbarcherebbe a Sapri.”. Racioppi, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(1) Lettera del Comitato a Michele Magnone del 7 giugno; – e di Magnone al Comitato dell’8, da Salerno.”. Felice Venosta (….), nel suo “Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera o la Spedizione di Sapri”, ed. Brbini, Milano, 1876, a p. 90, in proposito scriveva: “Soltanto l’oste del Fortino, eretto lungo la strada che conduce a Lagonegro (21), disse al Pisacane che un po’più avanti avrebbe trovati i compagni col barone Gallotti. Recatosi al Casino di costui trovarono un di lui figlio, il quale non solo non fece delle vaghe promesse; ma chiese se si era fatta la spedizione per conto del Murat. Quanto al barone, come seppe dello sbarco di Sapri, recavasi subito dal Sotto- Intendente di Lagonegro, e dichiarò che, essendo egli un attendibile politico, non voleva si fosse ritenuto complice. Esiste nel processo, che seguì questi fatti, un certificato di quel Sotto-Intendente in questi sensi. “Per verità il Gallotti non sapeva nulla della spedizione, non aveva promesso nulla.”.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 365, in proposito scriveva che: “Nicotera invece attribuì il maggior torto ai capi liberali del Salernitano (1), a quelli, s’intende, che non erano in carcere, ed a Fanelli. Egli che ricordava lo squallore di Sapri, l’indifferenza di Torraca e di Casalnuovo, l’ostilità di Padula, il furore di Sanza, quando nel 1860 fu libero, credette suo dovere di inveire contro il Fanelli, di chiamarlo ingannatore perchè i fatti non avevano corrisposto alle promesse contenute in una lettera-rapporto di lui e di obbligarlo ad una partita di onore, quasi per isciogliere un voto alla memoria dei caduti in Padula ed in Sanza; ma il duello, che sarebbe stato fratricida, non ebbe uogo per l’abile intervento di una giuria di uomini eminenti dal cui verdetto fu risoluta in favore dell’accusato la questione di merito e di sostanza sui fatti che gli venivano rimproverati (2).”.

Nel 3 settembre 1860, RAFFAELE GALLOTTI, figlio del barone don Giovanni, si pose al seguito di Garibaldi 

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava che: “(55) ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, riferendosi al figlio del barone don Giovanni, RAFFAELE GALLOTTI, in proposito scriveva che: “Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Dunque, Policicchio scriveva che da alcuni familiari della famiglia Gallotti (mi domando quali, visto che, oggi, dopo la morte di don Filomeno e dell’ultima sua moglie, VINCENZA RECCHIA, non erano più in vita), “la stessa godeva” (forse qui vi è un evidente errore perche Policicchio ci parla di Raffaele e quindi si riferisce alla sua vedova ?), “di una pensione a lei assegnata”.

MARIA TERESA PARASCANDOLO ed il BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE NEL SALERNITANO DEL 1860

Alcuni storici coevi hanno riportato delle interessanti notizie circa il passaggio di Garibaldi e delle sue truppe nel nostro territorio. In particolare, come vedremo alcuni storici coevi si rifanno alle notizie storiche riportate sul BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE NEL SALERNITANO DEL 1860. Da Wikipedia leggiamo che Bollettino della rivoluzione nel salernitano del 1860 (spesso citato anche come Bollettino della Rivoluzione Salernitana) è una pubblicazione periodica e ufficiale dell’epoca risorgimentale. E’ una Fonte storica: Documentava gli eventi, i proclama, le notizie militari e l’avanzata delle forze garibaldine durante la fine del Regno delle Due Sicilie. E’ Cronaca locale: Riportava i dettagli politici e amministrativi del territorio salernitano e del Vallo di Diano (come i resoconti sui comitati insurrezionali, i passaggi e le soste di Giuseppe Garibaldi e le cronache dei delegati civili e militari del governo prodittatoriale). E’ Testimonianze: Numeri specifici (come il bollettino dell’11 settembre 1860) sono conservati in archivi storici o collezioni private e descrivono i dettagli di quei giorni decisivi per l’Unità d’Italia. Infatti, Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Sul “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, dell’11 settembre 1860, posso dire che è stato pubblicato dall’Alfieri d’Evandro. Come abbiamo visto, il “Bollettino della Rivoluzione nel salernitano del 1860”, il numero dell’11 settembre 1860, è stato pubblicato da Antonio Alfieri-d’Evandro, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860”, che, a p. 40 pubblicò il Bollettino dell’11 settembre 1860, ovvero il suo riassunto degli avvenimenti accaduti a Sala Consilina. Come diceva Anna Sole (….), uno di questi Bollettini apparteneva alla famiglia PARASCANDOLO, in particolare alla dott.ssa MARIA TERESA PARASCANDOLO. La Sole scriveva che il Bollettino apparteneva alla Famiglia Gallotti, presumo il ramo di Torraca e questo Bollettino pare fosse quello dell’11 settembre 1860. Infatti, questo Bollettino della rivoluzione nel salernitano del 1860, il numero dell’11 settembre 1860, fu concesso alla studiosa Anna Sole (….)  da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Si tratta del testo di Eugenia Granito, Un popolo, uno Stato, conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, ed. Plectica, 2011. Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia GALLOTTI di Torraca, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, fu fornito dalla dott.ssa MARIA TERESA PARASCANDOLO. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140”

I GALLOTTI di Torraca e l’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca (?)

Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Sul “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, dell’11 settembre 1860, posso dire che è stato pubblicato dall’Alfieri d’Evandro. Anna Sole (….), nel suo saggio scriveva che il “bollettino”“apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi.”. Quale fosse la famiglia Gallotti famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi.”., la Sole lo dava per scontato. La Sole però aggiunge e ci parla di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane”. La Sole (….) aggiunge pure che: Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Ed è questa una notizia ancora più interessante della prima, perchè, se fosse dimostrata suffragherebbe la notizia secondo cui Garibaldi per risalire al Fortino non passò solo vicino Torraca ma si fermò a Torraca. La notizia è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, fu fornito dalla dott.ssa MARIA TERESA PARASCANDOLO. Sull’eventuale passaggio di Garibaldi da TORRACA (piccolo paese della Provincia di Salerno e non molto distante da Sapri e da Vibonati), il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua.”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’ABATE DON ANTONIO GALLOTTI che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino della Rivoluzione nel Salernitano”, (che abbiamo visto essere quello dell’11 settembre 1860), citato da Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abate Antonio Gallotti. Sull’eventuale passaggio di Garibaldi da TORRACA, alcuni storici locali hanno scritto. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Infatti, Francesco Barra (…), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, in proposito a p. 299 così scriveva che: “A Torraca vittime dei ribelli rimasero tre esponenti della famiglia Gallotti, la cui casa fu presa d’assalto, e i cui superstiti scamparono a stento al massacro cui per intera essa era stata votata gettandosi fortu­nosamente dalle finestre. Etc…”. Barra scriveva che: A capeggiare l’insurrezione borbonica nel Cilento era Antonio Guariglia. Dopo essersi impadronito a viva forza di Foria, sulle alture che dominano Capo Palinuro, Guariglia era il 19 luglio a Centola ed il 20 a Pisciotta, giungendo poi con circa 400 uomini al suo paese, etc…”. Sempre Francesco Barra (….), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, a p. 271; In., Insorgenza e brigantaggio, cit., pp. 156-157. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : A Lagonegro il maresciallo seppe che il generale Mermet, che avanzava dal Cilento con 1.500 uomini verso Policastro e Sapri, aveva dovuto ritirarsi da Policastro su Torre Orsaia, per non esporsi alle offese della squadra inglese, che incrociava minaccio­samente in prossimità della costa. Egli inviò allora in rinforzo il gene­rale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca, i cui difensori furono sorpresi e fatti a pezzi. Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabil­mente come manovra diversiva. (34) etc…”. Barra (….), a p. 304 nella sua nota (34) postillava che: 34) Roccagloriosa rimase a lungo in uno stato di profonda desolazione a causa della perdita avuta de’ più bravi individui di essa, e del sofferto incendio, come si legge in una supplica presentata dal Comune nel 1808, in Francesco Barra (…), Cronache, cit., p. 278.”. Dunque, si è visto che nel decennio francese vi furono alcuni GALLOTTI di Torraca che caddero sotto il fuoco di Rocco Stoduti, ma la Sole (…), nel suo documento ci parla di un ABATE ANTONIO GALLOTTI DI TORRACA CHE FU BASISTA DI PISACANE. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai GALLOTTI baroni di Battaglia, ed in particolare a don Giovanni Gallotti che possedeva la proprietà del Palazzo in via Nicodemo Giudice. Infatti, il “RAFFAELE GALLOTTI” di cui parla il Bilotti è riferito ad uno dei quattro figli maschi del barone don Giovanni. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Sui Gallotti di Torraca, ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 332, in proposito scriveva pure che: Un altro documento che riguarda il Grossi è il seguente: dovendo passare a matrimonio la sorella Cristina con Don Nicola Gallotti di Torraca, il padre ed il figlio Grossi intervennero nei capitoli nuziali del 19 luglio 1791 per Notar Carlo Tortorella, e dotarono alla sposa di decente appanaggio.”. Sempre il Pesce, a p. 299, in proposito scriveva pure che: “Dal matrimonio della sorella del Grossi, Cristina, con D. Nicola Gallotti, nacque a Lagonegro una figlia Giovanna, la quale sposò l’Avv. Giuseppe Picardi, nella cui discendenza è raccolta la parentela del martire cittadino.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 299, in proposito scriveva pure che: “IV. Nel 24 Febbraio 1798 era morto in patria Antonio Grossi, e fu fortuna per lui se non visse abbastanza per conoscere la infelice sorte del figlio, da cui la famiglia aspettava maggior lustro e decoro. Conservasi pure, fra gli atti del Notaio Tortorella, il testamento olografo, col quale il padre Grossi nominava erede il suo diletto figlio Cristoforo. Narrasi pure che quando, sei anni dopo, i Francesi occuparono il Regno, o per rispetto, o per salvaguardia, una sentinella fu posta avanti la casa Grossi, cui non mancò, sotto la dominazione Borbonica, persecuzione e vituperio.”. Come abbiamo visto, il “Bollettino della Rivoluzione nel salernitano del 1860”, il numero dell’11 settembre 1860, è stato pubblicato da Antonio Alfieri-d’Evandro, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860”, che, a p. 40 pubblicò il Bollettino dell’11 settembre 1860, ovvero il suo riassunto degli avvenimenti accaduti a Sala Consilina.

ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI

(Fig. n….) – Palazzo Del Vecchio, poi De Nicolellis a Vibonati

Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….).  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero  “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.

Nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, a Torraca, Garibaldi dormì in casa dell’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca ? 

Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune famiglie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.

 I GALLOTTI di Torraca e l’abate don NICOLA GALLOTTI di Torraca (?)

Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.

ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI

Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….).  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero  “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.

Il Monte “CERBARO”, la “CONTRADA CERBARO” e la “LOCALITA’ FORTINO” in agro di Battaglia, frazione di Casaletto Spartano 

 

Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi a Garibaldi che, da Vibonati, con il suo seguito partì per raggiungere il Fortino, in proposito scriveva che: “II…..ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 136, in proposito scriveva pure che: “Nella sponda opposta del fiume Noce, in direzione nord-ovest, sorge a 1169 metri il monte Cervaro, detto così evidentemente dai cervi che vi erano in altri tempi. Gli erbaggi d’esso sono in gran parte di proprietà del Comune di Lagonegro, mentre i boschi d’elci, di querce e d’ontani, e la parte seminatoriale appartengono ai privati. Il monte Cervaro è attraversato, quasi a semicerchio, dall’antica strada rotabile proveniente da Napoli, lungo la quale, verso il declivio occidentale, s’incontra la taverna del Fortino, a 778 metri d’altimetria ed a circa 9 chilometri dall’abitato di Lagonegro.…la storica taverna, oggi cadente, od alla vicina cappella di campagna. Ivi è segnato il confine fra le provincie di Basilicata  di Salerno, di cui fa parte il vicino villaggio di Battaglia del Comune di Casaletto Spartano.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “….per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Etc…”. Sul monte CERVARO, ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Al fortino di Cervara intanto i rivoltosi messi a pane ed acqua dal tavernaro Vincenzo Cioffi, non trovarono meglio da ristorare le loro forze, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “….l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, in proposito aggiungeva che: Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Alle pendici occidentali del monte Cervaro, rivestito d’elci, di ontani e di querce e tagliato a mezza costa dalla strada statale per la Calabria, sorge a 778 metri di altitudine sul livello del mare, il Fortino, piccolo gruppo di case coloniche dal colore cinerino che le fa confondere, così mimetizzate, con la natura calcarea della zona circostante. Questa piccola frazione del comune di Lagonegro dista dalla cittadina poco più di otto chilometri ed è situata in una zona elevata ben soleggiata, ma quasi brulla. Il viaggiatore che, proveniente da Napoli, giunge in automobile al valico del Fortino, nota sulla destra un piccolo spiazzo circondato da poche case rurali (le cui mura grigiastre portano i segni dei secoli e le sferzate dei venti), legge su una targa azurrina “valico del Fortino” e passa oltre, dando le ali al motore verso Lagonegro. Il Fortino non viene quasi notato nella sua romantica posizione a cavalcioni di una collina, in posizione strategica fra due valli, come una sentinella in vedetta; nessuno dei forestieri si sofferma alla piccola taverna che sa di rurale e di antico e non può certo attrarre la curiosità del viaggiatore. Eppure sul colle del Fortino di Lagonegro, nella semplicità e nella solitudine del luogo alpestre, nella cerchia verde e silenziosa dei monti Cervaro, Serralunga e Salice, su cui da lungi vigila il maestoso Sirino con la piramidale vetta corteggiata da nubi, furono prese ardue decisioni nella storia del Risorgimento.”. Sul monte CERVARO, ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Al fortino di Cervara intanto i rivoltosi messi a pane ed acqua dal tavernaro Vincenzo Cioffi, non trovarono meglio da ristorare le loro forze, etc…”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a p. 146, in proposito scriveva che: “Il “Fortino” era allora un agglomerato di alcune case coloniche, di una chiesetta e di una taverna per la “rinfrescata” dei cavalli; tre anni prima, il 2 giugno 1857, vi aveva sostato Carlo Pisacane che andava ad incontrare la morte.”.

Nel 1808, il FORTINO DEL CERVARO, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois

Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 136, in proposito scriveva pure che: “Il monte Cervaro è attraversato, quasi a semicerchio, dall’antica strada rotabile proveniente da Napoli, lungo la quale, verso il declivio occidentale, s’incontra la taverna del Fortino, a 778 metri d’altimetria ed a circa 9 chilometri dall’abitato di Lagonegro. Lì presso fu eretto, a tempo della denominazione francese, per sorvegliare la strada e lo sbocco nel golfo di Policastro, un fortino ora diruto, che ha dato il nome alla contrada, e che è rinomato per l’eccidio che vi subì, nel 1808, un distaccamento di truppe francesi, aggredite dai borbonici. Di là passò nel 29 giugno 1857, Carlo Pisacane, proveniente da Sapri, e vi si soffermò pure, nel 4 settembre 1860, nella sua marcia trionfale alla conquista del Regno di Napoli, il Generale Garibaldi, proveniente pure da Sapri, come diremo a suo luogo. …la storica taverna, oggi cadente, od alla vicina cappella di campagna. Ivi è segnato il confine fra le provincie di Basilicata  di Salerno, di cui fa parte il vicino villaggio di Battaglia del Comune di Casaletto Spartano.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).

IL “CASINO DEL BARONE GIOVANI GALLOTTI” in contrada S. Marco e Località FORTINO del Cervaro, oggi della famiglia coniugi Scotellaro-Amato

Da qualche anno laureatomi in Architettura, venivo accreditato presso diversi Tribunali come persona seria ed integerrima e venivo nominato Consulente Tecnico d’Ufficio da parte di diversi Giudici, in diversi procedimenti giudiziari civili e penali. Nel 1997, venni designato dal Pretore di Sapri – che all’epoca dipendeva dal Tribunale di Sala Consilina – quale C.T.U., nella Causa civile di divisione tra i Sig.ri coniugi Scotellaro e Amato Giuseppe (attore) contro i sig.ri germani COLOMBO Mario, Nicola, Maria e Antonietta (convenuti) per “accertare l’esatta delimitazione dei confini” delle loro adiacenti proprietà (Esecuzione imm. n. 660/97 R.G.E.). Le proprietà dei signori si trovavano nella “Contrada Cervaro”, in “Località Fortino”, in agro di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano. In occasione dello svolgimento delle operazioni peritali e delle relative operazioni di rito – di cui ero stato incaricato –  mi accorsi che tra le proprietà dei sig.ri COLOMBO vi era anche il fabbricato che gli storici hanno chiamato “TAVERNA DEL FORTINO”. La “Taverna del Fortino” è un piccolo fabbricato (particella n. 123) distinta nel Catasto fabbricati, al Foglio 26, del Comune di Casaletto Spartano, che peraltro risultava punto di riferimento fisso per le misurazioni di rito e dovute. Il fabbricato denominato “Taverna del Fortino”, era ed è un edificio simile ad un rettangolo, con tetto a capanna, tipico casolare di campagna. Questo fabbricato si trova disposto lungo la strada che all’epoca di Pisacane era detta “Strada per le Calabrie”, oggi chiamata SS. 19. La “Taverna” –  all’epoca di Pisacane il suo “tavernaro si chiamava CIOFFI” e che all’epoca di Garibaldi era di proprietà del Barone don PAOLO GALLOTTI, figlio di CARLO e nipote del barone don GIOVANNI GALLOTTI, che possedeva, nei pressi, un altro fabbricato chiamato “casino del barone Gallotti. Non molto distante dal fabbricato denominato “Taverna” vi è una piccola chiesetta o cappella di campagna. Dalla SS. 19, scende una strada in declivio a valle chiamata “strada Comunale Montagna”., che porta in “località S. Marco (vedi Bilotti), dove si trova un altro piccolo fabbricato e relative pertinenze (la particella n. 128), distinta nel Catasto fabbricati, al Foglio 26, del Comune di Casaletto Spartano, che, in una mia mappa ho segnato essere la proprietà denominata “Casino del Barone Gallotti” e, “Abitazione dei sig.ri Scotellaro – Amato”, gli attori della Causa civile. Dagli Atti pubblici risulta che “…esiste solo il fascicolo tra il barone Giuseppe Gallotti ed i coniugi Amato-Scotellaro”, redatto dal notaio Carlo Tortorella del 22.02.1978 in cui i coniugi Scotellaro-Amato acquistavano dal barone don GIUSEPPE GALLOTTI, forse nipote erede del barone don GIOVANNI GALLOTTI (di Battaglia e Sapri). I coniugi Scotellaro-Amato acquistavano da don Giuseppe Gallotti, il fondo con “cascinale denominato casino del barone Gallotti”, in mappa catastale, catasto Fabbricati del Comune di Casaletto Spartano è distinto con la Particella n. 128, foglio n. 26. Nell’Atto pubblico del Notaio Tortorella, del 1978, Rogito stipulato in favore dei coniugi Scotellaro-Amato, si evince che il fondo “oggetto di acquisto”, costituito dalle particelle 120/b, 121/b, 122/b, 126, 127, 128, 129, 130, 131, 132 e 125. Questo fondo dovrebbe essere il fondo del Casino del Barone Gallotti ed era posto nei pressi del “Vallone del sorgitore”. Dalla SS. 19, scende una strada in declivio a valle chiamata “strada Comunale Montagna”., che porta in “Località S. Marco (vedi Bilotti), dove si trova un altro piccolo fabbricato e relative pertinenze (la particella n. 128), distinta nel Catasto fabbricati, al Foglio 26, del Comune di Casaletto Spartano, che, in una mia mappa ho segnato essere la proprietà denominata “Casino del Barone Gallotti” e, “Abitazione dei sig.ri Scotellaro – Amato”, gli attori della Causa civile. In questo atto, in catasto, viene inserito il nome di Colombo Nicola o suoi eredi. Dalla particella n. 132 acquistata dai coniugi Amato-Scotellaro confina “per un tratto dal viottolo che attualmente porta all’abitazione del sig. Amato già casino del Barone Gallotti”. Dunque, dal 1978 il casino del barone don GIOVANNI GALLOTTI, verrà alienato da don GIUSEPPE GALLOTTI (forse un figlio di uno dei figli del barone don Giovanni) in favore dei coniugi AMATO-SCOTELLARO, mentre invece, i COLOMBO diverranno proprietari della Taverna del Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, parlando di Pisacane al Fortino, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, etc… (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Sulla “Villa” al Fortino, ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri. Sulla “Villa” o “Casino” dei Gallotti al Fortino si hanno diverse testimonianze. E’ una proprietà che si trova al Fortino ma è distante dalla Taverna. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”.

LA “TAVERNA DEL FORTINO” DEL CERVARO

La “TAVERNA DEL FORTINO”, in “Contrada Cerbaro”, in “Località “Fortino”, in agro di Battaglia, frazione (oggi) di Casaletto Spartano oggi dei COLOMBO

(Fig. n….) – Immagine della località e della Taverna del Fortino, tratte dal sito satellitale Google maps

Da qualche anno laureatomi in Architettura, venivo accreditato presso diversi Tribunali come persona seria ed integerrima e venivo nominato Consulente Tecnico d’Ufficio da parte di diversi Giudici, in diversi procedimenti giudiziari civili e penali. Nel 1997, venni designato dal Pretore di Sapri – che all’epoca dipendeva dal Tribunale di Sala Consilina – quale C.T.U., nella Causa civile di divisione tra i Sig.ri coniugi Scotellaro e Amato Giuseppe (attore) contro i sig.ri germani COLOMBO Mario, Nicola, Maria e Antonietta (convenuti) per “accertare l’esatta delimitazione dei confini” delle loro adiacenti proprietà (Esecuzione imm. n. 660/97 R.G.E.). Le proprietà dei signori si trovavano nella “Contrada Cervaro”, in “Località Fortino”, in agro di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano. In occasione dello svolgimento delle operazioni peritali e delle relative operazioni di rito – di cui ero stato incaricato –  mi accorsi che tra le proprietà dei sig.ri COLOMBO vi era anche il fabbricato che gli storici hanno chiamato “TAVERNA DEL FORTINO”. La “Taverna del Fortino” è un piccolo fabbricato (particella n. 123) distinta nel Catasto fabbricati, al Foglio 26, del Comune di Casaletto Spartano, che peraltro risultava punto di riferimento fisso per le misurazioni di rito e dovute. Il fabbricato denominato “Taverna del Fortino”, era ed è un edificio simile ad un rettangolo, con tetto a capanna, tipico casolare di campagna. Questo fabbricato si trova disposto lungo la strada che all’epoca di Pisacane era detta “Strada per le Calabrie”, oggi chiamata SS. 19. La “Taverna” –  all’epoca di Pisacane il suo “tavernaro si chiamava CIOFFI” e che all’epoca di Garibaldi era di proprietà del Barone don PAOLO GALLOTTI, figlio di CARLO e nipote del barone don GIOVANNI GALLOTTI, che possedeva, nei pressi, un altro fabbricato chiamato “casino del barone Gallotti. Non molto distante dal fabbricato denominato “Taverna” vi è una piccola chiesetta o cappella di campagna. Il fabbricato denominato “Taverna del Fortino”, era ed è un edificio simile ad un rettangolo, con tetto a capanna e si trovava disposto lungo la Strada che all’epoca di Pisacane era detta “Strada per le Calabrie”, oggi chiamata SS. 19. La “Taverna” –  all’epoca di Pisacane il suo “tavernaro si chiamava CIOFFI” e che all’epoca di Garibaldi era di proprietà del Barone don PAOLO GALLOTTI, figlio del Barone CARLO e nipote del barone don GIOVANNI. La “Taverna del Fortino”, fu acquistata nel 1914 dai COLOMBO. Dagli Atti pubblici risulta “esiste solo il fascicolo tra il barone Giuseppe Gallotti ed i coniugi Amato-Scotellaro”, ed esiste un Atto Pubblico, Rogito rogato dal Notaio Autuori, del 19/02/1914, in cui, il fondo di acquisto era costituito dalle particelle 123 e 124 del foglio 26. Il Rogito era in favore dei sig. COLOMBO che acquistavano la “Taverna del Fortino”, dal barone don PAOLO GALLOTTI, figlio del barone don CARLO e nipote del don GIOVANNI. I COLOMBO, invece, dal 1914 diverranno proprietari della Taverna del Fortino. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio biglardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”.

(Fig. n….) – Stralcio planimetrico del foglio di mappa Catasto Urbano Comune di Casaletto Spartano, località Fortino, fg. 26

Nel 29 giugno, 1857, Pisacane ed i Trecento arrivarono in Località “Fortino del Cervaro” e sostarono alla “TAVERNA DEL FORTINO” 

(Fig. n….) – Foto della località e della Taverna del Fortino, tratte dal testo di P. E. Bilotti (….) e dal testo di Guida (….)

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.  Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino…in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 136, in proposito scriveva pure che: “….dall’antica strada rotabile proveniente da Napoli, lungo la quale, verso il declivio occidentale, s’incontra la taverna del Fortino, a 778 metri d’altimetria ed a circa 9 chilometri dall’abitato di Lagonegro.…la storica taverna, oggi cadente, od alla vicina cappella di campagna. Ivi è segnato il confine fra le provincie di Basilicata  di Salerno, di cui fa parte il vicino villaggio di Battaglia del Comune di Casaletto Spartano.”. Sul monte CERVARO, ha scritto Gaetani Fischetti (….), nel suo “Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti giudice allora di quel Circondario”, Prop. Letteraria, 1877, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Al fortino di Cervara intanto i rivoltosi messi a pane ed acqua dal tavernaro Vincenzo Cioffi, non trovarono meglio da ristorare le loro forze, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “….l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, in proposito aggiungeva che: Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”.

DON PAOLO GALLOTTI proprietario della “TAVERNA DEL FORTINO DEL CERVARO” ai tempi di Garibaldi

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Sul barone don PAOLO GALLOTTI – figlio di Carlo Gallotti e nipote di don Giovanni Gallotti, ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, etc…”. Policicchio, riferendosi sempre a don Paolo Gallotti, sulla scorta dell’avv. Carlo Pesce (….) aggiungeva pure che: “…anche se “nel 1848 fu in compagnia del Capo Urbano di Tortorella e Morigerati, onde opporsi all’invasione Cilentana, nella sommossa”, fu compreso tra gli attendibili politici di 3° classe perché “concessa la Cotituzione, esultò al pari degli altri, ma senza eccedere. Partì per Napoli, ed ivi si trattenne qualche tempo. Ritornato in patria, ha serbato regolare condotta” (57). Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (57) postillava: “(57) Dal Giudice Regio di Vibonati, in maggio 1857, gli fu rilasciata carta di passaggio per Salerno col consueto obbligo di portarsi, all’arrivo, presso il Commissario di polizia del capoluogo. Quando vi giunse, il primo giugno, nel sottoporre la carta a vidimazione, domandò di potersi portare a Napoli con la stessa carta. Ivi, b. 31, f. 32,38.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio scriveva che: Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio postillava dell’aneddoto riportato dall’Avv. Carlo Pesce. Infatti, Pesce scriveva che PAOLO GALLOTTI di Carlo e nipote del baronone di Bataglia, don Giovanni Gallotti, “seppe ben attendere ai doveri di ospitalità verso la gloriosa comitiva”. Sempre su don Paolo Gallotti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 332, in proposito scriveva pure che: Dopo del francese Laboulinier fu nominato Sotto Intendente di Lagonegro l’Italiano Cassito, e per parecchio tempo ne ebbe le funzioni il Consigliere Distrettuale D. Paolo dei Baroni Gallotti. Per alcuni anni fu Comandante di Piazza il famoso Colonnello Amati di Amantea.”. Dunque, il Pesce ricorda che durante il decennio francese il barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI era Consigliere Distrettuale di Lagonegro e ricoprì la carica vacante di Sotto Intendente. Pesce scriveva che a quel tempo la Teverna del Fortino era di proprietà di Paolo Gallotti. In seguito diverrà di proprietà dei COLOMBO che l’acquisteranno dal nipote di don Giovanni Gallotti, don PAOLO GALLOTTI di Carlo. Infatti, nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino….l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei COLOMBO sono i proprietari dell’immobile, del fabbricato oggi denoinato “Taverna del Fortino”. I Colombo acquistarono dal barone di Battaglia don PAOLO GALLOTTI, figlio di CARLO GALLOTTI e nipote del barone don Giovanni Gallotti.  ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, etc…”. Su don PAOLO GALLOTTI, figlio di CARLO, posso aggiungere che, nel 1997, in occasione di un incarico in cui venni designato dal Pretore di Sapri – che all’epoca dipendeva dal Tribunale di Sala Consilina – quale C.T.U., nella Causa civile di divisione tra i Sig.ri coniugi Scotellaro e Amato Giuseppe (attore) contro i sig.ri germani COLOMBO (Esecuzione imm. n. 660/97 R.G.E.), nel svolgere tutti gli accertamenti di rito rinvenni l’Atto Pubblico, Rogito rogato dal Notaio Autuori, del 19/02/1914, in cui, il fondo di acquisto era costituito dalle particelle 123 e 124 del foglio 26. Il Rogito era in favore dei sig. COLOMBO che acquistavano la “Taverna del Fortino”, dal barone don PAOLO GALLOTTI, figlio del barone don CARLO e nipote del don GIOVANNI. Il Rogito è del 1914, sebbene nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, riferendosi alla “Salumeria Colombo” che è una stanza del fabbricato detto “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva: l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna etc..”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911.

Nel 4 settembre 1860, la “TAVERNA DEL FORTINO DEL CERVARO” di proprietà del barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “….quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “….offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, etc…”. Pesce, nel parlare dello storico edificio, al tempo “Taverna” o “Osteria”, oggi salumeria e bar dei Colombo, aggiungeva che: “….valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi.”. Stessa cosa Pesce (….) scriveva nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”. Dunque, il Pesce cita la descrizione che Agostino Bertani ci lasciò dello storico incontro – in quella taverna – e della storica decisione di Garibaldi di non aderire alla richiesta di annessione inviata dal de Pretis. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Etc….. Bertani, nel suo racconto, a p. 73 aggiungeva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “ ….“La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Riguardo la Taverna del Fortino, ai tempi del passaggio di Garibaldi, nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia.”. Sempre il Finelli, argutamente argomenta che: Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Finelli, sulla scorta del Pesce – credo- scriveva che Garibaldi riposò nella “stanza-bunker” che ha una feritoia “che dà sull’ingresso del locale” – dice lui – “per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi”.

Nel 4 settembre 1860, GARIBALDI arrivato al Fortino del Cervaro, si fermò e fu ricevuto nella “Taverna” del barone don PAOLO GALLOTTI proprietario dell’edificio

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, etc…”. Policicchio, riferendosi sempre a don Paolo Gallotti, sulla scorta dell’avv. Carlo Pesce (….) aggiungeva pure che: Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio scriveva che: Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Pesce prosegue descrivendo il “rozzo” edificio della “Taverna” – di cui ho parlato – e cita il racconto di Agostino Bertani che rivelò i retroscena di quell’improvvisato “Consiglio di guerra” che si tenne nell’edificio di campagna. Pesce, prosegue pure e rivela un altro aneddoto sul barone don Paolo Gallotti, proprietario della storica Taverna. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, etc…”. Pesce ricorda che in occasione della venuta di Garibaldi in località Fortino di Cervara, Garibaldi ed il suo seguito ricevettero dai cittadini del posto “cibarie” varie – prodotti caseari del posto – mentre,  nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Etc…”. Dunque, Agostino Bertani racconta e testimoniava che, la proprietà della Taverna – che ospitò Garibaldi ed il suo seguito: “….contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; Etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, Pesce raccontava che i Gallotti conservavano la “grossa seggiola a spalliera” – che loro possedevano nella stanza dell’antico e rustico edificio della Taverna – su cui Garibaldi si sedette per riposare “in quella breve sosta”. Sempre sul don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni Gallotti di Sapri, Pesce, continuando il suo racconto sull’arrivo di Garibaldi in località Fortino di Cervaro: Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “ ….“La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Riguardo la Taverna del Fortino, ai tempi del passaggio di Garibaldi, nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia.”. Sempre il Finelli, argutamente argomenta che: Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Finelli, sulla scorta del Pesce – credo- scriveva che Garibaldi riposò nella “stanza-bunker” che ha una feritoia “che dà sull’ingresso del locale” – dice lui – “per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi”.

LA LAPIDE COMMEMORATIVA DELLO STORICO PASSAGGIO AL FORTINO

(Fig. n….) – Lapide commemorativa apposta sulla Taverna del Fortino del Cervaro fatta apporre dal Consiglio Provinciale – foto tratta dal Bilotti (….)

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.

Nel Settembre 1860, gli Atti deliberativi dei MUNICIPI per l’adesione al Governo Unitario Nazionale del Re del Piemonte Vittorio Emanuele II 

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. A Buonabitacolo “il collegio decurionale” così scrisse nella deliberazione di adesione: “…con voti unanimi…solennemente stabilisce di aderire al governo nazionale di Vittorio Emanuele II re d’Italia…”(104); e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosiinterprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale acclamando Re Vittorio Emanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(105). A Montesano “numerosissimo popolo cantò “con un entusiasmo indscrivibile l’inno ambrosiano” e così San Rufo (dove si registrarono “generali esternazioni di straordinaria gioia”), a Torre Orsaia (grande entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo furono in pratica riaffermati e sanciti col plebiscito del 21 d’ottobre, in virtù etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, a p. 359, nella nota (104) postillava: “(104) E. Giudice, Storia civile e religiosa ecc.., p. 45 “. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Non mancarono casi di avversine al nuovo governo (a Buccino, Maiori, Scafati, Baronisi, Eboli, Campagna). Ivi, p. 23 sg.”. Fusco, a p. 359, nella nota (107) postillava: “M. Montesano, Partiti politici e plebisito a Napolie nelle provincie meridionali nel 1860, in “Arch. Storico per le Provincie Napoletane”, a. IV, quarta serie, 1966, pp. 64-66″. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Riguardo la Circolare citata dal Fusco, Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai cmmissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 175, in proposito scriveva che: “Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda. All’avanzata delle Camicie Rosse, sostenute dai contadini e da da parte della borghesia, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 169, in proposito scriveva: Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuov governoe numerose le manifestazioni digiubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.” Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954.

Nel 14 Settembre 1860, l’atto deliberativo del MUNICIPIO DI SAPRI per l’adesione al Governo Unitario di Vittorio Emanuele II 

(Fig. n….) Lettera di don Giovanni Gallotti al Prefetto di Salerno – Archivio di Stato di Salerno – Gabinetto Prefettura, b. 1, f. 1

Riguardo gli Atti promulgati dalle giunte Decurionali dei Municipi all’epoca ed in particolare del Municipio di Sapri si ha notizia da Rita Tagliè. Il Capitano della Guardia Nazionale del Distretto o del Circondario, Giovanni Gallotti di Sapri, il barone Gallotti di Casaletto Spartano – Fortino, il 22 settembre 1860 scriveva una lettera, pubblicata dalla Tagliè, e conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto Prefettura, dove si giustificava per il ritardo nella comunicazione dell’adesione del Municipio e del Decurionato di Sapri al Governo Unitario del Regno d’Italia e a Vittorio Emanuele II. La lettera, che il Gallotti inviava al Governatore della Provincia di Salerno, è firmata anche dall’allora Sindaco di Sapri.  L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. La notizia dell’“Atto di adesione del Comune di Sapri al nuovo Regno”, è riportata anche da Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti.”. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum etc…”. Roberto Parrella (….), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica al’iniziativa garibaldina”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torreorsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigeni un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella, a p. 22, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del giudice regio, 15 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (24) postillava: “(24) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del capitano della Guardia Nazionale, 16 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (25) postillava: “(25) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 22 settembre 1860.”. Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. La notizia della lettera del Gallotti inviata il 22 settembre 1860 è confermata da Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: “A Sapri l’atto deliberativo del Municipio per l’adesione al Governo Unitario fu sottoscritto il 14 settembre.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: In quella circostanza, curiosità, Sapri mutò anche la numerazione del protocollo. L’atto assunse il n. 1 di spedizione. Ma, presso la sede del Sotto Governatore non giunse e, il 24 successivo, dal sindaco, il Sotto Governatore fu assicurato d’averlo spedito in triplice copia e che un eventuale reclamo andava avanzato alla Direzione Postale (6). In ogni caso: “mi onoro farvene arrivare altre copie.”. Policicchio, a p. 171, nella nota (6) postillava: “(6) Il Direttore dell’ufficio primario delle poste di Casalbuono, traslocando a Sala, in questi termini si congedava dal Sindaco e cittadinanza di Vibonati il 17 novembre 1861: “Parto sapendo di non aver dispiaciuto in qualche riscontro, la sua gentil persona, e cotesti Patrioti, poiché per mia fortuna veruna doglianza fin’ora mi è arrivata”. ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati) b. 14, f. VI (categoria: Governo dal 1860 al 1865).”. La notizia venne riportata anche da Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”. Felice Fusco, scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”.

Nel 15, 16 e 17 settembre 1860, a Sapri si fecero tre giorni di festa ed il barone don GIOVANNI GALLOTTI offrì un pranzo per i Sapresi indigenti

Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti.”. Inoltre, la Tagliè, a p. 174 aggiungeva sui Gallotti a Sapri che: E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Sui tre giorni di festa tenutisi a Sapri, in seguito al passaggio di Garibaldi ed al ruolo, sempre più mortificato e bistrattato che tenne il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Roberto Parrella (….), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica al’iniziativa garibaldina”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torreorsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigeni un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella, a p. 22, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del giudice regio, 15 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (24) postillava: “(24) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del capitano della Guardia Nazionale, 16 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (25) postillava: “(25) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 22 settembre 1860.”. Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigenti un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Sal\erno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava il testo dell’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Policicchio continua trascrivendo la lettera del Gallotti che scriveva al Governatore sulla festa tenutasi a Sapri nei tre giorni del 15, 16 e 17 settembre 1860:  “Esse sono state celebrate col massimo entusiasmo di gioja, allegrezza, spari, colpi di cannone, toselli eretti all’invitto Vittorio Emanuele, e ‘l Dittatore Garibaldi nella Piazza, toselli ornati con ricche ceri, e Musica. La Chiesa illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi che la miravano, soprattutto un’allucuzione di entusiastica favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi. Applausi immensi. Etc…”. Il Capitano Giovanni Gallotti scriveva al Governatore che nei tre giorni di festeggiamenti, la Chiesa madre dell’Immacolata Concezione, nell’attuale piazza del Plebiscito a Sapri era “illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi etc…” e aggiungeva “…favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi.”. Aggiungeva pure il Gallotti che: “….Diè compimento al fausto giorno un lauto banchetto ordinato dalla filantropia del Capitano Nazionale Barone Gallotti, che dava agli indigeni, venendo assisto dal d° Tenente Monaco, e situati innanzi ai detti Toselli era bello il vedere ed il sentire il grido di quei tutti, nel mentre che gustavano del pranzo Viva Italia una, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi, nonché accorse da Vibonati il Giudice Regio D. Francesco Saverio Cajazzo, che fece cerchio con la G° Nle e l’ammonì sulle nobili ideee di condotta.”. Dunque, il Gallotti diede pubblica lode al giudice del Circondario Francesco Saverio Cajazzo che dice essere venuto e accorso da Vibonati, sede del suo Ufficio e che in Piazza “fece cerchio con la Guardia Nazionale di Sapri e del Circondario”.

Nel 15, 15 e 17 settembre 1860, SALVATORE GALLOTTI, figlio del barone di Battaglia Giovanni Gallotti (Capitano della Guardia Nazionale), Avvovato

Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, scriveva che secondo il rapporto del Sindaco di Sapri, Francesco Gaetani che il 22 settembre inviò al Governatore della Provincia di Salerno, in occasione dei tre giorni di festeggiamenti tenutisi a Sapri, il 15, 16 e 17 settembre 1860, nel rapporto vi è scritto che: “….al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”.”. Eugenia Granito (….), nel suo “Un popolo uno Stato – Conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, Archivio di Stato di Salerno – Catalogo della mostra marzo dicembre 2011, ed. Plectica, 2012, a a p. 126, in proposito aggiungeva che: “….Salvatore Gallotti, soprannominato il “Nerone di Sapri”, pretendeva di “esigere non solo il dazio sui generi che rimanevano in Sapri, ma anche su qualli che, sbarcati in Sapri, venivano inviati a Lagonegro, Lauria ed in altri paesi.”.”.

Nel 1861, Sapri, i GALLOTTI e Giovanni NICOTERA

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.Dunque, il sacerdote Luigi Tancredi scriveva che don FILOMENO GALLOTTI fu il 16° Sindaco del Comune di Sapri (SA) e lo divenne nel 1880. Secondo il Policicchio, invece, la carica di Sindaco l’assunse nel 1878 fino al 1905. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, riferendosi al figlio del barone don Giovanni, RAFFAELE GALLOTTI, in proposito scriveva che: “Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Dunque, Policicchio scriveva che da alcuni familiari della famiglia Gallotti (mi domando quali, visto che, oggi, dopo la morte di don Filomeno e dell’ultima sua moglie, VINCENZA RECCHIA, non erano più in vita), “la stessa godeva” (forse qui vi è un evidente errore perche Policicchio ci parla di Raffaele e quindi si riferisce alla sua vedova ?), “di una pensione a lei assegnata”.  Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque Policicchio scriveva che don FILOMENO GALLOTTI: “..rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.

Nel 1861, il Processo nuovamente istruito per l’uccisione di COSTABILE CARDUCCI

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “VIII. Il processo intanto si trascinava a stento fra continue sentenze preparatorie e rinvìi. Non si aveva il coraggio di assolvere e molto meno di mandare gli imputati a giudizio. La sorte dei due giudici e dei due procuratori generali era un eloquente monito ! Una sentenza della Gran Corte criminale di Potenza del 25 novembre 1851 ordinò un prosieguo d’istruttoria. Per ordine segreto o per tacita intelligenza si abbandonarono gli atti, il processo venne messo a dormire, e dormì lungamente, nella polvere degli archivii di Lagonegro e di Potenza fino a la caduta dei Borboni. Venuti i nuovi tempi si senti finalmente il dovere di non lasciare ancora impunite tante scelleraggini. Il procuratore generale della Gran Corte di Potenza ordinava, nel gennaio 1861, al giudice Arcieri del tribunale di Lagonegro di esaurire l’istruttoria. Molti dei colpevoli erano morti durante il lungo intervallo; altri, a la prima notizia della ripresa degli atti, fuggirono a l’estero. Dopo una nuova istruzione assai laboriosa la sezione di accusa di Potenza, con decisione del 16 gennaio 1854, respinta l’eccezione di prescrizione, rinviò a giudizio ben cinquantuno individui tutti contumaci. Varii giudizi ebbero luogo secondo che si arrestava qualcuno degli imputati. La Corte di Assise di Potenza presieduta da Rocco Positano assolveva, in seguito a verdetto dei giurati, il 38 gennaio 1865 G. B. Florenzano e Giuseppe Faraco, condannava invece ad anni cinque di reclusione, ritenendo la complicità non necessaria Francesco Florenzano, Salvatore CaiTano e Giovanni Limongi. Successivamente la stessa Corte dichiarò prescritta l’azione contro; Michele Tedeschi e Giuseppe Bello, assolse Giovanni Brando e condannò Giovanni Alascio a sei anni di reclusione. In altri giudizi assolveva il 17 giugno 1878 Fortunato Timpanelli ed il 28 luglio 1879 Giuseppe Gallotti. La Corte di Assise di Lagonegro invece condannava il 20 aprile 1882 Sabato Calderaro a tre anni di reclusione: ma la Corte di Cassazione di Napoli annullava la sentenza ritenendo prescritta l’azione. Le pratiche fatte dal governo italiano per l’estradizione di altri imputati riuscirono infruttuose. Per impedire la prescrizione si procedette in contumacia. La Corte di Assise di Lagonegro, il 13 maggio 1883, condannò undici degli imputati a la pena dei lavori forzati a vita: ma tale condanna non ebbe alcun eftetto perchè nessuno dei condannati subì la pena. Cosi per malvagie arti mancò la pena al truce assassinio di Costabile Calducci. Qual doloroso destino il suo! Lunghi anni di congiure e di pericoli,
quindi un trionfo rapido e fugace, poi disperate battaglie, ed una morte più crudele di ogni supplizio. Le sue spoglie, trascinate fra dirupi, insepolte per varii giorni, ebbero quiete alfine in una povera fossa ancora, dopo sessanta anni, non coperta da una pietra che ricordi il suo nome. Mentre i poveri figli gemevano nella miseria, mentre esultavano nella reggia e spadroneggiavano nelle piazze gli autori di tanta scelleragine, su la vittima scendeva rapido e profondo l’oblio. Ma dovrà pure sorgere un giorno in cui la sua città natale, non più immemore ed ingiusta, raccolga con onore i miseri avanzi. Dispersa è per sempre l’eco degli inni festanti, con cui un popolo lo accolse un dì trionfatore, ma aleggeranno intorno a la sua tomba la pietà e la gratitudine, ispiratrici di nobili ardimenti e di generosi sacrifici. Purificata e redenta da l’atroce espiazione rifulgerà sacra la memoria del cospiratore e del combattente !.”
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Nel 1861, SAPRI, Comune del Regno d’Italia

(Fig. n….) – Dipinto olio su tela di Sapri nel periodo pre-Unitario

Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1924, durante il Regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, nel 1924 il mandamento fu trasferito a Sapri fino al 1927 anno della sua soppressione appartenente al Circondario di Sala Consilina. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 92, in proposito scriveva: “2) Le costituite amministrazioni comunali. E per i Comuni cosa fu deciso? Dopo aver provveduto alla disciplina e alla riorganizzazione delle provincie, si dispose la formazione del Consiglio Comunale di ogni singolo paese. Come fu fatto per la scelta dei deputati, così venne eseguito per quella dei componenti del Consiglio di ciascun comune. La data delle elezione era fissata dal Prefetto della Provincia, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno. Alla votazione partecipavano gli elettori residenti nel comune che erano già segnati nelle apposite liste e per la cultura e per il censo. Nel seno del Consiglio veniva scelto il Sindaco con i componenti la giunta comunale, che coadiuvava il Sindaco nell’amministrazione. La scelta del Sindaco veniva fatta dal Re per quei comuni con popolazione inferiore a 4.000 abitanti. Per quelli superiori a tale numero provvedeva ciascun consiglio comunale, scegliendo tra i suoi componenti stessi.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 94, in proposito scriveva: Il Pani Rossi affermò che l’ignoranza totale del popolo portò a soprusi ed a pateggiamenti in tutti i comuni e prevalsero sempre tutti quelli che per bramosia di vendetta, insinuanti ed ingordi, si impossessarono degli Uffici comunali come beni personali.”

Nel 3 luglio 1861, don Paolo GALLOTTI, figlio di Carlo e nipote del barone Giovanni fu proclamato Consigliere Provinciale

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settantenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, paternità Giacomoantonio, età 55, Legale, Vibonati, rendit. 268,12; Demarco Felice, di Domenico, età 55, Dr. Fisico, di Tortorella, rendita 151; Perazzo Pietro Paolo, di Carmine, età 65, legale, di Torraca; 2° Terna: De Petrinis Giuseppe, di Domenico, età 46 possidente, di Sala, rendita 2000; Gallotti Paolo, di Carlo, età 38, possidente, di Casaletto, rendita 125; Falcone Domenico, di Felice, età 44, possidente, di Sala, rendita 250.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di etcc…”. Dunque, Policicchio scriveva che don Paolo Gallotti (uno dei figli di don Giovanni Gallotti, barone di Battaglia), in occasione delle elezioni del Consiglio Provinciale, il 3 luglio 1861 (“nel periodo del Governatorato”) fu proclamato Consigliere provinciale eletto nel Mandamento di Vibonati del Circondario di Sala Consilina. Policicchio scrive pure che il comune di Vibonati, l’8 agosto 1860 deliberò e propose la tera di candidati a detta elezione: Pugliesi (probabilmente Pugliese) Vincenzo ecc..”.

Dal 1867 al 1872, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone Giovanni fu ESATTORE DEL COMUNE DI SAPRI

(Fig. n…..) – Ritratto del barone don Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri – olio su tela (1882) – conservato al Comune di Sapri – foto Attanasio

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Dunque, don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco del Comune di Sapri fino al 1895, data nella quale divenne sindaco l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti dei Gallotti di Piazza Plebiscito. Ma, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, ….Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, il Policicchio – da poco scomparso – scriveva che don Filomeno Gallotti rivestì la carica di Sindaco di Sapri fino al 1905. Ma, credo però che Policicchio si sbagliasse perchè nel 1905 divenne Sindaco di Sapri l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti di Piazza del Plebiscito. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Etc..”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Leone e Stancati (….), a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “16) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. FILOMENO GALLOTTI eletto Sindaco nel 1880 e rimase in carica fino al 17° Sindaco, ovvero fino al 1895 quando fu eletto Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti – che apparteneva ad un altro ramo dei Gallotti – quelli che io distinguo con i Gallotti di Piazza Plebiscito. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 –  Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895. Questo stesso identico nome, Nicola Gallotti, ricorre poi ufficialmente come Sindaco ed Ufficiale dello Stato Civile di Sapri nel 1838, e compare nuovamente nella celebre lista del disarmo della Guardia Urbana del 1857 insieme a Raffaele, Filomeno, Francesco e Diomede. Su don FILOMENO GALLOTTI Esattore del Comune di Sapri, Eugenia Granito (….), nel suo “Un popolo uno Stato – Conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, Archivio di Stato di Salerno – Catalogo della mostra marzo dicembre 2011, ed. Plectica, 2012, a p. 126, riferendosi ad un documento del 1860, in proposito aggiungeva che: Filomeno Gallotti, esattore fondiario, “ha disimpegnato tale carica infamemente e svergognatamente, facendosi con minacce e prepotentemente pagare da queste infelici donne due volte la fondiaria, usando l’accorgimento di non rilasciare loro ricevo”. “In una parola – conclude il delegato di P.S. – quasi tutta la classe infima di qui è stata prepotentemente rubata, vessata e minacciata da’ Gallotti”.”.

Nel 1867 muore Biagio Palamolla e FRANCESCO PALAMOLLA diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolorosa pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.

I GALLOTTI A SAPRI DOPO L’UNITA’ D’ITALIA

(Fig. n….) – Lettera nota del delegato di P.S. di Sapri al sottoprefetto di Sala del 29 maggio 1860 – conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, b. 7, f.lo 39

Eugenia Granito (….), nel suo “Un popolo uno Stato – Conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, Archivio di Stato di Salerno – Catalogo della mostra marzo dicembre 2011, ed. Plectica, 2012, a p. 114-115, in proposito scriveva che: “Gli strali del clero si appuntavano contro le nuove amministrazioni liberali: a Cava si era costituita una società segreta di sacerdoti etc…(52). E’ a dire che la nuova classe dirigente non sempre dava prova di correttezza nella gestione delle amministrazioni locali. Talora chi nel vecchio ordine politico era stato oggetto di persecuzioni per le sue idee, una volta asceso al potere, non si rivelò migliore dei suoi persecutori. E’ il caso dei Gallotti che, dopo i moti del Quarantotto, avevano conosciuto le carceri borboniche, riportando pesanti condanne, divenuti dopo l’Unità d’Italia, i “Faraoni di Sapri”, come sprezzantemente li avevano soprannominati i loro concittadini, giacché “in tutti gli affari comunali, cioè negli appalti del Dazio Consumo ed altri, i Gallotti sono stati i soli ad acquistarli (….) non permettendo l’ingerenza di altri, e quindi l’esazione a modo loro e prepotentemente”. A Raffaele Gallotti, “dedito alle cure di campagna, era affidato il compito di appropriarsi del suolo pubblico demaniale”. Filomeno Gallotti, esattore fondiario, “ha disimpegnato tale carica infamemente e svergognatamente, facendosi con minacce e prepotentemente pagare da queste infelici donne due volte volte la fondiaria, usando l’accorgimento di non rilasciare loro ricevo”. Per questo “quasi tutta la classe infima di qui è stata prepotentemente rubata, vessata e minacciata da’ Gallotti” (53).”. Questa di Sapri non era l’eccezione, ma una realtà molto diffusa, basti leggere le relazioni sullo spirito pubblico dei sottoprefetti: quello di Campagna, a proposito delle amministrazioni comunali del circondario, si sofferma sul “pelago di cose sconce”, sulla “lotta vicendevole per godere l’abuso, l’angaria, le rendite municipali, con arti peggiori del fine, senza che ne derivi, almeno per pretesto, un bene qualunque alle popolazioni etc…”.(53)….Sovente, dopo l’Unità, il potere locale rimase nelle mani dei vecchi notabili che, gattopardescamente, si erano affrettati ad aderire al nuovo ordine. La borghesia meridionale – ha scritto a ragione Leopoldo Cassese – “si chiuse nel suo egoismo e, forte della sua potenza economica, riuscì a far deviare e, direi a impantanare la rivoluzione italiana in una sterile e meschina lotta di interessi” (55).”. Granito, a p. 115, nella nota (53) postillava che: “(53) AS SA, Prefettura, Gabinetto, b. 7, f. lo 39, nota del delegato di P.S. di Sapri al sottoprefetto di Sala del 29 maggio 1860.”. Granito, a p. 115, nella nota (54) postillava che: “(54) Ivi, b. 6, f.lo 1, relazione del Prefetto sullo spirito pubblico del 16 ottobre 1867.”. Granito, a p. 115, nella nota (56) postillava che: “(55) L. Cassese, La lotta per l’unità nazionale nel Salernitano, ora in L. Cassese, Scritti di storia meridionale, a cura di A. Cestaro e P. Laveglia, Pietro Laveglia editore, Salerno, 1970, p. 403.”. Il documento pubblicato dalla Granito è presentato nella sezione “Documenti” del Catalogo della mostra del 2011 presso l’Archivio di Stato di Salerno e a p. 125-126, lo ha pubblicato nel sottocapitolo “I limiti dei nuovi gruppi dirigenti”. Granito, a p. 125, in proposito scriveva su questo documento: “Sapri, 29 maggio 1868. Nota del delegato di P.S. di Sapri al sottoprefetto di Sala sulle prepotenze perpretate dai componenti della famiglia Gallotti ai danni dei propri concittadini, prepotenze che sono valse loro l’appelllativo di “Faraoni di Sapri”. AS SA, Prefettura, b. 7, f.lo 39.”. Io aggiungo che la “Nota” fu scritta del delgato di P.S. di Sapri- di  cui non si riesce a capire il nome – riguardava non solo i Gallotti ma scrive pure “Gallotti ed Eboli”. Granito, a p. 126, in proposito aggiungeva che: “I Gallotti avevano pagato pesantemente la loro opposizione al regime borbonico: il padre Giovanni, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che era stata prima ridotta a dieci anni e poi del tutto condonata; nel 1857 l’ospitalità data a Pisacane ed ai suoi uomini al Fortino era costata ai Gallotti un nuovo arresto. All’indomani dell’Unità da vittime si trasformarono in persecutori: “il colore politico” serviva “sempre loro di pretesto, onde spogliare coloro che avevano qualche parente compromesso per l’uccisione di del Carducci, i quali per non essere continuamente vessati, con danaro e con prodotti delle loro terre, cercavano calmare lo sdegno de’ venali Gallotti, i quali da persecutori quasi per un centesimo si si mutavano in protettori (….). I Gallotti hanno messo a contribuzione tutt’i cosidetti borbonici ed i sedicenti uccisori del Carducci. In tutti gli affari comunali, cioè negli appalti del Dazio Consumo ed altri, i Gallotti sono stati i soli ad acquistarli (…) non permettendo l’igerenza di altri, e quindi l’esazione a modo loro e prepotentemente”. Salvatore Gallotti, soprannominato il “Nerone di Sapri”, pretendeva di “esigere non solo il dazio sui generi che rimanevano in Sapri, ma anche su qualli che, sbarcati in Sapri, venivano inviati a Lagonegro, Lauria ed in altri paesi.”. A Raffaele Gallotti, “dedito alle cure di campagna, era affidato il compito di appropriarsi del suolo pubblico demaniale”. Filomeno Gallotti, esattore fondiario, “ha disimpegnato tale carica infamemente e svergognatamente, facendosi con minacce e prepotentemente pagare da queste infelici donne due volte la fondiaria, usando l’accorgimento di non rilasciare loro ricevo”. “In una parola – conclude il delegato di P.S. – quasi tutta la classe infima di qui è stata prepotentemente rubata, vessata e minacciata da’ Gallotti”.”. Sarebbe interessante sapere il nome del Delegato di P. S. di Sapri – visto che il suo nominativo non si legge sul documento – che nel 1868 denunciava al Sottoprefetto di Sala questo stato di cose nei riguardi dei “Gallotti ed Eboli”.

Nel 4 febbraio 1861, Francescantonio PELUSO, brigatiere dell’Ufficio Doganale (Fondaco de’ Dazj indiretti) di Capitello

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso che trovasi fin dalla sua ammissione da circa dieci anni posto in questa dogana, che colle sue estorsioni complimentava i suoi parenti in Napoli D. Salomone e D. Moisè Peluso; che non ha mai prestato servizio avendo dormito in sua casa. In tutta la permanenza che qui fecero i Garibaldini più di giorni 40 fu latitante. Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no. Ed intanto costui non ostante vedesi nello impiego, ma anche fisso nel posto di Sapri avendo figurato nei passati tempi, e continua in simile riprevovevole condotta in epoca di sospirato risorgimento e di benessere protetto nelle sue scelleratezze. In punto in sua casa la Guardia Nazionale di Sala vi fa una visita domiciliare, ed egli è in fuga vi replichiamo ch’è la pietra di scandalo, almeno che venchi campiato fuori controllo. Una simile se ne diretta al Direttore.”. L’interessato, il 4 febbraio 1861, rivolgendosi alla stessa autorità cui si erano rivolti i sapresi, così giustificò: “Francescantonio Peluso del Comune di Sapri da molti anni trovasi in servizio in qualità di Brigatiere in questo Fondaco dei Dazi indiretti di Capitello. Il medesimo sarebbe appartenuto in legame di parentela a quegli altri Peluso etc…”. Della questione il Governatore ne interessò il sottoposto di Sala che, esperite le indagini, il 16 marzo 1861 rispose: “La supplica del Brigatiere de’ D. I. Francescantonio Peluso dimorante in Sapri, (….) con la quale lo stesso vorrebbe rimanere nella Dogana ove rattrovasi etc…”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”.

Nel 17 maggio 1873, morì don Giovanni GALLOTTI, ultimo barone di Casaletto e Battaglia

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.

Nel 1886, il Sindaco di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI ed il Consiglio Comunale concessero la cittadinanza onoraria a Giovanni NICOTERA, già Barone di Sapri

Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”.  Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ma come abbiamo visto, la carica da Sindaco del Comune di Sapri egli la rivestì fino al 1895, anno in cui fu eletto l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti, di Piazza del Plebiscito.

Nel 1877, Re Vittorio Emanuele II concede a Giovanni Nicotera il titolo di BARONE DI SAPRI

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: …..nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79). Infine, lo stesso Nicotera, quasi ad esorcizzare i fantasmi del pasato, si preoccupò di farsi concedere il titolo di “barone di Sapri”, dal re (80).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Capone, a p. 123, nella nota (80) postillava: “(80) ibidem.”

Nel 1880 fino al 1895, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone don Giovanni fu SINDACO di Sapri

(Fig. n…..) – Ritratto del barone don Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri – dipinto olio su tela (1882) – conservato al Comune di Sapri – foto Attanasio

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Dunque, il sacerdote Luigi Tancredi scriveva che don FILOMENO GALLOTTI fu il 16° Sindaco del Comune di Sapri (SA) e lo divenne nel 1880. Dunque, secondo gli Archivi Diocesani citati dal Tancredi (….), il barone don Filomeno Gallotti entrò in carica da Sindaco di Sapri nel 1880 sostituendo il 15° Sindaco che era stato Francesco Timpanelli che era entrato in carica nel 1875. Don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco di Sapri fino al 1895, quando fu sostituito dal dott. Nicola Gallotti, l’altro Gallotti di Piazza del Plebiscito. Secondo il Policicchio, invece, la carica di Sindaco l’assunse nel 1878 fino al 1905. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco del Comune di Sapri fino al 1895, data nella quale divenne sindaco l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti dei Gallotti di Piazza Plebiscito. Ma, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, ….Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, il Policicchio – da poco scomparso – scriveva che don Filomeno Gallotti rivestì la carica di Sindaco di Sapri fino al 1905. Ma, credo però che Policicchio si sbagliasse perchè nel 1905 divenne Sindaco di Sapri l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti di Piazza del Plebiscito. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, riferendosi al figlio del barone don Giovanni, RAFFAELE GALLOTTI, in proposito scriveva che: “Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque Policicchio scriveva che don FILOMENO GALLOTTI: “..rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, secondo Policicchio, il barone don GIOVANNI GALLOTTI morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. Don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Insomma, don FILOMENO GALLOTTI – uno dei cinque figli maschi del barone don Giovanni non era il “sacerdote”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “16) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. FILOMENO GALLOTTI eletto Sindaco nel 1880 e rimase in carica fino al 17° Sindaco, ovvero fino al 1895 quando fu eletto Sindaco di Sapri il dott. Nicola Gallotti – che appartenevaad un altro ramo della famiglia – ovvero i Gallotti di Piazza Plebiscito. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 –  Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895. Sempre su don FILOMENO GALLOTTI, Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 293, riporta il “Documento 12”, e in proposito scriveva: “18 febbraio 1895 – Sapri. Richiesta di approvazione degli Statuti della Confraternita di S. Vito, eretta per arginare la deleteria attività di una loggia massonica. A sua Eccellenza Mons. Cione Vescovo di Policastro. Mi onoro compiegare alla Eccellenza sua uno Statuto per le Regole della Confraternita laicale di San Vito Martire, già costituitasi il 10 corrente mese in Sapri, etc…”. Filomeno nella sua lettera indirizzata a mons. Cione, Vescovo della Diocesi di Policastro, il 18 febbraio 1985, spiega l’utilità della Confraternita di S. Vito nata per arginare una Loggia Massonica. Dunque, don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Dunque, don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti.

Nel 1879, a Napoli muore il barone di Battaglia, don GIUSEPPE GALLOTTI

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Gallotti (Napoli, 13 aprile 1803 – Napoli, 31 gennaio 1879) è stato un politico italiano. Discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1862. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno, Napoli e Sicilia”, Parte II, Cap. XIV, ed……., a p….., in proposito scriveva che: 3 agosto 1860 — Il comandante del primo battaglione era Achille di Lorenzo, succeduto al barone Gallotti, dimissionario. Nell’agosto, dei capi della guardia nazionale, cioè di quei primi capibattaglione, che avevano firmato nel luglio il magniloquente e comico indirizzo a don Liborio, rimaneva il solo Domenico Ferrante. I nuovi erano: Achille di Lorenzo, Gioacchino Barone, Francesco Caravita di Sirignano, il marchese di Monterosso, Raffaele Martinez, il marchese di Casanova, Paolo Confalone, Michele Praus, il marchese Paolo Ulloa, il duca d’Accadia e Giovanni Wonviller, anzi Giovannino “Wonviller, come lo chiamavano gli amici. Allora era giovane, elegante, galante, uno dei lioni alla moda. Con gli animi cosi agitati, le voci più balorde trovavano credito, e le paure più puerili erano all’ordine del giorno. Il 16 agosto, una pattuglia di truppa regolare s’incontrò al largo etc…”.

Nel 1880, don EMANUELE GALLOTTI sacerdote di Sapri (?)

Nel 30 marzo 1884, il Decreto di Re Umberto I per la strada litoranea

Nel 1886, il Sindaco di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI ed il Consiglio Comunale concessero la cittadinanza onoraria a Giovanni NICOTERA, già Barone di Sapri

Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”.  Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”.

Nel 1895, il barone don FILOMENO GALLOTTI al Vescovo di Policastro Mons. CIONE, per la CONFRATERNITA DI S. VITO

Sempre su don FILOMENO GALLOTTI, Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 293, riporta il “Documento 12”, e in proposito scriveva: “18 febbraio 1895 – Sapri. Richiesta di approvazione degli Statuti della Confraternita di S. Vito, eretta per arginare la deleteria attività di una loggia massonica. A sua Eccellenza Mons. Cione Vescovo di Policastro. Mi onoro compiegare alla Eccellenza sua uno Statuto per le Regole della Confraternita laicale di San Vito Martire, già costituitasi il 10 corrente mese in Sapri, etc…”. Filomeno nella sua lettera indirizzata a mons. Cione, Vescovo della Diocesi di Policastro, il 18 febbraio 1995, spiega l’utilità della Confraternita di S. Vito nata per arginare una Loggia Massonica.

Nel 1903, il matrimonio del barone don FILOMENO GALLOTTI, ex Sindaco di Sapri con VINCENZA RECCHIA, da cui nacquero tre figlie femmine: RACHELE (1907), GIOVANNINA (1910) e ELENA

(Fig. n…..) – Ritratto del barone don Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri – dipinto olio su tela (1882) – conservato al Comune di Sapri – foto Attanasio

(Fig. n…..) – Vincenza Recchia vedova del barone don Filomeno Gallotti – foto Attanasio

Don FILOMENO era nato nel 1832 e si sposò all’età di….anni. Don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti. Secondo la lapide marmorea nel cimitero di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI nacque il 3-11-1832 e morì il 12-11-1918, all’età di anni 86. L’anziano barone don FILOMENO GALLOTTI, uno dei figli del barone don Giovanni, a Sapri, all’età di anni ……….sposò in prime nozze la giovanissima ragazza, VINCENZA RECCHIA. L’erede del barone don GIOVANNI, don FILOMENO GALLOTTI, dopo l’Unità d’Italia aveva assunto uno stalliere per una sua proprietà che aveva nella “Marinella”. E’ qui che, nel corso delle sue innumerevoli visite alla sua proprietà conobbe la giovanissima VINCENZA RECCHIA, figlia del suo stalliere che sposò in prime nozze. Il padre e sua figlia VINCENZA RECCHIA vivevano nella proprietà del barone don Filomeno alla “Marinella” (antico quartiere di Sapri) ed aveva il compito di accudire la stalla ed i cavalli del barone. Da racconti di famiglia, pare che, il barone don FILOMENO fu minacciato dal padre della ragazza che, alla giovanissima età di 16 anni si unì in matrimonio con il barone. Pare che, il padre della ragazza, accortosi che la figlia era in stato interessante intervenne personalmente minacciando il barone don FILOMENO ed intimandogli di sposare la giovanissima sua figlia minorenne. Dunque, nei primi anni dell’unità d’Italia, a Sapri avvenne il matrimonio fra il barone don FILOMENO GALLOTTI, uno degli eredi maschi del barone di Battaglia don Giovanni e la figlia dello stalliere suo, VINCENZA RECCHIA. Sua moglie, si chiamava VINCENZA RECCHIA, la figlia di …………..RECCHIA, fattore e stalliere del barone, ciociaro di COLLE SAN MAGNO, all’epoca in Provincia di Frosinone (Ciociaria). Vincenza Recchia nacque il 22-04-1887 e morì il 20 del 1975, alla veneranda età di anni 88. Quando il barone Gallotti la sposò, la signorina Recchia era giovanissima ed ancora minorenne, forse all’età di 16 anni (allora si era maggiorenni a 21 anni). Quando si celebrò il matrimonio tra i due ? Sappiamo che sua moglie, la signorina Vincenza Recchia, era nata nel 1887 e quindi, avendo 16 anni quando ella andò sposa al barone, il loro matrimonio presumibilmente avvenne nel 1903. Nel 1903, il barone don Filomeno Gallotti, essendo nato il 1832 aveva 71 anni. Dunque, avendo la Recchia 16 anni, ed essendo nata nel 1887, il matrimonio tra i due si fece intorno al 1903. Il barone don FILOMENO GALLOTTI, all’età di 76 anni ( era nato il 1832) e VINCENZA RECCHIA (forse ne aveva 16) ebbero tre figlie femmine: RACHELE GALLOTTI, che sposò LUIGI MARINO (ferroviere) che ebbero a sua volta FRANCESCO MARINO padre del mio amico Pierluigi Marino. Rachele Gallotti, fu una delle tre figlie femmine del barone don Filomeno e della Recchia. Rachele nacque il 12-04-1907. Rachele Gallotti morì il 12-04-1986.

Altra figlia di don Filomeno Gallotti e di donna Vincenza Recchia fu donna ELENA che possedeva una proprietà in Piazza Plebiscito, l’ultimo Palazzo che c’è all’imbocco di via Cassandra. I due coniugi, don Filomeno e la signora Recchia ebbero anche un’altra figlia, GIOVANNINA GALLOTTI che nacque il 10-03-1910. Giovannina Gallotti  sposò un altro fratello dei Marino, GIUSEPPE MARINO anch’egli ferroviere. Giovannina Gallotti morì il 15-07-1988.

Dopo la morte del barone, don FILOMENO GALLOTTI, la signora RECCHIA si ritrovò vedova e con tre figlie femmine da crescere. Tra i ricordi di un nipote della Sig.ra Recchia, dopo la morte del barone don Filomeno Gallotti, si ritrovò vedova e visse nella proprietà della “Marinella” insieme alle sue due figlie GIOVANNINA GALLOTTI ed ELENA GALLOTTI, sorella dell’altra figlia del barone, RACHELE. La figlia Rachele Gallotti, nel 1906 fu mandata all’Orfanotrofio del Beato Bartolo Longo a Pompei, che, all’epoca era una macchina burocratica e assistenziale immensa, finanziata e protetta direttamente dalle curie e dai patronati di tutto il Sud Italia. All’epoca, quando un proprietario terriero moriva lasciando figlie femmine piccole e nessuna figura maschile in casa (visto che le due figlie femmine ancora non si era maritate), la famiglia rischiava il declassamento sociale. Mandare la bambina a Pompei era una scelta della parentela o del consiglio di tutela per salvare la dignità della stirpe. L’istituto funzionava come un collegio protetto: la bambina veniva sottratta alle miserie materiali del paese per essere restituita a 15 o 16 anni come una perfetta “ragazza di buona famiglia”. L’invio all’Orfanotrofio della giovane ragazza, fu una scelta dettata anche dall’altra necessità di metterla al sicuro dentro le mura blindate di un istituto a Pompei. Dunque, a Sapri, dopo la morte del barone don Filomeno Gallotti vissero le tre figlie femmine RACHELE (che fu inviata giovanissima a Pompei), GIOVANNINA ed ELENA. La vedova del barone, Vincenzina Recchia, dopo la morte del barone cercò di amministrare l’ingente patrimonio lascito del barone don FILOMENO il quale peraltro era stato per molti anni ESATTORE del giovane Comune di Sapri, ma incontrò moltissime difficoltà a farlo in quanto ancora ella era minorenne (all’epoca si diventava maggiorenni all’età di anni 21). La poveretta si ritrovò sola e con tre figlie femmine di cui non poteva gestire l’ingente patrimonio immobiliare e titoli lasciati dal marito. Come andarono realmente le cose tra Filomeno e la giovanissima signorina Recchia, posso solo arguire che un uomo che fa 3 figli dall’età di 76 anni (?) (era nato nel 1832) mi lascia un po’ perplesso. Ed anche l’accanimento del padre della Recchia non so, o li ha beccati sul fatto. Dopo la sua morte – avvenuta nel 1918, alla progenie avuta dalla signorina giovanissima VINCENZA RECCHIA gli fu assicurata una lauta dote alle sue tre figlie femmine. Fu a loro che andò in seguito la sua lauta eredità, non potendo la Recchia amministrare i beni di famiglia perchè minorenne. Così si decise di dare in sposa le due figlie femmine, Rachele e Giovannina che andarono spose ai due Marino. Un discendente dei Gallotti e dei Marino scrivendomi si chiedeva: I rapporti, in seguito con la Recchia, da quello che mi racconta mia madre, non furono cattivi. Mio padre l’andava a trovare, anzi mi ricordo di questa donna con gli occhi azzurrissimi, ero piccolo, forse a qualche visita ho partecipato anch’io. In più so che anche mia nonna in seguito l’ha aiutata, era pur sempre la madre. Un denominatore comune delle vicende Pisacane-Garibaldi era Giovanni Nicotera, che poi fu anche Ministro del Regno d’Italia. Lui difese tutti i Gallotti al processo di Salerno, dicendo che alla Casina di San Mauro al Fortino i trecento sequestrarono cibo e cavalli e che le persone del luogo (tra cui il Brando) seguirono Pisacane di loro spontanea volontà e non perché cooptate dai Gallotti. Ti risulta se questo legame sia continuato anche dopo e se Nicotera, quando era Ministro, abbia aiutato mio bisnonno don Filomeno (quando era Sindaco nel 1883) nel passaggio della ferrovia a Sapri e al mantenimento della dogana? “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Dunque, Policicchio scriveva che da alcuni familiari della famiglia Gallotti (mi domando quali, visto che, oggi, dopo la morte di don Filomeno e dell’ultima sua moglie, VINCENZA RECCHIA, non erano più in vita), “la stessa godeva” (forse qui vi è un evidente errore perchè Policicchio ci parla di RAFFAELE GALLOTTI e quindi si riferisce alla sua vedova ?), “di una pensione a lei assegnata”.  Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dai racconti di un discendente di don Filomeno si tramandano alcuni aneddoti: “Aneddoti sull’era risorgimentale ne ho un paio. Il primo è che quando i Peluso e i loro scagnozzi li cercavano per arrestarli in seguito ai fatti di Costabile Carducci, non li trovavano mai perché si nascondevano nei pozzi del giardino del palazzo e lì stavano per giorni. La seconda è che quando Garibaldi fece visita a Giovanni Gallotti, mangiarono una grande frittata; questi racconti venivano dalla tata di mia nonna.”. La signora Vincenza Recchia, rimasta vedova dopo la morte di don Filomeno si risposò in seconde nozze da cui nacque una seconda progenie che non ha nulla a che fare con i baroni di Battaglia Gallotti.

LA FAMIGLIA GALLOTTI DI PIAZZA PLEBISCITO A SAPRI

Nel 1895 e nel 1905, il dott. don NICOLA GALLOTTI che successe a Evangelista PELUSO quale Sindaco di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Dunque, don Filomeno Gallotti rimase in carica da Sindaco del Comune di Sapri fino al 1895, data nella quale divenne sindaco l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti dei Gallotti di Piazza Plebiscito. Ma, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, ….Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque, il Policicchio – da poco scomparso – scriveva che don Filomeno Gallotti rivestì la carica di Sindaco di Sapri fino al 1905. Ma, credo però che Policicchio si sbagliasse perchè nel 1905 divenne Sindaco di Sapri l’altro Gallotti, il dott. Nicola Gallotti di Piazza del Plebiscito. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri, nell’Italia Unitaria. Pare che non vi sia stata parentela fra le due famiglie. I Gallotti che furono proprietari del palazzo che affaccia in Piazza del Plebiscito a Sapri non sono gli stessi Gallotti che abitarono nel Palazzo in via Nicodemo Giudice a Sapri. Pare che i Gallotti di piazza del Plebiscito siano imparentati con i Gallotti nobili di Casaletto Spartano e Battaglia che non si devono confondere con i Gallotti di Sapri di cui ci occupiamo in questo saggio.In piazza del Plebiscito, viveva fino a poco tempo fa la mia carissima amica PIA GALLOTTI consorte di Enzo Mancuso, che da pochi anni ci hanno lasciato entrambi. Accanto al suo appartamento vi era l’altro appartamento di proprietà di un’altra sorella. Un’altra sorella ancora, sorella di Pia è ancora vivente. Si tratta di ………………. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (36), il secondo Sindaco di Sapri dell’Italia Unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “18) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. Nicola Gallotti eletto Sindaco nel 1895 e rimase in carica fino al 1880. Durante la sua sindacatura il dott. Gallotti pubblicò diversi studi e ricerche su Sapri che ho riportato in un altro mio saggio. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895. Quest’ultimo è il dott. Nicola Gallotti che, oltre ad essere un noto e benemerito filantropo conosceva la Storia di Sapri avendola studiata attentamente anche attraverso le innumerevoli testimonianze archeologiche che proprio in quegli anni a Sapri si andavano meglio delineando. Nel suo Palazzotto in Piazza del Plebiscito, gli eredi conservano documenti e testimonianza del passato Saprese. Io stesso ho pubblicato ivi diverse immagini. La casa Gallotti dovrebbe diventare un Museo viste le opere, le monete antiche, i dipinti ed i documenti storici che ivi si conservano che spero non vadano disperse e destinate all’oblio tel tempo. A Sapri, purtroppo si sa, non esiste il senso civico della tutela e conservazione dei beni comuni. A Sapri, risulta difficile tutelare il patrimonio storico e ambientale. Il recente intervento di ripristino della Piazza del Plebiscito ha visto mutilati alcuni elementi storici di questa bella Piazza come ad esempio l’olmo che si trovava in piazza che era stato ivi piantato in epoca francese come “Albero della Libertà”. Il diritto d’arma e il sigillo araldico del Gallo sul portone Il palazzo civile di Piazza del Plebiscito custodisce una smentita visiva insindacabile alla tesi delle famiglie separate.   Sul portone in legno dell’edificio è montata una maniglia antica in ferro battuto a forma di gallo ,     Nel diritto araldico del Mezzogiorno, i rami secondari e cadetti (come quello civile) avevano il diritto e l’obbligo di differenziare o modificare lo stemma rispetto ai baroni primogeniti per distinguere le linee di successione.,ma scegliere di mantenere impresso il gallo parlante del 1562 (il simbolo del ceppo originario lombardo venuto dal Nord) era la firma esplicita del sangue comune. La matrice d’origine comune: l’infinità di Gallotti da Battaglia L’origine biologica di tutti questi rami (sia dei Baroni sia dei possidenti stanziali di Torraca) porta immancabilmente all’entroterra, verso l’infinità di Gallotti registrati nella frazione Battaglia (Casaletto Spartano). È da quell’asse feudale unico che, nel Settecento, per via delle leggi del maggiorasco, si è originata la spartizione dei lotti: il titolo e il castello al primogenito, e le terre della fascia superiore costiera (che scavalcavano la montagna verso Torraca e la marina) ai figli cadetti per liquidare le loro quote di dote.    La carta burocratica ha diviso i cassetti dei comuni dopo il 1811, la “vecchia” signora ha confuso le date dei palazzi per darsi arie di nobiltà antica.

Bibliografia e Note Bibliografiche 

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840 

(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

L’Avv. Cav. Carlo Pesce

Nel 1895, l’Avv. Cav. Carlo Pesce (2) di S. Costantino, pubblicò “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napolitana del 1848 per l’Avv. Carlo Cav. Pesce” (Fig. 2)(2), stampato a Napoli, 1895, nello Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione. Il libro a stampa del Cav. Pesce (…), il cui frontespizio è illustrato nell’immagine di Fig. 2, è conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove l’ho rinvenuto nella “Sezione Napoletana”, dopo affannose ricerche (2) (Fig. 2). Il libretto del Pesce (…), ci parla e fa un resoconto di un episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, le vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci, che videro protagonisti alcuni cittadini “urbani” della cittadina di Sapri, prima dello sbarco dei trecento di Carlo Pisacane. Tra questi cittadini vi fu la figura dell’Arciprete Nicola Timpanelli,  che fu diretto testimone, la cui memoria è ricordata dal Pesce. Carlo Pesce (…), per le nostre contrade è conosciuto per aver scritto ‘Storia della Città di Lagonegro’, che fu data alle stampe nel 1904, dunque molti anni dopo aver scritto questo libretto di cui noi possediamo la copia scansita alla Nazionale di Napoli (…). Il Cav. Carlo Pesce, era di S. Costantino di Rivello, e svolgeva la professione di Avvocato presso la camera penale di Lagonegro in Provincia di Potenza. Dimorò per diversi anni a Sapri, forse nei periodi estivi, dove conobbe la Famiglia Tavernese, imparentata con i Cesarino. A sua volta, la Famiglia Cesarino, si imparentò con la Famiglia dei Tavernese, che oggi si ritrovano in possesso dell’originale manoscritto suo olografo, di cui parleremo. Sebbene non concordi affatto con il titolo dato dal Pesce al suo libro, che vediamo illustrato nell’immagine di Fig. 2 e, sebbene ritengo che l’episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, raccontato dal pesce, riguardi principalmente fatti accaduti a Sapri e non ad Acquafredda, dove il Carducci fu solo catturato, credo che al Pesce debba andare il merito di ricondurre la memoria ad un episodio triste ma interessante della nostra storia locale. Scriveva il Pesce (2) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”.

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(Fig. 2) Carlo Pesce, Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce” (2)(Archivio Attanasio)

Gran parte delle notizie storiche riportate nel testo del Pesce (2), sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ), ma di sicuro, per quanto riguarda i fatti accaduti a Sapri, il Pesce (2), oltre che da alcuni atti processuali pubblicati anche dal Mazziotti (…), dal Racioppi (…) e dal …………….., lAvv. Carlo Pesce (2), appassionato studioso e filologo del posto, scrisse e pubblicò a stampa. Il Pesce (2), nella sua nota (1), in proposito scrive: Questa Conferenza fu tenuta dall’autore in Lagonegro nella sala Comunale, nel 3 Giugno 1894, per la ricorrenza della festa nazionale, ed in Maratea nel 30 Luglio del 1894, per l’inaugurazione della Ferrovia.”. Il Pesce (…), dimorando a Sapri, entrò sicuamente in contatto con la Famiglia Timpanelli, ed in particolare con don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri, fratello dell’Arciprete don Nicola Timpanelli. E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV- poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (7) ed il Pesce (2), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Laudisio, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (7), dal Cassese (8) e, dal Pesce (2), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (da Fig. 3 e s.). Il Carducci (Fig. 1), la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni –  si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana della Spina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Nisco Nicola (21), nel suo ‘Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli’, edito nel 1889, ricorda l’episodio di Costabile Carducci, nel suo vol. I, a pp. 242-243, dove non aggiunge importanti notizie ma racconta l’episodio come lo raccontò il giudice Jovane. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (…), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (2). All’epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari ed insieme al Vescovo Laudisio (4-5), il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (4-5), era un convinto filo-borbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filo-borbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata a Sapri (Fig….), veniva citato anche il sacerdote D. Nicola Timpanelli. 

Nel 1877, la tradica Spedizione di Sapri’ nel racconto di Gaetano Fischetti, giudice del mandamento di Vibonati

Nel 1877, Gaetano Fischetti (…), giudice del mandamento di Vibonati che ebbe un ruolo fondamentale all’epoca della tragica e sfortunata “Spedizione di Sapri” dei “Trecento” di Carlo Pisacane del 28 e 29 giugno 1857 pubblicò il libretto ‘Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli. Pare che il Fischetti avesse pubblicato il suo ricordo di quelle tragiche giornate in cui Carlo Pisacane sbarcò a Sapri sulla spiaggia dell’Oliveto per ingraziarsi l’allora Ministro degli Interni Giovanni Nicotera che si salvò dalla repressione borbonica e che nell’Italia Unitaria fu nominato Ministro.

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.

La contessa Gioconda Walvescky: ‘La signora di Sapri’, romanzo storico di Rocco Baldanza del 1879

Baldanza Rocco, La signora

Baldanza, pp. 238-239

Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II° dal titolo ‘La signora di Sapri: storia dei nostri tempi‘. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di  Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane.

La Brigata garibaldina “Sacchi” a Lauria, a Lagonegro e a Sapri

GLI STUDI 

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e le fonti che si sono occupate di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sullo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Sapri, avvenuto il 3 settembre 1860. Prima di Garibaldi, il 2 settembre 1860 sbarcarono centinaia di garibaldini che Turr portava da Paola via mare. Insieme a Turr arrivarono a Sapri anche alcuni agenti di Cavour. Il Risorgimento italiano è comunemente ricordato dalla maggioranza delle persone soprattutto per l’opera di personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, insieme ad essi, operarono migliaia di giovani che affrontarono sacrifici e pericoli per la libertà; tra loro i fratelli Magnoni ed i volontari delle brigate destinate agli Stati Pontifici, Parmensi, Milanesi, Bolognesi ed Emiliani, che parteciparono da volontari alla marcia verso la Capitale del Regno borbonico. Le loro vicende personali s’intrecciarono con i più importanti avvenimenti che caratterizzarono l’epopea popolare. Il lettore può così conoscere attraverso quanti rischi e privazioni quella generazione abbia realizzato l’evento più importante della storia italiana: l’Unità d’Italia. In questo saggio ho cercato di approfondire la vicenda storica della BRIGATA SACCHI, la Brigata ed i volontari garibaldini del colonnello GAETANO SACCHI, il quale nei primi di settembre del 1860 marciò con la sua Brigata sbarcò in Calabria, dove – prima di arrivare a Napoli per combattere insieme all’Esercito Meridionale di Garibaldi – attraversò molti paesi del nostro circondario. Per questo saggio mi sono avvalso dell’opera di Renato Soriga (….), che, pubblicò il diario di Gaetano Sacchi. La Brigata di Sacchi ed il suo itinerario è interessante perchè egli con la sua Brigata attraversò – insieme a Garibaldi e la Brigata di Cosenz e Turr – tutta la Calabria fino a Rotonda, dove – come vedremo Garibaldi si dividerà da loro.

Il colonnello GAETANO SACCHI, comandante della Brigata “SACCHI” 

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Da Wikipedia leggiamo che Gaetano Sacchi, nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata SACCHI”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Sempre su Wikipedia leggiamo che la “QUARTA SPEDIZIONE”, ovvero i volontari Bresciani nella Spedizioni, Medici, Cosenz e Sacchi. Il 30 maggio il Guerzoni era di nuovo a Brescia e ne ripartì il 5 giugno con 137 uomini, che salparono da Genova con Giacomo Medici diretti a Palermo. La spedizione di Enrico Cosenz partì invece ai primi di luglio in due scaglioni ed era formata da altrettanti volontari che salparono sempre dal porto di Genova. La quarta colonna forte di 200 uomini partì il 16 luglio al comando di Gaetano Sacchi. I bresciani della seconda e della terza spedizione si distinsero nella presa di Milazzo. La quinta colonna di 200 uomini lasciò Brescia il 7 agosto e la sesta, sempre formata dallo stesso numero di volontari, il 1º settembre. Questi garibaldini riuscirono a partecipare all’ultima fase della campagna combattendo a Caiazzo e nella battaglia del Volturno. L’ultimo contingente di altri 140 volontari continuarono ad affluire al porto di Genova a piccoli scaglioni anche dopo la battaglia del Volturno, fino agli ultimi giorni di ottobre, ossia alla fine della guerra. Caduta l’ipotesi per il rifiuto del sovrano, Sacchi si risolse alle dimissioni e il 19 luglio salpò da Genova guidando una delle spedizioni di supporto ai Mille di Marsala: poco meno di 2000 uomini a bordo del piroscafo Città di Torino che sbarcarono a Palermo tre giorni dopo. Venne chiamata la “Quarta spedizione”. Da Wikipedia leggiamo che Gaetano Sacchi nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Da Wikipedia leggiamo che Il 30 maggio il Guerzoni era di nuovo a Brescia e ne ripartì il 5 giugno con 137 uomini, che salparono da Genova con Giacomo Medici diretti a Palermo. La spedizione di Enrico Cosenz partì invece ai primi di luglio in due scaglioni ed era formata da altrettanti volontari che salparono sempre dal porto di Genova. La quarta colonna forte di 200 uomini partì il 16 luglio al comando di Gaetano Sacchi. I bresciani della seconda e della terza spedizione si distinsero nella presa di Milazzo. Infatti, Gaetano Sacchi non potè seguire Garibaldi in Sicilia ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Quei volontari costituirono l’ossatura della IV brigata, operativamente aggregata alla divisione Türr, comandata da Sacchi in qualità di maggiore generale. Questa sua formazione, sbarcata a Villa San Giovanni nel settembre del 1860, partecipò alla risalita del Meridione continentale affrontando nel suo percorso diversi scontri, fino a prendere parte alle battaglie decisive di Caiazzo e del Volturno tra il 19 settembre e il 2 ottobre. Mario Menghini, sulla Treccani on-line scrive che Sacchi comandò la quarta spedizione salpata il 18 luglio 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Alla sua esperienza nel Meridione Sacchi dedicò un’interessante ricostruzione a metà degli anni Settanta (Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella campagna del 1860 dal 19 luglio al 12 febbraio 1861, in Soriga (….), 1913, pp. 84-102), quando ormai la sua carriera militare aveva esaurito la fase attiva, dopo essere stato operativo durante il primo decennio postunitario Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Del colonnello Gaetano Sacchi (….) e, delle sue memorie, ha scritto Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….).  Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, a p. 63, nella nota (1) postillava: “(1) Le notizie qui esposte sulla vita del Sacchi furono da me desunte dal suo ricco carteggio, sul quale potrà esercitare la sua pazienza chi volesse saperne di più. Riguardo alla sua figura morale, eccone un vigoroso abbozzo di Nino Bixio, tratto da una sua lettera al Sacchi stesso del 15 settembre 1859 : « Tu sai che io ti amo e stimo come il migliore dei miei amici; anima valorosa! Iddio ha dato a te l’anima migliore ch’io mi conosca ed ha completato in te la dolcezza e l’energia d’un soldato valoroso incomparabile » . (Dall’autograto nel Museo del Risorgimento di Pavia ; ed . L. Sasso, Lettere inedite di N. Bixio a G. Sacchi in Rivista d’Italia , 1910….etc…”. Renato Sòriga pubblicò le memorie (la Relazione) del Sacchi a p. 84 nel Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913: RELAZIONE SUI FATTI D’ARME DELLA BRIGATA SACCHI NELLA CAMPAGNA DEL 1860 DAL 19 LUGLIO AL 12 FEBBRAIO 1861.” e a p. 84, in proposito scriveva: “Questo indirizzo più che tutto giovò a persuadere i soldati ed io potei senza tema di disordini nel Reggimento chiedere la dimissione dal servizio con altri ufficiali e riunire in Genova 2 mila e più uomini che forniti di tutto il necessario si d’armi che di vestiario ed altro occorrente dal Bertani, s’imbarcarono a bordo del piroscafo il Torino, la sera del 19 luglio.”. Dunque, Gaetano Sacchi era molto amico e stimato da Nino Bixio. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Compagno d’armi del Generale Garibaldi sino dal 1843 in Montevideo (America meridionale ) ove con lui divisi pericoli, fatiche e glorie, sicuramente gli sarei stato compagno nella spedizione di Sicilia se altri doveri non mi avessero tenuto vincolato a segno che lo stesso Garibaldi m’imponeva di rimanere al mio posto di Comandante del Reggimento di Linea 46° in una coi miei compagni che pur anelavano far parte di quella spedizione. Ogni desiderio di Garibaldi è legge per me e per i suoi commilitoni. Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria, sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni, attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Arrivati a Palermo però, Sòriga, a p. 63 scriveva che Gaetano Sacchi, dopo aver dato le dimissioni dall’Esercito Piemontese: “…dà le dimissioni e con duemila volontari formanti la quarta spedizione garibaldina raggiunge il Duce dei Mille a Palermo.”. Riguardo la “compagnia” o “Brigata Sacchi” – che a noi interessa perchè vedremo innanzi essere passata per Sapri -, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Il Cesari (….), scriveva che la brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso”, quando “Sacchi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le dimissioni dall’esercito piemontese”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46° Fanteria, …., e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul ‘Torino’ la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco di altra gente etc…Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Giacinto De Sivo scriveva che “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: ….la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Alla sua esperienza nel Meridione Sacchi dedicò un’interessante ricostruzione a metà degli anni Settanta (Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella campagna del 1860 dal 19 luglio al 12 febbraio 1861, in Soriga (….), 1913, pp. 84-102), quando ormai la sua carriera militare aveva esaurito la fase attiva, dopo essere stato operativo durante il primo decennio postunitario Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

La Brigata “SACCHI” (la IV Spedizione ?)

Da Wikipedia leggiamo che il 30 maggio il Guerzoni era di nuovo a Brescia e ne ripartì il 5 giugno con 137 uomini, che salparono da Genova con Giacomo Medici diretti a Palermo. La spedizione di Enrico Cosenz partì invece ai primi di luglio in due scaglioni ed era formata da altrettanti volontari che salparono sempre dal porto di Genova. La quarta colonna forte di 200 uomini partì il 16 luglio al comando di Gaetano Sacchi. I bresciani della seconda e della terza spedizione si distinsero nella presa di Milazzo. Infatti, Gaetano Sacchi non potè seguire Garibaldi in Sicilia ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Dunque, il Guerzoni ci parla di un GAETANO SACCHI, che, a questo punto non è la stessa persona di ACHILLE. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Guerzoni, a p. 153, aggiungeva: “Eccolo quindi trasferire colà il suo Quartier generale: riunirvi le due brigate Medici e Cosenz, tenendo pronta a raggiungerle quella del Sacchi ; etc…”. Riguardo la “compagnia” o “Brigata Sacchi”, che a noi interessa perchè vedremo innanzi essere passata per Sapri, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Il Cesari (….), scriveva che la brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso”, quando “Sacchi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le dimissioni dall’esercito piemontese”. Secondo il Pecorini-Manzoni, la Brigata del colonnello Gaetano Sacchi dipendeva dal Quartier Generale del Generale Sirtori. Alla sua esperienza nel Meridione Sacchi dedicò un’interessante ricostruzione a metà degli anni Settanta (Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella campagna del 1860 dal 19 luglio al 12 febbraio 1861, in Soriga (….), 1913, pp. 84-102), quando ormai la sua carriera militare aveva esaurito la fase attiva, dopo essere stato operativo durante il primo decennio postunitario Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Del colonnello Gaetano Sacchi (….) e, delle sue memorie, ha scritto Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….).  Renato Sòriga pubblicò le memorie (la Relazione) del Sacchi a p. 84 nel Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913: RELAZIONE SUI FATTI D’ARME DELLA BRIGATA SACCHI NELLA CAMPAGNA DEL 1860 DAL 19 LUGLIO AL 12 FEBBRAIO 1861.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Giacinto De Sivo scriveva che “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: ….la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora etc…”. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria, sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni, attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Dunque, Sacchi, nel suo Diario spiega che prima di lasciare il 46° di Linea dell’Esercito Piemontese, egli era con CHIASSI, PELLEGRINI, WINKLER, LOMBARDI, GRIOLI e ISNARDI, tutti nomi di ufficiali garibaldini che comanderanno – arrivati in Sicilia con Sacchi – le compagnie di volontari garibaldini della BRIGATA SACCHI. Sacchi, a pp. 85-86 spiega che: “Questo indirizzo più che tutto giovò a persuadere i soldati ed io potei senza tema di disordini nel Reggimento chiedere la dimissione dal servizio con altri ufficiali e riunire in Genova 2 mila e più uomini che forniti di tutto il necessario si d’armi che di vestiario ed altro occorrente dal Bertani, s’imbarcarono a bordo del piroscafo il Torino, la sera del 19 luglio. Lasciavo in Genova l’attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco altra gente appartenente alla spedizione. Arrivo a Palermo il 22 organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perchè mi mancano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto.”. Siamo a Luglio in Sicilia. Sacchi spiega che arrivati a Palermo il 22 luglio 1860: Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari. Il quadro degli ufficiali è approvato del Ministro della Guerra Colonnello Longo. Arriva Pellegrini il 26 con 400 uomini circa e prende il comando del suo battaglione.”. Dunque, Sacchi spiega che a Palermo, il 22 luglio 1860, il colonnello LONGO, Ministro della Guerra in Sicilia approvò il seguente Quadro: Capo di Stato Maggiore il capitano AMOS OCCARI e n. 4 Battaglioni al comando di WINKLER, ISNARDI (il secondo); il terzo CHIASSI ed il 4° Battaglione PELLEGRINI. Riguardo la Compagnia di CHIASSI, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito – riferendosi al 14 agosto 1860 scriveva: Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina…..e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, Cesari scriveva che Nino Bixio comandava – insieme alla Brigata di Eberhardt anche le due Compagnie di CHIASSI che facevano parte della Brigata Sacchi. Sulle due Compagnie del Maggiore CHIASSI, Sacchi, nel suo Diario, in Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, riferendosi a dopo Capua, a p. 212, in proposito scriveva: La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…Intendenza Militare:….; Corpo Sanitario:…..; Tribunale Militare:….; Comando della Brigata Sacchi: Maggiore Generale Sacchi Gaetano; etc…”. Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA SACCHI: Maggior generale Sacchi; Stato Maggiore: Maggiore Amos Oscari; 4° Reggimento: Tenente Colon. Vinchler; 2° Reggimento: Tenente Col. Pellegrini; 3° Reggimento: Tenente Col. Bossi.”.

Il Maggiore GIOVANNI CHIASSI della Brigata SACCHI

(Fig. n…) – Ritratto fotografico di Giovanni Chiassi della Brigata Sacchi

Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Giovanni Chiassi (….) (Mantova, 15 gennaio 1827 – Locca, 21 luglio 1866) è stato un patriota, militare e politico italiano. Figlio di Gaetano, magistrato, e di Giuseppina Magnaguti, Giovanni Chiassi era il rampollo di un’agiata famiglia da poco trasferitasi a Mantova e proveniente da Castiglione delle Stiviere. Nel luglio 1860 raggiunse Garibaldi in Sicilia, in tempo per partecipare allo sbarco sulle coste calabre e distinguersi nell’attacco che, nella notte tra il 21 e 22 luglio, portò alla conquista-lampo di Reggio Calabria, meritandosi i gradi di tenente colonnello. Fu nominato capo di Stato Maggiore divisionale dellʼEsercito meridionale, ma nel 1861 rientrò a Mantova. Marina De Marinis, sulla Treccani on-line scriveva che nel 1860 in seguito al rifiuto di Vittorio Emanuele di concedere a Garibaldi, per la progettata spedizione in Sicilia, uno dei reggimenti della brigata Reggio, nella quale erano confluiti molti ufficiali del disciolto corpo dei Cacciatori delle Alpi, il Chiassi, allora capitano nel 46º reggimento fanteria della medesima brigata, presentò le dimissioni da ufficiale dell’esercito regolare e si arruolò nelle formazioni garibaldine comandate dal Medici. Il 21 luglio 1860 fu il maggior artefice della presa di Reggio, riuscendo, con un suo tempestivo intervento sul fianco dello schieramento nemico, a mettere in rotta le truppe borboniche, che si erano sino ad allora validamente opposte al Bixio. Dopo essere rimasto per qualche tempo a Reggio, come comandante di quel presidio, il C., ricongiuntosi con Garibaldi, si batté ai primi di ottobre nella battaglia del Volturno col grado di luogotenente colonnello. Terminata la guerra si ritirò per qualche tempo a vita privata dedicandosi alla sua professione di ingegnere. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” leggiamo che il maggiore CHIASSI era un ufficiale facente parte della Brigata SACCHI. Quale grado aveva il Maggiore Giovanni Chiassi e quale Compagnia o Brigata comandava ? Del maggiore Giovanni Chiassi non abbiamo molte notizie. Renato Sòriga racconta che il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la Brigata Sacchi, che però arrivò dopo, solo l’8 settembre. Dunque, Soriga racconta che, a Lagonegro, la sua brigata, la brigata Sacchi, trovò il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Renato Sòriga (….) racconta che il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Sappiamo che, come vedremo, l’8 settembre 1860, dopo aver marciato da Sapri per Lagonegro, dove Chiassi arrivò con le sue Compagnie (quali ?) e si ricongiunse con la “Brigata del Sacchi”. Dunque, Sòriga racconta che, a Lagonegro, la sua brigata, la brigata Sacchi, trovò il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Sul Maggiore GIOVANNI CHIASSI ha scritto il colonnello SACCHI, nel suo Diario in Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria, sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni, attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Dunque, Sacchi, nel suo Diario spiega che prima di lasciare il 46° di Linea dell’Esercito Piemontese, egli era con CHIASSI, PELLEGRINI, WINKLER, LOMBARDI, GRIOLI e ISNARDI, tutti nomi di ufficiali garibaldini che comanderanno – arrivati in Sicilia con Sacchi – le compagnie di volontari garibaldini della BRIGATA SACCHI. Sacchi, a pp. 85-86 spiega che: “Lasciavo in Genova l’attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco altra gente appartenente alla spedizione. Arrivo a Palermo il 22 organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perchè mi mancano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto.”. Siamo a Luglio in Sicilia. Sacchi spiega che arrivati a Palermo il 22 luglio 1860: Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari. Il quadro degli ufficiali è approvato del Ministro della Guerra Colonnello Longo. Arriva Pellegrini il 26 con 400 uomini circa e prende il comando del suo battaglione.”. Dunque, Sacchi spiega che a Palermo, il 22 luglio 1860, il colonnello LONGO, Ministro della Guerra in Sicilia approvò il seguente Quadro: Capo di Stato Maggiore il capitano AMOS OCCARI e n. 4 Battaglioni al comando di WINKLER, ISNARDI (il secondo); il terzo CHIASSI ed il 4° Battaglione PELLEGRINI. Riguardo la Compagnia di CHIASSI, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito – riferendosi al 14 agosto 1860 scriveva: Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina…..e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, Cesari scriveva che Nino Bixio comandava – insieme alla Brigata di Eberhardt anche le due Compagnie di CHIASSI che facevano parte della Brigata Sacchi. Sulle due Compagnie del Maggiore CHIASSI, Sacchi, nel suo Diario, in Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intelligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 159-160, in proposito scriveva che: Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; etc…”.  Guerzoni, sul Chiasi, riferendosi alla presa di Reggio, a p. 161 aggiunge: “Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi, a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata.”. Dunque, dal Guerzoni apprendiamo che il maggiore Giovanni CHIASSI comandava a Reggio Calabria due compagnie della Brigata Sacchi.

Nel 14 luglio 1860, la partenza da Genova della Brigata SACCHI: la “QUARTA SPEDIZIONE”

Da Wikiedia leggiamo che il colonnello Gaetano Sacchi, passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Della “Brigata Sacchi” abbiamo le memorie del colonnello Gaetano Sacchi pubblicate da Renato Sòriga.  Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. I volontari della Brigata Sacchi furono a Sapri, dove si imbarcarono per Napoli, il giorno 10 settembre 1860. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….).  Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, a p. 63, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie):  “…Garibaldi ed organizza in Modena il 4º Reggimento di linea di cui ebbe il comando anche dopo l’annessione del Ducato al Piemonte. Nel 1860 sarebbe stato indubbiamente dei Mille, se Garibaldi, per non disgregare le forze regolari della nuova Italia non gli avesse imposto di rimanere nell’esercito. Ad ogni modo, non a pena gli si presenta il destro, senza pregiudicare la disciplina, dà le dimissioni e con duemila volontari formanti la quarta spedizione garibaldina raggiunge il Duce dei Mille a Palermo. Il resto degli avvenimenti sono noti.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46º Fanteria, infrenato dalla volontà di Garibaldi e da una serie di considerazioni politiche e militari, sbuffava come il generoso cavallo di battaglia al suono della tromba, quando udiva i racconti dei miracoli dei suoi amici in Sicilia. Attorno a lui fremeva una nobile schiera di giovani animati dai più generosi sentimenti di patriottismo, di abnegazione, di virtù civili e militari; la più parte di questi giovani appartenenti alle provincie Venete e vincolati per 18 mesi al servizio militare. L’indirizzo del Generale Garibaldi a tutte le forze degl’Italiani bastò a rompere le dighe che conteneano quei generosi; i riguardi politici tacquero, e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionato del 46° per attendere all ‘ imbarco di altra gente appartenente alla spedizione. Tre giorni dopo arrivavano a Palermo etc…”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1)….Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che, sul finire del mese di Luglio e ai primi di Agosto, dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”Secondo l’Appendice B del testo di Treveljan, da Genova il Sacchi si partì da Genova per Marsala, con 1535 volontari garibaldini, il 18 luglio 1860 sul vapore “La città di Torino”. Sulla Brigata Sacchi troviamo scritto sulla rete che: Anche la Spedizione dei Mille annovera fra i suoi arruolati due donne, di cui una, Tonina Masanello, non compare nemmeno nell’elenco dei partecipanti. In effetti non parte da Quarto insieme con gli altri, ma solo più tardi con la cosiddetta quarta Spedizione, ovvero la Brigata Sacchi. Nata in provincia di Padova nel 1833, Tonina sposa un giovane che condivide i suoi ideali. Ben presto i coniugi si rifugiano a Modena per timore di essere arrestati. È in quella città che apprendono dell’impresa che Garibaldi sta preparando. La decisione non è facile, ma alla fine fanno la loro scelta: affidano la loro bambina a una famiglia amica e vanno a Genova. Appreso che Garibaldi è già partito, non si scoraggiano. Si uniscono alla Brigata Sacchi composta da più di duemila volontari, che parte in quei giorni per portare rinforzi. Per potersi arruolare Tonina si veste da uomo e si fa passare per il cognato Antonio Marinello. La Brigata Sacchi raggiunge Garibaldi a Palermo e prosegue per la Calabria percorrendola a tappe a piedi fra scontri con le truppe borboniche e un clima altrettanto nemico.”.

Nel 17 luglio 1860, da Genova a MARSALA l’arrivo dei volontari garibaldini del colonnello GAETANO SACCHI: della “QUARTA SPEDIZIONE”    

Da Wikiedia leggiamo che le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi. Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Wikipidia rimanda alla nota (4) e scrive: “Sul viaggio degli 800 partiti sul Washington vedi la lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi.“. Della “Brigata Sacchi” abbiamo le memorie del colonnello Gaetano Sacchi pubblicate da Renato Sòriga.  Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. I volontari della Brigata Sacchi furono a Sapri, dove si imbarcarono per Napoli, il giorno 10 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: Tre giorni dopo arrivavano a Palermo dove Sacchi organizzò subito una brigata di 4 battaglioni, e li addestrò nelle manovre coadiuvato dai suoi bravi compagni. Non potè partire subito per poter raggiungere Garibaldi perchè gli mancavano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Secondo l’Appendice B del testo di Treveljan, da Genova il Sacchi si partì da Genova per Marsala, con 1535 volontari garibaldini, il 18 luglio 1860 sul vapore “La città di Torino”. Sulla Brigata Sacchi troviamo scritto sulla rete che: Anche la Spedizione dei Mille annovera fra i suoi arruolati due donne, di cui una, Tonina Masanello, non compare nemmeno nell’elenco dei partecipanti. In effetti non parte da Quarto insieme con gli altri, ma solo più tardi con la cosiddetta quarta Spedizione, ovvero la Brigata Sacchi. Nata in provincia di Padova nel 1833, Tonina sposa un giovane che condivide i suoi ideali. Ben presto i coniugi si rifugiano a Modena per timore di essere arrestati. È in quella città che apprendono dell’impresa che Garibaldi sta preparando. La decisione non è facile, ma alla fine fanno la loro scelta: affidano la loro bambina a una famiglia amica e vanno a Genova. Appreso che Garibaldi è già partito, non si scoraggiano. Si uniscono alla Brigata Sacchi composta da più di duemila volontari, che parte in quei giorni per portare rinforzi. Per potersi arruolare Tonina si veste da uomo e si fa passare per il cognato Antonio Marinello. La Brigata Sacchi raggiunge Garibaldi a Palermo e prosegue per la Calabria percorrendola a tappe a piedi fra scontri con le truppe borboniche e un clima altrettanto nemico.”. Sulla rete – riferendosi probabilmente all’arrivo della Brigata di Sacchi e dei suoi volontari in Sicilia –  troviamo scritto: “Scrive il colonello Sacchi nella sua relazione, in data 8 agosto 1860: si continua la marcia sotto un sole ardente, senza acqua lungo la strada e con uno strato di polvere finissima che estenua affatto i soldati. Qualche tempo dopo scrive: un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine. Tonina non intende fare la vivandiera o l’infermiera e, negli scontri armati, si batte con tale coraggio da far dire a qualcuno che avrebbe potuto comandare un battaglione se la sua condizione di donna non glielo avesse impedito.”. Dunque, la “Brigata Sacchi” era in Sicilia già l’8 agosto 1860 e partecipò alla conquista di Sicilia. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….).

Nel 22 luglio 1860, l’arrivo a Palermo della Quarta Spedizione

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 85-86 spiega che: “Lasciavo in Genova l’attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco altra gente appartenente alla spedizione. Arrivo a Palermo il 22 organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perchè mi mancano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto.”. Siamo a Luglio in Sicilia. Sacchi spiega che arrivati a Palermo il 22 luglio 1860: Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari. Il quadro degli ufficiali è approvato del Ministro della Guerra Colonnello Longo. Arriva Pellegrini il 26 con 400 uomini circa e prende il comando del suo battaglione.”. Sacchi, a p. 86, in proposito aggiungeva che a Palermo: “La notte del 29-30 luglio, parto per Messina con cinque sole Compagnie per mancanza di trasporti; lascio il Maggiore Pellegrini in Palermo con l’ordine di raggiungermi al più presto. Sbarco al porto di Messina ove mi è dato stringere la mano a Garibaldi a cui presento la mia truppa. Son veramente grato al Generale Garibaldi per la deferenza usata in quella circostanza al suo vecchio compagno d’armi. Egli mi comunica che la mia Brigata era richiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che aveva stabilito di lasciarla al mio comando diretto e dipendente dal quartier generale.”.

Nel 29-30 luglio 1860 partenza da Palermo per Messina

Gaetano Sacchi raccontava nel suo ‘Diario’ in Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 86 raccontava che: “Arriva Pellegrini il 26 con 400 uomini circa e prende il comando del suo battaglione. La notte del 29-30 luglio, parto per Messina con cinque sole Compagnie per mancanza di trasporti; lascio il Maggiore Pellegrini in Palermo con l’ordine di raggiungermi al più presto. Sbarco al porto di Messina ove mi è dato stringere la mano a Garibaldi a cui presento la mia truppa. Son veramente grato al Generale Garibaldi per la deferenza usata in quella circostanza al suo vecchio compagno d’armi. Egli mi comunica che la mia Brigata era richiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che aveva stabilito di lasciarla al mio comando diretto e dipendente dal quartier generale. Accantono la mia truppa al Faro Superiore, paese di montagna salubre ed abitato da gente cordiale.”.

Dal 24 al 30 luglio 1860, da Palermo a Messina l’arrivo dei volontari garibaldini del colonnello GAETANO SACCHI: della “QUARTA SPEDIZIONE”    

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro-Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che, sul finire del mese di Luglio e ai primi di Agosto, dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  a p. 112, riferendosi al 17 luglio 1860, aggiungeva che: “Tre giorni dopo arrivavano a Palermo dove Sacchi organizzò subito una brigata di 4 battaglioni, e li addestrò nelle manovre coadiuvato dai suoi bravi compagni. Non potè partire subito per poter raggiungere Garibaldi perchè gli mancavano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, riferendosi alla missione di Turr ad Ariano del 12 settembre 1860, in proposito scriveva: “Intanto che il generale Türr in soli cinque giorni compiva una missione di così grave importanza in quell’eccezionale momento, qual’era quella di sedare una reazione, che si sapeva donde aveva avuto principio, ma che non si avrebbe saputo ove potesse aver fine, entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice ¹) le altre Brigate della sua Divisione cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17ª Divisione Medici; la Brigata Sacchi continuava a di pendere direttamente dal Quartier generale principale.”. Dunque, il Pecorini scriveva che “La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, nella nota (1) postillava delle date e del calendario degli spostamenti tenuti dalle diverse Brigate che arriveranno a Napoli e, riguardo la Brigata Sacchi postillava: “(1) La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Rogliano. Alle 3 ant. del 1º settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione…..Alle 2 ant. del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarzia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom. del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese…..Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotanese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda….Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalled’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; alla mattina dell’11 lo sbarco in Napoli, dove la brigata si acquartierava ai Granili, e vi riposava fino a tutto il 13. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da La gonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartie randosi a Pizzofalcone. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.”.

Nel 7 agosto 1860, il maggiore CHIASSI si trovava in missione inviato da De Pretis  

Gaetano Sacchi raccontava nel suo ‘Diario’ in Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 86 raccontava che: Il 7 agosto arriva Pellegrini col rimanente della Brigata meno il Maggiore Chiassi che dal Pro Dittatore De Pretis fu mandato con due Compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarii. Ebbe il Chiassi in quella circostanza occasione per distinguersi per l’intelligenza, l’attività e, l’energia con cui disimpegnò la sua missione. L’otto agosto Garibaldi mi comunica l’intenzione sua di far passare nella stessa notte una mano di soldati in Calabria onde sorprendere il forte Cavallo la di cui possessione avrebbe agevolato il passaggio delle nostre forze, impedendo e molestando la crociera dei bastimenti da guerra borbonici. Colsi l’occasione per chiedergli che soldati della mia Brigata facessero parte di quella spedizione; i miei soldati anelavano di trovar l’occasione di poter distinguersi al pari dei loro compagni che li precedettero in Sicilia ed io non la lasciavo sfuggire.”.

Nel 15 agosto 1860 (?), NINO BIXIO fu nominato da Garibaldi, Maggior Generale e comandante della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale

Da Wikipedia leggiamo che Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Prese parte alla battaglia di Calatafimi, comandando il 1º battaglione, e successivamente all’insurrezione di Palermo, guidando l’assalto al ponte dell’Ammiraglio. Nei combattimenti riportò una ferita alla clavicola causata da una palla vagante. Dopo una breve convalescenza, fu incaricato di guidare la 1ª Brigata della Divisione Turr verso Corleone e Girgenti, trovandosi a espletare incarichi di polizia militare, su disposizioni di Garibaldi, che temeva altri eccidi come quello accaduto a Partinico. La notizia citata in Wikipidia proviene dall’Album Storico Artistico dei Fratelli Terzaghi ma, il 15 agosto 1860, Garibaldi non poteva emettere il Decreto di nomina perchè egli arrivò a Palermo dalla Sardegna solo il giorno dopo.

Nel 17 agosto 1860, l’arrivo nel porto di Taormina (Giardini) dei vapori Franklin e del Torino

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 343, riferendosi a Garibaldi scriveva che: Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin. Allora stessa s’incomincia l’imbarco. Alle 9 pom. si parte.”. Le due navi erano giunte, dice il Durand-Brager, nel pomeriggio del 17 dal lungo giro compiuto a mezzogiorno dell’Isola.”. Dunque, l’Agrati scriveva che i due vapori, dopo aver fatto il giro della Sicilia arrivarono al porto di Taormina (Giardini), il 17 agosto 1860. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “…ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a p. 329, in proposito scriveva che: “A Trapani, poi, i due vapori non s’erano potuti fermare: erano già passati al largo innanzi alla città e avevano proseguito così indisturbati sino alla mèta che il Sirtori aveva loro fissata.”. Insomma, accadde che Sirtori, spazientito della mancata risposta di Garibaldi prese di sua iniziativa la saggia decisione di spostare subito le truppe del Bertani. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 343, in proposito aggiungeva pure che: “Garibaldi nelle sue Memorie non ha che poche parole al riguardo, ed anche quelle di non grande chiarezza. “Il generale Sirtori aveva già disposto a punta di Faro due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin perché facessero il giro ad occidente e ad ostro dell’Isola sino a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”. Rileviamo come quel che Garibaldi dice dei due piroscafi non sia esatto: non dal Faro, ma da Palermo il Sirtori li aveva mandati a Taormina, né d’altronde a Palermo li aveva fatti mandare lui. Poi, c’è quella frase in cui loda la risoluzione di inviarli laggiù in modo che pare darne il merito al Sirtori. Ha voluto davvero dir questo ?”. Insomma, l’Agrati conferma che il generale Sirtori inviò a Taormina, nel vicino porto di Giardini, i due piroscafi su cui poi, si imbarcheranno Bixio e Garibaldi per la traversata sullo stretto di Messina e poter così sbarcare in Calabria. Che cosa era successo ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti..

BIXIO E GARIBALDI A GIARDINI (PORTO DI TAORMINA)

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, etc….. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 342-343 scriveva che: Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Qui ordina a Dezza di impadronirsi del telegrafo; il che questi fa dopo aver risposto nulla di nuovo all’ ufficiale di Capo dell’Armi che aveva domandato che cosa fossero quei vapori. Ma l’Aquila e il Fulminante cannoneggiano e il Torino arenato e gli sbarcati. I colpi rallegran la banda pioniera vissuta per dodici giorni in mezzo a quindicimila nemici, ora irrompendo su Bagnara, ora marciando a Pedovoli, poi ritornando ai Forestali, allettando sulla sua traccia le masse nemiche che così si assottigliavano alla marina. Infine, incalzata per ogni verso, volta oltre Appennino e giunge il 18 a San Lorenzo. Qui indusse il sindaco Rossi a proclamare la decadenza della dinastia borbonica, l’Italia Una con Vittorio Emanuele, la dittatura di Garibaldi. Sentito il cannone, Missori e i suoi precipitano giù a Mileto, salutati dalle bombe del nemico, accolti a braccia aperte da Garibaldi , e con esso marciano verso Reggio.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, etc…”. Pecorini aggiungeva pure che: Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Quando Rustow scrive che a Taormina vi era la Brigata Sacchi si riferisce alla Brigata Ebherardt che diventò Brigata SACCHI. Questa Brigata fu aggregata alla Divisione di Bixio. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.. Su quanto accadesse a Taormina prima della partenza di Bixio con Garibaldi che sbarcarono in Calabria, vi è la testimonianza della giornalista inglese Jessie White-Mario (….), che in quei giorni fu infermiera distaccata vicino l’ambulanza di Stradivari. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….e il vice-capo dell ‘ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione.”. La White, a p. 174, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Così il povero Ripari fino dal 22 fu sbalzato col personale e materiale d’ambulanza dall’Aberdeen ove pure era salito per ordine di Sirtori, e noi dovemmo sguizzare in barche pescherecce e sbarcare in mezzo ai regi e correre e correre per raggiungere Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “A me par fuor di dubbio che il merito dell’organizazione della traversata risalga al Sirtori più che a Garibaldi. E ne è un’altra prova il fatto che Garibaldi giunse inatteso a Taormina proprio all’ultimo momento, quando già parte delle truppe del Bixio erano a bordo – il Durand-Brager scrive persino che l’imbarco era incominciato la mattina – onde è più lecito supporre che esse dovevano passare anche senza il Dittatore, sotto la guida di Bixio. Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “VI. – Calabria….Fallito lo scopo del furtivo passaggio, distribuiti i volontari a piccole masse intorno a Messina, Faro e luoghi adiacenti, sicuri che i regi avrebberci atteso, posto piede in Calabria, Garibaldi ideò nuova spedizione e scelse il paesello di Giardini, a sito d’imbarco, fuori vista dei legni borbonici, proprio sulla spiaggia che prospetta il mar di Malta. A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto. Nel silenzio e in fretta salirono le truppe in numero di 2000 e più, e in rotta di Malta, il legno non ispirava sospetti. Navigò quasi volta la poppa alla Calabria e solcato gran tratto, viste l’acque libere dai temuti sguardi, cambiando direzione a sinistra, avanzò nel Jonio, e fu a Mileto ove toccaron terra i nuovi difensori. Il crepuscolo vespertino del 20 agosto , sorrideva all’arrivo dei nostri; e avvenne che sorgiunte le fregate regie nulla trovassero a predare dal vapore in fuori. Cannonate a tutta possa, feriti quattro o cinque e incendiato il legno. Le fiamme nutrite dalla pece giganti l’arsero, la chiglia una bragia, sommerse lento lento. Garibaldi non istette, procede a Reggio disponendo il vicino attacco. Fatto buio, irrompe in città, combatte, assale, fa prigionieri, prende posizioni e opportuni posti di difesa. Durante l’adoprarsi attivo in ogni senso a fine di vincere i pericoli soprastanti al passaggio dei nostri per la necessaria azione sul continente, ove speravasi l’intervento di maggiori e più agguerriti elementi, noi dei 180 fummo impediti da tentativi pel concorso di malaugurosi fatti; in quei di fino al 20 costretti a disastrosa vita, determinati a starcene e cooperare, calammo a Bagnara, e giù inosservati dal monte ci ponemmo dietro ad alta riva che circonda la piazza. A segno stabilito, sui nemici ivi raccolti, mandammo fucilate ; ne segui allarme e repentino movimento. Forti pattuglie di cavalli su pel monte, pervennero alla cima ed occuparono il più comodo transito nostro. Sostati, ci attesero, ma inutilmente  Accortici, deviammo, e soli tre caddero fra loro. Riparammo a Forestari, cacciati da colonne, e più tardi a S. Stefano, e sottraemmo gran nerbo di forze ai regi per agevolare i passi ai nostri….”. Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 85 e ssg., in proposito scriveva che: Il 12 agosto il Dittatore si assenta dal Faro improvvisamente; egli assisteva e dirigeva giornalmente i lavori di difesa di quella spiaggia ed i preparativi pel passaggio dello stretto. Ogni giorno si tenta con infelice successo il passaggio di quello con alcune forze; finalmente al Generale Cosenz, in sull’alba del 16 agosto, riesce a gettarsi sul continente, proprio sotto il forte Scilla, con circa mille uomini……Garibaldi andò a Castellamare per portar via una fregata al Borbone, ma falli il colpo. Il giorno 19 Garibaldi sbarca a Melito con circa 3000 uomini; il 21 attacca e s’impadronisce di Reggio; etc…”.

LA BRIGATA SACCHI IN SICILIA

Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 85 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciavo in Genova l’attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46 ° per attendere all’imbarco d’altra gente appartenente alla spedizione. Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46º. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perchè mi mancano le armi caricate su l’altro bastimento non ancor giunto. Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari. Il quadro degli ufficiali è approvato del Ministro della Guerra Colonnello Longo. Arriva Pellegrini il 26 con 400 uomini circa e prende il comando del suo battaglione. La notte del 29-30 luglio, parto per Messina con cinque sole Compagnie per mancanza di trasporti; lascio il Maggiore Pellegrini in Palermo con l’ordine di raggiungermi al più presto. Sbarco al porto di Messina ove mi è dato stringere la mano a Garibaldi a cui presento la mia truppa. Son veramente grato al Generale Garibaldi per la deferenza usata in quella circostanza al suo vecchio compagno d’armi. Egli mi comunica che la mia Brigata era richiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che aveva stabilito di lasciarla al mio comando diretto e dipendente dal quartier generale. Accantono la mia truppa al Faro Superiore, paese di mon tagna salubre ed abitato da gente cordiale. Il 7 agosto arriva Pellegrini col rimanente della Brigata meno il Maggiore Chiassi che dal Pro Dittatore De Pretis fu mandato con due Compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarii. Ebbe il Chiassi in quella circostanza occasione per distinguersi per l’intelligenza, l’attività e, l’energia con cui disimpegnò la sua missione. L’otto agosto Garibaldi mi comunica l’intenzione sua di far passare nella stessa notte una mano di soldati in Calabria onde sorprendere il forte Cavallo la di cui possessione avrebbe agevolato il passaggio delle nostre forze, impedendo e molestando la crociera dei bastimenti da guerra borbonici. Colsi l’occasione per chiedergli che soldati della mia Brigata facessero parte di quella spedizione; i miei soldati anelavano di trovar l’occasione di poter distinguersi al pari dei loro compagni che li precedettero in Sicilia ed io non la lasciavo sfuggire. Una compagnia di cento e più uomini scelti fra i migliori di tutte le Compagnie fu desti nata a quell’arrischiata impresa. Il Capitano Racchetti fu preposto al comando; gli ufficiali Corti e Perelli a coadiuvarlo; tutti tre giovani distintissimi e superiori ad ogni elogio. L’esito e relazione di tale impresa veggasi nel Rapporto del Capitano Racchetti (1), solo aggiungerò che la Compagnia, mirabilmente condotta dal suo Capo, meritò gli encomii dei superiori e contribuì in massima parte a ravvivare lo spirito degl’ insorti calabresi con opportune avvisaglie contro il nemico di gran lunga superiore di forze: a mantenere e a far nascere la fiducia nelle popolazioni e a preparare insomma la via ai grandi avvenimenti che si maturavano, coadiuvando poi opportunamente il Generale Garibaldi nella presa di Reggio, il giorno 21 agosto dopo di aver superate fatiche, privazioni e pericoli d’ogni sorta; non fu opera facile il mantenere per più giorni quel nucleo sulle montagne ed operar poscia la congiunzione con Garibaldi; ma la costanza di quei pochi, l’intelligente direttiva e l’ardire dei capi, ebbero il loro compenso nel felicissimo risultato. La Brigata venne suddivisa in due Reggimenti: ebbe il co mando del primo il Maggiore Winkler, promosso Tenente Colonnello; ufficiale distinto sotto ogni rapporto, di nazionalità ungherese; lasciò la bandiera austriaca nel 1848 a Venezia per arruolarsi sotto quella della libertà d’Italia; ebbe il comando del secondo il Tenente Colonnello Pellegrini; continuò nelle funzioni di Capitano di Stato Maggiore il Capitano Occari, promosso a Maggiore. Colgo ogni occasione per esercitare la Brigata accantonata al Faro Superiore ed a Ganzirri. Il 12 agosto il Dittatore si assenta dal Faro improvvisamente; egli assisteva e dirigeva giornalmente i lavori di difesa di quella spiaggia ed i preparativi pel passaggio dello stretto. Ogni giorno si tenta con infelice successo il passaggio di quello con alcune forze; finalmente al Generale Cosenz, in sull’alba del 16 agosto, riesce a gettarsi sul continente, proprio sotto il forte Scilla, con circa mille uomini. Lo stesso giorno ricevo ordine dal Generale Sirtori di portarmi con la Brigata a Spadafora e colà attedere i mezzi di trasporto; non mi viene comunicato il piano di sbarco: suppongo sia pel golfo di Salerno o Capri. Fò partire nella stessa notte il 1° Regimento ; ma nella giornata del 17 ricevo ordine di sospendere la marcia del rimanente della Brigata. Il 1° Reggimento ha fatto una marcia disastrosa per giungere a Spadafora da dove fa ritorno. Garibaldi andò a Castellamare per portar via una fregata al Borbone, ma falli il colpo.”.

Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”.

Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. del 1° settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di Guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione. Alle 2 del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarzia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese. Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotenese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Esaminando inoltre i registri dello stato civile del Municipio, m’è occorso di riscontrare che parecchi soldati garibaldini, durante quella marcia trionfale, lasciarono la giovane vita – credo per morte naturale in conseguenza dei disagi e delle sofferenze della vita militare, etc….E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi. A tutti essi vada ora il mio pensiero grato e riconoscente anche a nome della Patria et…”. L’avv. Carlo Pesce scriveva che, a Lagonegro, il 2 Novembre 1860 lasciò la vita “Rocco Pagliariello”, un garibaldino di Palermo appartenente alla Brigata Sacchi. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Dunque, Giacinto De Sivo scriveva che a Spatafora, la Brigata Sacchi era composta da 1500 volontari garibaldini.

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto.”.

Nel 15 agosto 1860 (?), NINO BIXIO fu nominato da Garibaldi, Maggior Generale e comandante della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale

Da Wikipedia leggiamo che Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Prese parte alla battaglia di Calatafimi, comandando il 1º battaglione, e successivamente all’insurrezione di Palermo, guidando l’assalto al ponte dell’Ammiraglio. Nei combattimenti riportò una ferita alla clavicola causata da una palla vagante. Dopo una breve convalescenza, fu incaricato di guidare la 1ª Brigata della Divisione Turr verso Corleone e Girgenti, trovandosi a espletare incarichi di polizia militare, su disposizioni di Garibaldi, che temeva altri eccidi come quello accaduto a Partinico. La notizia citata in Wikipidia proviene dall’Album Storico Artistico dei Fratelli Terzaghi ma, il 15 agosto 1860, Garibaldi non poteva emettere il Decreto di nomina perchè egli arrivò a Palermo dalla Sardegna solo il giorno dopo.

BIXIO E GARIBALDI A GIARDINI (PORTO DI TAORMINA)

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, etc….. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 342-343 scriveva che: Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Qui ordina a Dezza di impadronirsi del telegrafo; il che questi fa dopo aver risposto nulla di nuovo all’ ufficiale di Capo dell’Armi che aveva domandato che cosa fossero quei vapori. Ma l’Aquila e il Fulminante cannoneggiano e il Torino arenato e gli sbarcati. I colpi rallegran la banda pioniera vissuta per dodici giorni in mezzo a quindicimila nemici, ora irrompendo su Bagnara, ora marciando a Pedovoli, poi ritornando ai Forestali , allettando sulla sua traccia le masse nemiche che così si assottigliavano alla marina. Infine, incalzata per ogni verso, volta oltre Appennino e giunge il 18 a San Lorenzo. Qui indusse il sindaco Rossi a proclamare la decadenza della dinastia borbonica, l’Italia Una con Vittorio Emanuele, la dittatura di Garibaldi. Sentito il cannone, Missori e i suoi precipitano giù a Mileto, salutati dalle bombe del nemico, accolti a braccia aperte da Garibaldi , e con esso marciano verso Reggio.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, etc…”. Pecorini aggiungeva pure che: Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Quando Rustow scrive che a Taormina vi era la Brigata Sacchi si riferisce alla Brigata Ebherardt che diventò Brigata SACCHI. Questa Brigata fu aggregata alla Divisione di Bixio. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.. Su quanto accadesse a Taormina prima della partenza di Bixio con Garibaldi che sbarcarono in Calabria, vi è la testimonianza della giornalista inglese Jessie White-Mario (….), che in quei giorni fu infermiera distaccata vicino l’ambulanza di Stradivari. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….e il vice-capo dell ‘ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione.”. La White, a p. 174, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Così il povero Ripari fino dal 22 fu sbalzato col personale e materiale d’ambulanza dall’Aberdeen ove pure era salito per ordine di Sirtori, e noi dovemmo sguizzare in barche pescherecce e sbarcare in mezzo ai regi e correre e correre per raggiungere Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “A me par fuor di dubbio che il merito dell’organizazione della traversata risalga al Sirtori più che a Garibaldi. E ne è un’altra prova il fatto che Garibaldi giunse inatteso a Taormina proprio all’ultimo momento, quando già parte delle truppe del Bixio erano a bordo – il Durand-Brager scrive persino che l’imbarco era incominciato la mattina – onde è più lecito supporre che esse dovevano passare anche senza il Dittatore, sotto la guida di Bixio. Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “VI. – Calabria….Fallito lo scopo del furtivo passaggio, distribuiti i volontari a piccole masse intorno a Messina, Faro e luoghi adiacenti, sicuri che i regi avrebberci atteso, posto piede in Calabria, Garibaldi ideò nuova spedizione e scelse il paesello di Giardini, a sito d’imbarco, fuori vista dei legni borbonici, proprio sulla spiaggia che prospetta il mar di Malta. A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto. Nel silenzio e in fretta salirono le truppe in numero di 2000 e più, e in rotta di Malta, il legno non ispirava sospetti. Navigò quasi volta la poppa alla Calabria e solcato gran tratto, viste l’acque libere dai temuti sguardi, cambiando direzione a sinistra, avanzò nel Jonio, e fu a Mileto ove toccaron terra i nuovi difensori. Il crepuscolo vespertino del 20 agosto , sorrideva all’arrivo dei nostri; e avvenne che sorgiunte le fregate regie nulla trovassero a predare dal vapore in fuori. Cannonate a tutta possa, feriti quattro o cinque e incendiato il legno. Le fiamme nutrite dalla pece giganti l’arsero, la chiglia una bragia, sommerse lento lento. Garibaldi non istette, procede a Reggio disponendo il vicino attacco. Fatto buio, irrompe in città, combatte, assale, fa prigionieri, prende posizioni e opportuni posti di difesa. Durante l’adoprarsi attivo in ogni senso a fine di vincere i pericoli soprastanti al passaggio dei nostri per la necessaria azione sul continente, ove speravasi l’intervento di maggiori e più agguerriti elementi, noi dei 180 fummo impediti da tentativi pel concorso di malaugurosi fatti; in quei di fino al 20 costretti a disastrosa vita, determinati a starcene e cooperare, calammo a Bagnara, e giù inosservati dal monte ci ponemmo dietro ad alta riva che circonda la piazza. A segno stabilito, sui nemici ivi raccolti, mandammo fucilate ; ne segui allarme e repentino movimento. Forti pattuglie di cavalli su pel monte, pervennero alla cima ed occuparono il più comodo transito nostro. Sostati, ci attesero, ma inutilmente  Accortici, deviammo, e soli tre caddero fra loro. Riparammo a Forestari, cacciati da colonne, e più tardi a S. Stefano, e sottraemmo gran nerbo di forze ai regi per agevolare i passi ai nostri….”.

L’IMBARCO PER LA CALABRIA AL PORTO DI TAORMINA, GARIBALDI E BIXIO

Da Wikipedia leggiamo che Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo. Nino Bixio partì insieme a Garibaldi, si imbarcò per sbarcare in Calabria, la notte del 18 agosto 1860 e, in proposito, in quei giorni, di quei giorni scrivevano Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 137-138, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi…..etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Dunque, Garibaldi scriveva che in quei giorni, il generale Turr era ancora convalescente. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 374 e ssg., in proposito scriveva che:Bisognava dunque passare lo Stretto, …I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 342-343 scriveva che: Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Garibaldi, in questo passaggio parla dei maneggi del partito di Cavour e scriveva che Cavour, contrariato per l’eventuale passaggio dalla Sicilia al Continente, fece di tutto per impedirlo tanto da chiamare in “sussidio” Napoleone III e la marina militare francese che comparse al Faro, ma in tale occasione lord John Russel “…imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Da Wikipedia leggiamo che intanto, mentre Garibaldi avanzava, erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita, come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano allo stesso Garibaldi, nelle quali si rappresentava il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti del generale nizzardo, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicari inviati al medesimo scopo. Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti Venosta, Nisco, Mariano D’Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti; d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL . Da Milazzo a Napoli. Dopo aver battuto a Milazzo le migliori truppe del Borbone e obbligata la guarnigione il 23 luglio a capitolare, Garibaldi s’era rapidamente portato in Messina. Egli era ormai padrone di tutta la Sicilia, tranne Messina, Augusta e Siracusa . Il generale Medici non tardò ad impossessarsi di Messina che non resistette. La punta del Faro e la costa fra il Faro e la città vennero fortificati. Ormai non si pensava più che a passare lo stretto, e, a tale scopo, a riunire forze sufficienti per abbattere gli ostacoli accumulati sulle coste di Calabria e per ispazzar via le truppe agglomeratevi. Garibaldi per un momento vagheggiò l’idea di comparire innanzi a Napoli e tentare uno di quei colpi di mano dei quali aveva il genio, ma l’abbandonò e lo sbarco ebbe luogo a Melito. Etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 62, in proposito scriveva che: “….; era il Faro, eravamo arrivati. Le ancore svolsero bruscamente le catene, e ci ancorammo nella parte più riparata di quello stretto. Innanzi a noi s’elevava la Sicilia, “all’ombra dell’Etna”; sulla nostra sinistra, Messina brillava etc…Alle nostre spalle si profilava la Calabria con le sue immense montagne scoscese, in cima alle quali bruciavano fuochi etc…(p. 63) Garibaldi sbarcò al Faro, poi lo vedemmo da lontano passare in carrozza sulla strada che costeggia il mare e raggiungere Messina. Egli si recava, senza riposarsi, a Taormina, per ispezionare la prima brigata che doveva tentare lo sbarco in terraferma. A stento riuscimmo a procurarci una barca che, spinta da tre rematori, ci consdusse assai rapidamente a Messina.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “A me par fuor di dubbio che il merito dell’organizazione della traversata risalga al Sirtori più che a Garibaldi. E ne è un’altra prova il fatto che Garibaldi giunse inatteso a Taormina proprio all’ultimo momento, quando già parte delle truppe del Bixio erano a bordo – il Durand-Brager scrive persino che l’imbarco era incominciato la mattina – onde è più lecito supporre che esse dovevano passare anche senza il Dittatore, sotto la guida di Bixio. Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria.”. Agrati, a p. 347, in proposito aggiungeva che: “Non v’è accordo neppure sul numero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1).”. Agrati, a p. 347, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice N. 9.”. Agrati, a pp. 347-348, in proposito aggiungeva che: “Mentre si faceva l’imbarco, Garibaldi scrisse al Sirtori la seguente lettera: “Taormina 18 agosto 1860. Generale etc…..G. Garibaldi”.”.  Agrati, a p. 348, in proposito aggiungeva che: “Alle 9 – come s’è visto dal Canzio – le navi lasciano la Sicilia. Il Bixio comincia così il suo rapporto al Capo di Stato Maggiore: “Villa San Giovanni, 25 agosto 1860 etc….”. Agrati, a pp. 348-349, in proposito aggiungeva: “Il Bixio poi parla della falla prodotta nel Franklin come di un attentato, di un atto di sabotaggio diremmo oggi, e la versione appare verosimile sia per la cattiva volontà dei marinai alla partenza cui accenna lo stesso Bixio, sia perché nel viaggio intorno all’Isola nessuna falla s’era mai prodotta ed è strano che si producesse proprio quando la nave era ferma.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie. Il Bixio, per rendere agevole il disbarco, spinse il bastimento sulla spiaggia in modo che entrò per metà sulla terra. Quando ognuno fu a terra, le fregate si diedero tanto a mitragliare i volontari da costringerli a raggiungere le alture. Nondimeno le fregate, visto ormai inutile il cannoneggiamento, spedirono un’imbarcazione sul Torini vuoto ed abbandonato che, dopo essere stato saccheggiato, fu finanche incendiato. Poco lontano dal punto dello sbarco, in una cascina, erano nascoste le armi, di cui si impossessarono i garibaldini. Il Duce, imbarcatosi sul Tuchery, sbarcò in quei pressi col Menotti per iniziare la rotta su Reggio etc…”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 191-192 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Avea egli già radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi di artiglieria, e censessanta barche e ponti volanti opportuni a lragheltare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l‘ attenzione dell’ inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Bustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto di imbarco, le brigate Bixio ed Ebherard; in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il General Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il Torino ed il Frwnklin, fece imbarcare la divisione Bixio-Ebherard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini.”. Su questo avvenimento vi è la testimonianza diretta, la Relazione del generale Nino Bixio.

GARIBALDI E BIXIO SBARCANO IN CALABRIA

Nel 19 agosto 1860, il passaggio dei Garibaldini di Cosenz e di Bixio sulle coste della Calabria

Da Wikipedia leggiamo che il 19 agosto 1860, eludendo la sorveglianza delle poche navi della marina borbonica, Garibaldi passò lo Stretto di Messina e sbarcò a sud di Reggio Calabria. Volendo sfruttare la superiorità numerica, Pianell e Francesco II ordinarono di concentrare gli attacchi sui nemici sbarcati; ma Vial, fin dal primo momento, perse i contatti con i suoi generali, i quali, d’altra parte, invece di tenere riunite le truppe le sfiancarono in marce inconcludenti. Nino Bixio, promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Sulla spiaggia melitese di Rumbolo il 19 agosto 1860 avvenne lo sbarco dei Mille di Giuseppe Garibaldi che, dopo aver occupato la Sicilia, puntavano alla conquista delle terre del regno borbonico “al di qua del Faro”. Lo sbarco a Melito Porto Salvo è un episodio della spedizione dei Mille che segnò l’inizio delle operazioni dell’Esercito meridionale garibaldino sulla parte continentale del Regno delle Due Sicilie. Fu effettuato, nella notte tra il 18 e il 19 agosto 1860, da Giuseppe Garibaldi e da 3.500 camicie rosse con l’obbiettivo di attraversare lo stretto di Messina e risalire la penisola italiana. Nella zona dello sbarco si opponevano ai garibaldini circa 16.000 effettivi dell’esercito borbonico schierati a difesa della costa calabra[1]. Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Altri sbarchi avvennero il 21, tra Favazzina e Scilla, ad opera di Enrico Cosenz. Con la presa di Melito Porto Salvo, i volontari garibaldini, dopo essersi organizzati logisticamente, anche grazie al successivo sbarco di ulteriori contingenti, partirono alla conquista di Reggio. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie. Il Bixio, per rendere agevole il disbarco, spinse il bastimento sulla spiaggia in modo che entrò per metà sulla terra. Quando ognuno fu a terra, le fregate si diedero tanto a mitragliare i volontari da costringerli a raggiungere le alture. Nondimeno le fregate, visto ormai inutile il cannoneggiamento, spedirono un’imbarcazione sul Torini vuoto ed abbandonato che, dopo essere stato saccheggiato, fu finanche incendiato. Poco lontano dal punto dello sbarco, in una cascina, erano nascoste le armi, di cui si impossessarono i garibaldini. Il Duce, imbarcatosi sul Tuchery, sbarcò in quei pressi col Menotti per iniziare la rotta su Reggio etc…”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 374 e ssg., in proposito scriveva che:Bisognava dunque passare lo Stretto, …I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria.”. Agrati, a p. 347, in proposito aggiungeva che: “Non v’è accordo neppure sul numero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1).”. Agrati, a p. 347, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice N. 9.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “CAPITOLO XII. Sul continente napoletano. Circa alla fine d’agosto 1860, e verso le 3 antimeridiane d’una bella giornata approdammo sulla spiaggia di Melito. All’alba era tutta la gente in terra con armi e bagagli, e senza l’arenamento del Torino, che non potè uscire malgrado gli sforzi fatti dal Franklin per tirarlo fuori, potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio. Alle 3 pomeridiane comparvero tre vapori borbonici capitanati dal Fulminante, e cominciarono a cannoneggiare gente, vapore ed ogni cosa. Provarono anche di metter fuori il Torino, ma non potendovi riuscire lo incendiarono. Il Franklin era partito e fu salvo. Verso le 3 della mattina del giorno seguente ebbe luogo lo sbarco, e noi marciammo su Reggio. Passammo il Capo dell ‘ Armi per lo stradale e meriggiammo vicino ad un villaggio che si trova tra quel Capo e la bella sorella di Messina. La squadra nemica osservava i nostri movimenti. Verso sera riprendemmo la marcia su Reggio, e giunti ad una certa distanza dalla città obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando così gli avamposti nemici che ci aspettavano sullo stradale. Il colonnello Antonino Plutino e vari patriotti reggiani erano con noi, dimodochè avevamo delle buone guide. Facemmo varie fermate durante la notte per lasciare riposare la gente e per riunirla, ed alle 2 della mattina assaltammo Reggio.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte dell’impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere, del napoletano naviglio, passaggio del Faro.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Nella notte sul 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartiere generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica di Ghio. Questa infatti trovava a Soveria i calabresi, i quali però per dispaccio di Sartori, male interpretato nel senso di lasciar passare la colonna Ghio etc….Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 146-147, in proprosito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr manda a Bixio la seguente lettera: “Al signor generale Bixio, Comandante la I° brigata della 15° Divisione. “Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, etc…Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.  Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Pecorini-Manzoni, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr, con ordine se è possibile d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada per Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno.”Pecorini, a pp. 147-148 aggiungeva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attacate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito oltre i signori accennati ieri, il colonnello Telky e Maxime du Camps….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Cosenza, 31 agosto 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…. Il De Cesare, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours , leur culotte courte , leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir . Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on, puisqu’il s’agit des Calabres, où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”.  Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “VI. – Calabria….Fallito lo scopo del furtivo passaggio, distribuiti i volontari a piccole masse intorno a Messina, Faro e luoghi adiacenti, sicuri che i regi avrebberci atteso, posto piede in Calabria, Garibaldi ideò nuova spedizione e scelse il paesello di Giardini, a sito d’imbarco, fuori vista dei legni borbonici, proprio sulla spiaggia che prospetta il mar di Malta. A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto. Nel silenzio e in fretta salirono le truppe in numero di 2000 e più, e in rotta di Malta, il legno non ispirava sospetti. Navigò quasi volta la poppa alla Calabria e solcato gran tratto, viste l’acque libere dai temuti sguardi, cambiando direzione a sinistra, avanzò nel Jonio, e fu a Mileto ove toccaron terra i nuovi difensori. Il crepuscolo vespertino del 20 agosto, sorrideva all’arrivo dei nostri; e avvenne che sorgiunte le fregate regie nulla trovassero a predare dal vapore in fuori. Cannonate a tutta possa, feriti quattro o cinque e incendiato il legno. Le fiamme nutrite dalla pece giganti l’arsero, la chiglia una bragia, sommerse lento lento. Garibaldi non istette, procede a Reggio disponendo il vicino attacco. Fatto buio, irrompe in città, combatte, assale, fa prigionieri, prende posizioni e opportuni posti di difesa. Durante l’adoprarsi attivo in ogni senso a fine di vincere i pericoli soprastanti al passaggio dei nostri per la necessaria azione sul continente, ove speravasi l’intervento di maggiori e più agguerriti elementi, noi dei 180 fummo impediti da tentativi pel concorso di malaugurosi fatti ; in quei di fino al 20 costretti a disastrosa vita, determinati a starcene e cooperare, calammo a Bagnara, e giù inosservati dal monte ci ponemmo dietro ad alta riva che circonda la piazza. A segno stabilito, sui nemici ivi raccolti, mandammo fucilate ; ne segui allarme e repentino movimento. Forti pattuglie di cavalli su pel monte, pervennero alla cima ed occuparono il più comodo transito nostro. Sostati, ci attesero, ma inutilmente  Accortici, deviammo, e soli tre caddero fra loro. Riparammo a Forestari, cacciati da colonne , e più tardi a S. Stefano, e sottraemmo gran nerbo di forze ai regi per agevolare i passi ai nostri….”.

LA BRIGATA SACCHI SBARCA SUL CONTINENTE

Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 85 e ssg., in proposito scriveva che: L’otto agosto Garibaldi mi comunica l’intenzione sua di far passare nella stessa notte una mano di soldati in Calabria onde sorprendere il forte Cavallo la di cui possessione avrebbe agevolato il passaggio delle nostre forze, impedendo e molestando la crociera dei bastimenti da guerra borbonici. Colsi l’occasione per chiedergli che soldati della mia Brigata facessero parte di quella spedizione; i miei soldati anelavano di trovar l’occasione di poter distinguersi al pari dei loro compagni che li precedettero in Sicilia ed io non la lasciavo sfuggire. Una compagnia di cento e più uomini scelti fra i migliori di tutte le Compagnie fu desti nata a quell’arrischiata impresa. Il Capitano Racchetti fu preposto al comando; gli ufficiali Corti e Perelli a coadiuvarlo; tutti tre giovani distintissimi e superiori ad ogni elogio. L’esito e relazione di tale impresa veggasi nel Rapporto del Capitano Racchetti (1), solo aggiungerò che la Compagnia, mirabilmente condotta dal suo Capo, meritò gli encomii dei superiori e contribuì in massima parte a ravvivare lo spirito degl’ insorti calabresi con opportune avvisaglie contro il nemico di gran lunga superiore di forze: a mantenere e a far nascere la fiducia nelle popolazioni e a preparare insomma la via ai grandi avvenimenti che si maturavano, coadiuvando poi opportunamente il Generale Garibaldi nella presa di Reggio, il giorno 21 agosto dopo di aver superate fatiche, privazioni e pericoli d’ogni sorta; non fu opera facile il mantenere per più giorni quel nucleo sulle montagne ed operar poscia la congiunzione con Garibaldi; ma la costanza di quei pochi, l’intelligente direttiva e l’ardire dei capi, ebbero il loro compenso nel felicissimo risultato. La Brigata venne suddivisa in due Reggimenti: ebbe il comando del primo il Maggiore Winkler, promosso Tenente Colonnello; ufficiale distinto sotto ogni rapporto, di nazionalità ungherese; lasciò la bandiera austriaca nel 1848 a Venezia per arruolarsi sotto quella della libertà d’Italia; ebbe il comando del secondo il Tenente Colonnello Pellegrini; continuò nelle funzioni di Capitano di Stato Maggiore il Capitano Occari, promosso a Maggiore. Colgo ogni occasione per esercitare la Brigata accantonata al Faro Superiore ed a Ganzirri. Il 12 agosto il Dittatore si assenta dal Faro improvvisamente; egli assisteva e dirigeva giornalmente i lavori di difesa di quella spiaggia ed i preparativi pel passaggio dello stretto. Ogni giorno si tenta con infelice successo il passaggio di quello con alcune forze; finalmente al Generale Cosenz, in sull’alba del 16 agosto, riesce a gettarsi sul continente, proprio sotto il forte Scilla, con circa mille uomini. Lo stesso giorno ricevo ordine dal Generale Sirtori di portarmi con la Brigata a Spadafora e colà attedere i mezzi di trasporto; non mi viene comunicato il piano di sbarco: suppongo sia pel golfo di Salerno o Capri. Fò partire nella stessa notte il 1° Regimento; ma nella giornata del 17 ricevo ordine di sospendere la marcia del rimanente della Brigata. Il 1° Reggimento ha fatto una marcia disastrosa per giungere a Spadafora da dove fa ritorno. Garibaldi andò a Castellamare per portar via una fregata al Borbone, ma falli il colpo. Il giorno 19 Garibaldi sbarca a Melito con circa 3000 uomini; il 21 attacca e s’impadronisce di Reggio; qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intelligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre. Lo stesso giorno ricevo ordine da Sirtori di concentrare tutta la Brigata a Torre del Faro e d’imbarcarla su due legni a vapore all’uopo destinati. Si eseguisce l’imbarco, ma tanto lentamente per mancanza d’imbarcazioni che vi si impiega tutta la notte. D’ordine superiore è sospesa la partenza, e verso le ore 10 antimeridiane si mettono a terra le truppe. La fregata borbonica Fulminante per molestare il nostro sbarco ingaggia un breve combattimento con le nostre batterie non ancora perfettamente ultimate. Rimane ferito il soldato del 2° Reggimento Mistrangeli Federico, al quale viene amputata la gamba destra. Alla sera il 1° Reggimento accampa nelle campagne circonvicine alla Torre del Faro; il 2° ritorna agli alloggiamenti in Ganzirri. Ricevo altro ordine di partenza da Sirtori; si riesce ad imbarcar sollecitamente mercè ponti volanti gettati dalla spiaggia sui legni. Sul Franklin e sul Washington m’imbarco col 1° Reggimento e lo Stato Maggiore; sull’Aberdeen s’imbarcava il 2° Reggimento, un Battaglione bersaglieri della Divisione Cosenz ed una Compagnia d’artiglieria. Etc…”. Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 89 e ssg., in proposito scriveva che: Ricevo altro ordine di partenza da Sirtori; si riesce ad imbarcar sollecitamente mercè ponti volanti gettati dalla spiaggia sui legni. Sul Franklin e sul Washington m’imbarco col 1° Reggimento e lo Stato Maggiore; sull’Aberdeen s’imbarcava il 2° Reggimento, un Battaglione bersaglieri della Divisione Cosenz ed una Compagnia d’artiglieria. Senza ostacolo sbarco il 1° Reggimento a Villa S. Giovanni verso la mezzanotte ; alle tre del mattino stringo la mano a Garibaldi ed a Bixio e ricevo ordine di tenermi pronto alla partenza; il 2° Reggimento mi raggiunge opportunamente nel mattino. Verso le 8 antimeridiane s’intraprende la marcia verso il Forte Cavallo. Con il Generale Garibaldi, ed il 1° Reggimento prendiamo la via dei monti per girare il forte. Il 2° Reggimento marcia sulla strada postale. Il forte inalbera bandiera bianca e dietro intimazione si rende a discrezione. Si continua la marcia verso il forte Scilla ove si fa il rancio; qui la Brigata si riunisce. Verso sera si parte e si giunge alle ore 11 pom. a Bagnara ove si accampa. La Brigata dalla Villa S. Giovanni forma l’avanguardia dell’esercito mante nendola sino a Napoli. Alle ore 4 ant. (25 agosto) si parte alla volta di Palmi; giunti a mezza strada si fa alt e si dispone per il rancio; ma un pressante ordine di Garibaldi ci fa proseguire la marcia sino a Palmi, ove si arriva alle tre pom. e si bivacca fuori città. Alle ore 4 ant. si prosegue sino a Rosarno; sono sette ore di continua marcia; alle sette e mezza pom. si riparte e dopo una marcia di circa due ore ci accampiamo nel bosco di Ponopoli. Alla Brigata va unito un battaglione della Divisione Cosenz e gl’ insorti Calabresi il di cui numero varia dai mille ai duemila. Alle quattro antimeridiane (27 agosto) si prosegue per Mileto; attraversato il paese ci accampiamo sul posto ove due giorni prima i Borbonici uccidevano il Generale Briganti (1) ; giace ancora in questo campo il cavallo del Generale trapassato da una quantità di palle. Si riprende la marcia alle ore cinque pom. per Monteleone ove si arriva alle 9 pom. La Brigata bivacca fuori città. Si parte per il Pizzo alle 4 antimeridiane (28 ag ). Giunge notizia che bande d’insorti si battono coi Borboni. Si marcia avanti sino al fiume Angitola. Gåribaldi coi Calabresi e suo seguito ci precede ; si fa alt al ponte e si dispone per il rancio; verso le quattro pom. viene ordine di partenza immediata, si marcia avanti. Verso le 9 pom. si arriva ai piedi del monte sulla cui vetta sta Chirinea; si fa il rancio che non s’era potuto mangiar prima e si riesce a consumarlo alla mezzanotte. Alle 4 ant. (29 agosto) si prosegue la marcia sino alle 11; si fa alt alla stazione della Porta e si dispone per il rancio; si presentano molti insorti Calabresi; è sublime lo spettacolo che ci offrono; bellissima gioventù tutta; armati sino ai denti e vestiti secondo i costumi dei loro paesi ; la gioia e l’ardire è di pinto su quei visi abbronzati ! Verso le 4 pom. ordine pressante di partenza; si abbandona di nuovo il rancio e si marcia verso Tiriolo ove si giunge arrampicando per tre ore verso le 9 pom. Si bivacca sulla strada fuori del paese e si distribuisce pane e formaggio. Scopo del Dittatore era di raggiungere con narcie forzate il corpo nemico del Generale Ghio, che ci precedeva ormai di poco. Veramente chi guarda a Tiriolo non sa comprendere come mai il Generale Ghio non avesse prescelta quella po sizione per combattere; essa offre tutti i vantaggi ad un grosso corpo come ad una piccola colonna che si accingesse a contrastar quel passo; sacrificando una parte minima delle sue forze in quello stretto poteva salvare il rimanente! Ma la stella d’Italia era con noi !.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”.

Nel 19 agosto 1860, la compagnia RACHETTI della Brigata Sacchi a Reggio con il maggiore CHIASSI e Garibaldi

(Fig. n….) – Il maggiore Giovanni Chiassi

Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 85 e ssg., in proposito scriveva che: Il giorno 19 Garibaldi sbarca a Melito con circa 3000 uomini; il 21 attacca e s’impadronisce di Reggio; qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intelligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Per quanto riguarda l’interessante Relazione del Maggiore CHIASSI, Soriga, a p. 90, nella nota (1) postillava: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia del luglio 1912.”. Nel luglio 1860 raggiunse Garibaldi in Sicilia, in tempo per partecipare allo sbarco sulle coste calabre e distinguersi nell’attacco che, nella notte tra il 21 e 22 luglio, portò alla conquista-lampo di Reggio Calabria, meritandosi i gradi di tenente colonnello. Fu nominato capo di Stato Maggiore divisionale dell’Esercito meridionale, ma nel 1861 rientrò a Mantova. Sulla rete troviamo scritto da Giovanni Cavallari (….) La Relazione del tenente colonnello GIOVANNI CHIASSI. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 159-160, in proposito scriveva che: Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; etc…”.  Guerzoni, sul Chiasi, riferendosi alla presa di Reggio, a p. 161 aggiunge: “Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi, a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata.”. Dunque, dal Guerzoni apprendiamo che il maggiore Giovanni CHIASSI comandava a Reggio Calabria due compagnie della Brigata Sacchi. Gaetano Sacchi raccontava nel suo ‘Diario’ in Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 86 raccontava che: L’otto agosto Garibaldi mi comunica l’intenzione sua di far passare nella stessa notte una mano di soldati in Calabria onde sorprendere il forte Cavallo la di cui possessione avrebbe agevolato il passaggio delle nostre forze, impedendo e molestando la crociera dei bastimenti da guerra borbonici. Colsi l’occasione per chiedergli che soldati della mia Brigata facessero parte di quella spedizione; i miei soldati anelavano di trovar l’occasione di poter distinguersi al pari dei loro compagni che li precedettero in Sicilia ed io non la lasciavo sfuggire. Una compagnia di cento e più uomini scelti fra i migliori di tutte le Compagnie fu destinata a quell’arrischiata impresa. Il Capitano Racchetti fu preposto al comando; gli ufficiali Corti e Perelli a coadiuvarlo; tutti tre giovani distintissimi e superiori ad ogni elogio. L’esito e relazione di tale impresa veggasi nel Rapporto del Capitano Racchetti (1), solo aggiungerò che la Compagnia, mirabilmente condotta dal suo Capo, meritò gli encomii dei superiori calabresi con opportune avvisaglie contro il nemico di gran lunga superiore di forze: a mantenere e a far nascere la fiducia nelle popolazioni e a preparare insomma la via ai grandi avvenimenti che si maturavano, coadiuvando poi opportunamente il Generale Garibaldi nella presa di Reggio, il giorno 21 agosto dopo di aver superate fatiche, privazioni e pericoli d’ogni sorta; non fu opera facile il mantenere per più giorni quel nucleo sulle montagne ed operar poscia la congiunzione con Garibaldi; ma la costanza di quei pochi, l’intelligente direttiva e l’ardire dei capi, ebbero il loro compenso nel felicissimo risultato. La Brigata venne suddivisa in due Reggimenti: ebbe il comando del primo il Maggiore Winkler, promosso Tenente Colonnello; ufficiale distinto sotto ogni rapporto, di nazionalità ungherese; lasciò la bandiera austriaca nel 1848 a Venezia per arruolarsi sotto quella della libertà d’Italia; ebbe il comando del secondo il Tenente Colonnello Pellegrini; continuò nelle funzioni di Capitano di Stato Maggiore il Capitano Occari, promosso a Maggiore.”. Soriga, a p. 86, nella nota (1) postillava: ” (1) R. Soriga, L. Brigala Sacchi e la prima speilisione garibaldina in Calabria: in Rivista d’Italia, luglio, 1912.”.

Nel 31 agosto 1860, la BRIGATA SACCHI a Soveria Mannelli

Carlo Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. del 1° settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di Guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione. Alle 2 del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarsia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese. Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotenese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda. Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 90 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 4 si parte (30 agosto); Garibaldi percorre le file dei miei soldati estenuati dalle fatiche e li rianima con la speranza di raggiungere il nemico, “ con quattro salti ancora, (sono sue parole). La sua voce, come sempre, opera miracoli ; si continua la marcia sotto un sole ardente, senza acqua lungo la strada e con uno strato di polvere finissima che estenua affatto i soldati. Ciò nonostante si continua la marcia coi più arditi e 2 pom. si arriva finalmente a raggiungere il nemico sotto Soveria. Un grido di gioia s’innalza dai miei soldati che ormai verso le stanno per raccogliere il frutto delle lunghe e penose marcie delle privazioni d’ogni sorta; molti mancano all’appello, ma pure e a poco a poco raggiungono il corpo spinti dalla tema di non essere coi loro compagni nell’ora del combattimento; ognuno si sforza di raggiungere la propria bandiera abbenchè coi piedi letteralmente piagati per le lunghe marcie e perchè senza uose la finissima polvere di quelle strade era perniciosissima ai piedi; dopo poco tempo non uno mancava all’appello. I Borbonici in Soveria sono in numero di circa dieci mila con due batterie e cavalleria; la nostra forza al primo avvistarli arriva appena ai due mila e cinquecento e poco più si aumenta dopo; gli altri Corpi del nostro esercito sono ancora a due giorni da noi. Garibaldi si stacca coi calabresi e gira la posizione dei Borbonici pei monti; il battaglione della Divisione Cosenz comandato dal Tenente Colonnello Albuzzi corona le alture di destra, io quelle di sinistra ed il centro, in modo che i Borbonici si trovano da ogni banda chiusi non avendo avuto la preveggenza di occupare le alture. Tutto è pronto per il combatti mento, non si attende che l’ordine di attacco; i generali Türr e Cosenz sono con noi. Etc…”.

Nel 6 settembre 1860, a Sapri, proveniente da Pizzo, il maggiore Giovanni CHIASSI con le sue Compagnie sbarcarono e, da Sapri, il giorno 8 era a Lagonegro, dove fu raggiunto dalla Brigata SACCHI 

Una di queste Brigate che, viaggiando via mare da Pizzo e poi da Paola, fu quella del Maggiore Giovanni Chiassi che, come vedremo in seguito, a Lagonegro si unirà alla truppa della Brigata Sacchi. La truppa del Maggiore Chiassi, proveniente da Pizzo, in Calabria, sbarcherà a Sapri il giorno 6 settembre 1860 e da Sapri marciò per Lagonegro dove sarà lì il giorno 8 settembre, allorquando ivi arriveranno le truppe del colonnello Sacchi. La brigata Sacchi, come vedremo in seguito, il giorno 8 settembre 1860 arriverà a Lagonegro ed ivi troverà la truppa della Brigata del Maggiore Chiassi. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Renato Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Renato Sòriga (….), a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle 4 e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori etc…”. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Sòriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni (….), scriveva il contrario e cioè che la Brigata Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,30 del giorno 8 settembre 1860 e che dopo fu raggiunta dalla truppa del maggiore Giovanni Chiassi. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Anche il Lacava scriveva che a Lagonegro: “….colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie”. Dunque, il Lacava scriveva che, a Lagonegro prima arrivò il Sacchi, l’8 settembre 1860 e poi arrivò il maggiore Giovanni Sacchi. Tuttavia il Maggiore Giovanni Sacchi, proveniente da Pizzo sbarcò a Sapri il giorno 6 settembre 1860. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi…..Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti scriveva che la Brigata Sacchi era a Lagonegro ed il giorno 10 settembre marciò ed arrivò a Sapri per imbarcarsi per Napoli. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le comagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunse con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Qui il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″.

Nel 31 agosto 1860, la BRIGATA SACCHI a Rogliano

Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 91 e ssg., in proposito scriveva che: “Si parti alle ore 4 antimeridiane (31 agosto) per Rogliano; dopo dieci miglia si fa sosta a Corpenzano; alle tre pom. si riprende la marcia; la truppa prende una scorciatoia per Marzi indicata dagli abitanti; i cavalli prendono la strada postale. Avevo fatto precedere i viveri al ponte di Marzi ove si prepara il rancio. La colonna invece vien portata dalle guide direttamente in Rogliano per sentieri dirupati. La maggior parte dei
soldati affranti dalla disastrosa marcia resta in Rogliano, pochi scendono in Marzi per il rancio. Alle tre ant. (1 settembre) del mattino riunisco tutta la Brigata in Rogliano e la fo’ accampare fuori paese. Un consiglio di guerra fa condannare alla fucilazione il Caporale tromba Canepa Luigi, confesso e convinto di furto di diciotto ducati e maltrattamenti a carico di una povera vecchia del paese; la sentenza viene eseguita pochi momenti prima della partenza da Rogliano alla presenza di tutta la Brigata schierata in battaglia sulla strada. Dolorosa necessità ma pure salutare esempio ai tristi ! Nella Brigata non uscì una voce chiedente grazia! malgrado che i soldati ricordassero altra occasione in cui le loro istanze valsero la grazia ad altro individuo convinto di furto. Si parte alle 4 pom. e si arriva a Cosenza alle 10 pom. Si resta in Cosenza per dare riposo ai soldati (2 sett ) e provvedere scarpe ed altro indispensabile. Tutti ricordiamo e visitiamo devoti il luogo ove i fratelli Bandiera suggellarono col loro sangue la fede negli avvenimenti di cui noi eravamo allora più fortunati attori. La città di Cosenza, eminentemente italiana, nulla tralasciò per festeggiare il nostro arrivo; la gioventù era tutta armata, e qui dirò di volo che le Calabrie tutte sin dai più umili tugurii presentavano un aspetto imponente e sublime di concordia; l’in surrezione era generale, e credo di non errare affermando che se Garibaldi avesse voluto avrebbe potuto trascinar dietro di sè sino a Napoli pressochè tutta la nazione maschile armata.”
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Nel 3 e 5 settembre 1860, la BRIGATA SACCHI a Tarsia

Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 93 e ssg., riferendosi a Tarsia, in proposito scriveva che: “Alle due ant. si parte per Tarsia (3 settembre) a dodici miglia circa da Cosenza; a Taverna nuova i soldati mangiano il rancio che preventivamente colà avevo fatto preparare; si riprende la marcia alle ore quattro pom. e si arriva a Tarsia alle dieci e mezza pom. dopo aver percorso 22 miglia di strada senz’ acqua, senza abitazioni, su di un terreno coperto da uno strato di finissima polvere rossa che penetra nei pori della pelle e si rende molestissima; per fortuna che preventivamente avevo fatto munire le boracce dei soldati d’acqua e aceto. A Tarsia si accampa in un boschetto d’uliveti e la popolazione tutta va a gara per sollevare i nostri soldati ; le donne portano tinozze d’acqua nell’accampamento; il paese è povero, ma grande di ospitalità e tutto viene cordialmente offerto. Per ristorare i soldati non fo’ riprendere la marcia che alle cinque pom. per Camerata passando per Spezzano Albanese ; …..Alle ore due ant. (5 sett ) distribuzione di pane e formaggio; alle 4 ant. partenza per Castrovillari ove si fa il rancio. Alle cinque pom. si parte per Morano ove si giunge alle 8 ed attraversato il paese tutto illumiuato ci si accampa ad un miglio in un boschetto ove trovasi una fontana d’acqua eccellente; tutte le colline all’ intorno risplendevano di fuochi. Alle due ant. (6 sett) partenza per Campo Tenese, da cui si continua la marcia dopo breve sosta perchè l’acqua è cattivissima.”.

Nel 6 settembre 1860, la BRIGATA SACCHI a Rotonda

Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 93 e ssg., in proposito scriveva che: Alle ore due ant. (5 sett ) distribuzione di pane e formaggio; alle 4 ant. partenza per Castrovillari ove si fa il rancio. Alle cinque pom. si parte per Morano ove si giunge alle 8 ed attra versato il paese tutto illumiuato ci si accampa ad un miglio in un boschetto ove trovasi una fontana d’acqua eccellente; tutte le colline all’ intorno risplendevano di fuochi. Alle due ant. (6 sett) partenza per Campo Tenese, da cui si continua la marcia dopo breve sosta perchè l’acqua è cattivissima. Alle 9 ant. si arriva alla Rotonda e ci si accampa’fuori paese esseudo questi ingombro d’insorti Calabresi che partono poche ore dopo il nostro arrivo. Il Dittatore col suo Stato Maggiore ci precede sempre.”.

Nel 7 settembre 1860, la BRIGATA SACCHI a Castelluccio (PZ)

Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), a p. 93 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 4 ant. (7 sett ) si parte per Castelluccio ; si passa a spalle d’uomini il fiume Mercuro; alle ore otto ant. si arriva al paese e ci si accampa in un boschetto in vicinanza di un convento. Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricove rata nelle case e chiese imperversando un forte temporale.”.

Nel 7-8 Settembre 1860, a Lauria,  la “Brigata SACCHI”

Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie…..La brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata…..Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che la Brigata SACCHI, dopo essersi fermata a Lauria, il giorno 8 settembre 1860, e da Lauria arrivava a Lagonegro. Da Lagonegro la Brigata Sacchi partirà ed arriverà a Sapri il giorno 10 settembre 1860. La brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….. Lacava scriveva che la brigata Sacchi partiva alle 17,00 ed arrivava alle 20,30 del giorno 7 a Lauria. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860.  Renato Sòriga, continuando il suo raccontro tratto dalla “Relazione del Sacchi”, scriveva che il 1° settembre la brigata Sacchi era a Rogliano con Garibaldi e il 2 settembre era a Cosenza. Si prosegue e arrivano a Tarsia, a Spezzano Albanese, passando per Camerata, Castrovillari, Campo Tenese, Rotonda. Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “Alle due ant. (6 settembre) partenza per Campo Tenese, da cui si continua la marcia dopo breve sosta perchè l’acqua è cattivissima. Alle 9 ant. si arriva alla Rotonda e ci si accampa fuori paese essendo questi ingombro d’insorti calabresi che partono poche ore dopo il nostro arrivo. Il Dittatore col suo Stato Maggiore ci precede sempre. Alle 4 ant. (7 settembre) si parte per Castelluccio; si passa a spalle d’uomini il fiume Mercurio; alle ore otto si arriva al paese e ci si accampa in un boschetto in vicinanza di un convento. Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli.  Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…. Dunque, secondo il Soriga (….), il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,00 tutti stanchi ed inzuppati di acqua a causa dei forti temporali che avevano trovato sulla strada consolare. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 48, in proposito scriveva che: Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue Compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Pecorini, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell’”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Qui il Policicchio scriveva che a Sapri si imbarcarono i volontari garibaldini della brigata Sacchi. Ferruccio Policicchio, sulla scorta del generale Gaetano Soriga, scriveva che la brigata “Sacchi”, marciando a piedi da Spadafora, in provincia di Messina, il 7 settembre 1860 giungeva a Lauria. Il Soriga racconta dell’arrivo con i suoi volontari garibaldini a Lauria, l’8 settembre 1860. Infatti, al loro arrivo, scrive il Soriga, come vedremo, appresero dell’arrivo a Napoli del generale Garibaldi. Policicchio scrive pure che, la brigata Sacchi unitasi a quella del maggiore Chiassi marciò fino a Sapri dove si imbarcò per Napoli. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”

Nel 8 settembre 1860, a Lagonegro arriva, proveniente da Lauria, il generale SIRTORI, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, con il suo Stato Maggiore dove installa il Quartiere Generale      

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro.. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, il 9 settembre rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Dunque, Agrati, sulla scorta dei dispacci inviati e ricevuti scriveva che il generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, si spostava con il suo Quartier generale da posto a posto. Agrati scriveva che Sirtori, il 6 settembre era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Era sempre preceduto dal colonnello Clemente Corte.  Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Come egli stesso scriverà il 9 settembre 1860 in un dispaccio inviato a Garibaldi a Napoli, Sirtori arrivò nella notte dell’8 settembre 1860, a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore che ivi si aqquartierò insieme alla brigata “Sacchi”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la Brigata Sacchi e col 1° Bataglione della Brigata Albuzzi.”. Siccome Sirtori prima di arrivare l’8 settembre 1860 a Lagonegro con la brigata Sacchi si trovava a Lauria, egli, insieme al suo Stato Maggiore si recherà a Lagonegro il giorno 8 setembre 1860 portando con se anche la Brigata “Sacchi” e il 1° Battaglione della Brigata “Albuzzi”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori, con un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi, che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori comunicava a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., riserendosi al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “….un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola….”.

Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, l’arrivo della Brigata SACCHI, il 1° Battaglione della Brigata ALBUZZI insieme al Generale SIRTORI

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro: “Sono arrivato a Lagonegro stanote con la Brigata Sacchi e col 1° Bataglione della Brigata Albuzzi.”. Siccome Sirtori prima di arrivare l’8 settembre 1860 a Lagonegro con la brigata Sacchi si trovava a Lauria, egli, insieme al suo Stato Maggiore si recherà a Lagonegro il giorno 8 setembre 1860 portando con se anche la Brigata “Sacchi” e il 1° Battaglione della Brigata “Albuzzi”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie…..La brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata…..Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che la Brigata SACCHI, dopo essersi fermata a Lauria, il giorno 8 settembre 1860, e da Lauria arrivava a Lagonegro. Da Lagonegro la Brigata Sacchi partirà ed arriverà a Sapri il giorno 10 settembre 1860. La brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata ed al giorno 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: “Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…. Dunque, secondo il Soriga (….), il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi.

Il maggiore GIUSEPPE GRIOLI e le sue Compagnie Garibaldine della Brigata SACCHI 

Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Compagno d’armi del Generale Garibaldi sino dal 1843 in Montevideo ( America meridionale ) ove con lui divisi pericoli, fatiche e glorie, sicuramente gli sarei stato compagno nella spedizione di Sicilia se altri doveri non mi avessero tenuto vincolato a segno che lo stesso Garibaldi m’imponeva di rimanere al mio posto di Comandante del Reggimento di Linea 46° in una coi miei compagni che pur anelavano far parte di quella spedizione. Ogni desiderio di Garibaldi è legge per me e per i suoi commilitoni. Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria , sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me , di Chiassi, Pellegrini , Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni , attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri , delle nostre aspirazioni.”. Dunque, Chiassi e Grioli erano stati compagni d’arme del Sacchi e comandarono le compagnie della sua Brigata. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei compagni del 46°. Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari.”. Dalla Treccani on-line, apprendiamo che il Maggiore Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. La progressione di carriera, che lo vide prender parte come maggiore alla campagna del 1866 per il Veneto ottenendovi la croce militare di Savoia per il comportamento suo e del reggimento di cui aveva assunto il comando a Custoza il 24 giugno, si interruppe bruscamente, e per volontà dello stesso G., nel 1875: infatti, subito dopo aver dovuto assistere col suo reggimento alla parata che rendeva gli onori militari a Francesco Giuseppe in visita a Padova, il G., allora tenente colonnello, presentò le proprie dimissioni e restituì l’onorificenza che l’Austria gli aveva concesso per l’occasione. Fu collocato in riserva il 10 febbr. 1878 e promosso 15 anni dopo colonnello di fanteria. Proseguendo il suo racconto il Sòriga scriverà che il Grioli arriverà a Napoli solo giorno 12 settembre 1860 e quindi presumibilmente partirà pure da Sapri il giorno 12 settembre 1860. Dalla Treccani on-line, Giuseppe Monsagrati scriveva che Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. Sappiamo che Giuseppe Grioli, col grado di Maggiore portò cinque compagnie a Lagonegro che avevano viaggiato insieme alla Brigata Sacchi e quindi insieme al generale Sirtori che ivi portò il suo Quartiere Generale. Altre notizie del maggiore GRIOLI ci vengono dal generale Gaetano Sacchi, nella sua Relazione pubblicata da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni, attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Dunque, Grioli ed altri citati dal Sacchi, lavorerà per organizzare i volontari dlla Brigata Sacchi. L’organizzazione di questa Brigata avvenne all’interno del 46° reggimento di linea dell’Esercito regolare Piemontese, da cui poi, in seguito, si dimisero. Dunque, il maggiore Grioli, come pure il maggiore Chiassi facevano pare del 46° Reggimento di linea. Essi fecero parte della Spedizione di volontari organizzati e guidati da Gaetano Sacchi, spedizione di volontari a sostegno delle truppe garibaldine nell’Italia meridionale (1860). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA.    Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: (Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: (Documento 71)  Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.

Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, il Maggiore Giuseppe GRIOLI e le sue cinque Compagnie di volontari garibaldini della Brigata SACCHI

Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei compagni del 46°. Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari.”. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Sòriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli con le sue cinque Compagnie, che avrebbe dovuto imbarcarsi per Napoli era dovuto rimanere a Sapri per insufficienza di mezzi di trasporto mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Infatti, Gaetano Sacchi, nella sua Relazione scriveva che: “Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.”. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″.

Nell’8 Settembre 1860, a Lagonegro,  la “Brigata garibaldina SACCHI” e cinque compagnie del maggiore Giuseppe GRIOLI, dove trovarono accampati la compagnia del maggiore CHIASSI che era arrivato a Sapri il 6 settembre 1860 e, da Sapri si portò a Lagonegro

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Infatti, Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Sòriga, continuando il suo raccontro tratto dalla Relazione del Sacchi, scriveva che il 1° settembre la brigata Sacchi era a Rogliano con Garibaldi e il 2 settembre era a Cosenza. Si prosegue e arrivano a Tarsia, a Spezzano Albanese, passando per Camerata, Castrovillari, Campo Tenese, Rotonda. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “Alle due ant. (6 settembre) partenza per Campo Tenese, da cui si continua la marcia dopo breve sosta perchè l’acqua è cattivissima. Alle 9 ant. si arriva alla Rotonda e ci si accampa fuori paese essendo questi ingombro d’insorti calabresi che partono poche ore dopo il nostro arrivo. Il Dittatore col suo Stato Maggiore ci precede sempre. Alle 4 ant. (7 settembre) si parte per Castelluccio; si passa a spalle d’uomini il fiume Mercurio; alle ore otto si arriva al paese e ci si accampa in un boschetto in vicinanza di un convento. Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli.  Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…. Dunque, secondo il Sòriga, il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a p. 94, in proposito scriveva pure che:  “Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, secondo il Sòriga, il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,00 tutti stachi ed inzuppati di acqua a causa dei forti temporali che avevano trovato sulla strada consolare. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Dunque, il Lacava si sbagliava scrivendo che, la Brigata Sacchi, arrivata a Lagonegro “colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Secondo la testimonianza del Sacchi (in Sòriga) la Brigata Sacchi arrivata a Lagonegro trovò già la compagnia del Chiassi che era arrivata a Sapri il 6 setembre 1860. Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Identico errre fa il Pesce, che scriveva sulla scorta del Lacava. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in moltre altre contingenze, è d’uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgobro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine. Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi, che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era del tutto sgombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 54 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “L’Aldinio, giovane, forte, coraggioso ed aitante della persona, spinto da quell’ondata d’entusiasmo e di fede, ed indossata la camicia rossa, che tutt’ora si conserva dall’affetto filiale, fece parte dello stato maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi fu nominato Ricevitore delle Privative in Reggio Calabria, ma non accettò l’impiego per non parere d’aver tratto profitto dal suo patriottismo (1). Ritiratosi in patria, fu nominato Capitano della 1° Compagnia della Guardia Nazionale al posto del fratello Gennaro, e serbò sempre per Garibaldi un culto ed una venerazione introducendo pure, nei primi anni dell’unità italiana, una splendida festa patriottica e commemorativa nel giorno onomastico dell’Eroe. Morì fra il compianto generale nel 1892 in patria, lasciando larga eredità di affetti e di sangue.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel (….), ma, ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Dunque, anche il Pecorini-Manzoni fa lo stesso errore perchè scrive che la Brigata Sacchi fu raggiunta dal maggiore Chiassi con le sue Compagnie. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, riferendosi a dopo Capua, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Esaminando inoltre i registri dello stato civile del Municipio, m’è occorso di riscontrare che parecchi soldati garibaldini, durante quella marcia trionfale, lasciarono la giovane vita – credo per morte naturale in conseguenza dei disagi e delle sofferenze della vita militare, etc….E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi. A tutti essi vada ora il mio pensiero grato e riconoscente anche a nome della Patria et…”. L’avv. Carlo Pesce scriveva che, a Lagonegro, il 2 Novembre 1860 lasciò la vita “Rocco Pagliariello”, un garibaldino di Palermo appartenente alla Brigata Sacchi. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell’”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.

Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, da Sapri, dove era arrivato il 6 settembre, il maggiore Giovanni CHIASSI con le sue due Compagnie, si ricongiunge con la Brigata SACCHI e con il generale Sirtori

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Una di queste Brigate che, viaggiando via mare da Pizzo e poi da Paola, fu quella del Maggiore Giovanni Chiassi che, come vedremo in seguito, a Lagonegro si unirà alla truppa della Brigata Sacchi. La truppa del Maggiore Chiassi, proveniente da Pizzo, in Calabria, sbarcherà a Sapri il giorno 6 settembre 1860 e da Sapri marciò per Lagonegro dove sarà lì il giorno 8 settembre, allorquando ivi arriveranno le truppe del colonnello Sacchi. La brigata Sacchi, come vedremo in seguito, il giorno 8 settembre 1860 arriverà a Lagonegro ed ivi troverà la truppa della Brigata del Maggiore Chiassi. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti scriveva che la Brigata Sacchi era a Lagonegro ed il giorno 10 settembre marciò ed arrivò a Sapri per imbarcarsi per Napoli. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le compagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunsero con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intelligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Dunque, il Sacchi, nel suo Diario pubblicato da Renato Soriga scriveva che il MAGGIORE CHIASSI comandava due Compagnie che facevano parte della IV Spedizione ovvero la Brigata di SACCHI. Sacchi scriveva che le due compagnie del Maggiore Chiassi si riunirono, si ricongiunsero con le altre compagnie del Sacchi, a Lagonegro, l’8 settembre 1860. Soriga scriveva pure che: Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”. Renato Sòriga (….), a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle 4 e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori etc…”. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Sòriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata.”. Dunque, anche il Pecorini-Manzoni scriveva che, le compagnie del maggiore CHIASSI si partì e marciò da Sapri per ricongiungersi a Lagonegro alla Brigata Sacchi, che arriverà a Lagonegro il giorno 8 settembre. Dunque, il Pecorini-Manzoni (….), scriveva il contrario e cioè che la Brigata Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,30 del giorno 8 settembre 1860 e che dopo fu raggiunta dalla truppa del maggiore Giovanni Chiassi. Arrivati entrambi a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860, le compagnie di Chiassi e la Brigata Sacchi ricongiuntesi, su ordine di Sirtori, da Lagonegro dovranno marciare per Sapri per poi imbarcarsi sul “Vittoria” per Napoli.  Infatti, Roberto Sòriga (….), a pp. 93-94, parlando dell’altra Brigata, la Sacchi, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le comagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunse con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) …..la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Dunque, il Lacava si sbagliava scrivendo che, la Brigata Sacchi, arrivata a Lagonegro “colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Secondo la testimonianza del Sacchi (in Sòriga) la Brigata Sacchi arrivata a Lagonegro trovò già la compagnia del Chiassi che era arrivata a Sapri il 6 setembre 1860. Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Identico errre fa il Pesce, che scriveva sulla scorta del Lacava. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori.  Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi…..Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell’”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″.

Nel 10 settembre 1860, da Lagonegro a Sapri, la marcia delle due brigate garibaldine: quella della brigata SACCHI, la compagnia del maggiore CHIASSI e, le 5 compagnie del maggiore GRIOLI. A Sapri li aspettava il piroscafo ‘Vittoria’ che li doveva trasportare a Salerno  

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Su Sirtori ha scritto Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta a terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.. Dunque, Sòriga scriveva che il 10 settembre 1860, dopo essersi riuniti a Lagonegro, la brigata Sacchi e quella del maggiore Chiassi, si partirono, forse anche insieme alle cinque compagnie del Maggiore Grioli, per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. Sòriga sciveva a p. 94, tratta dalla “Relazione del Sacchi”, che: “Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Soriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sbombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 49, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la surriferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708”. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a p. 175, riferendosi al 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate . Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pêle-mêle sur le pont , nous pûmes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle étoile , car la nuit était magnifique. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi. Stipati tutti insieme sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica.”. Dunque, Caraguel testimone oculare della marcia delle brigate Medici scriveva che il 7 settembre 1860, dopo aver lasciato la Calabria, nella notte arrivò a Sapri e aggiungeva che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”, ovvero nella notte dell’8 settembre 1860 egli con la sua truppa di volontari garibaldini arrivò a Sapri dove li attendeva il piroscafo “Vittoria”, che aveva a bordo la divisione Sacchi, i quali, entrambi dovevano essere trasportati a Salerno. Partirono il giorno dopo, all’alba del 9 settembre 1860, insieme alla divisione Sacchi, dopo aver dormito tutta la notte sul ponte del “Vittoria”. Partirono dal porto di Sapri, all’alba del 9 settembre 1860 diretti a Napoli ma dovettero far sosta a Salerno. Infatti, Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers. Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre, faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres. Dans son embarras, il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”Dunque, Clement Caraguel (….), un garibaldino volontario francese, ci ha lasciato una bella testimonianza della marcia che, il 9 settembre, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, intrapresero per scendere a Sapri e da lì imbarcarsi per Napoli. Infatti, la truppa, di cui faceva parte Caraguel, si imbarcò sul vapore “Vittoria” che, aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera. La truppa del “Sacchi”, l’8 settembre si trovava, insieme alle truppe del maggiore Chiassi a Lagonegro da dove ripartiro il 10 mattina, dopo un giorno di riposo, per raggiungere la baia di Sapri, dove si imbarcarono per Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell’”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”

Nel 10 settembre 1860, a Sapri, la brigata SACCHI, le compagnie del maggiore CHIASSI e, la compagnia di Clement Caraguel, aspettavano prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Partirono l’11

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….. Dunque, Lacava scriveva che la brigata Sacchi, il 9 era rimasta a Lagonegro ed alle ore 4 del giorno 10 settembre 1860 riprende la marcia da Lagonegro per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. La brigata Sacchi si imbarcherà per Napoli, sul piroscafo “Vittoria” solo il giorno 11 settembre 1860, lasciando a Sapri la compagnia del maggiore Grioli che non potrà imbarcarsi per insufficienza di mezzi. Infatti, come vedremo, sul piroscafo “Vittoria” si erano imbarcati la compagnia Sacchi e dopo ore arriverà e si imbarcherà anche la compagnia di Clement Caraguel (….), che ci ha lasciato una bella testimonianza. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. ….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. Etc…”. Dunque, l’Agrati riportando il dispaccio di Sirtori a Garibaldi dove è scritto che “metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa di imbarcarsi per Napoli”. Dal dispaccio di Sirtori sappiamo che a Sapri vi era metà della brigata Milbitz e sappiamo pure che Sirtori comunica tutto ciò a Garibaldi il giorno 9 settembre 1860 e dunque, a Sapri, il giorno 9 e 10 settembre 1860 vi era “metà della Brigata Milbitz”, vi era arrivata la brigata Sacchi e vi era arrivata la brigata a cui apparteneva Clement Caraguel, vi era pure la compagnia del maggiore Grioli che dovette restare a Sapri, il giorno 11 settembre 1860. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.  

Nel 10 settembre 1860, a Sapri, l’arrivo di Clement Caraguel con la sua compagnia di volontari garibaldini. Sul ponte del piroscafo “Vittoria” ormeggiato nella baia di Sapri troveranno la brigata Sacchi dove si imbarcheranno per andare a Salerno e a Napoli

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, nei primi giorni di Settembre 1860 e per alcuni giorni, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples, sans nous arrêter; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde. Voici comment: Pear, qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges. Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”

Nell’10 Settembre 1860, a Sapri, il Maggiore Giuseppe GRIOLI e cinque Compagnie di volontari garibaldini si accamparono a Sapri e non potettero partire per Napoli per insufficienza di mezzi di trasporto

Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Sòriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli con le sue cinque Compagnie, che avrebbe dovuto imbarcarsi per Napoli era dovuto rimanere a Sapri per insufficienza di mezzi di trasporto mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Infatti, Gaetano Sacchi, nella sua Relazione scriveva che: “Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.”. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Dalla Treccani on-line, apprendiamo che il Maggiore Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. La progressione di carriera, che lo vide prender parte come maggiore alla campagna del 1866 per il Veneto ottenendovi la croce militare di Savoia per il comportamento suo e del reggimento di cui aveva assunto il comando a Custoza il 24 giugno, si interruppe bruscamente, e per volontà dello stesso G., nel 1875: infatti, subito dopo aver dovuto assistere col suo reggimento alla parata che rendeva gli onori militari a Francesco Giuseppe in visita a Padova, il G., allora tenente colonnello, presentò le proprie dimissioni e restituì l’onorificenza che l’Austria gli aveva concesso per l’occasione. Fu collocato in riserva il 10 febbr. 1878 e promosso 15 anni dopo colonnello di fanteria. Proseguendo il suo racconto il Sòriga scriverà che il Grioli arriverà a Napoli solo giorno 12 settembre 1860 e quindi presumibilmente partirà pure da Sapri il giorno 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell’”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.

Nell’11 settembre 1860, a Sapri, alle 4 del mattino, i garibaldini della Brigata SACCHI e la truppa del maggiore Giovanni CHIASSI si imbarcarono e l’11 arrivarono a Napoli. Restarono a terra cinque compagnie della brigata Sacchi col maggiore Grioli  

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709) Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882.

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, nei primi giorni di Settembre 1860 e per alcuni giorni, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire. Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples, sans nous arrêter; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir; tout s’était passé le plus galamment du monde. Voici comment: Pear, qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers. Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges. Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres. Dans son embarras, il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”

Nell’11 settembre 1860, a Sapri era rimasto il maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi che riusciranno ad imbarcarsi per Napoli solo nel mattino del 12 settembre 1860

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Renato Sòriga (….) scriveva che il Maggiore Grioli, insieme a cinque compagnie della Brigata Sacchi arrivò a Napoli verso sera, e dunque presumibilmente il maggiore Grioli, nello stesso giorno del 12 settembre 1860 si era imbarcato a Sapri. Era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, nei primi giorni di Settembre 1860 e per alcuni giorni, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prendedo per buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”.  

Nel 11 Settembre 1860, la brigata del generale COSENZ arriva nel Vallo di Diano

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155, in proposito scriveva che: “Garibaldi, troppo sicuro precedeva l’Armata sfidano i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata ‘Cosenz’ giunse nel “Vallo” solamente l’11 settembre, e così pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli.”.

Nel 12 settembre 1860, da Sapri partenza del maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi diretti a Napoli

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Renato Sòriga (….) scriveva che il Maggiore Grioli, insieme a cinque compagnie della Brigata Sacchi arrivò a Napoli verso sera, e dunque presumibilmente il maggiore Grioli, nello stesso giorno del 12 settembre 1860 si era imbarcato a Sapri. Era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Nel 12 settembre 1860, partendosi da Sapri arriva a Napoli, il maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

ALTRE NOTIZIE DELLA BRIGATA DOPO CAPUA E VOLTURNO

Del colonnello Gaetano Sacchi (….) e, delle sue memorie, ha scritto Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello Brigatiere dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che avea a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandante di Battaglione i maggiori Cattabeni, Bossi e Pentotti, essendo stata sciolta dal Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento questo passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Dallolio (….) continuando il suo racconto, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta e, riferendosi alla brigata Bologna, poi in seguito Puppi, in proposito scriveva: I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello Brigatiere dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che avea a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandante di Battaglione i maggiori Cattabeni, Bossi e Pentotti, essendo stata sciolta dal Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento questo passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale Garibaldi sulla proposta di Turr ne determinò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr.”. La brigata Bologna, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”.  Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi verso Caserta sciolta e chiamata Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Erano ufficiali di Puppi, il PECORINI, Capo di Stato Maggiore, e i Comandanti di Battalione, il maggiore CATABENI, FERRACINI, BOSSI, e PENTOTTI. Dunque, il Capo di Stato Maggiore della Brigata era PECORINI, ovvero l’autore del testo Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi, in seguito, a Caserta passata alla Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Da Wikipedia apprendiamo che La “Brigata Puppi” era un’unità militare dell’epoca risorgimentale che combatté a fianco di Giuseppe Garibaldi. Fu così chiamata in onore del suo comandante, il generale Niccolò Puppi, che morì combattendo con coraggio. Questa brigata, dopo aver subito perdite significative in battaglia, venne aggregata a un’altra unità, e la sua memoria è legata alle imprese garibaldine. Comandante: Generale Niccolò Puppi, che fu ferito a morte in combattimento. Pubblico qui la storia della Spedizione Sacchi [>>] (chiamata anche la quarta spedizione) raccontata dal suo principale protagonista e cioè Gaetano Sacchi stesso [>>]. Questa relazione è stata pubblicata nel 1913 sul Bollettino della Società pavese di Storia Patria. Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909.

  • Composizione: Era un’unità militare che fu aggregata alla mia brigata e riorganizzata in un terzo reggimento.
  • Comandante: Il comando fu dato al tenente colonnello Bossi di Pavia.
  • Evento storico: L’unità combatté durante il Risorgimento, subendo perdite significative in due combattimenti nel 19 e 21, in cui il suo comandante fu ferito a morte.
  • Comportamento: Nonostante la perdita del comandante, la brigata dimostrò grande coraggio e resistenza, secondo quanto riportato da un rapporto

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor generale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi.”. L’avv. Carlo Pesce scriveva che, a Lagonegro, il 2 Novembre 1860 lasciò la vita “Rocco Pagliariello”, un garibaldino di Palermo appartenente alla Brigata Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: (Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: (Documento 71)  Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.

Giovanni Nicotera, prima, durante e dopo l’Unità d’Italia, la Brigata Toscana poi detta Spangaro

GLI STUDI 

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e le fonti che si sono occupate di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sullo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Sapri, avvenuto il 3 settembre 1860. Prima di Garibaldi, il 2 settembre 1860 sbarcarono centinaia di garibaldini che Turr portava da Paola via mare. Insieme a Turr arrivarono a Sapri anche alcuni agenti di Cavour. Il Risorgimento italiano è comunemente ricordato dalla maggioranza delle persone soprattutto per l’opera di personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, insieme ad essi, operarono migliaia di giovani che affrontarono sacrifici e pericoli per la libertà; tra loro i fratelli Magnoni ed i volontari delle brigate destinate agli Stati Pontifici, Parmensi, Milanesi, Bolognesi ed Emiliani, che parteciparono da volontari alla marcia verso la Capitale del Regno borbonico. Le loro vicende personali s’intrecciarono con i più importanti avvenimenti che caratterizzarono l’epopea popolare. Il lettore può così conoscere attraverso quanti rischi e privazioni quella generazione abbia realizzato l’evento più importante della storia italiana: l’Unità d’Italia. In questo saggio ho cercato di approfondire la vicenda storica di GIOVANNI NICOTERA, liberato alla Favignana da Garibaldi che lo mise a capo delle truppe della ex Spedizione che Bertani e Mazzini avevano organizzato per invadere lo Stato Pontificio e che Cavour dirottò poi in Sicilia. In questo saggio ho cercato di descrivere l’epopea di Nicotera prima, durante ed in seguito all’Unità d’Italia.

(Foto n. …) – Garibaldi sbarca a Sapri acclamato dalla popolazione – Immagine realizzata con la AI

GIOVANNI NICOTERA, la Spedizione di Sapri e l’epopea Garibaldina

Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “Il 9 settembre 1828, in quel di Catanzaro, a San Biase, nasceva Giovanni Nicotera, da Felice e Giuseppina Musolino e in tenera età, alla scuola di quel grande, che fu Luigi Settembrini, apprese ad amare la patria, e per la sua libertà cospirò poi con Domenico Romeo, Pietro Mazzoni , Gaetano Buffa e moltissimi altri e preparò il moto rivoluzionario del 1848. Dopo la reazione etc…..Caduta la repubblica i pochi superstiti calcarono la via dell’esilio e Giovanni Nicotera andò dapprima a Torino, di poi a Genova e a Nizza, quindi nuovamente a Torino, ove conobbe molte celebrità politiche, scientifiche e letterarie, tra cui il Mazzini, che sempre l’ebbe caro, e il Pisacane, coi quali a Genova concertò la spedizione di Sapri, in cui vi ebbe tanta parte e per la quale dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, etc…”Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 222, in proposito scriveva che: “…Le sante ossa dei De Luca, dei De Mattia, dei De Dominicis e dei Carducci fremettero certo di sdegno. Pisacane e Nicotera si accorsero dell ‘ inganno in cui erano caduti, poichè non vi rinvennero appoggio alcuno, che anzi venne loro consigliato da alcuni padulesi di partirsene subito, perchè a Sala era riunita una forza imponente e già si disponevano per altrove.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nel 1857, Giuseppe Mazzini, sospettando che a Napoli, in previsione della morte di Ferdiando II, gravemente malato, si affermi un movimento di restaurazione murattiana,  tendente a riportare sul trono il figlio dell’infelice Re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro, cerca di prevenire il pericolo e, venuto segretamente a Genova, organizza una spedizione nel regno borbonico e ne affida il comando a Carlo Pisacane (20).”. Di Capua, a p. 34, nella nota (20) postillava che: “(20) Patriota, martire e scrittore (Napoli 1818 – Sanza 1857). Ufficiale dell’esercito borbonico, lasciò il servizi ed emigrò in Francia per dedicarsi alla causa italiana. Capo di S. M. dell’esercito repubblcano a Roma nel 1849 durante la Repubblica Romana, orientò il suo pensiero politico verso il socialismo. Partito il 24 giugno da Genova, si arrestò all’isola di Ponza ove liberò circa 300 detenuti che andarono ad ingrossare la sua schiera. Il 29 giugno sbarcò a Sapri e si inoltrò verso l’interno. Giunto a Padula fu affrontato da truppe borboniche e da contadini ostili. Nello scontro l’improvvisata formazione venne facilmente sopraffatta e dispersa. Pisacane, allora, con pochi superstiti, si ritirò verso Sanza e, vista ormai perduta ogni speranza, morti o caduti prigionieri quasi tutti i suoi compagni in quell’ultimo combattimento si uccise.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892).”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIV-XV, in proposito scriveva che: “La Provincia prese un grande interesse a quel processo che fu un vero dramma politico, del quale il fiero Nicotera fu l’eroe. Egli assunse tutta la responsabilità dell’impresa, e sottraendo la difesa ad un gioco da curiali la trasportò intera nel campo politico, e sostenne la dignità degl’accusati con tanto ardore e tanta logica da spaventare i suoi giudici. Per lui la sganna de’ rei si tramutò in tribuna dall’alto della quale fulminò gli oppressori della sua patria, il processo divenne una vera propaganda, le udienze folte di popolo che quasi sentia discutersi colà la sua causa, e la provincia si ebbe nuovo eccitamento ne’ suoi liberi spiriti. Sarebbe ua vera ingratitudine, ed un falsare la storia il voler negare al Nicotera una gran parte nelle cagioni del nuovo ordinamento, ed io sarei per dire che egli soccumbendo vinse assai meglio che se avesse trionfato…..Matina inspirante, le pratiche acquistarono maggiore efficacia e dopo qualche anno per impulso del Comitato napoletano un altro se ne fondava a Salerno.”Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”. Cassese, a p. 272 si chiedeva: “…quale fu l’atteggiamento di Nicotera durante il processo di Salerno e in che misura egli contribuì, per motivi di carattere soggettivo ed ideologico, alla formazione di quella spessa incrostazione di equivoci che ancora oggi fa apparire poco chiare certe linee di quel grande avvenimento?…..(p. 273) A redere più concitato ed enigmatico lo svolgimento del processo contribuì in misura esorbitante Giovanni Nicotera, che dopo la morte di Carlo Pisacane e di Giovanbattista Falcone, era rimasto il padrone incontrastato della scena, l’attore che sa di svolgere un ruolo di grande impegno in tutta l’azione drammatica. Figura sconcertante quella di Nicotera, figura apparentemente complessa, contraddittoria fino all’esasperazione, e perciò tra le più discusse e criticate, nella vita privata e in quella di uomo politico, patriota, cittadino, ministro. Il suo temperamento essenzialmente teatrale, la sua indole impulsiva, che lo spinse talvolta a gesti inconsulti, il suo esarato amor proprio che lo portava a ritenersi infallibile, la paura quasi infantile di essere mal giudicato e di non far bella figura, che esasperava la sua suscettibilità: etc…(p. 277) Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’erose di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il testo che raccoglie un gran numero di Delibere esistente e recentemente rilegato, arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”.  Cassese, a p. 287, riferendosi al primo interrogatorio del 2 luglio 1857 che il Nicotera subì subito dopo l’eccidio di Sanza, in proposito scriveva pure che: “In questo interrogatorio Nicotera, dopo avere enfaticamente parlato della sua partecipazione ai moti del ’48 e agli avvenimenti della Repubblica Romana, disse tutto quello che sapeva della preparazione della Spedizione, dell’esistenza di un Comitato a Napoli, dei rapporti di Pisacane con i suoi componenti, dell’andata dello stesso Pisacane colà per assicurarsi dell’organizzazione nella capitale e nelle provincie, riconobbe tutti i documenti che gli furono esibiti e soprattutto si diffuse nel dare notizie circostanziate sul partito murattista e sulle sue mene in Napoli, rivelando i nomi dei suoi più attivi componenti. Diede poi i precisi connotati dei due giovani di Padula, i fratelli Santelmo, per consiglio dei quali la colonna dei rivoltosi si era diretta in quella cittadina….La descrizione dei due giovani di Padula portò all’arresto dei fratelli Santelmo, i quali il 13 agosto furono messi a confronto con Nicotera, ma costui, già pentito di aver detto troppo, finse di non riconoscerli. Tre anni dopo, come abbiamo visto, accusò uno dei due fratelli di tradimento……(p. 287) In un successivo interrogatorio diede ancora altri particolari sul partito murattista, aggiungendo che ne facevano parte anche Conforti e Mazziotti; ribadì che a Napoli vi era un Comitato nazionale e rivelò che il suo pensiero si faceva chiamare col nome di battaglia Wilson. Ora noi sappiamo che sotto quel nome si celava Giuseppe Fanelli. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicar dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2). La annunziata memoria di accusa effettivamente fu scritta, ed ebbe come principale bersaglio il Fanelli. Nicotera lo incolpò di aver promesso una vasta cospirazione in Basilicata ed a Salerno, di aver dato per conclusi gli accordi con i relegati di Ponza, con il barone Gallotti a Sapri, con l’Albini in Basilicata, con coloro che dovevano far scoppiare la sommossa a Napoli; di non aver tenuto fede agli accordi presi con Pisacane a Napoli. Nicotera sostenne infine che il ritardo di un giorno del telegramma di conferma non poteva giustificare la condotta del Comitato, e così concludeva: “Indi risulta che Fanelli evidentemente mentì sempre e mancò a tutti gli impegni presi, ed ora alla menzogna accoppia la calunnia asserendo che Pisacane operò diversamente quello che si era stabilito”(3).”. Capone, a p. 12, nella nota (3) postillava: “(3) “Accusa di Giovanni Nicotera al Comitato”, senza data, di pugno del Dragone in M.R.R., b. 346, f. 53, 12, pubblicata da A. Romano, in appendice all’Epistolario di C. Pisacane da lui curato, op. cit., pp. 527-530.”. Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti. Ma, sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a pp. 78-79, in proposito scriveva: Le drastiche parole, con le quali Nicotera annunciò le sue dimissioni, non mancarono di sorprendere quanti ritenevano che il programma di Garibaldi fosse l’unico capace di portare a compimento l’unità italiana; perciò, nel settembre del ’60, Mazzini stesso sentì il bisogno di giustificare Nicotera: “questo uomo – egli scrisse – uscito dalla prigione e cercando pur sempre una via di giovare al paese, trova il paese mutato, affascinato da un ideale non suo”(67). Poteva sembrare, questo, un tentativo di addossare al Nicotera delle responsabilità che andavano per lo meno ripartite (68), ma non c’è dubbio che Mazzini esprimeva sul Nicotera un giudizio molto esatto. L’esperienza di Sapri, la sua dolorosa prigionia dopo il ’57, avevano vincolato Nicotera ad una memoria, quella di Sapri, che ora, nel ’60, era superata dagli eventi. Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”

GIOVANNI NICOTERA, NEL 1860 FINO ALL’UNITA’ D’ITALIA

Da Wiipedia leggiamo che GIOVANNI NICOTERA, incarcerato a Castel Capuano a Napoli, scontò, poi, tre anni di carcere nell’isola di Favignana. Liberato dai Mille, si aggregò all’impresa e “nel bisogno” fu sempre vicino a Garibaldi. Repubblicano più dello stesso Mazzini, che lo aveva nominato suo rappresentante e uomo di fiducia nel Mezzogiorno, si diede da fare nelle altre iniziative delle Camicie rosse: Aspromonte (1862), battaglia di Bezzecca (1866) e scontro di Mentana (1867). In Calabria, per dare un appoggio all’eroe dei due mondi, sbarcò a Sant’Eufemia ed assunse il comando delle forze organizzate nelle province di Cosenza e Catanzaro. Messo al corrente del ferimento di Garibaldi, si rese conto della fine dell’avventura calabrese. Rientrato definitivamente a Napoli ed ereditati i beni paterni si dedicò alla famiglia, alla sorella e ai figli di un fratello morto e anche alla mamma. Non trascurò di occuparsi della moglie di Pisacane, Enrichetta De Lorenzo, e della figlia Silvia (1853-1888), che, dopo la morte della madre nel 1871, adottò. Nel 1872 fece costruire una tomba nel cimitero di Napoli e vi tumulò i resti di Carlo e di Silvia. Prigioniero a Favignana, fu liberato nel 1860 per l’intervento di Garibaldi. Inviato per conto di questi in Toscana, formò un corpo di volontari per tentare di invadere lo Stato Pontificio, tuttavia esso fu costretto al disarmo e allo scioglimento da Ricasoli e Cavour. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Giovanni Nicòtera (Sambiase, 9 settembre 1828 – Vico Equense, 13 giugno 1894) è stato un politico e patriota italiano. Aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini; combatté a Napoli il 15 maggio 1848 e quindi insieme a Garibaldi durante la Repubblica Romana nel 1849. Dopo la caduta di Roma si rifugiò in Piemonte, dove organizzò la fallita spedizione di Sapri con Carlo Pisacane nel 1857. Nicotera, gravemente ferito e arrestato, fu portato in catene a Salerno, dove venne processato e condannato a morte. La pena fu tramutata in ergastolo.

Nel 3 giugno 1860, GIOVANNI NICOTERA, la sua liberazione dal carcere della Favignana 

Prigioniero a Favignana, fu liberato nel 1860 per l’intervento di Garibaldi. Dalla Treccani on-line apprendiamo che incarcerato dapprima a Castel Capuano, scontò tre anni di carcere nell’isola di Favignana e fu liberato al momento della spedizione garibaldina del 1860, alla quale si unì. Giulio Pons (…), sulla rete scrive che a Favignana c’è una via intitolata a Giovanni Nicotera. Fu liberato dai Garibaldini nel 1860. Colà rimase fino alla liberazione siciliana del maggio 1860, e, non appena rimessosi dei disagi sofferti, chiese di combattere a fianco di Garibaldi. Mario Menghini (….), sulle pagine della Treccani on-line scriveva che Giovanni Nicotera ferito in più parti del corpo, fu portato prigioniero a Salerno e condannato a morte con sentenza del 19 luglio 1858, poi graziato della vita e relegato in un’orrida prigione a Santa Caterina, presso Favignana. Colà rimase fino alla liberazione siciliana del maggio 1860, e, non appena rimessosi dei disagi sofferti, chiese di combattere a fianco di Garibaldi. Chiamato a Genova dal Mazzini, gli fu affidato il comando di quel corpo di volontari adunati a Castel Pucci, presso Firenze, che avrebbe dovuto segretamente invadere gli Stati Pontifici. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “….dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, ……etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a pp. 227, parlando di Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Caduta la repubblica i pochi superstiti calcarono la via dell’esilio e Giovanni Nicotera andò dapprima a Torino, di poi a Genova e a Nizza, quindi nuovamente a Torino, ove conobbe molte celebrità politiche, scientifiche e letterarie, tra cui il Mazzini, che sempre l’ebbe caro, e il Pisacane , coi quali a Genova concertò la spedizione di Sapri, in cui vi ebbe tanta parte e per la quale dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, il quale lo destinò ad altra impresa più gloriosa e non scevra di pericolo; l’invasione del territorio della Chiesa, per congiungere Roma al rimanente dell’Italia. Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedi, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi. Era il 1861, al compimento dell’unità della patria mancava Roma e Venezia e tutti avevano un palpito di simpatia per queste provincie, ancora soggette a straniero dominio, ed ecco che Garibaldi lascia la romita sua Caprera, viene nel continente, chiama a raccolta le antiche sue legioni, i suoi amici, tra questi il Nicotera, corre tutta la Sicilia e pervenuto a Catania, s’imbarca per le Calabrie attentandosi sulla collina di Aspromonte, in cui fu assediato dai battaglioni italiani agli ordini del generale Pallavicino e mentre egli, l’eroe, comandava non impegnarsi lotta tra i figli della stessa patria, una scarica di schioppettate s’intese e il conquistatore dell ‘ Italia meridionale veniva da fraterno piombo colpito per ordine dei ministri di quel monarca, a cui egli aveva tutto sagrificato e ne aveva circondata la corona della più bella gemma; del regno di Napoli. Inoltre il Nicotera combattette nel 1866 nella campagna contro l’Austria, col grado di generale, nel Tirolo, e nel 1867 nell ‘ agro romano contro le truppe del papa e quelle di Francia, che vennero a provare i meravigliosi chassepôts, contro i petti di pochi ed inesperti giovani italiani. Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria; dal 1861 in poi, gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell ‘ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione, sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere, per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, nella cui qualità si distinse per ingegno e somma energia nel distruggere il brigantaggio, la camorra e la maffia. Egli tuttora vive, vigile custode dei destini d’ Italia, e il suo paese, S. Biase, a perenne ricordo delle sue virtù, come cittadino, soldato e uomo di Stato, gli ha eretto un grandioso monumento.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Dunque, Mack Smith scriveva che il barone Giovanni Nicotera, fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica”, ovvero che era stato imprigionato nelle carceri di Favignana per essere stato compagno di Carlo Pisacane nell’impresa della Spedizione di Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 59-60, riferendosi a Garibaldi a Marsala, in proposito scriveva: “Passando per l’isola di Favignana, nella cui rocca ridotta ad ergastolo erano rinchiusi molti patrioti della spedizione di Sapri, si vuole che Garibaldi avesse esclamato: Lassù sta il povero Nicotera! Il Nicotera raccontò più tardi che quel giorno aveva avvistato i due piroscafi: sulle prime non aveva potuto immaginare chi ci fosse a bordo, ma quando udì il canone capì tutto e subito gli corse il pensiero il nome di Garibaldi. Mentre i vapori erano in corsa per l’isola del Fuoco, etc…(p. 60). Il primo suo pensiero è quello di andare alle carceri dove libera due o tre prigionieri politici. Un cittadino di Marsala, Antonino Parrinello, gli si avvicinò, porgendogli in segreto un biglietto di Nicotera, che dal carcere gli chiedeva di partecipare alla spedizione. Garibaldi, nel leggere, si turbò perchè sentì- dice un biografo di Bixio – come alitargli il viso uno sprazzo della grand’anima di Pisacane (4); poi su un pezzo di carta rispose: ‘Garibaldi fa sapere a Nicotera che fra giorni o lo libererà o sarà morto’. Dopo pochi dì, entrato a Palermo, si ricorderà della promessa e manderà a Favignana (5 giugno) due dei partiti da Quarto, che libereranno non solo il Nicotera ma altri settantadue prigionieri politici.”. E’ da notare che qui, De Crescenzo dice che Nicotera fu fatto liberare a Favignana il 5 giugno, mentre nella nota scriverà il 3 giugno 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera era stato liberato il 3 giugno dalle carceri della Favignana con altri 127 prigionieri, e subito s’era dato ad organizzare un comitato liberale e la Guardia Nazionale. Ora era stato mandato a preparare la nuova spedizione di volontari in Toscana. Riprenderà le armi nel ’66 e parteciperà alla campagna del Trentino, poi alla battaglia di Mentana. Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. Su Nicotera ha scritto Matteo Mauro (….), nel suo “Biografia di Giovanni Nicotera”, dove, a p. 4, in proposito scriveva che: “Egli nacque il 9 settembre 1828 in San Biase, provincia di Catanzaro da Felice Nicotera e Giuseppina Musolino, sorella all’illustre patriota Benedetto; studiò nel collegio di Catanzaro ed ebbe a maestro Luigi Settembrini. A 14 anni era già iscritto alla Giovane Italia; a 19 perseguitato pei moti liberali di Reggio Calabria dovette mantenersi latitante fino al gennaio del 1848, nel qual tempo Ferdinando II diede la Costituzione; allora fu nominato Comandante della Guardia Nazionale del suo paese. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Etc…”Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Il Nicotera partì subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848, e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore, ma egli preferi prender parte più attiva nella rivoluzione, perciò ebbe dal Garibaldi incarico di recarsi in Toscana per formare una legione di volontari e di entrare con questa nell’ Umbria e nelle Marche,….”Da Wikipedia leggiamo che a Giovanni Nicotera la pena fu tramutata in ergastolo. Prigioniero a Favignana, fu liberato nel 1860 per l’intervento di Garibaldi. Infatti, nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Calmata la gioia, il Nicotera arma i politici coi fucili degli urbani, stabilisce una guardia per custodire i condannati di reati comuni, fa loro togliere la catena , e tutti li riunisce nel gran cortile del forte e promette di ottenere per essi, dal generale Garibaldi, una diminuzione di pena, purché non commettano disordini. Indi si reca subito a Trapani dal Fardella, rappresentante il generale Garibaldi, in quella provincia; lo informa del suo operato ed ottenuta promessa di un invio di soldati alla Favignana per surrogare i politici, ritorna immediatamente al forte ; grande fu la sua sorpresa di trovare liberi tutti i prigionieri; il Fardella aveva ordinato per telegrafo che fossero scarcerati ; allora il Nicotera gli mandò i 1400 condannati di cui si formò un reggimento. Il Nicotera parti subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848 , e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 63 e ssg., in proposito scriveva: “Il Nicotera “il fido compagno di Pisacane, il cavalleresco accusato, l’indomabile prigioniero, l’uomo d’azione per eccellenza, l’uomo che attira sopra di sé la grazia del Borbone, nega gridare “viva il Re”(1), fu liberato dal carcere il 3 giugno 1860, giorno in cui le truppe borboniche abbandonarono la Favignana, e immediatamente si diresse a Palermo (2). Garibaldi subito gli offrì il comando di una brigata; ma egli – riferisce la White Mario – “francamente accennò che prima di decidersi sul fare, voleva “vedere Pippo”; che come soldato avrebbe combattuto tacendo sul programma ma che non ancora sapeva risolversi ad assumere un comando”(3). In realtà fu subito chiaro che egli non avrebbe collaborato col Generale “a meno che Garibaldi acconsentisse a toglier via dal suo programma il “Viva Vittorio Emanuele”(4). Poiché Garibaldi, naturalmente, non accettò l’impossibile ‘ultimatum’ di Nicotera, egli abbandonò la Sicilia e si preparò a militare alle dipendenze dirette di Mazzini (5), schierandosi subito, politicamente, fra i repubblicani più intransigenti.”. Capone, a p. 64, nella nota (6) postillava: “(6) v. L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera, op. cit., p….”.  L.A. Pagano è l’autore di un articolo del 1934 intitolato «La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera nelle carte della polizia borbonica di Sicilia», pubblicato sulla Rassegna storica del Risorgimento. Questo studio analizza la spedizione guidata da Carlo Pisacane nel 1857, concentrandosi sulla prigionia del patriota Giovanni Nicotera. La spedizione, con l’obiettivo di innescare una rivolta nel Regno delle Due Sicilie, fallì e culminò nel massacro di Padula, con conseguente cattura e prigionia per diversi partecipanti, tra cui Nicotera. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: Il Nicotera ferito al braccio, ferito alla mano, colpito alle spalle, da un colpo di scure al capo cadde nel suo sangue rimanendo esanime per un pezzo, e poi fatto prigione, e quindi, dopo una processura, condannato nel capo, e poi tramutata la pena in ergastolo fatto espiare non dove la legge dicea, ma dove la ferocia voleva, cioè nel fosso di S. Caterina in un’ isola di Sicilia, fosso profondo dove surge l’acqua, dove chiunque vi fu gettato, non v’era vissuto e dove pure il Nicotera vi rimase per anni, liberato poi dalla Rivoluzione nel 1860. Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”

Nel giugno 1860, a Calatafimi, Giovanni NICOTERA aggredì Giuseppe Fanelli

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2).”. Dunque, Alfredo Capone scrive che Giovanni Nicotera, nel 1860 incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli che era rientrato da Smirne dove si era rifugiato. Capone, a p. 11, nella nota (1) postillava: “(1) L. Cassese, Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri, in L’attività del Centro culturale, Pubblicazioni dell’Archivio di Stato di Salerno, 1958, p. 64. Sull’episodio di Calatafimi, v. P. Palumbo, L’on. Brunetti e i suoi tempi, Lecce, 1915, p. 254.”. All’arrivo a Palermo, Garibaldi mandò due suoi fidi dei Mille nell’isola di Favignana che liberarono anche Giovanni Nicotera, unico sopravvissuto della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane. Nicotera, prima di partire per Genova dove doveva incontrare Mazzini e Bertani, restò in Sicilia al seguito di aribaldi. In Sicilia, a Calatafimi, ebbe uno screzio con Giuseppe Fanelli che, nel frattempo era era arrivato da Smirne, dve si era rifugiato per i fatti di Sapri.  Capone, sulla scorta di Palumbo (…), scrive che Nicotera avrebbe picchiato Fanelli se non fossero intervenuti Matina e Garibaldi. Sappiamo che la battaglia di Calatafimi è del 15 maggio 1860. Fanelli partecipò alla Spedizione dei Mille. Dalla Treccani on-line leggiamo che a dar fuoco alle polveri di una astiosissima polemica che accusava il Fanelli di aver abbandonato a se stesso il Pisacane e i suoi compagni fu uno dei protagonisti della spedizione, G. Nicotera, appena liberato dal carcere di Favignana; il F., che subito dopo l’eccidio di Sapri si era rifugiato a Londra portando tutte le carte del Comitato (e riuscendo a convincere il Mazzini di non aver tradito), era tornato in Italia per unirsi alla spedizione dei Mille nel comprensibile tentativo di riscattare quella che comunque era una brutta pagina. Sembra che compisse qualche gesto di valore a Calatafimi, ma ciò non gli risparmiò l’ira del Nicotera, che, dopo aver tentato di aggredirlo fisicamente (e il Fanelli fu costretto a separarsi da Garibaldi e ad aggregarsi a V. G. Orsini nella digressione su Corleone), avviò una vera opera di demolizione morale della sua figura, presentandolo sulla stampa come colui che non aveva tenuto fede ad alcuno degli impegni presi col Pisacane.

LE TRUPPE DELLA BRIGATA “TOSCANA” (IN SEGUITO CHIAMATA DI “CASTEL PUCCI”) COMANDATE DA NICOTERA 

IL BARONE BETTINO RICASOLI GOVERNATORE DELLA TOSCANA PER CONTO DEL GOVERNO PIEMONTESE

Da Wikipedia leggiamo che Il barone Bettino Ricasoli, soprannominato il Barone di ferro (Ricàsoli [riˈkazoli]; Firenze, 9 marzo 1809San Regolo, 23 ottobre 1880), è stato un nobile e politico italiano, sindaco di Firenze e secondo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia dopo il Conte di Cavour. La stima di Cavour per il Barone toscano non tardò ad arrivare. Il 27 aprile 1859, dopo la definitiva partenza di Leopoldo da Firenze e la nomina del Governo Provvisorio Toscano con Carlo Bon Compagni di Mombello in qualità di commissario regio, Ricasoli vi entrò come ministro dell’interno, per poi assumere, dopo l’armistizio di Villafranca, il potere centrale con il rango di prodittatore. In tal veste organizzò il plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860 che sanciva l’unione della Toscana al Regno di Sardegna, con 366.571 voti favorevoli e 14.925 contrari, portandone personalmente i risultati al re Vittorio Emanuele II a Torino. Ricasoli fu poi nominato dal governo piemontese governatore provvisorio della Toscana, spesso scontrandosi con la politica governativa ufficiale, volta a mantenere gli equilibri internazionali per riprendere il processo unitario per via diplomatica. Infatti il governatore toscano diede ospitalità a Giuseppe Mazzini, su cui pendeva ancora la condanna a morte per la tentata sollevazione di Genova del 1857, inviò armi a Viterbo e nelle Marche per fomentarvi la rivolta contro Pio IX e, dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli nel settembre del 1860, scrisse una lettera imperiosa a Cavour e al governo per chiedere di mobilitare l’esercito per affiancare i volontari garibaldini. Nel 1859 Ricasoli ebbe un ruolo determinante nella fondazione del nuovo giornale La Nazione, il quale poneva la tematica nazionale al centro del proprio interesse fin dal titolo. Il barone Bettino Ricasoli, soprannominato il Barone di ferro (Ricàsoli [riˈkazoli]; Firenze, 9 marzo 1809 – San Regolo, 23 ottobre 1880), è stato un nobile e politico italiano, sindaco di Firenze e secondo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia dopo il Conte di Cavour. Ricasoli fu poi nominato dal governo piemontese governatore provvisorio della Toscana, spesso scontrandosi con la politica governativa ufficiale, volta a mantenere gli equilibri internazionali per riprendere il processo unitario per via diplomatica. Infatti il governatore toscano diede ospitalità a Giuseppe Mazzini, su cui pendeva ancora la condanna a morte per la tentata sollevazione di Genova del 1857, inviò armi a Viterbo e nelle Marche per fomentarvi la rivolta contro Pio IX e, dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli nel settembre del 1860, scrisse una lettera imperiosa a Cavour e al governo per chiedere di mobilitare l’esercito per affiancare i volontari garibaldini. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo.”. Poi, proseguendo il suo racconto – riferendosi al Piemonte – aggiungeva che: “Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”.

GIUSEPPE MAZZINI E AGOSTINO BERTANI E LA SPEDIZIONE DI “CASTEL PUCCI” IN TOSCANA

Giuseppe Mazzini, nonostante fosse interdetto e condannato a morte fu ospitato dal barone Ricasoli a Firenze, dove egli comandava – anche per conto di Cavour. Anche dopo l’Unità d’Italia, Giuseppe Mazzini restò in esilio a causa di 2 condanne a morte che pendevano sulla sua testa. Seppur provato nel fisico, continuò a combattere per il repubblicanesimo fino alla morte, e non ottenne mai l’amnistia per il suo rifiuto di giurare fedeltà al Re. Morì il 10 marzo 1872 a Pisa dove si era rifugiato sotto il falso nome di Giorgio Brown. Salvatore Iorio (….), nel suo “La Sedizione dei Mille e la crisi della formazione dell’Unità d’Italia”, ed. Portosalvo, Napoli, 1972, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “Il grande problema che si presentava ora a Garibaldi era il passaggio dello Stretto. Mentre il Generale era arrivato allo Stretto, si erano preparate nel continente preoccupazioni molto gravi. Vediamo innanzi tutto in Toscana. Mazzini, al quale era stato inibito l’andata in Sicilia, si trovava nel continente e giustamente rivendicava a sè la paternità dell’idea, ma, dopo il successo di Garibaldi, egli voleva approfittarne per far procedere il movimento unitario e dare addosso allo Stato Pontificio, anche per impedire che la politica piemontese, della quale diffidava, potesse rivolgersi a forme di compromesso, arrivando così ad una Villafranca. Egli agì in base a queste sue preoccupazioni; era venuto in Toscana dove Ricasoli teneva il potere.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Salvatore Iorio (….), nel suo “La Sedizione dei Mille e la crisi della formazione dell’Unità d’Italia”, ed. Portosalvo, Napoli, 1972, a pp. 93-94 aggiungeva pure che: “Mazzini, in Toscana, non fece opera repubblicana, ma agevolò la formazione di un corpo di spedizione che doveva comprendere duemila volontari per riprendere in grande il tentativo di Zambianchi e mettere il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio tra due fuochi. Alla testa di questi volontari stava Giovanni Nicotera che si diede subito all’opera. Egli era allora un fervente repubblicano e perciò voleva senz’altro la bandiera repubblicana per parare i pericoli rappresentati dalla formula, per lui ambigua, di Garibaldi, “Italia e Vittorio Emanuele”. Il pericolo era gravissimo, perchè il Governo Italiano, di fronte ad un tentativo simile, si trovava al bivio: o asciar fare a Nicotera e dare al mondo lo scandalo di una spedizione repubblicana contro lo Stato Pontificio preparata nel territorio dello Stato italiano, o impedirgli l’azione ed arrivare alla guerra civile. Chi sventò un sì grave pericolo fu Mazzini stesso, il quale seppe ancora una volta posporre il programma repubblicano all’amor di Patria; e i volontari che, per un certo momento, avevano costituito il pericolo di una spedizione repubblicana, furono mandati a Palermo in rinforzo alle truppe garibaldine. Un altro contingente di volontari si era radunato in Sardegna, a Golfo Aranci, ma Cavour poteva sorvegliarli meglio, perchè nel Tirreno incrociava Persano con la sua flotta.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Gariballi. Era quella piccola, armata che alla sua partenza dall ‘ alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova. La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: La spedizione Terranova era stata organizzata mercè l’attività di Mazzini e del dott. Bertani rimasto a Genova, quale rappresentante di Garibaldi, per fare qualche intrapresa nello stato pontificio. Comandante  in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione. La forza di quella spedizione ascendeva a circa 9000 uomini, divisi in sei piccole brigate.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. …..corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo.”. Poi, proseguendo il suo racconto – riferendosi al Piemonte – aggiungeva che:Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., riferendosi ad Agostino Bertani, in proposito scriveva che: Incominciò il Cavour con l’opporsi risolutamente l’azione del partito più avanzato, quello mazziniano, rappresentato in Genova dal Bertani. Costui stava da tempo organizzando una grande spedizione per attuare il suo piano di uno sbarco nel Pontificio e per muovere attraverso questo Stato incontro a Garibaldi. L’esercito napoletano si sarebbe trovato così tra due fuochi. Verso la fine di luglio egli ormai aveva ultimato i suoi preparativi. Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo –, ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Dunque, oltre al Bertani ed al Mazzini vi era anche Crispi che operava per la riuscita dell’impresa. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: Un proposito siffatto piaceva grandemente a Giuseppe Mazzini, il quale fu sollecito ad offrirsi a Garibaldi come aiutatore nella impresa. Garibaldi accettò la cooperazione di Mazzini, senza pensare lì per lì al rischio in cui si metteva col pigliare a chius’occhi un tal cooperatore; e dette incarico a Giovanni Nicotera di recarsi subito etc…”Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, aggiunge pure che: la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: etc…”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto: “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendevano alle provincie romane.”. Eliseo Porro (…..) che era: “Sergente nei Bersaglieri della Brigata Milano”, dunque diretto testimone degli avvenimenti di cui parlo, nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), le sue Memorie sulla Campagna d’Italia nel 1860, a p. 5, in proposito scriveva: “I comitati dell’Italia settentrionale incaricati di adunare gli elementi per la nostra organizzazione, avevano lavorato indefessamente, senza risparmio di fatiche, e per quanto era comportato dalle circostanze, non lasciarono neppur mancare il denaro. Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Etc…”. Dunque, Rustow (nella traduzione di Porro) scriveva che furono i “Comitati dell’Italia settentrionale” che organizzarono e contribuirono con parecchi soldi raccolti per la buona riuscita dell’organizzazione. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “XXI. Nè gli eventi del distaccamento di Talamone, nè la decisione del Medici e del Malenchini di portare le loro truppe in Sicilia estinsero il concetto della diversione nell’Umbria, nelle Marche, e negli Abbruzzi. In quegli stessi giorni nei quali Medici e Malenchini partivano per la Sicilia, il Comitato Centrale aveva già iniziata un’ altra grande raccolta di uomini e di armi per la diversione. Spegnevasi col mese di maggio l’eco dell’episodio di Talamone e coi primi di giugno si iniziava la spedizione di Medici -Malenchini la quale si compì fra l’8 ed il 10 giugno; ma prima che Medici movesse, ecco in preparazione un’altra spedizione destinata alla diversione. Infatti il 29 dello stesso maggio, appena Garibaldi era entrato in Palermo, Mazzini scriveva da Genova al Dolfi: << Il centro dei pericoli per la Sicilia ora che Garibaldi vi è, non è in Sicilia; è in Napoli nel Regno. È là che bisogna vibrare tutti i colpi; là si salva la Sicilia per sempre e si fa l’Italia. Conquistando al moto il terreno pontificio ed il regno, si fa atto di solidarietà italiana. Garibaldi intende perfettamente questo; e lasciò detto, e replicava in una lettera scritta pochi giorni or sono da Salemi a Bertani, che bisogna invadere gli Stati pontifici ed andare oltre. Serbate, ed organizzate in nome d’Italia gli elementi per questo. Sapete che è lo scopo di Bertani e mio. » p . 94. Ed il 19 giugno, in una risposta diretta a Palermo a Nicotera, Mosto è Savi , scriveva : « Stiamo etc…”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 246 e ssg., in proposito scriveva che: “A un’invasione degli Stati della Chiesa si disponevano anche Bertani, Mazzini e Nicotera, che, con danaro mandato da Garibaldi, con l’aiuto di Ricasoli, avevano approntato una Spedizione di novemila uomini, bene armati, al comando del Colonnello Luigi Pianciani. I volontari erano stati divise in sei brigate, delle quali quattro, partendo da Genova, sarebbero dovute sbarcare a Montalto sulla Costa laziale, mentre le altre, due avrebbero dovuto muovere dalla Toscana ed impegnare le forze papali comandate dal generale Lamoricière. Etc..”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 63 e ssg., in proposito scriveva: Poiché Garibaldi, naturalmente, non accettò l’impossibile ‘ultimatum’ di Nicotera, egli abbandonò la Sicilia e si preparò a militare alle dipendenze dirette di Mazzini (5), schierandosi subito, politicamente, fra i repubblicani più intransigenti. Questo stato d’animo estremistico del Nicotera, del resto, non è diffcile da spiegare, ed è ovviamente in relazione con la parte da lui avuta nella spedizione di Sapri. Ma si ha l’impressione che ciò che fu veramente decisivo per il Nicotera, e che fu all’origine del suo radicalismo politico nel ’60, fu l’esperienza soprattutto umana della tragica avventura di Sapri, la visione dello spaventoso eccidio che la concluse, e a cui egli a stento sfuggì….”. Capone, a p. 64, continuava: “Si spiega quindi, il rifiuto di Nicotera di aderire nel giugno al programma “Italia e Vittorio Emanuele”, si spie la sua fervida malizia mazziniana, la sua partecipazione alla spedizine nello Stato Pontificio; anche perchè – ed è ciò che per lui doveva essere più importante – il progamma del Mazzini era: “Al Centro, al Centro, mirando al Sud” (7); un Sud che, naturamente, significava anche Sapri, cioè “rivoluzione” meidionale e repubblica.”. Capone, a p. 64, nella nota (6) postillava: “(6) v. L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera, op. cit., p….”.  Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 65 e ssg., in proposito scriveva: “Il 22 giugno Nicotera difatti giunse a Genova (9) e subito si mise in contatto con Mazzini. Questi, conosciutolo, di persona, ne concepì grande stima come uomo d’azione” e lo raccomandò a Bertani con una lettera entusiasta: “Vedrai oggi a mezzogiorno Nicotera, lo apprezzerai da per te. Bada ch’è uomo eccezionale, e di stoffa militare insurrezionale. Garibaldi gli offriva nientemeno che il comando della brigata invadente la Calabria. Me lo scrive Crispi”(10).”. Capone, a p. 65, nella nota (11) postillava: “(11) J. White Mario, op, cit., p. 34.”. Capone, a p. 65, nella nota (12) postillava: “(12) Mazzini ad Andrea Giannelli, 9 luglio, in S.E.I., vol. LXVIII, Epistolario, vol. XL., op. cit., p. 133”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Il Nicotera partì subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848, e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore, ma egli preferi prender parte più attiva nella rivoluzione, percio ebbe dal Garibaldi incarico di recarsi in Toscana per formare una legione di volontari e di entrare con questa nell’ Umbria e nelle Marche, appena egli sarebbe sbarcato sul continente, e gli diede credenziali pel Bertani e pel Mazzini ch’erano in Genova. Iniziatosi il nuovo movimento col motto: Italia e Vittorio Emanuele, il vero partito repubblicano vi si associó lealmente con tutte le sue forze, perchè persuaso che solo con la monarchia si poteva conseguire l’unità e l’indipendenza d’ Italia; per la qualcosa senza più fare questione di forma di governo, il Mazzini confermò questi leali intendimenti con la sua pubblica dichiarazione: nè apostati, nè ribelli. Il Nicotera , presi i concerti con questi eminenti patriotti, si recò a Milano ove sposò la signorina Poerio, e riparti subito per Firenze….Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lota che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, a pp. 66 e ssg., in proposito scriveva: “Così Nicotera si trovò inserito, con un ruolo di un certo rilievo, in un complesso gioco politico nel quale, coperti dalla formula “Italia e Vittorio Emaanuele”, ciascuno, Cavour compreso, seguiva in realtà un proprio piano. La spedizione nello Stato pontificio era il tavolo sul quale tale gioco si svolgeva, e tutti si rendevano conto che la posta era assai alta perchè dalla effettuazione della spedizione e dal programma di chi la guidava poteva dipendere la possibilità di egemonizzare politicamente il Centro-Sud o programma cavouriano, su un programma monarchico-democratico, o, al limite, repubblicano (16). Il Cavour vedeva sostanzialmente giusto, quando scriveva: “…non si tratta di una questione di persone, ma di due sistemi che si affrontano. Garibaldi non ha alcuna idea politica precisa. Egli sogna una specie di dittatura popolare, senza parlamento e con poca libertà. I suoi adepti, Bertani ed altri, accettano la sua dittatura come un mezzo per arrivare alla Costituente e dalla Costituente alla Repubblica”(17).”. Capone, a p. 66, nella nota (16) postillava: “(16) Sulle intenzioni di Mazzini, G. Berti (op. cit., p. 737) così scrisse: “Resterà a fianco di Bertani per implorare che non tutti gli uomini, che non tutti i mezzi siano inviati in Sicilia…affermando che Garibaldi doveva essere aiutato indirettamente compiendo al Centro un’altra spedizione indipendente dalla sua che era quanto dire: fare saltare in aria il già malcerto accordo fra Garibaldi e la monarchia piemontese”; Bertani, da parte sua, non respinse Mazzini, ma lo “neutralizzò senza rompere con lui”. Capone, a p. 66, nella nota (17) postillava: “(17) E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 30”Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi. Un ultimo tentativo fu compiuto dai radicali del Nord. Appena Cavour ebbe riacquistato un saldo controllo su Genova, Mazzini si spostò su un terreno più compromettente, più vicino al confine dello Stato pontificio. A Genova il suo giornale era stato censurato e confiscato sempre più di frequente via via che i moderati riconquistavano le loro posizioni (1); così, verso la metà di agosto, egli abbandonò il suo nascondiglio e si recò in Toscana, dove c’era una notevole corrente di malcontento contro il regime piemontese (2). Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera. Il governatore della Toscana.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a pp. 149-150 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Governo di Torino era sempre più preoccupato delle influenze mazziniane presso Garibaldi e specialmente ora che il Generale di tanto in tanto accennava a voler compiere l’unità d’Italia senza sostare; mentre Mazzini, sempre in Italia, con Bertani lavorava per organizzare la grande spedizione nello Stato Pontificio, da lui ideata e che ormai appareva imminente; se questa avveniva era la rovina. A scongiurare tale pericolo, il 13 agosto Farini diramò a tutti i Governi e agli intendenti generali la seguente circolare: “Sollevati, or son tre mesi, i Siciliani allo acquisto della libertà, ed accorsi in aiuto etc…E perchè il sottoscritto deve compiere l’ordinamento della Guardia nazionale mobile e preparare la formazione dei corpi composti di volontari della Guardia Nazionale che la legge abilita, non vuolsi altrimenti permettere che altri faccia incetta e raccolta di soldati volontari (I).”. Nazari, a p. 150, nella nota (I) postillava che: “(I) Su questo punto specialmente insistendo, venne pubblicata nel ‘Monitore Toscano’ del 20 settembre successivo una circolare di Ricasoli, in data 18 settembre, diretta ai Prefetti della Toscana. Dichiara che si devono impedire gli arruolamenti di volontari, sieno fatti da Comitati speciali o da individui, senza legale mandato.”. Dunque, la Nazari richiama alla Circolare Farini che vietava nuovi arruolamenti di volontari a discapito di Garibaldi e la conseguente attività di Ricasoli contro Nicotera e la Brigata Toscana. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”.

ACHILLE SACCHI e GIUSEPPE DOLFI e la formazione della colonna della “BRIGATA TOSCANA” o di “CASTEL PUCCI”

(Fig. n….) – Foto di Achille Sacchi

Da Wikipedia leggiamo che ACHILLE SACCHI, Studente di medicina a Pavia, partecipò ai moti lombardi del 1848. Successivamente accorse alla difesa della Repubblica Romana, rimanendo ferito nella battaglia di Porta S.Pancrazio. Partecipò alla riunione[1] del 2 novembre 1850, costitutiva del comitato rivoluzionario di Mantova. Sfuggì alla cattura rifugiandosi prima in Piemonte poi in Svizzera. Non giovandosi dell’amnistia austriaca si stabilì a Genova dove esercitava la professione medica in cooperazione con Agostino Bertani. Nel 1859 era tra i Cacciatori delle Alpi e nel 1860 raggiunse Garibaldi combattendo sul Volturno. Finalmente nel 1866, unitasi Mantova al Regno d’Italia, rientrò nella città natale dove lavorò per la diffusione delle idee democratiche e repubblicane federaliste.  L’impegno politico negli enti pubblici mantovani, insieme alla sua professione di medico, lo portò ad occuparsi della pellagra che colpiva le masse contadine mantovane a causa di una dieta esclusivamente basata sul granoturco e a propugnare un più efficace e umano trattamento dei malati di mente. In un blog sulla rete troviamo scritto che Achille Sacchi, fu coinvolto nella preparazione del moto milanese mazziniano del 6 febbraio 1853, venne arrestato ed estradato in Svizzera. Si trasferì quindi a Genova, dove fu attivo negli ambienti mazziniani con gli amici Alberto Mario, Jessie White, Maurizio Quadrio e Sara Nathan, esercitando la professione medica in collaborazione con Agostino Bertani. Il 7 giugno 1858 sposò a Como Elena Casati, impegnata nel movimento femminile in sostegno a Mazzini, da cui ebbe 15 figli (di cui 10 sopravvissero), nessuno dei quali battezzato. In conseguenza del fallito tentativo insurrezionale di Carlo Pisacane, risalente al 1857 e in gran parte finanziato da Elena, i Sacchi furono espulsi dal regno di Sardegna e si trasferirono a Pisa, dove Achille ottenne la cattedra di mineralogia. Dopo i tentativi falliti di Mazzini, nel 1859 fu con Bertani tra i democratici e mazziniani convinti della necessità di appoggiare Cavour e la monarchia sabauda. Definito da Garibaldi il “medico che si batte”, ad aprile lasciò l’insegnamento e si arruolò come assistente sanitario nei Cacciatori delle Alpi comandati dal generale. Tornato a Pisa, partecipò ad attività cospirative nel centro Italia e ai preparativi per la spedizione dei mille. Nel settembre 1860 si unì a Garibaldi a Napoli e prese parte alla battaglia del Volturno. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 137-138 e ssg., in proposito scriveva che: “La colonna toscana fu ordinata da Dolfi, Achille Sacchi e Nicotera; etc…”. Qui la White si riferisce ad Achille Sacchi. La White aggiungeva che GIUSEPPE DOLFI: “….aveva aiutato Malenchini per la sua spedizione siciliana, ed ora era tutto intento a quella per il Centro. In risposta a certi quesiti di Bertani, Dolfi risponde: con Ricasoli sono sempre in buone relazioni. Non ostante la mia dichiarazione che con La Farina non ci sono mai stato, non ci sono nè ci sarò, egli mi mantiene la sua fiducia, perchè sa che quando gli ho detto – sono con loro lo sono di fatto, e quando non lo sono glielo dico francamente, ed allora non lo sono: nell’ un caso e nell’ altro ho tenuto sempre la parola; la lealtà è con noi. Rapporto a impedire ogni manifestazione politica che non sia il grido e il programma di Garibaldi, siate certo che non succede, e credo che non vi voglia molta fatica: mi darebbe pensiero se dovessi fare il contrario. Nicotera andò a Firenze con lettera di presentazione di Bertani, in data del 16 giugno, ove si legge: Il Nicotera accetta il programma del general Garibaldi, e ne vuole la più energica e pronta esplicazione. Ha fede nell’azione, e massime oggi crede indispensabile alla presente e futura salvezza dell’Italia la propagazione della rivoluzione a tutti i punti del continente italiano tuttora etc…”. Sulla questione ha scritto Evelina Rinaldi, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato nel……………………….e, a p. 148, in proposito scriveva che: “V. Il 1860 – Achille Sacchi nel ‘Italia centrale – La Brigata di Castel Pucci – La spedizione di Oaribaldi e la battaglia del Volturno. Tornato in Pisa, al silenzio raccolto degli studi e alla serenità della  vita familiare, Achille Sacchi attese che nuovi eventi lo chiamassero  ancora a offrire alla patria la sua attività e la sua intelligenza. Oli avvenimenti che si svolsero nel 1860 gli offersero, dopo una breve sosta, un nuovo campo d’azione. Agostino Bertani non aveva forse chiamato il Nostro, per l’imbarco notturno del 5 maggio, perchè aveva in animo di destinarlo ad altra impresa, di affidargli un compito diverso, ma non meno difficile, nell’adempimento del quale Achille Sacchi cercò di troare un compenso al rammarico provato di non aver seguito l’Eroe nella schiera dei Mille. Sappiamo come il Bertani, d’accordo con Giuseppe Mazzini, avesse ideato, contemporaneamente all’impresa di Garibaldi, una spedizione nell’Italia centrale, destinata ad invadere gli stati pontifici, e, se favorita dal successo, a spingersi anche nel regno di Napoli (2). Dopo gli accordi presi col Bertani, in Genova, (3) ad esaminare sul luogo là situazione, il Nostro partì subito per f irenze, ove rimase colpito dall’accorrere di tutte le truppe piemontesi, accasermate in Toscana, I confine dell’Umbria; tanto che, mentre non disconosce, in quel momento, la fiducia delle popolazioni nelle istituzioni del governo, nota, un certo allarme nel governo stesso, il quale, « nella tema che Garibaldi abbia « il progetto di sbarcare altrove che in Sicilia, di tutta sommuovere l’Italia etc…”. Rinaldi, continuando il suo racconto, a p. 152, in proposito scriveva che: “Per quanto può dedursi da vari elementi, il termine prestabilito per  un’ operazione decisiva doveva essere il mese di luglio. Sulla fine del giugno infatti, gettate ormai le basi del lavoro, il Mazzini e il Bertani mandarono il Sacchi a Palermo da Garibaldi, per esporgli la situazione dell’Italia ceritrale, esortarlo a intervenire e a dare il suo assenso. Con ansia, il Mazzini attendeva il ritorno del messaggero, tanto che scriveva nel frattempo, direttamente a Garibaldi: « Aspettiamo Sacchi con impazienza febbrile: Dio faccia che non ci apporti un divieto ali’ azione >> (3). Il Sacchi giunse in Palermo la sera del 30 giugno : la mattina dopo, si presentò subito al Generale, al quale espose l’ oggetto della sua missione. Ma Garibaldi dichiarò di non poter abbandonare la Sicilia, dove desiderava raccogliere « tutti gli uomini e i mezzi che si possono trarre dal resto d’ Italia, e muovere fra un mese o un mese e mezzo per le Calabrie )). Soltanto allora egli credeva possibile « una diversione delle forze nemiche, attaccando 1; 111 altro punto )). Mostrò inoltre !a sua contrarietà ad agire nello Stato Pontificio, per timore della f rancia « Vuole aver prima Napoli, per essere forte abbastanza da non temere anche quella complicazione ) ). Il Sacchi, riferendo in una lettera al Bertani (4) il resultato di questo colloquio, disse di restare ancora in Palermo alcuni giorni, per tentare, con l’aiuto di Mario e di Crispi, di « riconciliare Garibaldi col suo programma di due mesi fa ». Programma che, per quanto così caldeggiato da Mazzini e dai suoi fautori, incontrò la disapprovazione anche di alcuni fra gìi stessi Mazziniani (1). Senza entrare nell’ esame critico dei fatti, il che non è nostro compito, dobbiamo però osservare che le opposizioni, occulte o palesi, degli amici e degli avversari politici, nonchè lo stesso contegno di Garibaldi, non diminuirono I’ ardore dei dirigenti, nè scossero il loro convincimento nella bontà della causa. E l’ attività del Sacchi continuò ad esplicarsi fino a che, per necessità di cose, egli non dovè lasciare il suo posto. — Ai primi di luglio, dopo la visita a Palermo, il Bertani lo presentò, inFirenze, al Comitato Toscano ( 2 ), insieme col Nicotera, che uscito dalle carceri di Favignana, rifiutando l’ invito di Garibaldi di recarsi nelle Calabrie, aveva preferito raggiunger Mazzini e partecipare alla liberazione dell’ Italia centrale. D’ intesa col Dolfi, anima del Comitato (3), Sacchi e Nicotera danno opera a organizzare la 5a Brigata, che doveva, secondo il piano dei dirigenti, penetrare nell’ Umbria fino a Perugia ( 4 ). Sembrava, in quel momento, che anche il governo appoggiasse questo programma: certo lo favoriva il Ricasoli, che assegnò per la 5a Brigata, la· villa di Castel Pucci.”. La Rinaldi continua il suo racconto interessante anche sul ruolo che ebbe Nicotera. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1 ° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto: Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 260-261, in proposito scriveva che: “La Brigata Toscana comandata da Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispettivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si era contato sapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola.”. Qui l’Agrati si riferisce ad ACHILLE SACCHI. Agrati scriveva che il Sacchi aveva già raggiunto “l’Isola” riferendosi alla Sicilia dove era andato per unirsi a Garibaldi. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo”. Mi chiedo se è un errore ma non riesco a capire se si tratti di Achille Sacchi o di Gaetano Sacchi. Guerzoni scriveva che, dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci (le Brigate di Toscana dove andràorganizzata da Nicotera), alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, riferendosi a Nicotera, in proposito scriveva che: Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 65 e ssg., in proposito scriveva: “Il 22 giugno Nicotera difatti giunse a Genova (9) e subito si mise in contatto con Mazzini…..Nicotera, difatti partì subito per Firenze indirizato al Dolfi al quale Bertani lo presentò con un biglietto in cui, fra l’altro, si garantiva la genuinità della repentina conversione di Nicotera al programma garibaldino: “Il Nicotera accetta il programma del generale Garibaldi e ne vuole la più energica etc…”(11).”. Capone, a p. 65, nella nota (10) postillava: “(10) Crispi, ……….”. Capone, a p. 65, nella nota (11) postillava: “(11) J. White Mario, op, cit., p. 34.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”.

Nel 22 giugno 1860, Giovanni NICOTERA, la partenza da Palermo per Genova e poi per Firenze con l’incarico di Garibaldi e Bertani di formare un esercito di volontari per l’invasione dello Stato Pontificio: i volontari di CASTEL PUCCI

Mario Menghini (….), sulle pagine della Treccani on-line scriveva che Giovanni Nicotera ferito in più parti del corpo, fu portato prigioniero a Salerno e condannato a morte con sentenza del 19 luglio 1858, poi graziato della vita e relegato in un’orrida prigione a Santa Caterina, presso Favignana. Colà rimase fino alla liberazione siciliana del maggio 1860, e, non appena rimessosi dei disagi sofferti, chiese di combattere a fianco di Garibaldi. Chiamato a Genova dal Mazzini, gli fu affidato il comando di quel corpo di volontarî adunati a Castel Pucci, presso Firenze, che avrebbe dovuto segretamente invadere gli Stati Pontifici. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 63 e ssg., in proposito scriveva: Poiché Garibaldi, naturalmente, non accettò l’impossibile ‘ultimatum’ di Nicotera, egli abbandonò la Sicilia e si preparò a militare alle dipendenze dirette di Mazzini (5), schierandosi subito, politicamente, fra i repubblicani più intransigenti. Questo stato d’animo estremistico del Nicotera, del resto, non è diffcile da spiegare, ed è ovviamente in relazione con la parte da lui avuta nella spedizione di Sapri. Ma si ha l’impressione che ciò che fu veramente decisivo per il Nicotera, e che fu all’origine del suo radicalismo politico nel ’60, fu l’esperienza soprattutto umana della tragica avventura di Sapri, la visione dello spaventoso eccidio che la concluse, e a cui egli a stento sfuggì….”. Capone, a p. 64, continuava: “Si spiega quindi, il rifiuto di Nicotera di aderire nel giugno al programma “Italia e Vittorio Emanuele”, si spie la sua fervida malizia mazziniana, la sua partecipazione alla spedizine nello Stato Pontificio; anche perchè – ed è ciò che per lui doveva essere più importante – il progamma del Mazzini era: “Al Centro, al Centro, mirando al Sud” (7); un Sud che, naturamente, significava anche Sapri, cioè “rivoluzione” meidionale e repubblica.”. Capone, a p. 64, nella nota (6) postillava: “(6) v. L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera, op. cit., p….”.  Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 65 e ssg., in proposito scriveva: “Il 22 giugno Nicotera difatti giunse a Genova (9) e subito si mise in contatto con Mazzini. Questi, conosciutolo, di persona, ne concepì grande stima come uomo d’azione” e lo raccomandò a Bertani con una lettera entusiasta: “Vedrai oggi a mezzogiorno Nicotera, lo apprezzerai da per te. Bada ch’è uomo eccezionale, e di stoffa militare insurrezionale. Garibaldi gli offriva nientemeno che il comando della brigata invadente la Calabria. Me lo scrive Crispi”(10). Dopo l’incontro con Bertani, Nicotera fu destinato ad una missione di particolare importanza: il comando dei volontari di Toscana che, coadiuvando la spedizione di Golfo degli Aranci, dovevano – secondo i piani del Bertani – invadere lo Stato Pontificio. Nicotera, difatti partì subito per Firenze indirizato al Dolfi al quale Bertani lo presentò con un biglietto in cui, fra l’altro, si garantiva la genuinità della repentina conversione di Nicotera al programma garibaldino: “Il Nicotera accetta il programma del generale Garibaldi e ne vuole la più energica etc…”(11).”. Capone, a p. 65, nella nota (10) postillava: “(10) Crispi, ……….”. Capone, a p. 65, nella nota (11) postillava: “(11) J. White Mario, op, cit., p. 34.”. Capone, a p. 65, nella nota (12) postillava: “(12) Mazzini ad Andrea Giannelli, 9 luglio, in S.E.I., vol. LXVIII, Epistolario, vol. XL., op. cit., p. 133”. Capone, a p. 66, in proposito scriveva che: “A Firenze, Nicotera, che si trovò a capo di 1500 volontari (13) si incontrò subito con Ricasoli da cui egli si aspettava non solo tolleranza, ma un concreto aiuto, cioè fucili e vestiario per la truppa, che Ricasoli effettivamente concesse (14).”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, a pp. 66 e ssg., in proposito scriveva: “Così Nicotera si trovò inserito, con un ruolo di un certo rilievo, in un complesso gioco politico nel quale, coperti dalla formula “Italia e Vittorio Emaanuele”, ciascuno, Cavour compreso, seguiva in realtà un proprio piano.”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “…raggiunse Garibaldi, il quale lo destinò ad altra impresa più gloriosa e non scevra di pericolo; l’invasione del territorio della Chiesa, per congiungere Roma al rimanente dell’Italia. Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Il Nicotera partì subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848, e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore, ma egli preferi prender parte più attiva nella rivoluzione, percio ebbe dal Garibaldi incarico di recarsi in Toscana per formare una legione di volontari e di entrare con questa nell’ Umbria e nelle Marche, appena egli sarebbe sbarcato sul continente, e gli diede credenziali pel Bertani e pel Mazzini ch’erano in Genova. Iniziatosi il nuovo movimento col motto: Italia e Vittorio Emanuele, il vero partito repubblicano vi si associó lealmente con tutte le sue forze, perchè persuaso che solo con la monarchia si poteva conseguire l’unità e l’indipendenza d’ Italia; per la qualcosa senza più fare questione di forma di governo, il Mazzini confermò questi leali intendimenti con la sua pubblica dichiarazione: nè apostati, nè ribelli. Il Nicotera , presi i concerti con questi eminenti patriotti, si recò a Milano ove sposò la signorina Poerio, e riparti subito per Firenze….Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione….Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: Rimanevano ancora i 2000 volontari del Nicotera in Toscana, etc…”. Treveljan aggiungeva che: “Garibaldi pur reclamando le forze del Pianciani per se stesso onde poter trasferirsi di là dello Stretto, era sempre disposto a consentire che il Nicotera invadesse il territorio papale e scrisse a quell’effetto (3), etc….”. Dunque, quando Garibaldi era arrivato a Golfo Aranci col Bertani lasciò Nicotera con le sue truppe. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a pp. 336-337, in proposito aggiunge che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli etc…Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudne dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina eGiardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, a pp. 66 e ssg., in proposito scriveva: “Così Nicotera si trovò inserito, con un ruolo di un certo rilievo, in un complesso gioco politico nel quale, coperti dalla formula “Italia e Vittorio Emaanuele”, ciascuno, Cavour compreso, seguiva in realtà un proprio piano. La spedizione nello Stato pontificio era il tavolo sul quale tale gioco si svolgeva, e tutti si rendevano conto che la posta era assai alta perchè dalla effettuazione della spedizione e dal programma di chi la guidava poteva dipendere la possibilità di egemonizzare politicamente il Centro-Sud o programma cavouriano, su un programma monarchico-democratico, o, al limite, repubblicano (16). Il Cavour vedeva sostanzialmente giusto, quando scriveva: “…non si tratta di una questione di persone, ma di due sistemi che si affrontano. Garibaldi non ha alcuna idea politica precisa. Egli sogna una specie di dittatura popolare, senza parlamento e con poca libertà. I suoi adepti, Bertani ed altri, accettano la sua dittatura come un mezzo per arrivare alla Costituente e dalla Costituente alla Repubblica”(17).”. Capone, a p. 66, nella nota (16) postillava: “(16) Sulle intenzioni di Mazzini, G. Berti (op. cit., p. 737) così scrisse: “Resterà a fianco di Bertani per implorare che non tutti gli uomini, che non tutti i mezzi siano inviati in Sicilia…affermando che Garibaldi doveva essere aiutato indirettamente compiendo al Centro un’altra spedizione indipendente dalla sua che era quanto dire: fare saltare in aria il già malcerto accordo fra Garibaldi e la monarchia piemontese”; Bertani, da parte sua, non respinse Mazzini, ma lo “neutralizzò senza rompere con lui”. Capone, a p. 66, nella nota (17) postillava: “(17) E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 30”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 260-261, in proposito scriveva che: “La Brigata Toscana comandata da Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispettivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si era contato sapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola.”. Qui l’Agrati si riferisce ad ACHILLE SACCHI. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 137-138 e ssg., in proposito scriveva che: “La colonna toscana fu ordinata da Dolfi, Achille Sacchi e Nicotera; etc…”. Qui la White si riferisce ad Achille Sacchi. La White, continuando il suo racconto aggiungeva pure che Nicotera: “…il quale, uscito da Favignana e avuto l’offerta da Garibaldi del comando di una brigata per passare in Calabria, disse francamente al dittatore che preferiva raggiungere Mazzini e prendere parte alla liberazione dell’Italia centrale. Il generale acconsentì, ma non gli diede incarico formale, perchè non potendo capitanare egli stesso la spedizione ne lasciava a loro la responsabilità. Sembrami che nella mente di Garibaldi fosse il pensiero, che soli capitani possibili per tale spedizione fossero Medici o lui. — Che il duce dovesse capitanare quella spedizione in persona fu la speranza accarezzata da Bertani. Al quale intanto fu da Mazzini presentato Nicotera, chè in quel momento Beppe Dolfi aveva scritto domandando un capo per ordinare le forze rivoluzionarie della Toscana. Questi aveva aiutato Malenchini per la sua spedizione siciliana, ed ora era tutto intento a quella per il Centro. In risposta a certi quesiti di Bertani, Dolfi risponde: con Ricasoli sono sempre in buone relazioni. Non ostante la mia dichiarazione che con La Farina non ci sono mai stato, non ci sono nè ci sarò, egli mi mantiene la sua fiducia, perchè sa che quando gli ho detto – sono con loro lo sono di fatto, e quando non lo sono glielo dico francamente, ed allora non lo sono: nell’ un caso e nell’ altro ho tenuto sempre la parola; la lealtà è con noi. Rapporto a impedire ogni manifestazione politica che non sia il grido e il programma di Garibaldi, siate certo che non succede, e credo che non vi voglia molta fatica: mi darebbe pensiero se dovessi fare il contrario. Nicotera andò a Firenze con lettera di presentazione di Bertani, in data del 16 giugno, ove si legge: Il Nicotera accetta il programma del general Garibaldi, e ne vuole la più energica e pronta esplicazione. Ha fede nell’azione, e massime oggi crede indispensabile alla presente e futura salvezza dell’Italia la propagazione della rivoluzione a tutti i punti del continente italiano tuttora etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1 ° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto: Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”.  Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze , 22 agosto : “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”.

Nei primi del Giugno 1860, in TOSCANA, a CASTEL PUCCI, le truppe della “SPEDIZIONE BERTANI-PIANCIANI” preparate per invadere lo Stato Pontificio 

Da Wikipedia leggiamo che la spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Incominciò il Cavour con l’opporsi risolutamente l’azione del partito più avanzato, quello mazziniano, rappresentato in Genova dal Bertani. Costui stava da tempo organizzando una grande spedizione per attuare il suo piano di uno sbarco nel Pontificio e per muovere attraverso questo Stato incontro a Garibaldi. L’esercito napoletano si sarebbe trovato così tra due fuochi. Verso la fine di luglio egli ormai aveva ultimato i suoi preparativi. Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo –, ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi. Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione comprendeva 7720 uomini di linea organizzato su 24 Battaglioni, organizzato su 24 Battaglioni, più un Battaglione di Cacciatori con 580 uomini, 120 Guide, 220 uomini del Genio e 180 d’Artiglieria, che con 120 addetti all’Intendenza ed al Servizio Sanitario, oltre ai Comandi di Stato Maggiore di Brigata, formavano un totale di 8940 uomini. Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; le prime due, ch’erano in Toscana, avrebbero invaso gli Stati pontifici ed attirato le truppe papali comandate da Lamoricière. Tale compito era affidato specialmente alla Brigata Abruzzi che sarebbe entrata nelle Marche al comando di Caucci. La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Restavano le ultime due Brigate nell’Italia centrale – la ‘Toscana’ e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa, non solo per evitare grossi guai, ma perché ormai Cavour s’era deciso a compier egli stesso quell’impresa. Il Nicotera s’era presentato l’8 luglio al Comitato Bertani di Firenze, insieme col dottor Achille Sacchi, munito d’una lettera del Bertani stesso da cui appariva incaricato “di provvedere a quanto occorre per l’invasione dele finitime provincie delle Marche e dell’Umbria”. Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del Pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Per cui lo stesso Cavour telegrafò il 15 agosto all’ammiraglio Persano di inviare il ‘Monzambano’ ed il ‘Tripoli’ in crociera sulle coste pontificie per impedire qualunque sbarco di volontari. Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia.. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. …..corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Sulle truppe organizzate dal Bertani ha scritto Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: Un proposito siffatto piaceva grandemente a Giuseppe Mazzini, il quale fu sollecito ad offrirsi a Garibaldi come aiutatore nella impresa. Garibaldi accettò la cooperazione di Mazzini, senza pensare lì per lì al rischio in cui si metteva col pigliare a chius’occhi un tal cooperatore; e dette incarico a Giovanni Nicotera di recarsi subito (come già narrai) in Toscana, per mettere insieme una legione di volontari. Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “In quel tempo, poiché l’esercito riunito in Sicilia sotto gli ordini diretti del generale Garibaldi veniva giudicato sufficiente per invadere il regno di Napoli e cacciare i Borboni, era stato messo insieme un corpo di seimila uomini che, sotto gli ordini del colonnello Pianciani, avrebbe dovuto successivamente concentrarsi sull’isola di Sardegna, per lanciarsi di là, al momento opportuno, negli Stati pontifici ed attaccare le truppe incaricate di difenderli…..Etc…(pp. 28-29). Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 126, nella nota (1) postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. Etc..”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Dallolio aggiunge pure che: la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Dallolio continuando il suo racconto, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta “Terranova”, “….non partecipano a tutta la prima parte della campagna, poichè quasi tutti arrivarono quando Garibaldi stava per passare, od era già passato, sul continente, nel quale non ebbe per verità gran che a combattere fino a Napoli: ma furono impegnati nei combattimenti successivi: il battaglione comandato dal Cattabeni ebbe parte precipua nel disgraziato fatto d’arme a Caiazzo.”, e poi aggiunge che: “I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e,  l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata Bologna, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”.  Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Da Wikiepdia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado ditenente colonnello. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Da Wikiepdia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado ditenente colonnello. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Quella Abruzzi, al comando del Caucci, avrebbe dovuto varcare il confine marchigiano, entrare nel Montefeltro, mentre quella Toscana passare nell’Umbria e puntare su Perugia. Per questa spedizione il Mazzini aveva detto al Bertani che “2000 in Toscana, 500 in Romagna erano più che sufficienti; egli contava sull’insurrezione della popolazione etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera , già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Garibaldi risolse di servirsi di questo mezzo, ed aumentare la sua azione col diffondere le voci più diverse ed erronee. Come questo mezzo abbia ottenuto un successo sul quale lo stesso Garibaldi appena poteva far conto , lo vedremo quanto prima. Garibaldi non poteva sapere in anticipazione fin dove sarebbe riescito, e per quanto si figurasse ogni circostanza favorevole, doveva sempre desiderare un rinforzo di quella parte delle sue truppe, delle quali poteva immediatamente e con sicurezza disporre. Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Gariballi. Era quella piccola, armata che alla sua partenza dall ‘ alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova. La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate, secondo il piano stabilito prima degli ostacoli sorti in processo di tempo, partendo da Genova e dalla Spezia, dovevano anzi tutto raccogliersi presso Montecristo e di là sbarcare presso Montalto sulle coste pontificie, indi, evitando uno scontro coi francesi, spingersi nella direzione di Viterbo o di Montefiascone contro l’ala sinistra dell’armata di Lamoricière, disperdendo le forze che trovassero isolate, evitando però i corpi di truppa riuniti e prevalenti di numero; la quinta brigata, formata in Toscana, doveva di là, avanzando per terra, impadronirsi della città di Perugia, e poi operare in unione alle brigate sbarcate presso Montalto. La sesta brigata, formata nella Romagna, doveva alcuni giorni prima dello sbarco gettarsi nelle Marche, attirandosi l’attenzione di Lamoricière, ed in tal guisa agevolare le operazioni dello sbarco e quelle su Perugia.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 259, in proposito scriveva: “Da questo luogo di ritrovo la spedizione fu detta spedizione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero nascosto, non essere destinata per la Sicilia ma per altra nuova terra.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 264, in proposito scriveva: Avendo egli fatto vela senza lasciarsi addietro alcuna notizia , la cosa destò dell’inquietudine fra gli uomini della seconda brigata, Tharrena (Parma) , che intanto era arrivata.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: La spedizione Terranova era stata organizzata mercè l’attività di Mazzini e del dott. Bertani rimasto a Genova, quale rappresentante di Garibaldi, per fare qualche intrapresa nello stato pontificio. Comandante  in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione. La forza di quella spedizione ascendeva a circa 9000 uomini, divisi in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate dovevano (secondo il piano fissato definitivamente prima degli ostacoli sorvenuti ) movendo da Genova e dalla Spezia raccogliersi da prima a Monte Cristo e di là sbarcare presso Montalto nello stato pontificio, avanzando quindi, per evitare qualsiasi conflitto coi francesi, alla volta di Viterbo o Montefiascone verso l’ala sinistra dell’armata di Lamoriciére, respingendo le forze isolate, ma evitando quelle che fossero concentrate e superiori di numero; la quinta brigata formata in Toscana doveva avanzarsi di là per terra onde impadronirsi della città di Perugia e quindi operare di concerto colle brigate sbarcate a Montalto. La sesta brigata organizzata nella Romagna doveva qualche giorno prima dello sbarco irrompere nelle Marche attirando sopra di sè l’attenzione di Lamoriciére, facilitando in tal guisa l’operazioni dello sbarco e l’attacco di Perugia. Quel piccolo corpo doveva da ultimo entrare per gli Abruzzi nel regno di Napoli , formando la sua unione coll’esercito principale di Garibaldi.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Ai due estremi dell’Italia meridionale ardeva il fuoco rivoluzionario. La Sicilia era libera ‘meno il forte di Messina: bande armate percorrevano le provincie del Regno aspettando Garibaldi per dargli mano. Gli Stati rimasti al Papa erano allora debolmente difesi. Concentrate erano in Roma le poche truppe francesi, con le quali nessuno sognava venire alle mani calcolando che, accerchiata Roma dal fuoco rivoluzionario, Napoleone si sarebbe risolto a ritirare la sua protezione dal Papa, che allo stesso tempo lo sfidava e lo motteggiava. Era il quarto d’ora propizio, e chi aveva tempo non aspettava tempo. Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour, sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860. Caro Generale – Voi mi lasciate senza una parola circa la condotta da tenere etc…”. Già il Bertani prevedeva, si direbbe, l’intenzione di Garibaldi di trattenere la spedizione nell’Isola o di condurla altrove. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia avrebbero poi potuto raggiungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quanto all’altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e con Farini combinato ogni cosa al riguardo. Il che non impedisce al Cavour di diffidare anche di lui. Pochi giorni dopo infatti egli scrive: “Sono inquieto su Ricasoli. I successi di Garibaldi l’hanno esaltato etc…”. L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Sull’opera incessante del Bertani e sulla costituzione della Spedizione, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine, intitolato ‘Storia della 15ma divisione Turr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio, quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo….Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari , mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto.”.  Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 184-185 e ssg., in proposito scriveva che: Io mi proponeva, subito che fossi arrivato al Golfo degli Aranci, e avessi trovata riunita la spedizione come doveva essere, di mandare immediatamente un piccolo vapore a Livorno con le istruzioni necessarie per Caucci e Nicotera, indicando il giorno nel quale ciascuno di loro dovesse passare il confine; a ciò , come ho già avvertito, ero autorizzato, obbligato vorrei dire, dagli ordini di Garibaldi……I legni che facevano parte di quella spedizione erano il Bizantino, il Torino, l’Ammazzone , l’Isère, il Garibaldi, il Calatafimi, il Veasel , il Veloce ( che doveva partire da Genova il di dopo quello nel quale io era partito ), e tutti questi vapori; a vela avevamo lo Sheaperd clipper americano rimorchiato dal Garibaldi, un’altro clipper che avrebbe rimorchiato il Veloce. Dieci legni fra tutti. I comandanti dei legni avevano dal Comitato l’ordine di riconoscermi come comandante in capo della spedizione, ed uniformarsi alle mie istruzioni (doc . lettera K). Alcuni di loro sapevano di che si trattasse, tutti dovevano immaginarlo, e credo avrebbero generalmente eseguito quanto io avessi ordinato. Se taluno, prevenuto forse dal Ministero, avesse voluto fare diversamente , avrei saputo costringerlo a fare quello che voleva io , e per questo fine aveva collocato sui diversi bordi uomini capaci di prendere, quando occorresse, il comando del bastimento.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto: “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Eliseo Porro (…..) che era: “Sergente nei Bersaglieri della Brigata Milano”, dunque diretto testimone degli avvenimenti di cui parlo, nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), le sue Memorie sulla Campagna d’Italia nel 1860 scriveva che: “Per voi, cari commilitoni, m’accinsi alla traduzione del presente racconto , dal suo originale alemanno che un fortuito azzardo mi pose fra le mani e ciò prima che l’originale stesso fosse pubblicato; però le mie cognizioni nella lingua tedesca essendo limitate, abbisognai dell’ajuto di benevoli amici.”, e poi ancora: “Nel mentre che vi presento il racconto dei fatti ai quali avemmo l’onore di prender parte, mi permetto di ricordarvi che noi siamo i figli non indegni dei nostri padri che con gloria sostennero sempre il vessillo della Civiltà; del che come non ci scordammo nella scorsa campagna, non dovremmo giammai scordarcene ogni volta il nostro illustre Capo in nome della Patria ci richiami intorno al sacro Tricolore.”. Porro, a p. 5, in proposito scriveva: “I comitati dell’Italia settentrionale incaricati di adunare gli elementi per la nostra organizzazione, avevano lavorato indefessamente, senza risparmio di fatiche, e per quanto era comportato dalle circostanze, non lasciarono neppur mancare il denaro. Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni; 5 compagnie di bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quale si diede il nome dei paesi dov ‘ erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione. Così la 1.ª Brigata si chiamò Genova ; la 2.ª Parma; la 3.ª Milano; la 4. Bologna; la 5. Toscana; la 6. degli Abruzzi. II colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello stato maggiore e comandante in secondo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “XXI. Nè gli eventi del distaccamento di Talamone, nè la decisione del Medici e del Malenchini di portare le loro truppe in Sicilia estinsero il concetto della diversione nell’Umbria, nelle Marche, e negli Abbruzzi. In quegli stessi giorni nei quali Medici e Malenchini partivano per la Sicilia, il Comitato Centrale aveva già iniziata un’ altra grande raccolta di uomini e di armi per la diversione. Spegnevasi col mese di maggio l’eco dell’episodio di Talamone e coi primi di giugno si iniziava la spedizione di Medici -Malenchini la quale si compì fra l’8 ed il 10 giugno; ma prima che Medici movesse, ecco in preparazione un’altra spedizione destinata alla diversione. Infatti il 29 dello stesso maggio, appena Garibaldi era entrato in Palermo, Mazzini scriveva da Genova al Dolfi: << Il centro dei pericoli per la Sicilia ora che Garibaldi vi è, non è in Sicilia; è in Napoli nel Regno. È là che bisogna vibrare tutti i colpi; là si salva la Sicilia per sempre e si fa l’Italia. Conquistando al moto il terreno pontificio ed il regno, si fa atto di solidarietà italiana. Garibaldi intende perfettamente questo; e lasciò detto, e replicava in una lettera scritta pochi giorni or sono da Salemi a Bertani, che bisogna invadere gli Stati pontifici ed andare oltre. Serbate, ed organizzate in nome d’Italia gli elementi per questo. Sapete che è lo scopo di Bertani e mio. » p . 94. Ed il 19 giugno, in una risposta diretta a Palermo a Nicotera, Mosto è Savi , scriveva : « Stiamo etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “XXII. Alla fine di luglio la divisione era allestita e preparata ad eseguire il suo piano. Ma appunto la fine di luglio, segna il momento storico culminante di suprema crisi politico-militare nella memoranda rivoluzione del 1860. Infatti: La Sicilia è libera meno la fortezza di Messina, ma intorbidata da faccendieri. Il passaggio di Garibaldi sul continente appare ed è difficilissimo. La costituzione data a Napoli, aveva scatenato tutte le passioni estreme. Il ritorno degli esiliati, audacissimi, suscitava conflitti che tenevano gli animi in sussulto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate , denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri, due squadroni guide, due compagnie del genio, due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini, ma vi era sicurezza di aumentarli, ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini. Questo ordinamento delle truppe era giustificato dallo scopo al quale erano destinate. L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo. La 5ª brigata dalla Toscana doveva sorprendere Perugia e poi operare d’accordo colle quattro sbarcate a Montalto. La 6ª brigata, dalla Romagna precedendo di qualche giorno le altre doveva invadere le Marche per l’Alto Appennino, manovrando fra Urbino e Gubbio, richiamare l’attenzione del nemico da quella parte per facilitare l’operazione principale, operare insomma una diversione della diversione, come scrisse il Pianciani.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 246 e ssg., in proposito scriveva che: “A un’invasione degli Stati della Chiesa si disponevano anche Bertani, Mazzini e Nicotera, che, con danaro mandato da Garibaldi, con l’aiuto di Ricasoli, avevano approntato una Spedizione di novemila uomini, bene armati, al comando del Colonnello Luigi Pianciani. I volontari erano stati divise in sei brigate, delle quali quattro, partendo da Genova, sarebbero dovute sbarcare a Montalto sulla Costa laziale, mentre le altre, due avrebbero dovuto muovere dalla Toscana ed impegnare le forze papali comandate dal generale Lamoricière. Il piccolo esercito, poi, calando sul Napoletano, avrebbe dovuto investire le truppe di Francesco II, andando incontro ai garibaldini. Ma al progetto si oppose Cavour e Vittorio Emanuele, comunicando al Bertani che il Piemonte era pronto a concentrastare anche con la forza un attacco agli Stati del Papa organizzato in territorio del Regno sardo. Il Bertani, dopo vani tentativi per ottenere il consenso di Torino a quell’impresa, giunse a patti con Cavour: i volontari sarebbero partiti a scagloni per Golfo Aranci e di qui avrebbero raggiunta la Sicilia, liberi poi, se lo ritenevano, di assalire lo Stato Pontificio. Cavour, allora, non aveva ottenuto ancora da Napoleone III l’assenso per l’invasione delle Marche e dell’Umbria, e furono anche i preparativi della Spedizione Bertani, agitati come spauracchio dal Primo Ministro sardo, che spinsero l’Imperatore a permettere l’occupazione delle due provincie da parte dell’Esercito regolare piemontese. I volontari del Bertani, come era stato convenuto, raggiungevano a scaglioni Golfo Aranci, ma una volta qui giunti, dopo breve sosta, erano costretti dalle autorità Piemontesi a partire per la Sicilia. In tal modo Cavour evitava che si concentrasse tutta la spedizione in territorio sardo, col pericolo che di lì si dirigesse contro i dominii del Papa. I volontari, protestavano, ma, assente il Bertani, che si era recato al Faro per concertarsi con Garibaldi, fu giocoforza piegarsi al volere di Cavour. E così la nave “Torino”, con la brigata comandata dal Colonnello Carlo Eberhardt, giunse inattesa a Palermo, dove fu raggiunta il giorno dopo dalla “Amazon” con altri duemilacinquecento uomini, i quali, privi di acqua, viveri e medicinali, impediti di scendere a terra, tumultuavano. Garibaldi, dal Faro, era partito insieme al Bertani, diretto a Golfo Aranci, dove entrambi ritenevano di trovare concentrata tutta la Spedizione; ma invece non vi trovarono che il piroscafo “Isèere”, il “Calatafimi” e il “Garibaldi” col brigantino “Shepherd”, e appena arrivati appresero che i volontari imbarcati sulle navi erano di grande agitazione, perchè reclutati per andare a combattere le forze papali, non volevano saperne di recarsi in Sicilia. Garibaldi era giunto a Golfo Aranci a bordo del “Washngton”, e dopo aver placato con la sua sola presenza i volontari e dato l’ordine, che nessuno osò discutere, di partire tutti per Palermo, con lo stesso “Washington”, direttosi alla Maddalena per caricare carbone, volle portarsi nella sua Caprera e sostarvi brevemente. Il Dittatore si trattenne nell’isola qualche ora, concedendosi, dopo mesi di estenuanti fatiche di guerra, una fugace vacanza. A sera, il “Washington” fece rotta per Cagliari dove si erano raccolte le altre navi per caricare combustibile, e dove era giunto anche l’ultimo piroscafo della spedizione, il “Byzantin”, sul quale viaggiava il colonnello Pianciani. Questi saputo che Garibaldi e Bertani erano assieme, obbedì all’ordine di raggiungere Palermo, ma una volta nell’Isola, chiese e ottenne un colloquio col Dittatore. Garibaldi gli disse che era sua intenzione di far passare tutte le truppe di cui disponeva sul Continente per marciare su Napoli, bastando a un attacco agli Stati romani le forze radunate in Toscana. Pianciani protestò e si dimise, dichiarando che egli e i suoi uomini si erano riuniti e armati per combattere nelle terre Pontificie, non in Calabria. La verità è che Pianciani, come la maggioranza dei volontari della Spedizione, era repubblicano, e aveva accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” per le stesse ragioni che spingevano allora, i più ardenti e ostinati mazziniani ed accantonare il problema istituzionale: bisognava agire, ora o mai più, per unificare la Penisola; poi si sarebbe discusso di come organizzarla politicamente e quali istituzioni darle. C’era, insomma, in quegli uomini, una riserva mentale verso i Savoia e la monarchia che il diffidente Cavour ben conosceva, e, dal punto di vista del Primo Ministro sardo, giustificava le misure prese contro la Spedizione. La quale Spedizione, inoltre, avrebbe impedito al Piemonte di attuare il piano elaborato dal Conte: invadere l’umbria e Marche con le truppe regolari, e porre un “alt” all’avanzatA garibaldina e al crescente prestigio dell'”avventuriero eroico”. Dimessosi il Pianciani, il comando in capo della Spedizione fu preso da Guglielmo Rustow, il quale, il 20 agosto, con il grosso dei suoi uomini si trovava a Milazzo, mentre una divisione rimaneva a Palermo e un’altr era stata trasferita a Taormina. In tal modo Cavour aveva raggiunto in pieno il suo obiettivo: la Spedizione Bertani-Pianciani era scompaginata. Rimanevano in Toscana le due brigate organizzate da Nicotera, ma anch’esse furono costrette a recarsi in Sicilia, portando così a oltre ventimila i volontari su cui poteva contare Garibaldi per passare in Calabria.”.

GIOVANNI NICOTERA e la 5° Brigata “TOSCANA”, poi in seguito chiamata di “CASTEL PUCCI” (vicino Firenze in Toscana)

Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, inviato da Garibaldi da Genova in Toscana, formò un corpo di volontari per tentare di invadere lo Stato Pontificio, tuttavia esso fu costretto al disarmo e allo scioglimento da Ricasoli e Cavour. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Da Wikipedia leggiamo che la spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. I finanziamenti per le Spedizioni garibaldine partite nei mesi di giugno e luglio 1860 provenivano in gran parte dai fondi della cavourriana Società Nazionale e dal Fondo per il milione di fucili, mentre le spedizioni del mese di agosto vennero finanziate dai Comitati di Bertani. In particolare il governo del re erogò segretamente centinaia di migliaia di lire per acquistare i vapori ed equipaggiare le Spedizioni di Medici e Cosenz, mentre i Comitati di Bertani inviavano molte delle loro migliori reclute, oltre ai volontari che venivano reclutati dai cavourriani. Alla fine di agosto 1860 il Cavour interruppe le partenze, perché si apprestava ad invadere i territori papali di Marche e Umbria e a dirigersi verso sud, congiungendosi con Garibaldi e invadere il territorio borbonico. Riguardo le truppe organizzate a Castel Pucci dal Nicotera, con la collaborazione del governatore della Toscana Ricasoli, ha scritto Alberto Dallolio (….), nel suo “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, ed. Zanichelli, Bologna, 1910. Dallolio (….), a p. 169, in proposito scriveva che: “I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Restavano le ultime due Brigate nell’Italia centrale – la ‘Toscana’ e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa, non solo per evitare grossi guai, ma perché ormai Cavour s’era deciso a compier egli stesso quell’impresa. Il Nicotera s’era presentato l’8 luglio al Comitato Bertani di Firenze, insieme col dottor Achille Sacchi, munito d’una lettera del Bertani stesso da cui appariva incaricato “di provvedere a quanto occorre per l’invasione delle finitime provincie delle Marche e dell’Umbria”. Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; le prime due, ch’erano in Toscana, avrebbero invaso gli Stati pontifici ed attirato le truppe papali comandate da Lamoricière. Tale compito era affidato specialmente alla Brigata Abruzzi che sarebbe entrata nelle Marche al comando di Caucci. La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispettivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che: “La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Questo progetto, maturato in segreto dagli uomini della fazione estremista, era stato comunicato a Garibaldi, secondo quanto ho motivo di credere, solo all’ultimo momento.”. Dunque, Maxime Du Champ scriveva del progetto mazziniano di invadere gli Stati Papali. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: “Un proposito siffatto piaceva grandemente a Giuseppe Mazzini, il quale fu sollecito ad offrirsi a Garibaldi come aiutatore nella impresa. Garibaldi accettò la cooperazione di Mazzini, senza pensare lì per lì al rischio in cui si metteva col pigliare a chius’occhi un tal cooperatore; e dette incarico a Giovanni Nicotera di recarsi subito (come già narrai) in Toscana, per mettere insieme una legione di volontari. Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione….Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 126, nella nota (1) postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Dunque, il Pecorini Manzoni scriveva che: “…tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168 scriveva che: “la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: “Caduta la repubblica i pochi superstiti calcarono la via dell’esilio e Giovanni Nicotera andò dapprima a Torino, di poi a Genova e a Nizza, quindi nuovamente a Torino, ove conobbe molte celebrità politiche, scientifiche e letterarie, tra cui il Mazzini, che sempre l’ebbe caro, e il Pisacane, coi quali a Genova concertò la spedizione di Sapri, in cui vi ebbe tanta parte e per la quale dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, il quale lo destinò ad altra impresa più gloriosa e non scevra di pericolo; l’invasione del territorio della Chiesa, per congiungere Roma al rimanente dell’Italia. Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne  assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Guerzoni, continuando il suo racconto, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. Etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 341, in proposito scriveva che:  “Il solo capo repubblicano attivo in Sicilia era stato Nicotera, il quale venne privato del comando proprio per tale motivo.”. Dunque, Mack Smith in questo passaggio è chiarissimo e cioè egli scrive che fu tolto il comando dei volontari che egli aveva organizzato e riunito in Toscana perché egli era repubblicano e avverso alle idee di Cavour. Denis Mack Smith (….), nel suo“Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi.”., poi aggiunge che: “Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera. Il governatore della Toscana.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a p. 66, in proposito scriveva che: “A Firenze, Nicotera, che si trovò a capo di 1500 volontari (13) si incontrò subito con Ricasoli da cui egli si aspettava non solo tolleranza, ma un concreto aiuto, cioè fucili e vestiario per la truppa, che Ricasoli effettivamente concesse (14).”Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”.Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo“Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Denis Mack Smith (….), nel suo“Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz , poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche ; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano , e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino , si spillo la cosa; il battaglione fu mutato , e in Viterbo si fecero arresti . La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse: « La nostra bandiera ha i colori « della nazione; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lota che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1)….Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 156, in proposito aggiungeva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Agrati, a pp. 336-337 aggiungeva: “Non faccio commenti a questa singolare Convenzione, e riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Proteata di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli che egli firmò perchè “la sua parola val più dello scritto”. Ricasoli aveva intimato lo scioglimento di tale Brigata, onde s’era venuti a quella Convenzione per la fermezza del sottoscritto. Etc..”.

BERTANI SI RECA A GENOVA

Nei primi di agosto 1860, Agostino BERTANI, a Genova e l’ACCORDO CON IL GOVERNO PIEMONTESE

Da Wikipedia leggiamo che – riferendosi al piano Mazziniano di Bertani – tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto : Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Il Bertani dovette chinare il capo e venire a trattative col Governo piemontese. Il conte Guido Borromeo, segretario del Farini ministro dell’interno di Torino, si recava a Genova il 1° di agosto e poco dopo vi si recava lo stesso Farini, con cui il Bertani, presenti anche Aurelio Saffi e il Pianciani, conveniva che la spedizione sarebbe partita da punti diversi della riviera ligure per scaglioni, con metà Golfo Aranci dove si sarebbe riunita. Di là, si sarebbe diretta in Sicilia, e non altrove, secondo il volere del Re. Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860, …etc…”.”. Dunque, Agrati, a p. 263, in proposito scriveva che: Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”. Agrati poi aggiunge che: “Già il Bertani prevedeva, si direbbe, l’intenzione di Garibaldi di trattenere la spedizione nell’Isola o di condurla altrove. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggiungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo. Il che non impedisce al Cavour di diffidare anche di lui. Pochi giorni dopo infatti egli scrive: “Sono inquieto su Ricasoli. I successi di Garibaldi l’hanno esaltato etc…”. L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “Le previsioni di Mazzini”, ecc…, a p. 325 e ssg. -, riferendosi ad Agostino Bertani, in proposito scriveva che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di chi s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale ultimo il 4 agosto gli aveva scritto che il Governo sardo non era in buona fede, che gli stava tendendo un tranello, che non ad altro esso mirava che ad impedire la spedizione nel continente, che mettendo piede in Sicilia egli sarebbe stato perduto “perchè non ne sarebbe uscito mai più”. Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Etc…”. Si direbbe che in Sicilia il Bertani non ci volesse andare e che cercasse di sottrarsi all’obbligo assunto col Farini. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 163 e ssg., in proposito scriveva che: “Che Bertani sospettasse qualche tranello, si vede dalle sue istruzioni a Pianciani; ma, avendo fatto quanto era umanamente possibile per isventarlo, e oltremodo impensierito di non aver da dieci giorni ricevuto lettera alcuna di Garibaldi, l’8 agosto lasciava Genova per raggiungerlo in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato.Devo però segnalare che molto probabilmente vi è un errore nelle date fornieci dall’Agrati in quanto non si tratta della fine di “Luglio” ma della fine del mese di Agosto. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Credo che l’errore di Agrati scaturisce da ciò che scrisse Guerzoni. Infatti, Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto: “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 132-133, in proposito scriveva che: “XXIII. Il governo di Torino, conscio della situazione generale, delle intenzioni e del piano della spedizione Pianciani determina di impedirla ed a tal uopo, proprio alla fine di luglio, il ministro dell’interno Farini si reca a Genova per indurre il comitato centrale a rinunziarvi. Fa conoscere a Bertani ed a Saffi del Comitato centrale che desidera vederli all’Albergo d’Italia dove alloggiava, e quivi, previe proteste di stima ed altri complimenti, espone che per incarico del ministero doveva occuparsi della spedizione Pianciani la quale, per le generali condizioni politiche non poteva effettuarsi direttamente dai porti del regno italiano alle spiaggie pontificie. Che era perfettamente d’accordo sulla necessità di liberare le province ancora soggette al Papa; che però non si poteva precipitare; che il governo stesso loavrebbe fatto colle truppe regolari e soggiungeva: fra pochi giorni daremo fiato alle nostre trombe». Che perciò era deciso intendimento del governo di impedire che la spedizione Pianciani eseguisse la diversione coll’invadere gli Stati del papa, e che soltanto avrebbe permesso che fosse partita per la Sicilia, dove Garibaldi ne avrebbe disposto a suo talento. Alle varie osservazioni di Bertani il Farini rispose sempre con fermezza, sino a conchiudere che il governo avrebbe impedita a qualunque costo, anche colla forza, l’attuazione della progettata spedizione. Ma poichè l’autorità in politica non consiste soltanto nell’impiego della forza, il quale può anche produrre dolorose e disastrose conseguenze, si finì per convenire in una transazione, formulata in una convenzione scritta in duplice copia, firmata da Farini e Bertani che stabiliva: I volontari devono partire non da un solo porto, ma da punti diversi; i volontari devono partire in più convogli di uno od al più due vapori, coll’intervallo di uno o due giorni l’uno dall’altro; il governo permette alla spedizione di concentrarsi nel porto di Terranova per ordinarsi, armarsi , equipaggiarsi. È da questo punto di prestabilito concentramento, che tutta la spedizione prese ufficialmente il nome di Spedizione di Terranova, adottato nei posti e nella corrispondenza, coll’intendimento di alludere con quel nome alla Terranova da congiungere a quella già redenta , cioè alle terre soggette al Papa.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute, quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 246 e ssg., in proposito scriveva che: “A un’invasione degli Stati della Chiesa si disponevano anche Bertani, Mazzini e Nicotera, che, con danaro mandato da Garibaldi, con l’aiuto di Ricasoli, avevano approntato una Spedizione di novemila uomini, bene armati, al comando del Colonnello Luigi Pianciani. I volontari erano stati divise in sei brigate, delle quali quattro, partendo da Genova, sarebbero dovute sbarcare a Montalto sulla Costa laziale, mentre le altre, due avrebbero dovuto muovere dalla Toscana ed impegnare le forze papali comandate dal generale Lamoricière. Il piccolo esercito, poi, calando sul Napoletano, avrebbe dovuto investire le truppe di Francesco II, andando incontro ai garibaldini. Ma al progetto si oppose Cavour e Vittorio Emanuele, comunicando al Bertani che il Piemonte era pronto a concentrastare anche con la forza un attacco agli Stati del Papa organizzato in territorio del Regno sardo. Il Bertani, dopo vani tentativi per ottenere il consenso di Torino a quell’impresa, giunse a patti con Cavour: i volontari sarebbero partiti a scagloni per Golfo Aranci e di qui avrebbero raggiunta la Sicilia, liberi poi, se lo ritenevano, di assalire lo Stato Pontificio. Cavour, allora, non aveva ottenuto ancora da Napoleone III l’assenso per l’invasione delle Marche e dell’Umbria, e furono anche i preparativi della Spedizione Bertani, agitati come spauracchio dal Primo Ministro sardo, che spinsero l’Imperatore a permettere l’occupazione delle due provincie da parte dell’Esercito regolare piemontese. I volontari del Bertani, come era stato convenuto, raggiungevano a scaglioni Golfo Aranci, ma una volta qui giunti, dopo breve sosta, erano costretti dalle autorità Piemontesi a partire per la Sicilia. In tal modo Cavour evitava che si concentrasse tutta la spedizione in territorio sardo, col pericolo che di lì si dirigesse contro i dominii del Papa. I volontari, protestavano, ma, assente il Bertani, che si era recato al Faro per concertarsi con Garibaldi, fu giocoforza piegarsi al volere di Cavour. E così la nave “Torino”, con la brigata comandata dal Colonnello Carlo Eberhardt, giunse inattesa a Palermo, dove fu raggiunta il giorno dopo dalla “Amazon” con altri duemilacinquecento uomini, i quali, privi di acqua, viveri e medicinali, impediti di scendere a terra, tumultuavano. Garibaldi, dal Faro, era partito insieme al Bertani, diretto a Golfo Aranci, dove entrambi ritenevano di trovare concentrata tutta la Spedizione; ma invece non vi trovarono che il piroscafo “Isèere”, il “Calatafimi” e il “Garibaldi” col brigantino “Shepherd”, e appena arrivati appresero che i volontari imbarcati sulle navi erano di grande agitazione, perchè reclutati per andare a combattere le forze papali, non volevano saperne di recarsi in Sicilia. Garibaldi era giunto a Golfo Aranci a bordo del “Washngton”, e dopo aver placato con la sua sola presenza i volontari e dato l’ordine, che nessuno osò discutere, di partire tutti per Palermo, con lo stesso “Washington”, direttosi alla Maddalena per caricare carbone, volle portarsi nella sua Caprera e sostarvi brevemente. Il Dittatore si trattenne nell’isola qualche ora, concedendosi, dopo mesi di estenuanti fatiche di guerra, una fugace vacanza. A sera, il “Washington” fece rotta per Cagliari dove si erano raccolte le altre navi per caricare combustibile, e dove era giunto anche l’ultimo piroscafo della spedizione, il “Byzantin”, sul quale viaggiava il colonnello Pianciani. Questi saputo che Garibaldi e Bertani erano assieme, obbedì all’ordine di raggiungere Palermo, ma una volta nell’Isola, chiese e ottenne un colloquio col Dittatore. Garibaldi gli disse che era sua intenzione di far passare tutte le truppe di cui disponeva sul Continente per marciare su Napoli, bastando a un attacco agli Stati romani le forze radunate in Toscana. Pianciani protestò e si dimise, dichiarando che egli e i suoi uomini si erano riuniti e armati per combattere nelle terre Pontificie, non in Calabria. La verità è che Pianciani, come la maggioranza dei volontari della Spedizione, era repubblicano, e aveva accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” per le stesse ragioni che spingevano allora, i più ardenti e ostinati mazziniani ed accantonare il problema istituzionale: bisognava agire, ora o mai più, per unificare la Penisola; poi si sarebbe discusso di come organizzarla politicamente e quali istituzioni darle. C’era, insomma, in quegli uomini, una riserva mentale verso i Savoia e la monarchia che il diffidente Cavour ben conosceva, e, dal punto di vista del Primo Ministro sardo, giustificava le misure prese contro la Spedizione. La quale Spedizione, inoltre, avrebbe impedito al Piemonte di attuare il piano elaborato dal Conte: invadere l’umbria e Marche con le truppe regolari, e porre un “alt” all’avanzatA garibaldina e al crescente prestigio dell'”avventuriero eroico”. Dimessosi il Pianciani, il comando in capo della Spedizione fu preso da Guglielmo Rustow, il quale, il 20 agosto, con il grosso dei suoi uomini si trovava a Milazzo, mentre una divisione rimaneva a Palermo e un’altr era stata trasferita a Taormina. In tal modo Cavour aveva raggiunto in pieno il suo obiettivo: la Spedizione Bertani-Pianciani era scompaginata. Rimanevano in Toscana le due brigate organizzate da Nicotera, ma anch’esse furono costrette a recarsi in Sicilia, portando così a oltre ventimila i volontari su cui poteva contare Garibaldi per passare in Calabria.”.

Nel 13 agosto 1860, i maneggi di CAVOUR e la CIRCOLARE FARINI del GOVERNO SARDO che bloccava i volontari organizzati dal BERTANI e dal NICOTERA

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 132-133, in proposito scriveva che: “XXIII. Il governo di Torino, conscio della situazione generale, delle intenzioni e del piano della spedizione Pianciani determina di impedirla ed a tal uopo, proprio alla fine di luglio, il ministro dell’interno Farini si reca a Genova per indurre il comitato centrale a rinunziarvi. Fa conoscere a Bertani ed a Saffi del Comitato centrale che desidera vederli all’Albergo d’Italia dove alloggiava, e quivi, previe proteste di stima ed altri complimenti, espone che per incarico del ministero doveva occuparsi della spedizione Pianciani la quale, per le generali condizioni politiche non poteva effettuarsi direttamente dai porti del regno italiano alle spiaggie pontificie. Che era perfettamente d’accordo sulla necessità di liberare le province ancora soggette al Papa; che però non si poteva precipitare; che il governo stesso loavrebbe fatto colle truppe regolari e soggiungeva: fra pochi giorni daremo fiato alle nostre trombe». Che perciò era deciso intendimento del governo di impedire che la spedizione Pianciani eseguisse la diversione coll’invadere gli Stati del papa, e che soltanto avrebbe permesso che fosse partita per la Sicilia, dove Garibaldi ne avrebbe disposto a suo talento. Alle varie osservazioni di Bertani il Farini rispose sempre con fermezza, sino a conchiudere che il governo avrebbe impedita a qualunque costo, anche colla forza, l’attuazione della progettata spedizione. Ma poichè l’autorità in politica non consiste soltanto nell’impiego della forza, il quale può anche produrre dolorose e disastrose conseguenze, si finì per convenire in una transazione, formulata in una convenzione scritta in duplice copia, firmata da Farini e Bertani che stabiliva: I volontari devono partire non da un solo porto, ma da punti diversi; i volontari devono partire in più convogli di uno od al più due vapori, coll’intervallo di uno o due giorni l’uno dall’altro; il governo permette alla spedizione di concentrarsi nel porto di Terranova per ordinarsi, armarsi, equipaggiarsi. È da questo punto di prestabilito concentramento, che tutta la spedizione prese ufficialmente il nome di Spedizione di Terranova, adottato nei posti e nella corrispondenza, coll’intendimento di alludere con quel nome alla Terranova da congiungere a quella già redenta , cioè alle terre soggette al Papa.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute, quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi. Un ultimo tentativo fu compiuto dai radicali del Nord. Appena Cavour ebbe riacquistato un saldo controllo su Genova, Mazzini si spostò su un terreno più compromettente, più vicino al confine dello Stato pontificio. A Genova il suo giornale era stato censurato e confiscato sempre più di frequente via via che i moderati riconquistavano le loro posizioni (1); così, verso la metà di agosto, egli abbandonò il suo nascondiglio e si recò in Toscana, dove c’era una notevole corrente di malcontento contro il regime piemontese (2). Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera. Il governatore della Toscana.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a pp. 149-150 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Governo di Torino era sempre più preoccupato delle influenze mazziniane presso Garibaldi e specialmente ora che il Generale di tanto in tanto accennava a voler compiere l’unità d’Italia senza sostare; mentre Mazzini, sempre in Italia, con Bertani lavorava per organizzare la grande spedizione nello Stato Pontificio, da lui ideata e che ormai appareva imminente; se questa avveniva era la rovina. A scongiurare tale pericolo, il 13 agosto Farini diramò a tutti i Governi e agli intendenti generali la seguente circolare: “Sollevati, or son tre mesi, i Siciliani allo acquisto della libertà, ed accorsi in aiuto etc…E perchè il sottoscritto deve compiere l’ordinamento della Guardia nazionale mobile e preparare la formazione dei corpi composti di volontari della Guardia Nazionale che la legge abilita, non vuolsi altrimenti permettere che altri faccia incetta e raccolta di soldati volontari (I).”. Nazari, a p. 150, nella nota (I) postillava che: “(I) Su questo punto specialmente insistendo, venne pubblicata nel ‘Monitore Toscano’ del 20 settembre successivo una circolare di Ricasoli, in data 18 settembre, diretta ai Prefetti della Toscana. Dichiara che si devono impedire gli arruolamenti di volontari, sieno fatti da Comitati speciali o da individui, senza legale mandato.”. Dunque, la Nazari richiama alla Circolare Farini che vietava nuovi arruolamenti di volontari a discapito di Garibaldi e la conseguente attività di Ricasoli contro Nicotera e la Brigata Toscana. Niccola Nisco (….), nel suo “Francesco II”, a pp. 117, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “S’imbarcava sul Washington, e, non curando la robusta crociera, navigava al golfo degli Aranci in Sardegna, ove trovavansi i volontari che il Bertani aveva riuniti a Spezia ed a Genova per operare con gli altri riuniti dal Pianciani nell ‘ Umbria e dal Nicotera in quel di Toscana a Castelpucci, e fattili imbarcare su i piroscafi Franklin e Torino mandava a Palermo e di là a Taormina, ove era il Bixio con la sua divisione. Vi giungeva egli stesso la mattina del 19, ed immediatemente ordinava a Bixio d’imbarcare tutta la gente su due vapori venuti da Palermo.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a fare osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. La Dobelli, a p. 155, in proposito aggiungeva: “Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a far osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni di massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”Dobelli, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. milit., II, 179; F. O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Sempre la White, sulla scorta del Diario del Bertani, aggiunge che, Bertani, arrivato di nuovo in Sicilia: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Bertani, a Milazzo, intendo a ricongiungersi con Garibaldi, da poco sbarcato in Calabria, con il contingente delle truppe ex Spedizione Pianciani (circa 4000 uomini affidati da Garibaldi, al colonnello Rustow), “….aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo dfacendola anzi scortare da Livorno” e, aveva letto la circolare di Farini (indotta da Cavour) del blocco degli arruolamenti di volontari. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 335-336, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida: “…Il Governo etc…”. Inutile dire gli strilli e le ire dei mazziniani contro queste parole del Farini, che si vollero non a torto dirette anche contro Garibaldi; certo, lo erano contro il Bertani e il Nicotera ed erano un chiaro monito per il Ricasoli, il quale aveva dovuto mutar contegno nei suoi rapporti coi volontari ed opporsi alla progettata invasione da parte loro degli Stati della Chiesa.”. Argomento che tratterò innanzi (31 agosto 1860). Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Quì però ho dei dubbi su ciò che scriveva il Maraldi in quanto, scrivendo che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”, credo vi sia un errore perchè si tratta del settembre e non agosto. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo.  Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne  assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci , aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna ; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 137-138 e ssg., in proposito scriveva che: “La colonna toscana fu ordinata da Dolfi, Achille Sacchi e Nicotera; il quale, uscito da Favignana e avuto l’offerta da Garibaldi del comando di una brigata per passare in Calabria, disse francamente al dittatore che preferiva raggiungere Mazzini e prendere parte alla liberazione dell’Italia centrale. Il generale acconsentì, ma non gli diede incarico formale, perchè non potendo capitanare egli stesso la spedizione ne lasciava a loro la responsabilità. Sembrami che nella mente di Garibaldi fosse il pensiero, che soli capitani possibili per tale spedizione fossero Medici o lui. — Che il duce dovesse capitanare quella spedizione in persona fu la speranza accarezzata da Bertani . Al quale intanto fu da Mazzini presentato Nicotera, chè in quel momento Beppe Dolfi aveva scritto domandando un capo per ordinare le forze rivoluzionarie della Toscana. Questi aveva aiutato Malenchini per la sua spedizione siciliana, ed ora era tutto intento a quella per il Centro. In risposta a certi quesiti di Bertani, Dolfi risponde: con Ricasoli sono sempre in buone relazioni. Non ostante la mia dichiarazione che con La Farina non ci sono mai stato, non ci sono nè ci sarò , egli mi mantiene la sua fiducia, perchè sa che quando gli ho detto – sono con loro lo sono di fatto, e quando non lo sono glielo dico francamente, ed allora non lo sono: nell’ un caso e nell’ altro ho tenuto sempre la parola; la lealtà è con noi. Rapporto a impedire ogni manifestazione politica che non sia il grido e il programma di Garibaldi, siate certo che non succede, e credo che non vi voglia molta fatica: mi darebbe pensiero se dovessi fare il contrario. Nicotera andò a Firenze con lettera di presentazione di Bertani, in data del 16 giugno, ove si legge: Il Nicotera accetta il programma del general Garibaldi, e ne vuole la più energica e pronta esplicazione. Ha fede nell’azione, e massime oggi crede indispensabile alla presente e futura salvezza dell’Italia la propagazione della rivoluzione a tutti i punti del continente italiano tuttora etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1 ° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto: Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”.  Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto: “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendevano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Ma i legami posti da Farini, ed il sospetto che questi avrebbe definitivamente impedita qualsiasi operazione negli Stati pontifici, spinsero Bertani a cercare un appoggio al suo intento, e decise di partire subito egli solo per la Sicilia, per riferire ogni cosa al generale Garibaldi, affinchè Egli, qual giudice supremo, decidesse sull’impiego delle truppe accorse ed arruolate in suo nome, le quali intanto si sarebbero riunite a Terranova. Bertani partendo per la Sicilia in cerca del dittatore, delegò le sue funzioni di capo del Comitato a Mauro Macchi e G. Brambilla. Al comandante lasciò scritto: « Colonnello Piancianciani etc….”.”.

Nel 14 agosto 1860, a Castel Pucci, in Toscana, le truppe organizzate dal barone Giovanni NICOTERA e la lettera di GARIBALDI (arrivato a Golfo Aranci) e indirizzata a Nicotera a Castel Pucci 

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo.  Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a p. 283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: “In Toscana i volontari di Nicotera, che avevano ricevuto il permesso ed anche l’incoraggiamento per concentravisi prima di tale mutamento di politica (3), furono dispersi, nonostante le violente proteste di Ricasoli.”. Carlo Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 334, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “…, mentre assegnava il quartiere di Castel Pucci ai volontari che s’andavano arruolando; cosicché si poteva ben dire che se Cavour teneva a Salvare le apparenze, il Ricasoli non si preoccupava neanche di quelle;….Ma ecco da Torino il veto Reale…..Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “Le previsioni di Mazzini”, ecc…, a p. 331, in proposito scriveva che: “Garibaldi lo aveva accontentato subito, dopo di che aveva scritto al Nicotera nel senso che ho detto. Mentre quei legni facevan i preparativi per la partenza, gli, imbarcati sul Washington etc..”. Dunque, Garibaldi a Cagliari scrisse una lettera a Giovanni Nicotera che si trovava a Castel Pucci dove comandava le altre truppe preparate in Toscana.

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera.  Treveljan non dice altro sulla “brigata Castel Pucci” del Nicotera. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che:Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a fare osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. La Dobelli, a p. 155, in proposito aggiungeva: “Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a far osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni di massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”Dobelli, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. milit., II, 179; F. O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: Rimanevano ancora i 2000 volontari del Nicotera in Toscana, e di essi nessuna menzione specifica s’era fatta nell’accordo convenuto fra il Bertani e il Farini a Genova, etc…”. Treveljan aggiungeva che: “Garibaldi pur reclamando le forze del Pianciani per se stesso onde poter trasferirsi di là dello Stretto, era sempre disposto a consentire che il Nicotera invadesse il territorio papale e scrisse a quell’effetto (3), etc….”. Dunque, quando Garibaldi era arrivato a Golfo Aranci col Bertani lasciò Nicotera con le sue truppe. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. In questo passaggio però, il Castellini scriveva che quando Garibaldi e Bertani, arrivano il 12 agosto 1860, a Golfo Aranci in Sardegna,  “Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi),….”. La notizia è strana e non mi ritornano le date in quanto, il 12 agosto 1860, Garibaldi si partì per andare in Sardegna a prelevare i volontari organizzati dal Bertani e dal Pianciani, ma i volontari di Castel Pucci, si trovavano ancora in Toscana e non erano scesi in Sicilia. Infatti, Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Dunque, il Bertani, che era con Garibaldi in Sardegna, erano andati insieme in incognito, scrive e testimonia che Garibaldi:  scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc.”. Anche Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Appena giunto a Golfo degli Aranci, Garibaldi aveva scritto al Nicotera ch’egli andava con le altre Brigate in Sicilia e che le forze di cui esso Nicotera disponeva erano più che sufficienti per l’impresa negli Stati papali. Il che, prova che già era tornato al primitivo progetto.”. Carlo Agrati, scriveva che Garibaldi scrisse a Nicotera appena arrivato con Bertani a Golfo Aranci in Sardegna, dove non aveva trovato tutti riuniti i corpi organizzati e comandati dal Pianciani. Infatti, lo stesso Castellini ritorna sull’argomento e contraddicendosi, riferendosi ai volontari della Brigata di Nicotera (Castel Pucci) scriveva: “Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. E’ questo che avvenne. La Brigata e i volontari del Nicotera arriveranno in Sicilia solo verso metà Settembre 1860, come vedremo innanzi. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio credo vi sia un errore di trascrizione, perchè è scritto che “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, etc…”, ma si tratta di settembre 1860 non dei primi di agosto. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. Giacinto De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a pp. 336-337, in proposito aggiunge che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli etc…Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudine dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”.

Nel 17 agosto 1860, a Palermo, il colloquio tra GARIBALDI e il colonnello PIANCIANI che si dimise dal comando della Spedizione TERRANOVA (ex spedizione Bertani-Pianciani)

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco, vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini, si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore. In quanto a me, non vincolato come il colonnello Pianciani e d’altronde considerando che noi avevamo sempre riconosciuto Garibaldi come nostro capo supremo, pensai che a lui solo competesse il diritto di decidere sull’indirizzo delle nostre operazioni. Sebbene assai penoso ed amaro, mi riuscisse il rinunciare ad un’impresa per la quale aveva già tutto predisposto e che vagheggiava con viva passione, pure non esitai a ciecamente sottomettermi agli ordini di Garibaldi. Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 266 aggiunge che: Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: Non crediate però che io abbia cambiato di pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero invece, e più che mai, che la insurrezione si promuova, si sostenga in quello energicamente; ma ciò può farsi benissimo coi volontari che sono in Firenze e nelle Romagne; molte volte si ottiene più con duemila uomini che con diecimila. Che facciano dunque, e se non potranno finire, comincino almeno: noi andremo ad incontrarli per terminar l’opera che avranno iniziata , e voi sapete che a me piace far presto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Dei vapori partiti da Cagliari per Palermo, giunse primo il Washington con Garibaldi nel pomeriggio del 16 agosto. Appena giunto il Dittatore si occupò delle gravissime cose politiche di quei giorni, dell’annessione prima di tutto, che era l’argomento della discordia; dei bisogni dell’esercito, delle disposizioni per il passaggio in Calabria. Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione, e di indirizzarla alle terre pontificie dalla Sicilia stessa, cosa d’altronde che risultava nell’ordine d’idee stabilito nel compromesso di Genova con Farini. Il Dittatore essendo già a letto, gli fu detto di ritornare alle 4 dell’indomani mattina. Ricevuto all’ora indicata, Garibaldi gli disse subito che per le sue operazioni gli occorreva di riunire quanti più uomini potesse, e che perciò doveva contare sulle truppe da lui Pianciani condotte in Sicilia. Ma subito soggiungeva che egli era sempre d’avviso che fosse utilissimo di operare la diversione nello Stato pontificio, di promuovere colà l’insurrezione, e di sostenerla energicamente; che intanto si facesse subito coi volontari di Nicotera e di Caucci apprestati a Firenze ed in Romagna; « molte volte si ottiene più con 2000 uomini che con 10.000; che facciano adunque; e se non potranno finire comincino almeno, che noi andremo ad incontrarli per terminare assieme l’opera che avranno incominciata.>> Disse poi a Pianciani che rimanesse a Palermo che avrebbe pensato a valersi di Lui. Ma Pianciani fece osservare al Dittatore che potevano bensì restare i suoi sottoposti, e che li aveva esortati a ciò fare; non lui che aveva promesso di condurli altrove. Inoltre poichè il Dittatore aveva detto che poteva bastare a compiere la diversione nello Stato romano quella parte dei suoi dipendenti che si trovava tuttora in Toscana e Romagna, l’onore gli imponeva di raggiungerla per fare il possibile nel senso indicato dal Dittatore. Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 246 e ssg., in proposito scriveva che: A sera, il “Washington” fece rotta per Cagliari dove si erano raccolte le altre navi per caricare combustibile, e dove era giunto anche l’ultimo piroscafo della spedizione, il “Byzantin”, sul quale viaggiava il colonnello Pianciani. Questi saputo che Garibaldi e Bertani erano assieme, obbedì all’ordine di raggiungere Palermo, ma una volta nell’Isola, chiese e ottenne un colloquio col Dittatore. Garibaldi gli disse che era sua intenzione di far passare tutte le truppe di cui disponeva sul Continente per marciare su Napoli, bastando a un attacco agli Stati romani le forze radunate in Toscana.”. Evelina Rinaldi, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato nel……………………….e, a pp. 158, in proposito scriveva che: “V…Tratto a Livorno col Nicotera, ebbero I’ ingiunzione mentre i cannoni del porto eran puntati contro di loro, d’ imbarcare i volontari, perchè fossero scortati fino a Palermo. Al Sacchi non fu dato partir subito per la Sicilia, e dovè attendere vari giorni, per una serie di formalità burocratiche. Triste attesa per il suo animo, già amareggiato dal contegno del governo, dalla ormai quasi completa rinuncia al vagheggiato disegno. E lo affliggeva ancora il pensiero della cara compagna, .. trepidante certo per lui, nella mancanza assoluta di ogni notizia. « Sa il cielo – scrisse di poi al Bertani – in quali angustie si sarà trovata l’Elena, mentre noi stavamo fra i cannoni del porto di Livorno, senza poter ricever mie nuove, perch’ io voleva ignorasse etc…”.

Nel 20 agosto 1860, a Palermo partenza di Luigi PIANCIANI per Livorno

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 158-159, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: XXV. Pianciani partì da Palermo il 20 agosto per Livorno, pieno di pensieri, animato da speranze, mulinando gli incitamenti dell’Eroe, sotto l’impulso dei quali, appena giunto a Livorno il 23, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “Le previsioni di Mazzini”, ecc…, a p. 333, in proposito scriveva che: “Al par di lui protesta Mauro Macchi e protestano altri che militano con la stessa bandiera. Sulla quale, si noti, non sta lo scudo sabaudo. Questo, al caso, dice il Pianciani, ce lo metterà la nazione che “deve essere lasciata libera dei suoi destini”. Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppure egli acenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli, dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”

Dal 20 agosto al 24 agosto 1860, le truppe della Spedizione di “CASTEL PUCCI” a Firenze organizzate dal NICOTERA

Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a pp. 149-150 e ssg., in proposito scriveva che: “E perchè il sottoscritto deve compiere l’ordinamento della Guardia nazionale mobile e preparare la formazione dei corpi composti di volontari della Guardia Nazionale che la legge abilita, non vuolsi altrimenti permettere che altri faccia incetta e raccolta di soldati volontari (I).”. Nazari, a p. 150, nella nota (I) postillava che: “(I) Su questo punto specialmente insistendo, venne pubblicata nel ‘Monitore Toscano’ del 20 settembre successivo una circolare di Ricasoli, in data 18 settembre, diretta ai Prefetti della Toscana. Dichiara che si devono impedire gli arruolamenti di volontari, sieno fatti da Comitati speciali o da individui, senza legale mandato.”. Dunque, la Nazari richiama alla Circolare Farini che vietava nuovi arruolamenti di volontari a discapito di Garibaldi e la conseguente attività di Ricasoli contro Nicotera e la Brigata Toscana. Carlo Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 334, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “…, mentre assegnava il quartiere di Castel Pucci ai volontari che s’andavano arruolando; cosicché si poteva ben dire che se Cavour teneva a Salvare le apparenze, il Ricasoli non si preoccupava neanche di quelle;….Ma ecco da Torino il veto Reale…..Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a fare osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. milit., II, 179; F. O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Sempre la White, sulla scorta del Diario del Bertani, aggiunge che, Bertani, arrivato di nuovo in Sicilia: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Bertani, a Milazzo, intendo a ricongiungersi con Garibaldi, da poco sbarcato in Calabria, con il contingente delle truppe ex Spedizione Pianciani (circa 4000 uomini affidati da Garibaldi, al colonnello Rustow), “….aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno” e, aveva letto la circolare di Farini (indotta da Cavour) del blocco degli arruolamenti di volontari. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 335-336, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida: “…Il Governo etc…”. Inutile dire gli strilli e le ire dei mazziniani contro queste parole del Farini, che si vollero non a torto dirette anche contro Garibaldi; certo, lo erano contro il Bertani e il Nicotera ed erano un chiaro monito per il Ricasoli, il quale aveva dovuto mutar contegno nei suoi rapporti coi volontari ed opporsi alla progettata invasione da parte loro degli Stati della Chiesa.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera.”. Quì però ho dei dubbi su ciò che scriveva il Maraldi in quanto, scrivendo che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”, credo vi sia un errore perchè si tratta del settembre e non agosto. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne  assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: Adunò a Castelpucci , aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna ; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro.. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto: “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendevano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”.

Nel 23 agosto 1860, LUIGI PIANCIANI arrivò a Livorno e si reca da NICOTERA

Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : «La nostra bandiera ha i colori « della nazione; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; etc…. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 158-159, riferendosi a Pianciani, in proposito scriveva che: XXV….animato da speranze, mulinando gli incitamenti dell’Eroe, sotto l’impulso dei quali, appena giunto a Livorno il 23, iniziò subito l’attuazione dei suoi progetti, mandando una circolare telegrafica a Mauro Macchi, a tutti i Comitati, a Nicotera ed a Caucci, nella quale diceva: « Torno da Palermo. Garibaldi in Calabria; forse altrove, domanda concorso; quanti più volontari potete mandate a Genova; siamo alla fine; energia: avremo un’ Italia con Vittorio Emanuele ».”. Poi aggiunge che Pianciani: “Spedita la circolare partì per Firenze a conferire con Nicotera. In tempi gravi come quelli di cui si tratta, gli avvenimenti incalzano, le situazioni mutano vertiginosamente, gli uomini sono sopraffatti dalle cose, i propositi, i progetti, le opere sono precipitate, sconvolte e sfuggono alla direzione più meditata. Dal 13 al 23 agosto il Pianciani aveva vissuto navigando, e se molti fatti aveva notato, molte contrarietà subite, non conosceva e non poteva conoscere quanto era avvenuto lontano da Lui. Così Egli il 23 in Livorno ignorava che nel giorno 13 agosto, quello stesso giorno della sua partenza da Genova, il ministro dell’interno Farini aveva emanata la famosa circolare proibente qualsiasi arruolamento, il cui rigore era apparso inconsulto anche ai più moderati, perchè scopriva come debole lo stesso Governo, il quale aveva lasciato organizzare e partire una [ ventina di spedizioni con un totale di 21.000 Volontari, e vietava ora quelle spedizioni già pronte mentre erano state allestite con sua piena conoscenza; etc…”. Dunque, il Pianciani, una volta arrivato a Livorno scoprirà solo il 23 agosto 1860 la Circolare di Farini sui dirottamenti e le interruzioni che aveva voluto il Cavour. Questo dice il Genrale Pittaluga (….) anche se è vero che Farini emise la famosa circolare solo il 31 agosto 1860. Luigi Pianciani (….), nel suo, Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p…., in proposito scriveva che: “…………………..

Nel 24 agosto 1860, la CONVENZIONE con il Governatore della Toscana, Bettino RICASOLI e GIOVANNI NICOTERA per le truppe della Spedizione di Castel Pucci

Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 335-336, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida: “…Il Governo etc…”. Inutile dire gli strilli e le ire dei mazziniani contro queste parole del Farini, che si vollero non a torto dirette anche contro Garibaldi; certo, lo erano contro il Bertani e il Nicotera ed erano un chiaro monito per il Ricasoli, il quale aveva dovuto mutar contegno nei suoi rapporti coi volontari ed opporsi alla progettata invasione da parte loro degli Stati della Chiesa. Non mi pare il caso di ripetere le trattative, già narrate per disteso da altri, che si svolsero allora tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, credo bene riportare la Convenzione cui infine si era addivenuti: “Firenze 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore di Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli e a non toccare le coste né Toscane né quelle Romane se prima non avrà messo piede su territorio napoletano; etc…”. Sempre a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Agrati, a pp. 336-337 aggiungeva: “Non faccio commenti a questa singolare Convenzione, e riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860….. Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudine dei volontari fece confermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 75 e ssg., in proposito scriveva che: “Ricasoli, allora, il 24 agosto, stipulò col Nicotera una convenzione secondo cui i volontari, provvisti di 40.000 franchi, si sarebbero imbarcati su due vapori, assieme a cavalli e fucili; ma Nicotera si impegnava a non sbarcare le sue truppe né in territorio toscano né romano, bensì in territorio napoletano; tuttavia non in Sicilia (62). Si trattava di un accordo che in realtà lasciava al Nicotera e ai suoi volontari la possibilità di contravvenirlo con grande facilità. Ed infatti Mazzini non rinunziò al tentativo di organizzare un colpo di mano ritenendo possibile, come già aveva progettato nel luglio (53), di far dirottare le navi coi volontari verso il litorale pontificio. Nicotera, naturalmente appoggiò quest’ultimo tentativo mazziniano, sperando fra l’alto che sarebbero giunti in Toscana da Palermo cinquecento garibaldini per unirsi ai suoi volontari di Castel Pucci (54), e fidando nell’opera del livornese Botta, che intanto coadiuvato dal Nencioni, cercava di raccogliere in extremis altri volontari (55). Ma questo tentativo mazziniano era destinato ad un sicuro fallimento.”. Capone, a p….., nella nota (….) postillava che: “(….)…………………….”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 160-161, in proposito scriveva che: …togliere la sua brigata. Ma Nicotera che aveva avuto promesse formali, ed incitamenti ed aiuti dallo stesso Ricasoli, risolutamente si rifiutò di obbedire. Lasciò liberi i suoi dipendenti che lo desideravano di ritornare alle loro case, dando loro per decidersi un tempo determinato, dopo il quale si intendevano vincolati. Niuno accettò, tutti protestarono contro lo scioglimento; di tale risolutezza s’impressionò lo stesso Ricasoli, in guisa  che << si venne dopo molte discussioni tra Ricasoli e Nicotera ad una Convenzione scritta in data 24 agosto, che stabiliva » una serie di condizioni per le quali la brigata si sarebbe imbarcata a Livorno, vincolandosi a non sbarcare nè in Toscana nè sul territorio pontificio. Così il concetto della diversione ne risentiva una grande restrizione. Ma poichè Garibaldi non era più in Sicilia essendo passato il 20 agosto in Calabria, il Nicotera dichiarò altresì nella stessa convenzione che non intendeva di andare in Sicilia, ma bensì di volere sbarcare, sulle coste del Regno di Napoli. Ben egli, che esule a Genova, tre anni prima, aveva navigato con Pisacane da Genova a Ponza, da Ponza a Sapri, ed aveva onorato il patriottismo ed il valore italiano, avrebbe saputo dove sbarcare.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “Le previsioni di Mazzini”, ecc…, a p. 333, in proposito scriveva che: “Al par di lui protesta Mauro Macchi e protestano altri che militano con la stessa bandiera. Sulla quale, si noti, non sta lo scudo sabaudo. Questo, al caso, dice il Pianciani, ce lo metterà la nazione che “deve essere lasciata libera dei suoi destini”. Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppure egli acenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli, dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a pp. 282-283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: “Cavour si era preparato per tale eventualità almeno fin dalla metà d’agosto; e il primo indubitabile passo da lui compiuto in tal senso era costituito dalla circolare del 13 agosto, che vietava l’arruolamento di volontari. Etc…(p. 283). In Toscana i volontari di Nicotera, che avevano ricevuto il permesso ed anche l’incoraggiamento per concentravisi prima di tale mutamento di politica (3), furono dispersi, nonostante le violente proteste di Ricasoli. La forzata dispersione dei volontari genovesi già avvenuta in precedenza in quel mese era stata effettuata a causa dell’avversione della Francia a violazioni del territorio pontificio; invece, lo scioglimento dei volontari radunatisi in Toscana era conseguente alla risoluzione di Cavour di invadere lui stesso quel territorio. L’aiuto dei volontari gli sarebbe stato utile; ma c’erano ragioni politiche perché l’esercito regio ed il governo del re dovessero riservare per sé soli quel tanto di prestigio che sarebbe derivato da quest’ardita impresa.”. Smith poi aggiunge pure che: “Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (3) postillava che: “(3) Ricasoli a Cavour, 23 agosto (B. Ricasoli, Lettere, a cura di Tabarrini, V, p. 213); Ricasoli a Farini, 26 agosto (BR ASF, b, T, f. P).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”.

Nel 28 agosto 1860, a Firenze, l’arresto di Giovanni NICOTERA e di GAETANO SACCHI

Giacinto De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a p. 361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse: « La nostra bandiera ha i colori «della nazione; essa vi deve porre lo stemma.» Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste : Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 76-77 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Governo, come è noto, il 28 agosto fece arrestare Nicotera il quale, rilasciato lo stesso giorno, accettò di imbarcarsi con i suoi volontari, credendo che fosse tuttora valida la convenzione stipulata col Ricasoli il 24, e ciò, egli scrisse poi, in base alle assicurazioni dello stesso Ricasoli (59). Ciò diede nuova esca alle speranze di Mazzini che credette ancora possibile un miracolo, cioè un colpo di mano e una diversione delle navi verso lo Stato Pontificio. Egli infatti, all’alba del 29 agosto scriveva allo Stansfeld: “Nicotera partirà questa sera etc…”(60). Ma la realtà era tutta diversa da come Mazzini aveva sperato. Nicotera infatti si trovò di fronte l’ordine preciso di frazionare le truppe dei volontari che sarebbero partiti in convogli successivi per la Sicilia (61). Inutilmente Nicotera inviò al Governatore di Livorno una lettera di protesta etc…Quindi- egli scriveva – Mi si assicura che sarò scortato da un legno da guerra sardo il quale ha la missione d’impedirmi il disbarco ove io creda di doverlo eseguire…..(63). Ma a porre fine alle proteste di Nicotera, il giorno 31, si avvicinò minacciosamente alle navi con i volontari, la nave da guerra sarda “Colombo”; contemporaneamente un commissario di polizia intimò a Nicotera di imbarcarsi immediatamente in direzione di Palermo, pena l’arresto. Nicotera dovette così rinunciare ai suoi propositi ed obbedire. Però prima di abbandonare il porto di Livorno inviò dal ‘Provence’, sul quale fu fatto imbarcare, un memoriale di protesta al governatore di Livorno etc…”. Capone, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Annibaldi Biscossi a Ricasoli, 2 settembre, in ‘Carteggi di B. Ricasoli, op. cit., vol. cit., pp. 315-320, dove è una relazione dettagliata dell’imbarco e della prudenza dei volontari di Nicotera da Livorno; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il dì seguente il Nicotera venne catturato da un capitano dei carabinieri e all’ ufficio di polizia gli venne intimato di recarsi subito a sciogliere la legione; egli protesto e si rifiuto di obbedire; intanto i volontari conosciuto il fatto, minacciavano di prendere le armi per liberare il loro comandante. Il Dolfi ne informò il Ricasoli e stabilirono la scarcerazione del Nicotera e di farlo imbarcare coi 1500 legionari per Palermo. Egli benchè dolente di questa determinazione, pure accetto; le armi di tutti vennero incassate e spedite a Livorno ed ivi imbarcate coi volontari su due vapori francesi, ma poco dopo furono circondati da varie navi da guerra sarde che avevano aperti glisportelli dei cannoni: il Nicotera credette fosse un equivoco, ma tosto vide comparire su d’una lancia un capitano dei carabinieri, ed un ispettore di pubblica sicurezza, il quale, cinto di sciarpa, gl’intimò la cattura. Egli protesto e dichiarò non muoversi e non cedere neppure alla forza, e scrisse al prefetto esser tutti pronti a morire facendosi mandare a picco coi due vapori se non si lasciassero salpare subito, giusta le promesse avute ; l’energica lettera persuase il prefetto a lasciarli partire.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Agrati, a pp. 336-337 aggiungeva: “Non faccio commenti a questa singolare Convenzione, e riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860….. Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudine dei volontari fece confermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”. Agrati, a p. 337, in proposito aggiungeva che: “Il Ricasoli, evidentemente, ha del tutto mutata la sua condotta. E’ naturale che egli voglia giustificarsi accusando i volontari del Nicotera di indisciplina, di tendenze mazziniane e repubblicane – qualcuno arrivò a dirli un’accolta di ragazzacci e veramente ve n’erano non pochi degni di questo nome: – è naturale, anche, che si dovesse vietare a simile gente l’entrata negli Stati romani: ma, pur senza voler prendere parte alle violente diatribe partigiane cui ho accennato, non pare che la grande condiscendenza mostrata dapprima dal Ricasoli sia stata eccessiva e inopportuna sotto ogni rapporto, e che, perciò, egli non l’avrebbe dovuta accordare ? Il Governo sardo, ad ogni modo, con queste che possiam chiamare violenze, arrivò ad annullare il pericolo che la spedizione Bertani rappresentava, e riuscì ad assicurarsi il trionfo dell’idea unitaria monarchica, minacciata senza dubbio alcuno dall’altra non completamente ortodossa e di una lealtà assai relativa professata dai capi.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il dì seguente il Nicotera venne catturato da un capitano dei carabinieri e all’ ufficio di polizia gli venne intimato di recarsi subito a sciogliere la legione; egli protesto e si rifiuto di obbedire; intanto i volontari conosciuto il fatto, minacciavano di prendere le armi per liberare il loro comandante. Il Dolfi ne informò il Ricasoli e stabilirono la scarcerazione del Nicotera e di farlo imbarcare coi 1500 legionari per Palermo. Egli benchè dolente di questa determinazione, pure accetto; le armi di tutti vennero incassate e spedite a Livorno ed ivi imbarcate coi volontari su due vapori francesi, ma poco dopo furono circondati da varie navi da guerra sarde che avevano aperti glisportelli dei cannoni: il Nicotera credette fosse un equivoco, ma tosto vide comparire su d’una lancia un capitano dei carabinieri, ed un ispettore di pubblica sicurezza, il quale, cinto di sciarpa, gl’intimò la cattura. Egli protesto e dichiarò non muoversi e non cedere neppure alla forza, e scrisse al prefetto esser tutti pronti a morire facendosi mandare a picco coi due vapori se non si lasciassero salpare subito, giusta le promesse avute; l’energica lettera persuase il prefetto a lasciarli partire.”. Evelina Rinaldi, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato nel……………………….e, a pp. 157, in proposito scriveva che: “V…Tratto a Livorno col Nicotera, ebbero I’ ingiunzione mentre i cannoni del porto eran puntati contro di loro, d’ imbarcare i volontari, perchè fossero scortati fino a Palermo. Al Sacchi non fu dato partir subito per la Sicilia, e dovè attendere vari giorni, per una serie di formalità burocratiche. Triste attesa per il suo animo, già amareggiato dal contegno del governo, dalla ormai quasi completa rinuncia al vagheggiato disegno. E lo affliggeva ancora il pensiero della cara compagna, .. trepidante certo per lui, nella mancanza assoluta di ogni notizia. « Sa il cielo – scrisse di poi al Bertani – in quali angustie si sarà trovata l’Elena, mentre noi stavamo fra i cannoni del porto di Livorno, senza poter ricever mie nuove, perch’ io voleva ignorasse « che io pure vi fossi » (1).”. Rinaldi, a p. 158, nella nota (1) postillava che: “(1) Archivio Sacchi – VEDI lettera del 6 sett. 1860 da Palermo.

Nel 31 agosto 1860, l’arrivo nel porto di Livorno, la nave “COLOMBO” della marina piemontese che minacciò di bombardare le truppe del NICOTERA

Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 76-77 e ssg., in proposito scriveva che: “Inutilmente Nicotera inviò al Governatore di Livorno una lettera di protesta etc…Quindi- egli scriveva – Mi si assicura che sarò scortato da un legno da guerra sardo il quale ha la missione d’impedirmi il disbarco ove io creda di doverlo eseguire…..(63). Ma a porre fine alle proteste di Nicotera, il giorno 31, si avvicinò minacciosamente alle navi con i volontari, la nave da guerra sarda “Colombo”; contemporaneamente un commissario di polizia intimò a Nicotera di imbarcarsi immediatamente in direzione di Palermo, pena l’arresto. Nicotera dovette così rinunciare ai suoi propositi ed obbedire. Però prima di abbandonare il porto di Livorno inviò dal ‘Provence’, sul quale fu fatto imbarcare, un memoriale di protesta al governatore di Livorno etc…”. Capone, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Annibaldi Biscossi a Ricasoli, 2 settembre, in ‘Carteggi di B. Ricasoli, op. cit., vol. cit., pp. 315-320, dove è una relazione dettagliata dell’imbarco e della prudenza dei volontari di Nicotera da Livorno; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 43, in proposito scriveva che: “….il Nicotera credette fosse un equivoco, ma tosto vide comparire su d’una lancia un capitano dei carabinieri, ed un ispettore di pubblica sicurezza, il quale, cinto di sciarpa, gl’intimò la cattura. Egli protesto e dichiarò non muoversi e non cedere neppure alla forza, e scrisse al prefetto esser tutti pronti a morire facendosi mandare a picco coi due vapori se non si lasciassero salpare subito, giusta le promesse avute; l’energica lettera persuase il prefetto a lasciarli partire.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Qui però devo rilevare credo l’errore di porre le date del 1° e 3 agosto 1860 ma si tratta di settembre 1860. Dunque, i volontari di Castel Pucci fuurono scortati fino a Palermo dai Bersaglieri della marina Sarda. Le truppe partirono da Livorno il 31 agosto 1860 e poi anche il 1° settembre, scortate dalla nave sarda “Colombo”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo racconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Agrati, a pp. 336-337 aggiungeva: Il ‘Rhone era carico di armi, il ‘provence e il S. Nicola’ (a vela) erano piccolissimi. A bordo il sottoscritto seppe che erano diretti a Palermo, che vi erano viveri per un giorno solo, che nessuna condizione aveva tenuta il Ricasoli. Si stà così soffrendo ed aspettando sino al 31 agosto; quando il ‘Colombo’ della marina sarda si avvicina con una cannoniera e da terra ci puntano addosso i cannoni della batteria del Molo e seppimo molta truppa in città, vietato sbarcare, il popolo aizzato contro di noi. Poi venne un commissario di polizia con un ufficiale dei carabinieri e mi intima di imbarcare a sera i volontari che ci stanno sul ‘Febo’ e sul ‘General Garibaldi’. Il resto sarà imbarcato domani e tutti saranno scortati a Palermo. Se resisto, o sciogliere il corpo o essere considerato ribelle. Dichiaro che cedo alla forza, considerando questo Governo al pari dell’austriaco e del borbonico, e mi dichiaro coi miei prigioniero del Governo sardo.”.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto: “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”.

Nel 31 agosto 1860, dalla nave “PROVENCE“, la lettera di PROTESTA di NICOTERA verso Bettino Ricasoli perchè ingiunto a partire per la Sicilia dal porto di Livorno

Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a p. 361, in proposito scriveva che: Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: Rimanevano ancora i 2000 volontari del Nicotera in Toscana, e di essi nessuna menzione specifica s’era fatta nell’accordo convenuto fra il Bertani e il Farini a Genova, etc…”. Treveljan aggiungeva che: “Garibaldi pur reclamando le forze del Pianciani per se stesso onde poter trasferirsi di là dello Stretto, era sempre disposto a consentire che il Nicotera invadesse il territorio papale e scrisse a quell’effetto (3), etc….”. Dunque, quando Garibaldi era arrivato a Golfo Aranci col Bertani lasciò Nicotera con le sue truppe. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Treveljan, a pp. 154-155 aggiungeva pure che: “….ma Cavour, contrario alla mossa, inviò istruzioni a Ricasoli, governatore della Toscana, perchè lo impedisse. Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Riguardo la citazione di “Mignona”, il Treveljan, a p. 436 scriveva: “Mignona = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignona. Napoli, 1889.”Si tratta di Carbonelli Pupino G., Nicola Mignogna e non “Mignona” come scriveva il Treveljan. Nicola Mignogna fu nominato da Garibaldi tesoriere della Spedizione dei Mille. Dunque, contrariamente alle speranze di Garibaldi ed alle convinzioni del Nicotera che era in Toscana, con il suo corpo di volontari, che era quasi pronto per l’insurrezione armata contro gli Stati papalini, ebbe uno scontro con Ricasoli, governatore della Toscana, che lo indusse a partire per la Sicilia. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 283, in proposito scriveva che: Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Dallolio, a p. 210, nella nota (1) postillava: “(1) Come il Ricasoli impedisse la spedizione del Nicotera nello Stato Pontificio è noto.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, riferendosi ai 2000 volontari di Nicotera in Toscana ed a Garibaldi, che: Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Treveljan (traduzione di Dobelli) scriveva che Ricasoli ottenne che il barone Giovanni Nicotera partisse alla volta della Sicilia, dove portò le sue truppe della “5° brigata Toscana” (nate per invadere lo Stato Pontificio), e le fece sbarcare a Palermo, dove, come vedremo, saputo delle dimissioni del Pianciani, anch’egli si dimise dal programma garibaldino. Il piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 160-161, in proposito scriveva che: …togliere la sua brigata. Ma Nicotera che aveva avuto promesse formali, ed incitamenti ed aiuti dallo stesso Ricasoli, risolutamente si rifiutò di obbedire. Lasciò liberi i suoi dipendenti che lo desideravano di ritornare alle loro case, dando loro per decidersi un tempo determinato, dopo il quale si intendevano vincolati. Niuno accettò, tutti protestarono contro lo scioglimento; di tale risolutezza s’impressionò lo stesso Ricasoli, in guisa  che << si venne dopo molte discussioni tra Ricasoli e Nicotera ad una Convenzione scritta in data 24 agosto, che stabiliva » una serie di condizioni per le quali la brigata si sarebbe imbarcata a Livorno, vincolandosi a non sbarcare nè in Toscana nè sul territorio pontificio. Così il concetto della diversione ne risentiva una grande restrizione. Ma poichè Garibaldi non era più in Sicilia essendo passato il 20 agosto in Calabria, il Nicotera dichiarò altresì nella stessa convenzione che non intendeva di andare in Sicilia, ma bensì di volere sbarcare, sulle coste del Regno di Napoli. Ben egli, che esule a Genova, tre anni prima, aveva navigato con Pisacane da Genova a Ponza, da Ponza a Sapri, ed aveva onorato il patriottismo ed il valore italiano, avrebbe saputo dove sbarcare.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “…e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Qui però devo rilevare credo l’errore di porre le date del 1° e 3 agosto 1860 ma si tratta di settembre 1860. Le truppe partirono da Livorno il 31 agosto 1860 e poi anche il 1° settembre, scortate dalla nave sarda “Colombo”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo racconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 20 agosto, infatti, il Farini inviò al tentennante Ricasoli l’ultimatum di sciogliere entro tre giorni, i volontari di Castel Pucci, prendendo spunto da un incauto ordine del giorno di Nicotera, da lui comunicato alla truppa, nel quale si parlava della sua, come di una brigata di “un Essercito nazionale” etc…(50).”. Capone, a p. 74, nella nota (50) postillava: “(50) Vedine il testo ne l’Unità italiana del 22 agosto; cfr. pure l’opuscolo pubblicato anonimo (ma di P. Cironi) Nicotera a Castel Pucci, narrazione della giornata del 28 agosto dalle 6 di mattina a mezzanotte, s.a.e.l., e la lettera di Farini del 20 agosto, a Ricasoli, in ‘Carteggi di B. Ricasoli, op. cit. vol. cit., pp. 230-31”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 76-77 e ssg., in proposito scriveva che: “Inutilmente Nicotera inviò al Governatore di Livorno una lettera di protesta etc…Quindi- egli scriveva – Mi si assicura che sarò scortato da un legno da guerra sardo il quale ha la missione d’impedirmi il disbarco ove io creda di doverlo eseguire…..(63). Ma a porre fine alle proteste di Nicotera, il giorno 31, si avvicinò minacciosamente alle navi con i volontari, la nave da guerra sarda “Colombo”; contemporaneamente un commissario di polizia intimò a Nicotera di imbarcarsi immediatamente in direzione di Palermo, pena l’arresto. Nicotera dovette così rinunciare ai suoi propositi ed obbedire. Però prima di abbandonare il porto di Livorno inviò dal ‘Provence’, sul quale fu fatto imbarcare, un memoriale di protesta al governatore di Livorno etc…”. Capone, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Annibaldi Biscossi a Ricasoli, 2 settembre, in ‘Carteggi di B. Ricasoli, op. cit., vol. cit., pp. 315-320, dove è una relazione dettagliata dell’imbarco e della prudenza dei volontari di Nicotera da Livorno; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Agrati, a pp. 336-337 aggiungeva: “Non faccio commenti a questa singolare Convenzione, e riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli che egli firmò perchè “la sua parola val più dello scritto”. Ricasoli aveva intimato lo scioglimento di tale Brigata, onde s’era venuti a quella Convenzione per la fermezza del sottoscritto. Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudine dei volontari fece confermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Il ‘Rhone era carico di armi, il ‘provence e il S. Nicola’ (a vela) erano piccolissimi. A bordo il sottoscritto seppe che erano diretti a Palermo, che vi erano viveri per un giorno solo, che nessuna condizione aveva tnuta il Ricasoli. Si stà così soffrendo ed aspettando sino al 31 agosto; quando il ‘Colombo’ della marina sarda si avvicina con una cannoniera e da terra ci puntano addosso i cannoni della batteria del Molo e seppimo molta truppa in città, vietato sbarcare, il popolo aizzato contro di noi. Poi venne un commissario di polizia con un ufficiale dei carabinieri e mi intima di imbarcare a sera i volontari che ci stanno sul ‘Febo’ e sul ‘General Garibaldi’. Il resto sarà imbarcato domani e tutti saranno scortati a Palermo. Se resisto, o sciogliere il corpo o essere considerato ribelle. Dichiaro che cedo alla forza, considerando questo Governo al pari dell’austriaco e del borbonico, e mi dichiaro coi miei prigioniero del Governo sardo.”.”. Agrati, a p. 337, in proposito aggiungeva che: “Il Ricasoli, evidentemente, ha del tutto mutata la sua condotta. E’ naturale che egli voglia giustificarsi accusando i volontari del Nicotera di indisciplina, di tendenze mazziniane e repubblicane – qualcuno arrivò a dirli un’accolta di ragazzacci e veramente ve n’erano non pochi degni di questo nome: – è naturale, anche, che si dovesse vietare a simile gente l’entrata negli Stati romani: ma, pur senza voler prendere parte alle violente diatribe partigiane cui ho accennato, non pare che la grande condiscendenza mostrata dapprima dal Ricasoli sia stata eccessiva e inopportuna sotto ogni rapporto, e che, perciò, egli non l’avrebbe dovuta accordare ? Il Governo sardo, ad ogni modo, con queste che possiam chiamre violenze, arrivò ad annullare il pericolo che la spedizione Bertani rappresentava, e riuscì ad assicurarsi il trionfo dell’idea unitaria monarchica, minacciata senza dubbio alcuno dall’altra non completamente ortodossa e di una lealtà assai relativa professata dai capi.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. Etc…”Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a pp. 282-283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (3) postillava che: “(3) Ricasoli a Cavour, 23 agosto (B. Ricasoli, Lettere, a cura di Tabarrini, V, p. 213); Ricasoli a Farini, 26 agosto (BR ASF, b, T, f. P).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”.

PARTENZA DA LIVORNO

Nel 1° settembre 1860, partenza da Livorno per Palermo dove arrivano altre truppe della brigata “Castel Pucci” (formata da Giovanni NICOTERA). Erano le truppe che non poterono partire il 31 per mancanza di legni e partirono con il “FEBO” e con………..

Nicotera, dopo aver energicamente protestato con Ricasoli, il I° settembre 1860 parte per Palermo ed infatti, Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Sempre la White, sulla scorta del Diario del Bertani, aggiunge che, Bertani, arrivato di nuovo in Sicilia: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Bertani, a Milazzo, intendo a ricongiungersi con Garibaldi, da poco sbarcato in Calabria, con il contingente delle truppe ex Spedizione Pianciani (circa 4000 uomini affidati da Garibaldi, al colonnello Rustow), “….aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno” e, aveva letto la circolare di Farini (indotta da Cavour) del blocco degli arruolamenti di volontari. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera.  Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Agrati, a pp. 336-337 aggiungeva: “Non faccio commenti a questa singolare Convenzione, e riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli che egli firmò perchè “la sua parola val più dello scritto”. Ricasoli aveva intimato lo scioglimento di tale Brigata, onde s’era venuti a quella Convenzione per la fermezza del sottoscritto. Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudine dei volontari fece confermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Il ‘Rhone era carico di armi, il ‘provence e il S. Nicola’ (a vela) erano piccolissimi. A bordo il sottoscritto seppe che erano diretti a Palermo, che vi erano viveri per un giorno solo, che nessuna condizione aveva tnuta il Ricasoli. Si stà così soffrendo ed aspettando sino al 31 agosto; quando il ‘Colombo’ della marina sarda si avvicina con una cannoniera e da terra ci puntano addosso i cannoni della batteria del Molo e seppimo molta truppa in città, vietato sbarcare, il popolo aizzato contro di noi. Poi venne un commissario di polizia con un ufficiale dei carabinieri e mi intima di imbarcare a sera i volontari che ci stanno sul ‘Febo’ e sul ‘General Garibaldi’. Il resto sarà imbarcato domani e tutti saranno scortati a Palermo. Se resisto, o sciogliere il corpo o essere considerato ribelle. Dichiaro che cedo alla forza, considerando questo Governo al pari dell’austriaco e del borbonico, e mi dichiaro coi miei prigioniero del Governo sardo.”.”. Agrati, a p. 337, in proposito aggiungeva che: “Il Ricasoli, evidentemente, ha del tutto mutata la sua condotta. E’ naturale che egli voglia giustificarsi accusando i volontari del Nicotera di indisciplina, di tendenze mazziniane e repubblicane – qualcuno arrivò a dirli un’accolta di ragazzacci e veramente ve n’erano non pochi degni di questo nome: – è naturale, anche, che si dovesse vietare a simile gente l’entrata negli Stati romani: ma, pur senza voler prendere parte alle violente diatribe partigiane cui ho accennato, non pare che la grande condiscendenza mostrata dapprima dal Ricasoli sia stata eccessiva e inopportuna sotto ogni rapporto, e che, perciò, egli non l’avrebbe dovuta accordare ? Il Governo sardo, ad ogni modo, con queste che possiam chiamare violenze, arrivò ad annullare il pericolo che la spedizione Bertani rappresentava, e riuscì ad assicurarsi il trionfo dell’idea unitaria monarchica, minacciata senza dubbio alcuno dall’altra non completamente ortodossa e di una lealtà assai relativa professata dai capi.”. Treveljan non dice altro sulla “brigata Castel Pucci” del Nicotera. Treveljan non dice nulla di questa brigata nel prosieguo delle operazioni. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Il 1° settembre 1860, il barone Giovanni Nicotera, dovendo cedere alle insistenti pressioni del governatore della Toscana Ricasoli e di Cavour, che così voleva, arrivò in Sicilia e sbarcò a Palermo con le sue truppe della “5° Brigata Toscana”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, riferendosi ai 2000 volontari di Nicotera in Toscana ed a Garibaldi, che: Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Treveljan (traduzione di Dobelli) scriveva che Ricasoli ottenne che il barone Giovanni Nicotera partisse alla volta della Sicilia, dove portò le sue truppe della “5° brigata Toscana” (nate per invadere lo Stato Pontificio), e le fece sbarcare a Palermo, dove, come vedremo, saputo delle dimissioni del Pianciani, anch’egli si dimise dal programma garibaldino. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a p. 283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Dunque, qui si dice chiaramente che ai primi di settembre del 1860, Giovanni Nicotera arriva a Palermo col suo contingente. Mack Smith, a p. 283, nella nota (5) postillava: “(5) Secondo il rapporto fatto dal governatore di Livorno, tutti i volontari partirono tra il I° e il 7 settembre. Poco prima era giunta la notizia che 145 volontari inglesi s erano impadroniti dell’isola di Montecristo come primo passo per uno sbarco sulla costa pontificia; Ricasoli a Cavour, 27 agosto (BR ASF, f. Z).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera….poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Dunque, Mack Smith scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera.. Il piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Dunque, qui si dice chiaramente che ai primi di settembre del 1860, Giovanni Nicotera arriva a Palermo col suo contingente. Mack Smith, a p. 283, nella nota (5) postillava: “(5) Secondo il rapporto fatto dal governatore di Livorno, tutti i volontari partirono tra il I° e il 7 settembre. Poco prima era giunta la notizia che 145 volontari inglesi s’erano impadroniti dell’isola di Montecristo come primo passo per uno sbarco sulla costa pontificia; Ricasoli a Cavour, 27 agosto (BR ASF, f. Z).”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a pp. 336-337, dalla Protesta del Nicotera verso il Ricasoli, il 31 agosto 1860, Nicotera scriveva: “…Ma l’attitudine dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Il ‘Rhòne’ era carico di marmi, il ‘Provence’ e il S. Nicola (a vela) erano piccolissimi. A bordo il sottoscritto seppe che erano diretti a Palermo, che vi erano viveri per un giorno solo, che nessuna condizione aveva tenuta il Ricasoli. Si stà soffrendo ed aspettando sino al 31 agosto; quando il ‘Colombo’ della marina sarda si avvicina con una cannoniera e da terra ci puntano addosso i cannoni della batteria del Molo e sappiamo molta truppa in città, vietato sbarcare, il popolo aizzato contro di noi. Poi venne un commissario di polizia con un ufficiale dei carabinieri e mi intima di imbarcare a sera i volontari che ci stanno sul ‘Febo’ e sul General Garibaldi’. Il resto sarà imbarcato domani e tutti saranno scortati a Palermo. Se resisto, o sciogliere il corpo o essere considerato ribelle. Dichiaro che cedo alla forza, considerando questo Governo al pari dell’austriaco e del borbonico, e mi dichiaro coi miei prigionieri del Governo sardo”. “. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera. Treveljan non dice nulla di questa brigata nel prosieguo delle operazioni. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che:  “A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente il permesso di proseguire per ricongiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi. Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1). Sarebbe stato arduo ritenere che la sua presenza in Sicilia per quei pochi giorni abbia potuto esser d’aiuto a Depretis nella sua attività di conciliatore; ed il partito cavouriano considerò questo un segno che i repubblicani avrebbero potuto da un momento all’altro gettar la maschera e ripudiare la loro malcerta fedeltà al trono.”. Mack Smith aggiunge pure che: “Ma Nicotera era troppo aspro, troppo estremista, e dava troppo poco affidamento perché gli altri rivoluzionari potessero fidarsi gran che di lui; così, per tutto il resto dell’anno, egli ebbe scarsa influenza nel Mezzogiorno.”. Ed infatti, Mack Smith,  p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 455, in proposito aggiunge che: “Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare due errori di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro” e, inoltre, l’altro errore stà nella notizia che Maraldi dà dell’arrivo della Brigata Castel Pucci a Palermo, non è tra il 1° e 3 agosto ma si tratta del mese di settembre. La brigata organizzata dal Nicotera in Toscana, a Castel Pucci partì da Livorno il 31 costrettavi dalla nave da guerra Sarda “Colombo”. Lo scrive lo stesso Nicotera. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. Giacinto De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a p. 361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse: « La nostra bandiera ha i colori «della nazione; essa vi deve porre lo stemma.» Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III. 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”

Dal 1° al 3 settembre 1860, da Livorno a Palermo, l’arrivo di GIOVANNI NICOTERA e dei suoi volontari della 5° Brigata “TOSCANA”, ex “Castel Pucci” 

Sappiamo pure che i volontari dell’ex Spedizione di Castel Pucci partirono da Livorno e arrivarono a Palermo dal 1° settembre al 3 di settembre 1860. Nicotera arrivò a Palermo il 3 settembre 1860 e quindi presumibilmente anche il Sacchi. Dunque, Nicotera e Sacchi arrivarono a Palermo quando Garibaldi era già a Sapri ?. Dunque, la Brigata Spangaro fu costituita dopo l’arrivo dei volontari dell’ex spedizione di Castel Pucci. Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. I 2000 volontari che Nicotera e Sacchi portarono a Palermo cosa fecero una volta arrivati a Palermo ?. Sappiamo che la Brigata Sacchi e la Brigata Spangaro fecero parte della 15° Divisione, di cui il suo comando fu affidato a Nino Bixio. Essi arrivarono a Palermo quando Turr era già in viaggio da Sapri per Lagonegro ?. Se Nicotera e Sacchi partirono da Livorno verso i primi di Settembre ed arrivarono dal 1° al 3 settembre come si spiega che Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Dunque, il generale Turr, il 31 agosto 1860 scrivendo da Rogliano a Nino Bixio gli ordinava “Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza.”. Dunque, dalla lettera che il generale Turr scrisse il 31 agosto 1860 da Rogliano al generale Nino Bixio (dove Turr chiede a Bixio di mandargli il tenente colonnello Spangaro) deduciamo che il tenente colonnello Spangaro era sbarcato in Calabria con le truppe comandate da Nino Bixio. Nino Bixio, comandava la I Brigata della 15° Divisione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Secondo Maxime Du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille, era soprannominato Colonnello “dunque”, perché iniziava sempre le sue frasi con quella parola. Secondo Maxime du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille e che gli dedicò alcune pagine nel suo volume “La spedizione delle due Sicilie”, era soprannominato “Colonnello Dunque”, perché iniziava i propri discorsi con quella parola. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne  assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedi, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 156, in proposito aggiungeva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Troviamo nelle parole del Guerzoni delle incongruenze e date che non tornano. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche ; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia , ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”.

ARRIVO A PALERMO

Nel 1° settembre 1860, l’arrivo a Palermo di una parte della “Brigata Castel Pucci” (Brigata Nicotera), scortata dalla nave sarda “Colombo”

Da Wikipedia leggiamo che il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Dunque, Agrati scriveva che: Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Agrati scriveva che dopo lo sbarco delle truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, la spedizione detta di Terranova era stata scompagginata, come voleva il Governo Piemontese ma restava le ultime due Brigate dell’Italia Centrale: la Brigata “Toscana” (la Brigata organizzata dal Nicotera a “Castel Pucci”) e la Brigata Albruzzi (forse Albuzzi). Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera. Il barone Nicotera……aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto. A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Dunque, Smith scriveva che all’arrivo a Palermo del Nicotera con la sua Brigata “Toscana” o “Castel Pucci”, Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”, ovvero voleva dire che arrivato a Palermo, De Pretis che governava l’Isola conquistata da Garibaldi, Nicotera fu “relegato in una specie di Lazzaretto”. Sappiamo che Nicotera – arrivato a Palermo – insieme alle sue truppe di volontari – protestò con De Pretis per il trattamento subito a Livorno. Sapiamo che Nicotera – come pure già era accaduto con il Pianciani – si dimise dall’incarico ed alla Brigata “Toscana” fu assegnato un nuovo comandante: colonnello SPANGARO. Infatti, dai primi di settembre 1860, i volontari di Castel Pucci passarono al comando del colonnello SPANGARO, e verrà chiamata “BRIGATA SPANGARO”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera. Treveljan non dice nulla di questa brigata nel prosieguo delle operazioni. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 poi entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a pp. 336-337, dalla Protesta del Nicotera verso il Ricasoli, il 31 agosto 1860, Nicotera scriveva: Il resto sarà imbarcato domani e tutti saranno scortati a Palermo. Se resisto, o sciogliere il corpo o essere considerato ribelle. Dichiaro che cedo alla forza, considerando questo Governo al pari dell’austriaco e del borbonico, e mi dichiaro coi miei prigionieri del Governo sardo”. “. Infatti, Giovanni Nicotera, partì da Livorno il 1° settembre ed arrivò a Palermo con la sua “5° brigata Toscana”, ma, non si unì al programma garibaldino e si dimise. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, Pecorini scriveva che il conte Luigi Pianciani e Giovanni Nicotera, a Palermo, decisero di dimettersi dal comando della Brigata “Toscana”, che fu destinata ad altro comando come vedremo. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che:  “A Palermo….Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli afermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Sempre Mack Smith scriveva a p. 256 che il barone Giovanni Nicotera arriverà a Napoli il 12 settembre 1860. Dunque, il barone Giovanni Nicotera, dai primi di settembre 1860 che era da poco arrivato a Palermo partirà da lì dopo 10 giorni. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 455, in proposito aggiunge che: “Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato;“. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…..a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: (1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, il Cesari scriveva che: “….e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”.

NICOTERA DA LE SUE DIMISSIONI

Nei primi di settembre 1860, a Palermo, le DIMISSIONI di GIOVANNI NICOTERA dal programma Garibaldino di andare a Napoli invece che dal Papa

Nicotera, giunto in Sicilia, durante la prodittatura del Depretis, nero di rabbia si dimise e voleva raggiungere Garibaldi che marciava verso Napoli ma, Depretis gli rifiutò la richiesta di imbarcarsi per Napoli per raggiungere Garibaldi a cui aveva indirizzato una sua accorata lettera per la delusione di aver dovuto portare i volontari di Castel Pucci a Palermo e di non aver aderito al programma garibaldino a favore del Re. Dalla Treccani on-line leggiamo che Mario Menghini scriveva che Giovanni Nicotera raggiunse subito dopo Garibaldi a Napoli. Nicotera dovette restare però una diecina di giorni a Palermo o in Sicilia perchè Depretis gli negò il permesso di allontanarsi dalla Sicilia ed imbarcarsi per Napoli e poter raggiungere Garibaldi che, nel frattempo era diventato prodittatore della Capitale. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invitò a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. I dissensi partigiani dell’ottobre 1860 provocarono un duello tra lui e F. Petruccelli della Gattina. Nicotera, giunto in Sicilia, durante la prodittatura del Depretis, nero di rabbia si dimise e voleva raggiungere Garibaldi che marciava verso Napoli ma, Depretis gli rifiutò la richiesta di imbarcarsi per Napoli per raggiungere Garibaldi a cui aveva indirizzato una sua accorata lettera per la delusione di aver dovuto portare i volontari di Castel Pucci a Palermo e di non aver aderito al programma garibaldino a favore del Re. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; “. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne  assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedi, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 156, in proposito aggiungeva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Troviamo nelle parole del Guerzoni delle incongruenze e date che non tornano. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera. Il barone Nicotera…..poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto. A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi. Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1). Sarebbe stato arduo ritenere che la sua presenza in Sicilia per quei pochi giorni abbia potuto esser d’aiuto a Depretis nella sua attività di conciliatore, ed il partito cavouriano considerò questo un segno che i repubblicani avessero potuto da un momento all’altro gettar la maschera e ripudiare la loro malcerta fedeltà al trono. Ma Nicotera era troppo aspro, troppo estremista, e dava troppo poco affidamento perché gli altri capi rivoluzionari potessero fidarsi gran che di lui; così, per tutto il resto dell’anno, egli ebbe scarsa influenza nel Mezzogiorno.”. Dunque, è interessante il passaggio del Mack Smith che dice: A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli affermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Dunque, è interessante il passaggio del Mack Smith che dice: A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che:  “A Palermo….Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli afermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. In quel momento, a Palermo vi era la prodittatura di Agostino Depretis e quando ai primi di settembre Nicotera arrivò, con i suoi volontari della sua brigata di Castel Pucci, ivi condotti dalle navi piemontesi, negò al contingente del Nicotera di aggregarsi ai volontari garibaldini che si imbarcavano per la Calabria. Dunque, Nicotera, essendosi dimesso dal programma garibaldino, dovette restare in Sicilia da cui ripartì solo l’11 settembre. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo l’arrivo del Nicotera a Palermo, – riferisce un giornalista democratico – “Nicotera, e molti altri ufficiali di Stato maggiore della compagnia hanno dato le dimissioni….Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….(65).”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 300, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, a pp. 66 e ssg., in proposito scriveva: “Così Nicotera si trovò inserito, con un ruolo di un certo rilievo, in un complesso gioco politico nel quale, coperti dalla formula “Italia e Vittorio Emaanuele”, ciascuno, Cavour compreso, seguiva in realtà un proprio piano. La spedizione nello Stato pontificio era il tavolo sul quale tale gioco si svolgeva, e tutti si rendevano conto che la posta era assai alta perchè dalla effettuazione della spedizione e dal programma di chi la guidava poteva dipendere la possibilità di egemonizzare politicamente il Centro-Sud o programma cavouriano, su un programma monarchico-democratico, o, al limite, repubblicano (16). Il Cavour vedeva sostanzialmente giusto, quando scriveva: “…non si tratta di una questione di persone, ma di due sistemi che si affrontano. Garibaldi non ha alcuna idea politica precisa. Egli sogna una specie di dittatura popolare, senza parlamento e con poca libertà. I suoi adepti, Bertani ed altri, accettano la sua dittatura come un mezzo per arrivare alla Costituente e dalla Costituente alla Repubblica”(17).”. Capone, a p. 66, nella nota (16) postillava: “(16) Sulle intenzioni di Mazzini, G. Berti (op. cit., p. 737) così scrisse: “Resterà a fianco di Bertani per implorare che non tutti gli uomini, che non tutti i mezzi siano inviati in Sicilia…affermando che Garibaldi doveva essere aiutato indirettamente compiendo al Centro un’altra spedizione indipendente dalla sua che era quanto dire: fare saltare in aria il già malcerto accordo fra Garibaldi e la monarchia piemontese”; Bertani, da parte sua, non respinse Mazzini, ma lo “neutralizzò senza rompere con lui”. Capone, a p. 66, nella nota (17) postillava: “(17) E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 30”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 459-460, in proposito scriveva che: “E non c’era, per di più, attorno a Garibaldi quella gente che aveva idee notoriamente repubblicane ? E’ vero che tutti quanti affermavano che, pur di fare l’Italia, a quelle idee avevan rinunciato, ma questa loro affermazione meritava fede ? Sono proprio leali come Garibaldi, Bertani e Mazzini, Nicotera e Carlo Cattaneo e tanti altri, fra cui lo stesso Crispi, quando sventolano la bandiera “Italia e Vittorio Emanuele”? Essi dicono chiaro che ai loro principi repubblicani non han più rinunciato che provvisoriamente, ma chi può assicurare che, una volta padroni di tutto il Regno delle Due Sicilie, con un esercito ed una flotta, non si credano forti abbastanza per tirar Garibaldi dalla loro e convincerlo a cancellare dal suo tricolore lo scudo di Casa Savoia ? Intanto il Bertani, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan mai messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Se Mazzini aveva dichiarato che dopo raggiunta l’Unità con Vittorio Emanuele, egli si sarebbe ritirato tranquillo in Inghilterra, pur deplorando che tale unità non si fosse fatta com’egli l’avrebbe voluta, il Bertani, in data 23 settembre, suggeriva a Garibaldi etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a pp. 78-79, in proposito scriveva: Le drastiche parole, con le quali Nicotera annunciò le sue dimissioni, non mancarono di sorprendere quanti ritenevano che il programma di Garibaldi fosse l’unico capace di portare a compimento l’unità italiana; perciò, nel settembre del ’60, Mazzini stesso sentì il bisogno di giustificare Nicotera: “questo uomo – egli scrisse – uscito dalla prigione e cercando pur sempre una via di giovare al paese, trova il paese mutato, affascinato da un ideale non suo”(67). Poteva sembrare, questo, un tentativo di addossare al Nicotera delle responsabilità che andavano per lo meno ripartite (68), ma non c’è dubbio che Mazzini esprimeva sul Nicotera un giudizio molto esatto. L’esperienza di Sapri, la sua dolorosa prigionia dopo il ’57, avevano vincolato Nicotera ad una memoria, quella di Sapri, che ora, nel ’60, era superata dagli eventi. Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”. Evelina Rinaldi, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato nel……………………….e, a pp. 158, in proposito scriveva che: “V…finalmeute partì e giunse a Palermo, dove le dimissioni del Nicotera dal comando dei volontari e il progetto di lui di tentare da solo la già desiderata impresa indussero anche il Sacchi nella determinazione di tornare a Pisa, ad attendervi « che qualche paese del Pontificio si muova ». Egli rimase disgustato del!’ ambiente siciliano gitato allora da discordie interne, dovute al rafforzarsi dei partiti locali dopo la caduta dei Borboni, e al dissidio acuto tra i fautori d’un’ annessione immediata, caldeggiati dal governo, e gli oppositori, fedeli al programma di Garibaldi. « Il Governo Piemontese s’è messo in aperta ostilità con Garibaldi e questo Pro Dittatore è più seguace di Cavourche del Generale. Noi non ci aspettavamo di trovar qui gli stessi ostacoli e le stesse opposizioni di Governo che a Firenze » (2). Così egli ritorna col desiderio al compimento di quel piano al quale aveva atteso con tanto fervore, nella fiducia che il lavoro già fatto, favorito da nuove circostanze, possa ancora portare i suoi frutti. « La disposizione che già c’era, l’esaltamento indotto dal progresso di Garibaldi e l’esser presto costretto Lamoricière a portare le sue truppe sul confine napoletano, renderanno possibile il fare ». D’altra parte, seguire Garibaldi, senza aver combattuto al suo fianco, mentre I’ Eroe attraversava trionfalmente la Calabria, era in forte contrasto con la nobile fierezza del suo animo. « Perchè sarei venuto ora a prender parte ad una passeggiata trionfale? ».”.

Nel 1° settembre 1860, a Palermo, il diniego di DEPRETIS, Governatore di Sicilia, a GIOVANNI NICOTERA di potersi imbarcare per Napoli e poter fare visita a Garibaldi

Nicotera, giunto in Sicilia, durante la prodittatura del Depretis, nero di rabbia si dimise e voleva raggiungere Garibaldi che marciava verso Napoli ma, Depretis gli rifiutò la richiesta di imbarcarsi per Napoli per raggiungere Garibaldi a cui aveva indirizzato una sua accorata lettera per la delusione di aver dovuto portare i volontari di Castel Pucci a Palermo e di non aver aderito al programma garibaldino a favore del Re. Dalla Treccani on-line leggiamo che Mario Menghini scriveva che Giovanni Nicotera raggiunse subito dopo Garibaldi a Napoli. Nicotera dovette restare però una diecina di giorni a Palermo o in Sicilia perchè Depretis gli negò il permesso di allontanarsi dalla Sicilia ed imbarcarsi per Napoli e poter raggiungere Garibaldi che, nel frattempo era diventato prodittatore della Capitale. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invitò a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. Nicotera, giunto in Sicilia, durante la prodittatura del Depretis, nero di rabbia si dimise e voleva raggiungere Garibaldi che marciava verso Napoli ma, Depretis gli rifiutò la richiesta di imbarcarsi per Napoli per raggiungere Garibaldi a cui aveva indirizzato una sua accorata lettera per la delusione di aver dovuto portare i volontari di Castel Pucci a Palermo e di non aver aderito al programma garibaldino a favore del Re. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; “. In quel momento, a Palermo vi era la prodittatura di Agostino Depretis e quando ai primi di settembre Nicotera arrivò, con i suoi volontari della sua brigata di Castel Pucci, ivi condotti dalle navi piemontesi, negò al contingente del Nicotera di aggregarsi ai volontari garibaldini che si imbarcavano per la Calabria. Dunque, Nicotera, essendosi dimesso dal programma garibaldino, dovette restare in Sicilia da cui ripartì solo l’11 settembre. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….Sulle prime pareva che ci fosse maniera di riuscire nell’intento; ma negli ultimi due giorni ogni cosa andò a rovescio, lo stesso Nicotera, ad impedire lo sfacelo completo di questa colonna, invitò ufficialmente i militi a scegliere il partito di tornare a casa o quello di raggiungere Garibaldi” (65).”. Capone, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera…..A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi. Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1). Sarebbe stato arduo ritenere che la sua presenza in Sicilia per quei pochi giorni abbia potuto esser d’aiuto a Depretis nella sua attività di conciliatore, ed il partito cavouriano considerò questo un segno che i repubblicani avessero potuto da un momento all’altro gettar la maschera e ripudiare la loro malcerta fedeltà al trono. Ma Nicotera era troppo aspro, troppo estremista, e dava troppo poco affidamento perché gli altri capi rivoluzionari potessero fidarsi gran che di lui; così, per tutto il resto dell’anno, egli ebbe scarsa influenza nel Mezzogiorno.”. Dunque, è interessante il passaggio del Mack Smith che dice: A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli affermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Dunque, è interessante il passaggio del Mack Smith che dice: A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che:  “A Palermo….Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli afermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”.

Nel 6 settembre 1860, le lettere di NICOTERA – che si sentì tradito – scrisse a Garibaldi ed ad altri

Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78, in proposito scriveva: “Nicotera stesso, per il momento, rinunziò all’azione; ma non senza aver prima scritto un’accorata lettera a Garibaldi da cui si sentiva come tradito, dove esprimeva l’amarezza per questa sua nuova sconfitta, e ribadiva la sua intransigenza ‘rivoluzionaria’: “voi stesso, Generale, prima per lettera mi raccomandaste caldamente di agire nelle Marche e nell’Umbria etc….”(66)…”. Capone, a p. 78, nella nota (66) postillava: “(66) …………………………”. Capone, a p. 78, nella nota (68) postillava: “(68) Nicotera a Garibaldi, il 6 settembre 1860, n. M.R.P., b. 432, g. 24, doc. 2.”. Capone, a pp. 78-79, in proposito scriveva: “Le drastiche parole, con le quali Nicotera annunciò le sue dimissioni, non mancarono di sorprendere quanti ritenevano che il programma di Garibaldi fosse l’unico capace di portare a compimento l’unità italiana; perciò, nel settembre del ’60, Mazzini stesso sentì il bisogo di giustificare Nicotera: “questo uomo – egli scrisse – uscito dalla prigione e cercando pur sempre una via di giovare al paese, trova il paese mutato, affascinato da un ideale non suo”(67).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, etc..”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…..a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”.

LA NUOVA BRIGATA DENOMINATA “BRIGATA SPANGARO”

Nel 13 agosto 1860, a Palermo, DEPRETIS e SIRTORI e le difficoltà logistiche per l’arrivo improvviso dei volontari, raccolti in Sardegna, dirottati dal Governo Sardo a Palermo 

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Poi, a p. 344, l’Agrati continuando il suo racconto scriveva che Garibaldi: “…ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori, Faro – sono giunti i due vapori Torino e Amazon con 2500 uomini. L’Isère restò a Golfo Aranci con l’equipaggio in completa insubordinazione. Fornisco le navi di viveri per 5 giorni e sto trattando il nolo per farle tornare al loro posto. etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328)…..E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava. Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Agrati, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su ‘ Siciliani, benchè fossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria , non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”.  Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “L’inopinata partenza di Garibaldi per ignota destinazione, suscitò mille voci, mille sospetti, mille supposizioni. Abba registrò quel giorno la seguente noterella: « Si sente da tutti come qualchecosa sia venuta meno nell’aria, nella natura, in noi». Ma Egli partiva fidente. Dove il suo spirito presiedeva, dove Sirtori disponeva, Bixio eseguiva, i fattori del successo rimanevano tuttora saldi e potenti.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure, proprio alla forza ricorre il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovato la Gulnara che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava, così, ragione al Mazzini…etc…Certo si è che che né le navi né i volontari poterono più trovarsi più riuniti. Lo stesso Treveljan s’inganna quando afferma che ciò avvenne pochi giorni dopo a Palermo. Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Eberhardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”. Evelina Rinaldi, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato nel……………………….a p. 159, in proposito aggiungeva che: “Il proposito di tornar subito a Pisa, in attesa di moti nell’Italia centrale, non fu effettuato dal Sacchi, nè egli riuscì a mettere in opera le esortazioni del Mazzini, il quale intanto – per la questione delle annessioni – si disponeva a recarsi a Napoli, con Saffi, Cattaneo ed altri.”.

Nei primi di settembre 1860, arrivata a Palermo la BRIGATA TOSCANA o di “Castel Pucci” e la sua RIORGANIZZAZIONE per l’inclusione dell’“Esercito Meridionale” di Garibaldi

Giovanni Nicotera partirà dalla Sicilia, insieme al pro-Dittatore Depretis solo il giorno 11 settembre 1860. Dunque, Nicotera resterà in Sicilia, “relegato in un lazzaretto”, come scrive lo Smith, per una diecina di giorni, senza minimamente poter influire sui suoi volontari, quelli della ex spedizione di Castel Pucci, la 5° Brigata Toscana, il cui comando passò a Pietro Spangaro. Una volta dimessosi dalla sua spedizione, il suo comandante, Giovanni Nicotera, i suoi volontari fecero la scelta se aderire al programma garibaldino e di aggregarsi a Garibaldi e quindi, il corpo dei volontari di Nicotera, quelli che aderirono, restarono al comando del nuovo comandante, il colonnello Spangaro. Una volta dimessosi dalla sua spedizione, il suo comandante, Giovanni Nicotera, i suoi volontari fecero la scelta se aderire al programma garibaldino e di aggregarsi a Garibaldi e quindi, il corpo dei volontari di Nicotera, quelli che aderirono, restarono al comando del nuovo comandante, il colonnello Spangaro. In quel momento, a Palermo vi era la prodittatura di Agostino Depretis e quando ai primi di settembre Nicotera arrivò, con i suoi volontari della sua brigata di Castel Pucci, ivi condotti dalle navi piemontesi, negò al contingente del Nicotera di aggregarsi ai volontari garibaldini che si imbarcavano per la Calabria. Dunque, Nicotera, essendosi dimesso dal programma garibaldino, dovette restare in Sicilia da cui ripartì solo l’11 settembre. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo l’arrivo del Nicotera a Palermo, – riferisce un giornalista democratico – “Nicotera, e molti altri ufficiali di Stato maggiore della compagnia hanno dato le dimissioni….Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….etc…”. Dunque, il corpo e la Brigata portata a Palermo da Nicotera, nei primi di settembre 1860 venne riorganizzata, nonostante le dimissioni date da Nicotera. Vi era il problema dei viveri che a De Pretis scarseggiavano visto l’alto numero di volontari che affluivano in aiuto di Garibaldi in Sicilia nei primi di settembre. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, etc..”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Sulle prime pareva che ci fosse maniera di riuscire nell’intento; ma negli ultimi due giorni ogni cosa andò a rovescio, lo stesso Nicotera, ad impedire lo sfacelo completo di questa colonna, invitò ufficialmente i militi a scegliere il partito di tornare a casa o quello di raggiungere Garibaldi”(65).”. Capone, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; “. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, Pecorini scriveva che il conte Luigi Pianciani e Giovanni Nicotera, a Palermo, decisero di dimettersi dal comando della Brigata “Toscana”, che fu destinata ad altro comando come vedremo. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 213, riferendosi al 27 settembre 1860, in proposito scriveva: “La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; ….Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro; Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti.”. Pecorini, a p. 454, nel Documento 80, in proposito scriveva che: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA SPANGARO (1): Stato Maggiore: Battaglione Bersaglieri: Maggiore Farinelli; 1° Battaglione Bersaglieri: Maggiore Morici; 2° Battaglione Cacciatori: Maggiore Castellazzo; 3° Battaglione Cacciatori: Maggiore Baganti; 4° Battaglione di fanteria in form.: Maggiore Chiari”. Pecorini, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni scriveva che, la rinominata “BRIGATA SPANGARO”, il 5 settembre 1860, “sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro” – e qui si riferisce alla parte di volontari che da Livorno, Nicotera non riuscì a viaggiare prima da Livorno per Palermo – aggiungendo che questo corpo da poco arrivato nel porto di Palermo “veniva passato in rivista dal comandante di Piazza….etc…”. Pecorini-Manzoni aggiungeva pure che: “Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., etc…”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Sui volontari garibaldini che formarono la Brigata Spangaro ha scritto anche Gennaro De Crescenzo che, – rifrendosi all’arrivo della Brigata “ex Nicotera” a Salerno – Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno….Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il 9 settembre 1860 arrivò a Salerno verso le 22,30. Essi composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, etc…”.

PIETRO SPANGARO

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Pietro Spangaro in uniforme garibaldina

Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. Sulla Treccani on-line leggiamo che la figura di Spangaro lasciò traccia in molte memorie garibaldine: ne scrisse tra gli altri Giulio Adamoli (1892), che ricordava come tutti lo amassero «per la grande bontà […] e perché esercitava le funzioni del suo ufficio con passione e con cognizione, avendo compiuto la sua educazione militare nel collegio di Neustadt» (p. 120). Veterano delle lotte risorgimentali, ai giovani volontari «più che da superiore, […] faceva da padre» (p. 126). Sul colonnello Pietro Spangaro abbiamo un’altra notizia. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spangaro (Venezia, 28 gennaio 1813 – Milano, 14 novembre 1894) è stato un militare, patriota e ufficiale italiano. Fu un ardente patriota che partecipò alla spedizione dei Mille garibaldina. Lo ritroveremo con il grado di colonnello in prima fila nella decisiva battaglia del Volturno, dopo aver seguito il generale Garibaldi a Marsala e a Calatafimi. Lo ritroviamo poi nel 1850 in Egitto, dove fece una discreta fortuna con una ditta commerciale da lui creata. Non partecipò alla seconda guerra di indipendenza, ma nella primavera del 1860 tornò in Italia per partecipare alla spedizione dei Mille. I suoi uomini lo adoravano per i suoi modi di fare semplici e schietti. Ex ufficiale austriaco, aveva disertato per combattere a fianco degli insorti Veneziani, capeggiati da Daniele Manin, è difficile ricostruire bene la sua biografia, poiché si intreccia con quella dell’omonimo cugino, Pietro Spangaro anch’egli figlio di un Giovanni Battista Spangaro, e volontario nella spedizione dei Mille. Pur partecipando alla spedizione dei Mille non figura negli elenchi ufficiali in quanto la sua biografia si sovrappone a quella del più anziano e noto colonnello Pietro Spangaro, suo omonimo e parente (era cugino del padre). La ricostruzione della sua biografia è dunque difficile a causa di questa omonimia con un parente molto più anziano e autorevole, in vista nella schiera dei Mille. L’altro Spangaro arrivò infatti al grado di Colonnello e al Volturno comandò una brigata. Pur partecipando alla spedizione dei Mille non figura negli elenchi ufficiali in quanto la sua biografia si sovrappone a quella del più anziano e noto colonnello Pietro Spangaro, suo omonimo e parente (era cugino del padre). La ricostruzione della sua biografia è dunque difficile a causa di questa omonimia con un parente molto più anziano e autorevole, in vista nella schiera dei Mille. L’altro Spangaro arrivò infatti al grado di Colonnello e al Volturno comandò una brigata. Fu aggregato alla 1^ compagnia (N. Bixio) come semplice volontario. Ma una volta sbarcati, tenuto conto della sua esperienza, fu presto nominato capitano. Si distinse a Calatafimi e a Palermo e fu nominato maggiore assegnato allo Stato Maggiore e poi tenente colonnello e colonnello e presidente del tribunale militare della sua divisione. Secondo Maxime du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille e che gli dedicò alcune pagine nel suo volume “La spedizione delle due Sicilie”, era soprannominato “Colonnello Dunque”, perché iniziava i propri discorsi con quella parola. Alla spedizione dei Mille partecipò anche un suo omonimo, Pietro Spangaro nato nel 1836, figlio del cugino Giovanni Battista. Questa compresenza innescò equivoci sulle rispettive biografie, di cui talvolta si tramandarono dati inesatti, come la presunta adesione di Pietro a imprese garibaldine successive, cui prese parte invece il suo più giovane omonimo che tuttavia a causa degli equivoci non fu mai incluso negli elenchi dei Mille. Per l’autorevolezza dimostrata, l’11 giugno venne nominato tenente colonnello e presidente del tribunale militare della 15ª divisione Türr. Riguardo il luogotenente dello Stato Maggiore di Divisione, “tenente colonnello Alessandri”, ha scritto Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Adamoli, nel suo racconto Diario scriveva che “….quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 220, diceva di Spangaro: “Spangaro,…E’ un uomo molto alto e robusto, con un bel viso dalla barba rossiccia, sempre pronto al riso, eccellente ed infaticabile soldato.”Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando). Di Eber, Du Champ, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”Sulla Treccani on-line leggiamo che per l’autorevolezza dimostrata, l’11 giugno venne nominato tenente colonnello e presidente del tribunale militare della 15ª divisione Türr. Alla vigilia della battaglia del Volturno divenne colonnello brigadiere comandante la I brigata della 15ª divisione e fu valente protagonista in quegli scontri decisivi di inizio ottobre. Su quelle vicende militari redasse per Istvan Türr un lungo e dettagliato rapporto compilato il 10 ottobre 1860 a S. Angelo in Formis, nei pressi di Caserta. La figura di Spangaro lasciò traccia in molte memorie garibaldine: ne scrisse tra gli altri Giulio Adamoli (1892), che ricordava come tutti lo amassero «per la grande bontà […] e perché esercitava le funzioni del suo ufficio con passione e con cognizione, avendo compiuto la sua educazione militare nel collegio di Neustadt» (p. 120). Veterano delle lotte risorgimentali, ai giovani volontari «più che da superiore, […] faceva da padre» (p. 126). La Treccani si riferisce a Giulio Adamoli (….), ed il suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “…..un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Secondo Maxime Du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille, era soprannominato Colonnello “dunque”, perché iniziava sempre le sue frasi con quella parola. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 220, diceva di Spangaro: “Spangaro,…E’ un uomo molto alto e robusto, con un bel viso dalla barba rossiccia, sempre pronto al riso, eccellente ed infaticabile soldato.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando). Di Eber, Du Champ, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”. Su Pietro Spangaro, Federico Donaver (….), nel suo “La Spedizione dei Mille”, a p. 85, nella nota (1) postillava: “(1) Pietro Spangaro, veneto, già ufficiale, ma che seguì la spedizione come semplice volontario, racconta un po’ diversamente la cosa in una lettera scritta l’8 maggio da Talamone al prof. Amari. Dice che si nascosero sopra un bastimento in riparatura…..”. Carteggio Amari già oit. voi. II, pag. 80.”. Dunque, secondo Donaver, Spangaro, al momento dello sbarco a Marsala, egli era uno dei semplici volontari che seguì la Spedizione dei Mille. Si veda pure G. Pecorini Manzoni, Storia dellla 15ª Divisione Türr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, Firenze 1876, pp. 460-465; G. Adamoli, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Milano 1892, pp. 119 s., 126, 136, 146, 163; A. D’Ancona, Carteggio di Michele Amari, II, Torino 1896, pp. 80-82; G. Castellini, Eroi garibaldini, Bologna 1911, I, Da Rio Grande a Palermo (1837-1860), p. 223, II, Da Palermo a Digione (1860-1870), pp. 5-7, 28, 51, 53, 109, 120; P. Scharini, I Mille nell’esercito, in Memorie storiche militari, X (1911), 5, p. 604; Id., S. P., in Dizionario del Risorgimento nazionale dalle origini a Roma capitale. Fatti e persone, a cura di M. Rosi, IV, Milano 1937, p. 322; E. Michel, Esuli italiani in Egitto, Pisa 1958, ad ind.; M. Lenna, Un garibaldino dimenticato, Pordenone 2017. Secondo il dizionaro Larousse, Maxime Du Champ è a Palermo e a Napoli nello stato maggiore del generale Turr, con il grado nominale di colonnello. Infatti, seguendo il suo racconto, sebbene non sia molto chiaro il suo grado, è pacifico che egli si trovasse al seguito degli altri ufficiali, come Pietro Spangaro dello Stato Maggiore del generale Turr. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 77, scriveva che: “Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; …L’eccellente banda della brigata Eber (2) etc…”. Essi si trovavano a Messina, dopo un ricevimento dato dal generale Turr. Du Champ, o chi curava il testo tradotto, a p. 77, nella nota (1) postillava: “(1) * Pietro Spangaro (Venezia 1823 – Milano 1894). Nella spedizione dei Mille si segnalò più volte come buon comandante sul terreno e per personale bravura. Molto si legò a lui il Ducamp, come si vedrà nel corso del libro.”. Du Champ, a p. 77, nella nota (2) postillava: “(2) *Ferdinando Eber, compagno del Turr nella guerra rivoluzionaria d’Ungheria. Divenuto d’un tratto – scrive il Bandi – da corrispondente del Dayli News comandante di brigata. E tuttavia la sua azione di comando doveva rivelarsi preziosa nella decisione della battaglia del Volturno.”. In particolare Du Champ descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”

LA BRIGATA SPANGARO

Nei primi giorni di settembre, la nomina del  colonnello PIETRO SPANGARO al comando dell’ex brigata Nicotera di CASTELPUCCI in sostituzione del dimissionario Nicotera: la Brigata SPANGARO (forse il 5° reggimento granatieri)    

Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, dopo aver stabilito una convenzione con il Ricasoli, fu costretto a partire da Livorno per Palermo dove arrivò con i suoi soldai volontari dell’ex Spedizione Castel Pucci, tra il 3 settembre ed il 5 settembre 1860. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2000 volontari. Arrivati a Palermo, i volontari della ex spedizione di Castel Pucci, organizzati in Toscana da Giovanni Nicotera sotto l’egida di Ricasoli, essendo lui dimissionario, passarono al comando del colonnello Pietro SPANGARO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, riferendosi alla missione di Turr ad Ariano del 12 settembre 1860, in proposito scriveva: “Intanto che il generale Türr in soli cinque giorni compiva una missione di così grave importanza in quell’eccezionale momento, qual’era quella di sedare una reazione, che si sapeva donde aveva avuto principio , ma che non si avrebbe saputo ove potesse aver fine, entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice ¹) le altre Brigate della sua Divisione cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17ª Divisione Medici; la Brigata Sacchi continuava a di pendere direttamente dal Quartier generale principale.”. Pecorini, a p. 170 postillava del calendario degli sbarchi e degli arrivi di tutte le Brigate che mano mano arriveranno a Napoli dopo l’arrivo di Garibaldi e, della Brigata SPANGARO egli, a p. 170, nella nota (1) postillava che: “(1) 1) La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Nel medesimo giorno 3 la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo…..del 6, dove arrivava alle 4 pom. In questo giorno sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante la Piazza….”. Dunque, Pecorini scriveva che la Brigata denominata ex novo BRIGATA SPANGARO, il giorno 6 settembre 1860 a Palermo veniva passata in rassegna dal Comandante di Piazza. Poi, Pecorini, a p. 171, continuando il suo racconto postillava ancora: “(1)…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, sc nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita sul largo S. Francesco di Paola, veniva passata in ri vista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…etc…”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni scriveva che, la rinominata “BRIGATA SPANGARO”, il 5 settembre 1860, “sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro” – e qui si riferisce alla parte di volontari che da Livorno, Nicotera non riuscì a viaggiare prima da Livorno per Palermo – aggiungendo che questo corpo da poco arrivato nel porto di Palermo “veniva passato in rivista dal comandante di Piazza….etc…”. Pecorini-Manzoni aggiungeva pure che: “Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., etc…”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Infatti, anche Rustow ne parla. Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera.  Treveljan non dice altro sulla “brigata Castel Pucci” del Nicotera. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Agrati scriveva che dopo lo sbarco delle truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, la spedizione detta di Terranova era stata scompagginata, come voleva il Governo Piemontese ma restava le ultime due Brigate dell’Italia Centrale: la Brigata “Toscana” (credo quella organizzata dal Nicotera e Ricasoli a “Castel Pucci”) e la Brigata Albruzzi (forse Albuzzi). Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. In particolare, Agrati, a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Sempre a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, riferendosi a Nicotera, in proposito scriveva che: “allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 300, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Etc…”. Queste truppe di volontari garibaldini, quelle della ex spedizione di Castel Pucci, quelle organizzate da Giovanni Nicotera, arrivati a Palermo, nei primi di settembre del 1860, essendo dimissionario Nicotera passarono al comando del colonnello Pietro Spangaro. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Infatti, anche Rustow ne parla. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860.  Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: (1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta del mese di agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Dunque, il Maraldi scriveva che “La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. Forse quando il Nicotera arrivò lo Spangaro era già a Palermo. Arrivato a Palermo, Nicotera presentò le sue dimissioni a Garibaldi e rinuncia al programma garibaldino di sbarcare in Calabria ed il comando passa a Spangaro. Riguardo il luogotenente dello Stato Maggiore di Divisione, “tenente colonnello Alessandri”, ha scritto Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario all’arrivo a Palermo insieme al Pianciani della sua Brigata “Toscana” che si chiamò Brigata “Spangaro”. Adamoli, nelle sue Memorie scriveva che “….quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Dunque, da De Sivo si trae la notizia che i volontari portati a Palermo da Nicotera erano 2300 e non erano con Bixio ma erano rimasti a Palermo e sbarcarono in Calabria solo più tardi. La brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Sulla 5° Brigata ex Castelpucci, su Wikipedia, alla voce “Sbarchi successivi al primo sbarco di Marsala” (notizie tratte da Treveljan), si legge che secondo la tabella, le seguenti presenze, avvenute con imbarchi formalmente regolari, il 26 agosto si aggiunse la partenza della nave Orwell con circa 500 volontari, ma tale partenza fu irregolare e la nave dovette quindi essere restituita.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”.

Nel 2 settembre 1860, l’espulsione di Luigi PIANCIANI dalla Toscana

Nel 12 settembre 1860, NICOTERA, CRISPI, DEPRETIS, AMARI partono da Palermo ed arrivano a Napoli

Dalla Treccani on-line leggiamo che Mario Menghini scriveva che Giovanni Nicotera raggiunse subito dopo Garibaldi a Napoli. Nicotera dovette restare però una diecina di giorni a Palermo o in Sicilia perchè Depretis gli negò il permesso di allontanarsi dalla Sicilia ed imbarcarsi per Napoli e poter raggiungere Garibaldi che, nel frattempo era diventato prodittatore della Capitale. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, ……pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. I dissensi partigiani dell’ottobre 1860 provocarono un duello tra lui e F. Petruccelli della Gattina. Denis Mack Smith,  p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 447, riferendosi al Depretis, in proposito scriveva che: “….decise di partire anch’egli per Napoli, lasciando provvisoriamente al suo posto il Paternò. Partì infatti da Palermo l’11 settembre sullo stesso vapore del Crispi. Proprio in quel giorno Garibaldi emanava il noto proclama: “Vicino o lontano io sono con te, bravo popolo di Palermo etc…”. Parole quest’ultime che non lasciavano prevedere quando avvenne. Poiché il Crispi e il Depretis, giunti a Napoli il 13, furono ricevuti da Garibaldi il giorno seguente e gli esposero le rispettive ragioni. Garibaldi, dice il Palamenghi, si riservò di decidere, ma ricevuta subito etc…”. Dunque, secondo l’Agrati, Depretis e Crispi arrivarono a Napoli il 13 settembre 1860. Agrati fa riferimento al Diario dello Statista Francesco Crispi raccontato dal nipote Tommaso Palamenghi-Crispi (….), nel suo “I Mille”, ed. Treves, 1927. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 256, in proposito scriveva che:  “Egli era partito l’11 settembre in mattinata, giungendo a destinazione all’alba del 12; e il mattino stesso alle nove s’incontrò con Garibaldi. Con la sua nave erano giunti a Napoli anche Crispi ed il barone Nicotera.”. Dunque, Mack Smith scriveva che il 12 settembre 1860 sbarcò a Napoli lanave che portava da Palermo Depretis, Crispi ed il barone Giovanni Nicotera, che raggiunsero Garibaldi già aqquartierato a Napoli. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 315, in proposito scriveva che:  “Nella prima settimana del governo di Garibaldi a Napoli, giunse colà anche la maggior parte degli altri capi radicali: Crispi, Nicotera e Depretis arrivarono il 12 dalla Sicilia; Alberto Mario e sua moglie, Jessie White, si trovavano già nella città; nella stessa nave che il 17 portò Mazzini giunsero anche Aurelio Saffi ed il professor Saliceti; giunsero poi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, le due più eminenti figure del movimento federalista italiano e due dei maggiori intellettuali fra i deputati al Parlamento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1).”. Capone, a p. 87, nella nota (1) postillava: “(1) D. Mack Smth, Garibaldi e Cavour nel 1860, Torino, 1958, p. 315; v. pure E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, op. cit., R. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Itali liberale, Torino, 1963; F. Bracato, La Dittatura garibaldina nel Mezogiorno e in Siclia, Trapan, 1965; A. Sirocco, Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione, 1860-1861, op. cit., etc…”.  Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “….Crispi solo sostenne essere debito ubbidire a Garibaldi e, vedendosi soverchiato, abbandonò Palermo ed andò ad appellarsene al Generale stesso in Napoli (1). Con lui, sul piroscafo Panther, il giorno 11 settembre partì per Napoli anche il prodittatore in persona ed a lui, Michele Amari, ministro per gli affari esteri, faceva consegnare l’interessante promemoria riprodotto nel Doc. X. Nell’archivio Bertani si conservano sotto questa data parecchi documenti che danno modo di apprezzare, oltre le fasi delle trattative, anche i patti espliciti che Garibaldi intendeva porre all’annessione, nella quale egli soprattutto vedeva la consegna della nuova conquista alla diplomazia ed al dominio del protocollo, da lui ritenuto, alla causa nazionale, sì nefasto (3).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) ….; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”.

ACHILLE SACCHI A NAPOLI

Evelina Rinaldi, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato nel……………………….a p. 159, in proposito aggiungeva che: “Il proposito di tornar subito a Pisa, in attesa di moti nell’Italia centrale, non fu effettuato dal Sacchi, nè egli riuscì a mettere in opera le esortazioni del Mazzini, il quale intanto – per la questione delle annessioni – si disponeva a recarsi a Napoli, con Saffi, Cattaneo ed altri. E il 14 settembre troviamo già a Napoli anche il Sacchi, quando il Pro Dittatore Depretis rassegnava le sue dimissioni nelle mani di Garibaldi. Chiamatovi forse dal Bertani, il Sacchi udì probabilmente dallo stesso generale parole simili a quelle che l’Eroe pronunciò, tre giorni dopo a Palermo, dal balcone del Palazzo reale, sdegnosamente e fieramente riaffermanti il proposito di infrangere ogni servaggio che gravava sull’Italia. « Letta l’unita lettera – scriveva infatti il Nostro a Mauro Macchi – mandala a Brélmbilla e trova modo di far credere ad una indiscrezione che ti permetta di rendere pubbliche le parole di Garibaldi, che essa contiene, per mezzo dei giornali » ( 1 ). Cosi, nella fiducia che le schiere garibaldine proseguissero da Napoli la liberazione delle terre ancora schiave, il Nostro rifiutò l’incarico offertogli dal Cosenz, di medico primario dell’ ospedale, preferendo, nell’ impazienza dell’azione, di seguire i soldati sul campo. « Dietro una certa impressione ricevuta dalle notizie di ieri sera, decisi andarmene al campo. Offrirò i miei servigi a Turr, dal quale dipende la brigata alla quale appartenni e farò probabilmente il medico » (2). Con queste parole si congedava dal Bertani, che, come sappiamo, dopo aver raggiunto Garibaldi, era stato nominato fin dal 5 settembre, segretario generale del Dittatore. Il Sacchi partì il 22 o il 23 del mese, e rimase in mezzo alle schiere garibaldine fino alla memorabile giornata del Volturno. La posizione che occupò il Turr ( S. Maria), con la divisione da lui comandata, era la più difettosa: in pianura, con poche opere di difesa, riusciva di facile accesso alla numerosa cavalleria nemica ed alla sua artiglieria. Quivi si sferrò – per questo – più terribile I’ attac·co, e Achille Sacchi, tra i volontari che aveva armato per altri campi e accanto ai già provati compagni dei Mille, rimase tutto il giorno fra I’ infuriare delle palle nemiche, ora tentando di strappare alla morte i valorosi caduti, ora costretto a impugnare egli stesso le armi, per respingere l’impeto degli assalitori. Medico e combattente, egli traduceva ancora una volta in azione i nobili sentimenti della sua anima: l’ardore di sacrificio per la libertà della patria, l’amore fraterno verso l’umanità.”. Rinaldi, a p. 159, nella nota (1) postillava che: “(1) Archivio Sacchi, Lett. del 14 sett 1860 da Napoli. 

Nel 17 settembre 1860, arrivò a Napoli GIUSEPPE MAZZINI: MAZZINI e BERTANI

L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour, pur non condividendo completamente l’approccio di Garibaldi, comprese l’importanza strategica di queste azioni per l’unificazione italiana sotto la corona sabauda. Dopo la conquista di Napoli, fu chiaro che l’intero Mezzogiorno avrebbe potuto essere annesso al Regno di Sardegna. Questo processo fu formalizzato attraverso un plebiscito tenutosi nell’ottobre 1860, che vide una schiacciante maggioranza dei votanti esprimersi a favore dell’annessione al Regno di Sardegna. L’annessione fu ratificata e il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere, portando alla creazione del Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861. L’intervento piemontese fu cruciale per garantire l’ordine e la stabilità durante la transizione, nonché per assicurare che l’unificazione avvenisse sotto l’egida piemontese, piuttosto che sotto una repubblica democratica come alcuni garibaldini avrebbero preferito. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 312 e ssg., in proposito scriveva che: “Agostino Bertani, segretario generale della Dittatura, più garibaldino dello stesso Garibaldi, era giunto ai ferri corti coi Ministri, tutti di opinione moderata, ed emetteva decreti senza consultare nessuno o non dava eseuzione a quelli deliberati dal Governo. Liborio Romano (1), dal canto suo, ignorava la presenza del Bertani, presenza non poco invadente, e le sue proposte di legge presentava direttamente a Garibaldi per la firma.Tutti legiferavano; nelle provincie, governatori nominati dal Bertani, con poteri illimitati, tassavano, discioglievano municipii, raccoglievano danaro con collette, altro ne sperperavano, emettevano decreti che spesso contraddicevano quelli di Garibaldi stesso. A complicare maggiormente le cose, il 17 settembre giunse a Napoli Mazzini, e pochi giorni dopo anche Carlo Cattaneo. Il partito monarchico, insospettivo dell’arrivo dei due agitatori, il primo unitario, l’altro federalista, ma entrambi repubblicani, orchestrò dimostrazioni popolari al grido di “Morte a Mazzini!” e chiese al Dittatore che l’esule genovese fosse espulso.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 137, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia dei Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa si impegnasse a gridar l’Italia una al Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente etc..”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 150, in proposito scriveva che: Ma nè il mettere la flotta napoletana sotto gli ordini del Persano, nè il ministero composto nella quasi totalità di aderenti del Cavour, nè il governare in nome di Vittorio Emmanuele, nè tutta la importazione delle leggi piemontesi fecero cessare le diffidenze che sorgevano dal vedere circondato il dittatore da uomini non amici della monarchia; anzi si accrebbero per la nomina del Bertani a segretario generale della dittatura. Questi, amico del Mazzini, segretario della Società armata di Genova, fautore aperto e zelantissimo della impresa di Roma con le forze popolari, di animo rivoluzionario ed in ogni suo proposito audace e tenacissimo, era lo spettro pauroso dei cavourriani, i quali, erroneamente, ritenevano grande il suo ascendente sull’animo del Garibaldi, vedevano in pericolo l’opera dell ‘ annessione e la sperata unità della nazione. Senza dubbio il Bertani non era avverso alla annessione, ma la voleva a suo modo e pei suoi fini, onde il Mezzogiorno fosse la rocca del mazzinianismo, il campo da cui doveva partire la nuova rivoluzione sociale. E per sedurre il Garibaldi, si fece apostolo della annessione condizionata alla redenzione di Roma; e perchè aveva illimitata potestà di dire e fare si ritenne generalmente che con lui negl’ intendimenti il dittatore concordasse.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 158, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia di Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar l’Italia una dal Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente da cui le condizioni ne sarebbero prescritte; v’era proprio presso il Garibaldi Alberto Mario, partigiano ardentissimo del prolungamento della dittatura e del plebiscito condizionato. A fronte di questa poderosa influenza sull’animo del dittatore e della fucina bertaniana di ogni arma per farla trionfare, il ministero non si sarebbe retto, se la cittadinanza napoletana non avesse preso, mentre i garibaldini fronteggiavano la invasione borbonica, atteggiamento fermo contro la segreteria e contro il Mazzini per obbligare la dittatura indefinita a cedere alla monarchia. Quella fu vera riscossa degli onesti cittadini contro i soprusi della segreteria dittatoria la quale, facendo dei magistrati e degli uffiziali dello Stato ludibrio dei suoi messi e di scioperati avventurieri che con divise garibaldinesche, sciabole romoreggianti sul lastricato e rivoltelle alla cintura spavaldavano per la città, rendeva la libertà sorgente d’iniquità quali sono ordinario corredo dei tempi di rivoltura. Io non ripeterò le cose pubblicate dal La Farina nel Cittadino di Palermo circa le grosse mancie pagate e le brutte baratterie commesse, anzi mi piace ritenerle favole di una mente corriva a partigiane vendette, dagli scrittori borbonici con gioia ripetute, quasi il momentaneo libertinaggio di uomini, che in questo perenne carnevale della vita , prendono sempre le vesti del costume predominante, fosse naturale frutto della libertà, e non triste retaggio di generazioni corrotte da lungo dispotismo. Così non v’era camorrista non divenuto un pretoriano del palazzo d’Angri; ed il Bertani, che sovente si dilettava a sfoggio democratico di andare a braccetto con un infornatore di pizze o un pescivendolo, da essi aveva relazioni sullo spirito pubblico.”. Denis Mack Smith,  p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 315, in proposito scriveva che:  “Nella prima settimana del governo di Garibaldi a Napoli, giunse colà anche la maggior parte degli altri capi radicali: Crispi, Nicotera e Depretis arrivarono il 12 dalla Sicilia; Alberto Mario e sua moglie, Jessie White, si trovavano già nella città; nella stessa nave che il 17 portò Mazzini giunsero anche Aurelio Saffi ed il professor Saliceti; giunsero poi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, le due più eminenti figure del movimento federalista italiano e due dei maggiori intellettuali fra i deputati al Parlamento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1).”. Capone, a p. 87, nella nota (1) postillava: “(1) D. Mack Smth, Garibaldi e Cavour nel 1860, Torino, 1958, p. 315; v. pure E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, op. cit., R. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Itali liberale, Torino, 1963; F. Bracato, La Dittatura garibaldina nel Mezogiorno e in Siclia, Trapan, 1965; A. Sirocco, Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisidllunificaione, 1860-1861, op. cit., etc…”.  Sempre riguardo il 12 settembre 1860, a Napoli, Alfredo Capone (….), nel suo L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 87-88 e ssg., riferendosi a Giuseppe Mazzini, in proposito scriveva che: Questi, durante il suo soggiorno napoletano rimase personalmente nell’ombra, ma cercò in ogni modo di contrapporre Garibaldi ai moderati, e comunque non sembrava affatto adattato all’idea del trionfo della monarchia”(2): se egli condannava ogni esclusivismo repubblicano (“Nicotera (….) come Castelli, evidentemente vogliono combattere soltanto per la Repubblica, ma secondo me hanno torto”(3)), approvava poi le impennate repubblicane dello stesso Nicotera. Ed egli stesso dichiarava sull’Unità Italiana di voler riabbracciare la sua “pura bandiera”(4). Intorno al 20 settembre, inoltre, i radicali esercitarono massicce pressioni su Garibaldi, e sembrò incombente la minaccia di un fronte anticavouriano e potenzialmente repubblicano comprendente Garibaldi e Mazzini: “Vimercati – scriveva Cavour a Nigra – qui est arrivé hier me dit que Bertani, Mario, Miss White, Nicotera, Libertini, Sterbini, forment une haie de chemises rouges autour de Garibaldi, et insolent de tout homme raisonnable. Il s’est réconcilié publiquement avec Mazzini”(5). Edoardo Fusco scriveva poi al Ranucci: “si presentò, or son tre giorni, una deputazione di dodici persone, introdotte alla presenza del Dittatore (….). Ne formavan parte Zuppetta, Agresti, Libertini, Nicotera ed altri (….) chiesero al Dittatore che fosse proclamata la Repubblica, poiché ‘il paese la voleva’. Il buon senso di Garibaldi schivò in parte il pericolo, ma solo in parte e momentaneamente”(6).”. Capone, a p. 87, nella nota (2) postillava: “(2) D. Mack Smith, op. cit., p. 313”. Capone, a p. 88, nella nota (6) postillava: “(6) Lettera del 25 settembre 1860 in C.C. Liberaz. del Mezzogiorno, vol. V, p. 305”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), etc…”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 137, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia dei Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa si impegnasse a gridar l’Italia una al Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente etc..”.

Nel 7 o 8 (?) settembre 1860, a Sapri, alle ore 19,00 l’arrivo via mare da Palermo, una porzione della brigata SPANGARO (ex brigata “CASTEL PUCCI” formata da Giovanni NICOTERA), al comando del colonnello Spangaro. Da Sapri, il giorno 8 ripartì per Napoli ma dovette fermarsi a Salerno, dove proseguì per Napoli in treno a Nocera    

Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Ma vediamo meglio cosa accadde. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che la Brigata SPANGARO (la ex Castel Pucci), partita il 1° e 3 settembre da Livorno, arrivò a Palermo insieme a Giovanni Nicotera tra il 3 ed il 5 settembre 1860. Da Palermo, scrive il Pittaluga, la Brigata ai comandi di SPANGARO, avendo il Nicotera dato le sue dimissioni, riparte il giorno 7 settembre 1860 per mare diretta a Sapri. Forse era una porzione della Brigata che poi ripartirà da Sapri ed arriverà a Salerno il 9 settembre 1860. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Dunque, la brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860.   Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Infatti, in Appendice, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II”, pubblica la “Riassunto delle tabelle di marcia” e, a pp. 514-515, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO, …..7 Settembre partenza da Palermo (?); 8 settembre arrivo a Sapri; 9 settembre arrivo a Salerno; etc…. Maraldi scriveva che La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Carlo Pecorini Manzoni (….), a p. 514, nell’Allegato II, Tabella di Marcia – Riassunto, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: 1° settembre partenza; 2 settembre sul mare; 3 settembre Palermo; 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno; 10 settembre Napoli etc…”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga conferma la notizia dataci dal Policicchio ma egli scrive che:  “…quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a…..Sapri! Il 9 era a Salerno.”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, in proposito scriveva e parlava della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, la Spangaro che si imbarcava a Sapri e, a p. 175, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Entasses pele-mele su le point, nous pumes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle etoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encablure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix: – He! les chemises rouges! Garibaldi est entré à Naples hier matin. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi. Affollati alla rinfusa, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata. Giunti a mezzo cavo che ci attraversava, il capitano ci gridò queste parole attraverso il suo megafono: – Ehi! le magliette rosse! Garibaldi è entrato ieri mattina a Napoli.. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno …. settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno …. settembre 1860. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre, credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Dunque, Policicchio scriveva che la brigata Spangaro arrvava a Sapri  proveniente da Palermo e da Sapri partì per Salerno il giorno 6 settembre 1860. Dunque, per partire il 6 da Sapri, dal suo porto, è probabile che il 5 settembre la brigata di Pietro Spangaro (la ex di Castel Pucci e del Nicotera, arrivati dal 1° al 3 settembre a Palermo, dove il Nicotera si era dimesso). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Vi sono qui alcuni errori. Bersani è Bertani ed inoltre i volontari di Nicotera furono organizzati con i fondi raccolti dal Bertani ma furono opera del Nicotera stesso a Castel pucci in Toscana. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, Rustow scriveva che la brigata Spangaro “anteriormente” era detta brigata Nicotera.

GIOVANNI NICOTERA DOPO L’UNITA’ D’ITALIA

Nel 27 gennaio 1861, le elezioni politiche del Regno d’Italia e la propaganda elettorale per NICOTERA candidato in Provincia di Salerno  

Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 153, in proposito scriveva: “Il fatto nuovo delle elezioni del ’61 fu la partecipazione dei repubblicani, decisa nonostante l’opposizione di Saffi, Mario e Nicotera (48). Mazzini, ridottosi a sperare nel Parlamento, era sicuro di un grande successo nel Sud, che gli avrebbe permesso di mandare alla Camera “una minoranza numerosa e compatta che potesse riuscire anche a rovesciare Cavour, cioè l’influenza bonapartista”(49). Perciò “Il Popolo d’Italia”, in quei mesi principale interprete delle sue direttive, nel dicembre del ’60 sollecitò la pronta convocazione del Parlamento etc…Il programma si appoggiava all’autorità di Garibaldi, che però non volle dare esplicita adesione (51). I risultati delle elezioni furono deludenti per i democratici, che attribuirono l’insuccesso alla ristrettezza del suffragio (52), o alle pressioni del governo (53), o alla dispersione dei voti causata dalla disorganizzazione del partito (54)…..Ancor più che nel ’60 i democratici avevano impostato la campagna elettorale sulla immediata ripresa della lotta per il completamento dell’unità e su una campagna denigratoria contro Cavour, trascurando i problemi di politica interna, divenuti più complessi ed urgenti dopo la scomparsa del regno borbonico: da ciò era derivata la freddezza dell’elettorato, preoccupato delle difficoltà economico-amministrative dell’unificazione più che della sorte di Roma e Venezia.”Alfredo Capone (….), a p. 91 e ssg., in proposito scriveva che: “I rapporti di Villamarina dipingevano la sua attività a tinte nerissime (“Dopo la partenza di Mario e Nicotera per le provincie (….) si ricevono quasi ogni giorno notizie di nuove infamie commesse”(19), le autorità sottoponeano i suoi spostamenti ad una sorveglianza strettissima (20). Ma in realtà la propaganda elettorale svolta dal Nicotera per le elezioni del ’61, sorprende per la sua moderazione; ‘Il Popolo d’Italia’, ricordava, ad esempio, che in una riunione elettorale a Salerno, nel corso di una discussione sul programma dell’Associazione patriottica locale, Nicotera “manifestò il desiderio che vi fosse aggiunta la frase ‘con modi legali” e così – commentava il giornale – “si ebbe l’occasione per ammirare la moderazione e la legalità di colui che voci sinistre accusavano di turbolente opinioni”(21). Una moderazione, si dirà, tattica. Ma nel discorso tenuto dal Nicotera a Cosenza il 17 gennaio, egli non solo accettava la monarchia, ma mostrava di condividere un’interpretazione ortodossa e in fondo conservatrice dei rapporti tra i partiti moderato e radicale. Più che di apparenze di una legalità formale, si trattava in questo caso di una vera e propria linea politica autonoma, diversa da quella mazziniana e tipicamente meridionale (21 bis).”. Alfredo Capone (….), a p. 92-93 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa impostazione di Nicotera, che era uno dei più rappresentativi esponenti dell’opposizione democratica meridionale, riassumeva in modo adeguato lo stato d’animo più autentico e diffuso del partito d’azione nel Mezzogiorno, quale esso era nella realtà, al di là di più avanzate, ma, spesso, solo dottrinarie sollecitazioni. Né si può dire che Nicotera fosse un isolato; anzi, egli era assai autorevole, nel partito, e inoltre la sua attività politica era circondata da un’ampia propaganda (23). In realtà egli esprimeva bene il carattere verbalmente radicale, ma socialmente moderato, della base del partito d’azione, che era pure più sensibile a concessioni immediate, che a un rigido dottrinarismo. Ciò, fra l’altro spiega anche come attorno a Nicotera si raggruppassero non solo gli “scontenti generici”, ma anche talune frange del conservatorismo autonomista.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CXVIII, in proposito scriveva che: “Nella Camera egli neppure deviò dal suo programma nei molti anni che conta di vita parlamentare. Egli fu costantemente deputato di Salerno. I Salernitani, appena l’Italia fu libera lo mandarono al Parlamento loro rappresentante, proclamandolo la prima volta deputato nella stessa sala, ove tre anni innanzi i giudici del Borbone lo avevano condannato alla pena di morte; e lo rielessero di poi sempre e con simpatie ognor crescenti. Dicono i più che Giovanni Nicotera entrò nella Camera repubblicano e che la politica parlamentare lo abbia reso monarchico. Il fatto è questo, che Giovanni Nicotera nella Camera ha perduto molte angolosità, e la politica battagliera lo ha reso per tempo accorto che la politica del sentimento non era fatta per la politica pratica . Quando egli divenne un uomo parlamentare non comune , quando egli incominciò a perorare non in nome proprio , ma in nome degli amici politici , quando egli incominciò a capitanare altri colleghi nel Parlamento , certamente comprendeva che colà non si faceva la repubblica. E se egli modificò le sue opinioni si fu perchè l’ ambiente intorno a lui si era modificato. Giovanni Nicotera acquistò ben presto una posizione rispettabile nella Camera . E di vero noi lo vediamo dopo un anno appena, da che era deputato, nel 1862 , in una interpellanza sulla politica generale del Ministero Rattazzi, parlare a nome dei suoi amici politici , e fare uno dei suoi discorsi, che se non è dei più importanti , certo è uno di quelli che facevano prevedere che non sarebbe restato un oratore comune. Per altro a che stiamo noi qui ad almanaccare sulla fede politica, colla quale il Nicotera è entrato nel Parlamento italiano , quando abbiamo documenti che ci dicono con quali intendimenti egli vi è entrato ? Nei giornali di quell’ epoca troviamo il seguente indirizzo ai suoi elettori di Salerno, che è un vero programma parlamentare . Ed è tanto più importante questo documento in quantochè esso non venne scritto prima che fosse stato eletto , ma ad élezione etc…”. Andrea Guglielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 23, in proposito scriveva: “Compiutasi felicemente la Rivoluzione nel ex Regno delle Due Sicilie e fatto il solenne Plebiscito, con cui queste Meridionali Provincie si congiunsero all’italia, Giovanni Nicotera venne eletto al Parlamento Nazionale dalla Città di Salerno che lo aveva accolto prigioniero nell’epoca memorabile del 1857, carico di catene, lacero di ferite, circondato di sgherri, ma non òmo dei trascorsi pericoli. E per 16 e più anni la fiducia dei suoi elettori si è in lui stato consolidata, che a dispregio dei suoi nemici e dei suoi calunniatori egli venne sempre rieletto con unanime ed invulnerata costanza. Né sedendo in Parlamento, Giovanni Nicotera si fece sfuggire occasione per militare tra quelli che tentavano colle armi il compimento dei destini d’Italia.”Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, nella nota (1) postiillava: “(1) Giuseppe Pace nel 1861 fu eletto Deputato al Parlamento nel collegio di Cassano al Ionio. Il 1864, col grado di colonnelo, fu mandato a Potenza per la distruzione del brigantaggio. E mntre si teneva ponto per la nuova guerra di Venezia, tornato in patria, il 3 magio 1866 morì repentinamente in Eboli nella verde età di appena 40 anni; essendo nato il 4 febraio 1826. Le sue ceneri furono trasportate in Castrovillari e riposano nella chiesa della Trinità.”.

Nel 1861, Achille Sacchi, Mazzini e Nicotera

Evelina Rinaldi, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato nel……………………….a p. 160 e ssg., in proposito aggiungeva che: “VI. L’Italia dal ’61 al ’60 – L’opera del partito d’azione- Achille Sacchi nei suoi rapporti con Mazzini e aaribaldi. Dall’Italia meridionale il Sacchi tornò verso la fine di novembre, dopo l’intervento dell’esercito regìo, le annessioni delle province e il triste ritiro di Garibaldi a Caprera. Prima della partenza, si trovò anch’egli col Mazzini, che certamente gli perdonò – dato lo svolgersi degli avvenimenti – il mancato tentativo negli Abruzzi. E su lui il Mazzini fece subito assegnamento per il nuovo programma, che già si delineava nella sua mente. Lasciata Napoli, egli scrisse da Firenze ali’ Elena Casati: « Achille è giunto o giungerà tra non molto : così almeno mi disse, e mi ricorderete a lui con molta amicizia. Ditegli che imprendo un lavoro sul Tirolo e sull’alto Veneto, in conseguenza del quale probabilmente a primavera ci rivedremo ». E nel poscritto: « Dite ad Achille che mi sono inteso con Missori, Nullo ed altri per una riorganizzazione militare da serbarsi nel Lombardo etc. Aiutar le sottoscrizioni, raccogliere firme agi’ indirizzi C), mantener contatto coi buoni reduci onde trovarsi pronti a una nuova impresa, diffondere idee e spiriti d’azione nel Veneto e dove dissi più sopra, questo è il da farsi (2) ». Tale il ben noto programma tracciato da Mazzini, mentre Garibaldi, lasciando il continente, portava con sè nell’animo il rimpianto della rinuncia a un’azione su Roma, e accarezzava quel progetto, che, nell’arditezza del tentativo, doveva condurlo al fatale Aspromonte. Achille Sacchi, pur legato a Mazzini da devota e profonda stima, non poteva sottrarsi al fascino che esercitava Garibaldi su tutti e che agiva potente anche su di lui. Tanto che talvolta – come vedremo fu tratto a secondarne i disegni, anche quando, per divergenza di vedute, appariva palese il contrasto tra.· l’Apostolo e l’Eroe. Ma generalmente egli, apprezzato ed amato dall’ uno e dall’altro, di entrambi accoglieva, con pari deferenza, le esortazioni e i consigli, e, divenuto a poco a poco sicuro conoscitore di quelle due tempre cosi differente

Nel 1861, Sapri, i GALLOTTI e Giovanni NICOTERA

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.Dunque, il sacerdote Luigi Tancredi scriveva che don FILOMENO GALLOTTI fu il 16° Sindaco del Comune di Sapri (SA) e lo divenne nel 1880. Secondo il Policicchio, invece, la carica di Sindaco l’assunse nel 1878 fino al 1905. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, riferendosi al figlio del barone don Giovanni, RAFFAELE GALLOTTI, in proposito scriveva che: “Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Dunque, Policicchio scriveva che da alcuni familiari della famiglia Gallotti (mi domando quali, visto che, oggi, dopo la morte di don Filomeno e dell’ultima sua moglie, VINCENZA RECCHIA, non erano più in vita), “la stessa godeva” (forse qui vi è un evidente errore perche Policicchio ci parla di Raffaele e quindi si riferisce alla sua vedova ?), “di una pensione a lei assegnata”.  Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Dunque Policicchio scriveva che don FILOMENO GALLOTTI: “..rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”.

Nel 1861, la SINISTRA STORICA, DEMOCRATICI E REPUBBLICANI in Provincia di Salerno

Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9). Una opposizione che aveva le sue radici lontano, nel fatto cioè che sul Salernitano, come in tutto il Mezzogiorno, dopo il ’48, il movimento anti-borbonico, dopo l’esilio dei leaders moderati, aveva fatto perno soprattutto sulla piccola borghesia provinciale, che non aveva veri motivi per identificare i suoi interessi e le sue antiche aspirazioni – divisione dei demani comunali, divisione del latifondo ecclesiastico, ecc.. – con quelli del lontano Stato piemontese (10). Quindi il patriottismo locale si era sviluppato, negli anni precedenti l’unità, sotto il segno di un diffuso radicalismo che, se aveva un contenuto economico abbastanza concreto, sul piano dottrinario ondeggiava sotto la spinta di varie suggestioni ideologiche, sopravvivenze di carbonarismo, pisacanismo, mazzinianesimo, accolti, talora, senza una precisa consapevolezza politica, ma in ogni caso assai lontane dagli ideali moderati (11).”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’attività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 111, in proposito scriveva: “La destra parlamentare, come si è già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale. Con l’avvento della sinistra, ormai consolidata dal propagarsi del Socialismo, fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’On. Agostino Depretis e con i ministri: on. Giovanni Nicotera, patriota calabrese. Nel decennio del Governo di sinistra al potere si ebbero alcune leggi che agevolarono le condizioni degli operai specialmente etc…”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 76-77 e ssg., in proposito scriveva che: Ma la realtà era tutta diversa da come Mazzini aveva sperato. Nicotera infatti si trovò di fronte l’ordine preciso di frazionare le truppe dei volontari che sarebbero partiti in convogli successivi per la Sicilia (61).”. Capone, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 454-455, in proposito scriveva che: “E non c’era, per di più, attorno a Garibaldi quella gente che aveva ideee notoriamente repubblicane ? E’ vero che tutti quanti affermavano che, pur di fare l’Italia, a quelle ideee avevan rinunciato, ma questa loro affermazione meritava fede ? Sono proprio leali come Garibaldi, Bertani e Mazzini, Nicotera e Carlo Cattaneo e tanti altri, fra cui lo stesso Crispi, quando sventolano la bandiera “Italia e Vittorio Emanuele!” ?”…. Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 341, in proposito scriveva che:  “Il solo capo repubblicano attivo in Sicilia era stato Nicotera, il quale venne privato del comando proprio per tale motivo.”Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892).”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Mario Vinciguerra (…), nel suo “I partiti italiani dal 1848 al 1955”, a p. 57, in proposito scriveva che: “…..si mosse la politica interna italiana nel periodo 1861-’76, ed a causa di ciò questo periodo assistette alla graduale dissoluzione della maggioranza cavouriana uscita dalle elezioni del 1861. Questa maggioranza personale, anche dagli storici, perpetuando l’equivoco, si è continuata a chiamare con nomi allora in uso di sedtra (dopo il 1876 “destra storica”. un rispettoso atto di morte), oppure di “conservatori” o di “liberali”- in contrapposto ai “progressisti” o “democratici” della sinistra – ; ma è chiaro che questo oscillare incerto di nomi era sintomo di interiore mancanza di omogeneità; del convivere di idee e fini diversi, e talora discordi.. E, in realtà, che cosa poteva significare la denominazione di destra per un partito che aveva combattuto ad arma corta contro l’autentica destra del parlamento subalpino, ed anche ultimamente aveva fatto una specie di giuramento nelle mani di Cavour che Roma doveva diventare capitale del Regno d’Italia e cessare di esserlo dello Stato del Papa? Quali pensieri, quali sentimenti della parte di destra del paese poteva illudersi di rappresentare? E ce cosa poteva significare la denominazione si “conservatori” per un partito che, per mezzo della Società nazionale (v. cap. VII), dal 1856 al 1860, era entrato in rapporti con Garibaldi, etc…”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882a pp. 591-592, in proposito scriveva che: “Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia (1); di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine. Etc…”.

Nel 1861, il “mito” di Sapri, le polemiche e le accuse di Giovanni NICOTERA

Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) d………………”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”. Cassese, a p. 272 si chiedeva: “…quale fu l’atteggiamento di Nicotera durante il processo di Salerno e in che misura egli contribuì, per motivi di carattere soggettivo ed ideologico, alla formazione di quella spessa incrostazione di equivoci che ancora oggi fa apparire poco chiare certe linee di quel grande avvenimento?…..(p. 273) A redere più concitato ed enigmatico lo svolgimento del processo contribuì in misura esorbitante Giovanni Nicotera, che dopo la morte di Carlo Pisacane e di Giovanbattista Falcone, era rimasto il padrone incontrastato della scena, l’attore che sa di svolgere un ruolo di grande impegno in tutta l’azione drammatica. Figura sconcertante quella di Nicotera, figura apparentemente complessa, contraddittoria fino all’esasperazione, e perciò tra le più discusse e criticate, nella vita privata e in quella di uomo politico, patriota, cittadino, ministro. Il suo temperamento essenzialmente teatrale, la sua indole impulsiva, che lo spinse talvolta a gesti inconsulti, il suo esagerato amor proprio che lo portava a ritenersi infallibile, la paura quasi infantile di essere mal giudicato e di non far bella figura, che esasperava la sua suscettibilità: etc…(p. 277) Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’eroe di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il Libro esistente arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”.  Cassese, a p. 287, riferendosi al primo interrogatorio del 2 luglio 1857 che il Nicotera subì subito dopo l’eccidio di Sanza, in proposito scriveva pure che: “In questo interrogatorio Nicotera, dopo avere enfaticamente parlato della sua partecipazione ai moti del ’48 e agli avvenimenti della Repubblica Romana, disse tutto quello che sapeva della preparazione della Spedizione, dell’esistenza di un Comitato a Napoli, dei rapporti di Pisacane con i suoi componenti, dell’andata dello stesso Pisacane colà per assicurarsi dell’organizzazione nella capitale e nelle provincie, riconobbe tutti i documenti che gli furono esibiti e soprattutto si diffuse nel dare notizie circostanziate sul partito murattista e sulle sue mene in Napoli, rivelando i nomi dei suoi più attivi componenti. Diede poi i precisi connotati dei du giovani di Padula, i fratelli Santelmo, per consiglio dei quali la colonna dei rivoltosi si era diretta in quella cittadina….La descrizione dei due giovani di Padula portò all’arresto dei fratelli Santelmo, i quali il 13 agosto furono messi a confronto con Nicotera, ma costui, già pentito di aver detto troppo, finse di non riconoscerli. Tre anni dopo, come abbiamo visto, accusò uno dei due fratelli di tradimento.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Aspetti della vita intellettuale a Salerno dopo il 1860 e gli studi intorno al Risorgimento”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Ma, d’altra parte, i tempi non volgevano ancora propizi per iniziare una esatta valutazione degli avvenimenti, perchè erano ancora vivi molti uomini che vi hanno partecipato; era ancora vivo Giovanni Nicotera il quale riuscì a monopolizzare nella sua persona tutto il patriottismo salernitano, e a dominare, quasi incontrastato, la provincia come rappresentante politico del capoluogo dal 1861 alla morte, suscitando qui come in tutta la nazione, rancori profondi ed aspre polemiche a causa del suo temperamento dispotico e settario.”. Su Giovanni Nicotera, dopo l’epopea del 1860, nel 18….., ha scritto Jessie White Mario (….), nel suo, “In memoria di Giovanni Nicotera”, ed……………Come ho scritto, la White, moglie di Mario attinse alle carte dell’Archivio Bertani. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell ‘ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione , sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere , per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, nella cui qualità si distinse per ingegno e somma energia nel distruggere il brigantaggio , la camorra e la maffia. Egli tuttora vive , vigile custode dei destini d’ Italia, e il suo paese , S. Biase , a perenne ricordo delle sue virtù , come cittadino, soldato e uomo di Stato, gli ha eretto un grandioso monumento.”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), a p. 92-93 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa impostazione di Nicotera, che era uno dei più rappresentativi esponenti dell’opposizione democratica meridionale, riassumeva in modo adeguato lo stato d’animo più autentico e diffuso del partito d’azione nel Mezzogiorno, quale esso era nella realtà, al di là di più avanzate, ma, spesso, solo dottrinarie sollecitazioni. Né si può dire che Nicotera fosse un isolato; anzi, egli era assai autorevole, nel partito, e inoltre la sua attività politica era circondata da un’ampia propaganda (23). In realtà egli esprimeva bene il carattere verbalmente radicale, ma socialmente moderato, della base del partito d’azione, che era pure più sensibile a concessioni immediate, che a un rigido dottrinarismo. Ciò, fra l’altro spiega anche come attorno a Nicotera si raggruppassero non solo gli “scontenti generici”, ma anche talune frange del conservatorismo autonomista.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”.  Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Tuttavia, gli sforzi del governo per ostacolare la continua ascesa della sinistra nel Mezzogiorno erano destinati al più completo insuccesso; una ascesa che – come è noto – fu uno dei fattori decisivi che portarono alla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo 1876 e all’assunzione, da parte di Nicotera, del Ministero dell’Interno nel primo Gabinetto Depretis (69).”. Capone, a p. 119, nella nota (69) postillava: “(69) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, 1928, p. 11.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “Erano, pertanto, nel giusto coloro che, difronte ai tanti problemi sociali non risolti dallo Stato unitario avevano rivendicato per sé la vera eredità morale e politica di Sapri. Già il 2 luglio 1865, infatti, la commemorazione di pisacane fu tenuta a Salerno, non da Nicotera, ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici e socilaisti. Pacelli, in quella occasione, parlò del Risorgimento italiano come di una “rivoluzione troncata a mezzo”, e ribadì la necessità di riprender l cammino iniziato da Pisacane e poi interrotto; “non basta – egli disse – offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo (di Pisacane) programma, e giuriamo di compierlo”(81). Queste affermazioni del Pacelli aprivano coraggioe prospettive su un futuro più democratico e ponevano reali e gravi problemi che nuove forze politiche e sociali avrebbero poi dovuto avviare a soluzione. Le parole del Pacelli, inoltre, condannavano senza possibilità di appello, l’inganno del “mito” nicoterino di Sapri, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori.”. Capone, a p. 124, nella nota (81) postillava: “(81) “Il Popolo d’Italia”, 4 luglio 1865″. Capone, a p. 124, così concludeva: “Tuttavia, anche quel “mito” – di per sé equivoco – va visto all’interno delle vicende della Sinistra meridionale e del suo sforzo, certamente positivo, di trasformare le opposizioni allo Stato in opposizioni al Governo e di aprire a nuove forze, più concrete prospettive di inserimento nello Stato (82).”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860, e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto. E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto, e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”.

Dal 30 giugno 1861, la provincia di Salerno, feudo elettorale di Giovanni NICOTERA ed il suo ruolo nell’Italia post-Unitaria

E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato. Dalla Treccani on-line nel saggio di Marco De Nicolò leggiamo che quel successo partiva da lontano. L’azione politica dispiegata nel collegio di Salerno (comprensivo anche di Sapri), in cui fu eletto ininterrottamente dal 1861 al 1892, rivelava una compattezza nei consensi che annullava ogni distinzione tra schieramenti e ceti sociali. Si presentava come il martire di Sapri, ma non rinunciava a servirsi di ex borbonici che vedevano in lui l’avversario del nuovo regime e del piemontesismo. Inoltre, insieme con Giuseppe Lazzaro e al duca Gennaro Sambiase Sanseverino di San Donato, fu molto attivo nella vicenda amministrativa del Municipio e della Provincia di Napoli. Nonostante i contrasti ripetuti con i rappresentanti moderati del potere centrale, in particolare con il prefetto di Rudinì, i tre intesserono una fitta rete politica che, grazie al sostegno della massoneria e al consenso diffuso della piccola borghesia, assicurò a San Donato il controllo quasi ininterotto dell’amministrazione provinciale dal 1871 al 1901. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fin dal 1860 aveva anche intrapreso un’attività politica, pubblicando articoli su un giornale, Il popolo d’Italia, al quale collaborava anche Aurelio Saffi; per un decennio fu su posizioni di estrema opposizione; dal 1870 iniziò tuttavia ad appoggiare le riforme militari di Ricotti-Magnani. Massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Dalla Treccani on-line leggiamo che quel successo partiva da lontano. L’azione politica dispiegata nel collegio di Salerno (comprensivo anche di Sapri), in cui fu eletto ininterrottamente dal 1861 al 1892, rivelava una compattezza nei consensi che annullava ogni distinzione tra schieramenti e ceti sociali. Si presentava come il martire di Sapri, ma non rinunciava a servirsi di ex borbonici che vedevano in lui l’avversario del nuovo regime e del piemontesismo. Inoltre, insieme con Giuseppe Lazzaro e al duca Gennaro Sambiase Sanseverino di San Donato, fu molto attivo nella vicenda amministrativa del Municipio e della Provincia di Napoli. Nonostante i contrasti ripetuti con i rappresentanti moderati del potere centrale, in particolare con il prefetto di Rudinì, i tre intesserono una fitta rete politica che, grazie al sostegno della massoneria e al consenso diffuso della piccola borghesia, assicurò a San Donato il controllo quasi ininterotto dell’amministrazione provinciale dal 1871 al 1901. Oltre al collegio di Salerno e all’area napoletana, in cui operava l’Associazione del progresso, un terzo polo territoriale che dava forza a Nicotera era la Calabria. Dal 1869 aveva insistito in Parlamento per il rafforzamento di alcune infrastrutture importanti come gli approdi di Paola e di Pizzo, lamentando l’isolamento regionale, che l’avrebbe poi portato a ripresentare continuamente la proposta modernizzatrice del tracciato ferroviario tra Eboli e Reggio Calabria. Da questi tre poli estese poi la sua influenza politica a Benevento, Caserta, Avellino e alla Puglia, mentre nell’area lucana si appoggiò su grandi notabili di livello nazionale come Pietro Lacava e Ascanio Branca. Questa articolata costellazione politica interregiornale poté contare altresì sul sostegno di alcuni fogli periodici: il Corriere delle Puglie a Bari, L’Avanguardia a Cosenza, La Costituzione a Benevento. Fattasi così portavoce della Sinistra meridionale, la rete nicoterina non riuscì però a impiantarsi in Sicilia, dove erano presenti altri leader e interessi già coalizzati. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera fu deputato del collegio di Salerno per trentatrè anni, dal 30 giugno 1861 – da quando vi fu eletto in seguito alle dimissioni di Giovanni d’Avossa – fino alla sua morte, avvenuta a Vico Equense il 13 giugno 1894 (1). Trentatrèanni di dominio incontrastato, che fecero di Salerno un vero e proprio “feudo” elettorale, governato dal barone Nicotera con metodi che apparvero così autoritari, che recentemente uno storico ha potuto paragonarli a quelli fascisti (2). Tuttavia, una analisi del rapporto tra Nicotera e il suo collegio elettorale, non può fermarsi soltanto agli aspetti del costume; i quali vanno calati nelle condizioni economico-sociali della provincia di Salerno e messi in relazione con gli orientamenti culturali e politici della borghesia salernitana negli anni dopo l’Unità (3).”. Capone, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) v. A. Moscati, I ministri del Regno d’Italia (vol. IV), op, cit., p. 13, e ‘La Provincia di Salerno vista dalla R. Società Economica, Salerno, 1935, pp. 86 e ssg.”. Capone, a p. 99, nella nota (2) postillava: “(2) M. Vinciguerra, I partiti italiani dal 1848 al 1855, Roma, 1955, p. 69, dove a proposito delle elezioni del 1876, si sottolinea la tendenza del Nicotera a costituire un “monopolio di partito”; il Vinciguerra, ivi, definisce Nicotera “un misto di giacobino e di feudatario meridionale”. Capone, a p. 99, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. G. Santoro, L’economia della provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio, 1862-1862, Salerno, 1964; notizie sulle condizioni economiche della provincia di Salerno sono in L. De Rosa, Il Banco di Napoli nella vita economica nazionale (1863-1883) Napoli, 1964, pp. 390 e ssg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nicotera, deputato di Salerno, appariva dunque – si potrebbe dire – l’uomo giusto al posto giusto. E non solo perché i salernitani conoscevano assai bene Nicotera, il compagno di Pisacane, il processato di Salerno, la vittima illustre della tirannide borbonica, cui essi avevano tributato anni prima un’ammmirazione calda e sincera; ma anche perché Giovanni Nicotera si presentava, all’indomani dell’Unità, come l’uomo di fiducia di Mazzini, il radicale per eccellenza, l’espressione più vera di quella generica “rivoluzione” meridionale che era stata la confusa ideologia della maggior parte del patriottismo locale che ora sembrava prolungarsi e personificarsi in lui. Era naturale, pertanto, che soprattutto la piccola borghesia intellettuale salernitana, che era partecipe e custode di quella ideologia, gli riserbasse un appoggio fervido e incondizionato.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Non solo le elezioni, ma nessun movimento politico locale sfuggiva al Nicotera che attraverso i suoi agenti controllava uomini e situazioni. Ad esempio, nel febbraio ’64 si tenne una riunione della Massoneria in cui, alla presenza di due emisari venuti da Napoli, si parlò di una prosima insurrezione; vi presero parte oltre ai mazziniani, gli agenti di Nicotera, cioè “non pochi di quei borbonici più screditati che presero una parte attiva alla elezione del Nicotera, gli avvocati De Bonis, Autuori, Brajone. In tal modo il Nicotera andava sempre più consolidando a Salerno il suo “regime”, e lo rafforzava, fra l’altro, collocando a capo delle aministrazioni comunali alcuni uomini fidati, travolgendo all’occorrenza senza scrupoli quanti ostacolavano i suo piani (29). Alla Prefettura, inoltre, giungeva notizia che Nicotera continuava ad eccitare nele zone più arretrate dela provincia il malcontento della popolazione contro il governo, attraverso la popagada dei suoi emsari nel circondario di Campagna, ad esempio, etc..”. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 68-69in proposito scriveva che: “…in quell’ambigua giornata del 18 marzo del ’76 avesse avuto luogo un avvenimento rivoluzionario, una “rivoluzione parlamentare”. Senonché, passata la giornata e le concesse polemiche giornalistiche, e rientrati nella carreggiata della normale vita parlamentare, si presentava il problema di come raggiungere la maggioranza: questa volta, per assicurare l’esistenza al ministero sorto dalla minoranza. A questo problema si dedicò, con passionalità che metteva in tutte le cose, un uomo singolare, che aveva preso posto al ministero dell’Interno: il barone Giovanni Nicotera. Nicotera era un misto di giacobino e di feudatario meridionale. Irruente ed astuto, generoso e prepotente, egli trovò naturalissimo che un ministro dell’Interno considerasse apertamente i prefetti come gli agenti elettorali e intimidatori in servizio del governo in carica. Etc..”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) d………………”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”.

Nel 3 luglio 1861, le Elezioni Provinciali in Provincia di Salerno

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, oltre a dici dell’elezione di don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di Giovanni, a Consigliere Provinciale della Provincia di Salerno, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di Diano (n. 26) Pasquale de Honestis fu Cono, voti 44; per il Mandamento di Torre Orsaja (n. 44) Giuseppe Speranza di Pietrantonio, voti 88, legale; per il Mandamento di Pisciotta (n. 46) Luciano Saulle fu Carlo voti 99; per il Mandamento di Camerota (n. 47) Vincenzo Sebastiano di Napoli, sacerdote, voti 101; per il Mandamento di Laurito (n. 48) il 70enne Francesco Carelli fu Domenico, legale, voti 172.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settentenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, paternità Giacomoantonio, età 55, Legale, Vibonati, rendit. 268,12; Demarco Felice, di Domenico, età 55, Dr. Fisico, di Tortorella, rendita 151; Perazzo Pietro Paolo, di Carmine, età 65, legale, di Torraca; 2° Terna: De Petrinis Giuseppe, di Domenico, età 46 possidente, di Sala, rendita 2000; Gallotti Paolo, di Carlo, età 38, possidente, di Casaletto, rendita 125; Falcone Domenico, di Felice, età 44, possidente, di Sala, rendita 250.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 430, in proposito scriveva che: “Nel 19 Maggio 1861 si procedè pure nei tre Comuni del Mandamento all’elezione del Consigliere Provinciale, e rimase eletto il Dott. Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, cittadino di sensi retti e liberali; indi, essendo stato sciolto il Consiglio Provinciale di Basilicata con R. Decreto 21 Dicmbre 1862, fu eletto, nella votazione del 1° Marzo 1863, l’Avv. Giuseppe Mango, che ebbe nella storia cittadina onorevole parte, come s’è visto innanzi etc..Egli fu pure Deputato Provinciale, carica che per lo più fu conferita al Consigliere Provinciale del nostro Mandamento (1).”. Pesce, a p. 430, nella nota (1) postillava: “(1) Il Cav. Giuseppe Mango rimase nel Consiglio Provinciale fino al 1876, come ho riferito a p. 74, e morì in Napoli nel 1881 fra il compianto generale, e di lui ben disse il Prof. Rocco Romanelli in un’iscrizione etc…”

Nel 1861, I MAZZIOTTI antagonisti di Giovanni Nicotera 

Dunque, Capone scrive che nelle elezioni politiche del 1865, nella Provincia di Salerno fu eletto Lucio Magnoni, amico di Nicotera, nel collegio di Torchiara, che batté l’altro candidato Francesco Antonio Mazziotti (….), se non erro nipote dello zio Matteo Mazziotti, barone di Celso e noto storico. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Matteo nacque a Napoli, nel palazzo Mazziotti a Trinità Maggiore, dal barone Francesco Antonio Mazziotti di Celso e dalla baronessa Marianna Pizzuti. La famiglia apparteneva all’aristocrazia terriera cilentana, proveniente dal borgo di Celso (presso Pollica) che insieme a Stella e Torricelli costituivano i feudi familiari. Il padre, oppositore del regime borbonico era stato costretto prima a trasferirsi a Napoli sotto sorveglianza nel 1838 e, dopo la sua partecipazione ai moti del Cilento del 1848, fu costretto a riparare a Genova nel 1849. La madre, che aveva seguito il marito nel 1850, tornata a Napoli per problemi di salute nel 1851, dove diede alla luce Matteo, fu costretta nuovamente all’esilio nel 1853, accusata di propaganda mazziniana, e morì per un’epidemia di colera nel 1855. Il padre si risposò nel 1857 con la genovese Anna Gibelli. Da Wikipedia leggiamo che Francesco Antonio Mazziotti nacque a Stella Cilento, dal barone Pietro Mazziotti (figlio di Ferdinando Mazziotti barone di Celso e S. Maria della Stella, signore di Torricelli e dalla nobile Giustina Vassalli) e da Anna Maria Sodano, una donna di umili condizioni. Apparteneva ai baroni Mazziotti di Celso, discendenti degli omonimi patrizi di Capua. Il padre, che sotto l’occupazione francese aveva esercitato funzioni pubbliche ed era stato influenzato dalle idee liberali, fu arrestato dalla polizia borbonica per la sua adesione alla setta politica dei Filadelfi, morendo in carcere a Salerno nel 1829. Messo sotto la tutela dello zio Matteo, amministratore del patrimonio familiare, nell’ottobre 1830 Francesco Antonio Mazziotti si sposò con la baronessa Marianna Pizzuti, di Montecorvino Rovella e si stabilì nel palazzo Mazziotti a Celso di Pollica. Manifestò sentimenti liberali e nel giugno 1838 gli fu ordinato con un’ordinanza prefettizia di trasferirsi a Napoli. A Napoli risiedette nelle proprietà familiari: palazzo Mazziotti a Trinità Maggiore e villa Mazziotti a Posillipo. Nell’aprile 1860 il barone Mazziotti fece parte della commissione incaricata di reperire uomini, fondi e mezzi per la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi. In luglio, fruendo dell’amnistia che re Francesco II di Borbone concesse per ingraziarsi i liberali in funzione anti – garibaldina, il patriota napoletano intrattenne fitti rapporti con il marchese di Villamarina, ambasciatore piemontese a Napoli, e con il conte di Cavour adoperandosi per l’annessione al Piemonte. Con le elezioni del 1861 per il nuovo Parlamento italiano, il barone Mazziotti fu eletto deputato per i collegi di Montecorvino e Torchiara, sedendo tra i banchi della Destra storica. Fu rieletto deputato del Regno d’Italia nel 1867 per il solo collegio di Torchiara, sostenendo alla camera dei deputati le posizioni della destra cattolica. Durante il suo mandato, con regio decreto del 25 novembre 1868, fu autorizzato a portare il titolo di barone di Celso. Sconfitto alle elezioni del 1870 dal candidato della Sinistra storica, Giovanni Nicotera, e poi anche nella tornata elettorale del 1871, Francesco Antonio Mazziotti morì improvvisamente il 29 gennaio 1878 a Napoli, a 66 anni, alla vigilia del suo terzo mandato.

Nel 25 agosto 1862, Garibaldi e Nicotera lo raggiunge in Aspromonte

Da Wikipedia leggiamo che per l’intera esistenza Garibaldi colse ogni occasione per liberare Roma dal potere temporale; grazie al successo passato, nel 1862, organizzò una nuova spedizione, senza considerare che Napoleone III, l’unico alleato del neonato Regno d’Italia, proteggeva Roma stessa. Il 27 giugno 1862 Garibaldi si era imbarcato sul Tortoli a Caprera per la Sicilia. Durante un incontro commemorativo della spedizione dei mille, si convinse a marciare verso Roma (vedi anche: Roma o morte) e trovò 3 000 uomini nei pressi di Palermo pronti a seguirlo. Il 13 agosto arringò il popolo ad Enna, e il 19 incontrò la popolazione di Catania a Misterbianco. Prese due navi, la Dispaccio e la Generale Abbatucci, partendo di sera, costeggiando gli scogli, eluse le navi di Giovanni Battista Albini. Il 25 agosto 1862, alle 4 del mattino, sbarcava in Calabria, fra Melito di Porto Salvo e capo dell’Armi. Con duemila uomini, continuò la marcia, non seguendo la costa per via del fuoco di una nave; si inoltrarono quindi per il massiccio dell’Aspromonte. La sera del 28 agosto si contarono 1 500 uomini; il 29 agosto si scontrarono con le truppe di Emilio Pallavicini a cui il governo di Torino aveva affidato circa 3 500 uomini. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “….e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi. Era il 1861 , al compimento dell’unità della patria mancava Roma e Venezia e tutti avevano un palpito di simpatia per queste provincie, ancora soggette a straniero dominio, ed ecco che Garibaldi lascia la romita sua Caprera, viene nel continente , chiama a raccolta le antiche sue legioni, i suoi amici, tra questi il Nicotera, corre tutta la Sicilia e pervenuto a Catania, s’imbarca per le Calabrie attentandosi sulla etc…”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867).”. 

Nel 1864, le LOGGE MASSONICHE in Campania e Giovanni Nicotera

Aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. E’ proprio con il programma mazziniano che iniziò la sua avventura con la sfortunata Spedizione di Carlo Pisacane che sbarcò a Sapri nel 1857. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fu massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 107, in proposito scriveva che: “I democratici salernitani, inoltre, riuscirono a stabilire i primi collegamenti fra il capoluogo e la periferia della provincia: nel febbraio 64′ il prefetto di Salerno compilò un elenco di 37 aderenti al partito repubblicano, scelti fra quelli “che in questi ultimi tempi tennero vera ed attiva corrispondenza politica coi capi dei partiti di Napoli e Salerno e che attualmente sono incaricati della costituzione dei Comitati elettorali delle Logge Massoniche in tutti i Comuni della Provincia”(19).”. Capone, a p. 107, nella nota (19) postillava: “(19) A.S.S., Gab. Pref., fasc. cit.; sulla Massoneria a Salerno notizie in b. V, f. 8.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Non solo le elezioni, ma nessun movimento politico locale sfuggiva al Nicotera che attraverso i suoi agenti controllava uomini e situazioni. Ad esempio, nel febbraio ’64 si tenne una riunione della Massoneria in cui, alla presenza di due emissari venuti da Napoli, si parlò di una prossima insurrezione; vi presero parte oltre ai mazziniani, gli agenti del Nicotera, cioè “non pochi di quei borbonici più accreditati che presero una parte così attiva alla elezione del Nicotera, gli avvocati De Bonis, Autuori, Brajone”(28).”. Capone, a p. 109, nella nota (28) postillava: “(28) A.S.S., Gab. Pref., b. IV, f. 8. Non si può dire, che i voti cattolici e borbonici fossero un monopolio della Sinistra. Nelle elezioni del 1969 ad Amalfi, ad esempio, il prefetto di Salerno mobilitò, su pressioni del Ministro dell’Interno, vescovo e clero a favore dell’Acton contro il radicale Della Monica; cfr. A.S.S., Gab. Pref., b. IX, f. 26.”.

Nel 1864, le ELEZIONI POLITICHE e Giovanni Nicotera

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 107, in proposito scriveva che: “I democratici salernitani, inoltre, riuscirono a stabilire i primi collegamenti fra il capoluogo e la periferia della provincia: nel febbraio 64′ il prefetto di Salerno compilò un elenco di 37 aderenti al partito repubblicano, scelti fra quelli “che in uesti ultimi tempi tennero vera ed attiva corrispondenza politica coi capi dei partiti di Napoli e Salerno e che attualmente sono incaricati della costituzione dei Comitati elettorali delle Logge Massoniche in tutti i Comuni della Provincia”(19).”. Capone, a p. 107, nella nota (19) postillava: “(19) A.S.S., Gab. Pref., fasc. cit.; sulla Massoneria a Salerno notizie in b. V, f. 8.”. Capone, continuando il suo racconto, a p. 107 scriveva: “Questa rete di associazioni dei repubblicani salernitani rappresentò, naturalmente, la base dell’organizzazione elettorale di Nicotera, il quale le affiancò pure, come abbiamo visto, molti capi elettori borbonici o ex-borbonici. Questo complesso apparato, nelle elezioni del 10 gennaio 1864, diede a Nicotera un grosso ed importante successo, non solo elettorale, ma anche politico. In quelle elezioni, il deputato di Salerno, dimissionario dal dicembre ’63 (20), fu rieletto con un numero imponente di suffragi. L’11 gennaio, difatti, Nicotera così scriveva a Bertani: “E’ un completo trionfo. La prima volta che fui eletto, ebbi nel ballottaggio con Pinelli circa 264 voti; adesso con tutte le premure del Prefetto, le seduzioni e l’influenza del candidato governativo Centola, il quale è medico, è ricco, ed è di Salerno, ho avuto 532 voti, cioè più del doppio della prima elezione”(21). La rielezione di Nicotera a Salerno fu al centro dei commenti di tutta la stampa politica italiana, anche per il valore di “sfida” al “sistema” che Nicotera, dimissionario del Parlamento le aveva dato (22). Ed è da credere che, proprio per questo, il Prefetto di Salerno Bardesono, aveva fatto più di un tentativo per ostacolarla, così come accusava la stampa democratica (23).”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 105-106, in proposito scriveva: “3) I deputati lucani dal 1861 al 1870. Il nome dei deputati al Parlamento Nazionale eletti nel 1861 è stato dato in altra parte del libro e propriamente a pagina 87. Furono intanto costituiti i Collegi come nell’elenco sottosegnato, con i nomi dei deputati eletti dal 1861 al 1870….Collegio di Lagonegro: Albini Giacinto, Arcieri Antonio, Gallo Francesco Maria, Villani Giambattista…..etc….4) I deputati e senatori lucani nel 1864. In prosieguo e cioè fino al 1943, i deputati al Parlamento venivano eletti, ogni cinque anni, nei collegi della regione, mentre i Senatori erano nominati dal Re a vita.”.

Nel 1865, le ELEZIONI POLITICHE e Giovanni Nicotera

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Nella provincia di Salerno, dominata da Nicotera, la nuova situazione si presentò nel ’65, con caratteristiche vistosamente esemplari. Innanzi tutto la nuova leadership del Nicotera fu sancita e celebrata elettorlmente dalla sua elezione di Saleno – dove gli fu contrapposto i Bixio – con un suffragio presssoché plebiscitario: 762 voti contro 194 (34). Ma tutta la provincia di Salerno registrò un imponente cambio di guardia. A Torchiara, Lucio Magnoni batté F.A. Mazziotti, a Sala Consilina, Giuseppe Giuliano batté Carlo Aveta; a Teggiano, Giovanni Matina batté Emilio Civita; nelle elezioni suppletive, Raffaele Fioretti batté ad Angri Francesco De Sanctis e, ad Amalfi, Federico Della Monica battè Domenico Pisacane; ma la vittoria, a S. Severino di Mattia Farina, ricco proprietario terriero, appoggiato dal Nicotera, su Raffaele Conforti, era un segno esemplare del “nuovo corso” della Sinistra (35). Non c’è quindi da meravigliarsi, se, dopo le elezioni del ’65, il distacco di Nicotera da Mazzini si fece più profondo e, anzi, definitivo.”. Capone, a p. 111, nella nota (35) postillava: “(35) La Provincia di Salerno vista dalla R. Società economica, op. cit., pp. citate. I Farina, filo-borbonici negli anni prima del ’60, si mantennero su posizioni di attesa subito dopo l’Unità, per poi schierarsi al fianco di Nicotera di cui furono intimi. Negli anni a cavallo del secolo, i Farina presero poi parte al movimento cattolico e furono magna pars del Partito Popolare a Salerno. Etc…”. Capone, a p. 112, nella nota (38) postillava: “(38) Cfr. la testimonianza del mazziniano Attanasio Dramis, il quale, invitato ad assumere la direzione delle Falangi Sacre mazziniane, consigliò si “rivolgessero al Nicotera, perché già inchinevole a passare il Rubicone”, in A. Romano, L’Unità italiana…, op. cit., p. 171.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valaiante e Teodosio De Dominicis (319), ne l’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi.”.  

Onofrio Pacelli

Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale.”. In un blog su Ricigliano leggiamo che Ricigliano, interamente ricostruito partecipò di riflesso alle vicende storiche nazionali, sia nella costruzione dell’Unità d’Italia, grazie alla nobile figura di Onofrio Pacelli, sia nei contrasti post-unitari culminati nelle rivendicazioni contadine, nel brigantaggio e nell’emigrazione. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 34-35, in proposito scriveva che: …Pisacane (20). A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con i Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc, cit. alla voce Magnoni, pp. 246-247.”. Di Capua, a p. 40 scriveva: “Dirò soltanto che Onofrio Pacelli prese parte ai moti rivoluzionari che precedettero l’arrivo di Garibaldi e, indossata la camicia rossa, partecipò alla Battaglia del Volturno e all’Assedio di Gaeta.”. Di Capua, a p. 41 scriveva: “I governi reazionari del primo periodo dell’unità lo sottoposero ad altre vessazioni, perché non aveva mai rinnegato il suo ideale repubblicano. Il 2 giugno 1861, anniversario della festa nazionale per la concessione dello Statuto Albertino, O. Pacelli, coraggiosamente sceso nella piazza di Ricigliano, arringa il popolo e lo incita alla ribellione, inneggiando alla Costituzione repubblicana. Conseguentemente fu l’ntervento degli organi tutori, questa volta del Regno d’Italia, e la denuncia di Onofrio, Vincenzo, Antonio e Cristoforo Pacelli e di Giovanni Pascale per “…tentato eccitamento alla guerra civile etc…”. Comincia così una lunga serie di denunzie, persecuzioni, processi a cui è stottoposto O. Pacelli nella nuova Italia, unita sì, ma in cui non era possibile professare liberamente il proprio convincimento politico.”. Di Capua, a p. 53, in proposito scriveva: “Questo episodio, di scarsa importanza agli effetti pratici, è indicativo per mostrare come attento, rigoroso e spietato fosse il controllo politico del nuovo regime unitario, tendente a reprimere con inesorabile durezza, ogni tentativo di opposizione al governo….Presso l’Archivio di Stato di Salerno ho ritrovato un grosso fascicolo (38) che illustra, con una documentazione doviziosa, il progredire degli avvenimenti successivi. Nei giorni seguenti gli eventi descritti, Onofrio Pacelli si era rifugiato a Salerno etc…”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “Erano, pertanto, nel giusto coloro che, difronte ai tanti problemi sociali non risolti dallo Stato unitario avevano rivendicato per sé la vera eredità morale e politica di Sapri. Già il 2 luglio 1865, infatti, la commemorazione di Pisacane fu tenuta a Salerno, non da Nicotera, ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici e socialisti. Pacelli, in quella occasione, parlò del Risorgimento italiano come di una “rivoluzione troncata a mezzo”, e ribadì la necessità di riprender l cammino iniziato da Pisacane e poi interrotto; “non basta – egli disse – offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo (di Pisacane) programma, e giuriamo di compierlo”(81). Queste affermazioni del Pacelli aprivano coraggio e prospettive su un futuro più democratico e ponevano reali e gravi problemi che nuove forze politiche e sociali avrebbero poi dovuto avviare a soluzione. Le parole del Pacelli, inoltre, condannavano senza possibilità di appello, l’inganno del “mito” nicoterino di Sapri, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori.”. Capone, a p. 124, nella nota (81) postillava: “(81) “Il Popolo d’Italia”, 4 luglio 1865″. Capone, a p. 124, così concludeva: “Tuttavia, anche quel “mito” – di per sé equivoco – va visto all’interno delle vicende della Sinistra meridionale e del suo sforzo, certamente positivo, di trasformare le opposizioni allo Stato in opposizioni al Governo e di aprire a nuove forze, più concrete prospettive di inserimento nello Stato (82).”. Su Onofrio Pacelli ha scritto pure Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a pp. 82-83, parlando di Nicotera scriveva: “…mese di settembre, quando Nicotera compie la svolta decisiva in senso costituzionale, accettando, lui che nel 1862 aveva partecipato al tentativo di Garibaldi sull’Aspromonte, la Convenzione di Napoleone III; tale atto, sancito durante una riunione pubblica a Napoli, costituisce u’evidente presa di distanza da Mazzini (62) e rivela – come ancor più dimstreranno i risultati elettorali del 1865 nel Mezzogiorno, favorevoli ai democratici – che i rilevanti successi costituiscono l’elemento decisivo per “sanare molte fratture ideologiche” e per “indicare al partito una strada, (….) quella del distacco dal mazzinianesimo”(63). A comprova di tale svolta, già il 2 luglio 1865 la commemorazione di Pisacane tenuta a Salerno non è presieduta da Nicotera, “ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici socialisti”(64), e le parole pronunciate dal Pacelli in tale occasione condannano “l’inganno del “mito” nicoterino di Sapi, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori”(65). E, non a caso, alle elezioni svoltesi nell’ottobre successivo, “per distinguere garibaldini da garibaldini”(66), a Nicotera viene opposta, invano, la candidatura di Nino Bixio. Sicché la statua di Pisacane, costretta anch’essa a cambiare più volte collocazione per altre esigenze (67), viene condannata a non rappresentare più un simbolo significativo nemmeno per quel “partito nicoterino”, nel quale la borghesia salernitana si riconosce pressoché unanime e attraverso il quale egemonizza la vita pubblica cittadina fino alla fine del secolo”(68).”. Conte, a p. 84, nella nota (68) postillava: “(68) Per l’attività politica di Nicotera, a lungo intrecciata con le vicende salernittane, cfr. M. De Nicola, Trasformismo, autoritarismo, meridionalismo. Il ministro dell’interno Giovanni Nicotera, Il Mulino, Bologna, 2001.”. L’autore però non è De Nicola ma è Marco De Nicolò.

LA SINISTRA STORICA

Da Wikipedia leggiamo che la Sinistra, detta in seguito storica per distinguerla dai partiti e movimenti di sinistra che si sarebbero affermati nel corso del XX secolo, è stata uno schieramento politico dell’Italia post-risorgimentale. Si parla comunemente di un’egemonia della sinistra storica tra la “rivoluzione parlamentare” del 1876 (quando succedette al governo della Destra) e la “crisi di fine secolo” del 1896. Il primo leader storico della Sinistra storica fu il piemontese Urbano Rattazzi, il quale nel 1852 realizzò insieme all’allora leader della Destra storica, Camillo Benso di Cavour, il cosiddetto “Connubio”. Rattazzi sarà sia Presidente della Camera dei Deputati che Presidente del Consiglio, con i voti sia della Destra, che della Sinistra. Il primo presidente del consiglio a capo di un governo solo della Sinistra storica fu Agostino Depretis, incaricato dal Re, oltre che dallo schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull’appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell’opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo. La fase egemonica della Sinistra storica si concluse nel 1896 a seguito delle elezioni politiche. Il governo Depretis, infatti, si era spostato verso l’ala conservatrice del parlamento, incontrando i moderati più progressisti, che erano stati inglobati all’interno di una più grande coalizione. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) Il Governo della Sinistra Parlamentare. La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale. Con l’avvento della sinistra, ormai consolidata dal propagarsi del socialismo, fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’on. Agostino Depretis (Mazzacorti – Pavia 1813. Stradella 1887) e con i Ministri: on Giovanni Nicotera, patriota calabrese (1828-1894).”. Nel decennio del Governo di sinistra al potere si ebbero alcune leggi che agevolarono le condizioni degli operai specialmente con la istituzione della Cassa Nazionale di assicurazione per gli infortuni sul lavoro (1883) l’abolizione dell’arresto personale per i debiti, e la riforma elettorale che elevò il numero degli elettori dal 2 al 7 per cento della popolazione. Etc…”Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882a pp. 591-592, in proposito scriveva che: “Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia (1); di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine. Etc…”.  Guerzoni, nella nota (1) postillava: “(1) Voleva un ministero Crispi, Cairoli, Zanardelli, Nicotera, Villa, Mancini: coloro precisamente che in quel momento più si dilaniavano.”.

Nel 1876-77, Giovanni NICOTERA, Ministro dell’Interno del Governo del Regno d’Italia e la sua avversione ai primi circoli socialisti 

Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera fu costretto alle dimissioni nel dicembre 1877; formò quindi la “pentarchia”, con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini, in opposizione a Depretis. Tornò al governo, sempre come ministro dell’interno, nel 1891, con il primo governo di Rudinì. Durante questo incarico reintrodusse la circoscrizione uninominale, si oppose alle agitazioni socialiste e propose invano l’adozione di severe misure repressive contro le banconote false stampate dalla Banca Romana. La sua permanenza al governo terminò con la caduta di Rudinì, nel maggio 1892. Morì a Vico Equense il 13 giugno 1894. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera….Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato.  Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fin dal 1860 aveva anche intrapreso un’attività politica, pubblicando articoli su un giornale, Il popolo d’Italia, al quale collaborava anche Aurelio Saffi; per un decennio fu su posizioni di estrema opposizione; dal 1870 iniziò tuttavia ad appoggiare le riforme militari di Ricotti-Magnani. Massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Con l’arrivo al governo della Sinistra storica, nel 1876, divenne ministro dell’interno nel primo governo Depretis, incarico che esercitò con particolare fermezza. Nel 1877 presentò al governo un progetto di legge per la riforma delle Opere Pie (IPAB), al termine di una lunga inchiesta che ne denunciava da un lato gravi abusi da parte degli amministratori e dall’altra alcune incongruenze con le necessità della pubblica assistenza. Fu costretto alle dimissioni nel dicembre 1877; formò quindi la “pentarchia”, con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini, in opposizione a Depretis. Tornò al governo, sempre come ministro dell’interno, nel 1891, con il primo governo di Rudinì. Durante questo incarico reintrodusse la circoscrizione uninominale, si oppose alle agitazioni socialiste e propose invano l’adozione di severe misure repressive contro le banconote false stampate dalla Banca Romana. La sua permanenza al governo terminò con la caduta di Rudinì, nel maggio 1892. Morì a Vico Equense il 13 giugno 1894. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell ‘ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione , sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere , per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, nella cui qualità si distinse per ingegno e somma energia nel distruggere il brigantaggio , la camorra e la maffia. Egli tuttora vive , vigile custode dei destini d’ Italia, e il suo paese , S. Biase , a perenne ricordo delle sue virtù , come cittadino, soldato e uomo di Stato, gli ha eretto un grandioso monumento.”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 111, in proposito scriveva: “….fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’On. Agostino Depretis e con i ministri: on. Giovanni Nicotera, patriota calabrese. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Tuttavia, gli sforzi del governo per ostacolare la continua ascesa della sinistra nel Mezzogiorno erano destinati al più completo insuccesso; una ascesa che – come è noto – fu uno dei fattori decisivi che portarono alla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo 1876 e all’assunzione, da parte di Nicotera, del Ministero dell’Interno nel primo Gabinetto Depretis (69).”. Capone, a p. 119, nella nota (69) postillava: “(69) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, 1928, p. 11.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 120-121, in proposito scriveva pure che: Una volta Ministro, Nicotera, tuttavia, come è noto, diede alla sua azione di governo un’impronta nettamente conservatrice, il che non mancò di sorprendere l’opinione pubblica che era abituata a considerarlo un “rivoluzionario”(72). L’eutoritarismo di Nicotera ministro allarmò inoltre la stessa opinione moderata liberale: scriveva ad esempio Caterina Pepoli Tattini al Capitelli, il 1° maggio 1876: “…il Nicotera, che per me è un vero Rabagas mostra quale salda convinzione reggesse le sue idee, quando gridava contro l’Assolutismo del governo. Ora proibisce i ‘meetings’ e credo diventerà l’elemento più assolutista del Ministero. Le nostre speranze debbono essere certo negli uomin del centro e del settentrione dell’Italia”(73). Ma ciò che dette all’azione del Nicotera un appariscente carattere conservatore, fu la sua pervicace opera di repressione del movimento repubblicano ed internazionalista (74). Quest’opera si esplicò in maniera assai vistosa proprio in provincia di Salerno, dove l’ufficiale “Corriere di Salerno” così ammoniva: “L’on. Nicotera ha dato prova anche una volta del senno e della serietà alle quali ispira i suoi principii di governo; e i radicali, se pure l’hanno potuta cullare, possono ormai abbandonare ogni lusinga, di trovare in lui per avventura un appoggio, un incoraggiamento de’ loro disegni”(75). Del resto, i prefetti cominciarono ad essere bombardati da un numero incredibile di circolari ministeriali che suggerivano misure repressive nei confronti del partito repubblicano, come del movimento internazionalista (76). Il Prefetto di Salerno, continuamente sollecitato ad indicare i nomi delle persone ostili al governo, finiva con l’inviarne un elenco, ma vi aggiungeva alcune intelligenti osservazioni etc…Egli scriveva infatti: “….ad eccezione di Matina Giovanni, De Honestis Giovanni, e Morone Erminio, niuno altro meritava e merita d’esservi annotato, perché se pure hanno convinzioni veramente repubblicane (del che è lecito dubitare) non hanno le altre qualità di carattere e posizione etc…”. Capone, a p. 123, nella nota (72) postilava: “(72) Sul primo Gabinetto Depretis e l’avvento della Sinistra al potere, v. G. Carocci, Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887, Torino, 1956; sul Nicotera Ministro così scrisse il De Cesare: “nel mutare, anzi nello sconvolgere l’amministrazione, non ebbe affatto misura. I prefetti delle grandi provincie dettero le dimissioni; gli altri tutti cambiarono di residenza, e così pure avvenne nelle altre amministrazioni dello Stato…quel primo ministero di Sinistra visse una vita assai agitata per l’irriquietezza quasi morbsa del Ministro dell’Interno, che prodigava favori agli amici, non levò scandalo la concessione di oltre settanta alte decorazioni, con un sol decreto ad altrettanti deputati della maggioranza… A quei deputati egli concesse il premio del voto favorevole alla tassa sugli zuccheri”; R. De Cesare, Sommario di Storia politica e damministrativa d’Italia (1801-1901) in Cinquanta anni di Storia Italiana, vol. I, Milano, 1911, p. 22 e p. 23; moltissime notizie sul Nicotera ministro in P. Vigo, Annali d’Italia, Storia degli ultimi trent’anni del secolo XIX, vol. II, pp. 115 e ssg.. Capone, a p. 121, nella nota (73) postillava: “(73) cit., in R. Quazza, La disfatta della Destra, in “Rass. Storica del Risorgimento”, a. XIII, (1925), p. 232; la Pepoli Tattini si riferiva alla repressione di una dimostrazione a Corato, etc…. Capone, a p. 121, nella nota (75) postillava: “(75) “Il Corriere di Salerno”, 29 agosto 1876; una copia in A.S.S., Gab. Pref. , b. XIV, f. 6.”. Capone, a p. 121, nella nota (76) postillava: “(76) Quanto all’internazionalismo, quasi quotidiane erano le circolari ministeriali che ne illustravano ai prefetti l’organizzazione e sollecitavano provvedimenti repressivi. Ma in Provincia di Salerno i fermenti internazionalisti erano quasi del tutto scomparsi, e nel settembre ’76, il prefetto di Salerno rispose che “le poche società operaie presentano bn poca vitalità e mostrano tendenze al postutto temperate ad intendimenti umanitari di mutuo soccorso, tenendosi estranee a brighe politiche. Soltanto la società operaia esistente a Pellezzano ove i diversi stabilimenti riuniscono una massa di oltre due mila operai potrebbe presentare una vera e propria importanza etc…”(A.S.S., Gab. Pref., b. XIV, f. 37). All’occhiuso ministro, per altro, non sfuggiva neanche il movimento di una piccola Società di mutuo soccorso tra tipografi, sospetta di socialismo, costituitasi in Salerno, su cui pure riferì, ma in modo del tutto tranquillante il Prefetto (A.S.S., Gab. Pref., b. XIV, f. 38). Nel 1878 il Melillo dirigeva il giornale “La rivendicazione del Popolo” etc…”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 120-121, in proposito scriveva pure che: “L’avvento della Sinistra al potere fu accolto nel Mezzogiorno con vera soddisfazione, soprattutto dalla piccola borghesia provinciale che a quell’avvenimento confidò un gran numero di speranze e di giuste attese. Il 26 marzo il Melillo organizzò a Mercato Cilento una associazione Giovanile Repubblicana (70), costituita prevalentemente da esponeni della piccola borghesia di vari paesi del Cilento, la quale tenne il 23 aprile una manifestazione a favore del nuovo Ministero, presieduta da Salvatore Magnoni. Pure il 23 aprile a Vallo della Lucania si organizzò un’assemblea popolare, per plaudire al primo Ministro della Sinistra, la quale approvò un ordine del giorno che indicava i punti di un nuovo programma di governo (71).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Si giunge così negli anni dell’avvento della Sinistra al potere, al termine della parabola di quel “mito” di Sapri che era stato incarnato da Nicotera: questi, che gli aveva dato un contenuto sempre più lontano dalle sue autentiche origini rivoluzionarie, ora, Ministro, sembrò addirittura rovesciarlo nel suo contrario, se non, peggio, nella sua caricatura. Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 68-69in proposito scriveva che: “…in quell’ambigua giornata del 18 marzo del ’76 avesse avuto luogo un avvenimento rivoluzionario, una “rivoluzione parlamentare”. Senonché, passata la giornata e le concesse polemiche giornalistiche, e rientrati nella carreggiata della normale vita parlamentare, si presentava il problema di come raggiungere la maggioranza: questa volta, per assicurare l’esistenza al ministero sorto dalla minoranza. A questo problema si dedicò, con passionalità che metteva in tutte le cose, un uomo singolare, che aveva preso posto al ministero dell’Interno: il barone Giovanni Nicotera. Nicotera era un misto di giacobino e di feudatario meridionale. Irruente ed astuto, generoso e prepotente, egli trovò naturalissimo che un ministro dell’Interno considerasse apertamente i prefetti come gli agenti elettorali e intimidatori in servizio del governo in carica. Nei mesi che precedettero le elezioni del novembre 1876 avvenne una specie di terremoto nelle prefetture del Regno, tali furono i mutamenti di personale. I risultati superarono le aspettative.”. Vinciguerra, a p. 70, in proposito scriveva: “Passato il primo sbalordimento, il colpo di Nicotera fallì al suo scopo. Due anni dopo in quella enorme maggioranza, presentatasi alla camera con un unica bandiera, era la più grande confusione tra infiniti contrasti personali. “Fin dal 1878 in Italia – dirà una diecina di anni dopo Francesco Crispi – non vi furono partiti politici, ma uomini politici. Ogni gruppo, anzichè comprendere un ordine d’idee, comprendeva un’ssociazione d’individui, i quali fatalmente, secondo i casi, mutavano d’opinione”. E fin dal 1877 Francesco de Sanctis ammoniva: “Oramai siamo a questo, che non ci sono partiti solidamente costituiti, se non quelli fondati sulla ragione e sulla clientela, le due piaghe d’Italia”. Prima manifestazione in grandi proporzioni del rapido disgregamento di quella che chiamerò per precisione “la sinistra del ’76” (con le elezioni seguenti del 1880 era già diminuita di mole e mutata di fisionomia) fu la formazione, in mezzo ad essa del gruppo Cairoli, con Zanardelli, Beccarini, De Sanctis tra gli uomini preminenti; gruppo ostile a Deprètis, ostilissimo a Nicotera. Salvo la breve parentesi di un ministero Deprètis tra il dicembre ’78 e il luglio ’79, Cairoli governò per tre anni, con tre ministeri; ma al terzo di essi (novembre ’79) egli era esaurito, e, per comporlo, chiese mercè a Depretis, che c’entrò come ministro dell’Interno. Depretis aveva di nuovo via libera davanti a sè….”. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 74-75, in proposito scriveva che: “Come nei tempi andati, era una specie di “congiura di baroni”, che faceva capo a Nicotera e a Crispi. Le elezioni del 1880 permisero a Depretis una serie di ritocchi, mediante i quali si costituì una base di manovra, per effettuare il piano che volgeva nella mente. Presto il potere nel maggio del 1881 – in un’atmosfera di panico – , egli mandò innanzi l’anno dopo la legge lettorale che allargò il corpo elettorale di quasi quattro volte quello esistente (da 600 mila ad oltre 2 milioni di elettori), e contemporaneamente mutò il sistema del collegio uninominale in quello di grandi collegi regionali, con scrutinio di lista. Stabilite queste basi di azione, Depretis indisse le elezioni per l’autunno dell’82, etc….Nel maggio 1883 Zanardelli e Beccarini, che erano nel ministero, ne uscirono, e unitisi con altri tre promotori della sinistra, Cairoli, Crispi e Nicotera, fondarono una opposizione di sinistra intransigente, che fu chiamata prima con una punta di umorismo ‘Pentarchia’; ma il nome è poi passato alla storia.”. Benedetto Croce (….), nel suo, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), a p. 102, in proposito scriveva: “Si cominciava a sorridere delle “camicie rosse” e dei loro cortei: quante di quelle camicie rosse coprivano petti di guerrieri? Il Garibaldi appariva un povero cervello con le sue lettere e i suoi discorsi sconclusionati, e si circondava di gente equivoca, e aveva accettato una dotazione sul bilancio dello stato, col pretesto che, rifiutandola dai reazionari della Destra, poteva riceverla dai progressisti e repubblicaneggianti di Sinistra; e i clericlali gli avevano mutato il nome da “eroe dei due mondi” in “eroe dei due milioni”. Il Nicotera, che vendicativamente perseguitava gli uomini della Destra e li calunniava a tutto potere, era stato a sua volta fatto segno di atroci sospetti per la sua parte avuta nella spedizione di Pisacane, e ne era seguito uno scandaloso processo con la condanna degl’ingiusti accusatori, ma con l’ombra che sempre lasciano queste cose. Il Crispi aveva dovuto dimettersi da ministro, perchè tacciato di aver abbandonato la donna che gli era stata compagna nell’esilio e nei travagli, e di aver commesso bigamia. Il Depretis si era procacciato la nomea di cinico, curante solo di mantenersi al potere, ricorrente a tutte le arti della corruttela: egli aveva convertito la Camera (dicevano i più temperati) “in un vasto Consiglio Provinciale, in cui ogni deputato rappresentava il suo collegio, e il governo d’Italia solo pretendeva rappresentare la Nazione.”.

Nel 1876-77, il Processo di Firenze Nicotera-Visconti 

Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell’ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione, sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere, per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, etc…”. Benedetto Croce (….), nel suo, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), a p. 102, in proposito scriveva: Il Nicotera, che vendicativamente perseguitava gli uomini della Destra e li calunniava a tutto potere, era stato a sua volta fatto segno di atroci sospetti per la sua parte avuta nella spedizione di Pisacane, e ne era seguito uno scandaloso processo con la condanna degl’ingiusti accusatori, ma con l’ombra che sempre lasciano queste cose.”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Conte, a p. 86, nella nota (79) postillava: “(79) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), p. 102.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto , e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, etc…”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a pp. 79-80, in proposito scrivevano: “Indubbiamente Giovanni Nicotera aveva molti avversari politici, che erano divenuti più numerosi e inesorabili soprattutto dopo la caduta della Destra e l’avvento della Sinistra al potere, nel marzo del 1876, tempo in cui Nicotera iniziò a rivestire l’incarico di Ministro dell’Interno nel primo Governo Depretis (1). A partire dal mese di maggio 1876 il giornale fiorentino Gazzetta d’Italia, diretto da Carlo Pancrazi, iniziò ad attaccarlo sistematicamente. L’aggressione si fece più dura, allorquando il giornale pubblicò un articolo dal titolo ‘L’Eroe di Sapri – Autobiografia di Giovanni Nicotera’ (e non biografia, si badi bene), in quanto scritta con elementi da lui indirettamente forniti, cioè alcuni documenti del processo di Salerno del 1858, tenutosi dopo la spedizione di Sapri (2). A vent’anni dal processo di Salerno, quel giornale con una serie di calunnie abilmente imbastite accusava esplicitamente il Ministro Nicotera di avere tradito i compagni durante l’istruttoria e il processo per guadagnarsi la grazia.”. I due autori, a p. 79, nella nota (1) postillava: “(1) Secondo F. Petruccelli della Gattina, autore di una Storia d’Italia dal 1866 al 1880 (Napoli, 1882), Depretis sarebbe stato costretto da Vittorio Emanuele II a nominare, suo malgrado, Giovanni Nicotera ministro dell’Interno: cfr. De Nicolò, Trasformismo etc…, cit, p. 106.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 277 si chiedeva: Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’erose di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il Libro esistente arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”.  Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 14-15, in proposito scriveva: “Infatti la polemica sulla spedizione di Sapri, che aveva visto schierati da una parte il Nicotera e dall’altra parte il Fanelli, spalleggiato e difeso dai capi del partito d’azione, aveva delle grosse implicazioni politiche che mettevano in discussione il patriottismo di tutto il partito d’azione meridionale. Il De Monte si rendeva conto che fare il processo alla spedizione di Sapri significava anche fare il processo alla democrazia meridionale, e non c’è quindi da meravigliarsi delle sue cautele e dei suoi giudizi, specie se si pensa che egli scriveva negli anni in cui, sotto la spinta dell’opposizione soprattutto nel Mezzogiorno, si preparava l’avvento della Sinistra al potere; il suo libro del resto fu pubblicato a Napoli, poco dopo la “rivoluzione” del 18 marzo 1876 (10). Perciò il De Monte, mentre da una parte si era guardato bene dal versare altro olio sul fuoco di quelle scabrose vicende, dall’altra si era sforzato di dare ai fatti una interpretazione il più possibile onorevole per i democratici meridionali; una interpretazione che fosse al tempo stesso storicamente documentata e perciò conclusiva di ogni polemica. Ma, alcuni anni più tardi, una smentita alle tesi del De Monte venne da uno dei massimi esponenti della democrazia italiana, Aurelio Saffi..etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 43, nella nota (5) postillava: “(5) Racioppi, Storia dei moti cit.”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877″. Sempre il Pedio (….), continuando il suo racconto scriveva pure che: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882a pp. 593-594, in proposito scriveva pure: “….da un alto sentimento di riconoscenza verso l’uomo che tanto aveva operato e tutto sacrificato per la patria sua, aveva ottenuto che il Parlamento approvasse e il Re sancisse (Vittorio Emanuele non aveva mestieri che altri lo istruisse delle quotidiane necessità del suo grande amico) una Legge che accordava a Garibaldi una rendita di lire cinquantamila annue a decorrere dal 1° gennaio 1875 ed inoltre un’annua pensione vitalizia di altre cinquantamila lire colla stessa decorrenza.¹ Ma Garibaldi in sulle prime scorse in quel dono un salario a’ suoi servigi, un oltraggio al suo disinteresse, una vittoria de’ suoi nemici, una perdita di quella indipendenza che fino allora era stata la più preziosa delle sue ricchezze, ed aspramente rifiuto. E in verità se egli avesse potuto respingere quel dono, l’ aureola della sua fronte avrebbe avuto una stella di più. Ma la vita ha realtà implacabili; realtà che non perdonano nemmeno agli eroi, e Garibaldi pure dovette piegarvi la fronte. Finchè durò al potere la Destra persistette nel rifiuto; ma venuto agl’Interni Giovanni Nicotera e conosciuto più dappresso tutte le strettezze in cui il Generale si dibatteva, toccato egli stesso con mano la prova che così egli come i suoi figli potevano essere minacciati da un istante all’altro da una levata di creditori e dallo scandalo d’ un fallimento, trovò in un forte sentimento di dovere il coraggio di dipingere al Generale tutta la gravità delle condizioni sue, chiedendogli  un’ altra volta l’accettazione di quel dono , che non era insomma se non il compenso inadeguato de ‘ suoi grandi servigi e un tributo doveroso che l’intera nazione veniva volontaria a deporre a’ suoi piedi. E tuttavia l’Eroe riluttò ancora, durando per parecchi giorni una delle più fiere battaglie della sua vita. Ma posto finalmente tra la sua fierezza d’uomo e il suo amore di padre, sbigottito dal pensiero di non lasciare a’suoi figli che un retaggio di miseria e forse di disonore, premuto, incalzato da ogni parte, dai parenti, dagli amici, consapevoli più di lui dei pericoli che da ogni parte stringevano, piegò tristamente il capo a inesorabile fato ed accetto.”.

La scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca

Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Molti dei documenti, atti, delibere decurionali, lettere, documenti d’Uffici pubblici, ecc…, che furono redatti all’epoca dei fatti che caratterizzarono la marcia di Garibaldi per la conquista dell’ex Regno borbonico delle Due Sicilie, andarono persi in seguito non solo a causa del loro deterioramento negli anni, spostamenti dai vari Archivi ecc.., a causa degli incendi che in ogni Comune si ebbero, o quelli causati dai borbardamenti del secondo conflitto mondiale, come l’ultimo eclatante di San Paolo Belsito dove andarono persi i preziosi documenti antichi conservati nell’allora Grande Archivio di Napoli, ma vi furono anche molti documenti che non furono sufficientemente raccolti e protetti e forse pure fatti sparire volutamente in quei luoghi, come Sapri, che furono i luoghi dove furono protagonisti i fatti e gli uomini suggellati alla Storia da Pisacane a Garibaldi. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, hanno pubblicato i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno che riguardano la “Questione demaniale”. Dopo il 1860, nl periodo detto “Post-Unitario”, nel 1861, nacque la questione dei confini e dell’attribuzione delle terre demaniali di cui si servivano i diversi Comuni vicini. Infatti, i 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 267 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Archivio Demaniale. Atti Demaniali. Torraca. Busta 820. Fascicolo 1 – Documenti a prò del Comune (di) Torraca in sostegno della domanda di scioglimento di promiscuità, contro i Comuni di Tortorella, Vibonati, Battaglia e Casaletto, cc. ss. 56. 1651-1874.”. Ecc… Dopo il 1860 nacque la “Questione demaniale” che si protrasse fino al 1874 con innumerevoli istanze e processi civili intentati tra i comuni limitrofi.  Sulla questione demaniale, si veda pure i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno elencati da p. 43 del testo sulla Mostra documentaria “La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento”, a cura dell’A.SS. catalogo, 1957, Salerno. I 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 268 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Fascicolo 8 – Il Barone Vespasiano Palamolla, chiede una copia legale della divisione dei Demani che fu eseguita nel 1813, e carteggio vario. cc. ss. 55. 1832-1835.”. Infatti, in seguito all’occupazione francese e subito dopo con i Borboni si acuirono le controversie demaniali tra i Baroni ed i loro possedimenti ed i Comuni. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Oltre alle diversie controversie tra Comuni diversi a viciniori, nacque anche la questione demaniale dovuta alla cessione di terre demaniali che furono accaparrate dai latifondisti dell’epoca, famiglie di ex-borbonici che facevano il bello ed il cattivo tempo in ogni Comune. In tutto questo si inserì la lotta politica per il successo elettorale della Sinistra democratica di Giovanni Nicotera. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato.  E’ in questo periodo che scomparvero diversi documenti che, in parte riguardavano le responsabilità storiche dei fatti del ’57 con Pisacane ma che riguardavano proprio gli uomini di spicco nella nascente politica del Regno d’Italia. Primo fra tutti Giovanni Nicotera che aveva saldi rapporti con molti uomini politici e novelli amministratori dello Stato post-unitario nella Provincia di Salerno. La questione venne alla luce grazie a Giovanni Nicotera, superstite della Spedizione di Carlo Pisacane, dopo la sua liberazione dal carcere di Favignana, nel 1860, volle vendicarsi verso quelli che lui credeva essere i responsabili del fallimento della tragica spedizione di Sapri. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci ed ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 285, in proposito scriveva che: “E’ passato un secolo dal processo per la Spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua Cronaca del Comitato Segreto di Napoli – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quagli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Cassese, a p. 285, nella nota (14) postillava: “(14) Archivio di Stato di Napoli, Min. di Gr. e Giustizia, Causa del Cagliari. Nel 1° fascio vi è un foglio di trasmissione col seguente oggetto: “Napoli, 11.11.1876. Elenco in doppio originale degli atti della Causa del Cagliari, che si trasmettono nel detto dì al Ministero degli Interni in Roma, per effetto di dispaccio telegrafico del dì 8 nov. 1876 n. 827, del registro di recapito, pervenuto il giorno 9”. Segue l’annotazione: “Addì 15 ottobre 1877 restituiti dal Ministero dell’Interno e rimessi nei propri posti”. Vi è allegato l’elenco dei fasci trasmessi. Sempre in relazione alle preoccupazioni del Nicotera circa l’esistenza di documenti per lui compromettenti, mette conto ricordare che il 21 agosto 1881 ignoti ladri operarono un furto in casa di Silvio Spaventa in Roma e che Antonio Labriola sospettò che si fosse stato organizzato dal De Pretis e da Nicotera per entrare in possesso delle carte che si diceva conservasse lo Spaventa, cfr. Centoventitrè lettere inedite di Antonio Labriola e Bertrando Spaventa, in Supplemento al n. 1 di “Rinascita”, 1954, p. 83.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava: “(6) Le vicende relative ai documenti sulla spedizione di Sapri sono, in parte, oscure.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. La documentazione inerente i fatti e le verità sulla Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, non rivestono solo un importanza per la verità storica di quei fatti ma anche perchè molti uomini e patrioti che parteciparono ai preparativi e forse contribuirono al suo tragico fallimento furono, nel 1860, tra i protagonisti della marcia di Garibaldi verso Napoli, alla capitolazione del Regno delle Due Sicilie. Molti personaggi che vedremo in questa ricerca, per i loro trascorsi e la loro partecipazione ai moti insurrezionali del ’48 e del ’57, ebbero una parte attiva nella risalita di Garibaldi, dalla sua partenza da Quarto fino a tutta l’epopea garibaldina della battaglia sul Volturno. Essi, ebbero parte attiva nella politica e nell’amministrazione dello Stato Unitario in seguito ai Plebisciti. Essi, ebbero ruoli e parte anche nell’Italia post-Unitaria, come vedremo in seguito. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, …..etc…il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi.”. L’uccisione di Costabile Carducci, a Sapri e lo sbarco dei Trecento della Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri furono i prodromi e precursori dell’impresa di Garibaldi e delle sue truppe Garibaldine. Ma, anche molti documenti del 1860 riguardanti l’impresa di Garibaldi e del suo passaggio dalle nostre plaghe, non sono più reperibili, forse essi sono scomparsi, tanto che alcuni passaggi rimangono ancora oscuri e non del tutto chiariti. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone scriveva che nell’Italia post-Unitaria, proprio a causa della rabbia di Giovanni Nicotera, iniziò un processo storico di revisione che dura tuttora.  Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti.”.

Le polemiche e le accuse di NICOTERA sul fallimento della “Spedizione di Sapri” e la scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca

Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 222, in proposito scriveva che: “…Le sante ossa dei De Luca, dei De Mattia, dei De Dominicis e dei Carducci fremettero certo di sdegno. Pisacane e Nicotera si accorsero dell ‘ inganno in cui erano caduti, poichè non vi rinvennero appoggio alcuno, che anzi venne loro consigliato da alcuni padulesi di partirsene subito, perchè a Sala era riunita una forza imponente e già si disponevano per altrove.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2). La annunziata memoria di accusa effettivamente fu scritta, ed ebbe come principale bersaglio il Fanelli. Nicotera lo incolpò di aver promesso una vasta cospirazione in Basilicata ed a Salerno, di aver dato per conclusi gli accordi con i relegati di Ponza, con il barone Gallotti a Sapri, con l’Albini in Basilicata, con coloro che dovevano far scoppiare la sommossa a Napoli; di non aver tenuto fede agli accordi presi con Pisacane a Napoli. Nicotera sostenne infine che il ritardo di un giorno del telegramma di conferma non poteva giustificare la condotta del Comitato, e così concludeva: “Indi risulta che Fanelli evidentemente mentì sempre e mancò a tutti gli impegni presi, ed ora alla menzogna accoppia la calunnia asserendo che Pisacane operò diversamente quello che si era stabilito”(3).”. Capone, a p. 12, nella nota (3) postillava: “(3) “Accusa di Giovanni Nicotera al Comitato”, senza data, di pugno del Dragone in M.R.R., b. 346, f. 53, 12, pubblicata da A. Romano, in appendice all’Epistolario di C. Pisacane da lui curato, op. cit., pp. 527-530.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava:“(6)……Il 3 novembre 1860 Luigi Dragone scrisse al Mazzini chiedendo notizie del cassettino contenente i documenti del Comitato napoletano (M.R.R., b. 346, f. 54, doc. 12); il cassettino, secondo quanto riferisce lo stesso Dragone in una lettera ad A. Morici del 23 luglio 1861 (M.R.R., b. 346, f. 54, n. 8) era a Londra in possesso di tale Benedetto F., implicato nei fatti di Sapri e uno degli accusati dal Nicotera. Nel luglio ’61, il cassettino con i documenti giunse da Londra e rimase presso Fanelli, il quale fece una prima scelta delle lettere relative al ’56-57 e, assieme a Nicola Fabrizi, preparò un ‘dossier’ in propria difesa. (lettera di L. Dragone ad A. Morici, 30 luglio 1861, in M.R.R., b. 346, f. 54, n. 10). Il Racioppi, nello scrivere il suo opuscolo, si servì della documentazione fornitagli dal Fanelli.”. Capone si riferiva la testo di Giacomo Racioppi (….): “La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri”, che fu quasi una risposta all’altro scritto del Venosta, di poco precedente.  Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti. Ma, sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 14-15, in proposito scriveva: “Infatti la polemica sulla spedizione di Sapri, che aveva visto schierati da una parte il Nicotera e dall’altra parte il Fanelli, spalleggiato e difeso dai capi del partito d’azione, aveva delle grosse implicazioni politiche che mettevano in discussione il patriottismo di tutto il partito d’azione meridionale. Il De Monte si rendeva conto che fare il processo alla spedizione di Sapri significava anche fare il processo alla democrazia meridionale, e non c’è quindi da meravigliarsi delle sue cautele e dei suoi giudizi, specie se si pensa che egli scriveva negli anni in cui, sotto la spinta dell’opposizione soprattutto nel Mezzogiorno, si preparava l’avvento della Sinistra al potere; il suo libro del resto fu pubblicato a Napoli, poco dopo la “rivoluzione” del 18 marzo 1876 (10). Perciò il De Monte, mentre da una parte si era guardato bene dal versare altro olio sul fuoco di quelle scabrose vicende, dall’altra si era sforzato di dare ai fatti una interpretazione il più possibile onorevole per i democratici meridionali; una interpretazione che fosse al tempo stesso storicamente documentata e perciò conclusiva di ogni polemica. Ma, alcuni anni più tardi, una smentita alle tesi del De Monte venne da uno dei massimi esponenti della democrazia italiana, Aurelio Saffi..etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 15, in proposito scriveva: “Il problema delle responsabilità del Comitato napoletano fu di nuovo affrontato, pochi anni dopo, dal Bilotti nel suo esauriente volume sulla spedizione di Sapri (13). L’autore, pur senza fare di questo problema il centro della sua narrazione, si attesta su una linea interpretativa più vicina a quella di Nicotera e di Saffi che a quella del De Monte e di Albini. Infatti il Bilotti – secondo cui il Racioppi “volle troppo discolpare il Comitato ed i corrispondenti delle province”(14) – non manca di sottolineare come l’impulso alla organizzazione della spedizione venisse proprio dai patrioti di Napoli e di Basilicata, e in particolare dall’Albini e dal Fanelli; fu infatti, secondo il Bilotti, la lettera di quest’ultimo del 2 febbraio 1857 “forse dettata dal solo entusiasmo, che determinò Mazzini a rivolgersi al Mezzogiorno d’Italia”(15).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Aspetti della vita intellettuale a Salerno dopo il 1860 e gli studi intorno al Risorgimento”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 417, in proposito scriveva che: “Il risveglio fu opera di Matteo Mazziotti (16), il quale trovò in P.E. Bilotti – un calabrese che dal 1891 dirigeva con intelligenza pari alla solerzia il nostro Archivio di Stato – un collaboratore che per innata modestia aveva l’aria di un discepolo, ma era già un animatore ed un maestro….(p. 419) indi nel 1912 diede alla luce il vol. su “La reazione borbonica nel Regno di Napoli” (17). L’abbrivo dato dal Mazziotti e dal Bilotti alla conoscenza della storia del Risorgimento minacciava di spegnersi perché non alimentato e non sorretto; e perciò il Bilotti si affannò a promuovere la creazione di una rivista; e poichè egli giustamente temeva la dispersione delle poche forze locali, stimò miglior consiglio che l’iniziativa partisse da un organismo di cultura già esistente, la ‘Commissione Archeologica Salernitana’, della quale era stato prima autorevole membro e poi Presidente dal 1908. Malgrado gli sforzi di quel valentuomo l’iniziativa non trovò la desiderata realizzazione: passarono così dieci anni, densi di drammatici avvenimenti che chiamarono cittadini a ben altri doveri; ma poi, finita la prima guerra mondiale, nella ripresa delle opere di pace, si diede inizio alla pubblicazione dell’”Archivio storico per la provincia di Salerno”, e vita ad una ‘Società di storia patria’ che tuttora, malgrado la colpevole mancanza di appoggio dele autorità, degli enti cittadini pubblica ancora un suo organo di stampa, la “Rassegna Storica Salernitana”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 42 e ssg., in proposito scriveva: “10) La bibliografia sulla reazione seguita ai moti del 1848 e sulla attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette la insurrezione del 1860, nonostante la monografia del Racioppi (2), e quella del Lacava (3), presenta ancora notevoli e rilevanti lacune…., ….nessuno se non esponenti del potere costituito, si sofferma, prima del 1860, sugli avvenimenti politici e sulle ripercussioni che questi avevano avuto in Basilicata (6). Soltanto dopo la annessione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, vengono pubblicati scritti polemici diretti a denuziare alla opinione pubblica coloro che avevano tradito i loro compagni di fede dopo il 1848 e che avevano assunto il ruolo di confidenti della polizia borbonica. Sulla base di documenti tratti dai processi celebrati a Potenza dopo il 1849, Pasquale Ciccotti svela l’attività di alcuni delatori che, dopo la caduta del Borbone, avevano aderito al nuovo governo e vantato precedenti liberali (1) e Rocco Brienza denunzia elementi del clero potentino che avevano assunto uno spregevole atteggiamento nei confronti della polizia borbonica (2). Ma l’accusa più grave vien mossa, nel 1863, a Vincenzo De Leo, patriota ed uomo di azione tra i migliori che abbia avuto la Basilicata nel 1848-49, schieratosi, nel 1860, con gli insorti: Felice Venosta, in un lavoro sulla spedizione di Carlo Pisacane a Sapri (3), accusa il De Leo di aver tradito la causa liberale preavvisando le autorità borboniche di quanto si macchinava e, nel condannare l’atteggiamento assunto dal Comitato Lucano di fronte al tentativo mazziniano, attribuisce ai liberali della Basilicata le cause dell’insuccesso della spedizione di Sapri. Contro le accuse e le insinuazioni del Venosta reagisce, molto autorevolmente, Giacomo Racioppi (4), il quale, dopo qualche anno, illustra ampiamente l’attività svolta in Basilicata dai liberali nel decennio che precedette l’insurrezione del 1860 (5).”. Pedio, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Ciccotti, Le spie borboniche liberali del 1861, Potenza, 1861.”. Pedio, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Venosta Felice, Carlo Pisacane e i compagni martiri a Sanza, Milano, 1863”. Pedio, a p. 43, nella nota (4) postillava: “(4) Racioppi, La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, Napoli, Margheri, 1863. Cfr. anche le lettere del Racioppi a Pietro Lacava edite dal Tripepi, Curiosità storiche cit., pp. 147. Contro l’accusa del Venosta il De Leo pubblicò, nel 1885, una nota autobiografica, Commemorazione della spedizione di Sapri – Un episodio dello sbarco di Pisacane a Sapri. Su tale argomento cfr. Pedio, Uomini e martiri cit., p. 309 s. Per la infondatezza di tale accusa cfr. per tutti Nello Rosselli, Carlo Pisacane nel Risorgimento Italiano, Genova, Emiliano degli Orfini, 1936, p. 442.”. Pedio, a p. 43, nella nota (5) postillava: “(5) Racioppi, Storia dei moti cit.”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877”. Sempre il Pedio (….), continuando il suo racconto scriveva pure che: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, e che i più noti patrioti avessero militato nella corrente democratica (1). Tale travisamento della realtà storica è stata opera non solo dei parlamentari lucani interessati a vantare tradizioni liberali, ma anche, e soprattutto, di Decio Albini, il quale, dimenticando che la corrente liberale alla quale aveva aderito Giacinto Albini prima del 1860 ed i Lacava soltanto dalla primavera di quell’anno, era stata restia ad accettare un programma radicale ed, in particolare, quello mazziniano, in una breve monografia altera la verità storica e, anzicchè limitarsi ad illustrare quelli che erano stati realmente i contatti avuti dal padre prima con il Comitato facente capo al Fabrizi e poi con il Comitato dell’Ordine dal quale, nel 1860, era stato delegato ad organizzare, a dirigere e ad arginare la insurrezione in Basilicata allo scopo di impedire un eventuale sopravvento dei radicali che facevano capo al Comitato d’Azione (2), afferma che il padre ed i suoi più vicini collaboratori avevano aderito al movimento mazziniano (3). E questa tesi viene sostenuta da Pietro Lacava, il quale, nell’illustrare l’attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette il 1860 (4), contribuisce ad avvalorare la leggenda di un Giacinto Albini mazziniano (5). Affermatisi questa convinzione, che noi riteniamo, quanto meno, esagerata, si susseguono una serie di opuscoli e di articoli (1), i cui autori, omettono ogni indagine, che arebbe facilmente dimostrato quale programma politico fosse stato accettato da coloro che erano stati i maggiori artefici del movimento insurrezionale del 1860 in Basilicata, si limitano a parafrasare gli scritti di Decio Albini, il quale continua a ripetersi in una serie di pubblicazioni il cui contenuto non trova riscontro nelle fonti e nei documenti del tempo (2). Inoltre, ritenendo affiliazioni mazziniane quelle numerose vendite carbonare che, con la denominazione di ‘Giovine Italia’, avevano svolto la loro attività in Basilicata nel 1847-49 (3), l’Albini definisce mazziniani quei patrioti lucani dei quali compila brevi cenni biografici per il ‘Dizionario del Risorgimento Nazionale’ del Rosi (4).”. Pedio, a p. 44, nella nota (2) postillava: “(2) Del Pedio, oltre l’intoduzione ai ‘processi e documenti cit., pp. 11 ss. ed Uomini e martiri cit., p. 297, cfr. l’articolo su Giacinto Albini redatta per il Dizionario biografico degli Italiani. “. Pedio, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Decio Albini, La pedizione di Sapri e la provinci di Basilicata, Roma, Terme Diocleziane, 1891 “. Pedio, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) Pietro Lacava, Prefazione alla ed. del 1909 della Storia dei moti del Racioppi.”. Pedio, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) Che Giacinto Albini abbia avuto rapporti con il Comitato mazziniano operante in Napoli nel 1857 è indiscusso. Ma ciò non significa che abbia accettato quel programma. Attraverso i documenti pubblicati dal De Monte si è portati a ritenere che, durante tutto il 1857, l’Albini sarebbe vissuto in Basilicata in continuo contatto con il Comitato mazziniano di Napoli. Al contrario, documenti ufficiali del tempo provano che Giacinto Albini, incluso tra gli attendibili politici, aveva ottenuto di fissare la propria residenza in Napoli dove era sottoposto a sorveglianza di polizia  e, di conseguenza, nella impossibilità di visitare i paesi della Basilicata. Infatti, quando nel maggio del 1857 si sospettò che l’Albini avesse rapporti con i liberali di Anzi e di Pietrapertosa, l’intendente della provincia di Basilicata si rivolse a Napoli, perché si procedesse all’arresto dell’Albini (cfr. ASP., Intendenza Baslicata, 7/57). Ciò, naturalmente, non esclude che Giacinto Albini abbia potuto svolgere questa attività settaria quale comprovata dai documenti pubblicati dal De Monte. Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. I documenti da noi consultati smentiscono, d’altra parte, una attività svolta in Basilicata in relazione alla spedizione di Carlo Pisacane, avvalorata, invece, dai documenti pubblicati dal De Monte nel 1877 e da quelli, forniti in copia, nel 1887, dalla vedova di Luigi Dragone a Decio Albini e pubblicati in un opuscolo commemorativo etc…A porre un dubbio sull’attività attribuita a Giacinto Albini nel 1857 dai suoi biografi è lo sesso Racioppi, in quella sua breve nota sui fati di Sapri pubblicata, nella sua edizione definitiva, in appendice alla edizione del 1909 della sua Storia dei moti p. 393 s.). D’altra parte, anche se non si vuol tenere conto di queste nostre affermazioni, un fatto è certo: nessun tentativo per cercare di accorrere in aiuto di Carlo Pisacane da parte dei liberali lucani, nessuna manifestazione di soliderarietà agli eroi di Sapri nei vari centri abitati della Basilicata. Cfr. in proposito Pedio, L’insurezione lucana nell’agosto del 1860, ed. fuori commercio, Napoli, XVIII febbraio 1960. “. Pedio, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. da ultimo Decio Albini, La cospirazione mazziniana nella Lucania (1849-1860) in Lucania gens, a. II (Roma, 1923), V, pp. 6 ss. Sulla attività svolta dai liberali lucani nel 1857 cfr. anche quanto scrive Giuseppe Solimene su Mauro D’Elia da Lavello in ‘La spedizione di Sapri di C. Pisacane: I primi albori del socialismo in Lucania in Pensiero ed Arte, a. XII, n. 12 (Bari, dicembre 1956), pp. 5 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Oltre Pedio, Processi e documenti, cit., cfr. dello stesso autore: Evoluzione politica della borghesia, cit., pp. 468 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (4) postillava: “(4) A dimostrare l’infondatezza delle affermazioni dell’Albini e di coloro che a lui si sono uniformati, sono i documenti del tempo esistenti nell’Archivio di Stato di Potenza (Cfr. Pedio, Processi e documenti, cit.) Cfr. in proposito anche G. Mondaini, I moti politici cit., pp. 264 ss. e Pedio, Di una società segreta e delle sue diramazioni in Basilicata e in Terra d’Otranto in Archivi d’Italia e Rassegna Internazionale degli Archivi, s. II, a. X (1943), fasc. 3-4, pp. 73 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (5) postillava: “(5) Tale argomento è stato ampiamente trattato, oltre che dal Racioppi nella Storia dei moti cit., anche nella Cronaca potentina del Riviello cit., pp. 157 ss. Oltre Pedio, La reazione borbonica in Basilicata dopo il 1848 in Atti XXVII Congresso Nazionale Istituto Storia del Risorgimento, cit., pp. 539 ss., cfr. anche Matteo Mazziotti, La reazione Borbonica nel Regno di Napoli, Soc. Ed. Albrighi e Segati, 1912; Alfredo Ricci, etc…”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali.”. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Marino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “…..non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867. Questo interessante volume, scrisse Rocco Brienza, è privo di non pochi fatti, e qualcuno, dei tanti riportati, merita di essere meglio chiarito. E’ a mia piena conoscenza come il Racioppi siasi…rivolto ai suoi compagni politici per sapere degli avvenimenti. Moltissimi tacquero, qualcuno disse anche troppo. Cfr. Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 10 luglio 1868. Nonostante le giuste critiche mosse dal B. al R. questa Storia dei moti rimane la più completa trattazione sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860. Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Carlo Nardi (….), nel suo, Le truppe del Ghio e il passaggio del “Calderaio”, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 298, nella nota (10) postillava: “(10) M. Rosi, I Cairoli, Torino, Bocca, 1908. Il Rosi pubblicò (pp. 339-349) la lunga lettera, in cui il giovanissimo Cairoli narrava la sua marcia attraverso la Calabria fino a Spezzano Albanese, ove fu ospite della famiglia Rinaldi, di cui, uno dei figli, Orazio, era stato compagno di collegio di Agesilao Milano e, implicato nella vicenda di costui, era stato condannato a 20 anni di carcere duro.”Gulielmini Andrea, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877.

Nel 1877, Re Vittorio Emanuele II concede a Giovanni Nicotera il titolo di BARONE DI SAPRI

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: …..nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79). Infine, lo stesso Nicotera, quasi ad esorcizzare i fantasmi del pasato, si preoccupò di farsi concedere il titolo di “barone di Sapri”, dal re (80).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Capone, a p. 123, nella nota (80) postillava: “(80) ibidem.”

Nel 1886, il Sindaco di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI ed il Consiglio Comunale concessero la cittadinanza onoraria a Giovanni NICOTERA, già Barone di Sapri

Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”.  Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”.

Le truppe di volontari garibaldini che Garibaldi inviò a Sapri

BERTANI VIAGGIA IN MARE DIRETTO A MESSINA (TORRE DI FARO)

Nel 28 agosto 1860, Agostino BERTANI, viaggia con il vapore UTILE per raggiungere le sue truppe a Messina

Dopo aver ricevuto a Milazzo, il dispaccio di Garibaldi, dove Garibaldi lo invitava a portare le sue truppe in Calabria, Bertani, da Milazzo cerca di portare le sue genti al porto di Messina, a Torre di Faro. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 172-173, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “La caccia in quei giorni ai bipedi e quadrupedi e ai mezzi di trasporto per mare e per terra era fin comica si sentiva prima che si sapesse, che Garibaldi aveva abbandonato l’isola: anche invisibile, egli con magnetico fluido tutti attirava. I feriti di cui le case e le chiese di Milazzo erano piene, fuggirono; e il vice- capo dell ‘ ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente.. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174, in proposito scriveva che: “Senza la benevolenza del povero Nievo a Palermo, di Acerbi e di Nicola Fabrizi a Messina, Bertani davvero non avrebbe trovato trasporti tra tanti che se li leticavano per pigiarvi le genti loro, magari sloggiandone quelle degli altri. Così il povero Ripari fino dal 22 fu sbalzato col personale e materiale d’ambulanza dall’Aberdeen ove pure era salito per ordine di Sirtori, e noi dovemmo sguizzare in barche pescherecce e sbarcare in mezzo ai regi e correre e correre per raggiungere Garibaldi.. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Etc…”. Infatti, Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro.”. Dunque, a Torre di Faro, il 28 agosto 1860, Bertani arrivò con alcune truppe imbarcatosi sul vapore Utile, che riuscì a trovare mentre il colonnello Rustow, da Milazzo dovette marciare con il grosso delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”.

Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria-Manelli sopra Cosenza per la strada consolare. Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II. Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana. Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore……Il giorno 6, la brigata Milano, continuando la sua marcia, giungeva ad Auletta: il giorno 7 ad Eboli; il resto dell’ esercito marciava a grandi giornate sopra Napoli, ignorando che in quell’istante medesimo il Dittatore solo entrava nella metropoli del regno.”.

LA MARCIA DI RUSTOW PER MESSINA-TORRE DI FARO

Nel 26 e 27 agosto 1860, Torre di Faro, Messina, RUSTOW e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani), ivi portate via terra da Milazzo ed ivi tutte riunite. Li raggiunge pure Agostino Bertani che li fa imarcare per la Calabria sul vapore UTILE

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Le truppe furono spostate a marcie forzate a Torre di Faro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Etc…”Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 9-10-11, in proposito scriveva che: “In ogni giorno, non una sola volta, ma perfino due, tre volte mi si consigliava la immediata partenza verso il Faro. Resistetti riguardo alla via di mare e momentaneamente anche per quella di terra, poichè mi sembrava inopportuno consumare in marcie forzate truppe del tutto nuove per presentarle al nemico digiune affatto d’istruzione , affrante e disordinate. Etc…”. Rustow si lamentava del disordine che regnava a Milazzo. Poi, a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro. Quanto riuscissero utili le marcie per l’ordinamento delle truppe, lo mostrò l’esperienza. La colonna che dapprincipio si stendeva all’infinito potè a poco a poco essere raccolta, i militi abituarsi ad un rancio regolare e ad una certa celerità nel soddisfare ad ogni ramo del servizio militare. Che sarebbe avvenuto se ad ognuno avessi permesso di agire a proprio talento, poichè è a rimarcarsi che molti immaginavano che la colonna, a guisa di un viaggiatore pedestre dilettante, potesse d’un sol colpo fare una corsa da Milazzo a Torre del Faro ? Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz, la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina, il 28 agosto a Torre di Faro, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti..  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Dunque, Agrati racconta che, il colonnello Rustow arrivò la sera del 18 a Milazzo, al comando di una parte della sua Divisione (Divisione Turr) ed il 20 settembre 1860 era arrivata a Milazzo il resto della Divisione. Dopo alcuni giorni di sosta a Milazzo, la Divisione, il 28 riparte ed arriva al Faro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28…..Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr).”.                               

Nel 28 agosto 1860, da Reggio, Agostino PLUTINO invia un messaggio di Garibaldi a BERTANI con un messaggio telegrafico 

Agostino Bertani che si trovava a Torre di Faro con le sue truppe e con Rustow telegrafò a Reggio Calabria per sapere dove si trovava Garibaldi e così poterlo raggiungere con le truppe che Garibaldi attendeva.  Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Bertani….e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati (1): etc…”. Dunque, la White scriveva che Agostino Bertani, il 27 agosto 1860 telegrafò a Reggio Calabria a Garibaldi che gli risponde da Reggio Calabria, il 28 agosto 1860 col tramite di Agostino Plutino, prodittatore della Calabria che gli risponde con il seguente messaggio telegrafico: «Reggio, 28 agosto 1860. Signore, In punto mi viene comunicato il seguente dispaccio elettrico per Lei: Fate sapere a Bertani a Torre di Faro che sbarchi la sua colonna a Santa Eufemia e che marci da costà a Nicastro. Per facilitare lo sbarco, Bertani deve portar seco barche. Mi avvisi se sbarcherà a Pizzo o a Santa Eufemia ( Pizzo , 28 , ore 5 ‘ /, pom. ). » La prego col ritorno del latore farmi tenere analoga risposta.- Il governatore generale Agostino Plutino. A. Bertani, generale di divisione, Torre di Faro.”. La White, a p. 173, nella nota (1) postillava che: “(1) Fatto questo da notarsi, dacchè una delle accuse mosse a Bertani fu che egli, quando divenne segretario generale, con arbitrio dittatoriale creò governatori a suo piacere. (2) Questo titolo innocentemente regalatogli da Plutino per telegrafo gli fruttò l’accusa di volere farsi generale ; ma egli si firmò sempre o Bertani o Bertani dott. Agostino.”. La White, a p. 174 proseguendo il suo racconto scriveva: “Bertani risponde a Plutino: “Vi prego partecipare al generale Garibaldi il seguente dispaccio: Scenderò a Santa Eufemia, condurrò barche meco, marcerò per Nicastro. Vi avvertirò appena sbarcato. Piola condusse vuoti a Palermo vapori destinati imbarco, perciò deve condurre uomini in due riprese. Vi prego altresì, signor governatore, di fare avvertire a Pizzo il tenente Francavilla condurre cavalli a Santa Eufemia subito.”. Dunque, la White scriveva che Bertani, dopo aver ricevuto a Torre di Faro l’ordine di Garibaldi inviatogli da Plutino, rispose al Governatore della Calabria con un dispaccio telegrafico dove gli annunciava che si sarebbe partito da Torre di Faro e si sarebbe diretto in Calabria, a Sant’Eufemia. Bertani, da Torre di Faro, prima di imbarcarsi sullo Stretto per andare in Calabria, diretto a Sant’Eufemia, telegrafa e risponde a Plutino, Governatore della Calabria per dirgli che vuole sbarcare con le sue truppe in Calabria. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Mentre così crolla tutta l’organizzazione borbonica, civile e militare, Garibaldi avanza rapidamente, trascinandosi dietro i suoi e spingendosi innanzi le torme dei vinti, tra i quali il panico, l’indisciplina, la dissoluzione non conoscon più limiti. Il 26 agosto il Dittatore è a Nicotera e di là scrive al Sirtori, senza sapere neppure con precisione dove si trovi: “Nicotera, 26 agosto 1860. Al Generale Sirtori a Mileto o sada da Rosarno a Mileto – Ebbi conferenza col Capo dello Stato Maggiore del maresciallo Vial e abbiam disposto il seguente: – Noi occuperemo Mileto domani etc…”. Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….”.     

LA BRIGATA BOLOGNA (PUPPI) RESTO’ AL FARO E NON POTE’ PARTIRE PER LA CALABRIA

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia.”.  Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia.. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr). La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguir per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”

BERTANI E RUSTOW CON LE BRIGATE MILANO E SPINAZZI SI IMBARCANO PER LA CALABRIA 

Nel 29 agosto 1860, a Messina, Torre di Faro, l’imbarco per lo sbarco in Calabria (a Tropea) di Bertani e di RUSTOW con le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani): le due Brigate Milano e Spinazzi si imbarcano e viaggiano per sbarcare in Calabria sui vapori WEISEL, DANTE, CALABRIA e PILO 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” furono portate da Milazzo a Torre del Faro e da Torre del Faro si imbarcarono per sbarcare in Calabria. Queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani, per via mare raggiunsero le coste della Calabria ma dovettero sbarcare a Tropea e non poterono arrivare via mare a Pizzo Calabro che fu raggiunta solo marciando da Tropea. I vapori che li avevano trasportati da Torre di Faro, via mare, li lasciarono e li fecero sbarcare a Tropea. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove si imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo.”. Dunque, Agrati (….), a pp. 389,  riferendosi al 27 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo.”. Dunque, Bertani lasciò Torre di Faro, con le sue truppe dell’ex spedizione Pianciani, il 27 agosto 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a p. 174 proseguendo il suo racconto scriveva: “Bertani risponde a Plutino: Vi prego partecipare al generale Garibaldi il seguente dispaccio: Scenderò a Santa Eufemia, condurrò barche meco, marcerò per Nicastro. Vi avvertirò appena sbarcato. Piola condusse vuoti a Palermo vapori destinati imbarco, perciò deve condurre uomini in due riprese. Vi prego altresì, signor governatore, di fare avvertire a Pizzo il tenente Francavilla condurre cavalli a Santa Eufemia subito.”. Dunque, la White scriveva che Bertani, dopo aver ricevuto a Torre di Faro l’ordine di Garibaldi inviatogli da Plutino, rispose al Governatore della Calabria con un dispaccio telegrafico dove gli annunciava che si sarebbe partito da Torre di Faro e si sarebbe diretto in Calabria, a Sant’Eufemia. Ma, come vedremo non poté sbarcare a Sant’Eufemia ma arrivò a Tropea. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘pretendendo di caricare poca gente, guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell’opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso.”Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. Sulla partenza di Bertani e delle truppe dal Faro per andare in Calabria. Poi continuando il racconto scriveva: “Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 11-12, scriveva pure: “Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro. Quanto riuscissero utili le marcie per l’ordinamento delle truppe, lo mostrò l’esperienza. La colonna che dapprincipio si stendeva all’infinito potè a poco a poco essere raccolta, i militi abituarsi ad un rancio regolare e ad una certa celerità nel soddisfare ad ogni ramo del servizio militare. Che sarebbe avvenuto se ad ognuno avessi permesso di agire a proprio talento, poichè è a rimarcarsi che molti immaginavano che la colonna, a guisa di un viaggiatore pedestre dilettante, potesse d’un sol colpo fare una corsa da Milazzo a Torre del Faro ? Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Etc…. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina, il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Etc….”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “…………... Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal “Gandini”, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333 scriveva che: Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto…..Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto.”. Dunque, secondo Agrati, Agostino Bertani condusse questa Divisione, insieme a Rustow dal Faro a Tropea. Da Tropea, Bertani e Rustow, marceranno fino ad arrivare a Pizzo Calabro, dove si imbarcheranno, e via mare arriveranno a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28…..Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguir per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”.

BERTANI E RUSTOW IN VIAGGIO PER LA CALABRIA

Nel 29 agosto 1860, da Messina Torre di Faro, il viaggio per lo sbarco in Calabria (a Tropea) di Bertani e di RUSTOW con le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani): le due Brigate Milano e Spinazzi sui vapori WEISEL, DANTE, CALABRIA e PILO 

Da Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e, le due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola, si trovavano a Milazzo in Sicilia, e da lì furono portate marciando fino al porto di Messina, a Torre di Faro, per passare lo Stretto. Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti etc…”. La White, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s’indirizzò per Santa Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘ pretendendo di caricare poca gente, guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell’opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso. Etc…”. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato.  Sulla partenza di Bertani e delle truppe dal Faro per andare in Calabria, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul ‘Weisel, Dante, Calabria’ e il Pilo, salì su questo e s’indirizzò per Sant’Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, etc…”. Poi continuando il racconto scriveva: “Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia.”. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. La White, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘ pretendendo di caricare poca gente,  guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell ‘ opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso. Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del Calabria aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Quì di fatti la sbarcò etc….”La White, a p. 175 scriveva: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Di Melendes e Briganti che si erano arresi a San Giovanni, Garibaldi manda liberi i soldati contando sullo sfacelo delle altre legioni, accavallandosi l’ uno sull’ altro. I forti dello stretto spalancano le porte al passaggio del vincitori. Vuotati così Torre Cavallo, Altafiumara, Scilla, Bagnara, vietato l’ulteriore transito delle navi nemiche, protetto lo sbarco dei Garibaldini, egli manda Mario a Milbitz (Sirtori, Cosenz, Medici c’erano già) con l’ordine di raggiungerlo con tutta la gente. Medici lo lascia per condurre il suo corpo, Bixio per condurvi i vincitori di Reggio e San Giovanni: Ripari ritorna per prendere il resto dell’ ambulanza e mi manda dal generale per prendere gli ordini e possibilmente trovare i mezzi di trasporto per i materiali d’ambulanza.”. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 11-12, scriveva pure: Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno, lasciammo dietro di noi la città di Tropea, la quale trovasi fondata su una immensa roccia che domina il mare, ed accostavamo il capo di Zambrone, quando il piccolo vapore inglese Weasel che trasportava i carabinieri genovesi ed i soldati del Genio e si trovava più avanzato di noi, improvvisamente virò di bordo dirigendosi a tutta forza verso il sud. Si disse che un vapore da guerra napoletano era stato veduto al di là del capo Zambrone. In quell’istante io mi trovava in cabina dettando ordini di servizio, ed essendomi penetrato il rumore d’allarme, accorsi tosto sul ponte, ordinai di caricar le armi e di mettere in ordine le truppe. Il mio intendimento non era che quello di avvicinarmi al vapore napoletano, e conscio delle vacillanti disposizioni della marina napoletana, incominciare le ostilità e dopo qualche esitanza che era certo d’incontrare, procedere all’arrembaggio. Osservando le faccie dei bravi Milanesi, m’avvidi che le mie intenzioni erano state indovinate. I miei ordini furono accolti con giubilo ed eseguiti con ammirabile puntualità. Di fronte al pericolo, il soldato incominciava a formarsi; vi furono peraltro sapienti ufficiali, che certo ebbero la stramba idea che io volessi soltanto da lontano intraprendere un combattimento a fuoco coi Napoletani !! Intanto che mi trovava così occupato nelle disposizioni pel combattimento, m’accorsi che il capitano del Rosolino Pilo aveva virato di bordo e rivolta la prua al seguito del Weasel. Mi recai tosto da lui per indurlo a rimanere, rappresentandogli che il nemico infine non era stato ancora veduto, che era quindi incerto se realmente esistesse e che non era pur impossibile che il Weasel avesse veduto delle ombre. Tutto inutile. Il capitano si ricusò, allegando il pessimo stato della sua macchina, la mancanza di provvigioni e che non poteva correre quel rischio trovando di suo dovere salvare il legno. Tali adunque erano le predisposizioni date per il trasporto delle mie truppe, ed in contingenze tali si osava farmi rimprovero perchè non le avessi fatte correre a rompicollo da Milazzo al Faro. Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 12-13-14, scriveva pure: Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea. Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, e di collocare l’infanteria più verso l’interno del continente. Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco e dare le opportune disposizioni pel caso del reale avvicinamento del vapore napoletano. Tutto ciò si eseguiva; ma lo sbarco si effettuava con lentezza, poichè il Rosolino Pilo si trovava assai distante da terra e le poche nostre lancie non potevano se non a lunghi intervalli ritornare da terra a bordo. Per ottenere una maggior celerità, voleva richiedere il concorso del Weasel; ma allorchè il Pilo un poco alleggerito potè d’alquanto avvicinarsi a terra e d’altronde fummo assicurati che il bastimento napoletano non si vedeva e che anzi la sua comparsa in queste acque era assai improbabile e che nel giorno antecedente erano stati veduti scorrere lungo le coste un legno da guerra francese ed uno inglese, lo sbarco si continuò con tutta calma e pace, ed i soldati furono accampati sulla spiaggia del mare. Tosto compiuto lo scarico, il Pilo se ne parti per Palermo onde rassettare la sua macchina e far provvista di vettovaglie. Il suo esempio fu imitato dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Verso mezzodì dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono…Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101.

BERTANI E RUSTOW A TROPEA CON LA MILANO E LA SPINAZZI

Nel 29 agosto 1860, a Tropea, l’arrivo AGOSTINO BERTANI, RUSTOW, SPINAZZI e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani, e ora 15° Divisione Turr), le Brigate: Milano, Parma e Bologna, al comando di Rustow  

Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato.  La White, a p. 175 scriveva: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 12-13-14, scriveva pure: Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea. Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, e di collocare l’infanteria più verso l’interno del continente. Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco e dare le opportune disposizioni pel caso del reale avvicinamento del vapore napoletano. Tutto ciò si eseguiva; ma lo sbarco si effettuava con lentezza, poichè il Rosolino Pilo si trovava assai distante da terra e le poche nostre lancie non potevano se non a lunghi intervalli ritornare da terra a bordo. Per ottenere una maggior celerità, voleva richiedere il concorso del Weasel; ma allorchè il Pilo un poco alleggerito potè d’alquanto avvicinarsi a terra e d’altronde fummo assicurati che il bastimento napoletano non si vedeva e che anzi la sua comparsa in queste acque era assai improbabile e che nel giorno antecedente erano stati veduti scorrere lungo le coste un legno da guerra francese ed uno inglese, lo sbarco si continuò con tutta calma e pace, ed i soldati furono accampati sulla spiaggia del mare. Tosto compiuto lo scarico, il Pilo se ne parti per Palermo onde rassettare la sua macchina e far provvista di vettovaglie. Il suo esempio fu imitato dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, le truppe con Bertani e Rustow dovettero mettersi in marcia diretti a Pizzo come comandava il Sirtori ma non potettero andare per mare. Da Tropea dovettero subito mettersi in marcia. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia . Verso mezzodi dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Inoltre, l’Agrati scriveva che Agostino Bertani, insieme al colonnello Rustow condussero queste truppe dal Faro a Tropea, via mare e, marciando via terra, da Tropea fino a Pizzo Calabro, e poi ancora viaggiando via mare da Pizzo a Paola. Arrivati a Paola, Agostino Bertani lasciò il comando al Rustow e partì per Cosenza dove andò ad incontrare Garibaldi. Rustow aspettò con le truppe sbarcate nel porto di Paola.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 173 pubblicò la cartina con gli itinerari seguiti dalle truppe garibaldine dove indica per la “Brig. Spinazzi e Milano” l’itinerario da Scilla a Nicotera via mare e per la “brigata Milano” l’itinerario via terra da Nicotera o Monteleone fino a Pizzo la marcia via terra per riprendere il mare fino a Paola. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata Milano, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal “Gandini”, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. L’itinerario come vedremo non è proprio questo. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 117, in proposito scriveva che: “La divisione del generale Turr aveva già oltrepassato lo stretto, escluso la brigata Eber, che, insieme con lo stato maggiore, era in attesa al Faro dei piroscafi che dovevano trasportarla in terraferma.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “….e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr) . La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”.

Nel 29 agosto 1860, a Tropea, BERTANI riceve il telegramma dell’Intendente ACERBI e si avvia a Pizzo

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “…a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro.

I TELEGRAMMI DI SIRTORI

Nel 30 agosto 1860, a San Pietro al Tiriolo, il generale SIRTORI invia un messaggio al generale TURR

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 178 riferendosi al generale Sirtori che da Tiriolo scrive il seguente telegramma a Turr: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’ egli a Türr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che ventimila razioni per oggi e trentamila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, continua: “per ciò che riguarda la marcia delle truppe, l’ufficiale mandato per proseguire fin che trovasse Medici e Bixio fu nell’impossibilità di proseguire per mancanza di mezzi di trasporto. Io la prego, signor generale, di usar di tutt’i mezzi che può trovare il di lei zelo, ed a valersi dell’autorità e del potere che le danno l’alto suó grado, perchè siano trovati mezzi di trasporto e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz gli ordini del dittatore, che impongono di arrivare a marcie forzate fino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo oggi alle 4 ant. si avanzerà verso Cosenza. Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza , pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso . » 30 agosto , ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. – Il capo dello stato maggiore G. SIRTORI….PS. Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Türr, dovunque trovisi.”. Dunque, il Sirtori telegrafa perchè cerca sia Acerbi che il generale Turr. Poi, a p. 179, la White scrive: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del celere ubbidire di Bertani, gentilmente me li mostra . ” Tropea è sul litorale romano ? ” domando. ” No davvero, ” risponde con uno dei suoi rari sorrisi, ” e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino ! ” E di tutto suo pugno scrive: San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. È ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità del quartier generale, che ora trovasi a San Pietro del Tiriolo a circa otto miglia da Tiriolo verso Correa e fra un’ora proseguirà verso Cosenza . Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata . – Il capo dello stato maggiore : G. Sirtori.”. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. La White-Mario, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Così si finisce di cenare. Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, ma già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che “ventimila razioni per oggi e trentamila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti”, continua: “per ciò che riguarda la marcia delle truppe, l’ufficiale mandato per proseguire fin che trovasse Medici e Bixio fu nell’impossibilità di proseguire per mancanza di mezzi di trasporto. Io la prego, signor generale, di usar tutt’i mezzi che può trovare il di lei zelo, ed a valersi dell’autorità e del potere e del potere che le danno l’alto suo grado, perchè siano trovati mezzi di trasporto e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz gli ordini del Dittatore, che impongono di arrivare a marcie forzate fino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo oggi alle 4 ant. si avanzerà verso Cosenza. Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso”. 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. P.S. – Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Turr, ovunque trovisi.”. Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del ‘celere ubbidire’ di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano? domando. – “No davvero”, risponde con uno dei suoi rari sorrisi, “e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino!” E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza.

Nel 30 agosto 1860, i telegrammi di SIRTORI 

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Così si finisce di cenare. Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, ma già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che “ventimila razioni per oggi e trentamila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti”, continua: “per ciò che riguarda la marcia delle truppe, l’ufficiale mandato per proseguire fin che trovasse Medici e Bixio fu nell’impossibilità di proseguire per mancanza di mezzi di trasporto. Io la prego, signor generale, di usar tutt’i mezzi che può trovare il di lei zelo, ed a valersi dell’autorità e del potere e del potere che le danno l’alto suo grado, perchè siano trovati mezzi di trasporto e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz gli ordini del Dittatore, che impongono di arrivare a marcie forzate fino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo oggi alle 4 ant. si avanzerà verso Cosenza. Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso”. 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. P.S. – Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Turr, ovunque trovisi.”. Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del ‘celere ubbidire’ di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano? domando. – “No davvero”, risponde con uno dei suoi rari sorrisi, “e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino!” E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 178 riferendosi al generale Sirtori che da Tiriolo scrive il seguente telegramma a Turr: 30 agosto , ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo . – Il capo dello stato maggiore G. SIRTORI. PS. Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Türr, dovunque trovisi.”. Dunque, il Sirtori telegrafa perchè cerca sia Acerbi che il generale Turr. Poi, a p. 179, la White scrive: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del celere ubbidire di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano ? ” domando. ” No davvero, ” risponde con uno dei suoi rari sorrisi, ” e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino ! “E di tutto suo pugno scrive: San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. È ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità del quartier generale, che ora trovasi a San Pietro del Tiriolo a circa otto miglia da Tiriolo verso Correa e fra un’ora proseguirà verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore : G. Sirtori.”. La White, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”.  Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101.

BERTANI E RUSTOW A MONTELEONE (VIBO VALENZIA)

Arrivati a Tropea, Bertani e Rustow con le loro truppe e due Brigate dovettero intraprendere una marcia molto faticosa per quelle truppe già molto stanche. Solo Bertani riuscì a spostarsi verso quella che sarà la prossima tappa, Monteleone, vicino Pizzo Calabro. Questo luogo in pratica sarebbe la piccola cittadina costiera di Vibo Valenzia, in Provincia di Cosenza.La piccola cittadina di Vibo Valenzia, si affaccia sul mare Tirreno, e non è molto distante da Pizzo Calabro. Da Wikipedia leggiamo che fino al 1863 fu chiamata “Monteleone” (l’antica Bibone). Dal 1863 al 1928 fu detta Monteleone di Calabria. Rustow con le truppe dovette marciare da Tropea, mentre Bertani forse riuscì a salpare con un qualche naviglio. La truppa garibaldina era diretta a Pizzo Calabro. A Monteleone arrivarono il 29 agosto 1860 di sera inoltrata. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto 1860 era giunta a Tropea e Monteleone. Ma Rustow scriveva che arrivrono a Monteleone la mattina del 30 agosto 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 13-14, scriveva pure: “La mattina del 30, mentre ci avvicinavamo a Monteleone, etc…”. Inoltre, a p. 14 scriveva pure che: La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda, costituita dalla brigata Parma, non vi arrivò che a mezzogiorno.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “….erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”.  Anche il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria. Etc…”. Le truppe di Bertani che marciarono da Tropea erano quelle che formavano le due Brigate che potettero partire sui vapori a Messina – Torre di Faro e si tratta delle due Brigate MILANO e SPINAZZI (la ex PARMA). Come si è detto la Bologna resterà al Faro. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 13-14, scriveva pure: Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. La sera ad ora avanzata, ci posimo in marcia per Monteleone, che pure tutti gli ufficiali dovettero fare a piedi, giacchè i nostri cavalli, che erano stati trasportati dal Faro a Scilla, e dovevano raggiungerci per la via di terra, si trovavano ancora molto indietro. La marcia notturna produsse i suoi effetti. Le giovani nostre truppe assai difficilmente potevano essere tenute in ordine, e particolarmente la brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa, i quali marciavano molto celeremente, si era di troppo distesa. Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente, ma il suo ferreo rigore valse almeno a mantenere la gente unita. lo mi trovava così affranto dalla stanchezza, che quasi m’addormentavo camminando. I patimenti morali però, più che non le materiali fatiche degli ultimi otto giorni, avevano fortemente scossa la mia buona e solida complessione. Ma feci ogni sforzo per dar buon esempio ai soldati, é questo giovò infatti, come sempre in simili contingenze. Presso Tropea erasi incominciato a vedere i fantasmi sul mare, ed ora avveniva lo stesso in terra.”. Rustow, nella traduzione del Porro, continuando il suo racconto scriveva che: “La mattina del 30, mentre ci avvicinavamo a Monteleone, i bersaglieri in testa di colonna, io mi trovava col primo battaglione della brigata Milano, quando osservai un movimento istantaneo nei bersaglieri, pel quale sembrava volessero prender posizione su una lingua della spiaggia. Subito poi, mi si presentò l’ufficiale di massa della brigata, un tale che voleva operare strategicamente a suo capriccio; quest’ uomo, già attempato, era venuto a passo concitato colla sciabola sguainata, per raccontarmi un intiero romanzo di cavalleria napolitana che minacciava la nostra fronte e che aveva nello stesso tempo girato il nostro fianco destro. Egli voleva trovare delle disposizioni per (in un campo tutto aperto) occupare militarmente tutte le strade. Gli raccomandai di calmare il suo ardore, di bandire la confusione dalle sue idee e di non portar il disordine nelle truppe. Io diedi le disposizioni che mi parvero del caso, ed i comandi si diffusero rapidamente dalla testa alla coda della colonna, ed i nostri giovani soldati, sebbene stanchi, si raccolsero a passo tanto celere, che in un istante il primo battaglione formava già una colonna compatta intanto che gli altri ne seguivano l’esempio. Tosto formati, avanzammo, e presto ci accorsimo che la minacciante colonna nemica altro non era che una mandra di pacifici e ben pasciuti buoi. Più tardi ebbimo occasione di sperimentare che la regia cavalleria napoletana non era gran che più terribile di questi buoi grigi. Profittai però di tale avventura per far comprendere alle truppe il danno d’una marcia disordinata. – La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda, costituita dalla brigata Parma, non vi arrivò che a mezzogiorno. Subito dopo l’arrivo delle prime truppe, che furono accampate in un bel giardino, si fecero i preparativi necessari pel rancio. Ma tutto procedeva ancora con lentezza straordinaria, cosicchè erano le 2 pomeridiane quando alcuni battaglioni avevano appena acceso il fuoco, allorchè ci pervenne l’ordine di avanzare subito per Pizzo.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Giulio Cesare Abba, Storia dei Mille. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 108, in proposito scriveva che: “Monteleone era occupata da circa dodicimila uomini comandata dal generale Ghio – il carnefice dell’infelice spedizione di Pisacane – il quale, appena seppe della capitolazione del generale Cardarelli a Cosenza (3), iniziò anche lui la ritirata. Non riuscendo però di imbarcarsi a Pizzo per mancanza di navi, fu costretto a proseguire la marcia in ritirata per terra attraverso la Calabria in rivolta; il 28 giunse a Chiriolo ed il 29 si fermò a Soveria Mannelli, per fronteggiare il Dittatore. Costui, frattanto, andava alla ricerca del brigatiere Stocco, capo di parecchie migliaia di volontari calabresi, per fare attaccare i borbonici alle spalle.”.

Nel 30 agosto 1860, a Tropea, BERTANI riceve il telegramma dell’Intendente ACERBI e si avvia a Pizzo

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. La White (….), continuando il suo racconto tratto dal Taccuino del Bertani scriveva che: “Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “Acerbi gli risponde a Bertani inviandogli un telegramma o dispaccio da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro. A questo punto, Bertani e Rustow, da Tropea si mettono in viaggio per arrivare a Pizzo Calabro. Bertani viaggierà per mare con il vapore Utile mentre Rustow marcerà fino a Pizzo Calabro. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 14-15-16, il Rustow nelle sue memorie, riferendosi a Pizzo Calabro scriveva che: “….allorchè ci pervenne l’ordine di avanzare subito per Pizzo. Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma. Etc…”. Fin qui nessuno accenno ad Acerbi. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. Dunque, l’accenno ad Acerbi è della White che scriveva che, il generale Sirtori, il 30 agosto 1860 scrise un messaggio a Bertani (e Rustow) intimandogli di marciare fino a Pizzo Calabro. Inoltre, la White scriveva che Bertani, arrivato a Pizzo Calabro, dove probabilmente vi era anche l’Intendente Acerbi, ricevuto il dispaccio di Sirtori, si imbarca con le truppe (con Rustow) insieme ad Acerbi e vanno a Paola, dove arriveranno il 31 agosto 1860.

BERTANI E RUSTOW A PIZZO CALABRO 

Nel 30 agosto 1860, a Pizzo, AGOSTINO BERTANI, RUSTOW e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani, e ora 15° Divisione Turr), le Brigate: Milano, Parma e Bologna (?) 

A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Le due brigate, prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Queste forze da Torre del Faro partirono e sbarcarono in Calabria a Tropea.  Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Giulio Cesare Abba, Storia dei Mille. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “…a Tropea…Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 14-15-16, il Rustow nelle sue memorie, riferendosi a Pizzo Calabro scriveva che: Ma tutto procedeva ancora con lentezza straordinaria, cosicchè erano le 2 pomeridiane quando alcuni battaglioni avevano appena acceso il fuoco, allorchè ci pervenne l’ordine di avanzare subito per Pizzo. Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma. – Da Pizzo, quella città fedele dove venne fucilato il bollente Murat, si doveva navigare per Paola, ove dicevasi trovarsi ancora presidio napoletano. Credendo al caso di un assalto, presi tutte le disposizioni per una tal fazione. Presso S. Lucido, lungi da Paola circa un’ora, era dove intendeva di approdare per muovere contro la città; quando da S. Lucido stesso col mezzo di segnali fummo informati che in prossimità non trovavansi nemici, e potemmo anzi osservare i nostri amici calabresi montati su dei cavalli simili a quelli che spesso si trovano disegnati sugli antichi vasi, correre lungo la costa del mare per recare a Paola la notizia dell’arrivo dei filibustieri rossi. Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “…andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, secondo il racconto di Rustow, le sue truppe sbarcarono a Paola il 31 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “….erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, per la paura dei capitani di navigli d’ un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando….”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 55-56-57 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. ……Alle due, lasciammo il Pizzo per andare a Paola, trainati questa volta dal Dante. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101.

GIOVANNI ACERBI INTENDENTE GENERALE DELL’ESERCITO

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Battista Acerbi, a Genova collaborò con Mazzini alla preparazione del moto milanese del 1853. Nel 1859 partecipò alla guerra d’indipendenza nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanato da Giuseppe Garibaldi, col grado di Sottotenente e ne seguì le imprese. Nel 1860 fu uno dei Mille e assunse le funzioni, con Ippolito Nievo come vice, d’intendente generale della spedizione garibaldina. Poiché la spedizione doveva avere un’Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse. Da Wikipedia leggiamo che nel 1859 partecipò alla guerra d’indipendenza nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanato da Giuseppe Garibaldi, col grado di Sottotenente e ne seguì le imprese. Nel 1860 fu uno dei Mille e assunse le funzioni, con Ippolito Nievo come vice, d’intendente generale della spedizione garibaldina. Giulio Cesare Abba (….), nel suo “Storia dei Mille” scriveva: “Poiché la spedizione doveva avere un’Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse.”. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” leggiamo che Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Dunque, Giovanni Cenni fu nominato Intendente Generale del Corpo d’armata dell’Esercito Meridionale di Garibaldi in Calabria.

A PIZZO, BERTANI TROVA L’INTENDENTE ACERBI

PAOLA

Paola partecipò al movimento di Garibaldi. L’eroe dei due mondi, tuttavia, non passo dalla città, a differenza dei suoi Garibaldini. Essi furono persino aiutati dal Comune quando le truppe comandate da Nino Bixio e Giacomo Medici s’imbarcarono per raggiungere Garibaldi a Napoli. Prima della costruzione della Ferrovia Paola-Cosenza nel 1910, il porto di Paola era molto trafficato, i piroscafi provenienti da Napoli e Messina erano carichi di merci e viaggiatori e il commercio fiorente. L’arrivo delle forze garibaldine provenienti dalla Sicilia e sbarcate a Paola è importante perchè queste forze saranno l’avanguardia garibaldina dell’Esercito Meridionale e saranno quelle che, fatte sbarcare a Paola dal generale Turr su ordine di Garibaldi, sbarcheranno a Sapri il giorno dopo.  A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Da Wikipedia, alla voce “Storia di Paola” leggiamo che Il 18 ottobre del 1806, Paola subì l’occupazione da parte dei Francesi. Essi incendiarono e saccheggiarono il Santuario di S. Francesco, che restò deserto. In seguito ad una legge emanata da Gioacchino Murat nel 1809, iniziò la soppressione di tutti gli ordini religiosi del regno di Napoli, compreso il protocenobio dei Minimi di Paola, nonostante la sua importanza, i conventi furono tutti convertiti ad altro uso, spesso militare, le chiese passarono al clero diocesano e tutti i beni clericali confiscati. Dopo il Congresso di Vienna (1815), Ferdinando IV di Borbone fu restaurato sul trono di Napoli. L’anno successivo i due regni di Napoli e Sicilia furono uniti nel nuovo Regno delle Due Sicilie. Nel 1844 il re Ferdinando II e la sua consorte Maria Teresa d’Asburgo visitarono Paola per voto. In seguito il re tornò il 29 ottobre 1852 accompagnato dal principe ereditario, Francesco. Durante il risorgimento, Paola partecipò al movimento di Garibaldi. L’eroe dei due mondi, tuttavia, non passo dalla città, a differenza dei suoi Garibaldini. Essi furono persino aiutati dal Comune quando le truppe comandate da Nino Bixio e Giacomo Medici s’imbarcarono per raggiungere Garibaldi a Napoli. Prima della costruzione della Ferrovia Paola-Cosenza nel 1910, il porto di Paola era molto trafficato, i piroscafi provenienti da Napoli e Messina erano carichi di merci e viaggiatori e il commercio fiorente. Vi nacque l’ultimo segretario del Partito Fascista, Carlo Scorza. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Da Pizzo, quella città fedele dove venne fucilato il bollente Murat, si doveva navigare per Paola, ove dicevasi trovarsi ancora presidio napoletano. Credendo al caso di un assalto, presi tutte le disposizioni per una tal fazione. Presso S. Lucido lungi da Paola circa un’ora, era dove intendeva di approdare per muovere contro la città; quando da S. Lucido stesso per mezzo di segnali fummo informati che in prossimità non trovavansi nemici, e potemmo anzi osservare i nostri amici calabresi montati su dei cavalli simili a quelli che spesso si trovano disegnati sugli antichi vasi, correre lungo la costa del mare, per recare a Paola la notizia dell’arrivo dei filibustieri rossi. Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di rimaner soffocato dalle entusiastiche espressione di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla sua frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Noi potevamo adunque avanzare verso il nord e procedere verso il nostro scopo senza espressione alcuna. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; qui si vedeva che la libertà era merce ancora nuova e quindi vivamente apprezzata. Dopo che il signor Tuzzi m’ebbe assegnato per quartiere la sua stessa casa, ritornai alla marina per condurre in città le truppe che intanto erano sbarcate. Ma alle truppe non fu accordato lungo tempo per pensare al riposo ed agli alloggi, trascinate dall’uno all’altro caffè dal popolo di Paola e da esso lautamente trattate. Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general General napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra.”. Il Rustow ci parla della permanenza sua e delle truppe a Paola. Egli cita il sig. F. Tuzzi, nobile di Paola e fabbricante di seta, che gli offrì la sua bella e comoda casa per aqquartierarsi. Rustow racconta ancora e aggiunge che a Paola: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli..  Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., in proposito scriveva che: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni , una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 55-56-57 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. ……Alle due, lasciammo il Pizzo per andare a Paola, trainati questa volta dal Dante. Verso le nove, udimmo delle voci che ci gridavano di fermarci; Poi distinguemmo diverse imbarcazioni in acqua, e una di esse si dirigeva verso di noi… Poteva essere una flottiglia nemica? La barca si avvicinò e un uomo si precipitò sul ponte. Il capitano, piuttosto incuriosito da questa manovra, gli chiese cosa volesse. Poi, nel suo dialetto calabrese, il brav’uomo spiegò che eravamo nel periodo della grande stagione della pesca e che la nostra nave, passando troppo vicino alla costa, impediva ai pesci di cadere nelle reti. Ecco, almeno, un onesto cittadino i cui grandi eventi che si svolgevano intorno a lui non gli facevano perdere il senso dei suoi piccoli interessi. Mentre un trono crollava, lui distese pacificamente le sue reti. Il capitano, brontolando, promise di prendere in considerazione la sua richiesta, e un attimo dopo la Dante ci riportò a rimorchio.”

Nel 31 agosto 1860, a Paola e le truppe borboniche del Generale Caldarelli 

Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 199, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, Dubitando che il Conte Persano, che ne fu avvertito, o il Cav. Piola, che non ho potuto vedere, non gliela abbiano scritta, credo necessario di darle io stesso una notizia che credo importante. Il Cav. Piola mi assicurava aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…”. Dunque, in un dispaccio del 31 agosto 1860 Depretis scrive da Palermo al conte di Cavour, scrive di una notizia importante da dargli e nel farlo scriveva che: “…il Cav. Piola, che non ho potuto vedere”. Dunque, il cav. Piola, era già partito da Palermo, mettendoi in viaggio per raggiungere Garibaldi e consegnargli la lettera del Depretis ?. Inoltre, nella sua lettera Depretis aggiunge che: “Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Dunque, in un dispaccio del 31 agosto 1860 Depretis scrive da Palermo al conte di Cavour di avere ricevuto un dispaccio da Garibaldi che lo informava che a Paola le truppe borboniche si erano arrese “a discrezione”. Infatti, pare che il nel periodo precedente e fino al 31 maggio, Paola fosse stata occupata da una parte delle truppe del Generale Caldarelli.                     

BERTANI E ACERBI A PAOLA                                       

Nel 31 agosto 1860, a PAOLA (provenienti in mare da Pizzo) sbarcarono Agostino BERTANI e l’Intendente generale ACERBI. Bertani lascia a Paola le truppe a Rustow e va incontro al Generale Garibaldi  

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179 e ssg., in proposito scriveva che: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del celere ubbidire di Bertani, gentilmente me li mostra. ” Tropea è sul litorale romano ? ” domando. ” No davvero , ” risponde con uno dei suoi rari sorrisi, ” e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino !” E di tutto suo pugno scrive: San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. È ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità del quartier generale, che ora trovasi a San Pietro del Tiriolo a circa otto miglia da Tiriolo verso Correa e fra un’ora proseguirà verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore : G. Sirtori . —”.  Il dispaccio di Sirtori inviato a Bertani è del 30 agosto 1860. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Bertani, da Tropea si avvia via mare navigando insieme ad Acerbi diretti a Paola. La White, proseguendo il suo racconto, a p. 179, in proposito aggiungeva che:  “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. La White-Mario (….) scriveva che Bertani voleva a tutti i costi incontrare Garibaldi per parlarci ed arrivato a Paola con l’Intendente Acerbi, ivi sbarcati (Rustow procedeva e arrivò con le Brigate marciando da Pizzo). La White dice che Bertani va in persona “a trovar Garibaldi a Rotonda”. La White dice che Bertani va a Rotonda. Si tratta di Rotonda o Cosenza ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Quì la White scrive che Bertani, opo essere sbarcato a Paola, va ad incontrare Garibaldi a Rotonda. Cosa che è vera in parte, nel senso che quando Garibaldi va a Rotonda vi era anche Bertani ma, Bertani andò a Cosenza ad incontrare Garibaldi, portandogli la lieta notizia delle sue truppe ivi sbarcate. Infatti, la White, a p. 179 aggiungeva: “Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: etc…. Dunque, la White, sulla scorta del Diario di Bertani scriveva che Bertani incontrò Garibaldi “procedè oltre…” oltre cosa ? Oltre Soveria Manelli che si trova in Calabria, non molto distante dal porto di Paola. Oltre Soveria Manelli vi è Cosenza dove effettivamente si incontrarono. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Dunque, delle due una, ovvero Bertani non andò a Rotonda, come scriveva la White-Mario, ad incontrare Garibaldi, ma andò a raggiungeri a Cosenza. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Un’altra questione è l’Acerbi. Bertani, da Paola viaggerà con Acerbi ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: “Il cuore patriottico di Bertani ne esultava; nè vi è da meravigliarsi se nella sua gioia entrava la dolce compiacenza di aver condotto, attraverso tanti ostacoli di cose e di uomini, la bella ed agguerrita legione agli avamposti, per circondare il duce che correva solo e veloce , precedendo di molte miglia le altre sue legioni. Quell ‘ ardente gioventù, che tanto aveva invidiato i fortunati compagni suoi di Calatafimi , di Palermo, di Milazzo, di Reggio, or si sarebbe consolata con lui affrontando il Re e i più fidi suoi veterani. Se Garibaldi avesse detto a Bertani < createmi altre legioni, egli sarebbe ritornato all’istante a Genova ; ma questi dicendogli « ora starete con me > aveva interpretato il suo desiderio e soddisfatto al suo affetto . E noi li seguiamo passo per passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. La giornalista White-Mario, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White scriveva che il Bertani annotò nel suo taccuino di viaggio che a Paola si separò dall’Acerbi, lasciando le sue truppe al colonnello Rustow. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Dunque, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., riferendosi a Bertani ed al suo taccuino e memorie, in proposito scriveva che: Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. In questo passaggio la White-Mario (…), scriveva che Bertani ricordava i aver lasciato Acerbi a Paola, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La notizia è interessante. La notizia tratta dal taccuino di Agostino Bertani è che Giovanni Acerbi, arrivato a Paola con Bertani, sul vapore Utile, da Pizzo Calabro, doveva condurre a Cosenza, al Quartier Generale di Sirtori aiuti e denaro che provenivano dalla Sicilia spediti dal Depretis. A questa notizia si riferisce anche il Bertani stesso che ne parla nel suo taccuino pubblicato dalla la White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia.”. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti è vero che Bertani, non si imbarcò da Paola per Sapri, ma egli raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi, la lieta notizia dei volontari a Paola. A Paola restò solo Rustow a guardia delle truppe ivi lasciate e riunite. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Etc…”Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc….Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Etc…”. Ragazzoni però scrive che sarà Garibaldi, il 1° settembre 1860 ad andare a Paola. Ma ciò non corrisponde al vero perchè gli storici ci dicono che Garibaldi fece un altro percorso e mandò Turr a prelevare le truppe a Paola e portarle a Sapri. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al geerale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripertire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”.

Nel 31 agosto 1860, a Paola, insieme a Bertani arrivò anche l’Intendente Generale ACERBI

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: “Il cuore patriottico di Bertani ne esultava; nè vi è da meravigliarsi se nella sua gioia entrava la dolce compiacenza di aver condotto, attraverso tanti ostacoli di cose e di uomini, la bella ed agguerrita legione agli avamposti, per circondare il duce che correva solo e veloce, precedendo di molte miglia le altre sue legioni. Quell ‘ ardente gioventù, che tanto aveva invidiato i fortunati compagni suoi di Calatafimi, di Palermo, di Milazzo, di Reggio, or si sarebbe consolata con lui affrontando il Re e i più fidi suoi veterani. Se Garibaldi avesse detto a Bertani < createmi altre legioni, egli sarebbe ritornato all’istante a Genova; ma questi dicendogli « ora starete con me > aveva interpretato il suo desiderio e soddisfatto al suo affetto. E noi li seguiamo passo per passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra.”. La White, proseguendo il suo racconto, a p. 179, in proposito aggiungeva che:  “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Giulio Cesare Abba, Storia dei Mille. Dunque, secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Chi era l’Intendente generale ACERBI ? Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”. Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450 e ssg., riferendosi al gnerale Sirtori ed al suo dispaccio inviato al generale Turr, del 30 agosto 1860 da San Pietro al Tiriolo, in proposito scriveva che: Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso”. 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. P.S. – Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Turr, ovunque trovisi.”. Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del ‘celere ubbidire’ di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano? domando. – “No davvero”, risponde con uno dei suoi rari sorrisi, “e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino!” E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Sirtori scriveva a Turr, il 30 agosto dal Quartiere Generale chiedendogli notizie di Acerbi. Il dispaccio di Sirtori inviato a Bertani è del 30 agosto 1860.

Nel 31 agosto 1860, a Paola (provenienti in mare da Pizzo) sbarcò l’Intendente ACERBI e i 5 milioni avuti dal Governo di Sicilia che doveva portare al Quartiere Generale

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, secondo i ricordi ed il “Diario” del Bertani, riportato dalla White (….), ella scriveva che: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La White scriveva che arrivati a Paola, Bertani si separò dall’Intendente generale ACERBI, in quanto quest’ultimo “doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Di Acerbi, la White ne parla anche nel racconto tratto dal taccuino del Bertani, nella sua discussione con Garibaldi al Fortino del Cervaro, a proposito della discussione per l’annessione della Sicilia. Bertani (v. p. 457) annotava le sue parole con Garibaldi: “…finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, etc…” e, dunque egli per questi ed altri motivi sconsigliava l’annessione. Secondo la White-Mario (….), Bertani,  nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Acerbi, dunque, restò a Paola con il Rustow e le truppe?. Acerbi, dice la White doveva andare a Cosenza ma attendeva gli aiuti proessi che dalla Sicilia dovevano arrivare a Paola. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Dunque, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., riferendosi a Bertani ed al suo taccuino e memorie, in proposito scriveva che: Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. In questo passaggio la White-Mario (…), scriveva che Bertani ricordava i aver lasciato Acerbi a Paola, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La notizia è interessante. La notizia tratta dal taccuino di Agostino Bertani è che Giovanni Acerbi, arrivato a Paola con Bertani, sul vapore Utile, da Pizzo Calabro, doveva condurre a Cosenza, al Quartier Generale di Sirtori aiuti e denaro che provenivano dalla Sicilia spediti dal Depretis. Però, sebbene la notizia sia molto interessante, devo precisare e notare che, gli aiuti e danaro, che Acerbi doveva portare al Quartiere Generale di Cosenza, il Quartiere Generale del Generale SIRTORI che in quel momento arrivò insieme a Garibaldi a Cosenza, ed ivi si fermò, non riguardano Cosenza, perchè, infatti Bertani ancora ne parla come non essere del tutto arrivati a destinazione, quando il 4 settembre 1860, Garibaldi era al Fortino con Bertani. Bertani, che era informato degli aiuti, che Depretis doveva inviare a Sirtori, ne parla quando descrive il franco colloquio che egli ebbe con Garibaldi alla Taverna del Fortino del Cervaro, a proposito della discussione per l’annessione della Sicilia. A questa notizia si riferisce anche il Bertani stesso che ne parla nel suo taccuino pubblicato dalla la White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia.”. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. Bertani (v. p. 457) annotava le sue parole con Garibaldi: “…finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, etc…” e, dunque egli per questi ed altri motivi sconsigliava l’annessione. Questi aiuti, denaro e fondi che avrebbero dovuto arrivare dalla Sicilia, ci parla Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., riferendosi alla Spedizione Bertani-Pianciani, in proposito scriveva che: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo – , ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi.”. Sull’invio di denaro e di aiuti Carlo Agrati, nel suo “Da Quarto al Volturno”, a p. 259, in proposito aveva scritto: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia -etc…”. Dunque, pare che Bertani avesse avuto dal Governo di Sicilia, dunque dal Depretis prodittatore, 5 milioni. Il Governo di Sicilia aveva rinvenuto nella zecca di Palermo un gran numero di argento.

RUSTOW A PAOLA

Nel 31 agosto 1860, la Brigata MILANO in viaggio via mare sul piroscafo DANTE, da Pizzo per Paola, in una lettera di un volontario garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 55-56-57 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Le Pizzo de Calabre et Paola, le 31 août . Vers dix heures du matin, nous entrons dans le golfe de Santa – Eufemia , et quelques instants après nous arrivons au Pizzo. Cette petite ville fut témoin du débarquement (1), de l’arrestation et de l’exécution de Joachim Murat , ex- roi de Naples. 2. Depuis cette époque , un décret du roi Ferdinand a honoré cette ville du titre de trèsfidèle (fidelissima ), et lui a accordé , en outre , l’exemption de toute espèce d’impôt . Bien plus, ce monarque a doté la famille Capellani d’une rente annuelle et perpétuelle de dixhuit cents francs environ , en récompense des services par elle rendus à la patrie dans cette grave circonstance . (Décret du 18 octobre 1815) Quatre cents volontaires de la brigade de Milan montent à notre bord. A deux heures , nous quittons le Pizzo pour aller à Paola, remorqué cette fois par le Dante. Vers les neuf heures , nous entendons des voix qui nous crient d’arrêter ; puis nous distinguons plusieurs barques sur l’eau, et l’une d’elles se dirige de notre côté… Seraitce une flottille ennemie ? La barque s’approche , et un homme s’élance sur le pont. Le capitaine, assez intrigué de cette manoeuvre, lui demande ce qu’il veut. Alors, dans son dialecte calabrais, le brave homme explique que nous sommes au moment de la grande pêche, et que notre bâtiment, en passant trop près de la côte , empêche le poisson de tomber dans les filets. Voilà, du moins, un honnête citoyen à qui les grands événements qui s’accomplissent autour de lui ne font point perdre le sentiment de ses petits intérêts. Pendant qu’un trône s’écroule , il tend paisiblement ses filets. Le capitaine, tout en maugréant, promet d’avoir égard à sa requête, et un instant après le Dante nous entraîne de nouveau à sa remorque., che tradotto significa:Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. Verso le dieci del mattino, entrammo nel golfo di Santa Eufemia e pochi istanti dopo giungemmo a Pizzo. Questa cittadina fu testimone dello sbarco (1), dell’arresto e dell’esecuzione di Gioacchino Murat, ex re di Napoli. 2. Da allora, un decreto di re Ferdinando ha onorato questa città con il titolo di fedelissima, e le ha concesso, inoltre, l’esenzione da ogni genere di tasse. Inoltre, questo monarca ha dotato la famiglia Capellani di una rendita annua e perpetua di circa milleottocento franchi, in ricompensa dei servizi da essa resi alla patria in questa grave circostanza. (Decreto del 18 ottobre 1815) Quattrocento volontari della brigata Milano salgono a bordo. Alle due, lasciammo il Pizzo per andare a Paola, trainati questa volta dal Dante. Verso le nove, udimmo delle voci che ci gridavano di fermarci; Poi distinguemmo diverse imbarcazioni in acqua, e una di esse si dirigeva verso di noi… Poteva essere una flottiglia nemica? La barca si avvicinò e un uomo si precipitò sul ponte. Il capitano, piuttosto incuriosito da questa manovra, gli chiese cosa volesse. Poi, nel suo dialetto calabrese, il brav’uomo spiegò che eravamo nel periodo della grande stagione della pesca e che la nostra nave, passando troppo vicino alla costa, impediva ai pesci di cadere nelle reti. Ecco, almeno, un onesto cittadino i cui grandi eventi che si svolgevano intorno a lui non gli facevano perdere il senso dei suoi piccoli interessi. Mentre un trono crollava, lui distese pacificamente le sue reti. Il capitano, brontolando, promise di prendere in considerazione la sua richiesta, e un attimo dopo la Dante ci riportò a rimorchio.”.   

Nel 31 agosto 1860, a PAOLA (provenienti da Pizzo) a marcie forzate, l’arrivo del colonnello Wilhelm RUSTOW, Capo di Stato Maggiore con le sue due Brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Pianciani): MILANO, comandata da GANDINI e la PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI), al comando di RUSTOW, nominato da Garibaldi nuovo Capo di Stato Maggiore

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 451 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi , passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Dunque, Agostino Bertani, dopo aver ricevuto a Pizzo, il dispaccio del generale Sirtori del 30 agosto 1860, si reca a Paola con le sue truppe dell’ex spedizione Pianciani, comandate dal colonnello Rustow. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”. Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Quando queste brigate arrivarono a Paola, il Bertani corse da Garibaldi comunicandogli l’arrivo di questo piccolo esercito ben equipaggiato, organizzato dal Bertani stesso. Quando Garibaldi ricevè la notizia dal Bertani, passò il comando delle stesse al generale Turr e le tolse al Bixio. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. L’itinerario come vedremo non è proprio questo. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 492 e ssg., in proposito scriveva che: LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’ esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria- Manelli , per mettere fine a quella capitolazione.”. Nel testo tradotto di Rustow, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna , e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia . Verso mezzodi dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione. Il 1. settembre arrivò a Paola il generale Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata.”Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Agostino Bertani (….), nel suo Diario, “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani”, Firenze, ed. Polizzi, 1869, (riferendosi però alla spiaggia di Sapri), a p. 71 fa un accenno alle truppe da lui portate e fatte sbarcare a Paola. Egli, a p. 71, in proposito scriveva: “Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di effrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marcie forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Un altro testimone di eccezione fu il colonnello Rustow che portò le truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani a Paola insieme a Bertani. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma. – Da Pizzo, quella città fedele dove venne fucilato il bollente Murat, si doveva navigare per Paola, ove dicevasi trovarsi ancora presidio napoletano. Credendo al caso di un assalto, presi tutte le disposizioni per una tal fazione. Presso S. Lucido lungi da Paola circa un’ora, era dove intendeva di approdare per muovere contro la città; quando da S. Lucido stesso per mezzo di segnali fummo informati che in prossimità non trovavansi nemici, e potemmo anzi osservare i nostri amici calabresi montati su dei cavalli simili a quelli che spesso si trovano disegnati sugli antichi vasi, correre lungo la costa del mare, per recare a Paola la notizia dell’arrivo dei filibustieri rossi. Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di rimaner soffocato dalle entusiastiche espressione di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla sua frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Noi potevamo adunque avanzare verso il nord e procedere verso il nostro scopo senza espressione alcuna. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; qui si vedeva che la libertà era merce ancora nuova e quindi vivamente apprezzata. Dopo che il signor Tuzzi m’ebbe assegnato per quartiere la sua stessa casa, ritornai alla marina per condurre in città le truppe che intanto erano sbarcate. Ma alle truppe non fu accordato lungo tempo per pensare al riposo ed agli alloggi, trascinate dall’uno all’altro caffè dal popolo di Paola e da esso lautamente trattate.”. Il Rustow ci parla della permanenza sua e delle truppe a Paola. Egli cita il sig. F. Tuzzi, nobile di Paola e fabbricante di seta, che gli offrì la sua bella e comoda casa per aqquartierarsi. Rustow racconta ancora e aggiunge che a Paola: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato.”. Dunque, il colonnello Rustow, partito il Bertani all’incontro con Garibaldi, restava a Paola con le sue truppe dell’ex divisione Bertani- Pianciani. Rustow aspettava ordini e disposizioni dallo Stato Maggiore o da Garibaldi che arrivarono il giorno dopo da Turr. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’ esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria- Manelli , per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, il colonnello Rustow, partito il Bertani all’incontro con Garibaldi, restava a Paola con le sue truppe dell’ex divisione Bertani- Pianciani. Rustow aspettava ordini e disposizioni dallo Stato Maggiore o da Garibaldi che arrivarono il giorno dopo da Turr. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 16, nelle sue memorie scriveva che: “Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di essere soffocato dalle entusiastiche espressioni di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “..andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, secondo il racconto di Rustow, le sue truppe sbarcarono a Paola il 31 agosto. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a tera là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”.  Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “…andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, secondo il racconto di Rustow, le sue truppe sbarcarono a Paola il 31 agosto. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola e, etc….”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “Sessa”, “Montessi” ed il capitano “Venuti”, più due Compagnie di Bersaglieri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Inoltre, Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spinazzi si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”.   

Nel 31 agosto 1860, a Paola, il colonnello Wilhelm RUSTOW, Capo di Stato Maggiore con le sue due brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Pianciani): MILANO, comandata da GANDINI, e la PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI)

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “…Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile.Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ” – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata “Milano“, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Quando queste brigate arrivarono a Paola, il Bertani corse da Garibaldi comunicandogli l’arrivo di questo piccolo esercito ben equipaggiato, organizzato dal Bertani stesso. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “Sessa”, “Montessi” ed il capitano “Venuti”, più due Compagnie di Bersaglieri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Dunque, secondo Maraldi, che scriveva sulla scorta del testo di Pianciani e del Pittaluga, Garibaldi, a Palermo, su indicazione stessa del Pianciani nominò Rustow e siccome il Tharena ed il colonnello Gandini pure si erano dimessi, Garibaldi nominò in loro sostituzione i colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis (come scriveva l’Agrati).

GARIBALDI A ROGLIANO E LA NOMINA DI TURR

Nel 31 agosto 1860, da Rogliano, il generale TURR, ricevuto l’incarico da Garibaldi scrive ed invia una lettera a BIXIO  

Abbiamo visto che Garibaldi, dopo aver lasciato Soveria Manelli proseguì il suo viaggio per la Calabria ed arrivando a Rogliano, il 31 agosto 1860 trovò Donato Morelli con le sue bande di volontari Calabresi. E’ a Rogliano che il generale Turr scrive una lettera a Nino Bixio, che era “Comandante la 1° Brigata della 15° Divisione”, e che si trovava nei pressi di Tiriolo o di Soveria, gli scrive che Garibaldi gli ordinava di assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Etc…“. Rogliano è un piccolo paesello della Provincia di Catanzaro, non molto distante da Cosenza. Garibaldi prima di arrivare a Cosenza, da Soveria Manelli proseguì per Rogliano. Rogliano si trova nell’interno della Calabria e della Sila, più o meno all’altezza di Amantea sulla costa tirrenica.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il Generale Garibaldi da Soveria lasciava la prodittatura a Vincenzo Stocco, e dato incarico a Sirtori di restare per raccogliere le truppe, partiva in vettura assieme con Turr e Cosenz ed alcune guide la mattina del 31 per Rogliano, dove trovò le bande calabresi organizzate da Donato Morelli.”, poi, proseguendo il suo racconto aggiungeva che: Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni cita il telegramma che Turr scrisse a Nino Bixio, il 31 agosto 1860 per annunciargli che Garibaldi gli aveva dato il comando della 15° Divisione. Ma, devo precisare che, come scrive il Pecorini, il telegramma venne spedito da Turr, a Rogliano, non a Cosenza. Dunque, Garibaldi già a Rogliano incaricava Turr del comando della 15° Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente, prosegue con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perchè un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta Emma, etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 198 e ssg., in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover egli lambire con la prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parveuze della vista il fantasma plasmato dalla mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età; e gentili donne e poveri contadini, e legioni preti, frati, artieri, braccianti ; tutti dall’ aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio : altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi, e primo agli altri additarlo. Su quelle vie passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali di ogni lingua e nazione, branchi di regii soldati, i quali – laceri, e scalzi, e sfinili pitoccavuno il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione di entusiasmo o di pietà, gittavano agli echi de’colli o delle valli il nome di Lui: e il nome di lui ricehrggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio, speranza. A Rogliano, la notte del 30 agosto, una scossa di terremoto balza e slancia alle aperte vie il popolo esterrefatto; ecco lo spavento far sosta, la confidenza rinascere al grido di viva Garibaldi. Come egli appariva, era gente che cadeva in ginocchi, gente che ne baciava le vesti; gente che volea tórlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti: e di passo in passo erano rappresentanze di municipii, d’istituti, e di cleri, che si pressavano a complire degli onori uliiziali dei Cesari fatti Iddii il nuovo Cesare fatto popolo. La sera del 31 agosto il Dittatore entrò a Cosenza; il giorno 2 settembre toccò Rotonda, prima comunità della Basili cata ai confini delle Calabrie, etc…”.

GARIBALDI ORDINA AD ORSINI DI CONSEGNARE I FUCILI

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale di Artiglieria Orsini Garibaldino il seguente ordine (Doc. N° 500): “Generale Orsini. – Consegnai al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule i proporzione. – G. Garibaldi.”. Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Etc…”.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”..

 I FUCILI PROVENIENTI DA SAPRI

Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia delle incursioni moderne.” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 84, riferendosi alla Calabria, a dopo Soveria, in proposito scriveva che: “Dalle Calabrie il Generale mosse a corse prodigiose per poste di cavalli, e si pensò nel repentino movimento poter riporsi il segreto d’entrata in Napoli. A tutt’uomo diedesi ciascuno, destinato a comandi, per assecondare l’impresa, e tutti contribuirono. Emuli nei conflitti, lo eran pure negli stenti pei duri servizi. Talvolta avvenne d’abbattersi con individui che a nome del Duce chiedessero cavalli alle poste, col dirsi investiti di mandato …… Il terreno era pieno di sconosciuti, forestieri i più – d’industria che imponevansi. E un di con Nullo trovammo un alemanno ad una posta. Ordinati cavalli, era per partire in uno a sbiadita beltà di donna d’otto lustri. Nullo disse: che fate ? – Fermate ; quei cavalli son pel generale. A che il tedesco nel suo idioma misto a parole nostre, rispose: ho incarichi ….. Chi siete ? Il barone M….. Smontate ….. Siamo stanchi di tanti intriganti. E li finì. – L’incognito non attese giustizia, se ne fuggì . -Accusato e cercato, più no ľrivedemmo. Era, come suol dirsi, un angelo custode, un fior di delatore.”.  Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale di Artiglieria Orsini Garibaldino il seguente ordine (Doc. N° 500): “Generale Orsini. – Consegnai al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule i proporzione. – G. Garibaldi.”. Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precedendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Etc…”.”.

ACERBI PORTA A COSENZA 5 MILIONI DI FRANCHI ?

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza arrivò l’Intendente ACERBI e i 5 milioni avuti dal Governo di Sicilia che doveva portare al Quartiere Generale di SIRTORI che in quel momento  

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, secondo i ricordi ed il “Diario” o “Taccuino” del Bertani, riportato dalla White (….), ella scriveva che: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La White scriveva che arrivati a Paola, Bertani si separò dall’Intendente generale ACERBI, in quanto quest’ultimo “…doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani,  nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Acerbi, dunque, restò a Paola con il Rustow e le truppe?. Acerbi, dice la White doveva andare a Cosenza ma attendeva gli aiuti proessi che dalla Sicilia dovevano arrivare a Paola. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. In questo passaggio la White-Mario (…), scriveva che Bertani ricordava i aver lasciato Acerbi a Paola, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La notizia è interessante. La notizia tratta dal taccuino di Agostino Bertani è che Giovanni Acerbi, arrivato a Paola con Bertani, sul vapore Utile, da Pizzo Calabro, doveva condurre a Cosenza, al Quartier Generale di Sirtori aiuti e denaro che provenivano dalla Sicilia spediti dal Depretis. Però, sebbene la notizia sia molto interessante, devo precisare e notare che, gli aiuti e danaro, che Acerbi doveva portare al Quartiere Generale di Cosenza, il Quartiere Generale del Generale SIRTORI che in quel momento arrivò insieme a Garibaldi a Cosenza, ed ivi si fermò, non riguardano Cosenza, perchè, infatti Bertani ancora ne parla come non essere del tutto arrivati a destinazione, quando il 4 settembre 1860, Garibaldi era al Fortino con Bertani. Bertani, che era informato degli aiuti, che Depretis doveva inviare a Sirtori, ne parla quando descrive il franco colloquio che egli ebbe con Garibaldi alla Taverna del Fortino del Cervaro, a proposito della discussione per l’annessione della Sicilia. A questa notizia si riferisce anche il Bertani stesso che ne parla nel suo taccuino pubblicato dalla la White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia.”. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. Bertani (v. p. 457) annotava le sue parole con Garibaldi: “…finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, etc…” e, dunque egli per questi ed altri motivi sconsigliava l’annessione. Questi aiuti, denaro e fondi che avrebbero dovuto arrivare dalla Sicilia, ci parla Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., riferendosi alla Spedizione Bertani-Pianciani, in proposito scriveva che: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo – , ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi.”. Sull’invio di denaro e di aiuti Carlo Agrati, nel suo “Da Quarto al Volturno”, a p. 259, in proposito aveva scritto: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia -etc…”. Dunque, pare che Bertani avesse avuto dal Governo di Sicilia, dunque dal Depretis prodittatore, 5 milioni. Il Governo di Sicilia aveva rinvenuto nella zecca di Palermo un gran numero di argento……..

BERTANI RAGGIUNGE GARIBALDI 

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, da Paola arrivò Agostino BERTANI che va incontro al Generale Garibaldi

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al generale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripartire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Bertani riparte da Paola per Cosenza. Alcuni storici scrivono che Bertani incontrò Garibaldi al Tiriolo, mentre altri parlano di Cosenza. Garibaldi si trovava a Cosenza, insieme al generale Enrico Cosenz ed altri. Altri storici ci dicono che Bertani si allontanò da Paola per incontrare Garibaldi a Rotonda. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. La White scriveva che Agostino Bertani, dopo essere arrivato a Paola, probabilmente insieme all’Intendente Acerbi, decide di andare incontro a Garibaldi raggiungendolo a Rotonda. Vedremo in seguito che Bertani non raggiungerà Garibaldi a Rotonda ma lo raggiungerà a Cosenza. Infatti, la White proseguendo il suo racconto e riferendosi sempre al Bertani aggiunge che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, incontrandosi con Bertani etc…”. Dunque, la White si corregge e scrive che Garibaldi, dopo Soveria Manelli “proseguirà oltre” (proseguirà oltre Soveria) e si incontrerà con Bertani. La White, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Il generale all’alba del 30, non avendo seco che ventiquattro guide, le manda ad intimare a Ghio, l’assassino di Pisacane, la resa a discrezione. Prima di mezzogiorno costui dovette licenziare il suo esercito, consegnar armi, artiglieria e cavalli; e in meno d’un’ora quel campo era di Garibaldi. Pisacane era vendicato a metà.”. La White proseguendo il suo racconto e riferendosi sempre al Bertani aggiunge che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco perprima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. La White, a p. 452, aggiungeva che: L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco per prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani  che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Garibaldi, avendo saputo delle truppe della ex-Divisione Pianciani riunite a Paola, a Cosenza, nominò il colonnello Turr generale e comandante della 15° Divisione, togliendola a Bixio. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Dunque, delle due una, ovvero Bertani non andò a Rotonda, come scriveva la White-Mario, ad incontrare Garibaldi, ma andò a raggiungerl a Cosenza. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Infatti, nel vol. II, a p. 179 (che corrisponde a p. 451 del volume unico che io posseggo), ella scriveva: “….va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Dunque, secondo il Treveljan si deve leggere Cosenza. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Bertani, da Tropea si avvia via mare navigando insieme ad Acerbi diretti a Paola. La White, proseguendo il suo racconto, a p. 179, in proposito aggiungeva che:  “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. La White-Mario (….) scriveva che Bertani voleva a tutti i costi incontrare Garibaldi per parlarci. Agostino Bertani, allontanatosi da Paola dove vi erano le sue truppe con Rustow che attendevano ordini da Garibaldi e da Sirtori, si reca a Cosenza dove incontrerà Garibaldi e gli dirà delle sue truppe ferme a Paola con Rustow che attendevano suoi ordini. Bertani raggiunse Garibaldi a Cosenza. Il 31 agosto 1860, Garibaldi era arrivato a Cosenza insieme al generale Turr. Garibaldi si trovava a Cosenza e viene raggiunto anche da Agostino Bertani e dall’Intendente Acerbi (?). Bertani viaggerà a cavallo da Paola, dove aveva lasciato le sue truppe ivi sbarcate con il colonnello Rustow. Bertani, da Paola viaggierà con Acerbi ?. Dunque, secondo il taccuino della White-Mario, Bertani arriverà a Rotonda con l’Acerbi dove incontrerà Garibaldi. Si è già visto che l’incontro tra Bertani e Garibaldi non sarà a Rotonda ma sarà a Cosenza. Che l’incontro si ebbe a Cosenza e non a Rotonda, è testimoniato dal telegramma che il generale Turr fece a Bixio, dopo aver ricevuto l’ordine da Garibaldi, a Cosenza, e non a Rotonda. Bertani, arrivato a Paola con l’Intendente Acerbi, ivi sbarcati e dove vi erano già arrivate le truppe con Rustow, lasciava Acerbi e Rustow a Paola e procedeva oltre per andare a conferire con Garibaldi. Alcuni storici scrissero che Bertani andò a Rotonda, altri scrivono che Bertani incontrò Garibaldi al Tiriolo, altri scrissero che Bertani incontrò Garibaldi a Cosenza.  La White dice che Bertani va in persona “a trovar Garibaldi a Rotonda”. La White dice che Bertani va a Rotonda. Si tratta di Rotonda o Cosenza ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò etc…”. Dunque, la White-Mario, dal Diario di Bertani scriveva che Garibaldi si incontrò con Garibaldi a Rotonda e non a Cosenza. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 451 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; etc…”. La White-Mario (….) scriveva che arrivato a Paola, Agostino Bertani va a Rotonda dove raggiunse il generale Garibaldi. La White-Mario (….), sull’episodio continua a scrivere e, a p. 451 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini. Etc…”. Dunque, la White-Mario (….) scriveva che Bertani parte da Paola e raggiunge Garibaldi a Rotonda. E’ strano che la White-Mario facesse questo errore, perchè, infatti, pare che Bertani raggiungesse Garibaldi non a Rotonda ma al quartiere generale di Cosenza. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Dunque, delle due una, ovvero Bertani non andò a Rotonda, come scriveva la White-Mario, ad incontrare Garibaldi, ma andò a raggiungeri a Cosenza. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Infatti, nel vol. II, a p. 179 (che corrisponde a p. 451 del volume unico che io posseggo), ella scriveva: “….va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Dunque, secondo il Treveljan si deve leggere Cosenza. Bertani raggiunse Garibaldi a Cosenza. Un’altra questione è l’Acerbi. Bertani, da Paola viaggerà con Acerbi ?. La giornalista White-Mario, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White scriveva che il Bertani annotò nel suo taccuino di viaggio che a Paola si separò dall’Acerbi, lasciando le sue truppe al colonnello Rustow. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo di Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Etc…”. Dunque, le truppe del Bertani (ex spedizione Pianciani) arrivarono a Paola per via mare da Pizzo Calabro. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, in proposito scriveva che: “Il primo settembre alle tre del mattino, Garibaldi, il Cosenz e il Bertani lasciavano Cosenza in carrozza aperta, etc…”. Dunque, se Garibaldi e Bertani lasciarono Cosenza il 1° settembre, alle tre del mattino ci conferma che Bertani arrivò da Paola il giorno 31 agosto 1860. Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, Rustow ci parla della permanenza sua e delle truppe a Paola. Egli cita il sig. F. Tuzzi, nobile di Paola e fabbricante di seta, che gli offrì la sua bella e comoda casa per aqquartierarsi. Rustow racconta ancora e aggiunge che a Paola: Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato.”. Dunque, Rustow, che era a Paola con i volontari garibaldini organizzati da Bertani,  racconta che egli aspettando che Garibaldi movesse da Soveria e andasse a Cosenza, gli arrivò la notizia che infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato.”. Gli arrivò la notizia che la sua Divisione era stata attaccata a quella di Turr. Bertani dove era andato a parlare con Garibaldi avvisandolo delle truppe a Paola (tenute da Rustow), a Rotonda o a Cosenza ?. Dove prese la decisione Garibaldi di destinare le truppe di Bertani a Turr ? Lo fece a Rotonda o lo fece a Cosenza ?.  Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Inoltre, Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Etc…Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni cita il telegramma del generale Turr del 31 agosto 1860 che egli trasmette a Bixio proprio da Cosenza dopo che il generale Garibaldi gli affida il comando delle truppe di Bertani. Dunque, Bertani e Garibaldi si incontrarono a Cosenza.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti, Bertani non “s’imbarca per Sapri” ma, invece, è vero che Bertani raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi, la lieta notizia dei volontari a Paola. A Paola restò solo Rustow a guardia delle truppe ivi lasciate e riunite. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Etc…”Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc….Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Etc…”. Ragazzoni però scrive che sarà Garibaldi, il 1° settembre 1860 ad andare a Paola. Ma ciò non corrisponde al vero perchè gli storici ci dicono che Garibaldi fece un altro percorso e mandò Turr a prelevare le truppe a Paola e portarle a Sapri. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al geerale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripertire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Bertani riparte da Paola per Cosenza. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, e si portava avanti con Cosenz.”. Dunque, il Pecorini non scrive come arrivò a Garibaldi l’avviso che “due brigate della dimessa spedizione Pianciani” si trovavano a Paola, ovvero Pecorini non scrive che l’avviso gli lo portò il Bertani stesso a Cosenza, ma che fosse a Cosenza e non a Rotonda come scrive il Treveljan, lo testimonia il telegramma che il generale Turr, inviò da Cosenza, il 31 agosto 1860 a Nino Bixio, di cui parlerò in seguito. Infatti, dopo l’incontro a Cosenza di Garibaldi e Bertani, Garibaldi diede l’ordine a Turr di andare a Paola.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione……Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”.

BERTANI E GARIBALDI A COSENZA

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, l’incontro tra GARIBALDI e Agostino BERTANI, che gli annuncia essere a Paola alcune Brigate ivi sbarcate e riunite (circa 4000 uomini) pronte per combattere con lui  

Agostino Bertani, allontanatosi da Paola dove vi erano le sue truppe con Rustow che attendevano ordini da Garibaldi e da Sirtori, si reca a Cosenza dove incontrerà Garibaldi e gli dirà delle sue truppe ferme a Paola con Rustow che attendevano suoi ordini. Bertani raggiunse Garibaldi a Cosenza. Il 31 agosto 1860, Garibaldi era arrivato a Cosenza insieme al generale Turr. Garibaldi si trovava a Cosenza e viene raggiunto anche da Agostino Bertani e dall’Intendente Acerbi (?). Bertani viaggerà a cavallo da Paola, dove aveva lasciato le sue truppe ivi sbarcate con il colonnello Rustow. Bertani, da Paola viaggierà con Acerbi ?. Dunque, secondo il taccuino della White-Mario, Bertani arriverà a Rotonda con l’Acerbi dove incontrerà Garibaldi. Dello storico incontro tra Garibaldi e Agostino Bertani, a Cosenza, ne hanno parlato alcuni storici e testimoni diretti, compreso il Bertani stesso. Bertani si era recato ad incontrarsi con Garibaldi per avvertirlo che alcune Brigate dell’ex Spedizione Pianciani, da loro due fatte arrivare a Palermo da Cagliari, erano da poco sbarcate e ben fatte riordinare da Rustow a Paola. Bertani portò la lieta notizia a Garibaldi. Garibaldi apprendendo la lieta notizia chiese a Bertani di restare con lui e diede incarico al generale Turr che era presente di recarsi a Paola per portarle a Sapri. Infatti, la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, traendo molte notizie dal “Diario” di Agostino Bertani, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco per prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”.”. La White scriveva pure che, Garibaldi: “E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro.”. La White aggiungeva pure del colloquio con Bertani che Garibaldi disse: E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, etc…. La White, a p. 452, aggiungeva che: L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco per prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Etc…”. Dello storico incontro con Agostino Bertani ha scritto anche il Treveljan. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo di Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Treveljan (….), a p. 194 continuando il suo racconto scriveva che: Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Etc…”. Garibaldi, avendo saputo delle truppe della ex-Divisione Pianciani riunite a Paola, a Cosenza, nominò il colonnello Turr generale e comandante della 15° Divisione, togliendola a Bixio. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Infatti, nel vol. II, a p. 179 (che corrisponde a p. 451 del volume unico che io posseggo), ella scriveva: “….va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Ma Bertani, non si incontrò con Garibaldi a Rotonda ma, lo storico incontro avvenne a Cosenza. Infatti, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, etc…”. Inoltre, Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Etc…Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni cita il telegramma del generale Turr del 31 agosto 1860 che egli trasmette a Bixio proprio da Cosenza dopo che il generale Garibaldi gli affida il comando delle truppe di Bertani. Dunque, Bertani e Garibaldi si incontrarono a Cosenza. Devo però aggiungere che sebbene sia corretto ciò che scrisse il Pecorini-Manzoni, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, etc…”, non citava affatto il Bertani, ma scriveva che a Garibaldi, a Cosenza gli pervenne l’avviso. A Garibaldi pervenne l’avviso delle truppe a Paola dal Bertani che si recò ad incontrarlo personalmente.  Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “..XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata , mandando il generale Türr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, ….LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie….raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Maraldi, però scrive pure che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Etc…”. Alessandro Serra, a p. 328 scriveva pure che: Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per tera sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per tera sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, etc…. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”.”. Agrati, proseguendo il suo racconto, dove si basa sul diario del Canzio, scriveva pure che, a Cosenza: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione….. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti, Bertani, non “si imbarca per Sapri” ma è vero, invece, che Bertani, da Paola raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi. Agrati cita dal Diario di Canzio che scrive il 1° settembre 1860 che era a Tarsia e che il giorno prima, ovvero il 31 agosto 1860 era arrvato Bertani per incontrare Garibaldi e dirgli delle truppe a Paola. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come horeso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”

La giornalista White-Mario, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”.

GARIBALDI NOMINA TURR

(Fig. n….) – Ritratto fotografico del gen. Stefano Turr

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, Garibaldi nomina il generale TURR, Capo di Stato Maggiore della 15° Divisione garibaldina al posto di Rustow e, gli ordina di recarsi a Paola e di imbarcare le truppe per il golfo per portarle a Sapri

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al generale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripartire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Bertani riparte da Paola per Cosenza. Dello storico incontro tra Garibaldi e Agostino Bertani, a Cosenza, ne hanno parlato alcuni storici e testimoni diretti, compreso il Bertani stesso. Bertani si era recato ad incontrarsi con Garibaldi per avvertirlo che alcune Brigate dell’ex Spedizione Pianciani, da loro due fatte arrivare a Palermo da Cagliari, erano da poco sbarcate e ben fatte riordinare da Rustow a Paola. Bertani portò la lieta notizia a Garibaldi. Garibaldi apprendendo la lieta notizia chiese a Bertani di restare con lui e diede incarico al generale Turr che era presente di recarsi a Paola per portarle a Sapri. Infatti, la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, traendo molte notizie dal “Diario” di Agostino Bertani, a pp. 451-452 scriveva che Garibaldi, in seguito allo storico incontro con Bertani, proveniente da Paola: “E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro.”. La White aggiungeva pure del colloquio con Bertani che Garibaldi disse: E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. La White, a p. 452, aggiungeva che: L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Etc…”. Dello storico incontro con Agostino Bertani ha scritto anche il Treveljan. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 196, in proposito scriveva che: “All’estremo opposto del Campo Tenese Garibaldi salì l’erta d’un altro passo (1) e varcandolo abbandonò la Calabria per la Basiicata, facendo la sua prima sosta nella nuova regione, a Rotonda, un paesetto di montagna dove egli trovò già costituita la Guardia Nazionale e l’intiera gerarchia delle autorità rivoluzionarie nè più nè meno che se fosse stato Parigi o per lo meno Cosenza (2).”. Sempre la Dobelli (….), a p. 198, in proposito scriveva pure che: “A questo punto del suo viaggio Garibaldi cambiò metodo,…..Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui i negoziati in condizioni più favorevoli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo di Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Treveljan (….), a p. 194 continuando il suo racconto scriveva che: Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Garibaldi, avendo saputo delle truppe della ex-Divisione Pianciani riunite a Paola, a Cosenza, nominò il colonnello Turr generale e comandante della 15° Divisione, togliendola a Bixio. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LIV. – Turr….Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale, o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, etc…LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, ….LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “..XLVII….Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Türr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie….raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. A Paola restò solo Rustow a guardia delle truppe ivi lasciate e riunite. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione. Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato. Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto , e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr , ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal popolo etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”Infatti, è bene ricordare che già Turr era stato nominato da Garibaldi, a Milazzo, al posto di Bixio, la 15° Divisione a cui appartenevano le truppe che sbarcarono con Bertani e Rustow a Paola. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, etc…(18).. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, e si portava avanti con Cosenz.”. Dopo aver ricevuto il prestigioso incarico da Garibaldi, il generale TURR scrive a Bixio e gli comunica l’avvenuto cambio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il Generale Garibaldi da Soveria lasciava la prodittatura a Vincenzo Stocco, e dato incarico a Sirtori di restare per raccogliere le truppe, partiva in vettura assieme con Turr e Cosenz ed alcune guide la mattina del 31 per Rogliano, dove trovò le bande calabresi organizzate da Donato Morelli. Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. …Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affezz. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 148, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. La ex divisione Pianciani era la “spedizione Terranova” che Bertani aveva organizzato per l’invasione dello Stato Pontificio. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola a Sapri non a Policastro. infatti, è a Sapri, che Turr e Rustow sbarcheranno il 2 settembre 1860, con tutte le truppe che porteranno da Paola. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria . Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia delle incursioni moderne.” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come horeso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “….Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi.. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti è vero che Bertani, non si imbarcò da Paola per Sapri, ma egli raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”Silvano De Luca quì commette un errore perchè si tratta della brigata “Spinazzi” non “Spiazzi”.

(Fig. n…) – Ritratto fotografico di Nino Bixio in uniforme

TURR SCRIVE A BIXIO

Nel 31 agosto 1860, da Rogliano, il generale TURR, ricevuto l’incarico da Garibaldi scrive ed invia una lettera a BIXIO  

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il Generale Garibaldi da Soveria lasciava la prodittatura a Vincenzo Stocco, e dato incarico a Sirtori di restare per raccogliere le truppe, partiva in vettura assieme con Turr e Cosenz ed alcune guide la mattina del 31 per Rogliano, dove trovò le bande calabresi organizzate da Donato Morelli.”, poi, proseguendo il suo racconto aggiungeva che: Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni cita il telegramma che Turr scrisse a Nino Bixio, il 31 agosto 1860 per annunciargli che Garibaldi gli aveva dato il comando della 15° Divisione. Ma, devo precisare che, come scrive il Pecorini, il telegramma venne spedito da Turr, a Rogliano, non a Cosenza. Dunque, Garibaldi già a Rogliano incaricava Turr del comando della 15° Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 148, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, la White-Mario (….), dal Diario di Agostino Bertani, scriveva che il generale Turr, che si trovava a Rogliano e che aveva ricevuto l’incarico da Garibaldi: “….trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, il Turr, da Cosenza invia un dispaccio a Bixio dove gli anticipa la decisione di Garibaldi di affidare le brigate della ex-Divisione Pianciani a lui e che il Bixio riceverà l’ordine di Garibaldi di formare la 18° Divisione. Turr chiede pure a Bixio di mandargli subito il colonnello Teleky e Maxime Du Champ per attaccarli con la divisione Eber che restava con lui. Turr spiega a Bixio che sarebbe partito per Paola, dove si trovavano riunite le brigate dell’ex divisione Pianciani per portarle a Sapri. Turr, nel suo dispaccio a Bixio gli promette che “Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marce forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 171, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Del Duca, a p. 171, nella nota (231) postillava: “(231) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini di Salerno, cit, pagg. 281-282”. Intanto devo rilevare un errore perchè il Del Duca scrivendo brigata “Spiazzi” sbaglia perchè si trattava della brigata “Spinazzi”, di cui parlerò ampiamente innanzi. Inoltre aggiungo che la lettera o dispaccio del generale Turr che fa pervenire a Bixio, che, come scriveva il Pecorini-Manzoni: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “……”.”, dunque, il generale Turr scriveva a Bixio da Rogliano, e, di nuovo, rivevuto l’ordine da Garibaldi a Cosenza, il 31 agosto 1860, prima di partire per Paola, il generale Turr scrive a Bixio la seguente “telegramma” o dispaccio, come scrive la scrittrice Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. Il testo completo del telegramma a Bixio è riportato da Carlo Pecorini-Manzoni (….), come ho già riportato. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr etc…”.

TURR RICEVE DA GARIBALDI 5000 FRANCHI

Bertani si era recato ad incontrarsi con Garibaldi per avvertirlo che alcune Brigate dell’ex Spedizione Pianciani, da loro due fatte arrivare a Palermo da Cagliari, erano da poco sbarcate e ben fatte riordinare da Rustow a Paola. Bertani portò la lieta notizia a Garibaldi. Garibaldi apprendendo la lieta notizia chiese a Bertani di restare con lui e diede incarico al generale Turr che era presente di recarsi a Paola per portarle a Sapri. Dopo la nomina del generale Turr, arrivando a Paola, secondo un altro testimone di eccezione, il colonello Rustow, portò a Paola 5000 franchi che probabilmente gli erano stati consegnati a Cosenza da Garibaldi stesso che gli aveva assegnato il prestigioso incarico. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Dunque, Rustow scriveva che il generale Turr, da Cosenza dove si trovava con Garibaldi, a Paola, aveva portato 5000 franchi francesi. La notizia è interessante. Credo che questo danaro gli fu consegnato a Cosenza dai Calabresi che insieme a Donato Morelli (….), nominato Governatore di Cosenza e della Calabria. Rustow scriveva che il generale Turr, aveva portato i 5000 franchi a Paola, ma non ha specificato se questo danaro dovesse arrivare a Sapri o fermarsi a Paola. Tuttavia, il danaro in quei frangenti serviva per ogni cosa. Ad esempio, oltre ai viveri che bisognava apprestare per le truppe sbarcate a Paola, vi erano i vapori o piroscafi da noleggiare per il viaggio fino a Sapri. Bisognava noleggiare i mezzi di trasporto per le truppe che in seguito, da Sapri, dovettero risalire verso il Vallo di Diano e Eboli e Salerno. Il danro fu utilizzato dal generale Turr anche p provvedere ai bisogni degli Ufficiali borbonici che erano in fuga, i cui Superiori, avevano sottoscritto un armistizio o resa con Garibaldi.

 TURR PARTE PER PAOLA

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, il generale TURR ricevuto l’ordine da Garibaldi parte spedito per Paola

Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, scrive al generale Bixio e poi subito parte spedito e si reca a Paola. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco perprima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, la White-Mario (….), dal Diario di Agostino Bertani, scriveva che il generale Turr, che si trovava a Rogliano e che aveva ricevuto l’incarico da Garibaldi: “….trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “….Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “…..Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LIV. – Turr….Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale, o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, etc…LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Dunque, il Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Di questa notizia devo però far notare che conferma la venuta a Paola del generale Turr. A Paola, Turr, su ordine di Garibaldi si recherà il giorno 31 agosto 1860 e, come scrive anche il Rustow, si provvide a far salire a bordo di alcuni legni amici, alcuni Ufficiali borbonici che si volevano imbarcare in ritirata e lasciare la Calabria. Garzia, però scrive pure che subito dopo, il generale Turr si reca a Pizzo Calabro mentre come vedremo Turr, insieme a Rustow porterà le truppe ferme a Paola le porterà a Sapri. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione , ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri.”. De Sivo, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau . Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière , sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel . En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo. I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 171, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Del Duca, a p. 171, nella nota (231) postillava: “(231) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini di Salerno, cit, pagg. 281-282”. Intanto devo rilevare un errore perchè il Del Duca scrivendo brigata “Spiazzi” sbaglia perchè si trattava della brigata “Spinazzi”, di cui parlerò ampiamente innanzi.

A LAURIA E A LAGONEGRO 

Nel 31 agosto 1860, a Sapri sbarcano tre ufficiali garibaldini, vanno a perlustrare la zona e arrivano  a Lauria (Perini)? o a Lagonegro (Du Champ)? dove incontrano nella piazza 3000 soldati borbonici che ivi bivaccavano

Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLIX. Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche.”. Perini racconta che Garibaldi arrivò a Castelluccio ed infine a Lauria. Perini racconta delle tristi vicende che interessarono Lauria in epoca Francese, col generale Manhès, nel 1808. Poi, proseguendo il suo racconto, Perini aggiunge e ci parla di un episodio sorto a Lauria. Perini scriveva: “L. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città, tuttavia presidiata dai Regii.. Perini racconta che alcuni giorni prima dell’arrivo di Garibaldi a Lauria (quindi qualche giorno prima del 2 settembre 1860, ovvero il 31 agosto 1860), “Tre ufficiali garibaldini che erano sbarcati in quel turno a Sapri” si erano “inoltrati a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze” di Lauria, dove, entranovi trovarono il piccolo paese di Lauria “presidiata dai Regii”, ovvero i tre ufficiali garibaldini trovarono Lauria occupata dalle truppe borboniche, probabilmente del generale Caldarelli. Analizzando meglio le parole del Perini, i tre ufficiali garibaldini sbarcati a Sapri, arrivarono a Lauria, che non è molto distante da Sapri, il 31 agosto 1860. Perini, proseguendo il suo racconto ci dice di ciò che accadde a Lauria. Perini scriveva che i tre ufficiali garibaldini: “L. I tre volontari, penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tre mila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrirsi per questo, e non mostrando nemmeno avvedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altra gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’ impossessarci della vostre persone, e forse ne potremmo sperare una generosa ricompensa dal nostro governo: ma siccome il nostro cuore batte, egualmente che il vostro, alle idee di libertà e di patria, facciamo piena adesione alla causa da voi propugnala e ve lo proviamo lasciandovi liberi. La notte seguente quel corpo munito di cavalleria ed artiglieria volontariamente si sciolse e disperse: tali erano i sentimenti dell’armata in cui Francesco II doveva riporre l’estrema speranza della sua dinastia !”.  Lo stesso episodio racconta Du Champ che, però, lo riferisce a Lagonegro e non a Lauria. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi. Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare. Tre ufficiali del nostro esercito, in camicia rossa, e provenienti da Sapri, erano entrati nella città. Vi trovarono 3000 Napoletani, uno squadrone di cavalleria, e due batterie di campagna schierati sulla piazza. Un po’ sorpresi da quello spettacolo del tutto inatteso, i garibaldini non si persero d’animo e se ne andarono tranquillamente a sedere al caffè, restandosene a guardare le truppe regie allineate in bell’ordine. Nessuno diceva loro niente; li guardavano con una certa curiosità, ma senza ostilità. Essi allora si diressero verso i soldati napoletani e si misero a discorrere con loro: – Perché, domandarono i nostri, ve la battete sempre in ritirata e non ci avete conteso il passo ? – Perché prima di essere Napoletani, siamo Italiani e, come voi, vogliamo un’Italia una, e sappiamo che il governo del re Francesco II non è, per così dire, che una succursale della corte di Vienna. Voi credete che manchiamo di coraggio ? Avreste torto; sappiamo bene che nostro dovere sarebbe farvi immediatamente impiccare, ma preferiamo stringervi la mano dicendovi: arrivederci! Etc…”. Inoltre, devo precisare che il racconto di Maxime Du Champ, identico a ciò che Perini scriveva riferendosi al paese di Lauria, il Du Champ, non solo lo riferisce al piccolo borgo di Lagonegro e non a Lauria, ma, Du Champ scriveva che loro si trovavano a Lagonegro il 7 settembre 1860, allorquando di sera arriva loro il dispaccio che Garibaldi è entrato in Napoli. Infatti, Du Champ, a p. 259, in proposito scriveva che: “La notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli si diffuse rapidamente a Lagonegro, che ben presto illuminata. L’indomani mattina, uno di noi ricevette un dispaccio in cui si annunciava che i forti di Napoli erano ancora in mano ai regi; ….Partimmo senza perdere tempo. Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio etc…”. Dunque, siccome il Du Champ si trovava a Lagonegro con la truppa garibaldina diretta dallo Spangaro, la sera del giorno 7 settembre, è desumibile che l’episodio dei tre ufficiali sbarcati a Sapri e arrivati a Lagonegro in perlustrazione, ascrivibile a Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare”, si riferisce al giorno 5 settembre 1860.

A PAOLA

Nel 31 agosto 1860, l’arrivo a Paola e l’imbarco di UFFICIALI BORBONICI dell’armata Regia

Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani,si reca immediatamente a Paola, dove vi erano già alcune truppe e Brigate dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, ivi fatte sbarcare e raccolte e riordinate dal colonnello Rustow. Queste truppe provenivano dalla Sicilia grazie all’azione congiunta di Agostino Bertani e il colonnello Rustow. Arrivando a Paola, però, il generale Turr, trovò anche molti Ufficiali dell’Armata borbonica che volevano allontanarsi dalla Calabria, e quindi imbarcarsi da Paola per Napoli. La notizia è testimoniata dal Capitano di Stato Maggiore Garzia e riportata da Ludovico Quandel (….) e pure da un testimone di eccezione quale il colonnello Rustow. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Dunque, il Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Questa notizia conferma la venuta a Paola del generale Turr.Anche se devo far notare che gli “Ufficiali” che Turr provvedè ad imbarcare non è detto che fossero quelli Regi, ma può essere che Garzia si riferisse agli Ufficiali dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. A Paola, Turr, su ordine di Garibaldi si recherà il giorno 31 agosto 1860 e, come scrive anche il Rustow, si provvide a far salire a bordo di alcuni legni amici, alcuni Ufficiali borbonici che si volevano imbarcare in ritirata e lasciare la Calabria. Garzia, però scrive pure che subito dopo, il generale Turr si reca a Pizzo Calabro mentre come vedremo Turr, insieme a Rustow porterà le truppe ferme a Paola le porterà a Sapri. Che si riferisse ad Ufficiali borbonici in fuga lo scrive il colonnello Rustow. Intando vi è da dire che il Capitano Garzia, nel suo Giornale di Brordo del vapore “Brésil” scriveva che: “”Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Etc…”. Come ho già detto, un testimone di eccezione per lo sbarco a Paola delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Piacini è stato il colonnello Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli.. Dunque, la notizia citata dal Ludovico-Quandel è stata confermata dal Rustow, che effettivamnte c parla degli Ufficiali borbonici “fuggitivi” che arrivarono a Paola per imbarcarsi sui legni garibaldini. Rustow però non era olui che sovrintendeva all’organizzazione per il trasporto delle truppe, ma il responsabile era il generale Sirtori che in quei giorni ebbe diverse difficoltà a reperire legni suffcienti al trasporto delle rimanenti truppe provenienti dalla Sicilia e a quelle che da Paola dovevano recarsi a Sapri. Perchè da Paola dovessero recarsi a Sapri, non ci è dato di sapere. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Inoltre, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres, leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Dunque, il soldato Garibaldino che nella lettera del 3 settembre 1860 scrive da Paola, scrive che il giorno prima, il 2 settembre 1860, a Paola, imbarcatosi sul vapore “Benvenuto” insieme ai suoi due amici,  francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux,…”, vede che il vicino vapore “Calatafimi” portava seco “….a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi.”. Devo però far notare quanto scriveva Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. Etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 80-81, riferendosi alla Calabria, a Soveria, in proposito scriveva che: “L’avanti era parola costantemente all’ordine, e l’incalzare a bello studio gli avvenimenti favorivaci, mentre incuteva spavento ai regi. – Avevano impressioni di dissolvimento, e giovava marciare a gran giornate affinchè lo scoramente, di mala influenza, perdurasse nelle loro file. Milazzo fu battaglia vigorosa e convinse che forse si poteva progredire anco a Napoli, e caduto quel governo, stabilirvi il nostro. Anche i regi camminavano, speranzosi di arrıvare agli alloggiamenti, ma potente e celere l’inseguimento, arrestarousi a Soveria. Garibaldi saputo del loro numero, di novemila, non temporeggio, raggiuntili su quei monti, occupati i passi superiori mandò, per convenire al loro capo. Era l’intero ex corpo di Clary. Mario ed io, staccati dal drappello avanzato di Nullo, fummo a Soveria parlamentari a Ghio generale, a Clary sostituito. Premessi schiarimenti, alle proposte di resa, perchè attorniato, sorrise, e disse volersi battere. – Nessuno, ripetè, può indurmi a tale estremo, la strada per Napoli è mia, qui v’attendo, e non capisco le pretese vostre. – Soggiunto che Sacchi e Cosenz occupavan già l ‘ escite, non credette, attese istanti, e preferi trattare con Garibaldı S’ avvantaggio di tempo, e distribuironsi di fatto le forze indicate. Il Duce venne ed intimò la resa. – Convinto Ghio di sua condizione, visti i luoghi forti in poter nostro, cedette all’ inesorabile destino. Entrammo ne’ campi nemici, nelle vie di Soveria e cannoni ed armi in fascio in quantità raccogliemmo. – Alpigiani calati dalle native roccie provvidersi di fucili, e rientrarono contenti del – bottino. La milizia tutta inerme, prese direzioni di sua volontà, e divisa in crocchi, chi raggiunse le smarrite insegne, chi i propri lari, chi da un lato, chi dall’altro, in breve scomparve dal villaggio. – Ci rifornimmo di cavalli, consunti i nostri da fatiche e mancati nutrimenti, e quanto eravi, ripartito pei bisogni, attendemmo ai varii servigi. Ignoro come potè la salute durarci in quei di, e chi fu con Garibaldi sa che il lavoro succede costante, senza posa e necessaria quiete al lavoro……A Soveria in quell’incontro unironsi le maggiori forze che se non compatte, poterono nel miglior modo progredire a più interni paesi..

Nel 1° settembre 1860, a Paola, in una lettera di un volontario garibaldino della brigata MILANO  

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 57-58-59-60 e ssg. trascriveva una lettera del 1° settembre 1860 da Paola e scriveva: “Paola , le 1 septembre. A minuit et demi nous arrivons à Paola, patrie du grand saint François de Paule, l’illustre confesseur du roi Louis XI , de religieuse mémoire . La nuit est splendide . Au lieu de chercher mon logement , je me dirige vers la montagne . Mais , à peine arrivé sur la route qui tourne sur elle – même en mille circuits, je suis soudainement interpellé en italien par le cri de : – (( Qui va là ? » Je réponds dans la même langue : « Ami , soldat de Garibaldi . » – Avancez !J’avance . >> Et alors la sentinelle me demande le signe de convention et le mot d’ordre . Ne connaissant ni l’un ni l’autre , je ne puis satisfaire sa curiosité , et le factionnaire appelle la garde . Quatre hommes et un caporal sortent aussitôt d’une petite maison servant de poste. Mes cinq hommes commencent alors par armer leurs fusils et me mettent en joue; ensuite je reçois l’ordre du caporal d’avancer plus près. Je lui explique en riant que je suis Français, et que le désir de profiter d’une belle nuit m’a engagé à sortir , sans même songer å prendre le moindre renseignement . Pleinement convaincu de la sincérité de mes paroles , le caporal m’invite à partager sa botte de paille et sa dernière ration de vin . Je m’empresse d’accepter. En sortant du poste , à six heures , je croise un régiment napolitain qui a déposé les armes et dont la majeure partie retourne à Naples. Je visite le couvent des franciscains, placé dans une situation ravissante , à l’extrémité du pays. Dans la chapelle , je trouve un docteur français en train de jouer la Marseillaise sur l’orgue. C’est sans doute la première fois que les voûtes de cette chapelle, habituée aux cantiques, résonnent sous des accents révolutionnaires. Quant aux franciscains, ils paraissent de viner les paroles ou du moins leur sens général, car je lis dans leurs yeux ce je ne sais quoi qui, dans toutes langues du monde, s’appelle le patriotisme. En Calabre comme en Sicile , du reste, le bas clergé fait franchement cause commune avec le peuple . Au besoin , il l’aide et l’encourage en lui faisant connaître la vérité . Il est le premier à porter la cocarde tricolore et à crier : « Vive l’Italie une et libre ! vive Garibaldi! vive Victor-Emmanuel ! >>., che tradotto significa: “…..“Paola, 1° settembre. A mezzanotte e mezza arriviamo a Paola, patria del grande San Francesco di Paola, illustre confessore del re Luigi XI, di religiosa memoria. La notte è splendida. Invece di cercare alloggio, mi dirigo verso la montagna. Ma, appena arrivato sulla strada che si snoda su se stessa in mille giri, vengo improvvisamente interpellato in italiano dal grido: – “Chi va là?”. Rispondo nella stessa lingua: “Amico, soldato di Garibaldi”. – Avanti! Avanti. >> E allora la sentinella mi chiede il segno di convenzione e la parola d’ordine. Non conoscendo né l’uno né l’altro, non posso soddisfare la sua curiosità, e la sentinella chiama la guardia. Quattro uomini e un caporale escono subito da una casetta che funge da posto di guardia. I miei cinque uomini cominciano allora ad armare i fucili e mi puntano contro; poi ricevo dal caporale l’ordine di avanzare più vicino. Gli spiego ridendo che sono francese, e che il desiderio di godere di una bella notte mi ha spinto ad uscire, senza nemmeno pensare di prendere la minima informazione. Completamente Convinto della sincerità delle mie parole, il caporale mi invita a condividere la sua balla di paglia e la sua ultima razione di vino. Mi affretto ad accettare. Lasciando il posto alle sei, incontro un reggimento napoletano che ha deposto le armi e la cui maggior parte sta tornando a Napoli. Visito il convento francescano, situato in una posizione deliziosa, all’estremità del paese. Nella cappella, trovo un medico francese che suona la Marsigliese all’organo. È senza dubbio la prima volta che le volte di questa cappella, abituate agli inni, risuonano di accenti rivoluzionari. Quanto ai francescani, sembrano intuire le parole o almeno il loro significato generale, perché leggo nei loro occhi quello che non so cosa, in tutte le lingue del mondo, si chiama patriottismo. In Calabria come in Sicilia, del resto, il basso clero fa francamente causa comune con il popolo. Se necessario, lo aiuta e lo incoraggia facendogli conoscere la verità. È il primo a indossare la coccarda tricolore e a gridano: “Viva l’Italia, una e libera! Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!”.  

TURR ARRIVA A PAOLA

Nel 1° settembre 1860, a Paola, il generale Turr, partito al mattino da Cosenza arriva e trova già sbarcate due brigate della ex “Divisione Bertani-Pianciani” (la Brigata Milano ed una porzione della Parma), organizzate da Bertani ed al comando di Rustow  

Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, scrive al generale Bixio e poi subito parte spedito e si reca a Paola. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, avendo riguardo al buon nutrimento dei militi, non stancarli molto, procurare che facciano una buona pulizia, riparare possibilmente i corpi con volontari, lasciare convenevoli depositi, siccome in Reggio, Monteleone, Tiriolo pure a Rogliano (ove lasciai il colonnello Corte), Cosenza, Castrovillari, etc.. con l’oggetto di accrescere di numero gli antichi Battaglioni e crearne di nuovi. Io partirò alla volta di Castrovillari alle 4 pom. d’oggi, e seguito avanti quanto lo comporteranno le circostanze. Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Etc…Vostro Garibaldi.”.”. Dunque, già da Tarsia, il 1° settembre, Garibaldi scriveva al generale Sirtori, che era in viaggio col suo Stato Maggiore e lo avvertiva che il generale Turr andava a Paola a prendere lagente del Berani. Inoltre, Agrati scriveva che: Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Etc…Vostro Garibaldi.”.”. Dunque, Turr, da Cosenza lasciò il gruppetto che viaggiava con Garibaldi e si diresse immediatamente a Paola. Dunque, Agrati scrive che Garibaldi, il 1° settembre scrivendo da Tarsia al generale Sirtori lo avvisa dei suoi ordini e lo avvisa che, il generale Turr, su suo comando marciò da Cosenza per Paola dove, al suo arrivo, doveva raccogliere la ex-Divisione Bertani-Pianciani che, ivi erano state raccolte dal Bertani. Dice pure che il generale Turr, doveva portare la gente di Bertani verso Sapri.”. Infatti, Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco perprima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, la White-Mario (….), dal Diario di Agostino Bertani, scriveva che il generale Turr, che si trovava a Rogliano e che aveva ricevuto l’incarico da Garibaldi: “….trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, scrive al generale Bixio e poi subito parte spedito e si reca a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, parlando di Garibaldi a Rotonda, in proposito scriveva che: “A Sapri troverebbe i 1500 del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato. Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; diede l’ordine onde provvedere a tutto l’occorrente per mandare ad effetto il più presto possibile la partenza da quella spiaggia, etc…. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Infatti, Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che tradotto è: Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi. In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…, che tradotto significa:  Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, ii. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico COSENZ che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale TURR, CORTE, CALDESI, AVEZZANA, MUSOLINO, NULLO, MORDINI, MISSORI, SERAFINI, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo ARRIVABENE e Antonino GALLENGA. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che TURR non resterà con Garibaldi e col suo seguito ma andrà a Paola. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe giunte il giorno prima. Vi giunse la mattina del primo settembre e, prima di mettersi in marcia, a Bixio che lo precedeva, scrisse: “…….”.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 51, in proposito scriveva che: “Giunse a Paola la mattina del primo settembre, imbarcò le truppe e alla sera salpò verso i nostri lidi. “Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice tentativo etc…(8)…”. “. Policicchio, a p. 51, nella nota (8) postillava del racconto di Rustow: “(8) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, p. 17.”. Devo però doverosamente fare la precisazione che, Policicchio, oltre a saltare tutto ciò che vi è di scritto su Sapri nei racconti di Bertani, di Rustow ecc…, egli scrive che il generale Turr, una volta rimessi in ordine le truppe garibaldine presenti a Paola: “…alla sera salpò verso i nostri lidi.”. Mi chiedo quali fossero i suoi lidi se non quello di Sapri. Turr, insieme a Rustow e le altre brigate garibaldine con cui salpò da Paola sbarcò a Sapri e non in altri lidi generici. Infatti, Rustow ne spiega i motivi.  Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro.  Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. Etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava , donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria, ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “Una famiglia di patriotti”, a p. CCIII, in proposito scriveva che: “Garibaldi partì da Cosenza il dì appresso senza esercito, precedendone l’avanguardia e solo accompagnato dai suoi aiutanti, dalle sue guide, e dal suo ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Attraversando il resto della Calabria, della Basilicata e la provincia di Salerno, trovò la rivoluzione compiuta dappertutto. Nessuno scrittore meglio del Racioppi ha descritto quella marcia meravigliosa e rapida (I).”. De Cesare, a p. CCIII, nella nota (I) postillava: “(I) Storia dei moti di Basilicata – Napoli, 1867.”Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria . Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 171, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Del Duca, a p. 171, nella nota (231) postillava: “(231) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini di Salerno, cit, pagg. 281-282”. Intanto devo rilevare un errore perchè il Del Duca scrivendo brigata “Spiazzi” sbaglia perchè si trattava della brigata “Spinazzi”, di cui parlerò ampiamente innanzi.Inoltre aggiungo che la lettera o dispaccio del generale Turr che fa pervenire a Bixio, che, come scriveva il Pecorini-Manzoni: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “……”.”, dunque, il generale Turr scriveva a Bixio da Rogliano, e, di nuovo, rivevuto l’ordine da Garibaldi a Cosenza, il 31 agosto 1860, prima di partire per Paola, il generale Turr scrive a Bixio la seguente “telegramma” o dispaccio, come scrive la scrittrice Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. Il testo completo del telegramma a Bixio è riportato da Carlo Pecorini-Manzoni (….), come ho già riportato. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “….si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione. Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’ quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.

TURR A PAOLA PORTA CON SE’ 5000 FRANCHI

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Dunque, Rustow scriveva che il generale Turr, da Cosenza dove si trovava con Garibaldi, a Paola, aveva portato 5000 franchi francesi. La notizia è interessante. Credo che questo danaro gli fu consegnato a Cosenza dai Calabresi che insieme a Donato Morelli (….), nominato Governatore di Cosenza e della Calabria. Rustow scriveva che il generale Turr, aveva portato i 5000 franchi a Paola, ma non ha specificato se questo danaro dovesse arrivare a Sapri o fermarsi a Paola. Tuttavia, il danaro in quei frangenti serviva per ogni cosa. Ad esempio, oltre ai viveri che bisognava apprestare per le truppe sbarcate a Paola, vi erano i vapori o piroscafi da noleggiare per il viaggio fino a Sapri. Bisognava noleggiare i mezzi di trasporto per le truppe che in seguito, da Sapri, dovettero risalire verso il Vallo di Diano e Eboli e Salerno. Il danro fu utilizzato dal generale Turr anche p provvedere ai bisogni degli Ufficiali borbonici che erano in fuga, i cui Superiori, avevano sottoscritto un armistizio o resa con Garibaldi.

Nel 31 agosto e 1° settembre 1860, l’arrivo a Paola e l’imbarco di UFFICIALI BORBONICI dell’armata Regia

Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani,si reca immediatamente a Paola, dove vi erano già alcune truppe e Brigate dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, ivi fatte sbarcare e raccolte e riordinate dal colonnello Rustow. Queste truppe provenivano dalla Sicilia grazie all’azione congiunta di Agostino Bertani e il colonnello Rustow. Arrivando a Paola, però, il generale Turr, trovò anche molti Ufficiali dell’Armata borbonica che volevano allontanarsi dalla Calabria, e quindi imbarcarsi da Paola per Napoli. La notizia è testimoniata dal Capitano di Stato Maggiore Garzia e riportata da Ludovico Quandel (….) e pure da un testimone di eccezione quale il colonnello Rustow. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Dunque, il Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Questa notizia conferma la venuta a Paola del generale Turr.Anche se devo far notare che gli “Ufficiali” che Turr provvedè ad imbarcare non è detto che fossero quelli Regi, ma può essere che Garzia si riferisse agli Ufficiali dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. A Paola, Turr, su ordine di Garibaldi si recherà il giorno 31 agosto 1860 e, come scrive anche il Rustow, si provvide a far salire a bordo di alcuni legni amici, alcuni Ufficiali borbonici che si volevano imbarcare in ritirata e lasciare la Calabria. Garzia, però scrive pure che subito dopo, il generale Turr si reca a Pizzo Calabro mentre come vedremo Turr, insieme a Rustow porterà le truppe ferme a Paola le porterà a Sapri. Che si riferisse ad Ufficiali borbonici in fuga lo scrive il colonnello Rustow. Intando vi è da dire che il Capitano Garzia, nel suo Giornale di Brordo del vapore “Brésil” scriveva che: “”Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Etc…”. Come ho già detto, un testimone di eccezione per lo sbarco a Paola delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Piacini è stato il colonnello Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli.. Dunque, la notizia citata dal Ludovico-Quandel è stata confermata dal Rustow, che effettivamnte c parla degli Ufficiali borbonici “fuggitivi” che arrivarono a Paola per imbarcarsi sui legni garibaldini. Rustow però non era olui che sovrintendeva all’organizzazione per il trasporto delle truppe, ma il responsabile era il generale Sirtori che in quei giorni ebbe diverse difficoltà a reperire legni suffcienti al trasporto delle rimanenti truppe provenienti dalla Sicilia e a quelle che da Paola dovevano recarsi a Sapri. Perchè da Paola dovessero recarsi a Sapri, non ci è dato di sapere. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Inoltre, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”.

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 57-58-59-60 e ssg. trascriveva una lettera del 1° settembre 1860 da Paola e scriveva: “Paola , le 1 septembre. A minuit et demi nous arrivons à Paola, patrie du grand saint François de Paule , l’illustre confesseur du roi Louis XI , de religieuse mémoire . La nuit est splendide . Au lieu de chercher mon logement , je me dirige vers la montagne . Mais , à peine arrivé sur la route qui tourne sur elle – même en mille circuits , je suis soudainement interpellé en italien par le cri de: – (( Qui va là ? » Je réponds dans la même langue : « Ami , soldat de Garibaldi . » – Avancez !J’avance . >> Et alors la sentinelle me demande le signe de convention et le mot d’ordre . Ne connaissant ni l’un ni l’autre , je ne puis satisfaire sa curiosité, et le factionnaire appelle la garde. Quatre hommes et un caporal sortent aussitôt d’une petite maison servant de poste. Mes cinq hommes commencent alors par armer leurs fusils et me mettent en joue; ensuite je reçois l’ordre du caporal d’avancer plus près. Je lui explique en riant que je suis Français, et que le désir de profiter d’une belle nuit m’a engagé à sortir, sans même songer å prendre le moindre renseignement . Pleinement convaincu de la sincérité de mes paroles, le caporal m’invite à partager sa botte de paille et sa dernière ration de vin. Je m’empresse d’accepter. En sortant du poste, à six heures , je croise un régiment napolitain qui a déposé les armes et dont la majeure partie retourne à Naples. Je visite le couvent des franciscains, placé dans une situation ravissante, à l’extrémité du pays. Dans la chapelle, je trouve un docteur français en train de jouer la Marseillaise sur l’orgue. C’est sans doute la première fois que les voûtes de cette chapelle, habituée aux cantiques, résonnent sous des accents révolutionnaires. Quant aux franciscains, ils paraissent de viner les paroles ou du moins leur sens général, car je lis dans leurs yeux ce je ne sais quoi qui, dans toutes langues du monde, s’appelle le patriotisme. En Calabre comme en Sicile, du reste, le bas clergé fait franchement cause commune avec le peuple. Au besoin, il l’aide et l’encourage en lui faisant connaître la vérité. Il est le premier à porter la cocarde tricolore et à crier : « Vive l’Italie une et libre ! vive Garibaldi! vive Victor-Emmanuel ! >>., che tradotto significa: “…..“Paola, 1° settembre. A mezzanotte e mezza arriviamo a Paola, patria del grande San Francesco di Paola, illustre confessore del re Luigi XI, di religiosa memoria. La notte è splendida. Invece di cercare alloggio, mi dirigo verso la montagna. Ma, appena arrivato sulla strada che si snoda su se stessa in mille giri, vengo improvvisamente interpellato in italiano dal grido: – “Chi va là?”. Rispondo nella stessa lingua: “Amico, soldato di Garibaldi”. – Avanti! Avanti. >> E allora la sentinella mi chiede il segno di convenzione e la parola d’ordine. Non conoscendo né l’uno né l’altro, non posso soddisfare la sua curiosità, e la sentinella chiama la guardia. Quattro uomini e un caporale escono subito da una casetta che funge da posto di guardia. I miei cinque uomini cominciano allora ad armare i fucili e mi puntano contro; poi ricevo dal caporale l’ordine di avanzare più vicino. Gli spiego ridendo che sono francese, e che il desiderio di godere di una bella notte mi ha spinto ad uscire, senza nemmeno pensare di prendere la minima informazione. Completamente Convinto della sincerità delle mie parole, il caporale mi invita a condividere la sua balla di paglia e la sua ultima razione di vino. Mi affretto ad accettare. Lasciando il posto alle sei, incontro un reggimento napoletano che ha deposto le armi e la cui maggior parte sta tornando a Napoli.. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres, leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Dunque, il soldato Garibaldino che nella lettera del 3 settembre 1860 scrive da Paola, scrive che il giorno prima, il 2 settembre 1860, a Paola, imbarcatosi sul vapore “Benvenuto” insieme ai suoi due amici,  francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux,…”, vede che il vicino vapore “Calatafimi” portava seco “….a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi.”. Devo però far notare quanto scriveva Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. Etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 80-81, riferendosi alla Calabria, a Soveria, in proposito scriveva che: “L’avanti era parola costantemente all’ordine, e l’incalzare a bello studio gli avvenimenti favorivaci, mentre incuteva spavento ai regi. – Avevano impressioni di dissolvimento, e giovava marciare a gran giornate affinchè lo scoramente, di mala influenza, perdurasse nelle loro file. Milazzo fu battaglia vigorosa e convinse che forse si poteva progredire anco a Napoli, e caduto quel governo, stabilirvi il nostro. Anche i regi camminavano, speranzosi di arrıvare agli alloggiamenti, ma potente e celere l’inseguimento, arrestarousi a Soveria. Garibaldi saputo del loro numero, di novemila, non temporeggio, raggiuntili su quei monti, occupati i passi superiori mandò, per convenire al loro capo. Era l’intero ex corpo di Clary. Mario ed io, staccati dal drappello avanzato di Nullo, fummo a Soveria parlamentari a Ghio generale, a Clary sostituito. Premessi schiarimenti, alle proposte di resa, perchè attorniato, sorrise, e disse volersi battere. – Nessuno, ripetè, può indurmi a tale estremo, la strada per Napoli è mia, qui v’attendo, e non capisco le pretese vostre. – Soggiunto che Sacchi e Cosenz occupavan già l ‘ escite, non credette, attese istanti, e preferi trattare con Garibaldı S’ avvantaggio di tempo, e distribuironsi di fatto le forze indicate. Il Duce venne ed intimò la resa. – Convinto Ghio di sua condizione, visti i luoghi forti in poter nostro, cedette all’ inesorabile destino. Entrammo ne’ campi nemici, nelle vie di Soveria e cannoni ed armi in fascio in quantità raccogliemmo. – Alpigiani calati dalle native roccie provvidersi di fucili, e rientrarono contenti del – bottino. La milizia tutta inerme, prese direzioni di sua volontà, e divisa in crocchi, chi raggiunse le smarrite insegne, chi i propri lari, chi da un lato, chi dall’altro, in breve scomparve dal villaggio. – Ci rifornimmo di cavalli, consunti i nostri da fatiche e mancati nutrimenti, e quanto eravi, ripartito pei bisogni, attendemmo ai varii servigi. Ignoro come potè la salute durarci in quei di, e chi fu con Garibaldi sa che il lavoro succede costante, senza posa e necessaria quiete al lavoro……A Soveria in quell’incontro unironsi le maggiori forze che se non compatte, poterono nel miglior modo progredire a più interni paesi..

Nel 1° settembre 1860, a Paola, di sera, l’imbarco per Sapri del generale Stefano TURR, del colonnello Wilhelm RUSTOW e le truppe dei volontari garibaldini delle due Brigate MILANO ed una parte della PARMA   

Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione delDittatore.”. Dunque, da queste notizie sappiamo che Piola-Caselli rientrò a Palermo, probabilmente imbarcatosi proprio da Sapri, il 5 settembre ma non conosciamo le tappe del suo viaggio di andata per arrivare ad incontrare Garibaldi. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr, ……e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc….”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, a p. 17-18, traducendo il testo del generale Rustow, in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato. Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde riccevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: Nel 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15° divisione comandata dal generale Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1° settembre cira 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Garibaldi….A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il ressto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LIV. – Turr…Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 493 e ssg., in proposito scriveva che: LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi , riposatisi alquanto, s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: La divisione Rustow…..per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr ; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’ quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.

Nel 1° settembre 1860, da Paola, la sera l’imbarco ed il viaggio per Sapri del generale Stefano Turr e la flotta navale borbonica nemica

Un testimone della partenza delle truppe garibaldine raccolte a Paola da Rustow e prelevate dal generale Turr, su ordine di Garibaldi per portarle a Sapri è stato lo scrittore francese Maxime Du Champ (….), che, si trovava a Lagonegro con altre truppe e venne a sapere della lieta notizia. Du Camp (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò….etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò in modo da potere nel caso, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sulle montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la strada di Napoli, nel caso in cui ci avessero aspettato a Salerno. La loro ritirata, di cui stava appunto per giungersi notizia, doveva poi rendre inutile quell’ardito piano. Infatti, la sera, verso le otto, mentre stavamo per andare a vedere noi stessi i nostri cavalli fossero in condizione di riprendere il viaggio, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”. Il nostro primo sentimento, lo confesso, fu un cattivo sentimento di rammarico e quasi di ira; ne seguì uno più nobile, etc…”. Maxime Du Champ racconta l’episodio accaduto a Paola alla partenza dal porto di Paola diretti a Sapri che fece il generale Turr, insieme al colonnello Rustow e circa 1500 uomini della ex Divisione Pianciani. Du Champ, testimone diretto, racconta che alla partenza da Paola accadde un fatto increscioso e preoccupante. Mentre i 1500 uomini, volontari garibaldini stavano lasciando il porto di Paola insieme al loro generale, Turr ed insieme a Rustow, apparve al largo una fregata dell’esercito borbonico. Turr, avendola scorta si pone in posizione di battaglia. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr …..e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi”.”. Dunque, il Pecorini, riguardo il viaggio del Turr e della sua colonna e della flotta nemica scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi , riposatisi alquanto , s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri . Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini ci racconta delle operazioni di imbarco a Paola. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 492 e ssg., in proposito scriveva che: LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’uscire nel porto di Paola il generale Turr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna, ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari ad apparecchiarsi ad una lotta cotanta ineguale e sopra un elemento che non era loro proprio, poteva essere unicamente giustificato dall’esito; e questo fu loro favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono finalmente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali borboniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Sulle navi borboniche di stazza a Paola e nel tratto di mare tirrenico da Paola a Napoli vi è la testimonianza di Ludovico Quandel-Vial che nel mese di settembre avviato alla carriera militare dal padre, come i fratelli Pietro, Giuseppe e Federico, entrò il 21 aprile 1855 nel Real Collegio Militare della Nunziatella da cui uscì il 19 ottobre 1858 alfiere del Real Corpo di Artiglieria delle Due Sicilie. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Come altri suoi colleghi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, una volta scarcerato fu invitato ad entrare nel neonato esercito del Regno d’Italia. Preferì ritirarsi a vita privata a Monte di Procida con la moglie, la cugina Giuseppina Vial. Ludovico Quandel-Vial racconta e trascrive notizie tratte dal maresciallo borbonico Vial. Pietro Carlo Maria Vial de Maton (Nizza, 5 ottobre 1777 – Roma, 28 febbraio 1863) è stato un militare italiano, maresciallo di campo dell’Esercito delle Due Sicilie e protagonista della resistenza del Regno delle Due Sicilie contro la Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Negli anni convulsi della spedizione dei Mille Vial de Maton fu apprezzatissimo per il suo operato solerte e l’estrema durezza tenuta nel periodo di stanziamento dell’esercito borbonico sulla riva destra del Garigliano tra l’estate e l’autunno del 1860. E’ proprio attraverso i giornali di bordo dei capitani delle navi borboniche e piemontesi che incrociavano quelle acque che si possono avere ulteriori utili notizie. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Grazia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Qui ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della marina piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che stavano a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr …..e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. Dunque, il Pecorini, riguardo il viaggio del Turr e della sua colonna e della flotta nemica scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, etc…”. Pecorini racconta che il generale Turr, Rustow, con le loro colonne imbarcatisi a Paola, usarono molta precauzione nella navigazione stando attenti alla flotta borbonica nemica che in quei giorni era particolarmente presente nelle acque del golfo di Policastro dove loro entrarono, navigando ed imbarcatisi a Paola, nelle prime ore del mattino del giorno 2 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, racconta dell’episodio accaduto a Paola, e poi aggiunge:Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò….etc…”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.. Dunque, il colonnello Rustow, che accompagnava le truppe da Paola a Sapri, insieme al generale Turr, scriveva che arrivati a Sapri, non trovarono movimento di truppe napoletane, ovvero truppe borboniche nemiche. Sulle navi borboniche di stazza a Paola e nel tratto di mare tirrenico da Paola a Napoli vi è la testimonianza di Ludovico Quandel-Vial che nel mese di settembre avviato alla carriera militare dal padre, come i fratelli Pietro, Giuseppe e Federico, entrò il 21 aprile 1855 nel Real Collegio Militare della Nunziatella da cui uscì il 19 ottobre 1858 alfiere del Real Corpo di Artiglieria delle Due Sicilie. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Come altri suoi colleghi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, una volta scarcerato fu invitato ad entrare nel neonato esercito del Regno d’Italia. Preferì ritirarsi a vita privata a Monte di Procida con la moglie, la cugina Giuseppina Vial. Ludovico Quandel-Vial racconta e trascrive notizie tratte dal maresciallo borbonico Vial. Pietro Carlo Maria Vial de Maton (Nizza, 5 ottobre 1777 – Roma, 28 febbraio 1863) è stato un militare italiano, maresciallo di campo dell’Esercito delle Due Sicilie e protagonista della resistenza del Regno delle Due Sicilie contro la Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Negli anni convulsi della spedizione dei Mille Vial de Maton fu apprezzatissimo per il suo operato solerte e l’estrema durezza tenuta nel periodo di stanziamento dell’esercito borbonico sulla riva destra del Garigliano tra l’estate e l’autunno del 1860. E’ proprio attraverso i giornali di bordo dei capitani delle navi borboniche e piemontesi che incrociavano quelle acque che si possono avere ulteriori utili notizie. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna, doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi.”.

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre e a Garibaldi, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre….Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.

Nel 2 settembre 1860, a Paola, il generale Turr, in una lettera di un volontario garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Paola, le 2 septembre. Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore, a su, par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle.”, che tradotto significa:Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo.”. Nella lettera del volontario garibaldino pubblicata dal Maison, il volontario scriveva da Paola e testimonia che “Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe., vi è un evidente incongruenza in quanto la lettera è datata 2 settembre 1860. Il generale Turr arrivò a Paola il 1° settembre 1860 e solo il 2 settembre, dopo che Rustow aveva riordinato le brigate salparono per mare con destinazione Sapri. Insomma, il 2 settembre 1860, il generale Turr e Rustow erano già in viaggio per Sapri. Sempre il volontario garibaldino nella lettera del 2 settembre 1860, da Paola, pubblicata dal Maison, a pp. 61-62 aggiunge delle considerazioni sui volontari calabresi e aggiunge: “Paola, le 2 septembre……Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte , leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹. Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti

L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’ quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’ Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.

CONCENTRAMENTO DI TRUPPE GARIBALDINE A SAPRI

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, alle ore 9,00, l’arrivo e lo sbarco del generale Istvan TURR, il colonnello Wilhelm RUSTOW, e le due  brigate garibaldine (la Brigata MILANO ed una porzione della PARMA) che saranno fatte riordinare dal colonnello RUSTOW e fatte accampare in località Cantine      

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…..Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.. Sulle truppe e sugli ufficiali che parteciparono  alle operazioni militari che facevano parte dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, che, fatti arrivare da Garibaldi dal Golfo degli Aranci a Palermo ed in seguito da Agostino Bertani, dal colonnello Rustow, prima a Paola e poi a Sapri, non vi sono molte notizie se non quelle che abbiamo scritto. Le dimissioni del loro capo, il conte Luigi Pianciani, del colonnello Tharrena, presentate a Garibaldi stesso dopo il loro arrivo a Palermo. Ma, oltre alla nota testimonianza viva e diretta del colonnello Rustow, che insieme al Turr e a Bertani li condusse dalla Sicilia, prima a Milazzo e poi a Paola, non abbiamo grandi testimoni e non si è scritto molto. Il fatto è che una grande testimonianza è quella di Agostino Bertani che prima di morire lasciò il suo immenso archivio alla giornalista inglese Jessie White-Mario, che aveva partecipato lei stessa, insieme al marito Mario alle operazioni con il generale Bixio. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183, in proposito scriveva: “E noi li seguiamo passo per passo , guidati dal taccuino , non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli.”. La White si riferisce al tacchuino o Diario di Agostino Bertani che pubblicò nel suo “Ire politiche d’oltretomba”. Essendo però, sia Turr che Rustow cavouriani convinti, i due ufficiali, in seguito alle note vicende dello scontro tra Mazziniani e Cavouriani, la mazziniana e garibaldina Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, sebbene riporti brani e ricostruzioni molto dettagliate dell’attività di Agostino Bertani, che non dimentichiamo era l’artefice principale della raccolta di quelle truppe che poi ritroveremo a Sapri, poco ha scritto su quei volontari garibaldini a cui bisogna riconoscere un tributo di riconoscenza e di affetto. La White-Mario (…), parlando del generale Istvan Turr e del colonnello polacco o tedesco Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “L’aggettivo dimessa sonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremmo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Türr nel dare a credere che egli e la sua divisione fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell ‘ entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la dimessa spedizione già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine , intitolato Storia della 15ma divisione Türr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio , quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo. Ad ogni straniero che combatteva per l’Italia Garibaldi era largo di gradi e di encomii. Ma il mondo ben sa oramai che le vittorie erano dovute a Garibaldi stesso e ai suoi ufficiali, Medici, Bixio, Sacchi, Cosenz e Sirtori, nomi che vivranno finchè vivrà la storia del risorgimento italiano. Da un ‘ altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1) parla del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per abbattere Lamoricière. » Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui , a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Pianciani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio , fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”. La White, riguardo il testo del Turr, si riferisce al testo di Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che tuttavia riporta notizie molto interessanti. Inoltre, la White-Mario (….), riguardo il testo scritto in tedesco dal colonnello Wilhelm Rustow si riferisce al testo di traduzione di Eliseo Porro (….), che, nel 1860 pubblicava “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, “La guerra d’Italia nel 1860” del 1862. Di questo testo esistono altre diverse traduzioni che vedremo in seguito. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861 e, l’altra:  “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), che si possono scaricare gratuitamenta da Google libri. Sui volontari e su alcuni ufficiali, alcune notizie sono state da me tratte dall’altro testo testimonianza del conte Luigi Pianciani, “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, in proposito scriveva: Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là etc…”. Agrati, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 138-139, riferendosi al colonnello Ludovico Frapolli, in proposito scriveva che: Garibaldi non era più a Bagnara, che aveva lasciato alcune ore prima del nostro arrivo; vi trovavamo invece il colonnello Frapolli, lo stesso con cui eravamo partiti da Genova…..Dopo aver parlato quella stessa mattina con Garibaldi, egli si preparava a ritornare in Sicilia per accellerare l’invio di truppe e dirigerle per mare non più a Reggio e su Scilla, ma molto più a nord, in previsione di una resistenza determinata, per lanciarle a Paola, dietro Cosenza, i maniera da tagliare la ritirata ai Napoletani, e su Sapri, per operare un movimento che potesse minacciare Salerno. Era il mezzo, escogitato assai bene dal Frapolli stesso, d’isolare gli uni dagli altri e di ridurre al nulla i diversi corpi regii che ancora occupavano in forze la strada di Napoli, e che potevano condenderci seriamente il passaggio nel caso poco probabile che al nostro avvicinarsi non si fosse sollevato tutto il paese. Frapolli partì solo sulla piccola imbarcazione per raggiungere Milazzo, e noi salimmo in carrozza per andare a raggiungere Garibaldi; etc…”. Dunque, Du Champ ci parla dell’arrivo di Turr a Bagnara calbra dove trovarono il colonnello Ludovico Frapolli (….), il quale aveva conversato con Garibaldi che da poco aveva lasciato Bagnara. Frapolli era in procinto d’imbarcarsi per la Sicilia, per andare a Milazzo e raccontava il piano di Garibaldi di non portare le trupe del Turr a Reggio e a Scilla ma di portarle a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Frapolli, fu Ingegniere, patriota. Partecipò a tutte le imprese garibaldine dal 1860 al 1871, dopo lunghi anni di esilio. Deputato dalla 7° e poi dalla 9° alla 11 legislatura. Iniziato il 10 dicembre 1862 nella Loggia Dante Alighieri di Torino, ne fu Maestro Venerabile. Gran Maestro del G. O. d’Italia. Ebbe il 33° grado del R.S.A.A. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso; a comandarlo era il colonnello Pianciani. Mandò un distaccamento a Sanza. Un uomo di nome Savino Laveglia, che la voce pubblica nominava come colui che aveva inferto il primo colpo a Pisacane, disarmato, fuggì, fu arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel carcere. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio…”. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, raccontando del suo arrivo a Sapri al seguito di Garibaldi, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, toccò la terraferma a Sapri nel Principato citeriore, nel medesimo luogo dove Pisacane era disceso verso la morte; si congiunse con l’esercito meridionale sotto le mura di Capua, e prese parte attiva ai combattimenti che, per due mesi, i volontari dovettero sostenere sulle sponde del Volturno contro i soldati di Francesco II. Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149 riferendosi al generale Turr che da Paola trasportò le sue truppe garibaldine a Sapri, in proprosito scriveva che: “….ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che tradotto è: Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi. In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, II, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…, che tradotto significa:  Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, II. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea; onde messosi in barca il giorno 3 settembre diresse a Sapri – Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 701, in proposito aggiungeva che: “Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 và per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo etc…”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Crediamo opportuno riportare il passaggio delle schiere Garibaldine a traverso la nostra provincia e quella di Salerno, quando il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli, etc…. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Sempre il Lacava, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 708, in proposito scriveva che: “La Brigata Puppi (divisione del pari di Tur) approdava a Sapri, alle 11 pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa Brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo…... Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, dal racconto del Racioppi (….), che a sua volta si rifà al racconto di Agostino Bertani, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “….Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi dei volontari della legione da me preparata per invadere lo stato pontificio, alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare col cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove,  nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano, e Spinazzi della Divisione Tùr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Il Pesce, a p…….. proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Pesce erra perchè il generale Stefano Turr non si trovava a Sapri con Garibaldi ma lo attendeva al Fortino. Credo che Pesce si riferisse al generale prussiano Wilhelm Rustow (….). Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri (? è un errore perchè si tratta di Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva essere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia, presso la strada di Lazongro, fu accompagnata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulla vestigia dell’antica e potente città marittima Vibona. I bersaglieri e i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevamo di trovarci in faccia al nemico, non senza qualche sospetto d’essere da esso circuìti. A Sapri c’era duopo attendere gli ordini del Dittatore; per accelerare il cui arrivo, Turr il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io avevo intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter distribuire loro 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovavo provvisto, nè mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservar gli stessi fucili sotto le mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Oltre alle brigate citate, nel Riassunto si citano anche i “Mille”, la “Brigata Bixio”, la “Brigata Eber” che, pare, non riguardano l’approdo di Sapri. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 170 riferendosi al Re Ferdinando II, in proposito scriveva che: “Se non che, appena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcata a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnate dalle grida festanti etc…”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri, si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica.”. E’ chiaro che visto gli eventi in seguito, le truppe del Turr arrivarono a Sapri, non a Policastro.  A p. 170, in proposito è scritto: “Se non che, appena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcate a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnata dalle grida festanti delle popolazioni, decise improvvisamente, contro il parere dei generali Pianell e Bosco, di etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Policicchio, a p. 288 riporta un passo interessante tratto dal testo delle memorie del generle borbonico Ludovico Quandel-Vial. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”.

Infatti, l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Si tratta del testo di Ludovico Quandel-Vial, e del suo “Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860″, tipografia degli Artigianelli, Napoli, 1902. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. De Cesare, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1). Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, toccò la terraferma a Sapri nel Principato citeriore, nel medesimo luogo dove Pisacane era disceso verso la morte; si congiunse con l’esercito meridionale sotto le mura di Capua, e prese parte attiva ai combattimenti che, per due mesi, i volontari dovettero sostenere sulle sponde del Volturno contro i soldati di Francesco II.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, toccò la terraferma a Sapri nel Principato citeriore, nel medesimo luogo dove Pisacane era disceso verso la morte; etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò in modo da potere nel caso, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sulle montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la strada di Napoli, nel caso in cui ci avessero aspettato a Salerno. La loro ritirata, di cui stava appunto per giungersi notizia, doveva poi rendre inutile quell’ardito piano. Infatti, la sera, verso le otto, mentre stavamo per andare a vedere noi stessi i nostri cavalli fossero in condizione di riprendere il viaggio, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”. Il nostro primo sentimento, lo confesso, fu un cattivo sentimento di rammarico e quasi di ira; ne seguì uno più nobile, etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa tetta d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ?”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini, ma su questa notizia nutriaamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che una volta allotanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi, furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…..brigata Milano…si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Pietro Spinazzi (Parma, … – Genova, post 1869) è stato un patriota, garibaldino e scrittore italiano. Si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Seguendo sempre racconto di Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, etc….”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Lo stesso racconto ci viene da Maxime Du Champ (….), nel suo “L’expédition des Deux Siciles”, dove a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…..Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. che tradotto significa: “…...Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima…etc…, la testimonianza di Forbes non ci pare plausibile in quando scrivendo che Turr era a Sapri la sera prima, le date non collimano. Se Turr era stato a Sapri la sera del 2 settembre e partì da Sapri nelle prime ore del mattino del 3 settembre vuol dire che Forbes, quando scrive questo passaggio, riferendosi a Garibaldi …..Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.. Antonio Pizzolorusso (….) e del suo “I martiri per la libertà italiana per la Provincia di Salerno con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860”, Salerno, 1885. Pizzolorusso, a p. 234, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre e ordina al primo d’inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via Consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al Generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. Agrati scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Dunque, Agrati scriveva che Turr sbarcava a Sapri alle 9 del mattino del giorno 2 settembre 1860, e fin qui mi trovo. Poi aggiunge:  “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra….”. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle 5 del pomeriggio del giorno 2 settembre 1860. Il telegramma di Garibaldi che gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Inoltre, Agrati scriveva pure che il Turr, “…e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.”. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 162, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: “Il generale Turr ebbe la missione di reprimere questi orrori. Era la mattina del 9 per tempo, e le due brigate della sua Divisione che il 7 erano ad Eboli, e l’8 a Salerno, entravano finalmente in Napoli. Con una di queste, la Brigata Milano giunta per prima, il generale Turr partiva in ferrovia per Nola alle ore 2 pom. Etc…”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 164, in proposito scriveva: Lo stesso giorno 10 il generale Turr coi bersaglieri milanesi, e un altro battaglione montato sui carri per guadagnare strada, si spinse fino a Dentecane, mentre Rustow, capo del suo Stato Maggiore, cogli altri due battaglioni seguiva di riserva fino a Pratola.”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 186, in proposito scriveva: Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale aribaldi sulla proposta di Turr ne detrminò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr. (p. 213). La brigata Milano continuava a far stanza in Caserta fino al 30. La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…Intendenza Militare:….; Corpo Sanitario:…..; Tribunale Militare:….; Comando della Brigata Sacchi: Maggiore Generale Sacchi Gaetano; Comando della Brigata Eber: Colonnello Brigatiere Eber Ferdinando, Capo di Stato Maggiore Maggiore Alessandri Giovanni, Capitano Applicato, Adamoli Giulio; Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro Pietro, Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti; Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), per spingersi rapidamente avanti ad aiutare Garibaldi e l’esercito meridionale: tali forze si trovarono così cinque tappe innanzi al grosso dell’esercito che si moveva, per la via consolare, da Soveria Mannelli su Cosenza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI….Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “…Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal “Diario” di Agostino Bertani, in proposito scriveva che: Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il Cesari (….), scriveva che: la brigata Puppi …..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Il generale Pittaluga (….), a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “…a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto. Il giorno 16, fui nominato capo dello Stato maggiore delle truppe che nelle vicinanze di Caserta si trovavano raccolte sulla sinistra del Volturno sotto il comando del Turr, trovandomi per tal modo sciolto dal comando della Divisione di Terranova, che ripresi solo il 19 settembre allorchè, come comandante dell’intiera ala sinistra, assunsi di condurla per la prima volta al fuoco.. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione  Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che:  “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo.  La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Questa testimonianza cozza pure con un’altra testimonianza, con quella cioè di Giulio Adamoli, che, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina…..etc….e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”.  Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva esssere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mulinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…”. Sempre il Rustow, nel Porro aggiungeva pure altre informazioni utili. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 2 e il 3 settembre, si componeva di due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spinazzi si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello “Tharrena”, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Cercando altre ed ulteriori notizie sul capitano Appel di Trieste.  Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 823-824, in proposito scriveva che: La divisione Rustow…..Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr ; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati ; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 173, in proposito scriveva che: “Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre. Il Garibaldi con pochi uffiziali giunse il 5 a Sala; mangiò a lauta mensa, e fè il Matina governatore della provincia; poi andò ad Auletta.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna . doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili . Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “….unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola.”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Infatti, Riccardo Finelli (….), a p. 152, in proposito scriveva: “Vedi l’ultimo spicchio di sole affondare nel Tirreno, proprio a strapiombo sulla Secca di Castrocucco, il porticciolo naturale fra le roccie della scogliera. Da lì Garibaldi s’imbarcò per Sapri, aggirando via mare la zona di Acquafredda, resa transitabile via terra solo molti decenni dopo, con l’apertura della galleria sotto una cresta rocciosa che arriva fin dentro al mare. Più in alto, verso la valle della Fiumarella, si sa accendendo una luna color crema, allegra e meravigliata, che a passi veloci conquista la scena lungo la scia di mare che lambisce l’Isola di Dino e prosegue fino a capo Scalea. Hai trovato compagnia fino a Maratea.”. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. La White, a p. 171, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”.

Nel 2 settembre 1860, da PAOLA, un volontario garibaldino nel suo Diario testimone della partenza da Paola di TURR e RUSTOW

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi , m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle….Etc….(1)…, che tradotto significa:Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo…….(1)….”. Maison, a p. 62, trascrive una lettera del 3 settembre 1860 e scrive: “Paola, en mer, le 3 septembre. Je quitte Paola à midi et je remonte à bord du Benvenuto , qui se dirige sur Naples , après avoir fait escale à Palerme : Deux Français , Félix Piette de Montfoucault et Alcime Cazeaux, sont avec moi . Pendant une heure nous marchons de concert avec le Calatafimi. Il transporte à Naples le régiment napolitain que j’ai rencontré hier. Sa musique nous salue à plusieurs reprises de l’Inno di Garibaldi . Nous l’encourageons de nos plus vifs applaudissements. Pendant ce temps , une bande de marsouins nous régale d’un ballet nautique rempli d’une charmante originalité.”, ilcui significato è: “Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”

A SAPRI

(Fig. n….) – Timbro del Comune di Sapri nel 1852

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, la FLOTTA NAVALE BORBONICA nel porto, le navi nemiche e l’esercito borbonico

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr …..e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. Dunque, il Pecorini, riguardo il viaggio del Turr e della sua colonna e della flotta nemica scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, etc…”. Pecorini racconta che il generale Turr, Rustow, con le loro colonne imbarcatisi a Paola, usarono molta precauzione nella navigazione stando attenti alla flotta borbonica nemica che in quei giorni era particolarmente presente nelle acque del golfo di Policastro dove loro entrarono, navigando ed imbarcatisi a Paola, nelle prime ore del mattino del giorno 2 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, racconta dell’episodio accaduto a Paola, e poi aggiunge:Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò….etc…”. Anche Osvaldo Perini ci racconta delle operazioni di imbarco a Paola. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito ; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Lo stesso racconto ci viene da Maxime Du Champ (….), nel suo “L’expédition des Deux Siciles”, dove a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 492 e ssg., in proposito scriveva che: LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse…..Dopo quell’unico accidente i volontari poterono finalmente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali borboniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.. Dunque, il colonnello Rustow, che accompagnava le truppe da Paola a Sapri, insieme al generale Turr, scriveva che arrivati a Sapri, non trovarono movimento di truppe napoletane, ovvero truppe borboniche nemiche. Sulle navi borboniche di stazza a Paola e nel tratto di mare tirrenico da Paola a Napoli vi è la testimonianza di Ludovico Quandel-Vial che nel mese di settembre avviato alla carriera militare dal padre, come i fratelli Pietro, Giuseppe e Federico, entrò il 21 aprile 1855 nel Real Collegio Militare della Nunziatella da cui uscì il 19 ottobre 1858 alfiere del Real Corpo di Artiglieria delle Due Sicilie. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Come altri suoi colleghi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, una volta scarcerato fu invitato ad entrare nel neonato esercito del Regno d’Italia. Preferì ritirarsi a vita privata a Monte di Procida con la moglie, la cugina Giuseppina Vial. Ludovico Quandel-Vial racconta e trascrive notizie tratte dal maresciallo borbonico Vial. Pietro Carlo Maria Vial de Maton (Nizza, 5 ottobre 1777 – Roma, 28 febbraio 1863) è stato un militare italiano, maresciallo di campo dell’Esercito delle Due Sicilie e protagonista della resistenza del Regno delle Due Sicilie contro la Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Negli anni convulsi della spedizione dei Mille Vial de Maton fu apprezzatissimo per il suo operato solerte e l’estrema durezza tenuta nel periodo di stanziamento dell’esercito borbonico sulla riva destra del Garigliano tra l’estate e l’autunno del 1860. E’ proprio attraverso i giornali di bordo dei capitani delle navi borboniche e piemontesi che incrociavano quelle acque che si possono avere ulteriori utili notizie. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149 riferendosi al generale Turr che da Paola trasportò le sue truppe garibaldine a Sapri, in proprosito scriveva che: Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, parlando delle truppe dei volontari garibaldini dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, …..LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Lo stesso racconto ci viene da Maxime Du Champ (….), nel suo “L’expédition des Deux Siciles”, dove a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto , s ‘apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “….la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto etc….”.

Nel 2 settembre 1860, nel porto di Sapri, i 6 PIROSCAFI, tra cui l’ELVETIE che, da Paola trasportarono le truppe garibaldine 

Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri.”. Dunque, vi sono poche notizie sull’imbarco delle truppe che da Paola furono trasportate a Sapri. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea, etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Dunque, secondo il Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro, a Sapri le truppe garibaldine furono trasportate su sei vapori. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Dunque, il capitano di Stato Maggiore Piemontese, Garzia aveva annotato sul suo “Giornale di Bordo” della nave francese “Brésil” con cui era arrivato a Sapri, che il 4 settembre 1860 tovò nel porto di Sapri “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37), etc…”. La notizia proviene dall’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”Dunque, l’ufficiale borbonico trovò annotato nel “Giornale di bordo” del capitano piemontese Garzia che: La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Il Capitano Garzia parla di alcune navi ancorate ed ormeggiate nel porto di Sapri e parla anche dell’“Elvetie”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Etc…”. Dunque, Maxime Du Champ scriveva che Turr imbarcò a Paola le sue brigate garibaldine su degli “steamers”, che egli scrive non essere dotati di obici ne di cannoni. Steamers in inglese è il piroscafo. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove,  nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow etc….”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”.Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza…..Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il Sindaco: don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane

Quando, il 2 settembre 1860 arrivò a Sapri il generale Turr, con i volontari garibaldini guidati dal colonnello Rustow, non si hanno notizie precise dello stato dell’Amministrazione Comunale di Sapri. Vi sono poche notizie in merito. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, alle ore 9,00, sbarcano: il generale Istvan TURR, il colonnello Wilhelm RUSTOW, la Brigata “MILANO” comandata dal colonnello O. GANDINI ed il maggiore DE GIORGIS che comandava 2 compagnie di Bersaglieri (100 uomini), il maggiore SESSA che comandava il 1° battaglione di linea; il maggiore MONTESI il 2°; il capitano VENUTI, il 3°), ed una parte della brigata “PARMA” comandata dal maggiore SPINAZZI, riordinate dal colonnello RUSTOW e fatte accampare in località Cantine   

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare , furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “..La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia, presso la strada di Lazongro, fu accompagnata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulla vestigia dell’antica e potente città marittima Vibona. I bersaglieri e i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevamo di trovarci in faccia al nemico, non senza qualche sospetto d’essere da esso circuìti.”. Dunque, in questo breve passaggio, Rustow scrive che a Sapri sbarcarono i garibaldini della brigata “Milano”, che formava l’ala destra, insieme alle truppe della brigata “Parma”, che formava l’ala sinistra. Sbarcarono pure i “i Bersaglieri Carabinieri di Genova”,  che Rustow destinò al servizio di esplorazione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri.  Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Comitato allora affidò il comando della diversione al colonnello Pianciani , il quale già funzionava da capo di stato maggiore della spedizione sin da quando se ne era iniziata l’organizzazione, più volte ridotta e ricompletata dopo le spedizioni di Medici, di Malenchini, di Cosenz e di Sacchi per la Sicilia. Il Pianciani patriota illustre, liberale a tutta prova sin dalla sua giovinezza; colonnello sin dal 1848; passato a Venezia ove aveva reso importanti servizii; comandante della divisione di Ancona nel 1849, dove compì difficilissime operazioni, era indicatissimo per tale importante missione. Appartenente a cospicua famiglia titolata dell’Umbria, conosceva minuziosamente lo scacchiere della spedizione. Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue : a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini . a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera . 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri . La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani, il quale nel congedarsi presenò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157 e ssg., riferendosi al Bertani, in proposito scriveva pure che: “A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali . Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando ; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza. Non trovò più il Generale già partito per Giardini…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; ….Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile.. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Sempre il Lacava, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, ….”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese.”Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi.”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ” – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata “Milano“, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Quando queste brigate arrivarono a Paola, il Bertani corse da Garibaldi comunicandogli l’arrivo di questo piccolo esercito ben equipaggiato, organizzato dal Bertani stesso. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “Sessa”, “Montessi” ed il capitano “Venuti”, più due Compagnie di Bersaglieri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Dunque, secondo Maraldi, che scriveva sulla scorta del testo di Pianciani e del Pittaluga, Garibaldi, a Palermo, su indicazione stessa del Pianciani nominò Rustow e siccome il Tharena ed il colonnello Gandini pure si erano dimessi, Garibaldi nominò in loro sostituzione i colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis (come scriveva l’Agrati).  Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Nel testo delle memorie del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183, in proposito scriveva: “E noi li seguiamo passo per passo , guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. E continua : “…….”. Dunque, in questo passaggio la White ci parla dell’“Intendente generale Acerbi” da cui Bertani si separerà a Paola, lasciando le truppe a Rustow per raggiungere Garibaldi a Cosenza. La White, a p. 171, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. La White, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….e il vice-capo dell ‘ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino , calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi , ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a pp. 179, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Ricevuto il dispaccio a Pizzo , Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e , facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia , va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza…..Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, gli UFFICIALI della Brigata MILANO sbarcati con Turr e Rustow 

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva: Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi…”. Dunque, il colonnello Rustow racconta e testimonia la foggia dei volontari garibaldini organizzati dal Bertani per l’arrivo a Paola e poi sbarcati con Turr a Sapri. Rustow racconta che a Sapri, tutti gli ufficiali superiori e quelli dello Stato Maggiore erano provvisti di muli. Solo lui aveva un cavallo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero.”.

Il maggiore SPINAZZI e la brigata PARMA dell’ex spedizione Bertani-Pianciani

Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Devo però aggiungere che prima di passare al corpo o Divisione XVIII di Bixio, il colonnello Pietro SPINAZZI, comandò la Brigata omonima che in precedenza era detta “Tharena”, ovvero la 2° Brigata dell’ex spedizione Pianciani, ovvero la spedizione per invadere gli Stati Pontifici organizzata da Agostino Bertani. Dimessosi Pianciani, a Palermo, Garibaldi lo sostituì con Pietro Spinazzi, e lo aggregò alla truppa comandata dal Rustow, con il nome di Brigata PARMA. La brigata Parma, non riuscì a d imbarcarsi tutta ed arrivare con Bertani e Rustow, tutta a Paola. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Pietro Spinazzi (Parma, … – Genova, post 1869) è stato un patriota, garibaldino e scrittore italiano. Si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. A Paola, il 1° settembre 1860, la Brigata era ivi solo una parte di essa, mentre, solo dopo il 3 settembre 1860, iniziò ad arrivare a Sapri l’altra porzione della Brigata. Infatti, il 3 settembre, Rustow, marciando con la Brigata Milano verso Vibonati, inviò un ordine a Spinazzi che era rimasto a Sapri ad attendere il resto dei volontari garibaldini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”).  Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori.

Il colonnello O. GANDINI ? o DE GIORGIS ? al comando della Brigata MILANO 

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…..brigata Milano…si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 2 e il 3 settembre, si componeva di due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”.Dunque, Rustow scriveva e citava i due ufficiali di ordinanza: ANTONIO BATTICOZZI, lombardo e CESARE COMENDIO, veronese. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. Agrati scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Dunque, Agrati scriveva che Turr sbarcava a Sapri alle 9 del mattino del giorno 2 settembre 1860, e fin qui mi trovo. Poi aggiunge:  “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra….”. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle 5 del pomeriggio del giorno 2 settembre 1860. Il telegramma di Garibaldi che gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Inoltre, Agrati scriveva pure che il Turr, “…e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.”. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro.”. Dunque, Agrati scriveva che secondo quanto scrisse Agostino Bertani, con Pianciani si dimisero il Tharrena e con lui se ne andò “qualche altro”. Agrati non scrive che si dimise Gandini. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 186, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), …..”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue : a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera . 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri . La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani, il quale nel congedarsi presenò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157 e ssg., riferendosi al Bertani, in proposito scriveva pure che: “A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali . Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando ; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza. Non trovò più il Generale già partito per Giardini…”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “..nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello “Gandini”, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della brigata “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che una volta allotanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi, furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto. Il giorno 16, fui nominato capo dello Stato maggiore delle truppe che nelle vicinanze di Caserta si trovavano raccolte sulla sinistra del Volturno sotto il comando del Turr, trovandomi per tal modo sciolto dal comando della Divisione di Terranova, che ripresi solo il 19 settembre allorchè, come comandante dell’intiera ala sinistra, assunsi di condurla per la prima volta al fuoco.. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow (nella traduzione di Eliseo Porro) restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione  Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che:  “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo.  La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”.  Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, i Bersaglieri comandati dal maggiore DE GIORGI (o De Griorgis)

Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Sui Bersaglieri, il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.”. Dunque, secondo la testimonianza del colonnello Rustow, le truppe dei volontari condotti a Sapri ed ivi sbarcate, furono fatte accampare e poi il Rustow ordinò un servizio di esplorazione che affidò ai Bersaglieri ed ai Carabinieri di Genova.

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA.    Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: (Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: (Documento 71)  Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, sbarcò anche il Capitano APPEL triestino, Capitano dello Stato Maggiore di Rustow. Il 3 e 4 settembre Appel si trovava a Sapri dove era rimasto insieme al maggiore Spinazzi e con le truppe residue (la brigata Parma) 

Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil”  Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”.

I SOLDATI GARIBALDINI SBARCATI A SAPRI  

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, la brigata “MILANO” comandata dal generale GANDINI, una parte della brigata “PARMA” (ex Tharrena) comandata dal maggiore SPINAZZI ed una parte della brigata “BOLOGNA” (PUPPI), riordinate dal colonnello Rustow e accampate in località Cantine, con il maggiore DE GIORGIS che comandava 2 compagnie di Bersaglieri (100 uomini), il maggiore SESSA che comandava il 1° battaglione di linea; il maggiore MONTESI il 2°; il capitano VENUTI, il 3°)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…..Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) etc…. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “…Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal “Diario” di Agostino Bertani, in proposito scriveva che: Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il Cesari (….), scriveva che: la brigata Puppi …..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Il generale Pittaluga (….), a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “…a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione  Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che:  “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo.  La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Questa testimonianza cozza pure con un’altra testimonianza, con quella cioè di Giulio Adamoli, che, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina…..etc….e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”.  Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva esssere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Il Rustow, parlando in prima persona scriveva che: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mulinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…”. Sempre il Rustow, nel Porro aggiungeva pure altre informazioni utili. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spinazzi si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello “Tharrena”, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 162, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: “Il generale Turr ebbe la missione di reprimere questi orrori. Era la mattina del 9 per tempo, e le due brigate della sua Divisione che il 7 erano ad Eboli, e l’8 a Salerno, entravano finalmente in Napoli. Con una di queste, la Brigata Milano giunta per prima, il generale Turr partiva in ferrovia per Nola alle ore 2 pom. Etc…”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 164, in proposito scriveva: Lo stesso giorno 10 il generale Turr coi bersaglieri milanesi, e un altro battaglione montato sui carri per guadagnare strada, si spinse fino a Dentecane, mentre Rustow, capo del suo Stato Maggiore, cogli altri due battaglioni seguiva di riserva fino a Pratola.”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 186, in proposito scriveva: Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale Garibaldi sulla proposta di Turr ne determinò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr. (p. 213). La brigata Milano continuava a far stanza in Caserta fino al 30. La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…Intendenza Militare:….; Corpo Sanitario:…..; Tribunale Militare:….; Comando della Brigata Sacchi: Maggiore Generale Sacchi Gaetano; Comando della Brigata Eber: Colonnello Brigatiere Eber Ferdinando, Capo di Stato Maggiore Maggiore Alessandri Giovanni, Capitano Applicato, Adamoli Giulio; Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro Pietro, Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti; Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito ; e questo fu lor favorevole . Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava , donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi , e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”.

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, il colonnello RUSTOW, ed il riordino della truppa sbarcata nell’accampamento in “località Cantine”   

Come ho già detto, il 2 settembre 1860, dopo essere sbarcati a Sapri, le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, vennero riordinate e forse fatte accampare in “località Cantine”, che è il territorio di Sapri al confine con la piccola frazione del Timpone. Il colonnello Rustow provvide insieme al generale Turr alla bisogna, in previsione dell’arrivo di Garibaldi e del suo piccolo seguito. Bisognava preparare la truppa per le marcie successive, riguardare gli equipaggiamenti, i rifornimenti, le guide, i muli per il trasporto ecc…Infatti, oltre alle truppe, che intanto continuavano ad arrivare a marcie forzate provenienti da Lagonegro ed a sbarcare a Sapri, provenienti da Pizzo o da Paola, arrivarono anche aiuti materiali che servivano alle truppe. In verità vi era penuria di cose utili, di armamenti e di viveri. Ho già detto delle Brigate e dei loro comandanti che sbarcarono a Sapri, il giorno 2 settembre 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. Etc…”. Dunque, secondo la testimonianza di Rustow, la truppa sbarcata a Sapri ammontava a 1600 uomini, ma alla domanda di Garibaldi “Avete un corpo intieramente organizzato ?”, il Rustow rispondeva che: “La brigata Milano di 900 a 1000 uomini”. Infatti, nella tarda serata del 3 settembre, la truppa che partì con Rustow per Vibonati ammontava a circa 1000 uomini, mentre 600 uomini restarono a Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.”. Non ho detto cosa fece Turr e Rustow per approntare tutto quanto servisse per le future marcie da Sapri in poi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., riferendosi al 3 settembre 1860, quando insieme a Garibaldi sbarcò a Sapri, in proposito scriveva che: Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Dunque, Rustow testimoniava che il generale Turr arrivato a Paola per imbarcare le truppe e portarle via mare a Sapri, insieme a Rustow, aveva con se 5000 franchi. E’ molto probile che questa cifra servì proprio per pagare tutto quanto occorresse per le truppe che arrivarono a Sapri. Tuttavia, devo precisare che le truppe che sbarcarono a Sapri, il 2 settembre erano state equipaggiate e preparate dal Bertani. Sempre il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi…”. Dunque, il colonnello Rustow racconta e testimonia la foggia dei volontari garibaldini organizzati dal Bertani per l’arrivo a Paola e poi sbarcati con Turr a Sapri. Rustow racconta che a Sapri, tutti gli ufficiali superiori e quelli dello Stato Maggiore erano provvisti di muli. Solo lui aveva un cavallo. Continuando il suo racconta scriveva che: “I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, ….Etc…. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi etc…”. Dunque, Bizzonero, nella traduzione del Rustow scriveva che, dopo la partenza di Turr da Sapri, Rustow si occupò dell’armamento della Guardia Nazionale dei dintorni, fornendo armi e munizioni a loro nella misura della sua provvista d’armi che aveva e che doveva portare con se. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rüstow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il colonnello RUSTOW ed il riordino della truppa sbarcata e l’accampamento in “località Cantine”

Come ho già detto, il 2 settembre 1860, dopo essere sbarcati a Sapri, le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, vennero riordinate e forse fatte accampare in “località Cantine”, che è il territorio di Sapri al confine con la piccola frazione del Timpone. Il colonnello Rustow provvide insieme al generale Turr alla bisogna, in previsione dell’arrivo di Garibaldi e del suo piccolo seguito. Bisognava preparare la truppa per le marcie successive, riguardare gli equipaggiamenti, i rifornimenti, le guide, i muli per il trasporto ecc…Infatti, oltre alle truppe, che intanto continuavano ad arrivare a marcie forzate provenienti da Lagonegro ed a sbarcare a Sapri, provenienti da Pizzo o da Paola, arrivarono anche aiuti materiali che servivano alle truppe. In verità vi era penuria di cose utili, di armamenti e di viveri. Ho già detto delle Brigate e dei loro comandanti che sbarcarono a Sapri, il giorno 2 settembre 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. Etc…”. Dunque, secondo la testimonianza di Rustow, la truppa sbarcata a Sapri ammontava a 1600 uomini, ma alla domanda di Garibaldi “Avete un corpo intieramente organizzato ?”, il Rustow rispondeva che: “La brigata Milano di 900 a 1000 uomini”. Infatti, nella tarda serata del 3 settembre, la truppa che partì con Rustow per Vibonati ammontava a circa 1000 uomini, mentre 600 uomini restarono a Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza . Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, ….”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.”. Non ho detto cosa fece Turr e Rustow per approntare tutto quanto servisse per le future marcie da Sapri in poi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., riferendosi al 3 settembre 1860, quando insieme a Garibaldi sbarcò a Sapri, in proposito scriveva che: Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Dunque, Rustow testimoniava che il generale Turr arrivato a Paola per imbarcare le truppe e portarle via mare a Sapri, insieme a Rustow, aveva con se 5000 franchi. E’ molto probile che questa cifra servì proprio per pagare tutto quanto occorresse per le truppe che arrivarono a Sapri. Tuttavia, devo precisare che le truppe che sbarcarono a Sapri, il 2 settembre erano state equipaggiate e preparate dal Bertani. Sempre il Rustow (trad. Porro), a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio….I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale RUSTOW inviò in esplorazione i Bersaglieri comandati dal maggiore De Giorgi (o De Griorgis)

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.”. Dunque, secondo la testimonianza del colonnello Rustow, le truppe dei volontari condotti a Sapri ed ivi sbarcate, furono fatte accampare e poi il Rustow ordinò un servizio di esplorazione che affidò ai Bersaglieri ed ai Carabinieri di Genova. Sui Bersaglieri, il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza . Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè,….”.

Nel 3 settembre 1860, a Sapri arrivarono moltissimi INSORTI CILENTANI, al comando di MICHELE MAGNONI che ivi si accamparono in attesa di Garibaldi

Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Lucio Magnoni, nella sua relazione-rapporto, (si veda Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”) scriveva che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Oltre a questo documento di Lucio Magnoni, vi è un altro documento che testimonia l’arrivo delle colonne a Capitello ed è dello stesso De Dominicis. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “….L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. Etc…”. Dunque, il segretario della Prodittatura Alfieri D’Evandro scriveva che “Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Etc…”. Dunque, dalla Relazione di Lucio Magnoni, si evince che il Magnoni ordinò ai rivoltosi cilentani capeggiati dai suoi fratelli di Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Etc…”. Tutte e tre le colonne si ricongiunsero a Sapri. La notizia di truppe di volontari cilentani ci è data pure dal colonnello Rustow che era rimasto a Sapri con le sue truppe (ex Divisione Pianciani), portate da Paola a Sapri insieme al generale Turr. Infatti, Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Etc…”. Rustow scrive chiaramente che sbarcati a Sapri con le sue truppe, insieme a Turr, la mattina del giorno 2 settembre 1860, a Sapri trovarono Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Rustow scriveva nelle sue Memorie che sulla “spiaggia” di  Sapri, il 2 settembre 1860 trovarono “gran movimento di truppe, ma non di truppe napolitane”.  Rustow voleva intendere che a Sapri, il 2 settembre 1860 non vi erano truppe Regie o nemiche ma già vi erano truppe di volontari rivoluzionari. E’ molto probabile che a Sapri, in quei giorni, in previsione che si venne a sapere che a Sapri doveva arrivare Garibaldi, Michele Magnoni (lo scrive il fratello Lucio nella sua Relazione), con alcuni suoi uomini fidati si recò a Sapri per incontrare Giuseppe Garibaldi ivi atteso. Infatti, i volontari garibaldini e cilentani giudati da Michele Magnoni, stanziatisi provvisoriamente a Sapri, insieme alle truppe ivi portate dal Turr, ricevettero fucili e armi da Rustow.  Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo scriveva che, “Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte”, si incontrò, il giorno dopo, a Sapri con Garibaldi. Si perché Michele Magnoni, con i suoi rivoltosi cilentani che comandava, avendo saputo che Turr e Rustow erano sbarcati il 2 settembre 1860 a Sapri, ivi si recò con i suoi rivoltosi Cilentani. Sappiamo che il De Dominicis ed il Giordano si trovavano nei paraggi di Sapri. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma….Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre) (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che: “La colonna….più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Etc…”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “…Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, RUSTOW e la sua distribuzione di 600 fucili che, furono distribuiti alla GUARDIA NAZIONALE DEI DINTORNI o ai RIVOLTOSI CILENTANI DI MICHELE MAGNONI ?      

Oltre a queste informazioni, il Rustow aggiungeva che: “Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Rustow scriveva di aver consegnato 600 fucili che avevano portato da Paola e li consegnò alle “Guardie Nazionali dei contorni” che nel frattempo si erano radunate anch’esse a Sapri. A Capo di una delle “Guardie Nazionali dei contorni”, ovvero dei paesi vicini, di cui parlerò in appresso, vi erano sicuramente i Gallotti di Sapri (i figli del barone Gallotti di Casaletto). A questo proposito, il Rustow osserva che i suoi fucili (600), li rivide a Capua: Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Garibaldi scrisse al Turr che a Sapri avrebbe dovuto lasciare “una solida base di uomini e mezzi.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, …etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola.

A SAPRI IL GENERALE TURR SCRIVE A GARIBALDI

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale Stefano TURR scrive al generale Garibaldi che da poco era arrivato a Rotonda

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “….ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi”.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a pp. 309-310, in proposito scriveva: Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, viole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio.”

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi, ricevuto il dispaccio di Turr dove comunica a Garibaldi di trovarsi a Sapri con le truppe, da casa di Serafino Fasanelli invia ordini al generale Turr

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Arrivato a Rotonda, Garibaldi aveva saputo dell’arrivo di Turr con le sue truppe a Sapri ma non conosceva la situazione e la posizione delle truppe borboniche del generale Caldarelli. A Rotonda i gruppi rivoluzionari che lo avevano atteso ed ospitato avvisarono Garibaldi della difficile ed ambigua posizione del Caldarelli che aveva capitolato a Cosenza con Morelli ma non si conoscevano le sue reali intenzioni. Dunque, molto preoccupato Garibaldi chiede notizie al generale Turr che gli aveva scritto da Sapri e gli manda un invia l’ordine di recarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148 riferendosi a Turr, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.. Dunque, il generale Turr, che da poco era arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860 invia da Sapri un messo che raggiunge Garibaldi a Rotonda. Nel messaggio, Turr scriveva avvisava Garibaldi che era arrivato a Sapri. Garibaldi, da Rotonda, venuto avvisato dal Turr che si trovava a Sapri con le truppe, il 2 settembre 1860 gli inviò un messo con un suo dispaccio con ordini indirizzati al generale Turr che lo ricevette a Sapri. Garibaldi scriveva al Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Dunque, Garibaldi avvisa il generale Turr del suo imminente arrivo a Sapri. Ma quali erano gli ordini di Garibaldi per il generale Turr ?. Quale era il testo completo del messaggio che Garibaldi inviava al Turr a Sapri attraverso il messo (“il latore”) ?. Quali erano gli ordini di Garibaldi per il Turr ? Un testimone d’eccezione è stato Agostino Bertani, che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “…2 settembre 1860…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Etc…”. Dunque, Bertani annotava nel suo taccuino che “….A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Etc…”. Bertani annotava che, da Rotonda, da casa Fasanelli: “…da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Infatti, il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) …..A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr….. Etc..”. Dunque, secondo la diretta testimonianza del Bertani, che faceva parte della piccola comitiva di Garibaldi, arrivati a Rotonda e venuti a conoscenza degli spostamenti della truppa del generale Caldarelli, Garibaldi decise di deviare e di non proseguire per la strada consolare verso Lagonegro ma di andare sulla costa calabra per imbarcarsi per Sapri. Presa la decisione di arrivare a Sapri, Garibaldi da Rotonda manda un messaggio o un dispaccio al generale Turr che, invece, si trovava già a Sapri con le sue truppe che aveva trasportato da Paola. Garibaldi lo avverte del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina di recarsi in perlustrazione a Lagonegro e comunicargli la posizione delle truppe del Caldarelli. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a pp. 309-310, in proposito scriveva: Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, viole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio.”.

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi inviò un dispaccio al generale TURR che lo ricevette a Sapri

Garibaldi preoccupato della presenza delle truppe Regie borboniche e del generale Caldarelli che gli dicevano essere a Castelluccio, dopo le assicurazioni ricevute per il cambio di itinerario ovvero la strada ed il percorso che egli e i suoi fidati amici doveva percorrere per arrivare sulla costa ed imbarcarsi per raggiungere Sapri, prima di partire da Rotonda e di rimettersi in marcia, manda un dispaccio al generale Turr che, in quel momento era già arrivato a Sapri con Rustow e con le truppe scelte dell’ex spedizione Pianciani. Garibaldi, nel dispaccio indirizzato al generale Turr lo avvisa del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina a Turr di lasciare Sapri e le truppe a Rustow e di portarsi in avanscoperta a Lagonegro per controllare la situazione delle truppe del Caldarelli. Infatti, il generale Turr, come vedremo, ricevendo il messaggio di Garibaldi a Sapri si recherà con pochi uomini scelti a Lagonegro. Un testimone di eccezione è Agostino Bertani. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Si parte alle cinque: ovazioni al Morana. Etc…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 454 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “…Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Un altro testimone di eccezione è Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, nel cap. XVIII, a pp. 205-206 e ssg., riferendosi a Rotonda, in propsito scriveva che: Non c’erano più truppe napoletane da questa parte di Salerno, tranne la colonna di Caldarelli, in viaggio verso Napoli per rispettare i termini della convenzione che avevano fatto con il governo provvisorio. Erano tre giorni di marcia più avanti, a Castrovillari, una città a quarantatré miglia di distanza. Desideroso di fermare questa colonna, che aveva buone ragioni di credere si sarebbe schierata dalla parte della causa nazionale, Garibaldi si spinse avanti la mattina con un paio di postini, portando con sé Cosenz, Sirtori, Trecchi, Nullo, Missori, Stanietti, Gusmarola e Basso ordinarono al resto del suo stato maggiore di seguire l’esercito il più velocemente possibile. Bertani, che era arrivato da Paola per segnalare l’arrivo della divisione di Pianciani, si unì a lui; e furono inviati ordini a Türr, che ora aveva il comando, di condurre la divisione via mare a Sapri, in provincia di Salerno, sbarcare e attendere il generale a Lagonegro, intromettendosi così tra la colonna di Caldarelli e Napoli.”. Dunque, il Forbes scriveva che la colonna del generale borbonico Cardarelli si trovava a Castelluccio, ovvero a tre giorni più avanti di Garibaldi e dei suoi. Dunque, Forbes aggiunge che dopo l’arrivo di Bertani da Paola, che era arrivato da Paola per segnalare l’arrivo della divisione di Pianciani, si unì a lui; etc…”. L’arrivo di Bertani da Paola non fu però a Rotonda ma Bertani avvisò Garibaldi delle truppe a Paola arrivando a Cosenza dove gli portò la notizia. Infatti, il generale Turr si partì per Paola e per Sapri da Cosenza dove ebbe l’esplicito ordine di Garibaldi. Forbes aggiunge che: “….e furono inviati ordini a Türr, che ora aveva il comando, di condurre la divisione via mare a Sapri, in provincia di Salerno, sbarcare e attendere il generale a Lagonegro”, ovvero Garibaldi, a Rotonda inviò un dispaccio a Turr che si trovava a Sapri con nuovi ordini avvisandolo pure che Turr doveva “attendere il generale a Lagonegro”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nel suo capitolo “Da Palermo a Napoli”, a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proprosito scriveva che: “…ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr….Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.”. Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni (….) scriveva che, Garibaldi arrivato a Rotonda, il 2 settembre 1860, e ricevuto il dipaccio di Turr che gli comunicava dell’avvenuto suo sbarco a Sapri con Rustow e le brigate portate da Paola, Garibaldi inviò subito da Rotonda un ulteriore dispaccio al generale Turr scrivendogli questo: “Al generale Turr….Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.”. Dunque, secondo il Pecorini-Manzoni, a Rotonda Garibaldi, dopo aver ricevuto il dispaccio dal Turr che le truppe erano a Sapri gli scriveva “Il latore v’informerà di ogni cosa”, di cosa ? e poi aggiungeva: “…io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Dunque, Garibaldi avvisava il Turr, che in quel momento si trovava a Sapri con Rustow e le sue truppe, lo avvisava che da Rotonda l’avrebbe raggiunto al più presto. Dove, a Sapri ?. Garibaldi scriveva a Turr che l’avrebbe raggiunto al più presto, a Sapri ? Forse si riferiva a Sapri oppure la isposta è contenuta nel messaggio che avrebbe riferito il “latore”. Pecorini-Manzoni (….) continuando il suo racconto scriveva pure che, arrivato il messaggio di Garibaldi a Turr che si trovava a Sapri: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, secondo il Pecorini (….), rievuto il dispaccio di Garibaldi, il generale Turr si reca in avanscoperta a Lagonegro, dove il Forbes scrive che egli “era atteso perchè non era ancora arrivato”. Pecorini scrive pure che il generale Turr, partitosi da Sapri, il 3 settembre 1860, di buon mattino, arriva a Lagonegro e il Generale Caldarelli era già partito, infatti egli scrive: dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo.”. Pecorini scrive pure che il generale Turr, presumibilmente da Lagonegro, non avendo trovato il generale borbonico Caldarelli (…) inviò, presumibilmente da Lagonegro il 3 settembre 1860, un ulteriore dispaccio a Garibaldi che, nel frattempo era arrivato a Sapri, e, secondo il Pecorini-Manzoni (…), egli scrive: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Su questa ultima notizia nutriamo dei dubbi, in quanto non mi sembra corretta la tempistica del Pecorini. A mio parere è corretto ciò che scrive il Pecorini, ovvero che: “…e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi”, ovvero è corretto che il generale Turr, da Lagonegro invierà un ulteriore dispaccio a Garibaldi informandolo dei movimenti del generale Caldarelli ma, questo dispaccio, credo, Garibaldi non lo riceverà quando è in viaggio o a Tortora (ovvero prima che egli decida di imbarcarsi per Sapri). Pecorini erra quando scrive che Garibaldi, ricevuta la risposta (secondo messaggio) di Turr “…avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Garibaldi riceverà il secondo messaggio del generale Turr a Sapri stesso, quando arriverà e sbarcherà a Sapri. Infatti, da casa Gallotti, come vedremo Garibaldi, rispondendo al secondo messaggio di Turr gli scriverà un secondo dispaccio, come vedremo. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Oddo, continuando il suo racconto ci dice del generale Caldarelli e della posizione delle sue truppe borboniche:  “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie” continuando il suo racconto scriveva pure di Rustow a Sapri: “A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Infatti, sulla stesso tenore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appreso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. De Luca, a p. 172, nella nota (232) si rifà alla nota (231) dove postillava del testo di Ferruccio Policicchio (….), ed il suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, in “Garibaldi e Garibaldini in Provincia di Salerno”, pp. 281-282. Dunque, De Luca (….) scriveva che Garibaldi, dopo che aveva attraversato “…l’altopiano di Campotenese e, appreso dello sbarco di Sapri”, scriveva al Generale Turr un dispaccio. Poi aggiunge: “…mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Dunque, De Luca (….) scriveva che Garibaldi inviò un dispaccio al generale Turr prima che egli, “la sera stessa” si partisse da (presumo che intendesse da Rotonda): “…deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Dunque, De Luca scriveva che Garibaldi, dopo “avere appreso dello sbarco di Sapri”, lo sbarco del generale Turr e di Rustow a Sapri, si decide a deviare verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora. Inoltre, De Luca scriveva pure che Garibaldi avendo avuta contezza dello sbarco di Turr a Sapri, inviò a Turr a Sapri il seguente dispaccio: “….scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò”.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 309-310, in proposito scriveva: Persuaso dagli amici a non esporsi indifeso alla mercé di quegli sbrancati d’ogni risma, che avrebbero potuto riservargli qualche brutta sorpresa e piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui avevano spacciato i loro generali, Garibaldi decide per evitarli di avvicinarsi al mare e di dirigersi alla marina di Scalea. Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, vuole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 309-310, riferendsi a Garibaldi, in proposito scriveva: Persuaso dagli amici a non esporsi indifeso alla mercé di quegli sbrancati d’ogni risma, che avrebbero potuto riservargli qualche brutta sorpresa e piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui avevano spacciato i loro generali, Garibaldi decide per evitarli di avvicinarsi al mare e di dirigersi alla marina di Scalea. Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. Etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri…Garibaldi scrisse al Turr….Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri…Garibaldi scrisse al Turr….Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Infante (…) non aveva torto quando scriveva questa notizia. Infatti, Garibaldi, da Sapri, non avendo ricevuto molte notizie sulla posizione reale del Caldarelli (o forse era una finta), nello riscrivere da Sapri un ulteriore messaggio al generale Turr, gli chiede di nuovo dove si trovasse il generale Caldarelli.

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi inviò un dispaccio al generale TURR che lo ricevette a Sapri

Garibaldi preoccupato della presenza delle truppe Regie borboniche e del generale Caldarelli che gli dicevano essere a Castelluccio, dopo le assicurazioni ricevute per il cambio di itinerario ovvero la strada ed il percorso che egli e i suoi fidati amici doveva percorrere per arrivare sulla costa ed imbarcarsi per raggiungere Sapri, prima di partire da Rotonda e di rimettersi in marcia, manda un dispaccio al generale Turr che, in quel momento era già arrivato a Sapri con Rustow e con le truppe scelte dell’ex spedizione Pianciani. Garibaldi, nel dispaccio indirizzato al generale Turr lo avvisa del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina a Turr di lasciare Sapri e le truppe a Rustow e di portarsi in avanscoperta a Lagonegro per controllare la situazione delle truppe del Caldarelli. Infatti, il generale Turr, come vedremo, ricevendo il messaggio di Garibaldi a Sapri si recherà con pochi uomini scelti a Lagonegro. Un testimone di eccezione è Agostino Bertani. Un testimone d’eccezione è stato Agostino Bertani, che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183, in proposito scriveva: “E noi li seguiamo passo per passo , guidati dal taccuino , non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli.”. La White si riferisce al tacchuino o Diario di Agostino Bertani che pubblicò nel suo “Ire politiche d’oltretomba” e a p. 185, vol. II, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “Si annuncia la truppa regia presso a Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Türr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno . Mi prega di stendergli un indirizzo.”. Nell’altro testo di mia proprietà, a pp. 455-456, volume unico, in proposito scriveva: “…2 settembre 1860…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Etc…”. Dunque, Bertani annotava nel suo taccuino che “….A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Etc…”. Bertani annotava che, da Rotonda, da casa Fasanelli: “…da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Infatti, il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) …..A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr….. Etc..”. Dunque, secondo la diretta testimonianza del Bertani, che faceva parte della piccola comitiva di Garibaldi, arrivati a Rotonda e venuti a conoscenza degli spostamenti della truppa del generale Caldarelli, Garibaldi decise di deviare e di non proseguire per la strada consolare verso Lagonegro ma di andare sulla costa calabra per imbarcarsi per Sapri. Presa la decisione di arrivare a Sapri, Garibaldi da Rotonda manda un messaggio o un dispaccio al generale Turr che, invece, si trovava già a Sapri con le sue truppe che aveva trasportato da Paola. Garibaldi lo avverte del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina di recarsi in perlustrazione a Lagonegro e comunicargli la posizione delle truppe del Caldarelli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Si parte alle cinque: ovazioni al Morana. Etc…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 454 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “…Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Un altro testimone di eccezione è Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, nel cap. XVIII, a pp. 205-206 e ssg., riferendosi a Rotonda, in propsito scriveva che: Non c’erano più truppe napoletane da questa parte di Salerno, tranne la colonna di Caldarelli, in viaggio verso Napoli per rispettare i termini della convenzione che avevano fatto con il governo provvisorio. Erano tre giorni di marcia più avanti, a Castrovillari, una città a quarantatré miglia di distanza. Desideroso di fermare questa colonna, che aveva buone ragioni di credere si sarebbe schierata dalla parte della causa nazionale, Garibaldi si spinse avanti la mattina con un paio di postini, portando con sé Cosenz, Sirtori, Trecchi, Nullo, Missori, Stanietti, Gusmarola e Basso ordinarono al resto del suo stato maggiore di seguire l’esercito il più velocemente possibile. Bertani, che era arrivato da Paola per segnalare l’arrivo della divisione di Pianciani, si unì a lui; e furono inviati ordini a Türr, che ora aveva il comando, di condurre la divisione via mare a Sapri, in provincia di Salerno, sbarcare e attendere il generale a Lagonegro, intromettendosi così tra la colonna di Caldarelli e Napoli.”. Dunque, il Forbes scriveva che la colonna del generale borbonico Cardarelli si trovava a Castelluccio, ovvero a tre giorni più avanti di Garibaldi e dei suoi. Dunque, Forbes aggiunge che dopo l’arrivo di Bertani da Paola, che era arrivato da Paola per segnalare l’arrivo della divisione di Pianciani, si unì a lui; etc…”. L’arrivo di Bertani da Paola non fu però a Rotonda ma Bertani avvisò Garibaldi delle truppe a Paola arrivando a Cosenza dove gli portò la notizia. Infatti, il generale Turr si partì per Paola e per Sapri da Cosenza dove ebbe l’esplicito ordine di Garibaldi. Forbes aggiunge che: “….e furono inviati ordini a Türr, che ora aveva il comando, di condurre la divisione via mare a Sapri, in provincia di Salerno, sbarcare e attendere il generale a Lagonegro”, ovvero Garibaldi, a Rotonda inviò un dispaccio a Turr che si trovava a Sapri con nuovi ordini avvisandolo pure che Turr doveva “attendere il generale a Lagonegro”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nel suo capitolo “Da Palermo a Napoli”, a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proprosito scriveva che: “…ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr….Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.”. Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni (….) scriveva che, Garibaldi arrivato a Rotonda, il 2 settembre 1860, e ricevuto il dipaccio di Turr che gli comunicava dell’avvenuto suo sbarco a Sapri con Rustow e le brigate portate da Paola, Garibaldi inviò subito da Rotonda un ulteriore dispaccio al generale Turr scrivendogli questo: “Al generale Turr….Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.”. Dunque, secondo il Pecorini-Manzoni, a Rotonda Garibaldi, dopo aver ricevuto il dispaccio dal Turr che le truppe erano a Sapri gli scriveva “Il latore v’informerà di ogni cosa”, di cosa ? e poi aggiungeva: “…io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Dunque, Garibaldi avvisava il Turr, che in quel momento si trovava a Sapri con Rustow e le sue truppe, lo avvisava che da Rotonda l’avrebbe raggiunto al più presto. Dove, a Sapri ?. Garibaldi scriveva a Turr che l’avrebbe raggiunto al più presto, a Sapri ? Forse si riferiva a Sapri oppure la isposta è contenuta nel messaggio che avrebbe riferito il “latore”. Pecorini-Manzoni (….) continuando il suo racconto scriveva pure che, arrivato il messaggio di Garibaldi a Turr che si trovava a Sapri: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, secondo il Pecorini (….), rievuto il dispaccio di Garibaldi, il generale Turr si reca in avanscoperta a Lagonegro, dove il Forbes scrive che egli “era atteso perchè non era ancora arrivato”. Pecorini scrive pure che il generale Turr, partitosi da Sapri, il 3 settembre 1860, di buon mattino, arriva a Lagonegro e il Generale Caldarelli era già partito, infatti egli scrive: dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo.”. Pecorini scrive pure che il generale Turr, presumibilmente da Lagonegro, non avendo trovato il generale borbonico Caldarelli (…) inviò, presumibilmente da Lagonegro il 3 settembre 1860, un ulteriore dispaccio a Garibaldi che, nel frattempo era arrivato a Sapri, e, secondo il Pecorini-Manzoni (…), egli scrive: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Su questa ultima notizia nutriamo dei dubbi, in quanto non mi sembra corretta la tempistica del Pecorini. A mio parere è corretto ciò che scrive il Pecorini, ovvero che: “…e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi”, ovvero è corretto che il generale Turr, da Lagonegro invierà un ulteriore dispaccio a Garibaldi informandolo dei movimenti del generale Caldarelli ma, questo dispaccio, credo, Garibaldi non lo riceverà quando è in viaggio o a Tortora (ovvero prima che egli decida di imbarcarsi per Sapri). Pecorini erra quando scrive che Garibaldi, ricevuta la risposta (secondo messaggio) di Turr “…avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Garibaldi riceverà il secondo messaggio del generale Turr a Sapri stesso, quando arriverà e sbarcherà a Sapri. Infatti, da casa Gallotti, come vedremo Garibaldi, rispondendo al secondo messaggio di Turr gli scriverà un secondo dispaccio, come vedremo. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Oddo, continuando il suo racconto ci dice del generale Caldarelli e della posizione delle sue truppe borboniche:  “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie” continuando il suo racconto scriveva pure di Rustow a Sapri: “A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Infatti, sulla stesso tenore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appreso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. De Luca, a p. 172, nella nota (232) si rifà alla nota (231) dove postillava del testo di Ferruccio Policicchio (….), ed il suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, in “Garibaldi e Garibaldini in Provincia di Salerno”, pp. 281-282. Dunque, Del Luca (….) scriveva che Garibaldi, dopo che aveva attraversato “…l’altopiano di Campotenese e, appreso dello sbarco di Sapri”, scriveva al Generale Turr un dispaccio. Poi aggiunge: “…mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Dunque, De Luca (….) scriveva che Garibaldi inviò un dispaccio al generale Turr prima che egli, “la sera stessa” si partisse da (presumo che intendesse da Rotonda): “…deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Dunque, Del Luca scriveva che Garibaldi, dopo “avere appreso dello sbarco di Sapri”, lo sbarco del generale Turr e di Rustow a Sapri, si decide a deviare verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora. Inoltre, Del Luca scriveva pure che Garibaldi avendo avuta contezza dello sbarco di Turr a Sapri, inviò a Turr a Sapri il seguente dispaccio: “….scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 410-411, scriveva ancora che: “Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservargli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponenteverso la costa, e là né di strade né di sentieri v’é traccia alcuna.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Arrivato a Rotonda, Garibaldi aveva saputo dell’arrivo di Turr con le sue truppe a Sapri ma non conosceva la situazione e la posizione delle truppe borboniche del generale Caldarelli. A Rotonda i gruppi rivoluzionari che lo avevano atteso ed ospitato avvisarono Garibaldi della difficile ed ambigua posizione del Caldarelli che aveva capitolato a Cosenza con Morelli ma non si conoscevano le sue reali intenzioni. Dunque, molto preoccupato Garibaldi chiede notizie al generale Turr che gli aveva scritto da Sapri e gli manda un invia l’ordine di recarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 309-310, in proposito scriveva: Persuaso dagli amici a non esporsi indifeso alla mercé di quegli sbrancati d’ogni risma, che avrebbero potuto riservargli qualche brutta sorpresa e piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui avevano spacciato i loro generali, Garibaldi decide per evitarli di avvicinarsi al mare e di dirigersi alla marina di Scalea. Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, vuole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 309-310, riferendsi a Garibaldi, in proposito scriveva: Persuaso dagli amici a non esporsi indifeso alla mercé di quegli sbrancati d’ogni risma, che avrebbero potuto riservargli qualche brutta sorpresa e piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui avevano spacciato i loro generali, Garibaldi decide per evitarli di avvicinarsi al mare e di dirigersi alla marina di Scalea. Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. Etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri…Garibaldi scrisse al Turr….Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri…Garibaldi scrisse al Turr….Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Infante (…) non aveva torto quando scriveva questa notizia. Infatti, Garibaldi, da Sapri, non avendo ricevuto molte notizie sulla posizione reale del Caldarelli (o forse era una finta), nello riscrivere da Sapri un ulteriore messaggio al generale Turr, gli chiede di nuovo dove si trovasse il generale Caldarelli.

Nel 3 settembre 1860, alle 3 del mattino, il generale Turr, da Sapri, si recò a Lagonegro, ed a spese del comune di Torraca (?) si servì di guide “persone del luogo”

Sappiamo che di buon mattino, il generale Turr, su ordine di Garibaldi, avendo ricevuto il dispaccio da Rotonda, partì da Sapri e si diresse con pochi suoi fidi ufficiali verso Lagonegro.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove …..etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino….Etc…”. Agrati scriveva che: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra…riferendosi al giorno 2 settembre 1860. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle ore 17,00 (pomeriggio) del giorno 2 settembre 1860. Ma ciò non credo che corrisponda al vero. Infatti, il telegramma o il dispaccio di Garibaldi, pervenutogli a Sapri, in cui Garibaldi gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi al Generale Turr che, da Sapri, con il suo seguito partì per raggiungere Lagonegro, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Tiirr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, …Etc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, il generale Turr, partitosi da Sapri, era andato a Lagonegro senza seguito. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Dunque, Policicchio scriveva che Turr, con un piccolo seguito si recò a Lagonegro “…e a spese del comune di Torraca”. Ferruccio Policicchio, però, più tardi, in un’altra sua pubblicazione: “Le camicie rosse nel Golfo di Policastro” (in “Garibaldi e Garibaldini in Provincia di Salerno”, ed. Plectica, ed. 2005, cambia versione e non dice nulla delle “spese a carico del Comune di Torraca”. Policicchio, a p. 282, in proposito scriveva: “L’ufficiale, ignaro delle manovre di Garibaldi, il 3 settembre, di buon mattino e con truppa limitata, si portò a Lagonegro etc…”. Vi è da dire che il generale Turr non era tanto “ignaro delle manovre di Garibaldi” visto che aveva ricevuto il dispaccio da Garibaldi stesso che glielo aveva inviato da Rotonda a mezzo di un messo inviato appositamente da Rotonda a Sapri. Ritorniamo a ciò che Policicchio aveva scritto sul viaggio di Turr da Sapri al Fortino “spese a carico del comune di Torraca”.  E’ molto probabile che il generale Turr, allontanatosi da Sapri e dalle sue truppe che aveva lasciato a Sapri a Rustow, risalì verso il mandamento di Lagonegro passando prima da Torraca e, ricalcando lo stesso percorso che tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane con i suoi Trecento. Il percorso sarà descritto da Rustow che però risalirà da Vibonati, passando nel teritorio di Torraca ecc…Ma, la notizia fornitaci da Policicchio è quella che il comune di Torraca dovette partecipare alle spese per tale viaggio. Si trattava forse delle spese che bisognava approntare per tale viaggio, come ad esempio le spese per pagare delle guide  che conoscevano bene il percorso aspro ed impervio che permettesse di risalire a Lagonegro o al Fortino senza avere sgraditi incontri ?. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Mezzo secolo prima, durante l’occupazione dei francesi, i Generali Reyner e Massena vi trovarono forte resistenza prima di giungere in fondo alla Calabria.”. Turr, con il suo piccolo seguito non conosceva il percorso e soprattutto doveva percorrere sentieri aspri e dirupi che permettessero a lui ed al suo piccolo seguito di non incappare in brutte sorprese e quindi passò per Torraca per ingaggiare, a spese del comune delle guide esperte di quei luoghi. Infatti, il colonnello Rustow, nel suo racconto tradotto da Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, etc..” e, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi.”. Sebbene Rustow non parlasse del viaggio intrapreso dal generale Turr, ma parlava del suo che intraprese il giorno dopo da Vibonati, descrive bene e testimonia l’angustia che dovettero affrontare i garibaldini per risalire verso il Fortino di Casaletto. Queste guide, perfetti conoscitori dei luoghi da percorrere, erano “persone del luogo”,come più tardi scriveva il colonnello Rustow. Sulle guide, di cui si servì sicuramente il generale Turr, dovendo risalire da Sapri al Fortino, troviamo un’altra notizia che riguarda una guida di Torraca. Si tratta di Marcello BRANDI, che poi, in seguito sarà Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Infatti, l’ex preside ed amico, Gioacchino Vaiano, nel suo “All’aria aperta – poesie”, ed. Il Papiro, Sapri, 2008, a p. 101, nella sua lirica “Racconti di famiglia”, scriveva: “U vavu Marciello, ch’era u figliu du Sinnacu Francesco Brandi ca fece u cambanaru, com’è scrittu oramaie ndà storia du paisu nuostu, pe se nzurà a vava Giuanna, l’abbrazzau etc…u diariu addò u maritu avìia scrittu quiddu fattu viecchiu de l’abbrazzu nzieme a tand’ate cose da famiglia. Ngera scrittu pure du cavaddu iangu ca Garebbalde avìia regalatu o vavu Marciellu, quannu veneddu da Vibonati pi Pagliuuoli, l’avìia accumpagnat versu u Furtinu, pa via adduv’era passatu Carlu. Come “chi era Carlu ?”, era Carlo Pisacane, ….U vavu Marciellu, nepote mìiu, etc…”. Dunque Vaiano racconta di questo scritto che aveva trovato sua nonna dove vi erano state appuntate alcuni fatti storici dell’epoca di Pisacane e di Garibaldi che avevano riguardato direttamente il nonno (u vavu) Marcello Brandi, figlio di Francesco Brandi, Sindaco di Torraca nel …….. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 203 scriveva: “Appendice – Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità – Francesco Brando dal 1906 al 1808.”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. La notizia è interesante perché ci pone una ulteriore domanda. Perchè dovevano essere spese a cui provvide il comune di Torraca e non il comune di Sapri visto che Sapri era già comune dal 1810 ?. Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta che nel 1810 il 6° Sindaco di Sapri era “6) – Vincenzo Peluso” e, dal 1810 il 7° Sindaco “7) – Lorenzo Autuori nel 1811”. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie. Presumo che la risposta si trovi nel fatto che le guide erano di Torraca e non di Sapri.  Notizia questa interessante ma suffragata da documenti storici del Comune di Torraca ? Certo è che all’epoca, i Comuni, i Municipi, su disposizione del Matina e di Alfieri d’Evandro nel Cilento e l’Albini in Basilicata, dovettero partecipare alle spese del movimento insurrezionale. Mi chiedo però, perchè mai, per le spese della risalita al Fortino di Turr avrebbe dovuto partecipare il Comune di Torraca, come sostiene Policicchio,  visto che Sapri era da tempo Comune ? Esistono delle delibere Decurionali del Comune di Torraca che suffragano alcune notizie di quel periodo ma, per quel che ci è dato sapere ad oggi, le spese del Comune di Torraca riguardavano le “guide” che dovevano accompagnare il generale Turr in perlustrazione e risalire verso Lagonegro. Le guide servivano a Turr per una maggiore sicurezza nell’attraversare un territorio a lui sconosciuto ed evitare che si potesse imbattere in truppe borboniche nemiche. Sui documenti che attesterebbero le notizie dateci da Policicchio, più innanzi parlerò dell’unico libro esistente presso il Comune di Sapri. Si tratta di una raccolta di Delibere Decurionali del Comune di Sapri che inizia dal 1818 e finisce al 1847, ovvero a prima dei fatti del Carducci. Di tutta la parte che riguarda il periodo di Garibaldi vi sono i documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli.

Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 869, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva lasciato in marcia il suo esercito, e solo era giunto in Napoli. Ma era necessario che queste forze presto arrivassero, quindi mandavansi ordini sopra ordini, che pur troppo non potevansi mettere in pronta esecuzione. Türr, passata Au
letta, seguiva coi suoi rapidamente i passi di Garibaldi per en
trare con lui in Napoli ; Rustow, il giorno 7, era arrivato ad Eboli
con la brigala Milano; dove sul far della sera ricevette ordine
di recarsi immantinente in Napoli. Quell’ ordine diceva che per
il giorno 8 l’avanguardia doveva arrivare alla capitale, percioc
chè il Dittatore, solo , senza forze sue proprie, nell’incerta si
tuazione, avrebbe avuto così almeno alcuni dei suoi da potere
disporne. Ma non fu possibile ubbidire a quest’ordine, percioc
chè i volontari erano stanchi per le lunghe marcie sostenute
dal 3 settembre in poi. In Eboli non fu possibile trovar carri
sufficienti da trasportar la brigata; ma dovendo pure affrettare
la marcia, Rustow ebbe ricorso ad un espediente. Un distac
camento della Guardia nazionale di Eboli fu spedito a Salerno
per raccogliere tutti i carri e le carrozze che incontrasse per
via. Un’ora dopo mezzanotte la brigata parti; la seguivano so
lamente tre carri, sui quali stavano alquanti di coloro che, avendo
sofferto ai piedi, non potevano camminare. Il distaccamento della
Guardia nazionale adempi mirabilmente alla sua missione; quanti
carri e carrozze trovò per via o nei fondachi, mandò indietro,
e su quei carri, a mano a mano che s’incontravano, venivano
posti i più rifiniti della brigata, resi impotenti alla marcia. Con
tutto ciò la brigata non potè arrivar tutta in Salerno, e si do
vettero mandare indietro tutti i mezzi di trasporto per racco
gliere e trasportare quegli infelici che, non potendo spingersi
avanti, erano rimasti semivivi per la strada, vicino alle siepi, sotto
i rami di un albero. Chi il crederebbe? un dispaccio telegrafico
fu mandato a Napoli, il quale diceva che l’armata di Garibaldi
facevasi trasportare in carrozza; nuovo sistema di marcia che
presto avrebbe distrutta la disciplina del giovine esercito. Fi
nalmente la brigata Milano entrava tutta in Salerno in mezzo agli evviva del popolo ed all’entusiasmo generale. Il 9 settembre,
a due ore del mattino, le prime truppe garibaldine, mentre la
città tutta dormiva, entravano in Napoli, ed appena trovarono
da alloggiare alla caserma di Pizzofalcone, dove stavano ancora
soldati borbonici. Queste forze garibaldine, giunte nella capitale,
sommavano a mille e duecento uomini; cioè la brigata Milano,
accresciuta da alquanti volontari calabresi, e da alcuni piccoli
distaccamenti delle Guardie nazionali delle città per le quali la
brigata stessa era passata. Diremo ora a quale ufficio coteste
forze doveltero subito occuparsi.

Il piccolo esercito organizzato da Bertani che Garibaldi farà sbarcare a Sapri

Nell’agosto 1860, l’ESERCITO MERIDIONALE costituito da Giuseppe Garibaldi per lo sbarco in Calabria: la 15° Divisione (ex spedizione Pianciani ed altri) e la 16° Divisione affidata a Bixio 

Da Wikipedia leggiamo che L’Esercito meridionale fu la forza armata che si costituì in seguito alla Spedizione dei Mille. Tale denominazione ufficiale fu data da Giuseppe Garibaldi. Questo esercito, composto da volontari italiani e anche stranieri, raggiunse circa 50.000 uomini. Gli ufficiali indossavano l’uniforme di colore rosso, e quindi tutti i combattenti, come i Mille, furono definiti “camicie rosse”. Venne disciolto prima della proclamazione del Regno d’Italia. Quando Garibaldi sbarcò a Marsala nel maggio 1860, la colonna di volontari italiani settentrionali era composta da I Mille (tra i quali 45 siciliani). A loro si aggregarono subito quasi 200 volontari siciliani. Quando il generale proclamò la Dittatura garibaldina della Sicilia a Salemi, ancora altri siciliani si arruolarono, guidati dai fratelli Sant’Anna. Il 14 maggio arrivarono 500 volontari siciliani, dalle campagne di Erice, al comando di Giuseppe Coppola e del medico Rocco La Russa e combatterono già nella battaglia di Calatafimi. Quando arrivarono a Palermo i picciotti erano 3.000 e al termine della battaglia erano arrivati a 6.602. Dopo la presa di Palermo (30 maggio), i Mille si erano ridotti a 600 unità, ma a giugno cominciarono ad arrivare via mare anche i rinforzi dall’Italia del nord: i primi furono quelli della spedizione Agnetta, arrivati a Marsala il 1 giugno; seguirono i 2.500 uomini al comando di Giacomo Medici; altri volontari, poi aggregati alla divisione di Enrico Cosenz, furono gli 800 partiti da Genova col vapore “Washington” il 2 luglio 1860 e sbarcati il 5 luglio a Palermo. Le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi. Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Durante l’avanzata delle camicie rosse sempre più combattenti di tutte le province meridionali si aggregarono progressivamente all’armata. Da Wikipedia leggiamo che gli sbarchi dei rinforzi alla spedizione dei Mille avvennero nel 1860 durante la spedizione dei Mille. Dopo il primo sbarco, avvenuto a Marsala, che fu utile alla realizzazione di una testa di ponte, nel corso dei mesi successivi vennero effettuati in Sicilia numerosi altri sbarchi: infatti nel periodo da giugno a settembre 1860 giunsero un totale di circa 21.000 volontari, che assieme agli altri volontari arruolati nel Sud Italia contribuirono a formare il cd. Esercito Meridionale. Le partenze vennero quindi interrotte da Cavour, perché lo stesso aveva deciso di procedere alla occupazione dello Stato Pontificio. Il primo sbarco avvenne a Marsala: vennero effettuati in Sicilia numerosi altri sbarchi nel periodo da giugno a settembre 1860, per un totale di circa 21.000 volontari, che assieme agli altri volontari arruolati nel Sud Italia contribuirono a formare l’Esercito Meridionale. Le partenze delle navi di volontari venivano effettuate quasi sempre da Genova ed in alcuni casi da Livorno, effettuando scalo intermedio in Sardegna. Oltre allo storico Trevelyan, che ha redatto il sottoindicato riepilogo, gli sbarchi successivi sono descritti da vari autori, tra i quali Osvaldo Perini, il quale descrive in dettaglio anche la vicenda della cattura da parte della Marina Borbonica delle due navi della Spedizione Corte (Utile e Charles and Jane) con a bordo circa 930 volontari (vedi: La cattura del Gruppo Corte). Il Medici, coadiuvato dal maggiore Clemente Corte e da Daniele Cressini fondò un Ufficio militare, per arruolare altri volontari, da tutte le classi della società, da inviare in Sicilia con le relative dotazioni militari, ricorrendo ai comitati patriottici e a tutti i simpatizzanti, riuscendo a raccogliere circa 15.000 volontari.  Il Perini illustra anche come il Comitato politico di Milano ed il Comitato politico di Ferrara, quest’ultimo condotto da Paolo Da Zara di Padova, contribuirono a raccogliere molti volontari e che il Comitato per l’Emigrazione Veneta di Milano, condotto da Pietro Correr aveva da solo raccolto oltre 8.000 volontari tra i quali anche un elevato numero di trentini e veneziani appartenenti in gran parte alle province ancora occupate dall’Austria. Si tratta del testo di Osvaldo Perini (…), e del suo, La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia, Editore F. Candiani, 1861. Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Subito dopo la capitolazione dei regi, Garibaldi provvide alle necessità del governo dell’isola. Organizzò la Guardia nazionale in cinque legioni per il servizio d’ordine pubblico nella capitale e sciolse quelle squadre siciliane che non riteneva sicure per l’ordine pubblico. Ma suo maggior pensiero fu quello di costituirsi un piccolo esercito organizzato, formò pertanto, considerandola a suo avviso, come una appendice dell’esercito sardo, una Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr.”. Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr.”. Con un ulteriore decreto del giorno successivo si emanava l’organico della “Marina militare siciliana”. Il 14 luglio fu istituito il Corpo dei Carabinieri di Sicilia. Con un ulteriore decreto del giorno successivo si emanava l’organico della “Marina militare siciliana”. Il 14 luglio fu istituito il Corpo dei Carabinieri di Sicilia. Giuseppe Paternò nel 1860 partecipò attivamente alla campagna meridionale di Giuseppe Garibaldi: il 2 luglio, con decreto dittatoriale n° 79 fu nominato tenente generale e comandante la XVIª Divisione dell’esercito meridionale, mentre il 30 agosto ricoprì l’incarico di segretario di Stato della Guerra del governo dittatoriale. Quando i garibaldini dal 19 agosto sbarcarono in Calabria, affluirono nell’esercito volontari calabresi e, giunti in Basilicata, si aggregarono a Garibaldi 2.000 uomini della Brigata Lucana e l’Esercito da siciliano, fu denominato meridionale. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nel cap. III, a p. 101 e ssg., in proposito scriveva: “Già vedemmo come Garibaldi ordinasse alla sua unica, per quanto XV Divisione, di partire da Palermo etc…Vedemmo pure le scarsissime forze di quella Divisione comandata da Stefano Turr: la 1° Brigata agli ordini di Bixio con 400 uomini, la 2° agli ordini dello stesso Turr con 530, e neppure tanti se dobbiamo credere ai documenti dell’Archivio Guastalla, che segna esattamente 862 presenti in totale. Il Pecorini-Manzoni, che fu poi Capo di Stato Maggiore in quella XV Divisione, ne scrisse la storia particolareggiata e a lui bisogna ricorrere come a persona meglo di ogni altra in grado di conoscerla. Però, nell’Archivio Guastalla-Medici si trovano molti documenti in proposito e poiché il Guastalla, oltre che Capo di Stato maggiore dell’altra Divisione Medici, era amicissimo di Turr etc…”. Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma per continuare la marcia sul Continente, era necessario gettare le basi per la organizzazione di un Esercito Meridionale. L’espediente dei “Cacciatori di Sicilia” non dette buoni risultati, e il Corpo fu sciolto. Fu sciolto anche perchè da Genova sbarcarono il 17 giugno ben 4000 volontari al comando del Gen. Medici del Vascello, e qualche giorno dopo, altri 2000 volontari toccarono il suolo di Sicilia, al comando del Gen. Cosenz: ufficiali garibaldini entrambi, rimasti a Genova per l’arruolamento di uomini e l’acquisto di armi. E così, l’8 luglio, ai piedi del Monte S. Pellegrino, Garibaldi potè passare in rassegna i primi battaglioni del nuovo esercito liberatore.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Questo esercito doveva subito costituirsi in una divisione composta di due brigate, ciascuna delle quali di quattro battaglioni. Il comando della divisione e della 2° brigata fu assunto dal Turr e quello della 1° brigata da Bixio. Capo di Stato maggiore fu nominato il maggiore Spangaro. La sua forza iniziale non superava i mille uomini, ma doveva ben presto essere aumentata dai contingenti di altre due spedizioni che si preparavano a Cornigliano ed a Sestri, la prima di 900 uomini guidati da Clemente Corte, sbarcata il giorno 8 sul clipper americano ‘Charles and Iane e la seconda imbarcata il 10 sui piroscafi ‘Washington, Oregon e Franklin’ al comando di Medici e forte di altri 2500 volontari. Un piccolo rinforzo era intanto giunto da Genova, guidato da Carmelo Agnetta, esule siciliano, che con 60 uomini e un migliaio di fucili era sbarcato a Marsala, aveva percorso la via battuta dai Mille ed era arrivato il giorno 7 a Palermo. Altri 1500 fucili aveva pure mandato il Fabrizi da Malta.”. Cesari, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Cesari, a p. 141, in proposito scriveva che: “Il Cosenz, nominato allora generale, fu da Garibaldi incaricato di formare subito coi suoi 1500 uomini e con altri che vi si aggiunsero, una divisione, che dopo quella di Turr (15°) assunse in conformità dell’ordine del giorno precisato la numerazione di 16°, in continuazione cioè a quelle dell’esercito regolare. Per il momento questa divisione si compose di una sola brigata su due reggimenti, più una compagnia di carabinieri genovesi. Il comando del 1° reggimento fu dato al colonnello Fazioli e quello del 2° al colonnello Filippo Borghesi.”. Questa descrizione riguarda le compagnie in stanza in Sicilia che andarono all’attacco. Cesari nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada’ accorrenti sulle terre nostre. Sembra su’ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su’ Siciliani benchè l’ossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fe’ pensiero su’ novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittar nel Romanesco, statuì andar egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello stretto’ e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove’ s’organava il corpo di spedizione, coll’ aiuto de’legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino per rispondere a voce a quel re sull’ assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’1 2 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “L’avanzata di Garibaldi in Calabria fu una passeggiata militare. L’esercito garibaldino in Sicilia constava, il 18 agosto, quando ebbe luogo lo sbarco sulla costa calabrese (1), di 25.000 uomini di truppe regolari. Di questi 25.000 uomini, 18.000 erano concentrati a Messina e dintorni, mentre la colonna Bixio teneva in osservazione i presidi di Augusta e di Siracusa. Il complesso delle forze era ripartito in quattro Divisioni, sotto il comando dei generali Turr, Cosenz, Medici e Pianciani (1) .la cavalleria contava 500 uomini, l’artiglieria 450, il genio 120. La flotta si componeva di una pirocorvetta  di undici vapori da trasporto, l’artiglieria di 17 fra obici da montagna e cannoni da campagna. Quasi tutto l’esercito era armato di carabine Enfield; 40.000 fucili si trovavano a Messina, pronti ad essere trasportati in Calabria. L’esercito comprendeva una compagnia ungherese di 50 uomini, una svizzera di 120, una francese di 17, una inglese di 25. Il colonnello Peard comandava un’ottima compagnia di fucilieri con carabine e revolver. Egli è quell’inglese di cui giornali tedeschi conservatori, che scrivono al soldo dell’Austria, durante la campagna del ’59 raccontarono la sciocca favola ch’egli si era aggregato ai Cacciatori delle Alpi etc…Mister Peard è un gentleman della Cornovaglia, persona rispettabile sotto ogni riguardo, e per giunta uomo di cuore, d’ingegno e di carattere. Ha vissuto a lungo in Italia e conosce bene le cose italiane…..Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi…..”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, e riferendosi al 6 settembre 1860 in proposito scriveva che: Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”. Davis Ottati (….), nel suo “Dal Feudo alla liberà – un paese del Sud”, ed. Pananti, Firenze, a p. 98 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fenomeno del volontarismo che aveva alimentato validamente le primigenie schiere garibaldine, era a quel tempo già in declino ed i motivi, tanto per esemplificare, erano due: il primo, perché Garibaldi aveva rinsanguato le sue colonne, e, dalla fase dello spontaneismo pittoresco della guerriglia, era passato alla più razionale organizzazione militare, secondo, perchè con i successi le titubanze sabaude erano fugate, subentrando al loro posto la paura di essere tagliati fuori, quindi provvedendo a far muovere esercito e marina. E’ spiegabile così il mediocre afflusso di uomini del principato – da scartare quindi l’opinione razzistica secondo cui lo stato maggiore di Garibaldi avrebbe operato un’odiosa discriminazione verso l’apporto meridionale – tenendo ben presente che i “quadri” rivoluzionari come i Padula, i Pessolani, i Santelmo, i Magnone e molti altri, erano già nelle sue file garibaldine e a Milazzo appunto cadeva il prete Vicenzo Padula, senza contare la colonna Passero di cui si dirà.”. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 219 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi, dopo lo sbarco a Marsala, la vittoria di Calatafimi e l’investimento di Palermo, vedeva crescere le sue forze giorno per giorno pel continuo sopraggiungere di volontari, che dall’Italia – da Genova specialmente – gli venivano forniti dai Comitati d’arruolamento e dall’infaticabile collaborazione di Bertani. A codesti accorsi dal continente aggiungansi gli elementi siciliani, che a torme venivano dall’interno dell’isola per militare sotto le sue bandiere. E’ poi cosa saputa come in quell’esercito improvvisato si trovassero combattenti di tutte le nazionalità e vi fossero rappresentate tutte le democrazie europee: l’elemento esotico fu largamente partecipe a quella impresa (1). Gli Ungheresi mandarono a Garibaldi un’intiera legione; e tra i più notabili ricorderemo il generale Stefano Turr, Luigi Tukery che morì in battaglia, Eber, Antonio Goldeberg e un gran signore magiaro: il conte Teleky. C’erano molti inglesi, tra cui il famoso ‘rifleman’ Austin Dohnage, Peard ed altri partiti sul Washington con Medici il 10 giugno; e poi Winkler, Fix, Aten, ecc..Fra i tedeschi Wolf, Dunn, Eberhardt e lo storico Guglielmo Rustow, venuto colla colonna Pianciani. Due polacchi inseparabili, Milbitz e Cossowitch, rappresentavano con altri il patriottismo slavo. C’era Kadir-bey, turco. Venivano quindi numerosi i Francesi. Tra questi Bordone, più tardi generale; Massimo Du Camp, l’autore delle ‘Convulsions de Paris’, alto, bruno, innamorato dell’Italia e che fu aggregato allo Stato Maggiore della 15° Divisione; Maurizio Bixio, morto verso la fine del 1905, nipote di Nino Bixio e figlio di quell’Alessandro Bixio, ch’era stato Vice-Presidente ell’Assemblea Nazionale Francese del 1848; Lockoroy, dipoi ministro e tuttora vivente, grande amico d’Italia (1); il pubblicista Ulrico de Fonwielle, che nel 1870 accompagnava Victor Noir quando questo fu ucciso da Pietro Bonaparte; Giulio Kergomard, autore di un libro di poesie intitolato: Garibaldi (1867, Bruxelles); il pittore Enrico Fouquier, cronista e critico parigino brillantisimo, morto nel 1904; un Burés o Buiés, studente; un antico zuavo e cuciniere famoso, Alègre; il pittore Julies Duveaux (2); un Durand, parigino, dotato d’una forza erculea e ricordato come gastronomo; Savoyardy, un ancien d’Afrique, ch poscia entrò nel genio; il comandante Costa, che nel ’49 si era battuto con Manin a Venezia e con Mierowslawschy in Sicilia, e in seguito nel ’59 coi cacciatori delle Alpi; ed altri assai. – Ci si può mettere anche Cernuschi Enrico, che pi si naturalizzò francese; ed anche Alessandro Dumas padre, che colla sua goletta, l’Emma, seguiva en amateur la spedizione. C’era anche un antico spahi’, Kolbi, il quale pare divenisse poi capitano e morì infine all’Avana. Con l’arrivo di De Flotte l’elemento francese crebbe di importanza. De Flotte e Turr erano le due personalità più spiccate di codesto mondo cosmopolita, presente nel Quartiere Generale garibaldino.”. Da Wikipedia si apprende che erano presenti anche volontari stranieri, affluiti in tempi diversi. Risultano impiegati in combattimento il 1-2 ottobre, circa 200 cavalleggeri ungheresi e altri 200 fanti ungheresi. In precedenza furono impiegati 50 francesi di De Flotte caduto in Calabria. Erano presenti anche un centinaio di disertori borbonici stranieri comandati da Wolfe gruppi di britannici (19), la presenza di soldati stranieri borbonici era molto più alta, infatti al comando di Von Mechel erano 3.000 soldati, oltre ad alcune compagnie svizzere chiamate Schweizertruppen. Il 15 ottobre le navi Emperor e Melazzo sbarcano a Napoli la Legione Britannica, chiamata anche Garibaldi Excursionists composta di circa 600 volontari successivamente impiegati in alcuni combattimenti. La notizia del Wolf proviene dal Treveljan. In Sicilia parecchie migliaia di siciliani si arruolarono inquadrati in reggimenti e addestrati da ufficiali del luogo, del nord Italia e inglesi.. Era presente il tedesco Wilhelm Friedrich Rüstow, capo di stato maggiore di Divisione di Garibaldi, che scrisse un libro sulla Spedizione,tra i britannici erano presenti: Hugh Forbes, ingegnere e linguista inglese che aveva già combattuto con Garibaldi nel 1849, Percy Wyndham, l’irlandese artigliere Dick Dowling e per breve tempo gli americani Catham Roberdeau Wheat e Charles Carrol Hicks, che tornarono in America per combattere con i confederati, John Whitehead Peard, il “garibaldino-inglese” “sosia” di Garibaldi, con busto al Gianicolo di Roma e il carismatico inglese colonnello John William Dunne, che in Sicilia era soprannominato “milordo” dai coraggiosi ragazzi siciliani di strada arruolati nel suo reggimento, da non confondersi con la Legione Britannica, sbarcata solo successivamente a Napoli, nel reggimento di Dunne solo una parte degli ufficiali erano britannici e i soldati tutti sicilianI, Dunne fu ferito a Capua. Durante la battaglia del Volturno si distinte lo scozzese capitano Cowper di Aberdeen, che comandava una batteria di artiglieri e diversi altri scozzesi facevano parte dei volontari, anche per la grande popolarità di Garibaldi in Scozia, dove molti vedevano in lui il Wallace italiano.. Hugh Forbes, un ufficiale dell’esercito britannico, ha scritto questo manuale per addestrare i volontari patriottici nell’arte della guerra. Forbes descrive le tattiche utilizzate dall’esercito regolare e come le stesse possono essere adattate per la guerra irregolare. Questo manuale è stato scritto nel XIX secolo ma rimane attuale oggi, perché molti dei consigli di Forbes sono ancora validi per chiunque desideri addestrarsi alla guerra di guerriglia.

GARIBALDI CERCA VOLONTARI PER LO SBARCO SUL CONTINENTE

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 189-190 e ssg., in proposito scriveva che: “Poche e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai di affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila sol dati. Era pertanto evidente necessità al Dittatore cosi di accrescere il nerbo di suoi combattenti, come di svigorirne l’ avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne anestes sero i passi, 0 sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dei comitati di terra ferma, egli deve a quanti di suoi soldati nel riclriedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; etc….(p. 191) Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava l’arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontarii, che, declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani. Quest’ accolta di milizie avea per pubblici propositi il venirne in Sicilia; ma lo intento segreto dei capi era invece di metterli in terra pontificia; ove, schivando di affrontarsi nei francesi, si ripromettevano d’impellere nei popoli della centrale Italia quel moto medesimo, che Garibaldi avea suscitato vittorioso allo estremo della penisola. Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova; e per questi fa voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava atlesamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia. Ma a mutare i reconditi, quanto audaci disegni sullo Stato papalino, non esscudo punto disposti nè il Berlani, nè molto meno il Pianciani, non parevano essi gran fatto proclivi alle sollecitazioni del general Garibaldi che li chiamava in Sicilia; parendo loro di venirne, treppo morbidi ai centri di un’ odiata diplomazia, là dove quelle forze riuscirebbero alla Sicilia superflue, alle sorti d’Italia disutili. Cotesti indugii volle il Generale vince re di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci; e menò seco, rassegnatone il comando dal Piacciani, la nuova brigata in Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma. Di quei giorni la diplomazia, segnatamente la russa, ma non ultima la francese, premevano appo il Conte di Cavour, perché fosse venuto in accordi col Re di Napoli, e fatto ostacolo a Garibaldi di passare sul continente, ritirandogli quei morali conforti e materiali sussidii che gli venivano dal governo sardo: condizione degli accordi era la promessa di cedere la Sicilia al re di Sardegna. A rattenere i progressi del vincitore non mica facile ai consigli della diplomazia, Francia proponeva all’ Inghilterra di spedire un loro navilio nello stretto Messinese; ma questa schermendosi dello invito, contraddisse allo intervento; e il conte di Cavour fu lasciato libero nei suoi propositi. La cui politica, nonché tale da opporsi alla spedizione prima e posteriori di Garibaldi, era quella anzi di sospingerlo innanzi; come al buon senso dicome al buon senso di ogni onesto giudizio dovrebbe apparire evidente, se documenti e testimonianze non fossero venuti poscia a confermarlo.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 207 e ssg., in proposito scriveva che: “Sgombra per la capitolazione di Messina del 28 di luglio l’ultima spanna di siciliana terra, il General Garibaldi e sul Faro per venirne in terra ferma a compimento di sua operosa epopea. Numerate sue schiere ai primi giorni di agosto, gli pare non potesse fare a fidanza che non soli ottomila uomini atti a venirne, con fortuna di animo pronto, a nuove venture; oltre a quattromila, o nuovi del tutto, o quasi nuovi ai cimenti di guerra, giovanotti siciliani (1). Pochi e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai da affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila soldati. Era pertanto evidente necessità del Dittatore così di accrescere il nerbo de’ suoi combattenti, come di svigorirne l’avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne arrestassero i passi o sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dai comitati di terra ferma, egli dava a quanti di suoi soldati nel richiedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; e al 6 dell’agosto fece sbarcare alle spiagge calabresi di Cannitello, di Altafiumana e di Bianco, manipoli di suoi soldati, condotti da un giovane e ardimentoso capo, il Missori; etc…”.

LEONINO VINCIPROVA, INVIATO DI GARIBALDI A GENOVA DA AGOSTINO BERTANI

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 51, in proposito scriveva che: “IX. Il più vecchio della schiera garibaldina, ma giovane di cuore ed ancora fresco in volto, era di Omignano (71): Leonino Vinciprova, nome caro e devoto ai cilentani, uomo che in apparenza era freddo, glaciale, ma di animo indomito, di coraggio leonino etc…Fido ed affettuoso parente di Francesco Mazziotti, che l’aveva messo a capo della sua azienda, era stato uno della schiera che aveva partecipato e diretto i moti rivoluzionari del Cilento del gennaio e del luglio 1848. Aveva consumato tutto il suo vasto patrimonio per sostenere ed appoggiare la causa della rivoluzione, stringendosi in attiva corrispondenza con diversi eletti uomini della provincia, come i fratelli Carlo e Giovanni De Angelis (73), Angelo e Carlo Pavone, il marchese De Stefano, e soprattutto col suo parente Terenzio Barzellone di Sanza, setterio fin dal 1820. Etc…”. De Crescenzo, a p. 51, nella nota (71) postillava: “(71) Secondo l’elenco ufficiale dei Mille di Marsala, risulta nato a Salerno; ma probabilmente si volle indicarlo come nato a Salerno.”. De Crescenzo, a p. 51, nella nota (72) postillava: “(72)Cfr. Memorie di Carlo de Angelis, pubblicate a cura di Matteo Mazziotti, Roma – Milano, Albrighi e Segati e C., 1908; P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri, Salerno, Iovane, 1907.”. De Crescenzo, a p. 55, continuando il suo racconto scriveva pure che: Passato a Genova, v’era rimasto fino al ’60, anno in cui, sospinto dall’ansietà dei nuovi avvenimenti in Sicilia, non durò fatica ad intendersi con l’Eroe, rispondendo alla nuova diana di lui ed imbarcandosi, etc…(81).”. De Crescenzo, a p. 55, nella nota (81) postillava: “(81) Poteva considerarsi della schiera salernitana anche Giovanni Tigre trentacinquenne, che, sebbene veneziano, aveva scelto il meridione d’Italia e propriamente Salerno per sua dimora, etc…”. De Crescenzo, a p. 71, in proposito scriveva pure che: “VIII. Intanto, il segretario di stato Orsini aveva disposto, per ordine del Dittatore, che Leonino Vinciprova, capitano dello Stato Maggiore, si recasse, con permesso indefinito, a Genova, per ‘affari di servizio’, insieme con Vincenzo Carbonelli e Nicola Mignogna, l’uno medico dello Stato maggiore generale e l’altro capitano tesoriere. Il Vinciprova s’imbarcò ben volentieri con i due amici e, dopo sei giorni, fu a conferire a Genova in casa Bertani, che gli mostrò una lettera di Garibaldi in cui appariva manifesto che il generale stesso più che Mazzini voleva si procedesse oltre. Il danaro non era sufficiente allo scopo, tuttavia ciò non fece perdere d’animo il Bertani, che seppe compiere stupendamente la missione affidatagli, per agevolare l’impresa di Sicilia, etc…”.

LE TRUPPE DELLA SPEDIZIONE BERTANI-PIANCIANI

Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 246 e ssg., in proposito scriveva che: “A un’invasione degli Stati della Chiesa si disponevano anche Bertani, Mazzini e Nicotera, che, con danaro mandato da Garibaldi, con l’aiuto di Ricasoli, avevano approntato una Spedizione di novemila uomini, bene armati, al comando del Colonnello Luigi Pianciani. I volontari erano stati divise in sei brigate, delle quali quattro, partendo da Genova, sarebbero dovute sbarcare a Montalto sulla Costa laziale, mentre le altre, due avrebbero dovuto muovere dalla Toscana ed impegnare le forze papali comandate dal generale Lamoricière. Il piccolo esercito, poi, calando sul Napoletano, avrebbe dovuto investire le truppe di Francesco II, andando incontro ai garibaldini. Ma al progetto si oppose Cavour e Vittorio Emanuele, comunicando al Bertani che il Piemonte era pronto a concentrastare anche con la forza un attacco agli Stati del Papa organizzato in territorio del Regno sardo. Il Bertani, dopo vani tentativi per ottenere il consenso di Torino a quell’impresa, giunse a patti con Cavour: i volontari sarebbero partiti a scagloni per Golfo Aranci e di qui avrebbero raggiunta la Sicilia, liberi poi, se lo ritenevano, di assalire lo Stato Pontificio. Cavour, allora, non aveva ottenuto ancora da Napoleone III l’assenso per l’invasione delle Marche e dell’Umbria, e furono anche i preparativi della Spedizione Bertani, agitati come spauracchio dal Primo Ministro sardo, che spinsero l’Imperatore a permettere l’occupazione delle due provincie da parte dell’Esercito regolare piemontese. I volontari del Bertani, come era stato convenuto, raggiungevano a scaglioni Golfo Aranci, ma una volta qui giunti, dopo breve sosta, erano costretti dalle autorità Piemontesi a partire per la Sicilia. In tal modo Cavour evitava che si concentrasse tutta la spedizione in territorio sardo, col pericolo che di lì si dirigesse contro i dominii del Papa. I volontari, protestavano, ma, assente il Bertani, che si era recato al Faro per concertarsi con Garibaldi, fu giocoforza piegarsi al volere di Cavour. E così la nave “Torino”, con la brigata comandata dal Colonnello Carlo Eberhardt, giunse inattesa a Palermo, dove fu raggiunta il giorno dopo dalla “Amazon” con altri duemilacinquecento uomini, i quali, privi di acqua, viveri e medicinali, impediti di scendere a terra, tumultuavano. Garibaldi, dal Faro, era partito insieme al Bertani, diretto a Golfo Aranci, dove entrambi ritenevano di trovare concentrata tutta la Spedizione; ma invece non vi trovarono che il piroscafo “Isèere”, il “Calatafimi” e il “Garibaldi” col brigantino “Shepherd”, e appena arrivati appresero che i volontari imbarcati sulle navi erano di grande agitazione, perchè reclutati per andare a combattere le forze papali, non volevano saperne di recarsi in Sicilia. Garibaldi era giunto a Golfo Aranci a bordo del “Washngton”, e dopo aver placato con la sua sola presenza i volontari e dato l’ordine, che nessuno osò discutere, di partire tutti per Palermo, con lo stesso “Washington”, direttosi alla Maddalena per caricare carbone, volle portarsi nella sua Caprera e sostarvi brevemente. Il Dittatore si trattenne nell’isola qualche ora, concedendosi, dopo mesi di estenuanti fatiche di guerra, una fugace vacanza. A sera, il “Washington” fece rotta per Cagliari dove si erano raccolte le altre navi per caricare combustibile, e dove era giunto anche l’ultimo piroscafo della spedizione, il “Byzantin”, sul quale viaggiava il colonnello Pianciani. Questi saputo che Garibaldi e Bertani erano assieme, obbedì all’ordine di raggiungere Palermo, ma una volta nell’Isola, chiese e ottenne un colloquio col Dittatore. Garibaldi gli disse che era sua intenzione di far passare tutte le truppe di cui disponeva sul Continente per marciare su Napoli, bastando a un attacco agli Stati romani le forze radunate in Toscana. Pianciani protestò e si dimise, dichiarando che egli e i suoi uomini si erano riuniti e armati per combattere nelle terre Pontificie, non in Calabria. La verità è che Pianciani, come la maggioranza dei volontari della Spedizione, era repubblicano, e aveva accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” per le stesse ragioni che spingevano allora, i più ardenti e ostinati mazziniani ed accantonare il problema istituzionale: bisognava agire, ora o mai più, per unificare la Penisola; poi si sarebbe discusso di come organizzarla politicamente e quali istituzioni darle. C’era, insomma, in quegli uomini, una riserva mentale verso i Savoia e la monarchia che il diffidente Cavour ben conosceva, e, dal punto di vista del Primo Ministro sardo, giustificava le misure prese contro la Spedizione. La quale Spedizione, inoltre, avrebbe impedito al Piemonte di attuare il piano elaborato dal Conte: invadere l’umbria e Marche con le truppe regolari, e porre un “alt” all’avanzatA garibaldina e al crescente prestigio dell'”avventuriero eroico”. Dimessosi il Pianciani, il comando in capo della Spedizione fu preso da Guglielmo Rustow, il quale, il 20 agosto, con il grosso dei suoi uomini si trovava a Milazzo, mentre una divisione rimaneva a Palermo e un’altr era stata trasferita a Taormina. In tal modo Cavour aveva raggiunto in pieno il suo obiettivo: la Spedizione Bertani-Pianciani era scompaginata. Rimanevano in Toscana le due brigate organizzate da Nicotera, ma anch’esse furono costrette a recarsi in Sicilia, portando così a oltre ventimila i volontari su cui poteva contare Garibaldi per passare in Calabria.”.

Nei primi di Giugno 1860, l’organizzazione per la creazione delle truppe della “Spedizione BERTANI-PIANCIANI”, le truppe preparate da Agostino BERTANI per invadere lo Stato Pontificio. I Cacciatori di Bologna, la brigata “PARMA poi SPINAZZI” e la Brigata BOLOGNA poi “PUPPI” 

Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani, esule in Francia e a Londra collaborò alle iniziative mazziniane. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour , sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Incominciò il Cavour con l’opporsi risolutamente l’azione del partito più avanzato, quello mazziniano, rappresentato in Genova dal Bertani. Costui stava da tempo organizzando una grande spedizione per attuare il suo piano di uno sbarco nel Pontificio e per muovere attraverso questo Stato incontro a Garibaldi. L’esercito napoletano si sarebbe trovato così tra due fuochi. Verso la fine di luglio egli ormai aveva ultimato i suoi preparativi. Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo – , ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi. Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione comprendeva 7720 uomini di linea organizzato su 24 Battaglioni, organizzato su 24 Battaglioni, più un Battaglione di Cacciatori con 580 uomini, 120 Guide, 220 uomini del Genio e 180 d’Artiglieria, che con 120 addetti all’Intendenza ed al Servizio Sanitario, oltre ai Comandi di Stato Maggiore di Brigata, formavano un totale di 8940 uomini. Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; le prime due, ch’erano in Toscana, avrebbero invaso gli Stati pontifici ed attirato le truppe papali comandate da Lamoricière. Tale compito era affidato specialmente alla Brigata Abruzzi che sarebbe entrata nelle Marche al comando di Caucci. La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Restavano le ultime due Brigate nell’Italia centrale – la ‘Toscana’ e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa, non solo per evitare grossi guai, ma perché ormai Cavour s’era deciso a compier egli stesso quell’impresa. Il Nicotera s’era presentato l’8 luglio al Comitato Bertani di Firenze, insieme col dottor Achille Sacchi, munito d’una lettera del Bertani stesso da cui appariva incaricato “di provvedere a quanto occorre per l’invasione dele finitime provincie delle Marche e dell’Umbria”. Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del Pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Per cui lo stesso Cavour telegrafò il 15 agosto all’ammiraglio Persano di inviare il ‘Monzambano’ ed il ‘Tripoli’ in crociera sulle coste pontificie per impedire qualunque sbarco di volontari. Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia.. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. …..corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Sulle truppe organizzate dal Bertani ha scritto Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: Un proposito siffatto piaceva grandemente a Giuseppe Mazzini, il quale fu sollecito ad offrirsi a Garibaldi come aiutatore nella impresa. Garibaldi accettò la cooperazione di Mazzini, senza pensare lì per lì al rischio in cui si metteva col pigliare a chius’occhi un tal cooperatore; e dette incarico a Giovanni Nicotera di recarsi subito (come già narrai) in Toscana, per mettere insieme una legione di volontari. Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani. Quest’accolta di milizie avea per pubblici propositi di venirne in Sicilia; ma lo intento segreto dei capi era invece di metterli in terra pontificia: ove schivando di affrontarsi nei francesi, si ripromettevano d’impellere nei popoli della centrale Italia quel moto medesimo, che Garibaldi aveva suscitato vittorioso all’estremo della penisola. Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “In quel tempo, poiché l’esercito riunito in Sicilia sotto gli ordini diretti del generale Garibaldi veniva giudicato sufficiente per invadere il regno di Napoli e cacciare i Borboni, era stato messo insieme un corpo di seimila uomini che, sotto gli ordini del colonnello Pianciani, avrebbe dovuto successivamente concentrarsi sull’isola di Sardegna, per lanciarsi di là, al momento opportuno, negli Stati pontifici ed attaccare le truppe incaricate di difenderli…..Etc…(pp. 28-29). Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 126, nella nota (1) postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. Etc..”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Dallolio aggiunge pure che: la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, aggiunge pure che: la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, secondo il Dallolio (….), al comando della Brigata “ROMAGNA”, fu messo il colonnello Filippo CAUCCI-MOLARA, che era stato “commilitone di Garibaldi nella difesa della Repubblica Romana”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: Quella Abruzzi, al comando del Caucci, avrebbe dovuto varcare il confine marchigiano, entrare nel Montefeltro, mentre quella Toscana passare nell’Umbria e puntare su Perugia. Per questa spedizione il Mazzini aveva detto al Bertani che “2000 in Toscana, 500 in Romagna erano più che sufficienti; egli contava sull’insurrezione della popolazione etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Dallolio continuando il suo racconto, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta “Terranova”, “….non partecipano a tutta la prima parte della campagna, poichè quasi tutti arrivarono quando Garibaldi stava per passare, od era già passato, sul continente, nel quale non ebbe per verità gran che a combattere fino a Napoli: ma furono impegnati nei combattimenti successivi: il battaglione comandato dal Cattabeni ebbe parte precipua nel disgraziato fatto d’arme a Caiazzo.”, e poi aggiunge che: “I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e,  l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata Bologna, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”.  Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Da Wikiepdia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado ditenente colonnello. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Da Wikiepdia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado ditenente colonnello. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Quella Abruzzi, al comando del Caucci, avrebbe dovuto varcare il confine marchigiano, entrare nel Montefeltro, mentre quella Toscana passare nell’Umbria e puntare su Perugia. Per questa spedizione il Mazzini aveva detto al Bertani che “2000 in Toscana, 500 in Romagna erano più che sufficienti; egli contava sull’insurrezione della popolazione etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera , già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata ; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia , ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino , si spillo la cosa; il battaglione fu mutato , e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Garibaldi risolse di servirsi di questo mezzo, ed aumentare la sua azione col diffondere le voci più diverse ed erronee. Come questo mezzo abbia ottenuto un successo sul quale lo stesso Garibaldi appena poteva far conto , lo vedremo quanto prima. Garibaldi non poteva sapere in anticipazione fin dove sarebbe riescito, e per quanto si figurasse ogni circostanza favorevole, doveva sempre desiderare un rinforzo di quella parte delle sue truppe, delle quali poteva immediatamente e con sicurezza disporre. Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Gariballi. Era quella piccola, armata che alla sua partenza dall ‘ alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova. La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate, secondo il piano stabilito prima degli ostacoli sorti in processo di tempo, partendo da Genova e dalla Spezia, dovevano anzi tutto raccogliersi presso Montecristo e di là sbarcare presso Montalto sulle coste pontificie, indi, evitando uno scontro coi francesi, spingersi nella direzione di Viterbo o di Montefiascone contro l’ala sinistra dell’armata di Lamoricière, disperdendo le forze che trovassero isolate, evitando però i corpi di truppa riuniti e prevalenti di numero; la quinta brigata, formata in Toscana, doveva di là, avanzando per terra, impadronirsi della città di Perugia, e poi operare in unione alle brigate sbarcate presso Montalto. La sesta brigata, formata nella Romagna, doveva alcuni giorni prima dello sbarco gettarsi nelle Marche, attirandosi l’attenzione di Lamoricière , ed in tal guisa agevolare le operazioni dello sbarco e quelle su Perugia.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 259, in proposito scriveva: “Da questo luogo di ritrovo la spedizione fu detta spedizione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero nascosto, non essere destinata per la Sicilia ma per altra nuova terra.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 264, in proposito scriveva: Avendo egli fatto vela senza lasciarsi addietro alcuna notizia , la cosa destò dell’inquietudine fra gli uomini della seconda brigata, Tharrena (Parma) , che intanto era arrivata.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: La spedizione Terranova era stata organizzata mercè l’attività di Mazzini e del dott. Bertani rimasto a Genova, quale rappresentante di Garibaldi, per fare qualche intrapresa nello stato pontificio. Comandante  in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione. La forza di quella spedizione ascendeva a circa 9000 uomini, divisi in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate dovevano (secondo il piano fissato definitivamente prima degli ostacoli sorvenuti ) movendo da Genova e dalla Spezia raccogliersi da prima a Monte Cristo e di là sbarcare presso Montalto nello stato pontificio , avanzando quindi, per evitare qualsiasi conflitto coi francesi, alla volta di Viterbo o Montefiascone verso l’ala sinistra dell’armata di Lamoriciére, respingendo le forze isolate, ma evitando quelle che fossero concentrate e superiori di numero; la quinta brigata formata in Toscana doveva avanzarsi di là per terra onde impadronirsi della città di Perugia e quindi operare di concerto colle brigate sbarcate a Montalto. La sesta brigata organizzata nella Romagna doveva qualche giorno prima dello sbarco irrompere nelle Marche attirando sopra di sè l’attenzione di Lamoriciére, facilitando in tal guisa l’operazioni dello sbarco e l’attacco di Perugia. Quel piccolo corpo doveva da ultimo entrare per gli Abruzzi nel regno di Napoli , formando la sua unione coll’esercito principale di Garibaldi.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Ai due estremi dell’Italia meridionale ardeva il fuoco rivoluzionario. La Sicilia era libera ‘meno il forte di Messina: bande armate percorrevano le provincie del Regno aspettando Garibaldi per dargli mano. Gli Stati rimasti al Papa erano allora debolmente difesi. Concentrate erano in Roma le poche truppe francesi, con le quali nessuno sognava venire alle mani calcolando che, accerchiata Roma dal fuoco rivoluzionario, Napoleone si sarebbe risolto a ritirare la sua protezione dal Papa, che allo stesso tempo lo sfidava e lo motteggiava. Era il quarto d’ora propizio, e chi aveva tempo non aspettava tempo. Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour, sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860. Caro Generale – Voi mi lasciate senza una parola circa la condotta da tenere etc…”. Già il Bertani prevedeva, si direbbe, l’intenzione di Garibaldi di trattenere la spedizione nell’Isola o di condurla altrove. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia avrebbero poi potuto raggiungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quanto all’altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e con Farini combinato ogni cosa al riguardo. Il che non impedisce al Cavour di diffidare anche di lui. Pochi giorni dopo infatti egli scrive: “Sono inquieto su Ricasoli. I successi di Garibaldi l’hanno esaltato etc…”. L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Sull’opera incessante del Bertani e sulla costituzione della Spedizione, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine, intitolato ‘Storia della 15ma divisione Turr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio, quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo….Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari , mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto.”.  Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 184-185 e ssg., in proposito scriveva che: Io mi proponeva, subito che fossi arrivato al Golfo degli Aranci, e avessi trovata riunita la spedizione come doveva essere, di mandare immediatamente un piccolo vapore a Livorno con le istruzioni necessarie per Caucci e Nicotera, indicando il giorno nel quale ciascuno di loro dovesse passare il confine; a ciò , come ho già avvertito, ero autorizzato, obbligato vorrei dire, dagli ordini di Garibaldi……I legni che facevano parte di quella spedizione erano il Bizantino, il Torino, l’Ammazzone , l’Isère, il Garibaldi, il Calatafimi, il Veasel , il Veloce ( che doveva partire da Genova il di dopo quello nel quale io era partito ), e tutti questi vapori; a vela avevamo lo Sheaperd clipper americano rimorchiato dal Garibaldi, un’altro clipper che avrebbe rimorchiato il Veloce. Dieci legni fra tutti. I comandanti dei legni avevano dal Comitato l’ordine di riconoscermi come comandante in capo della spedizione, ed uniformarsi alle mie istruzioni (doc . lettera K). Alcuni di loro sapevano di che si trattasse, tutti dovevano immaginarlo, e credo avrebbero generalmente eseguito quanto io avessi ordinato. Se taluno, prevenuto forse dal Ministero, avesse voluto fare diversamente , avrei saputo costringerlo a fare quello che voleva io , e per questo fine aveva collocato sui diversi bordi uomini capaci di prendere, quando occorresse, il comando del bastimento.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto: “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Eliseo Porro (…..) che era: “Sergente nei Bersaglieri della Brigata Milano”, dunque diretto testimone degli avvenimenti di cui parlo, nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), le sue Memorie sulla Campagna d’Italia nel 1860 scriveva che: “Per voi, cari commilitoni, m’accinsi alla traduzione del presente racconto , dal suo originale alemanno che un fortuito azzardo mi pose fra le mani e ciò prima che l’originale stesso fosse pubblicato; però le mie cognizioni nella lingua tedesca essendo limitate, abbisognai dell’ajuto di benevoli amici.”, e poi ancora: “Nel mentre che vi presento il racconto dei fatti ai quali avemmo l’onore di prender parte, mi permetto di ricordarvi che noi siamo i figli non indegni dei nostri padri che con gloria sostennero sempre il vessillo della Civiltà; del che come non ci scordammo nella scorsa campagna, non dovremmo giammai scordarcene ogni volta il nostro illustre Capo in nome della Patria ci richiami intorno al sacro Tricolore.”. Porro, a p. 5, in proposito scriveva: “I comitati dell’Italia settentrionale incaricati di adunare gli elementi per la nostra organizzazione, avevano lavorato indefessamente, senza risparmio di fatiche, e per quanto era comportato dalle circostanze, non lasciarono neppur mancare il denaro. Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni; 5 compagnie di bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quale si diede il nome dei paesi dov ‘ erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione. Così la 1.ª Brigata si chiamò Genova ; la 2.ª Parma; la 3.ª Milano; la 4. Bologna; la 5. Toscana; la 6. degli Abruzzi. II colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello stato maggiore e comandante in secondo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “XXI. Nè gli eventi del distaccamento di Talamone, nè la decisione del Medici e del Malenchini di portare le loro truppe in Sicilia estinsero il concetto della diversione nell’Umbria, nelle Marche, e negli Abbruzzi. In quegli stessi giorni nei quali Medici e Malenchini partivano per la Sicilia, il Comitato Centrale aveva già iniziata un’ altra grande raccolta di uomini e di armi per la diversione. Spegnevasi col mese di maggio l’eco dell’episodio di Talamone e coi primi di giugno si iniziava la spedizione di Medici -Malenchini la quale si compì fra l’8 ed il 10 giugno; ma prima che Medici movesse, ecco in preparazione un’altra spedizione destinata alla diversione. Infatti il 29 dello stesso maggio, appena Garibaldi era entrato in Palermo, Mazzini scriveva da Genova al Dolfi: << Il centro dei pericoli per la Sicilia ora che Garibaldi vi è, non è in Sicilia; è in Napoli nel Regno. È là che bisogna vibrare tutti i colpi; là si salva la Sicilia per sempre e si fa l’Italia. Conquistando al moto il terreno pontificio ed il regno, si fa atto di solidarietà italiana. Garibaldi intende perfettamente questo; e lasciò detto, e replicava in una lettera scritta pochi giorni or sono da Salemi a Bertani, che bisogna invadere gli Stati pontifici ed andare oltre. Serbate, ed organizzate in nome d’Italia gli elementi per questo. Sapete che è lo scopo di Bertani e mio. » p . 94. Ed il 19 giugno, in una risposta diretta a Palermo a Nicotera, Mosto è Savi , scriveva : « Stiamo etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “XXII. Alla fine di luglio la divisione era allestita e preparata ad eseguire il suo piano. Ma appunto la fine di luglio, segna il momento storico culminante di suprema crisi politico-militare nella memoranda rivoluzione del 1860. Infatti: La Sicilia è libera meno la fortezza di Messina, ma intorbidata da faccendieri. Il passaggio di Garibaldi sul continente appare ed è difficilissimo. La costituzione data a Napoli, aveva scatenato tutte le passioni estreme. Il ritorno degli esiliati, audacissimi, suscitava conflitti che tenevano gli animi in sussulto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate , denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri, due squadroni guide, due compagnie del genio, due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini, ma vi era sicurezza di aumentarli, ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini. Questo ordinamento delle truppe era giustificato dallo scopo al quale erano destinate. L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo. La 5ª brigata dalla Toscana doveva sorprendere Perugia e poi operare d’accordo colle quattro sbarcate a Montalto. La 6ª brigata, dalla Romagna precedendo di qualche giorno le altre doveva invadere le Marche per l’Alto Appennino, manovrando fra Urbino e Gubbio, richiamare l’attenzione del nemico da quella parte per facilitare l’operazione principale, operare insomma una diversione della diversione, come scrisse il Pianciani.”.

LUIGI PIANCIANI

Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani, esule in Francia e a Londra collaborò alle iniziative mazziniane. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore.”. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani era figlio  primogenito del Conte Vincenzo Pianciani e di Amalia Ruspoli, figlia del Principe Ruspoli di Cerveteri. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, in proposito scriveva: “Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa etc…”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Pianciani,….L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo..  Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: Comandante  in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour , sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”.  Eliseo Porro (…..) che era: “Sergente nei Bersaglieri della Brigata Milano”, dunque diretto testimone degli avvenimenti di cui parlo, nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), le sue Memorie sulla Campagna d’Italia nel 1860, a p. 5, in proposito scriveva: II colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello stato maggiore e comandante in secondo.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127, in proposito scriveva che: “Il Comitato allora affidò il comando della diversione al colonnello Pianciani, il quale già funzionava da capo di stato maggiore della spedizione sin da quando se ne era iniziata l’organizzazione, più volte ridotta e ricompletata dopo le spedizioni di Medici, di Malenchini, di Cosenz e di Sacchi per la Sicilia. Il Pianciani patriota illustre, liberale a tutta prova sin dalla sua giovinezza; colonnello sin dal 1848; passato a Venezia ove aveva reso importanti servizii ; comandante della divisione di Ancona nel 1849, dove compì difficilissime operazioni, era indicatissimo per tale importante missione. Appartenente a cospicua famiglia titolata dell’Umbria, conosceva minuziosamente lo scacchiere della spedizione.”.

ACHILLE SACCHI e GIUSEPPE DOLFI e la formazione della colonna della “BRIGATA TOSCANA” o di “CASTEL PUCCI”

(Fig. n….) – Foto di Achille Sacchi

Da Wikipedia leggiamo che ACHILLE SACCHI, Studente di medicina a Pavia, partecipò ai moti lombardi del 1848. Successivamente accorse alla difesa della Repubblica Romana, rimanendo ferito nella battaglia di Porta S.Pancrazio. Partecipò alla riunione[1] del 2 novembre 1850, costitutiva del comitato rivoluzionario di Mantova. Sfuggì alla cattura rifugiandosi prima in Piemonte poi in Svizzera. Non giovandosi dell’amnistia austriaca si stabilì a Genova dove esercitava la professione medica in cooperazione con Agostino Bertani. Nel 1859 era tra i Cacciatori delle Alpi e nel 1860 raggiunse Garibaldi combattendo sul Volturno. Finalmente nel 1866, unitasi Mantova al Regno d’Italia, rientrò nella città natale dove lavorò per la diffusione delle idee democratiche e repubblicane federaliste.  L’impegno politico negli enti pubblici mantovani, insieme alla sua professione di medico, lo portò ad occuparsi della pellagra che colpiva le masse contadine mantovane a causa di una dieta esclusivamente basata sul granoturco e a propugnare un più efficace e umano trattamento dei malati di mente. In un blog sulla rete troviamo scritto che Achille Sacchi, fu coinvolto nella preparazione del moto milanese mazziniano del 6 febbraio 1853, venne arrestato ed estradato in Svizzera. Si trasferì quindi a Genova, dove fu attivo negli ambienti mazziniani con gli amici Alberto Mario, Jessie White, Maurizio Quadrio e Sara Nathan, esercitando la professione medica in collaborazione con Agostino Bertani. Il 7 giugno 1858 sposò a Como Elena Casati, impegnata nel movimento femminile in sostegno a Mazzini, da cui ebbe 15 figli (di cui 10 sopravvissero), nessuno dei quali battezzato. In conseguenza del fallito tentativo insurrezionale di Carlo Pisacane, risalente al 1857 e in gran parte finanziato da Elena, i Sacchi furono espulsi dal regno di Sardegna e si trasferirono a Pisa, dove Achille ottenne la cattedra di mineralogia. Dopo i tentativi falliti di Mazzini, nel 1859 fu con Bertani tra i democratici e mazziniani convinti della necessità di appoggiare Cavour e la monarchia sabauda. Definito da Garibaldi il “medico che si batte”, ad aprile lasciò l’insegnamento e si arruolò come assistente sanitario nei Cacciatori delle Alpi comandati dal generale. Tornato a Pisa, partecipò ad attività cospirative nel centro Italia e ai preparativi per la spedizione dei mille. Nel settembre 1860 si unì a Garibaldi a Napoli e prese parte alla battaglia del Volturno. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 137-138 e ssg., in proposito scriveva che: “La colonna toscana fu ordinata da Dolfi, Achille Sacchi e Nicotera; etc…”. Qui la White si riferisce ad Achille Sacchi. La White aggiungeva che GIUSEPPE DOLFI: “….aveva aiutato Malenchini per la sua spedizione siciliana, ed ora era tutto intento a quella per il Centro. In risposta a certi quesiti di Bertani, Dolfi risponde: con Ricasoli sono sempre in buone relazioni. Non ostante la mia dichiarazione che con La Farina non ci sono mai stato, non ci sono nè ci sarò, egli mi mantiene la sua fiducia, perchè sa che quando gli ho detto – sono con loro lo sono di fatto, e quando non lo sono glielo dico francamente, ed allora non lo sono: nell’ un caso e nell’ altro ho tenuto sempre la parola; la lealtà è con noi. Rapporto a impedire ogni manifestazione politica che non sia il grido e il programma di Garibaldi, siate certo che non succede, e credo che non vi voglia molta fatica: mi darebbe pensiero se dovessi fare il contrario. Nicotera andò a Firenze con lettera di presentazione di Bertani, in data del 16 giugno, ove si legge: Il Nicotera accetta il programma del general Garibaldi, e ne vuole la più energica e pronta esplicazione. Ha fede nell’azione, e massime oggi crede indispensabile alla presente e futura salvezza dell’Italia la propagazione della rivoluzione a tutti i punti del continente italiano tuttora etc…”. Sulla questione ha scritto Evelina Rinaldi, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato nel……………………….e, a p. 148, in proposito scriveva che: “V. Il 1860 – Achille Sacchi nel ‘Italia centrale – La Brigata di Castel Pucci – La spedizione di Oaribaldi e la battaglia del Volturno. Tornato in Pisa, al silenzio raccolto degli studi e alla serenità della  vita familiare, Achille Sacchi attese che nuovi eventi lo chiamassero  ancora a offrire alla patria la sua attività e la sua intelligenza. Oli avvenimenti che si svolsero nel 1860 gli offersero, dopo una breve sosta, un nuovo campo d’azione. Agostino Bertani non aveva forse chiamato il Nostro, per l’imbarco notturno del 5 maggio, perchè aveva in animo di destinarlo ad altra impresa, di affidargli un compito diverso, ma non meno difficile, nell’adempimento del quale Achille Sacchi cercò di troare un compenso al rammarico provato di non aver seguito l’Eroe nella schiera dei Mille. Sappiamo come il Bertani, d’accordo con Giuseppe Mazzini, avesse ideato, contemporaneamente all’impresa di Garibaldi, una spedizione nell’Italia centrale, destinata ad invadere gli stati pontifici, e, se favorita dal successo, a spingersi anche nel regno di Napoli (2). Dopo gli accordi presi col Bertani, in Genova, (3) ad esaminare sul luogo là situazione, il Nostro partì subito per f irenze, ove rimase colpito dall’accorrere di tutte le truppe piemontesi, accasermate in Toscana, I confine dell’Umbria; tanto che, mentre non disconosce, in quel momento, la fiducia delle popolazioni nelle istituzioni del governo, nota, un certo allarme nel governo stesso, il quale, « nella tema che Garibaldi abbia « il progetto di sbarcare altrove che in Sicilia, di tutta sommuovere l’Italia etc…”. Rinaldi, continuando il suo racconto, a p. 152, in proposito scriveva che: “Per quanto può dedursi da vari elementi, il termine prestabilito per  un’ operazione decisiva doveva essere il mese di luglio. Sulla fine del giugno infatti, gettate ormai le basi del lavoro, il Mazzini e il Bertani mandarono il Sacchi a Palermo da Garibaldi, per esporgli la situazione dell’Italia ceritrale, esortarlo a intervenire e a dare il suo assenso. Con ansia, il Mazzini attendeva il ritorno del messaggero, tanto che scriveva nel frattempo, direttamente a Garibaldi: « Aspettiamo Sacchi con impazienza febbrile: Dio faccia che non ci apporti un divieto ali’ azione >> (3). Il Sacchi giunse in Palermo la sera del 30 giugno : la mattina dopo, si presentò subito al Generale, al quale espose l’ oggetto della sua missione. Ma Garibaldi dichiarò di non poter abbandonare la Sicilia, dove desiderava raccogliere « tutti gli uomini e i mezzi che si possono trarre dal resto d’ Italia, e muovere fra un mese o un mese e mezzo per le Calabrie )). Soltanto allora egli credeva possibile « una diversione delle forze nemiche, attaccando 1; 111 altro punto )). Mostrò inoltre !a sua contrarietà ad agire nello Stato Pontificio, per timore della f rancia « Vuole aver prima Napoli, per essere forte abbastanza da non temere anche quella complicazione ) ). Il Sacchi, riferendo in una lettera al Bertani (4) il resultato di questo colloquio, disse di restare ancora in Palermo alcuni giorni, per tentare, con l’aiuto di Mario e di Crispi, di « riconciliare Garibaldi col suo programma di due mesi fa ». Programma che, per quanto così caldeggiato da Mazzini e dai suoi fautori, incontrò la disapprovazione anche di alcuni fra gìi stessi Mazziniani (1). Senza entrare nell’ esame critico dei fatti, il che non è nostro compito, dobbiamo però osservare che le opposizioni, occulte o palesi, degli amici e degli avversari politici, nonchè lo stesso contegno di Garibaldi, non diminuirono I’ ardore dei dirigenti, nè scossero il loro convincimento nella bontà della causa. E l’ attività del Sacchi continuò ad esplicarsi fino a che, per necessità di cose, egli non dovè lasciare il suo posto. — Ai primi di luglio, dopo la visita a Palermo, il Bertani lo presentò, inFirenze, al Comitato Toscano ( 2 ), insieme col Nicotera, che uscito dalle carceri di Favignana, rifiutando l’ invito di Garibaldi di recarsi nelle Calabrie, aveva preferito raggiunger Mazzini e partecipare alla liberazione dell’ Italia centrale. D’ intesa col Dolfi, anima del Comitato (3), Sacchi e Nicotera danno opera a organizzare la 5a Brigata, che doveva, secondo il piano dei dirigenti, penetrare nell’ Umbria fino a Perugia ( 4 ). Sembrava, in quel momento, che anche il governo appoggiasse questo programma: certo lo favoriva il Ricasoli, che assegnò per la 5a Brigata, la· villa di Castel Pucci.”. La Rinaldi continua il suo racconto interessante anche sul ruolo che ebbe Nicotera. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1 ° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto: Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 260-261, in proposito scriveva che: “La Brigata Toscana comandata da Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispettivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si era contato sapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola.”. Qui l’Agrati si riferisce ad ACHILLE SACCHI. Agrati scriveva che il Sacchi aveva già raggiunto “l’Isola” riferendosi alla Sicilia dove era andato per unirsi a Garibaldi. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo”. Mi chiedo se è un errore ma non riesco a capire se si tratti di Achille Sacchi o di Gaetano Sacchi. Guerzoni scriveva che, dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci (le Brigate di Toscana dove andràorganizzata da Nicotera), alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, riferendosi a Nicotera, in proposito scriveva che: Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 65 e ssg., in proposito scriveva: “Il 22 giugno Nicotera difatti giunse a Genova (9) e subito si mise in contatto con Mazzini…..Nicotera, difatti partì subito per Firenze indirizato al Dolfi al quale Bertani lo presentò con un biglietto in cui, fra l’altro, si garantiva la genuinità della repentina conversione di Nicotera al programma garibaldino: “Il Nicotera accetta il programma del generale Garibaldi e ne vuole la più energica etc…”(11).”. Capone, a p. 65, nella nota (10) postillava: “(10) Crispi, ……….”. Capone, a p. 65, nella nota (11) postillava: “(11) J. White Mario, op, cit., p. 34.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”.

Nell’8 agosto 1860, da Genova e La Spezia, le partenze delle truppe della “Spedizione BERTANI-PIANCIANI”, le truppe preparate da Agostino BERTANI per invadere lo Stato Pontificio che, da Garibaldi, invece saranno dirottate in Sicilia

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: “Ma nei decreti della Provvidenza era stabilito altrimenti, e Garibaldi si trovò costretto a variare la esecuzione dei nostri piani, abbisognando egli stesso di attirare a sè delle nuove forze per appoggiare l’ideato suo passaggio dalla Sicilia alle coste di Calabria. A Genova nella notte dal 7 all’8 agosto incominciò l’imbarco delle nostre truppe, le quali veleggiarono dapprima verso il romito golfo di Terranova sulla costa settentrionale della Sardegna, dove le prime quattro brigate dovevano riunirsi, riposarsi alcuni giorni, addestrarsi un poco agli esercizi, per dirigersi poi verso il continente. Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del Pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Per cui lo stesso Cavour telegrafò il 15 agosto all’ammiraglio Persano di inviare il ‘Monzambano’ ed il ‘Tripoli’ in crociera sulle coste pontificie per impedire qualunque sbarco di volontari. Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia.. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “….allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; etc..”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, etc…”. Dunque, secondo il Dallolio, i volontari della Spedizione Sacchi, che furono i primi ad arrivare a Palermo, in Sicilia, erano stati mandati prima a Genova, il 17 luglio 1860.  Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, …..La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate, secondo il piano stabilito prima degli ostacoli sorti in processo di tempo, partendo da Genova e dalla Spezia, dovevano anzi tutto raccogliersi presso Montecristo e di là sbarcare presso Montalto sulle coste pontificie, etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: La spedizione Terranova era stata organizzata mercè l’attività di Mazzini e del dott. Bertani rimasto a Genova, quale rappresentante di Garibaldi, per fare qualche intrapresa nello stato pontificio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, n cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “…a Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 207 e ssg., in proposito scriveva che: “Sgombra per la capitolazione di Messina del 28 di luglio l’ultima spanna di siciliana terra, il General Garibaldi e sul Faro per venirne in terra ferma a compimento di sua operosa epopea. Numerate sue schiere ai primi giorni di agosto, gli pare non potesse fare a fidanza che non soli ottomila uomini atti a venirne, con fortuna di animo pronto, a nuove venture; oltre a quattromila, o nuovi del tutto, o quasi nuovi ai cimenti di guerra, giovanotti siciliani (1). Pochi e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai da affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila soldati. Era pertanto evidente necessità del Dittatore così di accrescere il nerbo de’ suoi combattenti, come di svigorirne l’avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne arrestassero i passi o sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dai comitati di terra ferma, egli dava a quanti di suoi soldati nel richiedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; e al 6 dell’agosto fece sbarcare alle spiagge calabresi di Cannitello, di Altafiumana e di Bianco, manipoli di suoi soldati, condotti da un giovane e ardimentoso capo, il Missori; etc…”Niccola Nisco (….), nel suo “Francesco II”, a pp. 117, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “S’imbarcava sul Washington, e, non curando la robusta crociera, navigava al golfo degli Aranci in Sardegna, ove trovavansi i volontari che il Bertani aveva riuniti a Spezia ed a Genova per operare con gli altri riuniti dal Pianciani nell ‘ Umbria e dal Nicotera in quel di Toscana a Castelpucci, e fattili imbarcare su i piroscafi Franklin e Torino mandava a Palermo e di là a Taormina, ove era il Bixio con la sua divisione. Vi giungeva egli stesso la mattina del 19, ed immediatemente ordinava a Bixio d’imbarcare tutta la gente su due vapori venuti da Palermo. Udito però, scrive il Guerzoni, che le navi avevano bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti

Nell’8 agosto 1860, da Genova, la partenza della BRIGATA GENOVA (EBERHARDT, comandata dal colonnello EBERHARD, sul vapore TORINO 

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione….La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; …etc…..Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 140, in proposito scriveva che: “Intanto l’invio dei vapori sul luogo di concentramento era già incominciato. Prima a partire è stata la Brigata Genova Eberhard, che mosse il giorno 8 agosto imbarcata sul Torino. Poco dopo partì la Brigata Parma Tharrena, imbarcata sui vapori Amazone ed Isère.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a. 2° Brigata Tharrena. Etc..”. Dunque, la Brigata Eberhardt, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani, non era più a golfo Aranci, il 14 agosto 1860, quando arrivò Garibaldi perchè essa era stata fatta partire per Palermo. Sulla Brigata “Eberhrardt” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo..  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Eberhard al suo arrivo in Palermo ricevette il comando di far vela intorno alla costa orientale e meridionale dell’ isola; e gli venne aggiunto il Franklin con alcune centinaja d’ uomini. Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, n cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova.

Nell’8 agosto 1860, da Genova, la partenza della BRIGATA PARMA (o THARRENA, comandata dal colonnello THARRENA (poi in seguito SPINAZZI), imbarcatasi sul vapore AMAZZONE e ISERE

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione….La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; …etc…..Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 140, in proposito scriveva che: “Intanto l’invio dei vapori sul luogo di concentramento era già incominciato. Prima a partire è stata la Brigata Genova Eberhard, che mosse il giorno 8 agosto imbarcata sul Torino. Poco dopo partì la Brigata Parma Tharrena, imbarcata sui vapori Amazone ed Isère.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. Etc..”. Sulla Brigata “Tharrena” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo.. Dunque, la Brigata Parma o Tharrena, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani. Sulla Brigata “Tharrena” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo..  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, riferendosi alle ue Brigate Eberard e Tharena, arrivate subito a Palermo, in proposito scriveva: Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, n cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…... Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 332, in proposito scriveva che: “..con lui se ne va Tharrena e qualche altro.”.

BERTANI SI RECA A GENOVA

Nei primi di agosto 1860, il Governo Piemontese, Cavour e l’invio della nave GULNARA

Da Wikipedia leggiamo che tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto : Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Il Bertani dovette chinare il capo e venire a trattative col Governo piemontese. Il conte Guido Borromeo, segretario del Farini ministro dell’interno di Torino, si recava a Genova il 1° di agosto e poco dopo vi si recava lo stesso Farini, con cui il Bertani, presenti anche Aurelio Saffi e il Pianciani, conveniva che la spedizione sarebbe partita da punti diversi della riviera ligure per scaglioni, con metà Golfo Aranci dove si sarebbe riunita. Di là, si sarebbe diretta in Sicilia, e non altrove, secondo il volere del Re. Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860, …etc…”. Già il Bertani prevedeva, si direbbe, l’intenzione di Garibaldi di trattenere la spedizione nell’Isola o di condurla altrove. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “Il Bertani dovette chinare il capo e venire a trattative col Governo piemontese. Il conte Guido Borromeo, segretario del Farini ministro dell’interno di Torino, si recava a Genova il 1° di agosto e poco dopo vi si recava lo stesso Farini, con cui il Bertani, presenti anche Aurelio Saffi e il Pianciani, conveniva che la spedizione sarebbe partita da punti diversi della riviera ligure per scaglioni, con metà Golfo Aranci dove si sarebbe riunita. Di là, si sarebbe diretta in Sicilia, e non altrove, secondo il volere del Re. Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860, …etc…”. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo. Il che non impedisce al Cavour di diffidare anche di lui. Pochi giorni dopo infatti egli scrive: “Sono inquieto su Ricasoli. I successi di Garibaldi l’hanno esaltato etc…”. L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 264, in proposito scriveva che: “L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci. Ma il Rustow dice che la partenza a scaglioni rese più facile al Cavour l’impedire quel concentramento, inviando le navi in Sicilia di mano in mano che arrivavano. Il Cavour aveva posto in azione a Golfo Aranci la Gulnara, nave da guerra sarda, la quale obbligava subito a ripartire ogni vapore del Bertani, senza attendere gli altri. La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 163 e ssg., in proposito scriveva che: “Che Bertani sospettasse qualche tranello, si vede dalle sue istruzioni a Pianciani ; ma, avendo fatto quanto era umanamente possibile per isventarlo, e oltremodo impensierito di non aver da dieci giorni ricevuto lettera alcuna di Garibaldi, l’8 agosto lasciava Genova per raggiungerlo in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo , com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto : “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna.”.

Nel 10 agosto 1860, a Palermo, l’arrivo del BERTANI da Genova e l’11 l’ incontro con il DEPRETIS

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Ma i legami posti da Farini, ed il sospetto che questi avrebbe definitivamente impedita qualsiasi operazione negli Stati pontifici, spinsero Bertani a cercare un appoggio al suo intento, e decise di partire subito egli solo per la Sicilia, per riferire ogni cosa al generale Garibaldi, affinchè Egli, qual giudice supremo, decidesse sull’impiego delle truppe accorse ed arruolate in suo nome, le quali intanto si sarebbero riunite a Terranova. Bertani partendo per la Sicilia in cerca del dittatore, delegò le sue funzioni di capo del Comitato a Mauro Macchi e G. Brambilla. Al comandante lasciò scritto: « Colonnello Piancianciani etc….”.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Partito il Bertani l’8 agosto, ecco che invece il 13 arriva la tanta attesa lettera di Garibaldi con la quale lo avvertiva “che sperava di passare sul continente prima del 15. Fate ogni sforzo per mandarmi qui i fucili a Messina, a Torre del Faro prima dell’epoca. Circa le operazioni negli Stati Pontifici e napoletani spingete a tutta oltranza”(2). Se questa lettera fosse pervenuta per tempo, il Bertani certamente avrebbe resistito alle intimazioni del Farini, non sarebbe partito da Genova e la spedizione, lui presente, forse non sarebbe si sbandata come avvenne. Il 10 agosto il Bertani sbarcava a Palermo ricevuto con effetto dal Depretis, l’11 sul vapore Elba arrivava a Torre del Faro e in quel momento era la seguente: nello Stretto la flotta borbonica vigilava etc….Garibaldi, udito il racconto particolareggiato del Bertani circa la approntata grossa spedizione, le difficoltà, anzi le opposizioni fatte dal Governo al compimento del programma, “in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti”(1) decise di partire per Terranova. Nessuno sapeva di questa decisione e della partenza, tranne il Sirtori a cui aveva scritto: “Sig. Generale Sirtori, io lascio a voi il comando dell’esercito e della marina, dovendo assentarmi qualche giorno. G. Garibaldi”(2).”. Maraldi, a p. 96, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 135-146”. Maraldi, a p. 96, nella sua nota (2) postillava: “(2) Archivio Bertani, Elenco 2°, plico 1°.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 264, in proposito scriveva che: La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, fors’anche nella speranza, non solo di indurlo a lasciar partire i sui per il Pontificio, ma di convincerlo a condurveli egli stesso. Egli giungeva nella sera del 10 nella capitale dell’Isola, e ne ripartiva poche ore dopo per arrivare nella notte sul 12 al Faro.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 323, in proposito scriveva che: “Garibaldi, a dir il vero, non poteva immaginare che cosa fosse successo per giustificare quel viaggio imprevisto del Bertani, né poteva sapere che cosa gli venisse a dirgli e ad offrirgli, né tanto meno, a quali contrarietà si volesse riferire nella sua lettera. Che io mi sappia, il Bertani non gli aveva mai scritto nulla in proposito. Che cos’era avvenuto ? Comunque, egli non poteva che attendere il Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antogini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo. Per togliere ogni dubbio, ecco questi due documenti dell’archivio Sirtori: “Palermo, 10 agosto ore 7,30 pom. Al Dittatore, Faro – E’ giunto Bertani, solo. Parte stasera per Messina. DEPRETIS”. E il secondo: “Palermo 10 agosto ore 9,30 pom. Il segretario di Stato alla Marina al generale Sirtori – Sta per partire pel Faro il vapore Elba col signor Bertani e 200 soldati. L’Elba inoltre rimorchia un brigantino carico di materiale.”. Nella notte fra l’11 ed il 12, dopo circa 24 ore di navigazione, il Bertani arriva al Faro. E su questo, sono d’accordo tutti: per cui non si spiega come il Comandini e gli altri non si siano accorti ch’essi riducevano a tre o quattr’ore la durata di un viaggio per mare di circa 20 chilometri, con la velocità delle navi d’allora e per di più con un brigantino carico a rimorchio. Al Faro il Bertani era sbarcato quasi a mezzanotte e poiché etc…”Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “…Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova….Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente,  cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 136 e ssg., in proposito scriveva che: “Per spiegare questo telegramma bisogna ritornare a Genova, ove Bertani, mentre dirigeva l’azione sul Napoletano e mandava armi e volontari a Garibaldi in Sicilia , aveva allestito finalmente la spedizione per l’Umbria e le Marche.”.

Nel 30 luglio 1860, a Messina, Garibaldi scrisse a Bertani

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 163 e ssg., in proposito scriveva che: “Che Bertani sospettasse qualche tranello, si vede dalle sue istruzioni a Pianciani; ma, avendo fatto quanto era umanamente possibile per isventarlo, e oltremodo impensierito di non aver da dieci giorni ricevuto lettera alcuna di Garibaldi, l’8 agosto lasciava Genova per raggiungerlo in Sicilia. Soltanto il giorno 13 agosto giungeva in Genova la seguente lettera di Garibaldi, spedita il 30 luglio da Messina: Comando generale dell’ esercito nazionale in Sicilia. Caro Bertani, Io spero di passare sul continente napoletano prima del 15. Fate ogni sforzo per mandarmi dei fucili qui, a Messina, a Torre del Faro , prima di quell’epoca. Circa alle operazioni negli Stati pontifici e napoletani spingetele a tutta oltranza. Vostro G. Garibaldi.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “Garibaldi a Messina volendo approfittare della partenza per Genova del sig. Sisto Vinciguerra romano, scriveva di suo pugno in presenza di questo la seguente lettere da consegnare a Bertani. « Messina 30 luglio 1860. Caro BERTANI, << Io spero di passare sul continente napolitano prima del 15. << Fate ogni sforzo per mandarmi dei fucili qui a Messina, a Torre del Faro, prima di quell’epoca. << Circa alle operazioni negli Stati Pontifici e Napolitani spingete a tutta oltranza. << Vostro G. GARIBALDI . ».”. Pittaluga aggiunse a p. 139 che: “La lettera viaggiava da Messina a Genova, mentre Bertani viaggiava in senso opposto, mentre Farini disponeva a ritroso dell’una e dell’altro . La lettera fu rimessa al comitato in Genova soltanto il 13 agosto mattina, e Macchi in persona subito andò col Vinciguerra a casa di Pianciani per leggerla assieme , salvo a trasmettergliene copia in tutta forma, come poi fece. 

Nell’11 agosto 1860, al Faro di Messina, l’arrivo di BERTANI che cerca e incontra Garibaldi

Agostino Bertani, che era stato a Genova per discutere col Governo Sardo la questione dei volontari da lui organizzati per gli Stati Pontifici, lasciò l’8 agosto 1860 Genova per arrivare il 10 a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Dunque, il Guerzoni scriveva che Bertani, arrivato a Palermo (da Genova) cercava Garibaldi per dirgli dell’avvenuto “compromesso” o patto stabilito con il Farini e col Governo Sardo. Guezoni scriveva che arrivato a Palermo “poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Ciò che Guerzoni chiama “compromesso” sarà detta dagli storici “Diversione” (del Cavour). Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 157 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: “Toccata con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa ; udito dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli , delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, fors’anche nella speranza, non solo di indurlo a lasciar partire i suoi per il Pontificio, ma di convincerlo a condurveli egli stesso. Egli giungeva nella sera del 10 nella capitale dell’Isola, e ne ripartiva poche ore dopo per arrivare nella notte sul 12 al Faro.”. Dunque, Bertani, proveniente da Genova giunge a Palermo il 10 settembre e il 12 settembre 1860 giunge al Faro nella speranza di poter incontrare Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 323, in proposito scriveva che: “Garibaldi, a dir il vero, non poteva immaginare che cosa fosse successo per giustificare quel viaggio imprevisto del Bertani, né poteva sapere che cosa egli venisse a dirgli e ad offrirgli, etc…Che cos’era avvenuto ? Comunque egli non poteva che attendere il Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Nella notte fra l’11 ed il 12, dopo circa 24 ore di navigazione, il Bertani arriva al Faro….Al Faro, il Bertani era sbarcato quasi a mezzanotte etc…”. Agrati prosegue il suo racconto e giunge alla partenza di Bertani e di Garibaldi per la Sardegna, verso Golfo Aranci, dove erano state raccolte le truppe. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “…Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova..”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 326-327, in proposito scriveva che: “Ma, il Bertani dice chiaro che alle 8 del mattino egli era già con lui a bordo del ‘Washington’, e lo conferma una corrispondenza della ‘Gazzetta di Genova’: “Il Bertani giunse al mattino e poco dopo ripartì col Generale”. Essi, quindi, lasciarono il Faro nella ferma convinzione di trovare a Golfo Aranci tutta la gente del Pianciani. La decisione di prtire era stata improvvisa. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 165 e ssg., riferendosi al taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Poi nota: 10 agosto. Arrivo a Palermo. Depretis m’accoglie con affetto, promette che le cambiali verranno tutte pagate. È seccato dagli annessionisti venuti a sciami. Non crede attuabile la spedizione nel Pontificio. Alla sera m’imbarco sull’Elba. Veggo Milazzo, il forte, ricordo Migliavacca. ‘ Si vedono i vapori in crociera. Alle undici si vede il Faro, le coste di Calabria a ridosso. A mezzanotte innanzi al Faro. Cannoneggiamento la notte dalla punta di Capo-Passero, il forte e la fregata incrociano. Minaccie a noi da terra. Sbarco; incontro Castiglia, Caldesi, Stagnetti. Mi corico sulla sabbia bella scena di quella spiaggia sabbiosa. All’alba del 12 veggo Cosenz: andiamo assieme dal generale nel suo quartier generale sull’alto della Torre del Faro. Ora è difficile a dirsi chi fu più sorpreso: Garibaldi a veder comparire Bertani nel suo nido d’aquila, o questi di sentire che il generale fin dal 30 luglio gli aveva scritto di spingere le operazioni nello Stato pontificio a tutta oltranza. Baciato e abbracciato il fido amico, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Il 10 agosto il Bertani sbarcava a Palermo ricevuto con effetto dal Depretis, l’11 sul vapore Elba arrivava a Torre del Faro e in quel momento era la seguente: nello Stretto la flotta borbonica vigilava etc….Garibaldi, udito il racconto particolareggiato del Bertani circa la approntata grossa spedizione, le difficoltà, anzi le opposizioni fatte dal Governo al compimento del programma, “in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti”(1) decise di partire per Terranova. Nessuno sapeva di questa decisione e della partenza, tranne il Sirtori a cui aveva scritto: “Sig. Generale Sirtori, io lascio a voi il comando dell’esercito e della marina, dovendo assentarmi qualche giorno. G. Garibaldi”(2).”. Maraldi, a p. 96, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 135-146”. Maraldi, a p. 96, nella sua nota (2) postillava: “(2) Archivio Bertani, Elenco 2°, plico 1°.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec., senza disapprovare le spedizioni nostre nell’Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all ‘ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori , mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 140-141, in proposito scriveva che: “Mentre questa flotta di dieci bastimenti naviga a scaglioni distanziati, coll’ intento di concentrarsi a Terranova, conviene trasportarci al Faro di Messina, ove nella notte dell’11 al 12 giungeva Bertani in cerca di Garibaldi. Il generale dormiva nella Torre del Faro. All’alba ricevette Bertani; ed appena appresa la situazione, in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti , senza assentire esplicitamente ai concetti altrui, senza far conoscere l’esame delle probabili conseguenze, decise di partire al più presto per Terranova sul Whashington già pronto a sua disposizione. Silenziosamente l’alma terra vivifica nel suo grembo fecondo i germi multiformi destinati a risplendere alla luce del sole: nella mente del Grande capitano del popolo, che in quindici giorni dall’11 al 27 maggio, da Marsala a Palermo aveva conquistato la Sicilia, silenziosamente germogliavano il 12 agosto le più complesse concezioni politico-militari, i più inconciliabili conflitti di cose, di persone e di elementi, colla visione chiara della migliore risultante per il bene d’Italia, con la riserva dei ripieghi per le mille immancabili contrarietà. Fatto chiamare il generale Sirtori suo capo di stato maggiore, riaffermò i suoi intendimenti per lo sbarco in Calabria e le direttive per compierlo; e gli rimise con apposito ordine il comando dell’esercito meridionale, dovendo temporaneamente assentarsi.”.

Nell’11 agosto 1860, a Golfo Aranci in Sardegna l’arrivo delle truppe della Spedizione Bertani-Pianciani. Partendo da Genova e La Spezia arrivarono in Sardegna le prime due Brigate: GENOVA (comandata dal colonnello EBERHARDT) sul vapore TORINO e PARMA (comandata dal colonnelo THARRENA, poi SPINAZZI), sui vapori AMAZONE e ISERE, che furono subito dirottate in Sicilia, dalla nave piemontese GULNARA

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 133, riferendosi alla Convenzione stipulata tra il ministro Farini ed il Bertani, in proposito scriveva che: “…I volontari devono partire non da un solo porto, ma da punti diversi; i volontari devono partire in più convogli di uno od al più due vapori, coll’intervallo di uno o due giorni l’uno dall’altro; il governo permette alla spedizione di concentrarsi nel porto di Terranova per ordinarsi, armarsi, equipaggiarsi. È da questo punto di prestabilito concentramento, che tutta la spedizione prese ufficialmente il nome di Spedizione di Terranova, adottato nei posti e nella corrispondenza, coll’intendimento di alludere con quel nome alla Terranova da congiungere a quella già redenta, cioè alle terre soggette al Papa.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 140, in proposito scriveva che: “Intanto l’invio dei vapori sul luogo di concentramento era già incominciato. Prima a partire è stata la Brigata Genova Eberhard, che mosse il giorno 8 agosto imbarcata sul Torino. Poco dopo partì la Brigata Parma Tharrena, imbarcata sui vapori Amazone ed Isère. Vi fu poi un intervallo di tre giorni a causa di ostacoli di varia natura frapposti dal governo il quale tendeva in tutti i modi a far fallire il convenuto concentramento a Terranova. Nei giorni 11 e 12 partirono poi sui vapori Garibaldi, Calatafimi e Weasel e sul clipper Sheaperd, le Brigate Milano (Gandini ) e Bologna (Puppi). E finalmente nel pomeriggio del giorno 13 partì lo stato maggiore sul Bisantino. Non rimase a Genova che qualche centinaio di uomini , ed una parte del materiale, che dovevano partire il 14 sul vapore Veloce rimorchiante un altro clipper americano. Mentre questa flotta di dieci bastimenti naviga a scaglioni distanziati, coll’ intento di concentrarsi a Terranova, conviene trasportarci al Faro di Messina, ove nella notte dell’11 al 12 giungeva Bertani in cerca di Garibaldi.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “Adunque contemporaneamente dal Faro e da Genova, convergevano nel Golfo degli Aranci la mente e le braccia, il Comandante ed i soldati. Ma vi era anche un altro elemento marittimo che aveva diretto la sua prora al Golfo degli Aranci Il compromesso sottoscritto da Bertani e da Farini non rassicurava quest’ultimo nè il governo sulla sua esecuzione, e lo lasciava nel dubbio che Bertani l’avrebbe eluso, quando avesse potuto far movere ordinati uniti e compatti dal Golfo degli Aranci i seimila uomini colà concentrati. Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse ilconcentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnar a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”.

Nel 12 agosto 1860, a Palermo l’arrivo delle truppe della Spedizione Bertani-Pianciani che dovettero ripartire da Golfo Aranci in Sardegna: le prime due Brigate: GENOVA (comandate dal colonnello EBERHARDT) sul vapore TORINO e la PARMA (comandata dal colonnelo THARRENA, poi SPINAZZI), sui vapori AMAZONE e ISERE, che furono subito dirottate in Sicilia, dalla nave piemontese GULNARA

L’11 e il 12 arrivarono a Palermo, dove vi era il Depretis, due Brigate della Spedizione Bertani-Pianciani che, la nave sarda “Gulnara”, a Golfo Aranci aveva intimato la partenza per Palermo. Le due Brigate organizzate dal Bertani erano la Tharrena e la Eberhardt, che viaggiarono sui vapori Franklin e Torino. Sebbene tra grandi difficoltà, il generale Sirtori, decise di sua iniziativa di spostarle da Palermo a Taormina, dove poi, il 19 agosto 1860 potettero imbarcarsi le truppe del Bixio con Garibaldi al seguito, che parrarono lo Stretto e per sbarcare in Calabria. Fu il primo sbarco di successo dell’Esercito Meridionale di Garibaldi. Ci aveva provato prima Musolino. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Dunque, il Guerzoni racconta che arrivati a Golfo Aranci in Sardegna, alcune Brigate della Spedizione “Terranova”, così denominate dal Bertani, vennero indotte dal Governo Sardo ad imbarcarsi sul vapore Sardo GULNARA, che li dirottò a Palermo, su volere del Cavour. Si trattava delle due Brigate EBERHARD e THARRENA, circa 2000 uomini che dovettero imbarcarsi il 13 agosto 1860 sui vapori Franklin e Torino. Infatti, arrivando a Golfo Aranci, Garibaldi e Bertani non li trovarono.  Secondo il Guerzoni, le due Brigate Eberhard e Tharrena si mossero subito da Genova ed il 13 agosto 1860 arrivarono a Golfo Aranci in Sardegna dove però trovarono la “Gulnara”, che li obbligò a ripartire per Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 264, in proposito scriveva che: “L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci. Ma il Rustow dice che la partenza a scaglioni rese più facile al Cavour l’impedire quel concentramento, inviando le navi in Sicilia di mano in mano che arrivavano. Il Cavour aveva posto in azione a Golfo Aranci la Gulnara, nave da guerra sarda, la quale obbligava subito a ripartire ogni vapore del Bertani, senza attendere gli altri. La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva……il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi…..Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “…Pianciani…Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. La White-Mario, traendo dal taccuino del Bertani scriveva che Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci con Bertani trovò solo 4000 uomini invece di 6000. Garibaldi non trovò il vapore Torino e l’Amazzone che si erano partiti per Palermo, indotti dalla nave da guerra Piemontese “Gulnara”, condotti dal colonnello Eberhard.  Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 186 e ssg., in proposito scriveva che: “Si è detto che legni da guerra Sardi si sarebbero opposti alla esecuzione del nostro disegno. lo posso dichiarare che da Genova in Sardegna, sulle coste di quell’Isola, e poi da Cagliari a Palermo, non ho mai incontrato, non ho mai potuto neppure, malgrado le ricerche non interrotte, scorgere in lontananza un bastimento qualunque, che potesse sospettarsi fosse un legno da guerra della marina Sarda: il ministero confidava assai più nell’intrigo, di quello che nella violenza per impedire che la nostra spedizione avesse effetto. Non dico io già di credere incapace il ministero Piemontese di usare violenza contro noi; dico solo non averlo fatto in sino allora per quanto sapessi io, e ciò per prudenza forse meglio che per men tristo volere. Alla violenza avrebbe forse ricorso quando fosse stato certo che l’intrigo non poteva riuscirgli, ma ciò diveniva men facile non essendo stati i nostri legni nè scortati , nè sorvegliati, malgrado quanto erasi vociferato di voler fare.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure, proprio alla forza ricorre il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovato la Gulnara che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava, così, ragione al Mazzini…etc…Certo si è che che né le navi né i volontari poterono più trovarsi più riuniti. Lo stesso Treveljan s’inganna quando afferma che ciò avvenne pochi giorni dopo a Palermo. Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Ebehardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sirtori.. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Il 14 alle quattro dopo mezzodì, volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute, quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo , quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà , e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”

Nel 12 agosto 1860, a Palermo, l’arrivo delle truppe della Spedizione Bertani-Pianciani che dovettero ripartire da Golfo Aranci in Sardegna: le prime due Brigate: GENOVA (comandate dal colonnello EBERHARDT) sul vapore TORINO e PARMA (comandata dal colonnelo THARRENA, poi SPINAZZI), sui vapori AMAZONE e ISERE, che furono subito dirottate in Sicilia, dalla nave piemontese GULNARA

L’11 e il 12 arrivarono a Palermo, dove vi era il Depretis, due Brigate della Spedizione Bertani-Pianciani che, la nave sarda “Gulnara”, a Golfo Aranci aveva intimato la partenza per Palermo. Le due Brigate organizzate dal Bertani erano la Tharrena e la Eberhardt, che viaggiarono sui vapori Franklin e Torino. Sebbene tra grandi difficoltà, il generale Sirtori, decise di sua iniziativa di spostarle da Palermo a Taormina, dove poi, il 19 agosto 1860 potettero imbarcarsi le truppe del Bixio con Garibaldi al seguito, che parrarono lo Stretto e per sbarcare in Calabria. Fu il primo sbarco di successo dell’Esercito Meridionale di Garibaldi. Ci aveva provato prima Musolino. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “….Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata Parma (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, riferendosi alla Brigata di Castel Pucci, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. Etc..”. Però devo dire che in questo pssaggio il Maraldi scrive delle date che forse sono sbagliate. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – etc…”. Dunque, a Palermo, prima che fossero arrivati i volontariportati da Garibaldi, ovvero intorno al 12 o 13 agosto 1860, vi era una truppa di 2500 volontari garibaldini dirottati dal Governo Sardo. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; ….etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata , Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto.”. Dunque, Rustow, nella traduzione di Bizzozero dice che la Brigata Eberhard e la Brigata Tharrena erano già partiti dal Golfo Aranci per Palermo. Infatti Garibaldi a Golfo Aranci trovò solo le due Brigate Gandini e Puppi, ovvero la Milano e la Bologna.  Rustow, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La brigata Eberhard (Genova) arrivata per la prima nel golfo degli aranci a bordo del Torino, fu  tosto attaccata dal Gulnara e persuasa a far vela verso Palermo senza attendere l’arrivo di altri navigli o di altre truppe. Senza opporre grande resistenza e contro il preciso tenore delle istruzioni avute, Eberhard si lasciò indurre a partire. Il vederlo fare vela, senza lasciar alcun avviso, rese inquiete le truppe della seconda brigata Tharrena (Parma) che frattanto era arrivata. La Gulnara ed alcuni, che si spacciavano per plenipotenziarii di Garibaldi, calmarono quella inquietudine, approfittando anche della circostanza che erasi fatta sentire una certa carestia di viveri, cui non potevasi riparare così presto in quel povero paese. Ed in questo modo anche Tharrena si lasciò indurre a proseguire il viaggio verso Palermo; . Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: Ma il Rustow dice che la partenza a scaglioni rese più facile al Cavour l’impedire quel concentramento, inviando le navi in Sicilia di mano in mano che arrivavano. Il Cavour aveva posto di stazione a Golfo Aranci la ‘Gulnara’, nave da guerra sarda, la quale obbligava subito a ripartire ogni vapore del Bertani, senza attendere gli altri. La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, etc…”. Dunque, Agrati scriveva che i primi volontari della spedizione Bertani, comandati da Pianciani e Capo di Stato Maggiore Rustow partirono da Genova il 7 agosto e gli ultimi arrivarono il 13 agosto 1860 a Golfo degli Aranci in Sardegna. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Appena giunto a Golfo degli Aranci, Garibaldi…. Ma invano avevano cercato il ‘Torino e l’Amazon, che, a quello che si disse loro, erano partiti per Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; Etc..”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri ; su ‘ Siciliani , benchè fossero migliaia facea poco conto; etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; etc…”.  Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Guerzoni, a p. 157, riferendosi a Garibaldi scriveva: Lasciato nella notte del 12 il Faro, …..Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; etc…”. Dunque, il Guerzoni racconta che arrivati a Golfo Aranci in Sardegna, alcune Brigate della Spedizione “Terranova”, così denominate dal Bertani, vennero indotte dal Governo Sardo ad imbarcarsi sul vapore Sardo GULNARA, che li dirottò a Palermo, su volere del Cavour. Si trattava delle due Brigate EBERHARD e THARRENA, circa 2000 uomini che dovettero imbarcarsi il 13 agosto 1860 sui vapori Franklin e Torino. Infatti, arrivando a Golfo Aranci, Garibaldi e Bertani non li trovarono.  Secondo il Guerzoni, le due Brigate Eberhard e Tharrena si mossero subito da Genova ed il 13 agosto 1860 arrivarono a Golfo Aranci in Sardegna dove però trovarono la “Gulnara”, che li obbligò a ripartire per Palermo. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo. Pianciani collo stato maggiore non era ancora giunto. Bertani ritorna sul Washington e riferisce; prega il generale di mostrarsi ai volontari, insospettiti della vicinanza del vapore che temono venuto per parte del governo a disperdere anche loro. Garibaldi è furioso per la partenza dei due vapori, ma sale sul Clipper, e alla vista dell’amato volto gli evviva rintuonano e riecheggiano nel golfo. Non un sorriso però illumina la faccia del generale: ogni occasione per eseguire un grosso sbarco sopra Napoli o sul littorale del Pontificio era scomparsa, e il duce si crucciava per il tempo perduto, per il Faro abbandonato, per i pionieri asserragliati. Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: < Si va dove , quando , come Garibaldi ordinerà . E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. La White-Mario, traendo dal taccuino del Bertani scriveva che Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci con Bertani trovò solo 4000 uomini invece di 6000. Garibaldi non trovò il vapore Torino e l’Amazzone che si erano partiti per Palermo, indotti dalla nave da guerra Piemontese “Gulnara”, condotti dal colonnello Eberhard.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo , quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”.

Nel 12 agosto 1860, l’arrivo a Palermo della Brigata GENOVA (EBERHARDT, comandata dal colonnello EBERHARD, sul vapore TORINO 

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. La White-Mario, traendo dal taccuino del Bertani scriveva che Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci con Bertani trovò solo 4000 uomini invece di 6000. Garibaldi non trovò il vapore Torino e l’Amazzone che si erano partiti per Palermo, indotti dalla nave da guerra Piemontese “Gulnara”, condotti dal colonnello Eberhard.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute, quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Eberhard al suo arrivo in Palermo ricevette il comando di far vela intorno alla costa orientale e meridionale dell’ isola; e gli venne aggiunto il Franklin con alcune centinaja d’ uomini. Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Infatti, nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Dunque, la Brigata Eberhard, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani, non era più a golfo Aranci, il 14 agosto 1860, quando arrivò Garibaldi perchè essa era stata fatta partire per Palermo. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a. 2° Brigata Tharrena. Etc..”. Sulla Brigata “Eberhrardt” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo..

Nel 12 agosto 1860, l’arrivo a Palermo della la Brigata PARMA (comandata dal colonnello THARRENA (poi dal colonnello SPINAZZI) sui vapori AMAZZONE e ISIRE

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. Dunque, la White scriveva che il vapore Amazzone era ripartito da Golfo Aranci, sollecitato dalla nave sarda Gulnara con la Brigata PARMA ed il suo comandante Tharrena. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà , e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Dunque, la Brigata Tharrena, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani, non era più a golfo Aranci, il 14 agosto 1860, quando arrivò Garibaldi perchè essa era stata fatta partire per Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, riferendosi alle ue Brigate Eberard e Tharena, arrivate subito a Palermo, in proposito scriveva: Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate , denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a. 2° Brigata Tharrena. Etc..”. Sulla Brigata “Tharrena” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo..

Nel 13 agosto 1860, i maneggi di CAVOUR e la CIRCOLARE FARINI del GOVERNO SARDO che bloccava i volontari organizzati dal BERTANI e dal NICOTERA

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 132-133, in proposito scriveva che: “XXIII. Il governo di Torino, conscio della situazione generale, delle intenzioni e del piano della spedizione Pianciani determina di impedirla ed a tal uopo, proprio alla fine di luglio, il ministro dell’interno Farini si reca a Genova per indurre il comitato centrale a rinunziarvi. Fa conoscere a Bertani ed a Saffi del Comitato centrale che desidera vederli all’Albergo d’Italia dove alloggiava, e quivi, previe proteste di stima ed altri complimenti, espone che per incarico del ministero doveva occuparsi della spedizione Pianciani la quale, per le generali condizioni politiche non poteva effettuarsi direttamente dai porti del regno italiano alle spiaggie pontificie. Che era perfettamente d’accordo sulla necessità di liberare le province ancora soggette al Papa; che però non si poteva precipitare; che il governo stesso loavrebbe fatto colle truppe regolari e soggiungeva: fra pochi giorni daremo fiato alle nostre trombe». Che perciò era deciso intendimento del governo di impedire che la spedizione Pianciani eseguisse la diversione coll’invadere gli Stati del papa, e che soltanto avrebbe permesso che fosse partita per la Sicilia, dove Garibaldi ne avrebbe disposto a suo talento. Alle varie osservazioni di Bertani il Farini rispose sempre con fermezza, sino a conchiudere che il governo avrebbe impedita a qualunque costo, anche colla forza, l’attuazione della progettata spedizione. Ma poichè l’autorità in politica non consiste soltanto nell’impiego della forza, il quale può anche produrre dolorose e disastrose conseguenze, si finì per convenire in una transazione, formulata in una convenzione scritta in duplice copia, firmata da Farini e Bertani che stabiliva: I volontari devono partire non da un solo porto, ma da punti diversi; i volontari devono partire in più convogli di uno od al più due vapori, coll’intervallo di uno o due giorni l’uno dall’altro; il governo permette alla spedizione di concentrarsi nel porto di Terranova per ordinarsi, armarsi, equipaggiarsi. È da questo punto di prestabilito concentramento, che tutta la spedizione prese ufficialmente il nome di Spedizione di Terranova, adottato nei posti e nella corrispondenza, coll’intendimento di alludere con quel nome alla Terranova da congiungere a quella già redenta , cioè alle terre soggette al Papa.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute, quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi. Un ultimo tentativo fu compiuto dai radicali del Nord. Appena Cavour ebbe riacquistato un saldo controllo su Genova, Mazzini si spostò su un terreno più compromettente, più vicino al confine dello Stato pontificio. A Genova il suo giornale era stato censurato e confiscato sempre più di frequente via via che i moderati riconquistavano le loro posizioni (1); così, verso la metà di agosto, egli abbandonò il suo nascondiglio e si recò in Toscana, dove c’era una notevole corrente di malcontento contro il regime piemontese (2). Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera. Il governatore della Toscana.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a pp. 149-150 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Governo di Torino era sempre più preoccupato delle influenze mazziniane presso Garibaldi e specialmente ora che il Generale di tanto in tanto accennava a voler compiere l’unità d’Italia senza sostare; mentre Mazzini, sempre in Italia, con Bertani lavorava per organizzare la grande spedizione nello Stato Pontificio, da lui ideata e che ormai appareva imminente; se questa avveniva era la rovina. A scongiurare tale pericolo, il 13 agosto Farini diramò a tutti i Governi e agli intendenti generali la seguente circolare: “Sollevati, or son tre mesi, i Siciliani allo acquisto della libertà, ed accorsi in aiuto etc…E perchè il sottoscritto deve compiere l’ordinamento della Guardia nazionale mobile e preparare la formazione dei corpi composti di volontari della Guardia Nazionale che la legge abilita, non vuolsi altrimenti permettere che altri faccia incetta e raccolta di soldati volontari (I).”. Nazari, a p. 150, nella nota (I) postillava che: “(I) Su questo punto specialmente insistendo, venne pubblicata nel ‘Monitore Toscano’ del 20 settembre successivo una circolare di Ricasoli, in data 18 settembre, diretta ai Prefetti della Toscana. Dichiara che si devono impedire gli arruolamenti di volontari, sieno fatti da Comitati speciali o da individui, senza legale mandato.”. Dunque, la Nazari richiama alla Circolare Farini che vietava nuovi arruolamenti di volontari a discapito di Garibaldi e la conseguente attività di Ricasoli contro Nicotera e la Brigata Toscana. Niccola Nisco (….), nel suo “Francesco II”, a pp. 117, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “S’imbarcava sul Washington, e, non curando la robusta crociera, navigava al golfo degli Aranci in Sardegna, ove trovavansi i volontari che il Bertani aveva riuniti a Spezia ed a Genova per operare con gli altri riuniti dal Pianciani nell ‘ Umbria e dal Nicotera in quel di Toscana a Castelpucci, e fattili imbarcare su i piroscafi Franklin e Torino mandava a Palermo e di là a Taormina, ove era il Bixio con la sua divisione. Vi giungeva egli stesso la mattina del 19, ed immediatemente ordinava a Bixio d’imbarcare tutta la gente su due vapori venuti da Palermo.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a fare osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. La Dobelli, a p. 155, in proposito aggiungeva: “Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a far osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni di massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”Dobelli, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. milit., II, 179; F. O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Sempre la White, sulla scorta del Diario del Bertani, aggiunge che, Bertani, arrivato di nuovo in Sicilia: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Bertani, a Milazzo, intendo a ricongiungersi con Garibaldi, da poco sbarcato in Calabria, con il contingente delle truppe ex Spedizione Pianciani (circa 4000 uomini affidati da Garibaldi, al colonnello Rustow), “….aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo dfacendola anzi scortare da Livorno” e, aveva letto la circolare di Farini (indotta da Cavour) del blocco degli arruolamenti di volontari. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 335-336, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida: “…Il Governo etc…”. Inutile dire gli strilli e le ire dei mazziniani contro queste parole del Farini, che si vollero non a torto dirette anche contro Garibaldi; certo, lo erano contro il Bertani e il Nicotera ed erano un chiaro monito per il Ricasoli, il quale aveva dovuto mutar contegno nei suoi rapporti coi volontari ed opporsi alla progettata invasione da parte loro degli Stati della Chiesa.”. Argomento che tratterò innanzi (31 agosto 1860). Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Quì però ho dei dubbi su ciò che scriveva il Maraldi in quanto, scrivendo che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”, credo vi sia un errore perchè si tratta del settembre e non agosto. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo.  Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne  assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci , aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna ; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 137-138 e ssg., in proposito scriveva che: “La colonna toscana fu ordinata da Dolfi, Achille Sacchi e Nicotera; il quale, uscito da Favignana e avuto l’offerta da Garibaldi del comando di una brigata per passare in Calabria, disse francamente al dittatore che preferiva raggiungere Mazzini e prendere parte alla liberazione dell’Italia centrale. Il generale acconsentì, ma non gli diede incarico formale, perchè non potendo capitanare egli stesso la spedizione ne lasciava a loro la responsabilità. Sembrami che nella mente di Garibaldi fosse il pensiero, che soli capitani possibili per tale spedizione fossero Medici o lui. — Che il duce dovesse capitanare quella spedizione in persona fu la speranza accarezzata da Bertani. Al quale intanto fu da Mazzini presentato Nicotera, chè in quel momento Beppe Dolfi aveva scritto domandando un capo per ordinare le forze rivoluzionarie della Toscana. Questi aveva aiutato Malenchini per la sua spedizione siciliana, ed ora era tutto intento a quella per il Centro. In risposta a certi quesiti di Bertani, Dolfi risponde: con Ricasoli sono sempre in buone relazioni. Non ostante la mia dichiarazione che con La Farina non ci sono mai stato, non ci sono nè ci sarò , egli mi mantiene la sua fiducia, perchè sa che quando gli ho detto – sono con loro lo sono di fatto, e quando non lo sono glielo dico francamente, ed allora non lo sono: nell’ un caso e nell’ altro ho tenuto sempre la parola; la lealtà è con noi. Rapporto a impedire ogni manifestazione politica che non sia il grido e il programma di Garibaldi, siate certo che non succede, e credo che non vi voglia molta fatica: mi darebbe pensiero se dovessi fare il contrario. Nicotera andò a Firenze con lettera di presentazione di Bertani, in data del 16 giugno, ove si legge: Il Nicotera accetta il programma del general Garibaldi, e ne vuole la più energica e pronta esplicazione. Ha fede nell’azione, e massime oggi crede indispensabile alla presente e futura salvezza dell’Italia la propagazione della rivoluzione a tutti i punti del continente italiano tuttora etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1 ° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto: Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”.  Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto: “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendevano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Ma i legami posti da Farini, ed il sospetto che questi avrebbe definitivamente impedita qualsiasi operazione negli Stati pontifici, spinsero Bertani a cercare un appoggio al suo intento, e decise di partire subito egli solo per la Sicilia, per riferire ogni cosa al generale Garibaldi, affinchè Egli, qual giudice supremo, decidesse sull’impiego delle truppe accorse ed arruolate in suo nome, le quali intanto si sarebbero riunite a Terranova. Bertani partendo per la Sicilia in cerca del dittatore, delegò le sue funzioni di capo del Comitato a Mauro Macchi e G. Brambilla. Al comandante lasciò scritto: « Colonnello Piancianciani etc….”.”.

Nel 13 agosto 1860, a Palermo, DEPRETIS, SIRTORI e le difficoltà logistiche per l’arrivo improvviso dei volontari, raccolti in Sardegna, dirottati dal Governo Sardo a Palermo 

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Poi, a p. 344, l’Agrati continuando il suo racconto scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori, Faro – sono giunti i due vapori Torino e Amazon con 2500 uomini. L’Isère restò a Golfo Aranci con l’equipaggio in completa insubordinazione. Fornisco le navi di viveri per 5 giorni e sto trattando il nolo per farle tornare al loro posto. etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328)…..E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava. Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Agrati, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su ‘ Siciliani, benchè fossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria , non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”.  Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “L’inopinata partenza di Garibaldi per ignota destinazione, suscitò mille voci , mille sospetti, mille supposizioni. Abba registrò quel giorno la seguente noterella: « Si sente da tutti come qualchecosa sia venuta meno nell’aria, nella natura, in noi». Ma Egli partiva fidente. Dove il suo spirito presiedeva, dove Sirtori disponeva, Bixio eseguiva, i fattori del successo rimanevano tuttora saldi e potenti.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure, proprio alla forza ricorre il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovato la Gulnara che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava, così, ragione al Mazzini…etc…Certo si è che che né le navi né i volontari poterono più trovarsi più riuniti. Lo stesso Treveljan s’inganna quando afferma che ciò avvenne pochi giorni dopo a Palermo. Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Eberhardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”.

Sirtori ordina le partenze dei vapori FRANKLIN E TORINO per TAORMINA

Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 157, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: ….Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Eberhardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sirtori.. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a p. 329, in proposito scriveva che: “A Trapani, poi, i due vapori non s’erano potuti fermare: erano già passati al largo innanzi alla città e avevano proseguito così indisturbati sino alla mèta che il Sirtori aveva loro fissata.”. Insomma, accadde che Sirtori, spazientito della mancata risposta di Garibaldi prese di sua iniziativa la saggia decisione di spostare subito le truppe del Bertani. Garibaldi, nelle sue “Memorie” lodò le sagge decisioni di Sirtori che, in sua assenza, prese delle importanti decisioni che si rivelarono utili per lo sbarco in Calabria. L’11 e il 12 erano arrivate a Palermo, dove vi era il Depretis, due Brigate della Spedizione Bertani-Pianciani che, la nave sarda “Gulnara”, a Golfo Aranci aveva intimato la partenza per Palermo. Le due Brigate organizzate dal Bertani erano la Tharrena e la …………., che viaggiarono sui vapori Franklin e Torino. Sebbene tra grandi difficoltà, il generale Sirtori, decise di sua iniziativa di spostarle da Palermo a Taormina, dove poi, il 19 agosto 1860 potettero imbarcarsi le truppe del Bixio con Garibaldi al seguito, che parrarono lo Stretto e per sbarcare in Calabria. Fu il primo sbarco di successo dell’Esercito Meridionale di Garibaldi. Ci aveva provato prima Musolino. Sulla risoluzione adottata dal Sirtori, Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria.”. Dunque, il generale Sirtori, nominato da Garibaldi, Capo di Stato Maggiore ad interim, di sua iniziativa decide di far spostare le truppe a Giardini, ai piedi di Taormina, verso l’estrema punta della Sicilia, pronti per passare lo Stretto di Messina e poter sbarcare sul Continente (in Calabria). A questo punto del racconto l’Agrati scrive della lodi che Garibaldi, nelle sue “Memorie” fece a Sirtori per la felice organizzazione delle truppe di Bixio che fece trovare pronte a Garibaldi a Giardini. (si veda pp. 342 etc.. o p. 345). Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina.. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “…..e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”.

GARIBALDI PARTE PER LA SARDEGNA

Nel 12 agosto 1860, da Palermo, la partenza di GARIBALDI e BERTANI, in incognito vanno in Sardegna

Arrivato a Torre del Faro di Messina, Agostino Bertani incontra Garibaldi e gli riferisce del piccolo esercito che attendeva a Golfo Aranci. Garibaldi convintosi dell’opportunità di avere con sè quel piccolo esercito organizzato dal Bertani, decise con lui di partire in incognita recandosi in Sardegna. Partiranno al mattino presto, alle 8 da Torre di Faro. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 154, in proposito scriveva che: “Quando infatti vide i Borbonici ben bene sprofondati nell’ illusione, e fu certo ormai che tutti i loro sguardi e tutte le loro forze erano converse all’unico punto del Faro, Garibaldi commette al Sirtori il comando supremo dell’esercito, gli raccomanda di continuare come prima in quelle finte e in quegli apparecchi che avevano tanto giovato fino allora, e la notte del 12 scompare. Dov’ era andato ? Etc…”. Guerzoni, a p. 157 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: “Toccata con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa ; udito dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli , delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, fors’anche nella speranza, non solo di indurlo a lasciar partire i suoi per il Pontificio, ma di convincerlo a condurveli egli stesso. Egli giungeva nella sera del 10 nella capitale dell’Isola, e ne ripartiva poche ore dopo per arrivare nella notte sul 12 al Faro.”. Dunque, Bertani, proveniente da Genova giunge a Palermo il 10 settembre e il 12 settembre 1860 giunge al Faro nella speranza di poter incontrare Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 323, in proposito scriveva che: “Garibaldi, a dir il vero, non poteva immaginare che cosa fosse successo per giustificare quel viaggio imprevisto del Bertani, né poteva sapere che cosa egli venisse a dirgli e ad offrirgli, etc…Che cos’era avvenuto ? Comunque egli non poteva che attendere il Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Nella notte fra l’11 ed il 12, dopo circa 24 ore di navigazione, il Bertani arriva al Faro….Al Faro, il Bertani era sbarcato quasi a mezzanotte etc…”. Agrati prosegue il suo racconto e giunge alla partenza di Bertani e di Garibaldi per la Sardegna, verso Golfo Aranci, dove erano state raccolte le truppe. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “…Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova..”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 326-327, in proposito scriveva che: “Ma, il Bertani dice chiaro che alle 8 del mattino egli era già con lui a bordo del ‘Washington’, e lo conferma una corrispondenza della ‘Gazzetta di Genova’: “Il Bertani giunse al mattino e poco dopo ripartì col Generale”. Essi, quindi, lasciarono il Faro nella ferma convinzione di trovare a Golfo Aranci tutta la gente del Pianciani. La decisione di prtire era stata improvvisa. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 165 e ssg., riferendosi al taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Poi nota: 10 agosto. Arrivo a Palermo. Depretis m’accoglie con affetto, promette che le cambiali verranno tutte pagate. È seccato dagli annessionisti venuti a sciami. Non crede attuabile la spedizione nel Pontificio. Alla sera m’imbarco sull’Elba. Veggo Milazzo, il forte , ricordo Migliavacca. ‘ Si vedono i vapori in crociera. Alle undici si vede il Faro, le coste di Calabria a ridosso. A mezzanotte innanzi al Faro. Cannoneggiamento la notte dalla punta di Capo-Passero, il forte e la fregata incrociano. Minaccie a noi da terra. Sbarco; incontro Castiglia, Caldesi, Stagnetti. Mi corico sulla sabbia bella scena di quella spiaggia sabbiosa. All’alba del 12 veggo Cosenz: andiamo assieme dal generale nel suo quartier generale sull’alto della Torre del Faro. Ora è difficile a dirsi chi fu più sorpreso: Garibaldi a veder comparire Bertani nel suo nido d’aquila, o questi di sentire che il generale fin dal 30 luglio gli aveva scritto di spingere le operazioni nello Stato pontificio a tutta oltranza . Baciato e abbracciato il fido amico, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 167 e ssg., in proposito scriveva che: “Le notizie dunque portate da Bertani arrivarono in buon punto; onde, dati gli ordini a Sirtori e Cosenz di dividere le forze e confondere le idee dei regi con finti passaggi e continui allarmi, disse a Bertani: « Partiamo per il golfo sul Washington e subito . Alle otto e mezzo salparono ; e Bertani a bordo del Washington scrive alla marchesa Ernesta Cambiaso: Ho meco Garibaldi a bordo e con lui navigo al golfo degli Aranci . Ho avuto una felice ispirazione di venire. Alle dodici e mezza della notte sabato-domenica fummo innanzi alla Torre del Faro di Messina.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Garibaldi risolse di servirsi di questo mezzo, ed aumentare la sua azione col diffondere le voci più diverse ed erronee. Come questo mezzo abbia ottenuto un successo sul quale lo stesso Garibaldi appena poteva far conto, lo vedremo quanto prima. Garibaldi non poteva sapere in anticipazione fin dove sarebbe riescito, e per quanto si figurasse ogni circostanza favorevole, doveva sempre desiderare un rinforzo di quella parte delle sue truppe, delle quali poteva immediatamente e con sicurezza disporre. Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Garibaldi. Era quella piccola, armata che alla sua partenza dall ‘ alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova. La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 259, in proposito scriveva: “Da questo luogo di ritrovo la spedizione fu detta spedizione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero nascosto, non essere destinata per la Sicilia ma per altra nuova terra.”. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19….,riferendosi a Garibaldi, a p. 162, in proposito scriveva che: “Per tale scopo, partì segretamente e di nottetempo, senza curarsi del rischio che correva, nel pigliar il mare in luogo tanto vegliato dalle navi borboniche; e quando ci accorgemmo della sua assenza, egli era già nel golfo degli Aranci.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare etc….Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. Etc..”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani. Quest’accolta di milizie avea per pubblici propositi di venirne in Sicilia; ma lo intento segreto dei capi era invece di metterli in terra pontificia: ove schivando di affrontarsi nei francesi, si ripromettevano d’impellere nei popoli della centrale Italia quel moto medesimo, che Garibaldi aveva suscitato vittorioso all’estremo della penisola. Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia. Ma a mutare i reconditi, quanto audaci disegni sulla Stato papalino, non essendo punto disposti nè il Bertani, ne molto meno il Pianciani, non parevano essi gran fatto proclivi alle sollecitazioni di Garibaldi che li chiamava in Sicilia; parendo loro di venirne troppo morbidi ai cenni di un’odiata diplomazia, laddove quelle forze riuscirebbero alla Sicilia superflue, alle sorti d’Italia disutili. . Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 209, in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, etc…”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Il 10 agosto il Bertani sbarcava a Palermo ricevuto con effetto dal Depretis, l’11 sul vapore Elba arrivava a Torre del Faro e in quel momento era la seguente: nello Stretto la flotta borbonica vigilava etc….Garibaldi, udito il racconto particolareggiato del Bertani circa la approntata grossa spedizione, le difficoltà, anzi le opposizioni fatte dal Governo al compimento del programma, “in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti”(1) decise di partire per Terranova. Nessuno sapeva di questa decisione e della partenza, tranne il Sirtori a cui aveva scritto: “Sig. Generale Sirtori, io lascio a voi il comando dell’esercito e della marina, dovendo assentarmi qualche giorno. G. Garibaldi”(2).”. Maraldi, a p. 96, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 135-146”. Maraldi, a p. 96, nella sua nota (2) postillava: “(2) Archivio Bertani, Elenco 2°, plico 1°.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Nelle sue Memorie (3) così egli spiega quella sua risoluzione: “Bertani mi annunciò che dovevano riuniirsi agli Aranci circa 5000 uomini dei nostri. Tale determinazione di formare codesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che come Mazzini, Nicotera, ecc.. senza disapprovare la spedizione nostra nel meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato Pontificio, su Napoli, o forse anche repugnavano di sottomettersi alla obbedienza della dittatura. Per non urtare intieramente con le idee strategiche di quei signori mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso quei cinquemila uomini e con essi tentare un colpo di mano su Napoli (4).”. Maraldi, a p. 97, nella nota (3) postillava: “(3) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Maraldi, a p. 97, nella sua nota (3) postillava: “(2) C. Agrati, da Palermo al Volturno, p. 327”. Maraldi, a p. 97, nella nota (3) postillava: “(3) Stese quando il dissenso con Mazzini era divenuto acutissimo.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (4) postillava: “(4) G. Garibaldi, Memorie, Barbera, p. 374.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Garibaldi, dopo le disposizioni date al suo Capo di Stato Maggiore, il giorno 12 alle ore 8,30 s’imbarcava con il Bertani sul Washington per approdare in Sardegna e per raggiungere gli uomini concentrati al Golfo degli Aranci.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su ‘ Siciliani, benchè fossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “Durante la traversata Bertani scrisse la seguente lettera ad un amico da far recapitare da Terranova: << A bordo del Whashington, 12 agosto 1860. << Ho meco Garibaldi a bordo, e con lui navigo al Golfo degli Aranci per piombare di là inaspettato sullo Stato romano e rimettere la quistione italiana sulla vera base ed aprire i varchi alle correnti di gioventù italiana che verrà a fare di Roma la capitale della nostra Italia. « Ho avuto una felice ispirazione di venire. Alle 12 e mezzo della notte sabato-domenica, fummo innanzi alla Torre del Faro di Messina. Si cannoneggiava dall’estrema Calabria: un tentativo fatto poche ore prima da 200 uomini sembra fallito. Scesi di bordo e ascesi alla Torre del Faro, passando in mezzo a varie sentinelle e uomini sdraiati per ogni dove su quella spiaggia sabbiosa, vastissima.”, poi, a p. 143 aggiungeva: “A quella ringhiera ho vissuto mezz’ora di vita hi patriottica italiana; Garibaldi ha aderito al mio progetto. « Parmi di aver sciolto il problema di cui appena osavo immaginare la spiegazione. Egli si decise in un momento a capitanare la spedizione, diede gli ordini al Washington immediatamente, ed alle otto e mezza eravamo già a bordo».”.

A GOLFO ARANCI IN SARDEGNA

Nel 13 agosto 1860, a GOLFO ARANCI (Sardegna), l’arrivo di Garibaldi e Bertani, che dalla Sicilia, in tutto segreto si erano recati in Sardegna a prendere le truppe della “Spedizione Bertani-Pianciani”, le truppe preparate dal Bertani per invadere lo Stato Pontificio e dirottarle in Sicilia    

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, etc…”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Appena giunto a Golfo degli Aranci, Garibaldi aveva scritto al Nicotera ch’egli andava con le altre Brigate in Sicilia e che le forze di cui esso Nicotera disponeva erano più che sufficienti per l’impresa negli Stati papali. Il che, prova che già era tornato al primitivo progetto. Riprendendo la narrazione dei fatti, Garibaldi e Bertani, sul ‘Washngton’, erano entrati nel Golfo degli Aranci sulla sera del 13 agosto senza aver incontrate navi nemiche, poiché queste erano ormai concentrate tutte nello Stretto, e vi avevano trovato l’Isère, il Calatafimi, il Garibaldi col brigantino Shepeard, e avevano saputo che con questi era anche il ‘Wessel’, il quale, però, al momento si trovava a Terranova per Carbone. Ma invano avevano cercato il ‘Torino e l’Amazon, che, a quello che si disse loro, erano partiti per Palermo. Garibaldi era salito sul ‘Shepeard tra i volontari, che, già in agitazione e tumulto, si erano placati come per incanto alla sua vista e, ascoltate le sue parole, non avevano fatto opposizione alcuna al suo ordine di partire per Palermo. Il Bertani era rimasto, invece, assai male e aveva voluto quell’ordine per iscritto. Garibaldi lo aveva accontentato subito, dopo di che aveva scritto al Nicotera nel senso che ho detto. Mentre quei legni facevano i preparativi per la partenza, egli, imbarcati sul ‘Waschington’ 400 volontari affinché gli altri avessero a stare meno pigiati sui rispettivi vapori, s’era diretto alla Maddalena per provvedersi a sua volta di carbone. Questa, almeno, è la ragione indicata dal Mario, ma, evidentemente, non era la sola, perché, in tal caso, Garibaldi si sarebbe diretto alla più vicina Terranova. Altra, e forse più forte ragione era che con quel più lungo tragitto, Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone. Il Treveljan, narrando di queste poche ore passate dal Dittatore nella pace silenziosa dei suoi campi e delle sue rocce, etc…Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare etc….Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; Etc..”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Questo progetto, maturato in segreto dagli uomini della fazione estremista, era stato comunicato a Garibaldi, secondo quanto ho motivo di credere, solo all’ultimo momento. Garibaldi, con quel raro buon senso pratico che lo distingue, vi si oppose; si recò personalmente in Sardegna, con una sola parola dislocò la spedizione e la fece dirigere verso la Sicilia sotto il comando dei suoi principali capi, escluso il colonnello Pianciani, che, avendo impegnato la sua parola per l’invasione degli Stati pontifici, credette di doversi ritirare quando si vide in contrasto col generale in capo dell’esercito meridionale (1)….Etc…(p. 30). Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 39, riferendosi al colonnello Ludovico Frapolli, in proposito scriveva che: “..ma, alle cinque di mattina fui svegliato da un ufficiale il quale veniva ad avvertirmi che Garibaldi, sbarcato verso mezzanotte a Palermo, sarebbe ripartito per Messina in mattinata ed a noi erano stati riservati dei posti sul suo piroscafo. Infatti, mentre ognuno faceva andare Garibaldi, secondo la sua immaginazione, in uno o in un altro luogo, egli si era recato in Sardegna per sciogliere la spedizione progettata dal colonnello Pianciani; poi, al momento di ritornare in Sicilia, sentendosi così vicino al suo isolotto di Caprera, non aveva resistito e vi aveva condotto gli amici che l’accompagnavano.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 41 rcconta della partenza sua e delle truppe dal Golfo degli Aranci per andare in Sicilia e scriveva: “Un’ora dopo essere stati avvertiti, ci trovammo a bordo dell’Amazon, un vaporetto inglese, il cui comandante, un tipo allegro ed energico, era fuori di sé dalla gioia perché aveva l’onore di trasportare Garibaldi, ‘the lion of the day (1). Quando arrivammo, una parte dello stato maggiore del generale era già riunito sul cassero, e potei vedere alcuni degli uomini la cui illuminata devozione non è tra i meriti meno gloriosi del dittatore: Vecchi, prima di tutti, grande proprietario di miniere di rame, storico, poeta, il quale ama Garibali, etc…Froscianti, uno sfratato; non abbandona mai Garibaldi; nella vita quotidiana, obbedisce ai suoi ordini; etc…”. Durante la Spedizione dei Mille fu costantemente al fianco di Garibaldi, del quale divenne amico e confidente al punto che, dopo la Terza Guerra di Indipendenza, venne chiamato a Caprera per amministrare i beni del Generale. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 152-156, in proposito scriveva che: “Prima di narrare il passaggio della spedizione Bixio nel continente, vediamo quali altri avvenimenti si maturavano in quei giorni…..Etc…Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “Garibaldi invece, senza dar libero sfogo allo sdegno del momento, riabbracciò subito il partito contemplato tre giorni avanti, di servirsi degli uomini del Pianciani per forzarsi il passaggio sullo Stretto (3). Intanto giacchè il caso lo aveva spinto a portata della sua diletta Caprera (4), egli elesse di prendervi un riposo di qualche ora, aggirandosi qua e là in mezzo ai cespugli fragranti e ai massi granitici, chiamando per nome le sue mucche favorite e facendole mangiare nel cavo della propria mano, con tutto lo slancio di gioia e d’affetto con cui un collegiale in vacanza per un giorno a metà trimestre, saluta la sua casa (1). Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini.”. Dobelli (Treveljan), a p. 153, nella nota (3) postillava: “(3) Mem., 374; Ciàmpoli, 175.”.   Dobelli (Treveljan), a p. 153, nella nota (4) postillava: “(4) Il bisogno di carbone l’aveva fatto fermare alla Maddalena. Mem., 374.. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Mem., 374; Ciàmpoli, 175.”.   Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (1) postillava: “(1) Guerzoni, II, 159; Du Champ, 19-20; Bertani, II, 169-170; Durand Brager, 164-165.. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Arrivato il giorno 13 il Pianciani con lo Stato Maggiore a Golfo Aranci, non trovò nessuno con sua grande sorpresa e disappunto; fece allora dirigere il piroscafo a Cagliari sperando di avere colà precise notizie e, mentre stava per entrare in porto, una lancia gli si avvicinò e riconobbe in essa Garibaldi, il quale, dopo essere stato col Washinngton alla Maddalena per fare carbone, aveva fatto sosta nel porto per tornare a Palermo seguito dai vapori delle due brigate. Garibaldi domandò al Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione e saputolo e assicuratosi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone gli disse: “Colonnello, partirete subito per Palermo” e al capitano della nave ordinò ad alta voce “a Palermo, e facciamo di arrivare il più presto possibile” (1). Il Pianciani, disorientato e scoraggiato, ubbidì, ma, appena giunto a Palermo, volle incontrarsi col Dittatore, fermo come era sempre nel voler portare la spedizione nelle terre pontificie. Etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) L. Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 157, 158.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “…e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno ; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo. Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste : Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: Occupammo dunque lo Stretto di Messina dal Faro a quella città; frattanto le colonne Bixio ed Eber (1) ci raggiungevano per le vie di Girgenti e Caltanissetta, e si formava una quarta divisione Cosenz. Dimodochè ci trovammo ben presto con una forza imponente per noi assuefatti ad averne ben pоса. Nello Stretto di Messina. Giunti allo Stretto bisognava passarlo. Sicilia reintegrata nella grande famiglia italiana era certo un bellissimo acquisto ! Ma che ? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompleta, monca, la patria nostra ? E le Calabrie e Napoli che ci aspettavano a braccia aperte ? Ed il resto d’ Italia ancora servo dello straniero o del prete ? Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto. Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro, cercando di eseguire il passaggio in altra parte. In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata , Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina , venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone.”Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo. Pianciani collo stato maggiore non era ancora giunto. Bertani ritorna sul Washington e riferisce; prega il generale di mostrarsi ai volontari, insospettiti della vicinanza del vapore che temono venuto per parte del governo a disperdere anche loro. Garibaldi è furioso per la partenza dei due vapori, ma sale sul Clipper, e alla vista dell’amato volto gli evviva rintuonano e riecheggiano nel golfo. Non un sorriso però illumina la faccia del generale: ogni occasione per eseguire un grosso sbarco sopra Napoli o sul littorale del Pontificio era scomparsa, e il duce si crucciava per il tempo perduto, per il Faro abbandonato, per i pionieri asserragliati. Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: < Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 148-149-150, in proposito scriveva che: “Le altre due brigate Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati, giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafimi e col clipper Sheaperd. Il comandante della Gulnara disponevasi a persuaderle a proseguire anch’esse per Palermo, quando il Whasington giungeva esso pure a Terranova. Nella relazione ai rappresentanti dei Comitati di provvedimenti, Bertani ha scritto : « Ricorderò il vivissimo dolore del generale Garibaldi ed il mio, quando giunti dal Faro di Messina al Golfo degli Aranci la sera del 13 agosto ultimo giorno per il fissato convegno non vi trovammo tutta la gente ivi diretta da Genova, e che io aveva promesso al generale. Fu allora necessità fatale il desistere dall’ardita impresa che il generale voleva compiere. Scrisse Garibaldi nelle sue memorie. « Giunti in quel porto trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”.

Nel 13 agosto 1860, a Golfo Aranci, l’arrivo di GARIBALDI e BERTANI, ed i volontari garibaldini ivi raccolti: le Brigate della Spedizione TERRANOVA, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI (forse vi erano già il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI)   

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Dunque, Rustow racconta che a Golfo Aranci, Garibaldi trovò solo una parte della Spedizione “Terranova” (così battezzata dal Bertani che ‘avva organizzata). Garibaldi vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: Mentre quei legni facevano i preparativi per la partenza, egli, imbarcati sul ‘Waschington’ 400 volontari affinché gli altri avessero a stare meno pigiati sui rispettivi vapori, s’era diretto alla Maddalena per provvedersi a sua volta di carbone. Questa, almeno, è la ragione indicata dal Mario, ma, evidentemente, non era la sola, perché, in tal caso, Garibaldi si sarebbe diretto alla più vicina Terranova. Altra, e forse più forte ragione era che con quel più lungo tragitto, Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone. Il Treveljan, narrando di queste poche ore passate dal Dittatore nella pace silenziosa dei suoi campi e delle sue rocce, etc…Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washngton’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Garibaldi già era partito per Trapani dopo essere giunto a Palermo e Bertani non lo trova. Bertani arrva dalla Sadegna ma non trova Garibaldi a Palermo. Agrati, a p. 332, riferendosi al Pianciani e a Rustow, in proposito scriveva: “Il 16 sera giunge a Palermo, e mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, l’Agrati scrive che Garibaldi e quindi pure il Bertani erano già arrivati a Palermo, prima che arrivasse la nave con il Pianciani. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi ; il Weasel era andato a Terranova per carbone . In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo. Pianciani collo stato maggiore non era ancora giunto. Bertani ritorna sul Washington e riferisce; prega il generale di mostrarsi ai volontari, insospettiti della vicinanza del vapore che temono venuto per parte del governo a disperdere anche loro. Garibaldi è furioso per la partenza dei due vapori, ma sale sul Clipper, e alla vista dell’amato volto gli evviva rintuonano e riecheggiano nel golfo. Non un sorriso però illumina la faccia del generale: ogni occasione per eseguire un grosso sbarco sopra Napoli o sul littorale del Pontificio era scomparsa, e il duce si crucciava per il tempo perduto, per il Faro abbandonato, per i pionieri asserragliati. Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: < Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari.  Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno ; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, etc…”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo.. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava e comandava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera si evince che il vapore “Garibaldi” rimorchiava “un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna.”. Dunque, dalla lettera del Bertoni si evinche che il 14 agosto 1860, a Cagliari, la Brigata Puppi (la 4° della spedizione Pianciani), veniva rimorchiata, su un grosso Clipper americano chiamato “Shepherd” dal vapore Garbaldi. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: Riprendendo la narrazione dei fatti, Garibaldi e Bertani, sul Washington, erano entrati nel Golfo Aranci sulla sera del 13 agosto senza aver incontrate navi nemiche, poiché queste ormai erano concentrate tutte nello Stretto, e vi avevano trovato l’Isère, il Calatafimi, il Garibaldi col brigantino Shepeard, e avevano saputo che con questi vi era anche il Wessel, il quale, però al momento si trovava a Terranova per carbone….Garibaldi era salito sul Shepeard tra i volontari, che, già in agitazione e tumulto, si erano placati come per incanto alla sua vista e, ascoltate le sue parole, non avevano fatto opposizione alcuna al suo ordine di partire per Palermo. Il Bertani era rimasto, invece assai male e aveva voluto quell’ordine per iscritto. Garibaldi lo aveva accontentato subito, ….”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Agrati scriveva che Garibaldi e Bertani, arrivati a Golfo Aranci, il 13 agosto di sera “avevano trovato l’Isère, il Calatafimi, il Garibaldi col brigantino Shepeard, e avevano saputo che con questi vi era anche il Wessel, il quale, però al momento si trovava a Terranova per carbone”. Agrati scriveva che Garibaldi era salito sul “Shepeard”, tra i volontari e dare l’ordine di seguirli a Palermo. Abbiamo visto che sul “grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’”, vi erano i volontari della 4° Brigata PUPPI. Agrati continuando e riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “Mentre quei legni facevano i preparativi per la partenza, egli, imbarcati sul ‘Washington 400 volontari affinché gli altri avessero a stare meno pigiati sui rispettivi vapori, s’era diretto alla Maddalena per provvedersi a sua volta di carbone….Poi, calata la sera, il Washington riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari over trova, insieme con gli altri vapori che vi stanno a provvedersi di combustibile, anche il ‘Bysantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo stato maggiore.”. Agrati scriveva che Bertani imbarcò sul Washington 400 volontari per meglio distribuirli visto che erano parecchi e gli altri vapori non bastavano. Arrivato il Washington con Garibaldi a Cagliari, dove fa sosta e, Garibaldi trova tutti gli altri vapori, con i volontari.

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 148-149-150, in proposito scriveva che: “Le altre due brigate Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati, giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafimi e col clipper Sheaperd. Il comandante della Gulnara disponevasi a persuaderle a proseguire anch’esse per Palermo, quando il Whasington giungeva esso pure a Terranova. Nella relazione ai rappresentanti dei Comitati di provvedimenti, Bertani ha scritto : « Ricorderò il vivissimo dolore del generale Garibaldi ed il mio, quando giunti dal Faro di Messina al Golfo degli Aranci la sera del 13 agosto ultimo giorno per il fissato convegno non vi trovammo tutta la gente ivi diretta da Genova, e che io aveva promesso al generale. Fu allora necessità fatale il desistere dall’ardita impresa che il generale voleva compiere. Scrisse Garibaldi nelle sue memorie. « Giunti in quel porto trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”.

Nel 14 agosto 1860, a Golfo Aranci, da Genova, l’arrivo del vapore BYZANTIN con lo Stato Maggiore della Spedizione TERRANOVA: il colonnello PIANCIANI, il colonnello RUSTOW, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI   (da rivedere) 

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore. Il tempo alquanto torbido, quando il Byzantin levò l’áncora, ossia verso mezzogiorno, si rischiarò per lasciar luogo al più splendido cielo che mai possa esser veduto in Italia. Il 14 alle quattro dopo mezzodì, volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Rustow, continuando il suo racconto scriveva che: Il Bizantino, che aveva a bordo una parte della brigata Gandini e Puppi e tutto lo Stato maggiore, sebbene tutte le truppe fossero imbarcate fino dalle otto della mattina, era però rimasto a Genova fino al pomeriggio del 13 in seguito alle meschine mano. E così il Bizantino non arrivò che verso la sera del 14 nel golfo degli aranci e quindi nel seno di Terranova. Ma Garibaldi non avendovi trovato nella mattina del 14 che una gran parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi ( Bologna ), le aveva condotte subito con sè a Cagliari. Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo , dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Dunque, a Golfo Aranci Garibaldi trovò una parte delle due Brigate Milano e Puppi ed un’altra parte venne a Golfo Aranci, partendo da Genova, il 13 agosto 1860, con il colonnello Pianciani e lo stato maggiore dell’ex spedizione Bertani-Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Dunque, De Sivo scriveva che Pianciani, ultimo ad arrivare nella Baia di Terranova in Sardegna, si era partito da Genova, dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo;”. De Sivo scrive che Pianciani, non avendo trovato nessuno alla Baia di Terranova (a Golfo Aranci), in Sardegna, dove era arrivato a tarda sera del 14 agosto 1860, con il vapore “Byzantino”, si reca a Cagliari dove incontrò Garibaldi che gli parlò e lo comandò di andare a Palermo con le due Brigate che portava, la MILANO e la BOLOGNA (PUPPI). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, in cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: III. ….sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Etc…”. Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “….Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone…..Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, in proposito scriveva che: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo.”Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel Golfo degli Aranci non trovai un legno neppure di quelli che dovevano esservi; sperai in un male inteso per il nome appunto che la nostra spedizione portava, e che i nostri bastimenti, tratti pure dalla maggior comodità degli approvigionamenti, fossero nel Golfo di Terranova. Quei due Golfi può realmente dirsi formarne uno solo, fra loro è Ponticello promontorio che poco sporge nel mare , ed è quella parte del Golfo che prende più precisamente il nome di Terranuova la più meridionale, si addentra nelle terre in sino alla città, è al coperto di tutti i venti formando un porto naturale dei più sicuri. Ciò pure mi faceva sperare che ivi fossero i nostri legni, e tanto più che dei colpi di vento avevano avuto luogo nei giorni precedenti. Colà pertanto mi condussi col Bisantino; ma inutilmente, là neppure trovai quelli che avrebbero dovuto aspettarmi; seppi da alcune barche pescareccie ancorate nel Golfo, che si erano veduti vapori ad entrarvi ma che poi n’erano partiti. Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino. In Terranova erano ancora buoi ed altre provvisioni destinate alla truppa, altre se ne aspettavano dall’ interno dell’ Isola; spedii colà perchè non venissero, e di quelle che v’erano prési meco quanto poteva, ordinando si vendesse il rimanente e mandasse il prodotto al comitato di Genova; ringraziai quei buoni abitanti dell’ interesse grandissimo del quale avevano dato pruova perchè la spedizione di nulla mancasse, e tornai a bordo ordinando che si partisse subito per Cagliari.”. Dunque, Pianciani, racconta che arrivato a Golfo Aranci, in Sardegna, nella Baia di Terranova, con il suo vapore “Bizantino”, si recò personalmente nella piccola cittadina “Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino.”. Pianciani racconta che fece salire sul suo vapore due ufficiali e qualche soldato della Spedizione a cui avevano vietato di imbarcarsi in quanto i loro bastimenti erano già ripartiti. Presumo fossero i bastimenti Torino e Amazzone che avevano portato a Palermo le due Brigate Eberhard e Tharrena. Tuttavia, Pianciani partitosi da Genova con Rustow portava una parte della Brigata MILANO ed una parte della Brigata PUPPI.  Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse : « Sta bene ; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa » . Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone , « ebbene colonnello partirete subito per Palermo » ; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene ; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene » .

A CAGLIARI

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, l’arrivo del vapore BYZANTIN con lo Stato Maggiore della Spedizione TERRANOVA: il colonnello PIANCIANI, il colonnello RUSTOW, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI   

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore. Costui, giusta l’ordine avuto, era partito ultimo da Genova persuaso di trovare tuttti gli altri che l’avevano preceduto, fermi per attenderlo a Golfo degli Aranci, dove invece non aveva trovato nessuno. Solo quel giorno – 13 luglio – a lui sarebbe stata rimessa la lettera diretta da Garibaldi al Bertani sin dal 30 giugno etc…In seguito all’ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto, nel pomeriggio del 15, allorché era apparso il ‘Waschington’ col Dittatore reduce da Caprera.. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore. Il tempo alquanto torbido, quando il Byzantin levò l’áncora, ossia verso mezzogiorno, si rischiarò per lasciar luogo al più splendido cielo che mai possa esser veduto in Italia. Il 14 alle quattro dopo mezzodì , volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Rustow, continuando il suo racconto scriveva che: Il Bizantino, che aveva a bordo una parte della brigata Gandini e Puppi e tutto lo Stato maggiore, sebbene tutte le truppe fossero imbarcate fino dalle otto della mattina, era però rimasto a Genova fino al pomeriggio del 13 in seguito alle meschine mano. E così il Bizantino non arrivò che verso la sera del 14 nel golfo degli aranci e quindi nel seno di Terranova. Ma Garibaldi non avendovi trovato nella mattina del 14 che una gran parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi ( Bologna ), le aveva condotte subito con sè a Cagliari. Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo , dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Dunque, a Golfo Aranci Garibaldi trovò una parte delle due Brigate Milano e Puppi ed un’altra parte venne a Golfo Aranci, partendo da Genova, il 13 agosto 1860, con il colonnello Pianciani e lo stato maggiore dell’ex spedizione Bertani-Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Dunque, De Sivo scriveva che Pianciani, ultimo ad arrivare nella Baia di Terranova in Sardegna, si era partito da Genova, dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo;”. De Sivo scrive che Pianciani, non avendo trovato nessuno alla Baia di Terranova (a Golfo Aranci), in Sardegna, dove era arrivato a tarda sera del 14 agosto 1860, con il vapore “Byzantino”, si reca a Cagliari dove incontrò Garibaldi che gli parlò e lo comandò di andare a Palermo con le due Brigate che portava, la MILANO e la BOLOGNA (PUPPI). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, in cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: III. ….sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Etc…”. Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “….Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone…..Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, in proposito scriveva che: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “….ringraziai quei buoni abitanti dell’ interesse grandissimo del quale avevano dato pruova perchè la spedizione di nulla mancasse , e tornai a bordo ordinando che si partisse subito per Cagliari. Se ivi non avessi trovato i bastimenti avrei potuto almeno e più facilmente che altrove averne notizia. Avrei potuto a mezzo del Telegrafo comunicare con Genova, pormi direttamente in corrispondenza colla Sicilia, ricevere istruzioni: sollecitai per questo il Capitano del bastimento onde arrivasse a Cagliari tanto prima quanto più avesse potuto. Profitto della circostanza per rendere testimonianza di riconoscenza al Capitano del Bisantino, del quale sono dolente di non ricordare il nome; egli non solo in quella circostanza, ma sempre durante tutto il viaggio, mi diede prove di sua premura nel secondarmi dell’ opera sua e dei suoi, in tutto ciò che io volessi. Egli aveva un contratto è vero, ma sono ben lontano dal volere attribuire a ciò principalmente lo zelo che mostrava per noi; era perchè amava l’Italia nostra e quella causa che noi difendevamo; rispetto, ammirazione grandissima nudriva per Garibaldi, e noi sapeva volerlo coadjuvare nel miglior modo che per noi si potesse a poter mantenere quanto agli Italiani aveva promesso; ed infine, mi sia permesso pensare, perchè per me aveva pure concepito una qualche affezione: in dieciotto ore noi giungemmo a Cagliari. Avvicinandoci a quel porto fu il Capitano che il primo mi disse vedervi dei bastimenti, che credeva poter essere quelli della nostra spedizione, e quanto di quella notizia io fossi contento è facile imaginare; se nou che meglio in seguito osservando io stesso potei riconoscere che tutti non v’erano; mancava il Torino, l’Ammazzone e l’Isère. Mentre ci preparavamo ad entrare nel porto, da un piroscafo che era nella rada vedemmo staccarsi una lancia dalla quale si facevano segnali perchè ci fermassimo; dissi che si aspettasse. Etc…”. Dunque, Pianciani, racconta che arrivato a Golfo Aranci, in Sardegna, nella Baia di Terranova, con il suo vapore “Bizantino”, si recò personalmente nella piccola cittadina “Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino.”. Pianciani racconta che fece salire sul suo vapore due ufficiali e qualche soldato della Spedizione a cui avevano vietato di imbarcarsi in quanto i loro bastimenti erano già ripartiti. Presumo fossero i bastimenti Torino e Amazzone che avevano portato a Palermo le due Brigate Eberhard e Tharrena. Tuttavia, Pianciani partitosi da Genova con Rustow portava una parte della Brigata MILANO ed una parte della Brigata PUPPI. Dei soldati volontari garibaldini che Pianciani portava sul vapore Byzanti, da Genova ne parla quando racconta dell’incontro con Garibaldi a Cagliari. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., in proposito scriveva che: Garibaldi mi dimandava per prima cosa, quanti uomini avessi con me, e alla mia risposta replicava sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini, comincia ad essere qualche cosa, e subito dopo quant’ acqua e quanto carbone vi rimane ? per rispondere a questo chiamai il capitano, e quando ne fu informato Ebbene Colonnello, soggiunse, partirete subito per Palermo. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 150, in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente: Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”.

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse: « Sta bene ; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa ». Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone , « ebbene colonnello partirete subito per Palermo »; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene ; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene » .

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, l’incontro tra GARIBALDI ed il colonnello PIANCIANI, che era con RUSTOW ed una parte delle due Brigate MILANO e della Brigata PUPPI 

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile. Garibaldi ingiunse a Pianciani di partire immediatamente per Palermo, ed ai bastimenti che al momento si trovavano sprovveduti di carbone, di seguire al più presto la medesima direzione.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore. Costui, giusta l’ordine avuto, era partito ultimo da Genova persuaso di trovare tuttti gli altri che l’avevano preceduto, fermi per attenderlo a Golfo degli Aranci, dove invece non aveva trovato nessuno. Solo quel giorno – 13 luglio – a lui sarebbe stata rimessa la lettera diretta da Garibaldi al Bertani sin dal 30 giugno etc…. Dunque, Agrati scriveva che, dopo la breve sosta a Caprera, il vapore Washington e Garibaldi, il 15 agosto 1860, arrivano a Cagliari dove, nel pomeriggio era arrivato anche la nave “Byzantin” che portava tutto lo Stato Maggiore della Spedizione “Terranova” (così battezzata dal Bertani). Agrati scriveva pure che: “In seguito all’ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto, nel pomeriggio del 15, allorché era apparso il ‘Waschington’ col Dittatore reduce da Caprera.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno.  Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17; etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; etc…”Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., in proposito scriveva che: Avvicinandoci a quel porto fu il Capitano che il primo mi disse vedervi dei bastimenti, che credeva poter essere quelli della nostra spedizione, e quanto di quella notizia io fossi contento è facile imaginare; se nou che meglio in seguito osservando io stesso potei riconoscere che tutti non v’erano; mancava il Torino, l’Ammazzone e l’Isère. Mentre ci preparavamo ad entrare nel porto, da un piroscafo che era nella rada vedemmo staccarsi una lancia dalla quale si facevano segnali perchè ci fermassimo; dissi che si aspettasse. Era in quella imbarcazione un marinajo che remigava e due uomini dalle camicie rosse, uno dei quali teneva il timone. Mia moglie, che pur mai di persona aveva veduto il Garibaldi, ma che molti ritratti ne aveva osservati, fu la prima a dire sul nostro bordo è il Generale. Aveva ragione; e a quelle parole potete credere qual fosse il tumulto che seguiva. Il Generale ripetevano i volontari, e gli evviva all’ Italia, a Garibaldi cominciavano. Garibaldi viene con noi, molti pensavano e dicevano ; ed io pure ho per un momento sperato che avesse risoluto di prendere egli stesso il comando della spedizione. Il Generale intanto arrivava a basso bordo del bastimento, io mi avvicinava là dove la barca era , e avrei voluto far discendere una scala, ma egli non aspettava, e aggrappandosi ai rivestimenti saliva sul parapetto della nave; io credeva sarebbe sceso sul ponte , e i volontari, che si affollavano per essergli più vicini, pregava si ritirassero per lasciarli almeno un posto ove scendere: e ciò essi, docili come sempre, facevano ; ma il Generale mi diceva non disturbassi nessuno, che sarebbe restato là come era, fra due corde, all’una delle quali si sosteneva. – Garibaldi mi dimandava per prima cosa, quanti uomini avessi con me, e alla mia risposta replicava sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini, comincia ad essere qualche cosa, e subito dopo quant’ acqua e quanto carbone vi rimane ? per rispondere a questo chiamai il capitano, e quando ne fu informato Ebbene Colonnello, soggiunse, partirete subito per Palermo.  – Quella parola distrusse ad un tratto tutte le speranze delle quali in quegli ultimi giorni mi era pasciuto; taluni ufficiali, che erano poco distanti, dissero che io aveva impallidito, e ciò dovette esser vero, e il Generale avvedersene pure, giacchè, stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. L’insistere mi sarebbe sembrato indiscreto; sicchè volgendomi al capitano: A Palermo replica ad alta voce perchè tutti i volontari sentissero e facciamo di arrivare il più presto possibile Garibaldi che già si allontanava credo sentisse egli pure, e mi parve udire che salutandomi dicesse , bravo, colonnello, che non si perda tempo.”.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse: « Sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa » . Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone, « ebbene colonnello partirete subito per Palermo»; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene ».” .

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, la partenza di GARIBALDI, sul vapore Washington con i volontari garibaldini diretti a Palermo  

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “………... Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo , domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: Esercito Meridionale. Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Garibaldi, si partì da Cagliari il giorno 15 agosto 1860, sul Washington che arrivò a Palermo verso le ore 20,00 del giorno 17 agosto 1860. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 191 e ssg., in proposito scriveva che: “….indiscreto; sicchè volgendomi al capitano: A Palermo replica ad alta voce perchè tutti i volontari sentissero e facciamo di arrivare il più presto possibile Garibaldi che già si allontanava credo sentisse egli pure, e mi parve udire che salutandomi dicesse, bravo, colonnello, che non si perda tempo. – Potevo , dovevo io fare altrimenti ? Noi tutti avevamo promesso di seguire Garibaldi in quella magnanima impresa sua, per condurla al termine che le aveva prefisso, la completa liberazione, l’Unità dell’Italia . Quelle stesse ragioni che mi avevano determinato , dietro i suoi ordini, a spingere le operazioni sullo Stato Romano a tutta oltranza malgrado qualunque opposizione, qualunque ostacolo che avessi potuto superare , quelle stesse ragioni io dico, mi facevano allora una legge di andare a Palermo, comunque fossi convinto che la discesa sullo Stato Romano della nostra spedizione non avrebbe avuto più luogo. A che dunque parlare col Bertani ? avrebbe egli voluto dare ordini in opposizione di quelli del Generale ? sono……”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 150, riferendosi a Garibaldi a ciò che scrisse nelle sue “Memorie”, in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene » .

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, la partenza del colonnello PIANCIANI, di RUSTOW sul vapore Byzantin

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Garibaldi ingiunse a Pianciani di partire immediatamente per Palermo, ed ai bastimenti che al momento si trovavano sprovveduti di carbone, di seguire al più presto la medesima direzione. Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Pianciani, ….e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17;….. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo , domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: Esercito Meridionale. Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Garibaldi, si partì da Cagliari il giorno 15 agosto 1860, sul Washington che arrivò a Palermo verso le ore 20,00 del giorno 17 agosto 1860. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi , gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata. Mentre si svolgevano tutte queste cose in Sardegna, avveniva, nella notte del 13 al 14 agosto il tentativo di rapimento nel porto di Napoli, del vascello il Monarca. La coincidenza di questo fatto coll’assenza inopinata di Garibaldi dalla Sicilia , fecero attribuire a Garibaldi stesso il fallito tentativo tanto che lo affermarono nelle loro pregiate storie il RUSTow (p . 252 ) ; DE SIVO ( 138) ; PIGORINI-TURR ( 128 ); DELLI FRANCI ( 86). Ma non è vero affatto, come risulta dal racconto delle cose qui ora esposte, avvenute in Sardegna. La notte del 13 al 14 agosto, Garibaldi era nel Golfo di Terranova. Sul tentato rapimento, vedasi nel cenno biografico di Sgarallino Andrea.”.

Nel 16 agosto 1860, nel porto di Palermo l’arrivo di Garibaldi ed i volontari della Spedizione battezzata dal Bertani TERRANOVA, (le truppe di volontari  dell’ex ‘Spedizione BERTANI-PIANCIANI: la Brigata BOLOGNA, che diventerà Brigata PUPPI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Dunque, il Guerzoni racconta che Garibaldi arrivato a Golfo degli Aranci in Sardegna vi trova solo due compagnie dell’ex Spedizione per gli Stati Pontifici, erano le due compagnie comandate dal Gandini e dal Puppi. Vi era pure Pianciani e Rustow con loro. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washngton’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Garibaldi già era partito per Trapani dopo essere giunto a Palermo e Bertani non lo trova. Bertani arriva dalla Sadegna ma non trova Garibaldi a Palermo. Agrati, a p. 332, riferendosi al Pianciani e a Rustow, in proposito scriveva: “Il 16 sera giunge a Palermo, e mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, l’Agrati scrive che Bertani, arrivò sia dopo l’arrivo di Garibaldi che il 17 agosto 1860 era ripartito per Trapani e sia dopo l’arrivo del vapore Byzantin che portava il Pianciani e lo Stato Maggiore (Rustow etc…), il quale riuscì a parlare con Garibaldi prima che egli ripartisse per Trapani. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, etc…”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi, a Golfo Aranci, il 14 agosto 1860, insieme a Bertani aveva trovato la maggior parte della Brigate Milano e Bologna (la Gandini e la Puppi) e li portò a Cagliari per fare rifornimento. Poi, a p. 266 aggiunge che: “Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco , vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini , si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Garibaldi, …..con una sola parola dislocò la spedizione e la fece dirigere verso la Sicilia sotto il comando dei suoi principali capi, escluso il colonnello Pianciani, che, avendo impegnato la sua parola per l’invasione degli Stati pontifici, credette di doversi ritirare quando si vide in contrasto col generale in capo dell’esercito meridionale (1).”. Du Champ, a p. 30, nella nota (1) postillava che: “(1) ……………………………………..”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani….Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”. Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate però che io abbia cambiato il mio pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero etc…”. Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani,…”Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, Pecorini-Manzoni, a p. 128, in proposito concludeva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri.”. Dunque, Pecorini scriveva che il conte Luigi Pianciani e Giovanni Nicotera, a Palermo, in seguito al colloquio con Garibaldi decisero di dimettersi dalla Spedizione e lasciarono le truppe a Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui. Non lo vede, invece, che al mattino seguente e soltanto allora può esporgli le sue ragioni, a cui il Dittatore risponde ch’egli è fermamente deciso a portar tutte le truppe in Calabria e di là marciare sopra Napoli, e che il Pontificio bastano le truppe che sono in Toscana e in Romagna. Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, etc….A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova. Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani…..e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 333, in proposito scriveva che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di ‘Terranova’.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto. Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova. Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l’Independance’ che fa 11 miglia etc..”. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….Fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo e Depretis non ebbe così da eseguire quell’ordine increscioso, che poi non venne più ricordato forse per il precipitare degli eventi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, disorientato e scoraggiato, ubbidì, ma, appena giunto a Palermo, volle incontrarsi col Dittatore. Garibaldi gli osservò che per varcare lo Stretto e proseguire nel Continente gli occorrevano molti uomini e armi e doveva quindi fare conto anche su quelli della spedizione; non aveva però abbandonato l’idea della diversione, che intanto si poteva fare con i volontari di Nicotera e di Caucci raccolti a Firenze e in Romagna; pregava perciò il Pianciani di rimanere a Palermo perchè intendeva valersene; ma il Pianciani obiettò che, mentre potevano restare i suoi sottoposti, egli, che aveva promesso e si era impegnato con tutti i volontari di portarli sul Pontificio, non riteneva di dover più rimanere loro capo in Sicilia, e contava quindi di raggiungere il Nicotera ed il Caucci per tentare con essi la diversione; suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto. Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui. Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina , venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi, a Golfo Aranci, il 14 agosto 1860, insieme a Bertani aveva trovato la maggior parte della Brigate Milano e Bologna (la Gandini e la Puppi) e li portò a Cagliari per fare rifornimento. Poi, a p. 266 aggiunge che: “Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Nella mattina del 17 Pianciani ebbe un’ abbocamento con Garibaldi. Questi gli disse , che non poteva permettere la spedizione sul territorio romano, essendogli indispensabile quella divisione per la sua impresa sul continente napoletano. Bisogna fare espressa menzione di ciò, poichè , per motivi che si possono facilmente comprendere erasi sparsa la voce menzognera, che Garibaldi avrebbe condotta egli stesso la divisione Terranova nelle romagne, se avesse trovato la mattina del 14 più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi nel golfo degli aranci, e che solo quel numero scarso di truppe lo aveva fatto risolvere di condurle in Sicilia. In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla. Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. A motivo della partenza di Pianciani, dello sviamento della divisione dalla sua originaria destinazione, dei malcontento e della dissensione che nè risultò quà e là, era sorvenuta una certa confusione negli affari, ed un certo numero di ufficiali e di soldati avevano voluto dimettersi con Pianciani a Palermo. Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 725-726, in proposito scriveva che: “A queste parole del Dittatore, Pianciani diede le sue dimissioni, e Garibaldi affidò il comando delle tre brigate Tarrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere Rustow , che ebbe in pari tempo l’ordine di recarsi in Milazzo e di riunire ed organizzare colà tutta intera quella.  Tarrena seguiva intanto l’esempio del Pianciani ed aveva preso il suo congedo; il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. La partenza di Pianciani, di Tarrena e di altri ufficiali aveva gittato un certo malcontento nei componenti quella spedizione numerosa ;”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 773, in proposito scriveva che: “Il giorno 24 agosto, il generale Garibaldi concentrò tutta la sua armata attiva, eccetto la divisione Rustow che stava tuttavia in Milazzo, nelle vicinanze di Scilla col seguente ordine: alla testa stavano le truppe arrivate di fresco da Sicilia ; poi le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz e la divisione Medici, e finalmente la divisione Bixio. L’artiglieria, che in parte era disbarcata, fu da Orsini impiegata a formare nuove batterie sul litorale dell’estrema Calabria, perchè l’esercito rivoluzionario, guardato…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 208, in proposito scriveva che: “Tornando al discorso che io ebbi con Garibaldi, egli conchiuse dicendomi restassi in Palermo dove, aggiunse cortesemente, avrei avuto un collocamento conveniente; io di questo lo ringraziai, pregandolo invece mi autorizzasse a partire; e da che egli sembrava insistere, soggiunsi : Generale, voi siete troppo uomo di onore per non sentire i doveri che impone una promessa; io sono oltremodo dolente di allontanarmi da voi , e ciò voi potete vedermi nel volto; ma io ho promesso a molti di andare nello Stato Romano, voi stesso ordinate chevadano in quello i volontarii che sono in Toscana, l’onore m’impone di raggiungerli, non per reclamare comandi, ma per unirmi ad essi e fare insieme tutto ciò che sarà possibile perchè i vostri voleri siano eseguiti , perchè quelle infelici popolazioni, che ci aspettano, siano in qualche modo soccorse ; se non riusciremo , io avrò almeno fatto il mio dovere, mantenuta la mia parola. Il Generale mi strinse la mano, aggiungendo dopo un momento di riflessione , voi partite dunque per … Livorno, io replicai; e così ebbe fine il nostro colloquio . – Avendo presentato a lui il colonnello Rüstow, come quello al quale io dovea cedere il comando : Voi lo riterreté ,  ei gli disse , durante l’assenza del colonnello Pianciani maniera cortese per farmi intendere come fosse dispiacente della determinazione che io avevo dovuto prendere.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 210-211, in proposito scriveva che: “…quello nel quale lo lasciai a Palermo, delle offerte fattemi perchè rimanessi, del dispiacere mostrato perchè me ne andava. Rimasi quattro giorni a Palermo, aspettando la partenza del vapore per Livorno; intanto i corpi della spedizione che si trovavano già nella città, e che arrivavano dalla Sardegna, erano successivamente diretti a Melazzo ; dello sbarco imminente delle Calabrie si veniva dicendo, fra i più informati, e dopo due giorni se n’ebbe la notizia ufficiale.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata. Mentre si svolgevano tutte queste cose in Sardegna, avveniva, nella notte del 13 al 14 agosto il tentativo di rapimento nel porto di Napoli, del vascello il Monarca. La coincidenza di questo fatto coll’assenza inopinata di Garibaldi dalla Sicilia, fecero attribuire a Garibaldi stesso il fallito tentativo tanto che lo affermarono nelle loro pregiate storie il RUSTow (p . 252 ); DE SIVO ( 138) ; PIGORINI-TURR ( 128 ); DELLI FRANCI ( 86). Ma non è vero affatto, come risulta dal racconto delle cose qui ora esposte, avvenute in Sardegna. La notte del 13 al 14 agosto, Garibaldi era nel Golfo di Terranova. Sul tentato rapimento, vedasi nel cenno biografico di Sgarallino Andrea.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a pp. 117-118, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “S’imbarcava sul Washington, e , non curando la robusta crociera , navigava al golfo degli Aranci in Sardegna, ove trovavansi i volontari che il Bertani aveva riuniti a Spezia ed a Genova per operare con gli altri riuniti dal Pianciani nell’ Umbria e dal Nicotera in quel di Toscana a Castelpucci, e fattili imbarcare su i piroscafi Franklin e Torino mandava a Palermo e di là a Taormina, ove era il Bixio con la sua divisione. Vi giungeva egli stesso la mattina del 19, ed immediatemente ordinava a Bixio d’imbarcare tutta la gente su due vapori venuti da Palermo. Udito però, scrive il Guerzoni, che le navi avevano bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti. Pigiati in quei due piroscafi pieni di avarie e di magagne quattro mila uomini, nella notte del 19 agosto sferra da Taormina. Corre tutta quella notte non visto, non sospettato, nella direzione di Greco, ed ai primi albori
del 29 afferra presso Mèlito , tra capo delle Armi e capo Spartivento, il suolo calabrese.”
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Nel 16 di sera o era già 17 (?) agosto 1860, a Palermo arrivò, il colonnello PIANCIANI con lo Stato Maggiore, il colonnello RUSTOW, ed una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI (le truppe di volontari  dell’ex ‘Spedizione PIANCIANI’ (poi detta di Terranova), il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI   

Dalla Sardegna, il primo a ripartire per la Sicilia fu Garibaldi sul vapore Washington, ma sia Bertani che il Pianciani, che era arrivato sul “Byzantin”, ripartirono per la Sicilia solo dopo Garibaldi in quanto i vapori non avevano fatto del tutto rifornimento di carbone. Il colonnello Luigi Pianciani, comandante della Spedizione battezzata dal Bertani “Terranova”, si era partito d Genova, con Rustow e tutto lo Stato Maggiore, insieme ad altri volontari garibaldini che ancora non erano arrivati a Golfo Aranci. Si è visto che essi da Cagliari, ingiunti da Garibaldi dovettero ripartire per Palermo, ma essi non viaggiarono con Garibaldi che pure viaggiò per mare per Palermo ma ripartirono da Cagliari sul vapore Byzantin. Arrivarono a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Il colonnello Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco, vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini, si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore.”. Dunque, il colonnello Rustow, che coe facente parte dello Stato Maggiore si imbarcò con Pianciani a Genova, scriveva che arrivarono da Cagliari a Palermo il 16 agosto 1860, ma di sera: ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente.”. Infatti, Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Dunque, il Pianciani testimonia essere arrivato a Palermo il 17 agosto 1860. Ma Pianciani scriveva che arrivarono a Palermo il 17 agosto 1860 perchè, infatti, il Rustow spiega che il Pianciani: “lo differi fino alle 4 della mattina seguente.”. A questo punto, però noto e faccio una precisazione. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, da ciò che scriveva il Bertani nel suo Diario si evince che egli da Cagliari era arrivato a Palermo dopo di Garibaldi e quindi, da ciò deduco che forse Bertani si era imbarcato con Pianciani e Rustow sul vapore Byzantin. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White:  “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, etc….”. Dunque, la White scriveva che, Garibaldi, “ritornato da Caprera a Cagliari”, (col Washington) nota che a Cagliari era arrivato (il 14 agosto 1860 anche il Pianciani, sul “Bysantin”, con una parte della brigata Puppi e con lo Stato Maggiore (Rustow ed altri. Riguardo a Bertani a Cagliari dopo il rientro di Garibaldi da Caprera, vediamo cosa scriveva un altro testimone di eccezione. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…..stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: “State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. Etc..”.  Dunque, Pianciani scriveva che Garibaldi gli disse che Bertani era sul vapore Washington e che con lui doveva viaggiare fino a Palermo, dove avrebbe potuto vedere ed incontrare. Dunque, a Cagliari, secondo quanto scrive il Pianciani, Bertani era con Garibaldi che gli promise che Bertani poteva vederlo a Palermo. Pianciani non incontrò Bertani a Cagliari. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi , trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito Meridionale. Cagliari , 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”.”. Dunque, secondo ciò che scrisse la White, Garibaldi invitò Bertani a seguirlo a Palermo ma Bertani  “vuole rimanere coi volontari, etc…” e, prega Garibaldi di scrivergli l’ordine di recarsi a Palermo. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. . Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 264-265, in proposito scriveva: Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, ………..”, poi continuando il suo discorso, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Nella mattina del 17 Pianciani ebbe un’ abbocamento con Garibaldi. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Pianciani….Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Dei vapori partiti da Cagliari per Palermo, giunse primo il Washington con Garibaldi nel pomeriggio del 16 agosto. Appena giunto il Dittatore si occupò delle gravissime cose politiche di quei giorni, dell’annessione prima di tutto, che era l’argomento della discordia; dei bisogni dell’esercito, delle disposizioni per il passaggio in Calabria. Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione, e di indirizzarla alle terre pontificie dalla Sicilia stessa, cosa d’altronde che risultava nell’ordine d’idee stabilito nel compromesso di Genova con Farini. Il Dittatore essendo già a letto, gli fu detto di ritornare alle 4 dell’indomani mattina. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 725-726, in proposito scriveva che: “……………………………..”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 246 e ssg., in proposito scriveva che: A sera, il “Washington” fece rotta per Cagliari dove si erano raccolte le altre navi per caricare combustibile, e dove era giunto anche l’ultimo piroscafo della spedizione, il “Byzantin”, sul quale viaggiava il colonnello Pianciani. Questi saputo che Garibaldi e Bertani erano assieme, obbedì all’ordine di raggiungere Palermo, ma una volta nell’Isola, chiese e ottenne un colloquio col Dittatore. Garibaldi gli disse che era sua intenzione di far passare tutte le truppe di cui disponeva sul Continente per marciare su Napoli, bastando a un attacco agli Stati romani le forze radunate in Toscana. Pianciani protestò e si dimise, dichiarando che egli e i suoi uomini si erano riuniti e armati per combattere nelle terre Pontificie, non in Calabria. La verità è che Pianciani, come la maggioranza dei volontari della Spedizione, era repubblicano, e aveva accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” per le stesse ragioni che spingevano allora, i più ardenti e ostinati mazziniani ed accantonare il problema istituzionale: bisognava agire, ora o mai più, per unificare la Penisola; poi si sarebbe discusso di come organizzarla politicamente e quali istituzioni darle. C’era, insomma, in quegli uomini, una riserva mentale verso i Savoia e la monarchia che il diffidente Cavour ben conosceva, e, dal punto di vista del Primo Ministro sardo, giustificava le misure prese contro la Spedizione. La quale Spedizione, inoltre, avrebbe impedito al Piemonte di attuare il piano elaborato dal Conte: invadere l’umbria e Marche con le truppe regolari, e porre un “alt” all’avanzat garibaldina e al crescente prestigio dell'”avventuriero eroico”. Dimessosi il Pianciani, il comando in capo della Spedizione fu preso da Guglielmo Rustow, il quale, il 20 agosto, con il grosso dei suoi uomini si trovava a Milazzo, mentre una divisione rimaneva a Palermo e un’altr era stata trasferita a Taormina. In tal modo Cavour aveva raggiunto in pieno il suo obiettivo: la Spedizione Bertani-Pianciani era scompaginata. Rimanevano in Toscana le due brigate organizzate da Nicotera, ma anch’esse furono costrette a recarsi in Sicilia, portando così a oltre ventimila i volontari su cui poteva contare Garibaldi per passare in Calabria.”.

Nel 17 agosto 1860, a Palermo, il colloquio tra GARIBALDI e il colonnello PIANCIANI che si dimise dal comando della Spedizione TERRANOVA (ex spedizione Bertani-Pianciani)

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco, vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini, si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore. In quanto a me, non vincolato come il colonnello Pianciani e d’altronde considerando che noi avevamo sempre riconosciuto Garibaldi come nostro capo supremo, pensai che a lui solo competesse il diritto di decidere sull’indirizzo delle nostre operazioni. Sebbene assai penoso ed amaro, mi riuscisse il rinunciare ad un’impresa per la quale aveva già tutto predisposto e che vagheggiava con viva passione, pure non esitai a ciecamente sottomettermi agli ordini di Garibaldi. Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 266 aggiunge che: Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: Non crediate però che io abbia cambiato di pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero invece, e più che mai, che la insurrezione si promuova, si sostenga in quello energicamente; ma ciò può farsi benissimo coi volontari che sono in Firenze e nelle Romagne; molte volte si ottiene più con duemila uomini che con diecimila. Che facciano dunque, e se non potranno finire, comincino almeno: noi andremo ad incontrarli per terminar l’opera che avranno iniziata , e voi sapete che a me piace far presto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Dei vapori partiti da Cagliari per Palermo, giunse primo il Washington con Garibaldi nel pomeriggio del 16 agosto. Appena giunto il Dittatore si occupò delle gravissime cose politiche di quei giorni, dell’annessione prima di tutto, che era l’argomento della discordia; dei bisogni dell’esercito, delle disposizioni per il passaggio in Calabria. Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione, e di indirizzarla alle terre pontificie dalla Sicilia stessa, cosa d’altronde che risultava nell’ordine d’idee stabilito nel compromesso di Genova con Farini. Il Dittatore essendo già a letto, gli fu detto di ritornare alle 4 dell’indomani mattina. Ricevuto all’ora indicata, Garibaldi gli disse subito che per le sue operazioni gli occorreva di riunire quanti più uomini potesse, e che perciò doveva contare sulle truppe da lui Pianciani condotte in Sicilia. Ma subito soggiungeva che egli era sempre d’avviso che fosse utilissimo di operare la diversione nello Stato pontificio, di promuovere colà l’insurrezione, e di sostenerla energicamente; che intanto si facesse subito coi volontari di Nicotera e di Caucci apprestati a Firenze ed in Romagna ; « molte volte si ottiene più con 2000 uomini che con 10.000; che facciano adunque; e se non potranno finire comincino almeno, che noi andremo ad incontrarli per terminare assieme l’opera che avranno incominciata.>> Disse poi a Pianciani che rimanesse a Palermo che avrebbe pensato a valersi di Lui. Ma Pianciani fece osservare al Dittatore che potevano bensì restare i suoi sottoposti, e che li aveva esortati a ciò fare; non lui che aveva promesso di condurli altrove . Inoltre poichè il Dittatore aveva detto che poteva bastare a compiere la diversione nello Stato romano quella parte dei suoi dipendenti che si trovava tuttora in Toscana e Romagna, l’onore gli imponeva di raggiungerla per fare il possibile nel senso indicato dal Dittatore. Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 246 e ssg., in proposito scriveva che: A sera, il “Washington” fece rotta per Cagliari dove si erano raccolte le altre navi per caricare combustibile, e dove era giunto anche l’ultimo piroscafo della spedizione, il “Byzantin”, sul quale viaggiava il colonnello Pianciani. Questi saputo che Garibaldi e Bertani erano assieme, obbedì all’ordine di raggiungere Palermo, ma una volta nell’Isola, chiese e ottenne un colloquio col Dittatore. Garibaldi gli disse che era sua intenzione di far passare tutte le truppe di cui disponeva sul Continente per marciare su Napoli, bastando a un attacco agli Stati romani le forze radunate in Toscana.”.

LE DIMISSIONI DI PIANCIANI E LA NOMINA DI RUSTOW

Nel 17 agosto 1860, a Palermo, Garibaldi e le dimissioni dei comandanti dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani (chiamata TERRANOVA): PIANCIANI (Comandante in capo), il colonnello THARRENA (comandante della Brigata PARMA), che fu affidata al maggiore SPINAZZI e, il colonnello GANDINI (comandante della Brigata MILANO) 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, a Palermo, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo di una parte delle truppe dell’ex Spedizione “Terranova” o ex “Spedizione Pianciani”, a Palermo, che Garibaldi e Bertani avevano trovate a Golfo Aranci ivi riunite, in seguito al colloquio che Garibaldi ebbe col il Comandante in Capo di dette truppe, il colonnello Pianciani, alcuni comandanti delle designate Brigate, insieme a lui si dimisero. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione etc…”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Pianciani arrivò la sera del 17 agosto 1860 ma non potè vedere subito Garibaldi. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Garibaldi accettò le dimissioni di Pianciani, di Tharrena e di Gandini e li sostituì con altri comandanti. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Inoltre Garibaldi, in quella occasione, il 17 agosto 1860 a Palermo nominò Capo di Stato Maggiore il colonnello Wilhelm RUSTOW, per gli italiani Guglielmo RUSTOW, che come vedremo li porterà a Sapri, insieme al generale TURR a cui era stato affidato il comando in Capo delle dette Truppe garibaldine. A Rustow, fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Per questa fase, i maggiori testimoni restano il Rustow ed il Pianciani. Oltre al fatto che alcuni comandanti si dimisero, Garibaldi decise di aggregare queste truppe alla 15° Divisione, in quel momento affidata al generale TURR. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, …..e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Come abbiamo visto in precedenza, il colonnello Tharena comandava la Brigata PARMA. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Dunque, la BRIGATA PARMA ebbe come nuovo comandante il maggiore SPINAZZI.La brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: Ma Pianciani fece osservare al Dittatore che potevano bensì restare i suoi sottoposti, e che li aveva esortati a ciò fare; non lui che aveva promesso di condurli altrove. Inoltre poichè il Dittatore aveva detto che poteva bastare a compiere la diversione nello Stato romano quella parte dei suoi dipendenti che si trovava tuttora in Toscana e Romagna, l’onore gli imponeva di raggiungerla per fare il possibile nel senso indicato dal Dittatore. Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta che a Sapri, la Brigata MILANO arrivasse con il De Giorgi o De Giorgis senza il colonnello GANDINI. In effetti, oltre al Pittaluga anche altri autori scrissero che GANDINI si era dimesso. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, etc…”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “PARMA”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “MILANO”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Per esempio, il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi.A Palermo non era ancora arrivata la Brigata BOLOGNA o PUPPI. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., addirittura lo chiama “CANTINI”, non “GANDINI” ed in proposito scriveva che: Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, etc…”. E’ un errore di trascrizione ? Il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; etc…Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine…..La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Etc…”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 246 e ssg., in proposito scriveva che: Pianciani protestò e si dimise, dichiarando che egli e i suoi uomini si erano riuniti e armati per combattere nelle terre Pontificie, non in Calabria. La verità è che Pianciani, come la maggioranza dei volontari della Spedizione, era repubblicano, e aveva accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” per le stesse ragioni che spingevano allora, i più ardenti e ostinati mazziniani ed accantonare il problema istituzionale: bisognava agire, ora o mai più, per unificare la Penisola; poi si sarebbe discusso di come organizzarla politicamente e quali istituzioni darle. C’era, insomma, in quegli uomini, una riserva mentale verso i Savoia e la monarchia che il diffidente Cavour ben conosceva, e, dal punto di vista del Primo Ministro sardo, giustificava le misure prese contro la Spedizione. La quale Spedizione, inoltre, avrebbe impedito al Piemonte di attuare il piano elaborato dal Conte: invadere l’Umbria e Marche con le truppe regolari, e porre un “alt” all’avanzata garibaldina e al crescente prestigio dell'”avventuriero eroico”..”.

LA NOMINA DI RUSTOW

Nel 16-17 agosto 1860, a Palermo, Garibaldi nominò il colonnello Wilhelm RUSTOW Capo di Stato Maggiore di tre brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani): la Brigata MILANO (comandata da CANTINI o GANDINI (?) affidata al maggiore DE GIORGIS ?), la Brigata PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI), la Brigata BOLOGNA (affidata al tenente PUPPI),  che vennero così aggregate all’Esercito Meridionale ed alla  15° Divisione     

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, …..e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, …Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da Puppi ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine…..La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e,  l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata “Bologna”, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”.  Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci,….”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Non aveva io stesso formato quel corpo, esclusivamente quasi può dirsi ? non conosceva io personalmente tutti gli ufficiali, ai quali aveva consegnato i loro brevetti, tutti i volontari quasi che avevo io stesso riuniti nelle prime compagnie, organizzati poi a battaglioni, a brigate ? Potevo io non essere dolente di dare la mia dimissione, ritirarmi, quando sapeva quali elementi quel corpo conteneva, e sapeva in conseguenza che si sarebbe distinto in qualunque luogo dove per servire l’Italia fosse stato impiegato ? errava io forse nel giudicarne? i fatti han già risposto per me. Il colonnello Puppi che è morto sul campo di battaglia; il colonnello Rüstow che come capo di Stato maggiore del generale Turr dirige i lavori di assedio intorno a Capua; il maggiore Cattabeni che s’ impadroni di Cajazzo, prendendolo —dicono i fogli, strada per strada, casa per casa, respingendo nel Volturno i regi che nel villaggio si erano fortificati; il capitano Pedotti, che tanto si distinse alla stazione di Capua, che tanto si addentrò fra i nemici da farne annunziare la morte perchè si credeva impossibile che fosse altrimenti, appartenevano tutti alla nostra spedizione. Apparteneva alla spedizione e il battaglione bolognese che comandava Cattabeni, e i cacciatori milanesi che seguivano il Pedotti, e i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow. Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle ; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava ; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 208, in proposito scriveva che: “Tornando al discorso che io ebbi con Garibaldi , egli conchiuse dicendomi restassi in Palermo dove, aggiunse cortesemente, avrei avuto un collocamento conveniente; io di questo lo ringraziai, pregandolo invece mi autorizzasse a partire ; e da che egli sembrava insistere, soggiunsi: Generale, voi siete troppo uomo di onore per non sentire i doveri che impone una promessa; io sono oltremodo dolente di allontanarmi da voi, e ciò voi potete vedermi nel volto; ma io ho promesso a molti di andare nello Stato Romano, voi stesso ordinate chevadano in quello i volontarii che sono in Toscana , l’onore m’impone di raggiungerli, non per reclamare comandi, ma per unirmi ad essi e fare insieme tutto ciò che sarà possibile perchè i vostri voleri siano eseguiti, perchè quelle infelici popolazioni, che ci aspettano, siano in qualche modo soccorse ; se non riusciremo , io avrò almeno fatto il mio dovere, mantenuta la mia parola. Il Generale mi strinse la mano, aggiungendo dopo un momento di riflessione , voi partite dunque per … Livorno, io replicai; e così ebbe fine il nostro colloquio . – Avendo presentato a lui il colonnello Rüstow, come quello al quale io dovea cedere il comando: Voi lo riterreté ,  ei gli disse , durante l’assenza del colonnello Pianciani maniera cortese per farmi intendere come fosse dispiacente della determinazione che io avevo dovuto prendere.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 210-211, in proposito scriveva che: “…quello nel quale lo lasciai a Palermo, delle offerte fattemi perchè rimanessi, del dispiacere mostrato perchè me ne andava. Rimasi quattro giorni a Palermo, aspettando la partenza del vapore per Livorno; intanto i corpi della spedizione che si trovavano già nella città, e che arrivavano dalla Sardegna, erano successivamente diretti a Melazzo; dello sbarco imminente delle Calabrie si veniva dicendo, fra i più informati, e dopo due giorni se n’ebbe la notizia ufficiale.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena , Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) …..”. Su questa Brigata Garibaldina abbiamo alcune notizie, alcune delle quali, come vedremo innanzi riguarderanno il suo sbarco nel porto naturale di Sapri. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 246 e ssg., in proposito scriveva che: Dimessosi il Pianciani, il comando in capo della Spedizione fu preso da Guglielmo Rustow, il quale, il 20 agosto, con il grosso dei suoi uomini si trovava a Milazzo, mentre una divisione rimaneva a Palermo e un’altr era stata trasferita a Taormina. In tal modo Cavour aveva raggiunto in pieno il suo obiettivo: la Spedizione Bertani-Pianciani era scompaginata. Rimanevano in Toscana le due brigate organizzate da Nicotera, ma anch’esse furono costrette a recarsi in Sicilia, portando così a oltre ventimila i volontari su cui poteva contare Garibaldi per passare in Calabria.”.

A CAGLIARI

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, l’arrivo del vapore BYZANTIN con lo Stato Maggiore della Spedizione TERRANOVA: il colonnello PIANCIANI, il colonnello RUSTOW, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI   

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore. Costui, giusta l’ordine avuto, era partito ultimo da Genova persuaso di trovare tuttti gli altri che l’avevano preceduto, fermi per attenderlo a Golfo degli Aranci, dove invece non aveva trovato nessuno. Solo quel giorno – 13 luglio – a lui sarebbe stata rimessa la lettera diretta da Garibaldi al Bertani sin dal 30 giugno etc…In seguito all’ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto, nel pomeriggio del 15, allorché era apparso il ‘Waschington’ col Dittatore reduce da Caprera.. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore. Il tempo alquanto torbido, quando il Byzantin levò l’áncora, ossia verso mezzogiorno, si rischiarò per lasciar luogo al più splendido cielo che mai possa esser veduto in Italia. Il 14 alle quattro dopo mezzodì , volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Rustow, continuando il suo racconto scriveva che: Il Bizantino, che aveva a bordo una parte della brigata Gandini e Puppi e tutto lo Stato maggiore, sebbene tutte le truppe fossero imbarcate fino dalle otto della mattina, era però rimasto a Genova fino al pomeriggio del 13 in seguito alle meschine mano. E così il Bizantino non arrivò che verso la sera del 14 nel golfo degli aranci e quindi nel seno di Terranova. Ma Garibaldi non avendovi trovato nella mattina del 14 che una gran parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi ( Bologna ), le aveva condotte subito con sè a Cagliari. Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo , dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Dunque, a Golfo Aranci Garibaldi trovò una parte delle due Brigate Milano e Puppi ed un’altra parte venne a Golfo Aranci, partendo da Genova, il 13 agosto 1860, con il colonnello Pianciani e lo stato maggiore dell’ex spedizione Bertani-Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Dunque, De Sivo scriveva che Pianciani, ultimo ad arrivare nella Baia di Terranova in Sardegna, si era partito da Genova, dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo;”. De Sivo scrive che Pianciani, non avendo trovato nessuno alla Baia di Terranova (a Golfo Aranci), in Sardegna, dove era arrivato a tarda sera del 14 agosto 1860, con il vapore “Byzantino”, si reca a Cagliari dove incontrò Garibaldi che gli parlò e lo comandò di andare a Palermo con le due Brigate che portava, la MILANO e la BOLOGNA (PUPPI). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, in cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: III. ….sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Etc…”. Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “….Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone…..Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, in proposito scriveva che: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “….ringraziai quei buoni abitanti dell’ interesse grandissimo del quale avevano dato pruova perchè la spedizione di nulla mancasse , e tornai a bordo ordinando che si partisse subito per Cagliari. Se ivi non avessi trovato i bastimenti avrei potuto almeno e più facilmente che altrove averne notizia. Avrei potuto a mezzo del Telegrafo comunicare con Genova, pormi direttamente in corrispondenza colla Sicilia, ricevere istruzioni: sollecitai per questo il Capitano del bastimento onde arrivasse a Cagliari tanto prima quanto più avesse potuto. Profitto della circostanza per rendere testimonianza di riconoscenza al Capitano del Bisantino, del quale sono dolente di non ricordare il nome; egli non solo in quella circostanza, ma sempre durante tutto il viaggio, mi diede prove di sua premura nel secondarmi dell’ opera sua e dei suoi, in tutto ciò che io volessi. Egli aveva un contratto è vero, ma sono ben lontano dal volere attribuire a ciò principalmente lo zelo che mostrava per noi; era perchè amava l’Italia nostra e quella causa che noi difendevamo; rispetto, ammirazione grandissima nudriva per Garibaldi, e noi sapeva volerlo coadjuvare nel miglior modo che per noi si potesse a poter mantenere quanto agli Italiani aveva promesso; ed infine, mi sia permesso pensare, perchè per me aveva pure concepito una qualche affezione: in dieciotto ore noi giungemmo a Cagliari. Avvicinandoci a quel porto fu il Capitano che il primo mi disse vedervi dei bastimenti, che credeva poter essere quelli della nostra spedizione, e quanto di quella notizia io fossi contento è facile imaginare; se nou che meglio in seguito osservando io stesso potei riconoscere che tutti non v’erano; mancava il Torino, l’Ammazzone e l’Isère. Mentre ci preparavamo ad entrare nel porto, da un piroscafo che era nella rada vedemmo staccarsi una lancia dalla quale si facevano segnali perchè ci fermassimo; dissi che si aspettasse. Etc…”. Dunque, Pianciani, racconta che arrivato a Golfo Aranci, in Sardegna, nella Baia di Terranova, con il suo vapore “Bizantino”, si recò personalmente nella piccola cittadina “Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino.”. Pianciani racconta che fece salire sul suo vapore due ufficiali e qualche soldato della Spedizione a cui avevano vietato di imbarcarsi in quanto i loro bastimenti erano già ripartiti. Presumo fossero i bastimenti Torino e Amazzone che avevano portato a Palermo le due Brigate Eberhard e Tharrena. Tuttavia, Pianciani partitosi da Genova con Rustow portava una parte della Brigata MILANO ed una parte della Brigata PUPPI. Dei soldati volontari garibaldini che Pianciani portava sul vapore Byzanti, da Genova ne parla quando racconta dell’incontro con Garibaldi a Cagliari. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., in proposito scriveva che: Garibaldi mi dimandava per prima cosa, quanti uomini avessi con me, e alla mia risposta replicava sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini, comincia ad essere qualche cosa, e subito dopo quant’ acqua e quanto carbone vi rimane ? per rispondere a questo chiamai il capitano, e quando ne fu informato Ebbene Colonnello, soggiunse, partirete subito per Palermo. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 150, in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente: Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”.

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse: « Sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa ». Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone, « ebbene colonnello partirete subito per Palermo »; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene ; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti, dicendo << state di buon animo, tutto va bene ».

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, l’incontro tra GARIBALDI ed il colonnello PIANCIANI, che era con RUSTOW ed una parte delle due Brigate MILANO e della Brigata PUPPI 

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile. Garibaldi ingiunse a Pianciani di partire immediatamente per Palermo, ed ai bastimenti che al momento si trovavano sprovveduti di carbone, di seguire al più presto la medesima direzione.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore. Costui, giusta l’ordine avuto, era partito ultimo da Genova persuaso di trovare tuttti gli altri che l’avevano preceduto, fermi per attenderlo a Golfo degli Aranci, dove invece non aveva trovato nessuno. Solo quel giorno – 13 luglio – a lui sarebbe stata rimessa la lettera diretta da Garibaldi al Bertani sin dal 30 giugno etc…. Dunque, Agrati scriveva che, dopo la breve sosta a Caprera, il vapore Washington e Garibaldi, il 15 agosto 1860, arrivano a Cagliari dove, nel pomeriggio era arrivato anche la nave “Byzantin” che portava tutto lo Stato Maggiore della Spedizione “Terranova” (così battezzata dal Bertani). Agrati scriveva pure che: “In seguito all’ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto, nel pomeriggio del 15, allorché era apparso il ‘Waschington’ col Dittatore reduce da Caprera.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno.  Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17; etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; etc…”Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., in proposito scriveva che: Avvicinandoci a quel porto fu il Capitano che il primo mi disse vedervi dei bastimenti, che credeva poter essere quelli della nostra spedizione, e quanto di quella notizia io fossi contento è facile imaginare; se nou che meglio in seguito osservando io stesso potei riconoscere che tutti non v’erano; mancava il Torino, l’Ammazzone e l’Isère. Mentre ci preparavamo ad entrare nel porto, da un piroscafo che era nella rada vedemmo staccarsi una lancia dalla quale si facevano segnali perchè ci fermassimo; dissi che si aspettasse. Era in quella imbarcazione un marinajo che remigava e due uomini dalle camicie rosse, uno dei quali teneva il timone. Mia moglie, che pur mai di persona aveva veduto il Garibaldi, ma che molti ritratti ne aveva osservati, fu la prima a dire sul nostro bordo è il Generale. Aveva ragione; e a quelle parole potete credere qual fosse il tumulto che seguiva. Il Generale ripetevano i volontari, e gli evviva all’ Italia, a Garibaldi cominciavano. Garibaldi viene con noi, molti pensavano e dicevano ; ed io pure ho per un momento sperato che avesse risoluto di prendere egli stesso il comando della spedizione. Il Generale intanto arrivava a basso bordo del bastimento, io mi avvicinava là dove la barca era , e avrei voluto far discendere una scala, ma egli non aspettava, e aggrappandosi ai rivestimenti saliva sul parapetto della nave; io credeva sarebbe sceso sul ponte , e i volontari, che si affollavano per essergli più vicini, pregava si ritirassero per lasciarli almeno un posto ove scendere: e ciò essi, docili come sempre, facevano ; ma il Generale mi diceva non disturbassi nessuno, che sarebbe restato là come era, fra due corde, all’una delle quali si sosteneva. – Garibaldi mi dimandava per prima cosa, quanti uomini avessi con me, e alla mia risposta replicava sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini, comincia ad essere qualche cosa, e subito dopo quant’ acqua e quanto carbone vi rimane ? per rispondere a questo chiamai il capitano, e quando ne fu informato Ebbene Colonnello, soggiunse, partirete subito per Palermo.  – Quella parola distrusse ad un tratto tutte le speranze delle quali in quegli ultimi giorni mi era pasciuto; taluni ufficiali, che erano poco distanti, dissero che io aveva impallidito, e ciò dovette esser vero, e il Generale avvedersene pure, giacchè, stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. L’insistere mi sarebbe sembrato indiscreto; sicchè volgendomi al capitano: A Palermo replica ad alta voce perchè tutti i volontari sentissero e facciamo di arrivare il più presto possibile Garibaldi che già si allontanava credo sentisse egli pure, e mi parve udire che salutandomi dicesse , bravo, colonnello, che non si perda tempo.”.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse: « Sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa ». Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone, « ebbene colonnello partirete subito per Palermo »; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene ».” .

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, la partenza di GARIBALDI, sul vapore Washington con i volontari garibaldini diretti a Palermo  

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “………... Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo , domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: Esercito Meridionale. Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Garibaldi, si partì da Cagliari il giorno 15 agosto 1860, sul Washington che arrivò a Palermo verso le ore 20,00 del giorno 17 agosto 1860. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 191 e ssg., in proposito scriveva che: “….indiscreto; sicchè volgendomi al capitano: A Palermo replica ad alta voce perchè tutti i volontari sentissero e facciamo di arrivare il più presto possibile Garibaldi che già si allontanava credo sentisse egli pure, e mi parve udire che salutandomi dicesse, bravo, colonnello, che non si perda tempo. – Potevo , dovevo io fare altrimenti ? Noi tutti avevamo promesso di seguire Garibaldi in quella magnanima impresa sua, per condurla al termine che le aveva prefisso, la completa liberazione, l’Unità dell’Italia . Quelle stesse ragioni che mi avevano determinato , dietro i suoi ordini, a spingere le operazioni sullo Stato Romano a tutta oltranza malgrado qualunque opposizione, qualunque ostacolo che avessi potuto superare , quelle stesse ragioni io dico, mi facevano allora una legge di andare a Palermo, comunque fossi convinto che la discesa sullo Stato Romano della nostra spedizione non avrebbe avuto più luogo. A che dunque parlare col Bertani ? avrebbe egli voluto dare ordini in opposizione di quelli del Generale ? sono……”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 150, riferendosi a Garibaldi a ciò che scrisse nelle sue “Memorie”, in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene » . Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a pp. 117-118, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “S’imbarcava sul Washington, e , non curando la robusta crociera , navigava al golfo degli Aranci in Sardegna, ove trovavansi i volontari che il Bertani aveva riuniti a Spezia ed a Genova per operare con gli altri riuniti dal Pianciani nell’ Umbria e dal Nicotera in quel di Toscana a Castelpucci, e fattili imbarcare su i piroscafi Franklin e Torino mandava a Palermo e di là a Taormina, ove era il Bixio con la sua divisione. Vi giungeva egli stesso la mattina del 19, ed immediatemente ordinava a Bixio d’imbarcare tutta la gente su due vapori venuti da Palermo. Udito però, scrive il Guerzoni, che le navi avevano bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti. Pigiati in quei due piroscafi pieni di avarie e di magagne quattro mila uomini, nella notte del 19 agosto sferra da Taormina. Corre tutta quella notte non visto, non sospettato, nella direzione di Greco , ed ai primi albori del 29 afferra presso Mèlito , tra capo delle Armi e capo Spartivento, il suolo calabrese.”.

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, la partenza del colonnello PIANCIANI, di RUSTOW sul vapore Byzantin

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Garibaldi ingiunse a Pianciani di partire immediatamente per Palermo, ed ai bastimenti che al momento si trovavano sprovveduti di carbone, di seguire al più presto la medesima direzione. Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Pianciani, ….e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17;….. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo , domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: Esercito Meridionale. Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Garibaldi, si partì da Cagliari il giorno 15 agosto 1860, sul Washington che arrivò a Palermo verso le ore 20,00 del giorno 17 agosto 1860. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi , gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata. Mentre si svolgevano tutte queste cose in Sardegna, avveniva, nella notte del 13 al 14 agosto il tentativo di rapimento nel porto di Napoli, del vascello il Monarca. La coincidenza di questo fatto coll’assenza inopinata di Garibaldi dalla Sicilia , fecero attribuire a Garibaldi stesso il fallito tentativo tanto che lo affermarono nelle loro pregiate storie il RUSTow (p . 252 ) ; DE SIVO ( 138) ; PIGORINI-TURR ( 128 ); DELLI FRANCI ( 86). Ma non è vero affatto, come risulta dal racconto delle cose qui ora esposte, avvenute in Sardegna. La notte del 13 al 14 agosto, Garibaldi era nel Golfo di Terranova. Sul tentato rapimento, vedasi nel cenno biografico di Sgarallino Andrea.”.

Nel 16 agosto 1860, nel porto di Palermo l’arrivo di Garibaldi ed i volontari della Spedizione battezzata dal Bertani TERRANOVA, (le truppe di volontari  dell’ex ‘Spedizione BERTANI-PIANCIANI: la Brigata BOLOGNA, che diventerà Brigata PUPPI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Dunque, il Guerzoni racconta che Garibaldi arrivato a Golfo degli Aranci in Sardegna vi trova solo due compagnie dell’ex Spedizione per gli Stati Pontifici, erano le due compagnie comandate dal Gandini e dal Puppi. Vi era pure Pianciani e Rustow con loro. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washngton’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Garibaldi già era partito per Trapani dopo essere giunto a Palermo e Bertani non lo trova. Bertani arriva dalla Sadegna ma non trova Garibaldi a Palermo. Agrati, a p. 332, riferendosi al Pianciani e a Rustow, in proposito scriveva: “Il 16 sera giunge a Palermo, e mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, l’Agrati scrive che Bertani, arrivò sia dopo l’arrivo di Garibaldi che il 17 agosto 1860 era ripartito per Trapani e sia dopo l’arrivo del vapore Byzantin che portava il Pianciani e lo Stato Maggiore (Rustow etc…), il quale riuscì a parlare con Garibaldi prima che egli ripartisse per Trapani. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, etc…”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi, a Golfo Aranci, il 14 agosto 1860, insieme a Bertani aveva trovato la maggior parte della Brigate Milano e Bologna (la Gandini e la Puppi) e li portò a Cagliari per fare rifornimento. Poi, a p. 266 aggiunge che: “Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco , vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini , si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Garibaldi, …..con una sola parola dislocò la spedizione e la fece dirigere verso la Sicilia sotto il comando dei suoi principali capi, escluso il colonnello Pianciani, che, avendo impegnato la sua parola per l’invasione degli Stati pontifici, credette di doversi ritirare quando si vide in contrasto col generale in capo dell’esercito meridionale (1).”. Du Champ, a p. 30, nella nota (1) postillava che: “(1) ……………………………………..”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani….Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”. Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate però che io abbia cambiato il mio pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero etc…”. Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani,…”Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, Pecorini-Manzoni, a p. 128, in proposito concludeva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri.”. Dunque, Pecorini scriveva che il conte Luigi Pianciani e Giovanni Nicotera, a Palermo, in seguito al colloquio con Garibaldi decisero di dimettersi dalla Spedizione e lasciarono le truppe a Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui. Non lo vede, invece, che al mattino seguente e soltanto allora può esporgli le sue ragioni, a cui il Dittatore risponde ch’egli è fermamente deciso a portar tutte le truppe in Calabria e di là marciare sopra Napoli, e che il Pontificio bastano le truppe che sono in Toscana e in Romagna. Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, etc….A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova. Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani…..e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 333, in proposito scriveva che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di ‘Terranova’.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto. Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova. Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l’Independance’ che fa 11 miglia etc..”. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….Fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo e Depretis non ebbe così da eseguire quell’ordine increscioso, che poi non venne più ricordato forse per il precipitare degli eventi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, disorientato e scoraggiato, ubbidì, ma, appena giunto a Palermo, volle incontrarsi col Dittatore. Garibaldi gli osservò che per varcare lo Stretto e proseguire nel Continente gli occorrevano molti uomini e armi e doveva quindi fare conto anche su quelli della spedizione; non aveva però abbandonato l’idea della diversione, che intanto si poteva fare con i volontari di Nicotera e di Caucci raccolti a Firenze e in Romagna; pregava perciò il Pianciani di rimanere a Palermo perchè intendeva valersene; ma il Pianciani obiettò che, mentre potevano restare i suoi sottoposti, egli, che aveva promesso e si era impegnato con tutti i volontari di portarli sul Pontificio, non riteneva di dover più rimanere loro capo in Sicilia, e contava quindi di raggiungere il Nicotera ed il Caucci per tentare con essi la diversione; suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto. Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui. Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina , venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi, a Golfo Aranci, il 14 agosto 1860, insieme a Bertani aveva trovato la maggior parte della Brigate Milano e Bologna (la Gandini e la Puppi) e li portò a Cagliari per fare rifornimento. Poi, a p. 266 aggiunge che: “Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Nella mattina del 17 Pianciani ebbe un’ abbocamento con Garibaldi. Questi gli disse , che non poteva permettere la spedizione sul territorio romano, essendogli indispensabile quella divisione per la sua impresa sul continente napoletano. Bisogna fare espressa menzione di ciò, poichè , per motivi che si possono facilmente comprendere erasi sparsa la voce menzognera, che Garibaldi avrebbe condotta egli stesso la divisione Terranova nelle romagne, se avesse trovato la mattina del 14 più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi nel golfo degli aranci, e che solo quel numero scarso di truppe lo aveva fatto risolvere di condurle in Sicilia. In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla. Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. A motivo della partenza di Pianciani, dello sviamento della divisione dalla sua originaria destinazione, dei malcontento e della dissensione che nè risultò quà e là, era sorvenuta una certa confusione negli affari, ed un certo numero di ufficiali e di soldati avevano voluto dimettersi con Pianciani a Palermo. Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 725-726, in proposito scriveva che: “A queste parole del Dittatore, Pianciani diede le sue dimissioni, e Garibaldi affidò il comando delle tre brigate Tarrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere Rustow , che ebbe in pari tempo l’ordine di recarsi in Milazzo e di riunire ed organizzare colà tutta intera quella.  Tarrena seguiva intanto l’esempio del Pianciani ed aveva preso il suo congedo; il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. La partenza di Pianciani, di Tarrena e di altri ufficiali aveva gittato un certo malcontento nei componenti quella spedizione numerosa ;”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 773, in proposito scriveva che: “Il giorno 24 agosto, il generale Garibaldi concentrò tutta la sua armata attiva, eccetto la divisione Rustow che stava tuttavia in Milazzo, nelle vicinanze di Scilla col seguente ordine: alla testa stavano le truppe arrivate di fresco da Sicilia ; poi le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz e la divisione Medici, e finalmente la divisione Bixio. L’artiglieria, che in parte era disbarcata, fu da Orsini impiegata a formare nuove batterie sul litorale dell’estrema Calabria, perchè l’esercito rivoluzionario, guardato…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 208, in proposito scriveva che: “Tornando al discorso che io ebbi con Garibaldi, egli conchiuse dicendomi restassi in Palermo dove, aggiunse cortesemente, avrei avuto un collocamento conveniente; io di questo lo ringraziai, pregandolo invece mi autorizzasse a partire; e da che egli sembrava insistere, soggiunsi : Generale, voi siete troppo uomo di onore per non sentire i doveri che impone una promessa; io sono oltremodo dolente di allontanarmi da voi , e ciò voi potete vedermi nel volto; ma io ho promesso a molti di andare nello Stato Romano, voi stesso ordinate chevadano in quello i volontarii che sono in Toscana, l’onore m’impone di raggiungerli, non per reclamare comandi, ma per unirmi ad essi e fare insieme tutto ciò che sarà possibile perchè i vostri voleri siano eseguiti , perchè quelle infelici popolazioni, che ci aspettano, siano in qualche modo soccorse ; se non riusciremo , io avrò almeno fatto il mio dovere, mantenuta la mia parola. Il Generale mi strinse la mano, aggiungendo dopo un momento di riflessione , voi partite dunque per … Livorno, io replicai; e così ebbe fine il nostro colloquio . – Avendo presentato a lui il colonnello Rüstow, come quello al quale io dovea cedere il comando : Voi lo riterreté ,  ei gli disse , durante l’assenza del colonnello Pianciani maniera cortese per farmi intendere come fosse dispiacente della determinazione che io avevo dovuto prendere.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 210-211, in proposito scriveva che: “…quello nel quale lo lasciai a Palermo, delle offerte fattemi perchè rimanessi, del dispiacere mostrato perchè me ne andava. Rimasi quattro giorni a Palermo, aspettando la partenza del vapore per Livorno; intanto i corpi della spedizione che si trovavano già nella città, e che arrivavano dalla Sardegna, erano successivamente diretti a Melazzo ; dello sbarco imminente delle Calabrie si veniva dicendo, fra i più informati, e dopo due giorni se n’ebbe la notizia ufficiale.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata. Mentre si svolgevano tutte queste cose in Sardegna, avveniva, nella notte del 13 al 14 agosto il tentativo di rapimento nel porto di Napoli, del vascello il Monarca. La coincidenza di questo fatto coll’assenza inopinata di Garibaldi dalla Sicilia, fecero attribuire a Garibaldi stesso il fallito tentativo tanto che lo affermarono nelle loro pregiate storie il RUSTow (p . 252 ); DE SIVO ( 138) ; PIGORINI-TURR ( 128 ); DELLI FRANCI ( 86). Ma non è vero affatto, come risulta dal racconto delle cose qui ora esposte, avvenute in Sardegna. La notte del 13 al 14 agosto, Garibaldi era nel Golfo di Terranova. Sul tentato rapimento, vedasi nel cenno biografico di Sgarallino Andrea.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a pp. 117-118, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “S’imbarcava sul Washington, e , non curando la robusta crociera , navigava al golfo degli Aranci in Sardegna, ove trovavansi i volontari che il Bertani aveva riuniti a Spezia ed a Genova per operare con gli altri riuniti dal Pianciani nell’ Umbria e dal Nicotera in quel di Toscana a Castelpucci, e fattili imbarcare su i piroscafi Franklin e Torino mandava a Palermo e di là a Taormina, ove era il Bixio con la sua divisione. Vi giungeva egli stesso la mattina del 19, ed immediatemente ordinava a Bixio d’imbarcare tutta la gente su due vapori venuti da Palermo. Udito però, scrive il Guerzoni, che le navi avevano bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti. Pigiati in quei due piroscafi pieni di avarie e di magagne quattro mila uomini, nella notte del 19 agosto sferra da Taormina. Corre tutta quella notte non visto, non sospettato, nella direzione di Greco, ed ai primi albori del 29 afferra presso Mèlito, tra capo delle Armi e capo Spartivento, il suolo calabrese.”.

Nel 16 di sera o era già 17 (?) agosto 1860, a Palermo arrivò il colonnello PIANCIANI con lo Stato Maggiore, il colonnello RUSTOW, ed una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI (le truppe di volontari  dell’ex ‘Spedizione PIANCIANI’ (poi detta di Terranova), il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI   

Dalla Sardegna, il primo a ripartire per la Sicilia fu Garibaldi sul vapore Washington, ma sia Bertani che il Pianciani, che era arrivato sul “Byzantin”, ripartirono per la Sicilia solo dopo Garibaldi in quanto i vapori non avevano fatto del tutto rifornimento di carbone. Il colonnello Luigi Pianciani, comandante della Spedizione battezzata dal Bertani “Terranova”, si era partito d Genova, con Rustow e tutto lo Stato Maggiore, insieme ad altri volontari garibaldini che ancora non erano arrivati a Golfo Aranci. Si è visto che essi da Cagliari, ingiunti da Garibaldi dovettero ripartire per Palermo, ma essi non viaggiarono con Garibaldi che pure viaggiò per mare per Palermo ma ripartirono da Cagliari sul vapore Byzantin. Arrivarono a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Il colonnello Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco, vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini, si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore.”. Dunque, il colonnello Rustow, che coe facente parte dello Stato Maggiore si imbarcò con Pianciani a Genova, scriveva che arrivarono da Cagliari a Palermo il 16 agosto 1860, ma di sera: ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente.”. Infatti, Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Dunque, il Pianciani testimonia essere arrivato a Palermo il 17 agosto 1860. Ma Pianciani scriveva che arrivarono a Palermo il 17 agosto 1860 perchè, infatti, il Rustow spiega che il Pianciani: “lo differi fino alle 4 della mattina seguente.”. A questo punto, però noto e faccio una precisazione. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, da ciò che scriveva il Bertani nel suo Diario si evince che egli da Cagliari era arrivato a Palermo dopo di Garibaldi e quindi, da ciò deduco che forse Bertani si era imbarcato con Pianciani e Rustow sul vapore Byzantin. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White:  “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, etc….”. Dunque, la White scriveva che, Garibaldi, “ritornato da Caprera a Cagliari”, (col Washington) nota che a Cagliari era arrivato (il 14 agosto 1860 anche il Pianciani, sul “Bysantin”, con una parte della brigata Puppi e con lo Stato Maggiore (Rustow ed altri. Riguardo a Bertani a Cagliari dopo il rientro di Garibaldi da Caprera, vediamo cosa scriveva un altro testimone di eccezione. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…..stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: “State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. Etc..”.  Dunque, Pianciani scriveva che Garibaldi gli disse che Bertani era sul vapore Washington e che con lui doveva viaggiare fino a Palermo, dove avrebbe potuto vedere ed incontrare. Dunque, a Cagliari, secondo quanto scrive il Pianciani, Bertani era con Garibaldi che gli promise che Bertani poteva vederlo a Palermo. Pianciani non incontrò Bertani a Cagliari. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi , trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito Meridionale. Cagliari , 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”.”. Dunque, secondo ciò che scrisse la White, Garibaldi invitò Bertani a seguirlo a Palermo ma Bertani  “vuole rimanere coi volontari, etc…” e, prega Garibaldi di scrivergli l’ordine di recarsi a Palermo. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. . Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 264-265, in proposito scriveva: Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, ………..”, poi continuando il suo discorso, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Nella mattina del 17 Pianciani ebbe un’ abbocamento con Garibaldi. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Pianciani….Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Dei vapori partiti da Cagliari per Palermo, giunse primo il Washington con Garibaldi nel pomeriggio del 16 agosto. Appena giunto il Dittatore si occupò delle gravissime cose politiche di quei giorni, dell’annessione prima di tutto, che era l’argomento della discordia; dei bisogni dell’esercito, delle disposizioni per il passaggio in Calabria. Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione, e di indirizzarla alle terre pontificie dalla Sicilia stessa, cosa d’altronde che risultava nell’ordine d’idee stabilito nel compromesso di Genova con Farini. Il Dittatore essendo già a letto, gli fu detto di ritornare alle 4 dell’indomani mattina. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 725-726, in proposito scriveva che: “……………………………..”.

Nel 17 agosto 1860, a Palermo, il colloquio tra GARIBALDI e il colonnello PIANCIANI che si dimise dal comando della Spedizione TERRANOVA (ex spedizione Bertani-Pianciani)

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco, vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini, si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore. In quanto a me, non vincolato come il colonnello Pianciani e d’altronde considerando che noi avevamo sempre riconosciuto Garibaldi come nostro capo supremo, pensai che a lui solo competesse il diritto di decidere sull’indirizzo delle nostre operazioni. Sebbene assai penoso ed amaro, mi riuscisse il rinunciare ad un’impresa per la quale aveva già tutto predisposto e che vagheggiava con viva passione, pure non esitai a ciecamente sottomettermi agli ordini di Garibaldi. Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 266 aggiunge che: Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: Non crediate però che io abbia cambiato di pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero invece, e più che mai, che la insurrezione si promuova, si sostenga in quello energicamente; ma ciò può farsi benissimo coi volontari che sono in Firenze e nelle Romagne; molte volte si ottiene più con duemila uomini che con diecimila. Che facciano dunque, e se non potranno finire, comincino almeno: noi andremo ad incontrarli per terminar l’opera che avranno iniziata , e voi sapete che a me piace far presto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Dei vapori partiti da Cagliari per Palermo, giunse primo il Washington con Garibaldi nel pomeriggio del 16 agosto. Appena giunto il Dittatore si occupò delle gravissime cose politiche di quei giorni, dell’annessione prima di tutto, che era l’argomento della discordia; dei bisogni dell’esercito, delle disposizioni per il passaggio in Calabria. Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione, e di indirizzarla alle terre pontificie dalla Sicilia stessa, cosa d’altronde che risultava nell’ordine d’idee stabilito nel compromesso di Genova con Farini. Il Dittatore essendo già a letto, gli fu detto di ritornare alle 4 dell’indomani mattina. Ricevuto all’ora indicata, Garibaldi gli disse subito che per le sue operazioni gli occorreva di riunire quanti più uomini potesse, e che perciò doveva contare sulle truppe da lui Pianciani condotte in Sicilia. Ma subito soggiungeva che egli era sempre d’avviso che fosse utilissimo di operare la diversione nello Stato pontificio, di promuovere colà l’insurrezione, e di sostenerla energicamente; che intanto si facesse subito coi volontari di Nicotera e di Caucci apprestati a Firenze ed in Romagna ; « molte volte si ottiene più con 2000 uomini che con 10.000; che facciano adunque; e se non potranno finire comincino almeno, che noi andremo ad incontrarli per terminare assieme l’opera che avranno incominciata.>> Disse poi a Pianciani che rimanesse a Palermo che avrebbe pensato a valersi di Lui. Ma Pianciani fece osservare al Dittatore che potevano bensì restare i suoi sottoposti, e che li aveva esortati a ciò fare; non lui che aveva promesso di condurli altrove . Inoltre poichè il Dittatore aveva detto che poteva bastare a compiere la diversione nello Stato romano quella parte dei suoi dipendenti che si trovava tuttora in Toscana e Romagna, l’onore gli imponeva di raggiungerla per fare il possibile nel senso indicato dal Dittatore. Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”.

Nel 17 agosto 1860, a Palermo, Garibaldi e le dimissioni dei comandanti dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani (chiamata TERRANOVA): PIANCIANI (Comandante in capo), il colonnello THARRENA (comandante della Brigata PARMA), che fu affidata al maggiore SPINAZZI e, il colonnello GANDINI (comandante della Brigata MILANO) 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, a Palermo, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo di una parte delle truppe dell’ex Spedizione “Terranova” o ex “Spedizione Pianciani”, a Palermo, che Garibaldi e Bertani avevano trovate a Golfo Aranci ivi riunite, in seguito al colloquio che Garibaldi ebbe col il Comandante in Capo di dette truppe, il colonnello Pianciani, alcuni comandanti delle designate Brigate, insieme a lui si dimisero. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione etc…”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Pianciani arrivò la sera del 17 agosto 1860 ma non potè vedere subito Garibaldi. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Garibaldi accettò le dimissioni di Pianciani, di Tharrena e di Gandini e li sostituì con altri comandanti. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Inoltre Garibaldi, in quella occasione, il 17 agosto 1860 a Palermo nominò Capo di Stato Maggiore il colonnello Wilhelm RUSTOW, per gli italiani Guglielmo RUSTOW, che come vedremo li porterà a Sapri, insieme al generale TURR a cui era stato affidato il comando in Capo delle dette Truppe garibaldine. A Rustow, fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Per questa fase, i maggiori testimoni restano il Rustow ed il Pianciani. Oltre al fatto che alcuni comandanti si dimisero, Garibaldi decise di aggregare queste truppe alla 15° Divisione, in quel momento affidata al generale TURR. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, …..e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Come abbiamo visto in precedenza, il colonnello Tharena comandava la Brigata PARMA. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Dunque, la BRIGATA PARMA ebbe come nuovo comandante il maggiore SPINAZZI.La brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: Ma Pianciani fece osservare al Dittatore che potevano bensì restare i suoi sottoposti, e che li aveva esortati a ciò fare; non lui che aveva promesso di condurli altrove. Inoltre poichè il Dittatore aveva detto che poteva bastare a compiere la diversione nello Stato romano quella parte dei suoi dipendenti che si trovava tuttora in Toscana e Romagna, l’onore gli imponeva di raggiungerla per fare il possibile nel senso indicato dal Dittatore. Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta che a Sapri, la Brigata MILANO arrivasse con il De Giorgi o De Giorgis senza il colonnello GANDINI. In effetti, oltre al Pittaluga anche altri autori scrissero che GANDINI si era dimesso. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, etc…”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “PARMA”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “MILANO”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Per esempio, il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi.A Palermo non era ancora arrivata la Brigata BOLOGNA o PUPPI. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., addirittura lo chiama “CANTINI”, non “GANDINI” ed in proposito scriveva che: Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, etc…”. E’ un errore di trascrizione ? Il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; etc…Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine…..La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Etc…”.

LA NOMINA DI RUSTOW

Nel 16-17 agosto 1860, a Palermo, Garibaldi nominò il colonnello Wilhelm RUSTOW Capo di Stato Maggiore di tre brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani): la Brigata MILANO (comandata da CANTINI o GANDINI (?) affidata al maggiore DE GIORGIS ?), la Brigata PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI), la Brigata BOLOGNA (affidata al tenente PUPPI),  che vennero così aggregate all’Esercito Meridionale ed alla  15° Divisione     

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, …..e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, …Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da Puppi ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine…..La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e,  l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata “Bologna”, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”.  Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci,….”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Non aveva io stesso formato quel corpo, esclusivamente quasi può dirsi ? non conosceva io personalmente tutti gli ufficiali, ai quali aveva consegnato i loro brevetti, tutti i volontari quasi che avevo io stesso riuniti nelle prime compagnie, organizzati poi a battaglioni, a brigate ? Potevo io non essere dolente di dare la mia dimissione, ritirarmi, quando sapeva quali elementi quel corpo conteneva, e sapeva in conseguenza che si sarebbe distinto in qualunque luogo dove per servire l’Italia fosse stato impiegato ? errava io forse nel giudicarne? i fatti han già risposto per me. Il colonnello Puppi che è morto sul campo di battaglia; il colonnello Rüstow che come capo di Stato maggiore del generale Turr dirige i lavori di assedio intorno a Capua; il maggiore Cattabeni che s’ impadroni di Cajazzo, prendendolo —dicono i fogli, strada per strada, casa per casa, respingendo nel Volturno i regi che nel villaggio si erano fortificati; il capitano Pedotti, che tanto si distinse alla stazione di Capua, che tanto si addentrò fra i nemici da farne annunziare la morte perchè si credeva impossibile che fosse altrimenti, appartenevano tutti alla nostra spedizione. Apparteneva alla spedizione e il battaglione bolognese che comandava Cattabeni, e i cacciatori milanesi che seguivano il Pedotti, e i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow. Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle ; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava ; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 208, in proposito scriveva che: “Tornando al discorso che io ebbi con Garibaldi , egli conchiuse dicendomi restassi in Palermo dove, aggiunse cortesemente, avrei avuto un collocamento conveniente; io di questo lo ringraziai, pregandolo invece mi autorizzasse a partire ; e da che egli sembrava insistere, soggiunsi: Generale, voi siete troppo uomo di onore per non sentire i doveri che impone una promessa; io sono oltremodo dolente di allontanarmi da voi, e ciò voi potete vedermi nel volto; ma io ho promesso a molti di andare nello Stato Romano, voi stesso ordinate chevadano in quello i volontarii che sono in Toscana , l’onore m’impone di raggiungerli, non per reclamare comandi, ma per unirmi ad essi e fare insieme tutto ciò che sarà possibile perchè i vostri voleri siano eseguiti, perchè quelle infelici popolazioni, che ci aspettano, siano in qualche modo soccorse ; se non riusciremo , io avrò almeno fatto il mio dovere, mantenuta la mia parola. Il Generale mi strinse la mano, aggiungendo dopo un momento di riflessione , voi partite dunque per … Livorno, io replicai; e così ebbe fine il nostro colloquio . – Avendo presentato a lui il colonnello Rüstow, come quello al quale io dovea cedere il comando: Voi lo riterreté ,  ei gli disse , durante l’assenza del colonnello Pianciani maniera cortese per farmi intendere come fosse dispiacente della determinazione che io avevo dovuto prendere.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 210-211, in proposito scriveva che: “…quello nel quale lo lasciai a Palermo, delle offerte fattemi perchè rimanessi, del dispiacere mostrato perchè me ne andava. Rimasi quattro giorni a Palermo, aspettando la partenza del vapore per Livorno; intanto i corpi della spedizione che si trovavano già nella città, e che arrivavano dalla Sardegna, erano successivamente diretti a Melazzo; dello sbarco imminente delle Calabrie si veniva dicendo, fra i più informati, e dopo due giorni se n’ebbe la notizia ufficiale.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena , Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) …..”. Su questa Brigata Garibaldina abbiamo alcune notizie, alcune delle quali, come vedremo innanzi riguarderanno il suo sbarco nel porto naturale di Sapri. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”.

Le Brigate della Spedizione “TERRANOVA” (ex BERTANI-PIANCIANI)     

Lo Stato Maggore di RUSTOW                

Il Colonnello O. GANDINI Comandante della Brigata MILANO 

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…..brigata Milano…si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 2 e il 3 settembre, si componeva di due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”.Dunque, Rustow scriveva e citava i due ufficiali di ordinanza: ANTONIO BATTICOZZI, lombardo e CESARE COMENDIO, veronese. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. Agrati scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Dunque, Agrati scriveva che Turr sbarcava a Sapri alle 9 del mattino del giorno 2 settembre 1860, e fin qui mi trovo. Poi aggiunge:  “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra….”. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle 5 del pomeriggio del giorno 2 settembre 1860. Il telegramma di Garibaldi che gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Inoltre, Agrati scriveva pure che il Turr, “…e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.”. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro.”. Dunque, Agrati scriveva che secondo quanto scrisse Agostino Bertani, con Pianciani si dimisero il Tharrena e con lui se ne andò “qualche altro”. Agrati non scrive che si dimise Gandini. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 186, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), …..”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue : a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera . 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri . La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani, il quale nel congedarsi presenò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157 e ssg., riferendosi al Bertani, in proposito scriveva pure che: “A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali . Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando ; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza. Non trovò più il Generale già partito per Giardini…”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “..nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello “Gandini”, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della brigata “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che una volta allotanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi, furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto. Il giorno 16, fui nominato capo dello Stato maggiore delle truppe che nelle vicinanze di Caserta si trovavano raccolte sulla sinistra del Volturno sotto il comando del Turr, trovandomi per tal modo sciolto dal comando della Divisione di Terranova, che ripresi solo il 19 settembre allorchè, come comandante dell’intiera ala sinistra, assunsi di condurla per la prima volta al fuoco.. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow (nella traduzione di Eliseo Porro) restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione  Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che:  “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo.  La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”.  Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”.

 Il maggiore DE GIORGIS della Brigata MILANO

Sul maggiore De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Sui Bersaglieri, il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.”. Dunque, secondo la testimonianza del colonnello Rustow, le truppe dei volontari condotti a Sapri ed ivi sbarcate, furono fatte accampare e poi il Rustow ordinò un servizio di esplorazione che affidò ai Bersaglieri ed ai Carabinieri di Genova.

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA.    Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: (Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: (Documento 71)  Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.

Il Capitano APPEL triestino

Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil”  Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”.

 PIETRO SPINAZZI COMANDANTE DELLA BRIGATA PARMA

Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Devo però aggiungere che prima di passare al corpo o Divisione XVIII di Bixio, il colonnello Pietro SPINAZZI, comandò la Brigata omonima che in precedenza era detta “Tharena”, ovvero la 2° Brigata dell’ex spedizione Pianciani, ovvero la spedizione per invadere gli Stati Pontifici organizzata da Agostino Bertani. Dimessosi Pianciani, a Palermo, Garibaldi lo sostituì con Pietro Spinazzi, e lo aggregò alla truppa comandata dal Rustow, con il nome di Brigata PARMA. La brigata Parma, non riuscì a d imbarcarsi tutta ed arrivare con Bertani e Rustow, tutta a Paola. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Pietro Spinazzi (Parma, … – Genova, post 1869) è stato un patriota, garibaldino e scrittore italiano. Si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. A Paola, il 1° settembre 1860, la Brigata era ivi solo una parte di essa, mentre, solo dopo il 3 settembre 1860, iniziò ad arrivare a Sapri l’altra porzione della Brigata. Infatti, il 3 settembre, Rustow, marciando con la Brigata Milano verso Vibonati, inviò un ordine a Spinazzi che era rimasto a Sapri ad attendere il resto dei volontari garibaldini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”).  Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori.

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”).  Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori.

LA BRIGATA SPINAZZI (EX BRIGATA PARMA)

Una porzione della Brigata PARMA, comandata dal colonnello SPINAZZI, era stata portata da Bertani e Rustow a Paola e si trovava accampata a Paola in attesa di disposizioni del Dittatore. Dunque, una porzione della Brigata Parma, insieme alla Brigata MILANO si trovava a Paola, il 31 agosto 1860. Questa Brigata, su disposizione del Dittatore fu aggregata alla Divisione XV del generale Turr su ordine di Garibaldi. La Brigata Spinazzi, o PARMA, faceva parte della Divisione di Nino Bixio, la XVIII, ma passò a Turr, infatti, il generale Turr, da Cosenza, il 31agosto 1860 inviò un telegramma a Bixio dove gli scriveva che su ordine del Dittatore comandava lui la brigata Spinazzi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini.“, che si trovava a Paola, con Rustow (una parte di essa). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”).  Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori.

PIETRO PUPPI

LA BRIGATA PUPPI, ex Brigata EMILIA, poi BOLOGNA         

Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In particolare, la Brigata “Bologna”, poi in seguito denominata “PUPPI”, era approdata a Golfo Aranci in Sardegna e da lì, su ordine di Garibaldi fu dirottata a Palermo, ivi condotta dal colonnello Pianciani, il quale era stato precedentemente nominato Capo di Stato Maggiore della Spedizione negli Stati Pontifici. Questa Brigata andò a far parte e fu aggregata al contingente straniero della 15° Divisione. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri, due squadroni guide, due compagnie del genio, due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli, ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabeni, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Dunque, la Brigata Bologna, comandata dal Puppi e la Brigata Milano comandata dal Gandini giunsero al Golfo Aranci il 13 agosto 1860. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e,  l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata “Bologna”, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. A Golfo Aranci li trovò Garibaldi che si era partito da Palermo. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Il colonnello Cesare Cesari (….), nel 1921, nel suo “Corpi volontari dal 1848 al 1870 con XXI tavole fuori testo”, a p. 92, in proposito scriveva: “Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna, l’ordinamento loro fu stabilito su 4 battaglioni, il 1° fu quello del Cattabeni, che si trovò al fatto d’armi di Cajazzo, il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti.”. Ma, inizialmente la brigata Puppi era una delle brigate garibaldine arrivate a Palermo su ordine di Garibaldi che andò a prenderle a Golfo degli Aranci. Infatti, il colonnello Cesare Cesari, a p. 92 continuando il suo racconto scriveva pure che: “”Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna…..il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti. Questi ultimi tre giunsero nell’agosto a Milazzo e si riunirono ai garibaldini nella loro marcia sul continente.”. Dunque, a Milazzo (dopo l’arrivo a Palermo), i 4 battaglioni della Brigata Puppi erano comandati da LUIGI BOSSI, FERDINANDO FERRACINI e GIOVAN BATTISTA PANTOTTI. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”. Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Il colonnello Cesare Cesari, a p. 92 continuando il suo racconto scriveva pure che: L’intiero corpo era comandato dal colonnello Puppi di Siena, che morì poi sotto le mura di Capua, lasciando il comando al Pianciani. Col Pianciani i volontari si divisero; una parte andò a golfo Aranci assieme al Bertani e l’altra si aggregò alla divisione Turr che la destinò alla brigata Sacchi. Si veda Dallolio, Spedizione dei Mille nelle Memorie bolognesi.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Non aveva io stesso formato quel corpo, esclusivamente quasi può dirsi ? non conosceva io personalmente tutti gli ufficiali, ai quali aveva consegnato i loro brevetti, tutti i volontari quasi che avevo io stesso riuniti nelle prime compagnie, organizzati poi a battaglioni, a brigate ? Potevo io non essere dolente di dare la mia dimissione, ritirarmi, quando sapeva quali elementi quel corpo conteneva, e sapeva in conseguenza che si sarebbe distinto in qualunque luogo dove per servire l’Italia fosse stato impiegato ? errava io forse nel giudicarne? i fatti han già risposto per me. Il colonnello Puppi che è morto sul campo di battaglia; il colonnello Rüstow che come capo di Stato maggiore del generale Turr dirige i lavori di assedio intorno a Capua; il maggiore Cattabeni che s’ impadronì di Cajazzo, prendendolo — dicono i fogli, strada per strada, casa per casa, respingendo nel Volturno i regi che nel villaggio si erano fortificati; il capitano Pedotti, che tanto si distinse alla stazione di Capua, che tanto si addentrò fra i nemici da farne annunziare la morte perchè si credeva impossibile che fosse altrimenti, appartenevano tutti alla nostra spedizione. Apparteneva alla spedizione e il battaglione bolognese che comandava Cattabeni, e i cacciatori milanesi che seguivano il Pedotti, e i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow. Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”. Pianciani ci parla del colonnello Puppi, che in seguito morì a Capua sul campo di battaglia. Pianciani ci parla del maggiore Cattabeni che si impadronì di Cajazzo e respinse al Volturno l’esercito borbonico. Pianciani scrive che il maggiore Cattabeni comandava il battaglione dei Bolognesi. Pianciani ci parla del capitano Pedotti che si distinse a Capua e scrive che Pentotti era seguito dai cacciatori milanesi. Pianciani scriveva che appartenevano a questa spedizione  “i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow”.  Pianciani scriveva che appartenevano Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”., ovvero faceva parte di quel corpo di spedizione da lui portato a Palermo dieci milanesi del Genio militare guidati da “Zuppo”, un popolano genovese. Del maggiore Cattabeni ha scritto Domenico Spadoni (….), nel suo “I Cairoli delle Marche (La famiglia Cattabeni)” Macerata, libreria Marchigiana, 1906, che, a p….., in proposito scriveva: “…………”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 148-149-150, in proposito scriveva che: “Le altre due brigate Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati, giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafimi e col clipper Sheaperd. Il comandante della Gulnara disponevasi a persuaderle a proseguire anch’esse per Palermo, quando il Whasington giungeva esso pure a Terranova. Etc…”  

Nel 17 agosto 1860, a Palermo, GARIBALDI ordinò a RUSTOW di portare a Milazzo le truppe dell’ex Spedizione Terranova

Il Generale Garibaldi, il 17 agosto 1860, arrivato a Palermo, in seguito al franco colloquio che ebbe con il colonnello Pianciani, su sua espressa proposta decise di affidare il Comando delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani al colonnello Wilhelm (per gli italiani Guglielmo) RUSTOW e gli ordinò di portarle subito a Milazzo. Le truppe che Rustow portò a Milazzo su ordine di Garibaldi erano quelle che Garibaldi e Bertani trovarono a Golfo Aranci. Si tratta delle tre Brigate: la MILANO, LA BOLOGNA e la PARMA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 128, aggiungeva che: “Pianciani condotti i suoi volontarî in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri. Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così : – Eberhardt, Tharena (poi Spinazzi ), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”.La Brigata Eberhardt era la Brigata GENOVA, la Brigata Tharena era la Brigata PARMA, che in seguito fu affidata al maggiore SPINAZZI, la Brigata MILANO e la Brigata BOLOGNA che fu chiamata Brigata PUPPI. La brigata Nicotera, poi in seguito chiamata SPANGARO, non faceva parte ancora del contingente arrivato a Palermo in quanto si trovava ancora da organizzare in Toscana. Pare che vi sia stata anche la Brigata GENOVA che fu trattenuta a Palermo per una manifestazione. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: Sebbene assai penoso ed amaro, mi riuscisse il rinunciare ad un’impresa per la quale aveva già tutto predisposto e che vagheggiava con viva passione, pure non esitai a ciecamente sottomettermi agli ordini di Garibaldi. Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.” 

GARIBALDI LASCIA PALERMO 

Nel 17-18-19 agosto 1860, Garibaldi, da Palermo riparte per Messina, per il Faro e poi a Taormina e a GIARDINI, sulla costa orientale della Sicilia  

Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 171 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…” Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro a fare che abbandonare l’Isola.” E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria. Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000. Con questa nuova operazione si chiudeva l’impresa della spedizione di Sicilia, ed i Mille di Marsala raccoglievano la prima corona del loro trionfo sulla dominazione dei Borboni in una parte del reame.”. Pecorini, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. Etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Occupammo dunque lo Stretto di Messina dal Faro a quella città; frattanto le colonne Bixio ed Eber (1) ci raggiungevano per le vie di Girgenti e Caltanissetta, e si formava una quarta divisione Cosenz. Dimodochè ci trovammo ben presto con una forza imponente per noi assuefatti ad averne ben pоса. Nello Stretto di Messina. Giunti allo Stretto bisognava passarlo. Sicilia reintegrata nella grande famiglia italiana era certo un bellissimo acquisto ! Ma che ? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompleta, monca, la patria nostra ? E le Calabrie e Napoli che ci aspettavano a braccia aperte ? Ed il resto d’ Italia ancora servo dello straniero o del prete? Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto. Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro , cercando di eseguire il passaggio in altra parte….Etc… (p. 374)a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “Giova qui narrare un incidente curioso successo a Giardini prima della nostra partenza per Calabria. Giunto in quel punto della costa orientale siciliana vi trovai il generale Bixio occupato ad imbarcare parte della sua gente e la brigata Eberard a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin. Il magnifico Torino aveva già molta gente a bordo ed era in buonissimo stato. Il Franklin all’incontro andava a picco, era quasi pieno d’acqua, ed il macchinista protestava che non poteva far viaggio in tale stato. Da ciò Bixio si trovava molto contrariato , e si disponeva a partire col Torino solo. Io però, essendo stato a bordo del Franklin, ordinai a quasi tutti gli ufficiali di bordo di gettarsi in mare, sommergersi e cercare se potevano trovare la falla (1). Mandai nello stesso tempo sulla costa per avere degli escrementi di animali erbivori, e con quelli fare della purina. Così riuscimmo a stagnare alquanto il legno; il macchinista si abbonì, e sapendosi che io – stesso andrei col Franklin, si cominciò ad imbarcare il resto della gente, sicchè verso le dieci pomeridiane navigammo verso la costa di Calabria, ove si giunse felicemente..”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, riferendosi a Pianciani, in proposito scriveva che: “Il 16 giunge a Palermo, ……scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, anche Garibaldi giunse a Palermo il 16 agosto 1860. Agrati, a p. 332 scrive che Pianciani incontrerà Garibaldi a Palermo il 17 agosto 1860. Quando riparte Garibaldi da Palermo ? Rustow partirà da Palermo e giunge a Milazzo con le truppe il giorno 18 agosto 1860. Agrati, a p. 342, in proposito aggiungeva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, sopra Porta nuova, il mattino del 17 s’era recato a visitare istituzioni, conventi, quartieri, percorrendo in carrozza scoperta le vie che portavano ancora ben visibili le tracce dello spietato bombardamento nemico, fra lo stupore e il crescente entusiasmo della popolazione etc….Poi verso mezzodì – alle 11 ant. dice il ‘Diritto’ in una corrispondenza pubblicata il 22 agosto – il Dittatore s’era imbarcato per Messina, ed era giunto al Faro il mattino successivo.”. Agrati, a pp. 342-343 scriveva che: “Al Faro Garibaldi si trattenne pochissimo, che salì con Sirtori nella Torre e che si stette mezz’ora in tutto, poi si rimise in cammino per Messina risalendo a bordo del Washington…..In questa corrispondenza, pubblicata dall’Unità Italiana il 25 agosto e datata da Messina il 19, si dice che Garibaldi espresse allora la sua intenzione di passare lo Stretto col Bixio, mentre, come vedremo, egli si decise a ciò soltanto quando giunse a Taormina. Il corrispondente, quindi sarebbe stato profeta, ma quella data del 19, cioè a passaggio avvenuto, lascia dubitare che già lo scrivente fosse informato della partenza da Giardini, e infatti come proscritto della lettera stessa si dice che “Garibaldi è sbarcato felicemente a Giarre”, pur osservando che Giarre è in Sicilia e non in Calabria e che in tal caso lo Stretto non lo avrebbe passato. Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin etc…”. A questo punto del racconto l’Agrati scrive della lodi che Garibaldi, nelle sue “Memorie” fece a Sirtori per la felice organizzazione delle truppe di Bixio che fece trovare pronte a Garibaldi a Giardini. (si veda pp. 342 etc.. o p. 345).  Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova. Una terza volta il Sirtori fu Prodittatore in Napoli il 14 settembre, ma egli già a Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva. Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilitàto di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente,  cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”.

L’arrivo a Taormina dei vapori TORINO E FRANKLIN con la Brigata EBERHARDT 

Nel 17 agosto 1860, l’arrivo nel porto di Taormina (Giardini) dei vapori Franklin e del Torino

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 343, riferendosi a Garibaldi scriveva che: Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin. Allora stessa s’incomincia l’imbarco. Alle 9 pom. si parte.”. Le due navi erano giunte, dice il Durand-Brager, nel pomeriggio del 17 dal lungo giro compiuto a mezzogiorno dell’Isola.”. Dunque, l’Agrati scriveva che i due vapori, dopo aver fatto il giro della Sicilia arrivarono al porto di Taormina (Giardini), il 17 agosto 1860. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a p. 329, in proposito scriveva che: “A Trapani, poi, i due vapori non s’erano potuti fermare: erano già passati al largo innanzi alla città e avevano proseguito così indisturbati sino alla mèta che il Sirtori aveva loro fissata.”. Insomma, accadde che Sirtori, spazientito della mancata risposta di Garibaldi prese di sua iniziativa la saggia decisione di spostare subito le truppe del Bertani. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 343, in proposito aggiungeva pure che: “Garibaldi nelle sue Memorie non ha che poche parole al riguardo, ed anche quelle di non grande chiarezza. “Il generale Sirtori aveva già disposto a punta di Faro due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin perché facessero il giro ad occidente e ad ostro dell’Isola sino a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”. Rileviamo come quel che Garibaldi dice dei due piroscafi non sia esatto: non dal Faro, ma da Palermo il Sirtori li aveva mandati a Taormina, né d’altronde a Palermo li aveva fatti mandare lui. Poi, c’è quella frase in cui loda la risoluzione di inviarli laggiù in modo che pare darne il merito al Sirtori. Ha voluto davvero dir questo ?”. Insomma, l’Agrati conferma che il generale Sirtori inviò a Taormina, nel vicino porto di Giardini, i due piroscafi su cui poi, si imbarcheranno Bixio e Garibaldi per la traversata sullo stretto di Messina e poter così sbarcare in Calabria. Che cosa era successo ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto.”.

Nel 15 agosto 1860 (?), NINO BIXIO fu nominato da Garibaldi, Maggior Generale e comandante della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale

Da Wikipedia leggiamo che Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Prese parte alla battaglia di Calatafimi, comandando il 1º battaglione, e successivamente all’insurrezione di Palermo, guidando l’assalto al ponte dell’Ammiraglio. Nei combattimenti riportò una ferita alla clavicola causata da una palla vagante. Dopo una breve convalescenza, fu incaricato di guidare la 1ª Brigata della Divisione Turr verso Corleone e Girgenti, trovandosi a espletare incarichi di polizia militare, su disposizioni di Garibaldi, che temeva altri eccidi come quello accaduto a Partinico. La notizia citata in Wikipidia proviene dall’Album Storico Artistico dei Fratelli Terzaghi ma, il 15 agosto 1860, Garibaldi non poteva emettere il Decreto di nomina perchè egli arrivò a Palermo dalla Sardegna solo il giorno dopo.

BIXIO E GARIBALDI A GIARDINI (PORTO DI TAORMINA)

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, etc….. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 342-343 scriveva che: Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Qui ordina a Dezza di impadronirsi del telegrafo; il che questi fa dopo aver risposto nulla di nuovo all’ ufficiale di Capo dell’Armi che aveva domandato che cosa fossero quei vapori. Ma l’Aquila e il Fulminante cannoneggiano e il Torino arenato e gli sbarcati. I colpi rallegran la banda pioniera vissuta per dodici giorni in mezzo a quindicimila nemici, ora irrompendo su Bagnara, ora marciando a Pedovoli, poi ritornando ai Forestali , allettando sulla sua traccia le masse nemiche che così si assottigliavano alla marina. Infine, incalzata per ogni verso, volta oltre Appennino e giunge il 18 a San Lorenzo. Qui indusse il sindaco Rossi a proclamare la decadenza della dinastia borbonica, l’Italia Una con Vittorio Emanuele, la dittatura di Garibaldi. Sentito il cannone, Missori e i suoi precipitano giù a Mileto, salutati dalle bombe del nemico, accolti a braccia aperte da Garibaldi , e con esso marciano verso Reggio.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, etc…”. Pecorini aggiungeva pure che: Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Quando Rustow scrive che a Taormina vi era la Brigata Sacchi si riferisce alla Brigata Ebherardt che diventò Brigata SACCHI. Questa Brigata fu aggregata alla Divisione di Bixio. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.. Su quanto accadesse a Taormina prima della partenza di Bixio con Garibaldi che sbarcarono in Calabria, vi è la testimonianza della giornalista inglese Jessie White-Mario (….), che in quei giorni fu infermiera distaccata vicino l’ambulanza di Stradivari. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….e il vice-capo dell ‘ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione.”. La White, a p. 174, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Così il povero Ripari fino dal 22 fu sbalzato col personale e materiale d’ambulanza dall’Aberdeen ove pure era salito per ordine di Sirtori, e noi dovemmo sguizzare in barche pescherecce e sbarcare in mezzo ai regi e correre e correre per raggiungere Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “A me par fuor di dubbio che il merito dell’organizazione della traversata risalga al Sirtori più che a Garibaldi. E ne è un’altra prova il fatto che Garibaldi giunse inatteso a Taormina proprio all’ultimo momento, quando già parte delle truppe del Bixio erano a bordo – il Durand-Brager scrive persino che l’imbarco era incominciato la mattina – onde è più lecito supporre che esse dovevano passare anche senza il Dittatore, sotto la guida di Bixio. Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “VI. – Calabria….Fallito lo scopo del furtivo passaggio, distribuiti i volontari a piccole masse intorno a Messina, Faro e luoghi adiacenti, sicuri che i regi avrebberci atteso, posto piede in Calabria, Garibaldi ideò nuova spedizione e scelse il paesello di Giardini, a sito d’imbarco, fuori vista dei legni borbonici, proprio sulla spiaggia che prospetta il mar di Malta. A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto. Nel silenzio e in fretta salirono le truppe in numero di 2000 e più, e in rotta di Malta, il legno non ispirava sospetti. Navigò quasi volta la poppa alla Calabria e solcato gran tratto, viste l’acque libere dai temuti sguardi, cambiando direzione a sinistra, avanzò nel Jonio, e fu a Mileto ove toccaron terra i nuovi difensori. Il crepuscolo vespertino del 20 agosto , sorrideva all’arrivo dei nostri; e avvenne che sorgiunte le fregate regie nulla trovassero a predare dal vapore in fuori. Cannonate a tutta possa, feriti quattro o cinque e incendiato il legno. Le fiamme nutrite dalla pece giganti l’arsero, la chiglia una bragia, sommerse lento lento. Garibaldi non istette, procede a Reggio disponendo il vicino attacco. Fatto buio, irrompe in città, combatte, assale, fa prigionieri, prende posizioni e opportuni posti di difesa. Durante l’adoprarsi attivo in ogni senso a fine di vincere i pericoli soprastanti al passaggio dei nostri per la necessaria azione sul continente, ove speravasi l’intervento di maggiori e più agguerriti elementi, noi dei 180 fummo impediti da tentativi pel concorso di malaugurosi fatti; in quei di fino al 20 costretti a disastrosa vita, determinati a starcene e cooperare, calammo a Bagnara, e giù inosservati dal monte ci ponemmo dietro ad alta riva che circonda la piazza. A segno stabilito, sui nemici ivi raccolti, mandammo fucilate ; ne segui allarme e repentino movimento. Forti pattuglie di cavalli su pel monte, pervennero alla cima ed occuparono il più comodo transito nostro. Sostati, ci attesero, ma inutilmente  Accortici, deviammo, e soli tre caddero fra loro. Riparammo a Forestari, cacciati da colonne, e più tardi a S. Stefano, e sottraemmo gran nerbo di forze ai regi per agevolare i passi ai nostri….”.

L’IMBARCO PER LA CALABRIA AL PORTO DI TAORMINA, GARIBALDI E BIXIO

Da Wikipedia leggiamo che Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo. Nino Bixio partì insieme a Garibaldi, si imbarcò per sbarcare in Calabria, la notte del 18 agosto 1860 e, in proposito, in quei giorni, di quei giorni scrivevano Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 137-138, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi…..etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Dunque, Garibaldi scriveva che in quei giorni, il generale Turr era ancora convalescente. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 374 e ssg., in proposito scriveva che:Bisognava dunque passare lo Stretto, …I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 342-343 scriveva che: Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Garibaldi, in questo passaggio parla dei maneggi del partito di Cavour e scriveva che Cavour, contrariato per l’eventuale passaggio dalla Sicilia al Continente, fece di tutto per impedirlo tanto da chiamare in “sussidio” Napoleone III e la marina militare francese che comparse al Faro, ma in tale occasione lord John Russel “…imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Da Wikipedia leggiamo che intanto, mentre Garibaldi avanzava, erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita, come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano allo stesso Garibaldi, nelle quali si rappresentava il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti del generale nizzardo, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicari inviati al medesimo scopo. Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti Venosta, Nisco, Mariano D’Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti; d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL . Da Milazzo a Napoli. Dopo aver battuto a Milazzo le migliori truppe del Borbone e obbligata la guarnigione il 23 luglio a capitolare, Garibaldi s’era rapidamente portato in Messina. Egli era ormai padrone di tutta la Sicilia, tranne Messina, Augusta e Siracusa . Il generale Medici non tardò ad impossessarsi di Messina che non resistette. La punta del Faro e la costa fra il Faro e la città vennero fortificati. Ormai non si pensava più che a passare lo stretto, e, a tale scopo, a riunire forze sufficienti per abbattere gli ostacoli accumulati sulle coste di Calabria e per ispazzar via le truppe agglomeratevi. Garibaldi per un momento vagheggiò l’idea di comparire innanzi a Napoli e tentare uno di quei colpi di mano dei quali aveva il genio, ma l’abbandonò e lo sbarco ebbe luogo a Melito. Etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 62, in proposito scriveva che: “….; era il Faro, eravamo arrivati. Le ancore svolsero bruscamente le catene, e ci ancorammo nella parte più riparata di quello stretto. Innanzi a noi s’elevava la Sicilia, “all’ombra dell’Etna”; sulla nostra sinistra, Messina brillava etc…Alle nostre spalle si profilava la Calabria con le sue immense montagne scoscese, in cima alle quali bruciavano fuochi etc…(p. 63) Garibaldi sbarcò al Faro, poi lo vedemmo da lontano passare in carrozza sulla strada che costeggia il mare e raggiungere Messina. Egli si recava, senza riposarsi, a Taormina, per ispezionare la prima brigata che doveva tentare lo sbarco in terraferma. A stento riuscimmo a procurarci una barca che, spinta da tre rematori, ci consdusse assai rapidamente a Messina.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “A me par fuor di dubbio che il merito dell’organizazione della traversata risalga al Sirtori più che a Garibaldi. E ne è un’altra prova il fatto che Garibaldi giunse inatteso a Taormina proprio all’ultimo momento, quando già parte delle truppe del Bixio erano a bordo – il Durand-Brager scrive persino che l’imbarco era incominciato la mattina – onde è più lecito supporre che esse dovevano passare anche senza il Dittatore, sotto la guida di Bixio. Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria.”. Agrati, a p. 347, in proposito aggiungeva che: “Non v’è accordo neppure sul numero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1).”. Agrati, a p. 347, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice N. 9.”. Agrati, a pp. 347-348, in proposito aggiungeva che: “Mentre si faceva l’imbarco, Garibaldi scrisse al Sirtori la seguente lettera: “Taormina 18 agosto 1860. Generale etc…..G. Garibaldi”.”.  Agrati, a p. 348, in proposito aggiungeva che: “Alle 9 – come s’è visto dal Canzio – le navi lasciano la Sicilia. Il Bixio comincia così il suo rapporto al Capo di Stato Maggiore: “Villa San Giovanni, 25 agosto 1860 etc….”. Agrati, a pp. 348-349, in proposito aggiungeva: “Il Bixio poi parla della falla prodotta nel Franklin come di un attentato, di un atto di sabotaggio diremmo oggi, e la versione appare verosimile sia per la cattiva volontà dei marinai alla partenza cui accenna lo stesso Bixio, sia perché nel viaggio intorno all’Isola nessuna falla s’era mai prodotta ed è strano che si producesse proprio quando la nave era ferma.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie. Il Bixio, per rendere agevole il disbarco, spinse il bastimento sulla spiaggia in modo che entrò per metà sulla terra. Quando ognuno fu a terra, le fregate si diedero tanto a mitragliare i volontari da costringerli a raggiungere le alture. Nondimeno le fregate, visto ormai inutile il cannoneggiamento, spedirono un’imbarcazione sul Torini vuoto ed abbandonato che, dopo essere stato saccheggiato, fu finanche incendiato. Poco lontano dal punto dello sbarco, in una cascina, erano nascoste le armi, di cui si impossessarono i garibaldini. Il Duce, imbarcatosi sul Tuchery, sbarcò in quei pressi col Menotti per iniziare la rotta su Reggio etc…”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 191-192 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Avea egli già radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi di artiglieria, e censessanta barche e ponti volanti opportuni a lragheltare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l‘ attenzione dell’ inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Bustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto di imbarco, le brigate Bixio ed Ebherard; in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il General Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il Torino ed il Frwnklin, fece imbarcare la divisione Bixio-Ebherard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini.”. Su questo avvenimento vi è la testimonianza diretta, la Relazione del generale Nino Bixio.

GARIBALDI E BIXIO SBARCANO IN CALABRIA

Nel 19 agosto 1860, il passaggio dei Garibaldini di Cosenz e di Bixio sulle coste della Calabria

Da Wikipedia leggiamo che il 19 agosto 1860, eludendo la sorveglianza delle poche navi della marina borbonica, Garibaldi passò lo Stretto di Messina e sbarcò a sud di Reggio Calabria. Volendo sfruttare la superiorità numerica, Pianell e Francesco II ordinarono di concentrare gli attacchi sui nemici sbarcati; ma Vial, fin dal primo momento, perse i contatti con i suoi generali, i quali, d’altra parte, invece di tenere riunite le truppe le sfiancarono in marce inconcludenti. Nino Bixio, promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Sulla spiaggia melitese di Rumbolo il 19 agosto 1860 avvenne lo sbarco dei Mille di Giuseppe Garibaldi che, dopo aver occupato la Sicilia, puntavano alla conquista delle terre del regno borbonico “al di qua del Faro”. Lo sbarco a Melito Porto Salvo è un episodio della spedizione dei Mille che segnò l’inizio delle operazioni dell’Esercito meridionale garibaldino sulla parte continentale del Regno delle Due Sicilie. Fu effettuato, nella notte tra il 18 e il 19 agosto 1860, da Giuseppe Garibaldi e da 3.500 camicie rosse con l’obbiettivo di attraversare lo stretto di Messina e risalire la penisola italiana. Nella zona dello sbarco si opponevano ai garibaldini circa 16.000 effettivi dell’esercito borbonico schierati a difesa della costa calabra[1]. Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Altri sbarchi avvennero il 21, tra Favazzina e Scilla, ad opera di Enrico Cosenz. Con la presa di Melito Porto Salvo, i volontari garibaldini, dopo essersi organizzati logisticamente, anche grazie al successivo sbarco di ulteriori contingenti, partirono alla conquista di Reggio. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie. Il Bixio, per rendere agevole il disbarco, spinse il bastimento sulla spiaggia in modo che entrò per metà sulla terra. Quando ognuno fu a terra, le fregate si diedero tanto a mitragliare i volontari da costringerli a raggiungere le alture. Nondimeno le fregate, visto ormai inutile il cannoneggiamento, spedirono un’imbarcazione sul Torini vuoto ed abbandonato che, dopo essere stato saccheggiato, fu finanche incendiato. Poco lontano dal punto dello sbarco, in una cascina, erano nascoste le armi, di cui si impossessarono i garibaldini. Il Duce, imbarcatosi sul Tuchery, sbarcò in quei pressi col Menotti per iniziare la rotta su Reggio etc…”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 374 e ssg., in proposito scriveva che:Bisognava dunque passare lo Stretto, …I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria.”. Agrati, a p. 347, in proposito aggiungeva che: “Non v’è accordo neppure sul numero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1).”. Agrati, a p. 347, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice N. 9.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “CAPITOLO XII. Sul continente napoletano. Circa alla fine d’agosto 1860, e verso le 3 antimeridiane d’una bella giornata approdammo sulla spiaggia di Melito. All’alba era tutta la gente in terra con armi e bagagli, e senza l’arenamento del Torino, che non potè uscire malgrado gli sforzi fatti dal Franklin per tirarlo fuori, potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio. Alle 3 pomeridiane comparvero tre vapori borbonici capitanati dal Fulminante, e cominciarono a cannoneggiare gente, vapore ed ogni cosa. Provarono anche di metter fuori il Torino, ma non potendovi riuscire lo incendiarono. Il Franklin era partito e fu salvo. Verso le 3 della mattina del giorno seguente ebbe luogo lo sbarco, e noi marciammo su Reggio. Passammo il Capo dell ‘ Armi per lo stradale e meriggiammo vicino ad un villaggio che si trova tra quel Capo e la bella sorella di Messina. La squadra nemica osservava i nostri movimenti. Verso sera riprendemmo la marcia su Reggio, e giunti ad una certa distanza dalla città obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando così gli avamposti nemici che ci aspettavano sullo stradale. Il colonnello Antonino Plutino e vari patriotti reggiani erano con noi, dimodochè avevamo delle buone guide. Facemmo varie fermate durante la notte per lasciare riposare la gente e per riunirla, ed alle 2 della mattina assaltammo Reggio.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte dell’impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere, del napoletano naviglio, passaggio del Faro.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Nella notte sul 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartiere generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica di Ghio. Questa infatti trovava a Soveria i calabresi, i quali però per dispaccio di Sartori, male interpretato nel senso di lasciar passare la colonna Ghio etc….Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 146-147, in proprosito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr manda a Bixio la seguente lettera: “Al signor generale Bixio, Comandante la I° brigata della 15° Divisione. “Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, etc…Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.  Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Pecorini-Manzoni, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr, con ordine se è possibile d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada per Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno.”Pecorini, a pp. 147-148 aggiungeva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attacate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito oltre i signori accennati ieri, il colonnello Telky e Maxime du Camps….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Cosenza, 31 agosto 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…. Il De Cesare, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours , leur culotte courte , leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir . Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on, puisqu’il s’agit des Calabres, où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”.  Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “VI. – Calabria….Fallito lo scopo del furtivo passaggio, distribuiti i volontari a piccole masse intorno a Messina, Faro e luoghi adiacenti, sicuri che i regi avrebberci atteso, posto piede in Calabria, Garibaldi ideò nuova spedizione e scelse il paesello di Giardini, a sito d’imbarco, fuori vista dei legni borbonici, proprio sulla spiaggia che prospetta il mar di Malta. A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto. Nel silenzio e in fretta salirono le truppe in numero di 2000 e più, e in rotta di Malta, il legno non ispirava sospetti. Navigò quasi volta la poppa alla Calabria e solcato gran tratto, viste l’acque libere dai temuti sguardi, cambiando direzione a sinistra, avanzò nel Jonio, e fu a Mileto ove toccaron terra i nuovi difensori. Il crepuscolo vespertino del 20 agosto, sorrideva all’arrivo dei nostri; e avvenne che sorgiunte le fregate regie nulla trovassero a predare dal vapore in fuori. Cannonate a tutta possa, feriti quattro o cinque e incendiato il legno. Le fiamme nutrite dalla pece giganti l’arsero, la chiglia una bragia, sommerse lento lento. Garibaldi non istette, procede a Reggio disponendo il vicino attacco. Fatto buio, irrompe in città, combatte, assale, fa prigionieri, prende posizioni e opportuni posti di difesa. Durante l’adoprarsi attivo in ogni senso a fine di vincere i pericoli soprastanti al passaggio dei nostri per la necessaria azione sul continente, ove speravasi l’intervento di maggiori e più agguerriti elementi, noi dei 180 fummo impediti da tentativi pel concorso di malaugurosi fatti ; in quei di fino al 20 costretti a disastrosa vita, determinati a starcene e cooperare, calammo a Bagnara, e giù inosservati dal monte ci ponemmo dietro ad alta riva che circonda la piazza. A segno stabilito, sui nemici ivi raccolti, mandammo fucilate ; ne segui allarme e repentino movimento. Forti pattuglie di cavalli su pel monte, pervennero alla cima ed occuparono il più comodo transito nostro. Sostati, ci attesero, ma inutilmente  Accortici, deviammo, e soli tre caddero fra loro. Riparammo a Forestari, cacciati da colonne , e più tardi a S. Stefano, e sottraemmo gran nerbo di forze ai regi per agevolare i passi ai nostri……

Nel 18-19 agosto 1860, a MILAZZO, l’arrivo delle truppe di volontari dell’ex ‘spedizione PIANCIANI’ (poi detta di Terranova). L’aggregazione all’Esercito Meridionale ed alla  15° Divisione, con a capo il generale Istvan Turr, il colonnello RUSTOW, il maggiore Spinazzi (Brigata Parma) e il colonnello GANDINI (Brigata Milano) 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla. Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. A motivo della partenza di Pianciani, dello sviamento della divisione dalla sua originaria destinazione , dei malcontento e della dissensione che nè risultò quà e là, era sorvenuta una certa confusione negli affari, ed un certo numero di ufficiali e di soldati avevano voluto dimettersi con Pianciani a Palermo. Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo…. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; etc…”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”. Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate però che io abbia cambiato il mio pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero etc…”. Raggiunge Bixio a Giardino, etc…”. La White aggiunge su Bertani che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ” – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da Puppi ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.  Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria.”. Dunque, secondo l’Agrati, Rustow partì da Palermo per Milazzo il 17 agosto 1860, di sera, con una parte della sua Divisione. Rustow arrivò a Milazzo il giorno 18 agosto 1860. Rustow non portò la Brigata Genova (la Brigata che era stata comandata da Eberhardt), ma portò a Miazzo solo le due Brigate MILANO (comandata dal colonnello GANDINI (?) o DE GIORGIS) e, la PARMA (comandata da SPINAZZI), che il 20 agosto 1860 furono tutte riunite a Milazzo. Doveva esserci anche la Brigata BOLOGNA (in seguito denominata PUPPI). La Brigata GENOVA fu trattenuta a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 333, in proposito scriveva che: “A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di ‘Terranova’.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9-10, in proposito scriveva che: Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni. I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; e le brigate Toscana e degli Abruzzi stąvano ancora nelle piazze destinate alla loro organizzazione attendendo la notizia del nostro approdo sulle coste papaline. Fu in quei giorni che Garibaldi si dispose a trasferire la guerra dall’isola al continente. Io lo sapeva ed immaginava la parte brillante che mi era riservata una volta giunto sul teatro della guerra. Sapeva ď’altronde che a ciò non poteva giungere se non a spese delle mie truppe , della loro esistenza, del loro avvenire; perciò mi dedicai all’intento che ogni possibile vantaggio dovesse riuscire non in mio favor personale, ma della guerra e per Garibaldi. Ben tosto mi decisi in conformità delle esigenze del mio dovere, cioè a completar l’armamento, provvedere alle munizioni, e ad esercitare i soldati, per la qual cosa fino a quel momento non aveva mai trovato nè il tempo, nè il luogo ; ed infine ad organizzare un servizio militare. Così ho fatto; ma trovai assai meno agevole mantenere il mio proposito di quello che non sembrasse all’atto di assumerlo. In ogni giorno, non una sola volta , ma perfino due, tre volte mi si consigliava la immediata partenza verso il Faro. Resistetti riguardo alla via di mare e momentaneamente anche per quella di terra, poichè mi sembrava inopportuno consumare in marcie forzate truppe del tutto nuove per presentarle al nemico digiune affatto d’istruzione, affrante e disordinate. Le interpretazioni che si diedero alla mia opposizione, non furono le più lusinghiere, ed anzi seppi che sottomano si lavorava assai per allontanarmi dal comando, e se lo conservai e se le mie intenzioni, per quanto lo comportassero le circostanze, poterono essere applicate, credo doverne andar debitore precipuamente alla perspicacia del general Sirtori. Ebbi occasione più tardi di eseguire fatti importanti e di procacciarmi nell’esercito qualche favorevole riputazione, ma non credo che tutto quanto ho potuto fare per l’esercito di Garibaldi mi sia costato sforzo maggiore di quello d’aver superato me stesso nella cella del convento di S. Francesco di Paola, vincendo tutte le tentazioni ed opponendo alle minaccie le esigenze del mio dovere. Voi, o miei commilitoni, il sapete e più di tutti sai tu, o padre Francesco Bandiera, quanto mi riuscisse difficile scacciare il malumore, allorchè per procacciarmi un divagamento mi obbligasti al racconto della storia degli eroi della mitologia alemanna, rimastami tuttavia nella memoria come residuo degli studi della prima mia giovinezza. Quante volte ti accuorasti perchè della pasta che mi imbandivi in quantità bastevole per dodici persone, non ne potessi prendere la centesima parte ! Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, etc…. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, in proposito scriveva che: “…Bertani….Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui. Non lo vede, invece, che al mattino seguente e soltanto allora può esporgli le sue ragioni, a cui il Dittatore risponde ch’egli è fermamente deciso a portar tutte le truppe in Calabria e di là marciare sopra Napoli, e che il Pontificio bastano le truppe che sono in Toscana e in Romagna. Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, etc….A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova. Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani…..e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto. Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui. Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”. Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Maraldi, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe, in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi. Per la partenza di Pianciani e la deviazione della divisione dal primitivo suo scopo, che suscitava qua e là qualche malumore e qualche recriminazione, l’ affare era in un certo disordine, e taluni degli uffiziali e soldati avevano in Palermo data la loro dimissione unitamente a Pianciani. Rüstow allora diede opera a riorganizzare le truppe a Milazzo, le provvidde di armi e munizioni e loro fece fare delle manovre, alle quali non si era finora potuto dedicare un sol giorno tranne per la prima brigata in Genova. Della quinta e sesta brigata, che in seguito all’andamento delle cose erano rimaste addietro nell’Italia Centrale disgiunte dal resto, avremo a tener parola più tardi.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. La White, a p. 171, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. La White, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino , calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi , ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a p. 174, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia . Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi , fecero impazzire i capi dei corpi , ‘ pretendendo di caricare poca gente, etc…”. La White, a pp. 179, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Ricevuto il dispaccio a Pizzo , Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia , va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “Intanto che l’eletta schiera reggevasi in mezzo a poderose forze nemiche che non cessavano di attaccarla, e che il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano dei soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre macchie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini, a p. 126, nella nota (1) e postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Pecorini a p. 127 aggiungeva che: “Garibaldi in vista degli ostacoli del Governo di Torino, pressato dalla Diplomazia delle Potenze amiche, e segnatamente della Francia , era costretto di opporsi alla spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontarî che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rüstow , mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’ intelligente lavoro dell’ Intendente militare Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontarî, lo Stato Maggiore ed il Comandante colonnello Pianciani.. Pecorini, a p. 128, aggiungeva che: “Pianciani condotti i suoi volontarî in Palermo , una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri. Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così : – Eberhardt, Tharena (poi Spinazzi ), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini, a p. 130, aggiungeva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Türr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il Colonnello Rüstow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Türr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: « Andiamo a Roma ! … Vogliamo Roma ! … » Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia << secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro  << a fare che abbandonare l’Isola. » E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù. Parlò poi all ‘ ufficialità, invitandola a mettere in opera ogni buon volere per mantenere ferma la disciplina, la quale in tutti i tempi e specialmente in quei momenti dovea essere base fondamentale di ordine e di organizzazione per poter compiere l’opera intrapresa con Garibaldi e conseguire lo scopo di ogni patriotta italiano. Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi.

Nel 19 agosto 1860, a Milazzo, il generale TURR annuncia alle truppe che Garibaldi gli aveva dato il comando della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi aveva già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al generale Turr. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100 riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, etc…”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “….ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15ª Divisione comandata dal Türr stesso.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow…..Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”.  

IL VIAGGIO DI BERTANI DALLA SARDEGNA                                                                      

Nel ….. agosto 1860, a Cagliari, la partenza di  Agostino BERTANI e le sue truppe sul piroscafo noleggiato “Garibaldi”  

Dalla Sardegna, il primo a ripartire per la Sicilia fu Garibaldi sul vapore Washington, ma sia Bertani che il Pianciani, che era arrivato sul “Byzantin”, ripartirono per la Sicilia solo dopo Garibaldi in quanto i vapori non avevano fatto del tutto rifornimento di carbone. Il colonnello Luigi Pianciani, comandante della Spedizione battezzata dal Bertani “Terranova”, si era partito d Genova, con Rustow e tutto lo Stato Maggiore, insieme ad altri volontari garibaldini che ancora non erano arrivati a Golfo Aranci. Si è visto che essi da Cagliari, ingiunti da Garibaldi dovettero ripartire per Palermo, ma essi non viaggiarono con Garibaldi che pure viaggiò per mare per Palermo ma ripartirono da Cagliari sul vapore Byzantin. Arrivarono a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, da ciò che scriveva il Bertani nel suo Diario si evince che egli da Cagliari era arrivato a Palermo dopo di Garibaldi, ma pare che non si sia imbarcato con Garibaldi e giunto a Palermo insieme a Garibaldi. Infatti, Bertani non viaggiò con Pianciani che, pure vide Garibaldi a Cagliari che lo costrinse ad andare a Palermo. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”.”. Dunque, la White, traendo dal Diario del Bertani, scriveva che Agostino Bertani, a Cagliari, non partirà con Garibaldi che si era imbarcato sul Washington, ma “…ma vuole rimanere coi volontari”. Dunque, se Bertani, a Cagliari non partì con Garibaldi, quando partì per Palermo ? Cosa fece Bertani a Cagliari ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White:  “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, etc….”. Dunque, la White scriveva che, Garibaldi, “ritornato da Caprera a Cagliari”, (col Washington) nota che a Cagliari era arrivato (il 14 agosto 1860 anche il Pianciani, sul “Bysantin”, con una parte della brigata Puppi e con lo Stato Maggiore (Rustow ed altri. Riguardo a Bertani a Cagliari dopo il rientro di Garibaldi da Caprera, vediamo cosa scriveva un altro testimone di eccezione. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…..stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: “State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. Etc..”.  Dunque, Pianciani scriveva che Garibaldi gli disse che Bertani era sul vapore Washington e che con lui doveva viaggiare fino a Palermo, dove avrebbe potuto vedere ed incontrare. Dunque, a Cagliari, secondo quanto scrive il Pianciani, Bertani era con Garibaldi che gli promise che Bertani poteva vederlo a Palermo. Pianciani, a Cagliari non incontrò Bertani. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito Meridionale. Cagliari , 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”.”. Dunque, secondo ciò che scrisse la White, Garibaldi invitò Bertani a seguirlo a Palermo ma Bertani  “vuole rimanere coi volontari, etc…” e, prega Garibaldi di scrivergli l’ordine di recarsi a Palermo. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Agostino Bertani non era partito da Cagliari con Garibaldi ma era rimasto in Sardegna. Infatti, Agostino Bertani, con altri volontari arriverà a Palermo ma solo dopo l’arrivo di Garibaldi (16 agosto 1860), solo dopo la partenza di Garibaldi per Trapani (17 agosto 1860) e solo dopo l’arrivo di Pianciani e Rustow, che a Palermo riuscirà a parlare con Garibaldi. Poi, proseguendo il nostro racconto, anche Bertani era rientrato dalla Sardegna con i suoi soldati e truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Dunque, se Bertani arrivò a Palermo quando Garibaldi era già partito da Palermo, mi chiedo quando partì egli dalla Sardegna e quando arrivò in Sicilia ?  Di sicuro Bertani arrivò a Palermo dopo il giorno 17 agosto 1860, giorno in cui Garibaldi era già in Sicilia e si incontrò con Pianciani, che per l’occasione si dimise. Dunque, su Bertani, che era rimasto in Sardegna a fare rifornimento, cosa sappiamo ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripartito per Palermo. Nel titolo al saggio ho scritto che Bertani aveva noleggiato il vapore “Garibaldi”. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Infatti, Bertani, al rientro di Garibaldi dall’isola di Caprera, volle rimanere con le sue truppe e non salì sul vapore Washington dove era imbarcato Garibaldi che subito si diresse a Palermo. Agostino Bertani, con altri volontari arriverà a Palermo ma solo dopo l’arrivo di Garibaldi (16 agosto 1860), solo dopo la partenza di Garibaldi per Trapani (17 agosto 1860) e solo dopo l’arrivo di Pianciani e Rustow, che a Palermo riuscirà a parlare con Garibaldi. Poi, proseguendo il nostro racconto, anche Bertani era rientrato dalla Sardegna con i suoi soldati e truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Ma quando Bertani rientra dalla Sardegna ? Inoltre dove si reca con i suoi volontari Bertani quando arriva in Sicilia dalla Sardegna ? Alcuni vogliono che Bertani arrivasse a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Bertani si era imbarcato a Palermo con il vapore “Garibaldi”, noleggiato per portare alcune truppe dei volontari dell’ex spedizione che lui stesso chiamò “Spedizione Terranova”. Infatti, l’Agrati scriveva: Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, il 20 agosto 1860, proveniente da Palermo. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, Agrati scriveva che Agostino Bertani, a Palermo: vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Agrati scriveva che il vapore “Garibaldi”, secondo il patto stipulato tra il Sirtori ed il Bertani, doveva essere rilasciato “non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, il vapore “Garibaldi” fu noleggiato dal Bertani per trasportare la sua “gente” in Sicilia. Dunque, questo vapore fu noleggiato prima di arrivare in Sicilia. E dove ? In Sardegna, dove Bertani aveva lasciato Garibaldi che subito era ripartito per la Sicilia. Bertani, a Palermo aveva noleggiato il vapore “Garibaldi” per trasportare in Sicilia le sue truppe provenienti da Cagliari. A causa di questo vapore “Garibaldi”, a p. 199, Agrati scrive che nacque un grave malinteso con il generale Sirtori perché Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, proveniente da Palermo, il 20 agosto 1860. Bertani era andato a Milazzo perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Dunque, Bertani, dalla Sardegna si fermò prima a Palermo e poi proseguì per Milazzo. Egli proveniva dalla Sardegna sul vapore noleggiato “Garibaldi”. Siccome Sirtori aveva avuto ordine da Garibaldi che prima di partire per il continente aveva ordinato di fermare tutti i vapori a Trapani, il fatto che Bertani non fosse andato a Palermo dove lo attendeva il Depretis, fece nascere tra il Sirtori e Bertani un grave malinteso. Sul vapore “Garibaldi”, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 169-170 e ssg., riferendosi all’arrivo di Garibaldi e Bertani a Golfo degli Aranci in Sardegna, in proposito scriveva che: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi ; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; etc…”. Dunque, Bertani testimoniava nel suo Diario che alla rada di Golfo Aranci trovarono alcuni vapori tra cui il vapore “Il Generale Garibaldi”. La White, a p. 169, scriveva che: “Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi etc…”. Dunque, Bertani, a differenza di Garibaldi, “monta a bordo di altro legno”, ovvero non segue Garibaldi che è sul Washington e va a Caprera. Poi, a p. 171, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, la White conferma che Bertani giunse con i suoi volontari a Palermo e poi, a Milazzo si ricongiunse con Rustow e gli altri volontari. Rustow era partito il 17 da Palermo, su ordine di Garibaldi e dopo le dimissioni di Pianciani. A Palermo ancora non vi era Bertani che arriverà solo il 19 agosto 1860 e si recherà a Milazzo. Bertani e la White non dirà nulla sulla partenza di Bertani da Cagliari sul vapore “Il Generale Garibaldi” e non dirà molto sull’arrivo a Palermo, dove vi era il Depretis. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Ma, il Pittaluga, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava ; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti , gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata.”. Pittaluga non dice nulla di Bertani che volle restare a Cagliari per meglio organizzare i suoi volontari (rifornimenti di combustibile etc..). Pittaluga, però, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Bertani intanto, giunto egli pure a Palermo quando il Dittatore era già partito, etc…”. Dunque, Pittaluga scriveva che Bertani arrivò a Palermo quando Garibaldi aveva già ricevuto il Pianciani ed era ripartito da Palermo, per recarsi verso Messina e Taormina. Dunque, Bertani, non era partito da Cagliari insieme a Garibaldi, sul vapore Washington ma era partito ed arrivato a Palermo il giorno 19 agosto 1860, dopo la partenza di Garibaldi da Palermo.

BERTANI IN VIAGGIO PER PALERMO                                           

Nel ….. agosto 1860, a Palermo, l’arrivo di Agostino BERTANI, con il il vapore “Garibaldi” noleggiato e con cui porterà alcune truppe prima a Palermo e poi a Milazzo   

Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Infatti, Bertani, al rientro di Garibaldi dall’isola di Caprera, volle rimanere con le sue truppe e non salì sul vapore Washington dove era imbarcato Garibaldi che subito si diresse a Palermo. Agostino Bertani, con altri volontari arriverà a Palermo ma solo dopo l’arrivo di Garibaldi (16 agosto 1860), solo dopo la partenza di Garibaldi per Trapani (17 agosto 1860) e solo dopo l’arrivo di Pianciani e Rustow, che a Palermo riuscirà a parlare con Garibaldi. Poi, proseguendo il nostro racconto, anche Bertani era rientrato dalla Sardegna con i suoi soldati e truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Garibaldi si era portato avanti. Garibaldi a Palermo aveva rivisto il Pianciani il quale si era dimesso e Garibaldi diede l’incarico a Rustow che sostituì Pianciani. Il comando era stato affidato a Turr. Garibaldi si allontana da Palermo e nel frattempo arrivò anche il Bertani il quale non trovandolo cerca in tutti i modi di raggiungerlo. Ma quando Bertani rientra dalla Sardegna ? Inoltre dove si reca con i suoi volontari Bertani quando arriva in Sicilia dalla Sardegna ? La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”.”. Dunque, la White, traendo dal Diario del Bertani, scriveva che Agostino Bertani, a Cagliari, non partirà con Garibaldi che si era imbarcato sul Washington, ma “…ma vuole rimanere coi volontari”. Dunque, se Bertani, a Cagliari non partì con Garibaldi, quando partì per Palermo ? Cosa fece Bertani a Cagliari ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White:  “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. In questo passaggio la White-Mario scriveva che Bertani era giunto a Palermo, a differenza di Agrati che scrive che Bertani non andò a Palermo, ma si diresse direttamente a Milazzo. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. E’ questo un passaggio che non mi convince. Il Treveljan scrive come se Bertani fosse arrivato a Palermo ed avesse potuto parlare con Garibaldi. Questo lo fece il Pianciani ma non il Bertani che arrivò a Palermo solo dopo che Garibaldi fosse ripartito per Trapani. Infatti, Bertani arrivato a Palermo apprende delle dimissioni del Pianciani. Infatti, la White-Mario (…..), traendo dal diario del Bertani scriveva: “…studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Bertani, arrivato in Sicilia, cercò invano di raggiungere Garibaldi. Bertani, arrivato in Sicilia da Cagliari, si vide con il Pianciani (?), il quale gli mise al corrente della “Diversione” di Garibaldi e delle dimissioni sue. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».”. Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Ma, il Pittaluga, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti , gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata.”. Pittaluga non dice nulla di Bertani che volle restare a Cagliari per meglio organizzare i suoi volontari (rifornimenti di combustibile etc..). Pittaluga, però, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Bertani intanto , giunto egli pure a Palermo quando il Dittatore era già partito, etc…”. Dunque, Pittaluga scriveva che Bertani arrivò a Palermo quando Garibaldi aveva già ricevuto il Pianciani ed era ripartito da Palermo, per recarsi verso Messina e Taormina. Dunque, Bertani, non era partito da Cagliari insieme a Garibaldi, sul vapore Washington ma era partito ed arrivato a Palermo il giorno 19 agosto 1860, dopo la partenza di Garibaldi da Palermo. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “Bertani intanto, giunto egli pure a Palermo quando il Dittatore era già partito, era sempre infervorato della diversione da eseguire con le truppe di Pianciani, ed erasi anche affaticato a coordinare tutta l’azione secondo la nuova situazione risultata a Cagliari. A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali. Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Maraldi, continuando il suo racconto, riferendosi a Bertani scriveva: “Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Nel frattempo, Bertani deve fronteggiare le richieste di Sirtori il quale aveva ricevuto l’ordine da Garibaldi di requisire tutti i navigli, anche quelli su cui viaggiavano le truppe e il Bertani, per poter effettuare lo sbarco in Calabria. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: I Cavouriani, ritornati a sciami a mettere l’isola sossopra per l’immediata annessione, avevano sparsa la voce che egli sfidando il Re, Cavour e Garibaldi stesso, voleva condurre in persona la spedizione negli Stati pontifici. Depretis, col quale Bertani stava in continui rapporti, rideva della stupida calunnia; Sirtori però fu indotto a crederla.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, etc…”. Proseguendo il suo racconto, la White, a p. 172 ci parla dell’incomprensione sorta tra Sirtori e Bertani. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: I Cavouriani, ritornati a sciami a mettere l’isola sossopra per l’immediata annessione, avevano sparsa la voce che egli sfidando il Re, Cavour e Garibaldi stesso, voleva condurre in persona la spedizione negli Stati pontifici. Depretis, col quale Bertani stava in continui rapporti, rideva della stupida calunnia; Sirtori però fu indotto a crederla. Nel fatto questi, il giorno 20, dando a me, impaziente di raggiungere Alberto passato coi pionieri, la notizia dello sbarco di Garibaldi e il permesso di imbarcarmi con Ripari capo dell’ambulanza, soggiunse: “Ora spero che Bertani smetterà la sua ostinata idea di condurre le sue genti negli Stati pontifici.”.”. Qui la White scrive che Sirtori fu indotto a credere della stupida calunnia nei confronti di Bertani emanando l’ordine di arresto, che poi, per fortuna non fu eseguito. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 332, riferendosi a Pianciani, all’incontro con Garibaldi a Cagliari, in proposito scriveva che: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte” per Palermo. Il 16 agosto 1860, a Palermo accade che: “Il 16 sera giunge a Palermo (Pianciani), e mentre le trupe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, Garibaldi arriverà prima di Pianciani a Palermo, il 16 agosto 1860 ma senza Bertani di cui l’Agrati non accenna. Agrati riprenderà a parlarci di Bertani solo quando, a p. 342 scriveva che Bertani aveva lasciato Garibaldi in Sardegna. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripartito per Palermo. Nel titolo al saggio ho scritto che Bertani aveva noleggiato il vapore “Garibaldi”. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani.

IL VIAGGIO DI BERTANI PER MILAZZO

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, ….”. La White-Mario (…..), traendo dal diario del Bertani scriveva: “…studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Bertani, arrivato in Sicilia, cercò invano di raggiungere Garibaldi. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “….Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “….e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza, Non trovò più il Generale già partito per Giardini. Voleva raggiungerlo; ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Bertani si era imbarcato a Palermo con il vapore “Garibaldi”, noleggiato per portare alcune truppe dei volontari dell’ex spedizione che lui stesso chiamò “Spedizione Terranova”. Infatti, l’Agrati scriveva: Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, il 20 agosto 1860, proveniente da Palermo. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, Agrati scriveva che Agostino Bertani, a Palermo: vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Agrati scriveva che il vapore “Garibaldi”, secondo il patto stipulato tra il Sirtori ed il Bertani, doveva essere rilasciato “non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, il vapore “Garibaldi” fu noleggiato dal Bertani per trasportare la sua “gente” in Sicilia. Dunque, questo vapore fu noleggiato prima di arrivare in Sicilia. E dove ? In Sardegna, dove Bertani aveva lasciato Garibaldi che subito era ripartito per la Sicilia. Bertani, a Palermo aveva noleggiato il vapore “Garibaldi” per trasportare in Sicilia le sue truppe provenienti da Cagliari. A causa di questo vapore “Garibaldi”, a p. 199, Agrati scrive che nacque un grave malinteso con il generale Sirtori perché Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 364, il telegramma di Sirtori a Depretis inviato da Messina il 22 agosto 1860: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Quest’ordine severo è motivato dall’aver condotto via di qui senza ordine e senza avviso il piroscafo Garibaldi che per ordine del Dittatore doveva servire a portare truppe in Calabria.”.”. Nel telegramma il Sirtori chiama il vapore Garibaldi “piroscafo”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, il 20 agosto 1860. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Dunque, Bertani, dalla Sardegna si fermò prima a Palermo e poi proseguì per Milazzo. Egli proveniva dalla Sardegna sul vapore noleggiato “Garibaldi”. Siccome Sirtori aveva avuto ordine da Garibaldi che prima di partire per il continente aveva ordinato di fermare tutti i vapori a Trapani, fece nascere tra il Sirtori e Bertani un grave malinteso. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”Carlo Agrati, a p. 363 aggiungeva dell’intimazione a Bertani del Sirtori: “Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova. Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l”Indépendance’ che fa 11 miglia all’ora…Così si potrà lasciare libero il Garibaldi il cui capitano protesta di non poter ulteriormente star fuori di Genova. Tu mi hai ridotto una questione d’onore ad una quistione di disciplina militare…Ti rammento che il Generale mi scrisse pochi giorni sono a Genova di fare ogni sforzo rivoluzionario sullo Stato pontificio e di Napoli e che quindi anche in ciò obbedìì ai suoi ordini. Etc…“. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….A. Bertani.”. Dunque, Agrati riportava la lettera o dispaccio che Bertani inviò a Sirtori, rispondendogli, il 20 agosto 1860, dal vapore Garibaldi, con cui viaggiava navigando per recarsi a Milazzo. Agrati, a p. 364, in proposito aggiungeva che: “Il Bertani si riferisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fotunata spedizione dei Mille, la quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi. Fu certamente il Cattabeni che portò la lettera al Sirtori, e questi, ben lungi dall’arrendersi alle ragioni del Bertani, dovette provocare quell’ordine esplicito del Dittatore di usare il ‘Garibaldi’ pel trasporto delle truppe in Calabria. A sua volta il Bertani, malgrado l”Indépendance’ non arrivasse che due giorni dopo, non tenne conto dell’ordine di Sirtori e lasciò libero il vapore, etc…”. Agrati, continuando il suo racconto, a p. 364 scriveva che: per cui il Sirtori, credendo che il Bertani fosse con esso diretto a Palermo, telegrafò al Depretis: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Etc…”. Agrati, a p. 364 proseguendo il suo racconto scriveva che: “A sua volta il Bertani, malgrado l”Indépendance’ non arrivasse che due giorni dopo, non tenne conto dell’ordine di Sirtori e lasciò libero il vapore, per cui il Sirtori, credendo che il Bertani fosse con esso diretto a Palermo, telegrafò al Depretis: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Etc…”. Dunque, il Sirtori invia un telegramma a Depretis e gli scrive: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Quest’ordine severo è motivato dall’aver condotto via di qui senza ordine e senza avviso il piroscafo Garibaldi che per ordine del Dittatore doveva servire a portare truppe in Calabria.”.”. L’Agrati, dopo aver detto dello spiacevole fatto tra Sirtori e Bertani, ovvero l’ordine di Sirtori inviato a Depretis di arrestare il Bertani che si era allontanato con il vapore Garibaldi e, giustifica il Bertani scrivendo: “Fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo e Depretis non ebbe così da eseguire quell’ordine increscioso, che poi non venne più ricordato forse per il precipitare degli eventi.”. Dunque, Agrati scriveva che “fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo” dove vi era il Depretis che non poté eseguire l’ordine di arrestare il Bertani. Dunque, Agrati scriveva che Bertani non giunse a Palermo e così Depretis non poté eseguire l’ordine di arresto. Ma, Agrati aveva scritto che Bertani era partito da Palermo col vapore “Garibaldi” noleggiato a Palermo per portare le truppe a Milazzo. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Bertani si era imbarcato a Palermo con il vapore “Garibaldi”, noleggiato per portare alcune truppe dei volontari dell’ex spedizione che lui stesso chiamò “Spedizione Terranova”. Infatti, l’Agrati scriveva: Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, perché l’Agrati, proseguendo il suo racconto scrive “fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo.” dove vi era il Depretis che non poté eseguire l’ordine di arrestare il Bertani ? Bertani, proveniente dalla Sardegna, giunse o non giunse a Palermo dalla Sardegna prima di andare a Milazzo ?. Forse l’Agrati si riferiva al viaggio che Bertani faceva sul piroscafo “Garibaldi”, di cui, il suo capitano si rifiutava di ritornare a Palermo perché siccome il mare di Sicilia era infestato di piroscafi borbonici, il comandante del “Garibaldi” “protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova”, cosa che peraltro fece qundo arrivarono a Milazzo. Forse la frase di Agrati si riferiva a quando il Bertani aveva già lasciato Palermo per andare a Milazzo e fu raggiunto dalla dispaccio del generale Sirtori che gli intimava di restituirgli e mandargli indietro il piroscafo “Garibaldi”, con cui Bertani era partito, senza voler sentire ragioni, da Palermo. L’Agrati si riferisse alla sua frase, a p. 363: “Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova.”, ovvero, siccome Sirtori aveva ricevuto l’ordine da Garibaldi che tutti i legni dovevano essere disponibili per lo sbarco in Calabria scrisse a Bertani di consegnare il vapore “Garibaldi” che Bertani aveva noleggiato a Palermo, ma: “…col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Da questo passo si evince che Bertani si era imbarcato sul piroscafo da lui noleggiato a Genova e che si trovava a Golfo Aranci, il piroscafo “Garibaldi”, a Cagliari, diretto a Palermo.Dunque, tra il Bertani e il Sirtori vi era il “…patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Ma, dove fu fatto questo patto di cui parla l’Agrati ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 344, in proposito scriveva che: “Garibaldi, invece è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità. Egli si accorge che là soltanto che con altre navi non vi son più quei due vapori, in seguito alla cui mancanza abbandona il progetto etc…, e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, poiché due vapori, il Torino e il Franklin sono già partiti in seguito ad altro ordine avuto dal Sirtori da Messina. Etc…”. In questo passaggio si parla dell’ordine che Garibaldi invia a Depretis e indirettamente a Sirtori ma esso arriva il 15 agosto 1860 a Palermo, dove si trovava il prodittatore della Sicilia Depretis. E’ sulla base di questo ordine che il Sirtori invia a Bertani che si trovava a Cagliari di restituire il piroscafo “Garibaldi” non appena sarebbe arrivato a Palermo. Il Bertani aveva stipulato il patto che egli avrebbe lasciato libero il vapore ed il suo Comandante solo dopo che i volontari fossero stati trasportati in Sicilia, cosa che, peraltro avvenne perché come si è visto Bertani arriverà col vapore “Garibaldi” in Sicilia e a Palermo. Ma, perché accadde l’increscioso malinteso tra il Bertani ed il generale Sirtori ? Agrati, a p. 363 aggiungeva dell’intimazione a Bertani del Sirtori: “Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova.”. Agrati scriveva pure che: “Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l”Indépendance’ che fa 11 miglia etc..”. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….A. Bertani.”. Dunque, Agrati riportava la lettera o dispaccio che Bertani inviò a Sirtori, rispondendogli, il 20 agosto 1860. Bertani era in viaggio sul “Garibaldi”. Dunque, il 22 agosto 1860, Sirtori scrive a Depretis che se arrivava Bertani a Milazzo egli avrebbe dovuto arrestarlo. Dunque, da questo dispaccio del Sirtori si evince che Bertani, il 22 agosto 1860 ancora era in viaggio sul vapore “Garibaldi” e non era arrivato a Milazzo.

BERTANI ARRIVA A MILAZZO

Nel 19 agosto 1860, a Milazzo, l’arrivo da Palermo di AGOSTINO BERTANI che va in cerca di Garibaldi  

Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. In questo passaggio la White-Mario scriveva che Bertani era giunto a Palermo, a differenza di Agrati che scriveva che Bertani non andò a Palermo. Bertani va a Milazzo cercando di raggiungere Garibaldi. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. La White aggiunge che Bertani, dopo aver riunito con Rustow le sue truppe a Milazzo: “….poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Devo precisare però al riguardo che Bertani era sicuramente diffidente nei confronti di Cavour ma ciò che aveva saputo, ovvero della circolare di Farini e della violenza fatta a Nicotera dal Ricasoli non è fatto che avviene il 20 agosto 1860 ma ciò accade il 31 agosto 1860, dunque non è corretto ciò che scrive la White, la quale, tuttavia voleva dare un senso all’azione di Bertani che cerca di nuovo di raggiungere Garibaldi e sapere cosa doveva fare. Bertani, che era stato a Palermo e che aveva parlato con Depretis aveva certamente saputo della “diversione” che Cavour stava cercando di fare nei confronti delle truppe che, infatti furono dirottate da Golfo Aranci a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, proveniente da Palermo, il 20 agosto 1860. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”. Dunque, il 22 agosto 1860, Sirtori scrive a Depretis che se arrivava Bertani a Milazzo egli avrebbe dovuto arrestarlo. Dunque, da questo dispaccio del Sirtori si evince che Bertani, il 22 agosto 1860 ancora era in viaggio sul vapore “Garibaldi” e non era arrivato a Milazzo. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.”. Dunque, Maraldi scriveva che Bertani raggiunse Milazzo dove arrivò anche il generale Turr che convinse le truppe dei volontari garibaldini, non contenti della “diversione” (questi volontari organizzati da Bertani, in principio dovevano insieme al Pianciani invadere gli Stati Pontifici). Anche Agostino Bertani fu presente alla rivista dei volontari a Milazzo, il 19 agosto 1860. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza, Non trovò più il Generale già partito per Giardini. Voleva raggiungerlo; ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15ª Divisione comandata dal Türr stesso. Questi ordinò una rivista, alla quale intervenne anche Bertani. Appena il generale Türr arrivò sulla fronte delle truppe, etc…”. Dunque, Bertani, si recò con altre sue truppe a Milazzo dove trovò le sue truppe ivi portate da Rustow. Sull’increscioso malinteso accaduto tra il Sirtori ed il Bertani, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: I Cavouriani, ritornati a sciami a mettere l’isola sottosopra per l’immediata annessione, avevano sparsa la voce che egli sfidando il Re, Cavour e Garibaldi stesso, voleva condurre in persona la spedizione negli Stati pontifici. Depretis, col quale Bertani stava in continui rapporti, rideva della stupida calunnia; Sirtori però fu indotto a crederla.”. La White, a p. 172, riferendosi al generale Sirtori aggiunge che: “Nel fatto questi, il giorno 20, dando a me, impaziente di raggiungere Alberto passato coi pionieri, la notizia dello sbarco di Garibaldi e il permesso di imbarcarmi con Ripari capo dell’ambulanza, soggiunse: “Ora spero che Bertani smetterà la sua ostinata idea di condurre le sue genti negli Stati pontifici. “Generale, “io risposi all’amico benevolo e venerando, “ho veduto stamani il Bertani a Milazzo, in mezzo ai volontari: egli non pensa che di eseguir gli ordini di Garibaldi e di raggiungerlo; non vuole però lasciarsi ghermire quella bella legione nè da Tizio nè da Caio, senza l’ordine di lui.”. Lo spero, “replicò, “troppo mi sarebbe dispiaciuto doverlo arrestare.”.”. Dunque, la White, che era stata a Milazzo, risponde a Sirtori che: “ho veduto stamani il Bertani a Milazzo, in mezzo ai volontari: egli non pensa che di eseguir gli ordini di Garibaldi e di raggiungerlo; non vuole però lasciarsi ghermire quella bella legione nè da Tizio nè da Caio, senza l’ordine di lui.”.”. La White aveva visto Bertani a Milazzo che partecipava alla rivista del generale Turr che invogliava le sue truppe, che non erano state tanto contente della “diversione” imposta da Cavour e che solo dopo l’intervento, a Milazzo di Bertani, si convinsero di andare con Garibaldi nelle provincie Napoletane e sbarcare in Calabria. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: Türr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il Colonnello Rüstow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Türr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: « Andiamo a Roma ! … Vogliamo Roma ! … » Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia << secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro  << a fare che abbandonare l’Isola. » E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù. Parlò poi all’ufficialità, invitandola a mettere in opera ogni buon volere per mantenere ferma la disciplina, la quale in tutti i tempi e specialmente in quei momenti dovea essere base fondamentale di ordine e di organizzazione per poter compiere l’opera intrapresa con Garibaldi e conseguire lo scopo di ogni patriotta italiano. Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, immagino che anche Bertani, su ordine di Turr partì con Rustow e con le sue truppe per Torre di Faro. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, il 20 agosto 1860, la giornalista White, moglie di Alberto Mario, ritornando a Milazzo scriveva che: Trasognai, ma tornando a Milazzo trovai Bertani presso Cianciolo ferito; ambedue ridevano delle notizie già sparse del suo meditato arresto. Venne Türr, e passò in rivista la legione. < Andiamo a Roma ! Vogliamo andare a Roma ! scoppiò su tutta la fronte . Grido, al quale Bertani rispose : < Viva l’Italia ! Viva Garibaldi ! »; nè la disciplina fu scossa.”. La White, a questo punto aggiunge che: “Acerbi, andato per prendere istruzioni dal generale, ne ebbe per Bertani la seguente lettera, che mandò per telegrafo: Reggio, 22 agosto 1860. Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. La White, riferendosi a Milazzo dove ancora si trovava Bertani con le sue truppe, scriveva che, l’Intendente Acerbi era andato incontro a Garibaldi in Calabria. Acerbi, da Reggio Calabria, il 22 agosto 1860 telegrafò a Milazzo inviando una lettera o dispaccio per Agostino Bertani. Garibaldi ordinava a Bertani pregandolo di Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. Fu questo l’ordine che attendeva Bertani. Dunque, Bertani, ricevuto il dispaccio da Garibaldi fece di tutto per sbarcare sul continente, in Calabria. La White, a pp. 173 prosegue scrivendo: “La caccia in quei giorni ai bipedi e quadrupedi e ai mezzi di trasporto per mare e per terra era fin comica si sentiva prima che si sapesse, che Garibaldi aveva abbandonato l’isola: anche invisibile, egli con magnetico fluido tutti attirava. I feriti di cui le case e le chiese di Milazzo erano piene, fuggirono; e il vice- capo dell ‘ ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: (1).”. La White, a p. 173, nella nota (1) postillava che: “(1) Fatto questo da notarsi, dacchè una delle accuse mosse a Bertani fu che egli, quando divenne segretario generale, con arbitrio dittatoriale creò governatori a suo piacere. (2) Questo titolo innocentemente regalatogli da Plutino per telegrafo gli fruttò l’accusa di volere farsi generale ; ma egli si firmò sempre o Bertani o Bertani dott. Agostino.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Maraldi, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “…Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Dunque, Agrati, riferendosi a Bertani scriveva che: “…la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva al Faro il 28”. La Divisione di Rustow e Bertani, il 26 agosto si allontanava da Milazzo e marciando per via di terra, il 28 agosto 1860 arrivava al Faro (sempre in Sicilia). Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 158-159, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Ma ciò non gli riuscì perchè quella stessa sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita.”.

A MILAZZO TURR PASSA IN RIVISTA LE TRUPPE

Nel 19 agosto 1860, a MILAZZO, l’arrivo del generale TURR a cui Garibaldi aveva dato il comando della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale che includeva le truppe dell’ex Pianciani 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi aveva già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, riferendosi a Bertani ed alla sua condotta, rispondendo al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “…“ho veduto stamani il Bertani a Milazzo, in mezzo ai volontari: egli non pensa che di eseguir gli ordini di Garibaldi e di raggiungerlo; non vuole però lasciarsi ghermire quella bella legione nè da Tizio nè da Caio, senza l’ordine di lui.”.”. La White aveva visto Bertani a Milazzo che partecipava alla rivista del generale Turr che invogliava le sue truppe, che non erano state tanto contente della “diversione” imposta da Cavour e che solo dopo l’intervento, a Milazzo di Bertani, si convinsero di andare con Garibaldi nelle provincie Napoletane e sbarcare in Calabria. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 172 e ssg., riferendosi a Milazzo, in proposito scriveva che: “Venne Türr, e passò in rivista la legione. < Andiamo a Roma ! Vogliamo andare a Roma ! scoppiò su tutta la fronte. Grido, al quale Bertani rispose: < Viva l’Italia ! Viva Garibaldi ! »; nè la disciplina fu scossa. Acerbi, andato per prendere istruzioni dal generale, ne ebbe per Bertani la seguente lettera, che mandò per telegrafo: Reggio, 22 agosto 1860. Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100 riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Türr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il Colonnello Rüstow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Türr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare : « Andiamo a Roma ! … Vogliamo Roma ! … » Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia << secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro  << a fare che abbandonare l’Isola. » E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù. Parlò poi all’ufficialità, invitandola a mettere in opera ogni buon volere per mantenere ferma la disciplina, la quale in tutti i tempi e specialmente in quei momenti dovea essere base fondamentale di ordine e di organizzazione per poter compiere l’opera intrapresa con Garibaldi e conseguire lo scopo di ogni patriotta italiano. Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “…a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza, Non trovò più il Generale già partito per Giardini. Voleva raggiungerlo; ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15ª Divisione comandata dal Türr stesso. Questi ordinò una rivista, alla quale intervenne anche Bertani. Appena il generale Türr arrivò sulla fronte delle truppe, queste si diedero a gridare: « Andiamo a Roma! … Vogliamo Roma … ». Passata la rivista il generale Türr disse: « In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi ; la truppa marcia secondo i suoi ordini ; ed a chi ciò non piacesse, non ha altro a fare che abbandonare l’Isola ». E queste parole bastarono a temperare l’ardore di quella gioventù. Bertani che sperava sempre di ottenere per quelle truppe, che erano il risultato delle sue cure intense, ostinate e prolungate, un impiego speciale, ora che esse avevano calorosamente manifestato il loro desiderio, voleva fare ancora un tentativo presso il generale. Ma ciò non gli riuscì perchè quella stessa sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow…..Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 76, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto avemmo una specie di festa in famiglia. In occasione del suo ritorno in Sicilia, il generale Turr aveva riunito a pranzo tutti gli ufficiali presenti a Messina della sua divisione, la più numerosa e la più importante dell’esercito meridionale. Questo pranzo, che coincideva con la festività di Santo Stefano d’Ungheria, si svolse nel palazzo che serviva da quartiere al colonnello di brigata Eber ed al suo stato maggiore. Fummo puntualissimi all’appuntamento, non c’è bisogno che lo dica; i generali Sirtori e Medici si sedettero l’uno alla destra l’altro alla sinistra del generale Turr, e tutt’intorno centocinquanta ufficiali, tutti in camicia rossa, presero posto ad un’enorme tavola a ferro di cavallo. Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 43, in proposito scriveva che: “Cosa strana, Garibaldi nutre per i preti un odio che nemmeno gli enciclopedisti del diciottesimo secolo hanno provato; e dei due uomini che si è scelti per amici intimi, uno è un ex-parroco, l’altro un ex monaco! (1). Nel suo esercito, il generale che gli ispira maggior fiducia è Sirtori, che è stato monaco. C’era lì Basso, segretario devoto, sempre pronto, e che non soccombe sotto lo spaventevole compito di leggere la corrispondenza che ogni giorno arriva al generale dai quattro angoli della terra.”. Maceri, nel testo di Maxime Ducamp, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) * Il “vecchietto, tozzo, barbuto, sempre all’erta” cui si accenna nel testo era l’ex-parroco mantovano Luigi Gusmaroli. Vale la pena confrontare la descrizione che ne fa il Duchamp con il profilo tracciatone all’Abba in ‘Da Quarto al Volturno’: “Curvetto, piccolo, tarchiato, passo da marinaio, capelli bianchi e lunghi, barba fatta, indovinata per parare quella del Generale; Gusmaroli, il vecchio parroco mantovano, può dare un’idea di quello che sarà Garibaldi, fra una ventina d’anni.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra..

Nel 19 agosto 1860, a Milazzo, Agostino BERTANI ricevè da Garibaldi un telegramma che lo invitava in Calabria

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 172 e ssg., riferendosi a Milazzo, in proposito scriveva che: “Acerbi, andato per prendere istruzioni dal generale, ne ebbe per Bertani la seguente lettera, che mandò per telegrafo: Reggio, 22 agosto 1860. Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100 riferendosi al 19 agosto 1860, in proposito scriveva che: Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati.”. Dunque, come si vede, Pecorini, sulla scorta del Rustow non parlò affatto del telegramma di Garibaldi, che consegnato da Acerbi a Bertani lo invitava a venire con le sue truppe bene equipaggiate in Calabria. A Milazzo, Bertani aveva partecipato alla rivista che il generale Turr fece alle truppe ivi riunite. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: Bertani che sperava sempre di ottenere per quelle truppe, che erano il risultato delle sue cure intense, ostinate e prolungate, un impiego speciale, ora che esse avevano calorosamente manifestato il loro desiderio, voleva fare ancora un tentativo presso il generale. Ma ciò non gli riuscì perchè quella stessa sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita.”.

Nel 26 agosto 1860, a Paola, il Maresciallo VIAL,

Cesare Morisani (….), nel suo, Ricordi storici. I fatti delle Calabrie nel luglio ed agosto 1860, Reggio, Tip. Caruso, 1872, a pp. 152, in proposito scriveva che: “…..in quel giorno stesso 26 Agosto si presentarono a Vial per dichiarargli che i loro corpi non si sarebbero battuti. Vial non seppe cacciar via quegl’inetti per farli sostituire da uffiziali capaci, non seppe superare quelle forti, ma superabili contrarietà, e attraversato in tutt’i modi, disperò di qualunque buon successo, disperò financo d’ assicurarsi la via colle armi, e s’appigliò al più umiliante partito, che gli restava, di domandare al nemico la ritirata. – All’ uompo spedì il capo dello Stato maggiore Colonnello Bertolini, facendolo imbarcare sul Vapore la Stella perchè la truppa si fosse ritirata sopra Salerno senz’ essere molestata. che ore dopo dalla partenza di Bertolini giungeva a Pizzo proveniente da Napoli un vapore francese, portante non già il generale Pianell, che prometteva di voler assumere il comando delle truppe in Calabria, non già altri generali da sostituire quelli, che fino allora aveano fatta cattiva prova, ma il maggiore Ludovigo De Sauget portante l’ordine, di lasciare interamente le Calabrie al nemico, e marciare in ritirata etc….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 271-272, in proposito scriveva: “…..indubitabile che ai grandi successi di Garibaldi concorreva il contegno ignominioso dei napoletani. Se i generali ed uffiziali napoletani fossero stati brava gente, i rapidi successi di Garibaldi erano assolutamente impossibili. Ma è un grosso errore il credere che Garibaldi abbia operato col danaro per guadagnarsi dei traditori. Garibaldi non aveva danaro, e le perpetue strettezze pecuniarie dell’esercito meridionale non cessarono che dopo la presa di Napoli. È possibile che una volta od un’altra qualche furfante napoletano si risolvesse a prontamente capitolare, calcolando di poter usufruire a proprio vantaggio la cassa del reggimento o della brigata, ma anche questa cosa non può essersi verificata che di rado, poichè neppure le regie casse di guerra non erano troppo provviste. La causa principale dei rapidi successi di Garibaldi era senza questione lo stato di sfacelo in cui si trovava il paese, la mancanza di fede nella durata dello stato attuale, radicata appunto nel ceto colto civile e militare del paese, e la confusione che ne derivava. Erano le precise condizioni della Prussia nel 1806. Quegli stessi giovinastri che poche settimane prima impertinenti maltrattavano i loro soldati col più spaventevole arbitrio e sulla piazza d’armi avrebbero mangiati tutti gli eserciti del mondo, erano là imbambolati, appena la disciplina esterna più non bastasse, e si facesse appello all’uomo ed al merito personale.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz, la divisione Medici e la divisione Bixio….Prima di narrare la marcia di Garibaldi attraverso le Calabrie, la Basilicata ed il Principato, per Napoli, è necessario intrattenerci alquanto dell’ insurrezione in queste provincie, la quale precorse l’esercito meridionale, indi vedere come a fronte degli avvenimenti si contenessero il re Francesco II, la sua corte ed il suo ministero. III. L’insurrezione nel continente napoletano. Contemporaneamente allo sbarco delle prime truppe di Garibaldi sul continente l’insurrezione destossi in tutto il territorio del re Francesco. L’armata di Garibaldi non è anzi tutto che il punto d’appoggio di questa insurrezione, che la precorre. È impossibile tenerle dietro in tutte le sue particolarità; è però necessario informare in qualche modo il lettore del modo in cui si diffuse.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 276, in proposito scriveva: “Dopo il 25 agosto insorsero nel Principato citeriore Eboli, la Sala, il distretto del Cilento. I regii lasciavano tranquillamente che si facesse , ma non vedevano con altrettanta indifferenza che la rivoluzione si agitasse anche nel Principato ulteriore.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 296, in proposito scriveva: “Durante i combattimenti di Villa San Giovanni e Piale, il general Viale, con parte delle sue truppe, erasi da Monteleone avanzato verso Bagnara ed aveva dato ordine allo stesso brigadiere Ruiz di attaccare i garibaldini. Questi erasi rifiutato di intraprendere l’attacco collo scarso numero di truppe che aveva. Viale quindi ritirossi di nuovo a Monteleone, si mise a letto ammalato e chiese la sua dimissione, appena vide in quale stato fuggivano i corpi di Briganti e Melendez, e quando seppe che i rinforzi i quali dovevano congiungersi con lui, allo sbarco presso Paola ne erano stati impediti da quegli abitanti.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 487, in proposito scriveva che: “…XLII. Martedi 4 settembre i volontari levarono il campo dirigendosi verso Rogliano, dove giunsero e bivaccarono la notte seguente. All’alba del 5 si riposero in marcia e pervennero il giorno stesso a Cosenza, bella e pittoresca città, capo luogo della Calabria ulteriore. XLIII. Quivi i volontari pagavano un debito di patria e fraterna affezione e memoria. Il 24 luglio 1844 Cosenza era stata il teatro d’ infausta tragedia: Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro ed i loro compagni di gloria e sventura avevano quivi scontato col sangue la temerità giovanile e l’amore all’Italia. Un governo più equo o meno feroce avrebbe rispettato la loro gioventù e le loro illusioni: ma la Corte borbonica, avida mai sempre di sangue, tutti ad un tratto li fece dannare all’ ultima pena . Eglino subirono il loro destino con eroica rassegnazione e costanza : e furono l’un sopra l’altro fucilati etc….”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 138-139, riferendosi al colonnello Ludovico Frapolli, in proposito scriveva che: “Garibaldi non era più a Bagnara, che aveva lasciato alcune ore prima del nostro arrivo; vi trovavamo invece il colonnello Frapolli, lo stesso con cui eravamo partiti da Genova…..Dopo aver parlato quella stessa mattina con Garibaldi, egli si preparava a ritornare in Sicilia per accellerare l’invio di truppe e dirigerle per mare non più a Reggio e su Scilla, ma molto più a nord, in previsione di una resistenza determinata, per lanciarle a Paola, dietro Cosenza, in maniera da tagliare la ritirata ai Napoletani, e su Sapri, per operare un movimento che potesse minacciare Salerno. Era il mezzo, escogitato assai bene dal Frapolli stesso, d’isolare gli uni dagli altri e di ridurre al nulla i diversi corpi regii che ancora occupavano in forze la strada di Napoli, e che potevano condenderci seriamente il passaggio nel caso poco probabile che al nostro avvicinarsi non si fosse sollevato tutto il paese. Frapolli partì solo sulla piccola imbarcazione per raggiungere Milazzo, e noi salimmo in carrozza per andare a raggiungere Garibaldi; etc…”. Dunque, Du Champ ci parla dell’arrivo di Turr a Bagnara calabra dove trovarono il colonnello Ludovico Frapolli (….), il quale aveva conversato con Garibaldi che da poco aveva lasciato Bagnara. Frapolli era in procinto d’imbarcarsi per la Sicilia, per andare a Milazzo e raccontava il piano di Garibaldi di non portare le truppe del Turr a Reggio e a Scilla ma di portarle a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Frapolli, fu in Ingegniere, patriota. Partecipò a tutte le imprese garibaldine dal 1860 al 1871, dopo lunghi anni di esilio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr). La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 196 e ssg., in proposito scriveva che: “Il maresciallo Vial con dodicimila uomini era intorno a Monteleone; e per sostenere Briganti ordinò si marciasse alla volta di Bagnara. Ma lo spirito di diserzione agita sue truppe, lo spirito d’insurrezione le città circostanti; cosi, ch’egli non osa di spingersi innanzi; e gli eventi precipitano. L’ostile commuoversi delle popolazioni già prorompe manifesto; i comitati comandano a Catanzaro; bande d’insorgenti si no colgono al cenno di Stocco; e innanzi a queste una parte del 2.“ di linea, il giorno 26 mette giù le armi a Tiriolo senza colpo ferire; regii rinforzi approdati a Paola non possono muovere innanzi; Cosenza tutta in armi; Briganti è disfatta. Infermò Vial a letto; passa il comando al General Ghio. Il quale seppe incontanentei nuovi rovesci della capitolazione di Caldarelli; e, segregato, in mezzo a gagliardo incendio che da tutte parti da Reggio a Salerno 1’ avvolgeva, non pensò che a ritrarsi per Napoli, augurando, se gli arride fortuna, di incontrare in qualche rada del Tirreno regie navi, che gli facessero abilità di schivare i perigli della lunghissi ma marcia per terra.

BERTANI VIAGGIA IN MARE DIRETTO A MESSINA (TORRE DI FARO)

Nel 28 agosto 1860, Agostino BERTANI, viaggia con il vapore UTILE per raggiungere le sue truppe a Messina

Dopo aver ricevuto a Milazzo, il dispaccio di Garibaldi, dove Garibaldi lo invitava a portare le sue truppe in Calabria, Bertani, da Milazzo cerca di portare le sue genti al porto di Messina, a Torre di Faro. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 172-173, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “La caccia in quei giorni ai bipedi e quadrupedi e ai mezzi di trasporto per mare e per terra era fin comica si sentiva prima che si sapesse, che Garibaldi aveva abbandonato l’isola: anche invisibile, egli con magnetico fluido tutti attirava. I feriti di cui le case e le chiese di Milazzo erano piene, fuggirono; e il vice- capo dell ‘ ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente.. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174, in proposito scriveva che: “Senza la benevolenza del povero Nievo a Palermo, di Acerbi e di Nicola Fabrizi a Messina, Bertani davvero non avrebbe trovato trasporti tra tanti che se li leticavano per pigiarvi le genti loro, magari sloggiandone quelle degli altri. Così il povero Ripari fino dal 22 fu sbalzato col personale e materiale d’ambulanza dall’Aberdeen ove pure era salito per ordine di Sirtori, e noi dovemmo sguizzare in barche pescherecce e sbarcare in mezzo ai regi e correre e correre per raggiungere Garibaldi.. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Etc…”. Infatti, Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro.”. Dunque, a Torre di Faro, il 28 agosto 1860, Bertani arrivò con alcune truppe imbarcatosi sul vapore Utile, che riuscì a trovare mentre il colonnello Rustow, da Milazzo dovette marciare con il grosso delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”.

LA MARCIA DI RUSTOW PER MESSINA-TORRE DI FARO

Nel 26 e 27 agosto 1860, Torre di Faro, Messina, RUSTOW e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani), ivi portate via terra da Milazzo ed ivi tutte riunite. Li raggiunge pure Agostino Bertani che li fa imarcare per la Calabria sul vapore UTILE

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Le truppe furono spostate a marcie forzate a Torre di Faro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Etc…”Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 9-10-11, in proposito scriveva che: “In ogni giorno, non una sola volta, ma perfino due, tre volte mi si consigliava la immediata partenza verso il Faro. Resistetti riguardo alla via di mare e momentaneamente anche per quella di terra, poichè mi sembrava inopportuno consumare in marcie forzate truppe del tutto nuove per presentarle al nemico digiune affatto d’istruzione , affrante e disordinate. Etc…”. Rustow si lamentava del disordine che regnava a Milazzo. Poi, a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro. Quanto riuscissero utili le marcie per l’ordinamento delle truppe, lo mostrò l’esperienza. La colonna che dapprincipio si stendeva all’infinito potè a poco a poco essere raccolta, i militi abituarsi ad un rancio regolare e ad una certa celerità nel soddisfare ad ogni ramo del servizio militare. Che sarebbe avvenuto se ad ognuno avessi permesso di agire a proprio talento, poichè è a rimarcarsi che molti immaginavano che la colonna, a guisa di un viaggiatore pedestre dilettante, potesse d’un sol colpo fare una corsa da Milazzo a Torre del Faro ? Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz, la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina, il 28 agosto a Torre di Faro, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti..  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Dunque, Agrati racconta che, il colonnello Rustow arrivò la sera del 18 a Milazzo, al comando di una parte della sua Divisione (Divisione Turr) ed il 20 settembre 1860 era arrivata a Milazzo il resto della Divisione. Dopo alcuni giorni di sosta a Milazzo, la Divisione, il 28 riparte ed arriva al Faro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28…..Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr).”.                               

Nel 28 agosto 1860, da Reggio, Agostino PLUTINO invia un messaggio di Garibaldi a BERTANI con un messaggio telegrafico 

Agostino Bertani che si trovava a Torre di Faro con le sue truppe e con Rustow telegrafò a Reggio Calabria per sapere dove si trovava Garibaldi e così poterlo raggiungere con le truppe che Garibaldi attendeva.  Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Bertani….e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati (1): etc…”. Dunque, la White scriveva che Agostino Bertani, il 27 agosto 1860 telegrafò a Reggio Calabria a Garibaldi che gli risponde da Reggio Calabria, il 28 agosto 1860 col tramite di Agostino Plutino, prodittatore della Calabria che gli risponde con il seguente messaggio telegrafico: «Reggio, 28 agosto 1860. Signore, In punto mi viene comunicato il seguente dispaccio elettrico per Lei: Fate sapere a Bertani a Torre di Faro che sbarchi la sua colonna a Santa Eufemia e che marci da costà a Nicastro. Per facilitare lo sbarco, Bertani deve portar seco barche. Mi avvisi se sbarcherà a Pizzo o a Santa Eufemia ( Pizzo , 28 , ore 5 ‘ /, pom. ). » La prego col ritorno del latore farmi tenere analoga risposta.- Il governatore generale Agostino Plutino. A. Bertani, generale di divisione, Torre di Faro.”. La White, a p. 173, nella nota (1) postillava che: “(1) Fatto questo da notarsi, dacchè una delle accuse mosse a Bertani fu che egli, quando divenne segretario generale, con arbitrio dittatoriale creò governatori a suo piacere. (2) Questo titolo innocentemente regalatogli da Plutino per telegrafo gli fruttò l’accusa di volere farsi generale ; ma egli si firmò sempre o Bertani o Bertani dott. Agostino.”. La White, a p. 174 proseguendo il suo racconto scriveva: “Bertani risponde a Plutino: “Vi prego partecipare al generale Garibaldi il seguente dispaccio: Scenderò a Santa Eufemia, condurrò barche meco, marcerò per Nicastro. Vi avvertirò appena sbarcato. Piola condusse vuoti a Palermo vapori destinati imbarco, perciò deve condurre uomini in due riprese. Vi prego altresì, signor governatore, di fare avvertire a Pizzo il tenente Francavilla condurre cavalli a Santa Eufemia subito.”. Dunque, la White scriveva che Bertani, dopo aver ricevuto a Torre di Faro l’ordine di Garibaldi inviatogli da Plutino, rispose al Governatore della Calabria con un dispaccio telegrafico dove gli annunciava che si sarebbe partito da Torre di Faro e si sarebbe diretto in Calabria, a Sant’Eufemia. Bertani, da Torre di Faro, prima di imbarcarsi sullo Stretto per andare in Calabria, diretto a Sant’Eufemia, telegrafa e risponde a Plutino, Governatore della Calabria per dirgli che vuole sbarcare con le sue truppe in Calabria. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Mentre così crolla tutta l’organizzazione borbonica, civile e militare, Garibaldi avanza rapidamente, trascinandosi dietro i suoi e spingendosi innanzi le torme dei vinti, tra i quali il panico, l’indisciplina, la dissoluzione non conoscon più limiti. Il 26 agosto il Dittatore è a Nicotera e di là scrive al Sirtori, senza sapere neppure con precisione dove si trovi: “Nicotera, 26 agosto 1860. Al Generale Sirtori a Mileto o sada da Rosarno a Mileto – Ebbi conferenza col Capo dello Stato Maggiore del maresciallo Vial e abbiam disposto il seguente: – Noi occuperemo Mileto domani etc…”. Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….”.     

LA BRIGATA BOLOGNA (PUPPI) RESTO’ AL FARO E NON POTE’ PARTIRE PER LA CALABRIA

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia.”.  Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia.. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr). La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguir per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”

BERTANI E RUSTOW CON LE BRIGATE MILANO E SPINAZZI SI IMBARCANO PER LA CALABRIA 

Nel 29 agosto 1860, a Messina, Torre di Faro, l’imbarco per lo sbarco in Calabria (a Tropea) di Bertani e di RUSTOW con le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani): le due Brigate Milano e Spinazzi si imbarcano e viaggiano per sbarcare in Calabria sui vapori WEISEL, DANTE, CALABRIA e PILO 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” furono portate da Milazzo a Torre del Faro e da Torre del Faro si imbarcarono per sbarcare in Calabria. Queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani, per via mare raggiunsero le coste della Calabria ma dovettero sbarcare a Tropea e non poterono arrivare via mare a Pizzo Calabro che fu raggiunta solo marciando da Tropea. I vapori che li avevano trasportati da Torre di Faro, via mare, li lasciarono e li fecero sbarcare a Tropea. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove si imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo.”. Dunque, Agrati (….), a pp. 389,  riferendosi al 27 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo.”. Dunque, Bertani lasciò Torre di Faro, con le sue truppe dell’ex spedizione Pianciani, il 27 agosto 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a p. 174 proseguendo il suo racconto scriveva: “Bertani risponde a Plutino: Vi prego partecipare al generale Garibaldi il seguente dispaccio: Scenderò a Santa Eufemia, condurrò barche meco, marcerò per Nicastro. Vi avvertirò appena sbarcato. Piola condusse vuoti a Palermo vapori destinati imbarco, perciò deve condurre uomini in due riprese. Vi prego altresì, signor governatore, di fare avvertire a Pizzo il tenente Francavilla condurre cavalli a Santa Eufemia subito.”. Dunque, la White scriveva che Bertani, dopo aver ricevuto a Torre di Faro l’ordine di Garibaldi inviatogli da Plutino, rispose al Governatore della Calabria con un dispaccio telegrafico dove gli annunciava che si sarebbe partito da Torre di Faro e si sarebbe diretto in Calabria, a Sant’Eufemia. Ma, come vedremo non poté sbarcare a Sant’Eufemia ma arrivò a Tropea. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘pretendendo di caricare poca gente, guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell’opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso.”Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. Sulla partenza di Bertani e delle truppe dal Faro per andare in Calabria. Poi continuando il racconto scriveva: “Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 11-12, scriveva pure: “Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro. Quanto riuscissero utili le marcie per l’ordinamento delle truppe, lo mostrò l’esperienza. La colonna che dapprincipio si stendeva all’infinito potè a poco a poco essere raccolta, i militi abituarsi ad un rancio regolare e ad una certa celerità nel soddisfare ad ogni ramo del servizio militare. Che sarebbe avvenuto se ad ognuno avessi permesso di agire a proprio talento, poichè è a rimarcarsi che molti immaginavano che la colonna, a guisa di un viaggiatore pedestre dilettante, potesse d’un sol colpo fare una corsa da Milazzo a Torre del Faro ? Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Etc…. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina, il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Etc….”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “…………... Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal “Gandini”, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333 scriveva che: Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto…..Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto.”. Dunque, secondo Agrati, Agostino Bertani condusse questa Divisione, insieme a Rustow dal Faro a Tropea. Da Tropea, Bertani e Rustow, marceranno fino ad arrivare a Pizzo Calabro, dove si imbarcheranno, e via mare arriveranno a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28…..Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguir per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”.

BERTANI E RUSTOW IN VIAGGIO PER LA CALABRIA

Nel 29 agosto 1860, da Messina Torre di Faro, il viaggio per lo sbarco in Calabria (a Tropea) di Bertani e di RUSTOW con le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani): le due Brigate Milano e Spinazzi sui vapori WEISEL, DANTE, CALABRIA e PILO 

Da Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e, le due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola, si trovavano a Milazzo in Sicilia, e da lì furono portate marciando fino al porto di Messina, a Torre di Faro, per passare lo Stretto. Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti etc…”. La White, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s’indirizzò per Santa Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘ pretendendo di caricare poca gente, guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell’opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso. Etc…”. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato.  Sulla partenza di Bertani e delle truppe dal Faro per andare in Calabria, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul ‘Weisel, Dante, Calabria’ e il Pilo, salì su questo e s’indirizzò per Sant’Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, etc…”. Poi continuando il racconto scriveva: “Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia.”. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. La White, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘ pretendendo di caricare poca gente,  guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell ‘ opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso. Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del Calabria aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Quì di fatti la sbarcò etc….”La White, a p. 175 scriveva: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Di Melendes e Briganti che si erano arresi a San Giovanni, Garibaldi manda liberi i soldati contando sullo sfacelo delle altre legioni, accavallandosi l’ uno sull’ altro. I forti dello stretto spalancano le porte al passaggio del vincitori. Vuotati così Torre Cavallo, Altafiumara, Scilla, Bagnara, vietato l’ulteriore transito delle navi nemiche, protetto lo sbarco dei Garibaldini, egli manda Mario a Milbitz (Sirtori, Cosenz, Medici c’erano già) con l’ordine di raggiungerlo con tutta la gente. Medici lo lascia per condurre il suo corpo, Bixio per condurvi i vincitori di Reggio e San Giovanni: Ripari ritorna per prendere il resto dell’ ambulanza e mi manda dal generale per prendere gli ordini e possibilmente trovare i mezzi di trasporto per i materiali d’ambulanza.”. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 11-12, scriveva pure: Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno, lasciammo dietro di noi la città di Tropea, la quale trovasi fondata su una immensa roccia che domina il mare, ed accostavamo il capo di Zambrone, quando il piccolo vapore inglese Weasel che trasportava i carabinieri genovesi ed i soldati del Genio e si trovava più avanzato di noi, improvvisamente virò di bordo dirigendosi a tutta forza verso il sud. Si disse che un vapore da guerra napoletano era stato veduto al di là del capo Zambrone. In quell’istante io mi trovava in cabina dettando ordini di servizio, ed essendomi penetrato il rumore d’allarme, accorsi tosto sul ponte, ordinai di caricar le armi e di mettere in ordine le truppe. Il mio intendimento non era che quello di avvicinarmi al vapore napoletano, e conscio delle vacillanti disposizioni della marina napoletana, incominciare le ostilità e dopo qualche esitanza che era certo d’incontrare, procedere all’arrembaggio. Osservando le faccie dei bravi Milanesi, m’avvidi che le mie intenzioni erano state indovinate. I miei ordini furono accolti con giubilo ed eseguiti con ammirabile puntualità. Di fronte al pericolo, il soldato incominciava a formarsi; vi furono peraltro sapienti ufficiali, che certo ebbero la stramba idea che io volessi soltanto da lontano intraprendere un combattimento a fuoco coi Napoletani !! Intanto che mi trovava così occupato nelle disposizioni pel combattimento, m’accorsi che il capitano del Rosolino Pilo aveva virato di bordo e rivolta la prua al seguito del Weasel. Mi recai tosto da lui per indurlo a rimanere, rappresentandogli che il nemico infine non era stato ancora veduto, che era quindi incerto se realmente esistesse e che non era pur impossibile che il Weasel avesse veduto delle ombre. Tutto inutile. Il capitano si ricusò, allegando il pessimo stato della sua macchina, la mancanza di provvigioni e che non poteva correre quel rischio trovando di suo dovere salvare il legno. Tali adunque erano le predisposizioni date per il trasporto delle mie truppe, ed in contingenze tali si osava farmi rimprovero perchè non le avessi fatte correre a rompicollo da Milazzo al Faro. Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 12-13-14, scriveva pure: Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea. Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, e di collocare l’infanteria più verso l’interno del continente. Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco e dare le opportune disposizioni pel caso del reale avvicinamento del vapore napoletano. Tutto ciò si eseguiva; ma lo sbarco si effettuava con lentezza, poichè il Rosolino Pilo si trovava assai distante da terra e le poche nostre lancie non potevano se non a lunghi intervalli ritornare da terra a bordo. Per ottenere una maggior celerità, voleva richiedere il concorso del Weasel; ma allorchè il Pilo un poco alleggerito potè d’alquanto avvicinarsi a terra e d’altronde fummo assicurati che il bastimento napoletano non si vedeva e che anzi la sua comparsa in queste acque era assai improbabile e che nel giorno antecedente erano stati veduti scorrere lungo le coste un legno da guerra francese ed uno inglese, lo sbarco si continuò con tutta calma e pace, ed i soldati furono accampati sulla spiaggia del mare. Tosto compiuto lo scarico, il Pilo se ne parti per Palermo onde rassettare la sua macchina e far provvista di vettovaglie. Il suo esempio fu imitato dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Verso mezzodì dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono…Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101.

BERTANI E RUSTOW A TROPEA CON LA MILANO E LA SPINAZZI

Nel 29 agosto 1860, a Tropea, l’arrivo AGOSTINO BERTANI, RUSTOW, SPINAZZI e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani, e ora 15° Divisione Turr), le Brigate: Milano, Parma e Bologna, al comando di Rustow  

Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato.  La White, a p. 175 scriveva: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 12-13-14, scriveva pure: Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea. Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, e di collocare l’infanteria più verso l’interno del continente. Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco e dare le opportune disposizioni pel caso del reale avvicinamento del vapore napoletano. Tutto ciò si eseguiva; ma lo sbarco si effettuava con lentezza, poichè il Rosolino Pilo si trovava assai distante da terra e le poche nostre lancie non potevano se non a lunghi intervalli ritornare da terra a bordo. Per ottenere una maggior celerità, voleva richiedere il concorso del Weasel; ma allorchè il Pilo un poco alleggerito potè d’alquanto avvicinarsi a terra e d’altronde fummo assicurati che il bastimento napoletano non si vedeva e che anzi la sua comparsa in queste acque era assai improbabile e che nel giorno antecedente erano stati veduti scorrere lungo le coste un legno da guerra francese ed uno inglese, lo sbarco si continuò con tutta calma e pace, ed i soldati furono accampati sulla spiaggia del mare. Tosto compiuto lo scarico, il Pilo se ne parti per Palermo onde rassettare la sua macchina e far provvista di vettovaglie. Il suo esempio fu imitato dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, le truppe con Bertani e Rustow dovettero mettersi in marcia diretti a Pizzo come comandava il Sirtori ma non potettero andare per mare. Da Tropea dovettero subito mettersi in marcia. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia . Verso mezzodi dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Inoltre, l’Agrati scriveva che Agostino Bertani, insieme al colonnello Rustow condussero queste truppe dal Faro a Tropea, via mare e, marciando via terra, da Tropea fino a Pizzo Calabro, e poi ancora viaggiando via mare da Pizzo a Paola. Arrivati a Paola, Agostino Bertani lasciò il comando al Rustow e partì per Cosenza dove andò ad incontrare Garibaldi. Rustow aspettò con le truppe sbarcate nel porto di Paola.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 173 pubblicò la cartina con gli itinerari seguiti dalle truppe garibaldine dove indica per la “Brig. Spinazzi e Milano” l’itinerario da Scilla a Nicotera via mare e per la “brigata Milano” l’itinerario via terra da Nicotera o Monteleone fino a Pizzo la marcia via terra per riprendere il mare fino a Paola. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata Milano, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal “Gandini”, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. L’itinerario come vedremo non è proprio questo. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 117, in proposito scriveva che: “La divisione del generale Turr aveva già oltrepassato lo stretto, escluso la brigata Eber, che, insieme con lo stato maggiore, era in attesa al Faro dei piroscafi che dovevano trasportarla in terraferma.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “….e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr) . La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”.

Nel 29 agosto 1860, a Tropea, BERTANI riceve il telegramma dell’Intendente ACERBI e si avvia a Pizzo

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “…a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro.

De Pretis e Garibaldi e la questione dell’annessione della Sicilia

AGOSTINO DE PRETIS

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Agostino De Pretis

Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. 

LA LETTERA DI DE PRETIS A GARIBALDI

Nel 1° settembre 1860, la situazione in Sicilia, il governo di DEPRETIS e la questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte

Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Depretis giunse il 20 e vide tosto Sirtori e Crispi e partì per Milazzo dove Garibaldi aveva riportato una memoranda vittoria sulle truppe borboniche, comandate dai migliori generali napoletani. Depretis apparentemente aderiva al desiderio espressogli da Garibaldi; di fatto aveva istruzioni di spingere l’annessione immediata della Sicilia al Piemonte e portava in tasca il decreto reale , colla data in bianco , con cui era nominato commissario regio. Egli vide il 22 giugno Garibaldi e gli toccò il tasto dell’annessione, ma il generale rifiutò di entrare in quell’ordine di idee. Quando Garibaldi era partito per Milazzo, Crispi aveva insistito per accompagnarlo, ma il generale gli aveva imposto di restare presso Sirtori, che aveva duopo di lui. Giunto Depretis, Crispi reiterò le istanze, volendo accompagnare il Dittatore per tutta la campagna, ma Garibaldi gli ingiunse ancora di rimanere a Palermo con Depretis, al quale faceva mestieri d’avere un siciliano, colto ed esperto delle facende dello stato a fianco. – Io vi faccio un prezioso regalo disse Garibaldi a Depretis vi lascio un tesoro , sappiate apprezzarlo e valervene: è Crispi. — Crispi però non accettò l’ufficio se non a patto che non si parlasse di annessione della Sicilia, finchè la liberazione di Napoli non fosse compiuta.”Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Francesco Crispi fu una figura di spicco del Risorgimento. Obiettivo di Crispi era ora l’unità della nazione attraverso il propagarsi dell’insurrezione. Il presidente del Consiglio piemontese Cavour, invece, voleva l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e impedire che la rivoluzione si propagasse fino a Roma. Ciò perché lo Stato Pontificio era protetto dalla Francia, che era una potenza amica del Piemonte. Così, per controllare e rallentare l’azione di Garibaldi, Cavour spedì in Sicilia Giuseppe La Farina. Non appena arrivato a Palermo, La Farina si impegnò a denigrare Crispi, già in difficoltà per aver esposto le sue idee anticlericali. D’altro canto l’aristocrazia siciliana sperava che, annessa subito al Piemonte, l’isola avrebbe potuto godere di un’autonomia di fatto. Il contrario di quello che auspicava Crispi che vedeva la Sicilia integrata solo in una nazione italiana. In grave difficoltà, quando il 23 giugno 1860 venne organizzata a Palermo un’importante manifestazione contro di lui, Crispi diede le dimissioni, confermandole nonostante il parere contrario di Garibaldi. Quest’ultimo a sua volta ordinò l’espulsione di La Farina dalla Sicilia. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. Intanto si è deciso di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che è in marcia, per chiedergli di far votare per l’annessione. Lo raggiunge all’Osteria del Fortino, come vedremo innanzi. Nel frattempo seguiamo gli avvenimenti cronologicamente. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 402, nella nota (1) postillava: “”1) Dal libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 408 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio del Perano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli direttamente: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire a Lei a darle spiegazione di molti fatti passati, nel vivo desiderio di stabilire fra noi quella completa fiducia che fra noi esisteva due anni sono…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per crear ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…”.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De Pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Gualtiero Castellini racconta dal diario dello zio NICOSTRATO CASTELLINI che era aggregato alle truppe della DIVISIONE MEDICI, la quale, da S. Fili si recò a Paola per imbarcarsi per Napoli. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 65, in proposito raccontava che: ““Garibaldi è andato a Palermo a mettere rimedio, se lo può, ai pasticci che arrecano le sue creature, le quali costrinsero Depretis a dimettersi (3). Depretis è qui con noi, e con lui pranzammo anche oggi… „.”. Castellini, a p. 65, nella nota (3) postillava: “(3) (3) Il Depretis, prodittatore in Sicilia, aveva sollecitato da Garibaldi il decreto per il plebiscito intorno all’annessione dell’isola al Regno di Sardegna. Garibaldi stava per concederlo da Sapri, quando il Bertani gli suggerì d’attendere. Arrivato quest’ordine a Palermo, gli annessionisti capitanati dal Cordova si agitarono contro i garibaldini rispettosi della volontà dittatoriale, capitanati dal Crispi: di qui tumulti anche in piazza. Il Depretis venne a Napoli, trovò Garibaldi sempre del parere del Bertani e si dimise. Il Dittatore s’imbarcò il giorno 16, giunse a Palermo il 17, congedò i ministri, elesse prodittatore

PIOLA-CASELLI A PALERMO

Nel 1° settembre 1860, la situazione in Sicilia, il governo di Depretis e la questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte e PIOLA-CASELLI e la lettera di DEPRETIS indirizzata a Garibaldi per chiedergli l’autorizzazione all’annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II 

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Garibaldi il 14 maggio 1860 era sbarcato a Marsala. Piola si dimette in giugno dalla Marina del Regno di Sardegna per organizzare la futura Marina dittatoriale siciliana di Garibaldi, col grado di capitano di fregata. Con decreto dittatoriale del 13 giugno fu nominato da Garibaldi segretario di stato per la marina siciliana. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 57, in proposito scriveva che: “A ministro della Marina era stato nominato il tenente di vascello Piola-Caselli, già appartenente alla marina Sarda, il quale aveva alle sue dipendenze alcuni ufficiali Sardi e Napoletani. Mentre il “Veloce” (ribattezzato (Tukery” in onore dell’eroico colonnello magiaro, che aveva dato la vita per la causa italiana), predava e catturava le navi borboniche in rotta tra Napoli e la Calabria, il Piola provvedeva ad organizzare la marina mercantile d’accordo con il Depretis e con il Bertani, al quale ultimo, come capo della Cassa Centrale di soccorso, toccava l’incarico di noleggiare, per conto del governo della Sicilia, i piroscafi da adibirsi al trasporto di armi e di volontari (116).”. Maraldi, a p. 57, nella nota (116) postillava: “L’intero plico XII dell’archivio Bertani è dedicato al carteggio Piola-Bertani-Sullioti ed altri armatori e costruttori per il noleggio e l’acquisto dei piroscafi. Vedremo in seguito i metodi sbrigativi del Bertani per il pagamento delle cambiali imposte dai contratti. Si noti che il Piola incontrava diffidenza e avversioni nell’ambiente rivoluzionario dell’esercito garibaldino. Molti lo sospettavano un agente di Cavour collocato al posto di capo della Marina per intralciare i movimenti dell’armata rivoluzionaria. Etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 854, in proposito scriveva che: “….a prestar servizio nella nuova flotta, che Garibaldi organizzava. In questa entrarono pure, col grado di tenenti, gli ex alfieri di vascello napoletani, Accinni, Cottrau e Libetta, i quali si erano correttamente dimessi in luglio. Il prodittatore Agostino Depretis, divenuto uomo d’azione, nominò ministro per la marina sicula il Piola Caselli, anch’egli ufficiale della flotta sarda; ma organizzatore effetivo di quella improvvisata marina da guerra fu l’Anguissola. Il Tukery, che contribuì con successo della giornata di Milazzo, ebbe poi l’incarico di catturare le navi regie in rotta fra la sicilia e Napoli, e catturò infatti l’Elba, che da Messina portava uffiziali a Napoli, e il ‘Duca di Calabria’, che veniva da Napoli; e divenne una minaccia per la marina da guerra….Il Persano comunicò il disegno al Depretis, il quale incaricò il Piola stesso dell’impresa: impresa assolutamente pazza, anche se fortunata, perchè il Monarca non era bastimento da poter servire in quelle circostanze, e perchè mezzo disarmato. Il tentativo non riuscì perchè il Tukery sbagliò manovra…..Il Tukery ebbe undici morti e molti feriti; ma, quel che fu più doloroso….Quasi tutti perirono. Erano a bordo del Tukery, in quella notte, che fu dal 13 al 14 agosto, oltre a Piola, etc…. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi,  pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”.  Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” – Bertani e Crispi dovevano per conto di Mazzini, salvare il Dittatore dalle sciocchezze, dagli errori politici, vedi anche il Palamenghi-Crispi, I Mille, p. 342, dove si deplorano i primi errori fatti da Garibaldi a Napoli, che Crispi non giunse in tempo ad impedire; il maggiore, il più deplorato, fu quello naturalmente di aver consegnate le forze navali al Persano! – Povero Garibaldi! ogni volta che dava una manifestazione della sua perfetta lealtà al programma da lui liberamente assunto, i suoi più cari lo disapprovavano e cercavano di mettergli le mani avanti. Qulache volta ci riuscivano, etc…La lettera di adesione fu stracciata (I) e Piola ritornò a Depretis con risposta negativa. Il Depretis non si diede per vinto e rimandò il Piola con la seguente: “Caro ed illustre amico – Palermo 6 sett. 60. – La vostra lettera, che mi fu recata dal cav. Piola mi ha cagionato un vero dolore; etc…”. Nazari, a p. 157, nella nota (I) postillava: “(I) V. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba; Mario J.W., Garibaldi, p. 283, ecc..”. Dunque, non ci eravamo accorti che nello riscrivere a Garibaldi da Palermo, il 6 settembre 1860, il Depretis scriveva che il Piola gli aveva consegnato una lettera di risposta a quella sua che gli fu consegnata al Fortino dallo stesso Piola. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Etc….”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Etc….(1)”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “….Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta…..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Jesse White Mario: “…il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Vi giunsero…il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, etc…”Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biaima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”.

PARTENZA DI PIOLA CASELLI A PALERMO

Nel 1° settembre 1860, a Palermo, la partenza di Alessandro Giuseppe PIOLA-CASELLI, Ministro della Marina dell’Esercito Meridionale, con l’incarico di incontrare Garibaldi e portargli una lettera di Depretis (Prodittatore della Sicilia) per chiedergli l’autorizzazione all’annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II

(Fig. n….) – Ritratto fotografico del colonnello Pianciani

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Il prodittatore di Sicilia, Depretis si decise di inviarlo ad incontrare Garibaldi che stava risalendo le Calabrie ed ancora non era arrivato a Sapri, Depretis decise di inviargli una sua lettera per avere un consenso alla auspicata annessione della Sicilia al Piemonte. Piola-Caselli, che era già stato nominato da Garibaldi Ministro della Marina dell’Esercito Meridionale, si mise in viaggio per raggiungere Garibaldi sul campo o dove si trovava per consegnargli la missiva del Depretis. Come vedremo innanzi, il 4 settembre 1860 Piola-Caselli consegnò nelle mani di Garibaldi la missiva del Depretis, al Fortino di Casaletto Spartano. Sappiamo del viaggio del Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 2 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. Non conosciamo l’esatto itinerario che fece Piola-Caselli per raggiungere Garibaldi al Fortino.  Lo raggiunge all’Osteria del Fortino. L’episodio è conosciuto ma alcuni aspetti, tra cui il tragitto del viaggio intrapreso dal Piola, partendo da Palermo, con la lettera del Depretis non sono stati ancora del tutto indagati. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 1° settembre 1860, come vedremo innanzi. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1° settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 199, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, Dubitando che il Conte Persano, che ne fu avvertito, o il Cav. Piola, che non ho potuto vedere, non gliela abbiano scritta, credo necessario di darle io stesso una notizia che credo importante. Il Cav. Piola mi assicurava aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…”. Dunque, in un dispaccio del 31 agosto 1860 Depretis scrive da Palermo al conte di Cavour, scrive di una notizia importante da dargli e nel farlo scriveva che: “…il Cav. Piola, che non ho potuto vedere”. Dunque, il cav. Piola, era già partito da Palermo, mettendoi in viaggio per raggiungere Garibaldi e consegnargli la lettera del Depretis ?. Un’autorevole testimonianza è Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., riferendosi al Piola-Caselli, in proposito scriveva che: “….egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616).”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Milano, Treves, 1910”.  Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia…(1).”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Dunque, Denis Mack Smith, a p. 236, scriveva che: “Il 1° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale.”. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…

PIOLA-CASELLI ARRIVA A PAOLA

Nel 1° settembre 1860, a Paola, il ministro PIOLA-CASELLI arriva da Palermo e di sera si imbarca per Sapri insieme a Turr, a Rustow ed alle truppe dei volontari garibaldini della ex Spedizione Pianciani 

Sappiamo del viaggio di Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 2 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatore non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”.   

PIOLA-CASELLI A SAPRI CON IL TURR

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, sbarcò (?) Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, comandante della Marina Siciliana, inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis per consegnare una lettera a Garibaldi, imbarcatosi con Turr e Rustow a Paola

Sappiamo del viaggio del Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Intanto si decise di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che era in marcia, per chiedergli l’autorizzazione per l’annessione della Sicilia a Vittorio Emanuele II. Piola raggiunse e si incontrò con Garibaldi all’Osteria del Fortino. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma, vi sono motivi per ritenere che Piola, partito da Palermo il 1° settembre, molto probabilmente con un vascello della Marina Sarda raggiunse prima Paola, dove si trovava Turr e poi con questi si portò a Sapri. Da Sapri, Piola Caselli raggiunse Garibaldi partendo insieme a Turr che il 3, di buon mattino si allontanò per ordine di Garibaldi stesso che lo invitò a portarsi verso Lagonegro. Sappiamo che Piola Caselli partì da Palermo il 1° settembre ma non conosciamo il percorso del suo viaggio prima che arrivasse al Fortino.  E’ molto probabile però che Piola Caselli, inviato da Depretis, arrivò la sera stessa a Paola e da lì, giorno 2 settembre arrivò con Turr a Sapri via mare. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 3 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto.  Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del matino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier. Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Dunque, da queste notizie sappiamo che Piola-Caselli rientrò a Palermo, probabilmente imbarcatosi proprio da Sapri, il 5 settembre ma non conosciamo le tappe del suo viaggio di andata per arrivare ad incontrare Garibaldi.  Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…..IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina.”. Sappiamo che il ministro della Marina Siciliana di Garibaldi Piola-Caselli si incontrò con Garibaldi al Fortino dove lo raggiunse il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie certe sul suo viaggio e sull’itinerario che egli seguì, imbarcandosi a Palermo per la missione delicatissima e segreta affidatagli dal Depretis. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Sulla missione di Piola Caselli, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto. Mi accorsi bensì di qualche imbroglio ma più di esso etc….(p. 74) vidi Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora m’avvidi etc….”. Dunque, riguardo il viaggio di Piola Caselli che venne al Fortino ad incontrare Garibaldi, Bertani riferisce che egli si era partito da Palermo, e che egli arrivò al Fortino. Bertani scriveva nel suo Diario dello storico incontro al Fortino che “il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana”, aveva raggiunto la Taverna del Fortino del Cervaro “raggiunto per altra via”, intendendo che Piola non fece la stessa strada che aveva fatto Garibaldi e Bertani, ma ciò non esclude, come io credo, che Piola sia sbarcato a Sapri il 2 settembre con il generale Turr provenienti da Paola dove era arrivato il 1° settembre e che, con lui, , il giorno 3 settembre, di buon matino sia risalito verso Lagonegro e poi al Fortino. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pure che: “Ne seguì una forte tensione nel governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° Settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (16) postillava: “(16) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. C. Piola Caselli, “Cronache marinare”  di Giuseppe Alessandro Piola Caselli – Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, riportando i passi di Bertani (….), in proposito scriveva che dopo il colloquio con Garibaldi al Fortino: “Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (2).”. Pesce, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, pag. 71.”. E’ molto probabile che il maggiore Piola Caselli, in seguito allo storico incontro al Fortino ridiscese al porto di Sapri dove l’aspettava un piroscafo a vapore che lo riportò a Palermo per riferire a Depretis. Sappiamo che Piola giunto a Palermo e riferì al Depretis la mancata autorizzazione di Garibaldi all’annessione, tanto che in seguito Depretis si dimise. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese etc…”. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Adamoli, a p. 102, in proposito scriveva: “Poco dopo Piola parte; Garibaldi si rimette in carrozza con i suoi seguaci, etc…(628)….Ect…Intanto Piola il 5 rientra a Palermo con la risposta: trova la città agitata etc…”. Adamoli, curando il testo, a p. 102, nella nota (628) postillava: “(628) L. Quandel Vial, Ibidem.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. …..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, etc…E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860.

Nel 3 settembre 1860, da Sapri, alle 3 del mattino, la partenza del generale TURR, che aveva ricevuto da Rotonda, da Garibaldi che gli ordinava di portarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Turr, lasciò le truppe ai comandi di RUSTOW e si allontanò con il PIOLA, latore di una lettera di Depretis 

Arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860, il generale Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto.  Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi, ma oltre a queste vi dovevano essere anche le colonne del Caldarelli. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del mattino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier. Vediamo cosa è stato scritto. Un testimone di eccezione è il colonnello Wilhelm Rustow che era sbarcato a Sapri, il giorno 2 settembre insieme al Turr per portarvi da Paola le truppe garibaldine. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.. Dunque, Garibaldi scriveva al generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro”. Dopo aver ricevuto il messaggio e l’ordine di Garibaldi, il generale Turr che, nel 2 settembre si trovava a Sapri, insieme a Rustow, con le truppe portate ivi da Paola, il 3 settembre, di buon mattino, si allontanò in perlustrazione, con pochi uomini, dirigendosi verso Lagonegro dove si sapeva che erano arrivate le truppe borboniche del generale Caldarelli, il quale però, pare non avesse intenzione di rispettare i patti stipulati con il Morelli a Cosenza. E’ per questo motivo che Garibaldi, da Rotonda invia un primo ordine a Turr, che gli aveva comunicato di essere arrivato a Sapri. Garibaldi, arrivato a Sapri il giorno 3 setembre, da casa Gallotti invia un secondo messaggio o dispaccio a Turr, che già si trovava verso Lagonegro per ordinargli di fargli sapere al più presto notizie di Caldarelli. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: A Sapri c’era duopo attendere gli ordini del Dittatore; per accelerare il cui arrivo, Turr il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io avevo intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Etc…” (qui vi è l’errore perchè si tratta di Lagonegro). Dunque, secondo il colonnello polacco Wilhelm Rustow, a Sapri, il generale Turr si partì per Lagonegro alle prime ore del mattino del 3 settembre 1860. Per quegli eventi la miglior ricostruzione storica è quella di un testimone d’eccezione, il colonnello Polacco Wilhelm Rustow (….) che, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, riferendosi al giorno 3 settembre, ovvero all’arrivo di Garibaldi a Sapri, in proposito scrivea che: Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi…”. Dunque, Porro e Bizzonero, nella loro traduzione del colonnello Rustow scrivevano che il generale Turr si allontanò da Sapri il giorno 3 settembre 1860, di buon mattino. Sappiamo che ciò avvenne su espresso ordine di Garibaldi che da Rotonda aveva inviato un dispaccio a Turr che, il giorno prima era sbarcato a Sapri, insieme a Rustow con le truppe garibaldine ivi portate da Paola. Rileggendo Rustow, testimone di eccezione, sappiamo che Turr si parte da Sapri alle 3 del mattino del 3 settembre 1860. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, …etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Un altro testimone di eccezione è Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, all’arrivo a Lagonegro, a p. 215, in proposito scriveva che: “….Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…etc…” che tradotto significa: “….Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc…”. Dunque, il Forbes scriveva e testimoniava che quando egli con la sua colonna arrivò a Lagonegro, il giorno 2 settembre, il generale Turr era lì atteso ma ancora non era arrivato. Forbes scriveva che, il 2 settembre, al suo arrivo, a Lagonegro trovò Trecchi e Nullo che erano stati ivi inviati da Garibaldi, che a Rotonda gli aveva ordinato di andare a cercare di parlare con il generale borbonico Caldarelli. Dunque, pare che quando arrivò Forbes a Lagonegro egli dice di aver pranzato insieme a Trecchi, Nullo e al generale Caldarelli e, quando arrivò a Lagonegro il generale Turr, il Caldarelli già era partito e, il Turr non potette parlarci. Questo fatto però non è del tutto chiarito.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni scriveva che: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Infatti, arrivato a Lagonegro, il generale Turr seppe che il generale borbonico Caldarelli era stato a Lagonegro ma era ripartito sulla consolare con le sue truppe e quindi gli invia, da Lagonegro, un telegramma in cui gli intimava di arrendersi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, etc…”. Alcuni, come il Moliterni sostengono la tesi secondo cui il generale Turr si allontanò da Sapri per perlustrare la zona. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi ricevuto da Rotonda), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare per conoscere la posizione del generale Caldarelli. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Riguardo l’orario di partenza di Turr da Sapri, che, come si è visto è stata una partenza mattiniera, molto presto, forse le tre o le 4 del mattino, unica nota stonata è il racconto di  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino….Etc…”. Agrati scriveva che: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra…riferendosi al giorno 2 settembre 1860. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle ore 17,00 (pomeriggio) del giorno 2 settembre 1860. Ma ciò non credo che corrisponda al vero. Infatti, il telegramma o il dispaccio di Garibaldi, pervenutogli a Sapri, in cui Garibaldi gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro sperando di incontrarlo, e non con l’intento di proteggerlo da eventuali sorprese che sarebbero potute sortire dalle truppe del Caldarelli in ritirata da Cosenza, dove, abbiamo visto, aveva capitolato (2).”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Riguardo questa notizia, il Policicchio non è stato molto preciso. E’ vero che il Generale Turr, di stanza con le sue truppe a Sapri, di buon mattino si allontanò da Sapri per portarsi verso Lagonegro ma ciò avvenne per preciso ordine di Garibaldi che nella lettera a lui indirizzata, da Rotonda, il 2 settembre, gli annunciava l’arrivo a Sapri e gli ordinava di portarsi verso Lagonegro, probabilmente per coprirgli le spalle, al Fortino dove poi si incontrarono e, prendere informazioni sul Caldarelli. E’ nota a tutti il dispaccio che Garibaldi scrisse a Turr da Rotonda, il 2 settembre. In secondo luogo non so dove Policicchio asserisca che il Turr “…con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Tuttavia, anche per me, la documentazione che riguarda l’aministrazione del Comune di Sapri, nel 1860 è limitata. Forse la testimonianza di Osvaldo Perini e di Maxime Du Champ riguarda proprio l’allontanamento da Sapri del generale Turr che si recò, su ordine di Garibaldi, verso Lauria e Lagonegro per osservare gli spostamenti della truppa del generale Caldarelli. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490 e ssg., in proposito scriveva che: “XLIX. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto all’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città, tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari, penetrati sino in piazza,  s’imbatterono in un corpo di tremila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrisri per questo, e non mostrando nemmeno a vedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altr gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani e non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’impossessarsi delle vostre persone etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi.”Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “…; ma prevedendo come questa forma avrebbe offeso ancora Garibaldi quando l’avesse saputa, l’abrebbe offeso come se fosse diretta unicamente contro la sua persona, Cavour scrisse al Generale, che già era giunto a Salerno, la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col Suo amico il capitano Laugier (1) sono rimasto convinto essere, etc…(1).”. Nazari Micheli, a p. 151, nella nota (1) postillava: “(1) Credo debba dirsi AUGIER.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 152, nella nota (1) postillava: “(1) e (3) CHIALA, Lett., cit., vol. III, p. 308 e vol. IV, p. 3.”. E’ interessante ciò che scrive la Nazari sulla lettera che Cavour scrive il 31 agosto 1860 da Torino, indirizzata a Garibaldi. Ella scriveva che Garibaldi: “…già era giunto a Salerno, etc…”. La partenza di Augier da Napoli, per mezzo dell’ammiraglio Persano è documentata e Garibaldi ancora non era arrivato a Salerno come scrive Nazari. E’ molto probabile che il capitano Augier completò la sua missione per conto di Cavour partendo da Paola o da Sapri ed accompagnato da Turr verso il Fortino o la consegnò personalmente a Garibaldi a Sapri prima che egli ripartisse per il Fortino. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi al Generale Turr che, da Sapri, con il suo seguito partì per raggiungere Lagonegro, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli,  così : Sono giunto qui alle 3 *i2. Io marcerò con la vostra colonna. Etc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, il generale Turr, partitosi da Sapri, era andato a Lagonegro senza seguito. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, ….”.

NEL 3 SETTEMBRE 1860, TURR PARTI’ DA SAPRI PER ANDARE A LAGONEGRO, FORSE PORTANDO CON SE’ ANCHE PIOLA-CASELLI

Nel 3 settembre 1860, da Sapri, alle 3 del mattino, la partenza del generale TURR, che aveva ricevuto da Rotonda, da Garibaldi che gli ordinava di portarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Turr, lasciò le truppe ai comandi di RUSTOW e si allontanò con il PIOLA, latore di una lettera di Depretis 

Arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860, il generale Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto.  Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi, ma oltre a queste vi dovevano essere anche le colonne del Caldarelli. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del mattino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier. Vediamo cosa è stato scritto. Un testimone di eccezione è il colonnello Wilhelm Rustow che era sbarcato a Sapri, il giorno 2 settembre insieme al Turr per portarvi da Paola le truppe garibaldine. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.. Dunque, Garibaldi scriveva al generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro”. Dopo aver ricevuto il messaggio e l’ordine di Garibaldi, il generale Turr che, nel 2 settembre si trovava a Sapri, insieme a Rustow, con le truppe portate ivi da Paola, il 3 settembre, di buon mattino, si allontanò in perlustrazione, con pochi uomini, dirigendosi verso Lagonegro dove si sapeva che erano arrivate le truppe borboniche del generale Caldarelli, il quale però, pare non avesse intenzione di rispettare i patti stipulati con il Morelli a Cosenza. E’ per questo motivo che Garibaldi, da Rotonda invia un primo ordine a Turr, che gli aveva comunicato di essere arrivato a Sapri. Garibaldi, arrivato a Sapri il giorno 3 setembre, da casa Gallotti invia un secondo messaggio o dispaccio a Turr, che già si trovava verso Lagonegro per ordinargli di fargli sapere al più presto notizie di Caldarelli. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: A Sapri c’era duopo attendere gli ordini del Dittatore; per accelerare il cui arrivo, Turr il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io avevo intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Etc…” (qui vi è l’errore perchè si tratta di Lagonegro). Dunque, secondo il colonnello polacco Wilhelm Rustow, a Sapri, il generale Turr si partì per Lagonegro alle prime ore del mattino del 3 settembre 1860. Per quegli eventi la miglior ricostruzione storica è quella di un testimone d’eccezione, il colonnello Polacco Wilhelm Rustow (….) che, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, riferendosi al giorno 3 settembre, ovvero all’arrivo di Garibaldi a Sapri, in proposito scrivea che: Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi…”. Dunque, Porro e Bizzonero, nella loro traduzione del colonnello Rustow scrivevano che il generale Turr si allontanò da Sapri il giorno 3 settembre 1860, di buon mattino. Sappiamo che ciò avvenne su espresso ordine di Garibaldi che da Rotonda aveva inviato un dispaccio a Turr che, il giorno prima era sbarcato a Sapri, insieme a Rustow con le truppe garibaldine ivi portate da Paola. Rileggendo Rustow, testimone di eccezione, sappiamo che Turr si parte da Sapri alle 3 del mattino del 3 settembre 1860. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, …etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Un altro testimone di eccezione è Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, all’arrivo a Lagonegro, a p. 215, in proposito scriveva che: “….Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…etc…” che tradotto significa: “….Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc…”. Dunque, il Forbes scriveva e testimoniava che quando egli con la sua colonna arrivò a Lagonegro, il giorno 2 settembre, il generale Turr era lì atteso ma ancora non era arrivato. Forbes scriveva che, il 2 settembre, al suo arrivo, a Lagonegro trovò Trecchi e Nullo che erano stati ivi inviati da Garibaldi, che a Rotonda gli aveva ordinato di andare a cercare di parlare con il generale borbonico Caldarelli. Dunque, pare che quando arrivò Forbes a Lagonegro egli dice di aver pranzato insieme a Trecchi, Nullo e al generale Caldarelli e, quando arrivò a Lagonegro il generale Turr, il Caldarelli già era partito e, il Turr non potette parlarci. Questo fatto però non è del tutto chiarito.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni scriveva che: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Infatti, arrivato a Lagonegro, il generale Turr seppe che il generale borbonico Caldarelli era stato a Lagonegro ma era ripartito sulla consolare con le sue truppe e quindi gli invia, da Lagonegro, un telegramma in cui gli intimava di arrendersi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, etc…”. Alcuni, come il Moliterni sostengono la tesi secondo cui il generale Turr si allontanò da Sapri per perlustrare la zona. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi ricevuto da Rotonda), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare per conoscere la posizione del generale Caldarelli. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Riguardo l’orario di partenza di Turr da Sapri, che, come si è visto è stata una partenza mattiniera, molto presto, forse le tre o le 4 del mattino, unica nota stonata è il racconto di  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino….Etc…”. Agrati scriveva che: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra…riferendosi al giorno 2 settembre 1860. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle ore 17,00 (pomeriggio) del giorno 2 settembre 1860. Ma ciò non credo che corrisponda al vero. Infatti, il telegramma o il dispaccio di Garibaldi, pervenutogli a Sapri, in cui Garibaldi gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro sperando di incontrarlo, e non con l’intento di proteggerlo da eventuali sorprese che sarebbero potute sortire dalle truppe del Caldarelli in ritirata da Cosenza, dove, abbiamo visto, aveva capitolato (2).”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Riguardo questa notizia, il Policicchio non è stato molto preciso. E’ vero che il Generale Turr, di stanza con le sue truppe a Sapri, di buon mattino si allontanò da Sapri per portarsi verso Lagonegro ma ciò avvenne per preciso ordine di Garibaldi che nella lettera a lui indirizzata, da Rotonda, il 2 settembre, gli annunciava l’arrivo a Sapri e gli ordinava di portarsi verso Lagonegro, probabilmente per coprirgli le spalle, al Fortino dove poi si incontrarono e, prendere informazioni sul Caldarelli. E’ nota a tutti il dispaccio che Garibaldi scrisse a Turr da Rotonda, il 2 settembre. In secondo luogo non so dove Policicchio asserisca che il Turr “…con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Tuttavia, anche per me, la documentazione che riguarda l’aministrazione del Comune di Sapri, nel 1860 è limitata. Forse la testimonianza di Osvaldo Perini e di Maxime Du Champ riguarda proprio l’allontanamento da Sapri del generale Turr che si recò, su ordine di Garibaldi, verso Lauria e Lagonegro per osservare gli spostamenti della truppa del generale Caldarelli. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490 e ssg., in proposito scriveva che: “XLIX. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto all’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città, tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari, penetrati sino in piazza,  s’imbatterono in un corpo di tremila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrisri per questo, e non mostrando nemmeno a vedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altr gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani e non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’impossessarsi delle vostre persone etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi.”Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “…; ma prevedendo come questa forma avrebbe offeso ancora Garibaldi quando l’avesse saputa, l’abrebbe offeso come se fosse diretta unicamente contro la sua persona, Cavour scrisse al Generale, che già era giunto a Salerno, la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col Suo amico il capitano Laugier (1) sono rimasto convinto essere, etc…(1).”. Nazari Micheli, a p. 151, nella nota (1) postillava: “(1) Credo debba dirsi AUGIER.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 152, nella nota (1) postillava: “(1) e (3) CHIALA, Lett., cit., vol. III, p. 308 e vol. IV, p. 3.”. E’ interessante ciò che scrive la Nazari sulla lettera che Cavour scrive il 31 agosto 1860 da Torino, indirizzata a Garibaldi. Ella scriveva che Garibaldi: “…già era giunto a Salerno, etc…”. La partenza di Augier da Napoli, per mezzo dell’ammiraglio Persano è documentata e Garibaldi ancora non era arrivato a Salerno come scrive Nazari. E’ molto probabile che il capitano Augier completò la sua missione per conto di Cavour partendo da Paola o da Sapri ed accompagnato da Turr verso il Fortino o la consegnò personalmente a Garibaldi a Sapri prima che egli ripartisse per il Fortino. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi al Generale Turr che, da Sapri, con il suo seguito partì per raggiungere Lagonegro, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli,  così : Sono giunto qui alle 3 *i2. Io marcerò con la vostra colonna. Etc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, il generale Turr, partitosi da Sapri, era andato a Lagonegro senza seguito. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, ….”.

Nel 3 settembre 1860, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, comandante della Marina Siciliana, inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis per consegnare una lettera a Garibaldi, imbarcatosi con Turr e Rustow a Paola sbarcò a Sapri e da Sapri partì insieme a Turr per andare al Fortino per incontrare Garibaldi ?

Sappiamo del viaggio del Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 3 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto.  Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del matino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier. Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Dunque, da queste notizie sappiamo che Piola-Caselli rientrò a Palermo, probabilmente imbarcatosi proprio da Sapri, il 5 settembre ma non conosciamo le tappe del suo viaggio di andata per arrivare ad incontrare Garibaldi.  Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…..IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina.”. Sappiamo che il ministro della Marina Siciliana di Garibaldi Piola-Caselli si incontrò con Garibaldi al Fortino dove lo raggiunse il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie certe sul suo viaggio e sull’itinerario che egli seguì, imbarcandosi a Palermo per la missione delicatissima e segreta affidatagli dal Depretis. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese ; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa, per Vibonate.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “……………..”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. E’ molto probabile però che Piola Caselli, inviato da Depretis, arrivò la sera stessa a Paola e da lì, giorno 2 settembre arrivò con Turr a Sapri via mare. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “….Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, …..Etc…”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “….con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; ……Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione…..Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Infatti, dello storico incontro avvenuto nella locanda o taverna del Fortino del Cervaro o di Casaletto, ha scritto Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….(p. 73)…..vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra via il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui fissata avvenuto.. Sulla missione di Piola Caselli, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto. Mi accorsi bensì di qualche imbroglio ma più di esso etc….(p. 74) vidi Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora m’avvidi etc….”. Dunque, riguardo il viaggio di Piola Caselli che venne al Fortino ad incontrare Garibaldi, Bertani riferisce che egli si era partito da Palermo, e che egli arrivò al Fortino. Bertani scriveva nel suo Diario dello storico incontro al Fortino che “il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana”, aveva raggiunto la Taverna del Fortino del Cervaro “raggiunto per altra via”, intendendo che Piola non fece la stessa strada che aveva fatto Garibaldi e Bertani, ma ciò non esclude, come io credo, che Piola sia sbarcato a Sapri il 2 settembre con il generale Turr provenienti da Paola dove era arrivato il 1° settembre e che, con lui, , il giorno 3 settembre, di buon matino sia risalito verso Lagonegro e poi al Fortino. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pure che: “Ne seguì una forte tensione nel governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° Settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (16) postillava: “(16) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. C. Piola Caselli, “Cronache marinare”  di Giuseppe Alessandro Piola Caselli – Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, riportando i passi di Bertani (….), in proposito scriveva che dopo il colloquio con Garibaldi al Fortino: “Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (2).”. Pesce, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, pag. 71.”. E’ molto probabile che il maggiore Piola Caselli, in seguito allo storico incontro al Fortino ridiscese al porto di Sapri dove l’aspettava un piroscafo a vapore che lo riportò a Palermo per riferire a Depretis. Sappiamo che Piola giunto a Palermo e riferì al Depretis la mancata autorizzazione di Garibaldi all’annessione, tanto che in seguito Depretis si dimise. Infatti, Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Adamoli, a p. 102, in proposito scriveva: “Poco dopo Piola parte; Garibaldi si rimette in carrozza con i suoi seguaci, etc…(628)….Ect…Intanto Piola il 5 rientra a Palermo con la risposta: trova la città agitata etc…”. Adamoli, curando il testo, a p. 102, nella nota (628) postillava: “(628) L. Quandel Vial, Ibidem.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. …..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, etc…E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione . Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”

PIOLA-CASELLI ARRIVA AL FORTINO DEL CERVARO CON TURR PER ATTENDERE GARIBALDI

Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour 

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis.

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo

Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier,  possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale.  In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi,  pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”.  Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani”  etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete ; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”.

AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI 

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Generale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli.“. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale, e a Türr rammentava che Cavour, che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese.  La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione. L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio. Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a p. 147, in proposito scriveva che: “Così, da quel giorno, nel “Fortino” si delineava quell’aspra contesa, che, nel successivo mese di ottobre, tenne sempre più divisi liberali e radicali sul punto: plebiscito ed annessione, o assemblee regionali e Costituente.”. Gualtiero Castellini racconta dal diario dello zio NICOSTRATO CASTELLINI che era aggregato alle truppe della DIVISIONE MEDICI, la quale, da S. Fili si recò a Paola per imbarcarsi per Napoli. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 65, in proposito raccontava che: ““Garibaldi è andato a Palermo a mettere rimedio, se lo può, ai pasticci che arrecano le sue creature, le quali costrinsero Depretis a dimettersi (3). Depretis è qui con noi, e con lui pranzammo anche oggi… „.”. Castellini, a p. 65, nella nota (3) postillava: “(3) (3) Il Depretis, prodittatore in Sicilia, aveva sollecitato da Garibaldi il decreto per il plebiscito intorno all’annessione dell’isola al Regno di Sardegna. Garibaldi stava per concederlo da Sapri, quando il Bertani gli suggerì d’attendere. Arrivato quest’ordine a Palermo, gli annessionisti capitanati dal Cordova si agitarono contro i garibaldini rispettosi della volontà dittatoriale, capitanati dal Crispi: di qui tumulti anche in piazza. Il Depretis venne a Napoli, trovò Garibaldi sempre del parere del Bertani e si dimise. Il Dittatore s’imbarcò il giorno 16, giunse a Palermo il 17, congedò i ministri, elesse prodittatore

PIOLA-CASELLI RITORNA A SAPRI PER FAR RITORNO A PALERMO

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, partenza di PIOLA-CASELLI da Sapri imbarcatosi per Palermo

Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.

Nel 5 settembre 1860, a Palermo, il rientro di PIOLA-CASELLI che porta a Depretis la lettera di risposta di Garibaldi ricevuta in occasione del colloquio al Fortino

Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Maraldi, a p. 87, nella nota (175) postillava che: “(175) Idem. = A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze 1869- pag. 74-75.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” – Bertani e Crispi dovevano per conto di Mazzini, salvare il Dittatore dalle sciocchezze, dagli errori politici, vedi anche il Palamenghi-Crispi, I Mille, p. 342, dove si deplorano i primi errori fatti da Garibaldi a Napoli, che Crispi non giunse in tempo ad impedire; il maggiore, il più deplorato, fu quello naturalmente di aver consegnate le forze navali al Persano! – Povero Garibaldi! ogni volta che dava una manifestazione della sua perfetta lealtà al programma da lui liberamente assunto, i suoi più cari lo disapprovavano e cercavano di mettergli le mani avanti. Qulache volta ci riuscivano, etc…La lettera di adesione fu stracciata (I) e Piola ritornò a Depretis con risposta negativa. Il Depretis non si diede per vinto e rimandò il Piola con la seguente: “Caro ed illustre amico – Palermo 6 sett. 60. – La vostra lettera, che mi fu recata dal cav. Piola mi ha cagionato un vero dolore; etc…”. Nazari, a p. 157, nella nota (I) postillava: “(I) V. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba; Mario J.W., Garibaldi, p. 283, ecc..”. Dunque, non ci eravamo accorti che nello riscrivere a Garibaldi da Palermo, il 6 settembre 1860, il Depretis scriveva che il Piola gli aveva consegnato una lettera di risposta a quella sua che gli fu consegnata al Fortino dallo stesso Piola. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.

Nel 12 settembre 1860, NICOTERA, CRISPI, DEPRETIS, AMARI arrivano da Palermo a Napoli per visitare Garibaldi

Dalla Treccani on-line leggiamo che Mario Menghini scriveva che Giovanni Nicotera raggiunse subito dopo Garibaldi a Napoli. Nicotera dovette restare però una diecina di giorni a Palermo o in Sicilia perchè Depretis gli negò il permesso di allontanarsi dalla Sicilia ed imbarcarsi per Napoli e poter raggiungere Garibaldi che, nel frattempo era diventato prodittatore della Capitale. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. I dissensi partigiani dell’ottobre 1860 provocarono un duello tra lui e F. Petruccelli della Gattina. Denis Mack Smith,  p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a pp. 78-79, in proposito scriveva: Le drastiche parole, con le quali Nicotera annunciò le sue dimissioni, non mancarono di sorprendere quanti ritenevano che il programma di Garibaldi fosse l’unico capace di portare a compimento l’unità italiana; perciò, nel settembre del ’60, Mazzini stesso sentì il bisogno di giustificare Nicotera: “questo uomo – egli scrisse – uscito dalla prigione e cercando pur sempre una via di giovare al paese, trova il paese mutato, affascinato da un ideale non suo”(67). Poteva sembrare, questo, un tentativo di addossare al Nicotera delle responsabilità che andavano per lo meno ripartite (68), ma non c’è dubbio che Mazzini esprimeva sul Nicotera un giudizio molto esatto. L’esperienza di Sapri, la sua dolorosa prigionia dopo il ’57, avevano vincolato Nicotera ad una memoria, quella di Sapri, che ora, nel ’60, era superata dagli eventi. Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 447, riferendosi al Depretis, in proposito scriveva che: “….decise di partire anch’egli per Napoli, lasciando provvisoriamente al suo posto il Paternò. Partì infatti da Palermo l’11 settembre sullo stesso vapore del Crispi. Proprio in quel giorno Garibaldi emanava il noto proclama: “Vicino o lontano io sono con te, bravo popolo di Palermo etc…”. Parole quest’ultime che non lasciavano prevedere quando avvenne. Poiché il Crispi e il Depretis, giunti a Napoli il 13, furono ricevuti da Garibaldi il giorno seguente e gli esposero le rispettive ragioni. Garibaldi, dice il Palamenghi, si riservò di decidere, ma ricevuta subito etc…”. Dunque, secondo l’Agrati, Depretis e Crispi arrivarono a Napoli il 13 settembre 1860. Agrati fa riferimento al Diario dello Statista Francesco Crispi raccontato dal nipote Tommaso Palamenghi-Crispi (….), nel suo “I Mille”, ed. Treves, 1927. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 256, in proposito scriveva che:  “Egli era partito l’11 settembre in mattinata, giungendo a destinazione all’alba del 12; e il mattino stesso alle nove s’incontrò con Garibaldi. Con la sua nave erano giunti a Napoli anche Crispi ed il barone Nicotera.”. Dunque, Mack Smith scriveva che il 12 settembre 1860 sbarcò a Napoli lanave che portava da Palermo Depretis, Crispi ed il barone Giovanni Nicotera, che raggiunsero Garibaldi già aqquartierato a Napoli. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 315, in proposito scriveva che:  “Nella prima settimana del governo di Garibaldi a Napoli, giunse colà anche la maggior parte degli altri capi radicali: Crispi, Nicotera e Depretis arrivarono il 12 dalla Sicilia; Alberto Mario e sua moglie, Jessie White, si trovavano già nella città; nella stessa nave che il 17 portò Mazzini giunsero anche Aurelio Saffi ed il professor Saliceti; giunsero poi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, le due più eminenti figure del movimento federalista italiano e due dei maggiori intellettuali fra i deputati al Parlamento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1).”. Capone, a p. 87, nella nota (1) postillava: “(1) D. Mack Smth, Garibaldi e Cavour nel 1860, Torino, 1958, p. 315; v. pure E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, op. cit., R. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Itali liberale, Torino, 1963; F. Bracato, La Dittatura garibaldina nel Mezogiorno e in Siclia, Trapan, 1965; A. Sirocco, Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione, 1860-1861, op. cit., etc…”.  Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “….Crispi solo sostenne essere debito ubbidire a Garibaldi e, vedendosi soverchiato, abbandonò Palermo ed andò ad appellarsene al Generale stesso in Napoli (1). Con lui, sul piroscafo Panther, il giorno 11 settembre partì per Napoli anche il prodittatore in persona ed a lui, Michele Amari, ministro per gli affari esteri, faceva consegnare l’interessante promemoria riprodotto nel Doc. X. Nell’archivio Bertani si conservano sotto questa data parecchi documenti che danno modo di apprezzare, oltre le fasi delle trattative, anche i patti espliciti che Garibaldi intendeva porre all’annessione, nella quale egli soprattutto vedeva la consegna della nuova conquista alla diplomazia ed al dominio del protocollo, da lui ritenuto, alla causa nazionale, sì nefasto (3).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) ….; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”.

Nel 17 settembre 1860, arrivò a Napoli GIUSEPPE MAZZINI: MAZZINI e BERTANI

L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour, pur non condividendo completamente l’approccio di Garibaldi, comprese l’importanza strategica di queste azioni per l’unificazione italiana sotto la corona sabauda. Dopo la conquista di Napoli, fu chiaro che l’intero Mezzogiorno avrebbe potuto essere annesso al Regno di Sardegna. Questo processo fu formalizzato attraverso un plebiscito tenutosi nell’ottobre 1860, che vide una schiacciante maggioranza dei votanti esprimersi a favore dell’annessione al Regno di Sardegna. L’annessione fu ratificata e il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere, portando alla creazione del Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861. L’intervento piemontese fu cruciale per garantire l’ordine e la stabilità durante la transizione, nonché per assicurare che l’unificazione avvenisse sotto l’egida piemontese, piuttosto che sotto una repubblica democratica come alcuni garibaldini avrebbero preferito. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 312 e ssg., in proposito scriveva che: “Agostino Bertani, segretario generale della Dittatura, più garibaldino dello stesso Garibaldi, era giunto ai ferri corti coi Ministri, tutti di opinione moderata, ed emetteva decreti senza consultare nessuno o non dava eseuzione a quelli deliberati dal Governo. Liborio Romano (1), dal canto suo, ignorava la presenza del Bertani, presenza non poco invadente, e le sue proposte di legge presentava direttamente a Garibaldi per la firma.Tutti legiferavano; nelle provincie, governatori nominati dal Bertani, con poteri illimitati, tassavano, discioglievano municipii, raccoglievano danaro con collette, altro ne sperperavano, emettevano decreti che spesso contraddicevano quelli di Garibaldi stesso. A complicare maggiormente le cose, il 17 settembre giunse a Napoli Mazzini, e pochi giorni dopo anche Carlo Cattaneo. Il partito monarchico, insospettivo dell’arrivo dei due agitatori, il primo unitario, l’altro federalista, ma entrambi repubblicani, orchestrò dimostrazioni popolari al grido di “Morte a Mazzini!” e chiese al Dittatore che l’esule genovese fosse espulso.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 137, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia dei Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa si impegnasse a gridar l’Italia una al Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente etc..”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 150, in proposito scriveva che: Ma nè il mettere la flotta napoletana sotto gli ordini del Persano, nè il ministero composto nella quasi totalità di aderenti del Cavour, nè il governare in nome di Vittorio Emmanuele, nè tutta la importazione delle leggi piemontesi fecero cessare le diffidenze che sorgevano dal vedere circondato il dittatore da uomini non amici della monarchia; anzi si accrebbero per la nomina del Bertani a segretario generale della dittatura. Questi, amico del Mazzini, segretario della Società armata di Genova, fautore aperto e zelantissimo della impresa di Roma con le forze popolari, di animo rivoluzionario ed in ogni suo proposito audace e tenacissimo, era lo spettro pauroso dei cavourriani, i quali, erroneamente, ritenevano grande il suo ascendente sull’animo del Garibaldi, vedevano in pericolo l’opera dell ‘ annessione e la sperata unità della nazione. Senza dubbio il Bertani non era avverso alla annessione, ma la voleva a suo modo e pei suoi fini, onde il Mezzogiorno fosse la rocca del mazzinianismo, il campo da cui doveva partire la nuova rivoluzione sociale. E per sedurre il Garibaldi, si fece apostolo della annessione condizionata alla redenzione di Roma; e perchè aveva illimitata potestà di dire e fare si ritenne generalmente che con lui negl’ intendimenti il dittatore concordasse.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 158, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia di Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar l’Italia una dal Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente da cui le condizioni ne sarebbero prescritte; v’era proprio presso il Garibaldi Alberto Mario, partigiano ardentissimo del prolungamento della dittatura e del plebiscito condizionato. A fronte di questa poderosa influenza sull’animo del dittatore e della fucina bertaniana di ogni arma per farla trionfare, il ministero non si sarebbe retto, se la cittadinanza napoletana non avesse preso, mentre i garibaldini fronteggiavano la invasione borbonica, atteggiamento fermo contro la segreteria e contro il Mazzini per obbligare la dittatura indefinita a cedere alla monarchia. Quella fu vera riscossa degli onesti cittadini contro i soprusi della segreteria dittatoria la quale, facendo dei magistrati e degli uffiziali dello Stato ludibrio dei suoi messi e di scioperati avventurieri che con divise garibaldinesche, sciabole romoreggianti sul lastricato e rivoltelle alla cintura spavaldavano per la città, rendeva la libertà sorgente d’iniquità quali sono ordinario corredo dei tempi di rivoltura. Io non ripeterò le cose pubblicate dal La Farina nel Cittadino di Palermo circa le grosse mancie pagate e le brutte baratterie commesse, anzi mi piace ritenerle favole di una mente corriva a partigiane vendette, dagli scrittori borbonici con gioia ripetute, quasi il momentaneo libertinaggio di uomini, che in questo perenne carnevale della vita , prendono sempre le vesti del costume predominante, fosse naturale frutto della libertà, e non triste retaggio di generazioni corrotte da lungo dispotismo. Così non v’era camorrista non divenuto un pretoriano del palazzo d’Angri; ed il Bertani, che sovente si dilettava a sfoggio democratico di andare a braccetto con un infornatore di pizze o un pescivendolo, da essi aveva relazioni sullo spirito pubblico.”. Denis Mack Smith,  p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 315, in proposito scriveva che:  “Nella prima settimana del governo di Garibaldi a Napoli, giunse colà anche la maggior parte degli altri capi radicali: Crispi, Nicotera e Depretis arrivarono il 12 dalla Sicilia; Alberto Mario e sua moglie, Jessie White, si trovavano già nella città; nella stessa nave che il 17 portò Mazzini giunsero anche Aurelio Saffi ed il professor Saliceti; giunsero poi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, le due più eminenti figure del movimento federalista italiano e due dei maggiori intellettuali fra i deputati al Parlamento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1).”. Capone, a p. 87, nella nota (1) postillava: “(1) D. Mack Smth, Garibaldi e Cavour nel 1860, Torino, 1958, p. 315; v. pure E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, op. cit., R. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Itali liberale, Torino, 1963; F. Bracato, La Dittatura garibaldina nel Mezogiorno e in Siclia, Trapan, 1965; A. Sirocco, Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisidllunificaione, 1860-1861, op. cit., etc…”.  Sempre riguardo il 12 settembre 1860, a Napoli, Alfredo Capone (….), nel suo L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 87-88 e ssg., riferendosi a Giuseppe Mazzini, in proposito scriveva che: Questi, durante il suo soggiorno napoletano rimase personalmente nell’ombra, ma cercò in ogni modo di contrapporre Garibaldi ai moderati, e comunque non sembrava affatto adattato all’idea del trionfo della monarchia”(2): se egli condannava ogni esclusivismo repubblicano (“Nicotera (….) come Castelli, evidentemente vogliono combattere soltanto per la Repubblica, ma secondo me hanno torto”(3)), approvava poi le impennate repubblicane dello stesso Nicotera. Ed egli stesso dichiarava sull’Unità Italiana di voler riabbracciare la sua “pura bandiera”(4). Intorno al 20 settembre, inoltre, i radicali esercitarono massicce pressioni su Garibaldi, e sembrò incombente la minaccia di un fronte anticavouriano e potenzialmente repubblicano comprendente Garibaldi e Mazzini: “Vimercati – scriveva Cavour a Nigra – qui est arrivé hier me dit que Bertani, Mario, Miss White, Nicotera, Libertini, Sterbini, forment une haie de chemises rouges autour de Garibaldi, et insolent de tout homme raisonnable. Il s’est réconcilié publiquement avec Mazzini”(5). Edoardo Fusco scriveva poi al Ranucci: “si presentò, or son tre giorni, una deputazione di dodici persone, introdotte alla presenza del Dittatore (….). Ne formavan parte Zuppetta, Agresti, Libertini, Nicotera ed altri (….) chiesero al Dittatore che fosse proclamata la Repubblica, poiché ‘il paese la voleva’. Il buon senso di Garibaldi schivò in parte il pericolo, ma solo in parte e momentaneamente”(6).”. Capone, a p. 87, nella nota (2) postillava: “(2) D. Mack Smith, op. cit., p. 313”. Capone, a p. 88, nella nota (6) postillava: “(6) Lettera del 25 settembre 1860 in C.C. Liberaz. del Mezzogiorno, vol. V, p. 305”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), etc…”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 137, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia dei Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa si impegnasse a gridar l’Italia una al Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente etc..”.

Dopo il 7 settembre 1860, GARIBALDI a Napoli, il suo Governo Prodittatoriale e gli Annessionisti

Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 145-146, in pproposito scriveva che: “Né il rapido ingresso di Garibaldi a Napoli fu una imprudenza, come si è spesso affermato nella stampa tedesca; fu invece un’urgente necessità per la città. Il partito garibaldino e il partito cavouriano, che chiedeva l’annessione immediata, erano venuti ad aperto contrasto; una rottura sarebbe riuscita infinitamente dannosa alla causa nazionale, se pure non avrebbe dato luogo addirittura ad una guerra civile….Garibaldi affidò all’ammiraglio Persano, suo vecchio amico, il comando della flotta e spedì un vapore a Genova, per offrie la prodittatura al marchese Pallavicino….Avendo sempre di mira lo scopo della sua vita e delle sue lotte, l’unità d’Italia, sempre cercando di conseguirlo senza spargimento di sangue, egli procurò di conciliare repubblicani e annessionisti, formò coi soldati e ufficiali napoletani una Divisione a parte e, col grosso del proprio esercito etc…”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 150, in proposito scriveva che: Ma nè il mettere la flotta napoletana sotto gli ordini del Persano, nè il ministero composto nella quasi totalità di aderenti del Cavour, nè il governare in nome di Vittorio Emmanuele, nè tutta la importazione delle leggi piemontesi fecero cessare le diffidenze che sorgevano dal vedere circondato il dittatore da uomini non amici della monarchia; anzi si accrebbero per la nomina del Bertani a segretario generale della dittatura. Questi, amico del Mazzini, segretario della Società armata di Genova, fautore aperto e zelantissimo della impresa di Roma con le forze popolari, di animo rivoluzionario ed in ogni suo proposito audace e tenacissimo, era lo spettro pauroso dei cavourriani, i quali, erroneamente, ritenevano grande il suo ascendente sull’animo del Garibaldi, vedevano in pericolo l’opera dell’annessione e la sperata unità della nazione. Senza dubbio il Bertani non era avverso alla annessione, ma la voleva a suo modo e pei suoi fini, onde il Mezzogiorno fosse la rocca del mazzinianismo, il campo da cui doveva partire la nuova rivoluzione sociale. E per sedurre il Garibaldi, si fece apostolo della annessione condizionata alla redenzione di Roma; e perchè aveva illimitata potestà di dire e fare si ritenne generalmente che con lui negl’ intendimenti il dittatore concordasse.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 158, in proposito scriveva che: “Senza dubbio in quel momento Napoli era divenuta il quartiere generale del repubblicanismo: v’era il Mazzini, il quale coi suoi interminabili biglietti e pei suoi discepoli si sforzava ad essere la ninfa Egeria del dittatore, onde non desse alla monarchia di Savoia un palmo delle terre conquistate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar l’Italia una dal Campidoglio; v’era il Cattaneo, il filosofo del federalismo, che voleva al plebiscito far precedere un’assemblea costituente da cui le condizioni ne sarebbero prescritte; v ‘era proprio presso il Garibaldi Alberto Mario, partigiano ardentissimo del prolungamento della dittatura e del plebiscito condizionato. A fronte di questa poderosa influenza sull’animo del dittatore e della fucina bertaniana di ogni arma per farla trionfare, il ministero non si sarebbe retto, se la cittadinanza napoletana non avesse preso, mentre i garibaldini fronteggiavano la invasione borbonica, atteggiamento fermo contro la segreteria e contro il Mazzini per obbligare la dittatura indefinita a cedere alla monarchia. Quella fu vera riscossa degli onesti cittadini contro i soprusi della segreteria dittatoria la quale, facendo dei magistrati e degli uffiziali dello Stato ludibrio dei suoi messi e di scioperati avventurieri che con divise garibaldinesche, sciabole romoreggianti sul lastricato e rivoltelle alla cintura spavaldavano per la città, rendeva la libertà sorgente d’iniquità quali sono ordinario corredo dei tempi di rivoltura. Io non ripeterò le cose pubblicate dal La Farina nel Cittadino di Palermo circa le grosse mancie pagate e le brutte baratterie commesse, anzi mi piace ritenerle favole di una mente corriva a partigiane vendette, dagli scrittori borbonici con gioia ripetute, quasi il momentaneo libertinaggio di uomini, che in questo perenne carnevale della vita, prendono sempre le vesti del costume predominante, fosse naturale frutto della libertà, e non triste retaggio di generazioni corrotte da lungo dispotismo. Così non v’era camorrista non divenuto un pretoriano del palazzo d’Angri; ed il Bertani, che sovente si dilettava a sfoggio democratico di andare a braccetto con un infornatore di pizze o un pescivendolo, da essi aveva relazioni sullo spirito pubblico.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 312 e ssg., in proposito scriveva che: “Agostino Bertani, segretario generale della Dittatura, più garibaldino dello stesso Garibaldi, era giunto ai ferri corti coi Ministri, tutti di opinione moderata, ed emetteva decreti senza consultare nessuno o non dava eseuzione a quelli deliberati dal Governo. Liborio Romano (1), dal canto suo, ignorava la presenza del Bertani, presenza non poco invadente, e le sue proposte di legge presentava direttamente a Garibaldi per la firma.Tutti legiferavano; nelle provincie, governatori nominati dal Bertani, con poteri illimitati, tassavano, discioglievano municipii, raccoglievano danaro con collette, altro ne sperperavano, emettevano decreti che spesso contraddicevano quelli di Garibaldi stesso. A complicare maggiormente le cose, il 17 settembre giunse a Napoli Mazzini, e pochi giorni dopo anche Carlo Cattaneo. Il partito monarchico, insospettivo dell’arrivo dei due agitatori, il primo unitario, l’altro federalista, ma entrambi repubblicani, orchestrò dimostrazioni popolari al grido di “Morte a Mazzini!” e chiese al Dittatore che l’esule genovese fosse espulso.”.

Dopo il 27 settembre 1860, a Napoli, Mazzini fonda il giornale Il Popolo d’Italia

Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 94-95, in proposito scriveva che: “Su una posizione simile è Mazzini, che riprende subito l’azione col vecchio spirito. Durante la Dittatura egli pensa di fare del Mezzogiorno la base di una prossima iniziativa rivoluzionaria (6), credendo che vi sia lo stesso fermento del 1859-60 in Sicilia. per suo impulso si costituisce a Napoli fin dal 27 settembre l’Associazione Nazionale Unitaria; contemporaneamente egli incoraggia la costituzione di una società operaia (7) e fonda un giornale, “Il Popolo d’Italia”. Da Wikipedia leggiamo che Il quotidiano “Il Popolo d’Italia” fu fondato da Giuseppe Mazzini nel 1860 a Napoli, come organo di stampa dell’Associazione Unitaria Italiana. Aveva lo scopo di sostenere l’unificazione nazionale e la causa risorgimentale. Mazzini, allora esule a Londra, inviò alcuni suoi uomini a Napoli per organizzare la pubblicazione. Il giornale, che riprendeva il nome di un precedente quotidiano mazziniano, “Italia del Popolo”, si rivolgeva principalmente alla sinistra risorgimentale, mazziniani, garibaldini e repubblicani.

Nel 3 ottobre 1860, a Napoli il Governo Prodittatoriale di Giorgio PALLAVICINO favorevole all’Annessione al Regno di Sardegna

Per rafforzare la sua posizione presso Vittorio Emanuele II, Garibaldi nominò il 3 ottobre 1860 prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino, un sostenitore di casa Savoia. Costui definì subito Crispi incompatibile con la carica di Segretario di Stato. Intanto Cavour aveva dichiarato che nell’Italia meridionale non avrebbe accettato altro che l’annessione incondizionata al Regno di Sardegna mediante plebiscito. Crispi, che aveva ancora la speranza di far proseguire la rivoluzione per riscattare Roma e Venezia, si oppose, proponendo di far eleggere al popolo un’assemblea parlamentare. A lui si affiancò (per motivi molto diversi) il federalista Carlo Cattaneo. Preso fra due fuochi, Garibaldi dichiarò che la decisione sarebbe spettata ai due prodittatori di Sicilia e di Napoli, Antonio Mordini e Pallavicino. Entrambi optarono per il plebiscito e Crispi, dopo la riunione decisiva del 13 ottobre di palazzo d’Angri, si dimise dal governo di Garibaldi. Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “….XLIII. II Marchese Giorgio Pallavicini. Il Plebiscito. – In quel mezzo giungeva a Napoli Giorgio Pallavicini, condannato dall’Austria nel 1821 con Gonfalonieri, Pellico, Rossini e gli altri cospiratori. Benveduto dal generale, che lo aveva già scelto per prodittatore delle provincie continentali, senza per altro averlo ancora nominato. Proveniva da Torino, ove il Re e Cavour gli avevano impartite istruzioni, che si riassumevano così: Nessuna transazione coi mazziniani, nessuna debolezza coi garibaldini, ma riguardi massimi per il loro capo. » << Il 3 ottobre un decreto dittatoriale nominava prodittatore delle provincie napoletane il marchese Giorgio Pallavicini -Trivulzio. Il 5 questi decretava la soppressione del dipartimento degli affari siciliani. Crispi conservava le sue funzioni di segretario generale della dittatura e di ministro degli esteri. Il 9 fu decretato il plebiscito: il popolo era chiamato per si o per no sulla seguente formola: << Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele, re costituzionale, e i suoi legittimi discendenti. Etc…”. Crispi, a p. 202 aggiungeva: “Con Pallavicini diede le dimissioni il ministero, e Garibaldi il 12 ottobre fece promulgare il decreto di Crispi convocante l’assemblea napoletana per l’11 corrente e incaricava Crispi di formare un nuovo ministero. Ma intanto i moderati organizzarono una dimostrazione popolare al grido di morte a Mazzini, morte a Crispi! Garibaldi dal palazzo della foresteria arringò i dimostranti, rimproverando loro le inconsulte grida….etc…Il 21 il plebiscito ebbe luogo a Napoli ed in Sicilia e fu votata la dedizione dell’antico regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 131, in proposito scriveva che: “Francesco Crispi fu l’anima di governo di Garibaldi in Sicilia e a Napoli. Eguali sorti, dolori e lotte l’unirono lungo tempo col Dittatore dell’Italia meridionale. Crispi è repubblicano, come Garibaldi. Quando, a metà ottobre, la politica di Cavour venne ad aperto contrasto con quella di Garibaldi fu costretto a sacrificare il suo amico Crispi al principio costituzionale e all’unità delle popolazioni italiane, etc…”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione , nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali, di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione , chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere: il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino, come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell’Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci, e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po ‘ più di coraggio, e meno amor della pelle. Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s’intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”Pallavicino, pochi giorni dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli fu nominato prodittatore, ma l’azione sua fu variamente discussa. Proclamato il plebiscito a Napoli, si dimise, ritraendosi nella solitudine di San Fiorano. Ebbe però dal re il Collare della SS. Annunziata. Inviato con pieni poteri in Sicilia poco prima di Aspromonte, gli fu rimproverata la sua condiscendenza per l’impresa di Garibaldi, e tornò a San Fiorano, dove nel 1867, dopo un viaggio elettorale rimasto storico, ospitò il suo grande amico; e colà visse gli ultimi anni di vita, assistito dalla consorte Anna Koppmann, figlia del governatore di Praga, con la quale si era unito durante la sua forzata dimora colà, e che fu editrice delle Memorie di lui (Torino 1882-1895, voll. 3).

Dopo il 13 ottobre 1860, l’indizione del PLEBISCITO nell’ex Regno delle Due Sicilie per l’annessione al Piemonte, al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II 

Da Wikipedia leggiamo che per rafforzare la sua posizione presso Vittorio Emanuele II, Garibaldi nominò il 3 ottobre 1860 prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino, un sostenitore di casa Savoia. Costui definì subito Crispi incompatibile con la carica di Segretario di Stato. Intanto Cavour aveva dichiarato che nell’Italia meridionale non avrebbe accettato altro che l’annessione incondizionata al Regno di Sardegna mediante plebiscito. Crispi, che aveva ancora la speranza di far proseguire la rivoluzione per riscattare Roma e Venezia, si oppose, proponendo di far eleggere al popolo un’assemblea parlamentare. A lui si affiancò (per motivi molto diversi) il federalista Carlo Cattaneo. Preso fra due fuochi, Garibaldi dichiarò che la decisione sarebbe spettata ai due prodittatori di Sicilia e di Napoli, Antonio Mordini e Pallavicino. Entrambi optarono per il plebiscito e Crispi, dopo la riunione decisiva del 13 ottobre di palazzo d’Angri, si dimise dal governo di Garibaldi. Il plebiscito delle province napoletane del 1860 si svolse il 21 ottobre 1860 nelle province continentali del Regno delle Due Sicilie, già sottoposte alla dittatura garibaldina, e sancì la fusione con il costituendo Regno d’Italia. Il plebiscito, indetto dal prodittatore per le province napoletane Giorgio Pallavicino, si tenne il 21 ottobre 1860, con il quesito: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?». Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. L’annessione fu formalizzata con regio decreto 17 dicembre 1860, nn. 4498 «Le province napoletane fanno parte del Regno d’Italia». Le annessioni furono formalizzate con regi decreti 17 dicembre 1860, n. 4498 («Le province napoletane fanno parte dello Stato Italiano») e 4499 («Le province siciliane fanno parte del Stato Italiano»). Il plebiscito è una forma di consultazione popolare su questioni politiche fondamentali, poste di solito sotto la forma di un’alternativa fra due possibilità. Nato nel diritto romano, è stato utilizzato diverse volte anche in età moderna e contemporanea. I plebisciti risorgimentali sono i plebisciti tenuti nel corso del XIX secolo per ratificare l’annessione di territori, in particolare in relazione al Regno di Sardegna e al Regno d’Italia, portando così all’Unità d’Italia. I plebisciti furono indetti per la legittimazione di annessioni e variazioni territoriali relative al Regno di Sardegna e successivamente al Regno d’Italia. Ormai in rotta con lo statista piemontese, come mostrò anche il suo discorso di condanna, in Senato, della cessione di Nizza e Savoia alla Francia, nel settembre 1860 Pallavicino fu chiamato a Napoli da Garibaldi, che ne ottenne la nomina a prodittatore e lo inviò, senza risultato, presso il sovrano a chiedergli le dimissioni del ministero Cavour. Al suo ritorno ebbe un durissimo scontro col generale e con Francesco Crispi e altri democratici sulla questione del plebiscito d’annessione, al quale egli era decisamente favorevole, ritenendo che la proposta di convocare un’assemblea per stabilire le condizioni di unione delle province meridionali al Piemonte potesse provocare una guerra civile. In questo senso scrisse una lettera aperta a Mazzini per esortarlo ad abbandonare Napoli, poiché riteneva la sua presenza fonte di pericolose divisioni. Forte dell’appoggio della guardia nazionale e di ripetute manifestazioni in favore del plebiscito svoltesi a Napoli, riuscì a far prevalere la sua volontà e a sopprimere la segreteria generale della Dittatura garibaldina e i pieni poteri dei governatori delle province, mossa invano contrastata da Crispi. La formula da lui concepita, «il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale», avrebbe dovuto garantire l’impegno del sovrano «di fare l’Italia – come gli avrebbe ricordato in una lettera da Pegli del 30 gennaio 1865 – colla sua Venezia e colla sua Roma» (Salazaro, 1866, p. 112). Cavour, pur avendo visto con scetticismo la nomina di Pallavicino a prodittatore, ammirò la fermezza di cui diede prova in quella circostanza, e ottenne dal re che gli fosse conferito il collare dell’Annunziata. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “….XLIII….Il 9 fu decretato il plebiscito: il popolo era chiamato per si o per no sulla seguente formula: << Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele, re costituzionale, e i suoi legittimi discendenti. Crispi frattanto proponeva la convocazione di una assemblea napoletana, per regolare il plebiscito e stabilire le norme dell’annessione. Sorse una fiera questione, su tale proposito. Pallavicini attaccava Crispi in faccia al generale, dicendolo un uomo nefasto e minacciando di ritirarsi se non lo si allontanasse . È lui che io ho scelto, non voi gli rispose bruscamente Garibaldi. Pallavicini se ne andò confuso, mormorando: – Io mi ritiro. – In anticamera incontrò Carlo Cattaneo e gli tese la mano; questi non volle porgergliela e gli disse: Voi non sapete conoscere quali sieno i veri amici di Garibaldi. Con Pallavicini diede le dimissioni il ministero, e Garibaldi il 12 ottobre fece promulgare il decreto di Crispi convocante l’assemblea napoletana per l’11 corrente e incaricava Crispi di formare un nuovo ministero. Ma intanto i moderati organizzarono una dimostrazione popolare al grido di morte a Mazzini, morte a Crispi ! Garibaldi dal palazzo della foresteria arringò i dimostranti, rimproverando loro le inconsulte grida. Il risultato degli intrighi orditi contro Crispi fu ch’egli non riusci a comporre il gabinetto e diede il 15 ottobre le dimissioni da ministro degli esteri, conservando il solo ufficio di segretario di Garibaldi. Questi, stanco, annoiato, e anelante di tornarsene a Caprera, non insistè più per la convocazione dell’assemblea napoletana e pubblicò un proclama , nel quale annunziava che compiuto il plebiscito avrebbe deposto i suoi poteri in mano del re Vittorio Emanuele. Il 21 il plebiscito ebbe luogo a Napoli ed in Sicilia e fu votata la dedizione dell’antico regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele.”. Da Wikipedia leggiamo che il 3 novembre 1860 in Piazza regia (in seguito Piazza del Plebiscito) il presidente della corte suprema di giustizia di Napoli, Vincenzo Niutta, proclamò il risultato del plebiscito che sancì l’annessione del Regno di Napoli al Regno di Sardegna: «Proclamo che il popolo delle province meridionali d’Italia vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele, Re costituzionale e suoi legittimi discendenti». Il 4 novembre lo stesso fece il presidente della Corte suprema di giustizia siciliana, Pasquale Calvi. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “Benché già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860. In Lagonegro la solenne funzione, bene organizzata dal Vice Governatore Lacava e dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, é pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 74, in proposito scriveva che: “Si arrivava, così, al plebiscito di annessione del 21 ottobre 1860, in verità caratterizzato, come altrove, da operazioni svoltesi “senza alcuna garanzia di libertà d’espressione”. In Basilicata si ebbe la partecipazione di 98.213 votanti, circa il 20% della popolazione, con il risultato di 98.102 voti favorevoli ed appena 111 contrari (149). Ma era stata ignorata la questione sociale. Questo spiega perché, soprattutto nell’area del Lagonegrese, si andavano già registrando focolai di tensione, con alcune vere e proprie sollevazioni popolari, ancorché connotate, per una serie di motivi, da attiva presenza di ecclesiastici e “galantuomini”, alla questione sociale interessati per altri e contrari motivi (150). Ma questa è altra pagina.”. Venturi, a p. 74, nella nota (149) postillava: “(149) A. D’Andria (a cura di), Potenza Città capoluogo e del Risorgimento. 1799-1860. Per un tracciato cronologico e documentario, vedi Potenza, STES, 2010, p. 14, Cfr. Appendice, doc. VII.”. Venturi, a p. 74, nella nota (150) postillava: “(150) T. Pedio, Vita politica in Italia meridionale 1860/1870, Potenza, La Nuova Libreria Editrice, 1966, pp. 76-95.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 192 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella sala del Trono, in Palazzo Reale, ventiquattro ore prima, Egli aveva presentato al Re i risultati del Plebiscito per l’annessione dell’Italia Meridionale, attraverso cifre assai eloquenti: nella Sicilia, 432.053 si, contro 667 no; nel Regno di Napoli, 1.302.064 si, contro 10.312 no. E le cifre vennero lette ad alta voce da un salernitano nativo di Calvanico, giurista famoso e Ministro dell’Interno sotto Ferdinando II, condannato a morte per le sue idee liberali, di nuovo Ministro a Napoli durante la Dittatura di Garibaldi: Raffaele Conforti.”Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CI, e ssg, in proposito scriveva che: Il giorno 21 ottobre le provincie meridionali pronunziavano il loro solenne Plebiscito. Il novembre Re Vittorio Emanuele al fianco di Garibaldi entrava in Napoli, ed il giorno dopo nella gran Sala del trono della Reggia, circondato dai grandi dignitarii della corona, dallo stato maggiore, dal ministro Farini e da tutto il Ministero, dal Sindaco di Napoli e da tutte le altre autorità, sempre presente Garibaldi, udiva pronunziare il seguente indirizzo dal ministro dell’ interno Conforti : Sire ! etc….”.  Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati. Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Regno, “, a p. 170, in proposito scriveva che: “Laonde ordinatissimi nel 21 ottobre si raccolsero i comizi nella metropoli e nelle provincie di Napoli e di Sicilia, e le due corti di cassazione nel 5 novembre proclamarono, eseguiti gli scrutini, 1,310,266 si e 10,102 no per le provincie napoletane, e 432,054 sì e 667 no per le siciliane. Così la dinastia de ‘ Borboni per decreto solenne ed universale di popolo, e perciò non perituro come quello di Napoleone I da Berlino, cessava nelle due Sicilie di regnare, e col plebiscito del 21 ottobre 1860 si chiude la storia di Francesco II come re, e quindi la narrazione mia.”.

Le truppe garibaldine che sbarcarono a Sapri dopo Garibaldi

DOPO L’ARRIVO DI GARIBALDI A NAPOLI, I PRIMI PROVVEDIMENTI DEL SUO GOVERNO

Questo periodo che qui racconto è quello in cui Garibaldi, una volta costituitosi il suo Governo provvisorio prodittatoriale a Napoli, si rende conto che deve sbaragliare la più potente armata d’Italia, quella di re Francesco II che si era attestata sulle rive del Garigliano e vuole farlo da solo senza l’aiuto dello Stato Piemontese e, soprattutto senza l’esercito di re Vittorio Emanuele II. E’ un periodo molto travagliato per Garibaldi. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II”, a p. 133, riferendosi alla battaglia del Volturno, in proposito scriveva che: “E questo intervento dei bersaglieri dovuto all’intervento del marchese Villamarina, il quale ruppe il divieto di concedere aiuti a Garibaldi, che era trascorso per impulso mazziniano sino alla baldanza di spedire Giorgio Pallavicino a chiedere al re il licenziamento del ministero, fu il raggio di concordia lanciato in mezzo al tramestio politico che stava per menare l’Italia nella guerra civile…..così Garibaldi, con invocare l’aiuto appalesò ai propugnatori delle idee mazziniane che l’esercito dei volontari non era più sufficiente a compiere la redenzione della patria. Per vero, se la battaglia del Volturno fu la più segnalata che le armi garibaldine abbiano combattuta, e se Garibaldi si mostrò gran capitano per audacia, per senno e per previdenza, pur tuttavia la stessa vittoria gli fece valutare l’inferiorità delle sue armi, e fu da lui stesso attribuita in parte all’insipienza dei borbonici, i quali, egli scrive nei ‘Mille’, etc…”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II”, a p. 153, in proposito scriveva che: “Conciossiachè il Garibaldi, ritornato di Sicilia, e raggranellato le sue schiere, disseminate dal golfo di Policastro a quello di Salerno, si persuase per la sconfitta toccata a Caiazzo, il primo ed unico rovescio di quella memorabile campagna, dell’impossibilità di tenere una posizione offensiva e difensiva sulle due sponde del Volturno, e deliberava di limitarsi alla più stretta difensiva sulla sinistra del fiume, di guardare tutti i passi che da Capua menano alla capitale e di concentrarsi su pochi punti per non correre il pericolo di esser tagliato fuori dalla base di operazione. Così fatto S. Angelo centro delle sue forze con la divisione Medici di quattromila uomini e quattro artiglierie, stendeva la divisione Cosenz comandata dal Milbitz tra Santa Maria etc…”. Davis Ottati (….), nel suo “Dal Feudo alla liberà – un paese del Sud”, ed. Pananti, Firenze, a p. 98 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fenomeno del volontarismo che aveva alimentato validamente le primigenie schiere garibaldine, era a quel tempo già in declino ed i motivi, tanto per esemplificare, erano due: il primo, perché Garibaldi aveva rinsanguato le sue colonne, e, dalla fase dello spontaneismo pittoresco della guerriglia, era passato alla più razionale organizzazione militare, secondo, perchè con i successi le titubanze sabaude erano fugate, subentrando al loro posto la paura di essere tagliati fuori, quindi provvedendo a far muovere esercito e maina. E’ spiegabile così il mediocre afflusso di uomini del principato – da scartare quindi l’opinione razzistica secondo cui lo stato maggiore di Garibaldi avrebbe operato un’odiosa discriminazione verso l’apporto meridionale – tenendo ben presente che i “quadri” rivoluzionari come i Padula, i Pessolani, i Santelmo, i Magnone e molti altri, erano già nelle sue file garibaldine e a Milazzo appunto cadeva il prete Vicenzo Padula, senza contare la colonna Passero di cui si dirà.”. Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CI, e ssg, in proposito scriveva che: “Il Borbone si era ritratto colle sue truppe nelle due fortezze di Capua e Gaeta, ed i volontarii privi di artiglierie non potevano espugnarle da soli. Se nonchè essi compresi dal desiderio grande dei popoli di raggiungere l’ultimo fine dell’ unità nazionale, cedevano il posto d’allora in poi all’azione dell’ esercito regio e del Governo di Torino, dopo di avere strenuamente combattuto, durante un mese circa, intorno alle mura di Capua, e salvato Napoli, il primo ottobre dall’ eccidio e dalla rovina, che i borboniani le avrebbero senza fallo arrecati, se avessero superato il contrasto glorioso che le schiere di Garibaldi, a Santa Maria, e quelle di Bixio, ai ponti della Valle, avevano opposto loro. In frattanto scioltasi la brigata di Castel Pucci, Nicotera era tornato presso Garibaldi ed aveva preso parte alle diverse fazioni avvenute sotto Capua, salvando il 14 ottobre il battaglione di Stocco, a Caserta, circondato completamente dai regii. La rivoluzione sequestrò durante il suo Governo le medaglie d’oro che i Borboni avevano destinate per coloro che avevano assassinato Pisacane e i compagni suoi. Quelle medaglie furono raccolte in buon numero, vennero fuse e per opera specialmente di Nicotera se ne coniò una gran medaglia per il generale Garibaldi.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli,, a p. 215, in proposito scriveva che: “Il Vecchio De Sauget, con voce alterata dalla commozione  e con una infinita tristezza, replicò che non riteneva certo la fine della Dinastia, ma, era sicuro che l’Esercito si sarebbe dissolto. E ciò accadde, qualche mese dopo in Calabria; ma, nonostante i rovesci, fino al Volturno, fino al Garigliano e a Gaeta, migliaia di ufficiali e soldati napoletani si batterono con bravura e con cosaggio, dimostrando che se avessero avuto alla loro testa dei veri generali molto difficilmente sarebbe riuscita la miracolosa impresa garibaldina. Ciò scriviamo, noi, amantissimi della diletta Italia e unitarii convinti, per amore della verità e perchè, dopo un secolo, si ricordino con rispetto quelle migliaia di giovani meridionali che disseminarono delle loro ossa le nostre contrade, per non violare il giuramento di fedeltà, per tutelare l’onore dell’Esercito al quale appartenevano.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quanto agli impiegati, essi dovettero giurare la seguente formula che, a titolo di curiosità, riproduciamo integralmente: “…………….”. E gli impiegati, poveretti, che vivevano sotto l’incubo delle liste di proscrizione emesse dal Governo e pubblicate giorno per giorno dal “Giornale Ufficiale”, giurarono. Tutti gli intendenti (che erano i Governatori delle provincie o prefetti) furono destituiti e così numerosi sottointendenti, procuratori generali, presidenti di tribunali, funzionari dei Ministeri. Francesco II, che si vedeva costretto ad allontanare dai loro posti uomini che avevano fedelmente servito suo padre, a malincuore approvava le liste che gli presentava “Don” Liborio Romano, e quando non gli riusciva di cancellare qualche nome, o di scrivere accanto ad esso: “No, no”, cercava di attenuare le gravi conseguenze etc…”.  

L’ARRIVO A SAPRI E A LAGONEGRO DI ALTRE BRIGATE GARIBALDINE 

Dopo l’arrivo a Napoli di Garibaldi, che ivi instaurò un governo provvisorio, nella prima decade di Settembre iniziaono ad affluire alla Capitale del Regno Borbonico diverse truppe di volontari garibaldini ivi richiesti dal generale Sirtori e dal Quartiere Generale. La maggior parte partitosi dalle coste della Sicilia si fermarono a Paola e a Sapri da cui potettero proseguire in mare per raggiungere Napoli, non appena i pochi mezzi di trasporto disponibili lo permettessero. Alcune truppe di volontari si fermarono a Lagonegro. Questi movimenti di truppa furono organizzate dal generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale. In quei giorni, il porto di Sapri e la cittadina stessa fu teatro di questi movimenti. Bastimenti che arrivavano e sbarcavano truppe che poi si acquartieravano in attesa di poter ripartire. Altre truppe che ripartivano dal porto di Sapri dove si imbarcavano sui nuovi legni disponibili. Sono giornate importanti per la storia di Sapri che vide in quei giorni la cittadina e lo scalo naturale di Sapri protagonista indiscusso della risalita alla Capitale ed alla conquista definitiva del Regno di Napoli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e no di rado a quelli stessi necessari alle truppe nemiche travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, l’una in rapidissima fuga e l’altra in non meno rapida avanzata, costituì un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, così che tutto l’esercito garibaldino raggiunse il discreto ordine la capitale e oltrepassò, concentrandosi ed ordinandosi completamente sulla riva sud de Volturno.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 313, riferendosi all’arrivo delle truppe a Napoli, in proposito scriveva: “Arrivavano i soldati dì Garibaldi. Essi avevano ricevuto ordine telegrafico di accostarsi al mare, ed imbarcarsi nei vapori che avrebbero trovati già spediti da Napoli.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Nel trambusto di quella marcia affrettata di tutte le truppe garibaldine su Napoli, si ebbero purtroppo altri episodi incresciosi; da parecchie parti giunsero al Sirtori lagnanze e proteste. Da Lagonegro il Corte scriveva scriveva l’8 di settembre: “Credo bene rapportare che stranieri- francesi, tedeschi, inglesi – seguendo l’esercito, ora che il pericolo è passato, commettono violenze d’ogni sorta. Un tale Ulrich prussiano, emetteva buoni abusivi. Rimproverato da me e dal capitano Rasponi, ci minacciò. Non potei arrestarlo per mancanza di forza, ma lo farò appena possibile…Un ufficiale ungherese pretendeva i cavalli dell’Intendenza generale. Non mi par dignitoso che un’accozzaglia d’ogni paese venga a trattar come terra di comquista un paese che fa guerra per la sua indipendenza.”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il brigadiere Dunne, ch’era tuttora in Messina, l’8 settembre scriveva a Garibaldi e il 10 a Sirtori mettendoli in guardia contro i molti avventurieri inglesi che domandavano di servire l’armata garibaldina e declinando ogni responsabilità negli arruolamenti fatti dallo Styles in Inghilterra, dove proprio lui l’aveva mandato. Egli dice infatti al Sirtori: “Lo Styles inviato da me in Inghilterra per gli arruolamenti, secondo gli accordi con Lei, ha commesso grandi bestialità, promettendo anche ciò che non era autorizzato a promettere.”. E pregava che prima di accoglierli nelle file dei volontari venissero presentati a lui, che per maggior garanzia aveva poi mandato a Londra il Wyndham a sorvegliare ciò che lo Styles faceva.”. Dunque, Agrati parlando del brigadiere Dunne (….), che arriverà da Messina a Napoli, per ultimo con i suoi volontari, solo il giorno 24 settembre 1860, come da un telegramma di Cosenz, Ministro della Guerra, Agrati cita anche lo Styles e cita pure Wyndham. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a p. 299, in proposito scriveva che: Garibaldi però ne era impensierito più di quello che volesse confessare; ma obbligato ad attendere che le sue truppe, disseminate dal Golfo di Policastro a quello di Salerno, si rannodassero, molestato ai fianchi dall’insorgere della reazione e costretto egli stesso dalla controversia annessionista ad allontanarsi da Napoli ed a partire per la Sicilia, non potè nei primi giorni consacrarsi alle cose della guerra etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, riferendosi alla missione di Turr ad Ariano del 12 settembre 1860, in proposito scriveva: “Intanto che il generale Türr in soli cinque giorni compiva una missione di così grave importanza in quell’eccezionale momento, qual’era quella di sedare una reazione, che si sapeva donde aveva avuto principio , ma che non si avrebbe saputo ove potesse aver fine, entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice ¹) le altre Brigate della sua Divisione cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17ª Divisione Medici; la Brigata Sacchi continuava a di pendere direttamente dal Quartier generale principale.”. Pecorini (….), a p. 170, nella nota (1) postillava che: “(1) 1) La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo. Quella di Eber arrivava alle 10 ant. del 1º settembre da Marcellinara a Catanzaro accolta con feste dalla popolazione; ivi veniva alloggiata nelle caserme e nelle chiese. In detta città raggiungevano il corpo molti volontari rimasti indietro nelle marce. La forza della Brigata era di 2966, dei quali presenti 2462, assenti 504, cioè ammalati 344, dispersi 160. La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Rogliano. Alle 3 ant. del 1º settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione. Alle 5 pom. del 3 la Brigata Eber, percorrendo la consolare, marciava per Tiriolo, dove arrivava alle 11 pom., ed accampava al di qua del villaggio fino alla mattina del 4 (ore 6 ant.), che passava ad altro accampamento al di là del paese, alle 3 pom. muoveva per S. Pietro a Tiriolo, ove giungeva alle 10 pom. e si accampava sulla strada. Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Nel medesimo giorno 3 la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo. Alle 2 ant. del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarzia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom. del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese. Alle 2 ant. del 5 la Brigata Eber continuava per Soveria Mannelli, vi arrivava alle 7 ant., da dove riprendeva la marcia all’1 ant. del 6, ed un’ora dopo accampava in Rogliano al di qua del paese. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casali nuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consolina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pom. In questo giorno sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante la Piazza. Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotanese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda. La Brigata Eber alle 2 ant. del 7 lasciava Rogliano, ed alle 8 ant. giungeva in Cosenza. Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalled’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consolina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, sc nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita sul largo S. Francesco di Paola, veniva passata in ri vista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; alla mattina dell’11 lo sbarco in Napoli, dove la brigata si acquartierava ai Granili, e vi riposava fino a tutto il 13. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da La gonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartie randosi a Pizzofalcone. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.”.

Nel 1860, la BRIGATA BASILICATA (ex Brigata Lucana del Boldoni) al comando di Clemente CORTE

Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, licenziandosi coloro che per età, per cure di famiglia, o per altra qualsiasi causa, non potevano più a lungo permanere sotto le bandiere dell’Insurrezione. Ne restarono circa due mila e cinque cento, ed il Boldoni vi mise a capo dello Stato Maggiore il Maggiore Emilio Petruccelli, affidando il comando dei quattro Battaglioni al prete Nicola Mancusi di Avigliano, a Francesco Paolo La Vecchia di Tricarico, a Giuseppe Domenico La Cava di Corleto, ed a Francesco Paolo Pomarici di Anzi. La brigata Lucana entrò a Napoli nel 19 Settembre, sfilando con marziale disinvoltura lungo la via Toledo etc…(p. 252). A Napoli il comando della Brigata Lucana fu tolto al Boldoni e dato a Clemente Corte, Colonnello di Garibaldi, la qual cosa spiacque a moltissimi, perchè fu fatta forse per segreti disegni, ed in maniera alquanto brusca ed inaspettata. Agl’Insorti Lucani Garibaldi diede, come distintivo, un nastro blù con fibietta da portarsi sull’omero sinistro. Per mancanza di documenti non posso dire quali nuovi ordinamenti subisse la Brigata Lucana nel far parte della Divisione del General Medici; ne quale posto occupasse nelle giornate del 1 e del 2 Ottobre, allorchè vi fu sanguinoso combattimento fra i soldati di re Francesco e le valorose schiere di Garibaldi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1). La brigata ebbe nuovo ordinamento a Salerno; poichè diede licenza a’ militi più vecchi di ritrarsene; nominò capo dello stato maggiore il signor Emilio Petruccelli; e capo dei battaglioni i signori Giuseppe-Domenico La Cava, Francesco Paolo La Vecchia, Nicola Mancusi, e Francesco Paolo Pomarici. Restarono sotto le armi duemila centosettantasei militi. La brigata entrò il giorno 19 settembre nella città di Napoli “salutata (dice uno scrittore straniero) da calorose acclamazioni del popolo di Napoli il quale, a spettacolo nuovo sui lastrici della città capitale, vedeva la prima volta, senza il terrore dei seguaci della Santa-fede, gl’insorti popoli delle provincie nelle sue fogge ruvide, bizzarre e pittoresche, in armi da caccia e da museo, d’ogni sorta gente e condizione commisti, e preti e frati vessilliferi e capifila”(2). A Napoli un terzo riordinamento, e questo fu l’ultimo della brigata Lucana. Il Colonnello Boldoni fu surrogato dal colonnello Clemente Corte. Al Boldoni faceva ingiuria l’origine sua; cioè il partito che l’ebbe eletto alla impresa di Basilicata, e lo indirizzo di una politica, che egli non nascondea, ma bandiva sotto gli auspicii del Conte di Cavour. Codesto lo aveva reso non bene accetto, poscia mal visto a coloro, che ormai levavano bandiera in aperta opposizione al ministro di Sardegna: e poichè il Dittatore aveva vinto, e dei servigi di quello non pareva più bisogno, gli spiriti partigiani vollero sbrigarsene; e per quali vie non monta. Sinistrarono gli atti di lui; ne calunniarono intenzioni e parole; non dubitarono di mentire in nome del popolo appo il Dittatore; e il Boldoni fu rimosso dal comando della brigata; nè parola di lode venne a temperare la crudezza del fatto subitaneo. Cominciava da lui la manifestazione prima di quella febbre di demolizione, che poscia abbiam vista senza limiti appiccarsi a tutti gli animi, e aggredir tutti gli uomini e le cose. Unica, forse e sempre generosa, la città di Corleto non dimenticò il Colonnello Boldoni; ….Il Colonnello Clemente Corte, giovane ardito, operosissimo, valoroso e valente ebbe l’onore di guidare al fuoco la giovane brigata dei volontari Lucani. Ricominciando il novello e più acconcio ordinamento, le mutò il nome in brigata di Basilicata; scompose lo scheletro, o, come dicono, i quadri; non tenne conto, e ben fece, dei gradi che la rivoluzione etc…”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglione detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Racioppi, a p. 237, nella nota (2) postillava: “(2) E. Maison, Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris, 1861, pag. 88.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 52-53, in proposito scriveva pure che: Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Pesce, a p. 53, nella nota (1) postillava: “(1) Fra quei volontari emerse la figura gigantesca e balda del Capitano Gennaro Iannarelli di S. Severino Lucano, il quale, dopo aver combattuto coraggiosamente a Santamaria, fu a capo di una compagnia di Guardie Mobili per la repressione del brigantaggio nel Circondario di Lagonegro, etc…”. Il Pesce, a p. 55 scriveva pure che: “Ammirato e carezzato dai commilitoni per la sua tenera età e pel suo coraggio, fu iscritto, semplice milite, nel 1. Battaglione della Brigata Lucana, la quale, dopo che fu bene riordinata dei migliori elementi della disciplina militare dal nuovo Colonnello Clemente Corte, succeduto al Boldoni, e fu fornita, nei depositi di Aversa, d’armi e di divisa, fu aggregata alla Divisione del Generale Medici, e fu guidata al combattimento con mirabile slancio. E’ risaputo che gli insorti lucani ebbero, come distintivo, un nastro bleu con fibbietta da portarsi sull’omero sinistro.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 24-25-26, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata in Napoli, la Brigata Lucana si organizzò per distretti: il distretto di Matera fu dato a Carmine Ferri, che, avendo assicurato la tranquillità e data forma costituzionale alla città, riprese il suo posto di combattente, e il distretto di Lagonegro fu affidato al Lavecchia. Il 19 settembre la Brigata Lucana si riunì a Napoli, dopo aver spazzato il salernitano dei residui dell’esercito borbonico, e dopo aver compiuta la rivoluzione nell’avellinese. Gl’insorti lucani, vestiti ed armati alla meglio, vennero accolti con grandi feste, e costretti a fare il giro della città: Napoli, con quell’atto, volle dare il merito alla Basilicata di essere stata la prima ad insorgere e di aver meglio organizzata la rivoluzione. Garibaldi passò in rivista la brigata, riorganizzò gl’insorti in nome dell’Italia e li lasciò liberi. I vecchi furono costretti a ritornare a casa; i giovani, inquadrati da ufficiali garibaldini, formarono la nuova brigata, che si distinse sotto le mura di Capua e sulle sponde del Volturno. I tricaricesi furono rattristati dalla perdita del patriota Giuseppe Bronzini, morto a Napoli in seguito agli strapazzi di guerra. Finito il loro compito, i nostri patrioti ritornarono a casa, lieti di aver servita la Patria, e di aver concorso a liberare le nostre terre dalla soggezione borbonica; non chiesero nè onori nè ricompense. Il Lavecchia fu nominato prefetto, ma rifiutò dicendo: “Non abbiamo lavorato per ottenere una pagnotta”. Sorsero poi i vittoriosi, che misero in disparte gli autentici combattenti e carpirono gli onori destinati a chi aveva ben meritato della Patria. Il successo della campagna del ’60 dev’essere attribuito alla Basilicata.Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Nicola Mignogna, a pp. 113-114, in proposito scriveva: “469) Brigata Lucana – Quartier Generale in Salerno – Ordine del giorno, Salerno li 15 settembre 1860, s. 1., nè a.” Foglio a stampa contenente le disposizioni impartite dal colonnello Boldoni per il funzionamento della brigata Lucana destinata ad essere aggregata all’Esercito Meridionale. I quattro battaglioni, quello del distretto di Lagonegro, costituito da 554 uomini, quello di Potenza, da 546, quello di Matera, da 497 uomini e quello di Melfi, da 579 uomini, vengono rispettivamente affidati al comando di Giuseppe Domenico Lacava, di Francesco Pomarici, di Francesco Emilio Petruccelli, recatosi a Napoli, sarà capo di Stato Maggiore della brigata Leopoldo Scoppa, si porta a conoscenza la costituzione di Commissione di donne con il compito di sovvenire ai bisogni etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana informa lo storico Cilibrizzi (1) fu costituita con 3.500 insorti. Era formata su otto colonne: 1° Colonna: Potenza – Comandante Francesco Pomarici; 2° Colonna: Comandante Giuseppe Domenico Lacava; 3° colonna: Tricarico – Comandante Francesco Paolo Lavecchia etc..La Brigata Lucana divenne poi “Brigata Basilicata” comandata dal Colonnello Clemente Corte che si distinse poi nelle battaglie combattute contro i Borboni sul Volturno e nell’assedio di Gaeta.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua..

LA XVI DIVISIONE DI COSENZ

LA BRIGATA MILBITZ, 2° Brigata della DIVISIONE DI COSENZ a cui si aggregò anche Clement Caraguel

Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI DIVISIONE di Enrico Cosenz. La 2° Brigata della XVI° Divisione Cosenz era comandata dal Maggiore Generale De Milbitz. Da Wikipedia leggiamo che Aleksander Izenschmid, conte di Milbitz (Kuršėnai, 20 agosto 1800 – Torino, 17 giugno 1883) è stato un militare e patriota polacco. Appresa della spedizione dei Mille, partì per la Sicilia e, nel luglio 1860, a Palermo fu nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’Esercito meridionale. Al comando della brigata “Milbitz” prese parte alla battaglia di Milazzo e durante la campagna napoletana, comandante della XVI Divisione, fu posto a difesa di Santa Maria di Capua durante la Battaglia del Volturno, nel corso della quale il 1º ottobre fu ferito. In un altro sito sul web leggiamo che Milbitz, nel 1859 rientrò in Italia, dove partito per la Sicilia fu subito nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’esercito, al comando di una brigata a Milazzo e della 160° Divisione al Volturno. Enrico FARDELLA (….), un garibaldino volontario, fece parte della Brigata di A Izensmid Milbitz. Il Fardella attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. Sempre da Wikipedia alla voce “battaglia del Volturno” leggiamo che intanto si continuava a combattere con accanimento a Santa Maria Capua Vetere, dov’era ferito lo stesso generale Izenschmid Milbitz, sostituito da Enrico Fardella al comando della brigata, e si segnalava la presenza della cavalleria ungherese del maggiore Scheiter accorsa da Caserta insieme alla brigata Eber della riserva comandata da Türr. Alle ore 18 i borbonici furono costretti a ripiegare facendo ripristinare la linea garibaldina Santa Maria Capua Vetere-Sant’Angelo in Formis. Nel frattempo si combatteva pure sulle colline a est da Monte Tifata, a Monte Viro e a Castel Morrone, dove cadeva Pilade Bronzetti alla testa del 1º Battaglione Bersaglieri, che andò distrutto.  Sulla Divisione del Cosenz, Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a p. 301, in proposito scriveva che: “…la divisione Cosenz, comandata dal Milbitz, etc…”. Dunque, il generale Milbitz comandava la Divisione del Generale Cosenz. Enrico Fardella sulla Treccani on-line scriveva che Fardella successivamente si trasferì a Londra, dove avviò un’attività commerciale; qui fu informato degli avvenimenti italiani da M. Amari; nel ’60 ritornò precipitosamente dall’Inghilterra per partecipare all’impresa garibaldina. A Genova salì a bordo del piccolo piroscafo “Utile”, che salpò il 24 maggio con 60 volontari guidati dal siciliano C. Agnetta. Dopo un viaggio avventuroso, sbarcò a Marsala e con alcuni suoi antichi compagni d’arme marciò su Trapani, occupandola senza combattere e assumendone la carica di governatore provvisorio. Riconosciutogli da Garibaldi il grado di colonnello, organizzò un reggimento che fu assegnato alla brigata di A. Izensmid Milbitz. Attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. In Campania il 1° ottobre nell’avamposto di San Tammaro (Caserta) col suo reggimento si batté con coraggio e riuscì a respingere sei assalti del nemico; per le capacità dimostrate fu promosso comandante della brigata in sostituzione del Milbitz, ferito durante la battaglia. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” apprendiamo che la DIVISIONE del generale Enrico Cosenz era composta da due Brigate ed una di esse era al comando del generale Milbitz. Caraguel non faceva parte della BRIGATA DEL GENERALE MILBITZ ma aveva fatto un tratto di marcia attraverso la Calabria insieme alla Brigata del generale. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI Divisione di Enrico Cosenz. La 2° Brigata della XVI° Divisione Cosenz era comandata dal Maggiore Generale De Milbitz. Da Wikipedia leggiamo che Aleksander Izenschmid, conte di Milbitz (Kuršėnai, 20 agosto 1800 – Torino, 17 giugno 1883) è stato un militare e patriota polacco. La Brigata di cui è testimone Caraguel potrebbe essere la BRIGATA ASSANDRI ? Sirtori scrivendo a Garibaldi gli comunicava il 9 settembre 1860 che la Brigata Assandri sarebbe arrivata il giorno ovvero il giorno 10 settembre 1860. Infatti, nel suo racconto è molto probabile che Caraguel si riferisca al giorno 10 settembre in cui egli arriva al porto di Sapri. Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre comunicava a Garibaldi che, la Brigata ASSANDRI si trovava a Rotonda ed era attesa a Lagonegro per il giorno dopo. A quale divisione apparteneva la “Brigata Assandri” ?. L’Esercito dell’Italia Meridionale, formato da Garibaldi constava della  16ª Divisione (Cosenz) 1ª Brigata (Assanti); 3° Reggimento (Albuzzi). Da Wikipedia leggiamo che il colonnello ASSANTI era comandante della 1° Bigata della 16° Divisione del generale Cosenz. Non so se il Sirtori, nel dispaccio indirizzato a Garibaldi si riferisca a “GAETANO ASSANTI” (Agrati dice “Brigata Assandri”), era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore della XVI “Divisione Cosenz”. Sul colonnello Gaetano ASSANTI, troviamo sulla Treccani on-line che nel 1860 prese parte alla spedizione deì Mille. Come colonnello nella 16a divisione, si segnalò a Mìlazzo, e nella battaglia del Volturno. Credo che errasse Agrati chiamandolo “Assandri”. Dunque, sappiamo che il “3° Reggimento, detto “Albuzzi” era già a Lagonegro arrivato con Sirtori mentre l’Assandri era attesa a Lagonegro per il giorno 10 settembre 1860. Sulla rete apprendiamo che Damiano Felice Gaetano Assanti  (Catanzaro, 9 luglio 1809 – Roma, 27 febbraio 1894), nel 1860 partecipa alla spedizione dei Mille, sbarca in Sicilia assieme al generale Enrico Cosenz come colonnello nella 16 ª Divisione dell’Esercito Meridionale. Dunque, si tratta della Brigata ASSANTI, della Brigata di MILBITZ o della Divisione Medici ? Caraguel racconta che dal porto di Sapri, il piroscafo “Vittoria” salpò e: “Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Dunque, Caraguel scrive che arrivati nel porto di Salerno, la sua Compagnia – e presumo anche la Brigata Sacchi, non si fermarono nel porto di Salerno perchè giunse l’ordine di proseguire direttamente per Napoli. Sulla Brigata del generale MILBITZ ha scritto Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 155-156, arrivati a Palmi, in proposito scriveva che: La Brigata Milbitz faceva parte della Divisione Cosenz.”. Dunque, Caraguel scriveva che la Brigata del generale MILBITZ faceva parte della DIVISIONE COSENZ. Sul generale Milbitz, Caraguel, a pp. 155-156 scriveva: “Raccontare la storia di questo coraggioso generale Milbitz significherebbe raccontare l’agonia della Polonia e i disastri della Francia nel 1815, la campagna di Varsavia del 1831 e le eroiche lotte di Garibaldi nel 1848. Ferito ed esiliato, il generale Milbitz si rifugiò in Grecia, dove visse impartendo lezioni di matematica fino al giorno in cui il primo grido d’indipendenza risuonò in Sicilia. Fu uno dei primi a sbarcare a Marsala. Varsavia nel 1831 e le eroiche lotte di Garibaldi nel 1848. Ferito e dichiarato fuorilegge, il generale Milbitz si rifugiò in Grecia, dove visse impartendo lezioni di matematica fino al giorno in cui il primo grido di indipendenza risuonò in Sicilia. Fu uno dei primi a sbarcare a Marsala. Il generale Milbitz era uno degli ufficiali più capaci dell’esercito e, nonostante l’età (sessantatré anni), uno dei più attivi. Ma nessuno è perfetto in questo mondo. Con le rarissime qualità di mente e di cuore, che gli valsero la venerazione e l’affetto di tutti coloro che lo conoscevano, il generale Milbitz aveva una piccola debolezza, derivante dal suo temperamento di uomo del Nord. Gli era assolutamente impossibile stare più di ventiquattro ore senza mangiare, un’abitudine che alla fine aveva reso facile a noi giovani che avevamo dimenticato da tempo cosa significasse mangiare e dormire. A rigor di termini, un pasto al giorno non era troppo, ma, nelle circostanze in cui ci trovavamo, era un vero lusso sardanapale poterlo fare etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 374 – riferendosi a dopo il 24 agosto 1860 cioè a dopo la conquista del forte di Altafiumara, in proposito scriveva: Padrone ormai delle due rive dello Stretto, Garibaldi può far liberamente passare i diversi corpi del suo Esercito Meridionale. Passa la seconda Brigata Cosenz col generale Milbitz e sbarca a Cannitello, dirigendosi subito verso Scilla; passa il Medici a Villa San Giovanni con gran parte ei suoi e di là, il 25, avvisa Garibaldi, già avanti sulla via di Bagnara, che si trattiene ad attendere il resto e che poi subito lo seguirà; passa con lo Stato Maggiore il Sirtori, che appena sbarcato a Villa riceve un biglietto, etc…”. Dunque, Agrati scriveva che il generale MILBITZ comandava la 2° Brigata della DIVISIONE COSENZ e scrive pure che partì dalle coste siciliane e sbarcò a Cannitello. Dopo lo sbarco a Cannitello, Milbitz con i suoi si dirige a Scilla. E’ con la Brigata del generale polacco Milbitz che si aggregherà Clement Caraguel. Insieme allo Stato Maggiore ed alla Brigata del generale Milbitz, insieme arrivarono a Melito di Calabria. Infatti, Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 150 scriveva: Quindi ritorno al punto di partenza, a Scilla. Una breve escursione che fui costretto a fare a Messina mi fece accumulare un po’ di ritardo, così che al mio ritorno la compagnia francese, che aveva abbandonato il suo vecchio soprannome di tribù Beni-Croq’-Poules per chiamarsi Compagnia della Flotta, era già partita. Fortunatamente, incontrai un mio amico francese, E. D., aggregato allo stato maggiore del generale Milbitz; Marciai attraverso la Calabria con lui e il suo stato maggiore, senza esservi assegnato con alcun titolo ufficiale. Quindi ripartimmo, passando per Bagnara e Solano. Il mio amico, che soffriva un po’ per un mal etc…”. Dunque, Caraguel scriveva che lui e la sua compagnia (La “Compagnia francese”, che aveva abbandonato il suo vecchio soprannome di tribù Beni-Croq’-Poules per chiamarsi Compagnia della Flotta, era già partita), da Scilla. Caraguel aggiunge che: Fortunatamente, incontrai un mio amico francese, E. D., aggregato allo stato maggiore del generale Milbitz; Marciai attraverso la Calabria con lui e il suo stato maggiore, senza esservi assegnato con alcun titolo ufficiale. Quindi ripartimmo, passando per Bagnara e Solano.”. Caraguel – senza essere assegnato a nessun corpo con titolo ufficiale – continuò a marciare per la Calabria, arrivando a Bagnara e a Solano, con il suo amico francese che “era aggregato allo Stato Maggiore del generale Milbitz”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 150 scriveva: Quindi ritorno al punto di partenza, a Scilla. Una breve escursione che fui costretto a fare a Messina mi fece accumulare un po’ di ritardo, così che al mio ritorno la compagnia francese, che aveva abbandonato il suo vecchio soprannome di tribù Beni-Croq’-Poules per chiamarsi Compagnia della Flotta, era già partita.”. Caraguel racconta che, ad un certo punto, dopo i fatti di Solano, e della morte di Paolo De Flotte, egli ritornando da Messina arrivò in ritardo in Calabria quando la sua Compagnia – la Legione francese – era già partita. Caraguel, proseguendo il suo racconto, di ritorno a Scilla scrive che: “Fortunatamente, incontrai un mio amico francese, E. D., aggregato allo stato maggiore del generale Milbitz; Marciai attraverso la Calabria con lui e il suo stato maggiore, senza esservi assegnato con alcun titolo ufficiale. Quindi ripartimmo, passando per Bagnara e Solano. Il mio amico, che soffriva un po’ per un mal etc…”. Dunque, Caraguel scriveva che lui e la sua compagnia (La “Compagnia francese”, che aveva abbandonato il suo vecchio soprannome di tribù Beni-Croq’-Poules per chiamarsi Compagnia della Flotta, era già partita), da Scilla, e quindi, Caraguel scrive che marciò attraverso la Calabria insieme ad un suo vecchio amico “E. D.” aggregato allo stato maggiore del generale Milbitz”. Dopo l’episodio di Solano, Caraguel prosegue il suo racconto nelle sue memorie e scrive: “Partimmo sotto il comando di Paugam, che aveva sostituito de Flotte, era al comando della compagnia.”. Caraguel scriveva che da Solano partirono sotto il comando di PAUGAM, che aveva sostituito PAOLO DE FLOTTECaraguel, a p. 132 scriveva pure che: “Mentre stavamo rientrando nei nostri alloggi, scoppiò una violenta tempesta e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti del giorno, per verificare che non ci mancasse nulla e che tutto fosse in ordine.”. Dunque Caraguel scriveva che dopo la morte di De Flotte la Compagnia a cui apparteneva Caraguel partì da Solano sotto il comando di PAUGAM, che sostituiva De Flotte su ordine del generale Cosenz. Chi era ISIDORO PAUGAM ? Dopo la morte di Paul de Flotte (ucciso il 22 agosto 1860), Paugam divenne capitano e comandante della compagnia. Dopo la morte di Paolo De Flotte a Solano cosa accade ? Quale percorso fa il Caraguel e a quale compagnia egli era aggregato ?. Caraguel, nel capitolo X riassume gli argomenti e scriveva: “Marche sur Naples.- Garibaldi en avantment.- Le paysan de Palmi et son âne. Etc..”. Egli ci racconta del passaggio di lui e della sua Compagnia dell’aggregazione con la Brigata del generale MILBITZ, del passaggio a Melito, a Pizzo, del passaggio a Rogliano, dove ci parla dei “Les volontaires de Rogliano”, del passaggio a San Pietro, dell’arrivo a Cosenza, e finalmente dell’arrivo in Basilicata e a Sapri. Caraguel racconta, a p. 142: “Il generale Cosenz si presentò con un parlamentare davanti al forte per chiedere la resa del comandante. Il comandante, stupito da tale proposta, esitò. Nel frattempo, alcuni garibaldini, etc..”Insieme allo Stato Maggiore ed alla Brigata del generale Milbitz, insieme arrivarono a Melito di Calabria. Caraguel racconta che arrivati a Reggio si ricongiunsero con il generale Cosenz e bisognava conquistare il forte di Scilla. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Arrivarono a Melito, a Monteleone e a Pizzo Calabro. A p. 161, scriveva: Dopo Monteleone viene il Pizzo, un nome sinistro che evoca il ricordo della tragica fine di re Murat. Etc…”A p. 163 Caraguel si trova a Pizzo sempre insieme al generale Milbitz: A quel tempo, il Pizzo era gestito da un tipo corpulento circondato da altri funzionari dello stesso stampo, che non ci auguravano certo il bene. Quella sera, il generale Milbitz chiamò il mio amico D…, che, oltre a essere un ufficiale di artiglieria, era anche una sorta di medico, per curare un sottufficiale gravemente malato. D… andò dal sindaco per chiedergli dove si trovasse l’ospedale.. Nelle sue memorie il Caraguel, a p. 167, in proposito a Rogliano scriveva che: Rogliano, dove arrivammo il giorno successivo, aveva un aspetto decisamente militare; vi erano state organizzate due compagnie, che trovammo impegnate in esercitazioni, una di studenti, l’altra di monaci. Le loro uniformi erano tutte di velluto nero, camicette e pantaloni; gli studenti indossavano il cappello garibaldino, i monaci un berretto di velluto con pennacchio; sul berretto era ricamata una croce bianca, in lana per i soldati, in argento per gli ufficiali. Questa uniforme non era certo la meno originale in un esercito dove ce n’erano tante di originali e pittoresche. L’artiglieria arrivò a Rogliano poco dopo di noi, ma, ahimè! in che stato! I muli avrebbero potuto essere esposti con successo in un museo di osteologia; quanto ai cavalli, si può avere un’idea dallo stato dei muli; erano cavalli fantasma. Più di una volta gli artiglieri erano stati costretti ad aggiogarsi ai cannoni per uscire da situazioni difficili.”. A questo punto, Caraguel, mentre stava partendo con la sua Compagnia da Rogliano scriveva che: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, da ciò che scrive in questo passaggio il Caraguel si evince che egli stava partendo mentre, “l’intera Divisione Medici arrivò a Rogliano”. Caraguel, a p. 168, aggiungeva pure che a Rogliano, dovendo egli partire: Era giunto il momento di stringere la mano ai vecchi compagni e ripartimmo, perché il generale Milbitz, nonostante i suoi sessantatré anni, era ancora in testa. Lasciata Rogliano, etc…. In questo passaggio Caraguel ricorda di aver salutato “i vecchi compagni” (credo si riferisca ai compagni della Divisione Cosenz) e proseguì la marcia. Seguendo quale Brigata ? Con il generale Milbitz e la sua Brigata, il Caraguel e la sua Compagnia che faceva parte della Legione Francese, si erano incontrati a Palmi. Caraguel non faceva parte della BRIGATA DEL GENERALE MILBITZ ma aveva fatto un tratto di marcia attraverso la Calabria insieme alla Brigata del generale. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà dell’Intendenza per il vettovagliamento e per i mezzi di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. …….La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, il 9 settembre 1860 rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Dunque, la XVII Divisione Medici con i suoi volontari Garibaldini si trovava a Paola. Sirtori scrivendo a Garibaldi, gli comunicava che a Paola, l’8 settembre 1860 attendevano al porto le Brigate: “La Divione Medici è a Paola,….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Dunque, Sirtori comunicava a Garibaldi che a Paola attendevano i vapori per essere trasportati a Napoli la DIVISIONE XVII MEDICI, e la metà della BRIGATA MILBITZ, le compagnie di FARDELLA, PALIZZOLO e LAUGIER. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il 26 il dittatore è a Nicotera…..Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….Lo stesso giorno 27 il Medici transita a Monteleone diretto anch’egli al Pizzo, dopo essere sbarcato il 26 a Nicotera, sotto gli occhi di Garibaldi venuto da Gioia.”. Sui movimenti della 2° Brigata della Divisione Cosenz – quella comandata da Milbitz, Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto.”. Dunque, Agrati racconta che solo il 27 agosto 1860, la 2° Brigata del generale Milbitz, aggregata alla DIVISIONE DI COSENZ sbarca a Nicotera e prosegue la marcia per MILETO in Calabria. Dunque, Milbitz con i suoi volontari garibaldini della 2° Brigata della Divisione Cosenz, dopo essere sbarcato a NICOTERA in Calabria, il 27 agosto 1860, raggiunge MILETO. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 138, in proposito scriveva che: “…e ci benedisse con un acquazzone torrenziale. Fu una notte che non dimenticherò mai. Andavamo quasi di corsa, senza fermarci un attimo, con l’esercito napoletano alle calcagna. La cavalleria, che ne costituiva l’avanguardia, era così vicina che a tratti potevamo sentire i nitriti dei cavalli. I nostri cani e i loro, irritandosi a vicenda, abbaiavano e si rispondevano nell’oscurità. Nel pieno di questa marcia furiosa, un volontario inciampò in una radice; cadde e il suo fucile gli sfuggì di mano. Inizialmente si pensò che fosse l’inizio di un attacco e ci voltammo subito; ma l’incidente fu presto chiarito: il proiettile aveva trapassato il piede del volontario; fu messo su una barella improvvisata e la ritirata continuò. Cinque o sei cavalieri napoletani ci erano già addosso; aprimmo il fuoco; due caddero; gli altri voltarono i loro cavalli in fretta. Giungemmo infine a un burrone molto ripido, in fondo al quale scorreva un torrente che attraversammo senza troppe difficoltà; ma il passaggio era impraticabile per la cavalleria napoletana, che fu costretta a fermarsi.Era ora, perché stava guadagnando terreno considerevole. In quel momento poteva essere l’una di notte, e marciavamo a passo svelto da sei ore.Alcuni contadini che incontrammo ci dissero che Garibaldi stava avanzando rapidamente da Reggio per incontrarci.Questa notizia ci rincuorò e ci fece dimenticare tutte le nostre sofferenze, tanto potente era il prestigio esercitato da quel grande nome. Ci fermammo per un po’ in un misero borgo di sette o otto case, e ognuno si sistemò come meglio poté sul terreno umido.All’alba, la marcia riprese, e verso mezzogiorno raggiungemmo Villa-San-Giovanni, cioè, o quasi, il nostro punto di approdo. Dalle alture dove prendemmo posizione, potevamo scorgere, nella luminosa distanza, la Sicilia, il Faro, e potevamo persino distinguere, sdraiati sulla sabbia della riva, quelli dei nostri compagni rimasti sull’isola, in attesa del momento di attraversare verso la terraferma. In riva al mare, riconoscemmo i forti di Altafiumara e Torre-Cavallo, che si preparavano alla battaglia, e tra i forti e noi, a metà del pendio, il corpo d’armata di Garibaldi, che ci accolse con grida di gioia. L’esercito, che aveva appena compreso il piano del suo generale, batté le mani. Eravamo stati inviati verso nord, simulando una marcia immediata su Napoli, per confondere e respingere i realisti, e lo stratagemma aveva avuto successo. Prima di tutto, ci furono distribuiti i viveri, di cui avevamo grande bisogno, e, mentre consumavamo in fretta un pranzo di pura concisione militare, ci godemmo uno spettacolo piuttosto curioso;come potete vedere, non eravamo certo da compatire, avendo allo stesso tempo buon cibo e divertimento, Panem et circenses. Una nave napoletana, quell’eterna Borbone che aveva tanto ostacolato il nostro sbarco, sfrecciava come un pazzo nello stretto, senza sapere chi attaccare, quando le venne l’idea di bombardare il Faraone, che naturalmente non voleva essere da meno in cortesia. Garibaldi, impaziente per questo inutile trambusto.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 142, in proposito scriveva che: Bisognava ancora conquistare il forte di Scilla, dotato di una forte guarnigione e di una quarantina di cannoni, che non potevamo abbandonare all’inizio della campagna. Purtroppo, la nostra artiglieria non era ancora arrivata dalla Sicilia. Era vero che l’arrivo era previsto a giorni, ma era davvero il momento di intraprendere le lente operazioni di un assedio quando l’intero esercito era ansioso di marciare su Napoli? Il generale Cosenz si presentò con un parlamentare davanti al forte per chiedere la resa del comandante. Il comandante, stupito da tale proposta, esitò. Nel frattempo, alcuni garibaldini, che avevano seguito il generale per curiosità e semplicemente per vedere cosa sarebbe successo, si erano fermati sul ponte levatoio, che il comandante del forte si era dimenticato di alzare. Il numero degli astanti aumentava di momento in momento, tanto che, quando decisero finalmente di alzare lo sfortunato ponte levatoio, era troppo tardi. Etc…”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 157, in proposito scriveva che: Dopo una terribile giornata di marcia, arrivammo a Melito; dovevano essere le otto di sera. Straordinariamente, avevamo trovato un alloggio adatto nella casa dell’arcidiacono locale. Era proprio di fronte a quella casa, in mezzo alla strada, che solo pochi giorni prima i napoletani si erano sentiti in dovere di giustiziare il loro generale, Brigenti.”. Dunque, si tratta sicuramente dopo alcuni giorni dopo il 27 agosto 1860, la Brigata arrivò a Melito. Dopo Melito arrivarono a Monteleone e dopo Monteleone marciarono per il Pizzo. Dopo il Pizzo partirono per MAIDA.

16.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Cosenz
Stato Maggiore di Divisione Capo Magg. Serafini
1.a Brigata Comandante Colonn. Assanti
2.a Brigata Comandante Magg. Gen. De Milbitz

La XVIII DIVISIONE o DIVISIONE BIXIO

(Fig. n…) – Ritratto fotografico del generale Nino Bixio in uniforme

Dunque, la XVIII Divisione era  la Divisione affidata al comandante generale Nino BIXIO, il cui Capo di Stato Maggiore era il Luogotenente Colonnello Ghezzi. A questa divisione appartenevano le 2 Brigate: la 1° comandata dal colonnello Bezza e la 2° comandata dal colonnello Balzani. Inoltre vi era un’altra Divisione Aggregata alla Bixio il cui comandante era il Generale Avezzana.

18.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Bixio Stato Maggiore di Divisione Capo Luogot. Colonn. Ghezzi 1.a Brigata Comandante Colonn. Bezza 2.a Brigata Comandante Colonn. Balzani Divisione Aggregata Comandante Luogot. Gen. Avezzana

Promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della XV Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto 1860, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 61-62, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Alla Divisione comandata da Bixio, la 18° dipendeva un battaglione a cui apparteneva Menotti Garibaldi, uno dei figli del generale Giuseppe. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 112, in proposito scriveva che: “Ed ora passiamo alla 1° Brigata della Divisione Turr che, come sappiamo, era agli ordini di Nino Bixio. Essa doveva recarsi sulla costa meridionale, percorrerla tutta verso levante e risalire poi verso Messina congiungendosi con l’altra Brigata e con le truppe del Medici, le quali etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nel cap. III, a p. 101 e ssg., in proposito scriveva: “Già vedemmo come Garibaldi ordinasse alla sua unica, per quanto XV Divisione, di partire da Palermo etc…Vedemmo pure le scarsissime forze di quella Divisione comandata da Stefano Turr: la 1° Brigata agli ordini di Bixio con 400 uomini, la 2° agli ordini dello stesso Turr con 530, e neppure tanti se dobbiamo credere ai documenti dell’Archivio Guastalla, che segna esattamente 862 presenti in totale. Il Pecorini-Manzoni, che fu poi Capo di Stato Maggiore in quella XV Divisione, ne scrisse la storia particolareggiata e a lui bisogna ricorrere come a persona meglo di ogni altra in grado di conoscerla. Però, nell’Archivio Guastalla-Medici si trovano molti documenti in proposito e poiché il Guastalla, oltre che Capo di Stato maggiore dell’altra Divisione Medici, era amicissimo di Turr etc…”. Dunque, inizialmente, in Sicilia BIXIO comandava la 1° brigata della XV DIVISIONE. Su ìl carattere del Bixio, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti generali garibaldini seguono velocemente sulle strade di Calabria. Più degli altri impaziente è il Bixio. Narra il Dezza ch’egli vorrebbe dai volontari anche quello che il loro fisico non può dare. Sulla strada di Rogliano per stimolarli ricorre persino alle piattonate che distribuisce senza misericordia. I poveretti, affranti per il caldo, la sete, la fatica si lamentavano tanto che ad un certo punto il Dezza interviene ed intercede per loro. Non l’avesse mai fatto! Il Bixio si volge a lui con la sciabola sguainata e gli spinge addosso il cavallo. Il Dezza, anch’egli a cavallo, è costretto a fare un salto indietro ed a sguainare la sua. I due uomini sono di fronte in mezzo alla strada, tra i soldati atterriti. E’ un attimo. Il Bixio sembra rinsavire d’un tratto, gira il cavallo e via di galoppo imprecando e, per ripetere la frase del Bandi, “bestemmiando in tutti i dialetti d’Italia”(1).”. Agrati, a p. 411, nella nota (1) postillava: “(1) Memorie inedite di G. Drezza.”. Agrati in questo passaggio cita tre testi: quello di Dezza e quello del Canzio e quello del Bandi (….). Il testo del Stefano Canzio (….), genero di Garibaldi è il suo manoscritto consegnato a Treveljan nel 1908. Si tratta di: “Ragguaglio scritto a macchina dell’incontro di Vittorio Emanuele e Garibaldi”. L’Agrati, invece a p. 617 ci parla di “Canzio Stefano, Diario, manoscritto con schizzi (già pubblicato da M. Menghini), al Museo del Risorgimento di Milano.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa.

LA XVII DIVISIONE DI GIACOMO MEDICI 

Da Wikipedia leggiamo che GIACOMO MEDICI, marchese del Vascello (Milano, 16 gennaio 1817Roma, 9 marzo 1882), è stato un generale e politico italiano. La sua è la figura di uno dei più valenti e costanti ufficiali di Giuseppe Garibaldi e in seguito vittorioso generale dell’Esercito Regio nella Terza guerra di indipendenza, nominato successivamente prefetto in Sicilia, e senatore del Regno d’Italia. Nella notte tra l’8 ed il 9 giugno partì l’avanguardia della Spedizione Medici, il gruppo Corte costituito dalle navi Utile, con circa 60 volontari e Charles and Jane, con circa 900 volontari; questa avanguardia fu però intercettata dalla nave borbonica Fulminante, che condusse le due navi a Gaeta, dove i volontari furono internati. Successivamente rilasciati, torneranno in Sicilia il 15 luglio con la nave Amazon. Il gruppo principale delle Spedizione Medici, con altri 2 500 volontari, partì nella notte tra il 9 e 10 giugno con tre navi, che salparono due da Genova ed una da Livorno; le navi erano state acquistate da una compagnia francese nominalmente da parte di un certo De Rohan, un cittadino statunitense sostenitore della causa italiana, e successivamente ribattezzate Washington (nave del Medici), Oregon (nave di Caldesi) e Franklin (nave di Malenchini da Livorno); quindi a Genova il console degli Stati Uniti, accompagnato da John Whitehead Peard, “l’inglese di Garibaldi” e suo “sosia”, salì a bordo del Washington ed issò la bandiera a stelle e strisce. Sul Washington si trovavano anche il polesano Alberto Mario, che al sud sarà tra i più importanti luogotenenti del Generale, e la moglie Jessie M. White, che presterà servizio nell’ambulanza di Pietro Ripari. A luglio combatté alla battaglia di Milazzo, costrinse Messina alla resa dopo un assedio di otto giorni e ne firmò la relativa convenzione; fu promosso maggior generale della 17ª divisione e fu presente alla battaglia del Volturno. Dalla Treccani on-line leggiamo che dopo aver combattuto a Milazzo ed essere entrato il 28 luglio a Messina, fu promosso maggior generale della 17ª divisione; raggiunta Napoli e ricongiuntosi con Garibaldi, fu con lui alla battaglia del Volturno che il 1° ottobre concluse vittoriosamente la campagna nell’Italia meridionale. In questo mio saggio vorrei meglio indagare ciò che fece la sua Divisione – la XVII – prima di arrivare a Napoli all’incontro di Garibaldi che era arrivato il 7 settembre 1860, ovvero cercherò di approfondire le notizie storiche sulla XVII Medici che arriverà a PAOLA e da lì, solo il 15 settembre riuscirà ad imbarcarsi per Napoli. Parlerò innanzi di un increscioso episodio accaduto al porto di Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà dell’Intendenza per il vettovagliamento e per i mezzi di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. …….La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, il 9 settembre 1860 rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Dunque, la XVII Divisione Medici con i suoi volontari Garibaldini si trovava a Paola. Sirtori scrivendo a Garibaldi, gli comunicava che a Paola, l’8 settembre 1860 attendevano al porto le Brigate: “La Divisione Medici è a Paola,….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….“Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1).”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Dunque, la XVII Divisione era  la Divisione di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo Medici; Capo di Stato Maggiore della Divisione era il luogotenente Colonnello Ferrari; comandante della 1° Brigata era il colonnello Simonetta; comandante della 2° Brigata era il colonnello Corte; il comandante della 3° Brigata era il colonnello Eberhardt; e poi c’era la 4° brigata con Dunne e la 5° Brigata con Mussolino.

17.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Medici
Stato Maggiore di Divisione Capo Luogot. Col. Ferrari
1.a Brigata Comandante Colonn. Simonetta
2.a Brigata Comandante Colonn. Corte
3.a Brigata Comandante Colonn. Eberhard
4.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) Comandante Colonn. Dunne
5.a Brigata (aggregate alla 4.a Brigata) Comandante Colonn. Mussolino

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, Gualtiero Castellini postillava che la Brigata EBERHARDT apparteneva alla XVII DIVISIONE MEDICI che partì da Paola, diretta a Napoli, solo il giorno 15 settembre 1860. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nel cap. III, a p. 101 e ssg., in proposito scriveva: “Già vedemmo come Garibaldi ordinasse alla sua unica, per quanto XV Divisione, di partire da Palermo etc…Vedemmo pure le scarsissime forze di quella Divisione comandata da Stefano Turr: la 1° Brigata agli ordini di Bixio con 400 uomini, la 2° agli ordini dello stesso Turr con 530, e neppure tanti se dobbiamo credere ai documenti dell’Archivio Guastalla, che segna esattamente 862 presenti in totale. Il Pecorini-Manzoni, che fu poi Capo di Stato Maggiore in quella XV Divisione, ne scrisse la storia particolareggiata e a lui bisogna ricorrere come a persona meglo di ogni altra in grado di conoscerla. Però, nell’Archivio Guastalla-Medici si trovano molti documenti in proposito e poiché il Guastalla, oltre che Capo di Stato maggiore dell’altra Divisione Medici, era amicissimo di Turr etc…”. Dunque, l’Agrati scriveva che il Capo di Stato Maggiore della DIVISIONE MEDICI fu ENRICO GUASTALLA, di cui, in Wikipedia leggiamo che Nel 1860 fu capo di Stato Maggiore di Giacomo Medici in Sicilia; ferito nella battaglia del Volturno fu promosso tenente colonnello. Nel 1862, su proposta di Garibaldi, fu iniziato in Massoneria nella Loggia “I Rigeneratori del 12 gennaro 1848 al 1860 Garibaldini” di Palermo. Del Guastalla ha parlato Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866), Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909. Gualtiero Castellini racconda che da S. Fili,  marcerà per arrivare con la sua Brigata a Paola, dove arriverà l’8 settembre 1860. Gualtiero Castellini racconta dal diario dello zio NICOSTRATO CASTELLINI che era aggregato alle truppe della DIVISIONE MEDICI, la quale, da S. Fili si recò a Paola per imbarcarsi per Napoli. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Cosmo Schiavo (….), nel suo “Gaetano Rocco: un romantico indomito alfiere”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), in Appendice, a p. 321, in proposito scriveva che: “Sono qui a riassumere le venti pagine del diario inedito di Gaetano Rocco, intitolato “I miei ricordi”, che consta di 120 pagine tipo protocollo rilegate in formato 29×20 cm. Tratta degli avvenimenti dal 13 aprile 1854 al 9 dicembre 1862. Una fittissima trascrizione dattilografica di 27 pagine e 6 righi etc…del nipote Eugenio Rocco, ufficiale del 28° Reggimento fanteria Divisione Pavia, etc…Gaetano Rocco, nasce a Campagna, il 22 settembre 1835 ….”.

NICOSTRATO CASTELLINI

Della traversata della DIVISIONE MEDICI – di cui faceva parte – ha scritto Gualtiero Castellini (…), nipote di Nicostrato. Gualtiero Castellini racconda che da S. Fili,  marcerà per arrivare con la sua Brigata a Paola, dove arriverà l’8 settembre 1860. Gualtiero Castellini racconta dal diario dello zio NICOSTRATO CASTELLINI che era aggregato alle truppe della DIVISIONE MEDICI, la quale, da S. Fili si recò a Paola per imbarcarsi per Napoli. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 55, in proposito scriveva: “Itinerari garibaldini in Calabria. Viva il continente! Garibaldi, toccata la terra sacra della penisola, riprendeva con vigore nuovo la marcia trionfale verso Napoli. E lo seguiva al limite quasi della retroguardia “l’incrollabile possa„ di Giacomo Medici. Nicostrato Castellini, non avendo sempre agio durante le ’marcie affrettate a traverso la Calabria di continuare le lettere alla moglie, segnava tuttavia su un piccolo taccuino il sommario degli avvenimenti. E dalle note segnate a matita con una calligrafìa chiara e minuta, io posso ricostruire oggi in parte la rapida marcia della divisione.”. In Wikipedia leggiamo che Nicostrato Castellini frequentò il liceo a Brescia e poi si trasferì a Milano. Era stato combattente nel 1848 a Rezzato, durante le Dieci giornate di Brescia, in Val Camonica e fu ferito a Morazzone. Partecipò alla difesa di Venezia del 1849. Nel 1860 fu alla campagna nell’Italia meridionale, con la seconda spedizione di Giacomo Medici, a sostegno della spedizione dei Mille, distinguendosi per valore nella presa di Milazzo, nella battaglia del Volturno e a Caiazzo, ove fu promosso al grado di maggiore. Nel 1862 seguì Garibaldi nella giornata d’Aspromonte. Fondò un ente di beneficenza per i reduci garibaldini. Di Nicostrato Castellini e della XVII Divisione ha scritto pure Giulio Adamoli, Da San Martino a Mentana, Ricordi di un volontario, Milano, Fratelli Treves, Editori (1911). Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Nicostrato Castellini (…..) fu diretto testimone, al’epoca giovane volontario garibaldino che si trovò a Paola e a Sapri. Dalla Treccani on-line leggiamo che Gualtiero Castellini, era di  famiglia di origine trentina, nacque a Milano il 13 genn. 1890 da Orsini ed Emma Sighele. Il nonno paterno, Nicostrato, nato a Rezzate (Brescia) il 17 ott. 1829, era maggiore garibaldino quando cadde in combattimento a Vezza d’Oglio il 4 luglio 1866: volontario nel ’48, aveva poi partecipato alla difesa di Venezia nel ’49; nel 1860, raggiunto Garibaldi con la spedizione Medici, s’era distinto nelle battaglie di Milazzo, Caiazzo e del Volturno; aveva seguito Garibaldi nel ’62 (ma era in missione il giorno di Aspromonte). A Milano, dove si era stabilito nel ’53, ebbe parti di rilievo in numerosi organismi garibaldini, e fu promotore e dirigente della società di Tiro a segno; collaborò con L. Luzzatti nella promozione e creazione di istituti cooperativi. Di un interesse non puramente documentario risultano pertanto alcuni dati biografici essenziali del C.: non è del tutto casuale, infatti, che una delle prime opere, Pagine garibaldine, tenti una ricostruzione di quell’arco di tempo tenendo direttamente presenti le memorie del nonno paterno Nicostrato. In realtà doveva trattarsi di un episodio tutt’altro che marginale ed isolato, e non solamente in quanto la sua produzione annovera anche altre pagine “garibaldine”, ma soprattutto perché la sua particolare biografia contribuì in qualche misura a configurare quella presunta filiazione risorgimentale del nazionalismo italiano, che fu centrale nelle formulazioni teoriche come nelle posizioni politiche del Castellini. Su Nicostrato Castellini, da Wikipedia leggiamo che egli nel 1860 fu alla campagna nell’Italia meridionale, con la seconda spedizione di Giacomo Medici, a sostegno della spedizione dei Mille, distinguendosi per valore nella presa di Milazzo, nella battaglia del Volturno e a Caiazzo, ove fu promosso al grado di maggiore. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. XII, in proposito scriveva che: “Non tocca a me di additare al lettore quelle che io credo le pagine principali del volune. Tuttavia oso dire che nel diario dell’ufficiale di Stato maggiore della divisione Medici, scritto giorno per giorno dal 17 luglio al 23 dicembre del 1860, mi pare di aver ritrovato un primo abbozzo della storia di quella divisione: divisione gloriosa, che, come tutte le altre legioni garibaldine, meriterebbe di essere studiata con maggior cura, se talora non mancassero pur troppo allo studioso anche i documenti essenziali (1). Ed io credo che le correzioni, gli episodi ignorati, i cenni intorno agli itinerari garibaldini in Calabria, la relazione sul combattimento di Cajazzo ed altre pagine contenute nel diario del Castellini, siano per lo storico di notevole interesse, come sono preziose etc…”. Castellini (…), a p. XVII, in proposito scriveva che: “Un popolo che non ha storia può avere forse idealità ? Chi misconosce i sacrifici de’ nostri padri non può che ignorarli; chi li ricorda ben sa come non mai “unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né col sacrificio di più nobili e sante anime, né con maggior più libero consentimento di tutte le parti sane del popolo.”. Gualtiero Castellini, a p. IX, in proposito scriveva che: “Io mi trovavo, or è un anno, tutto assorto nel decifrare attentamente un diario della campagna del 1860, scritto in certi vecchi taccuini visibilmente ròsi dal tempo all’esterno, e nell’interno a mala pena intelligibili per la evanescente scrittura che li copriva…”. A p. XII, nella nota (1) postillava che: “(1) Quante volte la tentazione di uscir dai limiti impostimi, di seguir traccie inesplorate, ad ogni passo scoperte, mi ha colto durante questo lavoro! Quanti argomenti di nuovi studi si affacciano a chi ha appena iniziato il cammino nel campo della storia recente! E certo fra i più suggestivi si presenterebbe quello d’una compiuta storia della divisione Medici durante la campagna del 1860;”.

LA 3° BRIGATA EBERHARDT DELLA XVII DIVISIONE MEDICI

Da Wikipedia leggiamo che Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Sempre da Wikipedia leggiamo che la Brigata Eberhardt (talvolta indicata come Eberhard) è stata una celebre unità militare di volontari dell’Esercito Meridionale guidato da Giuseppe Garibaldi durante la Spedizione dei Mille del 1860. Prende il nome dal suo comandante, il colonnello ungherese Ferdinand Eberhardt (magiarizzato in Nándor Eberhardt), un esule politico che, insieme ad altri importanti ufficiali magiari come István Türr, si unì alla causa del Risorgimento italiano. Nell’organico definitivo dell’Esercito Meridionale: Venne formalmente inquadrata come la 3ª Brigata della 17ª Divisione, comandata dal tenente generale Giacomo Medici. Sempre da Wikipedia leggiamo che Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr, al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nándor Éber, Carlo (Kàroly) Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo etc…. Nel 1860 molti legionari ungheresi seguirono Giuseppe Garibaldi nella spedizione dei Mille, ma di loro verranno poi ricordati soprattutto gli ufficiali: Türr, Eber, Tukory, Eberhardt, Teloky, Magyarody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy, Winkler e lo stesso Dunyov. Occorre infatti mettere in luce che per motivi nazionalistici la storiografia post–risorgimentale, non potendosi esimere dal ricordare i nomi degli ufficiali stranieri stretti collaboratori del Generale, sottovaluterà non poco l’entità numerica ed il ruolo svolto nella campagna meridionale dai contingenti di volontari ungheresi, polacchi, tedeschi, francesi, inglesi, con presenze di russi, americani, algerini, indiani, arabi, ecc. Di ciò si trova oggi conferma nello straordinario reportage del garibaldino russo–ucraino Lev Ili’ič Meč’nikov: l’inedita testimonianza, rintracciata negli archivi russi dallo storico ucraino Nikola Varvartzev e tradotta in italiano dal prof. Renato Risaliti, verrà prossimamente pubblicata a cura del Comitato ministeriale per il Bicentenario. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….“Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1).”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Dunque, la XVII Divisione era  la Divisione di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo MEDICI; Capo di Stato Maggiore della Divisione era il luogotenente Colonnello FERRARI; comandante della 1° Brigata era il colonnello SIMONETTA; comandante della 2° Brigata era il colonnello CORTE; il comandante della 3° Brigata era il colonnello EBERHARDT; e poi c’era la 4° brigata con Dunne e la 5° Brigata con Mussolino.

17.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Medici
Stato Maggiore di Divisione Capo Luogot. Col. Ferrari
1.a Brigata Comandante Colonn. Simonetta
2.a Brigata Comandante Colonn. Corte
3.a Brigata Comandante Colonn. Eberhard
4.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) Comandante Colonn. Dunne
5.a Brigata (aggregate alla 4.a Brigata) Comandante Colonn. Mussolino

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, Gualtiero Castellini postillava che la Brigata EBERHARDT apparteneva alla XVII DIVISIONE MEDICI che partì da Paola, diretta a Napoli, solo il giorno 15 settembre 1860. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì EBERHARDT. Cosmo Schiavo (….), nel suo “Gaetano Rocco: un romantico indomito alfiere”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), in Appendice, a p. 321, in proposito scriveva che: “Sono qui a riassumere le venti pagine del diario inedito di Gaetano Rocco, intitolato “I miei ricordi”, che consta di 120 pagine tipo protocollo rilegate in formato 29×20 cm. Tratta degli avvenimenti dal 13 aprile 1854 al 9 dicembre 1862. Una fittissima trascrizione dattilografica di 27 pagine e 6 righi etc…del nipote Eugenio Rocco, ufficiale del 28° Reggimento fanteria Divisione Pavia, etc…Gaetano Rocco, nasce a Campagna, il 22 settembre 1835 ….”. Cosmo, a p. 345, trascrivendo sempre il Diario di Rocco arrivava a parlarci dell’arrivo e della partenza di Rocco da Paola. Ricordo che di Gaetano Rocco ha scritto anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo……………Gaetano Rocco faceva parte della Brigata Heberhardt, che a sua volta faceva parte della Divisione Medici che, dalla Sicilia arrivò a Paola l’8 settembre 1860, il giorno dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Cosmo, a p. 346, in proposito scriveva: “Giunti in cima il temporale cessò e con più celerità discese in Paola per una strada tagliata a guisa si può dire di lumaca. Era mezzanotte quando si mise piede in quel grazioso paese, e ciascuno di quei abitanti saporitamente se la dormiva; intanto noi altri bagnati fin dentro le midolla etc…Il dì seguente fui alloggiato in casa del sig. Domenico Gentile padre di tre giovani figli di sentimenti caldissimi di libertà. Da questa famiglia per sei giorni consecutivi ebbi trattamenti cordialissimi e sinceri non senza lagrime ed abbracciamenti da essi mi concedai da essi il 14 settembre alle 2 p.m. quando con la intiera Brigata m’imbarcai sul vapore il Mongibello alla volta di Napoli. Il giorno 15 settembre 1860 fu un giorno memorabile per me e che io non potrò dimenticarmi giammai. Il Comandante della Brigata Sig. Heberhardh etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi…..”. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 219 e ssg., in proposito scriveva che: Fra i tedeschi Wolf, Dunn, Eberhardt e lo storico Guglielmo Rustow, venuto colla colonna Pianciani. Due polacchi inseparabili, Milbitz e Cossowitch, rappresentavano con altri il patriottismo slavo.”. Su Eberhardt ha scritto Lev Ili’ič Meč’nikov, Memorie di un garibaldino. La spedizione dei Mille, traduzione e cura di Renato Risaliti, presentazione di Lauro Rossi, postfazioni di Mykola Varvarcev e Renato Risaliti, Torino, CIRVI, 2008 e C.O. Gori, Lo straordinario reportage del garibaldino russo–ucraino Lev Ili’ič Meč’nikov, in «Camicia rossa», n. 1 (gen.–mar. 2007)

Dal 3 al 7 settembre 1860, da Soveria a Paola, la XV DIVISIONE MEDICI e la sua marcia fino a Paola dove si imbarcò il 15 settembre per Napoli 

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 57 e ssg., in proposito scriveva che: “Così si faceva la guerra in Calabria nell’agosto del 1860: nella tregua gli ufficiali ritornavano, quali erano, sognatori ed artisti e giravano per i dintorni a visitare le cave di marmo di Catanzaro od a studiare i villaggi greci perduti fra i monti. Il 3 settembre fu ripresa la marcia: la divisione Medici si fermò a Soveria, tutta ingombra di cavalli e di muli, d’abiti e di fucili — reliquie della resa recente del generale Ghio. La sera del 4 settembre lo stato maggiore della divisione precedette la truppa verso Rogliano. Ecco come il Castellini narra, con semplice poesia, la marcia notturna: “Bellissima strada, di notte, con la luna, solo lo stato maggiore con Medici, canterellando: le annose e fronzute piante guardanti la strada, mentre penetra pallida la mesta luce. È un incanto ! Walter Scott solo può descrivere simili impressioni. Giunti a sei miglia da Rogliano si staccano alcuni ufficiali e le Guide, fra cui vi ha un artista russo, studente a Roma. Avanziamo, con Medici, in cinque ufficiali e facciamo la stupenda discesa ad un ponte di una costruzione impeccabile. Facciamo alt. Medici prende il mio tabarro, si sdraia sul lastrico del ponte e dorme. Noi facciamo lo stesso. Dopo mezz’ora riprendiamo la via, rimontando di quanto abbiamo disceso e giungiamo al paese, dove un eccellente alloggio e ristoro ci conforta„. Da Rogliano il 5 settembre il Castellini a cavallo partì per Cosenza — mandato in missione al Quartier generale. Giunto colà nel dì stesso, si recò il giorno dipoi nel vallon di Rovito a rendere memore tributo d’onore ai fratelli Bandiera(1), fucilati il 25 luglio 1844: pietoso ricordo degli italiani ormai liberi per i loro precursori! Poi tutta la divisione avanzò su la strada di Paola per essere pronta all’imbarcoimminente: a metà strada — nel villaggio di San Fili — la truppa si arrestò, e dovette, dormire all’aria aperta. Le difficoltà di rifornimento e di marcia per tutti i reparti garibaldini erano diventate enormi. Nascevano incidenti ad ogni istante. E in questi giorni appunto, di nervosismo generale, avvenne a Cosenza un violento dissidio tra il capitano Castellini ed un maggiore siciliano. Il Castellini sfidò tosto l’avversario, ma la vertenza— come tante altre sorte nella campagna — non ebbe sèguito. Gli ufficiali superiori cercavano con ogni mezzo di impedire duelli. Ciò non toglie che in questi giorni appunto il generale Bixio desse occasione •—  in Paola — ad uno….”.

LA 2° BRIGATA DELLA DIVISIONE TURR = XIII, COMANDATA DA FERDINAND EBER

Nandor Eber comandava la Legione Ungherese. Da Wikipedia leggiamo che tra i corpi stranieri dell’Esercito Meridionale costituito in Sicilia da Garibaldi vi era la Legione Ungherese. Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr, al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nándor Éber, Carlo Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo e il polacco Aleksander Izenschmid de Milbitz. È stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma anche al “garibaldino-finlandese” Herman Liikanen. Nándor Éber (nato Eberl Ferdinandus Balthasar Bartholomeus) (Budapest, 23 maggio 1825 – Budapest, 27 febbraio 1885) è stato un giornalista e militare ungherese naturalizzato britannico, prese parte alla spedizione dei Mille. Ferdinand Eber giunse in Sicilia come corrispondente del “Times” per cui lavorava dall’epoca della guerra in Crimea. Dopo aver fornito a Garibaldi informazioni utili sullo schieramento borbonico all’interno della città di Palermo, il 16 maggio 1860, partecipò alla formazione della legione ungherese. Questa inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere 500 volontari. La Brigata, denominata “Eber”, racchiuse tutti i combattenti stranieri e fu guidata da Eber con il grado di colonnello brigadiere e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Passata al comando di Stefano Turr, divenuto in quei mesi governatore di Napoli, fu utilizzata per reprimere focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino al Plebiscito. La legione ungherese era un’unità militare di cavalleria creata da Giuseppe Garibaldi, parte dell’esercito meridionale garibaldino, attivo tra il 1860 e il 1867. Era così detta poiché composta da esuli e soldati magiari che avevano già combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il periodo del Risorgimento, come Stefano Turr. Costituita in Sicilia, nella città di Palermo il 16 luglio 1860, inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere un folto gruppo di 500 volontari comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885) (per questo chiamati anche Brigata “Eber“, che in realtà racchiuderà tutti i combattenti stranieri), corrispondente del quotidiano The Times con la cittadinanza inglese e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “De’ molti stranieri che capitavano al nostro quartiere perchè amici del Turr e dell’Eber, rammento ancora il conte Teleky etc..; il parigino Maxime Du Camp, alto, bruno, innamorato della nostra Italia e della camicia rossa che indossava; come l’indossava un turco autentico, Kadir bey, buon diavolo, grande amico di Turr, ….l’inglese Austin Dohnage, etc…; ma Eber non sapendo dove impiegarli, li aveva dispensati dal servizio, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Dunque, il Cesari, a p. 138 scriveva che: “….la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che la Brigata Eber era la 2° Brigata che faceva parte della Divisione Turr. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nel cap. III, a p. 101 e ssg., in proposito scriveva: “Già vedemmo come Garibaldi ordinasse alla sua unica, per quanto XV Divisione, di partire da Palermo etc…Vedemmo pure le scarsissime forze di quella Divisione comandata da Stefano Turr: la 1° Brigata agli ordini di Bixio con 400 uomini, la 2° agli ordini dello stesso Turr con 530, e neppure tanti se dobbiamo credere ai documenti dell’Archivio Guastalla, che segna esattamente 862 presenti in totale. Il Pecorini-Manzoni, che fu poi Capo di Stato Maggiore in quella XV Divisione, ne scrisse la storia particolareggiata e a lui bisogna ricorrere come a persona meglo di ogni altra in grado di conoscerla. Però, nell’Archivio Guastalla-Medici si trovano molti documenti in proposito e poiché il Guastalla, oltre che Capo di Stato maggiore dell’altra Divisione Medici, era amicissimo di Turr etc…”.

13.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Türr
Stato Maggiore di Divisione Capo Col. Rüstow e Luog. Col. Alessandri
1.a Brigata Comandante Colonn. Spangaro
2.a Brigata Comandante Colonn. Eber
3.a Brigata (Milano) Comandante Luogot. Col. De Giorgi
4.a Brigata Comandante Magg. Gen. Sacchi
5.a Brigata (aggregata alla 6.a Brigata).. Comandante Colonn. Fabrizi Luigi
6.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) Comandante Generali La Masa e Corrao

LA COMPAGNIA DI ESTERI CON WOLF  

Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 219 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ poi cosa saputa come in quell’esercito improvvisato si trovassero combattenti di tutte le nazionalità e vi fossero rappresentate tutte le democrazie europee: l’elemento esotico fu largamente partecipe a quella impresa (1). Gli Ungheresi mandarono a Garibaldi un’intiera legione; e tra i più notabili ricorderemo il generale Stefano Turr, Luigi Tukery che morì in battaglia, Eber, Antonio Goldeberg e un gran signore magiaro: il conte Teleky. C’erano molti inglesi, tra cui il famoso ‘rifleman’ Austin Dohnage, Peard ed altri partiti sul Washington con Medici il 10 giugno; e poi Winkler, Fix, Aten, ecc..Fra i tedeschi Wolf, Dunn, Eberhardt e lo storico Guglielmo Rustow, venuto colla colonna Pianciani. Due polacchi inseparabili, Milbitz e Cossowitch, rappresentavano con altri il patriottismo slavo. C’era Kadir-bey, turco. Venivano quindi numerosi i Francesi. Tra questi Bordone, più tardi generale; Massimo Du Camp, l’autore delle ‘Convulsions de Paris’, alto, bruno, innamorato dell’Italia e che fu aggregato allo Stato Maggiore della 15° Divisione; Maurizio Bixio, morto verso la fine del 1905, nipote di Nino Bixio e figlio di quell’Alessandro Bixio, ch’era stato Vice-Presidente ell’Assemblea Nazionale Francese del 1848; Lockoroy, dipoi ministro e tuttora vivente, grande amico d’Italia (1); il pubblicista Ulrico de Fonwielle, che nel 1870 accompagnava Victor Noir quando questo fu ucciso da Pietro Bonaparte; Giulio Kergomard, autore di un libro di poesie intitolato: Garibaldi (1867, Bruxelles); il pittore Enrico Fouquier, cronista e critico parigino brillantisimo, morto nel 1904; un Burés o Buiés, studente; un antico zuavo e cuciniere famoso, Alègre; il pittore Julies Duveaux (2); un Durand, parigino, dotato d’una forza erculea e ricordato come gastronomo; Savoyardy, un ancien d’Afrique, ch poscia entrò nel genio; il comandante Costa, che nel ’49 si era battuto con Manin a Venezia e con Mierowslawschy in Sicilia, e in seguito nel ’59 coi cacciatori delle Alpi; ed altri assai. – Ci si può mettere anche Cernuschi Enrico, che pi si naturalizzò francese; ed anche Alessandro Dumas padre, che colla sua goletta, l’Emma, seguiva en amateur la spedizione. C’era anche un antico spahi’, Kolbi, il quale pare divenisse poi capitano e morì infine all’Avana. Con l’arrivo di De Flotte l’elemento francese crebbe di importanza. De Flotte e Turr erano le due personalità più spiccate di codesto mondo cosmopolita, presente nel Quartiere Generale garibaldino.”. Da Wikipedia si apprende che erano presenti anche volontari stranieri, affluiti in tempi diversi. Risultano impiegati in combattimento il 1-2 ottobre, circa 200 cavalleggeri ungheresi e altri 200 fanti ungheresi. In precedenza furono impiegati 50 francesi di De Flotte caduto in Calabria. Erano presenti anche un centinaio di disertori borbonici stranieri comandati da Wolfe gruppi di britannici (19), la presenza di soldati stranieri borbonici era molto più alta, infatti al comando di Von Mechel erano 3.000 soldati, oltre ad alcune compagnie svizzere chiamate Schweizertruppen. Il 15 ottobre le navi Emperor e Melazzo sbarcano a Napoli la Legione Britannica, chiamata anche Garibaldi Excursionists composta di circa 600 volontari successivamente impiegati in alcuni combattimenti. La notizia del Wolf proviene dal Treveljan. In Sicilia parecchie migliaia di siciliani si arruolarono inquadrati in reggimenti e addestrati da ufficiali del luogo, del nord Italia e inglesi.. Era presente il tedesco Wilhelm Friedrich Rüstow, capo di stato maggiore di Divisione di Garibaldi, che scrisse un libro sulla Spedizione,tra i britannici erano presenti: Hugh Forbes, ingegnere e linguista inglese che aveva già combattuto con Garibaldi nel 1849, Percy Wyndham, l’irlandese artigliere Dick Dowling e per breve tempo gli americani Catham Roberdeau Wheat e Charles Carrol Hicks, che tornarono in America per combattere con i confederati, John Whitehead Peard, il “garibaldino-inglese” “sosia” di Garibaldi, con busto al Gianicolo di Roma e il carismatico inglese colonnello John William Dunne, che in Sicilia era soprannominato “milordo” dai coraggiosi ragazzi siciliani di strada arruolati nel suo reggimento, da non confondersi con la Legione Britannica, sbarcata solo successivamente a Napoli, nel reggimento di Dunne solo una parte degli ufficiali erano britannici e i soldati tutti sicilianI, Dunne fu ferito a Capua. Durante la battaglia del Volturno si distinte lo scozzese capitano Cowper di Aberdeen, che comandava una batteria di artiglieri e diversi altri scozzesi facevano parte dei volontari, anche per la grande popolarità di Garibaldi in Scozia, dove molti vedevano in lui il Wallace italiano.. Hugh Forbes, un ufficiale dell’esercito britannico, ha scritto questo manuale per addestrare i volontari patriottici nell’arte della guerra. Forbes descrive le tattiche utilizzate dall’esercito regolare e come le stesse possono essere adattate per la guerra irregolare. Questo manuale è stato scritto nel XIX secolo ma rimane attuale oggi, perché molti dei consigli di Forbes sono ancora validi per chiunque desideri addestrarsi alla guerra di guerriglia. Nandor Eber comandava la Legione Ungherese. Da Wikipedia leggiamo che tra i corpi stranieri dell’Esercito Meridionale costituito in Sicilia da Garibaldi vi era la Legione Ungherese. Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr, al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nándor Éber, Carlo Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo e il polacco Aleksander Izenschmid de Milbitz. È stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma anche al “garibaldino-finlandese” Herman Liikanen. Da Wikipedia si apprende che  Erano presenti anche volontari stranieri, affluiti in tempi diversi. Risultano impiegati in combattimento il 1-2 ottobre, circa 200 cavalleggeri ungheresi e altri 200 fanti ungheresi. In precedenza furono impiegati 50 francesi di De Flotte caduto in Calabria. Erano presenti anche un centinaio di disertori borbonici stranieri comandati da Wolfe gruppi di britannici (19), la presenza di soldati stranieri borbonici era molto più alta, infatti al comando di Von Mechel erano 3.000 soldati, oltre ad alcune compagnie svizzere chiamate Schweizertruppen. Il 15 ottobre le navi Emperor e Melazzo sbarcano a Napoli la Legione Britannica, chiamata anche Garibaldi Excursionists composta di circa 600 volontari successivamente impiegati in alcuni combattimenti. La notizia del Wolf proviene dal Treveljan. Ma a quale corpo apparteneva WOLF ?. Credo facesse parte della Divisione portata da EBER. Nándor Éber (nato Eberl Ferdinandus Balthasar Bartholomeus) (Budapest, 23 maggio 1825 – Budapest, 27 febbraio 1885) è stato un giornalista e militare ungherese naturalizzato britannico, prese parte alla spedizione dei Mille. Ferdinand Eber giunse in Sicilia come corrispondente del “Times” per cui lavorava dall’epoca della guerra in Crimea. Dopo aver fornito a Garibaldi informazioni utili sullo schieramento borbonico all’interno della città di Palermo, il 16 maggio 1860, partecipò alla formazione della legione ungherese. Questa inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere 500 volontari. La Brigata, denominata “Eber”, racchiuse tutti i combattenti stranieri e fu guidata da Eber con il grado di colonnello brigadiere e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Passata al comando di Stefano Turr, divenuto in quei mesi governatore di Napoli, fu utilizzata per reprimere focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino al Plebiscito. La legione ungherese era un’unità militare di cavalleria creata da Giuseppe Garibaldi, parte dell’esercito meridionale garibaldino, attivo tra il 1860 e il 1867. Era così detta poiché composta da esuli e soldati magiari che avevano già combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il periodo del Risorgimento, come Stefano Turr. Costituita in Sicilia, nella città di Palermo il 16 luglio 1860, inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere un folto gruppo di 500 volontari comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885) (per questo chiamati anche Brigata “Eber“, che in realtà racchiuderà tutti i combattenti stranieri), corrispondente del quotidiano The Times con la cittadinanza inglese e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 111, riferendosi alla Brigata EBER, in proposito scriveva che: “Però sembra che a Catania le cose si avviino meglio. Si fanno nuovi arruolamenti, e s’aggregano alla colonna di Eber i volontari che Nicola Fabrizi vi sta organizzando nell’intento di farne due Battaglioni. Si costituisce così un quarto Battaglione, l’8° della XV Divisione e se ne dà il comando a Vittore Tasca dei Mille. Per di più, si rinforzano gli altri coi nuovi venuti e coi malati che il capitano Forte conduce da Caltanissetta guariti e sono una sessantina soltanto essi. Di modo che Eber vede le forze della sua Brigata salire il 20 luglio a ben 1599 uomini, di cui 229 assenti pei soliti motivi non solo, ma anche perché la Compagnia Estera del Wolf è partita per Taormina, ove dicesi si diriga un Corpo borbonico uscito da Messina. A tale Compagnia è aggregato Adamoli, che è stato nominato ufficiale di Stato Maggiore, quando il Niederhausern e gli “aristocratici” sono tornati per conto loro da Caltanissetta a Palermo.”. Riguardo Adamoli (….), l’Agrati si riferisce a GIULIO ADAMOLI, che da Wikipedia leggiamo Sottotenente, nel gennaio 1860 rassegnò le dimissioni dall’esercito raggiungendo nel maggio Giuseppe Garibaldi in Sicilia, con la spedizione organizzata da Agostino Bertani e guidata da Carmelo Agnetta; fece tutta la campagna, distinguendosi negli scontri di San Leucio e Sant’Angelo. Adamoli (….) ci ha lasciato una testimonianza della sua permanenza nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario garibaldino, Fratelli Treves Editori, Milano, 1892. Dunque, Agrati chiama la Compagnia del Wolf, la COMPAGNIA ESTERA DEL WOLF che era aggregata al colonnello EBER che comandava la XV DIVISIONE – la quale – come si è visto – ai primi di Settembre su ordine stesso di Garibaldi passò da Bixio al comando superiore del Turr. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nel cap. III, a pp. 101-102, in proposito scriveva: “La prima a partire da Palermo fu la 2° Brigata, formata dal 5°, 6°, 7° Battaglione, della Compagnia degli Esteri – in gran parte disertori borbonici – e da una piccola sezione d’artiglieria, comandata dal tenente Premi dei Mille, con 2 cannoncini. Il reparto dell’Intendenza era affidato a Federico Agnetta.”. Sull’appartenenza di WOLF alla Legione Ungherese, a EBER ed alla DIVISIONE TURR (soldati di Rustow), vi è il telegramma che Turr inviò a Bixio, da Cosenza il 31 agosto 1860: Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “….La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, dal telegramma di Turr, si evince che il 31 agosto 1860, le truppe del WOLF e dell’EBER si trovavano al porto di Paola per attendere navi che li trasportassero a Napoli. Da Wikipedia leggiamo che La “compagnia garibaldina di Wolf” si riferisce al reparto di volontari stranieri comandato dal patriota di origine tedesca Adolfo Luigi Wolff (spesso citato come Wolf) durante le campagne risorgimentali. Comandante di un battaglione/compagnia nel Reggimento Cacciatori Esteri (formato da disertori tedeschi e svizzeri dell’esercito borbonico) durante la battaglia del Volturno nel 1860. Partecipò alla campagna nell’Italia meridionale del 1860 e il 1º ottobre, come colonnello comandante di un battaglione del Reggimento Cacciatori Esteri della Brigata di Ferdinando Eber composta da disertori tedeschi e svizzeri dell’esercito borbonico, fu alla battaglia del Volturno. Di lui scrisse il garibaldino Giulio Adamoli nel suo Da San Martino a Mentana: Dovrei ora aggiungere come il collega di missione, il Wolf, comandante la compagnia estera, accrescesse il fascino di quelle ore, con gli allettamenti dello spirito colto e sagace: familiare del Mazzini, confidente dei patrioti di tutta Europa, sapeva tenere viva una conversazione tra le più dilettevoli; già milite in Africa nella Legione Straniera, in Piemonte nella legione anglo-italiana, oggi, a capo degli svizzeri e dei bavaresi disertori dell’esercito borbonico, e gente punto facile, mostrava un tatto militare, una energia veramente non comune. Ma sulla memoria di quell’uomo, che pareva l’incarnazione più pura della rivoluzione, a cui, durante dieci anni, noi tutti stringemmo fiduciosi la mano, sul campo e nelle nostre case, perché compagno nostro nelle spedizioni, nei combattimenti, nelle prigioni; su la immagine di quell’uomo, conviene stendere un velo come i veneziani sul ritratto del doge fellone, e passare oltre per sempre.”. Abbiamo visto che della 2° BRIGATA EBER (Divisione XV del Turr) apparteneva anche l’Ungherese ADOLFO LUIGI WOLF. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “De’ molti stranieri che capitavano al nostro quartiere perchè amici del Turr e dell’Eber, rammento ancora il conte Teleky etc..; il parigino Maxime Du Camp, alto, bruno, innamorato della nostra Italia e della camicia rossa che indossava; come l’indossava un turco autentico, Kadir bey, buon diavolo, grande amico di Turr, ….l’inglese Austin Dohnage, etc…; ma Eber non sapendo dove impiegarli, li aveva dispensati dal servizio, etc…”. Carlo Agrati (….), cita l’episodio del violento litigio avvenuto a Paola con Bixio prendendo spunto da uno scritto di Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo etc…”.”, e aggiunge che Rustow raccontava che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. Dunque, Agrati scrive che dell’episodio del Bixio a Paola, il 9 settembre 1860, era presente Eber che con Wolf intervenne nel litigio di Bixio. Agrati, a p. 443 scriveva che a Paola, riferendosi al Bixio “Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”Agrati scriveva che la notizia è data da Rustow. A parte che sui due testi tradotti in italiano dal Rustow non ho trovato traccia di ciò che scrive l’Agrati ma poi a me pare strano che Rustow possa citare, come testimone oculare, questo episodio che risale al 9 settembre 1860, quando lui e le sue truppe, la brigata Milano ed altri, si trovavano verso Capua. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Tuttavia, la citazione di Agrati è interessante perché fa parlare a Rustow che ci parla del omandante della nave Governolo, D’Aste, ci parla del guardiamarina Puliga, che salì a bordo del Governolo, ci parla dei bavaresi che erano presenti, Eber e Wolf, etc.

GIUSEPPE SIRTORI

Da Wikipedia leggiamo che il generale Giuseppe Sirtori, fu Capo di Stato Maggiore di Giuseppe Garibaldi lungo l’intera spedizione dei Mille e ultimo comandante dell’Esercito meridionale. La sua movimentata esistenza racchiude l’intero spettro delle possibili evoluzioni politiche del lungo Risorgimento italiano. Nel marzo 1860, venne eletto deputato al parlamento di Torino del nuovo Regno di Sardegna per il collegio di Missaglia, allora Provincia di Como e, per procurarsi un abito adeguato, fu costretto a chiedere aiuto ad uno dei fratelli ai quali poteva, finalmente, riavvicinarsi. Fu allora che il generale Garibaldi, il quale andava preparando la spedizione dei Mille, lo volle accanto a sé e lo imbarcò nella prima spedizione, partita da Quarto la sera del 5 maggio. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 191, in proposito scriveva: “Giuseppe Sirtori all’inizio della campagna dei Mille aveva quasi 47 anni, uomo fatto quindi ed ormai anche vecchio per certe imprese e per nutrire soverchie illusioni…Come vedremo, egli era tenuto al corrente degli avvenimenti di Sicilia e di Genova da Giovanni Acerbi, che fu poi capo dell’Intendenza dell’armata garibaldina dal principio alla fine della campagna…..Il Sirtori fu per il primo promosso maggior generale, ond’egli fu il più anziano dei generali garibaldini, innanzi a Turr, Bixio, Carini, La Masa, Orsini ed altri i cui nomi figurano scritti da Garibaldi stesso su un foglio conservato tra le carte Sirtori su cui questo è classificato “primo fra i Mille”.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “Proseguendo nel racconto degli avvenimenti. Appena entrato in Palermo, Garibaldi pose mano alla instaurazione del nuovo ordine di cose nell’isola redenta. Il Sirtori fu per il primo promosso maggior generale, ond’egli fu il più anziano dei generali garibaldini, innanzi al Turr, Bixio, Carini, La Masa, Orsini ed altri i cui nomi figurano scritti da Garibaldi stesso su un foglio conservato tra le carte Sirtori su cui questi è classificato “primo fra i Mille”. Nel proseguimento della campagna, ripresa con l’arrivo della spedizione Medici, Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova. Una terza volta il Sirtori fu Prodittatore in Napoli il 14 settembre, ma egli già a Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva. Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente,  cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”.

GIOVANNI ACERBI INTENDENTE GENERALE DELL’ESERCITO

(Fig. n….) Ritratto fotografico di Giovanni Acerbi

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che, egli lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Battista Acerbi, a Genova collaborò con Mazzini alla preparazione del moto milanese del 1853. Nel 1859 partecipò alla guerra d’indipendenza nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanato da Giuseppe Garibaldi, col grado di Sottotenente e ne seguì le imprese. Da Wikipedia leggiamo che nel 1859 partecipò alla guerra d’indipendenza nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanato da Giuseppe Garibaldi, col grado di Sottotenente e ne seguì le imprese. Nel 1860 fu uno dei Mille e assunse le funzioni, con Ippolito Nievo come vice, d’intendente generale della spedizione garibaldina (5); tale incarico gli venne rinnovato anche in occasione della Terza guerra d’indipendenza italiana (1866), a cui partecipò sempre a fianco a Garibaldi come Colonnello Comandante dell’Intendenza e del 2º Reggimento Volontari Italiani dopo la rimozione del Tenente Colonnello Pietro Spinazzi, e nella spedizione nell’agro romano dell’anno successivo. Giulio Cesare Abba (….), nel suo “Storia dei Mille” scriveva: “Poiché la spedizione doveva avere un’Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse.”. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” leggiamo che Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Dunque, Giovanni Cenni fu nominato Intendente Generale del Corpo d’armata dell’Esercito Meridionale di Garibaldi in Calabria.

ELENCO dei Corpi che componevano l’Armata dell’Italia Meridionale sciolta l’11 Novembre 1860
Stato Maggiore Generale Capo Luog. Tenente Gen. Sirtori
Quartier Generale Capo Colonnello Cenni
Int.a Generale dell’Armata Intendente Generale Acerbi

IL PIROSCAFO BENVENUTO CELLINI PARTE DALLA SICILIA

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 55 e ssg. trascriveva una lettera del 30 agosto 1860 e scriveva: Messina, 30 agosto. Alle dieci di sera, ho finalmente salutato la Sicilia. Sono salito a bordo del brigantino Benvenuto Cellini, trainato dal rimorchiatore. Attraversando il famigerato stretto di Cariddi e Scilla, abbiamo avvertito per alcuni minuti un rollio che ci ha fatto pensare al terribile pericolo che le navi inseguite dalla tempesta devono affrontare in quel punto; ma, non essendoci incertezza sul tempo, il nostro mattone ha continuato a navigare con superba indifferenza in direzione del Pizzo di Calabria.”.

Nel 31 agosto 1860, a Pizzo Calabro l’arrivo del piroscafo BENVENUTO nel racconto di un volontario della Legione Francese di De Flotte 

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 55-56 e ssg. trascriveva una lettera del 31 agosto 1860 e scriveva: Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. Verso le dieci del mattino, entrammo nel Golfo di Santa Eufemia e pochi istanti dopo arrivammo a Pizzo. Questa cittadina fu testimone dello sbarco¹, dell’arresto e dell’esecuzione di Gioacchino 2 Murat, ex re di Napoli. Da allora, un decreto di re Ferdinando ha onorato questa città con il titolo di Fedelissima e le ha concesso anche l’esenzione da ogni tipo di tassa. Inoltre, questo monarca ha dotato la famiglia Capellani di una rendita annua e perpetua di circa milleottocento franchi, in ricompensa per i servizi resi alla nazione in questa grave circostanza. (Decreto del 18 ottobre 1815). Quattrocento volontari della brigata di Milano salirono a bordo della nostra nave. Alle due, lasciammo Pizzo per Paola, questa volta rimorchiati dalla Dante. Verso le nove, abbiamo sentito delle voci che ci gridavano di fermarci; poi abbiamo potuto distinguere diverse barche sull’acqua etc…”. Questa lettera di un volontario garibaldino imbarcatosi con la sua Compagnia a Messina è interessante perchè egli scrive di aver viaggiato via mare sul piroscafo Benvenuto ed il 31 agosto 1860 arrivò a Pizzo Calabro sulla costa Calabra. Egli scrive pure che, sul piroscafo BENVENUTO, a Pizzo: Quattrocento volontari della brigata di Milano salirono a bordo della nostra nave.”. Probabilmente erano i volontari che il Bertani fece viaggiare via mare e che raggiunsero il porto di Paola. Si tratta delle truppe del BERTANI che, in seguito, dopo l’incontro di Bertani a Cosenza con Garibaldi, furono sotto il comando del generale Turr e furono portati a Sapri. 

Nel 1° settembre 1860, a Paola l’arrivo del piroscafo BENVENUTO nel racconto di un volontario della Legione Francese di De Flotte 

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 58 e ssg. trascriveva una lettera del 1° settembre 1860 e scriveva: Paola, 1 settembre. A mezzanotte e mezza arriviamo a Paola, patria del grande San Francesco di Paola, illustre confessore di re Luigi XI, di grande memoria religiosa. La notte è splendida. Invece di cercare alloggio, mi dirigo verso la montagna. Ma, appena giunto sulla strada che si snoda in mille curve, vengo improvvisamente chiamato in italiano dal grido di: “Chi va là?” Rispondo nella stessa lingua: “Amico, soldato di Garibaldi.” — Avanti! Avanzo. >> E allora la sentinella mi chiede il segnale e la parola d’ordine. Non conoscendoli, non potei soddisfare la sua curiosità, e la sentinella chiamò la guardia. Quattro uomini e un caporale uscirono immediatamente da una piccola casa adibita a posto di guardia. I miei cinque uomini cominciarono quindi ad armare i fucili e a puntarli contro di me; Poi ricevetti l’ordine dal caporale di avvicinarmi. Gli spiegai, ridendo, che ero francese e che il desiderio di godermi una bella serata mi aveva spinto a uscire, senza nemmeno pensare di raccogliere informazioni. Completamente convinto della sincerità delle mie parole, il caporale mi invitò a condividere la sua balla di paglia e la sua ultima razione di vino.Accettai volentieri. Lasciando il posto alle sei, mi imbattei in un reggimento napoletano che aveva deposto le armi e la maggior parte dei cui soldati stava tornando a Napoli. Visitai il monastero francescano, situato in una posizione incantevole ai margini della campagna. Nella cappella, trovai un medico francese che suonava la Marsigliese all’organo. Probabilmente era la prima volta che le volte di questa cappella, abituate ai cantici, risuonavano di toni rivoluzionari. Etc..”

Nel 2 settembre 1860, a Paola l’arrivo del piroscafo BENVENUTO nel racconto di un volontario della Legione Francese di De Flotte 

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 e scriveva: Paola, 2 settembre. Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe lì stanziate. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, grazie al suo coraggio e alla sua intrepidezza, uniti a una solida conoscenza delle questioni militari, si è guadagnato il grado di maggiore generale. Ha un carattere molto affabile e gode di altrettanto affetto quanto…Tutti i volontari che godono della fiducia del loro capo. Mi è stato assicurato che Garibaldi sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo. I calabresi si stanno arruolando a frotte sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, giacche di velluto, pantaloni corti, sandali e ghette larghe, i loro lunghi fucili a tracolla e le gilet portacartucce appesi al petto, sono ammirevoli a vedersi. Possiedono un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente (¹). E i briganti, mi verrà chiesto, visto che stiamo parlando di calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ce ne sono più in quella cara Calabria dalla proclamazione del governo di Vittore Emanuele. Da avventuriero, li ho cercati, e le mie ricerche sono state vane; ho incontrato solo persone che mi hanno offerto ospitalità con la proverbiale generosità degli alpinisti scozzesi di Scribe. Ho notato anche, tra le donne, alcune figure magnifiche, veri e propri volti da Madonna; sembravano create appositamente per ispirare poeti e artisti.”

Nel 3 settembre 1860, da Paola, in mare il viaggio del piroscafo BENVENUTO nel racconto di un volontario della Legione Francese di De Flotte 

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 62 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 e scriveva: Paola, in mare, 3 settembre. Lascio Paola a mezzogiorno e mi imbarco nuovamente sul Benvenuto, diretto a Napoli dopo una sosta a Palermo. Con me ci sono due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux. Per un’ora navighiamo al passo con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggiamo con un caloroso applauso. Nel frattempo, una banda di marinai ci delizia con un balletto marinaresco di affascinante originalità.”.

Nel 4 settembre 1860, a Sapri l’arrivo del piroscafo BENVENUTO nel racconto di un volontario garibaldino 

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 63-64 e ssg. pubblicava una lettera del 4 settembre 1860 di un volontario garibaldino che scriveva: Sapri, 4 settembre. Al risveglio, ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, un grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione incantevole. Ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri crescono lì in un’abbondanza senza pari. Incontro un gruppo di persone che parlano francese; sono il tipo di ramai itineranti che incontriamo di continuo nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui proprio la notte prima e che sta marciando direttamente su Salerne. Non appena sbarcati, io e i miei due compagni andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una gentile signora, che deve aver perso il conto degli anni, tanto sono numerosi, viene a cercarci e ci offre un cesto di fichi che ci propina con insistenza. Numerose pieghe in una camicia bianca e finissima. Quanto ai piedi, essendo nudi, ne apprezzo facilmente la delicatezza e l’eleganza. Rimango lì per un po’, immerso in una silenziosa estasi, perché non oso muovermi per timore che questa splendida apparizione svanisca, un’apparizione che si annovererà tra i miei ricordi più belli di artista.”.

Nel 5 e 6 settembre 1860, ad Acquafredda l’arrivo del piroscafo BENVENUTO nel racconto di un volontario della Legione Francese di De Flotte, che, attraverso un sentiero arrivò a Sapri (il 7 settembre 1860)

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre 1860 e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è:  Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico.”. In questa lettera pubblicata dal Maison, il volontario garibaldino – probabilmente uno della Legione francese di Paolo De Flotte – che da Messina viaggiò in mare fino a Paola, racconta che, il 5 settembre 1860, dopo cena, quindi di pomeriggio, si imbarcò con altri pochi compagni ed il capitano del piroscafo Benvenuto per arrivare ad Acquafredda:  Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto.”. I dieci volontari marinai partirono da Paola, il 5 settembre 1860. Sbarcati ad Acquafredda cercarono un sentiero per arrivare a Sapri. Arrivò a Sapri il 6 settembre 1860 e si fermò. Arrivati a Sapri scriveva che: “Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni. Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle. Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse. Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa. Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?” – Signore, sì! rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”…..

Nel 6 settembre 1860, a Sapri, proveniente da Acquafredda, nel racconto di un volontario della Legione Francese di De Flotte

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 67-68 e ssg. trascriveva una lettera del 6 settembre 1860 di un volontario garibaldino sbarcato ad Acquafredda e d lì arrivò a Sapri seguendo un sentiero: Acqua-Fredda, Sapri, 6 settembre. Quando ci siamo svegliati, abbiamo visto alcuni abitanti del posto che avevano deciso di scendere. Abbiamo preso il caffè e comprato della frutta, che abbiamo pagato interamente. Queste brave persone hanno poi cambiato la loro cattiva opinione su di noi, scambiandoci per briganti e predoni. Che miseria e ignoranza in questo paese! La gente non mangia nemmeno il pane. La frutta costituisce quasi tutta la loro dieta. D’altra parte, se mostri loro un libro, vedono solo bianco e nero, perché non due su cento sanno leggere. Il governo napoletano, per uno scopo fin troppo facile da comprendere, impedì la diffusione dell’istruzione nelle campagne e condannò queste popolazioni, ammirevolmente dotate, alla più abietta inferiorità morale.”

Nel 7 settembre 1860, a Sapri nel racconto di un volontario della Legione Francese di De Flotte

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 68-69 e ssg. pubblicava una lettera del 7 settembre 1860 di un volotario garibaldino sbarcato ad Acquafredda e proveninte da Paola e scriveva: Sapri, 7 settembre. Stamattina abbiamo saputo che Garibaldi è entrato a Salerno ieri sera ed è stato accolto in modo impeccabile. Niente di nuovo. Passo la giornata sul ponte a scrivere..

Il Maggiore GIOVANNI CHIASSI della Brigata SACCHI

(Fig. n…) – Ritratto fotografico di Giovanni Chiassi della Brigata Sacchi

Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Giovanni Chiassi (….) (Mantova, 15 gennaio 1827 – Locca, 21 luglio 1866) è stato un patriota, militare e politico italiano. Figlio di Gaetano, magistrato, e di Giuseppina Magnaguti, Giovanni Chiassi era il rampollo di un’agiata famiglia da poco trasferitasi a Mantova e proveniente da Castiglione delle Stiviere. Nel luglio 1860 raggiunse Garibaldi in Sicilia, in tempo per partecipare allo sbarco sulle coste calabre e distinguersi nell’attacco che, nella notte tra il 21 e 22 luglio, portò alla conquista-lampo di Reggio Calabria, meritandosi i gradi di tenente colonnello. Fu nominato capo di Stato Maggiore divisionale dellʼEsercito meridionale, ma nel 1861 rientrò a Mantova. Marina De Marinis, sulla Treccani on-line scriveva che nel 1860 in seguito al rifiuto di Vittorio Emanuele di concedere a Garibaldi, per la progettata spedizione in Sicilia, uno dei reggimenti della brigata Reggio, nella quale erano confluiti molti ufficiali del disciolto corpo dei Cacciatori delle Alpi, il Chiassi, allora capitano nel 46º reggimento fanteria della medesima brigata, presentò le dimissioni da ufficiale dell’esercito regolare e si arruolò nelle formazioni garibaldine comandate dal Medici. Il 21 luglio 1860 fu il maggior artefice della presa di Reggio, riuscendo, con un suo tempestivo intervento sul fianco dello schieramento nemico, a mettere in rotta le truppe borboniche, che si erano sino ad allora validamente opposte al Bixio. Dopo essere rimasto per qualche tempo a Reggio, come comandante di quel presidio, il C., ricongiuntosi con Garibaldi, si batté ai primi di ottobre nella battaglia del Volturno col grado di luogotenente colonnello. Terminata la guerra si ritirò per qualche tempo a vita privata dedicandosi alla sua professione di ingegnere. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” leggiamo che il maggiore CHIASSI era un ufficiale facente parte della Brigata SACCHI. Quale grado aveva il Maggiore Giovanni Chiassi e quale Compagnia o Brigata comandava ? Del maggiore Giovanni Chiassi non abbiamo molte notizie. Renato Sòriga racconta che il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la Brigata Sacchi, che però arrivò dopo, solo l’8 settembre. Dunque, Soriga racconta che, a Lagonegro, la sua brigata, la brigata Sacchi, trovò il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Renato Sòriga (….) racconta che il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Sappiamo che, come vedremo, l’8 settembre 1860, dopo aver marciato da Sapri per Lagonegro, dove Chiassi arrivò con le sue Compagnie (quali ?) e si ricongiunse con la “Brigata del Sacchi”. Dunque, Sòriga racconta che, a Lagonegro, la sua brigata, la brigata Sacchi, trovò il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Sul Maggiore GIOVANNI CHIASSI ha scritto il colonnello SACCHI, nel suo Diario in Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria, sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni, attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Dunque, Sacchi, nel suo Diario spiega che prima di lasciare il 46° di Linea dell’Esercito Piemontese, egli era con CHIASSI, PELLEGRINI, WINKLER, LOMBARDI, GRIOLI e ISNARDI, tutti nomi di ufficiali garibaldini che comanderanno – arrivati in Sicilia con Sacchi – le compagnie di volontari garibaldini della BRIGATA SACCHI. Sacchi, a pp. 85-86 spiega che: “Lasciavo in Genova l’attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco altra gente appartenente alla spedizione. Arrivo a Palermo il 22 organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perchè mi mancano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto.”. Siamo a Luglio in Sicilia. Sacchi spiega che arrivati a Palermo il 22 luglio 1860: Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari. Il quadro degli ufficiali è approvato del Ministro della Guerra Colonnello Longo. Arriva Pellegrini il 26 con 400 uomini circa e prende il comando del suo battaglione.”. Dunque, Sacchi spiega che a Palermo, il 22 luglio 1860, il colonnello LONGO, Ministro della Guerra in Sicilia approvò il seguente Quadro: Capo di Stato Maggiore il capitano AMOS OCCARI e n. 4 Battaglioni al comando di WINKLER, ISNARDI (il secondo); il terzo CHIASSI ed il 4° Battaglione PELLEGRINI. Riguardo la Compagnia di CHIASSI, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito – riferendosi al 14 agosto 1860 scriveva: Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina…..e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, Cesari scriveva che Nino Bixio comandava – insieme alla Brigata di Eberhardt anche le due Compagnie di CHIASSI che facevano parte della Brigata Sacchi. Sulle due Compagnie del Maggiore CHIASSI, Sacchi, nel suo Diario, in Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intelligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 159-160, in proposito scriveva che: Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; etc…”.  Guerzoni, sul Chiasi, riferendosi alla presa di Reggio, a p. 161 aggiunge: “Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi, a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata.”. Dunque, dal Guerzoni apprendiamo che il maggiore Giovanni CHIASSI comandava a Reggio Calabria due compagnie della Brigata Sacchi.

Nel 6 settembre 1860, a Sapri, proveniente da Pizzo, il maggiore Giovanni CHIASSI con le sue Compagnie sbarcarono e, da Sapri, il giorno 8 era a Lagonegro, dove fu raggiunto dalla Brigata SACCHI 

Una di queste Brigate che, viaggiando via mare da Pizzo e poi da Paola, fu quella del Maggiore Giovanni Chiassi che, come vedremo in seguito, a Lagonegro si unirà alla truppa della Brigata Sacchi. La truppa del Maggiore Chiassi, proveniente da Pizzo, in Calabria, sbarcherà a Sapri il giorno 6 settembre 1860 e da Sapri marciò per Lagonegro dove sarà lì il giorno 8 settembre, allorquando ivi arriveranno le truppe del colonnello Sacchi. La brigata Sacchi, come vedremo in seguito, il giorno 8 settembre 1860 arriverà a Lagonegro ed ivi troverà la truppa della Brigata del Maggiore Chiassi. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Renato Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Renato Sòriga (….), a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle 4 e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori etc…”. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Sòriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni (….), scriveva il contrario e cioè che la Brigata Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,30 del giorno 8 settembre 1860 e che dopo fu raggiunta dalla truppa del maggiore Giovanni Chiassi. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Anche il Lacava scriveva che a Lagonegro: “….colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie”. Dunque, il Lacava scriveva che, a Lagonegro prima arrivò il Sacchi, l’8 settembre 1860 e poi arrivò il maggiore Giovanni Sacchi. Tuttavia il Maggiore Giovanni Sacchi, proveniente da Pizzo sbarcò a Sapri il giorno 6 settembre 1860. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi…..Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti scriveva che la Brigata Sacchi era a Lagonegro ed il giorno 10 settembre marciò ed arrivò a Sapri per imbarcarsi per Napoli. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le comagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunse con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Qui il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″.

LA NUOVA BRIGATA DENOMINATA “BRIGATA SPANGARO”

Nel 13 agosto 1860, a Palermo, DEPRETIS e SIRTORI e le difficoltà logistiche per l’arrivo improvviso dei volontari, raccolti in Sardegna, dirottati dal Governo Sardo a Palermo 

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Poi, a p. 344, l’Agrati continuando il suo racconto scriveva che Garibaldi: “…ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori, Faro – sono giunti i due vapori Torino e Amazon con 2500 uomini. L’Isère restò a Golfo Aranci con l’equipaggio in completa insubordinazione. Fornisco le navi di viveri per 5 giorni e sto trattando il nolo per farle tornare al loro posto. etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328)…..E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava. Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Agrati, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su ‘ Siciliani, benchè fossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria , non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”.  Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “L’inopinata partenza di Garibaldi per ignota destinazione, suscitò mille voci, mille sospetti, mille supposizioni. Abba registrò quel giorno la seguente noterella: « Si sente da tutti come qualchecosa sia venuta meno nell’aria, nella natura, in noi». Ma Egli partiva fidente. Dove il suo spirito presiedeva, dove Sirtori disponeva, Bixio eseguiva, i fattori del successo rimanevano tuttora saldi e potenti.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure, proprio alla forza ricorre il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovato la Gulnara che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava, così, ragione al Mazzini…etc…Certo si è che che né le navi né i volontari poterono più trovarsi più riuniti. Lo stesso Treveljan s’inganna quando afferma che ciò avvenne pochi giorni dopo a Palermo. Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Eberhardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”. Evelina Rinaldi, Achille Sacchi, il medico che si batte (1827-1890), Modena, Società tip. Modenese, 1927 pubblicato nel……………………….a p. 159, in proposito aggiungeva che: “Il proposito di tornar subito a Pisa, in attesa di moti nell’Italia centrale, non fu effettuato dal Sacchi, nè egli riuscì a mettere in opera le esortazioni del Mazzini, il quale intanto – per la questione delle annessioni – si disponeva a recarsi a Napoli, con Saffi, Cattaneo ed altri.”.

Nei primi di settembre 1860, arrivata a Palermo la BRIGATA TOSCANA o di “Castel Pucci” e la sua RIORGANIZZAZIONE per l’inclusione dell’“Esercito Meridionale” di Garibaldi

Giovanni Nicotera partirà dalla Sicilia, insieme al pro-Dittatore Depretis solo il giorno 11 settembre 1860. Dunque, Nicotera resterà in Sicilia, “relegato in un lazzaretto”, come scrive lo Smith, per una diecina di giorni, senza minimamente poter influire sui suoi volontari, quelli della ex spedizione di Castel Pucci, la 5° Brigata Toscana, il cui comando passò a Pietro Spangaro. Una volta dimessosi dalla sua spedizione, il suo comandante, Giovanni Nicotera, i suoi volontari fecero la scelta se aderire al programma garibaldino e di aggregarsi a Garibaldi e quindi, il corpo dei volontari di Nicotera, quelli che aderirono, restarono al comando del nuovo comandante, il colonnello Spangaro. Una volta dimessosi dalla sua spedizione, il suo comandante, Giovanni Nicotera, i suoi volontari fecero la scelta se aderire al programma garibaldino e di aggregarsi a Garibaldi e quindi, il corpo dei volontari di Nicotera, quelli che aderirono, restarono al comando del nuovo comandante, il colonnello Spangaro. In quel momento, a Palermo vi era la prodittatura di Agostino Depretis e quando ai primi di settembre Nicotera arrivò, con i suoi volontari della sua brigata di Castel Pucci, ivi condotti dalle navi piemontesi, negò al contingente del Nicotera di aggregarsi ai volontari garibaldini che si imbarcavano per la Calabria. Dunque, Nicotera, essendosi dimesso dal programma garibaldino, dovette restare in Sicilia da cui ripartì solo l’11 settembre. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo l’arrivo del Nicotera a Palermo, – riferisce un giornalista democratico – “Nicotera, e molti altri ufficiali di Stato maggiore della compagnia hanno dato le dimissioni….Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….etc…”. Dunque, il corpo e la Brigata portata a Palermo da Nicotera, nei primi di settembre 1860 venne riorganizzata, nonostante le dimissioni date da Nicotera. Vi era il problema dei viveri che a De Pretis scarseggiavano visto l’alto numero di volontari che affluivano in aiuto di Garibaldi in Sicilia nei primi di settembre. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, etc..”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Sulle prime pareva che ci fosse maniera di riuscire nell’intento; ma negli ultimi due giorni ogni cosa andò a rovescio, lo stesso Nicotera, ad impedire lo sfacelo completo di questa colonna, invitò ufficialmente i militi a scegliere il partito di tornare a casa o quello di raggiungere Garibaldi”(65).”. Capone, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; “. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, Pecorini scriveva che il conte Luigi Pianciani e Giovanni Nicotera, a Palermo, decisero di dimettersi dal comando della Brigata “Toscana”, che fu destinata ad altro comando come vedremo. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 213, riferendosi al 27 settembre 1860, in proposito scriveva: “La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; ….Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro; Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti.”. Pecorini, a p. 454, nel Documento 80, in proposito scriveva che: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA SPANGARO (1): Stato Maggiore: Battaglione Bersaglieri: Maggiore Farinelli; 1° Battaglione Bersaglieri: Maggiore Morici; 2° Battaglione Cacciatori: Maggiore Castellazzo; 3° Battaglione Cacciatori: Maggiore Baganti; 4° Battaglione di fanteria in form.: Maggiore Chiari”. Pecorini, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni scriveva che, la rinominata “BRIGATA SPANGARO”, il 5 settembre 1860, “sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro” – e qui si riferisce alla parte di volontari che da Livorno, Nicotera non riuscì a viaggiare prima da Livorno per Palermo – aggiungendo che questo corpo da poco arrivato nel porto di Palermo “veniva passato in rivista dal comandante di Piazza….etc…”. Pecorini-Manzoni aggiungeva pure che: “Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., etc…”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860.

PIETRO SPANGARO

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Pietro Spangaro in uniforme garibaldina

Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. Sulla Treccani on-line leggiamo che la figura di Spangaro lasciò traccia in molte memorie garibaldine: ne scrisse tra gli altri Giulio Adamoli (1892), che ricordava come tutti lo amassero «per la grande bontà […] e perché esercitava le funzioni del suo ufficio con passione e con cognizione, avendo compiuto la sua educazione militare nel collegio di Neustadt» (p. 120). Veterano delle lotte risorgimentali, ai giovani volontari «più che da superiore, […] faceva da padre» (p. 126). Sul colonnello Pietro Spangaro abbiamo un’altra notizia. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spangaro (Venezia, 28 gennaio 1813 – Milano, 14 novembre 1894) è stato un militare, patriota e ufficiale italiano. Fu un ardente patriota che partecipò alla spedizione dei Mille garibaldina. Lo ritroveremo con il grado di colonnello in prima fila nella decisiva battaglia del Volturno, dopo aver seguito il generale Garibaldi a Marsala e a Calatafimi. Lo ritroviamo poi nel 1850 in Egitto, dove fece una discreta fortuna con una ditta commerciale da lui creata. Non partecipò alla seconda guerra di indipendenza, ma nella primavera del 1860 tornò in Italia per partecipare alla spedizione dei Mille. I suoi uomini lo adoravano per i suoi modi di fare semplici e schietti. Ex ufficiale austriaco, aveva disertato per combattere a fianco degli insorti Veneziani, capeggiati da Daniele Manin, è difficile ricostruire bene la sua biografia, poiché si intreccia con quella dell’omonimo cugino, Pietro Spangaro anch’egli figlio di un Giovanni Battista Spangaro, e volontario nella spedizione dei Mille. Pur partecipando alla spedizione dei Mille non figura negli elenchi ufficiali in quanto la sua biografia si sovrappone a quella del più anziano e noto colonnello Pietro Spangaro, suo omonimo e parente (era cugino del padre). La ricostruzione della sua biografia è dunque difficile a causa di questa omonimia con un parente molto più anziano e autorevole, in vista nella schiera dei Mille. L’altro Spangaro arrivò infatti al grado di Colonnello e al Volturno comandò una brigata. Pur partecipando alla spedizione dei Mille non figura negli elenchi ufficiali in quanto la sua biografia si sovrappone a quella del più anziano e noto colonnello Pietro Spangaro, suo omonimo e parente (era cugino del padre). La ricostruzione della sua biografia è dunque difficile a causa di questa omonimia con un parente molto più anziano e autorevole, in vista nella schiera dei Mille. L’altro Spangaro arrivò infatti al grado di Colonnello e al Volturno comandò una brigata. Fu aggregato alla 1^ compagnia (N. Bixio) come semplice volontario. Ma una volta sbarcati, tenuto conto della sua esperienza, fu presto nominato capitano. Si distinse a Calatafimi e a Palermo e fu nominato maggiore assegnato allo Stato Maggiore e poi tenente colonnello e colonnello e presidente del tribunale militare della sua divisione. Secondo Maxime du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille e che gli dedicò alcune pagine nel suo volume “La spedizione delle due Sicilie”, era soprannominato “Colonnello Dunque”, perché iniziava i propri discorsi con quella parola. Alla spedizione dei Mille partecipò anche un suo omonimo, Pietro Spangaro nato nel 1836, figlio del cugino Giovanni Battista. Questa compresenza innescò equivoci sulle rispettive biografie, di cui talvolta si tramandarono dati inesatti, come la presunta adesione di Pietro a imprese garibaldine successive, cui prese parte invece il suo più giovane omonimo che tuttavia a causa degli equivoci non fu mai incluso negli elenchi dei Mille. Per l’autorevolezza dimostrata, l’11 giugno venne nominato tenente colonnello e presidente del tribunale militare della 15ª divisione Türr. Riguardo il luogotenente dello Stato Maggiore di Divisione, “tenente colonnello Alessandri”, ha scritto Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Adamoli, nel suo racconto Diario scriveva che “….quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 220, diceva di Spangaro: “Spangaro,…E’ un uomo molto alto e robusto, con un bel viso dalla barba rossiccia, sempre pronto al riso, eccellente ed infaticabile soldato.”Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando). Di Eber, Du Champ, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”Sulla Treccani on-line leggiamo che per l’autorevolezza dimostrata, l’11 giugno venne nominato tenente colonnello e presidente del tribunale militare della 15ª divisione Türr. Alla vigilia della battaglia del Volturno divenne colonnello brigadiere comandante la I brigata della 15ª divisione e fu valente protagonista in quegli scontri decisivi di inizio ottobre. Su quelle vicende militari redasse per Istvan Türr un lungo e dettagliato rapporto compilato il 10 ottobre 1860 a S. Angelo in Formis, nei pressi di Caserta. La figura di Spangaro lasciò traccia in molte memorie garibaldine: ne scrisse tra gli altri Giulio Adamoli (1892), che ricordava come tutti lo amassero «per la grande bontà […] e perché esercitava le funzioni del suo ufficio con passione e con cognizione, avendo compiuto la sua educazione militare nel collegio di Neustadt» (p. 120). Veterano delle lotte risorgimentali, ai giovani volontari «più che da superiore, […] faceva da padre» (p. 126). La Treccani si riferisce a Giulio Adamoli (….), ed il suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “…..un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Secondo Maxime Du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille, era soprannominato Colonnello “dunque”, perché iniziava sempre le sue frasi con quella parola. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 220, diceva di Spangaro: “Spangaro,…E’ un uomo molto alto e robusto, con un bel viso dalla barba rossiccia, sempre pronto al riso, eccellente ed infaticabile soldato.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando). Di Eber, Du Champ, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”. Su Pietro Spangaro, Federico Donaver (….), nel suo “La Spedizione dei Mille”, a p. 85, nella nota (1) postillava: “(1) Pietro Spangaro, veneto, già ufficiale, ma che seguì la spedizione come semplice volontario, racconta un po’ diversamente la cosa in una lettera scritta l’8 maggio da Talamone al prof. Amari. Dice che si nascosero sopra un bastimento in riparatura…..”. Carteggio Amari già oit. voi. II, pag. 80.”. Dunque, secondo Donaver, Spangaro, al momento dello sbarco a Marsala, egli era uno dei semplici volontari che seguì la Spedizione dei Mille. Si veda pure G. Pecorini Manzoni, Storia dellla 15ª Divisione Türr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, Firenze 1876, pp. 460-465; G. Adamoli, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Milano 1892, pp. 119 s., 126, 136, 146, 163; A. D’Ancona, Carteggio di Michele Amari, II, Torino 1896, pp. 80-82; G. Castellini, Eroi garibaldini, Bologna 1911, I, Da Rio Grande a Palermo (1837-1860), p. 223, II, Da Palermo a Digione (1860-1870), pp. 5-7, 28, 51, 53, 109, 120; P. Scharini, I Mille nell’esercito, in Memorie storiche militari, X (1911), 5, p. 604; Id., S. P., in Dizionario del Risorgimento nazionale dalle origini a Roma capitale. Fatti e persone, a cura di M. Rosi, IV, Milano 1937, p. 322; E. Michel, Esuli italiani in Egitto, Pisa 1958, ad ind.; M. Lenna, Un garibaldino dimenticato, Pordenone 2017. Secondo il dizionaro Larousse, Maxime Du Champ è a Palermo e a Napoli nello stato maggiore del generale Turr, con il grado nominale di colonnello. Infatti, seguendo il suo racconto, sebbene non sia molto chiaro il suo grado, è pacifico che egli si trovasse al seguito degli altri ufficiali, come Pietro Spangaro dello Stato Maggiore del generale Turr. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 77, scriveva che: “Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; …L’eccellente banda della brigata Eber (2) etc…”. Essi si trovavano a Messina, dopo un ricevimento dato dal generale Turr. Du Champ, o chi curava il testo tradotto, a p. 77, nella nota (1) postillava: “(1) * Pietro Spangaro (Venezia 1823 – Milano 1894). Nella spedizione dei Mille si segnalò più volte come buon comandante sul terreno e per personale bravura. Molto si legò a lui il Ducamp, come si vedrà nel corso del libro.”. Du Champ, a p. 77, nella nota (2) postillava: “(2) *Ferdinando Eber, compagno del Turr nella guerra rivoluzionaria d’Ungheria. Divenuto d’un tratto – scrive il Bandi – da corrispondente del Dayli News comandante di brigata. E tuttavia la sua azione di comando doveva rivelarsi preziosa nella decisione della battaglia del Volturno.”. In particolare Du Champ descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”

LA BRIGATA SPANGARO

Nei primi giorni di settembre, la nomina del  colonnello PIETRO SPANGARO al comando dell’ex brigata Nicotera di CASTELPUCCI in sostituzione del dimissionario Nicotera: la Brigata SPANGARO (forse il 5° reggimento granatieri)    

Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, dopo aver stabilito una convenzione con il Ricasoli, fu costretto a partire da Livorno per Palermo dove arrivò con i suoi soldai volontari dell’ex Spedizione Castel Pucci, tra il 3 settembre ed il 5 settembre 1860. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2000 volontari. Arrivati a Palermo, i volontari della ex spedizione di Castel Pucci, organizzati in Toscana da Giovanni Nicotera sotto l’egida di Ricasoli, essendo lui dimissionario, passarono al comando del colonnello Pietro SPANGARO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, riferendosi alla missione di Turr ad Ariano del 12 settembre 1860, in proposito scriveva: “Intanto che il generale Türr in soli cinque giorni compiva una missione di così grave importanza in quell’eccezionale momento, qual’era quella di sedare una reazione, che si sapeva donde aveva avuto principio , ma che non si avrebbe saputo ove potesse aver fine, entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice ¹) le altre Brigate della sua Divisione cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17ª Divisione Medici; la Brigata Sacchi continuava a di pendere direttamente dal Quartier generale principale.”. Pecorini, a p. 170 postillava del calendario degli sbarchi e degli arrivi di tutte le Brigate che mano mano arriveranno a Napoli dopo l’arrivo di Garibaldi e, della Brigata SPANGARO egli, a p. 170, nella nota (1) postillava che: “(1) 1) La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Nel medesimo giorno 3 la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo…..del 6, dove arrivava alle 4 pom. In questo giorno sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante la Piazza….”. Dunque, Pecorini scriveva che la Brigata denominata ex novo BRIGATA SPANGARO, il giorno 6 settembre 1860 a Palermo veniva passata in rassegna dal Comandante di Piazza. Poi, Pecorini, a p. 171, continuando il suo racconto postillava ancora: “(1)…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, sc nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita sul largo S. Francesco di Paola, veniva passata in ri vista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…etc…”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni scriveva che, la rinominata “BRIGATA SPANGARO”, il 5 settembre 1860, “sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro” – e qui si riferisce alla parte di volontari che da Livorno, Nicotera non riuscì a viaggiare prima da Livorno per Palermo – aggiungendo che questo corpo da poco arrivato nel porto di Palermo “veniva passato in rivista dal comandante di Piazza….etc…”. Pecorini-Manzoni aggiungeva pure che: “Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., etc…”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Infatti, anche Rustow ne parla. Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera.  Treveljan non dice altro sulla “brigata Castel Pucci” del Nicotera. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Agrati scriveva che dopo lo sbarco delle truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, la spedizione detta di Terranova era stata scompagginata, come voleva il Governo Piemontese ma restava le ultime due Brigate dell’Italia Centrale: la Brigata “Toscana” (credo quella organizzata dal Nicotera e Ricasoli a “Castel Pucci”) e la Brigata Albruzzi (forse Albuzzi). Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. In particolare, Agrati, a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Sempre a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, riferendosi a Nicotera, in proposito scriveva che: “allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 300, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Etc…”. Queste truppe di volontari garibaldini, quelle della ex spedizione di Castel Pucci, quelle organizzate da Giovanni Nicotera, arrivati a Palermo, nei primi di settembre del 1860, essendo dimissionario Nicotera passarono al comando del colonnello Pietro Spangaro. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Infatti, anche Rustow ne parla. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860.  Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: (1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta del mese di agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Dunque, il Maraldi scriveva che “La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. Forse quando il Nicotera arrivò lo Spangaro era già a Palermo. Arrivato a Palermo, Nicotera presentò le sue dimissioni a Garibaldi e rinuncia al programma garibaldino di sbarcare in Calabria ed il comando passa a Spangaro. Riguardo il luogotenente dello Stato Maggiore di Divisione, “tenente colonnello Alessandri”, ha scritto Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario all’arrivo a Palermo insieme al Pianciani della sua Brigata “Toscana” che si chiamò Brigata “Spangaro”. Adamoli, nelle sue Memorie scriveva che “….quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Dunque, da De Sivo si trae la notizia che i volontari portati a Palermo da Nicotera erano 2300 e non erano con Bixio ma erano rimasti a Palermo e sbarcarono in Calabria solo più tardi. La brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Sulla 5° Brigata ex Castelpucci, su Wikipedia, alla voce “Sbarchi successivi al primo sbarco di Marsala” (notizie tratte da Treveljan), si legge che secondo la tabella, le seguenti presenze, avvenute con imbarchi formalmente regolari, il 26 agosto si aggiunse la partenza della nave Orwell con circa 500 volontari, ma tale partenza fu irregolare e la nave dovette quindi essere restituita.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”.

MAXIME DU CHAMP, colonnello dell’Esercito Meridionale e nello Stato Maggiore del generale Turr

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, riferendosi a dopo Capua, a p. 213, in proposito scriveva: La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…”. Dunque, secondo il Pecorini-Manzoni, il celebre romanziere francese, Maxime Du Champ, fece parte dello Stato Maggiore della Divisione Turr. Maxime du Champ (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles” riportava le testimonianze, le lettere di garibaldini. Da Wikipedia,  Da Wikipedia leggiamo che era figlio di un noto chirurgo, studiò legge e si dedicò alla pittura negli anni giovanili. Giornalista e grande viaggiatore, per i suoi scritti e le foto dei suoi viaggi si può considerare il primo inviato speciale dei suoi tempi. Volontario nella spedizione dei Mille, lasciò la sua testimonianza nella sua opera: L’expédition des Deux Siciles, (tra i pochi suoi scritti, ad oggi, tradotti in italiano). Questa sua testimonianza è preziosa perché è l’unica che ci è pervenuta dal continente mentre altri scrittori ne hanno scritto in modo parziale. Quando era studente di diritto, conobbe Gustave Flaubert e divennero molto amici, tanto da partire insieme in Bretagna nel 1847. Questo viaggio ispirerà loro un libro scritto a due mani, Par les champs et par les grèves, pubblicato nel 1885. Questa sua testimonianza è preziosa perché è l’unica che ci è pervenuta dal continente mentre altri scrittori ne hanno scritto in modo parziale. Maxime Du Champ scriveva e pubblicò il suo  Diario sulla marcia delle Calabrie. Egli, con il suo battaglione arrivò a Lauria, passò vicino Trecchina ed arrivò a Lagonegro. Dal racconto di Du Champ non sono scritte le date ma, da alcune citazioni, ad esempio di dispaccio si può intuire la data che riguardava ad esempio la permanenza a Lagonegro. Di sicuro la sua brigata si trovava a Lagonegro il 7 settembre 1860 perchè arrivò un dispaccio che Garibaldi era a Napoli. Quale fosse la brigata a cui apparteneva il Du Champ, si evince da alcune sue parole. Du Camp parte il 13 agosto 1860 da Genova, dove si unì a un gruppo di patrioti ungheresi che gli saranno compagni durante tutta la spedizione, tra cui Téléki e Türr che lo nominerà suo colonnello. Egli arriva dunque in Sicilia proprio nel momento in cui, conquistata la maggior parte dell’isola, i Garibaldini si apprestano a sbarcare in Calabria. La sua partecipazione all’impresa dei Mille si svolge prevalentemente sul continente, secondo un itinerario che lo condurrà da Pizzo, Scilla, Cannitello a Bagnara Calabra, quindi Palmi, Mileto, Maida, Soveria, Marcellinara, Catanzaro, Tiriolo, Rogliano, Cosenza, Castrovillari,Castelluccio, Lauria, Lagonegro, Eboli, Salerno, fino a Napoli che raggiunge il 9 settembre, due giorni dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi in città, e poi Caserta, il Volturno e Capua. Malgrado il titolo e seppur divisa in tre parti: La Sicile, Les Calabres, Naples et les avant-postes de Capoue, la seconda parte dell’Expédition che consta di ben otto capitoli (circa 150 pagine nell’edizione del 1861) ne costituisce il nucleo principale e per certi versi, come vedremo, il più originale. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “De’ molti stranieri che capitavano al nostro quartiere perchè amici del Turr e dell’Eber, rammento ancora il conte Teleky etc..; il parigino Maxime Du Camp, alto, bruno, innamorato della nostra Italia e della camicia rossa che indossava; come l’indossava un turco autentico, Kadir bey, buon diavolo, grande amico di Turr, ….l’inglese Austin Dohnage, etc…; ma Eber non sapendo dove impiegarli, li aveva dispensati dal servizio, etc…”. Du Champ, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando).  Guido Macera (….), nella sua “Introduzione”, al testo-tradotto in italiano di  Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 10, in proposito scriveva che: “….e soprattutto nell’Expedition des deux Siciles, a proposito della quale il vecchio Grand dictionaire universel del Larousse dà la seguente notizia ed il seguente giudizio: “Nous le tretrouvons ensuire à Palerme, puis à Naples, dans l’état-major du général Turr, avec le rang nominatif de colonel, payant de sa personne à la journée du ler octobre. A son retour, il publia l’Expedition, un de se beaux livres, etc…”, che tradotto significa: “Lo troviamo poi a Palermo, poi a Napoli, nello stato maggiore del generale Turr, col grado nominale di colonnello, a pagare di persona la giornata del 1° ottobre. Al suo ritorno pubblicò la Spedizione, uno dei suoi bellissimi libri, ecc…”. Dunque, sendo il dizionaro Larousse, Maxime Du Champ è a Palermo e a Napoli nello stato maggiore del generale Turr, con il grado nominale di colonnello. Infatti, seguendo il suo racconto, sebbene non sia molto chiaro il suo grado, è pacifico che egli si trovasse al seguito degli altri ufficiali, come Pietro Spangaro dello Stato Maggiore del generale Turr. Guido Macera (….), nella sua “Introduzione”, al testo-tradotto in italiano di  Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 7, in proposito scriveva che: “Non solo fra i memorialisti garibaldini il Du Champ fu l’unico che percorresse tutto intero l’itinerario “continentale” della spedizione, lasciando un ritratto in forte rilievo del paese più segreto del Mezzogiorno e cioè della Calabria, quale allora poteva apparire agli occhi di un viaggiatore, per così dire, professionale; laddove, ad esempio, l’Abba fu imbarcato a Messina insieme con quel “centinaio di feriti o malati che se ne vanno a casa per un pò di giorni”, ed a sua volta il Bandi si spinse soltanto fino a Paola, dove salì a bordo dell’Elettrico, avendo “udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli” e siccome gli “tardava raggiungerlo per ripigliare presso di lui il posto che aveva lasciato per accompagnarsi col colonnello Melenchini.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 184, in proposito scriveva che: “Passano i nostri poco numerosi cavalieri agli ordini di Caselli, poi due brigate, quella di Sacchi e quella di Bixio.”. Du Champ, a p. 144 scriveva che egli ed il colonnello Sàndor Teleky dovettero ripartire per Bagnara, allo scopo di far accelerare la marcia della brigata Eber. Dunque, Du Champ che si trovava a Monteleone partì con il colonnello Teleky per Bagnara Calabra. Du Champ, a p. 77, scriveva che: “Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; …L’eccellente banda della brigata Eber (2) etc…”. Essi si trovavano a Messina, dopo un ricevimento dato dal generale Turr. Du Champ, o chi curava il testo tradotto, a p. 77, nella nota (1) postillava: “(1) * Pietro Spangaro (Venezia 1823 – Milano 1894). Nella spedizione dei Mille si segnalò più volte come buon comandante sul terreno e per personale bravura. Molto si legò a lui il Ducamp, come si vedrà nel corso del libro.”. Du Champ, a p. 77, nella nota (2) postillava: “(2) *Ferdinando Eber, compagno del Turr nella guerra rivoluzionaria d’Ungheria. Divenuto d’un tratto – scrive il Bandi – da corrispondente del Dayli News comandante di brigata. E tuttavia la sua azione di comando doveva rivelarsi preziosa nella decisione della battaglia del Volturno.”. Nel 22 agosto 1860, il Du Champ ed il suo battaglione si trovava ancora in albergo a Messuna ed il 23 gli arriva il dispaccio della resa di Melendez e Briganti. Du Champ scrive che il 24 agosto doveva tenersi pronto per il passaggio in Calabria. Lui ed un altro doveva accompanare Turr che aveva già oltrepassato lo stretto di Messina, escluso la brigata Eber. Si trovavano con Turr a Punta del Pizzo. Lì, a p. 126 accadde: “Allora il colonnello Spangaro etc…”. Passa Bagnara, Milazzo, Monteleone. Du Champ, a p. 144, scriveva che: “….ed il colonnello Teleky ed io dovemmo ripartire per Bagnara, allo scopo di far accelerare la marcia della brigata Eber; quanto al generale Turr, restava naturalmente accanto a Garibaldi.”. Arrivati a Bagnara, a p. 146, scriveva che: “Passammo sopra i soldati coricati ed addormentati sulla sabbia, comunicammo al generale Eber gli ordini di cui eravamo portatori, ed alle quattro, allo spuntar del giorno, la comitiva si rimise in marcia.”. La brigata Eber si rimise in marcia da Bagnara. A Palmi presero alloggio nel quartier generale con Turr, in una grande casa. Garibaldi era ripartito da Palmi. Du Champ rimessosi in marcia arriva a Rosarno. Arrivano a Mileto, e a Monteleone, intorno al 27 agosto 1860. A p. 170, dove scriveva: “Le stelle già brillavano da un pò quando arrivò la brigata Eber; veniva ad accamparsi nella città, al posto delle truppe del generale Cosenz, le quali partivano da Monteleone.”. Da Monteleone passarono a Pizzo. Passarono per Palmi, Rosarno, Laureana, il fiume Mesima, Villa San Giovanni, Mileto, Monteleone, Pizzo, il fiume Lamato, Maida, Nicastro, Marcellinara il 1° settembre 1860, Tiriolo, Soveria (da non confondere con la Soveria dietro Cosenza), Catanzaro, Cosenza, Soveria, Rogliano, Cosenza, Palmi, dove si imbarcano per raggiungere Sapri. Du Champ, a p. 232 scriveva: “Riuscimmo finalmente a scovare due muli e a lasciare Cosenza. Tutte le brigate che arrivavano nella città ricevevano l’ordine di recarsi senza indugio a Palmi, dove le si faceva imbarcare per Sapri; di là venivano dirette su Salerno. I nostri bravi muli, “quei cari amori”, come li chiavava Spangaro.”. Da Cosenza arrivano a Tarsia, Spezzano, Morano Calabro, Rotonda, Castelluccio, verso le due del mattino del giorno ?. Uscendo da Castelluccio si trovarono in Basilicata. A Lauria la ruota del calesse o “vettura” si sfascia completamente. Dopo Lauria incontrano Trecchina, il fiume Noce, ed arrivano a Lagonegro, dove essi bivaccano fino al 7 settembre 1860 quando, Garibaldi era entrato in Napoli, alle “undici”. Da Lagonegro si fermarono a Sala Consilina e poi ad Auletta, dove giorni dopo la marcia proseguì. Maxime Du Champ (….), descrisse il suo viaggio e la sua marcia attraverso le Calabrie, dopo lo sbarco sul Continente di Garibaldi e dell’Esercito Meridionale. In particolare Du Champ descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”

Nel 7 settembre 1860, a Lagonegro l’arrivo di Maxime DU CHAMP e del colonnello TELEKY come richiesto da Turr a Bixio nel telegramma del 31 agosto 1860 scritto a Cosenza a Bixio

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, il generale Turr scrivendo al generale Bixio gli scrive e gli chiede: “….mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp.”. Chi fossero “..i signori accennati ieri” non saprei dire. Inoltre, riguardo questa notizia è lo stesso Du Champ che ci dice che non arrivò mai a Paola ma arrivò molti giorni dopo con la sua brigata a Lagonegro. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Infatti, Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, etc…”.  

Nel 7 settembre 1860, a Lauria e, poi a Lagonegro, Maxime Du Champ ed il colonnello Pietro SPANGARO

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. La brigata Spangaro (una porzione di essa), il 7 settembre 1860, il giorno che Garibaldi entrò trionfante in Napoli, si trovava ancora a Lagonegro ed in partenza per Sala Consilina. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 251, in proposito scriveva che, mentre si trovavano a Lagonegro: “…., la sera, verso le otto, mentre stavamo etc…, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”.”. Du Champ, a p. 259, in proposito scriveva pure che: “La notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli si diffuse rapidamente a Lagonegro, che ben presto fu tutta illuminata.”. Dunque, alle otto di sera ricevono a Lagonegro il dispaccio che annunziava l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Dunque, il 7 settembre 1860, il Du Champ era con la sua brigata a Lagonegro, in attesa di rimettersi in marcia. Dopo Lagonegro, Du Champ descrive le soste a Sala e ad Auletta, dove si fermarono e dove giorni dopo la marcia proseguì. Un’altra domanda che ci facciamo è quella in cui ci chiediamo con quale brigata il Du Champ arrivò a Lagonegro ?. Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. L’altra parte della brigata Spangaro è quella del Du Champ, che, invece marciò sulla strada consolare arrivando a Lauria e a Lagonegro il 7 settembre e solo il 9 settembre arriverà a Napoli via terra. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a p. 220, in proposito scriveva che: “A Lauria, la roue de notre veiture se brisa completement. Il fallut attendre quatre heures. J’etais assis à lombre d’un quartier de rocher qui surpomble la ruote, et je considerais un vieux bourrelier qui raccomodait un bat de mulet. Etc…”. Poi, a p….., in proposito scriveva: “La premiere fois, c’etait dans le mois d’aout 1806. Les gens du pays tenaient pour le roi Nasone, qui etait en Sicile, et recevaient de l’argent, des munitions, tout ce quil fallait enfin, du cardina Ruffo, qui fut un saint homme. Etc…”. Sempre il Du Camp proseguendo il suo racconto, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce. A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare. Ovunque ci informiamo sulle novità; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno. Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 246-247, in proposito scriveva che: “Dov’è Garibaldi ? – Eh! chi può saperlo? – L’esercito napoletano è a Salerno ? – Così si dice. – A Lauria, la ruota della nostra vettura si sfascia completamente. Dovemmo aspettare quattro ore.…”. Il Du Champ, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: “Dopo Lauria, il paesaggio ritorna ad essere rigoglioso, ma di un rigoglio tutto settentrionale: domina la flora francese, le querce sono numerose così le alberelle; qua e là appaiono dei castagni e alla loro ombra delle eriche in fiore; abbondano i torrenti, che, zampillando dala cima della montagna, lasciano cadere verso la valle le loro belle acque limpide; ed esse saltellando sulle rocce levigate ci spruzzano sul volto perline di schiuma; sono sormontati da alcuni ponti, e che ponti! Di legno, sconnessi e vacillanti; io non so che provvidenza amica dei viaggiatori li tenga in equilibrio, perché, a vederli, si crederebbe che basti una pedata ad abbatterli. Tagliata ai fianchi del monte, la strada non gli gira intorno secondo una linea circolare, ma si spezza continuamente ad angolo acuto, come quei fulmini a zig zag dipinti dai pittori nei quadri di tempesta. Ad alcune leghe da Lauria incontriamo una magnifica cascata, che spumeggia in balzi biancheggianti e non è altro che la sorgente del fiume ‘Trecchena’, che chiamiamo anche il ‘Noce (1). Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi. Etc…”. Nel proseguire il suo racconto, il Du Champ racconta dell’episodio di cui aveva appreso a Lagonegro, e a p. 251, scriveva ancora: “Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare. Tre ufficiali del nostro esercito, in camicia rossa, e provenienti da Sapri, erano entrati nella città. Vi trovarono tremila Napoletani, uno squadrone di cavalleria, etc…”

Nel 7 o 8 (?) settembre 1860, a Sapri, alle ore 19,00 l’arrivo via mare da Palermo, una porzione della brigata SPANGARO (ex brigata “CASTEL PUCCI” formata da Giovanni NICOTERA), al comando del colonnello Spangaro. Da Sapri, il giorno 8 ripartì per Napoli ma dovette fermarsi a Salerno, dove proseguì per Napoli in treno a Nocera    

Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Ma vediamo meglio cosa accadde. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che la Brigata SPANGARO (la ex Castel Pucci), partita il 1° e 3 settembre da Livorno, arrivò a Palermo insieme a Giovanni Nicotera tra il 3 ed il 5 settembre 1860. Da Palermo, scrive il Pittaluga, la Brigata ai comandi di SPANGARO, avendo il Nicotera dato le sue dimissioni, riparte il giorno 7 settembre 1860 per mare diretta a Sapri. Forse era una porzione della Brigata che poi ripartirà da Sapri ed arriverà a Salerno il 9 settembre 1860. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Dunque, la brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Infatti, in Appendice, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II”, pubblica la “Riassunto delle tabelle di marcia” e, a pp. 514-515, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO, …..7 Settembre partenza da Palermo (?); 8 settembre arrivo a Sapri; 9 settembre arrivo a Salerno; etc…. Maraldi scriveva che La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Carlo Pecorini Manzoni (….), a p. 514, nell’Allegato II, Tabella di Marcia – Riassunto, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: 1° settembre partenza; 2 settembre sul mare; 3 settembre Palermo; 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno; 10 settembre Napoli etc…”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga conferma la notizia dataci dal Policicchio ma egli scrive che:  “…quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a…..Sapri! Il 9 era a Salerno.”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre, credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Dunque, Policicchio scriveva che la brigata Spangaro arrvava a Sapri  proveniente da Palermo e da Sapri partì per Salerno il giorno 6 settembre 1860. Dunque, per partire il 6 da Sapri, dal suo porto, è probabile che il 5 settembre la brigata di Pietro Spangaro (la ex di Castel Pucci e del Nicotera, arrivati dal 1° al 3 settembre a Palermo, dove il Nicotera si era dimesso). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Vi sono qui alcuni errori. Bersani è Bertani ed inoltre i volontari di Nicotera furono organizzati con i fondi raccolti dal Bertani ma furono opera del Nicotera stesso a Castel pucci in Toscana. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, Rustow scriveva che la brigata Spangaro “anteriormente” era detta brigata Nicotera.

Dal 3 al 7 settembre 1860, da Soveria a Paola, la XVII DIVISIONE MEDICI e la sua marcia fino a Paola dove si imbarcò il 15 settembre per Napoli 

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 57 e ssg., in proposito scriveva che: “Così si faceva la guerra in Calabria nell’agosto del 1860: nella tregua gli ufficiali ritornavano, quali erano, sognatori ed artisti e giravano per i dintorni a visitare le cave di marmo di Catanzaro od a studiare i villaggi greci perduti fra i monti. Il 3 settembre fu ripresa la marcia: la divisione Medici si fermò a Soveria, tutta ingombra di cavalli e di muli, d’abiti e di fucili — reliquie della resa recente del generale Ghio. La sera del 4 settembre lo stato maggiore della divisione precedette la truppa verso Rogliano. Ecco come il Castellini narra, con semplice poesia, la marcia notturna: “Bellissima strada, di notte, con la luna, solo lo stato maggiore con Medici, canterellando: le annose e fronzute piante guardanti la strada, mentre penetra pallida la mesta luce. È un incanto ! Walter Scott solo può descrivere simili impressioni. Giunti a sei miglia da Rogliano si staccano alcuni ufficiali e le Guide, fra cui vi ha un artista russo, studente a Roma. Avanziamo, con Medici, in cinque ufficiali e facciamo la stupenda discesa ad un ponte di una costruzione impeccabile. Facciamo alt. Medici prende il mio tabarro, si sdraia sul lastrico del ponte e dorme. Noi facciamo lo stesso. Dopo mezz’ora riprendiamo la via, rimontando di quanto abbiamo disceso e giungiamo al paese, dove un eccellente alloggio e ristoro ci conforta„.” Da Rogliano il 5 settembre il Castellini a cavallo partì per Cosenza — mandato in missione al Quartier generale. Giunto colà nel dì stesso, si recò il giorno dipoi nel vallon di Rovito a rendere memore tributo d’onore ai fratelli Bandiera (1), fucilati il 25 luglio 1844: pietoso ricordo degli italiani ormai liberi per i loro precursori !.”. Castellini, a p. 59, nella nota (1) postillava: “(1) Il mattino dipoi (era il 7 settembre 1860) “ardendo il sole su Cosenza, un impetuoso soldato, venuto anch’egli dal “mare, irruppe nella silenziosa e fredda cattedrale di Cosenza, che dietro lui fu tutta sonante d’armi e vivida di camicie rosse: Nino Bixio cercò ansioso il feretro nascosto, lo rialzarono i suoi dalla fossa ospitale, lo riposero in onore tra il murmure pietoso. Poi, prima di riprendere la marcia verso la vittoria di Maddaloni e l’unità d’Italia, egli adunò nel triste Vallone le sue schiere fiammanti: e v’ondeggiarono vessilli tricolori che conoscevano Calatafimi e Palermo… „. Così Riccardo Pierantoni in un libro che io vorrei fosse letto a tutti i giovani d’Italia: nella “ Storia dei fratelli Bandiera „, vero poema di sacrificio e di gloria. Questo libro, ben degno di essere posto accanto a quello di A. Luzio su “I martiri di Belfiore „, in una ideale raccolta che celebri l’eroismo di tutti i precursori (i Bandiera preludono al ’48, i martiri di Belfiore al ’59), rappresenta per me la forma ideale che dovrebbe assumere ogni rievocazione storica del Risorgimento, e per questo — benché tenue legame lo unisca al mio argomento — io sento il dovere d’additarlo qui alla comune ammirazione.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 167, in proposito a Rogliano scriveva che: Rogliano, dove arrivammo il giorno successivo, aveva un aspetto decisamente militare; vi erano state organizzate due compagnie, che trovammo impegnate in esercitazioni, una di studenti, l’altra di monaci. Le loro uniformi erano tutte di velluto nero, camicette e pantaloni; gli studenti indossavano il cappello garibaldino, i monaci un berretto di velluto con pennacchio; sul berretto era ricamata una croce bianca, in lana per i soldati, in argento per gli ufficiali. Questa uniforme non era certo la meno originale in un esercito dove ce n’erano tante di originali e pittoresche. L’artiglieria arrivò a Rogliano poco dopo di noi, ma, ahimè! in che stato! I muli avrebbero potuto essere esposti con successo in un museo di osteologia; quanto ai cavalli, si può avere un’idea dallo stato dei muli; erano cavalli fantasma. Più di una volta gli artiglieri erano stati costretti ad aggiogarsi ai cannoni per uscire da situazioni difficili.”. A questo punto, Caraguel, mentre stava partendo con la sua Compagnia da Rogliano scriveva che: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, da ciò che scrive in questo passaggio il Caraguel si evince che egli stava partendo mentre, “l’intera Divisione Medici arrivò a Rogliano”.

Dal 7 settembre 1860, da S. Fili a Paola, la marcia della XVII DIVISIONE MEDICI

Gualtiero Castellini racconda che da S. Fili,  marcerà per arrivare con la sua Brigata a Paola, dove arriverà l’8 settembre 1860. Gualtiero Castellini racconta dal diario dello zio NICOSTRATO CASTELLINI che era aggregato alle truppe della DIVISIONE MEDICI, la quale, da S. Fili si recò a Paola per imbarcarsi per Napoli. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 59-60 continuando il suo racconto, dopo essere stati a Cosenza ed aver commemorato le tombe dei Fratelli Bandiera, aggiungeva che: “Poi tutta la divisione avanzò su la strada di Paola per essere pronta all’imbarco imminente: a metà strada — nel villaggio di San Fili — la truppa si arrestò, e dovette, dormire all’aria aperta. Le difficoltà di rifornimento e di marcia per tutti i reparti garibaldini erano diventate enormi. Nascevano incidenti ad ogni istante. E in questi giorni appunto, di nervosismo generale, avvenne a Cosenza un violento dissidio tra il capitano Castellini ed un maggiore siciliano. Il Castellini sfidò tosto l’avversario, ma la vertenza— come tante altre sorte nella campagna — non ebbe sèguito. Gli ufficiali superiori cercavano con ogni mezzo di impedire duelli. Ciò non toglie che in questi giorni appunto il generale Bixio desse occasione •— in Paola — ad uno scandalo grave, del quale il Castellini ci dirà fra breve (1).”. Castellini, a p. 60, nella nota (1) postillava: “(1) (1) Credo al lettore non possa riuscire sgradita questa diffusa esposizione degli itinerari garibaldini in Calabria, che manca negli altri volumi pubblicati intorno alla campagna del ’60.”. Castellini, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori. “San Fili – 7 settembre — Alle quattro il generale Medici ordina a me ed a Lombardi (2) di partire per Paola e far caricare gli effetti di vestiario. Vi andiamo in carrozza e ritorniamo in giornata, perchè è venuto contrordine di partenza dovendosi andare per via di terra. Ritorno a San Fili, paese che si prestò assai male ad approvvigionare la truppa per causa del signor sindaco…, in casa del quale fummo ad alloggiare„. “Paola • 8 settembre — Si riceve la notizia che Garibaldi entrò ieri in Napoli alle ore dodici meridiane (3), e quindi grande allegria festeggiata con tazze d’acqua gelata offerta dal sindaco ! (“Partiamo per Paola: giunti, prendiamo alloggio in casa Maraviglia: etc….”. Castellini, a p. 61, nella nota (2) postillava: “(2) (2) Fraterna amicizia legò sempre N. Castellini ad Agostino Lombardi. Bresciano anche il Lombardi, combattèpel Trentino nel ’48; fu poi a Novara ed a Roma (1849). Fece le campagne di Crimea e di Lombardia, e infine — nel ’60 — partì col Medici. Capitano a Milazzo, si diportò da valoroso; nominato maggiore, rimase col Medici fino al Volturno. Fu a Sarnico e ad Aspromonte. E nel ’66, maggiore come il Castellini, morì a Cimego dodici giorni dopo che il suo compagno d’armi era stato ucciso.”. Castellini, a p. 60, nella nota (3) postillava: “(3) L’Eroe era entrato infatti a Napoli in carrozza, con soli cinque compagni, il 7 settembre.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 199, in proposito scriveva: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, …..pur non potendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: “….Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”.

A PAOLA CONCENTRAMENTO DI TRUPPE GARIBALDINE

Nel 8 settembre 1860, a PAOLA, l’arrivo della DIVISIONE MEDICI (XVII Divisione) sul “Governolo”, in attesa di potersi imbarcare per Napoli  

Gualtiero Castellini racconda che da S. Fili,  marcerà per arrivare con la sua Brigata a Paola, dove arriverà l’8 settembre 1860. Gualtiero Castellini racconta dal diario dello zio NICOSTRATO CASTELLINI che era aggregato alle truppe della DIVISIONE MEDICI, la quale, da S. Fili si recò a Paola per imbarcarsi per Napoli. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 59-60 continuando il suo racconto, dopo essere stati a Cosenza ed aver commemorato le tombe dei Fratelli Bandiera, aggiungeva che: “Poi tutta la divisione avanzò su la strada di Paola per essere pronta all’imbarco imminente: a metà strada — nel villaggio di San Fili — la truppa si arrestò, e dovette, dormire all’aria aperta. Le difficoltà di rifornimento e di marcia per tutti i reparti garibaldini erano diventate enormi. Nascevano incidenti ad ogni istante. E in questi giorni appunto, di nervosismo generale, avvenne a Cosenza un violento dissidio tra il capitano Castellini ed un maggiore siciliano. Il Castellini sfidò tosto l’avversario, ma la vertenza— come tante altre sorte nella campagna — non ebbe sèguito. Gli ufficiali superiori cercavano con ogni mezzo di impedire duelli. Ciò non toglie che in questi giorni appunto il generale Bixio desse occasione •— in Paola — ad uno scandalo grave, del quale il Castellini ci dirà fra breve (1).”. Castellini, a p. 60, nella nota (1) postillava: “(1) (1) Credo al lettore non possa riuscire sgradita questa diffusa esposizione degli itinerari garibaldini in Calabria, che manca negli altri volumi pubblicati intorno alla campagna del ’60.”. Castellini, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori. “San Fili – 7 settembre — Alle quattro il generale Medici ordina a me ed a Lombardi (2) di partire per Paola e far caricare gli effetti di vestiario. Vi andiamo in carrozza e ritorniamo in giornata, perchè è venuto contrordine di partenza dovendosi andare per via di terra. Ritorno a San Fili, paese che si prestò assai male ad approvvigionare la truppa per causa del signor sindaco…, in casa del quale fummo ad alloggiare„. “Paola • 8 settembre — Si riceve la notizia che Garibaldi entrò ieri in Napoli alle ore dodici meridiane (3), e quindi grande allegria festeggiata con tazze d’acqua gelata offerta dal sindaco ! (“ Partiamo per Paola: giunti, prendiamo alloggio in casa Maraviglia: la famiglia è rispettabilissima ed il capo di casa fu cinque anni a Precida, prigioniero. All’entrare in Paola, sulla strada, ci colse vento così forte e polvere così densa che fermammo le carrozze. Durò poco, ma ci colse sulla sera una fitta pioggia e vento e tale oscurità che la nostra truppa in marcia ne soffrì non poco. “Io mi recai ad alloggiare a San Francesco di Paola, convento poco lungi dal paese. Lo visitai e lo trovai ricco di bellissimi atrii; evvi una buona biblioteca. Dopo, cenai assieme a due signori del paese che mi furono di guida: i condimenti erano all’olio, perchè l’istituzione proibisce latticini e carni.”. Castellini, a p. 61, in proposito aggiungeva: “ 9 settembre— Si distribuisce il vestiario: al battaglione Menotti (1) diedero cappelli alla calabrese. Etc…”Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Castellini, a pp. 62-63-64, aggiungeva che: “…“A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se sarà per noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono „. * 12, 13 settembre — Fermata a Paola. “Il dire quanta ansietà abbiamo per attendere i vapori è cosa incredibile. Ad ogni momento vado sul balcone di casa Maraviglia ad osservare il mare in tutte le direzioni delle coste ma specialmente della costa di Sapri e Salerno, nella speranza che spunti, che giunga qualche vapore e che ci tolga dall’esiglio. “Il 12 giunge un vapore, e subito evviva, grida di gioia, ma poi lo si vede costantemente avanzare da solo, e questo ci recava tristezza pensando che non soddisferebbe al bisogno. 10 ricevo ordine di recarmi a bordo per rilevare le istruzioni del comandante e per sentire se giungano altri vapori. 11 vapore arrivato è L’Indipendente, della nostra marina, che ha ordine di portare 600 uomini e nulla sa se giungano altri vapori. “Medici ordina si fermi il vapore sino a che ne giungano altri e nel frattempo si fanno caricare tutti gli equipaggi, sino a che, il 13, vedendo che non giungono vapori, il comandante domanda di partire e però, concesso questo, parte, facendosi sera, con a bordo i dispersi, un picchetto per ogni reggimento e il capitano Moscarello per la scorta “ 14 settembre — Il giorno 14 all’alba siamo coi nostri cannocchiali alle finestre, ma nulla si vede, tranne qualche legno a vela, e già si mormora contro il cardinale e contro tutti quelli che ci condannano all’esiglio. “E quello che fa il massimo torto al cardinale si è che ci spiccò forse cinque telegrammi, che altrettanti in sette giorni d’esiglio ne spedimmo a lui ed al ministro della marina, senza che ancora mostrino di conoscere l’esistenza nostra in Paola. “E questo dev’essere il capo di stato maggiore? Che a Tiriolo ci ordina di fermarci e poco dopo telegrafa a tutti i corpi domandando notizie della nostra Divisione? (1). “ Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “ Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di imbarcarsi per Napoli. Ma poi, come vedremo in seguito essa non riuscirà ad imbarcarsi per Napoli per un litigio e la prepotenza di Nino Bixio. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che il generale Sirtori, rispondendo a Garibaldi, nel dispaccio del 9 settembre 1860 gli comunicava che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, in un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di potersi imbarcare per Napoli ma stava giungendo anche la brigata di Nino Bixio che era anch’essa diretta a Paola per imbarcarsi per Napoli. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Dunque, il generale Nino Bixio era il comandante luogotenente della XVIII Divisione. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 199, in proposito scriveva: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, …..pur non potendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: “….Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Ma da questo telegramma non appare nulla di quanto era successo. Il Bixio aveva voluto imbarcarsi prima del Medici, dicendo ch’egli era venuto assai prima di lui in Sicilia. Invano gli si era osservato che già da qualche giorno il Medici attendeva in Paola di potersi imbarcare; egli non aveva intender ragioni ed il Medici, pro bono pacis, aveva ceduto. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari.”. Infatti, Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 197, in proposito scriveva che: “Ferdinando Eber (1825-1885) ….Garibaldi lo promosse colonnello brigatiere della divisione Turr.”. Bandi racconta dell’arrivo di Bixio e Medici e delle loro Brigate insieme a Eber a Paola. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Stando in Cosenza, avevo udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli, e a me tardava raggiungerlo, per ripigliare presso di lui il posto che avevo lasciato per accompagnarmi col colonnello Malenchini. Troppo tempo però ci voleva per giungere a Napoli per via di terra; sicchè domandai a Bixio qual fosse il porto più vicino nel quale avrei trovato modo di imarcarmi. Bixio mi disse che andassi con lui a Paola, e che colà mi imbarcherei prontamente con la sua divisione perchè nel dì venturo, tre legni a vapore dovevano giungere in porto, per toglierla a bordo e trasportarla a Napoli. Mi posi, dunque, in cammino, insieme alla sua gente, etc…Cavalcavo accanto a Menotti, etc….Giungemmo al villaggio di Santa Fele, che siede sopra un breve altipiano……Etc…M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Cosmo Schiavo (….), nel suo “Gaetano Rocco: un romantico indomito alfiere”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), in Appendice, a p. 321, in proposito scriveva che: “Sono qui a riassumere le venti pagine del diario inedito di Gaetano Rocco, intitolato “I miei ricordi”, che consta di 120 pagine tipo protocollo rilegate in formato 29×20 cm. Tratta degli avvenimenti dal 13 aprile 1854 al 9 dicembre 1862. Una fittissima trascrizione dattilografica di 27 pagine e 6 righi etc…del nipote Eugenio Rocco, ufficiale del 28° Reggimento fanteria Divisione Pavia, etc…Gaetano Rocco, nasce a Campagna, il 22 settembre 1835 ….”. Cosmo, a p. 345, trascrivendo sempre il Diario di Rocco arrivava a parlarci dell’arrivo e della partenza di Rocco da Paola. Ricordo che di Gaetano Rocco ha scritto anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo……………Gaetano Rocco faceva parte della Brigata Heberhardt, che a sua volta faceva parte della Divisione Medici che, dalla Sicilia arrivò a Paola l’8 settembre 1860, il giorno dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Cosmo, a p. 346, in proposito scriveva: “Giunti in cima il temporale cessò e con più celerità discese in Paola per una strada tagliata a guisa si può dire di lumaca. Era mezzanotte quando si mise piede in quel grazioso paese, e ciascuno di quei abitanti saporitamente se la dormiva; intanto noi altri bagnati fin dentro le midolla etc…Il dì seguente fui alloggiato in casa del sig. Domenico Gentile padre di tre giovani figli di sentimenti caldissimi di libertà. Da questa famiglia per sei giorni consecutivi ebbi trattamenti cordialissimi e sinceri non senza lagrime ed abbracciamenti da essi mi concedai da essi il 14 settembre alle 2 p.m. quando con la intiera Brigata m’imbarcai sul vapore il Mongibello alla volta di Napoli. Il giorno 15 settembre 1860 fu un giorno memorabile per me e che io non potrò dimenticarmi giammai. Il Comandante della Brigata Sig. Heberhardh etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt.

Nel 7 settembre 1860, a Sapri, (8 settembre a Policastro), altri garibaldini e truppe nelle lettere di un garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, un’altra lettera a p. 68, è datata 7 settembre 1860, dove scriveva che: “Sapri, le 7 septembre. Nous apprenons ce matin que Garibaldi est entré hier soir à Salerne et qu’il y a été parfaitement accueilli. Rien autre chose de nouveau . Je passe ma journée sur le pont à écrire.”, che tradotto significa: “Sapri, 7 settembre. Stamattina abbiamo saputo che Garibaldi è entrato a Salerno ieri sera ed è stato accolto calorosamente. Niente di nuovo. Sto trascorrendo la giornata sul ponte a scrivere.”

Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, CLEMENTE  CORTE precedeva e scriveva al generale SIRTORI suggerendogli gli itinerari da prendere

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Clemente Corte

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Le truppe garibaldine verso Napoli”, a p. 440, in proposito scriveva che: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazione del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo a Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte che gli faceva pervenire di tappa in tappa informazioni e consigli sul cammino da percorrere. Così, ad esempio: “Itinerario conveniente Castrovillari-Rotonda con fermata e rancio a Morano. Poi Rotonda-Lauria con pernottamento a Castelluccio. Tappa Rotonda-Lagonegro troppo lunga, 29 miglia. Vino in nessun luogo. Paesi senza risorse”.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, riferendosi al dispaccio che Garibaldi scrisse a Sirtori, in proposito scriveva che: “…a Tarsia. Di là Garibaldi scrisse al suo Capo di Stato Maggiore: “Tarsia, 1° settembre 1860. Generale Sirtori….etc…a Rogliano (dove lasciai il colonnello Corte), etc…”. Il colonnello “Corte” citato da Agrati è Clemente Corte (….), colonnello dell’Esercito Meridionale, unito allo Stato Maggiore di Sirtori. Il colonnello Clemente Corte era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il colonnello Ferrari. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Nel trambusto di quella marcia affrettata di tutte le truppe garibaldine su Napoli, si ebbero purtroppo altri episodi incresciosi; da parecchie parti giunsero al Sirtori lagnanze e proteste. Da Lagonegro il Corte scriveva scriveva l’8 di settembre: “Credo bene rapportare che stranieri- francesi, tedeschi, inglesi – seguendo l’esercito, ora che il pericolo è passato, commettono violenze d’ogni sorta. Un tale Ulrich prussiano, emetteva buoni abusivi. Rimproverato da me e dal capitano Rasponi, ci minacciò. Non potei arrestarlo per mancanza di forza, ma lo farò appena possibile…Un ufficiale ungherese pretendeva i cavalli dell’Intendenza generale. Non mi par dignitoso che un’accozzaglia d’ogni paese venga a trattar come terra di comquista un paese che fa guerra per la sua indipendenza.”.”. Riguardo Clemente Corte, Alberto Dallolio (….), nel suo “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 431, in proposito scriveva che: “Corte, colonnello Clemente, p. 85, 169”. Dallolio, a p. 85, scriveva che: “Dell’invio di cotesti volontari non si hanno notizie precise. Pare che il numero richiesto dapprima per la spedizione Medici fosse poi ridotto, e non è da stupirne, perchè in quei giorni Genova rigurgitava di giovani anelanti a raggiungere Garibaldi: in fatti una lettera di Clemente Corte al Tanari, scritta da Genova il 3 giugno, parla di tener pronti 100 uomini scelti, i quali veramente furono mandati tutti da Bologna.”. Da Wikipedia leggiamo che Clemente Corte fu Ufficiale d’artiglieria dell’esercito regolare sardo, fu decorato della medaglia d’argento al valor militare nella battaglia di Novara del 1849. Fu Capo di Stato Maggiore di Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi nella guerra del 1859. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 al seguito della spedizione di Giacomo Medici, ma il suo gruppo, composto del piccolo bastimento “Utile” e della nave “Charles and Jane”, fu catturato dalla Marina borbonica; i circa 950 volontari furono condotti a Gaeta e, successivamente rilasciati, ripartirono il 15 luglio 1860 con la nave Amazon. Riuscito però, dopo varie vicissitudini, a raggiungere ugualmente la Sicilia, il C. si distinse combattendo a Milazzo (dove riportò una grave ferita) e sotto le mura di Capua. Fu ferito al petto nella presa della città di Milazzo e si comportò da valoroso nell’assedio della fortezza di Capua. Dunque, Clemente Corte faceva parte dello Stato Maggiore del generale Sirtori che in quesi giorni si era acquartierato a Lagonegro. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana informa lo storico Cilibrizzi (1) fu costituita con 3.500 insorti. Era formata su otto colonne: 1° Colonna: Potenza – Comandante Francesco Pomarici; 2° Colonna: Comandante Giuseppe Domenico Lacava; 3° colonna: Tricarico – Comandante Francesco Paolo Lavecchia etc….La Brigata Lucana divenne poi “Brigata Basilicata” comandata dal Colonnello Clemente Corte che si distinse poi nelle battaglie combattute contro i Borboni sul Volturno e nell’assedio di Gaeta.”.

L’arrivo a Lagonegro del generale Giuseppe SIRTORI, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, con il suo Stato Maggiore che, dal suo Quartiere Generale coordina l’arrivo e le partenze ed i rifornimenti per  le truppe in marcia o in viaggio via mare che devono raggiungere al più presto  Garibaldi a Napoli      

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro.. Dunque, il generale Sirtori, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti generali garibaldini seguono velocemente sulle strade di Calabria.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: Il lavoro intorno a Sirtori è febbrile. Telegrammi arrivano e partono ad ogni momento e portano per tutto indirizzo: – Bixio o Medici etc.., dove si trova. – Da ogni parte si comunicano continui spostamenti, si chiedono istruzioni, viveri, scarpe soprattutto, mezzi di trasporto, anche per gli sbandati napoletani che vagano a torme per paesi e campagne. Poi anche il Quartier generale si sposta, da Cosenza a Spezzano, da qui a Castrovillari.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà dell’Intendenza per il vettovagliamento e per i mezzi di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow.”. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Agrati, a p. 444, in proposito aggiungeva: “Comunque, per terra o per mare e più o meno ordinate, le truppe avanzavano e le provincie ad una ad una riprendevano l’antica vita tranquilla. Il Corte da Sapri comunicava in data del 9 che ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo perchè da Sapri partirono altre truppe fino al 14 settembre 1860. Dunque, Agrati, sulla scorta dei dispacci inviati e ricevuti scriveva che il generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, si spostava con il suo Quartier generale da posto a posto. Agrati scriveva che Sirtori, il 6 settembre era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Era sempre preceduto dal colonnello Clemente Corte.  Su Sirtori ha scritto Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio.

Nel 8 settembre 1860, a Sala e Auletta, Maxime Du Champ e Spangaro

Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti……Il temporale si stava calmando quando arrivammo ad Auletta, dove potemmo cambiare i cavalli….Attraversammo alcuni fiumicelli, Fiume Negro, Fiume Bianco, su ponti stretti etc…”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Secondo il racconto del Du Champ, la brigata in marcia con il colonnello Pietro Spangaro arrivò a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Du Champ, a p. 262, in proposito scriveva che: “Uscendo da Eboli, ….e quando arrivammo a Salerno…..eravamo a Vietri, …..Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.

Nel 8 settembre 1860, a Lagonegro arriva, proveniente da Lauria, il generale SIRTORI, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, con il suo Stato Maggiore dove installa il Quartiere Generale      

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro.. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, il 9 settembre rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Dunque, Agrati, sulla scorta dei dispacci inviati e ricevuti scriveva che il generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, si spostava con il suo Quartier generale da posto a posto. Agrati scriveva che Sirtori, il 6 settembre era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Era sempre preceduto dal colonnello Clemente Corte.  Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Come egli stesso scriverà il 9 settembre 1860 in un dispaccio inviato a Garibaldi a Napoli, Sirtori arrivò nella notte dell’8 settembre 1860, a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore che ivi si aqquartierò insieme alla brigata “Sacchi”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la Brigata Sacchi e col 1° Bataglione della Brigata Albuzzi.”. Siccome Sirtori prima di arrivare l’8 settembre 1860 a Lagonegro con la brigata Sacchi si trovava a Lauria, egli, insieme al suo Stato Maggiore si recherà a Lagonegro il giorno 8 setembre 1860 portando con se anche la Brigata “Sacchi” e il 1° Battaglione della Brigata “Albuzzi”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori, con un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi, che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori comunicava a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., riserendosi al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “….un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.

Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, l’arrivo della Brigata SACCHI, il 1° Battaglione della Brigata ALBUZZI insieme al Generale SIRTORI

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro: “Sono arrivato a Lagonegro stanote con la Brigata Sacchi e col 1° Bataglione della Brigata Albuzzi.”. Siccome Sirtori prima di arrivare l’8 settembre 1860 a Lagonegro con la brigata Sacchi si trovava a Lauria, egli, insieme al suo Stato Maggiore si recherà a Lagonegro il giorno 8 setembre 1860 portando con se anche la Brigata “Sacchi” e il 1° Battaglione della Brigata “Albuzzi”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie…..La brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata…..Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che la Brigata SACCHI, dopo essersi fermata a Lauria, il giorno 8 settembre 1860, e da Lauria arrivava a Lagonegro. Da Lagonegro la Brigata Sacchi partirà ed arriverà a Sapri il giorno 10 settembre 1860. La brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intelligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata ed al giorno 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: “Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…. Dunque, secondo il Soriga (….), il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Sulla Brigata Sacchi ha scritto anche Matteo Mazziotti (….). Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 172, nella nota (2) postillava: “(2) Clement Caraguel, etc.., p. 175.”. Dunque, Mazziotti fornisce la notizia sulla Brigata Sacchi sulla scorta del Caraguel (….). Dunque, Mazziotti fornisce la notizia che la Brigata Sacchi, si partì da Lagonegro e si portò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 per imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” che la doveva portare a Napoli. Ma come vedremo dovette fermarsi alcuni giorni a Sapri prima di potersi reimbarcare per Napoli. Dunque, Matteo Mazziotti ci fornisce due notizie e lo fa sulla scorta del racconto Diario di Clement Caraguel (….). Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176 parlando dell’arrivo al porto di Sapri, …………….settembre 1860, per imbarcarsi per Napoli, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pêle-mêle sur le pont, nous pûmes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle étoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encâblure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix: Hé! les chemises rouges ! Garibaldi est entré à Naples hier matin etc…”, che tradotto significa: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerne; la divisione Sacchi era già a bordo. Ammassati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che si avvicinava da destra. Giunto a circa mezzo albero di vela da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: «Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina!».”. Dunque, la scena che racconta il Caraguel è riferita all’8 settembre 1860, perchè spiega che avevano appreso da un piroscafo di passaggio la notizia che il giorno prima era arrivato a Napoli Garibaldi. Caraguel continuando il racconto dal suo Diario di viaggio mentre si trovava sul ponte di un piroscafo ormeggiato nel porto di Sapri – dove vi aveva trovato una porzione della Brigata Sacchi, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, e quindi scriveva: Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Salerno era stata presa pochi giorni prima dal colonnello Pear, etc…”. Dunque, nel suo racconto il Caraguel scriveva che nel pomeriggio arrivarono nei pressi del porto di Salerno ma non potettero scendere e proseguirono per Napoli. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra.”Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, etc…”. Non so da quale testo Policicchio abbia preso la notizia che la brigata Spangaro (ex brigata Nicotera) “e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Forse si riferiva alla porzione della brigata che proveniva da Palermo. Ma da come abbiamo visto dalle varie testimonianze, una porzione dell’ex brigata di Nicotera (la ex Castel Pucci), arrivò da Palermo a Sapri l’8 settembre 1860 e da qui, sempre l’8 settembre ripartì per Napoli imbarcandosi sul piroscafo “Vittoria”. La porzione della brigata Spangaro, dunque arrivò a Salerno con il piroscafo “Vittoria” che ivi dovette sbarcarli a causa della mancanza di carburante. La brigata proseguì il suo viaggio, l’8 settembre 1860 da Nocera a Napoli, dove arrivò in treno il 9 settembre 1860.

Nell’8 settembre 1860, a Sapri, giungeva da Palermo una porzione della “Brigata NICOTERA”, diventata Brigata SPANGARO, dove attese di imbarcarsi sul piroscafo per Napoli. Il Mazziotti, sulla scorta del Caraguel scriveva che la Brigata dovette fermarsi a Salerno il 9 settembre 1860 per mancanza di carbone 

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1° settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che, la BRIGATA SPANGARO (la ex Brigata Nicotera portata da Livorno a Palermo), l’8 settembre 1860 giungeva a Sapri. Dopo l’arrivo a Sapri dei vapori che da Palermo la portarono a Sapri, la Brigata SPANGARO, dovette attendere il giorno dopo – il 9 settembre 1860 per la partenza dal porto di Sapri che la doveva portare a Napoli. Partendo dal porto di Sapri, però, la Brigata dovette fermarsi a Salerno il giorno 9 settembre 1860, come vedremo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini Manzoni (….), a p. 514, nell’Allegato II, Tabella di Marcia – Riassunto, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: 1° settembre partenza; 2 settembre sul mare; 3 settembre Palermo; 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno; 10 settembre Napoli etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Dunque, il Lacava, a differenza del Pecorini-Manzoni scriveva che una porzione della Brigata Spangaro – dopo la partenza da Palermo, il 7 settembre 1860, arrivò a Sapri il 7 settembre 1860 alle 19,00 del pomeriggio, ma dovette fermarsi a Sapri e ripartire da Sapri solo l’8 settembre 1860. Infatti il Lacava scriveva che arrivati a Sapri il 7 settembre 1860 “…..e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno.”. Dunque, le date dateci dal Lacava non coincidoo con le date dateci dal Pecorini. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Scilia e di Napoli”, a p. 311, parlando dell’arrivo dei volontari a Napoli, in proposito scriveva che: “I garibaldini arrivano ogni giorno. Finora sono giunte le brigate Bixio, Turr, Cosenz e Nicotera, i cui uffiziali sono ornati di fascioni tricolori. Una porzione della Brigata Turr è andata ad Ariano etc…(Nazione del 15 settembre 1860).”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre, credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Dunque, Policicchio scriveva che la brigata Spangaro arrivava a Sapri  proveniente da Palermo e da Sapri partì per Salerno il giorno 6 settembre 1860. Dunque, per partire il 6 da Sapri, dal suo porto, è probabile che il 5 settembre la brigata di Pietro Spangaro (la ex di Castel Pucci e del Nicotera, arrivati dal 1° al 3 settembre a Palermo, dove il Nicotera si era dimesso). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Vi sono qui alcuni errori. Bersani è Bertani ed inoltre i volontari di Nicotera furono organizzati con i fondi raccolti dal Bertani ma furono opera del Nicotera stesso a Castel pucci in Toscana. Dunque, De Crescenzo scriveva che la Brigata SPANGARO arrivò nel porto di Salerno con due Vapori alle 22,30 del giorno 9 settembre 1860. Dunque, si partì da Sapri il giorno 8 settembre 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Dunque, Matteo Mazziotti, ci fornisce la notizia che “una porzione della Brigata Spangaro”, arrivò da Palermo il giorno 8 settembre 1860 a Sapri e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Dunque, Mazziotti scriveva che, la BRIGATA SPANGARO, dopo essere partita da Palermo ed arrivata nel porto di Sapri con dei vapori – di cui non dice quali – dovette attendere nel porto di Sapri – e, ricevuto l’ordine di partenza per Napoli – dovette fermarsi e “scendere a Salerno” per mancanza di carbone. La Brigata Spangaro, dunque, dovette scendere a Salerno dove si fermò alcune ore prima di proseguire per Napoli.

Nel 27 agosto 1860, da Rogliano, la marcia di CLEMENT CARAGUEL (che faceva parte della Legione Francese di Paolo De Flotte)

Sui movimenti della 2° Brigata della Divisione Cosenz – quella comandata da Milbitz, Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto.”. Dunque, Agrati racconta che solo il 27 agosto 1860, la 2° Brigata del generale Milbitz, aggregata alla DIVISIONE DI COSENZ sbarca a Nicotera e prosegue la marcia per MILETO in Calabria. Dunque, Milbitz con i suoi volontari garibaldini della 2° Brigata della Divisione Cosenz, dopo essere sbarcato a NICOTERA in Calabria, il 27 agosto 1860, raggiunge MILETO. Dunque, Caraguel insieme ai suoi compagni si congiunge con il Milbitz che raggiunge Rogliano – da cui riparte, arriva a Mormanno, a Rotonda ed infine si imbarcherà a Sapri. Clément Caraguel ci racconta del passaggio di lui e della sua Compagnia dell’aggregazione con la Brigata del generale MILBITZ, del passaggio a Melito, a Pizzo, del passaggio a Rogliano, dove ci parla dei “Les volontaires de Rogliano”, del passaggio a San Pietro, dell’arrivo a Cosenza, e finalmente dell’arrivo in Basilicata e a Sapri. Caraguel racconta, a p. 142: “Il generale Cosenz si presentò con un parlamentare davanti al forte per chiedere la resa del comandante. Il comandante, stupito da tale proposta, esitò. Nel frattempo, alcuni garibaldini, etc..”Insieme allo Stato Maggiore ed alla Brigata del generale Milbitz, insieme arrivarono a Melito di Calabria. Caraguel racconta che arrivati a Reggio si ricongiunsero con il generale Cosenz e bisognava conquistare il forte di Scilla. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Arrivarono a Melito, a Monteleone e a Pizzo Calabro e Maida. Finalmente arrivarono a Rogliano. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 167, in proposito a Rogliano scriveva che: Rogliano, dove arrivammo il giorno successivo, aveva un aspetto decisamente militare; vi erano state organizzate due compagnie, che trovammo impegnate in esercitazioni, una di studenti, l’altra di monaci. Le loro uniformi erano tutte di velluto nero, camicette e pantaloni; gli studenti indossavano il cappello garibaldino, i monaci un berretto di velluto con pennacchio; sul berretto era ricamata una croce bianca, in lana per i soldati, in argento per gli ufficiali. Questa uniforme non era certo la meno originale in un esercito dove ce n’erano tante di originali e pittoresche. L’artiglieria arrivò a Rogliano poco dopo di noi, ma, ahimè! in che stato! I muli avrebbero potuto essere esposti con successo in un museo di osteologia; quanto ai cavalli, si può avere un’idea dallo stato dei muli; erano cavalli fantasma. Più di una volta gli artiglieri erano stati costretti ad aggiogarsi ai cannoni per uscire da situazioni difficili.”. A questo punto, Caraguel, mentre stava partendo con la sua Compagnia da Rogliano scriveva che: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, da ciò che scrive in questo passaggio il Caraguel si evince che egli stava partendo mentre, “l’intera Divisione Medici arrivò a Rogliano”. Caraguel, a p. 168, aggiungeva pure che a Rogliano, dovendo egli partire: Era giunto il momento di stringere la mano ai vecchi compagni e ripartimmo, perché il generale Milbitz, nonostante i suoi sessantatré anni, era ancora in testa. Lasciata Rogliano, etc…. In questo passaggio Caraguel ricorda di aver salutato “i vecchi compagni” (credo si riferisca ai compagni della Divisione Medici) e proseguì la marcia seguendo la Brigata del generale Milbitz che nonostante i suoi sessantatré anni, era ancora in testa. Lasciata Rogliano, etc…”. Con il generale Milbitz e la sua Brigata, il Caraguel e la sua Compagnia che faceva parte della Legione Francese, si erano incontrati a Palmi. Caraguel non faceva parte della BRIGATA DEL GENERALE MILBITZ ma aveva fatto un tratto di marcia attraverso la Calabria insieme alla Brigata del generale. Lasciato Rogliano, Caraguel (….), a p. 168 proseguendo il suo racconto scriveva che mettendosi in marcia da Rogliano: Lasciata Rogliano, ci addentrammo in un vero e proprio deserto; per trovare cibo, dovemmo abbandonare la strada principale. Persino i vecchi Beni-Croq’-Poule si dispersero; e perché un Beni-Croq’-Poule fosse spinto a un tale estremo, la carestia doveva essere terribile. E lo era. Cinque di loro si unirono alla nostra causa; io e il mio amico eravamo in sette, e Luigi, il calabrese, il giovane con l’asino, era l’ottavo.”. In questo passaggio – che in verità non comprendo bene – Caraguel spiega che partitosi da Rogliano, forse la sua piccola comitiva lasciò la Brigata Milbitz e si “addentrò in un vero e proprio deserto; per trovare cibo, dovemmo abbandonare la strada principale.”. Si dispersero. Poi aggiunge che: “Cinque di loro si unirono alla nostra causa; io e il mio amico eravamo in sette, e Luigi, il calabrese, il giovane con l’asino, era l’ottavo.”. La piccola comitiva di otto uomini volontari: “Mentre cercavamo un percorso attraverso le montagne, arrivammo in un villaggio chiamato San Pietro, i cui abitanti non avevano mai visto né garibaldini né napoletani. Fu una rara fortuna. Ricevemmo un’accoglienza calorosissima. Io e il mio amico fummo alloggiati a casa del parroco, che era venuto a offrirci i suoi servigi con grande entusiasmo, e le razioni furono distribuite al resto della truppa che si era stabilita nel villaggio.”. Caraguel aveva lasciato la Brigata di Milbitz e si avviò con altri soli sette amici a marciare ed arrivarono al piccolo paese di San Pietro. Lasciato Rogliano e raggiunto il piccolo villaggio calabro di S. Pietro arrivarono a Cosenza, di cui, Caraguel a p. 172, scriveva pure che: “A Cosenza, dove arrivammo pochi giorni dopo, …..A Cosenza, fummo alloggiati a casa del cappellano del carcere, un uomo eccellente, il signor Luigi Valentini, la cui famiglia pagò un prezzo altissimo per la causa della libertà. I suoi due fratelli, ardenti patrioti, furono infatti impiccati sotto Ferdinando I, per non parlare di uno zio e un nipote che morirono nelle prigioni di Francesco II, presente etc…”. Caraguel dopo essere stato a Cosenza prosegue la sua marcia attraverso la Calabria Tirrenica ed arriva a Mormanno. Caraguel insieme ai suoi sette compagni arrivò a Mormanno, un piccolo paese della Calabria e, a p. 174, arrivati a Cosenza e poi a Mormanno, in proposito scriveva: “A Marmanno trovammo un volontario della compagnia francese, rimasto indietro, malato e febbricitante. Era uno degli otto che avevano accompagnato de Flotte nella sua audace esplorazione dello Stretto di Messina. Lo riconobbi e lo abbracciai con profonda commozione.”. In questo passaggio, però, il Caraguel, parlando del volontario garibaldino che ritrovarono a Mormanno ferito, dicendo che egli apparteneva alla compagnia che “avevano accompagnato de Flotte”. E parla dell’elogio funebre che i Calabresi fecero a questo volontario francese. Dunque, riepilogando, la Compagnia a cui apparteneva Clement Caraguel era una compagnia di volontari francesi che fu chiamata “Legione Francese”, organizzata da DE FLOTTE e posta sotto il comando supremo del generale COSENZ. Dunque, Caraguel, dopo aver marciato attraverso la Calabria tirrenica e dopo essere stato a Mormanno, entrerà nella Basilicata ed arriverà a Rotonda. A a p. 175, in proposito aggiungeva che: “Lasciammo la Calabria a Rotonda per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerno; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina.”. Caraguel si imbarcherà a Sapri, ma in questi brevi passaggi non dice nulla su Rotonda e sul percorso che fece e con chi lo fece fino all’arrivo nel porto di Sapri. Caraguel scrive solo che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerno; a bordo c’era già la divisione Sacchi.”. Dunque, nel porto di Sapri – prima che il Caraguel arrivasse con la sua piccola comitiva di volontari – era già imbarcata la Divisione di Gaetano Sacchi. Sulla Brigata del Sacchi – che il Caraguel dice di aver trovato già imbarcata sul piroscafo “il VITTORIA” alla fonda nel porto di Sapri – vi sono altre testimonianze che non fanno coincidere le date presunte dell’arrivo di Caraguel a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Caraguel, dopo aver parlato dell’imbarco a Sapri e del viaggio per Salerno dove non potettero fermarsi, a pp. 179-180, in proposito aggiungeva: “Finalmente entriamo in questa magnifica baia. di Napoli, la più bella del mondo.Le navi da guerra napoletane allora nel porto di Vittorio Emanuele II furono onorate con una salva di ventuno colpi…….(p. 181) Dopo due settimane di riposo a Napoli, mi ero unito alla divisione Bixio.”

LA BRIGATA ASSANTI comandante della 1° Brigata della XVI DIVISIONE COSENZ

(Foto n….) – Tenente Colonnello Damiano Felice Gaetano Assanti

La Brigata di cui è testimone Caraguel potrebbe essere la BRIGATA ASSANDRI ? Sirtori scrivendo a Garibaldi gli comunicava il 9 settembre 1860 che la Brigata Assandri sarebbe arrivata il giorno ovvero il giorno 10 settembre 1860. Infatti, nel suo racconto è molto probabile che Caraguel si riferisca al giorno 10 settembre in cui egli arriva al porto di Sapri. Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre comunicava a Garibaldi che, la Brigata ASSANDRI si trovava a Rotonda ed era attesa a Lagonegro per il giorno dopo. A quale divisione apparteneva la “Brigata Assandri” ?. L’Esercito dell’Italia Meridionale, formato da Garibaldi constava della  16ª Divisione (Cosenz) 1ª Brigata (Assanti); 3° Reggimento (Albuzzi). Da Wikipedia leggiamo che il colonnello ASSANTI era comandante della 1° Bigata della 16° Divisione del generale Cosenz. Non so se il Sirtori, nel dispaccio indirizzato a Garibaldi si riferisca a “GAETANO ASSANTI” (Agrati dice “Brigata Assandri”), era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore della XVI “Divisione Cosenz”. Sul colonnello Gaetano ASSANTI, troviamo sulla Treccani on-line che nel 1860 prese parte alla spedizione deì Mille. Come colonnello nella 16a divisione, si segnalò a Mìlazzo, e nella battaglia del Volturno. Credo che errasse Agrati chiamandolo “Assandri”. Dunque, sappiamo che il “3° Reggimento, detto “Albuzzi” era già a Lagonegro arrivato con Sirtori mentre l’Assandri era attesa a Lagonegro per il giorno 10 settembre 1860. Sulla rete apprendiamo che Damiano Felice Gaetano Assanti  (Catanzaro, 9 luglio 1809 – Roma, 27 febbraio 1894), nel 1860 partecipa alla spedizione dei Mille, sbarca in Sicilia assieme al generale Enrico Cosenz come colonnello nella XVI Divisione dell’Esercito Meridionale. La Brigata Garibaldina Assanti fu una storica unità militare dell’Esercito Meridionale comandata dal colonnello (poi maggior generale) calabrese Damiano Assanti durante la Spedizione dei Mille nel 1860. L’unità partecipò ad alcune delle fasi e battaglie più importanti del Risorgimento per l’unificazione d’Italia. La brigata faceva parte della divisione guidata dal generale Enrico Cosenz. Era composta da centinaia di volontari (camicie rosse) e vari battaglioni di fanteria e bersaglieri. Il suo capo, Damiano Assanti (nato a Catanzaro nel 1809), era un patriota di fida esperienza e nipote dei generali Guglielmo e Florestano Pepe. A quale divisione apparteneva la “Brigata Assandri” ?. L’Esercito dell’Italia Meridionale, formato da Garibaldi constava della XVI Divisione (Cosenz) 1ª Brigata (Assanti); 3° Reggimento (Albuzzi). Da Wikipedia leggiamo che il colonnello ASSANTI era comandante della 1° Bigata della XVI Divisione del generale Cosenz. Non so se il Sirtori, nel dispaccio indirizzato a Garibaldi si riferisca a “GAETANO ASSANTI” (Agrati dice “Brigata Assandri”), era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore della XVI “Divisione Cosenz”. Sul colonnello Gaetano ASSANTI, troviamo sulla Treccani on-line che nel 1860 prese parte alla spedizione deì Mille. Come colonnello nella XVI DIVISIONE COSENZ, si segnalò a Mìlazzo, e nella battaglia del Volturno. Credo che errasse Agrati chiamandolo “Assandri”. Dunque, sappiamo che il “3° Reggimento, detto “Albuzzi” era già a Lagonegro arrivato con Sirtori mentre l’Assandri era attesa a Lagonegro per il giorno 10 settembre 1860. Sulla rete apprendiamo che Damiano Felice Gaetano Assanti  (Catanzaro, 9 luglio 1809 – Roma, 27 febbraio 1894), nel 1860 partecipa alla spedizione dei Mille, sbarca in Sicilia assieme al generale Enrico Cosenz come colonnello nella XVI Divisione dell’Esercito Meridionale.

16.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Cosenz
Stato Maggiore di Divisione Capo Magg. Serafini
1.a Brigata Comandante Colonn. Assanti
2.a Brigata Comandante Magg. Gen. De Milbitz

Cosa sappiamo di questa Brigata, della BRIGATA ASSANTI ? Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nel capitolo “Dunne e Cosenz con Medici”, a pp. 153-154, in proposito scriveva che: “Cosenz, come sappiamo era rimasto a Genova dopo la partenza del Medici, che gli aveva trasmesse le istruzioni e le facoltà medesime ch’egli aveva ricevute il 5 di maggio da Garibaldi, istruzioni e facoltà che, in fondo, si riducavano a questo imperativo: procurare in ogni modo soccorsi alle spedizioni precedenti. Cosenz, che s’era aggregato il colonnello Damiano Assanti, si era potuto valere degli stessi aiuti di cui s’era valso il Medici, sovrattutto di quello del Governo Sardo, etc…Debbo dire però che soltanto con l’aiuto del Governo di Torino fu possibile anche al Cosenz di riunire soldati ed armi in numero di due migliaia di uomini perfettamente organizzati, fra essi non pochi dimissionari e regolarmente congedati dall’esercito piemontese. Essi presero imbarco sul ‘Washington’ Etc…”. Dunque, Agrati scriveva che: Cosenz, che s’era aggregato il colonnello Damiano Assanti, etc…”. Infatti, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Dunque, secondo il Cesari (….), il generale Enrico COSENZ faceva imbarcare a Torre del Faro la Legione francese di De Flotte e la BRIGATA ASSANTI, circa 1200 uomini, con i quali – riferendosi al Cosenz: “….riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Come sappiamo, la Brigata ASSANTI, dipendeva anch’essa dal Comando del generale Enrico Cosenz. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” apprendiamo che la DIVISIONE del generale Enrico Cosenz era composta da due Brigate ed una di esse era al comando del generale MILBITZ. La DIVISIONE DI ENRICO COSENZ comprendeva unità di fanteria e brigate operative come la brigata guidata dal colonnello Damiano Assanti e la brigata del maggiore generale Aleksander Izenschmid de Milbitz. Nel settembre del 1860 i reparti marciarono verso la zona di Sapri, da dove proseguirono via mare e via terra verso Napoli e Caserta. Dunque, sappiamo che la 1° BRIGATA DELLA DIVISIONE COSENZ comandata dal colonnello ASSANTI si imbarcò al Faro “…coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Insieme alla Brigata Assanti, il Cosenz ordinò l’imbarco per la traversato dello Stretto di Messina e sbarcare in Calabria anche alla Compagnia o Legione Francese organizzata da Paolo De Flotte a cui apparteneva Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerno; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Siccome non si comprende bene se la Compagnia del Caraguel a quale compagnia appartenesse quando arrivò a Rotonda, mi chiedo se le sue parole riguardino anche la Brigata Assanti. Sulla 1° Brigata Assanti della DIVISIONE COSENZ ha scritto anche Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, nel Cap. XV, a p. 236 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo la battaglia di Milazzo tutte le forze garibaldine si concentrarono attorno Messina e lungo il litorale del Faro. Era venuto il momento di passare lo stretto. Due campi erano occupati allora dall’esercito garibaldino condensato sullo stretto: uno si estendeva da Taormina a Giardini e lo formavano le truppe di Bixio e di Eberhardt; l’altro da Messina a Torre di Faro, composto dalle truppe di Medici, Eber e Cosenz….La legione francese, comandata da De Flotte, essendo aggregata al corpo di spedizione di Cosenz, accampava anch’essa tra Torre di Faro e Messina.”. Colocci a p. 252 e ssg, parlando dello sbarco in Calabria aggiungeva che: “Prima a raggiungere la riva fu appunto la 1° divisione della flottiglia, che portava anche la legione francese etc..”, ma non dice nulla sulla 1° Brigata di Assandri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il 26 il Dittatore è a Nicotera…..Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e proseue per Mileto….Lo stesso giorno 27 il Medici transita a Monteleone diretto anch’egli al Pizzo, dopo essere sbarcato il 26 a Nicotera, sotto gli occhi di Garibaldi venuto da Gioia.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la 1° Brigata Assanti della DIVISIONE COSENZ, Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata.”. Dunque, il 27 agosto 1860, da una lettera del 27 ricevuta dal Sirtori si evince che il generale “Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata.”. Dunque, Cosenz sarebbe partito da Rosarno in Calabria il 27 agosto 1860 insieme alla sua 1° BRIGATA ASSANTI. Alessandro Magni (….), nel suo “Vicende della spedizione Cosenz nella guerra del 1860”, ed. Forzani & C., Roma, 1912, a p. 6, in proposito scriveva che: “Il Colonnello brigadiere Cosenz, come altri suoi colleghi, fu promosso Maggior generale e la sua Divisione, composta di due soli reggimenti e di una compagnia di Carabinieri Genovesi, prese il n. 16. Il comando del primo reggimento fu dato al Colonnello conte Fazioli, e quello del secondo reggimento al Colonnello Filippo Borghesi. Lo scrivente fu aggregato alla terza compagnia di questo secondo reggimento col grado di Furiere. Dopo la rivista passata dal Dittatore si parti per Milazzo, ove il Generale borbonico Bosco stava per prendere l’offensiva. Il nostro Generale Cosenz colla compagnia dei Carabinieri Genovesi, precedè il resto della sua Divisione, coll’ordine di seguirlo con celerità. Perciò quando i due reggimenti giunsero a Cefalù il mattino del 18 luglio, si pensò di affrettarne il viaggio imbarcandoli sopra navi a vela.”. Alessandro Magni (….), nel suo “Vicende della spedizione Cosenz nella guerra del 1860”, ed. Forzani & C., Roma, 1912, a p. 7, in proposito scriveva che: “Finalmente il 21 agosto si udi il cannoneggiamento dalla parte di Reggio, provocato dall’ assalto di Garibaldi, il quale colle truppe di Bixio e di Eberhard era sbarcato a Melito. La sera stessa nell’oscurità e in silenzio le due Divisioni Medici e Cosenz furono imbarcate sopra navi da pesca, condotte da 10 o 12 rematori, con 15 o 20 volontari ognuna. Si vogò tutta la notte per vincere le correnti dello stretto e girare la punta del Faro, onde portarsi al suo lato Nord-Ovest, in posizione da evitare nella traversata i tiri del forte di Scilla. Le navi borboniche in crociera, delle quali vedemmo i fanali, non si accorsero di noi, che avressimo potuto essere affondati dai loro cannoni…”. Dunque, Magni, che racconta la memoria di un volontario garibaldino, col grado di Foriere, scriveva che la sera del 21 agosto 1860, fu operato la traversata di una flottiglia di piccole barche a remi che dovevano sbarcare in Calabria. Garibaldi aveva conquistato Reggio con Bixio. Magni scriveva pure che partirono in silenzio sulla flottiglia le due DIVISIONI MEDICI e la XVI DIVISIONE COSENZ: La sera stessa nell’oscurità e in silenzio le due Divisioni Medici e Cosenz furono imbarcate sopra navi da pesca, condotte da 10 o 12 rematori, con 15 o 20 volontari ognuna.”. Magni, a p. 7 continuando il suo racconto, a p. 7 scriveva che: Avvicinatasi la flottiglia alla spiaggia Calabrese, fra Scilla e Bagnara, senza che alcuna nave nemica fosse apparsa, le due barche cannoniere che la precedevano, dovettero aprire il fuoco contro i soldati borbonici, i quali dalla via Consolare, contigua alla spiaggia, tentavano impedirci lo sbarco. Questo non era facile, poichè su quella costa, le onde, anche con mare tranquillo come quello che avevamo, si urtano e si accavallano sempre, trascinando molta e grossa ghiaia. Però il nostro sbarco potè egualmente eseguirsi con celerità, frail tuonar dei cannoni ripercosso dall’eco dei monti. Appena giunti sulla via Consolare ricevemmo l’ordine di salire subito sull’alta montagna che ci sovrastava. Etc…”. Sulla flottiglia allestita anche da Paolo De Flotte e, comandata dal Castiglia, Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a pp. 240-241, in proposito scriveva che: “Codesta, che era l’unica forza marina di Garibaldi, fu distribuita in quattro divisioni: la prima forte di 50 imbarcazioni, le altre tre di 40 ciascuna. Ogni imbarcazione era montata da 5 marinai e da un timoniere. Comandante supremo erasi  fatto nominare Salvatore Castiglia, il quale aveva per capo di Stato maggiore il tenente di vascello Tilling. Capo della prima divisione fu Andrea Rossi, capitano di lungo corso del compartimento marittimo di Genova, che comandava la flottiglia di sbarco; capo della seconda era Antonio Sandri, capitano di corvetta, della terza il capitano Giuseppe Marini, della quarta Paolo De Flotte, tenente di vascello di prima classe.”. Dunque, in questo passaggio Colocci ci parla dei capi delle quattro divisioni di cui era composta la flottiglia che doveva trasportare le due Divisioni, quella di Medici e quella di Cosenz in Calabria. Abbiamo già visto come alcuni ci parlano dell’Assanti ma il Colocci non dice nulla sull’Assanti. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 773, in proposito scriveva che: “Il giorno 24 agosto, il generale Garibaldi concentrò tutta la sua armata attiva, eccetto la divisione Rustow che stava tuttavia in Milazzo, nelle vicinanze di Scilla col seguente ordine: alla testa stavano le truppe arrivate di fresco da Sicilia; poi le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz e la divisione Medici, e finalmente la divisione Bixio. L’artiglieria, che in parte era disbarcata, fu da Orsini impiegata a formare nuove batterie sul litorale dell’estrema Calabria, perchè l’esercito rivoluzionario, guardato etc…”.

Nel 4 settembre 1860, la Brigata ASSANTI della XVI DIVISIOE COSENZ era a Cosenza e celebrò le funzioni per i Fratelli Bandiera

Sulla Brigata ASSANTI, ha scritto Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 298 che, parlando della commemorazione dei Fratelli Bandiera a Cosenza, il 4 settembre 1860, in una lettera di un Garibaldino che egli pubblicò vi è scritto: “(La patriottica solennità era stata improvvisata e proposta dalla  compagnia dei carabinieri di Genova, che furono secondati dal brigadiere Assanti, dal Governatore e dal Sindaco. II tenente Savi, su quelle zolle, già imporporate dal sangue dei Bandiera, pronunciò un breve discorso, in cui accennò alla tristizia dei tempi che videro il martirio dei generosi, etc…”. Dunque, secondo questa lettera, il brigatiere ASSANTI pare che il 4 settembre 1860 abbia partecipato alle solennità in onore dei fratelli Bandiera a Cosenza, insieme ai suoi Carabinieri di Genova che appartenevano alle truppe della XVI DIVISIONE COSENZ. Come vedremo, l’8 settembre 1860 i Carabinieri di Genova saranno a Rotonda. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “..XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli.”. Dunque, secondo il Perini, Garibaldi, che aveva lasciato Soveria Mannelli ed era arrivato a Cosenza il 31 agosto 1860, “…conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava etc…”. Sappiamo che Garibaldi arrivò a Rotonda e lì lasciò il resto delle truppe. Sappiamo che Stefano Canzio lasciò Garibaldi, che procedeva oltre, a Tarsia. Sempre il Menghini, dal Diario di Canzio, a p. 298 scriveva che a Cosenza, il 4 settembre 1860: “II tenente Savi, su quelle zolle, già imporporate dal sangue dei Bandiera, etc…”. Ma dal 31 agosto 1860 la Brigata Assanti della Divisione di Cosenz cosa farà. Abbiamo visto che la Brigata di Assanti si trovava a Cosenza il 4 settembre 1860 e che, marciando sarà l’8 settembre 1860 a Rotonda da dove arriverà il 9 settembre 1860 a Lagonegro per andare ad imbarcarsi a Sapri. Dunque, dal 4 settembre all’8 la Brigata ASSANTI marcerà da Cosenza fino a Rotonda. Menghini, a p. 299 scriverà che: “Poche ma gravi notizie. Turr è sbarcato a Sapri con 40U0 nomini. Partono alla volta della provincia di Salerno, divisi in due colonne. I generali Medici e Cosenz.”. Dunque, il Menghini scriveva che dopo lo sbarco di Turr a Sapri, il 2 settembre 1860, “…divisi in due colonne, i generali Medici e Cosenz partono alla volta di Salerno”. In effetti sappiamo che il Turr scrisse al Bixio per comunicargli che la XV DIVISIONE paassava al suo comando ed andava a prenderla a Paola.

Nel 8 settembre 1860, è a Rotonda, la BRIGATA ASSANTI (1° Brigata XVI DIVISIONE COSENZ), dove, forse a questa Brigata si unì un piccolo gruppo di cui faceva parte Clement CARAGUEL ? 

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Dunque, Agrati cita la lettera che il generale Sirtori, da Lagonegro inviò il 9 settembre 1860 a Garibaldi per avvisarlo dei movimenti delle truppe. Sirtori scrivendo a Garibaldi il 9 settembre 1860 gli comunicava che: “La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda.”. Dunque, se Sirtori scrive a Garibaldi il giorno 9 settembre 1860 vuol dire che la Brigata ASSANDRI si trovava a Rotonda già dal giorno 8 settembre 1860La Brigata di cui è testimone Caraguel potrebbe essere la BRIGATA ASSANTI ? Sirtori scrivendo a Garibaldi gli comunicava il 9 settembre 1860 che la Brigata ASSANTI sarebbe arrivata il giorno 10 settembre 1860. Infatti, nel suo racconto è molto probabile che Caraguel si riferisca al giorno 10 settembre in cui egli arriva al porto di Sapri. Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre comunicava a Garibaldi che, la Brigata Assanti si trovava a Rotonda ed era attesa a Lagonegro per il giorno dopo. Dopo essere arrivati a Mormanno, la piccola comitiva di cui faceva parte Caraguel arrivò in Basilicata a Rotonda. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerno; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Caraguel spiega che la sua piccola comitiva arrivò a Rotonda – da cui, marciò per essere a Sapri il giorno dopo che Garibaldi era arrivato a Napoli, ovvero giorno 8 settembre 1860. L’8 settembre 1860, dopo aver lasciato la Calabria ed arrivato a ROTONDA in Basilicata, nel suo racconto salta direttamente al racconto dell’arrivo nella notte arrivò a Sapri e scriveva che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”. Dunque, Caraguel racconta che arrivati a Rotonda, nel porto di Sapri, li aspettava un piroscafo “La Vittoria” per portarli a Salerno. Ma, Caraguel racconta che sul piroscafo “La Vittoria” che era nel porto di Sapri, l’8 settembre 1860, Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica.”. Dunque, immagino che Caraguel si riferisca alla notte dell’8 settembre 1860, si imbarcò sul ponte del piroscafo la Vittoria e lì – scrive sempre il Caraguel – “a bordo c’era già la divisione Sacchi.”. Dunque, secondo il racconto di Caraguel, quando arrivarono sul piroscafo Vittoria, al porto di Sapri, Caraguel con la sua Compagnia di volontari garibaldini trovò già stipata la BRIGATA SACCHI. Ma che giorno era ? Quando arrivò a Sapri Clement Caraguel ? Caraguel scriveva che, nel porto di Sapri, passò molto vicino al piroscafo Vittoria un altro piroscafo garibaldino e che dai volontari garibaldini che si trovavano su questo altro piroscafo essi appresero la lieta notizia dell’arrivo “ieri mattina” di Garibaldi a Napoli. Dunque, il racconto di Caraguel si riferisce all’8 settembre 1860. Mi chiedo se è così ?. Caraguel racconta che sul Vittoria vi era già arrivata la Brigata Sacchi. Ma, poteva essere l’8 settembre 1860 se la Brigata Sacchi, l’8 settembre 1860 si trovava ancora a Lagonegro ?. Infatti, riguardo la Brigata Sacchi, comandata da Gaetano Sacchi, le cui memorie furono pubblicate da Renato Soriga (….), ha scritto anche Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata…., ciò vuol dire che la Compagnia di Clement Cararaguel arrivò al porto di Sapri – dove trovò la Brigata Sacchi sul Vittoria – il 10 settembre 1860. Dunque, la Compagnia di cui faceva parte il Caraguel aveva marciato da ROTONDA fino al porto di Sapri già dai giorni precedenti il 10 settembre 1860. E, sulla Brigata Sacchi, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Caraguel, dopo aver parlato dell’imbarco a Sapri e del viaggio per Salerno dove non potettero fermarsi, a pp. 179-180, in proposito aggiungeva: “Finalmente entriamo in questa magnifica baia. di Napoli, la più bella del mondo. Le navi da guerra napoletane allora nel porto di Vittorio Emanuele II furono onorate con una salva di ventuno colpi…Dopo una settimana di riposo a Napoli, mi ero unito alla Divisione Bixio.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il 26 il dittatore è a Nicotera…..Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….Lo stesso giorno 27 il Medici transita a Monteleone diretto anch’egli al Pizzo, dopo essere sbarcato il 26 a Nicotera, sotto gli occhi di Garibaldi venuto da Gioia.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la 1° Brigata Assanti della DIVISIONE COSENZ, Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata.”. Dunque, il 27 agosto 1860, da una lettera del 27 ricevuta dal Sirtori si evince che il generale “Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata.”. Dunque, Cosenz sarebbe partito da Rosarno in Calabria il 27 agosto 1860 insieme alla sua 1° BRIGATA ASSANTI. Sull’Assanti ha scritto Alessandro Magni (….), nel suo “Vicende della spedizione Cosenz nella guerra del 1860”, ed. Forzani & C., Roma, 1912, a p. 9, riferendosi alla resa del generale Briganti, in proposito scriveva che: “Avvenuta tale resa il Generale Cosenz si pose al seguito del Dittatore, col quale entrò in Napoli il 7 settembre, e fu poi nominato Ministro della guerra. Il comando della 16ma Divisione (ossia Brigata) fu affidato al Colonnello brigadiere Assanti Pepe. Subito dopo incominciarono le nostre lunghe marcie verso Napoli, per la via Consolare fino a Lagonegro. Poi un piccolo sentiero ci condusse a Sapri, d’ onde due piroscafi ci trasportarono alla capitale il 15 settembre.”. La testimonianza di Alessandro Magni (….) che faceva parte delle truppe del Cosenz, ovvero della XVI DIVISIONE, è interessantissima. In primo luogo Magni scriveva che dopo l’avvenimento del generale Briganti, il generale Cosenz si aggregò allo Stato Maggiore di Garibaldi che, da Cosenza procedè separatamente dalle sue truppe insieme al generale Cosenz. Magni scriveva pure che: Il comando della 16ma Divisione (ossia Brigata) fu affidato al Colonnello brigadiere Assanti Pepe.”. Il comando della XVI DIVISIONE COSENZ fu affidato al Colonnello Assanti Pepe. Magni scrive pure che la XVI DIVISIONE COSENZ procedè senza Cosenz diretta a Napoli e marciò al comando di ASSANTI “….per la via Consolare fino a Lagonegro. Poi un piccolo sentiero ci condusse a Sapri, d’ onde due piroscafi ci trasportarono alla capitale il 15 settembre.”.

A SAPRI CONCENTRAMENTO DI TRUPPE GARIBALDINE IN ATTESA DI PARTIRE PER NAPOLI SUL PIROSCAFO BENVENUTO

Nell’8 settembre 1860, nel porto di SAPRI, metà della 2° Brigata della Divisione COSENZ (DIVISIONE XV), al comando del generale MILBITZ, sono imbarcati sul piroscafo “VITTORIA”, alla fonda al porto di Sapri – forse la stessa Brigata a cui si era aggregato Clement Caraguel

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Dunque, dalla comunicazione che il 9 settembre il Sirtori inviava a Garibaldi si evince che nel porto di Sapri, il 9 settembre 1860 vi era metà della 2° Brigata della DIVISIONE COSENZ che era comandata dal generale MILBITZ. Ciò che scrive il Sirtori al Garibaldi denota che metà della 2° Brigata di Milbitz già l’8 settembre si trovava a Sapri imbarcata sul piroscafo il “VITTORIA”. Ciò che scrive l’Agrati e la lettera di Sirtori fa coincidere le date desunte dalle memorie di Clement Caraguel (….). Sirtori scrivendo a Garibaldi, gli comunicava che a Paola, l’8 settembre 1860 attendevano al porto le Brigate: “La Divione Medici è a Paola,….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Come dicevo le date della lettera di Sirtori coincidono con quelle desunte dal racconto di Caraguel. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177, in proposito scriveva che: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerno; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Etc..”Caraguel testimoniava nelle sue memorie che arrivati nel porto di Sapri: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”. Dunque, il giorno – di cui non si capisce bene la data – Caraguel con la sua Compagnia – di cui ancora non si riesce a capire bene quale fosse – si imbarca a bordo del piroscafo “La VITTORIA”. La coincidenza di date, nel Caraguel vi è desunta anche da ciò che egli aggiunge, ovvero che una volta arrivati nel porto di Sapri, ed imbarcatosi sul “Vittoria”, nelle sue memorie scriveva pure che: Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Dunque, Caraguel scriveva che nel porto di Sapri, sul ponte del piroscafo “LA VITTORIA“Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica.”, poi aggiunge che, al mattino prestissimo, dal ponte del piroscafo: avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta.”. Dunque avvistarono un piroscafo battente bandiera inglese. Caraguel scriveva nelle sue memorie che, dal ponte del piroscafo battente bandiera inglese, nel frattempo si era avvicinato: “Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente.”. Dunque, la coincidenza della data 8 settembre 1860 in quanto i volontari dal Vittoria sentirono l’annuncio dell’arrivo a Napoli di Garibaldi, il giorno prima, cioè il 7 settembre 1860. Riepilogando ciò che comunicava il Sirtori a Garibaldi e ciò che scriveva Caraguel si evince che, il giorno 8 settembre 1860, una parte della Brigata di Milbitz si imbarcò sul piroscafo il Vittoria nel porto di Sapri e forse era proprio la Brigata di cui faceva parte Caraguel – che, probabilmente non si divise da Milbitz a Rogliano, ma proseguì la marcia con lui fino a Rotonda e fino a Sapri. A questo proposito, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti, sulla scorta del Caraguel scriveva che la Brigata Sacchi: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. A proposito di questa Brigata, che, quando arrivò Caraguel con il suo gruppo di volontari garibaldini trovò sul piroscafo il “VITTORIA” anche la Brigata comandata dal colonnello GAETANO SACCHI, vi è la testimonianza di un garibaldino, la cui lettera o memorie fu pubblicata da Emile Maison. Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison trascriveva una lettera del 8 settembre 1860, e a pp. 68-69 ci parla di un’escursione a Policastro e, scriveva: Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici…Etc..”. Poi, a p. 69 aggiunge che: Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Il volontario garibaldino che, il giorno 8 settembre 1860 (giorno dopo l’ingresso si Garibaldi a Napoli) scriveva la lettera pubblicata dal Maison, arrivò a Sapri e nel porto di Sapri si era imbarcato sul piroscafo “BENVENUTO” che attendeva il momento propizio per trasportarli a Salerno. Ma il tempo non era dei migliori e quindi dovendo attendere la partenza del piroscafo Benvenuto, il volontario garibaldino fece un’escursione e visita al piccolo paese di Policastro, non lontano da Sapri. Il volontario garibaldino, dopo aver dato delle notizie storiche sul piccolo paese di Policastro, scriveva che, ritornando a Sapri per imbarcarsi sul “Benvenuto”, per via mare, trovarono una tempesta di mare e dovettero scampare in una vecchia Torre cavallara (Torre vicereale) che, già all’epoca chiamavano “Torre Normanna”. Il volontario aggiungeva pure che Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Dunque, il volontario garibaldino, probabilmente francese, al rientro a Sapri, trovò sulla riva, forse del porto di Sapri, la “vecchia compagnia della Flotta”, ovvero i volontari della Compagnia di cui faceva parte Clement Caraguel, ovvero, i volontari della Legione Francese organizzati da Paolo De Flotte che quando arrivarono a Sapri erano aggregati alla 2° Brigata della DIVISIONE COSENZ, comandata dal generale Milbitz. Il volontario garibaldino della lettera pubblicata dal Maison doveva imbarcarsi sul piroscafo BENVENUTO, mentre il Caraguel si imbarcò sul piroscafo “VITTORIA”.  

Nell’8 settembre 1860, da Sapri, un garibaldino, si recò a visitare Policastro e da lì si imbarcò sul piroscafo “BENVENUTO” che da Sapri era diretto a Salerno, ma si imbatte in una tempesta e fa rientro nel porto di Sapri

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 68-69 e ssg. trascriveva una lettera del 8 settembre 1860 e scriveva: “Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée , accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village , car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes. On lui donne sans doute ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prête son nom au golfe qui s’étend devant elle. D’après un historien digne de foi, elle fut , en 1055, entièrement détruite par Robert Guiscard, et cinq siècles plus tard, elle fut encore saccagée par les Turcs. C’est depuis cette dernière époque que Policastro ne s’est plus relevée. Les marais environnants et les rizières qu’on y a établies , en viciantl’air, ont sans doute aussi empêché l’accroissement de la population. Indépendamment de nombreuses ruines, je remarque aussi dans ce pays une flore extrêmementriche; mais comme je ne suis ni archéologue, ni botaniste, je me dispenserai de faire une longue description de ces richesses aux doux parfums, aux brillantes couleurs En revenant, nous sommes assaillis par un orage épouvantable; nous nous réfugions dans une vieille tour romaine, et de là nous contemplons le grandiose spectacle d’un orage en mer. A six heures, nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures, le Benvenuto lève l’ancre, remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne., che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici. Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due compatrioti a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi difficilmente merita il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. È senza dubbio datoLe viene senza dubbio dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché presta il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, e cinque secoli dopo, fu saccheggiata di nuovo dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi furono istituite, inquinando l’aria, hanno senza dubbio impedito anche l’aumento della popolazione. Indipendentemente dalle numerose rovine, noto anche in questo paese una flora estremamente ricca; ma non essendo né archeologo né botanico, mi asterrò dal farne una lunga descrizione. di queste ricchezze dai profumi dolci e dai colori brillanti. Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”In questa lettera datata 8 settembre 1860, il volontario garibaldino di stanza con la sua truppa a Sapri scriveva che, “nonostante il tempo che sembra non stia cambiando”, egli si reca con alcuni suoi amici “connazionali” (francesi) a Policastro per una escursione ovvero visita al paese di Policastro Bussentino, che egli scriveva contava non più di 400 abitanti. Maison, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire, Garibaldi passapar Eboli. A Salerne, il prit le chemin de fer. Sur tout le parcours du train , à chaque village, à chaque station, l’enthousiasme et la joie dépassaient toute expression. Les femmes présentaient des drapeaux, jetaient des fleurs sur les voitures et se disputaient la main du général pour l’embrasser. Les syndics lui adressaient des félicitations; les prêtres et les moines, debout, entourés de leurs ouailles sur les collines, jetaient leurs vivats, et, tenant le crucifix d’une main, l’épée de l’autre, les agitaient dans l’air avec force bénédictions. Au moment où le train passait devant la garde du roi, à Portici, les soldats jetèrent leurs bonnets en l’air et s’associèrent de tout leur coeur au cri de Vive Garibaldi !.”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia. Lungo tutto il treno, in ogni villaggio, in ogni stazione, l’entusiasmo e la gioia superavano ogni espressione. Le donne presentavano bandiere, gettavano fiori sulle carrozze e facevano a gara per baciare la mano del generale. I sindaci gli rivolgevano le loro congratulazioni; i preti e i monaci, in piedi, circondati dai loro greggi sulle colline, lanciavano i loro applausi e, tenendo il crocifisso in una mano e la spada nell’altra, li agitavano in aria con forti benedizioni. Mentre il treno passava davanti alla guardia reale, a Portici, i soldati gettarono in aria i loro berretti e si unirono con tutto il cuore al grido di “Viva Garibaldi!”.”Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison trascriveva una lettera del 8 settembre 1860, e a pp. 68-69 ci parla di un’escursione a Policastro e, scriveva: Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici…Etc..”. Poi, a p. 69 aggiunge che: Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Il volontario garibaldino che, il giorno 8 settembre 1860 (giorno dopo l’ingresso si Garibaldi a Napoli) scriveva la lettera pubblicata dal Maison, arrivò a Sapri e nel porto di Sapri si era imbarcato sul piroscafo “BENVENUTO” che attendeva il momento propizio per trasportarli a Salerno. Ma il tempo non era dei migliori e quindi dovendo attendere la partenza del piroscafo Benvenuto, il volontario garibaldino fece un’escursione e visita al piccolo paese di Policastro, non lontano da Sapri. Il volontario garibaldino, dopo aver dato delle notizie storiche sul piccolo paese di Policastro, scriveva che, ritornando a Sapri per imbarcarsi sul “Benvenuto”, per via mare, trovarono una tempesta di mare e dovettero scampare in una vecchia Torre cavallara (Torre vicereale) che, già all’epoca chiamavano “Torre Normanna”. Il volontario aggiungeva pure che Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Dunque, il volontario garibaldino, probabilmente francese, al rientro a Sapri, trovò sulla riva, forse del porto di Sapri, la “vecchia compagnia della Flotta”, ovvero i volontari della Compagnia di cui faceva parte Clement Caraguel, ovvero, i volontari della Legione Francese organizzati da Paolo De Flotte che quando arrivarono a Sapri erano aggregati alla 2° Brigata della DIVISIONE COSENZ, comandata dal generale Milbitz. Il volontario garibaldino della lettera pubblicata dal Maison doveva imbarcarsi sul piroscafo BENVENUTO, mentre il Caraguel si imbarcò sul piroscafo “VITTORIA”A quale corpo o brigata garibaldina appartenesse questo volontario che scrisse le belle lettere pubblicate dal Maison non ci è dato sapere. Sappiamo che arrivò a Sapri il 3 settembre 1860 con il vapore “Benvenuto” che come lui stesso scrisse, ripartì alla volta di Salerno, alle ore 10 del 9 settembre 1860: Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Infatti, sempre il Maison, a p. 71 pubblica un’altra lettera di un volontario garibaldino: “En mer (Sapri), le 9 septembre. Il est une heure du matin, le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire. En un mot, nous essuyons une véritable tempête. Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée. Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin, ne sachant que faire, le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neuf heures du soir.”, che tradotto significa: “In mare (Sapri), 9 settembre. È l’una del mattino, il piroscafo ci abbandona a noi stessi. Pochi istanti dopo, il mare si fa agitato e il vento è contrario. Insomma, stiamo vivendo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimane issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non riceviamo alcun aiuto. Infine, non sapendo cosa fare, il capitano decide di tornare a Sapri, dove arriviamo verso le nove di sera.”. Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 70-71 e ssg. trascriveva una lettera del 9 settembre 1860 e scriveva: A six heures, nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures, le Benvenuto lève l’ancre, remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne. Il est une heure du matin, le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après, la mer devient grosse et le vent contraire. En un mot, nous essuyons une véritable tempête. Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée. Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin, ne sachant que faire, le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neufheures du soir. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire, nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures, l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment, filant dans la direction de Naples. Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu; puis l’un et l’autre bâtiment, en signe de salut, arborent pavillon, comme deux amis qui se tendent la main en se disant: Au revoir !, che tradotto significa: Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riuscimmo a salvarci; trovammo la vecchia compagnia della Flotta sulla riva, in attesa di imbarcarci. Alle dieci, il Benvenuto levò l’ancora, trainato da un piroscafo diretto a Salerno. Era l’una del mattino, il piroscafo ci lasciò soli. Pochi istanti dopo, il mare si fece agitato e il vento contrario. In una parola, incontrammo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimase issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non ricevemmo alcun aiuto. Alla fine, non sapendo cosa fare, il capitano decise di tornare a Sapri, dove arrivammo verso le nove di sera. A mezzanotte lasciammo Sapri di nuovo con un buon vento. Purtroppo, i venti, come “destini e onde”, erano mutevoli, così che il mare si fece di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, ​​lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, diretto a Napoli. Io esultai, che mi fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, issarono le loro bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: “Arrivederci!”. Sempre il Maison, a pp. 71-72 pubblica un’altra lettera datata 10 settembre 1860, e scrive: “En mer, le 10 septembre. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire, nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures , l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment, filant dans la direction de Naples. Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu; puis l’un et l’autre bâtiment, en signe de salut, arborent pavillon, comme deux amis qui se tendent la main en se disant: Au revoir !”, che tradotto significa: “In mare, 10 settembre. A mezzanotte ripartimmo da Sapri con un buon vento. Purtroppo i venti, come “i destini e le onde”, sono mutevoli, così che, con il mare di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, ​​lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, dirigendosi verso Napoli. La acclamai con un applauso, che fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, alzarono le bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: Arrivederci!”. Dunque, questo volontario garibaldino scrive che riparte da Sapri il 10 settembre 1860 alle 24 mezzanotte e dice pure che alle 7 del mattino dell’11 settembre 1860 incontrarono lo Yact Emma di Alexandre Dumas che credo fosse al largo di Agropoli o di Salerno. 

Nell’8 settembre 1860, da Paola, tre Compagnie della 2° Brigata della Divisione COSENZ (DIVISIONE XV), al comando del generale MILBITZ, cioè FARDELLA, LAUGIER e PALIZZOLO si imbarcarono per raggiungere il porto di Sapri

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Sirtori aggiungeva altre informazioni e scrivendo a Garibaldi che: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori, il 9 settembre 1860, da Lagonegro scrivendo a Garibaldi per comunicargli i movimenti delle truppe di volontari gli comunicava che, egli era arrivato nella notte a Lagonegro insieme alla brigata “Sacchi” ed al 1° battaglione “Albuzzi”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. …….La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, il 9 settembre 1860 rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Dunque, la XVII Divisione Medici con i suoi volontari Garibaldini si trovava a Paola. Sirtori scrivendo a Garibaldi, gli comunicava che a Paola, l’8 settembre 1860 attendevano al porto le Brigate: “La Divione Medici è a Paola,….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Dunque, Sirtori comunicava a Garibaldi che a Paola attendevano i vapori per essere trasportati a Napoli la DIVISIONE XVII MEDICI, e la metà della BRIGATA MILBITZ, le compagnie di FARDELLA, PALIZZOLO e LAUGIER. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di imbarcarsi per Napoli. Ma poi, come vedremo in seguito essa non riuscirà ad imbarcarsi per Napoli per un litigio e la prepotenza di Nino Bixio. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che il generale Sirtori, rispondendo a Garibaldi, nel dispaccio del 9 settembre 1860 gli comunicava che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, in un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di potersi imbarcare per Napoli ma stava giungendo anche la brigata di Nino Bixio che era anch’essa diretta a Paola per imbarcarsi per Napoli.

Nel 9 settembre 1860, a Lagonegro, il generale SIRTORI scriveva a Garibaldi per comunicargli notizie sulle truppe raccoltesi a Lagonegro e a Sapri

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori, con un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi, che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori comunicava a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-442, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow. Il Bixio etc…”. Agrati, a p. 444, in proposito aggiungeva: “Comunque, per terra o per mare e più o meno ordinate, le truppe avanzavano e le provincie ad una ad una riprendevano l’antica vita tranquilla. Il Corte da Sapri comunicava in data del 9 che ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo perchè da Sapri partirono altre truppe fino al 14 settembre 1860. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”.

16.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Cosenz
Stato Maggiore di Divisione Capo Magg. Serafini
1.a Brigata Comandante Colonn. Assanti
2.a Brigata Comandante Magg. Gen. De Milbitz

 Nell’ 9 settembre 1860, a Sapri, una porzione della “Brigata MILBITZ” (2° DIVISIONE COSENZ, XV Divisione) è in attesa di imbarcarsi per Napoli

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. ….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. Etc…”. Dunque, l’Agrati riportando il dispaccio di Sirtori a Garibaldi dove è scritto che “metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa di imbarcarsi per Napoli”. Dal dispaccio di Sirtori sappiamo che a Sapri vi era metà della brigata Milbitz e sappiamo pure che Sirtori comunica tutto ciò a Garibaldi il giorno 9 settembre 1860 e dunque, a Sapri, il giorno 9 e 10 settembre 1860 vi era “metà della Brigata Milbitz”, vi era arrivata la brigata Sacchi e vi era arrivata la brigata a cui apparteneva Clement Caraguel, vi era pure la compagnia del maggiore Grioli che dovette restare a Sapri, il giorno 11 settembre 1860. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Sirtori aggiungeva altre informazioni e scrivendo a Garibaldi che: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che era arrivato nella notte a Lagonegro insieme alla brigata “Sacchi” ed al 1° battaglione “Albuzzi”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Sapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerne; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Etc..”Caraguel testimoniava nelle sue memorie che arrivati nel porto di Sapri: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”. Dunque, Caraguel testimonia che lui e la sua compagnia, arrivando nel porto di Sapri e sul ponte del piroscafo “il VITTORIA” aveva trovato ivi la Brigata SACCHI. Dunque, stando a questa testimonianza del Caraguel – che non scrive date – quando arrivò nel porto di Sapri ?. E quale era la sua compagnia ? Era forse quella della Brigata del generale MILBITZ ?. Dalla lettera che Sirtori invia a Garibaldi sappiamo che la Brigata Sacchi arriverà a Sapri il giorno ………settembre 1860 – quando in seguito li ritroverà sul ponte del Vittoria il Caraguel. A questo proposito, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti, sulla scorta del Caraguel scriveva che la Brigata Sacchi: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti scrive che la Brigata SACCHI La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, etc…”. Dunque, le date forniteci da Mazziotti non coincidono con ciò che scriveva il Caraguel. Inoltre la data del 10 settembre 1860 non coincide con ciò che scriveva lo stesso Gaetano Sacchi nelle sue Memorie pubblicate dal Soriga. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….. Dunque, Lacava scriveva che la brigata Sacchi, il 9 era rimasta a Lagonegro ed alle ore 4 del giorno 10 settembre 1860 riprende la marcia da Lagonegro per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. La brigata Sacchi si imbarcherà per Napoli, sul piroscafo “Vittoria” solo il giorno 11 settembre 1860, lasciando a Sapri la compagnia del maggiore Grioli che non potrà imbarcarsi per insufficienza di mezzi. Infatti, come vedremo, sul piroscafo “Vittoria” si erano imbarcati la compagnia Sacchi e dopo ore arriverà e si imbarcherà anche la compagnia di Clement Caraguel (….), che ci ha lasciato una bella testimonianza. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, il giorno – di cui non si capisce bene la data – Caraguel con la sua Compagnia – di cui ancora non si riesce a capire bene quale fosse – si imbarca a bordo del piroscafo “La VITTORIA” ed a questo punto egli scrive nelle sue memorie che: Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Dunque, Caraguel scriveva che nel porto di Sapri, sul ponte del piroscafo “LA VITTORIA”“Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica.”, poi aggiunge che, al mattino prestissimo, dal ponte del piroscafo: avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta.”. Dunque avvistarono un piroscafo battente bandiera inglese. Caraguel scriveva nelle sue memorie che, dal ponte del piroscafo battente bandiera inglese, nel frattempo si era avvicinato: “Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente.”. Caraguel racconta che dal porto di Sapri, il piroscafo Vittoria salpò e: “Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Dunque, Caraguel scrive che arrivati nel porto di Salerno, la sua Compagnia – e presumo anche la Brigata Sacchi, non si fermarono nel porto di Salerno perchè giunse l’ordine di proseguire direttamente per Napoli.

Nel 9 e 10 settembre 1860, a Sapri,  il rientro nel porto del piroscafo “BENVENUTO” (diretto a Salerno) che si imbatte in una tempesta, e poi la sua ripartenza per Salerno, nel racconto di un garibaldino 

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 68-69 e ssg. trascriveva una lettera del 8 settembre 1860 e scriveva: “Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée , accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village , car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes. On lui donne sans doute ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prête son nom au golfe qui s’étend devant elle. D’après un historien digne de foi, elle fut , en 1055, entièrement détruite par Robert Guiscard, et cinq siècles plus tard, elle fut encore saccagée par les Turcs. C’est depuis cette dernière époque que Policastro ne s’est plus relevée. Les marais environnants et les rizières qu’on y a établies , en viciantl’air, ont sans doute aussi empêché l’accroissement de la population. Indépendamment de nombreuses ruines, je remarque aussi dans ce pays une flore extrêmementriche; mais comme je ne suis ni archéologue, ni botaniste, je me dispenserai de faire une longue description de ces richesses aux doux parfums, aux brillantes couleurs En revenant, nous sommes assaillis par un orage épouvantable; nous nous réfugions dans une vieille tour romaine, et de là nous contemplons le grandiose spectacle d’un orage en mer. A six heures, nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures, le Benvenuto lève l’ancre, remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne., che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici. Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due compatrioti a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi difficilmente merita il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. È senza dubbio datoLe viene senza dubbio dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché presta il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, e cinque secoli dopo, fu saccheggiata di nuovo dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi furono istituite, inquinando l’aria, hanno senza dubbio impedito anche l’aumento della popolazione. Indipendentemente dalle numerose rovine, noto anche in questo paese una flora estremamente ricca; ma non essendo né archeologo né botanico, mi asterrò dal farne una lunga descrizione. di queste ricchezze dai profumi dolci e dai colori brillanti. Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”In questa lettera datata 8 settembre 1860, il volontario garibaldino di stanza con la sua truppa a Sapri scriveva che, “nonostante il tempo che sembra non stia cambiando”, egli si reca con alcuni suoi amici “connazionali” (francesi) a Policastro per una escursione ovvero visita al paese di Policastro Bussentino, che egli scriveva contava non più di 400 abitanti. Maison, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire, Garibaldi passapar Eboli. A Salerne, il prit le chemin de fer. Sur tout le parcours du train , à chaque village, à chaque station, l’enthousiasme et la joie dépassaient toute expression. Les femmes présentaient des drapeaux, jetaient des fleurs sur les voitures et se disputaient la main du général pour l’embrasser. Les syndics lui adressaient des félicitations; les prêtres et les moines, debout, entourés de leurs ouailles sur les collines, jetaient leurs vivats, et, tenant le crucifix d’une main, l’épée de l’autre, les agitaient dans l’air avec force bénédictions. Au moment où le train passait devant la garde du roi, à Portici, les soldats jetèrent leurs bonnets en l’air et s’associèrent de tout leur coeur au cri de Vive Garibaldi !.”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia. Lungo tutto il treno, in ogni villaggio, in ogni stazione, l’entusiasmo e la gioia superavano ogni espressione. Le donne presentavano bandiere, gettavano fiori sulle carrozze e facevano a gara per baciare la mano del generale. I sindaci gli rivolgevano le loro congratulazioni; i preti e i monaci, in piedi, circondati dai loro greggi sulle colline, lanciavano i loro applausi e, tenendo il crocifisso in una mano e la spada nell’altra, li agitavano in aria con forti benedizioni. Mentre il treno passava davanti alla guardia reale, a Portici, i soldati gettarono in aria i loro berretti e si unirono con tutto il cuore al grido di “Viva Garibaldi!”.”Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison trascriveva una lettera del 8 settembre 1860, e a pp. 68-69 ci parla di un’escursione a Policastro e, scriveva: Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici…Etc..”. Poi, a p. 69 aggiunge che: Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Il volontario garibaldino che, il giorno 8 settembre 1860 (giorno dopo l’ingresso si Garibaldi a Napoli) scriveva la lettera pubblicata dal Maison, arrivò a Sapri e nel porto di Sapri si era imbarcato sul piroscafo “BENVENUTO” che attendeva il momento propizio per trasportarli a Salerno. Ma il tempo non era dei migliori e quindi dovendo attendere la partenza del piroscafo Benvenuto, il volontario garibaldino fece un’escursione e visita al piccolo paese di Policastro, non lontano da Sapri. Il volontario garibaldino, dopo aver dato delle notizie storiche sul piccolo paese di Policastro, scriveva che, ritornando a Sapri per imbarcarsi sul “Benvenuto”, per via mare, trovarono una tempesta di mare e dovettero scampare in una vecchia Torre cavallara (Torre vicereale) che, già all’epoca chiamavano “Torre Normanna”. Il volontario aggiungeva pure che Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Dunque, il volontario garibaldino, probabilmente francese, al rientro a Sapri, trovò sulla riva, forse del porto di Sapri, la “vecchia compagnia della Flotta”, ovvero i volontari della Compagnia di cui faceva parte Clement Caraguel, ovvero, i volontari della Legione Francese organizzati da Paolo De Flotte che quando arrivarono a Sapri erano aggregati alla 2° Brigata della DIVISIONE COSENZ, comandata dal generale Milbitz. Il volontario garibaldino della lettera pubblicata dal Maison doveva imbarcarsi sul piroscafo BENVENUTO, mentre il Caraguel si imbarcò sul piroscafo “VITTORIA”A quale corpo o brigata garibaldina appartenesse questo volontario che scrisse le belle lettere pubblicate dal Maison non ci è dato sapere. Sappiamo che arrivò a Sapri il 3 settembre 1860 con il vapore “Benvenuto” che come lui stesso scrisse, ripartì alla volta di Salerno, alle ore 10 del 9 settembre 1860: Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Infatti, sempre il Maison, a p. 71 pubblica un’altra lettera di un volontario garibaldino: “En mer (Sapri), le 9 septembre. Il est une heure du matin, le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire. En un mot, nous essuyons une véritable tempête. Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée. Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin, ne sachant que faire, le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neuf heures du soir.”, che tradotto significa: “In mare (Sapri), 9 settembre. È l’una del mattino, il piroscafo ci abbandona a noi stessi. Pochi istanti dopo, il mare si fa agitato e il vento è contrario. Insomma, stiamo vivendo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimane issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non riceviamo alcun aiuto. Infine, non sapendo cosa fare, il capitano decide di tornare a Sapri, dove arriviamo verso le nove di sera.”. Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 70-71 e ssg. trascriveva una lettera del 9 settembre 1860 e scriveva: A six heures, nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures, le Benvenuto lève l’ancre, remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne. Il est une heure du matin, le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après, la mer devient grosse et le vent contraire. En un mot, nous essuyons une véritable tempête. Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée. Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin, ne sachant que faire, le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neufheures du soir. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire, nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures, l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment, filant dans la direction de Naples. Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu; puis l’un et l’autre bâtiment, en signe de salut, arborent pavillon, comme deux amis qui se tendent la main en se disant: Au revoir !, che tradotto significa: Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riuscimmo a salvarci; trovammo la vecchia compagnia della Flotta sulla riva, in attesa di imbarcarci. Alle dieci, il Benvenuto levò l’ancora, trainato da un piroscafo diretto a Salerno. Era l’una del mattino, il piroscafo ci lasciò soli. Pochi istanti dopo, il mare si fece agitato e il vento contrario. In una parola, incontrammo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimase issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non ricevemmo alcun aiuto. Alla fine, non sapendo cosa fare, il capitano decise di tornare a Sapri, dove arrivammo verso le nove di sera. A mezzanotte lasciammo Sapri di nuovo con un buon vento. Purtroppo, i venti, come “destini e onde”, erano mutevoli, così che il mare si fece di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, ​​lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, diretto a Napoli. Io esultai, che mi fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, issarono le loro bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: “Arrivederci!”. Sempre il Maison, a pp. 71-72 pubblica un’altra lettera datata 10 settembre 1860, e scrive: “En mer, le 10 septembre. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire, nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures , l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment, filant dans la direction de Naples. Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu; puis l’un et l’autre bâtiment, en signe de salut, arborent pavillon, comme deux amis qui se tendent la main en se disant: Au revoir !”, che tradotto significa: “In mare, 10 settembre. A mezzanotte ripartimmo da Sapri con un buon vento. Purtroppo i venti, come “i destini e le onde”, sono mutevoli, così che, con il mare di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, ​​lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, dirigendosi verso Napoli. La acclamai con un applauso, che fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, alzarono le bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: Arrivederci!”. Dunque, questo volontario garibaldino scrive che riparte da Sapri il 10 settembre 1860 alle 24 mezzanotte e dice pure che alle 7 del mattino dell’11 settembre 1860 incontrarono lo Yact Emma di Alexandre Dumas che credo fosse al largo di Agropoli o di Salerno. 

Nel 9 settembre 1860, a Sapri, il Battaglione “CORRAO”, in attesa di potersi imbarcare per Napoli

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che il generale Sirtori, rispondendo a Garibaldi, nel dispaccio del 9 settembre 1860 gli comunicava che: Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri.”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito scriveva pure che: Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. Dunque, mentre l’Agrati scriveva che il battaglione Corrao si imbarcò da Paola per Napoli ma fece tappa a Sapri, il Cesari scrive che da Paola, il battaglione Corrao andò direttamente a Napoli. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. I generali La Masa e Corrao erano comandanti della 6.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) della 13° Divisione Stato Maggiore del Generale Turr. Del battaglione di Giovanni Corrao e del suo battaglione ha scritto Giuseppe Paolucci (….), nel suo “Giovanni Corrao e il suo battaglione alla battaglia di Milazzo”. Di Giovanni Corrao, ha scritto Giuseppe Paolucci (….), nel suo “Giovanni Corrao”, in “Archivio Storico Siciliano” 1900, anzi Paolucci Giuseppe, Giovanni Corrao e il suo battaglione alla battaglia di Milazzo, 1900.

Nel 9 settembre 1860, a Sapri, Clemente CORTE scriveva al generale Sirtori e comunicava che a Sapri le truppe erano tutte partite

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Comunque, per terra e per mare e più o meno ordinate, le truppe avanzavano e le provincie ad una ad una riprendevano l’antica via tranquilla. Il Corte da Sapri comunicava in data del 9 che ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Clemente Corte, da Sapri, il 9 settembre 1860, inviava un messaggio al generale Sirtori che era a Lagonegro che spiegava che, a Sapri:  “….ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Il Corte dunque scriveva al Sirtori che il 9 settembre 1860, non vi erano rimaste truppe garibaldine da trasportare a Napoli ma, vedremo che non è così. Corte scriveva pure che a Sapri, il 9 settembre 1860 vi erano rimasti solo i MAGAZZINI DELLA DIVISIONE BERTANI.

Nel 9 settembre 1860, a Lagonegro, il generale Sirtori riceveva l’ordine di affrettare la marcia per Napoli

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale.”.

Nel 9 settembre 1860, a Salerno, l’arrivo di una porzione della “brigata SPANGARO” (ex NICOTERA), al comando di Pietro Spangaro

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1° settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno la prima colonna di garibaldini formata da piemontesi milanesi e volontari, che, vestiti con camiciotto biancaccio e con giacca bruna, si schierarono innanzi all’Intendenza. Tra essi si scorgevano anche ragazzi su quindici e sedici anni. A mezzodì circa e per un’ora intera un gruppo di milanesi che formava l’avanguardia, unitosi alla Guardia Nazionale ed alla banda musicale e seguita dalla folla, percorse le vie della città, cantando inni patriottici e prorompendo in ovazioni a prò della libertà e di Garibaldi. Cessata la dimostrazione, quel gruppo di volontari decise di partire anch’esso per Napoli. Lasciò difatti Salerno alle ore 20 circa ? (40). Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Qui c’è un errore perchè non è “Bersani” ma si tratta di Agostino Bertani. De Crescenzo scrivendo il giorno dopo si riferisce al 9 settembre 1860. De Crescenzo, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera era stato liberato il 3 giugno dalle carceri di Favignana con altri 127 prigionieri, e subito s’era dato ad organizzare un comitato liberale e la Gurdia Nazionale. Ora era stato mandato a preparare la nuova spedizione di volontari in Toscana. Riprenderà le armi nel ’66 e parteciperà alla campagna del Trentino, poi alla battaglia di Mentana. Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. Sui volontari garibaldini che formarono la Brigata Spangaro ha scritto anche Gennaro De Crescenzo che, – rifrendosi all’arrivo della Brigata “ex Nicotera” a Salerno – Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il 9 settembre 1860 arrivò a Salerno verso le 22,30. Essi composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente da Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acqquartierava.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri etc…”. Dunque, il Pecorini-Manzoni non ci parla del resto della brigata Spangaro che passò da Lagonegro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, Rustow scriveva che la brigata Spangaro “anteriormente” era detta brigata Nicotera. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. La brigata Spangaro (una porzione di essa), il 7 settembre 1860, il giorno che Garibaldi entrò trionfante in Napoli, si trovava ancora a Lagonegro ed in partenza per Sala Consilina. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, descrive le soste a Sala e ad Auletta, dove si fermarono e dove giorni dopo la marcia proseguì. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. L’altra parte della brigata Spangaro è quella del Du Champ, che, invece marciò sulla strada consolare arrivando a Lauria e a Lagonegro il 7 settembre e solo il 9 settembre arriverà a Napoli via terra. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”.

Nell’8-9-10 settembre 1860 (?), nel porto di Sapri, sul piroscafo “VITTORIA”, la Compagnia di cui faceva parte Clement CARAGUEL

Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pêle-mêle sur le pont, nous pûmes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle étoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encâblure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix: Hé! les chemises rouges ! Garibaldi est entré à Naples hier matin. A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire. Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples, sans nous arrêter; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir; tout s’était passé le plus galamment du monde. Voici comment: Pear, qui avait devancé sa troupe de quelques heures, arriva devant Salerne avec deux de ses officiers. Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges. Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre, faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres. Dans son embarras, il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir. Etc…, che tradotto significa: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerne; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Etc..”Caraguel testimoniava nelle sue memorie che arrivati nel porto di Sapri: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”. Dunque, il giorno – di cui non si capisce bene la data – Caraguel con la sua Compagnia – di cui ancora non si riesce a capire bene quale fosse – si imbarca a bordo del piroscafo “La VITTORIA” ed a questo punto egli scrive nelle sue memorie che: Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Dunque, Caraguel scriveva che nel porto di Sapri, sul ponte del piroscafo “LA VITTORIA”: “Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica.”, poi aggiunge che, al mattino prestissimo, dal ponte del piroscafo: avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta.”. Dunque avvistarono un piroscafo battente bandiera inglese. Caraguel scriveva nelle sue memorie che, dal ponte del piroscafo battente bandiera inglese, nel frattempo si era avvicinato: “Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente.”. Caraguel racconta che dal porto di Sapri, il piroscafo Vittoria salpò e: “Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Dunque, Caraguel scrive che arrivati nel porto di Salerno, la sua Compagnia – e presumo anche la Brigata Sacchi, non si fermarono nel porto di Salerno perchè giunse l’ordine di proseguire direttamente per Napoli. A questo proposito, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti, sulla scorta del Caraguel scriveva che la Brigata Sacchi: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.

Nel 9 settembre 1860, a Sapri, una porzione della “BRIGATA MILBITZ” (2° Brigata XVI Divisione Cosenz) è in attesa di imbarcarsi per raggiungere Napoli

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi……Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Sirtori aggiungeva altre informazioni e scrivendo a Garibaldi che: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio, la Fardella, Laugier e Palizzolo. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Gapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”.

A PAOLA 

IL PIROSCAFO GOVERNOLO

Carlo Agrati (….), cita l’episodio del violento litigio avvenuto a Paola con Bixio prendendo spunto da uno scritto di Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443 – riferendosi al violento litigio tra il Bixio ed alcuni volontari di un’altra Brigata – in proposito scriveva che: “Senonché, ad un certo punto qualcuno aveva detto al Bixio che una parte dei suoi avrebbe dovuto restare a terra, poiché sui vapori, già zeppi, non c’era posto. Allora egli era stato preso da uno di quei terribili eccessi di furia, nei quali realmente perdeva completamente l’uso della ragione. Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”.”. Sulla testimonianza del Rustow, Agrati, a p….. dice ancora che: “tanto che se non accorrevano quelli di cui parla Rustow, il Bixio etc…”. Dunque, il piroscafo sardo “GOVERNOLO” si trovava a Paola il giorno 9 settembre 1860 quando arrivò Nino Bixio che voleva a tutti i costi imbarcarsi per Napoli. A parte che sui due testi tradotti in italiano dal Rustow non ho trovato traccia di ciò che scrive l’Agrati ma poi a me pare strano che Rustow possa citare, come testimone oculare, questo episodio che risale al 9 settembre 1860, quando lui e le sue truppe, la brigata Milano ed altri, si trovavano verso Napoli. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Tuttavia, la citazione di Agrati è interessante perché fa parlare a Rustow che ci parla del omandante della nave Governolo, D’Aste, ci parla del guardiamarina Puliga, che salì a bordo del Governolo, ci parla dei bavaresi che erano presenti, Eber e Wolf, etc….Rustow riferisce di: A Paola c’era il Governolo….D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto.”. Dunque, il piroscafo GOVERNOLO, aveva come Comandante della nave D’ASTE e poi vi era il Guardiamarine PULIGA. Su Puliga, su Wikipedia leggiamo che Carlo Alberto Quigini Puliga partecipò alla campagna navale del 1860-1861 imbarcato dapprima sulla corvetta a ruote Governolo, e poi sulla pirofregata Vittorio Emanuele, venendo decorato con una medaglia d’argento al valor militare per essersi distinto nei combattimenti sul Garigliano e a Mola di Gaeta. Il 1 settembre 1860 venne promosso sottotenente di vascello, e luogotenente di vascello di seconda classe il 1 ottobre 1862. Dunque egli faceva parte della marina Piemontese, forse inviato a Paola e a Sapri dal Persano. Sempre su Wikipedia leggiamo che il “Governolo” è stata una pirofregata di II rango a ruote della Regia Marina, già della Marina del Regno di Sardegna. Dopo aver fatto la spola insieme ad altre fregate e vapori sardi, il Governolo fu assegnata poi alla squadra comandata dall’ammiraglio Persano, la Governolo partì da Napoli il 13 (per altre fonti 11) settembre 1860 per prendere parte all’assedio di Ancona.

Nell’8, 9, 10 ecc.. settembre 1860, a Paola, l’arrivo e l’imbarco per Napoli su piroscafi in rada di diverse truppe garibaldine

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di imbarcarsi per Napoli. Ma poi, come vedremo in seguito essa non riuscirà ad imbarcarsi per Napoli per un litigio e la prepotenza di Nino Bixio. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che il generale Sirtori, rispondendo a Garibaldi, nel dispaccio del 9 settembre 1860 gli comunicava che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, in un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di potersi imbarcare per Napoli ma stava giungendo anche la brigata di Nino Bixio che era anch’essa diretta a Paola per imbarcarsi per Napoli. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Dunque, il generale Nino Bixio era il comandante luogotenente della XVIII Divisione. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 199, in proposito scriveva: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, …..pur non potendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443,  riferendosi a BIXIO ed alla sua truppa (DIVISIONE XVIII), in proposito scriveva che: “….Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Ma da questo telegramma non appare nulla di quanto era successo. Il Bixio aveva voluto imbarcarsi prima del Medici, dicendo ch’egli era venuto assai prima di lui in Sicilia. Invano gli si era osservato che già da qualche giorno il Medici attendeva in Paola di potersi imbarcare; egli non aveva intender ragioni ed il Medici, pro bono pacis, aveva ceduto. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Nel trambusto di quella marcia affrettata di tutte le truppe garibaldine su Napoli, si ebbero purtroppo altri episodi incresciosi; da parecchie parti giunsero al Sirtori etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., riserendosi al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “….un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow. Il Bixio a Cosenza – dove tra l’altro aveva reso omaggio alla memoria dei fratelli Bandiera con una visita al vallone di Rovito, il luogo della loro fucilazione nel ’44 – aveva ricevuto il giorno 8, da Cosenz a nome del Dittatore, l’ordine di portarsi con la sua Divisione a Paola, dove, a quanto gli era stato detto, avrebbe trovato vapori per Napoli. Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Etc..”. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Stando in Cosenza, avevo udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli, e a me tardava raggiungerlo, per ripigliare presso di lui il posto che avevo lasciato per accompagnarmi col colonnello Malenchini. Troppo tempo però ci voleva per giungere a Napoli per via di terra; sicchè domandai a Bixio qual fosse il porto più vicino nel quale avrei trovato modo di imarcarmi. Bixio mi disse che andassi con lui a Paola, e che colà mi imbarcherei prontamente con la sua divisione perchè nel dì venturo, tre legni a vapore dovevano giungere in porto, per toglierla a bordo e trasportarla a Napoli. Mi posi, dunque, in cammino, insieme alla sua gente, etc…Cavalcavo accanto a Menotti, etc….Giungemmo al villaggio di Santa Fele, che siede sopra un breve altipiano……Etc…M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. Etc..”. Carlo Agrati (….), cita l’episodio del violento litigio avvenuto a Paola con Bixio prendendo spunto da uno scritto di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni, a p. 171, nella nota (1) postillava: “(1)….La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Dobelli citava l’Adamoli. Infatti, di Bixio, arrivato a Cosenza molto tempo dopo, scrive Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 153-154, in proposito , scriveva che: I miei commilitoni, il giorno dopo, rivolto un saluto reverente alle tombe dei fratelli Bandiera fucilati in Cosenza nel 1844 , proseguirono alla volta di Paola, donde, sui vapori a loro destinati, sarebbero senza intoppi pervenuti a Napoli, se la sorte non avesse loro gettato innanzi il generale Bixio, con quel suo carattere indiavolato.  Il Bixio aveva già, su la marina di Paola, commesso un atto di prepotenza, mandando il suo maggiore, Menotti Garibaldi, a impossessarsi de’ piroscafi assegnati alle truppe del Medici, e senz’altro imbarcando su essi la sua brigata. Siffatta esorbitanza aveva provocato da parte del Medici una vera esplosione di risentimento, e ne era seguito, fra’ due comandanti , un diverbio vivacissimo . Composta, non so poi come, la lite col Medici, Bixio fece allora intimare agli ufficiali del Governolo, che aveva già a bordo la mia brigata, di prender su anche le sue compagnie. Il comandante D’Aste gli rimandò il guardiamarina Puliga, quello stesso che presta ancora tanto onoratamente servigio come capitano di vascello; e questi, presentatosi al Bixio, gli spiegò come sul Governolo non ci fosse più posto.”Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….“Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1).”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Dunque, la XVII Divisione era  la Divisione di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo Medici; Capo di Stato Maggiore della Divisione era il luogotenente Colonnello Ferrari; comandante della 1° Brigata era il colonnello Simonetta; comandante della 2° Brigata era il colonnello Corte; il comandante della 3° Brigata era il colonnello Eberhardt; e poi c’era la 4° brigata con Dunne e la 5° Brigata con Mussolino. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori. “San Fili – 7 settembre — Alle quattro il generale Medici ordina a me ed a Lombardi (2) di partire per Paola e far caricare gli effetti di vestiario. Vi andiamo in carrozza e ritorniamo in giornata, perchè è venuto contrordine di partenza dovendosi andare per via di terra. Ritorno a San Fili, paese che si prestò assai male ad approvvigionare la truppa per causa del signor sindaco…, in casa del quale fummo ad alloggiare„. “ Paola • 8 settembre — Si riceve la notizia che Garibaldi entrò ieri in Napoli alle ore dodici meridiane (3), e quindi grande allegria festeggiata con tazze d’acqua gelata offerta dal sindaco ! (“ Partiamo per Paola: giunti, prendiamo alloggio in casa Maraviglia: la famiglia è rispettabilissima ed il capo di casa fu cinque anni a Precida, prigioniero. All’entrare in Paola, sulla strada, ci colse vento così forte e polvere così densa che fermammo le carrozze. Durò poco, ma ci colse sulla sera una fitta pioggia e vento e tale oscurità che la nostra truppa in marcia ne soffrì non poco. “Io mi recai ad alloggiare a San Francesco di Paola, convento poco lungi dal paese. Lo visitai e lo trovai ricco di bellissimi atrii; evvi una buona biblioteca. Dopo, cenai assieme a due signori del paese che mi furono di guida: i condimenti erano all’olio, perchè l’istituzione proibisce latticini e carni.”. Castellini, a p. 61, in proposito aggiungeva: “9 settembre— Si distribuisce il vestiario: al battaglione Menotti (1) diedero cappelli alla calabrese. Etc…”Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 60-61, in proposito scriveva: ““ Paola • 8 settembre — Si riceve la notizia che Garibaldi entrò ieri in Napoli alle ore dodici meridiane (3), e quindi grande allegria festeggiata con tazze d’acqua gelata offerta dal sindaco !….(p. 61)….“ Partiamo per Paola: giunti, prendiamo alloggio in casa Maraviglia: la famiglia è rispettabilissima ed il capo di casa fu cinque anni a Precida, prigioniero. All’entrare in Paola, sulla strada, ci colse vento così forte e polvere così densa che fermammo le carrozze. Durò poco, ma ci colse sulla sera una fitta pioggia e vento e tale oscurità che la nostra truppa in marcia ne soffrì non poco. “Io mi recai ad alloggiare a San Francesco di Paola, convento poco lungi dal paese. Lo visitai e lo trovai ricco di bellissimi atrii; evvi una buona biblioteca. Dopo, cenai assieme a due signori del paese che mi furono di guida: i condimenti erano all’olio, perchè l’istituzione proibisce latticini e carni “9 settembre — Si distribuisce il vestiario: al battaglione Menotti (1) diedero cappelli alla calabrese„.”. Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Castellini, a pp. 62-63-64, aggiungeva che: “…“A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se sarà per noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono„. * 12, 13 settembre — Fermata a Paola. “Il dire quanta ansietà abbiamo per attendere i vapori è cosa incredibile. Ad ogni momento vado sul balcone di casa Maraviglia ad osservare il mare in tutte le direzioni delle coste ma specialmente della costa di Sapri e Salerno, nella speranza che spunti, che giunga qualche vapore e che ci tolga dall’esiglio. “Il 12 giunge un vapore, e subito evviva, grida di gioia, ma poi lo si vede costantemente avanzare da solo, e questo ci recava tristezza pensando che non soddisferebbe al bisogno. 10 ricevo ordine di recarmi a bordo per rilevare le istruzioni del comandante e per sentire se giungano altri vapori. 11 vapore arrivato è L’Indipendente, della nostra marina, che ha ordine di portare 600 uomini e nulla sa se giungano altri vapori. “Medici ordina si fermi il vapore sino a che ne giungano altri e nel frattempo si fanno caricare tutti gli equipaggi, sino a che, il 13, vedendo che non giungono vapori, il comandante domanda di partire e però, concesso questo, parte, facendosi sera, con a bordo i dispersi, un picchetto per ogni reggimento e il capitano Moscarello per la scorta “ 14 settembre — Il giorno 14 all’alba siamo coi nostri cannocchiali alle finestre, ma nulla si vede, tranne qualche legno a vela, e già si mormora contro il cardinale e contro tutti quelli che ci condannano all’esiglio. “E quello che fa il massimo torto al cardinale si è che ci spiccò forse cinque telegrammi, che altrettanti in sette giorni d’esiglio ne spedimmo a lui ed al ministro della marina, senza che ancora mostrino di conoscere l’esistenza nostra in Paola. “E questo dev’essere il capo di stato maggiore? Che a Tiriolo ci ordina di fermarci e poco dopo telegrafa a tutti i corpi domandando notizie della nostra Divisione? (1). “Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì.”.

Nel 9-10-11-12-13 settembre 1860, a PAOLA, sui ponti nel porto, la XVII DIVISIONE MEDICI sul piroscafo “GOVERNOLO”, in attesa di potersi imbarcare per Napoli  

Gualtiero Castellini racconda che da S. Fili,  marcerà per arrivare con la sua Brigata a Paola, dove arriverà l’8 settembre 1860. Gualtiero Castellini racconta dal diario dello zio NICOSTRATO CASTELLINI che era aggregato alle truppe della DIVISIONE MEDICI, la quale, da S. Fili si recò a Paola per imbarcarsi per Napoli. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori. “San Fili – 7 settembre — Alle quattro il generale Medici ordina a me ed a Lombardi (2) di partire per Paola e far caricare gli effetti di vestiario. Vi andiamo in carrozza e ritorniamo in giornata, perchè è venuto contrordine di partenza dovendosi andare per via di terra. Ritorno a San Fili, paese che si prestò assai male ad approvvigionare la truppa per causa del signor sindaco…, in casa del quale fummo ad alloggiare„. “Paola • 8 settembre — Si riceve la notizia che Garibaldi entrò ieri in Napoli alle ore dodici meridiane (3), e quindi grande allegria festeggiata con tazze d’acqua gelata offerta dal sindaco ! (“Partiamo per Paola: giunti, prendiamo alloggio in casa Maraviglia: la famiglia è rispettabilissima ed il capo di casa fu cinque anni a Procida, prigioniero. All’entrare in Paola, sulla strada, ci colse vento così forte e polvere così densa che fermammo le carrozze. Durò poco, ma ci colse sulla sera una fitta pioggia e vento e tale oscurità che la nostra truppa in marcia ne soffrì non poco. “Io mi recai ad alloggiare a San Francesco di Paola, convento poco lungi dal paese. Lo visitai e lo trovai ricco di bellissimi atrii; evvi una buona biblioteca. Dopo, cenai assieme a due signori del paese che mi furono di guida: i condimenti erano all’olio, perchè l’istituzione proibisce latticini e carni.”. Castellini, a p. 61, in proposito aggiungeva: “9 settembre— Si distribuisce il vestiario: al battaglione Menotti (1) diedero cappelli alla calabrese. Etc…”Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 60-61, in proposito scriveva: ““ Paola • 8 settembre — Si riceve la notizia che Garibaldi entrò ieri in Napoli alle ore dodici meridiane (3), e quindi grande allegria festeggiata con tazze d’acqua gelata offerta dal sindaco !….(p. 61)….“ Partiamo per Paola: giunti, prendiamo alloggio in casa Maraviglia: la famiglia è rispettabilissima ed il capo di casa fu cinque anni a Procida, prigioniero. All’entrare in Paola, sulla strada, ci colse vento così forte e polvere così densa che fermammo le carrozze. Durò poco, ma ci colse sulla sera una fitta pioggia e vento e tale oscurità che la nostra truppa in marcia ne soffrì non poco. “Io mi recai ad alloggiare a San Francesco di Paola, convento poco lungi dal paese. Lo visitai e lo trovai ricco di bellissimi atrii; evvi una buona biblioteca. Dopo, cenai assieme a due signori del paese che mi furono di guida: i condimenti erano all’olio, perchè l’istituzione proibisce latticini e carni “9 settembre — Si distribuisce il vestiario: al battaglione Menotti (1) diedero cappelli alla calabrese„.”. Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Castellini, a pp. 62-63-64, aggiungeva che: “…“A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se sarà per noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono„. * 12, 13 settembre — Fermata a Paola. “Il dire quanta ansietà abbiamo per attendere i vapori è cosa incredibile. Ad ogni momento vado sul balcone di casa Maraviglia ad osservare il mare in tutte le direzioni delle coste ma specialmente della costa di Sapri e Salerno, nella speranza che spunti, che giunga qualche vapore e che ci tolga dall’esiglio. “Il 12 giunge un vapore, e subito evviva, grida di gioia, ma poi lo si vede costantemente avanzare da solo, e questo ci recava tristezza pensando che non soddisferebbe al bisogno. 10 ricevo ordine di recarmi a bordo per rilevare le istruzioni del comandante e per sentire se giungano altri vapori. 11 vapore arrivato è L’Indipendente, della nostra marina, che ha ordine di portare 600 uomini e nulla sa se giungano altri vapori. “Medici ordina si fermi il vapore sino a che ne giungano altri e nel frattempo si fanno caricare tutti gli equipaggi, sino a che, il 13, vedendo che non giungono vapori, il comandante domanda di partire e però, concesso questo, parte, facendosi sera, con a bordo i dispersi, un picchetto per ogni reggimento e il capitano Moscarello per la scorta “14 settembre — Il giorno 14 all’alba siamo coi nostri cannocchiali alle finestre, ma nulla si vede, tranne qualche legno a vela, e già si mormora contro il cardinale e contro tutti quelli che ci condannano all’esiglio. “E quello che fa il massimo torto al cardinale si è che ci spiccò forse cinque telegrammi, che altrettanti in sette giorni d’esiglio ne spedimmo a lui ed al ministro della marina, senza che ancora mostrino di conoscere l’esistenza nostra in Paola. “E questo dev’essere il capo di stato maggiore? Che a Tiriolo ci ordina di fermarci e poco dopo telegrafa a tutti i corpi domandando notizie della nostra Divisione? (1). “Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì”.”. Dunque, Gualtiero Castellini (….) scriveva che a Paola, mentre si attendevano i vapori che dovevano trasportare le truppe a Napoli, verso il 15 settembre 1860 finalmente arrivarono il “MONGIBELLO”, l’“AMALFI”, l’“ARCHIMEDE”, la “MARIA TERESA” e a Paola ancora attendevano di imbarcarsi le truppe della Brigata Eberhardt. Infatti, Castellini scriveva: “Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1).”. Castellini, a p. 64, nella nota (1) postillava: “(1) (1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di imbarcarsi per Napoli. Ma poi, come vedremo in seguito essa non riuscirà ad imbarcarsi per Napoli per un litigio e la prepotenza di Nino Bixio. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che il generale Sirtori, rispondendo a Garibaldi, nel dispaccio del 9 settembre 1860 gli comunicava che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, in un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di potersi imbarcare per Napoli ma stava giungendo anche la brigata di Nino Bixio che era anch’essa diretta a Paola per imbarcarsi per Napoli. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Dunque, il generale Nino Bixio era il comandante luogotenente della XVIII Divisione. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 199, in proposito scriveva: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, …..pur non potendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: “….Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Ma da questo telegramma non appare nulla di quanto era successo. Il Bixio aveva voluto imbarcarsi prima del Medici, dicendo ch’egli era venuto assai prima di lui in Sicilia. Invano gli si era osservato che già da qualche giorno il Medici attendeva in Paola di potersi imbarcare; egli non aveva intender ragioni ed il Medici, pro bono pacis, aveva ceduto. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari.”. Infatti, Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 197, in proposito scriveva che: “Ferdinando Eber (1825-1885) ….Garibaldi lo promosse colonnello brigatiere della divisione Turr.”. Bandi racconta dell’arrivo di Bixio e Medici e delle loro Brigate insieme a Eber a Paola. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Stando in Cosenza, avevo udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli, e a me tardava raggiungerlo, per ripigliare presso di lui il posto che avevo lasciato per accompagnarmi col colonnello Malenchini. Troppo tempo però ci voleva per giungere a Napoli per via di terra; sicchè domandai a Bixio qual fosse il porto più vicino nel quale avrei trovato modo di imarcarmi. Bixio mi disse che andassi con lui a Paola, e che colà mi imbarcherei prontamente con la sua divisione perchè nel dì venturo, tre legni a vapore dovevano giungere in porto, per toglierla a bordo e trasportarla a Napoli. Mi posi, dunque, in cammino, insieme alla sua gente, etc…Cavalcavo accanto a Menotti, etc….Giungemmo al villaggio di Santa Fele, che siede sopra un breve altipiano……Etc…M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….“Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1).”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Cosmo Schiavo (….), nel suo “Gaetano Rocco: un romantico indomito alfiere”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), in Appendice, a p. 321, in proposito scriveva che: “Sono qui a riassumere le venti pagine del diario inedito di Gaetano Rocco, intitolato “I miei ricordi”, che consta di 120 pagine tipo protocollo rilegate in formato 29×20 cm. Tratta degli avvenimenti dal 13 aprile 1854 al 9 dicembre 1862. Una fittissima trascrizione dattilografica di 27 pagine e 6 righi etc…del nipote Eugenio Rocco, ufficiale del 28° Reggimento fanteria Divisione Pavia, etc…Gaetano Rocco, nasce a Campagna, il 22 settembre 1835 ….”. Cosmo, a p. 345, trascrivendo sempre il Diario di Rocco arrivava a parlarci dell’arrivo e della partenza di Rocco da Paola. Ricordo che di Gaetano Rocco ha scritto anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo……………Gaetano Rocco faceva parte della Brigata Heberhardt, che a sua volta faceva parte della Divisione Medici che, dalla Sicilia arrivò a Paola l’8 settembre 1860, il giorno dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Cosmo, a p. 346, in proposito scriveva: Giunti in cima il temporale cessò e con più celerità discese in Paola per una strada tagliata a guisa si può dire di lumaca. Era mezzanotte quando si mise piede in quel grazioso paese, e ciascuno di quei abitanti saporitamente se la dormiva; intanto noi altri bagnati fin dentro le midolla etc…Il dì seguente fui alloggiato in casa del sig. Domenico Gentile padre di tre giovani figli di sentimenti caldissimi di libertà. Da questa famiglia per sei giorni consecutivi ebbi trattamenti cordialissimi e sinceri non senza lagrime ed abbracciamenti da essi mi concedai da essi il 14 settembre alle 2 p.m. quando con la intiera Brigata m’imbarcai sul vapore il Mongibello alla volta di Napoli. Il giorno 15 settembre 1860 fu un giorno memorabile per me e che io non potrò dimenticarmi giammai. Il Comandante della Brigata Sig. Heberhardh etc…”.

LA 2° BRIGATA DELLA DIVISIONE TURR (DIVISIONE TURR = XIII) O BRIGATA EBER

Costituita in Sicilia, nella città di Palermo il 16 luglio 1860, inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere un folto gruppo di 500 volontari comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885) (per questo chiamati anche Brigata “Eber“, che in realtà racchiuderà tutti i combattenti stranieri), corrispondente del quotidiano The Times con la cittadinanza inglese e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860.

13.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Türr
Stato Maggiore di Divisione Capo Col. Rüstow e Luog. Col. Alessandri
1.a Brigata Comandante Colonn. Spangaro
2.a Brigata Comandante Colonn. Eber
3.a Brigata (Milano) Comandante Luogot. Col. De Giorgi
4.a Brigata Comandante Magg. Gen. Sacchi
5.a Brigata (aggregata alla 6.a Brigata).. Comandante Colonn. Fabrizi Luigi
6.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) Comandante Generali La Masa e Corrao

Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri. La notizia che la Brigata EBER fossero a Paola è sufragata dalla lettera che, da Cosenza, il generale Turr scrisse a Nino Bixio. Infatti, Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Infatti, Pecorini-Manzoni (….) scriveva che: Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Pecorini, citando la lettera di Turr a Bixio scriveva che Turr comunicava a Bixio che partiva da Cosenza per recarsi a Paola, dove dove sono arrivate due delle suddette brigate, ecc..”. Turr scrivendo a Bixio e dicendo che a Paola vi erano già arrivate due Brigate si riferiva alle Brigate di Eber che “Brigata Eber resteranno nella mia Divisione”. Dunque, siccome Turr scrive a Bixio il 31 agosto 1860 da Cosenza, questo vuol dire che a Paola il 31 agosto vi erano arrivate le due Brigate Eber. Infatti, le due Brigate Eber facevano parte della Divisione di Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, riferendosi alle Divisioni del generale Turr, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, la Brigata Eber faceva arte della Divisione Turr che andò ad Ariano, appena arrivata a Napoli. Carlo Pecorini-Manzoni, a p. 171, nella nota (1) postillava: “(1)….La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA EBER: 31 agosto Marcellinara, 1 settembre Catanzaro, 7 settembre Cosenza, 8 settembre San Fil., 9 settembre Paola, 10 settembre Id. Imbarco, 11 settembre Napoli, 12 e 13 Napoli, 15 Caserta.”Sulla Brigata EBER ha scritto Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, riferendosi alla missione di Turr ad Ariano del 12 settembre 1860, in proposito scriveva: “Intanto che il generale Türr in soli cinque giorni compiva una missione di così grave importanza in quell’eccezionale momento, qual’era quella di sedare una reazione, che si sapeva donde aveva avuto principio, ma che non si avrebbe saputo ove potesse aver fine, entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice ¹) le altre Brigate della sua Divisione cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17ª Divisione Medici; la Brigata Sacchi continuava a di pendere direttamente dal Quartier generale principale.”. Pecorini (….), a p. 170, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 5 pom. del 3 la Brigata Eber, percorrendo la consolare, marciava per Tiriolo, dove arrivava alle 11 pom., ed accampava al di qua del villaggio fino alla mattina del 4 (ore 6 ant.), che passava ad altro accampamento al di là del paese, alle 3 pom. muoveva per S. Pietro a Tiriolo, ove giungeva alle 10 pom. e si accampava sulla strada…..Alle 2 ant. del 5 la Brigata Eber continuava per Soveria Mannelli, vi arrivava alle 7 ant., da dove riprendeva la marcia all’1 ant. del 6, ed un’ora dopo accampava in Rogliano al di qua del paese….La Brigata Eber alle 2 ant. del 7 lasciava Rogliano, ed alle 8 ant. giungeva in Cosenza…..La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo….Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; alla mattina dell’11 lo sbarco in Napoli, dove la brigata si acquartierava ai Granili, e vi riposava fino a tutto il 13…... Dunque, riepilogando il calendario degli spostamenti del Pecorini-Manzoni, la Brigata EBER, il 3 settembre 1860 arrivava a Tiriolo; il 6 settembre 1860 si muoveva per San Pietro al Tiriolo;  il 5 si muoveva per Soveria Mannelli; il 6 settembre 1860 arrivava a Rogliano; il 7 settembre 1860 lasciava Rogliano e giungeva a Cosenza; l’8 da Cosenza riprende la marcia per arrivare a S. Fili; il 9 settembre 1860, la Brigata Eber marciava per Paola, dove giungeva alle 10,00; il 10 settembre 1860 parte da Paola, s’imbarca su dei battelli a vapore destinati al trasporto dei volontari per Napoli dove arriverà l’11 mattina e acquartierava ai Granili e dove resterà fino al giorno 13 settembre 1860. Dunque, la Brigata Eber non si fermerà a Sapri. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Quella Eber arrivava alle 10 ant. del 1° settembre da Marcellinara a Catanzaro accolta con feste dalla popolazione; ivi veniva alloggiata nelle caserme e nelle chiese. In detta città raggiungevano il corpo molti volontari rimasti indietro nelle marce. La forza della Brigata era di 2966, dai quali presenti 2462, assenti 504, cioè ammalati 344, dispersi 160. Alle 5 pom. del 3 la Brigata Eber, percorrendo la consolare, marciava per Tiriolo, dove arrivava alle 11 pom., ed accampava al di qua del villaggio fino alla mattina del 4 (ore 6 ant.), che passava ad altro accampamento al di là del paese, ale 3 pom. muoveva per S. Pietro a Tiriolo, ove giungeva alle 10 pom. e si accampava sulla strada. Alle 2 ant. del 5 la Brigata Eber continuava per Soveria Mannelli, vi arrivava alle 7 ant., da dove riprendeva la marcia all’1 ant. del 6, ed un’ora dopo accapava a Rogliano al di qua del paese. La Brigata Eber alle 2 ant. del 7 lasciava Rogliano, ed alle 8 ant. giungeva in Cosenza. La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”.

Nel 9 settembre 1860, a Paola, alle ore 10 l’arrivo della 2° BRIGATA della DIVISIONE XIII TURR, o BRIGATA EBER proveniente da S. Fili 

La Brigata Eber, il 9 settembre 1860, marciava e giungeva alle ore 10 a Paola, dove lo stesso giorno davano fondo all’ancora i battelli a vapore inviati dal Sirtori per portare la Brigata Eber a Napoli. Il 9 settembre 1860, la Brigata Eber partì da Paola, alle ore 18,00 e solo il 10 e 12 settembre 1860 la Brigata Eber arrivò a Napoli. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Quella Eber arrivava alle 10 ant. del 1° settembre da Marcellinara a Catanzaro accolta con feste dalla popolazione; ivi veniva alloggiata nelle caserme e nelle chiese. In detta città raggiungevano il corpo molti volontari rimasti indietro nelle marce. La forza della Brigata era di 2966, dai quali presenti 2462, assenti 504, cioè ammalati 344, dispersi 160. Alle 5 pom. del 3 la Brigata Eber, percorrendo la consolare, marciava per Tiriolo, dove arrivava alle 11 pom., ed accampava al di qua del villaggio fino alla mattina del 4 (ore 6 ant.), che passava ad altro accampamento al di là del paese, ale 3 pom. muoveva per S. Pietro a Tiriolo, ove giungeva alle 10 pom. e si accampava sulla strada. Alle 2 ant. del 5 la Brigata Eber continuava per Soveria Mannelli, vi arrivava alle 7 ant., da dove riprendeva la marcia all’1 ant. del 6, ed un’ora dopo accapava a Rogliano al di qua del paese. La Brigata Eber alle 2 ant. del 7 lasciava Rogliano, ed alle 8 ant. giungeva in Cosenza. La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. Dunque, il Pecorini, a p. 171 scriveva: “La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che la BRIGATA EBER: La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, nella nota (1) postillava che: “(1) ….La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo….Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; alla mattina dell’11 lo sbarco in Napoli, dove la brigata si acquartierava ai Granili, e vi riposava fino a tutto il 13…... Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni scriveva che la Brigata EBER, il 6 settembre 1860 arrivava a Rogliano; il 7 settembre 1860 lasciava Rogliano e giungeva a Cosenza; l’8 da Cosenza riprende la marcia per arrivare a S. Fili; il 9 settembre 1860, la Brigata Eber marciava per Paola, dove giungeva alle 10,00; il 10 settembre 1860 parte da Paola, s’imbarca su dei battelli a vapore destinati al trasporto dei volontari per Napoli dove arriverà l’11 mattina e si acquartierava ai Granili e dove resterà fino al giorno 13 settembre 1860. Dunque, secondo il Pecorini-Manzoni, la Brigata Eber da Paola ripartì per Napoli dove giunse l’11 settembre 1860 e quindi – dice il Pecorini che non si fermò a Sapri. L’evento è testimoniato da Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 153 e ssg., riferendosi alla Brigata Eber, a Cosenza il giorno 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: “I miei commilitoni, il giorno dopo, rivolto un saluto reverente ai fratelli Bandiera, fucilati in Cosenza nel 1844, proseguirono per Paola, donde, sui vapori a loro destinati, sarebbero senza intoppi pervenuti a Napoli, se la sorte non avesse loro gettati innanzi il generale Bixio, etc…”. Adamoli, a p. 155 concludeva: “La mia brigata proseguì senz’altri incidenti; giunse l’11 a Napoli, e due giorni dopo al campo presso Capua, etc…”. Adamoli, proseguendo il suo racconto, scriveva che da Cosenza, rimessosi dalla forte febbre si rimise in marcia ed arrivò a Paola dove trascorse il tempo in una locandaccia aspettando il vapore che lo portò a Napoli, dove arrivò verso gli ultimi di Settembre 1860. La Brigata Eber, il 9 settembre 1860, marciava e giungeva alle ore 10 a Paola, dove lo stesso giorno 9 settembre 1860 davano fondo all’ancora i battelli a vapore inviati dal Sirtori per portare la Brigata Eber a Napoli. Il 9 settembre 1860, la Brigata Eber partì da Paola, alle ore 18,00 e solo il 10 e 12 settembre 1860 la Brigata Eber arrivò a Napoli.  Oltre alle brigate citate, nel Riassunto si citano anche i “Mille”, la “Brigata Bixio”, la “Brigata Eber” che, pare, non riguardano l’approdo di Sapri. Dunque, l’approdo e la tappa di Sapri pare non riguardasse la Brigata Eber, che invece si imbarcò a Paola ed Eber fu partecipe dell’episodio di Bixio. Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri. Carlo Agrati (….), cita l’episodio del violento litigio avvenuto a Paola con Bixio prendendo spunto da uno scritto di Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443 – riferendosi al violento litigio tra il Bixio ed alcuni volontari di un’altra Brigata – in proposito scriveva che: “Senonché, ad un certo punto qualcuno aveva detto al Bixio che una parte dei suoi avrebbe dovuto restare a terra, poiché sui vapori, già zeppi, non c’era posto. Allora egli era stato preso da uno di quei terribili eccessi di furia, nei quali realmente perdeva completamente l’uso della ragione. Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”.”A parte che sui due testi tradotti in italiano dal Rustow non ho trovato traccia di ciò che scrive l’Agrati ma poi a me pare strano che Rustow possa citare, come testimone oculare, questo episodio che risale al 9 settembre 1860, quando lui e le sue truppe, la brigata Milano ed altri, si trovavano verso Napoli. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443 – riferendosi al violento litigio tra il Bixio ed alcuni volontari di un’altra Brigata – in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari. Il Bixio era salito a bordo furioso e vedendo il ponte ingombro di gente sdraiata e sonnacchiosa – eran i soldati della Compagnia del Wolf, quasi tutti tedeschi disertori – la sua furia etc…”. Dunque, sul ponte al porto di Paola, il 9 settembre 1860, vi erano i soldati della Compagnia dei tedeschi del Wolf, e come vedremo in seguito, tra i volontari che bloccarono il Bixio vi erano quelli della Compagnia di Eber. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 55, in proposito scriveva: “Itinerari garibaldini in Calabria. Viva il continente! Garibaldi, toccata la terra sacra della penisola, riprendeva con vigore nuovo la marcia trionfale verso Napoli. E lo seguiva al limite quasi della retroguardia “ l’incrollabile possa„ di Giacomo Medici. Nicostrato Castellini, non avendo sempre agio durante le ’marcie affrettate a traverso la Calabria di continuare le lettere alla moglie, segnava tuttavia su un piccolo taccuino il sommariodegli avvenimenti. E dalle note segnate a matita con una calligrafìa chiara e minuta, io posso ricostruire oggi in parte la rapida marcia della divisione.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 59-60, in proposito scriveva: “Poi tutta la divisione avanzò su la strada di Paola per essere pronta all’imbarco imminente: a metà strada — nel villaggio di San Fili — la truppa si arrestò, e dovette, dormire all’aria aperta. Le difficoltà di rifornimento e di marcia per tutti i reparti garibaldini erano diventate enormi. Nascevano incidenti ad ogni istante. E in questi giorni appunto, di nervosismo generale, avvenne a Cosenza un violento dissidio tra il capitano Castellini ed un maggiore siciliano. Il Castellini sfidò tosto l’avversario, ma la vertenza— come tante altre sorte nella campagna — non ebbe sèguito. Gli ufficiali superiori cercavano con ogni mezzo di impedire duelli. Ciò non toglie che in questi giorni appunto il generale Bixio desse occasione. — in Paola — ad uno scandalo grave, del quale il Castellini ci dirà fra breve (1).”. Castellini, a p. 60, nella nota (1) postillava: “(1)  Credo al lettore non possa riuscire sgradita questa diffusa esposizione degli itinerari garibaldini in Calabria, che manca negli altri volumi pubblicati intorno alla campagna del ’60.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori….etc…”. Il nipote di Nicostrato Castellini, Gualtiero (….), traendo dal suo Dario scriveva della Divisione Medici che era già arrivata a Paola dove attendeva piroscafi per la partenza che li portasse a Napoli. Castellini, a p. 60, in proposito scriveva che: “..“San Fili- 7 settembre — Alle quattro il generale Medici ordina a me ed a Lombardi (2) di partire per Paola e far caricare gli effetti di vestiario. Vi andiamo in carrozza e ritorniamo in giornata, perchè è venuto contrordine di partenza dovendosi andare per via di terra. Ritorno a San Fili, paese che si prestò assai male ad approvvigionare la truppa per causa del signor sindaco…, in casa del quale fummo ad alloggiare „. “ Paola • 8 settembre — Si riceve la notizia che Garibaldi entrò ieri in Napoli alle ore dodici meridiane (3), e quindi grande allegria festeggiata con tazze d’acqua gelata offerta dal sindaco etc…”. Castellini, a p. 60, nella nota (2) postillava: “(2) Fraterna amicizia legò sempre N. Castellini ad Agostino Lombardi. Bresciano anche il Lombardi, combattè pel Trentino nel ’48; fu poi a Novara ed a Roma (1849). Fece le campagne di Crimea e di Lombardia, e infine — nel ’60 — partì col Medici. Capitano a Milazzo, si diportò da valoroso; nominato maggiore, rimase col Medici fino al Volturno. Fu a Sarnico e ad Aspromonte. E nel ’66, maggiore come il Castellini, morì a Cimego dodici giorni dopo che il suo compagno d’armi era stato ucciso.”.

Nel 9 settembre 1860, a Paola, nel porto, sul “GOVERNOLO” attendeva la partenza per Napoli, la Compagnia ESTERI del WOLF ed EBER, della 2° Brigata della XIII DIVISIONE TURR, al comando di Rustow

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443 – riferendosi al violento litigio tra il Bixio ed alcuni volontari di un’altra Brigata – in proposito scriveva che: “Senonché, ad un certo punto qualcuno aveva detto al Bixio che una parte dei suoi avrebbe dovuto restare a terra, poiché sui vapori, già zeppi, non c’era posto. Allora egli era stato preso da uno di quei terribili eccessi di furia, nei quali realmente perdeva completamente l’uso della ragione. Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”.”Agrati scrive che ciò che accadde a Paola – il litigio di Bixio – è stato testimoniato dal Rustow che scriveva: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue.”. Agrati, a p. 443, in proposito aggiungeva pure che: Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari. Il Bixio era salito a bordo furioso e vedendo il ponte ingombro di gente sdraiata e sonnacchiosa – eran soldati della Compagnia Wolf, quasi tutti tedeschi disertori – etc…”. Dunque, le truppe di cui parla il Rustow erano quelle della Compagnia di WOLF che Agrati dice essere “quasi tutti tedeschi disertori”. Sulla testimonianza del Rustow, Agrati, a p. 443 dice ancora che: “tanto che se non accorrevano quelli di cui parla Rustow, il Bixio etc…”. Dunque, sul ponte al porto di Paola, il 9 settembre 1860, vi erano i soldati della Compagnia dei tedeschi del WOLF e come vedremo in seguito, tra i volontari che bloccarono il Bixio vi erano quelli della Compagnia di EBER. Riguardo il “Wolf” citato da Rustow (….), che dice: “…Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. Dunque, Wolf era uno dei tanti volontari Bavaresi. Agrati, citava il Rustow che, secondo lui scriveva l’episodio del litigio col BIXIO sul ponte nel porto di Paola. L’episodio del litigio col Bixio e le truppe della 2° Brigata della XIII Divisione del generale Turr – quella del Rustow, è realmente accaduto ma, non ho trovato traccia di tale episodio nei vari testi che hanno tradotto il Rustow. Ma a parte ciò, Rustow non poteva essere testimone di un avvenimento accaduto il 9 settembre 1860 a Paola perchè egli era con le sue truppe -la Brigata Milano – si trovava alle operazioni per Capua. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Tuttavia, la citazione di Agrati è interessante perché fa parlare a Rustow che ci parla del omandante della nave Governolo, D’Aste, ci parla del guardiamarina Puliga, che salì a bordo del Governolo, ci parla dei bavaresi che erano presenti, Eber e Wolf, etc….Non so come abbia fatto il Rustow a narrare l’episodio del Bixio che a Paola va su tutte le furie contro i volontari della Divisione Medici. A me sembra strano, perchè Rustow non si trovava a Paola il giorno 9 settembre 1860, ma egli era con le truppe o volontari della Brigata Milano, nei giorni 31 agosto 1860, ivi arrivati con Agostino Bertani. Ho consultato i due testi citati da Agrati nella bibliografia ma la frase del Rustow non risulta. Agrati scriveva che il colonnello Wilhelm (Guglielmo) Rustow scriveva che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Etc…”. Ho guardato attentamente ciò che scrive il Rustow nei tre testi che lo traducono in italiano: 1- Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, Milano, ed. Salvi, 1861; 2- G. Bizzozero; 3- “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861. Infatti, Carlo Pecorini-Manzoni, a p. 171, nella nota (1) postillava: “(1)….La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. Sulla testimonianza del Rustow riferita dall’Agrati credo che l’Agrati – riferendosi al Rustow – che scriveva: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, etc..”, credo intendesse le truppe rimanenti della DIVISIONE COSENZ, la XIII DIVISIONE, ed in particolare le truppe che attendevano nel porto di Paola l’imbarco per Napoli. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI…..A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”. Rustow dunque si riferiva alle sue truppe della XVI DIVISIONE, ovvero le truppe comandate da ………………….Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Sapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Dunque, a Paola, il giorno 10 settembre 1860, vi era una parte della Brigata MILBITZ. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici.”.

Nel 9 settembre 1860, a Paola, il litigio tra il generale NINO BIXIO ed alcuni soldati della XIII DIVISIONE TURR, 2° Brigata EBER e WOLF e, l’imbarco prepotente sul “GOVERNOLO”

Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 199, in proposito scriveva: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, …..pur non potendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: “….Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Ma da questo telegramma non appare nulla di quanto era successo. Il Bixio aveva voluto imbarcarsi prima del Medici, dicendo ch’egli era venuto assai prima di lui in Sicilia. Invano gli si era osservato che già da qualche giorno il Medici attendeva in Paola di potersi imbarcare; egli non aveva intender ragioni ed il Medici, pro bono pacis, aveva ceduto. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Nel trambusto di quella marcia affrettata di tutte le truppe garibaldine su Napoli, si ebbero purtroppo altri episodi incresciosi; da parecchie parti giunsero al Sirtori etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., riserendosi al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “….un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow. Il Bixio a Cosenza – dove tra l’altro aveva reso omaggio alla memoria dei fratelli Bandiera con una visita al vallone di Rovito, il luogo della loro fucilazione nel ’44 – aveva ricevuto il giorno 8, da Cosenz a nome del Dittatore, l’ordine di portarsi con la sua Divisione a Paola, dove, a quanto gli era stato detto, avrebbe trovato vapori per Napoli. Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Ma da questo telegramma non appare nulla di quanto era successo. Il Bixio aveva voluto imbarcarsi prima del Medici, dicendo ch’egli era venuto assai prima di lui in Sicilia. Invano gli si era osservato che già da qualche giorno il Medici attendeva in Paola di potersi imbarcare; egli non aveva intender ragioni ed il Medici, pro bono pacis, aveva ceduto. Senonché, ad un certo punto qualcuno aveva detto al Bixio che una parte dei suoi avrebbe dovuto restare a terra, poiché sui vapori, già zeppi, non c’era più posto. Allora egli era stato preso da uno di quei suoi eccessi di furia, nei quali realmente perdeva completamente l’uso della ragione….Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari. Il Bixio era salito a bordo furioso e vedendo il ponte ingombro di gente sdraiata e sonnacchiosa – eran i soldati della Compagnia del Wolf, quasi tutti tedeschi disertori – la sua furia s’era accresciuta sino a divenir ferocia. Etc…menava colpi all’impazzata gli erano saltati addosso, tanto che se non accorrevano quelli di cui parla il Rustow, il Bixio avrebbe pagato assai caro quell’eccesso di pazzia. Molti furono i feriti e parecchi gravemente; qualcuno, anche, purtroppo morì. Dice il Bandi che poi al Bixio non se ne fece tutta la colpa che meritava, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari.”. Infatti, Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Stando in Cosenza, avevo udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli, e a me tardava raggiungerlo, per ripigliare presso di lui il posto che avevo lasciato per accompagnarmi col colonnello Malenchini. Troppo tempo però ci voleva per giungere a Napoli per via di terra; sicchè domandai a Bixio qual fosse il porto più vicino nel quale avrei trovato modo di imarcarmi. Bixio mi disse che andassi con lui a Paola, e che colà mi imbarcherei prontamente con la sua divisione perchè nel dì venturo, tre legni a vapore dovevano giungere in porto, per toglierla a bordo e trasportarla a Napoli. Mi posi, dunque, in cammino, insieme alla sua gente, etc…Cavalcavo accanto a Menotti, etc….Giungemmo al villaggio di Santa Fele, che siede sopra un breve altipiano……Etc…M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”. Carlo Agrati (….), cita l’episodio del violento litigio avvenuto a Paola con Bixio prendendo spunto da uno scritto di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni, a p. 171, nella nota (1) postillava: “(1)….La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443 – riferendosi al violento litigio tra il Bixio ed alcuni volontari di un’altra Brigata – in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari. Il Bixio era salito a bordo furioso e vedendo il ponte ingombro di gente sdraiata e sonnacchiosa – eran i soldati della Compagnia del Wolf, quasi tutti tedeschi disertori – la sua furia etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Dobelli citava l’Adamoli. Infatti, di Bixio, arrivato a Cosenza molto tempo dopo, scrive Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 153-154, in proposito , scriveva che: I miei commilitoni, il giorno dopo, rivolto un saluto reverente alle tombe dei fratelli Bandiera fucilati in Cosenza nel 1844 , proseguirono alla volta di Paola, donde, sui vapori a loro destinati, sarebbero senza intoppi pervenuti a Napoli, se la sorte non avesse loro gettato innanzi il generale Bixio, con quel suo carattere indiavolato. Il Bixio aveva già, su la marina di Paola, commesso un atto di prepotenza, mandando il suo maggiore, Menotti Garibaldi, a impossessarsi de’ piroscafi assegnati alle truppe del Medici, e senz’altro imbarcando su essi la sua brigata. Siffatta esorbitanza aveva provocato da parte del Medici una vera esplosione di risentimento, e ne era seguito, fra’ due comandanti , un diverbio vivacissimo. Composta, non so poi come, la lite col Medici, Bixio fece allora intimare agli ufficiali del Governolo, che aveva già a bordo la mia brigata, di prender su anche le sue compagnie. Il comandante D’Aste gli rimandò il guardiamarina Puliga, quello stesso che presta ancora tanto onoratamente servigio come capitano di vascello; e questi, presentatosi al Bixio, gli spiegò come sul Governolo non ci fosse più posto.”Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 197, in proposito scriveva che: “Ferdinando Eber (1825-1885) ….Garibaldi lo promosse colonnello brigatiere della divisione Turr.”. Bandi racconta dell’arrivo di Bixio e Medici e delle loro Brigate insieme a Eber a Paola. Gualtiero Castellini racconda che da S. Fili,  marcerà per arrivare con la sua Brigata a Paola, dove arriverà l’8 settembre 1860. Gualtiero Castellini racconta dal diario dello zio NICOSTRATO CASTELLINI che era aggregato alle truppe della DIVISIONE MEDICI, la quale, da S. Fili si recò a Paola per imbarcarsi per Napoli. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 59-60, in proposito scriveva: “Poi tutta la divisione avanzò su la strada di Paola per essere pronta all’imbarco imminente: a metà strada — nel villaggio di San Fili — la truppa si arrestò, e dovette, dormire all’aria aperta. Le difficoltà di rifornimento e di marcia per tutti i reparti garibaldini erano diventate enormi. Nascevano incidenti ad ogni istante. E in questi giorni appunto, di nervosismo generale, avvenne a Cosenza un violento dissidio tra il capitano Castellini ed un maggiore siciliano. Il Castellini sfidò tosto l’avversario, ma la vertenza — come tante altre sorte nella campagna — non ebbe sèguito. Gli ufficiali superiori cercavano con ogni mezzo di impedire duelli. Ciò non toglie che in questi giorni appunto il generale Bixio desse occasione — in Paola — ad uno scandalo grave, del quale il Castellini ci dirà fra breve (1).”. Castellini, a p. 60, nella nota (1) postillava: “(1)  Credo al lettore non possa riuscire sgradita questa diffusa esposizione degli itinerari garibaldini in Calabria, che manca negli altri volumi pubblicati intorno alla campagna del ’60.”. Castellini, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori. Etc…”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 61-62, in proposito raccontava che: “…“10 settembre — La divisione Bixio s’imbarca su cinque vapori napoletani. Non potendo compiere regolarmente rimbarco, sulla sera vedo Bixio sciogliere il braccio offeso, saltare sulla scala dell’Elettrico, prendere un fucile al primo soldato che si presenta e dar calciate a sinistra ed a destra. Dopo mi si riferì che uccise un milite ed altro ne ferì, e di più — a bordo — diede altre molte bastonate. Cosa vergognosa in un generale! (2).”. Castellini, a p. 62, nella nota (2) postillava: (2) Il Bandi dice che il Bixio giunse di corsa alla spiaggia co’ suoi e di fronte al Medici che doveva imbarcarsi esclamò: — Io partii primo da Genova: non voglio che chi partì dopo, mi preceda a Napoli. E l’ottimo Medici cedette prò bottopacis. Alle quindici Bixio saltò su VElettrico per potervi stipare i soldati che gli pareva stessero troppo comodi. Gridando “carogne tutti„ sciolse il braccio — feritogli a Reggio da un garibaldino malaccorto — e con una carabina menò calci a tutti “come battesse le spighe del grano col correggiato sul l’aia„. Massacrò alcuni volontari stranieri, e i loro compatrioti minacciarono di buttarlo a mare. Intervennero finalmente l’Eber ed il Dezza e il doloroso incidente fu chiuso. La scena quindi non accadde sul Governolo (che era una corvetta sarda), come fu detto da alcuno, ma su l’Elettrico, come dice il Castellini e come conferma il Bandi.”. Dunque, quì il Castellini postillava che il litigio con il Bixio non avvenne sul Governolo ma sul piroscafo ELETTRICO. Castellini, a p. 62 continuando il suo racconto scriveva che: ““A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se saràper noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono„.”.

Nel 9 settembre 1860, il colonnello RUSTOW e la sua Brigata MILANO, i primi ad arrivare a Napoli

Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 313, in proposito scriveva:“….Siccome presso Ariano trovavasi la brigata Bonanno e Türr da principio non aveva a sua disposizione che guardie nazionali, la brigata Milano, la quale non era entrata in Napoli che la mattina del 9, dovette perciò rimettersi in marcia nelle ore pomeridiane dello stesso giorno. Essa portossi colla ferrovia a Nola e di là alla sera fino a Mugnano e Cardinale. Il 10 marciò ad Avellino; di là Türr coi bersaglieri ed un battaglione montato sui carri si spinse ancora fino a Denticane (Venticane), mentre Rüstow cogli altri due battaglioni seguiva di riserva fino a Pratola.”Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 314, in proposito scriveva:“A Napoli erano intanto arrivate fino dal pomeriggio del 9 altre truppe dell’ esercito italiano meridionale, dapprima singoli battaglioni del corpo di Rüstow, delle brigate Bologna e Parma, indi altri molti , anche di altri corpi e divisioni. I forti di Napoli si arresero gli uni dopo gli altri ed i loro presidii, parte si recarono liberi a Capua ed al Volturno, parte si dispersero. La città era in uno stato di festa permanente, piena di allegria e di giubilo.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 207, in proposito scriveva che: “Il Turr voltava allora con la sua brigata a compiere la reazione ad Ariano; onde toccò al Rustow con la brigata detta Milano d’entrar primo in Napoli. E di corto per la strada di ferro a poco per volta entrava in Napoli di notte, per ascondere sua luridezza; e alloggiava a Pizzofalcone, ov’erano ancora soldati nostri. Quei primi furon più che mille, il resto venne poi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p.159, in proposito scriveva che: “VIII. Il Rustow insieme con la sua brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Ques’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia nazionale di Eboli, per radunare quanti più carri e carrozze trovasse per via, su cui furono fatti salire tutti coloro che si sentivano più in grado di proseguire la marcia…..arrivò il 9 a Napoli.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Lo Stato Maggiore avrebbe desiderato che, al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un buon numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano: Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito, Sica Oraziantonio, Caniato Donato, Pintozzi Luigi, di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno la prima colonna di garibaldini formata da piemontesi milanesi e volontari, che, vestiti con camiciotto biancaccio e con giacca bruna, si schierarono innanzi all’Intendenza. Tra essi si scorgevano anche ragazzi su quindici e sedici anni. A mezzodì circa e per un’ora intera un gruppo di milanesi che formava l’avanguardia, unitosi alla Guardia Nazionale ed alla banda musicale e seguita dalla folla, percorse le vie della città, cantando inni patriottici e prorompendo in ovazioni a prò della libertà e di Garibaldi. Cessata la dimostrazione, quel gruppo di volontari decise di partire anch’esso per Napoli. Lasciò difatti Salerno alle ore 20 circa ?(40). Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Etc…”.

Nel 10 settembre 1860, a Paola, le Divisioni COSENZ e BIXIO si imbarcano per Napoli

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 61, in proposito aggiungeva: “….“10 settembre — La divisione Bixio s’imbarca su cinque vapori napoletani. Non potendo compiere regolarmente rimbarco, sulla sera vedo Bixio sciogliere il braccio offeso, saltare sulla scala dell’Elettrico, prendere un fucile al primo soldato che si presenta e dar calciate a sinistra ed a destra. Dopo mi si riferì che uccise un milite ed altro ne ferì, e di più — a bordo — diede altre molte bastonate. Cosa vergognosa in un generale! (2).”. Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. In quella occasione il Sirtori ebbe un dissidio con il Bixio che volle imbarcarsi prima del Medici. Sempre Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva pure che: Il comandante di piazza, maggiore Marini,….La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvertendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”.”. Dunque, il comandante di Piazza, Marini, l’11 settembre 1860 scrisse al Sirtori comunicandogli che da Paola si erano imbarcati per Napoli, alle ore 14,30 con sei vapori le Compagnie presenti del Cosenz e del Bixio ed erano rimasti a terra la compagnia del Bixio.

Nel 10 settembre 1860, a Paola, una porzione della “BRIGATA MILBITZ” (XVI Divisione COSENZ: cioè Laugier, Fardella e Palazzolo), è in attesa di imbarcarsi per Napoli

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro…..Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio, la Fardella, Laugier e Palizzolo. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Sapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Dunque, a Paola, il giorno 10 settembre 1860, vi era una parte della Brigata Milbitz. Di cosa si trattava ?.  Abbiamo già visto che Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI Divisione di Enrico Cosenz. Ma a Paola, il 10, secondo il Sirtori ed il comandante di Piazza del porto di Paola, il Maggiore Marini vi era una difficile situazione perchè ivi si trovava una parte della Brigata Milbitz e stava per arriare la truppa condotta da Nino Bixio, che come vedremo, prepotentemente ha uno scontro con le truppe di Medici. La Brigata del Milbitz, una parte di queste colonna, che faceva parte della colonna di Enrico Cosenz, non faceva parte delle truppe del Medici ma si trattava di una colonna comandata da  “Laugier, Fardella e Palizzolo”. Di Fardella (….) ci parla  Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici.”. Dunque, il Bandi, parlando di Paola e di ciò che accadde col Bixio, conferma che il colonnello Enrico Fardella (….) era un ufficiale di una parte della Divisione Cosenz (una parte della colonna Milbitz), quella che il generale Sirtori chiamava “Laugier, Fardella, Palazzolo”. Bandi, a p. 195, nella nota (38) postillava che: “Enrico Fardella marchese di Torrearsa (1821-1829) nato a Trapani. Nel ‘60’ fu governatore provvisorio di Trapani. Garibaldi lo nominò colonnello ed egli seguì il Dittatore fino a Capua. Disciolto l’esercito medidionale, si recò volontario negli Stati Uniti a combattere come sergente nella guerra di Secessione. Diventò sindaco di Trapani.”. Di colonnello Fardella, la Treccani on-line cita la sua biografia. Riconosciutogli da Garibaldi il grado di colonnello, organizzò un reggimento che fu assegnato alla brigata di A. Izensmid Milbitz. Attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. In Campania il 1° ottobre nell’avamposto di San Tammaro (Caserta) col suo reggimento si batté con coraggio e riuscì a respingere sei assalti del nemico; per le capacità dimostrate fu promosso comandante della brigata in sostituzione del Milbitz, ferito durante la battaglia. Il Bandi conferma che Enrico Fardella era colonnello e che egli si trovava con la sua Brigata a Paola e conferma pure della Divisione Cosenz ma non dice quale fosse la sua Brigata.

Nel 9 e 10 settembre 1860, da Sapri, partenza e viaggio in mare del vapore “BENVENUTO” per Salerno e Napoli, nella lettera di un volontario garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison pubblicò un’altra lettera, a p. 71 datata 9 settembre 1860, che racconta il viaggio da Sapri del vapore “Benvenuto”: “En mer (Sapri), le 9 septembre. Il est une heure du matin, le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire. En un mot, nous essuyons une véritable tempête. Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée. Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin, ne sachant que faire, le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neuf heures du soir.”, che tradotto significa: “In mare (Sapri), 9 settembre. È l’una del mattino, il piroscafo ci abbandona a noi stessi. Pochi istanti dopo, il mare si fa agitato e il vento è contrario. Insomma, stiamo vivendo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimane issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non riceviamo alcun aiuto. Infine, non sapendo cosa fare, il capitano decide di tornare a Sapri, dove arriviamo verso le nove di sera.”. Sempre il Maison, a pp. 71-72 pubblica un’altra lettera datata 10 settembre 1860, e scrive: “En mer, le 10 septembre. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire, nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures , l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment, filant dans la direction de Naples. Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu ; puis l’un et l’autre bâtiment , en signe de salut , arborent pavillon, comme deux amis qui se tendent la main en se disant: Au revoir !”, che tradotto significa: “In mare, 10 settembre. A mezzanotte ripartimmo da Sapri con un buon vento. Purtroppo i venti, come “i destini e le onde”, sono mutevoli, così che, con il mare di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, ​​lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, dirigendosi verso Napoli. La acclamai con un applauso, che fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, alzarono le bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: Arrivederci!”. Dunque, questo volontario garibaldino scrive che riparte da Sapri il 10 settembre 1860 alle 24 mezzanotte e dice pure che alle 7 del mattino dell’11 settembre 1860 incontrarono lo Yact Emma di Alexandre Dumas che credo fosse al largo di Agropoli o di Salerno. 

Nel 10 settembre 1860, a Lagonegro, l’arrivo della “Brigata ASSANTI” 1° Brigata della XVI DIVISIONE COSENZ

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì…..”. Dunque, il generale Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre scrivendo a Garibaldi comunicava che la Brigata ASSANTI si trovava a Rotonda e che da Rotonda stava marciando per arrivare il giorno 10 settembre 1860 a Lagonegro. Abbiamo visto che la BRIGATA ASSANTI era la 1° Brigata della XVI DIVISIONE COSENZ che il giorno 8 settembre 1860 si trovava a Rotonda. Ce lo dice la lettera inviata a Garibaldi in cui il generale Sirtori, da Lagonegro comunicava i movimenti delle truppe. Altro non sappiamo. Non sappiamo se, questa Brigata, arrivata a Lagonegro il giorno 10 settembre 1860 – come prevedeva il Sirtori – marciasse per l’imbarco a Paola o a Sapri. Dell’arrivo a Lagonegro della Brigata Assanti, non ho trovato scritto nulla e, non ho trovato nulla del presumibile imbarco nel porto di Sapri, nei giorni seguenti il 10 settembre 1860, di questa Brigata della Divisione Cosenz. Come abbiamo visto in altri saggi, Cement Caraguel racconta nelle sue memorie di essere arrivato a Rotonda con la sua Compagnia, che, nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerno; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Caraguel spiega che la sua piccola comitiva arrivò a Rotonda – da cui, marciò per essere a Sapri il giorno dopo che Garibaldi era arrivato a Napoli, ovvero giorno 8 settembre 1860. L’8 settembre 1860, dopo aver lasciato la Calabria ed arrivato a ROTONDA in Basilicata, nel suo racconto salta direttamente al racconto dell’arrivo nella notte arrivò a Sapri e scriveva che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”. Dunque, Caraguel racconta che arrivati a Rotonda, nel porto di Sapri, li aspettava un piroscafo “La Vittoria” per portarli a Salerno. Ma, Caraguel racconta che sul piroscafo “La Vittoria” che era nel porto di Sapri, l’8 settembre 1860, Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica.”. Dunque, immagino che Caraguel si riferisca alla notte dell’8 settembre 1860, si imbarcò sul ponte del piroscafo la Vittoria e lì – scrive sempre il Caraguel – “a bordo c’era già la divisione Sacchi.”. Dunque, secondo il racconto di Caraguel, quando arrivarono sul piroscafo Vittoria, al porto di Sapri, Caraguel con la sua Compagnia di volontari garibaldini trovò già stipata la BRIGATA SACCHI. Ma che giorno era ? Quando arrivò a Sapri Clement Caraguel ? Caraguel scriveva che, nel porto di Sapri, passò molto vicino al piroscafo Vittoria un altro piroscafo garibaldino e che dai volontari garibaldini che si trovavano su questo altro piroscafo essi appresero la lieta notizia dell’arrivo “ieri mattina” di Garibaldi a Napoli. Dunque, il racconto di Caraguel si riferisce all’8 settembre 1860. Mi chiedo se è così ?. Caraguel racconta che sul Vittoria vi era già arrivata la Brigata Sacchi. Ma, poteva essere l’8 settembre 1860 se la Brigata Sacchi, l’8 settembre 1860 si trovava ancora a Lagonegro ?. Infatti, riguardo la Brigata Sacchi, comandata da Gaetano Sacchi, le cui memorie furono pubblicate da Renato Soriga (….), ha scritto anche Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata…., ciò vuol dire che la Compagnia di Clement Cararaguel arrivò al porto di Sapri – dove trovò la Brigata Sacchi sul Vittoria – il 10 settembre 1860. Dunque, la Compagnia di cui faceva parte il Caraguel aveva marciato da ROTONDA fino al porto di Sapri già dai giorni precedenti il 10 settembre 1860. E, sulla Brigata Sacchi, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Caraguel, dopo aver parlato dell’imbarco a Sapri e del viaggio per Salerno dove non potettero fermarsi, a pp. 179-180, in proposito aggiungeva: “Finalmente entriamo in questa magnifica baia. di Napoli, la più bella del mondo. Le navi da guerra napoletane allora nel porto di Vittorio Emanuele II furono onorate con una salva di ventuno colpi…Dopo una settimana di riposo a Napoli, mi ero unito alla Divisione Bixio.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva pure che: Il comandante di piazza, maggiore Marini,….La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvertendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”.”. Dunque, il comandante di Piazza, Marini, l’11 settembre 1860 scrisse al Sirtori comunicandogli che da Paola si erano imbarcati per Napoli, alle ore 14,30 con sei vapori le Compagnie presenti del Cosenz e del Bixio ed erano rimasti a terra la compagnia del Bixio. Dunque, il Comandante di Piazza del Porto di Paola, Marini, scriveva a Sirtori che da Paola, l’11 settembre 1860 partirono le truppe di Bixio e quelle della Divisione Cosenz presenti ancora nel porto ma, queste, non credo fossero quelle dell’ASSANTI. Oltre all’ipotesi che la Brigata Assanti – arrivata a Lagonegro, il giorno 10 settembre 1860, marciasse ed arrivasse ai porti di Paola o al porto di Sapri per l’imbarco per Napoli, vi è anche l’altra ipotesi che, da Lagonegro, come scriveva Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155, in proposito scriveva che: “Difatti, la Brigata ‘Cosenz’ giunse nel “Vallo” solamente l’11 settembre, e così pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli.”. Dunque, sulla scorta del Romagnano si può dire che parte della XVI DIVISIONE COSENZ giunse da Lagonegro nel Vallo di Diano, l’11 settembre 1860 e, da lì proseguì per Auletta e per Eboli. In tale ipotesi, la Compagnia di cui faceva parte il Caraguel e della sua preziosa testimonianza non poteva essere perchè questi dice di essersi imbarcato a Sapri. 

Nel 10 settembre 1860, da Lagonegro a Sapri, la marcia di 7 ore della BRIGATA SACCHI, della Compagnia del maggiore CHIASSI e, le 5 compagnie del maggiore GRIOLI. A Sapri, nel porto, il piroscafo ‘VITTORIA’ li attendeva per trasportarli a Salerno e a Napoli  

La truppa della BRIGATA “Sacchi”, l’8 settembre si trovava, insieme alle truppe del maggiore Chiassi a Lagonegro da dove ripartiro il 10 mattina, dopo un giorno di riposo, per raggiungere la baia di Sapri, dove si imbarcarono per Napoli. Come ho già scritto, sulla Brigata Sacchi ha scritto Renato Soriga (….) che ha pubblicato il Diario del colonnello GAETANO SACCHI. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Su Sirtori ha scritto Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli ( 8 sett ) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezzo pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e di rottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessorî di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava al Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la. Brigata. L’aiuto suo e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi, avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti ed inzuppati, come realmente lo erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett ) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra sino a Napoli di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett ) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molta faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impiega nell’imbarcare la truppa; per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett ) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver date le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri.”. Dunque, Sòriga scriveva che il 10 settembre 1860, dopo essersi riuniti a Lagonegro, la brigata Sacchi e quella del maggiore Chiassi, si partirono, forse anche insieme alle cinque compagnie del Maggiore Grioli, per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. Sòriga sciveva a p. 94, tratta dalla “Relazione del Sacchi”, che: “Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Soriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Dunque, nel suo Diario-Relazione il colonnello GAETANO SACCHI testimonia della marcia di 7 ore per arrivare al porto di Sapri da dove partirà per via mare alle 4 del mattino dell’11 settembre 1860 per raggiungere Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sbombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 49, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la surriferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708”. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Matteo Mazziotti, sulla scorta del Craguel (….) scriveva che il giorno 10 settembre 1860, la BRIGATA SACCHI, marciò da Lagonegro per portarsi al porto di Sapri per imbarcarsi sul piroscafo “VITTORIA” noleggiato per portare i volontari garibaldini a Napoli. Mazziotti scrive che a Napoli, il Vittoria “giunse verso la sera”. Ma, come vedremo, Caraguel scrive che anche lui, con la sua compagnia – che doveva far parte della DIVISIONE MEDICI – arrivando al porto di Sapri trovò sul piroscafo “VITTORIA” già stipata la Brigata Sacchi che attendeva la partenza ed era già a Sapri. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Infatti, Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pêle-mêle sur le pont, nous pûmes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle étoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encâblure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix : Hé! les chemises rouges ! Garibaldi est entré à Naples hier matin. A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire. Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples, sans nous arrêter; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir; tout s’était passé le plus galamment du monde. Voici comment: Pear, qui avait devancé sa troupe de quelques heures, arriva devant Salerne avec deux de ses officiers. Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges. Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre, faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres. Dans son embarras, il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir. Etc…, che tradotto significa: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerne; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”Dunque, Caraguel testimone oculare della marcia delle brigate Medici scriveva che il 7 settembre 1860, dopo aver lasciato la Calabria, nella notte arrivò a Sapri e aggiungeva che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”, ovvero nella notte dell’8 settembre 1860 egli con la sua truppa di volontari garibaldini arrivò a Sapri dove li attendeva il piroscafo “Vittoria”, che aveva a bordo la divisione Sacchi, i quali, entrambi dovevano essere trasportati a Salerno. Partirono il giorno dopo, all’alba del 9 settembre 1860, insieme alla divisione Sacchi, dopo aver dormito tutta la notte sul ponte del “Vittoria”. Partirono dal porto di Sapri, all’alba del 9 settembre 1860 diretti a Napoli ma dovettero far sosta a Salerno. Dunque, Clement Caraguel (….), un garibaldino volontario francese, ci ha lasciato una bella testimonianza della marcia che, il 9 settembre, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, intrapresero per scendere a Sapri e da lì imbarcarsi per Napoli. Infatti, la truppa, di cui faceva parte Caraguel, si imbarcò sul vapore “Vittoria” che, aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell’”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. La testimonianza di Clement Caraguel (….) è importante ed interessante però devo precisare che – secondo ciò che lui scrive nel suo Diario – ovvero che – mentre egli con la sua Compagnia si trovava sul ponte del porto di Sapri o (non si comprende bene) sul piroscafo “VITTORIA” e attendevano tutti la partenza per Napoli – egli scrive: All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina.”. Caraguel scrive che, nel porto di Sapri, non distante passò un piroscafo da cui appresero la notizia che “ieri mattina” (cioè il 7 settembre 1860) Garibaldi era arrivato a Napoli, dunque la notizia si riferiva all’8 settembre 1860. Ciò significa che sia la Brigata SACCHI che la Compagnia del Caraguel, si trovava a Sapri l’8 settembre 1860. E siccome il Sacchi scrive nel suo Diario pubblicato dal Soriga che queste Compagnie di volontari partirono da Sapri solo l’11 settembre 1860 vuol dire che le due compagnie restarono a Sapri dall’8 all’11, ovvero l’8, 9, 10 e 11 settembre 1860.

Nel 10 settembre 1860, a Sapri, al porto, sul Piroscafo “VITTORIA”, la BRIGATA SACCHI, le compagnie del maggiore CHIASSI aspettavano di partire per essere trasportati a Napoli, ma partirono l’11 settembre 1860. A Sapri, arrivò anche la Compagnia di Clement Caraguel 

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Matteo Mazziotti, sulla scorta del Craguel (….) scriveva che il giorno 10 settembre 1860, la BRIGATA SACCHI, marciò da Lagonegro per portarsi al porto di Sapri per imbarcarsi sul piroscafo “VITTORIA” noleggiato per portare i volontari garibaldini a Napoli. Mazziotti scrive che a Napoli, il Vittoria “giunse verso la sera”. Ma, come vedremo, Caraguel scrive che anche lui, con la sua compagnia – che doveva far parte della DIVISIONE MEDICI – arrivando al porto di Sapri trovò sul piroscafo “VITTORIA” già stipata la Brigata Sacchi che attendeva la partenza ed era già a Sapri. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Infatti, Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pêle-mêle sur le pont, nous pûmes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle étoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encâblure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix : Hé! les chemises rouges ! Garibaldi est entré à Naples hier matin. A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire. Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne, mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples, sans nous arrêter; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir; tout s’était passé le plus galamment du monde. Voici comment: Pear, qui avait devancé sa troupe de quelques heures, arriva devant Salerne avec deux de ses officiers. Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges. Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre, faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres. Dans son embarras, il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir. Etc…, che tradotto significa: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerne; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”Dunque, Caraguel testimone oculare della marcia delle brigate Medici scriveva che il 7 settembre 1860, dopo aver lasciato la Calabria, nella notte arrivò a Sapri e aggiungeva che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”, ovvero nella notte dell’8 settembre 1860 egli con la sua truppa di volontari garibaldini arrivò a Sapri dove li attendeva il piroscafo “Vittoria”, che aveva a bordo la divisione Sacchi, i quali, entrambi dovevano essere trasportati a Salerno. Partirono il giorno dopo, all’alba del 9 settembre 1860, insieme alla divisione Sacchi, dopo aver dormito tutta la notte sul ponte del “Vittoria”. Partirono dal porto di Sapri, all’alba del 9 settembre 1860 diretti a Napoli ma dovettero far sosta a Salerno. Dunque, Clement Caraguel (….), un garibaldino volontario francese, ci ha lasciato una bella testimonianza della marcia che, il 9 settembre, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, intrapresero per scendere a Sapri e da lì imbarcarsi per Napoli. Infatti, la truppa, di cui faceva parte Caraguel, si imbarcò sul vapore “Vittoria” che, aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi. Partirono dal porto di Sapri, all’alba del 9 settembre 1860 diretti a Napoli ma dovettero far sosta a Salerno. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….. Dunque, Lacava scriveva che la brigata Sacchi, il 9 era rimasta a Lagonegro ed alle ore 4 del giorno 10 settembre 1860 riprende la marcia da Lagonegro per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. La brigata Sacchi si imbarcherà per Napoli, sul piroscafo “Vittoria” solo il giorno 11 settembre 1860, lasciando a Sapri la compagnia del maggiore Grioli che non potrà imbarcarsi per insufficienza di mezzi. Infatti, come vedremo, sul piroscafo “Vittoria” si erano imbarcati la compagnia Sacchi e dopo ore arriverà e si imbarcherà anche la compagnia di Clement Caraguel (….), che ci ha lasciato una bella testimonianza. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. ….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. Etc…”. Dunque, l’Agrati riportando il dispaccio di Sirtori a Garibaldi dove è scritto che “metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa di imbarcarsi per Napoli”. Dal dispaccio di Sirtori sappiamo che a Sapri vi era metà della brigata Milbitz e sappiamo pure che Sirtori comunica tutto ciò a Garibaldi il giorno 9 settembre 1860 e dunque, a Sapri, il giorno 9 e 10 settembre 1860 vi era “metà della Brigata Milbitz”, vi era arrivata la brigata Sacchi e vi era arrivata la brigata a cui apparteneva Clement Caraguel, vi era pure la compagnia del maggiore Grioli che dovette restare a Sapri, il giorno 11 settembre 1860. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Clement Caraguel (….), un garibaldino volontario francese, ci ha lasciato una bella testimonianza della marcia che, il 9 settembre, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, intrapresero per scendere a Sapri e da lì imbarcarsi per Napoli. Infatti, la truppa, di cui faceva parte Caraguel, si imbarcò sul vapore “Vittoria” che, aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera. La truppa del “Sacchi”, l’8 settembre si trovava, insieme alle truppe del maggiore Chiassi a Lagonegro da dove ripartiro il 10 mattina, dopo un giorno di riposo, per raggiungere la baia di Sapri, dove si imbarcarono per Napoli. Come ho già scritto, sulla Brigata Sacchi ha scritto Renato Soriga (….) che ha pubblicato il Diario del colonnello GAETANO SACCHI. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli ( 8 sett ) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezzo pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e di rottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessorî di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava al Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la. Brigata. L’aiuto suo e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi, avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti ed inzuppati, come realmente lo erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett ) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra sino a Napoli di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett ) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molta faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte- s’impiega nell’imbarcare la truppa; per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett ) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver date le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri.”. Dunque, nel suo Diario-Relazione il colonnello GAETANO SACCHI testimonia della marcia di 7 ore per arrivare al porto di Sapri da dove partirà per via mare alle 4 del mattino dell’11 settembre 1860 per raggiungere Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, Sòriga scriveva che il 10 settembre 1860, dopo essersi riuniti a Lagonegro, la brigata SACCHI e quella del maggiore CHIASSI, si partirono, forse anche insieme alle cinque compagnie del Maggiore Grioli, per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. Sòriga sciveva a p. 94, tratta dalla “Relazione del Sacchi”, che: “Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…”. La Brigata Sacchi, il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sbombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 49, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la surriferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708”. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell’”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Come ho già scritto, sulla Brigata Sacchi ha scritto Renato Soriga (….) che ha pubblicato il Diario del colonnello GAETANO SACCHI. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta a terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.. Dunque, Sòriga scriveva che il 10 settembre 1860, dopo essersi riuniti a Lagonegro, la brigata SACCHI e quella del maggiore CHIASSI, si partirono, forse anche insieme alle cinque compagnie del Maggiore Grioli, per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. Sòriga sciveva a p. 94, tratta dalla “Relazione del Sacchi”, che: “Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…”. La Brigata Sacchi, il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sbombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 49, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la surriferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708”. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Nel 10 settembre 1860, a Sapri, l’arrivo della Compagnia di CLEMENT CARAGUEL. Sul ponte del piroscafo “Vittoria” ormeggiato nella baia di Sapri, già vi era stipata la BRIGATA SACCHI e, solo l’11 settembre 1860 partiranno per andare a Salerno e a Napoli

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Matteo Mazziotti, sulla scorta del Craguel (….) scriveva che il giorno 10 settembre 1860, la BRIGATA SACCHI, marciò da Lagonegro per portarsi al porto di Sapri per imbarcarsi sul piroscafo “VITTORIA” noleggiato per portare i volontari garibaldini a Napoli. Mazziotti scrive che a Napoli, il Vittoria “giunse verso la sera”. Ma, come vedremo, Caraguel scrive che anche lui, con la sua compagnia – che doveva far parte della DIVISIONE MEDICI – arrivando al porto di Sapri trovò sul piroscafo “VITTORIA” già stipata la Brigata Sacchi che attendeva la partenza ed era già a Sapri. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Infatti, Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pêle-mêle sur le pont, nous pûmes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle étoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encâblure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix : Hé! les chemises rouges ! Garibaldi est entré à Naples hier matin. A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire. Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne, mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples, sans nous arrêter; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir; tout s’était passé le plus galamment du monde. Voici comment: Pear, qui avait devancé sa troupe de quelques heures, arriva devant Salerne avec deux de ses officiers. Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges. Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre, faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres. Dans son embarras, il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir. Etc…, che tradotto significa: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerne; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”Dunque, Caraguel testimone oculare della marcia delle brigate Medici scriveva che il 7 settembre 1860, dopo aver lasciato la Calabria, nella notte arrivò a Sapri e aggiungeva che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”, ovvero nella notte dell’8 settembre 1860 egli con la sua truppa di volontari garibaldini arrivò a Sapri dove li attendeva il piroscafo “Vittoria”, che aveva a bordo la divisione Sacchi, i quali, entrambi dovevano essere trasportati a Salerno. Partirono il giorno dopo, all’alba del 9 settembre 1860, insieme alla divisione Sacchi, dopo aver dormito tutta la notte sul ponte del “Vittoria”. Partirono dal porto di Sapri, all’alba del 9 settembre 1860 diretti a Napoli ma dovettero far sosta a Salerno. Dunque, Clement Caraguel (….), un garibaldino volontario francese, ci ha lasciato una bella testimonianza della marcia che, il 9 settembre, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, intrapresero per scendere a Sapri e da lì imbarcarsi per Napoli. Infatti, la truppa, di cui faceva parte Caraguel, si imbarcò sul vapore “Vittoria” che, aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi. Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. La testimonianza di Clement Caraguel (….) è importante ed interessante però devo precisare che – secondo ciò che lui scrive nel suo Diario – ovvero che – mentre egli con la sua Compagnia si trovava sul ponte del porto di Sapri o (non si comprende bene) sul piroscafo “VITTORIA” e attendevano tutti la partenza per Napoli – egli scrive: All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina.”. Caraguel scrive che, nel porto di Sapri, non distante passò un piroscafo da cui appresero la notizia che “ieri mattina” (cioè il 7 settembre 1860) Garibaldi era arrivato a Napoli, dunque la notizia si riferiva all’8 settembre 1860. Ciò significa che sia la Brigata SACCHI che la Compagnia del Caraguel, si trovava a Sapri l’8 settembre 1860. E siccome il Sacchi scrive nel suo Diario pubblicato dal Soriga che queste Compagnie di volontari partirono da Sapri solo l’11 settembre 1860 vuol dire che le due compagnie restarono a Sapri dall’8 all’11, ovvero l’8, 9, 10 e 11 settembre 1860. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….. Dunque, Lacava scriveva che la brigata Sacchi, il 9 era rimasta a Lagonegro ed alle ore 4 del giorno 10 settembre 1860 riprende la marcia da Lagonegro per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. La brigata Sacchi si imbarcherà per Napoli, sul piroscafo “Vittoria” solo il giorno 11 settembre 1860, lasciando a Sapri la compagnia del maggiore Grioli che non potrà imbarcarsi per insufficienza di mezzi. Infatti, come vedremo, sul piroscafo “Vittoria” si erano imbarcati la compagnia Sacchi e dopo ore arriverà e si imbarcherà anche la compagnia di Clement Caraguel (….), che ci ha lasciato una bella testimonianza. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Come ho già scritto, sulla Brigata Sacchi ha scritto Renato Soriga (….) che ha pubblicato il Diario del colonnello GAETANO SACCHI. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli ( 8 sett ) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezzo pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e di rottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessorî di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava al Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la. Brigata. L’aiuto suo e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi, avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti ed inzuppati, come realmente lo erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett ) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra sino a Napoli di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett ) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molta faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte- s’impiega nell’imbarcare la truppa; per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett ) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver date le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri.”. Dunque, nel suo Diario-Relazione il colonnello GAETANO SACCHI testimonia della marcia di 7 ore per arrivare al porto di Sapri da dove partirà per via mare alle 4 del mattino dell’11 settembre 1860 per raggiungere Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, Sòriga scriveva che il 10 settembre 1860, dopo essersi riuniti a Lagonegro, la brigata SACCHI e quella del maggiore CHIASSI, si partirono, forse anche insieme alle cinque compagnie del Maggiore Grioli, per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. Sòriga sciveva a p. 94, tratta dalla “Relazione del Sacchi”, che: “Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…”. La Brigata Sacchi, il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sbombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 49, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la surriferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708”. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Nel 10 Settembre 1860, a Sapri, il Maggiore Giuseppe GRIOLI e cinque Compagnie di volontari garibaldini si accamparono a Sapri e non potettero partire per Napoli per insufficienza di mezzi di trasporto

Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Sòriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli con le sue cinque Compagnie, che avrebbe dovuto imbarcarsi per Napoli era dovuto rimanere a Sapri per insufficienza di mezzi di trasporto mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Infatti, Gaetano Sacchi, nella sua Relazione scriveva che: “Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.”. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Dalla Treccani on-line, apprendiamo che il Maggiore Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. Combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il G. partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. La progressione di carriera, che lo vide prender parte come maggiore alla campagna del 1866 per il Veneto ottenendovi la croce militare di Savoia per il comportamento suo e del reggimento di cui aveva assunto il comando a Custoza il 24 giugno, si interruppe bruscamente, e per volontà dello stesso G., nel 1875: infatti, subito dopo aver dovuto assistere col suo reggimento alla parata che rendeva gli onori militari a Francesco Giuseppe in visita a Padova, il G., allora tenente colonnello, presentò le proprie dimissioni e restituì l’onorificenza che l’Austria gli aveva concesso per l’occasione. Fu collocato in riserva il 10 febbr. 1878 e promosso 15 anni dopo colonnello di fanteria. Proseguendo il suo racconto il Sòriga scriverà che il Grioli arriverà a Napoli solo giorno 12 settembre 1860 e quindi presumibilmente partirà pure da Sapri il giorno 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell’”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.

Nell’11 settembre 1860, a Sapri, alle 4 del mattino, i garibaldini della Brigata SACCHI e la truppa del maggiore Giovanni CHIASSI si imbarcarono e arrivarono a Napoli. Restarono a terra cinque compagnie della brigata Sacchi col maggiore Grioli  

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709) Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Matteo Mazziotti, sulla scorta del Craguel (….) scriveva che il giorno 10 settembre 1860, la BRIGATA SACCHI, marciò da Lagonegro per portarsi al porto di Sapri per imbarcarsi sul piroscafo “VITTORIA” noleggiato per portare i volontari garibaldini a Napoli. Mazziotti scrive che a Napoli, il Vittoria “giunse verso la sera”. Ma, come vedremo, Caraguel scrive che anche lui, con la sua compagnia – che doveva far parte della DIVISIONE MEDICI – arrivando al porto di Sapri trovò sul piroscafo “VITTORIA” già stipata la Brigata Sacchi che attendeva la partenza ed era già a Sapri. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Infatti, Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerne; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”Dunque, Caraguel testimone oculare della marcia delle brigate Medici scriveva che il 7 settembre 1860, dopo aver lasciato la Calabria, nella notte arrivò a Sapri e aggiungeva che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”, ovvero nella notte dell’8 settembre 1860 egli con la sua truppa di volontari garibaldini arrivò a Sapri dove li attendeva il piroscafo “Vittoria”, che aveva a bordo la divisione Sacchi, i quali, entrambi dovevano essere trasportati a Salerno. Partirono il giorno dopo, all’alba del 9 settembre 1860, insieme alla divisione Sacchi, dopo aver dormito tutta la notte sul ponte del “Vittoria”. Partirono dal porto di Sapri, all’alba del 9 settembre 1860 diretti a Napoli ma dovettero far sosta a Salerno. Dunque, Clement Caraguel (….), un garibaldino volontario francese, ci ha lasciato una bella testimonianza della marcia che, il 9 settembre, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, intrapresero per scendere a Sapri e da lì imbarcarsi per Napoli. Infatti, la truppa, di cui faceva parte Caraguel, si imbarcò sul vapore “Vittoria” che, aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi. Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. La testimonianza di Clement Caraguel (….) è importante ed interessante però devo precisare che – secondo ciò che lui scrive nel suo Diario – ovvero che – mentre egli con la sua Compagnia si trovava sul ponte del porto di Sapri o (non si comprende bene) sul piroscafo “VITTORIA” e attendevano tutti la partenza per Napoli – egli scrive: All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina.”. Caraguel scrive che, nel porto di Sapri, non distante passò un piroscafo da cui appresero la notizia che “ieri mattina” (cioè il 7 settembre 1860) Garibaldi era arrivato a Napoli, dunque la notizia si riferiva all’8 settembre 1860. Ciò significa che sia la Brigata SACCHI che la Compagnia del Caraguel, si trovava a Sapri l’8 settembre 1860. E siccome il Sacchi scrive nel suo Diario pubblicato dal Soriga che queste Compagnie di volontari partirono da Sapri solo l’11 settembre 1860 vuol dire che le due compagnie restarono a Sapri dall’8 all’11, ovvero l’8, 9, 10 e 11 settembre 1860.

Nell’11 settembre 1860, a Sapri era rimasto il maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi che riusciranno ad imbarcarsi per Napoli solo nel mattino del 12 settembre 1860

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Renato Sòriga (….) scriveva che il Maggiore Grioli, insieme a cinque compagnie della Brigata Sacchi arrivò a Napoli verso sera, e dunque presumibilmente il maggiore Grioli, nello stesso giorno del 12 settembre 1860 si era imbarcato a Sapri. Era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Nel 11 Settembre 1860, la brigata del generale COSENZ arriva nel Vallo di Diano

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155, in proposito scriveva che: “Garibaldi, troppo sicuro precedeva l’Armata sfidano i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata ‘Cosenz’ giunse nel “Vallo” solamente l’11 settembre, e così pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli.”. Sull’Assanti ha scritto Alessandro Magni (….), nel suo “Vicende della spedizione Cosenz nella guerra del 1860”, ed. Forzani & C., Roma, 1912, a p. 9, riferendosi alla resa del generale Briganti, in proposito scriveva che: “Avvenuta tale resa il Generale Cosenz si pose al seguito del Dittatore, col quale entrò in Napoli il 7 settembre, e fu poi nominato Ministro della guerra. Il comando della 16ma Divisione (ossia Brigata) fu affidato al Colonnello brigadiere Assanti Pepe. Subito dopo incominciarono le nostre lunghe marcie verso Napoli, per la via Consolare fino a Lagonegro. Poi un piccolo sentiero ci condusse a Sapri, d’onde due piroscafi ci trasportarono alla capitale il 15 settembre.”. La testimonianza di Alessandro Magni (….) che faceva parte delle truppe del Cosenz, ovvero della XVI DIVISIONE, è interessantissima. In primo luogo Magni scriveva che dopo l’avvenimento del generale Briganti, il generale Cosenz si aggregò allo Stato Maggiore di Garibaldi che, da Cosenza procedè separatamente dalle sue truppe insieme al generale Cosenz. Magni scriveva pure che: Il comando della 16ma Divisione (ossia Brigata) fu affidato al Colonnello brigadiere Assanti Pepe.”. Il comando della XVI DIVISIONE COSENZ fu affidato al Colonnello Assanti Pepe. Magni scrive pure che la XVI DIVISIONE COSENZ procedè senza Cosenz diretta a Napoli e marciò al comando di ASSANTI per la via Consolare fino a Lagonegro. Poi un piccolo sentiero ci condusse a Sapri, d’ onde due piroscafi ci trasportarono alla capitale il 15 settembre.”. Dunque, scriveva il Magni che, il 15 settembre 1860 la XVI DIVISIONE COSENZ arrivò a Napoli partendo da Sapri dove si era imbarcata.

Nel 12 settembre 1860, da Sapri partenza del maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi diretti a Napoli

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Renato Sòriga (….) scriveva che il Maggiore Grioli, insieme a cinque compagnie della Brigata Sacchi arrivò a Napoli verso sera, e dunque presumibilmente il maggiore Grioli, nello stesso giorno del 12 settembre 1860 si era imbarcato a Sapri. Era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Nel 12 settembre 1860, partendosi da Sapri arriva a Napoli, il maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Nel 12, 13 e 14 settembre 1860, nel porto di Sapri vi erano alcuni piroscafi che dovevano trasportare truppe garibaldine a Napoli: MONGIBELLO, l’ARCHIMEDE, l’AMALFI e la MARIA TERESA. Questi piroscafi andranno a Paola a prelevare le truppe ivi rimaste della DIVISIONE MEDICI

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 62-63, in prposito scriveva che: “A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se saràper noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono„. * 12, 13 settembre — Fermata a Paola. “Il dire quanta ansietà abbiamo per attendere i vapori è cosa incredibile. Ad ogni momento vado sul balcone di casa Maraviglia ad osservare il mare in tutte le direzioni delle coste ma specialmente della costa di Sapri e Salerno,
nella speranza che spunti, che giunga qualche vapore e che ci tolga dall’esiglio. “Il 12 giunge un vapore, e subito evviva, grida di gioia, ma poi lo si vede costantemente avanzare da solo, e questo ci recava tristezza pensando che non soddisferebbe al bisogno. Io ricevo ordine di recarmi a bordo per rilevare le istruzioni del comandante e per sentire se giungano altri vapori. Il vapore arrivato è L’Indipendente, della nostra marina, che ha ordine di portare 600 uomini e nulla sa se giungano altri vapori. “Medici ordina si fermi il vaporesino a che ne giungano altri e nel frattempo si fanno caricare tutti gli equipaggi, sino a che, il 13, vedendo che non giungono vapori, il comandante domanda di partire e però, concesso questo, parte, facendosi sera, con a bordo i dispersi, un picchetto per ogni reggimento e il capitano Moscarello per la scorta.”. 
“14 settembre….Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì „. Ed infatti il Mongibéllo entrò il 15 settembre nel porto di Napoli, con i primi scaglioni della divisione Medici. Agli ufficiali ed ai soldati furono concesse, dopo tanti giorni d’esiglio„, alcune giornate di riposo. Il capitano Castellini ne approfittò, com’era suo costume, per visitare i dintorni, il Museo di Napoli, etc…”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Dunque, Gualtiero Castellini, traendo dalle memorie dello zio Nicostrato, il 14 settembre 1860 scriveva che a Paola arrivano due vapori da Sapri. I vapori o piroscafi provenivano dal porto di Sapri: “14 settembre….Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori…..il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri …”. Dunque, Gualtiero Castellini (….) scriveva che a Paola, mentre si attendevano i vapori che dovevano trasportare le truppe a Napoli, verso il 15 settembre 1860 finalmente arrivarono il “MONGIBELLO”, l’“AMALFI”, l’“ARCHIMEDE”, la “MARIA TERESA” e a Paola ancora attendevano di imbarcarsi le truppe della Brigata Eberhardt.

A PAOLA

Nel 12-13 e 14 Settembre 1860, ancora a Paola, la Divisione MEDICI in attesa di imbarco per Napoli

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi….(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola e che in quel giorno soltanto riusciva ad imbarcarsi su due piccoli vapori già borbonici, il ‘Mongibello’ e l”Archimede’, un terzo delle sue forze. Gli altri due terzi, 2 mila uomini circa, poterono partire con lui qualche giorno più tardi, giungendo a Napoli quando già gli altri corpi si radunavano nella pianura intorno a Caserta, ove abbiamo visto arrivare primo di tutti il Turr reduce a Ariano. Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo in questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini e 160 mila cartucce. Partirà domattina.”.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 62-63-64, aggiungeva che: ““A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se sarà per noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono„. * 12, 13 settembre — Fermata a Paola. “Il dire quanta ansietà abbiamo per attendere i vapori è cosa incredibile. Ad ogni momento vado sul balcone di casa Maraviglia ad osservare il mare in tutte le direzioni delle coste ma specialmente della costa di Sapri e Salerno, nella speranza che spunti, che giunga qualche vapore e che ci tolga dall’esiglio. “Il 12 giunge un vapore, e subito evviva, grida di gioia, ma poi lo si vede costantemente avanzare da solo, e questo ci recava tristezza pensando che non soddisferebbe al bisogno. 10 ricevo ordine di recarmi a bordo per rilevare le istruzioni del comandante e per sentire se giungano altri vapori. 11 vapore arrivato è L’Indipendente, della nostra marina, che ha ordine di portare 600 uomini e nulla sa se giungano altri vapori. “Medici ordina si fermi il vapore sino a che ne giungano altri e nel frattempo si fanno caricare tutti gli equipaggi, sino a che, il 13, vedendo che non giungono vapori, il comandante domanda di partire e però, concesso questo, parte, facendosi sera, con a bordo i dispersi, un picchetto per ogni reggimento e il capitano Moscarello per la scorta “14 settembre — Il giorno 14 all’alba siamo coi nostri cannocchiali alle finestre, ma nulla si vede, tranne qualche legno a vela, e già si mormora contro il cardinale e contro tutti quelli che ci condannano all’esiglio. “E quello che fa il massimo torto al cardinale si è che ci spiccò forse cinque telegrammi, che altrettanti in sette giorni d’esiglio ne spedimmo a lui ed al ministro della marina, senza che ancora mostrino di conoscere l’esistenza nostra in Paola. “E questo dev’essere il capo di stato maggiore? Che a Tiriolo ci ordina di fermarci e poco dopo telegrafa a tutti i corpi domandando notizie della nostra Divisione? (1). Etc…”. Il nipote di Castellini, a p. 64, nella nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibello. – La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17° divisione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che: Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”…..La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”.”. Da Wikipedia leggiamo che Giacomo Medici fu nominato colonnello della I brigata della 16ª divisione dell’Esercito meridionale, entrò a Palermo il 21 giugno. A luglio combatté alla battaglia di Milazzo, costrinse Messina alla resa dopo un assedio di otto giorni e ne firmò la relativa convenzione; fu promosso maggior generale della 17ª divisione e fu presente alla battaglia del Volturno.

Nel 15 settembre 1860, da Paola, la partenza di parte della XVII DIVISIONE MEDICI per Napoli: parte solo la BRIGATA EBERHARDT

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi….(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola e che in quel giorno soltanto riusciva ad imbarcarsi su due piccoli vapori già borbonici, il ‘Mongibello’ e l”Archimede’, un terzo delle sue forze. Gli altri due terzi, 2 mila uomini circa, poterono partire con lui qualche giorno più tardi, giungendo a Napoli quando già gli altri corpi si radunavano nella pianura intorno a Caserta, ove abbiamo visto arrivare primo di tutti il Turr reduce a Ariano. Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo in questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini e 160 mila cartucce. Partirà domattina.”.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “14 settembre….Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì „. Ed infatti il Mongibéllo entrò il 15 settembre nel porto di Napoli, con i primi scaglioni della divisione Medici. Agli ufficiali ed ai soldati furono concesse, dopo tanti giorni d’“ esiglio „, alcune giornate di riposo. Il capitano Castellini ne approfittò, com’era suo costume, per visitare i dintorni, il Museo di Napoli, etc…”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Dunque, Gualtiero Castellini postillava che la Brigata EBERHARDT apparteneva alla XVII DIVISIONE MEDICI che partì da Paola, diretta a Napoli, solo il giorno 15 settembre 1860. Dunque, Gualtiero Castellini (….) scriveva che a Paola, mentre si attendevano i vapori che dovevano trasportare le truppe a Napoli, verso il 15 settembre 1860 finalmente arrivarono il “MONGIBELLO”, l’“AMALFI”, l’“ARCHIMEDE”, la “MARIA TERESA” e a Paola ancora attendevano di imbarcarsi le truppe della Brigata Eberhardt. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, riferendosi alle Divisioni del generale Turr, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “MONGIBELLO” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt. Medici partì dopo il 15 da Paola con le restanti truppe della sua Divisione che non avevano potuto imbarcarsi per mancanza di barche.

Nel 15 settembre 1860, da Sapri la partenza e l’arrivo a Napoli della 1° DIVISIONE COSENZ comandata dal colonnello ASSANTI 

Sull’Assanti ha scritto Alessandro Magni (….), nel suo “Vicende della spedizione Cosenz nella guerra del 1860”, ed. Forzani & C., Roma, 1912, a p. 9, riferendosi alla resa del generale Briganti, in proposito scriveva che: “Avvenuta tale resa il Generale Cosenz si pose al seguito del Dittatore, col quale entrò in Napoli il 7 settembre, e fu poi nominato Ministro della guerra. Il comando della 16ma Divisione (ossia Brigata) fu affidato al Colonnello brigadiere Assanti Pepe. Subito dopo incominciarono le nostre lunghe marcie verso Napoli, per la via Consolare fino a Lagonegro. Poi un piccolo sentiero ci condusse a Sapri, d’ onde due piroscafi ci trasportarono alla capitale il 15 settembre.”. La testimonianza di Alessandro Magni (….) che faceva parte delle truppe del Cosenz, ovvero della XVI DIVISIONE, è interessantissima. In primo luogo Magni scriveva che dopo l’avvenimento del generale Briganti, il generale Cosenz si aggregò allo Stato Maggiore di Garibaldi che, da Cosenza procedè separatamente dalle sue truppe insieme al generale Cosenz. Magni scriveva pure che: Il comando della 16ma Divisione (ossia Brigata) fu affidato al Colonnello brigadiere Assanti Pepe.”. Il comando della XVI DIVISIONE COSENZ fu affidato al Colonnello Assanti Pepe. Magni scrive pure che la XVI DIVISIONE COSENZ procedè senza Cosenz diretta a Napoli e marciò al comando di ASSANTI per la via Consolare fino a Lagonegro. Poi un piccolo sentiero ci condusse a Sapri, d’ onde due piroscafi ci trasportarono alla capitale il 15 settembre.”. Dunque, scriveva il Magni che, il 15 settembre 1860 la XVI DIVISIONE COSENZ arrivò a Napoli partendo da Sapri dove si era imbarcata.

Nel 17 settembre 1860, da Paola partenza per Napoli di altri 2000 volontari della brigata MEDICI 

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi….(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola e che in quel giorno soltanto riusciva ad imbarcarsi su due piccoli vapori già borbonici, il ‘Mongibello’ e l”Archimede’, un terzo delle sue forze. Gli altri due terzi, 2 mila uomini circa, poterono partire con lui qualche giorno più tardi, giungendo a Napoli quando già gli altri corpi si radunavano nella pianura intorno a Caserta, ove abbiamo visto arrivare primo di tutti il Turr reduce a Ariano. Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo in questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini e 160 mila cartucce. Partirà domattina.”.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Nicostrato Castellini (…..) fu diretto testimone, al’epoca giovane volontario garibaldino che si trovò a Paola e a Sapri. Il nipote, Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “14 settembre….Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì„. Ed infatti il Mongibéllo entrò il 15 settembre nel porto di Napoli, con i primi scaglioni della divisione Medici. Agli ufficiali ed ai soldati furono concesse, dopo tanti giorni d’”esiglio„, alcune giornate di riposo. Il capitano Castellini ne approfittò, com’era suo costume, per visitare i dintorni, il Museo di Napoli, etc…”. Il nipote di Castellini, a p. 64, nella nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibello. – La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17° divisione.”. Dunque, la XVII Divisione era  a Divisione di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo Medici; Capo di Stato Maggiore della Divisione era illuogotenente Colonnello Ferrari; comandante della 1° Brigata era il colonnello Simonetta; comandante della 2° Brigata era il colonnello Corte; il comandante della 3° Brigata era il colonnello Eberhardt; e poi c’era la 4° brigata con DUNNE e la 5° Brigata con Mussolino. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Medici partì dopo il 15 da Paola con le restanti truppe della sua Divisione che non avevano potuto imbarcarsi per mancanza di barche. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “Ed infatti il Mongibéllo entrò il 15 settembre nel porto di Napoli, con i primi scaglioni della divisione Medici. Agli ufficiali ed ai soldati furono concesse, dopotanti giorni d’“ esiglio„, alcunegiornate diriposo. Il capitano Castellini ne approfittò, com’era suo costume, per visitare i dintorni, il Museo di Napoli, Castellamare, Pompei : e di tutte le impressioni tenne nota nel taccuino, ove aveva già segnato l’ammirazione suscitata in lui dall’entrata nel golfo di Napoli. Mirabile tempra di soldato e di artista, cbe si era accinto a questa campagna come ad un pellegrinaggio eroico, dovuto alla libertà ed alla bellezzadella patria. Ma la tregua fu di breve durata: ecco infatti altre note militari, tolte da una lettera alla moglie.”. Cosmo Schiavo (….), nel suo “Gaetano Rocco: un romantico indomito alfiere”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), in Appendice, a p. 321, in proposito scriveva che: “Sono qui a riassumere le venti pagine del diario inedito di Gaetano Rocco, intitolato “I miei ricordi”, che consta di 120 pagine tipo protocollo rilegate in formato 29×20 cm. Tratta degli avvenimenti dal 13 aprile 1854 al 9 dicembre 1862. Una fittissima trascrizione dattilografica di 27 pagine e 6 righi etc…del nipote Eugenio Rocco, ufficiale del 28° Reggimento fanteria Divisione Pavia, etc…Gaetano Rocco, nasce a Campagna, il 22 settembre 1835 ….”. Cosmo, a p. 345, trascrivendo sempre il Diario di Rocco arrivava a parlarci dell’arrivo e della partenza di Rocco da Paola. Ricordo che di Gaetano Rocco ha scritto anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo……………Gaetano Rocco faceva parte della Brigata Heberhardt, che a sua volta faceva parte della Divisione Medici che, dalla Sicilia arrivò a Paola l’8 settembre 1860, il giorno dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Cosmo, a p. 346, in proposito scriveva: “Giunti in cima il temporale cessò e con più celerità discese in Paola per una strada tagliata a guisa si può dire di lumaca. Era mezzanotte quando si mise piede in quel grazioso paese, e ciascuno di quei abitanti saporitamente se la dormiva; intanto noi altri bagnati fin dentro le midolla etc…Il dì seguente fui alloggiato in casa del sig. Domenico Gentile padre di tre giovani figli di sentimenti caldissimi di libertà. Da questa famiglia per sei giorni consecutivi ebbi trattamenti cordialissimi e sinceri non senza lagrime ed abbracciamenti da essi mi concedai da essi il 14 settembre alle 2 p.m. quando con la intiera Brigata m’imbarcai sul vapore il Mongibello alla volta di Napoli. Il giorno 15 settembre 1860 fu un giorno memorabile per me e che io non potrò dimenticarmi giammai. Il Comandante della Brigata Sig. Heberhardh etc…”.

Nel 19 settembre 1860, la BRIGATA LUCANA del colonnello BOLDONI entrò trionfante a Napoli

Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, licenziandosi coloro che per età, per cure di famiglia, o per altra qualsiasi causa, non potevano più a lungo permanere sotto le bandiere dell’Insurrezione. Ne restarono circa due mila e cinque cento, ed il Boldoni vi mise a capo dello Stato Maggiore il Maggiore Emilio Petruccelli, affidando il comando dei quattro Battaglioni al prete Nicola Mancusi di Avigliano, a Francesco Paolo La Vecchia di Tricarico, a Giuseppe Domenico La Cava di Corleto, ed a Francesco Paolo Pomarici di Anzi. La brigata Lucana entrò a Napoli nel 19 Settembre, sfilando con marziale disinvoltura lungo la via Toledo etc…(p. 252). A Napoli il comando della Brigata Lucana fu tolto al Boldoni e dato a Clemente corte, Colonnello di Garibaldi, la qual cosa spiacque a moltissimi, perchè fu fatta forse per segreti disegni, ed in maniera alquanto brusca ed inaspettata. Agl’Insorti Lucani Garibaldi diede, come distintivo, un nastro blù con fibietta da portarsi sull’omero sinistro. Per mancanza di documenti non posso dire quali nuovi ordinamenti subisse la Brigata Lucana nel far parte della Divisione del General Medici; ne quale posto occupasse nelle giornate del 1 e del 2 Ottobre, allorchè vi fu sanguinoso combattimento fra i soldati di re Francesco e le valorose schiere di Garibaldi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1). La brigata ebbe nuovo ordiamento a Salerno; poichè diede licenza a’ militi più vecchi di ritrarsene; nominò capo dello stato maggiore il signor Emilio Petruccelli; e capo dei battaglioni i signori Giuseppe-Domenico La Cava, Francesco Paolo La Vecchia, Nicola Mancusi, e Francesco Paolo Pomarici. Restarono sotto le armi duemila centosettantasei militi. La brigata entrò il giorno 19 settembre nella città di Napoli “salutata (dice uno scrittore straniero) da calorose acclamazioni del popolo di Napoli il quale, a spettacolo nuovo sui lastrici della città capitale, vedeva la prima volta, senza il terrore dei seguaci della Santa-fede, gl’insorti popoli delle provincie nelle sue fogge ruvide, bizzarre e pittoresche, in armi da caccia e da museo, d’ogni sorta gente e condizione commisti, e preti e frati vessilliferi e capifila”(2). A Napoli un terzo riordinamento, e questo fu l’ultimo della brigata Lucana. Il Colonnello Boldoni fu surrogato dal colonnello Clemente Corte. Al Boldoni faceva ingiuria l’origine sua; cioè il partito che l’ebbe eletto alla impresa di Basilicata, e lo indirizzo di una politica, che egli non nascondea, ma bandiva sotto gli auspicii del Conte di Cavour. Codesto lo aveva reso non bene accetto, poscia mal visto a coloro, che ormai levavano bandiera in aperta opposizione al ministro di Sardegna: e poichè il Dittatore aveva vinto, e dei servigi di quello non pareva più bisogno, gli spiriti partigiani vollero sbrigarsene; e per quali vie non monta. Sinistrarono gli atti di lui; ne calunniarono intenzioni e parole; non dubitarono di mentire in nome del popolo appo il Dittatore; e il Boldoni fu rimosso dal comando della brigata; nè parola di lode venne a temperare la crudezza del fatto subitaneo. Cominciava da lui la manifestazione prima di quella febbre di demolizione, che poscia abbiam vista senza limiti appiccarsi a tutti gli animi, e aggredir tutti gli uomini e le cose. Unica, forse e sempre generosa, la città di Corleto non dimenticò il Colonnello Boldoni; ….Il Colonnello Clemente Corte, giovane ardito, operosissimo, valoroso e valente ebbe l’onore di guidare al fuoco la giovane brigata dei volontari Lucani. Ricominciando il novello e più acconcio ordinamento, le mutò il nome in brigata di Basilicata; scompose lo scheletro, o, come dicono, i quadri; non tenne conto, e ben fece, dei gradi che la rivoluzione etc…”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglone detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Racioppi, a p. 237, nella nota (2) postillava: “(2) E. Maison, Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris, 1861, pag. 88.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 52-53, in proposito scriveva pure che: Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Pesce, a p. 53, nella nota (1) postillava: “(1) Fra quei volontari emerse la figura gigantesca e balda del Capitano Gennaro Iannarelli di S. Severino Lucano, il quale, dopo aver combattuto coraggiosamente a Santamaria, fu a capo di una compagnia di Guardie Mobili per la repressione del brigantaggio nel Circondario di Lagonegro, etc…”. Il Pesce, a p. 55 scriveva pure che: “Ammirato e carezzato dai commilitoni per la sua tenera età e pel suo coraggio, fu iscritto, semplice milite, nel 1. Battaglione della Brigata Lucana, la quale, dopo che fu bene riordinata dei migliori elementi della disciplina militare dal nuovo Colonnello Clemente Corte, succeduto al Boldoni, e fu fornita, nei depositi di Aversa, d’armi e di divisa, fu aggregata alla Divisione del Generale Medici, e fu guidata al combattimento con mirabile slancio. E’ risaputo che gli insorti lucani ebbero, come distintivo, un nastro bleu con fibbietta da portarsi sull’omero sinistro.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 24-25-26, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata in Napoli, la Brigata Lucana si organizzò per distretti: il distretto di Matera fu dato a Carmine Ferri, che, avendo assicurato la tranquillità e data forma costituzionale alla città, riprese il suo posto di combattente, e il distretto di Lagonegro fu affidato al Lavecchia. Il 19 settembre la Brigata Lucana si riunì a Napoli, dopo aver spazzato il salernitano dei residui dell’esercito borbonico, e dopo aver compiuta la rivoluzione nell’avellinese. Gl’insorti lucani, vestiti ed armati alla meglio, vennero accolti con grandi feste, e costretti a fare il giro della città: Napoli, con quell’atto, volle dare il merito alla Basilicata di essere stata la prima ad insorgere e di aver meglio organizzata la rivoluzione. Garibaldi passò in rivista la brigata, riorganizzò gl’insorti in nome dell’Italia e li lasciò liberi. I vecchi furono costretti a ritornare a casa; i giovani, inquadrati da ufficiali garibaldini, formarono la nuova brigata, che si distinse sotto le mura di Capua e sulle sponde del Volturno. I tricaricesi furono rattristati dalla perdita del patriota Giuseppe Bronzini, morto a Napoli in seguito agli strapazzi di guerra. Finito il loro compito, i nostri patrioti ritornarono a casa, lieti di aver servita la Patria, e di aver concorso a liberare le nostre terre dalla soggezione borbonica; non chiesero nè onori nè ricompense. Il Lavecchia fu nominato prefetto, ma rifiutò dicendo: “Non abbiamo lavorato per ottenere una pagnotta”. Sorsero poi i vittoriosi, che misero in disparte gli autentici combattenti e carpirono gli onori destinati a chi aveva ben meritato della Patria. Il successo della campagna del ’60 dev’essere attribuito alla Basilicata.Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Nicola Mignogna, a pp. 113-114, in proposito scriveva: “469) Brigata Lucana – Quartier Generale in Salerno – Ordine del giorno, Salerno li 15 settembre 1860, s. 1., nè a.” Foglio a stampa contenente le disposizioni impartite dal colonnello Boldoni per il funzionamento della brigata Lucana destinata ad essere aggregata all’Esercito Meridionale. I quattro battaglioni, quello del distretto di Lagonegro, costituito da 554 uomini, quello di Potenza, da 546, quello di Matera, da 497 uomini e quello di Melfi, da 579 uomini, vengono rispettivamente affidati al comando di Giuseppe Domenico Lacava, di Francesco Pomarici, di Francesco Emilio Petruccelli, recatosi a Napoli, sarà capo di Stato Maggiore della brigata Leopoldo Scoppa, si porta a conoscenza la costituzione di Commissione di donne con il compito di sovvenire ai bisogni etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana informa lo storico Cilibrizzi (1) fu costituita con 3.500 insorti. Era formata su otto colonne: 1° Colonna: Potenza – Comandante Francesco Pomarici; 2° Colonna: Comandante Giuseppe Domenico Lacava; 3° colonna: Tricarico – Comandante Francesco Paolo Lavecchia etc..La Brigata Lucana divenne poi “Brigata Basilicata” comandata dal Colonnello Clemente Corte che si distinse poi nelle battaglie combattute contro i Borboni sul Volturno e nell’assedio di Gaeta.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua..

Nel 1860, la BRIGATA BASILICATA (ex Brigata Lucana del Boldoni) al comando di Clemente CORTE

Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, licenziandosi coloro che per età, per cure di famiglia, o per altra qualsiasi causa, non potevano più a lungo permanere sotto le bandiere dell’Insurrezione. Ne restarono circa due mila e cinque cento, ed il Boldoni vi mise a capo dello Stato Maggiore il Maggiore Emilio Petruccelli, affidando il comando dei quattro Battaglioni al prete Nicola Mancusi di Avigliano, a Francesco Paolo La Vecchia di Tricarico, a Giuseppe Domenico La Cava di Corleto, ed a Francesco Paolo Pomarici di Anzi. La brigata Lucana entrò a Napoli nel 19 Settembre, sfilando con marziale disinvoltura lungo la via Toledo etc…(p. 252). A Napoli il comando della Brigata Lucana fu tolto al Boldoni e dato a Clemente corte, Colonnello di Garibaldi, la qual cosa spiacque a moltissimi, perchè fu fatta forse per segreti disegni, ed in maniera alquanto brusca ed inaspettata. Agl’Insorti Lucani Garibaldi diede, come distintivo, un nastro blù con fibietta da portarsi sull’omero sinistro. Per mancanza di documenti non posso dire quali nuovi ordinamenti subisse la Brigata Lucana nel far parte della Divisione del General Medici; ne quale posto occupasse nelle giornate del 1 e del 2 Ottobre, allorchè vi fu sanguinoso combattimento fra i soldati di re Francesco e le valorose schiere di Garibaldi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1). La brigata ebbe nuovo ordiamento a Salerno; poichè diede licenza a’ militi più vecchi di ritrarsene; nominò capo dello stato maggiore il signor Emilio Petruccelli; e capo dei battaglioni i signori Giuseppe-Domenico La Cava, Francesco Paolo La Vecchia, Nicola Mancusi, e Francesco Paolo Pomarici. Restarono sotto le armi duemila centosettantasei militi. La brigata entrò il giorno 19 settembre nella città di Napoli “salutata (dice uno scrittore straniero) da calorose acclamazioni del popolo di Napoli il quale, a spettacolo nuovo sui lastrici della città capitale, vedeva la prima volta, senza il terrore dei seguaci della Santa-fede, gl’insorti popoli delle provincie nelle sue fogge ruvide, bizzarre e pittoresche, in armi da caccia e da museo, d’ogni sorta gente e condizione commisti, e preti e frati vessilliferi e capifila”(2). A Napoli un terzo riordinamento, e questo fu l’ultimo della brigata Lucana. Il Colonnello Boldoni fu surrogato dal colonnello Clemente Corte. Al Boldoni faceva ingiuria l’origine sua; cioè il partito che l’ebbe eletto alla impresa di Basilicata, e lo indirizzo di una politica, che egli non nascondea, ma bandiva sotto gli auspicii del Conte di Cavour. Codesto lo aveva reso non bene accetto, poscia mal visto a coloro, che ormai levavano bandiera in aperta opposizione al ministro di Sardegna: e poichè il Dittatore aveva vinto, e dei servigi di quello non pareva più bisogno, gli spiriti partigiani vollero sbrigarsene; e per quali vie non monta. Sinistrarono gli atti di lui; ne calunniarono intenzioni e parole; non dubitarono di mentire in nome del popolo appo il Dittatore; e il Boldoni fu rimosso dal comando della brigata; nè parola di lode venne a temperare la crudezza del fatto subitaneo. Cominciava da lui la manifestazione prima di quella febbre di demolizione, che poscia abbiam vista senza limiti appiccarsi a tutti gli animi, e aggredir tutti gli uomini e le cose. Unica, forse e sempre generosa, la città di Corleto non dimenticò il Colonnello Boldoni; ….Il Colonnello Clemente Corte, giovane ardito, operosissimo, valoroso e valente ebbe l’onore di guidare al fuoco la giovane brigata dei volontari Lucani. Ricominciando il novello e più acconcio ordinamento, le mutò il nome in brigata di Basilicata; scompose lo scheletro, o, come dicono, i quadri; non tenne conto, e ben fece, dei gradi che la rivoluzione etc…”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglone detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Racioppi, a p. 237, nella nota (2) postillava: “(2) E. Maison, Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris, 1861, pag. 88.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 52-53, in proposito scriveva pure che: Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Pesce, a p. 53, nella nota (1) postillava: “(1) Fra quei volontari emerse la figura gigantesca e balda del Capitano Gennaro Iannarelli di S. Severino Lucano, il quale, dopo aver combattuto coraggiosamente a Santamaria, fu a capo di una compagnia di Guardie Mobili per la repressione del brigantaggio nel Circondario di Lagonegro, etc…”. Il Pesce, a p. 55 scriveva pure che: “Ammirato e carezzato dai commilitoni per la sua tenera età e pel suo coraggio, fu iscritto, semplice milite, nel 1. Battaglione della Brigata Lucana, la quale, dopo che fu bene riordinata dei migliori elementi della disciplina militare dal nuovo Colonnello Clemente Corte, succeduto al Boldoni, e fu fornita, nei depositi di Aversa, d’armi e di divisa, fu aggregata alla Divisione del Generale Medici, e fu guidata al combattimento con mirabile slancio. E’ risaputo che gli insorti lucani ebbero, come distintivo, un nastro bleu con fibbietta da portarsi sull’omero sinistro.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 24-25-26, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata in Napoli, la Brigata Lucana si organizzò per distretti: il distretto di Matera fu dato a Carmine Ferri, che, avendo assicurato la tranquillità e data forma costituzionale alla città, riprese il suo posto di combattente, e il distretto di Lagonegro fu affidato al Lavecchia. Il 19 settembre la Brigata Lucana si riunì a Napoli, dopo aver spazzato il salernitano dei residui dell’esercito borbonico, e dopo aver compiuta la rivoluzione nell’avellinese. Gl’insorti lucani, vestiti ed armati alla meglio, vennero accolti con grandi feste, e costretti a fare il giro della città: Napoli, con quell’atto, volle dare il merito alla Basilicata di essere stata la prima ad insorgere e di aver meglio organizzata la rivoluzione. Garibaldi passò in rivista la brigata, riorganizzò gl’insorti in nome dell’Italia e li lasciò liberi. I vecchi furono costretti a ritornare a casa; i giovani, inquadrati da ufficiali garibaldini, formarono la nuova brigata, che si distinse sotto le mura di Capua e sulle sponde del Volturno. I tricaricesi furono rattristati dalla perdita del patriota Giuseppe Bronzini, morto a Napoli in seguito agli strapazzi di guerra. Finito il loro compito, i nostri patrioti ritornarono a casa, lieti di aver servita la Patria, e di aver concorso a liberare le nostre terre dalla soggezione borbonica; non chiesero nè onori nè ricompense. Il Lavecchia fu nominato prefetto, ma rifiutò dicendo: “Non abbiamo lavorato per ottenere una pagnotta”. Sorsero poi i vittoriosi, che misero in disparte gli autentici combattenti e carpirono gli onori destinati a chi aveva ben meritato della Patria. Il successo della campagna del ’60 dev’essere attribuito alla Basilicata.Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Nicola Mignogna, a pp. 113-114, in proposito scriveva: “469) Brigata Lucana – Quartier Generale in Salerno – Ordine del giorno, Salerno li 15 settembre 1860, s. 1., nè a.” Foglio a stampa contenente le disposizioni impartite dal colonnello Boldoni per il funzionamento della brigata Lucana destinata ad essere aggregata all’Esercito Meridionale. I quattro battaglioni, quello del distretto di Lagonegro, costituito da 554 uomini, quello di Potenza, da 546, quello di Matera, da 497 uomini e quello di Melfi, da 579 uomini, vengono rispettivamente affidati al comando di Giuseppe Domenico Lacava, di Francesco Pomarici, di Francesco Emilio Petruccelli, recatosi a Napoli, sarà capo di Stato Maggiore della brigata Leopoldo Scoppa, si porta a conoscenza la costituzione di Commissione di donne con il compito di sovvenire ai bisogni etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana informa lo storico Cilibrizzi (1) fu costituita con 3.500 insorti. Era formata su otto colonne: 1° Colonna: Potenza – Comandante Francesco Pomarici; 2° Colonna: Comandante Giuseppe Domenico Lacava; 3° colonna: Tricarico – Comandante Francesco Paolo Lavecchia etc..La Brigata Lucana divenne poi “Brigata Basilicata” comandata dal Colonnello Clemente Corte che si distinse poi nelle battaglie combattute contro i Borboni sul Volturno e nell’assedio di Gaeta.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua..

LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO

Nel 1 ottobre 1860, ad Aversa (Battaglia del Volturno) morì Carlo Mazzei di Maratea ed il 2 ottobre a Caserta morì Michele Cosentino di Lagonegro dopo essere stato ferito

Da Wikipedia leggiamo che la battaglia del Volturno indica alcuni scontri armati tra i volontari garibaldini e le truppe borboniche, avvenuti tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860 nei pressi del fiume Volturno, durante la spedizione dei Mille. Il territorio impegnato dalle vicende belliche è sito nell’attuale provincia di Caserta, delimitato all’incirca in un triangolo avente i vertici nelle città di Capua, Caiazzo e Maddaloni. Sebbene in inferiorità di uomini e mezzi, i volontari dell’Esercito meridionale al comando di Giuseppe Garibaldi, dopo duri combattimenti nelle località sunnominate, riuscirono a respingere il tentativo dei napoletani di rompere l’accerchiamento di Gaeta e marciare su Napoli, convincendo i generali borbonici ad interrompere ogni tentativo di avanzata e a ritirarsi nelle posizioni di partenza. La battaglia fu l’ultimo tentativo fatto da Francesco II di respingere i garibaldini e riconquistare il proprio regno, ma il suo fallimento segnò definitivamente la fine del Regno delle Due Sicilie: il Re infatti, demotivato e persa la fiducia nei suoi comandanti, decise di chiudersi a Gaeta con i resti delle forze a lui fedeli, in attesa di un eventuale aiuto straniero alla sua causa, che tuttavia non giunse mai. Francesco II si arrese definitivamente il 13 febbraio 1861, dopo cinque mesi di assedio da parte dell’esercito piemontese. Biagio Moliterni (….), nel suo blog sulla rete “Abstrag.org” parlando di Tortora aggiunge che: “P.S. Il sedicenne Carlo Mazzei di Maratea, nipote acquisito di don Biagio Maceri, raggiunse i garibaldini a Lagonegro e morì in battaglia il 1° ottobre 1860 presso Aversa. Era anche chi ci credeva davvero!”. Carlo Mazzei di Maratea era nipote acquisito di don Biagio Maceri, il quale a sua volta era genero di don Pietro Lomonaco Melazzi di Tortora che ricevè Garibaldi il 3 settembre 1860, insieme ad altri notabili calabresi prima che egli si imbarcasse per Sapri. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua. Nella battaglia del Volturno, caddero Carlo Mazzei di Maratea, Francesco Abalsamo di Senise, Francesco Basile di Potenza, Michele Cosentino di Lagonegro e Antonio D’Angieri di Forenza.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Fu appunto in questo combattimento del 2 Ottobre, presso Caserta, che il giovanetto Michele Cosentino fu gravemente ferito, per cui, dopo avr partecipato ai genitori la gloriosa e triste sorte toccatagli, e chiesto perdono del dispiacere ad essi recato per la sua improvvisa partenza, morì dopo pochi giorni nell’ospedale del campo in Maddaloni. Di lì a poco, nell’anno stesso, quale triste fatalità! morirono pure la madre Rosa Aldinio, e poscia il padre Francesco, forse per le gravi amarezze provate pel generoso trascorso e per l’immatura morte del diletto figliuolo!. ‘A Lui non ombre pose, non pietra, non parola’ la Patria, ed il suo nome fu tosto coperto dall’oblio, ma fu rievocato nel discorso dell’On. Giustino Fortunato nel 20 Settembre 1898, per l’inaugurazione delle lapidi commemorative nella sala del Consiglio Provinciale di Basilicata, nelle quali è segnato pure il nome del nostro concittadino assieme con quello di Cristoforo Grossi, vittime ambedue degli stessi generosi sensi di libertà (1).”.

LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO

Nel 1 ottobre 1860, ad Aversa (Battaglia del Volturno) morì Carlo Mazzei di Maratea ed il 2 ottobre a Caserta morì Michele COSENTINO di Lagonegro dopo essere stato ferito

Da Wikipedia leggiamo che la battaglia del Volturno indica alcuni scontri armati tra i volontari garibaldini e le truppe borboniche, avvenuti tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860 nei pressi del fiume Volturno, durante la spedizione dei Mille. Il territorio impegnato dalle vicende belliche è sito nell’attuale provincia di Caserta, delimitato all’incirca in un triangolo avente i vertici nelle città di Capua, Caiazzo e Maddaloni. Sebbene in inferiorità di uomini e mezzi, i volontari dell’Esercito meridionale al comando di Giuseppe Garibaldi, dopo duri combattimenti nelle località sunnominate, riuscirono a respingere il tentativo dei napoletani di rompere l’accerchiamento di Gaeta e marciare su Napoli, convincendo i generali borbonici ad interrompere ogni tentativo di avanzata e a ritirarsi nelle posizioni di partenza. La battaglia fu l’ultimo tentativo fatto da Francesco II di respingere i garibaldini e riconquistare il proprio regno, ma il suo fallimento segnò definitivamente la fine del Regno delle Due Sicilie: il Re infatti, demotivato e persa la fiducia nei suoi comandanti, decise di chiudersi a Gaeta con i resti delle forze a lui fedeli, in attesa di un eventuale aiuto straniero alla sua causa, che tuttavia non giunse mai. Francesco II si arrese definitivamente il 13 febbraio 1861, dopo cinque mesi di assedio da parte dell’esercito piemontese. Biagio Moliterni (….), nel suo blog sulla rete “Abstrag.org” parlando di Tortora aggiunge che: “P.S. Il sedicenne Carlo Mazzei di Maratea, nipote acquisito di don Biagio Maceri, raggiunse i garibaldini a Lagonegro e morì in battaglia il 1° ottobre 1860 presso Aversa. Era anche chi ci credeva davvero!”. Carlo Mazzei di Maratea era nipote acquisito di don Biagio Maceri, il quale a sua volta era genero di don Pietro Lomonaco Melazzi di Tortora che ricevè Garibaldi il 3 settembre 1860, insieme ad altri notabili calabresi prima che egli si imbarcasse per Sapri. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua. Nella battaglia del Volturno, caddero Carlo Mazzei di Maratea, Francesco Abalsamo di Senise, Francesco Basile di Potenza, Michele Cosentino di Lagonegro e Antonio D’Angieri di Forenza.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Fu appunto in questo combattimento del 2 Ottobre, presso Caserta, che il giovanetto Michele Cosentino fu gravemente ferito, per cui, dopo avr partecipato ai genitori la gloriosa e triste sorte toccatagli, e chiesto perdono del dispiacere ad essi recato per la sua improvvisa partenza, morì dopo pochi giorni nell’ospedale del campo in Maddaloni. Di lì a poco, nell’anno stesso, quale triste fatalità! morirono pure la madre Rosa Aldinio, e poscia il padre Francesco, forse per le gravi amarezze provate pel generoso trascorso e per l’immatura morte del diletto figliuolo!. ‘A Lui non ombre pose, non pietra, non parola’ la Patria, ed il suo nome fu tosto coperto dall’oblio, ma fu rievocato nel discorso dell’On. Giustino Fortunato nel 20 Settembre 1898, per l’inaugurazione delle lapidi commemorative nella sala del Consiglio Provinciale di Basilicata, nelle quali è segnato pure il nome del nostro concittadino assieme con quello di Cristoforo Grossi, vittime ambedue degli stessi generosi sensi di libertà (1).”. Enrico Ajello (….), nel suo “Lucania 1860″, Arti grafiche Laterza, Bari, 1960, a pp. 164-165 in proposito scriveva che: “Entusiasmo patriottico che – mentre il Ministero Conforti lasciava i volontari garibaldini senza cartucce di fronte al nemico e rifiutava il pagamento di ottantamila franchi per una fornitura di fucili – in Lucania si manifestava responsabilmene con la formazione di una “Brigata Basilicata” che, agli ordini del colonnello Clemente Corte, doveva segnare altre pagine di gloria sul Volturno e sotto le mura di Capua. Il diciassettenne Michele Cosentino, indrappellatosi fra i volontari al loro passaggio per Lauria, nello scontro del due ottobre presso Caserta, fra le ‘brigata regia’ del generale Perrone e la “Brigata Basilicata” della Divisione Medici, cadeva mortalmente ferito. Gennaro Mitidieri, fuggito anch’egli dal Seminario di Policastro e divenuto “alfiere” della “Brigata Basilicata”, il trentuno ottobre, sotto le mura di Capua, riportava una grave mutilazione, che, di lì a poco, doveva trarlo a morte non ancora ventenne. Al suo fianco cadevano Francesco Di Giorgio di Anzi, Luigi Brancati di Potenza, Francesco Greco di Armento e il seminarista Celestino Grassano di Salandra, il cui eroismo doveva poi essere testimoniato, nel 1881, in piena Camera dei Deputati, da Giuseppe Marcora. E nella precedente Battaglia del Volturno, il 15 e il 19 ottobre, erano caduti Carlo Mazzei di Maratea, Francesco Abalsamo di Senise, Francesco Basile di Potenza, Antonio D’Angieri di Potenza, il capitano Salvatore Monti e il tenente Gentile Rossi. Ancora vivo è il ricordo dell’avvocato Vito Maria Magaldi, negli ultimi anni di vita segretario generale della Provincia, poeta profondo e scrittore elegante. Dodicenne fuggiva di casa dalla natia San Chirico Raparo per raggiungere, con una marcia di sessanta e più miglia, su strade impervie e sconosciute, solo e senza mezzi, il monte Marmo e di qui Auletta. Garibaldi, commosso e paterno, donò una “camicia rossa” all’ardito fanciullo, il quale poi nel sessantasei, appena diciottenne, nuovamente raggiunse i volontari garibaldini, che nel Tiriolo rinnovavano l’epica gesta.”.

Dai pròdromi dell’insurrezione in Basilicata e lo sbarco in Calabria

GLI STUDI 

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e le fonti che si sono occupate di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sullo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Sapri, avvenuto il 3 settembre 1860. Prima di Garibaldi, il 2 settembre 1860 sbarcarono centinaia di garibaldini che Turr portava da Paola via mare. Insieme a Turr arrivarono a Sapri anche alcuni agenti di Cavour. Il Risorgimento italiano è comunemente ricordato dalla maggioranza delle persone soprattutto per l’opera di personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, insieme ad essi, operarono migliaia di giovani che affrontarono sacrifici e pericoli per la libertà; tra loro i fratelli Magnoni ed i volontari delle brigate destinate agli Stati Pontifici, Parmensi, Milanesi, Bolognesi ed Emiliani, che parteciparono da volontari alla marcia verso la Capitale del Regno borbonico. Le loro vicende personali s’intrecciarono con i più importanti avvenimenti che caratterizzarono l’epopea popolare. Il lettore può così conoscere attraverso quanti rischi e privazioni quella generazione abbia realizzato l’evento più importante della storia italiana: l’Unità d’Italia.

Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale – Garibaldi festeggiato all’arrivo a Sapri

La Spedizione dei Mille      

La spedizione dei Mille fu uno degli episodi cruciali del Risorgimento. Si svolse dal 1860 al 1861 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto (borgo di Genova e allora Regno di Sardegna), alla volta della Sicilia, che faceva parte del Regno delle Due Sicilie. Lo scopo della spedizione era di rovesciare il governo borbonico e appoggiare le rivolte scoppiate sull’isola. I garibaldini sbarcarono l’11 maggio presso Marsala e, con il contributo di volontari meridionali e a rinforzi alla spedizione, aumentarono di numero, creando l’Esercito meridionale. Dopo una campagna di pochi mesi con alcune battaglie vittoriose contro l’esercito borbonico, i Mille e il neonato esercito meridionale riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie, permettendone l’annessione al nascente Regno d’Italia. I Mille sono la più nota delle formazioni garibaldine della campagna nell’Italia meridionale comandata da Giuseppe Garibaldi, durante la Spedizione dei Mille. Furono il primo nucleo dell’Esercito meridionale, che conquistò il Regno delle Due Sicilie per unirlo al Regno di Sardegna, tramite annessione, mediante proclamazione del Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “….”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 262, nella nota (84) riferendosi alla “Spedizione di Sapri”, di Carlo Pisacane, del 1857, postillava che: “(84) Si disse meno preparata della garibaldina di Marsala. Ma può dirsi preparata la spedizione di Sicilia, dove pare che Garibaldi non volesse andare ? Il generale pensava a Roma. Si lasciò convincere dal telegramma mostratogli dal Crispi. Comunque non può dirsi preparata una spedizione che contava un migliaio di fucili, 500 sciabole, sei casse di scarpe, ventidue scatole di consommè, un cesto di vermicelli, una cassa di proclami, una bella bandiera, 94 mila lire, 1088 uomini e una donna (la moglie di Crispi). A Genova non si riuscì a trovare nemmeno una carta topografica della Sicilia! Eppure, tremila picciotti si unirono al generale che prometteva terre e libertà.”Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p……, in proposito scriveva che: I. La Sicilia e i Borboni. L’Italia deve l’emancipazione dal dominio straniero, l’indipendenza, l’unità e la libertà allo spirito d’abnegazione e di sagrificio del suo popolo, all ‘ indomito coraggio de ‘ suoi martiri, al valore de ‘ suoi soldati , al genio de‘ suoi eroi, al senno de’ suoi uomini di Stato, all’ acuta preveggenza e al patriottico fervore dei principi che or ne moderano i destini. Ma forse più tarda e più lunga sarebbe tornata l’opera della sua redenzione, senza la tristizia incomparabile, la codarda ferocia, l’inettitudine fenomenale, la lurca libidine d’assoluto potere di coloro che per tanto tempo la tennero mancipia e divisa e la conculcarono ignobilmente. I Borboni di Napoli ebbero, coll ‘ Austria e dall’Austria sorretti, il tristo privilegio, di primeggiare fra gli oppressori del bel paese….”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 95, postillava in nota che: Questo diario fu scritto giorno per giorno . La parte politica e militare era, dopo la partenza, spedita man mano a Londra al seguente indirizzo: << Mr Freeman, 1 Malden Terrace, Haverstock Hill, N. W. London . ».”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, il Piemonte e il Lombardo, era sbarcato l’11 dello stesso mese a Marsala, in Sicilia, per conquistare il Regno di Napoli. Il re Francesco II tentò invano di fare opposizione per tre motivi: l’astuzia di Garibaldi nell’accerchiare il nemico o nell’evitarlo, senza toccare lo stretto di Messina e sbarcando a Melito di Portosalvo in Calabria; la dissoluzione dello Stato e la debolezza del re e l’abbandono dei soldati; il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi. Questo eroe camminò di vittoria in vittoria finché il I° ottobre, colla battaglia del Volturno, consegnò il Reame di Napoli a Vittorio Emanuele II, Re d’Italia. Francesco II, rifugiatosi nella fortezza di Gaeta, morì nel 1894.”.  Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patriotti”. Il testo di De Cesare è “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, dove però il De Cesare, sebbene il testo sia interessante per i tanti documenti trascritti, non parla affatto della marcia di Garibaldi da Paola verso Sapri e, per quella parte, si rifà quasi integralmente al testo  di Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che avevo redatto per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), a p……, in proposito scrivevo che: “…………”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., liquida così in poche brevi parole la sua marcia per le Calabrie, Basilicata e Salernitano: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 187, in proposito scriveva che: “Molto si è ricamato sul portento della conquista di mezzo regno in diciotto giorni. Sempre questo reame fu facile a conquistare, e difficile a tenere: Enrico VI etc…, e ora dopo il ’60; chè le popolazioni si gittano su’ monti alla brigantesca contro il dominio straniero.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 186, in proposito scriveva che: “La fine del Regno Borbonico. Alla fine del settembre 1860, sotto l’azione congiunta dei due eserciti esterni, quello garibaldino e quello regolare sardo, il secolare regno di Napoli si sfasciò, grazie anche all’adesione del paese in ogni suo strato. La storiografia ha dato la spiegazione del perchè il processo unificatore, durante la risalita garibaldina verso Napoli, apparve una vera e propria improvvisazione: ed è che, fin quando era vissuto Ferdinando II, egli, nella coscienza della sua indipendenza e nel suo ostinato isolamento, aveva mostrato di saper controllare il vecchio apparato amministrativo del regno, facendo credere che l’ancien regime potesse protrarsi nel tempo. Negli ultimi anni di regno di Ferdinando II, la vita intellettuale e morale espressa nel Mezzogiorno d’Italia fu orientata verso l’esterno e contro la dinastia borbonica. Quanto di vivo vi era nella classe dirigente meridionale venne infatti orientato sia verso la condanna dei Borboni, sia verso il ripudio di ogni autonomia del Mezzogiorno, scegliendo la via piemontese all’Unità…(p. 189 Il Mezzogiorno portò tuttavia nell’Italia unita, le insufficienze ed i profondi squilibri della sua economia, che la politica dell’assolutismo borbonico non aveva risolto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 74, in proposito scriveva: “La II° Guerra dell’Indipendenza d’Italia (1859) portò l’annessione della Lombardia al Piemonte; le popolazioni della Toscana, della Romagna, delle Marche, con plebiscito, proclamarono l’annessione delle proprie regioni al regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Mancava il regno delle Due Sicilie che era ancora feudo del Borbone. Giuseppe Garibaldi ruppe ogni indugio e col tacito consenso del Ministro Cavour, e invitato dai patrioti siciliani, il 5 maggio 1860, …salpò da Quarto (Genova) e sbarcò in Sicilia a Marsala con le sue Camicie Rosse.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo “C. Chizzolini di Capitello”, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Andrea Gulielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 11, in proposito scriveva: “I pericoli, gli ostacoli, anzi la quasi impossibilità di quel titanico ardimento, lo fanno più glorioso, perchè attestano la serena premeditazione del martirio. Quei prodi andarono a morire per svegliare i dormienti.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. V scriveva: “Ai primi del 1860, gli esuli siciliani del 1849, R. Pilo, G. La Masa, F. Crispi, tentarono di convincere Garibaldi a mettersi a capo di una impresa extra legale, della liberazione della Sicilia, e riuscirono ancche a persuadere il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, di consentire che la spedizione fosse preparata in territorio piemontese. Così, non ostante le esitazioni di Garibaldi, desideroso di non allungare la lista dei tentativi mazziniani falliti, e l’opposizione del Cavour, che non si sentiva di compromettere l’opera fino allora perseguita, l’impresa venne deliberata. Un migliaio di volontari, in parte reduci dalla guerra del 1859, in parte stranieri, irregolari della lunga lotta che da anni si combatteva in Europa, per il trionfo dei principi della libertà e della nazionalità, la mattina del 5 maggio 1860, s’imbarcavano clandestinamente a Quarto, non lontano da Genova, e sei giorni dopo sbarcavano sulla costa occidentale della Sicilia, a Marsala…..Il successo ridonò al governo piemontese e al Cavour l’ardire di cui poco prima essi avevano mancato: non soltanto i volontari accorrono numerosi, ma la loro partenza è favorita, organizzata dal governo di Torino. Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. VI, in proposito scriveva: Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare….Quali le cause dell’improvviso crollo del più antico e maggiore stato d’Italia ? Come si spiega la rapida sconfitta di uno dei più numerosi eserciti degli stati italiani ? C’erano particolari forze che travagliavano da più tempo la società napoletana, e che l’avevano corrosa e minata? C’era stata una trasformazione della compagine dello stato, che aveva alimentato il vecchio equilibrio sociale, senza riuscire a crearne uno nuovo, e che a lungo andare ne aveva reso vacillante la struttura? A queste e altrettanti domande tenta di rispondere il presente lavoro.”Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Così, contadini e proprietari, popolo minuto e borghesi, operai e professionisti, per motivi diversi e talora opposti, associano al nome di Garibaldi l’idea della ‘liberazione’: affrancamento della servitù per gli uni, restaurazione dell’ordine per gli altri. E, accorrono, “nobili e plebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria”(93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Demarco, continuando il suo racconto scriveva: “Le province aiutavano in tal modo la marcia dell’esercito garibaldino. Ai primi di settembre del ’60, nel Cilento, in casa del barone Mazziotti, si proclamava la decadenza di Francesco II. E nella capitale “la rivoluzione non attendeva che il segnale per manifestarsi” (94). Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (94) postillava: “(94) N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, ecc.., cit., libro III, p. 112.”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 177-178, in proposito scriveva: “Nel periodo che dalla restaurazione va al 1860 (71), le forze della borghesia fondiaria, etc…”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie; il lavoro non era stato mai interrotto.”.

LE CONDIZIONI ECONOMICHE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 285 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle banche erano depositati trentatrè milioni di ducati; nei musei c’erano inestimabili tesori d’arte e così nelle regge (1); c’erano diecine e diecine di navi nel porto; c’erano gli arsenali con tutte le più moderne attrezzature, c’era insomma, l’intero patrimonio materiale e morale del più ricco paese (1) d’Italia da tutelare; d’un paese dalla finanza così solida che la ragione commerciale del suo debito pubblico aveva toccato, talvolta, il 120 per cento, mentre quella torinese oscillava intorno al 70….”. Topa, a p. 286, nella nota (1) postillava: “(1) Quando si parla di ricchezza delle Due Sicilieci si riferisce agli enormi capitali, in gran parte inutilizzati, di cui disponeva il Reame; capitali che erano il frutto di anni e anni di risparmi e sacrifici della parsimoniosa gente meridionale. Allora come oggi – e Giustino Fortunato ha rilevato e diffuso questa tragica vertà – vaste zone delle regioni del Sud erano improduttive per cause naturali e non per incuria degli uomini.”. Il Regno delle Due Sicilie possedeva un’economia solida e grandi riserve auree, ma la ricchezza era fortemente concentrata nelle mani della corona e dell’aristocrazia. Nonostante i primati in specifici settori industriali e finanziari, il Paese soffriva di una diffusa povertà e di una grave carenza di infrastrutture rispetto ad altre realtà europee.

FONTI bibliografiche: 

Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta di un saggio di Antonio Emilio Parisi, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, (Roma, a. 1957, fasc. I-II; anno XXIX, 1960, fasc. I; e 1960, fasc. II pp. 117-135), in cui il Parisi pubblicò il manoscritto di Francesco De Fiore (….), “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”. Il saggio del Parisi è interessante ma riguarda i fatti di Reggio e di Soveria. Benedetto Croce (….), nel suo Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza & Figli, Bari, 19….. condannò le opere “patriottarde e umanistiche” di Pietro Colletta, Carlo Botta e Vincenzo Cuoco, in quanto storicamente incongruenti e non imparziali, pur avendo esse propugnato idee moderne quali l’anticlericalismo, la libertà e l’uguaglianza e avendo in tal modo contribuito al progresso. Francois Lenormant (….), nel 1866 fu in Italia allo scopo di studiare le antichità della Lucania e della Puglia, soprattutto l’antica Terra d’Otranto. A Lecce e in provincia, guidato da Filippo Bacile, rilevò e disegnò alcuni trulli o truddhri salentini, conosciuti come pajare. Nel 1879 visitò la Calabria partendo da Taranto; nel 1882 attraversò la Basilicata partendo da Catanzaro con destinazione Napoli. I suoi viaggi nel sud Italia sono descritti nei suoi reportage di viaggio, À travers l’Apulie et la Lucanie e La Grande Grèce. Quest’ultima opera ne ispirò almeno altre due: “Sulla riva dello Jonio” di George Gissing e “Old Calabria” di Norman Douglas. Sia Gissing sia Douglas ripercorsero infatti lo stesso itinerario di Lenormant, alla ricerca dei luoghi e dei personaggi descritti dall’archeologo francese. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg. Il testo di George Gissing (….) è  George Gissing, By the Ionian sea : notes of a ramble in Southern Italy, London, Chapman and Hall, 1901 e Norman Douglas, Old Calabria, London, Secker, 1915. Oltre ai seguenti autori, Luigi Rossi (….), nel suo “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di…, ed. Plectica, Salerno, tip. Cava de Tirreni, 2005. F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959. R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-8. L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, e a quelli che io stesso ivi citerò, sono stati consultati i seguenti: Mario Menghini, “La Spedizione garibaldina in Sicilia e di Napoli”, 1907;  Maxime Du Camp, “La Spedizione delle due Sicilie”; Giuseppe Cesare Abba, “Storia dei Mille” e “Da Quato al Volturno”; John Witehead Peard, Journal, etc…Un’altro testo di cui consiglierei la lettura è Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Infatti, Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 138 e ssg., in proposito scriveva che: “……..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc….”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 880, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: Di tutti i componenti non ricordo i nomi ma sono tutti registrati nella ‘Cronistoria’ di Michele Lacava, miniera di notizie e documenti di quel tempo, e nel libro di Racioppi sui moti di Basilicata.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. White Mario Jessie, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra; Garibaldi e i suoi tempi, illustrazioni di Edoardo Matania, Treves, Milano, 1884; White Mario Jessie, In memoria di Giovanni Nicotera, ed………..La White attinse all’archivio privato di Agostino Bertani, di cui le carte gran parte oggi si trovano conservate per donazione del Bertani al Comune di Milano. Si veda anche Pizzolorusso Antonio, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885 (vedi ed. Ripostes), Salerno, 2001. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “……..”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “La documentazione di un altro ufficio, il Governatorato, che nasceva proprio con un decreto di Garibaldi, quale dittatore delle Due Sicilie, fornisce altre utili indicazioni: un primo decreto del 12 settembre 1860 dichiara i Governatori delle provincie “le prime autorità civili e amministrative con cessazione delle funzioni degli Intendenti”….Etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 576, in proposito scriveva: Chiudiamo qui la presente opera senza avventurarci a sperare di avere con essa data una storia completa della guerra per l’indipendenza e l’unità d’Italia. Se non siamo riesciti a trovare e narrare la verità in tutti i punti, abbiamo almeno sempre inteso a non fare omaggio che ad essa.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 133, in proposito scriveva che: “Consultando un qualsiasi testo scolastico, delle medie superiori o delle superiori, in cui viene proposto l’iter fatto da Garibaldi durante la “Spedizione dei Mille”, si noterà che non è riportato il suo passaggio dal golfo di Policastro. Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Alla corretta riflessione del Policicchio, devo aggiungere che, purtroppo, le notizie storiche sul “passaggio di Garibaldi dal Golfo di Policastro”, non solo, a mio avviso, è poco corretto parlare di “golfo di Policastro”, bensì di Sapri, Vibonati e Torraca, ma, le notizie storiche non solo non appaiono e vengono censurate sui “testi scolastici, delle medie superiori o delle superiori”, ma il passaggio di Garibaldi e delle truppe garibaldine trasportate da Paola a Sapri da Turr e da Rustow non vengono menzionate dai maggiori testi di storia attuali. Anche i più recenti studi e testi pubblicati a stampa si occupano poco o niente di questi eventi, forse giudicandoli marginali, ma come ha giustamente notato Policicchio: “…il passaggio dal golfo di Policastro fu la mossa più astuta, anche se senza combattimento, messa in atto da Garibaldi durante l’intera Spedizione.”. Policicchio ha ragione anche quando scrive che:Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Ricordiamoci l’importanza di questi fatti accaduti con Pisacane e con Garibaldi, prodromici per l’Unità d’Italia, non vengono a mio avviso celebrati doverosamente dalle istituzioni e vengono poco trattati dagli stessi Insegnanti di Storia negli Istituti Superiori, giacché i nostri ragazzi, i ragazzi del Cilento, conoscono molto poco questi fatti. A queste considerazioni devo aggiungere che recentemente sono fiorite alcune pubblicazioni che poco anno a che fare con la Storia e con i fatti. Ad esempio, il testo di Riccardo Finelli, e del suo “150 anni dopo ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”, che, sulla scorta del tortorese Michelangelo Pucci (….), ci fa un racconto distorto di quei convulsi giorni. Nell’elenco ufficiale dei partecipanti all’impresa dei Mille, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 12 novembre 1878, lo si trova al numero 1070. La lista dei mille di Garibaldi, su corriere.it. URL consultato il 4 novembre 2016.

TESTIMONI OCULARI E PROTAGONISTI

Il colonnello polacco WILHELM (GUGLIELMO) RUSTOW, ufficiale garibaldino, comandante del corpo “Rustow” che si unì alla Divisione Turr

Da Wikipedia leggiamo che Rüstow è nato a Brandeburgo sulla Havel nel Brandeburgo entrò nell’esercito prussiano e prestò servizio per alcuni anni, fino alla pubblicazione di Der deutsche Militärstaat vor und während der Revolution (Zurigo, 1850). Rüstow partecipò alla rivoluzione del 1848. Fu condannato da una corte marziale a 32 anni e mezzo di reclusione in fortezza, ma riuscì a fuggire in Svizzera, dove ottenne un incarico militare. Nel 1857 fu nominato maggiore. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Allo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870, offrì i suoi servigi alla Prussia, ma fu respinto. Nel 1878, alla fondazione di una cattedra militare a Zurigo, Rüstow fece domanda per il posto, ma insegnò solo per un breve periodo. La cattedra venne definitivamente data ad un altro ufficiale Emil Rothpletz, per questo motivo Rüstow si suicidò ad Aussersihl vicino a Zurigo. Scrisse numerose opere di storia militare, di strategia e tattica militare.

  • La Guerre Italienne (1862)

Della sua opera esistono alcune versioni tradotte di cui innanzi riporto i brani che interessano lo sbarco di Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861);  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860; il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Rustow = Rustow (W.) – La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente, con 8 carte e piani. Versione del dottor G. Bizzonero. Milano, Tip. G. Civelli, 1862. E’ una traduzione del libro del Rustow ‘Erinnerung aus dem Italienischen Feldzuge von 1860. L’ultima parte della campagna è tutta di prima mano.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore. All’aspetto lo si prendeva per un professore, dalla faccia barbuta, e quegli occhiali sul naso impiastricciato di tabacco, aveva spirito e lingua pronta, grande ammirazione pel bel sesso, grande inclinazione pel buon vino. Alla divisione però fece molto bene.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi. Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnello G. Rüstow, che avevano specialmente diretta l’organizzazione..

Il generale ISTVAN (STEFANO) TURR

Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr. E’ qui doveroso ricordare la bella ed eroica figura di Soldato  e di patriota del Generale Turr. Per quanto nato (nel 1825) in Ungheria da genitori ungheresi e perciò di nazionalità magiara, egli è pure annoverato nella storia del nostro Risorgimento come uno dei suoi prodi artefici. Egli fu di quella numerosa schiera di volontari magiari che nel 1849 disertarono dall’esercito austro-ungarico per passare nelle file di quello sardo-piemontese. Malgrado che per un complesso di circostanze la formazione dei volontari magiari avesse avuto uno scarsissimo impiego sul campo di battaglia della “fatal Novara”, pure una legione di volontari ungheresi, della quale faceva parte il Turr si ricostituì di nuovo in Piemonte nel 1859. Essa venne immessa tra le fila garibaldine dei “Cacciatori delle Alpi” e partecipò con essa attivamente alla nostra seconda guerra di Indipendenza. Nel combattimento del 16 giugno a Treponti l’allora colonnello Stefano Turr fu gravemente ferito; ciò diede modo a Giuseppe Garibaldi di renderlo ancora più caro e quando lo seppe ristabilito, lo invitò ad essere suo prezioso collaboratore nella spedizione dei “Mille”. Terminata la guerra nell’Italia meridionale il generale garibaldino Stefano Turr ottenne di essere inquadrato nell’Esercito piemontese e nel 1862 Vittorio Emanuele II lo volle suo aiutante in campo. Collocato in disponibilità quando nel 1867 fu definitivamente sciolta la legione ungherese, Stefano Turr, che già era passato a fauste nozze con Adelina Wjse Bonaparte, cugina di Napoleone III, rese ancora utili servizi al Governo italiano nel campo diplomatico, facendosi promotore di una sua idea di arrivare a conciliare l’Austria con l’Italia. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Da Wikipedia leggiamo che István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908), è stato un militare e politico ungherese. Divenne noto in Italia per la grande parte avuta nella campagna dei Cacciatori delle Alpi e nella spedizione dei Mille. Nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Massone, fu membro della Loggia “Dante Alighieri” di Torino e Gran maestro del Grande Oriente Ungarico in esilio, di cui Lajos Kossuth fu Gran maestro onorario . Da Wikipedia leggiamo che Stefano Turr, nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 10, in proposito scriveva che: “Come Garibaldi decise di arrischiare l’impresa, chiamò a sè il colonnello ungherese Stefano Turr, nel quale riponeva tutta la sua fiducia e confidenza, e gli comunicò il suo pensiero….Lo stesso progetto Garibaldi confidava ad un suo provato d’armi, il colonnello Sacchi che fin dal 1842 aveva diviso con lui i pericoli, le fatiche e le glorie di un lungo assedio, e di una guerra eroica a Montevideo etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine, intitolato ‘Storia della 15ma divisione Turr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio, quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo….Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi , m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Etc…”, che tradotto significa: “Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo. Etc…”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 182, in proposito scriveva:“Il fatto è che l’unica cavalleria seria a quel tempo era quella del generale Turr, composta da ungheresi, eccellenti e instancabili cavalieri che rendevano un grande servizio e che avevano l’aspetto più pittoresco con le loro uniformi verdi e rosse e i loro grandi stivali da cavallerizzo.”.

LUIGI PIANCIANI 

Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani, esule in Francia e a Londra collaborò alle iniziative mazziniane. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore.”. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani era figlio  primogenito del Conte Vincenzo Pianciani e di Amalia Ruspoli, figlia del Principe Ruspoli di Cerveteri. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: “Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, in proposito scriveva: “Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa etc…”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: “Comandante  in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour , sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”.

L’Archivio privato della famiglia MAGNONI di Rutino

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Michele Magnoni

In seguito alle note vicende della Spedizione dei “Mille”, alcuni protagonisti hanno conservato presso i loro Archivi privati, interessantissimi documenti che svelano alcune notizie storiche non ancora del tutto chiarite. E’ il caso dell’Archivio privato della famiglia Cilentana dei Magnoni, originari di Rutino, un casale cilentano. Solo recentemente sono stati catalogati e riordinati alcuni fondi dell’archivio dei Magnoni. E’ solo attraverso alcuni di questi documenti che oggi possiamo svelare alcuni fatti non del tutto ancora chiariti.  Anna Sole, nel suo saggio citava l’“Archivio privato Magnoni”, per il quale abbiamo trovato scritto diverse cose. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “La “Nazione Armata”. Cambio di regime e tradizione politica nel salernitano del 1860”, in “Garibaldi – Il mito e l’antimito” a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), ed. Plecta s.a.s, Salerno, a p. 128, in proposito scriveva che: “Vicende politiche cui militeranno da protagonisti tutti o quasi i politici e i militari dell’estate del ’60. La Rivoluzione salernitana invece si chiudeva con gli ordini del giorno di saluto ai volontari, redatti e distribuiti dai comandati di battaglione, da Fabrizi e da Sirtori, al comando dell’Esercito Meridionale.”. Dunque, Pinto cita dei documenti “Ordini del giorno di saluto ai volontari” redatti e distribuiti dai comandanti di battaglione. Molti di questi documenti non sono stati del tutto studiati e catalogati. Molti di essi furono pubblicati dall’Alfieri D’Evandro (…), nel suo opuscolo. Ma molti di questi, redatti e distribuiti ad esempio dal comandante Teodosio De Dominicis pare siano conservati nell’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino.  Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 80, in proposito scriveva che: “2. La raccolta di lettere, proclami, documenti militari conservati dalla Famiglia Magnoni, è stata l’ultima disponibile in ordine di tempo. Per Ruggero Moscati, fu il nucleo di una vera e propria embrionale tradizione politica nel Mezzogiorno (5).”. Pinto, a p. 80, nella nota (5) postillava: “(5) Moscati R., Il Vallo di Diano nel 60, in “Rassegna Storica Salernitana”, XXI, 1960, pp. 49-50.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “(1) Un ringraziamento particolare per aver potuto consultare i documenti dell’Archivio Privato Magnoni va all’Avv. Teresa Magnoni ed ai suoi familiari. Inoltre agli amici Rosario Salvatore etc…, per l’aiuto nel riordino dei documenti. Per le abbreviazioni ASS Archivio di Stato di Salerno; ACS Archivio Centrale dello Stato; ASN Archivio di Stato di Napoli; APM, Archivio Privato Magnoni.”. Dunque, per “Archivio privato Magnoni” si intende un fondo di carte e documento appartenente alla Famiglia Mgnoni e non distinguibile rispetto ai Fondi degli Archivi citati. Come scrive Pinto, questo Fondo privato è stato in parte riordinato dallo stesso con l’aiuto di alcuni amici. Pare che oggi, l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni faccia capo all’Avv. Teresa Magnoni. Cerchiamo di saperne di più. Pinto, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, come gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a mia disposizione da Teresita Magnoni, discendente dai patrioti.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il documento originale dell’incarico dato da Garibaldi a Michele Magnoni si trova conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli (ex Grande Archivio). Riguardo i documenti del de Dominicis segnalati dalla Sole e conservati presso l’Archivio della Famiglia Magnoni devo segnalare ciò che scriveva Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Su questi documenti, anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, com gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a disposizione da Teresita Magnoni, discendente dei patrioti.”.

GIUSEPPE GUERZONI

Paolo Emilio Curatulo (….), nella presentazione al testo riedito di Giuseppe Guerzoni (….), “Garibaldi”, ed. Barbèra, 1926, così scriveva dell’autore: “Ma su tanti autorevoli biografie sovrasta quella di Giuseppe Guerzoni, del garibaldino senza macchia e senza paura, che fu amico fedele del Duce dei Mille e al suo fianco combattè tutte le battaglie dell’indipendenza. Soldato e letterato, la consuetudine dei classici gli aveva insegnato, nello scrivere, la dignità della forma. L’essere stato in varie occasioni il depositario del pensiero dell’eroe e attore degli avvenimenti di un’epoca coeva; l’avere conosciuto profondamente l’animagaribaldina, tutte queste qualità onde lo scrittore si adornava, fecero sì che i due volumi del Guerzoni, pubblicati subito dopo la morte di Garibaldi dall’editore Barbèera, giustamente appariscono ed ancor oggi restano indispensabili a coloro che si danno allo studio di quel periodo meraviglioso del nostro Risorgimento. Se non chè, l’opera del Guerzoni, appunto perchè minuta e densa di fatti, non è un libro per tutti, onde con lodevole proposito alcuni anni or sono l’Editore nell’intento di mantenere viva quest’opera che, insieme alle Memorie autobiografiche, rappresenta una fra le più importanti documentazioni storiche della vita dell’Eroe, etc…”. Da Wikipedia leggiamo di Giuseppe Guerzoni che nel 1860 seguì la Spedizione dei Mille. Arruolatore di volontari nel 1860 a Brescia, anch’egli seguì Garibaldi verso la Sicilia, ma sbarcò poi a Talamone agli ordini di Zambianchi con il compito di far insorgere il Lazio e creare così una manovra diversiva conosciuta cola la Diversione del Zambianchi, terminata nell’insuccesso. Si recò in Sicilia con la Spedizione Medici e prese parte alla Battaglia di Milazzo, dove si distinse venendo promosso maggiore e decorato con una seconda medaglia al valore, combatté poi fino a Capua e alla Battaglia del Volturno. Nello stesso anno, 1860, trasferì la sua residenza a Castel Goffredo, dove il padre Lino fu nominato segretario comunale, rimanendovi sino al 1870, quando emigrò a Montichiari.

NICOLA NISCO

Da Wikipedia leggiamo che NICOLA NISCO, il 17 gennaio 1860 il ministro Ricasoli lo nomina professore di economia sociale nel Real Istituto di perfezionamento, quindi fu il primo a far conoscere al principe di Carignano l’abbandono dall’appoggio alla dinastia borbonica da parte del Nunziante, che della stessa era stato importante sostegno, notizia poi comunicata a Cavour. Il 26 luglio 1860 Nisco si reca a Torino dove viene ricevuto da Cavour e conosce Vittorio Emanuele II, ricevendo incarico dal Cavour di recarsi a Napoli, dove la Costituzione concessa da Francesco II permetteva il rimpatrio degli esiliati. Dopo il suo arrivo a Napoli il 3 agosto 1860, con il Persano, Villamarina e Liborio Romano con larghe disponibilità finanziarie si adoperava per far sbarcare armi, munizioni e fare propaganda antiborbonica tra le truppe. In quel periodo il Nisco suggerì al Conte di Siracusa di scrivere la lettera che invitava Francesco II ad abdicare in favore dell’unità italiana, lettera che pubblicata provocherà un grande effetto morale sull’opinione pubblica. Nei giorni precedenti l’entrata di Garibaldi a Napoli il Nisco contribuì ad operare per impedire che la flotta seguisse il re verso Gaeta e con il nuovo governo assunse la carica di ministro per l’Agricoltura, Industria e Commercio[senza fonte]. Nel 1861 venne eletto deputato, dovendo dimettersi per incompatibilità dalla carica di ministro[nello statuto albertino non c’era incompatibilità tra carica di ministro e quella di deputato] e ricoprendo l’incarico parlamentare senza interruzioni dal 1861 al 1874 nella destra storica. Niccola Nisco ci ha lasciato alcuni testi di Storia del periodo Risorgimentale di cui egli è stato diretto testimone. Ricordo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, vol. II, “Francesco II”, Napoli, II. Ed. Morano, 1889; si veda pure edizione 1891; si veda pure “Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860  – Francesco I – Ferdinando II – Francesco II”, ed. Guida, Napoli, 5° edizione, 1889. Niccola (Nicola) Nisco (….) ci ha lasciato diversi testi di Storia del periodo Risorgimentale di cui egli stesso è stato diretto testimone. Infatti egli ha scritto “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860), vol. II, “Francesco II”, Napoli, II. Ed. Morano, 1889; si veda pure edizione 1891; si veda pure Nisco Niccola, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860  – Francesco I – Ferdinando II – Francesco II, ed. Guida, Napoli, 5° edizione, 1889. Nicola Nisco (…), nel suo “Francesco II”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…..

NICOSTRATO CASTELLINI

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Nicostrato Castellini (…..) fu diretto testimone, al’epoca giovane volontario garibaldino che si trovò a Paola e a Sapri. Il nipote Gualtiero, a pp. 63-64, in proposito scriveva: “……”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Gualtiero Castellini, era di  famiglia di origine trentina, nacque a Milano il 13 genn. 1890 da Orsini ed Emma Sighele. Il nonno paterno, Nicostrato, nato a Rezzate (Brescia) il 17 ott. 1829, era maggiore garibaldino quando cadde in combattimento a Vezza d’Oglio il 4 luglio 1866: volontario nel ’48, aveva poi partecipato alla difesa di Venezia nel ’49; nel 1860, raggiunto Garibaldi con la spedizione Medici, s’era distinto nelle battaglie di Milazzo, Caiazzo e del Volturno; aveva seguito Garibaldi nel ’62 (ma era in missione il giorno di Aspromonte). A Milano, dove si era stabilito nel ’53, ebbe parti di rilievo in numerosi organismi garibaldini, e fu promotore e dirigente della società di Tiro a segno; collaborò con L. Luzzatti nella promozione e creazione di istituti cooperativi. Di un interesse non puramente documentario risultano pertanto alcuni dati biografici essenziali del C.: non è del tutto casuale, infatti, che una delle prime opere, Pagine garibaldine, tenti una ricostruzione di quell’arco di tempo tenendo direttamente presenti le memorie del nonno paterno Nicostrato. In realtà doveva trattarsi di un episodio tutt’altro che marginale ed isolato, e non solamente in quanto la sua produzione annovera anche altre pagine “garibaldine”, ma soprattutto perché la sua particolare biografia contribuì in qualche misura a configurare quella presunta filiazione risorgimentale del nazionalismo italiano, che fu centrale nelle formulazioni teoriche come nelle posizioni politiche del Castellini. Su Nicostrato Castellini, da Wikipedia leggiamo che egli nel 1860 fu alla campagna nell’Italia meridionale, con la seconda spedizione di Giacomo Medici, a sostegno della spedizione dei Mille, distinguendosi per valore nella presa di Milazzo, nella battaglia del Volturno e a Caiazzo, ove fu promosso al grado di maggiore. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. XII, in proosito scriveva che: “Non tocca a me di additare al lettore quelle che io credo le pagine principali del volune. Tuttavia oso dire che nel diario dell’ufficiale di Stato maggiore della divisione Medici, scritto giorno per giorno dal 17 luglio al 23 dicembre del 1860, mi pare di aver ritrovato un primo abbozzo della storia di quella divisione: divisione gloriosa, che, come tutte le altre legioni garibaldine, meriterebbe di essere studiata con maggior cura, se talora non mancassero pur troppo allo studioso anche i documenti essenziali (1). Ed io credo che le correzioni, gli episodi ignorati, i cenni intorno agli itinerari garibaldini in Calabria, la relazione sul combattimento di Cajazzo ed altre pagine contenute nel diario del Castellini, siano per lo storico di notevole interesse, come sono preziose etc…”. Castellini (…), a p. XVII, in proosito scriveva che: “Un popolo che non ha storia può avere forse idealità ? Chi misconosce i sacrifici de’ nostri padri non può che ignorarli; chi li ricorda ben sa come non mai “unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né col sacrificio di più nobili e sante anime, né con maggior più libero consentimento di tutte le parti sane del popolo.”. Nel testo Castellini dice che il suo avo, Nicostrato era commilitone ed amico di Adamoli. Della traversata della DIVISIONE MEDICI – di cui faceva parte – ha scritto Gualtiero Castellini (…), nipote di Nicostrato. Gualtiero Castellini racconda che da S. Fili,  marcerà per arrivare con la sua Brigata a Paola, dove arriverà l’8 settembre 1860. Gualtiero Castellini racconta dal diario dello zio NICOSTRATO CASTELLINI che era aggregato alle truppe della DIVISIONE MEDICI, la quale, da S. Fili si recò a Paola per imbarcarsi per Napoli. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 55, in proposito scriveva: “Itinerari garibaldini in Calabria. Viva il continente! Garibaldi, toccata la terra sacra della penisola, riprendeva con vigore nuovo la marcia trionfale verso Napoli. E lo seguiva al limite quasi della retroguardia “ l’incrollabile possa„ di Giacomo Medici. Nicostrato Castellini, non avendo sempre agio durante le ’marcie affrettate a traverso la Calabria di continuare le lettere alla moglie, segnava tuttavia su un piccolo taccuino il sommario degli avvenimenti. E dalle note segnate a matita con una calligrafìa chiara e minuta, io posso ricostruire oggi in parte la rapida marcia della divisione.”. In Wikipedia leggiamo che Nicostrato Castellini frequentò il liceo a Brescia e poi si trasferì a Milano. Era stato combattente nel 1848 a Rezzato, durante le Dieci giornate di Brescia, in Val Camonica e fu ferito a Morazzone. Partecipò alla difesa di Venezia del 1849. Nel 1860 fu alla campagna nell’Italia meridionale, con la seconda spedizione di Giacomo Medici, a sostegno della spedizione dei Mille, distinguendosi per valore nella presa di Milazzo, nella battaglia del Volturno e a Caiazzo, ove fu promosso al grado di maggiore. Nel 1862 seguì Garibaldi nella giornata d’Aspromonte. Fondò un ente di beneficenza per i reduci garibaldini. Di Nicostrato Castellini e della XVII Divisione ha scritto pure Giulio Adamoli, Da San Martino a Mentana, Ricordi di un volontario, Milano, Fratelli Treves, Editori (1911).

STEFANO CANZIO

Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, aggiungeva pure che: “Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Infatti, Stefano Canzio (…., nel suo “Diario”, manoscritto, già pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, nei proclami, nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo”, da p. 454 pubblicò il “Diario di un Garibaldino che fece parte della prima spedizione delle Calabrie”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Il C., che fungeva insieme da segretario, aiutante e consigliere di Garibaldi (Castellini), nell’autunno dello stesso anno otteneva il consenso a sposarne la figlia Teresita, testimone il gen. Avezzana.

GIUSEPPE DEZZA

Su Giuseppe Dezza (….), ed il suo “Memorie inedite”, citato da Agrati, posso solo dire che la Dobelli (Treveljan) scrive “Dezza” e non “Drezza”. Il Dezza si distinse nella battaglia di S. Angelo. Infatti, l’Agrati, a p. 618, scriveva: “Dezza Giuseppe. Note autobiografiche manoscritte e relazioni diverse.”. Su questo manoscritto vi è il testo di Franco Catalano (…), ed il suo “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”. Si tratta del testo di Giuseppe Dezza (…), di cui ha scritto Franco Catalano (….), nel suo, “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Dezza (Melegnano, 23 febbraio1830 – Milano, 14 maggio1898) è stato un generale, politico e patriota italiano. Volontario appena diciottenne nelle Cinque giornate di Milano, sottotenente nei Cacciatori delle Alpi, colonnello dei I Mille e del Regio Esercito, dove arrivò al grado di tenente generale. Successivamente fu anche deputato e senatore. La sua figura ripercorre il Risorgimento italiano dal 1848 fino ai primi decenni del nuovo Stato unitario, passando per le guerre d’indipendenza e la Spedizione dei Mille. Essendo ingegnere, venne incaricato di provvedere ad alcuni lavori di fortificazione presso Olcenengo. Qui fece conoscenza di Nino Bixio, che fu colpito dalla competenza nel lavoro e dalla fermezza nei modi del Dezza, che allora era un soldato semplice. Da questo momento nacque con il Bixio un lungo rapporto di amicizia e di fiducia, che si rafforzò negli anni successivi.

EMILE MAISON: le lettere manoscritte autografe di alcuni garibaldini sbarcati a Sapri nei primi di settembre da lui pubblicate 

Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Emile Maison (….), e del suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che parteciparono alla marcia di Garibaldi dalle Calabrie fino a Napoli. Su un sito in rete troviamo scritto in francese che: “Emile Maison, ancien officier de Garibaldi lors de l’expédition des Mille, fut l’un des premiers volontaires étrangers à avoir combattu en Pologne (cf. Aleksander Gieystoz. Echanges entre la Pologne et la Suisse du XIVe au XIXe siècle… Genève, Droz, p. 224). Il est l’auteur notamment de: – Expédition de Chine. Lettres d’un volontaire au 102ème , recueillies et mises en ordre par Emile Maison. Paris : B. Duprat, 1861./ – Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris: A. de Vresse, 1861. Bibliothèque Arnauld de Vresse . / – Une page d’histoire : Inès de Castro, par Émile Maison. Annecy: impr. de J. Dépollier, 1885. / – Caprera : les Loisirs de Garibaldi, par Émile Maison . Paris : E. Dentu, 1861. / – Le Parti hispano-prussien. Paris : A. Sagnier, 1876… ( Cl Gr) “, che tradotto è: “Emile Maison, già ufficiale di Garibaldi durante la spedizione dei Mille, fu uno dei primi volontari stranieri ad aver combattuto in Polonia (cfr. Aleksander Gieystoz. Scambi tra Polonia e Svizzera dal XIV al XIX secolo… Ginevra, Droz, p. 224). È autore in particolare di: – Spedizione dalla Cina. Lettere di un volontario del 102°, raccolte e ordinate da Emile Maison. Parigi: B. Duprat, 1861./ – Diario di un volontario garibaldino. Parigi: A. de Vresse, 1861. Biblioteca Arnauld de Vresse. / – Una pagina di storia: Inès de Castro, di Émile Maison. Annecy: stampa. di J. Dépollier, 1885. / – Caprera: Ozio di Garibaldi, di Émile Maison. Parigi: E. Dentu, 1861. / – Il partito ispano-prussiano Parigi: A. Sagnier, 1876… (Cl Gr)”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, pubblicò diverse lettere di volontari garibaldini che marciarono al seguito delle truppe. Nell’opera il Maison, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passapar Eboli. Etc…”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli.”. Dunque, Maison scriveva che il sig. M. Edwin James, fu un testimone oculare della marcia di Garibaldi prima che arrivasse a Napoli. Chi era questo signore? M. Edwin James …….

LA LEGIONE FRANCESE E PAOLO DE FLOTTE

Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Per chiarire un pò la questione riguardo l’appartenenza della Colonna a cui faceva parte Clement Caraguel (….), che, nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a p. 20, in proposito scriveva che: Tra le figure più insolite a bordo, e ce n’erano molte, menzionerò un bell’inglese, adornato da una magnifica barba bianca che gli si apriva a ventaglio sul petto. Questo signore, che si chiamava Sir John Pear, era apparso per la prima volta a Varese, tra le fila dei volontari, dove si era rapidamente guadagnato la reputazione di tiratore eccezionale. Etc…”. Dunque, in un passagio Caraguel scrive che i volontari partivano per Cagliari dove si trovava il punto di ritrovo e poi aggiunge che sulle navi Oregon e Franklin si trovava il John Pear. A quale compagnia si riferiva il Caraguel ?. Da Wikipedia, parlando degli Sbarchi dei volontari e delle relative organizzate Spedizioni, apprendiamo che le tre navi che salparono, due da Genova e una da Livorno, per portare in Sicilia la spedizione Medici erano state acquistate da una compagnia francese nominalmente da parte di un certo De Rohan, un cittadino statunitense sostenitore della causa italiana e successivamente ribattezzate Washington (nave del Medici), Oregon (nave di Caldesi) e Franklin (nave di Malenchini da Livorno), quindi a Genova il console degli Stati Uniti, accompagnato da Peard, “l’inglese di Garibaldi”, salì a bordo del Washington e issò la bandiera a stelle e strisce. Dopo la sosta nel porto di Cagliari, dove il Medici attese inutilmente l’arrivo delle altre due navi del gruppo Corte, il piccolo bastimento Utile e la nave Charles and Jane, catturate dalla Marina borbonica, le tre navi della Spedizione Medici si diressero verso la Sicilia, quando vennero affiancate dalla nave piemontese Gulnara, il cui capitano dichiarò di volerle scortare fino a Castellammare, come da accordi tra Cavour e Garibaldi. Su disposizione del Persano Il capitano del Gulnara si informò anche se fosse a bordo il Mazzini, che in tal caso doveva essere consegnato all’ufficiale piemontese. Il console del Regno delle Due Sicilie Ippolito Garron, scriveva al console americano a Genova William L. Patterson per avere precisazioni sul diritto di quattro navi a mostrare la bandiera degli Stati Uniti di America e il console americano rispondeva confermando la regolarità della situazione. Ippolito Garron a W. L. Patterson, Genova, 22 giugno 1860. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a p. 27, in proposito scriveva che: Mentre riflettevamo su queste questioni, la corvetta issò la bandiera sarda e calò una scialuppa. Nel frattempo, la Washington spense i motori. Il capitano salì a bordo e ebbe un colloquio di circa un’ora con il colonnello Medici. Venne a informarci che la strada era libera e che potevamo proseguire il nostro viaggio in sicurezza. L’impaziente flottiglia riprese la rotta a tutta velocità. Poco dopo la vedetta gridò: Terra! Si trattava ancora solo delle Isole Lipari. Nel frattempo, a bordo si stava organizzando tutto per lo sbarco e i volontari venivano divisi in quindici compagnie. Il colonnello Medici aveva appena pubblicato un ordine del giorno che non è necessario riprodurre qui e che appartiene alla storia. Infine, scorgemmo all’orizzonte una costa montuosa ricoperta di ulivi e, ai piedi delle montagne, un piccolo e tranquillo paese. Seduti sulle rive di un mare azzurro come il cielo e calmo come un lago. Questa città era Castellammare. Questa terra era la costa della Sicilia.. In questo passaggio Caraguel racconta della SPEDIZIONE MEDICI che la nave sarda “Gulnara” costrinse a sbarcare a Castellammare in Sicilia. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Dunque, il Treveljan scriveva che la compagnia di Clement Caraguel (…) doveva appartenere alla Spedizione MEDICI. Trevljan scriveva che le memorie di Caraguel era un testo Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Ciò risulta anche a me perchè ho trovato scritto molti particolari sul De Flotte ecc…Clement Caraguel che, nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 82-83 aggiunge che: Quella sera la brigata dei Medici partì per Messina; eravamo in cinque o sei, feriti, come me, in modo piuttosto lieve, e non potemmo seguirli. Qualche giorno dopo, fummo caricati su carri di munizioni trainati da buoi a un ritmo lento e tranquillo. Sembravamo i nostri ex re fannulloni. Durante la marcia, ebbi l’opportunità di fare ricognizioni.”. In questo passaggio, Caraguel racconta che la Divisione Medici partì per Messina e lui ed altri compagni essendo feriti non potè seguire la Divisione Medici a cui egli apparteneva. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 247, in proposito scriveva che: In quella stesa notte Cosenz doveva con tutte le sue forze ed impegnando tutta la flottiglia garibaldina, eseguire un quarto sbarco generale fra Scilla e Bagnara. Etc…”. Carocci, a p. 248, scriveva ancora che: “Così in quella notte dal 20 al 21, da Messina a Torre del Faro, fu un incessante affannarsi febbrile di tutto l’accampamento di Cosenz per transitare sul continente, dove sapevasi che Garibaldi era impegnato all’espugnazione di Reggio. e Fonwielle si trovò la sera del 2 al Faro, appunto quando De Flotte capitò per togliere il suo piccolo accampamento e condurre la sua poca gente al mare per l’imbarco (2).”. Colocci (…), a p. 248, nella nota (2) postillava: “(2) L’articolista del ‘Dict. de la Conversation’ (Didot, Supplem. V, VIII) dice che in quel giorno la sua legione era composta d’una cinquantina d’uomini e pare vi fosse anche i volontari inglesi.”. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 249, in proposito scriveva che: “………………….

CLEMENT CARAGUEL: il racconto di un volontario garibaldino che sbarcò a Sapri

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici.

IL GENERALE PIANELL

(Fig. n…) – Ritratto fotografico del generale Pianell

Francesca Bellavigna (….), nel suo “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua Introduzione, a pp. 605-606, in proposito scriveva: “In questo filone di ricerca si collocano i ventisei Diari di Eleonora Ludolf Pianell che fanno parte del Fondo Manoscritti del Gen. Pianell, presente presso la Società Napoletana di Storia Patria. Nel 1901 infatti Eleonora, vedova del Generale, donava alla Società le carte ufficiali appartenute al marito riguardanti la sua carriera militare nell’esercito borbonico. Nel 1906, con una seconda donazione, consegnava alla stessa Società i suoi ventisei Diari, che vanno dal 1863 al 1891. Non furono donati alla Società Napoletana i Diari degli anni precedenti….la stessa Eleonora nel 1902 pubblicò alcune pagine scelte dei Diari unitamente ad alcune lettere del marito con il titolo: Il generale Pianell, memorie (1859-1892), Firenze, Barbèra, 1902….I Diari di Eleonora Ludolf Pianell sono ventisei semplici quaderni, scritti fitti fitti,….Nei Diari di Eleonora Ludolf Pianell si ha come una parziale continuazione della vita del Gen. Pianell. Fino al 1860 sono i documenti ufficiali militari che ci rimandano la figura dello stratega ed anche nelle pagine dei Diari si registra spesso l’assenza del generale, che preferiva trovarsi in mezzo ai suoi soldati in guerra o ai campi militari, etc..”. Da Wikipedia leggiamo che GIUSEPPE SALVATORE PIANELL fu nominato Ministro della Guerra del Regno delle due Sicilie nel luglio 1860, nei giorni cioè dell’Impresa dei Mille. Favorevole ad un’alleanza con il Piemonte e all’applicazione della costituzione promulgata da Francesco II, si trovò per questo avversario di buona parte della corte borbonica. Diede le dimissioni dopo poche settimane di ministero e, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia, chiese e ottenne di entrare nell’Esercito italiano con il grado di generale. In questa fase, il governo, di fronte al rifiuto di alcune guarnigioni di obbedire alla Costituzione temette un complotto di cortigiani reazionari e si decise per un rinnovamento a favore di personalità più liberali. Il giorno dopo il Consiglio di Guerra, il 14 luglio 1860, Pianell fu nominato Ministro della Guerra al posto di Ritucci, e Liborio Romano sostituì il Ministro degli Interni Federico Del Re. Raffaele De Cesare (Memor)(….), nel suo “La fine di un Regno”, Città di Castello, ed. S. Lapi, 1909, Parte II, “Regno di Francesco II”, a pp. 325-326, riferendosi al generale Clary, in proposito scriveva che: “Le lettere di lui sono sottoscritte D’Artagnan, e datate tutte da Civitavecchia nel luglio del 1863, quando il De Sivo apparecchiava la sua celebre storia. Egli ignorava che il Pianell aveva formato tutto un piano di resistenza sul continente, poiché in quanto alla Sicilia, così egli che i suoi colleghi del ministero e il Re erano di accordo che non si potesse più difenderla. La riuscita del piano del ministro della guerra esigeva, come condizione imprescindibile, che il Re si mettesse alla testa delle truppe; ma non fu potuto eseguire per le incertezze di costui. Achille Afan de Rivera, aiutante di campo del generale Pianell, mi afferma ch’egli andò tre volte a fare imbarcare i cavalli del ministro per Pizzo e per Sapri, e tre volte ordinò che fossero sbarcati. Le esitanze del Re furono caratteristiche in quei giorni, esitanze militari e politiche, che fecero veramente trionfare la rivoluzione da Reggio a Napoli. Certo la condotta del Pianell si presta agli attacchi dei suoi nemici e soprattutto di quelli in mala fede. Certo la condotta del Pianell si presta agli attacchi dei suoi nemici e soprattutto di quelli in mala fede. Al
Pianell non uomo politico, e per giunta ministro costituzionale, sfuggiva il solo concetto esatto, che per rimediare in modo concludente a quello sfacelo, bisognasse far fronte indietro : ritogliere la Costituzione, rimandare gli esuli fuori del Regno, fucilare Liborio Romano e far marciare il Re nelle Calabrie a capo dell’esercito. Altro rimedio non era possibile per salvare il Regno. Ma mancava l’uomo, mancava il principe, e non si sentiva più il pungolo del proprio dovere, soprattutto dai militari. Tutti concorrevano a far precipitare le cose perchè nessuno mostrava di avere più interesse a conservare quell’ordine politico. L’edifìzio crollava da ogni parte. Il Pianell ha lasciate le sue Memorie, con obbligo che non dovessero pubblicarsi che alla morte dei suoi coetanei, e le Memorie sono in potere della vedova di lui, tuttora vivente. L’Afan de Rivera, che ha conservato per il Pianell sincero affetto, mi dice che più volte egli ha fatto vive premure perchè fossero pubblicate, ritenendo che la condotta del generale in quei tristi giorni ne uscirebbe pienamente giustificata.”
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Il generale borbonico Ludovico QUANDEL-VIAL

Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel era terzo figlio maschio di Donna Geltrude Vial, figlia del generale Pietro Vial, e di Giovanni Battista Quandel. Il padre era capitano nell’esercito delle Due Sicilie, grado che aveva conseguito sul campo nel corso della battaglia di Tolentino, cui aveva partecipato come ufficiale dell’esercito di Gioacchino Murat. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Si tratta del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial che, in aggiunta alla sua attività come militare e politico, Ludovico Quandel fu anche autore di cronache militari. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Infatti, Ludovico Quandel raccoglierà molti documenti e relazioni del maresciallo Vial, suo parente.

FRA PANTALEO

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 145-146, parlando dei preti che parteciparono all’insurrezione, in proposito scriveva che: “…come Fra Pantaleo benedisse Garibaldi fra il popolo nella chiesa di Alccamo imponendogli la croce sulle spalle etc…Si chiamava Giuseppe Marinari, ma era noto col nome di Padre Giovanni da Pescopagano, suo paese nativo in provincia di Potenza. Ministro provinciale dell’Ordine dei Cappuccini per Salerno e Basilicata, consigliere acceso ed interprete dell’animo popolare, sempre pronto dove fosse da incontrare un pericolo per il trionfo di un’idea, Egli, dopo aver stretta relazione con parecchi liberali e dopo aver molto cospirato a Sicignano con l’arciprete Domenico Guerritore, predicando che incombeva a tutti i cittadini il dovere di concorrere generosamente alla redenzione della patria, era passato a Salerno, col nobile intento di eccitare anche qui l’animosa gioventù alla crociata contro l’oppressione.”. Da Wikipedia leggiamo che si chiamava Giovanni Pantaleo (Castelvetrano, 5 agosto 1831Roma, 3 agosto 1879) è stato un patriota e militare italiano. Noto per essersi unito ai Mille di Garibaldi sin da prima della battaglia di Calatafimi, seguì il generale in tutte le successive campagne. Frate minore riformato, dopo aver abbandonato la vita ecclesiastica, si unì in matrimonio ed ebbe tre figli. Nel 1869 prese parte all’Anticoncilio di Napoli organizzazione massonica da Giuseppe Ricciardi, in opposizione al Concilio Vaticano I, indetto a Roma da Pio IX.In posizione di pericolo, si costrinse, ad un viaggio in Germania, dove più vivi erano i dissensi a lui cari rispetto al Concilio Vaticano I. Precedette le camicie rosse a Napoli, insieme ad Alessandro Dumas. Prese alloggio, con la madre vedova e la sorella Filippa, più giovane di lui di quattro anni, nel palazzo Bagnara al largo del Mercatello, a poca distanza dall’alloggio del Generale, che si sarebbe acquartierato nel palazzo d’Angri al largo Spirito Santo (oggi via VII Settembre). Nella capitale coordinò tutti gli ecclesiastici liberali che si erano uniti ai garibaldini, provocando la protesta dell’arcivescovo di Napoli, il cardinale Sisto Riario Sforza, che, per tal motivo, fu fatto mandare in esilio (la stessa sorte toccò all’arcivescovo di Benevento, il cardinale Domenico Carafa, all’indomani della predicazione di Fra Pantaleo nel duomo sannita). Fu cappellano della spedizione dei Mille, ma rifiutò il titolo di vicario del Cappellano maggiore per la Sicilia, che Garibaldi intendeva offrirgli il 5 novembre 1860. Accettò il titolo di abate della SS.ma Trinità di Castiglione, che gli dava una rendita annua di circa 350 lire (3 gennaio 1861).

GIACOMO RACIOPPI

Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 166 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Giacomo Racioppi ritornò allora in paese e, per dieci anni – dal 1864 al 1874 – si dette ad un intenso studio, componendo varie opere, fra cui la forte monografia su “Antonio Genovesi” e la “Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860”. Iniziò anche l’altra famosa opera dal titolo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, che vide poi la luce nel 1889. Il Racioppi rientrò negli uffici pubblici nel 1874….Ma Giacomo Racioppi lasciò le sue orme incancellabili nel campo della storia. Sin dal 1863, scrisse “La Spedizione di Carlo Pisacane”, che completò poi nel 1887, con gli “Echi di Sapri”. (p. 168) Le maggiori opere di Racioppi sono: “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” e “Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860″.”. Cilibrizzi, su queste due opere del Racioppi, a p. 168 scriveva: “Queste due opere restano fondamentali, malgrado alcune inevitabili inesattezze. Poche province italiane possono vantare una ricostruzione storica così vasta ed obiettiva.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Egli nacque a Moliterno il 21 maggio 1827. Ricevette la prima educazione dal padre, Francesco, che fu Giudice di Pace. Venne poi condotto a Napoli a continuare la sua istruzione sotto la guida di uno zio, Antonio Racioppi, abate liberale e dotto insegnante di letteratura italiana e latina. Oltre gli studi letterari, Giacomo Racioppi coltivò gli studi di storia, di filosofia, di economia e di giurisprudenza. In quel periodo, la città di Napoli era pervasa da vaste correnti patriottiche. Dati i suoi sentimenti liberali, Racioppi suscitò ben presto i sospetti della polizia. Egli fu arrestato il 22 febbraio 1849, giacchè nel suo domicilio, tra i vari opuscoli, venne anche trovato qualche copia della famosa ‘Protesta’ di Luigi Sttembrini contro i Borboni. Racioppi fu rinchiuso nelle carceri di Santa Maria Apparente, dove, accanto ai delinquenti vi erano illustri personaggi della politica, del foro, delle lettere e delle scienze, ….la prigionia di Racioppi durò quattro anni. Etc…”. Sull’opera di Giacomo Racioppi, ha scritto anche Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, dove, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487. Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’.”Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867. Questo interessante volume, scrisse Rocco Brienza, è privo di non pochi fatti, e qualcuno, dei tanti riportati, merita di essere meglio chiarito. E’ a mia piena conoscenza come il Racioppi siasi…rivolto ai suoi compagni politici per sapere degli avvenimenti. Moltissimi tacquero, qualcuno disse anche troppo. Cfr. Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 10 luglio 1868. Nonostante le giuste critiche mosse dal B. al R. questa Storia dei moti rimane la più completa trattazione sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860. Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”.

IL BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE NEL SALERNITANO DEL 1860

Alcuni storici coevi hanno riportato delle interessanti notizie circa il passaggio di Garibaldi e delle sue truppe nel nostro territorio. In particolare, come vedremo alcuni storici coevi si rifanno alle notizie storiche riportate sul BOLLETTINO DELLA RIVOLUZIONE NEL SALERNITANO DEL 1860. Da Wikipedia leggiamo che Bollettino della rivoluzione nel salernitano del 1860 (spesso citato anche come Bollettino della Rivoluzione Salernitana) è una pubblicazione periodica e ufficiale dell’epoca risorgimentale. E’ una Fonte storica: Documentava gli eventi, i proclama, le notizie militari e l’avanzata delle forze garibaldine durante la fine del Regno delle Due Sicilie. E’ Cronaca locale: Riportava i dettagli politici e amministrativi del territorio salernitano e del Vallo di Diano (come i resoconti sui comitati insurrezionali, i passaggi e le soste di Giuseppe Garibaldi e le cronache dei delegati civili e militari del governo prodittatoriale). E’ Testimonianze: Numeri specifici (come il bollettino dell’11 settembre 1860) sono conservati in archivi storici o collezioni private e descrivono i dettagli di quei giorni decisivi per l’Unità d’Italia. Infatti, Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Sul “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, dell’11 settembre 1860, posso dire che è stato pubblicato dall’Alfieri d’Evandro. Come diceva Anna Sole (….), uno di questi Bollettini apparteneva alla famiglia PARASCANDOLO, in particolare alla dott.ssa MARIA TERESA PARASCANDOLO. La Sole scriveva che il Bollettino apparteneva alla Famiglia Gallotti, presumo il ramo di Torraca e questo Bollettino pare fosse quello dell’11 settembre 1860. Infatti, questo Bollettino della rivoluzione nel salernitano del 1860, il numero dell’11 settembre 1860, fu concesso alla studiosa Anna Sole (….)  da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Si tratta del testo di Eugenia Granito, Un popolo, uno Stato, conquiste e problematiche dell’unificazione italiana viste da una provincia meridionale, ed. Plectica, 2011. Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia GALLOTTI di Torraca, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, fu fornito dalla dott.ssa MARIA TERESA PARASCANDOLO. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140”

La scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca

Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Molti dei documenti, atti, delibere decurionali, lettere, documenti d’Uffici pubblici, ecc…, che furono redatti all’epoca dei fatti che caratterizzarono la marcia di Garibaldi per la conquista dell’ex Regno borbonico delle Due Sicilie, andarono persi in seguito non solo a causa del loro deterioramento negli anni, spostamenti dai vari Archivi ecc.., a causa degli incendi che in ogni Comune si ebbero, o quelli causati dai borbardamenti del secondo conflitto mondiale, come l’ultimo eclatante di San Paolo Belsito dove andarono persi i preziosi documenti antichi conservati nell’allora Grande Archivio di Napoli, ma vi furono anche molti documenti che non furono sufficientemente raccolti e protetti e forse pure fatti sparire volutamente in quei luoghi, come Sapri, che furono i luoghi dove furono protagonisti i fatti e gli uomini suggellati alla Storia da Pisacane a Garibaldi. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, hanno pubblicato i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno che riguardano la “Questione demaniale”. Dopo il 1860, nl periodo detto “Post-Unitario”, nel 1861, nacque la questione dei confini e dell’attribuzione delle terre demaniali di cui si servivano i diversi Comuni vicini. Infatti, i 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 267 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Archivio Demaniale. Atti Demaniali. Torraca. Busta 820. Fascicolo 1 – Documenti a prò del Comune (di) Torraca in sostegno della domanda di scioglimento di promiscuità, contro i Comuni di Tortorella, Vibonati, Battaglia e Casaletto, cc. ss. 56. 1651-1874.”. Ecc… Dopo il 1860 nacque la “Questione demaniale” che si protrasse fino al 1874 con innumerevoli istanze e processi civili intentati tra i comuni limitrofi.  Sulla questione demaniale, si veda pure i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno elencati da p. 43 del testo sulla Mostra documentaria “La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento”, a cura dell’A.SS. catalogo, 1957, Salerno. I 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 268 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Fascicolo 8 – Il Barone Vespasiano Palamolla, chiede una copia legale della divisione dei Demani che fu eseguita nel 1813, e carteggio vario. cc. ss. 55. 1832-1835.”. Infatti, in seguito all’occupazione francese e subito dopo con i Borboni si acuirono le controversie demaniali tra i Baroni ed i loro possedimenti ed i Comuni. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Oltre alle diversie controversie tra Comuni diversi a viciniori, nacque anche la questione demaniale dovuta alla cessione di terre demaniali che furono accaparrate dai latifondisti dell’epoca, famiglie di ex-borbonici che facevano il bello ed il cattivo tempo in ogni Comune. In tutto questo si inserì la lotta politica per il successo elettorale della Sinistra democratica di Giovanni Nicotera. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato.  E’ in questo periodo che scomparvero diversi documenti che, in parte riguardavano le responsabilità storiche dei fatti del ’57 con Pisacane ma che riguardavano proprio gli uomini di spicco nella nascente politica del Regno d’Italia. Primo fra tutti Giovanni Nicotera che aveva saldi rapporti con molti uomini politici e novelli amministratori dello Stato post-unitario nella Provincia di Salerno. La questione venne alla luce grazie a Giovanni Nicotera, superstite della Spedizione di Carlo Pisacane, dopo la sua liberazione dal carcere di Favignana, nel 1860, volle vendicarsi verso quelli che lui credeva essere i responsabili del fallimento della tragica spedizione di Sapri. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci ed ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 285, in proposito scriveva che: “E’ passato un secolo dal processo per la Spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua Cronaca del Comitato Segreto di Napoli – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quagli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Cassese, a p. 285, nella nota (14) postillava: “(14) Archivio di Stato di Napoli, Min. di Gr. e Giustizia, Causa del Cagliari. Nel 1° fascio vi è un foglio di trasmissione col seguente oggetto: “Napoli, 11.11.1876. Elenco in doppio originale degli atti della Causa del Cagliari, che si trasmettono nel detto dì al Ministero degli Interni in Roma, per effetto di dispaccio telegrafico del dì 8 nov. 1876 n. 827, del registro di recapito, pervenuto il giorno 9”. Segue l’annotazione: “Addì 15 ottobre 1877 restituiti dal Ministero dell’Interno e rimessi nei propri posti”. Vi è allegato l’elenco dei fasci trasmessi. Sempre in relazione alle preoccupazioni del Nicotera circa l’esistenza di documenti per lui compromettenti, mette conto ricordare che il 21 agosto 1881 ignoti ladri operarono un furto in casa di Silvio Spaventa in Roma e che Antonio Labriola sospettò che si fosse stato organizzato dal De Pretis e da Nicotera per entrare in possesso delle carte che si diceva conservasse lo Spaventa, cfr. Centoventitrè lettere inedite di Antonio Labriola e Bertrando Spaventa, in Supplemento al n. 1 di “Rinascita”, 1954, p. 83.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava: “(6) Le vicende relative ai documenti sulla spedizione di Sapri sono, in parte, oscure.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. La documentazione inerente i fatti e le verità sulla Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, non rivestono solo un importanza per la verità storica di quei fatti ma anche perchè molti uomini e patrioti che parteciparono ai preparativi e forse contribuirono al suo tragico fallimento furono, nel 1860, tra i protagonisti della marcia di Garibaldi verso Napoli, alla capitolazione del Regno delle Due Sicilie. Molti personaggi che vedremo in questa ricerca, per i loro trascorsi e la loro partecipazione ai moti insurrezionali del ’48 e del ’57, ebbero una parte attiva nella risalita di Garibaldi, dalla sua partenza da Quarto fino a tutta l’epopea garibaldina della battaglia sul Volturno. Essi, ebbero parte attiva nella politica e nell’amministrazione dello Stato Unitario in seguito ai Plebisciti. Essi, ebbero ruoli e parte anche nell’Italia post-Unitaria, come vedremo in seguito. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, …..etc…il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi.”. L’uccisione di Costabile Carducci, a Sapri e lo sbarco dei Trecento della Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri furono i prodromi e precursori dell’impresa di Garibaldi e delle sue truppe Garibaldine. Ma, anche molti documenti del 1860 riguardanti l’impresa di Garibaldi e del suo passaggio dalle nostre plaghe, non sono più reperibili, forse essi sono scomparsi, tanto che alcuni passaggi rimangono ancora oscuri e non del tutto chiariti. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone scriveva che nell’Italia post-Unitaria, proprio a causa della rabbia di Giovanni Nicotera, iniziò un processo storico di revisione che dura tuttora.  Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti.”.

Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata per l’Unità d’Italia nel 1860

Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 43 e ssg., in proposito scriveva: Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, e che i più noti patrioti avessero militato nella corrente democratica (1). Tale travisamento della realtà storica è stata opera non solo dei parlamentari lucani interessati a vantare tradizioni liberali, ma anche, e soprattutto, di Decio Albini, il quale, dimenticando che la corrente liberale alla quale aveva aderito Giacinto Albini prima del 1860 ed i Lacava soltanto dalla primavera di quell’anno, era stata restia ad accettare un programma radicale ed, in particolare, quello mazziniano, in una breve monografia altera la verità storica e, anzicchè limitarsi ad illustrare quelli che erano stati realmente i contatti avuti dal padre prima con il Comitato facente capo al Fabrizi e poi con il Comitato dell’Ordine dal quale, nel 1860, era stato delegato ad organizzare, a dirigere e ad arginare la insurrezione in Basilicata allo scopo di impedire un eventuale sopravvento dei radicali che facevano capo al Comitato d’Azione (2), afferma che il padre ed i suoi più vicini collaboratori avevano aderito al movimento mazziniano (3). E questa tesi viene sostenuta da Pietro Lacava, il quale, nell’illustrare l’attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette il 1860 (4), contribuisce ad avvalorare la leggenda di un Giacinto Albini mazziniano (5). (p. 45) Affermatisi questa convinzione, che noi riteniamo, quanto meno, esagerata, si susseguono una serie di opuscoli e di articoli (1), i cui autori, omettono ogni indagine, che avrebbe facilmente dimostrato quale programma politico fosse stato accettato da coloro che erano stati i maggiori artefici del movimento insurrezionale del 1860 in Basilicata, si limitano a parafrasare gli scritti di Decio Albini, il quale continua a ripetersi in una serie di pubblicazioni il cui contenuto non trova riscontro nelle fonti e nei documenti del tempo (2). Inoltre, ritenendo affiliazioni mazziniane quelle numerose vendite carbonare che, con la denominazione di ‘Giovine Italia’, avevano svolto la loro attività in Basilicata nel 1847-49 (3), l’Albini definisce mazziniani quei patrioti lucani dei quali compila brevi cenni biografici per il ‘Dizionario del Risorgimento Nazionale’ del Rosi (4).”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877”. Pedio, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) A dimostrare quale fosse realmente prima del 1860 l’atteggiamento della corrente facente capo a Giacinto Albini, è la ‘Corrispondenza lucana’ cit., pubblicata dal ‘Corriere Mercantile’, organo della corrente liberale che aveva accettato e sosteneva la politica del Cavour. Cfr. anche la voce Lucani (caciatori e volontari) redatta da C. Rocca per il Dizionario del Risorgimento Nazionale, I, p. 591.”. Pedio, a p. 44, nella nota (2) postillava: “(2) Del Pedio, oltre l’intoduzione ai ‘rocessi e documenti cit., pp. 11 ss. ed Uomini e martiri cit., p. 297, cfr. l’articolo su Giacinto Albini redatta per il Dizionario biografico degli Italiani. “. Pedio, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Decio Albini, La pedizione di Sapri e la provinci di Basilicata, Roma, Terme Diocleziane, 1891 “. Pedio, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) Pietro Lacava, Prefazione alla ed. del 1909 della Storia dei moti del Racioppi.”. Pedio, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) Che Giacinto Albini abbia avuto rapporti con il Comitato mazziniano operante in Napoli nel 1857 è indiscusso. Ma ciò non significa che abbia accettato quel programma. Attraverso i documenti pubblicati dal De Monte si è portati a ritenere che, durante tutto il 1857, l’Albini sarebbe vissuto in Basilicata in continuo contatto con il Comitato mazziniano di Napoli. Al contrario, documenti ufficiali del tempo provano che Giacinto Albini, incluso tra gli attendibili politici, aveva ottenuto di fissare la propria residenza in Napoli dove era sottoposto a sorveglianza di polizia  e, di conseguenza, nella impossibilità di visitare i paesi della Basilicata. Infatti, quando nel maggio del 1857 si sospettò che l’Albini avesse rapporti con i liberali di Anzi e di Pietrapertosa, l’intendente della provincia di Basilicata si rivolse a Napoli, perché si procedesse all’arresto dell’Albini (cfr. ASP., Intendenza Baslicata, 7/57). Ciò, naturalmente, non esclude che Giacinto Albini abbia potuto svolgere questa attività settaria quale comprovata dai documenti pubblicati dal De Monte. Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. I documenti da noi consultati smentiscono, d’altra parte, una attività svolta in Basilicata in relazione alla spedizione di Carlo Pisacane, avvalorata, invece, dai documenti pubblicati dal De Monte nel 1877 e da quelli, forniti in copia, nel 1887, dalla vedova di Luigi Dragone a Decio Albini e pubblicati in un opuscolo commemorativo etc…..A porre un dubbio sull’attività attribuita a Giacinto Albini nel 1857 dai suoi biografi è lo sesso Racioppi, in quella sua breve nota sui fati di Sapri pubblicata, nella sua edizione definitiva, in appendice alla edizione del 1909 della sua Storia dei moti p. 393 s.). D’altra parte, anche se non si vuol tenere conto di queste nostre affermazioni, un fatto è certo: nessun tentativo per cercare di accorere in aiuto di Carlo Pisacane da parte dei liberali lucani, nessuna manifestazione di soliderarietà agli eroi di Sapri nei vari centri abitati della Basilicata. Cfr. in proposito Pedio, L’insurezione lucana nell’agosto del 1860, ed. fuori commercio, Napoli, XVIII febbraio 1960. “. Pedio, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. da ultimo Decio Albini, La cospirazione mazziniana nella Lucania (1849-1860) in Lucania gens, a. II (Roma, 1923), V, pp. 6 ss. Sulla attività svolta dai liberali lucani nel 1857 cfr. anche quanto scrive Giuseppe Solimene su Mauro D’Elia da Lavello in ‘La spedizione di Sapri di C. Pisacane: I primi albori del socialismo in Lucania in ‘Pensiero ed Arte’, a. XII, n. 12 (Bari, dicembre 1956), pp. 5 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Oltre Pedio, Processi e documenti, cit., cfr. dello stesso autore: Evoluzione politica della borghesia, cit., pp. 468 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (4) postillava: “(4) A dimostrare l’infondatezza delle affermazioni dell’Albini e di coloro che a lui si sono uniformati, sono i documenti del tempo esistenti nell’Archivio di Stato di Potenza (Cfr. Pedio, Processi e documenti, cit.) Cfr. in proposito anche G. Mondaini, I moti politici cit., pp. 264 ss. e Pedio, Di una società segreta e delle sue diramazioni in Basilicata e in Terra d’Otranto in Archivi d’Italia e Rassegna Internazionale degli Archivi, s. II, a. X (1943), fasc. 3-4, pp. 73 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (5) postillava: “(5) Tale argomento è stato ampiamente trattato, oltre che dal Racioppi nella Storia dei moti cit., anche nella Cronaca potentina del Riviello cit., pp. 157 ss. Oltre Pedio, La reazione borbonica in Basilicata dopo il 1848 in Atti XXVII Congresso Nazionale Istituto Storia del Risorgimento, cit., pp. 539 ss., cfr. anche Matteo Mazziotti, La reazione Borbonica nel Regno di Napoli, Soc. Ed. Albrighi e Segati, 1912; Alfredo Ricci, etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Il proclama redatto il 15 agosto da Rocco Brienza (2), il saluto del nuovo intendente della provincia (3) e quello di Nicola Mignogna (4), i proclami di Camillo Boldoni, capo militare delle forze insurrezionali (5), quello di Domenico Asselta del 25 agosto (6) e quello del Masci (7) il quale, in ogni occasione, aveva precedentemente manifestato la propria devozione al Borbone (8), l’appello rivolto dalla Giunta Centrale di amministrazione costituita dal Governo prodittatoriale il 25 agosto (9), il discorso del canonico Giambrocono (10) e quello di Giuseppe Tancredi (11), l’appello del Golini (12) e la lettera di Vincenzo Sarli (13), mostrano chiaramente quei contrasti che, latenti, esistonoin seno al movimento liberale lucano nell’agosto del 1860 (14).”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “11) Nonostante una ricca bibliografia sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860, ben poco è stato scritto sui contrasti esistenti tra le diverse correnti politiche operanti in quell’anno nei paesi lucani.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Martino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”.

GIOVANNI NICOTERA SUPERSTITE DELLA SPEDIZIONE DI CARLO PISACANE 

Le polemiche e le accuse di NICOTERA sul fallimento della “Spedizione di Sapri” e la scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca

Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 222, in proposito scriveva che: “…Le sante ossa dei De Luca, dei De Mattia, dei De Dominicis e dei Carducci fremettero certo di sdegno. Pisacane e Nicotera si accorsero dell ‘ inganno in cui erano caduti, poichè non vi rinvennero appoggio alcuno, che anzi venne loro consigliato da alcuni padulesi di partirsene subito, perchè a Sala era riunita una forza imponente e già si disponevano per altrove.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2). La annunziata memoria di accusa effettivamente fu scritta, ed ebbe come principale bersaglio il Fanelli. Nicotera lo incolpò di aver promesso una vasta cospirazione in Basilicata ed a Salerno, di aver dato per conclusi gli accordi con i relegati di Ponza, con il barone Gallotti a Sapri, con l’Albini in Basilicata, con coloro che dovevano far scoppiare la sommossa a Napoli; di non aver tenuto fede agli accordi presi con Pisacane a Napoli. Nicotera sostenne infine che il ritardo di un giorno del telegramma di conferma non poteva giustificare la condotta del Comitato, e così concludeva: “Indi risulta che Fanelli evidentemente mentì sempre e mancò a tutti gli impegni presi, ed ora alla menzogna accoppia la calunnia asserendo che Pisacane operò diversamente quello che si era stabilito”(3).”. Capone, a p. 12, nella nota (3) postillava: “(3) “Accusa di Giovanni Nicotera al Comitato”, senza data, di pugno del Dragone in M.R.R., b. 346, f. 53, 12, pubblicata da A. Romano, in appendice all’Epistolario di C. Pisacane da lui curato, op. cit., pp. 527-530.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava:“(6)……Il 3 novembre 1860 Luigi Dragone scrisse al Mazzini chiedendo notizie del cassettino contenente i documenti del Comitato napoletano (M.R.R., b. 346, f. 54, doc. 12); il cassettino, secondo quanto riferisce lo stesso Dragone in una lettera ad A. Morici del 23 luglio 1861 (M.R.R., b. 346, f. 54, n. 8) era a Londra in possesso di tale Benedetto F., implicato nei fatti di Sapri e uno degli accusati dal Nicotera. Nel luglio ’61, il cassettino con i documenti giunse da Londra e rimase presso Fanelli, il quale fece una prima scelta delle lettere relative al ’56-57 e, assieme a Nicola Fabrizi, preparò un ‘dossier’ in propria difesa. (lettera di L. Dragone ad A. Morici, 30 luglio 1861, in M.R.R., b. 346, f. 54, n. 10). Il Racioppi, nello scrivere il suo opuscolo, si servì della documentazione fornitagli dal Fanelli.”. Capone si riferiva la testo di Giacomo Racioppi (….): “La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri”, che fu quasi una risposta all’altro scritto del Venosta, di poco precedente.  Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti. Ma, sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 14-15, in proposito scriveva: “Infatti la polemica sulla spedizione di Sapri, che aveva visto schierati da una parte il Nicotera e dall’altra parte il Fanelli, spalleggiato e difeso dai capi del partito d’azione, aveva delle grosse implicazioni politiche che mettevano in discussione il patriottismo di tutto il partito d’azione meridionale. Il De Monte si rendeva conto che fare il processo alla spedizione di Sapri significava anche fare il processo alla democrazia meridionale, e non c’è quindi da meravigliarsi delle sue cautele e dei suoi giudizi, specie se si pensa che egli scriveva negli anni in cui, sotto la spinta dell’opposizione soprattutto nel Mezzogiorno, si preparava l’avvento della Sinistra al potere; il suo libro del resto fu pubblicato a Napoli, poco dopo la “rivoluzione” del 18 marzo 1876 (10). Perciò il De Monte, mentre da una parte si era guardato bene dal versare altro olio sul fuoco di quelle scabrose vicende, dall’altra si era sforzato di dare ai fatti una interpretazione il più possibile onorevole per i democratici meridionali; una interpretazione che fosse al tempo stesso storicamente documentata e perciò conclusiva di ogni polemica. Ma, alcuni anni più tardi, una smentita alle tesi del De Monte venne da uno dei massimi esponenti della democrazia italiana, Aurelio Saffi..etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 15, in proposito scriveva: “Il problema delle responsabilità del Comitato napoletano fu di nuovo affrontato, pochi anni dopo, dal Bilotti nel suo esauriente volume sulla spedizione di Sapri (13). L’autore, pur senza fare di questo problema il centro della sua narrazione, si attesta su una linea interpretativa più vicina a quella di Nicotera e di Saffi che a quella del De Monte e di Albini. Infatti il Bilotti – secondo cui il Racioppi “volle troppo discolpare il Comitato ed i corrispondenti delle province”(14) – non manca di sottolineare come l’impulso alla organizzazione della spedizione venisse proprio dai patrioti di Napoli e di Basilicata, e in particolare dall’Albini e dal Fanelli; fu infatti, secondo il Bilotti, la lettera di quest’ultimo del 2 febbraio 1857 “forse dettata dal solo entusiasmo, che determinò Mazzini a rivolgersi al Mezzogiorno d’Italia”(15).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Aspetti della vita intellettuale a Salerno dopo il 1860 e gli studi intorno al Risorgimento”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 417, in proposito scriveva che: “Il risveglio fu opera di Matteo Mazziotti (16), il quale trovò in P.E. Bilotti – un calabrese che dal 1891 dirigeva con intelligenza pari alla solerzia il nostro Archivio di Stato – un collaboratore che per innata modestia aveva l’aria di un discepolo, ma era già un animatore ed un maestro….(p. 419) indi nel 1912 diede alla luce il vol. su “La reazione borbonica nel Regno di Napoli” (17). L’abbrivo dato dal Mazziotti e dal Bilotti alla conoscenza della storia del Risorgimento minacciava di spegnersi perché non alimentato e non sorretto; e perciò il Bilotti si affannò a promuovere la creazione di una rivista; e poichè egli giustamente temeva la dispersione delle poche forze locali, stimò miglior consiglio che l’iniziativa partisse da un organismo di cultura già esistente, la ‘Commissione Archeologica Salernitana’, della quale era stato prima autorevole membro e poi Presidente dal 1908. Malgrado gli sforzi di quel valentuomo l’iniziativa non trovò la desiderata realizzazione: passarono così dieci anni, densi di drammatici avvenimenti che chiamarono cittadini a ben altri doveri; ma poi, finita la prima guerra mondiale, nella ripresa delle opere di pace, si diede inizio alla pubblicazione dell’”Archivio storico per la provincia di Salerno”, e vita ad una ‘Società di storia patria’ che tuttora, malgrado la colpevole mancanza di appoggio dele autorità, degli enti cittadini pubblica ancora un suo organo di stampa, la “Rassegna Storica Salernitana”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 42 e ssg., in proposito scriveva: “10) La bibliografia sulla reazione seguita ai moti del 1848 e sulla attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette la insurrezione del 1860, nonostante la monografia del Racioppi (2), e quella del Lacava (3), presenta ancora notevoli e rilevanti lacune…., ….nessuno se non esponenti del potere costituito, si sofferma, prima del 1860, sugli avvenimenti politici e sulle ripercussioni che questi avevano avuto in Basilicata (6). Soltanto dopo la annessione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, vengono pubblicati scritti polemici diretti a denuziare alla opinione pubblica coloro che avevano tradito i loro compagni di fede dopo il 1848 e che avevano assunto il ruolo di confidenti della polizia borbonica. Sulla base di documenti tratti dai processi celebrati a Potenza dopo il 1849, Pasquale Ciccotti svela l’attività di alcuni delatori che, dopo la caduta del Borbone, avevano aderito al nuovo governo e vantato precedenti liberali (1) e Rocco Brienza denunzia elementi del clero potentino che avevano assunto uno spregevole atteggiamento nei confronti della polizia borbonica (2). Ma l’accusa più grave vien mossa, nel 1863, a Vincenzo De Leo, patriota ed uomo di azione tra i migliori che abbia avuto la Basilicata nel 1848-49, schieratosi, nel 1860, con gli insorti: Felice Venosta, in un lavoro sulla spedizione di Carlo Pisacane a Sapri (3), accusa il De Leo di aver tradito la causa liberale preavvisando le autorità borboniche di quanto si macchinava e, nel condannare l’atteggiamento assunto dal Comitato Lucano di fronte al tentativo mazziniano, attribuisce ai liberali della Basilicata le cause dell’insuccesso della spedizione di Sapri. Contro le accuse e le insinuazioni del Venosta reagisce, molto autorevolmente, Giacomo Racioppi (4), il quale, dopo qualche anno, illustra ampiamente l’attività svolta in Basilicata dai liberali nel decennio che precedette l’insurrezione del 1860 (5).”. Pedio, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Ciccotti, Le spie borboniche liberali del 1861, Potenza, 1861.”. Pedio, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Venosta Felice, Carlo Pisacane e i compagni martiri a Sanza, Milano, 1863”. Pedio, a p. 43, nella nota (4) postillava: “(4) Racioppi, La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, Napoli, Margheri, 1863. Cfr. anche le lettere del Racioppi a Pietro Lacava edite dal Tripepi, Curiosità storiche cit., pp. 147. Contro l’accusa del Venosta il De Leo pubblicò, nel 1885, una nota autobiografica, Commemorazione della spedizione di Sapri – Un episodio dello sbarco di Pisacane a Sapri. Su tale argomento cfr. Pedio, Uomini e martiri cit., p. 309 s. Per la infondatezza di tale accusa cfr. per tutti Nello Rosselli, Carlo Pisacane nel Risorgimento Italiano, Genova, Emiliano degli Orfini, 1936, p. 442.”. Pedio, a p. 43, nella nota (5) postillava: “(5) Racioppi, Storia dei moti cit.”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877”. Sempre il Pedio (….), continuando il suo racconto scriveva pure che: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, e che i più noti patrioti avessero militato nella corrente democratica (1). Tale travisamento della realtà storica è stata opera non solo dei parlamentari lucani interessati a vantare tradizioni liberali, ma anche, e soprattutto, di Decio Albini, il quale, dimenticando che la corrente liberale alla quale aveva aderito Giacinto Albini prima del 1860 ed i Lacava soltanto dalla primavera di quell’anno, era stata restia ad accettare un programma radicale ed, in particolare, quello mazziniano, in una breve monografia altera la verità storica e, anzicchè limitarsi ad illustrare quelli che erano stati realmente i contatti avuti dal padre prima con il Comitato facente capo al Fabrizi e poi con il Comitato dell’Ordine dal quale, nel 1860, era stato delegato ad organizzare, a dirigere e ad arginare la insurrezione in Basilicata allo scopo di impedire un eventuale sopravvento dei radicali che facevano capo al Comitato d’Azione (2), afferma che il padre ed i suoi più vicini collaboratori avevano aderito al movimento mazziniano (3). E questa tesi viene sostenuta da Pietro Lacava, il quale, nell’illustrare l’attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette il 1860 (4), contribuisce ad avvalorare la leggenda di un Giacinto Albini mazziniano (5). Affermatisi questa convinzione, che noi riteniamo, quanto meno, esagerata, si susseguono una serie di opuscoli e di articoli (1), i cui autori, omettono ogni indagine, che arebbe facilmente dimostrato quale programma politico fosse stato accettato da coloro che erano stati i maggiori artefici del movimento insurrezionale del 1860 in Basilicata, si limitano a parafrasare gli scritti di Decio Albini, il quale continua a ripetersi in una serie di pubblicazioni il cui contenuto non trova riscontro nelle fonti e nei documenti del tempo (2). Inoltre, ritenendo affiliazioni mazziniane quelle numerose vendite carbonare che, con la denominazione di ‘Giovine Italia’, avevano svolto la loro attività in Basilicata nel 1847-49 (3), l’Albini definisce mazziniani quei patrioti lucani dei quali compila brevi cenni biografici per il ‘Dizionario del Risorgimento Nazionale’ del Rosi (4).”. Pedio, a p. 44, nella nota (2) postillava: “(2) Del Pedio, oltre l’intoduzione ai ‘processi e documenti cit., pp. 11 ss. ed Uomini e martiri cit., p. 297, cfr. l’articolo su Giacinto Albini redatta per il Dizionario biografico degli Italiani. “. Pedio, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Decio Albini, La pedizione di Sapri e la provinci di Basilicata, Roma, Terme Diocleziane, 1891 “. Pedio, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) Pietro Lacava, Prefazione alla ed. del 1909 della Storia dei moti del Racioppi.”. Pedio, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) Che Giacinto Albini abbia avuto rapporti con il Comitato mazziniano operante in Napoli nel 1857 è indiscusso. Ma ciò non significa che abbia accettato quel programma. Attraverso i documenti pubblicati dal De Monte si è portati a ritenere che, durante tutto il 1857, l’Albini sarebbe vissuto in Basilicata in continuo contatto con il Comitato mazziniano di Napoli. Al contrario, documenti ufficiali del tempo provano che Giacinto Albini, incluso tra gli attendibili politici, aveva ottenuto di fissare la propria residenza in Napoli dove era sottoposto a sorveglianza di polizia  e, di conseguenza, nella impossibilità di visitare i paesi della Basilicata. Infatti, quando nel maggio del 1857 si sospettò che l’Albini avesse rapporti con i liberali di Anzi e di Pietrapertosa, l’intendente della provincia di Basilicata si rivolse a Napoli, perché si procedesse all’arresto dell’Albini (cfr. ASP., Intendenza Baslicata, 7/57). Ciò, naturalmente, non esclude che Giacinto Albini abbia potuto svolgere questa attività settaria quale comprovata dai documenti pubblicati dal De Monte. Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. I documenti da noi consultati smentiscono, d’altra parte, una attività svolta in Basilicata in relazione alla spedizione di Carlo Pisacane, avvalorata, invece, dai documenti pubblicati dal De Monte nel 1877 e da quelli, forniti in copia, nel 1887, dalla vedova di Luigi Dragone a Decio Albini e pubblicati in un opuscolo commemorativo etc…A porre un dubbio sull’attività attribuita a Giacinto Albini nel 1857 dai suoi biografi è lo sesso Racioppi, in quella sua breve nota sui fati di Sapri pubblicata, nella sua edizione definitiva, in appendice alla edizione del 1909 della sua Storia dei moti p. 393 s.). D’altra parte, anche se non si vuol tenere conto di queste nostre affermazioni, un fatto è certo: nessun tentativo per cercare di accorrere in aiuto di Carlo Pisacane da parte dei liberali lucani, nessuna manifestazione di soliderarietà agli eroi di Sapri nei vari centri abitati della Basilicata. Cfr. in proposito Pedio, L’insurezione lucana nell’agosto del 1860, ed. fuori commercio, Napoli, XVIII febbraio 1960. “. Pedio, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. da ultimo Decio Albini, La cospirazione mazziniana nella Lucania (1849-1860) in Lucania gens, a. II (Roma, 1923), V, pp. 6 ss. Sulla attività svolta dai liberali lucani nel 1857 cfr. anche quanto scrive Giuseppe Solimene su Mauro D’Elia da Lavello in ‘La spedizione di Sapri di C. Pisacane: I primi albori del socialismo in Lucania in Pensiero ed Arte, a. XII, n. 12 (Bari, dicembre 1956), pp. 5 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Oltre Pedio, Processi e documenti, cit., cfr. dello stesso autore: Evoluzione politica della borghesia, cit., pp. 468 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (4) postillava: “(4) A dimostrare l’infondatezza delle affermazioni dell’Albini e di coloro che a lui si sono uniformati, sono i documenti del tempo esistenti nell’Archivio di Stato di Potenza (Cfr. Pedio, Processi e documenti, cit.) Cfr. in proposito anche G. Mondaini, I moti politici cit., pp. 264 ss. e Pedio, Di una società segreta e delle sue diramazioni in Basilicata e in Terra d’Otranto in Archivi d’Italia e Rassegna Internazionale degli Archivi, s. II, a. X (1943), fasc. 3-4, pp. 73 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (5) postillava: “(5) Tale argomento è stato ampiamente trattato, oltre che dal Racioppi nella Storia dei moti cit., anche nella Cronaca potentina del Riviello cit., pp. 157 ss. Oltre Pedio, La reazione borbonica in Basilicata dopo il 1848 in Atti XXVII Congresso Nazionale Istituto Storia del Risorgimento, cit., pp. 539 ss., cfr. anche Matteo Mazziotti, La reazione Borbonica nel Regno di Napoli, Soc. Ed. Albrighi e Segati, 1912; Alfredo Ricci, etc…”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali.”. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Marino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “…..non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867. Questo interessante volume, scrisse Rocco Brienza, è privo di non pochi fatti, e qualcuno, dei tanti riportati, merita di essere meglio chiarito. E’ a mia piena conoscenza come il Racioppi siasi…rivolto ai suoi compagni politici per sapere degli avvenimenti. Moltissimi tacquero, qualcuno disse anche troppo. Cfr. Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 10 luglio 1868. Nonostante le giuste critiche mosse dal B. al R. questa Storia dei moti rimane la più completa trattazione sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860. Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Carlo Nardi (….), nel suo, Le truppe del Ghio e il passaggio del “Calderaio”, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 298, nella nota (10) postillava: “(10) M. Rosi, I Cairoli, Torino, Bocca, 1908. Il Rosi pubblicò (pp. 339-349) la lunga lettera, in cui il giovanissimo Cairoli narrava la sua marcia attraverso la Calabria fino a Spezzano Albanese, ove fu ospite della famiglia Rinaldi, di cui, uno dei figli, Orazio, era stato compagno di collegio di Agesilao Milano e, implicato nella vicenda di costui, era stato condannato a 20 anni di carcere duro.”Gulielmini Andrea, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877.

I PRODROMI

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento della amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (162), dal Cassese (163), e dal Pesce (164), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente con altri tre suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Sapri, insieme ai suoi compagni, da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’…..al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla fontana della spina, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro.”. Nella mia nota (162) postillavo che: (162) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909), rist.di Galzerano ed.”. Nella mia nota (163) postillavo che: (163) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n.14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp.I-IV.”. Nella mia nota (164) postillavo che: (164) Pesce C., Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda, Napoli, 1895.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860, e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto. E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto, e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”

Il ricordo della storica impresa di Carlo PISACANE, dei suoi “Trecento” e dello sbarco a Sapri, prodromi della insurrezione del 1860

(Fig. n….) Disegno del ritratto di Carlo Pisacane

Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nel 1857, Giuseppe Mazzini, sospettando che a Napoli, in previsione della morte di Ferdiando II, gravemente malato, si affermi un movimento di restaurazione murattiana,  tendente a riportare sul trono il figlio dell’infelice Re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro, cerca di prevenire il pericolo e, venuto segretamente a Genova, organizza una spedizione nel regno borbonico e ne affida il comando a Carlo Pisacane (20).”. Di Capua, a p. 34, nella nota (20) postillava che: “(20) Patriota, martire e scrittore (Napoli 1818 – Sanza 1857). Ufficiale dell’esercito borbonico, lasciò il servizi ed emigrò in Francia per dedicarsi alla causa italiana. Capo di S. M. dell’esercito repubblcano a Roma nel 1849 durante la Repubblica Romana, orientò il suo pensiero politico verso il socialismo. Partito il 24 giugno da Genova, si arrestò all’isola di Ponza ove liberò circa 300 detenuti che andarono ad ingrossare la sua schiera. Il 29 giugno sbarcò a Sapri e si inoltrò verso l’interno. Giunto a Padula fu affrontato da truppe borboniche e da contadini ostili. Nello scontro l’improvvisata formazione venne facilmente sopraffatta e dispersa. Pisacane, allora, con pochi superstiti, si ritirò verso Sanza e, vista ormai perduta ogni speranza, morti o caduti prigionieri quasi tutti i suoi compagni in quell’ultimo combattimento si uccise.”. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Dans les fureurs aveugles des guerres civiles le sang appelle le sang; la conscience s’oblitère et l’on se croit en droit de châtier les atrocités par d’autres atrocités. Au mois d’août 1860, une colonne de l’armée garibaldienne prenait terre, à Sapri pour opérer dans le Cilento parallèlement au mouvement en avant du corps principal; c’était le colonel Pianciani qui la commandait. Il envoya undétachement à Sanza. Un nommé Savinu La Veglia, que la voix publique désignait comme ayant porté le premier coup à Pisacane désarmé, fut arrêté chez lui et fusillé sans jugement dans la prison. C’était répondre au meurtre par le meurtre. L’homme que l’on traitait ainsi pouvait être un assassin; ceux qui le mirent ù mort sans observer aucune forme, sans débat contradictoire, ne se firent pas des justiciers, comme ils se l’imaginaient, mais eux-mêmes des assassins. Au moment de partir de Gènes, Pisacane avait écrit un testament, que les journaux publièrent après sa mort. « Je suis persuadé, y disait-il, que si l’entreprise réussit j’obtiendrai les applaudissements universels; si je succombe, le public me blâmera, on m’appellera fou, ambitieux, turbulent, et ceux qui, ne faisant jamais rien, passent leur vie h critiquer les autres, examineront l’oeuvre minutieusement, mettront à découvertmes erreurs et m’accuseront d’avoir échoué faute d’esprit, de coeur et d’énergie. » Il se trompait. Sa tentative avait lieu dans des conditions qui rendaient le succès impossible elle a misérablement échoué. Mais trois ans ne s’étaient pas écoulés qu’il passait grand homme et que sa mémoire recevait les hom…mages réservés aux plus glorieux martyrs de la cause nationale. Sur le quai de la Marine à Salerne, le chef-lieti de la province où il mourut, on voit une statue élevée a Carlo Pisacane, precursore di Garibaldi. Dans tout l’ancien royaume napolitain il n’est presque pas une ville où l’on ne rencontre une rue ou une place Pisacane. J’ai même lu à ce sujet chez un voyageur français, homme de beaucoup d’esprit et des mieux pensants, mais qui avait eu là une distraction singulière, deux pages d’indignationéloquente, flétrissant l’abaiesomentmoral dans lequel est tombée l’Italie piémontisée, qui donne aux rues de ses villes le nom d’un « criminel vulgaire qui a tenté l’assassinat d’un roi. 1) Carlo Pisacane confondu avec Agesilao Milano! la méprise est forte. Il serait bon de s’informer un peu plus exactement des choses avant de se mettre en frais de morale indignée. Du reste il ne faut pas s’y méprendre, l’aventure de Pisacane, qui avait semblé au premier abord une folie piteusement avortée, fut par ses conséquences un événement fort considérable. L’effarement et le désarroi que le gouvernement de Naples avait montré devant celle entreprise d’une poignée d’hommes, la façon dont, avant d’être arrêtés par etc… che tradotto significa: “….Nelle furie cieche delle guerre civili il sangue chiama sangue; la coscienza è cancellata e crediamo di avere il diritto di punire le atrocità con altre atrocità. Nell’agosto 1860, una colonna dell’esercito garibaldino prese terra, a Sapri ad operare nel Cilento al fianco del movimento in avanti del corpo principale; era il Il colonnello Pianciani che lo comandava. Ha inviato un distaccamento a Sanza. Qualcuno di nome Savino La Veglia, che la voce pubblica ha designato come avendo sferrato il primo colpo al disarmato Pisacane, è stato arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel prigione. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio. L’uomo che è stato trattato in questo modo avrebbe potuto essere un assassino; coloro che lo hanno messo a morte senza osservare nessuna forma, senza dibattito contraddittorio, lo è non hanno agito da vigilantes, come immaginavano, ma loro stessi sono assassini. Quando lasciò Genova, Pisacane aveva scritto un testamento, che i giornali pubblicarono dopo la sua morte. “Sono convinto”, ha detto, “di questo se l’impresa riesce mi prenderanno gli applausi universale; se soccombo, il pubblico darò la colpa, sarò chiamato pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli che, senza fare mai nulla, spendono il loro la vita h critica gli altri, esaminerà il lavoro con attenzione, esporrò i miei errori e mi accuserà di aver fallito per mancanza di spirito, di cuore ed energia. » Aveva torto. Il suo tentativo si è svolto in condizioni che hanno reso il successo impossibile, fallì miseramente. Ma non erano passati tre anni come passò lui grande uomo e che la sua memoria ha ricevuto maghi riservati ai martiri più gloriosi della causa nazionale. Sulla banchina della Marina a Salerno, il capo lieti della provincia dove morì, vediamo una statua eretta a Carlo Pisacane, precursore del Garibaldi. In tutto l’antico regno napoletano non c’è quasi una città dove non ci incontriamo una strada o una piazza Pisacane. Ho letto anche questo soggetto in un viaggiatore francese, un uomo dai molti di ingegno e di pensiero migliore, ma chi l’aveva avuto c’era una singolare distrazione, due pagine di eloquente indignazione, appassendo l’umiliazione morale in cui cadde l’Italia piemontese, che dà il nome alle strade delle sue città ad un “criminale”. volgare che ha tentato l’assassinio di un re (1). Carlo Pisacane confuso con Agesilao Milano! l’equivoco è forte. Sarebbe bello scoprirlo un po’ più esattamente sulle cose prima di iniziare a spese della moralità indignata. Inoltre, non dovrebbe esserci errore, l’avventura di Pisacane, che a prima vista era sembrato una follia pietosamente abortita, fu dalle sue conseguenze un evento molto significativo. Lo sgomento e lo sgomento che ha suscitato il governo di Napoli aveva mostrato davanti a questa compagnia una manciata di uomini, il modo in cui, prima di essere arrestati da etc…”. Il Lenormant ci parla dell’Agosto 1860, non di Luglio e non di Settembre. Il Lenormant, a p. 134 aggiungeva che: D’ailleurs l’exemple de Pisacane ne fut pas perdu pour Garibaldi. Il lui montra que la République faisait peur aux populations du royaume de Naples, qu’elles tenaient au principe de la monarchie et que si l’on voulait les ……” che, tradotto significa: “Inoltre, l’esempio di Pisacane non andò perduto a Garibaldi. Lui lui dimostrava che la Repubblica spaventava le popolazioni del regno di Napoli, che detenevano principio della monarchia e questo se li volessimo etc….”Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a p. 35, in proposito scriveva che: “Si potrebbe dire che tra gli esuli meridionali, a prescindere dallo Scialoja (33) che quanto meno è l’unico a portare il discorso su aspetti concreti (finanziari), vi sia il solo Pisacane ad avere un suo programma politico per il futuro, e a non limitarsi all’obiettivo immediato (34).”. Moscati, a p. 35, nella nota (34) postillava: “(34) Vedi fascicolo dedicato a Pisacane in occasione del centenario della Spedizione di Sapri dalla rivista “Cronache Meridionali” (a. IV, n. 10, ottobre 1957) e G. Berti, La dottrina pisacaniana della rivoluzione sociale, in “Studi storici”, 1959-1960, I, 2.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 3, in proposito scriveva: “Per intendere come si giunse e come funzionò la Prodittatura Lucana, è utile dare uno sguardo generale e riassuntivo a tutto quel movimento liberale, che si era svolto in quella regione dal 1848 in poi. Gli eventi di quell’anno e quelli che seguirono, cacciarono anche là molte persone nelle galere, altre ne spinsero in esilio, ne spaventarono e paralizzarono altre; mentre d’altra parte sorgeva un elemento giovane e nuovo, che, prima ignoto o appartato, ripigliava quel movimento in conformità della sua educazione e delle condizioni generali. Avvenuta l’insurrezione del 18 Agosto 1860, tutto il paese, com’è facile immaginare, si trovò innanzi a nuovi compiti, soprattutto a compiti reali ed anche urgenti…..In questa azione si trovarono a cooperare con le loro passioni, coi loro presupposti, con i loro precedenti sopravanzati al 1848, patrioti allora liberati dalle galere, reduci dall’esilio ed elementi nuovi, con tutte le modalità e varietà, che sogliono presentare questi avvenimenti; …..(p. 4) Questo atteggiamento creò due correnti nel regno napoletano: una più scarsa di simpatia verso il Piemonte, l’altra più numerosa di odio contro il Borbone, che, specialmente dopo che la Francia e l’Inghilterra ebbero richiamati dalla capitale i loro rappresentanti, fu giudicato ostacolo quasi unico contro il civile progresso. Così quando il Mazzini nel 1856 lanciò il suo appello, che chiamava tutti gli uomini liberi a raccogliersi sotto il vessillo dell’Unità, a Napoli si formò il ‘Centro Promotore del sud Peninsulare’…..E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Ma un nuovo avvenimento riaccese gli animi repressi: la seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo partito, ispirato da Cavour e diretto da Lafarina, sorgeva intanto a Torino. Il programma del nuovo partito era come si sa: ‘Indipendenza, Unione, Casa Savoia’. La nuova associazione risvegliò gli antichi mazziniani di Napoli. Essi riordinarono le file del vecchio centro, che mutò nome. Si chiamò ‘Comitato Centrale dell’Ordine’ e fondò un suo organo clandestino: ‘Il Corriere di Napoli’. Ad Albini, che era uno dei componenti il Comitato di Napoli, fu affidata la cura di tutte le provincie meridionali, e specialmente della Provincia di Potenza. Egli chiamò in vita l’antica organizzazione del 1857, per quanto inattiva ancora in piedi, perchè contro di essa la reazione non aveva incrudelito come era avvenuto nel Cilento, per opera dell’intendente Rosica, uomo temperato e mite e che non aveva neanche creduto alle accuse mosse dall’intendente di Salerno. Nell’agosto del 1859 il Comitato dell’Ordine di Napoli aveva dato disposizioni per la rivolta…..(p. 6) L’insurezione si voleva subito durante l’agosto, ma non se ne fece nulla e non fu un male. A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Laarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Andrea Gulielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 11, in proposito scriveva: “I pericoli, gli ostacoli, anzi la quasi impossibilità di quel titanico ardimento, lo fanno più glorioso, perchè attestano la serena premeditazione del martirio. Quei prodi andarono a morire per svegliare i dormienti.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a p. 79, in proposito scriveva: Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro ; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860 , e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto . E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto , e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: “….La catastrofe fu piena, dolorosissima. I prodi di Sapri, gli antesignani della spedizione de’ Mille, furono quasi tutti chi uccisi, chi prigionieri. E ciò dopo lotte animose , senza guide , in mezzo a tutt ‘ i disagi, atutte le mancanze, a tutte le privazioni non solo di aiuti , ma del necessario non solo a combattere, ma a vivere. Essi vennero aggrediti, oppressi da truppe, gendarmi, e popolazione aizzata dagli agenti della polizia. Le uccisioni e le ferite fatte barbaramente , all’uso de’ cannibalı. La parte maggiore in tali scene di sangue fu dovuta a’ gendarmi, alla guardia urbana, e contadini. Tra questi anche le donne si videro precipitarsi come belve inferocite su’ disbarcati, ad alcuno de’ quali fu data la caccia su pe’ monti come a fiere, e trucidato barbaramente. A quella popolazione poco o nulla colta fu dato ad intendere che si trattasse di briganti, di ladri, di pirati che scendevano a rubare ed a saccheggiare. Le arti più nefande da parte delle Autorità furono aggiunte al piombo ed alla baionetta; talchè da que’ valorosi si ebbe a lottare non solo contro le forze ordinate del Governo, ma contro i pregiudizi e gli errori di tutta intera una popolazione. Combattendo eroicamente morirono il Pisacane, degno capo tra tutti, il Falcone, animoso giovane calabrese scampato l’anno prima dalla persecuzione poliziesca di Napoli. Il Nicotera ferito al braccio, ferito alla mano, colpito alle spalle, da un colpo di scure al capo cadde nel suo sangue rimanendo esanime per un pezzo, e poi fatto prigione, e quindi, dopo una processura, condannato nel capo, e poi tramutata la pena in ergastolo fatto espiare non dove la legge dicea, ma dove la ferocia voleva, cioè nel fosso di S. Caterina in un’ isola di Sicilia, fosso profondo dove surge l’acqua , dove chiunque vi fu gettato , non v’era vissuto e dove pure il Nicotera vi rimase per anni, liberato poi dalla Rivoluzione nel 1860. Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”

Nel 30 giugno, 1857, Pisacane ed i suoi “Trecento”, al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Decio Albini (….), nel suo “La Spedizione di Sapri e la Basilicata”, a p. 23, in proposito scriveva: “La Basilicata, dunque, nella impresa di Sapri aveva un cómpito importantissimo e furono circostanze estranee ad essa se questo compito non potè mantenere integralmente. Aurelio Saffi, nella prefazione al vol. IX delle opere di Mazzini, afferma: « è noto come alla fidanza delle opere e al forte inizio dei fatti di Pisacane mal rispondessero con inesplicabile abbandono dopo le promesse date i suoi concittadini e noti sono purtroppo i fieri casi e l’ultima strage dei generosi che per amore d’Italia si avventurarono a crudel morte fra gente ignara e selvaggia» (1).”. Albini, a p. 23, nella nota (1) postillava: “(1) Un tal Venosta, in una partigiana ed astiosa narrazione della spedizione di Sapri, è giunto perfino a scagliar insulti contro un valoroso patriota di Montalbano Jonico, il compianto Dott. De Leo, cui move accusa di aver riferito al governo l’accaduto di Ponza. Questa accusa fu una calunnia, ed è davvero deplorevole come per non pochi scrittori la storia non sia lux ceritatis.”. L’accusa di Felice Venosta: Nelle sue opere sulla storia del Risorgimento (come gli scritti sui Fratelli Bandiera e i moti mazziniani), lo storico e patriota Felice Venosta accusò Vincenzo De Leo di aver boicottato la spedizione. Secondo il Venosta, il De Leo – ex compagno di prigionia a Ventotene – avrebbe convinto i detenuti politici a non imbarcarsi dopo aver appreso che l’obiettivo non era instaurare la monarchia murattiana. Sempre l’Albini (….), a p. 24, in proposito aggiungeva: “Se è vero che i sacrifici servono a protesta, se non a vittoria, non dimostra però minor valore e virti saper salvare l’organizzazione per tempi migliori. E questi tempi vennero: tre anni dopo la Basilicata spiegò il silenzio di Sapri, insorgendo prima che Garibaldi avesse passato il Faro, prima delle altre provincie del continente meridionale. Ai XVI Agosto 1860, data antesignana della nostra redenzione, la Basilicata onorò nella forma più splendida e nelle solenni feste della patria il sacrificio e la memoria di Carlo Pisacane, il cui nome rimane all’età ventura esempio di mirabile valore. La spedizione di Sapri e la organizzazione ordinata e condotta nelle provincie per secondarla scossero la dinastia dei Borboni. Pisacane iniziò con meraviglia di perseveranza e di audacia sfortunata quello che poi Garibaldi con felici auspici riusci a compiere. Tre anni dopo Sapri vennero Marsala e il Volturno, come tre anni dopo Mentana venne la breccia di Porta Pia.”.

Nel 1848 e 1857, I LIBERALI DEL BASSO CILENTO e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione di Carlo Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Nella mia Relazione, a p….., nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Sul sarto MATTEO GIORDANO, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 28, in proposito scriveva che: “A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza del Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appena sbarcati etc…”. In un altro passaggio, Cassese dice che il sarto Matteo Giordano era di Sapri. Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Dunque, Tancredi scriveva che la famiglia MACCARONE di Santa Marina, ed in particolare Domenico Maccarone subirono gravi persecuzioni. Tancredi cita anche la famiglia BRUNO di Scario. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel cas, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186-187, in proposito scriveva che: “(3) L’Arciprete Timpanelli malgrado le difese che di lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu data mai tregua per avere tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la mess nella chiesa del Purgatorio. E pure egli si trovava alla dipendenza della gran corte criminale col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della liberà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quel che si compiacque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco di Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci ed i loro nomi sono stati pubblicati dal dott. Michele Lacava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860’. Oltre ai quattro indicati sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca iscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – 56. Francesco Curzio – 57 Vincenzo Pugliese-Macrini – 58. Franc. Maria Pugliese – 59. Rocco Del Giudice. Arch. di Salerno – F. 1196 – Inv. pol.”. Dunque, Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca iscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: …….38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – …..Arch. di Salerno – F. 1196 – Inv. pol.”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote (che alcuni danno come sacerdote ma il realtà il sacerdote era EMANUELE) don FILOMENO Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don GIOVANNI GALLOTTI, insieme ai suoi due figli, SALVATORE GALLOTTI e RAFFAELE GALLOTTI erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. I due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti erano due figli del barone don Giovanni Gallotti ed erano fratelli del sacerdote (?) don Filomeno Gallotti. Oltre ai tre fratelli, SALVATORE, RAFFAELE e FILOMENO vi era anche un altro figlio e loro fratello, EMANUELE. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi filo-borbonici furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000.  Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno,  Salerno, Plectica, 2005. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno”, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a pp. 219-220, raccontando dell’impresa dei ‘300 e lo sbarco a Sapri, in proposito scriveva che: “Gli abitanti però non risposero all’appello (1) dei rivoltosi, gli uni perchè pensavano che quel manipolo di uomini non potevano avere probabilità di riuscita, gli altri perchè affidandosi alle voci sparse dagli agenti del borbone, li credettero forzati evasi venuti a saccheggiare, si nascosero aspettando l’arrivo delle guardie urbane e dei battaglioni dei cacciatori. Intanto i sollevati si diedero alla ricerca di quella gente armata promessa dal Comitato nazionale di Napoli a Pisacane, mossero verso il fortino col disegno di prendere la volta di Potenza, che era stata destinata come punto centrale della rivoluzione, etc…”. Pizzolorusso, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio, Francesco e Giovanni, Forte Antonio, Francesco e Angelo , Romano Federico , Vecchio Giovanni, Cardillo Michele e Giuseppe e Cardillo Michele, di Giuseppe, de Marco Michele e Gaetano , Scolpino Felice , Paolo e Giuseppe , Tepidino Vincenzo , Padula Vincenzo e Michele, Masullo Raffaele, Gervasi Vincenzo, Bianco Angelomaria, Soriano Domenico, Robertucci Michele e Alferio, Ferrara Antonio , Gallo Michele , e Amabile, Faluotico Giuseppe, Mugno Vincenzo e Fiorante, Volpe Pietro, di Giuseppe Michele, sacerdote, Bruno Gabriele, Alliegro Domenico, Sanseverino Raffaele, Perillo Francesco, de Rosa Tommaso, Falce Antonio, Cernicchiaro Pietro, Bifano Pasquale, Zipparro Domenico, Viggiano Pietro e Carlo, Alfano Michele, Gallo Vincenzo , Patrizzi Giuseppe e Raffaele , de Simone Giovanni, di Giuseppe Evangelista, Arato Vincenzo, Barra Michele, Rizzo Ignazio, e Pierri Vincenzo, di Padula, La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco, di Sapri, Curcio Giuseppe, Peluso Liborio, Cioffi Nicola e Vincenzo, Barra Carmine, Zipparri Pasquale, Caccurri Camillo, Gravina Pietro, Cernicchiaro Pietro, Felizzolo Biagio, Falce Giuseppe, P. Luigi da Torraca, Bifani Pasquale e Nicola, Brandi Pasquale, Falco Carmine, Viggiano Carlo e Cono, Zipparro Domenico e Antonio, Mercadante Nicola, Cesarino Francesco, Falce Anna e Antonio, Fiorito Francesco , di Torraca; Lenza Giovanni, di Roccagloriosa; de Benedictis Giuseppe, Brienza Angelo e Vincenzo , Cammarano Raffaele, Arenaro Vincenzo , Trotta Pietro , di Sassano; Morone Tommaso , di S. Giacomo ; Matina Giovanni, di Diano, de Stefano Baldassarre ed Ermenegildo, di Casalnuovo; Bellezza Angelo, di Buonabitacolo e Rega Vincenzo, di Giffoni; Scorziello Pasquale, di Roccadaspide; Orlando Pasquale , di Agnone ; Mazzariello Angelo, di S. Giorgio; Mangia Nicola, di Poderia; Botta Pietro, di Giffoni, Budetta Pasquale, Pietropaolo e Agostino, Pizzuti Luigi, Masucci Giuseppe, d’Aiutolo Agostino, di Rovella; Calabritto Tommaso, di Pugliano; Quaranta Angelo, di Palo; Esposito Anselmo, di Nocera; Sarnelli Gioacchino, di Bracigliano; Lobuglio Giuseppe, di Diano ecc…”. Dunque, come si è detto, Pizzolorusso cita tra i GALLOTTI di Sapri: Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco”, cita GALLOTTI RAFFAELE, FILOMENO, NICOLA, DIOMEDE e FRANCESCO, tutti di Sapri. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice: GIOVANNI GALLOTTI era Vice-Sindaco di Sapri), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Toraca: ….Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, riferendosi a Sanza e a Morigerati, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo della famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offriva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1912, a pp. 28-30 e ssg., in proposito scriveva che: “VIII. Le carceri erano gremite di detenuti. Nella sola provincia di Salerno si trovavano in prigione per causa politica e soggetti a giudizio quattrocento quattordici individui (2). Parve necessario mettere un argine a tante carcerazioni ed istruttorie limitandole a i delitti importanti e sgombrando le Corti da i processi più lievi. Il re, con sovrani rescritti del 10 aprile 1850 e del 7 giugno 1851, pubblicò una amnistia per i reati politici meno gravi avvenuti in Basilicata e nelle Calabrie. Il 9 maggio dello stesso anno emanò un altro decreto con cui ” aboliva Fazione penale a riguardo di imputati, siano presenti siano assenti, per tutti i reati di discorsi tendenti a spargere il malcontento contro il governo commessi nell’anno 1848 „. Nonostante tutto ciò, ordini di arresto e processi si seguivano senza tregua. Si pensò allora di fare una indagine sommaria di tutti i procedimenti politici per sbarazzare il terreno da i meno importanti e far proseguire soltanto quelli di qualche gravità. A tale oggetto il re, con risoluzione sovrana del 14 febbraio 1852, istitui per ciascuna provincia una speciale commissione detta di scrutinio, che ebbe l’incarico di classificare i numerosi imputati in tre categorie secondo la gravità del delitto. Per la prima, che doveva comprendere quelli più gravi, si imponeva di procedere sollecitamente a giudizio; però in caso di condanna capitale era necessario, per eseguirla, chiedere il consenso del ministro. Per la seconda classe, si addiveniva egualmente a giudizio e se fosse intervenuta una condanna a morte si doveva domandare l’assenso del re. Per l’ultima classe infine, che comprendeva i delitti più lievi, si aboliva addirittura, per diminuire i giudizi e sfollare le carceri, l’azione penale. Per la provincia di Salerno la Commissione fa costituita da l’intendente Valia come presidente, dal procuratore generale Angelo Grabriele e dal generale brigadiere Cipriano Nasi. La Commissione provvide per quattrocentotrentuno imputati per le agitazioni del luglio 1848. Iscrisse nella prima classe sedici individui, cioè Filadelfo Sodano, Carlo Pavone, Antonio Curcio, Giuseppe Caputo, Giuseppe Maria Pessolani, Ovidio Serino, G. B. Riccio, Giovanni De Angelis, Filippo Vitagliano, Ernesto Del Mercato, Filippo Patella, Pasquale, Lamberti, Domenico Picone, Salvatore Garofalo, Gennaro Giardino, Benedetto Strommillo. Nella seconda eentosessantasei imputati, tra cui Carlo e Pompeo De Angelis, Salvatore e Lucio Magnoni, Angelo Pavone, Michele DeAugustinis, Leonino Vinciprova, F. P. Del Mastro, Giovanni Carducci, Stefano Passero, Gaetano Del Mercato, Zaccaria Ragone, Giovanni Guerrieri, Raffaele Ginnari, Giovanni e Salvatore Gallotti, Domenico Mercadante, Cristoforo e Socrate Falcone, padre e figlio. La terza classe, infine, annoverava duecentotrentetre persone, che avrebbero dovuto, giusta le norme adottate, essere subito prosciolte dal giudizio e dal carcere; ma cosi non avvenne (1). L’intendente Valla scriveva il 17 febbraio 1852 al ministro dell’interno cosi: ” Tra i compresi nella d^ categoria vi sono molti appartenenti al distretto di Vallo e tra questi parecchi per misura di preveggenza non dovrebbero per ora tornare in patria. Se Ella approva il mio proponimento, La prego di comunicarmi al più presto le necessarie facoltà. Chi ha il coraggio di mandare tanta canaglia in quel diabolico Cilento! „ (1). Il benigno suggerimento del Valia ebbe tutto il suo effetto; ben sessantasei persone della pròvincia di Salerno (la maggior parte del distretto di Vallo) che avrebbero dovuto liberamente tornare al proprio paese dovettero andare invece a domicilio forzoso. Tra esse Raffaele Coccoli mandato ad Eboli, Francesco Petillo ad Avellino, Pasquale De Feo a S. Cipriano (2). La stessa sorte toccava a l’ingegnere Pizzuti di Montecorvino. Arrestato nel maggio del 1851 perchè si rinvennero presso di lui carte criminose ed una fascia tricolore, nonostante che fosse stato assolto da la Gran Corte Speciale di Napoli fu relegato a Ventotene e poi ad Avellino.”. Mazziotti, a p. 28, nella nota (2) postillava: “(2) Archivio di Napoli, doc. dal 1848 al 1856, fase. 146.”. Mazziotti, a p. 30, nella nota (1) postillava: “(1) Archivio di Napoli, carte dal 1848 al 1850, fascio 306, espediente 7013.”. Mazziotti, a p. 31, nella nota (1) postillava: “(1) Protocollo ministero giustizia, verbale del 12. febbraio 1852. (2) Archivio di Napoli, fascio 305, espediente n. 7015.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, a p. 12, in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 258, riferendosi al periodo dei moti del ’48 nel Cilento, nella nota (46) postillava: “(46) A Sapri Stefano Passaro fu accolto dal sindaco Angelo Tinelli, da Giovani Gallotti coi figli Salvatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito da Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della Provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i qauli, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo, già settario fin dal 1820, aveva ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col suo parente D. Leonino Vinciprova da Omignano, con Mazziotti, De Dominicis ed altri capi del Cilento ed aveva avuto alla sua fedele dipendenza Tommaso Laveglia, Angelo Conforti e Carmine Millanni che spediva come corrieri nel Cilento, in Calabria ed in Matera, a racogliere gente e mandarla per Campestrino a Napoli; e quella gente aveva in gran parte vestita a sue spese. Irrequieto sempre, stava continuamente in giro pei paesi del Vallo ed insieme con suo figlio Luigi era in immediato contatto col comitato di Sassano e col noto attendibile Michele Aletta. Accompagnato dal suo carissimo amico D. Francesco De Stefano, arrestato poi in Napoli all’epoca delle barricate, girò per tutto il Distretto di Sala a promuovere una coscrizione per la Lombardia. Si conosce di lui il seguente aneddoto: nell’elezione dei capitani della G. N. essendo stato per comune suffragio eletto in Sanza D. Gennaro Campolongo, egli ne scrisse al Carducci lagnandosene e fu allora autorizzato a levare una compagnia a proprie spese, dalla quale sarebbe stato il capitano. E così fece; Sanza ebbe quindi due compagnie di guardia nazionale.”.

In seguito al 1857, la FAMIGLIA TIMPANELLI di SAPRI: l’arciprete NICOLA, ANGELO, FRANCESCO, perseguitati dalle autorità borboniche

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, il La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”.  Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli…. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol….(p. 187) In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Dunque, il Bilotti ci informa che dopo l’uccisione del Carducci, il Timpanelli preferì allontanarsi da Sapri e si stabilì a Salerno e poi in seguito a Rivello, dove non cessò mai, fino alla sua morte, di favorire la causa della libertà, “benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua.”. Infatti, anche in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, egli In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio.”. Questa notizia si desume dagli Atti “Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol..”. Dunque, l’arciprete don Nicola Timpanelli, non solo era perseguitato dai suoi nemici sapresi, la fazione dei Pelusiani, del prete Vincenzo Peluso e dei suoi accoliti che si contrapponevano alla nutrita fazione dei liberali vicini al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, ma egli era insidiato fin dal 1851 dalle autorità borboniche. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186-187, in proposito scriveva che: “(3) L’Arciprete Timpanelli malgrado le difese che di lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu data mai tregua per avere tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la mess nella chiesa del Purgatorio. E pure egli si trovava alla dipendenza della gran corte criminale col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della liberà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quel che si compiacque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco di Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donaata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci ed i loro nomi sono stati pubblicati dal dott. Michele Lacava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860’. Oltre ai quattro indicati sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca iscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – 56. Francesco Curzio – 57 Vincenzo Pugliese-Macrini – 58. Franc. Maria Pugliese – 59. Rocco Del Giudice. Arch. di Salerno – F. 1196 – Inv. pol.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, ai quali l’arciprete Nicola Timpanelli fornì pane e formaggio.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane. Antonio Infante (….), nel testo scritto insieme a Pierfrancesco Del Mercato, “Cilento uomini e vicende”, a p. 256, ci parla del TIMPANELLI ed in proposito scriveva che: “Antica famiglia di Sapri, che si distinse non poco negli eroici movimenti insurrezionali del Cilento. Nicola, nato l’11 maggio del 1803, seguì gli studi ecclesiastici nel seminario di Policastro, dove ebbe come maestro il grande canonico De Luca. Nominato Arciprete Curato di Sapri, il 2 novembre 1836, animato dai suoi alti sentimenti liberali, avversò energicamente l’oppressione napoleonica. Fu in continuo contatto con numerosi ed importanti patrioti, fra cui il Vinciprova, il Vairo, il Passaro, il Verdoliva, con il De Dominicis, con G.B. Riccio, con F.A. Mazziotti e con il Carducci etc. Divenne il capo dei liberali della sua zona. Agli inizi del gennaio del 1848, insieme col Sindaco del paese Angelo Timpanelli, accolse con vivo entusiasmo la colonna insurrezionale del Passaro, poi, fatti trasferire tutti in chiesa, con espressioni limpide e solenni, parlò dei gravi problemi del tempo, intimamente collegati alle future sorti della Patria. Appena la notizia della tragica morte del Carducci, si recò subito con alcuni patrioti di Vibonati e di Sapri in località Tempone, con l’intento di vendicare la morte di quel grande eroe, ma il Peluso era già scomparso (1). Avuto sentore di un probabile arresto da parte della polizia, insieme al nipote Francesco, si rifugiò in Basilicata. Ma preso dalla polizia, fu rinchiuso in un primo momento in carcere, poi traferito a Salerno, fu condannato a domicilio coatto. Finì i suoi giorni il 28 agosto del 1858. Continuò l’opera eroica di nicola il nipote Francesco, che nacque il 25 settembre 1826 da Vincenzo e Caterina Perazzi, a Sapri. Conosciuto per le sue idee antiborboniche, dovette darsi alla latitanza; arrestato per aver partecipato ai fatti del 1848, fu processato e costretto anch’egli come lo zio, al domicilio coatto. Solo dopo lunghi anni di sofferenze e di isolamento acquistò la libertà. Morì il 21 marzo 1890.”. Infante, a p. 256, nella nota (1) postillava: “(1) Pietro Barbato, opera inedita sui moti Cilentani.”.

Nel 4 ottobre 1806, a Vibonati e Sapri e i briganti

Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a pp. 311-312, in proposito scriveva che: “III. Dall’insorgenza al brigantaggio. La resa di Maratea e lo scioglimento di molte delle masse borboniche che per sei mesi avevano accanitamente conteso ai francesi il Cilento ed il Vallo di Diano segnò la fine dell’insurrezione. Battuta in campo aperto, essa si sarebbe d’ora in poi manifestata sotto le forme, non meno insidiose, della guerriglia, finendo col degenerare rapidamente in vero e proprio brigantaggio…..Il riflusso dell’insurrezione, ormai battuta ovunque in campo aperto, e l’approssimarsi della stagione invernale avrebbero fatto presto prendere – riteneva Clary – “à cette guerre unae autre face”. Le bande, ricacciate dai centri abitati, sarebbero state costrette a rifugiarsi sui monti e nei boschi, dove per sopravvivere, avrebbero dovuto suddividersi in piccoli nuclei, dediti al banditismo spicciolo. Questa nuova situazione avrebbe imposto un nuovo sistema repressivo, basato su forti colonne mobili, destinate a proteggere i centri maggiori e le vie di comunicazione, e che sarebbero risultate assai più efficaci dei piccoli distaccamenti isolati. E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Delle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative nel controllare il territorio, e persino ad insediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine dell’ottobre 1806, infatti, questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben presto viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario”. (51) Di talché egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottointendenza.”. Il Barra, a p. 312 nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto del sottointendente B. Caprile all’intendente Charron, Sala 4 ottobre 1806.”. Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 58 in proposito scriveva che:  “E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Dalle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative a controllare il territorio, e persino ad assediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine di ottobre 1806, infatti questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben spesso viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione  tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario” (51). Di talchè egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottintendenza.”. Il Barra (…), a p. 58, nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto dell’intendente Charron del 22 ottobre 1806.”.

Dal 1807 al 1811, VIBONATI fu sede di Distretto e capoluogo di Mandamento fino al 1924

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 740 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Sede di distretto con 12 comuni dipendenti fino al 4 maggio 1811 (Legge da Parigi n. 122) quando venne sostituito da Vallo come sede di Distretto (1). Capoluogo di mandamento poi fino al 1924 quando venne sostituito con Sapri. Ecc..”. Ebner a p. 740 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Con la Legge 19 gennaio 1807, n. 14 (Napoli), Giuseppe Napoleone divise la Provincia di Principato Citeriore in 46 circondari. Vallo divenne distretto con la legge 4 maggio 1811, n. 122 che divise la provincia in 14 circondari, come immutati sono i comuni. Con la legge 19 gennaio 1807, n. 14 si stabilì (v. Ebner, Storia cit., p. 221), che il primo paese elencato era sede del circondario e “del giusdicente”. Il Laudisio cit., p. 60 ci informa (vedi oltre) dei tre circondari in provincia di Principato della sua Diocesi.”. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 741, in proposito scriveva che: “Il Laudisio (26) scrive che l’intera diocesi, ai suoi tempi, per ciò che attiene l’amministrazione civile, comprendeva sei circondari nei quali risiedevano i giudici regi, di cui tre nella provincia di Basilicata e tre nella provincia di Principato Citra. E cioè Vibonati, Torre Orsaia e Camerota, villaggio quest’ultimo, dove si erano rifugiati i saraceni che distrussero per la prima volta Policastro e che si erano stanziati pure ad Agropoli.”.

Nel 1807, la fine della guerriglia contro i Francesi Napoleonici

Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.

La partenza e fuga in Sicilia dei filoborbonici della banda dello Stoduti

Sempre il Mallamaci a p. 79, riguardo l’episodio di Maratea, in proposito scriveva che: “Contro i francesi si distinsero quattro torracchesi, ad essi il re, il 17 novembre 1807 riconobbe il merito di aver immolato la vita in combattimento per la difesa dello stato. Alle loro famiglie assicurò un adeguato sussidio: Pietro Falco, granatiere il 7 agosto 1806, in un attacco al suo paese, perse la vita. Alla moglie vennero assegnati 25 carlini al mese; Carmelo Bifani; Pietro Paolo Mercadante, Sabato Marotti.”. Sempre il Mallamaci a p. 79, sulla scorta del Gaetani scriveva che: “Tra le persone di Torraca che dovettero prendere la via dell’esilio e recarsi in Sicilia con gli Stoduti, si annoverano: Capitano Don Francesco Bifani, insieme alla moglie Donna Nicoletta e i figli Rosa e Andrea; Capitano Don Vincenzo Falco, la moglie Donna Laura, le figlie Annamaria e Rosa, il fratello Francescantonio, insieme ai propri figli Felicia e Pietro; Don Antonio Barra, (cognato dei capitani Bifani e Falco), la propria consorte Antonia e i figli Maria, Francesco, Giuseppe, Laura, Pietro e Carmine.”.

Nel 1807, la loggia massonica di Lagonegro “La Filarete Lucana”

Leggiamo da wikipedia che nel 1807 sorge a Lagonegro la prima loggia massonica-carbonara (fra le primissime in Basilicata) che fu chiamata “la Filarete Lucana” è stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia in bronzo, coi segni della massoneria del compasso, della squadra e dei tre puntini con la denominazione in giro: “la filarete lucana o (oriente) di Lagonegro.” nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico e accettato, esso ha rievocato e assunto lo stesso nome di Filarete Lucana, servendosi dello stesso suggello”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri ecc…”, parlando di Policastro, a p. 183 in proposito scriveva che: “Nel 1911, nella vicina Lagonegro, sorse una setta massonica d’antico rito scozzese con il nome di “Filarete Lucana”. Ad essa si iscrissero numerosi cittadini, di varia estrazione sociale, di Policastro, di Scario, di Vibonati, di Sapri e di altri centri della zona. Parecchi anni or sono, fu rinvenuto, nella contrada detta “Calancone”, il sigillo di bronzo della loggia, con i segni del compasso, della squadra e dei tre puntini, con la scritta in giro “La Filarete Lucana Oriente di Lagonegro” (77).”. Il Guzzo (….) a p. 183, nella sua nota (77) postillava che: “(77) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro – Napoli, 1913 – pag. 341.”. Infatti, Carlo Pesce a p. 341 in proposito scriveva che: “In Lagonegro era sorta una loggia o vendita’ di Carbonari, che fu detta ‘La Filarete lucana’, alla quale erano iscritti molti cittadini d’ogni ceto, desiderosi di novità, o ligi al passato regime. Le loro segrete riunioni si tenevano in una casetta appartata in contrada Calancone, dove spesso dalle innocue congiure si passava al vino ed alla crapula. E’ stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia, in bronzo, coi segni della massoneria, del compasso, della squadra e dei tre puntini, e con la denominazione in giro ‘la Filarete Lucana. O (Oriente) di Lagonegro. Nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico ed accettato, essa ha rievocato ed assunto l’antico nome di ‘Filarete Lucana’, servendosi dello stesso suggello.”. Il Mallamaci (….), nel suo testo sulla storia di Torraca, a p. 84, parlando dei moti rivoluzionari del 1828, in proposito scriveva che: “Il carbonaro di Torraca, un certo ‘Andrea Valenoto’ che faceva capo alla setta dei ‘Filadelfi’, partecipò a questi embrionali moti.”.

FRANCESCO SAVERIO CAJAZZO, giudice regio del Circondario di Vibonati 

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-126, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, e ancor prima a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula gli aveva disse di aver avuto disposizione di arrestare qualunque disturbatore dell’ordine pubblico o autori di voci allarmanti se colti in flagranza. Il 16 aprile 1959, dimostrando di essere magistrato capace, al Sotto Intendente scrisse: “…………”. Risultò che il comandante, “mostrandosi per nulla esatto nello adempimento delle disposizioni che riceve”, non faceva altro che commettere abusi traendone profitti e promuovendo il pubblico malcontento (17). Da un ricorso anonimo, scritto nella primavera del 1859, il giudice Cajazzo fu accusato di essere un immorale, un accanito liberale e un finto realista perché amico di D. Fleice Romano, Sindaco di Padula, e di un suo figlio Michele. Fu accusato di proteggere la latitanza del “rivoltoso politico” D. Federico Romano, loro congiunto, il quale aveva preso parte, il 1° luglio 1857, ai moti rivoluzionari animati da Carlo Pisacane (18). In Padula la famiglia Romano sicuramente ebbe corrispondenza con “l’orda rivoluzionaria”(19). Giovanni Breglia (20), alfiere del settimo reggimento di linea, il 28 marzo 1859, si vide “nel dovere di sottoporre alla superiore saggezza” dell’Intendente, che il Sindaco di Padula, D. Felice Romano, medico di professione, era cugino di D. Federico Romano che in febbraio 1859 si ammalò e poi morì. Nella denuncia testualmente si legge: “………”(21). Istruita la pratica, il Sottointendente concluse di non darsi peso al fatto denunziato (22). L’accusa non resse perchè, raccolte le informazioni, si dedusse che l’infermità era ignorata dalle autorità e quando fu nota: “……..”. La responsabilità della latitanza venne addebbitata all’inerzia delle forze dell’ordine o all’abilità del latitante ad evitarle. Il mancato arresto fu poi fu imputato al capo brigata della gendarmeria di Padula, sig. Lo Befaro, il quale traeva profitto d’ogni cosa. Etc…. Sempre Policicchio, a p. 127, in proposito scriveva: “L’immoralità del Giudice Cajazzo derivava da una illecita tresca con una donna considerata “esser stata rifiuto de’ Padulesi” e che due volte aveva ingravidato. Ebbero l’incarico di compiere indagini sulla veridicità della denuncia del Sindaco di Padula, il Comandante degli Urbani, il Giudice Istruttore De Vincentiis di Sala, il sotto Itendente Calvosa, e il vescovo di Diano (oggi Teggiano). Mentre l’inchiesta era ancora in corso il Cajazzo fu trasferito da Padula a Vibonati con Rescritto del 28 settembre 1859 (24). Le risultanze delle indagini non furono unanime. A fine marzo, sul conto del Magistrato, il Calvosa una prima volta scrisse: “…………..”. Il De Vincentiis rapportò che tutto era un intrigo dell’arciprete Santomauro (25) e dei suoi amici, i quali, sotto false apparenze filo-borboniche erano troppo creduti dalle autorità del Distretto e dal Vescovo. Ad Agosto il Calvosa fece inversione di rotta e, confermando il contenuto dell’anonima denuncia, riscrisse che il Cajazzo era a conoscenza dell’esposto per la presenza di una spia tra gli impiegati della Intendenza, ma che ignorava chi fosse, e che il G.I. de Vincentiis invece di cercare di approfondire la verità, eludendo il proprio dovere, …..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Etc…”. Dunque, del giudice Regio del Circondario di Vibonati, all’epoca di Garibaldi ci parla Felice Fusco (….) e Ferruccio Policicchio. Sul giudice Regio, Francesco Saverio Caiazzo, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, nella nota (16) postillava: “(16) Destinato a Padula con nota del 13.2.1858. (ASS., Intendenza Gabinetto, b. 58, f. 5).”. Policicchio, a p. 125, nella nota (17) postillava: “(17) ASS., Intendenza Gabinetto, b. 44, f. 1.).”.  Policicchio, a p. 127, nella nota (24) postillava: “(24) Con unica nota del Ministero di Grazia e Giustizia il Re autorizzava il trasferimento dei seguenti Giudici di 2° classe: Francesco Catone da Vibonati a Padula; Francesco Saverio Cajazzo da Padula a Vibonati; Francesco Grisolia da Laviano a Postiglione; Andrea d’Alessio da Postiglione a Pisciotta; Luigi Ricciardelli da Pisciotta a Diano; Giovanni Oliva da Diano a Laviano. (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 65, f. 22).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 128, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Il Presule da parte sua esortò il Cajazzo a rompere quell’unione, etc…Senza fare riferimento alla latitanza di don Francesco Romano così concludeva: “Circa i sentimenti politici posso dirle che avendosi interrogato un di lui intimo amico di questi così espresso: “Il Giudice signor Cajazzo non è il più fedele suddito di Francesco Secondo; egli quando fervea la guerra tra gli alleati e l’Austria si mostrava premuroso di sapere delle notizia per semplice curiosità, non per dovere della carica, e quando il Ministro o altra Autorità della Provincia e del Distretto davano delle disposizioni poco legali, perché le circostanze de’ tempi così richiedevano, egli ne sparlava e diceva non potersi tollerare, anzi doversi eliminare tali abusi dalle Autorità”(26).”. Policicchio, a p. 128, nella nota (26) postillava: “(26) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 154, f. 12”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Ad aumentare la tensione esistente nel Golfo, per i suoi antecedenti più recenti, si unì, contribuendovi molto, l’incapacità a saper valutare soprattutto i problemi provenienti dal mare, del Giudice di Vibonati, Francesco Catone. Il Circondario di Vibonati era di un interesse particolare, esso richiedeva un giudice abile ed energico con accorgimenti e ponderazione non comuni. Al complesso e delicato lavoro, il 13 aprile 1859, si aggiunse un temporale. Il cattivo tempo costrinse molti legni mercantili ad ancorarsi nella baia di Scario, non seppe capire che ciò era dovuto alle intemperie, uno di loro, battente bandiera austriaca, non volle dichiarare il carico e allarmò il Regno. Il 20 aprile, poi, il Giudice di Maratea gli segnalava un vapore ad elica senza bandiera e, in proposito, il Sottointendente di Sala espose: “(….) mi è gradito rassegnarle, che il Regio Giudice di Vibonati si è fatto ad emettere tali e tante disposizioni, e ad agire con tale carattere di pubblicità che ha recato un allarme nel Circondario, e nella più parte de’ comuni del Distretto, senza che fosse lasciato vedere fin qui, ed anco etc…io chiedo con calore la destinazione di altro Giudice nel Circondario di Vibonati. Le raccomando perciò questo bisogno, etc…”.  Dal Ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.. Policicchio, a p. 121, nella nota (3) postillava: “(3) ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 107, f. 6.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 121, in proposito scriveva che: “Dal ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.”.

Nel 1857, i GALLOTTI, baroni di Sanza e di Morigerati, attendibili ma anche filoborbonici

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. Uno di essi è decurione, un altro è supplente giudiziario (entrambi hanno pratiche illecite), sicché “disgraziatamente le cariche vengono dalla detta famiglia occupate, perché oltre ai medesimi evvi d. Diomede Gallotti, figlio al supplente Sindaco e Consigliere distrettuale, e D. Gaetano 1° Eletto”. “Costoro – ribadisce in altro rapporto il sottointendente – che si arrogano il titolo di Baroni, non desiderano le cariche comunali che per esercitare un dispotismo tanto più nefando, in quanto gravita su una popolazione misera e bisognosa”. Le frodi a danno dell’amministrazione comunale, del Monte frumentario, e dell’intera popolazione erano fatti di dominio pubblico, e perciò sottoposti ad essere travisati ed esagerati con elementi fantastici. La realtà di essi però rimaneva, e non potè esimere l’autorità provinciale dall’adottare il provvedimento della destituzione del sindaco e del cancelliere comunale, del Primo Eletto d. Gaetano, nonché del decurione d. Francesco Gallotti il quale, perché si emendasse dei sui turpi vizi, fu per un breve periodo rinchiuso nel monastero di Sanza. Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Sui Gallotti di Morigerati, fino a poco tempo fa era vivente CLORINDA FLORENZANO, zia di Fausto e di Teresa Florenza (anche lei da poco scomparsa). Clorinza è stata l’ultima discendente della famiglia Gallotti di Morigerati. Clorinda ci ha lasciato il Museo Etnografico di Morigerati che nasce da una collezione privata iniziata negli anni ’60 proprio da Clorinda Florenzano con l’aiuto della sorella MODESTINA. Clorinda, insieme alle sorelle Gemma e Modestina, è ultima discendente di un’antica e nobile famiglia, quella dei baroni Gallotti.

Nel 28 settembre 1859, il trasferimento nel Circondario di Vibonati (dal circondario di Padula), del giudice Regio Francesco Saverio CAJAZZO al posto del giudice Regio Francesco Calore

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, nella nota (16) postillava: “(16) Destinato a Padula con nota del 13.2.1858. (ASS., Intendenza Gabinetto, b. 58, f. 5).”. Policicchio, a p. 125, nella nota (17) postillava: “(17) ASS., Intendenza Gabinetto, b. 44, f. 1.).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 127, in proposito scriveva: “Mentre l’inchiesta era ancora in corso il Cajazzo fu trasferito da Padula a Vibonati con Rescritto del 28 settembre 1859 (24). Etc…”. Policicchio, a p. 127, nella nota (24) postillava: “(24) Con unica nota del Ministero di Grazia e Giustizia il Re autorizzava il trasferimento dei seguenti Giudici di 2° classe: Francesco Catone da Vibonati a Padula; Francesco Saverio Cajazzo da Padula a Vibonati; Francesco Grisolia da Laviano a Postiglione; Andrea d’Alessio da Postiglione a Pisciotta; Luigi Ricciardelli da Pisciotta a Diano; Giovanni Oliva da Diano a Laviano. (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 65, f. 22).”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Ad aumentare la tensione esistente nel Golfo, per i suoi antecedenti più recenti, si unì, contribuendovi molto, l’incapacità a saper valutare soprattutto i problemi provenienti dal mare, del Giudice di Vibonati, Francesco Catone. Il Circondario di Vibonati era di un interesse particolare, esso richiedeva un giudice abile ed energico con accorgimenti e ponderazione non comuni. Al complesso e delicato lavoro, il 13 aprile 1859, si aggiunse un temporale. Il cattivo tempo costrinse molti legni mercantili ad ancorarsi nella baia di Scario, non seppe capire che ciò era dovuto alle intemperie, uno di loro, battente bandiera austriaca, non volle dichiarare il carico e allarmò il Regno. Il 20 aprile, poi, il Giudice di Maratea gli segnalava un vapore ad elica senza bandiera e, in proposito, il Sottointendente di Sala espose: “(….) mi è gradito rassegnarle, che il Regio Giudice di Vibonati si è fatto ad emettere tali e tante disposizioni, e ad agire con tale carattere di pubblicità che ha recato un allarme nel Circondario, e nella più parte de’ comuni del Distretto, senza che fosse lasciato vedere fin qui, ed anco etc…io chiedo con calore la destinazione di altro Giudice nel Circondario di Vibonati. Le raccomando perciò questo bisogno, etc…”.  Dal Ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.. Policicchio, a p. 121, nella nota (3) postillava: “(3) ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 107, f. 6.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 121, in proposito scriveva che: “Dal ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”.

Nel 12 ottobre 1859, Pietro LA CORTE di Sapri

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: Pietro La Corte, di Sapri, sarto, la sera del 12 ottobre 1859 inventò d’aver visto nell’abitato una trentina di persone armate a delinquere e la notizia produsse inquietitudine tra la gente. Poiché il sarto era appartenente a famiglia di compromessi politici fu disposto essere fornito di elementi sovversivi e subito scattò l’attenzione della guardia urbana senza che approdasse ad alcun esito. Le autorità civili proposero una diecina di giorni di carcere da essere d’esempio anche per gli altri attendibili in politica (4).”. Policicchio, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 44, f. 19.”.

Nel 25 giugno 1860, l’Atto Sovrano (la Costituzione) di Francesco II di Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie

Da Wikipedia leggiamo che in conseguenza dello sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia e della sua rapida avanzata fece alcune concessioni liberali, in ciò consigliato dal suo primo ministro Carlo Filangieri, richiamando in vigore lo Statuto costituzionale (già concesso da Ferdinando II brevemente nel 1848) con atto sovrano del 25 giugno 1860. Intanto, Cavour dava ordine al generale Cialdini di partire alla volta di Napoli con l’esercito piemontese per impossessarsi del Regno delle Due Sicilie e ordinava all’ammiraglio Persano di seguire da lontano l’impresa di Garibaldi. Lorenzo Predome (….), nel suo,I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 74, in proposito scriveva: “La II° Guerra dell’Indipendenza d’Italia (1859) portò l’annessione della Lombardia al Piemonte; le popolazioni della Toscana, della Romagna, delle Marche, con plebiscito, proclamarono l’annessione delle proprie regioni al regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Mancava il regno delle Due Sicilie che era ancora feudo del Borbone. Giuseppe Garibaldi ruppe ogni indugio e col tacito consenso del Ministro Cavour, e invitato dai patrioti siciliani, il 5 maggio 1860, …salpò da Quarto (Genova) e sbarcò in Sicilia a Marsala con le sue Camicie Rosse.”.  Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 153, in proposito scriveva: “L’annunzio della costituzione, espressione di un cambiamento politico avvenuto, fu festeggiato con ogni sorta di dimostrazioni. A Napoli si ebbero commozioni e deliri di gioia da una parte, smarrimento e paura dall’altra, ed è facile immaginare quello che accadde altrove. Ognuno interpretò quella concessione a modo suo: i proprietari vi scorsero la diminuzione dei tributi; gli intellettuali, la libertà politica; i contadini delle province, la spartizione dei pubblici demani, gli ambiziosi, il potere; ciascuno un proprio vantaggio personale (3). Ne sultarono i proprietari, i quali speravano che il Parlamento avrebbe ridotto l’imposta fondiaria che loro sembrava gravosissima, che più larghi aiuti avrebbero avuto dalla bonifica dei terreni, che avrebbe ridotto il dazio di esportazione sull’olio e sui cereali, che maggiore autonomia avrebbe concesso ai Consigli Comunali – Ducurionati – e ai Consigli provinciali e distrettuali in loro mani. Il ceto medio, costituito in massima parte di legali, medici, maestri, letterari, salutò nella costituzione la speranza di nuovi, più lauti uffizi e di più alte cariche, vide in essa, cessata la censura della polizia e del clero, l’arbitrio e la trapotenza della polizia, la premessa di una vita intellettuale più larga e più libera, più sicura la libertà individuale, riconosciuta e rispettata la libertà di pensiero e di parola.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: “Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”

Nel 1860, l’esercito borbonico e l’impietosa analisi di Morisani

Cesare Morisani (….), nel suo, Ricordi storici. I fatti delle Calabrie nel luglio ed agosto 1860, Reggio, Tip. Caruso, 1872, a pp. 169-170 e ssg., in proposito scriveva che: “L’ accelerata fine di Ferdinando dette le redini del governo in mano del giovane re Francesco, che si trovò accerchiato di traditori, e inmomenti di forti commozioni politiche . – > Sciagurato il re, dice a ragione Cesare Cantù, che > arriva quand’ è sullo scocco una rivoluzione ,> ch’egli non cagiond , ma che non può reprimere, nè sa guidare. >> La costituzione cacciò dal potere gli uomini devoti alla dinastia, per farli sostituire da quelli, che aveano lavorato, e aspiravano al trionfo della rivoluzione, indettati da un Liborio Romano, negazione d’ogni onestà, traditore d’un Re, che s’affidava ai suoi consigli. L’esercito, unico ostacolo al progredire della rivoluzione avea a capo il ministro Francesco  Salvatore Pianell intelligente e capace. Di fronte al nemico non avrebbe calpestata la sua riputazione militare per dare la vittoria all’avversario, che proclamava la libertà, lo dimostrò nel 1848, quand’egli siciliano, capo d’un battaglione si distinse nel combattere a Messina i suoi compatriotti. Fu egli, che aderì alle combinazioni diplomatiche pel ritiro delle regie truppe dalla Sicilia fu egli , che mise in difficile posizione le milizie napoletane in Calabria , richiamando gli uffiziali zelanti del loro dovere in sostituzione di altri vigliacchi, inetti, o traditori, e tanto era certo del trionfo di Garibaldi , che non ostante le ripetute sue dichiarazioni , non volle mai venire in Calabria ad assumere il comando di quelle milizie, egli ambizioso di gloria militare. Fu egli che dissuase il Sovrano dalla resistenza a Salerno d’ onde fece ritirare le truppe per darvi adito a Garibaldi, e quando i suoi compagni si raggranellavano dietro il Volturno intorno al giovane Re, egli ministro e generale lasciava il re, da cui tanti beneficî avea ottenuti, e i suoi commilitoni per correre a Torino, ed inchinarsi al Conte di Cavour, onde ottenere quel grado, a cui la munificenza del Re Francesco l’ avea elevato, e a far parte d’un esercito, che veniva a combattere la bandiera, ch’egli dovea difendere, il Re, a cui avea giurato fede. Con questi uomini al potere Garibaldi, che individuava la rivoluzione dovea trionfare. Egli s’è trovato a fronte di gente corrotta, inetta per comprendere il proprio dovere, la sua missione, avvilita dalla pubblica opinione, che non seppe signoreggiare colla virtù dell’ abnegazione, o la costanza dei sagrifizi. La macchina governativa era guasta, la tolleranza degli abusi non puniti, portò la rovina, che l’esercito calcolatamente tradito, non seppe evitare. Giammai il regno di Napoli ricorda soldati così fedeli alla bandiera, così tenaci nella guerra, ma tali soldati non ebbero un uomo, che avesse saputo guidarli alla vittoria, o morire, e perciò il regno cadde. Ritucci fu titubante non  ebbe fiducia nè in se, nè nella truppa, che comandava, volea ordinarla ed agguerrirla pria di avventurarsi ad un fatto decisivo.”

Nel 1860, il rientro di molti patrioti esiliati dai Re di Napoli 

Antonio de Meo (….), nel suo Rapporto Relazione pubblicata in Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 65, dopo aver raccontato i prodromi dell’insurrezione armata nel Salernitano, in proposito scriveva che: “Pubblicata la costituzione e l’amnistia, la libertà di potere muovere, armare, parlare, fece sorgere molti piazzeggianti e progettisti da caffè. Ma noi continuavamo l’opera nostra, e siccome la paura si era allontanata da taluni patriotti, ci rassegnammo a ributtare l’accordo; e sebbene altri ci avessero accolto con altro viso, e ci avessero promesso di andare di accordo , pure voleano usare quella superiorità non di merito, su cui la nostra modestia avrebbe ceduto , ma che sapea di aristocrazia che noi dovevamo combattere, e una revisione sul nostro oprato, senza che volessero darci scienza del loro. Si conchiuse che dovevamo andare di conserva quando doveasi andare o mandare persone in Napoli; ma nulla di ciò si verificava; quando noi dicevamo loro di andare in Napoli mostravano quella sprezzante non curanza, col dire va bene, mentre sapevamo che ogni giorno spedivano qualcuno; e nulla ci dicevano. Per noi era di grave interesse lo spedire ogni dì in Napoli, perchè con noi stava ligata una rete di corrispondenze di tutta la provincia diramata nel modo seguente, lavoro di quattro anni, sviluppato però da un anno con tanta efficace azione. Etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Segrati e Albrighi, Milano, 1912, a p. 396, in proposito scriveva: “Già, fin dal 1852, un decreto reale, pubblicato nel giornale del regno il 22 febbraio, aveva abolita l’azione penale per cento cinquantuno detenuti e duecento quarantasei contumaci imputati di lievi delitti pòlitici. Negli anni successivi, salvo per i condannati e per gli esuli ritenuti pericolosi, bastava una supplica con le consuete dicliiarazioni di pentimento e promesse dì fedeltà per conseguire il condono della pena od il rimpatrio. Per alcuni condannati il governo commutò la pena residuale dei ferri nella relegazione. Cosi, per effetto di un decreto reale del 18 marzo 1856, moltissimi condannati, tra i quali, della provincia di Salerno, Lucio e Salvatore Magnoni da Ratino, Domenico Celestino Sabbatella da Felitto, Angelo Cavallo da Trentinara, Pompeo De Angelis e Nicola Durazzo da Castellabate,’ Giuseppe Farro e Pasquale Santomauro da Capaccio, Cosmo Postiglione da Eboli, Nicola Pecori e Vincenzo Pirrone da Sacco ed Angelo Pavone da Torchiara, tolti da la galera, andarono relegati nelle isole (1). Quando si trattava di condannati molto vecchi od infermi ovvero intervenivano raccomandazioni di persone della corte o di alti personaggi, il governo concedeva anche grazia completa. Un decreto reale del 10 gennaio 1859 la largì a un gran numero di condannati a la galera tra i quali, della provincia di Salerno, Michele ‘Qatto, Domenico Puglia, Francesco Giordano, Onofrio Stornelli, Costabile Guariglia, Alessio Mautone, Pasquale Sonora, Antonio Ronzio da Vatolia, e Giuseppe Vitagliano da Rocca Cilento (1). Ma l’espediente migliore, per liberarsi di gente cosi molesta, sembrava a i ministri napoletani, quello adottato nel gennaio del 1859 per il Poerio ed i compagni di lui imbarcandoli per V America. Etc…”. Mazziotti, continuando il suo racconto, a p. 401, in proposito scriveva pure che: “III. Intanto il 22 maggio 1859 moriva in Caserta dopo tormentosa malattia il re Ferdinando. Suo figlio Francesco II saliva al trono tra le più vive preoccupazioni per i successi degli eserciti alleati contro l’Austria.”. Poi, a pp. 401-402 continuava: “Vennero tramutati in gran parte gli intendenti ed i Sotto- intendenti; etc…”. A p. 403, aggiungeva pure che: “In virtù dello stesso decreto del 16 giugno 1859 vennero prosciolti da la relegazione i due fratelli Lucio e Salvatore Magnoni da Rutino, Pompeo De Angelis e Nicola Durazzo da Castellabate, Domenicantonio Bronzo da Acquavella, Giuseppe Ametrano da Aquara, Giuseppe Farro da Capaccio, Nicola Pecori e Vincenzo Pirrone da Sacco, Cosmo Postiglione da Eboli, Angelo Cavallo da Trentinara, Michele D’Alto di Diano ed Alfonso Dragone da S. Cipriano che erano quasi tutti a Ventotene e Gaetano Capezzoli che era alla Pantelleria. Furono il 25 giugno trasportati a la darsena di Napoli e di là nelle carceri della polizia ove stettero parecchi mesio L’ intendente di Salerno, con nota del 31 gennaio 1860, dichiarava che sarebbe stata grave imprudenza far restare nella provincia i relegati ad essa appartenenti e li faceva inviare a domicilio forzoso in vari comuni specialmente a Mercato Sanseverino, a Baronissi ed a Montefusco sotto rigorosa sorveglianza.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Segrati e Albrighi, Milano, 1912, a p. 405, in proposito scriveva: “Il De Sivo scrive ” in virtù di tale provvedimento rimpatriarono cento trentasette fuorusciti e poco stante altri cinquantatre — schiuma di congiuratori o lance del Cavour e del Mazzini, i quali per gratitudine si sparsero tosto nelle provincie a prepararvi la rivoluzione : il Mazziotti a Salerno, il Ricciardi ad Avellino, il Petruccelli in Basilicata, il Romeo ed il Musolino in Calabria ed altri nelle Puglie, in Terra di Lavoro e in Abbruzzo„ (2).”. Il Mazziotti prosegue fino all’accordo con il Piemonte di trasferire gran parte degli esuli in Piemonte e poi ancora, dal Piemonte – da Genova –  di farli ritornare in patria. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53).”Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale.”. Su Wikipedia leggiamo che dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della gioventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”.  Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 4 e ss., in proposito scriveva: I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, scriveva: “Ai primi del 1860, gli esuli siciliani del 1849, R. Pilo, G. La Masa, F. Crispi, tentarono di convincere Garibaldi a mettersi a capo di una impresa extra legale, della liberazione della Sicilia, e riuscirono ancche a persuadere il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, di consentire che la spedizione fosse preparata in territorio piemontese. Così, non ostante le esitazioni di Garibaldi, desideroso di non allungare la lista dei tentativi mazziniani falliti, e l’opposizione del Cavour, che non si sentiva di compromettere l’opera fino allora perseguita, l’impresa venne deliberata. Un migliaio di volontari, in parte reduci dalla guerra del 1859, in parte stranieri, irregolari della lunga lotta che da anni si combatteva in Europa, per il trionfo dei principi della libertà e della nazionalità, la mattina del 5 maggio 1860, s’imbarcavano clandestinamente a Quarto, non lntano da Genova, e sei girni dopo sbarcavano sulla costa occidentale della Sicilia, a Marsala…..Il successo ridonò al governo piemontese e al Cavour l’ardire di cui poco prima essi avevano mancato: non soltanto i volontari accorrono numerosi, ma la loro partenza è favorita, organizzata dal governo di Torino. Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 202 e ssg., in proposito scriveva: “…qui riappare sulla scena Giacinto Albini già noto ai lettori di queste memorie. Egli, perseguitato dalla Polizia, avea dovuto rimaner latitante come una belva inseguita dal cacciatore. Ai pericoli politici si erano aggiunti quelli naturali: intendo del tremuoto del 1857 che rovind mezza Basilicata (1). L’ Albini, come dissi, arrecava alla causa liberale il concorso d’un paziente e non interrotto lavoro che sì egli come i suoi amici aveano fatto in Basilicata fin dal 1850. La sventura di Sapri se avea interrotto i lavori e sperperato i lavoratori della Basilicata, non avea nè distrutto i primi, nè scorati i secondi. Centro principale del lavorio politico era stato il paese di Montemurro patria de’ due fratelli Albini, Giacinto e Niccola. Da colà si era proceduto a rannodare rapporti con la provincia di Bari la quale non era stata mai sorda alle voci che le venivano, sia da Napoli sia dalla * Basilicata. Queste due province perciò erano collegate strettamente fra loro, talchè il concorso dell’ Albini non limitavasi alla sua Provincia, ma estendevasi al Barese del quale conoscea per attenenze politiche i patrioti più operosi. Il tremuoto del 16 decembre 1857 distrusse Montemurro riducendolo ad un mucchio di rovine. Per questo, il lavoro politico, il centro di cospirazione fu trasferito a Corleto paese dove erano alcuni parenti dell’Albini , fra cui Carmine Senise, operoso patriota nel quale il lettore avrà occasione d’ imbattersi più d’una volta nel corso di questa narrazione.“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 51, in proposito scriveva che: “IX. Il più vecchio della schiera garibaldina, ma giovane di cuore ed ancora fresco in volto, era di Omignano (71): Leonino Vinciprova, nome caro e devoto ai cilentani, uomo che in apparenza era freddo, glaciale, ma di animo indomito, di coraggio leonino etc…Fido ed affettuoso parente di Francesco Mazziotti, che l’aveva messo a capo della sua azienda, era stato uno della schiera che aveva partecipato e diretto i moti rivoluzionari del Cilento del gennaio e del luglio 1848. Aveva consumato tutto il suo vasto patrimonio per sostenere ed appoggiare la causa della rivoluzione, stringendosi in attiva corrispondenza con diversi eletti uomini della provincia, come i fratelli Carlo e Giovanni De Angelis (73), Angelo e Carlo Pavone, il marchese De Stefano, e soprattutto col suo parente Terenzio Barzellone di Sanza, settario fin dal 1820. Etc…(p.54) Passato a Genova, v’era rimasto fino al ’60, anno in cui, sospinto dall’ansietà dei nuovi avvenimenti in Sicilia, non durò fatica ad intendersi con l’Eroe, rispondendo alla nuova diana di lui ed imbarcandosi, etc…(81).”. De Crescenzo, a p. 71, in proposito scriveva pure che: “VIII. Intanto, il segretario di stato Orsini aveva disposto, per ordine del Dittatore, che Leonino Vinciprova, capitano dello Stato Maggiore, si recasse, con permesso indefinito, a Genova, per ‘affari di servizio’, insieme con Vincenzo Carbonelli e Nicola Mignogna, l’uno medico dello Stato maggiore generale e l’altro capitano tesoriere. Il Vinciprova s’imbarcò ben volentieri con i due amici e, dopo sei giorni, fu a conferire a Genova in casa Bertani, che gli mostrò una lettera di Garibaldi in cui appariva manifesto che il generale stesso più che Mazzini voleva si procedesse oltre. Il danaro non era sufficiente allo scopo, tuttavia ciò non fece perdere d’animo il Bertani, che seppe compiere stupendamente la missione affidatagli, per agevolare l’impresa di Sicilia, etc…”. Davis Ottati (…), nel suo, Dal Feudo alla libertà – un paese del Sud, ed. Pananti, Firenze, 1995, a p. 69, in proposito scriveva che: “I Borboni, parlando del Cilento, l’avevano definita “la terra dei tristi” (1).”. Ottati, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) La definizione era dovuta al Ministro di Polizia F.S. Del Carretto. Cfr. Cesare Paribelli: “I salernitani amano le loro armi più delle loro donne…”.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Segrati e Albrighi, Milano, 1912, a p. 391, in proposito scriveva: “Leonino Vinciprova, nato in Omignano il 14 marzo 1809 da Pietro Paolo Vinciprova ed Elisabetta Elia, era stato, come ho narrato in altro scritto (1), uno dei capi delle rivolte cilentane del gennaio e del luglio 1848. Fuggito a Roma, dopo l’insuccesso di esse, aveva preso parte a la difesa della repubblica, poi caduta questa erasi ricoverato a Genova, donde partì con i Mille.”. Salvatore Iorio (…), nel suo, La Sedizione dei Mille e la crisi della formazione dell’Unità d’Italia, ed. Portosalvo, Napoli, 1972, a p. 3 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel 1860 due concezioni – la federale e l’unitaria – cozzano fra loro; ma, attraverso la spedizione dei Mille, la concezione unitaria riesce a trionfare dopo molte vicende che fondano le tendenze del partito d’azione con le forze monarchiche sabaude che, nel 1848, erano state in conflitto (1).” Nel 1860, invece, pur dopo essere stati sull’orlo della guerra civile, le due tendenze si intrecciano e si fondano, per opera specialmente del patriottismo di Garibaldi, dello spirito cavalleresco di Vittorio Emanuele II e per l’abilità diplomatica di Cavour. Il convegno di Teano è un simbolo di questa nuova fusione di tante idee e tendenze diverse. Garibaldi rappresenta la corrente del popolo e veniva dall’idea mazziniana che non negò mai, anche quando venne in urto con il Maestro. Nel 1863, in un banchetto, al quale partecipò anche Mazzini, a Londra, vi fu una scena bellissima; Garibaldi si sbalzò e disse: “C’è fra noi un uomo che merita tutti gli onori, perchè da Lui ho appreso cos’è la Patria”.”.

Nel 5 e 6 maggio 1860, da Quarto alla Sicilia, Michele MAGNONI ed il litigio con Bixio sul piroscafo “Lombardo” nel viaggio per la Sicilia

Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni….Magnoni fu inquadrato nelle prime formazioni che ordinò Garibaldi a Orbetello (58).”. Pinto, a p. 102, nella nota (58) postillava che: “(58) Secondo De Crescenzo, Magnoni ebbe un litigio con Bixio in nave, ma non ci sono dati che lo confermano, G.. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane cit., p. 58.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84, in proposito scriveva che:“Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, ..etc…”., e a p. 58, in proposito scriveva che: “Della traversata da Quarto alla Sicilia nulla ho rintracciato che possa riguardare direttamente i nostri, salvo un incidente che riflette il Magnoni e che sarà opportuno raccontare se non altro per intercalare al racconto qualche episodio. Questi che al momento della partenza era sul ‘Lombardo’ come gli altri nostri, ora si trova sull’altro piroscafo. Come mai ? Ecco cosa era avvenuto. Improvvisamente s’erano uditi dei gridi, seguiti da animate discussioni, che avevano fatto accorrere molti volontari sul ponte del piroscafo. Il Bixio aveva iniziato col Magnoni una polemica su cose di politica (se non fosse stato opportuno salpare col divieto di Cavour e se fosse conveniente annettere subito la Sicilia al regno di Vittorio Emanuele) che ad un certo momento non era andata più a genio al focoso patriota cilentano. Il Bixio, che neppure era di temperamento troppo placido, non aveva sopportato qualche scatto dell’altro. Certo è che il Magnoni, da quel momento, non aveva voluto essere più alla dipendenza di Bixio ed indispettito era passato a quella diretta di Garibaldi (2). E lungo il tragitto il Magnoni ebbe occasione di spiegare ai compagni le sue vedute politiche.”. De Crescenzo, nella nota (2) si dilunga sul Bixio ed il suo carattere focoso ma non cita nessun riferimento bibliografico dell’accaduto. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 384, in proposito scriveva che: “Intanto il 4 aprile Palermo insorge; tutta la provincia di Salerno è come elettrizzata dalla notizia e si prepara ad agire. Si apprende che Giovanni Matina, l’instancabile cospiratore e garibaldino, era giunto da Genova a Napoli; ed allora il Comitato salernitano inviò sollecitamente a lui Antonio Carrano ed Antonio de Meo per prospettare lo stato della provincia e per ottenere istruzioni. Questi il 1° maggio s’incontrarono col Matina, il quale comunicò loro il seguente telegramma giunto da Genova: “Oggi partiremo per il continente e con noi verrà Garibaldi”. Seguiva un proscritto: “Si è sospesa per oggi la partenza”(15). Gli emissari, tornati a Salerno, deliberarono con i compagni del Comitato popolare di dar comunicazione del telegramma al barone Giovanni Bottiglieri e a Matteo Luciani per indurli a far causa col Comitato e a serrare le fila in vista dei prossimi rivolgimenti. I due influenti rappresentanti della borghesia mettono in dubbio l’autenticità del documento, si mostrano restii a dare la loro collaborazione etc…Passò così in vani tentativi di progetti e di intesa tutto il mese di maggio.. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 98, in proposito scriveva: “Michele che si trovava nel carcere della Vicaria a Napoli, fu espulso dal Regno nel 1857 con “bando perpetuo”. Esiliato a Genova – dove conobbe ed amò Agnese Guerriero, che fu per tutta la vita la compagna delle sue ansie e dei suoi dolori – s’imbarcò con i Mille di Garibaldi e si distinse per il suo valore alla presa di Corleone. Il 2 agosto, Garibaldi gli diede il compito di recarsi in provincia di Salerno e preparare la rivoluzione. Michele, con entusiasmo, si portò a Rutino e con i fratelli Lucio e Salvatore formò una colonna di uomini armati, che unitasi agli insorti di Laureana, di Torchiara, di Castellabate, di Stella Cilento e di Cicerale, andò incontro a Garibaldi, dal quale aveva avuto la nomina a pro-dittatore.”.

Nel 6 e 8 maggio 1860, vapori francesi (?) a largo di Camerota e di Maratea che al passaggio spararono colpi di cannone

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 121-122 scriveva pure che: “Il 18 aprile 1860, la massima autorità cilentana, lamentava: “Vengo informato che il servizio della Guardia Urbana anche nel Circondario di Camerota etc…”. Mentre Garibaldi con i “Mille” era salpato da Quarto, il telegrafo di ‘Monte di Luca’ vicino Camerota, alle ore 17 del 6 maggio 1860 segnalò “un vapore francese per Libeccio in miglia 10 facendo rotta verso Scirocco”(5). Lo stesso telegrafo, un ora dopo, segnalava che: “il medesimo vapore à cambiato direzione alla volta di Levante”. Infine ancorò nel Golfo di Policastro. Il movimento del natante fece nascere sospetti e allarmi. Dalla Direzione di Polizia in Napoli, all’Intendente di Salerno, giunse un dispaccio cifrato (6) che l’Ufficiale interprete così decifrò: “Etc…”. Più tardi, dal posto telegrafico di Maratea venne segnalato che la mattina dell’otto maggio, nel golfo di Policastro, comparvero due vapori di guerra senza sapere a quale nazione appartenessero perché a troppa distanza dalla costa e che, senza conoscerne il motivo, si sentirono dei colpi di cannone. La stessa notizia riferita anche da Camerota, venne subito rimbalzata dal Sottointendente di Vallo (8).”. Policicchio, a p. 121, nella nota (5) postillava: “(5) A.S.S., Intendenza, Gabinetto, b. 109, f. 30”. Policicchio, a p. 122, nella nota (8) postillava: “(8) Nel mattino degli 8 detto (maggio 1860) verso le ore 13 comparvero nel golfo di Policastro due vapori da guerra, senza sapersi a quale nazione si appartenevano perché in distanza dalla terra. Indi si intesero de’ colpi di cannoni senza conoscerne l’oggetto”.

Nel luglio 1860, Garibaldi dalla Sicilia invia in Calabria ed in Basilicata uomini suoi fidati

Alessandro Serra (….), nel suo, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 323, in proposito scriveva: “Giusta sua promessa, nel luglio Garibaldi mandò in Calabria alcuni ufficiali calabresi, cioè gli uomini che dovevano rendersi conto della situazione e collaborare attivamente con i comitati. Così a S. Demetrio Corone ritornò Raffaele Mauro, fratello di Domenico, tutti e due dei Mille, tutti e due perseguitati…etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 5 e il 6 maggio i Mille di Garibaldi partivano alla volta della Sicilia. Fra di essi vi erano cinque cilentani, audaci patrioti che si erano distinti nei moti del 1848 ed erano riusciti a sfuggire alla polizia borbonica: Filippo Patella, prete di Agropoli; Leonino Vinciprova, di Celso; Paolo e Michele Del Mastro, di Ortodonico; Michele Magoni, di Rutino. Avuta ragione dei forti contingenti borbonici, sia per defezione di parte di questi sia per l’appoggio della popolazione, a Calatafimi (15 maggio), a Palermo (27 maggio) ove perse la vita Michele Del Mastro, e a Milazzo (20 luglio), i Mille, ormai rinforzati da migliaia di volontari, passarono lo stretto dii Messina. Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova. Il 4 settembre si imbarcò a Maratea e raggiunse Sapri, da dove il pomeriggio si diresse al passo del Fortino di Casaletto Spartano e da qui penetrò etc….Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno. Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari. La comandava Cristofaro Muratori, il nto scrittore, che scese a terra e si diresse a Celso, ove nel palazzo dei Mazziotti indisse una riunione dei Sindaci dei Comuni vicini e proclamò decaduto Ferdinando II. Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”.

NICOLA MIGNOGNA

Su NICOLA MIGNOGNA ha scritto Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo, Nicola Mignogna nella Storia dell’Unità d’Italia – con lettere indeite etc.., Napoli, tip. Morano, 1889 ed in particolare Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 117, in proposito scriveva che: “A Genova continuò la sua attività nelle file del movimento mazziniano: ebbe parte nella Spedizione di Carlo Pisacane e nei fatti di Genova del giugno 1857. Nel 1860 fu tra i Mille. Fallito il tentativo di invadere il territorio dello Stato Pontificio, venne distaccato da Giuseppe Garibaldi in Basilicata con l’incarico di controllare l’attività del movimento liberale lucano che, organizzato da Giacinto Albini, aveva incondizionatamente aderito al programma del Comitato dell’Ordine. Nonostante la sua ativa partecipazione alla insurrezione lucana, la sua missione non raggiunse lo scopo per cui egli era stato inviato in Basilicata: i posti di maggiore responsabilità vennero affidati dall’Albini ad esponenti del Comitato dell’Ordine. Nel settembre del 1860 si riunì all’esercito garibaldino e si distinse nella battaglia di Maddaloni. Fervente repubblicano, aderì ai Comitati di Provvedimento a Garibaldi per Roma e Venezia. Nel 1862 ebbe da Garibaldi l’incarico di organizzare i radicali lucani e di spianare l’avanzata delle truppe garibaldine provenienti dalla Calabria e dirette a Roma. Morì povero a Giugliano in Campania il 31 dicembre 1870. Della monografia del P. C. interessa direttamente la Basilicata quanto si riferisce ai contrasti tra le varie correnti liberali ed al periodo in cui, tra l’agosto ed il settembre del 1860, il Mignogna fu prodittatore con l’Albini (pp. 175 ss.). “. Si veda pure Giuseppe Lazzaro (….), ed il suo “Memorie sulla rivoluzione dell’Italia Meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860”, Napoli, 1897. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 188, in proposito scriveva: “…La lettera partì pochi giorni dopo, e in questo modo, iniziatore il Mignogna e intermediario il Rizzo, furono stretti fra Napoli e Genova rapporti che, svolgendosi, misero capo, come dirò più tardi, alle relazioni tra il Comitato ordine ed Agostino Bertani. La iniziativa del Mignogna, per gli effetti avuti, potè dirsi provvidenziale, imperocchè potè dare all’Hudson l’ occasione di raccogliere nuovamente gli amici, e ritornare all’opera. Oltre a ciò , una corrispondenza regolare con Genova, e con uomo come il Mignogna, potea dare al gruppo napolitano de’ mezzi che, insignificanti colà, erano efficacissimi a Napoli.”. Su Nicola Mignogna si veda pure Alessandro Criscuolo, Nicola Mignogna. «L’uomo puro» di Garibaldi. Attraverso gli scritti di Alessandro Criscuolo, a cura di D. Sellitti, Edita Casa Editrice & Libraria, 2012. Su Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Nel 1862 Mignogna seguì Garibaldi in Aspromonte divenendo tesoriere dei Mille nella campagna comandata da Benedetto Cairoli. Visse la vecchiaia sostenuto da cittadini tarantini anonimi. Rifiutò la candidatura alla Camera dei deputati, ma accettò di far parte del Consiglio Comunale di Napoli dove venne eletto nel 1862 e riconfermato nel 1865. Si ritirò poi dalla vita politica e si trasferì a Giugliano, dove prese in affitto una porzione del lago di Patria per sfruttarlo per la pesca. Morì il 31 gennaio 1870 a Giugliano. Sulla Treccani on-line, Giuseppe Paladino ha scritto che strinse in amicizia con il Settembrini. Partecipò alle dimostrazioni di Napoli per la concessione della costituzione, e combatté sulle barricate il 15 maggio 1848. Con la reazione s’iscrisse alla setta degli Unitarî, e fu arrestato con il Settembrini il 23 giugno 1849. Ma, non essendosi raccolte prove a suo carico, il M., che si era finto ebete, venne rilasciato. Nel 1855, su denunzia di un tale Pierro, fu di nuovo arrestato, processato e, l’anno dopo, ebbe bando perpetuo dal regno. Si recò a Genova, dove continuò a cospirare, tenendosi in relazione con il Mazzini e con il Fabrizi. Nel 1860 si unì ai Mille, nella compagnia Cairoli, fino a Palermo. Di là tornò a Genova e in Piemonte, per incarico di Garibaldi, allo scopo di trovare nuove forze. Ne ripartì nell’agosto e partecipò alla sollevazione della Basilicata (Lucania), accompagnando di poi il dittatore a Napoli e combattendo contro i borbonici sul Volturno. Quando Garibaldi fu costretto a partire, il Mignogna, rifiutato ogni uffizio e grado, tornò a fare l’agitatore. Unitosi con il generale a Caprera, nel 1862, lo accompagnò a Palermo e poi in Calabria. Dopo Aspromonte, si rifugiò a Napoli, e vi rimase nascosto sino all’amnistia. Continuò poi a tenersi in rapporto col Mazzini, sempre organizzando i comitati d’azione. Nell’agosto 1863 fu eletto consigliere comunale di Napoli, rinunziando alla candidatura a deputato. Malandato in salute, non poté partecipare alla campagna del’66 e a quella garibaldina del ’67: si adoperò tuttavia a raccogliere armi al confine pontificio meridionale. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Su Wikipedia leggiamo che dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 88, in proposito scriveva che: “I due Comitati spedirono da Napoli in Basilicata ad organizzare e comandare le armi il colonnello Camillo Boldoni, uomo di grande ardire e di provata fede e che aveva dato prove del suo patriottissmo e del suo imperturbabile coraggio in Venezia ed in Lombardia. Egli non potè, benchè le necessità della guerra il consigliassero, tenere nelle sue mani il supremo indirizzo delle cose pubbliche, che vi giungeva contemporaneamente, qual delegato di Garibaldi, Nicola Mignogna, mazziniano, di spiriti focosi, di ogni sapere civile e militare ignorante, e vago di conservare a sua parte il potere, pure acclamando ‘Vittorio Emmannuele re d’Italia’.”.

LA FAMIGLIA MATERAZZI DI SERRAMEZZANA

La famiglia Materazzo (o Materazzi) di Serramezzana è un’antica famiglia nobile del Cilento, le cui origini si legano alla storia del borgo e del feudo locale. Origini nobili: Nel corso del XVI secolo, esponenti della famiglia ottennero riconoscimenti di nobiltà (come Tiberio Materazio nel 1530 da Carlo V) e stabilirono legami matrimoniali con altre casate del Cilento. Il titolo di Barone: Il titolo baronale spettava a un ramo specifico dei Materazzi/Materazzo di Serramezzana. Intorno al 1790, a seguito di divisioni familiari per via di seconde nozze, il titolo e la gestione delle proprietà terriere subirono una separazione tra i rami della famiglia. Architettura: Nel centro storico di Serramezzana è presente il settecentesco Palazzo Materazzi, testimonianza architettonica della presenza della famiglia nel borgo. Oggi, alcuni discendenti della famiglia si trovano a Caselle in Pittari e a Sapri. Ho conosciuto personalmente Fausto Materazzo e Lorenza Materazzo (viventi), di Caselle in Pittari. Fausto è sposato con Maria Carla Calderaro e Lorenza è vedova di Rudi Petrosino. Un altro loro fratello è stato il cardiologo dott. Materazzo. 

LA BASILICATA INSORGE: INIZIA L’INSURREZIONE

Francesco Franco (….), nel suo “La Rivoluzione Garibaldina del 1860 nel Salernitano”, ed. Cantelmi, Salerno, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: “A Napoli, nel luglio, gli esuli moderati rientrati dal Piemonte s’impossessarono del Comitato dell’Ordine. I moderati salernitani, non potendo fare altrettanto col comitato locale, ne crearono uno loro, comprendente Sergio Pacifico, Modestino Faiella, Giovanni Luciani. Sicchè non solo a Napoli si ebbe un Comitato progressivo e uno conservatore, ma anche a Salerno. A Salerno però il comitato conservatore non ebbe voce in capitolo al momento dell’insurrezione. L’altro era troppo attivo e troppo provato dai dinieghi precedenti. Il Comitato dell’Ordine, quello conservatore di Napoli, riuscì a inviare il colonnello Boldoni in Basilicata e a controllare il certa misura Giacinto Albini, nonostante a questi si affiancasse risolutamente Nicola Mignogna, mazziniano. Nel complesso, i moti di Basilicata risentirono in larga misura di direttive moderate. Etc..”. Franco continua sul Salernitano, sul Cilento e su Matina. Francesco Franco (….), nel suo “La Rivoluzione Garibaldina del 1860 nel Salernitano”, ed. Cantelmi, Salerno, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: La lotta fra il Comitato dell’Ordine e quello Unitario, di cui troviamo testimonianza in documenti noti, si rivela attraverso una serie di colpi drammatici. Nel mandato che il Comitato dell’Ordine, di cui era magna pars Silvio Spaventa, cercò di conferire al Matina erano impliciti un limite territoriale e un limite di poteri. Si parlava dei Distretti di Sala e di Vallo e si escludevano quelli di Salerno e di Campagna, che evidentemente erano destinati a più docili seguaci; inoltre si suggeriva al Matina una larvata subordinazione al “movimento di Basilicata”. Matina tagliò corto, non tenne conto del mandato e accettò invece quello del Comitato Unitario, di cui egli stesso era esponente.”. Franco (….), a p. 24, in proposito aggiungeva pure che: “A Potenza il Comitato dell’Ordine sistemò come capo militare il colonnello Boldoni, di origine pugliese, ma votato senza riserve alla causa dei Savoia. Successivamente Garibaldi gli tolse il comando della brigata. A Salerno, con Matina, venne il colonnello Fabrizi, modenese, fratello di quel Nicola Fabrizi che da Malta dirigeva tanta parte della congiura mazziniana in Italia. Uomini come Boldoni pensavano di condizionare Garibaldi, uomini come Fabrizi pensavano di sorreggerne lo slancio e di tramutare in successo insurrezionale e guerresco in successo di politica democratica. Sul campo della insurrezione, cavourriani e mazziniani parimenti discordavano: i moderati, che ora si schieravano dietro Cavour, avevano dormito fino al 25 maggio; dopo volevano accendere precipitosamente le polveri, per togliere a Garibaldi il merito della liberazione della parte continentale del regno; i democratici invece volevano agire giusto il tempo per sgombrare la via alla marcia di Garibaldi e non commettere errori che offrissero all’affranto esercito borbonico l’opportunità di conseguire successi galvanizzanti.”. Franco, a p. 25 continuando il suo racconto scriveva che: “Infatti la provincia di Potenza insorse il 16 agosto, quella di Salerno aspettò fino al 27. In questo intervallo il colonnello Boldoni, filopiemontese, cercò di sottrarre l’iniziativa ai democratici salernitani, inviando Francesco Pomarici con 500 uomini verso Sala Consilina. Ma Sala Consilina è nel Vallo di Diano. Il Vallo di Diano era la patria di Matina, di Carrano, di Santelmo, di Padula. Al Pomarici comunicarono che preferivano sbrigarsela da sè. L’onesto Racioppi, moderato potentino, se ne rammarica e sente odore d’albagia di campanile, ci vede “l’ambrantesi alterigia di municipio”. In realtà si trattava dello stroncamento di una manovra sabauda ad opera di risoluti mazziniani che, se transigevano sulla forma repubblicana, non erano disposti a recedere sul rispetto della volontà popolare.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a pp. 102-103, in proposito scriveva che: “E anzi che le armi arrivassero era stato spedito il colonnello Camillo Boldoni, uomo di grande ardire e di provata fede , in Basilicata, ove esistevano già due comitati rivoluzionari, quello di Corleto e l’altro di Potenza, i quali sotto gli ordini del comitato centrale di Napoli avevano strette relazioni coi comitati delle Puglie, delle tre Calabrie, dell ‘ Avellinese e del Salernitano, e stabilito d’inaugurare nei loro monti la rivoluzione. Già Pietro Lacava e Giacinto Albini avevano ispirato negli animi dei robusti Lucani la impazienza della riscossa, quando ivi arriva il Boldoni con ordine di passare, dalla politica della parvente freddezza, all’azione. Stabilito a Corleto il comitato centrale lucano la provincia venne divisa in dodici sottocomitati, dai quali dipendevano i comunali, formato il tesoro della insurrezione dato in custodia a tre maggiori proprietari, e spediti messi a Bari, Cosenza, Avellino, Salerno, le bande armate senza indugio si organizzavano , e Corleto il 17 agosto si moveva in rivoltura , e con un programma il Boldoni annunzia va di marciare su Potenza. Infatti nello stesso giorno entra in Tricarico, assale la caserma dei gendarmi e li disarma. All’annunzio della marcia del Boldoni la mattina del 18 agosto, due giorni prima dello sbarco del Garibaldi su quel di Reggio, Potenza insorgeva, etc…”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 265 e ssg., in proposito scriveva che: “Dalle provincie arrivavano notizie gravissime. La Basilicata era insorta e percorsa da colonne di armati che sostenevano i Governi pro-dittatoriali; lo stesso accadeva in Calabria, dove famiglie ricchissime, come quelle dei Morelli, Compagna, Stocco, Quintieri, Baracco, capeggiavano i comitati o li sovvenzionavano. A Cosenza sacerdoti e monaci, tolto l’abito talare, indossavano la camicia rossa e diventavano cappellani delle squadre di insorti. La rivoluzione, insomma, inarrestabile, dilagava, e, come giuzzar di fiamme, si propagava da un paesino all’altro, da città a città, da regione a regione. Ma erano minoranze a compierla, chè il popolo grosso, quando non prendeva le armi, come a Bari, Matera, Bovino, Ariano, e, furente, massacrava o cacciava via i “settari”, nemici del Re, assisteva attonito, passivo a quei profondi rivolgimenti.”.

Nel 13 agosto 1860, a Tramutola, l’inizio dell’Insurrezione Lucana

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Il 13 agosto 1860 a Tramutola, alla presenza del colonnello Boldoni (1), che sarà poi a Potenza nominato Capo militare dell’insurrezione, di Giacinto Albini e di Nicola Mignogna, che saranno i Capi del Governo Prodittatoriale di Basilicata, fu dichiarato decaduto il governo borbonico e proclamato solennemente il governo insurrezionale; etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 92, in proposito scriveva che: “L’insurrezione lucana, iniziata cinque giorni prima che Garibaldi toccasse il suolo della Calabria, ha un importanza veramente eccezionale nella storia del Risorgimento Italiano. Estendendo la rivoluzione nelle Puglie, nel Cilento, nel Vallo di Diano, nell’Avellinese e nella Calabria, suscitando insomma la ribellione in due terzi del Reame borbonico e proclamando l’Unità d’Italia nel nome di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, la rivoluzione lucana, con a capo il Boldoni, uomo di fiducia del Cavour, e il Mignogna garibaldino, conciliava la finalità monarchica unitaria del governo piemontese con la finalità rivoluzionaria, a sfondo repubblicano e mazziniano, del Partito d’Azione (2). La dichiarazione di Tramutola del 13 agosto e la proclamazione dell’Unità d’Italia, fatta a Corleto il 16, segnarono di fatto la fine del governo borbonico e tolsero, nello stesso tempo, dubbi e preoccupazioni che l’azione vittoriosa dei Siciliani potesse concludersi con la tradizionale richiesta della indipendenza e dell’autonomia dell’Isola. Il concentramento delle forze rivoluzionarie nel Lagonegrese occidentale, dal punto di vista tattico e militare, diede il massimo contributo alla celere riuscita dell’impresa garibaldina; tutte le forze borboniche dislocate in Calabria si videro tagliata la strada della ritirata e, poste da Cosenza a Lagonegro tra i due fuochi delle schiere garibaldine vittoriose nell’estrema Calabria etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: “A buon diritto alla Basilicata s’è dato il gran vanto di essere stata la prima, fra le provincie del continente, ad insorgere contro la Dinastia Borbonica ed a proclamare l’unità e l’indipendenza d’Italia nel 16 agosto in Corleto, centro del movimento e del Comitato insurrezionale, e nel 18 agosto in Potenza, prima ancora che Garibaldi, nel 20 agosto, avesse passato lo Stretto. Etc…”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 22-23-24, in proposito scriveva che: “Il 10 agosto il colonnello Boldoni, dell’esercito Sardo, venne nominato comandante delle forze insurrezionali di Basilicata. Il giorno 13 il Boldoni, Giacinto Albini e Nicola Mignogna, ufficiale garibaldino, a Tramutola, dopo aver arringato il popolo, proclamarono il governo insurrezional. Nei giorni 14 e 15 da Corleto partirono gli ordini, si dichiarò decaduto il governo borbonico ed inaugurato quello di Vittorio Emanuele, dittatore Garibaldi, prodittatori Albini, Mignogna, Boldoni, Comandante le forze. In Tricarico la sera del 15 il Lavecchia e il can. D. Giuseppe D’Emilio inaugurarono il nuovo governo; ….L’Abbadessa di S. Chiara, nobile Pomarici, piantò sulla torre la bandiera tricolore. Vennero arrestati sette gendarmi. Il colonnello Boldoni emanò gli ordini ai capi di Tricarico, Genzano ed Avigliano di muovere il 18 agosto su Potenza. Le sue truppe furono adunate a Corleto, e lungo la strada per Potenza….Installato il governo provvisorio, tutti i municipi accettarono il nuovo governo e giurarono fedeltà a Vittorio Emanuele ed a Garibaldi: fecero a gara per offrire denari. (p. 23). La colonna di Corleto si portò a Balvano, a Muro, e a Picerno; la colonna di Potenza si portò ad Auletta; quella di Tricarico, al comando del Lavecchia, a Lagonegro; etc…Il colonnello Boldoni formò il suo stato maggiore con a capo Carmine Senise, e tra gli ufficiali fu nominato Grassi Giuseppe e il farmacista Mona Gerardo.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 274, in proposito scriveva: “Il partito insurrezionale istituì in tutta la Calabria la guardia nazionale, ne mobilizzò una porzione , raccolse quei corpi mobilizzati in campi e fece i suoi preparativi, da una parte per opporsi ad un ritorno offensivo. di Caldarelli, dall’altra per rendere più difficile che si potesse la ritirata che volevano intraprendere le truppe regie ancora concentrate nella Calabria meridionale. Nella Basilicata il colonnello Camillo Boldoni aveva, fino dal 17 agosto, radunati sul monte Cerreto da 500 a 600 uomini annunziando che il giorno dopo sarebbe marciato su Potenza.”.

Nel 16 agosto 1860, in CORLETO PERTICARA si proclamò l’Unità e l’Indipendenza, la Brigata Lucana ecc…

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: “A buon diritto alla Basilicata s’è dato il gran vanto di essere stata la prima, fra le provincie del continente, ad insorgere contro la Dinastia Borbonica ed a proclamare l’unità e l’indipendenza d’Italia nel 16 agosto in Corleto, centro del movimento e del Comitato insurrezionale, e nel 18 agosto in Potenza, prima ancora che Garibaldi, nel 20 agosto, avesse passato lo Stretto. Il Comitato di Corleto, di cui erano anima Carmine Senise e Giacinto Albini, alla dipendenza diretta ed immediata del Comitato Centrale dell’Ordine di Napoli, con larghe diramazioni per tutti i paesi della provincia aveva mantenuto qua e là desto il sacro fuoco della libertà negli ani antecedenti. La Basilicata, nei suoi 124 Comuni, era stata opportunamente suddivisa in 10 gruppi o ‘Sottocentri’, di cui tre, residenti a Rotonda, a Castelsaraceno ed a Senise, comprendevano il Distretto di Lagonegro, e d’essi erano rispettivamente capi e residenti i signori Berardino Fasanella, Vito Cascini e Giovanni Costanza. Il nostro Comune, assieme con Rivello, Nemoli, Trecchina, Maratea, Lauria, i due Castelluccio, Viggianello, S. Severino, facevano parte del Sottocentro di Rotonda; e bisogna pur riconoscere che se Lagonegro non fu, in quel glorioso periodo, focolare di congiure e centro d’un sottocomitato rivoluzionario, ciò non dipese da mancanza di spiriti liberali e di desiderio d’innovazioni, ma bensì dalla  severa e sospettosa sorveglianza e persecuzione esercitata dalla Polizia etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 13-14-15, in proposito scriveva che: “Da Corleto il benemerito Comitato insurrezionale si recò a Potenza, dove convennero pure, per accordi presi, i varii drappelli dei Comitati insorti, e dove, dopo un conflitto sanguinoso tra il popolo e la Gendarmeria, nel 18 Agosto, fu costituito, in nome di Vittorio Emanuele e del Dittatore Giuseppe Garibaldi, un Governo Prodittatoriale, di cui facevano parte due illustri patriotti, Nicola Mignogna di Taranto, uno dei Mille, mandato dal Generale Garibaldi, e Giacinto Albini di Montemurro, anima dell’insurrezione lucana, mentre il comando militare rimase affidato al Colonnello Camillo Boldoni, che ebbe a capo di Stato Carmine Senise (1). Costituito così il governo della Provincia ‘per dirigere la grande insurrezione lucana’, l’Intendente Nitti depose volontariamente il potere, perchè esso era ‘in opposizione all’unanime ed irresistibile movimento dell’intera provincia’, e andò via. Primo atto del Comitato Centrale di Potenza fu l’ordine d’installarsi in tutti i Comuni della Provincia una ‘Giunta insurrezionale o Sottocomitato, composto di tre cittadini ‘noti per fede patriottica ed energia’. In Lagonegro la Giunta fu costituita dall’Avv: Aniello Picardi, venuto da Potenza appositamente, e fu composta da lui, dal Farmacista Gennaro Aldinio e da Antonio Ricciardi. Il Presidente Picardi manteneva la corrispondenza che tuttora si conserva, coi Comitati di Potenza, di Castrovillari, di Rotonda e di Cosenza, e seppe bene attendere alle esigenze del delicato uffizio, nè l’affetto filiale mi consente di dir di lui più oltre….”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 491 e ssg., in proposito scriveva che: “LI. – Garibaldi rapidamente avanzava, ma l’insurrezione tuttavia precorrevalo. Le Calabrie non solo, ma la Terra d’Otranto e di Bari, la Basilicata e gli Abruzzi erano simultaneamente sconvolti dal turbine rivoluzionario. Etc… Gli insorti ordinati in guerriglie pullulavano ovunque e si moltiplicavano in progressione infinita: e verso la fine di agosto l’autorità del governo Borbonico non estendevasi al di là delle mura della sua capitale, o dei limiti dei suoi militari accampamenti.”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 160, in proposito è scritto che: “Ai primi di settembre, oltre alle provincie Calabresi era in movimento la Basilicata ed una parte del Pricipato Ulteriore. A Potenza e nella provincia di Salerno erano instituiti Governi provvisorii. Certo Giovanni Mutina aveva sollevato il distretto di Campagna ed assunto il titolo di prodittatore. Fatto questo movimento, tutta la provincia era insorta, meno il distretto di Salerno.”. Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 42 e ssg., in proposito scriveva che: Tra il 30 settembre e il 21 ottobre, il tricolore veniva innalzato a Viggiano, Grottole, Cirigliano, Corleto, Tricarico, Rotonda, Pietrapertosa, Lauria, Castelmezzano, Grassano, Pomarico. Quella che probabilmente appariva alla polizia una coincidenza, era, invece, una precisa strategia, una sorta di “prova generale”, con significative propaggini nelle aree di passaggio tra Calabria, Campania e Puglia (80).”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 22-23-24, in proposito scriveva che: “Il 10 agosto il colonnello Boldoni, dell’esercito Sardo, venne nominato comandante delle forze insurrezionali di Basilicata. Il giorno 13 il Boldoni, Giacinto Albini e Nicola Mignogna, ufficiale garibaldino, a Trmutola, dopo aver arringato il popolo, proclamarono il governo insurrezional. Nei giorni 14 e 15 da Corleto partirono gli ordini, si dichiarò decaduto il governo borbonico ed inaugurato quello di Vittorio Emanuele, dittatore Garibaldi, prodittatori Albini, Mignogna, Boldoni, Comandante le forze. In Tricarico la sera del 15 il Lavecchia e il can. D. Giuseppe D’Emilio inaugurarono il nuovo governo; ….L’Abbadessa di S. Chiara, nobile Pomarici, piantò sulla torre la bandiera tricolore. Vennero arrestati sette gendarmi. Il colonnello Boldoni emanò gli ordini ai capi di Tricarico, Genzano ed Avigliano di muovere il 18 agosto su Potenza. Le sue truppe furono adunate a Corleto, e lungo la strada per Potenza….Installato il governo provvisorio, tutti i municipi accettarono il nuovo governo e giurarono fedeltà a Vittorio Emanuele ed a Garibaldi: fecero a gara per offrire denari. (p. 23). La colonna di Corleto si portò a Balvano, a Muro, e a Picerno; la colonna di Potenza si portò ad Auletta; quella di Tricarico, al comando del Lavecchia, a Lagonegro; etc…Il colonnello Boldoni formò il suo stato maggiore con a capo Carmine Senise, e tra gli ufficiali fu nominato Grassi Giuseppe e il farmacista Mona Gerardo.”. Su Corleto Perticara, in quei frangenti ha scritto Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016. Sull’insurrezione dei Lucani e della Brigata Lucana ha scritto anche Michele Lacava che insieme al fratello Pietro fu particolarmente attivo prima e dopo il Plebiscito. Si tratta del testo di Michele Lacava (….) e del suo “Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860”, Napoli, 1895; Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 140 e ssg., riferendosi a Boldoni, in proposito scriveva che: “Eletto da questa parte all’impresa di Basilicata, non pria che fossero nel carro della ferrovia egli conobbe Nicolò Mignogna; e non pria che a Corleto seppe aver lui uno special mandato, e forse la confidenza, del General Garibaldi. E Nicolò Mignogna, di Taranto, vecchio apostolo della libertà, esperto tramatore di congiure a pro di essa; e di essa provato amante ai travagli della carcere frequente e dell’esiglio, era in Genova vissuto tra coloro, che, non reputando l’amor della patria siccome cianciera virtù da accademia, estimano quella esser più patriottica politica che sia men pigra agl’impazienti. Ito in Sicilia uno dei Mille, fu poscia in Napoli in quel gruppo di uomini, animosi e operativi, che in quel momento di focosa contraddizione al comitato dell’Ordine rifatto, costituirono il comitato dell’Azione. Questo, e le antecedenti brighe che vennero al Boldoni dal suo comando dei volontari, di Piacenza, non metteano sentimenti di mutua soddisfazione tra essi, etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a pp. 878-880, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Prima ancora che Garibaldi e Bixio, nella notte sopra il 20 agosto, sbarcassero a Melito; e Cosenz e Assanti, all’alba del 22 scendessero a Favazzina tra Scilla e Bagnara, la rivoluzione era matura nelle popolazioni calabresi e lucane. Il comitato insurrezionale di Basilicata, il quale avea sede a Corleto, giunti che furono colà il Boldoni, mandato da Cavour, Albini, Mignogna e Lacava, proclamò la sera del 16 agosto, in casa Senise, la rivoluzione, al grido di “Garibaldi dittatore, Italia e Vittorio Emanuele”; affidò il comando delle forze insurrezionali al Boldoni, e nominò capo dello stato maggiore Carmine Senise, oggi senatore e già prefetto di Napoli. Da casa Senise uscì il drappello rivoluzionario, preceduto dalla bandiera tricolore, con la croce di Savoia, che le signorine di quella famiglia avevano cucita con le loro mani. Anima della insurrezione era Giacinto Albini di montemurro, il quale, intermediario tra il comitato dell’Ordine e i liberali della provincia, era stato, a capo della decennale cospirazione. Il Comitato di Corleto del quale faceva parte anche Domenico de Pietro, aveva larghe diramazioni in tutta la provincia; avendo fino all’anno innanzi, istituito de’ sottocomitati rivoluzionari, con uno o più capi. A Saponara, Giulio Gilberti e il padre Serafino da Centola; etc…Di tutti i componenti non ricordo i nomi ma sono tutti registrati nella ‘Cronistoria’ di Michele Lacava, miniera di notizie e documenti di quel tempo, e nel libro di Racioppi sui moti di Basilicata. E dicasi altrettanto di parecchie altre provincie del continente, nelle quali, dove più, dove meno, esistevano Comitati dell’Ordine, che contavano affiliati tra le diverse classi dei cittadini, principalmente della borghesia agiata. I comandanti delle guardie nazionali vi erano ascritti, generalmente; e ascritti quasi tutti gli studenti, e quanti erano giovani dai sedici ai trenta anni; né mancavano preti, frati e seminaristi; ed in tutti era una gara nel raccogliere danaro e armi, e nell’apparecchiarsi a insorgere.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 897, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Abbiamo veduto chi fossero i capi dell’insurrezione in Puglia e in Basilicata, ma in Calabria i capi erano addirittura milionari, come i Morelli, i Compagna, gli Stocco, i Guzzolini, i Quintieri, i Labonia, i Barracco. O erano a capo dei comitati o li sovvenivano. La rivoluzione si compiva in nome dell’idea morale; e i ricordi storici e le poesia patriottiche infiammavano di ardore lirico quei cospiratori e quei soldati. Altri giovani di civili e ricche famiglie correvano in Sicilia sotto mentito nome.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “I capi delle bande insurrezionali, militari improvvisati, erano, quasi tutti, come ho detto, giovani di notevole posizione sociale, circondati dalla pubblica stima…..Non erano bande di straccioni, perchè la borghesia più eletta vi dava largo contingente. La rivoluzione si compiva in nome dell’ idea morale ; e i ricordi storici, e le poesie patriottiche infiammavano di ardore lirico quei cospiratori e quei soldati……Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile; e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia, e poi precedendo questa, con poche guide e cavalieri, e con Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava lo Stato disciolto , e a lui si arrendevano generali, abbandonati dai proprii soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Il 13 agosto 1860 a Tramutola, alla presenza del colonnello Boldoni (1), che sarà poi a Potenza nominato Capo militare dell’insurrezione, di Giacinto Albini e di Nicola Mignogna, che saranno i Capi del Governo Prodittatoriale di Basilicata, fu dichiarato decaduto il governo borbonico e proclamato solennemente il governo insurrezionale; a Corleto Perticara, da tempo centro di cospirazione della Basilicata e dove fin dai principi di luglio era di fatto cessata l’amministrazione borbonica, la sera del 16 agosto, fra l’entusiasmo e il delirio del popolo, con luminarie e fuochi pirotecnici, fu proclamata l’Unità d’Italia dal Comitato rivoluzionario. Il sacerdote Salvatore Guerrieri dal pulpito, invece di fare il panegirico del Santo protettore, stigmatizzò l’opera dello spergiuro e tirannico re borbonico e incitò i fedeli alla insurrezione e alla lotta. A Trecchina, dove da tempo era sorto un Comitato rivoluzionario prima carbonaro e poi mazziniano e di cui facevano parte Gennaro Schettini, l’av. Francesco Schettini, il 10 agosto 1860 il sacerdote Raffaele Schettini rivolse ai popoli dell’Italia meridionale, “ai fratelli di tante memorie”, ai fratelli di tanti dolori e di tante speranze, un’ode per incitare i Camani e i Lucani, i Pugliesi, i Sanniti a prendere le armi per mettere in fuga l’odiato tiranno.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 92, in proposito scriveva che: “L’insurrezione lucana, iniziata cinque giorni prima che Garibaldi toccasse il suolo della Calabria, ha un importanza veramente eccezionale nella storia del Risorgimento Italiano. Estendendo la rivoluzione nelle Puglie, nel Cilento, nel Vallo di Diano, nell’Avellinese e nella Calabria, suscitando insomma la ribellione in due terzi del Reame borbonico e proclamando l’Unità d’Italia nel nome di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, la rivoluzione lucana, con a capo il Boldoni, uomo di fiducia del Cavour, e il Mignogna garibaldino, conciliava la finalità monarchica unitaria del governo piemontese con la finalità rivoluzionaria, a sfondo repubblicano e mazziniano, del Partito d’Azione (2). La dichiarazione di Tramutola del 13 agosto e la proclamazione dell’Unità d’Italia, fatta a Corleto il 16, segnarono di fatto la fine del governo borbonico e tolsero, nello stesso tempo, dubbi e preoccupazioni che l’azione vittoriosa dei Siciliani potesse concludersi con la tradizionale richiesta della indipendenza e dell’autonomia dell’Isola. Il concentramento delle forze rivoluzionarie nel Lagonegrese occidentale, dal punto di vista tattico e militare, diede il massimo contributo alla celere riuscita dell’impresa garibaldina; tutte le forze borboniche dislocate in Calabria si videro tagliata la strada della ritirata e, poste da Cosenza a Lagonegro tra i due fuochi delle schiere garibaldine vittoriose nell’estrema Calabria etc…”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 169 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “In una solenne commemorazione, fatta a Roma il 13 marzo 1884, Giacomo Racioppi disse: “Ieri si è chiusa a Potenza una tomba, su cui la storia di una nobile provincia scriverà un nome, che resterà, segno di reverenza e di affetto, fra quelli dei più benemeriti cooperatori della libertà e grandezza della Patria. E’ il nome di Giacinto Albini….Nel 1860, comincia quella grande epopea che dallo scoglio di Quarto e dallo sbarco a Marsala si svolge di pari passo, di meraviglia in meraviglia; ma non dimenticabile episodio della grande epopea è il levarsi in armi di tutto un popolo, che dalle valli del Bradano, del Basento, dell’Agri e del Sinni converge unanime a Potenza, innalza la bandiera del riscatto e dell’unità, e apparecchia la via al liberatore, che è ancora di là dallo Stretto siculo.”Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proporio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni isituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 274, in proposito scriveva: “Il partito insurrezionale istituì in tutta la Calabria la guardia nazionale, ne mobilizzò una porzione , raccolse quei corpi mobilizzati in campi e fece i suoi preparativi, da una parte per opporsi ad un ritorno offensivo. di Caldarelli , dall’altra per rendere più difficile che si potesse la ritirata che volevano intraprendere le truppe regie ancora concentrate nella Calabria meridionale. Nella Basilicata il colonnello Camillo Boldoni aveva, fino dal 17 agosto, radunati sul monte Cerreto da 500 a 600 uomini annunziando che il giorno dopo sarebbe marciato su Potenza.”. Niccola Nisco (…), nel suo “Francesco II”, a pp. 103, in proposito scriveva che: Già Pietro Lacava e Giacinto Albini avevano ispirato negli animi dei robusti Lucani la impazienza della riscossa, quando ivi arriva il Boldoni con ordine di passare, dalla politica della parvente freddezza, all’azione. Stabilito a Corleto il comitato centrale lucano la provincia venne divisa in dodici sottocomitati, dai quali dipendevano i comunali, formato il tesoro della insurrezione dato in custodia a tre maggiori proprietari, e spediti messi a Bari, Cosenza, Avellino, Salerno, le bande armate senza indugio si organizzavano, e Corleto il 17 agosto si moveva in rivoltura, e con un programma il Boldoni annunziava di marciare su Potenza. Infatti nello stesso giorno entra in Tricarico, assale la caserma dei gendarmi e li disarma. All’annunzio della marcia del Boldoni la mattina del 18 agosto, due giorni prima dello sbarco del Garibaldi su quel di Reggio, Potenza insorgeva, ed una fortissima colonna di gendarmi guidata dal capitano Castagna si schierava sulla piazza……Subito fu organato il governo provvisorio composto di Niccola Mignogna e Giacinto Albini prodittatori di Garibaldi e di due segretari e direttori della insurrezione lucana Pietro Lacava e Giovambattista Matera, i quali spiegarono un’attività prodigiosa. Questo governo prodittatoriale ordinava un comitato di pubblica sicurezza, un altro d’ingegneri per le barricate, e prescriveva la intestazione degli atti pubblici in nome di Vittorio Emmanuele re d’ Italia e di Giuseppe Garibaldi dittatore delle due Sicilie. A sua volta il Boldoni con meravigliosa energia organizzava militarmente quattro mila uomini di guardie nazionali e di volontari e abilmente gli scaglionava sugli Appennini per troncare le comunicazioni dei regi delle Calabrie con quelli del Salernitano. Il giorno 19 agosto Giuseppe Lazzaro cominciava a pubblicare in Napoli il bollettino della rivoluzione lucana magnificandone la estensione. Così la Basilicata risolveva il problema messo dal Cavour alle provincie napoletane con lettera del 9 agosto, etc…”.

Nel 18 agosto 1860, la proclamazione del GOVERNO PRODITTATORIALE LUCANO

Il 18 agosto 1860 in Basilicata fu proclamato il governo di casa Savoia e fu istituito un governo provvisorio, detto Governo prodittatoriale lucano o anche Governo provvisorio dell’insurrezione lucana. Il governo, composto da notabili lucani che avevano partecipato all’insurrezione, fu presieduto da 2 prodittatori: il tarantino Nicola Mignogna e il lucano Giacinto Albini. Durò dal 19 agosto al 6 settembre 1860. Il 7 settembre, infatti, Garibaldi nominò come governatore della provincia il patriota Giacinto Albini. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Subito fu organato il governo provvisorio composto di Niccola Mignogna e Giacinto Albini prodittatori di Garibaldi e di due segretari e direttori della insurrezione lucana Pietro Lacava e Giovambattista Matera, i quali spiegarono un’attività prodigiosa. Questo governo prodittatoriale ordinava un comitato di pubblica sicurezza, un altro d’ingegneri per le barricate, e prescriveva la intestazione degli atti pubblici in nome di Vittorio Emmanuele re d’Italia e di Giuseppe Garibaldi dittatore delle due Sicilie. A sua volta il Boldoni con meravigliosa energia organizzava militarmente quattro mila uomini di guardie nazionali e di volontari e abilmente gli scaglionava sugli Appennini per troncare le comunicazioni dei regi delle Calabrie con quelli del Salernitano. Il giorno 19 agosto Giuseppe Lazzaro cominciava a pubblicare in Napoli il bollettino della rivoluzione lucana magnificandone la estensione.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 397-398 e ssg., in proposito scriveva che: Cavour naturalmente soffiava sul fuoco con la speranza, cui s’è già accennato, di suscitare in Napoli una rivoluzione militare o popolare prima che arrivasse Garibaldi. Aveva sollecitato il Villamarina a metter d’accordo i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione, e quello c’era riuscito almeno per quanto riguardava le provincie. Si era infatti stabilito di agire da principio in Basilicata dov’era stato mandato il colonnello Camillo Boldoni, già valoroso combattente a Venezia. Nicola Mignogna dei Mille, mazziniano di principi e là delegato di Garibaldi, aveva già preparato il terreno. Il 17 agosto era insorta Corleto, il 18 Potenza. Questa città era presidiata da 300 gendarmi, comandati dal capitano Castagna; il quale, all’intimazione di gridare: “Viva Garibaldi!” rispose facendo gridare ai suoi: “Viva il Re!” e ordinando il fuoco sulla folla. Questa, allora, inferocita dà addosso ai gendarmi, ne uccide 7, e ne fa prigionieri 36, mette in fuga gli altri e saccheggia la caserma. E’ il segnale dell’insurrezione in tutta la provincia. Il Mignogna e il Boldoni proclamano il 19 il Governo provvisorio; l’uno assume la carica di Prodittatore, l’altro il Comandante delle truppe. Ciò avveniva mentre Garibaldi passava lo Stretto. Quando poi si seppe della presa di Reggio e della sua avanzata nelle Calabrie, l’esempio di Potenza fu rapidamente seguito da tutte le altre città, e l’incendio divampò alimentato da Cavour e da Garibaldi, che in una cosa sola erano d’accordo: nel cacciare i Borboni.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 13, in proposito scriveva: “Maggiore della Guardia Nazionale fu nominato Emilio Petruccelli, mazziniano tornato proprio in quei giorni dalla galera, condannato nel processo per i moti del ’48…..Il 20 fu publicato un decreto con cui veniva sospesa a Potenza la riscossione etc…..Questo provvedimento fu un provvedimento demagogico, speccialmente quella sul macinato, che era stato sempre, e sarà per parecchi anni, anche dopo il nuovo regime, causa di malumore e rivolte popolari. Fu voluto dagli elementi estremisti, che avevano avuta la prevalenza nei moti, specialmente di Potenza e nella prodittatura: ma dopo poco si fu costretti a ritirarlo innanzi al depauperamento delle finanze comunali. Il Brienza uno dei segretari della Prodittatura, reduce come il Petruccelli dalla galera, scrive che la sera del 24 agosto giunse a Potenza Giacomo Racioppi con una lettera riservata diretta all’Albini, in cui si diceva che il partito dell’Ordine voleva al potere uomini autorevoli della provincia. La notizia del Brienza è data con un tono di amarezza e di sdegno. Sia vera o no la lettera, certo il Racioppi, moderato ed esperto di dottrina da quel momento avrà una parte, apparentemente secondaria, ma importantissima nella vita della Prodittatura e nel periodo successivo dei ‘governatori con poteri illimitati’ dell’Albini dello Stampacchia e del Gemelli. Durante questo periodo instabile e senza una vera autorità, il Racioppi, come segretario generale, dette una certa organicità all’amministrazione della Provincia con la sua sagacia e la sua dottrina. Dal giorno 24 s’iniziò nel governo della Prodittatura una operazione di riorganizzazione finanziaria amministrativa e sociale degna di essere esaminata e illustrata.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 90, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto si mossero dal Lagonegrese verso Potenza, dove giunsero verso il 20 agosto, la colonna del Sottocentro di Senise, comandata da Aquilante Persiani e comprendente oltre trecento patrioti dei Comuni compresi nel sottocentro, e quella del sottocentro di Castelsaraceno, comandata da Luigi Chiurazzi.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 13, in proposito scriveva: Il Brienza uno dei segretari della Prodittatura, reduce come il Petruccelli dalla galera, scrive che la sera del 24 agosto giunse a Potenza Giacomo Racioppi con una lettera riservata diretta all’Albini, in cui si diceva che il partito dell’Ordine voleva al potere uomini autorevoli della provincia. La notizia del Brienza è data con un tono di amarezza e di sdegno. Sia vera o no la lettera, certo il Racioppi, moderato ed esperto di dottrina da quel momento avrà una parte, apparentemente secondaria, ma importantissima nella vita della Prodittatura e nel periodo successivo dei ‘governatori con poteri illimitati’ dell’Albini dello Stampacchia e del Gemelli. Durante questo periodo instabile e senza una vera autorità, il Racioppi, come segretario generale, dette una certa organicità all’amministrazione della Provincia con la sua sagacia e la sua dottrina. Dal giorno 24 s’iniziò nel governo della Prodittatura una operazione di riorganizzazione finanziaria amministrativa e sociale degna di essere esaminata e illustrata.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Il proclama redatto il 15 agosto da Rocco Brienza (2), il saluto del nuovo intendente della provincia (3) e quello di Nicola Mignogna (4), i proclami di Camillo Boldoni, capo militare delle forze insurrezionali (5), quello di Domenico Asselta del 25 agosto (6) e quello del Masci (7) il quale, in ogni occasione, aveva precedentemente manifestato la propria devozione al Borbone (8), l’appello rivolto dalla Giunta Centrale di amministrazione costituita dal Governo prodittatoriale il 25 agosto (9), il discorso del canonico Giambrocono (10) e quello di Giuseppe Tancredi (11), l’appello del Golini (12) e la lettera di Vincenzo Sarli (13), mostrano chiaramente quei contrasti che, latenti, esistonoin seno al movimento liberale lucano nell’agosto del 1860 (14).”. Pedio, a p. 47, nella nota (1) postillava: “(1)………………………”Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Martino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 84, in proposito scriveva: “Per ogni capoluogo di distretto (chiamati poi circondari) fu nominato un commissario che povvide all’esecuzione e all’adempimento di tutte le disposizioni emanate dal Comitato provinciale. I Commissari furono per il distretto di Lagonegro: Giuseppe Mango di Lagonegro stesso; ….”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proporio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni isituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale,…..”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 43 e ssg., in proposito scriveva: Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Etc..”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Così contadini e proprietari, popolo minuto e borghesi, operai e professionisti, per motivi diversi e talora opposti, associano al nome di Garibaldi l’idea della liberazione: affrancamento della schiavitù per gli uni, restaurazione dell’ordine per gli altri. E accorrono, “nobili e blebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria” (93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, a. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Dunque, il Demarco cita il “preambolo dell’Ordine del giorno 4 settembre 1860 del gen. T. De Dominicis”. Lo chiama “generale” TEODOSIO DE DOMINICIS (il preambolo citato è stato scritto a Vallo della Lucania. Demarco postillava che questo documento scritto a Vallo della Lucania fosse stato pubblicato sul giornale “Il Garibaldi”, n. 14 del 6 settembre 1860. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 89, in proposito scriveva che: “Il 19 fu organizzato il Governo provvisorio. Il Mignogna, con decreto di suo moto proprio, si proclamava prodittatore con Giacinto Albini, e con lo stesso decreto i due prodittatori colleghi nominarono segretari Gaetano Cascini, Rocco Brienza, Giambattista Matera, Niccola Magaldi e Pietro Lacava. Al Boldoni non fu dato posto nel governo, chè l’origine di lui ai radicali era sospetta: gli fu affidato il comando dell’esercito patriottico’, autorità che il governo prodidattoriale potev togliergli. Questo governo ordinava pure un Comitato di pubblica sicurezza etc…”.

GIACINTO ALBINI

Su Giacinto Albini, su Wikipedia leggiamo che Primogenito di don Gaetano Albini, dottore fisico e cerusico di Montemurro, ed Elisabetta Mirgigno di Napoli, l’Albini discendeva da una famiglia sarconese, trasferitasi a Montemurro nel 1521 a seguito del matrimonio di Nicola Albini con Aurelia D’Elia, appartenente alla nobiltà baronale; nacque a Napoli, ove la madre si era recata a partorire. Tornato in Basilicata, nel 1848 si fece promotore e fondatore di un “Circolo Costituzionale” a Montemurro che si prefiggeva, come gli altri circoli sparsi nel regno, la concessione di una costituzione al Regno delle Due Sicilie. A seguito della concessione della stessa e dell’altrettanto celere abrogazione, decise di contrapporsi ai monarchi borbonici e, nel 1850, fondò, sempre a Montemurro, un comitato antiborbonico di stampo repubblicano. Dopo aver passato l’anno 1856 in giro per la Basilicata, la Puglia, la Calabria, il Salernitano e il Cilento a ordinare le file dellAssociazione Unità d’Italia,[senza fonte] fu perseguitato dalla polizia borbonica come pericoloso rivoluzionario. Sebbene condannato per ben tre volte, rispettivamente dalle corti criminali di Napoli, Potenza e Catanzaro[senza fonte], riuscì sempre a evitare la cattura, rimanendo nascosto in Basilicata. Dopo aver disapprovato e sconsigliato la spedizione di Sapri[senza fonte], nel 1857 Montemurro fu poi individuata quale centro d’azione della Basilicata dalle guardie borboniche e l’Albini dovette trasferire la sede del comitato nella masseria della famiglia Marra in località Morroni, sempre nel territorio di Montemurro, poiché il paese fu completamente raso al suolo dal terremoto del 1857. Lo stesso Giacinto Albini miracolosamente sopravvisse, dopo essere rimasto sepolto dalle macerie di una casa per oltre 24 ore. La caccia senza quartiere dei Borboni contro i rivoluzionari costrinse Albini a trasferirsi ancora, questa volta a Corleto Perticara. Nel 1860, dopo dodici anni di aspirazioni e cospirazioni, prima a Montemurro (il 14 agosto), nella stessa Corleto (il 16 agosto), poi a Potenza (il 18 agosto), i rivoluzionari lucani con Giacinto Albini furono fautori della insurrezione della Basilicata contro i Borboni; questa fu la prima regione meridionale continentale ad unirsi al Regno di Sardegna. Giuseppe Garibaldi nominò pertanto il patriota montemurrese governatore della provincia di Basilicata, con poteri illimitati, nel loro incontro ad Auletta, avvenuto il 5 settembre 1860. Su Giacinto Albini ha scritto Tommaso Pedio, Dizionario dei patrioti lucani: artefici e oppositori (1700-1870), Bari, Grafica Bigiemme, 1969-1990. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 30, in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a pp. 6-7, in proposito scriveva: “Giacinto Albini, anima di apostolo e di idealista, ma insieme uomo di azione, non artecipò a questi dissidi. Egli non aveva che un solo scopo: cacciare i borboni da Napoli e dare all’Italia l’unità. A questo concetto, mantenne legata l’organizzazione della sua provincia. Ebbe così contatto con i due comitati di Napoli, e chiese aiuto a tutti e due: al Comitato dell’Ordine e al Comitato d’Azione, che, dopo i successi di Garibaldi in Sicilia, aveva preso il sopravvento. Il primo gli offrì, come dirigente supremo militare, il colonnello Boldoni che aveva dato prove dl suo patriottismo a Venezia e in Lombardia, tremila ducati e cooperazione sollecita delle provincie limitofe. Il Comitato d’Azione gli aveva offerto uomini, danaro e munizioni. “Noi saremo, concludeva con una lettera al Senise Giacinto Albini, per chi ci darà armi, danaro ed ha stesso nostro programma: Unità, Vittorio Emanuele, Garibaldi”. Con questi aiuti, con queste promesse, con queste aspirazioni, egli ritorna in Lucania e, senza indugi, prepara l’opinione pubblica e organizza l’insurrezione……il 24 Maggio del 1860, richiamò in vita la costituzione del 1848, sperando con questo atto di dare tranquillità al regno. Da questo momento si inizia in Lucania il movimento insurrezionale, preparato da Giacinto Albini e sviluppato da lui e da Mignogna, rappresentante del Partito di Azione di Napoli e uomo di fiducia di Garibaldi.”.

PIETRO LACAVA 

(Fig. n…..) – Ritratto fotografico di Pietro Lacava

Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487. Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava (Corleto Perticara, 26 ottobre 1835 – Roma, 26 dicembre 1912) è stato un politico italiano. Figlio di Domenico Giuseppe e Brigida Francolino, fu studente a Napoli e Latronico, dove frequentò i corsi di giurisprudenza dell’Arcieri. In questo ambito accademico conobbe ed ebbe rapporti con Giacinto Albini, con cui era legato da vincoli di parentela, e, nonostante la dichiarata fede borbonica della sua famiglia, divenne uno dei più attivi esponenti del movimento liberale. Nel 1857 fu, con Giuseppe Albini e Giuseppe Lazzaro, fra i fondatori del Comitato dell’ordine, che aveva come programma l’unità italiana sotto la monarchia sabauda. In veste di segretario del Comitato, organizzò l’importante dimostrazione degli studenti universitari del 6 aprile 1860 che si tenne a Napoli in largo di S. Francesco da Paola (oggi piazza del Plebiscito). A tale manifestazione parteciparono molti giovani lucani, fra cui il fratello di Pietro, Michele Lacava, Aurelio Casale di Spinoso, Graziano e Gerardo Marinelli di Abriola, Michele Del Monte di Moliterno. Il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 30, in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Martino.”.

Nel 20 agosto 1860, la missione di PIETRO LACAVA per convincere LIBORIO ROMANO

Memor (Raffaele De Cesare), nel suo “La fine di un Regno”, ed. …….., in proposito, a p. 437 scriveva che: “Il governo prodittatoriale fece partire, nella notte dal 20 al 21, Pietro Lacava per Napoli, dando a lui, non una lettera, come si disse, ma la copia degli atti dell’insurrezione, che il Lacava nascose in fondo alla vettura. E partì. Giunto in Auletta, si trovò in mezzo ai soldati bavaresi, che l’avrebbero fucilato, se fosse stata perquisita la carrozza. Lo salvò un vecchio prete, chiamato Caggiano, il quale disse agli ufficiali, che quel giovane era figliuolo del giudice Baccicalupi, destituito dal governo insurrezionale. E Lacava passò. Giunto a Napoli, andò subito da don Liborio, a casa; e gli espose la gravità della situazione, e tutt’i pericoli di un eccidio, perchè il governo insurrezionale disponeva, disse, di molte forze, e aveva il favore delle popolazioni di tutta la provincia. Don Liborio non rispose e non promise nulla. Lacava informò anche i due Comitati, invocando il loro concorso, per scongiurare il pericolo, che minacciava la rivoluzione. Il reggimento fu richiamato, e tornò a Salerno, la sera del 22, lasciando in Auletta vettovaglie e foraggi. Scongiurato il pericolo, la rivoluzione si affermò, in tutta la Basilicata, e si estese nelle vicine provincie di Avellino, Salerno e Bari, senza più mistero.”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a pp. 148-149, in proposito scriveva che: “Raggiunta Auletta il giorno dopo, il Dittatore raccoglieva l’omaggio di Giacinto Albini e dei maggiori esponenti della provincia lucana, alla quale indirizzò un commosso messaggio: “…………………”. Da Auletta Garibaldi decretava la fine della Prodittatura lucana e nominava Giacinto Albini governatore generale della provincia con poteri illimitati. Invero il governo dei prodittatori aveva bene operato. Fra il 19 agosto e il 6 settembre aveva creato dal nulla un apparato militare efficiente e disciplinato; dislocato ai confini dell’avellinese alcune centinaia di insorti agli ordini di Nicola Mancusi allo scopo di provocare la insurrezione dell’Irpinia; provveduto a presidiare le “strette” di Lauria ed Auletta; mandato Francesco Pisanti di Ruoti a impossessarsi con un colpo di mano dell’approvvigionamento etc…Aveva pure affidato a Pietro Lacava la segreta missione di ottenere da Liborio Romano, Ministro degli Interni, il richiamo da Auletta delle truppe ivi concentrate, che, per la naturale fortissima posizione, avrebbero potuto rendere problematica l’avanzata del corpo volontario proveniente dalla via delle Calabrie. Il giovane Segretario del Governo prodittatoriale così riferiva l’esito della missione al capo dello stato maggiore rivoluzionario, Carmine Senise: “Giacinto Albini e Nicola Mignogna mi fecero partire la sera del venti agosto portando meco gli atti del Governo provvisorio per una missione importante sia presso il Comitato Centrale sia presso Liborio Romano, per esporre la gravità della situazione e per evitare il pericolo che minacciava l’insurrezione di fronte alle truppe regie scaglionate in Auletta e gli eccidi che vi sarebbero succeduti. Compii questa missione in Napoli la sera del ventuno e la mattina del ventidue. Mi abboccai specialmente con Giuseppe Lazzaro, con Filippo De Blasis, con altri membri del Comitato e con Liborio Romano, al quale mi presentai con un biglietto del Lazzaro. Il Romano mi ascoltò, non mi rispose e nulla mi promise. Ma la stessa sera del giorno ventidue quelle truppe che erano dislocate ad Auletta furono richiamate e acquartierate a Salerno. Onde è lecito da tale episodio argomentare, che Liborio Romano, appena convinto che Garibaldi avrebbe preceduto il Cavour “nella corsa per Napoli”, intensificò i suoi rapporti col Comitato e, rinunciando a chiedere, secondo gli accordi precedentemente interceduti, lo sbarco dei soldati stivati sulle navi piemontesi ancorate nel porto, trasferì il tradimento a favore del Dittatore e dei suoi volontari e sguarnì Auletta, in tal guisa facilitando la marcia delle camicie rosse.”. Nicola Nisco (….), nel suo “Francesco 2°”, ed….., Napoli, 18….., a p. 79, in proposito scriveva: “La Dora nella sua rotta mi lasciava in Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito, ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi: non aver missione d’indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito all’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’esercito, e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunziamento alla spagnola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. Soggiungevano non essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi che non si sono battuti contro i proprii concittadini in rivoltura, e nol saranno i napoletani se non si batteranno; avrebbero nome di traditori se, essendovi ancora il re, innalzassero o seguissero la bandiera di un altro principe. Molto discorsero sull’effetto dissolvente prodotto nell’esercito dalle demissioni del generale Nunziante, le quali avevano fatto venir meno nell’ uffizialità il sentimento della stabilità della dinastia. Da questo convegno io ritornava col convincimento del trionfo sicuro della causa dell’ unità, e dello inevitabile disfacimento dell’ esercito, il quale se non seguì l’esempio del toscano, ne fu cagione principalmente l’essere stata la bassa forza col sistema della sostituzione e dei cambi ridotta affatto separata dalla borghesia, e divenuta, col sistema dello spionaggio, nemica dell’ufficialità. E cotal mio convincimento espressi schiettamente al Persano quando mi comunicava il telegramma allora ricevuto dal Cavour che diceva: << Nunziante è a Berna; etc…”.

IL COLONNELLO BOLDONI

Da Wikipedia leggiamo che il colonnello CAMILLO BOLDONI, sotto falso nome, giunse a Napoli il 15 luglio 1860 e poté finalmente riabbracciare la famiglia. Si trovò subito sommerso dalle dispute tra le varie correnti dei cospiratori, che si erano riuniti sotto un Comitato Centrale, ma non avevano sopito le loro liti. Tra loro c’era chi avrebbe voluto una nuova e più liberale Costituzione, chi voleva una Repubblica garantita da Garibaldi e chi voleva l’Italia riunita sotto la guida del Re di Sardegna. Erano comunque tutti d’accordo che non si sarebbe potuto ottenere nulla senza una vittoria militare e che senza uomini e senza armi questa non si sarebbe potuta ottenere. Bisognava raccogliere e guidare, come si stava facendo in Sicilia, i volontari che si stavano raccogliendo nell’Italia Meridionale e, al tempo stesso, non si poteva rifiutare l’aiuto offerto dal Re di Sardegna. Dopo quasi un mese di trattative, incalzati dalla vittoria di Garibaldi a Milazzo che sanciva la conquista della Sicilia, giunsero a un compromesso e nominarono Prodittatori Giacinto Albini e Nicolò Mignogna. A Camillo Boldoni fu affidato il Comando Militare dell’insurrezione e il 10 agosto i tre partirono per la Basilicata. Mignogna e Albini erano entrambi repubblicani, il primo, uomo di Garibaldi, avrebbe voluto per sé il comando militare ed entrò subito in contrasto con Boldoni. L’altro, più prudente, fungeva da ago della Bilancia e aveva in mano la carta vincente. I volontari che si adunarono numerosi il 14 e 15 agosto a Corleto erano, infatti frutto della sua paziente opera di proselitismo. Dopo due giorni fu insediato a Potenza un governo provvisorio in nome di Vittorio Emanuele e del dittatore Garibaldi. Boldoni accettò il compromesso, che fu aspramente criticato a Torino, e prese saldamente in mano il compito che gli era stato affidato. In poche settimane estese la rivolta alla parte settentrionale della Puglia e, per la fine di agosto la fascia dal Tirreno all’Adriatico, da Salerno a Barletta fu in potere degli insorti. Le armi arrivavano dai disertori dell’Esercito Borbonico, e grazie alle donazioni generose dei cittadini e alle sovvenzioni sabaude. Garibaldi il 31 agosto entrò a Cosenza festosamente accolto e il 5 settembre arrivò ad Auletta, dove Boldoni gli consegnò in nome del Re l’Esercito Meridionale. Il primo provvedimento di Garibaldi fu anche questa volta l’esonero di Boldoni dal comando. Il 7 settembre si recò in treno da Salerno a Napoli mentre si svolgeva la festa di Piedigrotta. A primi di ottobre si combatté al Volturno e gli ultimi fedeli di Francesco II. L’esito della battaglia fu incerto ma i borbonici si attestarono al di là del Garigliano. A cose fatte arrivò l’Esercito Piemontese e a fine ottobre Garibaldi attese Vittorio Emanuele a Teano. Il loro colloquio si svolse, a cavallo, senza testimoni. Non si sa cosa si dissero, ma possiamo ipotizzare che Garibaldi, conscio del provvidenziale aiuto ricevuto dall’Esercito Meridionale, nella battaglia del Volturno, abbia consegnato le terre conquistate al Re e gli abbia chiesto per i suoi uomini il giusto premio per le loro imprese. La risposta del Re, qualunque fosse stata la richiesta, non soddisfece Garibaldi, che girò il cavallo e raggiunse la sua scorta. Si racconta che quel giorno il Generale abbia mangiato pane e cipolle seduto su un muretto. L’offesa si concretizzò il 6 novembre quando Garibaldi schierò il suo esercito nel Largo di Palazzo per presentarlo al Re e questi non venne. Dopo due anni Garibaldi fu ferito sull’Aspromonte e dopo sei fu sconfitto a Mentana. Visse i suoi ultimi anni a Caprera sorvegliato come un elemento pericoloso, ma circondato dall’affetto di quanti lo stimavano. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 125, in proposito scriveva che: “Varie ragioni addussero un ritardo nel movimento della Provincia di Salerno. Anzitutto la presenza nel capoluogo ed in Eboli di molte truppe e di mercenari bavaresi, dissensi tra i due Comitati di Napoli, necessità di denaro, di armi, di capi militari. Narra il Racioppi che il colonnello Boldoni, per destare un movimento nel distretto di Sala, inviò a quella volta cinquecento armati sotto il comando di un liberale della Basilicata, il sig. Francesco Pallavicini; ma gli abitanti della contrada non vollero aiuti di estranei.”. Mazziotti però in questo passaggio cita per errore “Francesco Pallavicino” ma si tratta di FRANCESCO POMARICI. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 79, in proposito scriveva che: “Oltre a quella già accennata, bisogna aggiungere la presenza di non pochi soldati e mercenari bavaresi in Salerno ed in Eboli. Si vuole che il colonnello Camillo Boldoni di Barletta, già distintosi alla difesa di Venezia (9), per attizzare il fuoco nel distretto di Sala Consilina vi avesse fatto andare di proposito Francesco Pomarici (10) di Basilicata a capo di cinquecento bavaresi armati, ma quel municipio apertamente protestò, dichiarando di non avere bisogno di aiuto (11). I due Comitati napoletani, l’uno detto Unitario l’altro dell’Ordine, erano in dissapore, giacchè vedevano diversamente l’esito etc…”. De Crescenzo, a p. 79, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Boldoni (1813-94), dopo la campagna garibaldina, passò nell’esercito regolare e raggiunse il grado di Generale. Fu anche deputato al Parlamento.”. De Crescenzo, a p. 79, nella nota (10) postillava che: “(10) Non Pallavicini, come erroneamente dice il Mazziotti.”. De Crescenzo, a p. 79, nella nota (11) postillava che: “(11) G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata etc…, Bari, Laterza, 1910; M. Lacava, Cronistoria documentata etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla parte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; (e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”.”. Sul colonnello Boldoni, Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 22 in proposito aggiungeva: “A Napoli, nel luglio, gli esuli moderati rientrati dal Piemonte s’impossessarono del Comitato dell’Ordine. I moderati salernitani, non potendo fare altrettanto col comitato locale, ne crearono uno loro comprendendo Sergio Pacifico, Modestino Faiella, Giovanni Luciani. Sicchè non solo a Napoli si ebbe un Comitato progressivo e uno conservatore, ma anche a Salerno. A Salerno però il comitato conservatore non ebbe voce in capitolo al momento dell’insurrezione. L’altro era troppo attivo e troppo provato dai dinieghi precedenti. Il Comitato dell’Ordine, quello conservatore di Napoli, riuscì ad inviare il colonnello Boldoni in Basilicata e a controllare in certa misura Giacinto Albini, nonostante a questi si affiancasse risolutamente Nicola Mignogna, mazziniano. Etc…”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 22 in proposito aggiungeva: “A Napoli, nel luglio, gli esuli moderati rientrati dal Piemonte s’impossessarono del Comitato dell’Ordine. I moderati salernitani, non potendo fare altrettanto col comitato locale, ne crearono uno loro comprendendo Sergio Pacifico, Modestino Faiella, Giovanni Luciani. Sicchè non solo a Napoli si ebbe un Comitato progressivo e uno conservatore, ma anche a Salerno. A Salerno però il comitato conservatore non ebbe voce in capitolo al momento dell’insurrezione. L’altro era troppo attivo e troppo provato dai dinieghi precedenti. Il Comitato dell’Ordine, quello conservatore di Napoli, riuscì ad inviare il colonnello Boldoni in Basilicata e a controllare in certa misura Giacinto Albini, nonostante a questi si affiancasse risolutamente Nicola Mignogna, mazziniano. Nel complesso, i moti di Basilicata risentirono in larga misura di direttive moderate. Qui nel salernitano, i democratici si imposero con estrema decisione. Giovanni Matina, liberato dal carcere e corso in Sicilia da Garibaldi per ricevere istruzioni, n’era tornato con la notizia che lo sbarco sul continente sarebbe avvenuto non più tardi del 15 agosto. Aveva poi spaccato, come sappiamo, il napoletano Comitato dell’Ordine e dato vita a quello Unitario. Il Comitato dell’Ordine, sapendo che niente poteva avvenire nel Salernitano senza Matina e non essendo in grado di scavalcarlo, cercò di accattivarselo o, meglio, di affermare su lui e sul Salernitano la propria giurisdizione, conferendogli in data 10 agosto “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata”. La lotta fra il Comitato dell’Ordine e quello Unitario, di cui troviamo testimonianza in documenti noti, si rivela attraverso una serie di colpi drammatici. Nel mandato che il Comitato etc…Matina tagliò corto, non tenne conto del mandato e accettò invece quello del Comitato Unitario, di cui egli stesso era esponente. Cosicchè in data 23 agosto “in nome di Garibaldi e del suo rappresentante Agostino Bertani” si deliberava: “…il cittadino Giovanni Matina…si porti in provincia di Salerno e propriamente nel distretto di Salerno, Sala e Campagna in qualità di alto Commissario Politico e Civile, il che comporta imperio assoluto in talune circostanze anche sul potere militare.”. Mandato, come si vede ben più ampio e sostanzioso di quello che il comitato rivale aveva cercato d’insinuare.”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a pp. 148-149, in proposito scriveva che: Invero il governo dei prodittatori aveva bene operato. Fra il 19 agosto e il 6 settembre aveva creato dal nulla un apparato militare efficiente e disciplinato; dislocato ai confini dell’avellinese alcune centinaia di insorti agli ordini di Nicola Mancusi allo scopo di provocare la insurrezione dell’Irpinia; provveduto a presidiare le “strette” di Lauria ed Auletta; mandato Francesco Pisanti di Ruoti a impossessarsi con un colpo di mano dell’approvvigionamento del VI reggimento di linea, ricavandone un bottino di dodici barili di polvere, due botti di proiettili, novantacinque fucili, cinque carri di biada, quaranta cantaia di gallette.. Niccola Nisco (…), nel suo “Francesco II”, a pp. 102, in proposito scriveva che: …ed egli il mio parere accogliendo, spediva, secondo narra il Persano nel suo Diario sotto la data del 17 agosto, con la Costituzione ed il Tanaro, casse contenenti armi e munizioni da mettersi a mia disposizione, e che, a forma i concerti presi col Persano, furono dalla squadra di polizia di Vincenzo Bruno sbarcate e depositate in un magazzino appositamente affittato. E anzi che le armi arrivassero era stato spedito il colonnello Camillo Boldoni, uomo di grande ardire e di provata fede, in Basilicata, ove esistevano già due comitati rivoluzionari, quello di Corleto e l’altro di Potenza, i quali sotto gli ordini del comitato centrale di Napoli avevano strette relazioni coi comitati delle Puglie, delle tre Calabrie, dell’ Avellinese e del Salernitano, e stabilito d’inaugurare nei loro monti la rivoluzione.”. Niccola Nisco (…), nel suo “Francesco II”, a pp. 103, in proposito scriveva che: Già Pietro Lacava e Giacinto Albini avevano ispirato negli animi dei robusti Lucani la impazienza della riscossa, quando ivi arriva il Boldoni con ordine di passare, dalla politica della parvente freddezza, all’azione. Stabilito a Corleto il comitato centrale lucano la provincia venne divisa in dodici sottocomitati, dai quali dipendevano i comunali, formato il tesoro della insurrezione dato in custodia a tre maggiori proprietari, e spediti messi a Bari, Cosenza, Avellino, Salerno, le bande armate senza indugio si organizzavano, e Corleto il 17 agosto si moveva in rivoltura, e con un programma il Boldoni annunziava di marciare su Potenza. Infatti nello stesso giorno entra in Tricarico, assale la caserma dei gendarmi e li disarma. All’annunzio della marcia del Boldoni la mattina del 18 agosto, due giorni prima dello sbarco del Garibaldi su quel di Reggio, Potenza insorgeva, ed una fortissima colonna di gendarmi guidata dal capitano Castagna si schierava sulla piazza……Subito fu organato il governo provvisorio composto di Niccola Mignogna e Giacinto Albini prodittatori di Garibaldi e di due segretari e direttori della insurrezione lucana Pietro Lacava e Giovambattista Matera, i quali spiegarono un’attività prodigiosa. Questo governo prodittatoriale ordinava un comitato di pubblica sicurezza, un altro d’ingegneri per le barricate, e prescriveva la intestazione degli atti pubblici in nome di Vittorio Emmanuele re d’ Italia e di Giuseppe Garibaldi dittatore delle due Sicilie. A sua volta il Boldoni con meravigliosa energia organizzava militarmente quattro mila uomini di guardie nazionali e di volontari e abilmente gli scaglionava sugli Appennini per troncare le comunicazioni dei regi delle Calabrie con quelli del Salernitano. Il giorno 19 agosto Giuseppe Lazzaro cominciava a pubblicare in Napoli il bollettino della rivoluzione lucana magnificandone la estensione. Così la Basilicata risolveva il problema messo dal Cavour alle provincie napoletane con lettera del 9 agosto, etc…”. Enrico Ajello (….), nel suo “Lucania 1860”, a p. 144, in proposito scriveva che: “Più oltre, nelle gole di monti che precedono Lauria, anche un modesto presidio di soldati borbonici poteva rappresentare un insuperabile ostacolo per la debole scorta dell’Eroe, la cui marcia doveva invece proseguire fulminea. A Rotonda si ignorava ancora che da Potenza il colonnello Boldoni aveva fatto muovere una colonna di insorti agli ordini del capitano Lavecchia, proprio per raggiungere da “tergo” la gola montuosa di Lauria e disinfestarla dal presidi dell’esercito regio. D’altra parte, il Generale, col suo dispaccio del 31 agosto da Agrifoglio, aveva dettato: “restate fermi e organizzate la nostra ivoluzione. Non fa bisogno venir voi all’incontro. Sarò io che verrò quando parmi fra voi. Dite al mondo che ieri coi miei prodi Calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio. Etc..Parto per Rogliano.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a p. 88, in proposito scriveva che: “I due Comitati spedirono da Napoli in Basilicata ad organizzare e comandare le armi il colonnello Camillo Boldoni, uomo di grande ardire e di provata fede e che aveva dato prove del suo patriottissmo e del suo imperturbabile coraggio in Venezia ed in Lombardia. Egli non potè, benchè le necessità della guerra il consigliassero, tenere nelle sue mani il supremo indirizzo delle cose pubbliche, che vi giungeva contemporaneamente, qual delegato di Garibaldi, Nicola Mignogna, mazziniano, di spiriti focosi, di ogni sapere civile e militare ignorante, e vago di conservare a sua parte il potere, pure acclamando ‘Vittorio Emmannuele re d’Italia’.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a p. 103, in proposito scriveva che: A sua volta il Boldoni con meravigliosa energia organizzava militarmente quattro mila uomini di guardie nazionali e di volontari e abilmente gli scaglionava sugli Appennini per troncare le comunicazioni dei regi delle Calabrie con quelli del Salernitano. Il giorno 19 agosto Giuseppe Lazzaro cominciava a pubblicare in Napoli il bollettino della rivoluzione lucana magnificandone la estensione.”.

IL GENERALE PIANELL

Nell’agosto 1860, il generale PIANELL, Ministro della Guerra ed i contrasti con altri generali

Sempre da Wikipedia leggiamo che, in seguito alla nomina di Ministro della Guerra borbonico, ebbe notevoli contrasti con alcuni generali. A corte, intanto, le insinuazioni di Francesco di Borbone, conte di Trapani che accusavano Pianell di avere relazioni con i comitati rivoluzionari non impedirono a quest’ultimo di proseguire il suo lavoro e formare le brigate e le divisioni del nuovo esercito continentale. Per il comando in capo, Pianell decise per il generale Giambattista Vial, in considerazione del fatto che era giovane e istruito, non era stato coinvolto nei fatti di Sicilia, ispirava fiducia al re e non era osteggiato dalla truppa. Soprattutto era uno dei pochi disponibili. Vial accettò volentieri l’incarico, ma non tutti i comandanti erano entusiasti. Il generale Bartolo Marra Il 2 agosto telegrafò lamentando la mancanza di istruzioni e carte topografiche e qualche giorno dopo mandò un telegramma nel quale, con espressioni irrispettose, si considerò esonerato dal comando. L’avvenimento fece molto scalpore; Pianell dovette rimproverare il generale e questi rispose ancora in modo insolente, fin quando, l’8 agosto, venne richiamato a Napoli e messo agli arresti a Castel Sant’Elmo. In quegli stessi giorni, l’ex collega di Pianell Mariano d’Ayala inviato da Cavour per favorire la causa italiana, propose al Ministro della Guerra di passare con l’esercito borbonico al Piemonte, ottenendone un rifiuto.

(Fig. n…) – Ritratto fotografico del generale Pianell

Francesca Bellavigna (….), nel suo “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua Introduzione, a pp. 605-606, in proposito scriveva: “In questo filone di ricerca si collocano i ventisei Diari di Eleonora Ludolf Pianell che fanno parte del Fondo Manoscritti del Gen. Pianell, presente presso la Società Napoletana di Storia Patria. Nel 1901 infatti Eleonora, vedova del Generale, donava alla Società le carte ufficiali appartenute al marito riguardanti la sua carriera militare nell’esercito borbonico. Nel 1906, con una seconda donazione, consegnava alla stessa Società i suoi ventisei Diari, che vanno dal 1863 al 1891. Non furono donati alla Società Napoletana i Diari degli anni precedenti….la stessa Eleonora nel 1902 pubblicò alcune pagine scelte dei Diari unitamente ad alcune lettere del marito con il titolo: Il generale Pianell, memorie (1859-1892), Firenze, Barbèra, 1902….I Diari di Eleonora Ludolf Pianell sono ventisei semplici quaderni, scritti fitti fitti,….Nei Diari di Eleonora Ludolf Pianell si ha come una parziale continuazione della vita del Gen. Pianell. Fino al 1860 sono i documenti ufficiali militari che ci rimandano la figura dello stratega ed anche nelle pagine dei Diari si registra spesso l’assenza del generale, che preferiva trovarsi in mezzo ai suoi soldati in guerra o ai campi militari, etc..”. Da Wikipedia leggiamo che GIUSEPPE SALVATORE PIANELL fu nominato Ministro della Guerra del Regno delle due Sicilie nel luglio 1860, nei giorni cioè dell’Impresa dei Mille. Favorevole ad un’alleanza con il Piemonte e all’applicazione della costituzione promulgata da Francesco II, si trovò per questo avversario di buona parte della corte borbonica. Diede le dimissioni dopo poche settimane di ministero e, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia, chiese e ottenne di entrare nell’Esercito italiano con il grado di generale. In questa fase, il governo, di fronte al rifiuto di alcune guarnigioni di obbedire alla Costituzione temette un complotto di cortigiani reazionari e si decise per un rinnovamento a favore di personalità più liberali. Il giorno dopo il Consiglio di Guerra, il 14 luglio 1860, Pianell fu nominato Ministro della Guerra al posto di Ritucci, e Liborio Romano sostituì il Ministro degli Interni Federico Del Re. Raffaele De Cesare (Memor)(….), nel suo “La fine di un Regno”, Città di Castello, ed. S. Lapi, 1909, Parte II, “Regno di Francesco II”, a pp. 325-326, riferendosi al generale Clary, in proposito scriveva che: “Le lettere di lui sono sottoscritte D’Artagnan, e datate tutte da Civitavecchia nel luglio del 1863, quando il De Sivo apparecchiava la sua celebre storia. Egli ignorava che il Pianell aveva formato tutto un piano di resistenza sul continente, poiché in quanto alla Sicilia, così egli che i suoi colleghi del ministero e il Re erano di accordo che non si potesse più difenderla. La riuscita del piano del ministro della guerra esigeva, come condizione imprescindibile, che il Re si mettesse alla testa delle truppe; ma non fu potuto eseguire per le incertezze di costui. Achille Afan de Rivera, aiutante di campo del generale Pianell, mi afferma ch’egli andò tre volte a fare imbarcare i cavalli del ministro per Pizzo e per Sapri, e tre volte ordinò che fossero sbarcati. Le esitanze del Re furono caratteristiche in quei giorni, esitanze militari e politiche, che fecero veramente trionfare la rivoluzione da Reggio a Napoli. Certo la condotta del Pianell si presta agli attacchi dei suoi nemici e soprattutto di quelli in mala fede. Certo la condotta del Pianell si presta agli attacchi dei suoi nemici e soprattutto di quelli in mala fede. Al
Pianell non uomo politico, e per giunta ministro costituzionale, sfuggiva il solo concetto esatto, che per rimediare in modo concludente a quello sfacelo, bisognasse far fronte indietro: ritogliere la Costituzione, rimandare gli esuli fuori del Regno, fucilare Liborio Romano e far marciare il Re nelle Calabrie a capo dell’esercito. Altro rimedio non era possibile per salvare il Regno. Ma mancava l’uomo, mancava il principe, e non si sentiva più il pungolo del proprio dovere, soprattutto dai militari. Tutti concorrevano a far precipitare le cose perchè nessuno mostrava di avere più interesse a conservare quell’ordine politico. L’edifìzio crollava da ogni parte. Il Pianell ha lasciate le sue Memorie, con obbligo che non dovessero pubblicarsi che alla morte dei suoi coetanei, e le Memorie sono in potere della vedova di lui, tuttora vivente. L’Afan de Rivera, che ha conservato per il Pianell sincero affetto, mi dice che più volte egli ha fatto vive premure perchè fossero pubblicate, ritenendo che la condotta del generale in quei tristi giorni ne uscirebbe pienamente giustificata.”
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(Fig. n….) – Fotografia di Gaetano Sacchi

Nel 17 luglio 1860, a Palermo l’arrivo dei volontari garibaldini del colonnello Gaetano SACCHI    

Da Wikiedia leggiamo che le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi. Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Wikipidia rimanda alla nota (4) e scrive: “Sul viaggio degli 800 partiti sul Washington vedi la lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi.“. Da Wikipedia leggiamo che il colonnello Gaetano Sacchi, nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Della “Brigata Sacchi” abbiamo le memorie del colonnello Gaetano Sacchi pubblicate da Renato Sòriga.  Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. I volontari della Brigata Sacchi furono a Sapri, dove si imbarcarono per Napoli, il giorno 10 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46º Fanteria, infrenato dalla volontà di Garibaldi e da una serie di considerazioni politiche e militari, sbuffava come il generoso cavallo di battaglia al suono della tromba, quando udiva i racconti dei miracoli dei suoi amici in Sicilia. Attorno a lui fremeva una nobile schiera di giovani animati dai più generosi sentimenti di patriottismo, di abnegazione, di virtù civili e militari; la più parte di questi giovani appartenenti alle provincie Venete e vincolati per 18 mesi al servizio militare. L’indirizzo del Generale Garibaldi a tutte le forze degl ‘ Italiani bastò a rompere le dighe che conteneano quei generosi; i riguardi politici tacquero, e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionato del 46° per attendere all ‘ imbarco di altra gente appartenente alla spedizione. Tre giorni dopo arrivavano a Palermo dove Sacchi organizzò subito una brigata di 4 battaglioni, e li addestrò nelle manovre coadiuvato dai suoi bravi compagni. Non potè partire subito per poter raggiungere Garibaldi perchè gli mancavano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro-Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che, sul finire del mese di Luglio e ai primi di Agosto, dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”

SUL CONTINENTE NELLE CALABRIE

Nell’8 agosto 1860, al Faro, il primo tentativo di passare alle Calabrie, la compagnia di SACCHI e MUSOLINO   

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro- Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 120, in proposito scriveva: “Il giorno 8 agosto il Generale Garibaldi comunicava a Sacchi l’intenzione di far passare l’istessa notte una mano di soldati in Calabria onde sorprendere il Forte Cavallo, la di cui possessione avrebbe agevolato il passaggio delle sue forze, impedendo e molestando la crociera dei bastimenti da guerra borbonici. Sacchi colse questa occasione per chiedergli che soldati della sua Brigata facessero parte di quella spedizione: essi anelavano di trovar l’occasione di potersi distinguere al pari dei loro compagni che li precedettero in Sicilia, ed egli non la lasciava sfuggire. Una compagnia di 100 e più uomini scelti fra i migliori di tutte le compagnie, fu destinata a quell’arrischiata impresa. Il capitano Racchetti fu preposto al comando, gli ufficiali Corti e Perelli a coadiuvarlo; tutti tre giovani distinti e superiori ad ogni elogio sotto tutt’i rapporti. Alle 5 della sera dell’ 8 agosto al Faro superiore si raccoglieva la Compagnia, e si distribuiva a ciascuno 60 cartuccie ed una coperta di lana, poichè sebbene il caldo fosse eccessivo nel giorno in quei luoghi, assai umida e fredda è la notte; Questa compagnia sorpassava 130 uomini, ma non più che 100 poterono toccare la spiaggia delle Calabrie….”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL. Da Milazzo a Napoli. Dopo aver battuto a Milazzo le migliori truppe del Borbone e obbligata la guarnigione il 23 luglio a capitolare, Garibaldi s’era rapidamente portato in Messina. Egli era ormai padrone di tutta la Sicilia, tranne Messina, Augusta e Siracusa. Il generale Medici non tardò ad impossessarsi di Messina che non resistette. La punta del Faro e la costa fra il Faro e la città vennero fortificati. Ormai non si pensava più che a passare lo stretto, e, a tale scopo, a riunire forze sufficienti per abbattere gli ostacoli accumulati sulle coste di Calabria e per ispazzar via le truppe agglomeratevi. Garibaldi per un momento vagheggiò l’idea di comparire innanzi a Napoli e tentare uno di quei colpi di mano dei quali aveva il genio, ma l’abbandonò e lo sbarco ebbe luogo a Melito. Etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto. Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro , cercando di eseguire il passaggio in altra parte….Etc…”.

LA CALABRIA INSORGE E LE TRUPPE DI STOCCO

Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 265 e ssg., in proposito scriveva che: “Dalle provincie arrivavano notizie gravissime. La Basilicata era insorta e percorsa da colonne di armati che sostenevano i Governi pro-dittatoriali; lo stesso accadeva in Calabria, dove famiglie ricchissime, come quelle dei Morelli, Compagna, Stocco, Quintieri, Baracco, capeggiavano i comitati o li sovvenzionavano. A Cosenza sacerdoti e monaci, tolto l’abito talare, indossavano la camicia rossa e diventavano cappellani delle squadre di insorti. La rivoluzione, insomma, inarrestabile, dilagava, e, come giuzzar di fiamme, si propagava da un paesino all’altro, da città a città, da regione a regione. Ma erano minoranze a compierla, chè il popolo grosso, quando non prendeva le armi, come a Bari, Matera, Bovino, Ariano, e, furente, massacrava o cacciava via i “settari”, nemici del Re, assisteva attonito, passivo a quei profondi rivolgimenti.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme, leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres, leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands, me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres, où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 139, in pproposito scriveva che: “Oltre a tutte le suddette manchevolezze e debolezze delle truppe regie, aiutò Garibaldi, durante tutta la sua avanzata in Calabria, un altro fattore, il più efficace a rendere le truppe incapaci di lottare e neutralizzare dappertutto l’azione: l’insurrezione scoppiata in ogni punto del territorio calabrese non appena il primo soldato garibaldino ebbe posto piede sulla terraferma. A ciò aggiungevasi un secondo fattore: che il basso clero, in Calabria come già in Sicilia, si pose alla testa della insurrezione. Dappertutto le popolazioni, scacciate le autorità, istituivano governi provvisori e inalberavano il tricolore; in ogni villaggio il popolo si sollevava e accorreva ai punti di adunata. In pochi giorni, oltre 20.000 Calabresi, si movevano e prendevano le armi, anche se queste non erano che vecchi fucili e pesanti schioppi. Il barone Stocco, che organizzò l’insurrezione a San Pietro, chiedendogli Garibaldi quanti uomini fosse in grado di armare, rispose – ed era verissimo: tanti, quanti fossero i fucili. Furono subito portati 10.000 fucili da Messina a Nicastro. La confusione e lo scoraggiamento nell’esercito napoletano aumentavano di giorno in giorno, con l’avanzata di Garibaldi e col dilagare dell’insurrezione. A San Pietro, 7000 uomini delle truppe napoletane fuggirono dinanzi agli avamposti dell’esercito garibaldino. Etc..”

Nel 10 agosto 1860, le armi inviate dal Governo Piemontese ai rivoluzionari della Calabria dello STOCCO

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza etc…. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Mazziotti cita il testo di Michele Lacava, fratello di Pietro che, scrisse “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895. Dunque, Mazziotti riporta la lettera di Giacinto Albini dell’agosto 1860 che scriveva a……… L’Albini, nell’agosto del 1860 scriveva: “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1). Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria. Rispondete immantinente. Poscia Garibaldi con poderoso esercito etc…Spero trovarmi presto tra voi. Addio”.”.  Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria di Michele Lacava narra del lungo lavorio che precedette questi accordi.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Dunque, Mazziotti postillava che il Lacava a p. 390 riportava una lettera di Giacinto Albini. Sulle armi consegnate ai Calabresi, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2).. Dunque, Mazziotti, a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2). Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria”(3).”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Sulle armi sbarcate in Calabria nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Nel Diario di Persano si legge… Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria” (3). Il 23 agosto lo stesso Persano scrive “Mando il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno”, ma essendo avvenuta una avaria gli sostituì il Governolo. Questo legno tornò il 26, ma nel Diario non è detto se avesse, e su quale spiaggia avesse sbarcato le armi. “La spedizione del Dora” scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria etc…(4).”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (3) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Mazziotti, cita il “Diario” dell’Ammiraglio Persano, Carlo Pellion di Persano, ammiraglio della marina Piemontese inviato da Cavour a Napoli. Si tratta dell’opera di Pellion Carlo, conte di Persano “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870. Mazziotti, a p. 70, in proposito scriveva ancora che: “Il Nisco narra un importante episodio. Egli scrive: “……”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Nisco, Francesco 2°, pag. 97.”. Mazziotti, a p. 70, nella nota (1) postillava: “(1) Nisco, op. cit., p. 97.”. Si tratta dell’opera di Nicola Nisco (….), e del suo “Francesco II Re”, pubblicato a Napoli, nel 1883 per i tipi di Morano. Infatti, Nicola Nisco (….), nel suo “Francesco II Re”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Ripigliando la narrazione nello svolgimento rivoluzionario, trascrivo dal Diario di Persano quando egli nota sotto la data del 10 agosto intorno allo sbarco dei fucili da me portati col piroscafo la ‘Dora’. “Di questi fucili mille dovevano essere sbarcati a Mondragone, di poco a nord dalle foci del Volturno; gli altri si dovevano depositare alla spiaggia di Salerno e rimetterli a Francesco Stocco. Un capitano mercantile di nome Domenico Antonio Ventura, ha preso imbarco sulla Dora per servire da pilota ed indicare il punto di approdo. Tutto questo venne combinato di accordo col Nisco, il quale trovò a presentommi il capitano Ventura per tale bisogno”. La spedizione del Dora per lo sbarco delle armi non fu completamente felice; quelle sbarcate a Mondragone etc…; altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata ed in Calabria etc…La Dora nella sua rotta (per il trasporto delle armi) mi lasciava a Salerno. Ivi andai a trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Ivi andai a trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali avea fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi di non avere missione di indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito a l’Italia qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Etc…”.

Nel 17-18-19 agosto 1860, Garibaldi da Palermo riparte per Messina, per il Faro e poi a Taormina e a GIARDINI, sulla costa orientale della Sicilia  

Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 171 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…” Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro a fare che abbandonare l’Isola.” E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria. Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000. Con questa nuova operazione si chiudeva l’impresa della spedizione di Sicilia, ed i Mille di Marsala raccoglievano la prima corona del loro trionfo sulla dominazione dei Borboni in una parte del reame.”. Pecorini, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. Etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, riferendosi a Pianciani, in proposito scriveva che: “Il 16 giunge a Palermo, ……scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, anche Garibaldi giunse a Palermo il 16 agosto 1860. Agrati, a p. 332 scrive che Pianciani incontrerà Garibaldi a Palermo il 17 agosto 1860. Quando riparte Garibaldi da Palermo ? Rustow partirà da Palermo e giunge a Milazzo con le truppe il giorno 18 agosto 1860. Agrati, a p. 342, in proposito aggiungeva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, sopra Porta nuova, il mattino del 17 s’era recato a visitare istituzioni, conventi, quartieri, percorrendo in carrozza scoperta le vie che portavano ancora ben visibili le tracce dello spietato bombardamento nemico, fra lo stupore e il crescente entusiasmo della popolazione etc….Poi verso mezzodì – alle 11 ant. dice il ‘Diritto’ in una corrispondenza pubblicata il 22 agosto – il Dittatore s’era imbarcato per Messina, ed era giunto al Faro il mattino successivo.”. Agrati, a pp. 342-343 scriveva che: “Al Faro Garibaldi si trattenne pochissimo, che salì con Sirtori nella Torre e che si stette mezz’ora in tutto, poi si rimise in cammino per Messina risalendo a bordo del Washington…..In questa corrispondenza, pubblicata dall’Unità Italiana il 25 agosto e datata da Messina il 19, si dice che Garibaldi espresse allora la sua intenzione di passare lo Stretto col Bixio, mentre, come vedremo, egli si decise a ciò soltanto quando giunse a Taormina. Il corrispondente, quindi sarebbe stato profeta, ma quella data del 19, cioè a passaggio avvenuto, lascia dubitare che già lo scrivente fosse informato della partenza da Giardini, e infatti come proscritto della lettera stessa si dice che “Garibaldi è sbarcato felicemente a Giarre”, pur osservando che Giarre è in Sicilia e non in Calabria e che in tal caso lo Stretto non lo avrebbe passato. Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin etc…”. A questo punto del racconto l’Agrati scrive della lodi che Garibaldi, nelle sue “Memorie” fece a Sirtori per la felice organizzazione delle truppe di Bixio che fece trovare pronte a Garibaldi a Giardini. (si veda pp. 342 etc.. o p. 345).  Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova. Una terza volta il Sirtori fu Prodittatore in Napoli il 14 settembre, ma egli già a Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva. Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilitàto di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente,  cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Occupammo dunque lo Stretto di Messina dal Faro a quella città; frattanto le colonne Bixio ed Eber (1) ci raggiungevano per le vie di Girgenti e Caltanissetta, e si formava una quarta divisione Cosenz. Dimodochè ci trovammo ben presto con una forza imponente per noi assuefatti ad averne ben pоса. Nello Stretto di Messina. Giunti allo Stretto bisognava passarlo. Sicilia reintegrata nella grande famiglia italiana era certo un bellissimo acquisto ! Ma che ? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompleta, monca, la patria nostra ? E le Calabrie e Napoli che ci aspettavano a braccia aperte ? Ed il resto d’ Italia ancora servo dello straniero o del prete? Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto. Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro , cercando di eseguire il passaggio in altra parte….Etc… (p. 374)a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria . Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “Giova qui narrare un incidente curioso successo a Giardini prima della nostra partenza per Calabria. Giunto in quel punto della costa orientale siciliana vi trovai il generale Bixio occupato ad imbarcare parte della sua gente e la brigata Eberard a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin. Il magnifico Torino aveva già molta gente a bordo ed era in buonissimo stato. Il Franklin all’incontro andava a picco, era quasi pieno d’acqua, ed il macchinista protestava che non poteva far viaggio in tale stato. Da ciò Bixio si trovava molto contrariato, e si disponeva a partire col Torino solo. Io però, essendo stato a bordo del Franklin, ordinai a quasi tutti gli ufficiali di bordo di gettarsi in mare, sommergersi e cercare se potevano trovare la falla (1). Mandai nello stesso tempo sulla costa per avere degli escrementi di animali erbivori, e con quelli fare della purina. Così riuscimmo a stagnare alquanto il legno; il macchinista si abbonì, e sapendosi che io – stesso andrei col Franklin, si cominciò ad imbarcare il resto della gente, sicchè verso le dieci pomeridiane navigammo verso la costa di Calabria, ove si giunse felicemente..”

LA MARINA SICILIANA DI GARIBALDI

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 207 e ssg., in proposito scriveva che: “Sgombra per la capitolazione di Messina del 28 di luglio l’ultima spanna di siciliana terra, il General Garibaldi e sul Faro per venirne in terra ferma a compimento di sua operosa epopea. Numerate sue schiere ai primi giorni di agosto, gli pare non potesse fare a fidanza che non soli ottomila uomini atti a venirne, con fortuna di animo pronto, a nuove venture; oltre a quattromila, o nuovi del tutto, o quasi nuovi ai cimenti di guerra, giovanotti siciliani (1). Pochi e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai da affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila soldati. Era pertanto evidente necessità del Dittatore così di accrescere il nerbo de’ suoi combattenti, come di svigorirne l’avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne arrestassero i passi o sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dai comitati di terra ferma, egli dava a quanti di suoi soldati nel richiedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; e al 6 dell’agosto fece sbarcare alle spiagge calabresi di Cannitello, di Altafiumana e di Bianco, manipoli di suoi soldati, condotti da un giovane e ardimentoso capo, il Missori; etc…”. Niccola Nisco (…), nel suo “Francesco II”, a p. 80, in proposito scriveva che: “Nell’avvenimento della caduta di Milazzo si appalesò un altro elemento di forza nato dalla rivoluzione; la marineria militare garibaldina. Ministro e comandante n’era creato con decreto del 13 giugno il Piola, dimessosi, col consenso del suo governo, dal comando dell’ Authion. Lo seguirono in Sicilia il Lercari, il Lovera, il Canevaro, il Palagi, il Denti, giovani desiderosi di battaglie, di glorie e fidi alla bandiera sabauda. Entrava pure nella marina siciliana col grado di capitano di vascello l’ardito comandante del 1848 e del Piemonte da Genova a Marsala, il Castiglia, e quasi tutti gli uffiziali della marina militare veneta non ammessi nella sarda; il Baldisserotto, il Sandri, il Marini, il Tilling ed altri. Ad essi furon dati regolarmente divise, assegni alla piemontese. Però se di uffiziali si aveva egregio numero, mancavano i marinari ed anche le navi: per marinari si avevano barcaiuoli e pescatori; per navi la sola Tuckery da guerra, gli altri erano piroscafi venuti da Genova, il Washington, il Franklin, l’ Oregon, il Piemonte, il Lombardo, dei quali il maggiore e ad elica, il Washington, non aveva che 1400 tonnellate di dislocamento e 250 cavalli vapore. Altri trasporti a ruote poi a furia comprava il governo dittatoriale in Inghilterra ed in Francia, quali la Vittoria , la Cambria, il Panther poi Plebiscito, la City of Aberdeen poi Rosolino Pilo, l’Indipendenza, il Calatafimi e il Ferruccio. Ed intanto con una sola nave da guerra, fregata di second’ordine, Garibaldi espugnava Milazzo, senza essere molestato dalla squadra borbonica composta di quattro pirofregate oltre gli avvisi e navi minori sotto il comando del controammiraglio Salazar, e preparavasi, non curandosi della forte crociera, a passare lo stretto e invadere le Calabrie; donde raccoglieva il suo piccolo esercito fra Gesso e Capo di Faro a fronte della flotta napoletana che, ancorata nelle acque dell’ Istmo per imbarcare il Bosco ed il suo patteggiato presidio e condurlo à Castellammare di Stabia, ricambiava saluti e visite di uffiziali con quella dell’ammiraglio Persano, il quale, a continuare il giuoco delle destrezze, riceveva con militari onoranze sulla sua capitana prima il dittatore trionfante, poscia l’ammiraglio borbonico.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 251 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Dittatore, che molto aveva sperato nella riuscita dell’impresa di Musolino, e aveva anche approntato uomini e navi per balzare sulla costa di fronte non appena avesse avuto notizia della conquista del forte di Alta Fiumara, visto fallire il progetto, decise di tentare lo sbarco più a Sud. A ciò, del resto, lo incitavano i messaggi che gli pervenivano dalla Marina borbonica. Documenti, che Carlo Agrati trovò nell’Archivio Sirtori, provano a sufficienza che Garibaldi non sarebbe mai riuscito a metter piede in Calabria se non avesse potuto contare sulla compiacenza – chiamamola così – di chi avrebbe dovuto sorvegliare lo Stretto. Le lettere messe in luce dall’Agrati erano dirette – come chissà quante altre prudentemente distrutte – a Garibaldi, ma poichè furono spedite nel periodo in cui il Generale si trovava in Sardegna, finirono al Sirtori, che Garibaldi aveva nominato comandante in capo dell'”Esercito Meridionale”. Il Sirtori conservò quegli scritti, ed eccone qui alcuni, i quali provano fino a che punto Francesco II era tradito. Il primo, in data 12 agosto, senza firma naturalmente, ma senza neppure uno pseudonimo come gli altri messaggi, reca: “Onorevole signor Generale – Questa notte ero etc..”. Bastano questi tre documenti a rivelare su quai preziosi aiuti poteva contare Garibaldi, e a spiegare come egli riuscì (certi miracoli sono impossibili) a passare sull’altra sponda dello Stretto, con alcune migliaia di uomini, senza che la crociera napoletana si accorgesse di nulla. La partenza avvenne da Giardini. Du vapori, il “Torino”, comandato da Bixio, e il “Franklin”, comandato da Garibaldi. Le navi impiegarono sei ore per raggiungere la costa calabra.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con l’altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”

Nel 1860, la flotta inglese presidiava la Sicilia e lo stretto di Messina

Da Wikipedia leggiamo che il 19 agosto 1860, eludendo la sorveglianza delle poche navi della marina borbonica, Garibaldi passò lo Stretto di Messina e sbarcò a sud di Reggio Calabria. Volendo sfruttare la superiorità numerica, Pianell e Francesco II ordinarono di concentrare gli attacchi sui nemici sbarcati; ma Vial, fin dal primo momento, perse i contatti con i suoi generali, i quali, d’altra parte, invece di tenere riunite le truppe le sfiancarono in marce inconcludenti. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 76-77, in proposito scriveva: “Francesco II spaventatissimo delle notizie del continuo avanzare di Garibaldi in Sicilia, volle tentare quanto aveva fatto il padre nel periodo della rivoluzione in Sicilia del 1848, cioè di ottenere dai Governi francesi ed inglesi l’uso delle flotte per circondare l’isola e evitare che il moto siciliano si propagasse nella Calabria, e fu accontentato. Francesco II° credette di rivolgersi al governo di Londra chiedendo quanto era stato fatto dal padre nel 1848. Per opera di un grande pugliese, Giacomo Lacaita di Manduria (Taranto) che viveva a Londra, fu sventato ogni tentativo presso il governo inglese di aderire alla richiesta di Francesco II°. E Garibaldi proseguì, indisturbato, nella sua azione di liberare il Regno delle Due Sicilie dal Borbone.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 251 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Dittatore, che molto aveva sperato nella riuscita dell’impresa di Musolino, e aveva anche approntato uomini e navi per balzare sulla costa di fronte non appena avesse avuto notizia della conquista del forte di Alta Fiumara, visto fallire il progetto, decise di tentare lo sbarco più a Sud. A ciò, del resto, lo incitavano i messaggi che gli pervenivano dalla Marina borbonica. Documenti, che Carlo Agrati trovò nell’Archivio Sirtori, provano a sufficienza che Garibaldi non sarebbe mai riuscito a metter piede in Calabria se non avesse potuto contare sulla compiacenza – chiamamola così – di chi avrebbe dovuto sorvegliare lo Stretto. Le lettere messe in luce dall’Agrati erano dirette – come chissà quante altre prudentemente distrutte – a Garibaldi, ma poichè furono spedite nel periodo in cui il Generale si trovava in Sardegna, finirono al Sirtori, che Garibaldi aveva nominato comandante in capo dell'”Esercito Meridionale”. Il Sirtori conservò quegli scritti, ed eccone qui alcuni, i quali provano fino a che punto Francesco II era tradito. Il primo, in data 12 agosto, senza firma naturalmente, ma senza neppure uno pseudonimo come gli altri messaggi, reca: “Onorevole signor Generale – Questa notte ero etc..”. Bastano questi tre documenti a rivelare su quai preziosi aiuti poteva contare Garibaldi, e a spiegare come egli riuscì (certi miracoli sono impossibili) a passare sull’altra sponda dello Stretto, con alcune migliaia di uomini, senza che la crociera napoletana si accorgesse di nulla. La partenza avvenne da Giardini. Du vapori, il “Torino”, comandato da Bixio, e il “Franklin”, comandato da Garibaldi. Le navi impiegarono sei ore per raggiungere la costa calabra.”.

LO SBARCO SUL CONTINENTE

I MANEGGI DI CAVOUR E DI NAPOLEONE III

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Garibaldi, in questo passaggio parla dei maneggi del partito di Cavour e scriveva che Cavour, contrariato per l’eventuale passaggio dalla Sicilia al Continente, fece di tutto per impedirlo tanto da chiamare in “sussidio” Napoleone III e la marina militare francese che comparse al Faro, ma in tale occasione lord John Russel “…imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Da Wikipedia leggiamo che intanto, mentre Garibaldi avanzava, erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita, come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano allo stesso Garibaldi, nelle quali si rappresentava il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti del generale nizzardo, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicari inviati al medesimo scopo. Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti Venosta, Nisco, Mariano D’Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti; d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, a p. 243 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “…………………….”. Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani.

SUL CONTINENTE NELLE CALABRIE

BENEDETTO MUSOLINO

Da Wikipedia leggiamo che Benedetto Musolino era figlio di Domenico Musolino e Francesca Starace, crebbe e fu educato in una famiglia di idee liberali, nella quale il padre e lo zio erano stati costretti all’esilio per aver partecipato alla Repubblica Partenopea. Matteo Mauro (….), nel suo “Biografia di Giovanni Nicotera”, dove, a p. 4, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Egli nacque il 9 settembre 1828 in San Biase, provincia di Catanzaro da Felice Nicotera e Giuseppina Musolino, sorella all’illustre patriota Benedetto; studiò nel collegio di Catanzaro ed ebbe a maestro Luigi Settembrini. A 14 anni era già iscritto alla Giovane Italia; a 19 perseguitato pei moti liberali di Reggio Calabria dovette mantenersi latitante fino al gennaio del 1848, nel qual tempo Ferdinando II diede la Costituzione; allora fu nominato Comandante della Guardia Nazionale del suo paese. Etc…”. Dunque, Giovanni Nicotera era nipote di Benedetto Musolino. In seguito partecipò attivamente alla Spedizione dei Mille, unendosi in Sicilia all’esercito di Giuseppe Garibaldi. Con un drappello di soldati scelti tentò la conquista del forte di Reggio Calabria, ma il fallimento dell’operazione lo indusse a riparare sull’altopiano silano; continuò attivamente e con successo a farsi promotore dell’attività insurrezionale in Calabria, dando il proprio nome a una compagnia di volontari da lui organizzata. Il coronamento del suo attivismo fu la sua nomina, nel 1861, a membro del primo Parlamento italiano, carica che ricoprì per quasi vent’anni (successivamente passò al Senato) collocandosi fra le schiere della sinistra storica che faceva capo ad Agostino Depretis e a Francesco Crispi, e non facendo mancare il suo apporto costruttivo in favore delle fasce più povere della popolazione italiana, anche se il settore in cui maggiormente si impegnò fu quello della politica estera. Carmine Pinto (….), sulla Treccani on-line scriveva che alla fine del decennio si avvicinò alla linea possibilista di Garibaldi, favorevole all’alleanza con il Piemonte moderato, e durante la seconda guerra d’indipendenza tentò di convincere Cavour a sostenere una impresa in Calabria. Nel luglio 1860 raggiunse Garibaldi in Sicilia, in vista dell’invasione del continente e gli fu affidato il piccolo corpo di spedizione, composto da alcuni dei migliori elementi dell’esercito meridionale, che l’8 agosto sbarcò nel continente per tentare un colpo di mano: la conquista del forte di Reggio Calabria. L’operazione però fallì e la colonna si ritirò sulla Sila, inseguita per alcuni giorni dalle forze borboniche. Il 19 agosto Garibaldi arrivò in Calabria e Musolino lo raggiunse, partecipando all’insurrezione delle province calabresi e alla trionfale campagna dei giorni successivi. Il 2 settembre fu inviato a Cosenza per organizzare una brigata di volontari, che prese il suo nome. Qualche giorno dopo raggiunse il fronte nel casertano, combattendo nella fase finale della campagna garibaldina, dal Volturno a Capua.

Nell’8 agosto 1860, al Faro, il primo tentativo di passare alle Calabrie, la compagnia di SACCHI e BENEDETTO MUSOLINO   

Carmine Pinto (….), sulla Treccani on-line scriveva che alla fine del decennio si avvicinò alla linea possibilista di Garibaldi, favorevole all’alleanza con il Piemonte moderato, e durante la seconda guerra d’indipendenza tentò di convincere Cavour a sostenere una impresa in Calabria. Nel luglio 1860 raggiunse Garibaldi in Sicilia, in vista dell’invasione del continente e gli fu affidato il piccolo corpo di spedizione, composto da alcuni dei migliori elementi dell’esercito meridionale, che l’8 agosto sbarcò nel continente per tentare un colpo di mano: la conquista del forte di Reggio Calabria. L’operazione però fallì e la colonna si ritirò sulla Sila, inseguita per alcuni giorni dalle forze borboniche. Il 19 agosto Garibaldi arrivò in Calabria e Musolino lo raggiunse, partecipando all’insurrezione delle province calabresi e alla trionfale campagna dei giorni successivi. Il 2 settembre fu inviato a Cosenza per organizzare una brigata di volontari, che prese il suo nome. Qualche giorno dopo raggiunse il fronte nel casertano, combattendo nella fase finale della campagna garibaldina, dal Volturno a Capua. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro- Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 120, in proposito scriveva: “Il giorno 8 agosto il Generale Garibaldi comunicava a Sacchi l’intenzione di far passare l’istessa notte una mano di soldati in Calabria onde sorprendere il Forte Cavallo, la di cui possessione avrebbe agevolato il passaggio delle sue forze, impedendo e molestando la crociera dei bastimenti da guerra borbonici. Sacchi colse questa occasione per chiedergli che soldati della sua Brigata facessero parte di quella spedizione: essi anelavano di trovar l’occasione di potersi distinguere al pari dei loro compagni che li precedettero in Sicilia, ed egli non la lasciava sfuggire. Una compagnia di 100 e più uomini scelti fra i migliori di tutte le compagnie, fu destinata a quell’arrischiata impresa. Il capitano Racchetti fu preposto al comando, gli ufficiali Corti e Perelli a coadiuvarlo; tutti tre giovani distinti e superiori ad ogni elogio sotto tutt’i rapporti. Alle 5 della sera dell’ 8 agosto al Faro superiore si raccoglieva la Compagnia, e si distribuiva a ciascuno 60 cartuccie ed una coperta di lana, poichè sebbene il caldo fosse eccessivo nel giorno in quei luoghi, assai umida e fredda è la notte; Questa compagnia sorpassava 130 uomini, ma non più che 100 poterono toccare la spiaggia delle Calabrie….”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL. Da Milazzo a Napoli. Dopo aver battuto a Milazzo le migliori truppe del Borbone e obbligata la guarnigione il 23 luglio a capitolare, Garibaldi s’era rapidamente portato in Messina. Egli era ormai padrone di tutta la Sicilia, tranne Messina, Augusta e Siracusa. Il generale Medici non tardò ad impossessarsi di Messina che non resistette. La punta del Faro e la costa fra il Faro e la città vennero fortificati. Ormai non si pensava più che a passare lo stretto, e, a tale scopo, a riunire forze sufficienti per abbattere gli ostacoli accumulati sulle coste di Calabria e per ispazzar via le truppe agglomeratevi. Garibaldi per un momento vagheggiò l’idea di comparire innanzi a Napoli e tentare uno di quei colpi di mano dei quali aveva il genio, ma l’abbandonò e lo sbarco ebbe luogo a Melito. Etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto. Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro, cercando di eseguire il passaggio in altra parte….Etc…”.

Nel 19 agosto 1860, il passaggio di GARIBALDI e NINO BIXIO sul continente, sulle coste della Calabria 

Da Wikipedia leggiamo che il 19 agosto 1860, eludendo la sorveglianza delle poche navi della marina borbonica, Garibaldi passò lo Stretto di Messina e sbarcò a sud di Reggio Calabria. Volendo sfruttare la superiorità numerica, Pianell e Francesco II ordinarono di concentrare gli attacchi sui nemici sbarcati; ma Vial, fin dal primo momento, perse i contatti con i suoi generali, i quali, d’altra parte, invece di tenere riunite le truppe le sfiancarono in marce inconcludenti. Nino Bixio, promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Sulla spiaggia melitese di Rumbolo il 19 agosto 1860 avvenne lo sbarco dei Mille di Giuseppe Garibaldi che, dopo aver occupato la Sicilia, puntavano alla conquista delle terre del regno borbonico “al di qua del Faro”. Lo sbarco a Melito Porto Salvo è un episodio della spedizione dei Mille che segnò l’inizio delle operazioni dell’Esercito meridionale garibaldino sulla parte continentale del Regno delle Due Sicilie. Fu effettuato, nella notte tra il 18 e il 19 agosto 1860, da Giuseppe Garibaldi e da 3.500 camicie rosse con l’obbiettivo di attraversare lo stretto di Messina e risalire la penisola italiana. Nella zona dello sbarco si opponevano ai garibaldini circa 16.000 effettivi dell’esercito borbonico schierati a difesa della costa calabra. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Altri sbarchi avvennero il 21, tra Favazzina e Scilla, ad opera di Enrico Cosenz. Con la presa di Melito Porto Salvo, i volontari garibaldini, dopo essersi organizzati logisticamente, anche grazie al successivo sbarco di ulteriori contingenti, partirono alla conquista di Reggio. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 62, in proposito scriveva che: “….; era il Faro, eravamo arrivati. Le ancore svolsero bruscamente le catene, e ci ancorammo nella parte più riparata di quello stretto. Innanzi a noi s’elevava la Sicilia, “all’ombra dell’Etna”; sulla nostra sinistra, Messina brillava etc…Alle nostre spalle si profilava la Calabria con le sue immense montagne scoscese, in cima alle quali bruciavano fuochi etc…(p. 63) Garibaldi sbarcò al Faro, poi lo vedemmo da lontano passare in carrozza sulla strada che costeggia il mare e raggiungere Messina. Egli si recava, senza riposarsi, a Taormina, per ispezionare la prima brigata che doveva tentare lo sbarco in terraferma. A stento riuscimmo a procurarci una barca che, spinta da tre rematori, ci consdusse assai rapidamente a Messina.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte dell’impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere, del napoletano naviglio, passaggio del Faro.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con l’altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Nella notte sul 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartiere generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica di Ghio. Questa infatti trovava a Soveria i calabresi, i quali però per dispaccio di Sartori, male interpretato nel senso di lasciar passare la colonna Ghio etc….Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 146-147, in proprosito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr manda a Bixio la seguente lettera: “Al signor generale Bixio, Comandante la I° brigata della 15° Divisione. “Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, etc…Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.  Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Pecorini-Manzoni, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr, con ordine se è possibile d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada per Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno.”Pecorini, a pp. 147-148 aggiungeva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attacate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito oltre i signori accennati ieri, il colonnello Telky e Maxime du Camps….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Cosenza, 31 agosto 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “CAPITOLO XII. Sul continente napoletano. Circa alla fine d’agosto 1860, e verso le 3 antimeridiane d’una bella giornata approdammo sulla spiaggia di Melito. All’alba era tutta la gente in terra con armi e bagagli, e senza l’arenamento del Torino, che non potè uscire malgrado gli sforzi fatti dal Franklin per tirarlo fuori, potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio. Alle 3 pomeridiane comparvero tre vapori borbonici capitanati dal Fulminante, e cominciarono a cannoneggiare gente, vapore ed ogni cosa. Provarono anche di metter fuori il Torino, ma non potendovi riuscire lo incendiarono . Il Franklin era partito e fu salvo. Verso le 3 della mattina del giorno seguente ebbe luogo lo sbarco, e noi marciammo su Reggio. Passammo il Capo dell ‘ Armi per lo stradale e meriggiammo vicino ad un villaggio che si trova tra quel Capo e la bella sorella di Messina. La squadra nemica osservava i nostri movimenti. Verso sera riprendemmo la marcia su Reggio, e giunti ad una certa distanza dalla città obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando così gli avamposti nemici che ci aspettavano sullo stradale. Il colonnello Antonino Plutino e vari patriotti reggiani erano con noi, dimodochè avevamo delle buone guide. Facemmo varie fermate durante la notte per lasciare riposare la gente e per riunirla, ed alle 2 della mattina assaltammo Reggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria. Non v’è accordo neppure sulnumero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1). Mentre si faceva l’imbarco, Garibaldi scrisse al Sirtori la seguente lettera: “Taormina 18 agosto 1860. Generale etc…..G. Garibaldi”.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova.”. Enrico Ajello (….), nel suo “Lucania 1860”, a p. 143, in proposito scriveva che: “La traversata dello stretto nella notte del diciannove agosto, che, appena pervenuta la notizia della felice insurrezione lucana, Garibaldi effettuò, senza ulteriori indugi e in modo miracoloso, mentre segnava una pagina memorabile negli annali dell’arte militare, stroncò i disegni di Cavour, che, proprio nell’intento di impedire l’approdo dei volontari sul continente, aveva mandato una nave da guerra a sorvegliare lo stretto. Se, in quell’occasione la richiesta di soccorso di un battello da trasporto di volontari in pericolo di naufragio fu ignorata dall’ammiraglio Persano, più tardi, quasi certamente, avrebbe ricevuto dalla flotta sarda un’ostile, tonante risposta.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino, dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est. E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi, munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Qui ordina a Dezza di impadronirsi del telegrafo; il che questi fa dopo aver risposto nulla di nuovo all’ ufficiale di Capo dell’Armi che aveva domandato che cosa fossero quei vapori. Ma l’Aquila e il Fulminante cannoneggiano e il Torino arenato e gli sbarcati. I colpi rallegran la banda pioniera vissuta per dodici giorni in mezzo a quindicimila nemici, ora irrompendo su Bagnara, ora marciando a Pedovoli, poi ritornando ai Forestali, allettando sulla sua traccia le masse nemiche che così si assottigliavano alla marina. Infine, incalzata per ogni verso, volta oltre Appennino e giunge il 18 a San Lorenzo. Qui indusse il sindaco Rossi a proclamare la decadenza della dinastia borbonica, l’Italia Una con Vittorio Emanuele, la dittatura di Garibaldi. Sentito il cannone, Missori e i suoi precipitano giù a Mileto, salutati dalle bombe del nemico, accolti a braccia aperte da Garibaldi , e con esso marciano verso Reggio.”Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174, in proposito scriveva che: “….Garibaldi. Il quale , costretto il nemico a sgombrare Reggio città, Cittadella e Forte al Mare, e fugato Briganti e accerchiato Melendes, gli intimò la resa a San Giovanni.. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 175-176-177-178, in proposito scriveva che: Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Di Melendes e Briganti che si erano arresi a San Giovanni, Garibaldi manda liberi i soldati contando sullo sfacelo delle altre legioni, accavallandosi l’ uno sull’ altro. I forti dello stretto spalancano le porte al passaggio del vincitori. Vuotati così Torre Cavallo, Altafiumara, Scilla, Bagnara, vietato l’ulteriore transito delle navi nemiche, protetto lo sbarco dei Garibaldini, egli manda Mario a Milbitz (Sirtori, Cosenz, Medici c’erano già) con l’ordine di raggiungerlo con tutta la gente. Medici lo lascia per condurre il suo corpo, Bixio per condurvi i vincitori di Reggio e San Giovanni: Ripari ritorna per prendere il resto dell’ ambulanza e mi manda dal generale per prendere gli ordini e possibilmente trovare i mezzi di trasporto per i materiali d’ambulanza. Garibaldi raggiante per il sangue risparmiato, per lo sfacelo dell’esercito borbonico al grido di Viva l’Italia, viva Galibardi !, dissemi non aver bisogno di coppette o di cataplasmi, ma mi assegnò un bell’omnibus a due cavalli, il quale serviva mirabilmente a vari pionieri che seguivano Garibaldi sul cavallo di san Francesco e a vettovagliare il quartier generale sempre affamato. Nè il duce disprezzava le frittate, i capretti arrostiti, le ceste d’uva, di pèsche e soprattutto di fichi, che Paolo Papa, capo farmacista, ed io, infermiera, preparavamo lungo la via. Che incantevole viaggio tra quella lussureggiante verdura, sotto quel cielo azzurro, costeggiando il mare ceruleo, o internandosi tra i villaggi ove le popolazioni deliranti versavano lagrime, fiori, frutta, benedizioni su quel capo veramente benedetto ! Trent’anni di dolore svaniscono rievocando quei dì ! Garibaldi spesseggiava senza sosta, sapendo che ventimila nemici tra le Termopile di Monte Leone e Cosenza gli volevano contrastare il passo. Egli calcolava che i calabresi sotto Vincenzo Stocco avrebbero a questi precluso il passo. Sapeva che l’insurrezione trionfava nel Cosentino, in Basilicata, in Capitanata, nelle Puglie, che al sud di Tiriolo, nelle montagne a picco formanti un bastione insuperabile gli alpestri cacciatori con infallibili moschetti tenevano le porte chiuse in faccia al generale Viale. Ma presso a Monte Leone si seppe che per un ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prime Calabrie e ingrossarsi d’ottomila in Basilicata, molto sangue poteva ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario ( Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni per i nemici, potemmo imbandire una gigantesca frittata condita di pomodori freschi, ghiottornia che Garibaldi giungendo con Stocco e le sempre affamate guide intendevano a divorare. Ma che ! Sirtori impensierito per il lato militare, trovando Garibaldi un po’ troppo fidente dal lato morale, non si fermò per assaggiarla, e invece via di corsa a San Pietro di Tiriol. Coll’esercito garibaldino indietro di parecchie tappe, volle accertarsi in persona quanto distasse da esso il nemico, sì che a San Pietro di Tiriolo tutti ci trovammo la sera. Garibaldi si coricò subito; Canzio e Mario trovarono alloggio vicino al quartier generale. Per Sirtori e altri affamati, tra i quali ricordo La Masa, Clemente Corte e la sua moglie inglese, s’imbandi una cena; e fin Sirtori sorrise alle pazze scommesse e ad un sonetto improvvisato da La Masa. Tutto ad un tratto un tuono fragoroso sembra infrangere l’aria. Sirtori e Corte tornano a cingersi le spade; ma siamo tutti abburattati come un bastimento investito da altra nave. Frittata, prosciutto, frutta , bicchieri, lumi , noi stessi si rotola tutti in terra. Il terremoto ! fuggiamo ! grida la padrona di casa entrando esterrefatta. Un solo, benchè fosse terribilmente scosso, Garibaldi, come ci disse Basso, non s’era neanche alzato. Così si finisce di cenare..

Nel 21 agosto 1860, Nino BIXIO conquistò Reggio Calabria

Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Il 21 agosto la città venne attaccata; Garibaldi con le forze di Missori si avvicinò dalle colline orientali. Intervenendo dall’alto riuscì a tagliare la ritirata agli avamposti borbonici: Reggio era finalmente presa. Rimasero nella regione forze borboniche che tentarono di marciare sulla città ma furono respinte. Nel frattempo Cosenz sbarcò con un migliaio di volontari tra Scilla e Bagnara e si addentrò verso l’Aspromonte per evitare di essere preso tra i presidi delle due fortezze. A Nino Bixio, promosso Maggiore Generale, venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Da Wikipedia leggiamo che i napoletani avevano radunato in Calabria circa quindicimila soldati agli ordini del generale Vial. Garibaldi aveva per tempo inviato in Calabria autorevoli esponenti della cospirazione antiborbonica come Plutino, Stocco, Pace per preparare insurrezioni, mentre aveva inviato Mignogna in Basilicata. Già l’8 agosto un piccolo contingente di garibaldini agli ordini di Benedetto Musolino e Giuseppe Missori era riuscito a sbarcare in Calabria. Il numero insufficiente li costrinse a rifugiarsi nell’interno. Mentre le forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio o nei suoi dintorni, Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo, partendo da Taormina, con lo sbarco a Melito (30 chilometri da Reggio) il 19 agosto, sulla spiaggia ionica.. e il 22 agosto su quella tirrenica di Palmi. A Reggio le forze regie si attestano nella piccola piazza del duomo in attesa dei garibaldini che il 21 agosto penetrarono in città ingaggiando battaglia mettendo in fuga e sbaragliando i borbonici e respingendo anche gli scarsi rinforzi inviati dal generale Briganti. Le unità della Marina ormeggiate nel porto presero il largo senza partecipare alla battaglia per non colpire la popolazione. Il 22 si arrese anche la guarnigione nel castello. Dopo pochi giorni il generale Briganti fu addirittura ucciso dai suoi stessi soldati in un episodio ancora da chiarire. Il giorno 21 era sbarcato sulla costa tirrenica, tra Favazzina e Scilla, un altro contingente di garibaldini comandati da Cosenz. Il comando in Calabria fu affidato al generale Vial, che non godeva di buona reputazione nel mondo militare: assente sul campo di battaglia avrebbe fatto carriera grazie alla reputazione del padre generale. In effetti Vial subì passivamente gli eventi e non seguì le indicazioni del generale Pianell e fu a sua volta fu mal coadiuvato dai generali Melendez e Briganti che non seguirono le sue. Ma questi disaccordi non erano l’unica debolezza del regio esercito: ormai né soldati, né ufficiali sentivano più la forza del proprio dovere, l’ambiente era ostile e la forza degli avversari era spesso sopravvalutata. Il giorno 21 era sbarcato sulla costa tirrenica, tra Favazzina e Scilla, un altro contingente di garibaldini comandati da Cosenz. Questa parte, la parte che riguarda la marcia e la navigazione delle truppe garibaldine dalle spiaggie di Calabria fino a Salerno è stata poco trattata dagli storici. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, nella nota (1) postillava: “(1) Memorie inedite di G. Drezza.”. Si tratta del testo di Giuseppe Dezza (…), di cui ha scritto Franco Catalano (….), nel suo, “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Dezza (Melegnano, 23 febbraio1830 – Milano, 14 maggio1898) è stato un generale, politico e patriotaitaliano. Volontario appena diciottenne nelle Cinque giornate di Milano, sottotenente nei Cacciatori delle Alpi, colonnello dei I Mille e del Regio Esercito, dove arrivò al grado di tenente generale. Successivamente fu anche deputato e senatore. La sua figura ripercorre il Risorgimento italiano dal 1848 fino ai primi decenni del nuovo Stato unitario, passando per le guerre d’indipendenza e la Spedizione dei Mille. Essendo ingegnere, venne incaricato di provvedere ad alcuni lavori di fortificazione presso Olcenengo. Qui fece conoscenza di Nino Bixio, che fu colpito dalla competenza nel lavoro e dalla fermezza nei modi del Dezza, che allora era un soldato semplice. Da questo momento nacque con il Bixio un lungo rapporto di amicizia e di fiducia, che si rafforzò negli anni successivi. Dopo l’Insurrezione di Palermo (1860) venne nominato maggiore e gli venne affidato il comando del 1º Battaglione, essendo Bixio ferito. In seguito ad un’altra riorganizzazione delle truppe garibaldine, venne nominato tenente colonnello della 1ª Brigata della 10ª Divisione (con lo stesso Bixio al comando). Con lui sbarcò a Melito. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 19, in proposito scriveva che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada’ accorrenti sulle terre nostre. Sembra su’ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su’ Siciliani benchè l’ossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fe’ pensiero su’ novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittar nel Romanesco, statuì andar egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello stretto’ e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove’ s’organava il corpo di spedizione, coll’ aiuto de’legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino per rispondere a voce a quel re sull’ assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’1 2 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL…Presa d’assalto Reggio , ebbe innanzi a sè provincie ricche d’onde poteva ritrarre, ogni maniera di risorse. Senza perdere un momento il dittatore procedette per la via più spiccia. La sua marcia attraverso le Calabrie fu un trionfo; dappertutto era acclamato liberatore. Le guarnigioni deponevano le armi innanzi ai soldati del popolo. Le provincie, le città, i borghi si davano a lui. Etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “L’avanzata di Garibaldi in Calabria fu una passeggiata militare. L’esercito garibaldino in Sicilia constava, il 18 agosto, quando ebbe luogo lo sbarco sulla costa calabrese (1), di 25.000 uomini di truppe regolari. Di questi 25.000 uomini, 18.000 erano concentrati a Messina e dintorni, mentre la colonna Bixio teneva in osservazione i presidi di Augusta e di Siracusa. Il complesso delle forze era ripartito in quattro Divisioni, sotto il comando dei generali Turr, Cosenz, Medici e Pianciani (1). La cavalleria contava 500 uomini, l’artiglieria 450, il genio 120. La flotta si componeva di una pirocorvetta  di undici vapori da trasporto, l’artiglieria di 17 fra obici da montagna e cannoni da campagna. Quasi tutto l’esercito era armato di carabine Enfield; 40.000 fucili si trovavano a Messina, pronti ad essere trasportati in Calabria. L’esercito comprendeva una compagnia ungherese di 50 uomini, una svizzera di 120, una francese di 17, una inglese di 25. Il colonnello Peard comandava un’ottima compagnia di fucilieri con carabine e revolver. Egli è quell’inglese di cui giornali tedeschi conservatori, che scrivono al soldo dell’Austria, durante la campagna del ’59 raccontarono la sciocca favola ch’egli si era aggregato ai Cacciatori delle Alpi etc…Mister Peard è un gentleman della Cornovaglia, persona rispettabile sotto ogni riguardo, e per giunta uomo di cuore, d’ingegno e di carattere. Ha vissuto a lungo in Italia e conosce bene le cose italiane…..Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi. A molti, in Germania, è riuscito inconcepibile come mai la flotta napoletana non impedisse lo sbarco in Calabria delle truppe garibaldine, strillando al tradimento e all’inettitudine degli uffiiciali al comando della flotta. Niente di tutto ciò. Lo sbarco a Marsala fu attribuito a un’intesa con navi inglesi. Ho narrato nel capitolo precedente come fu possibile lo sbarco a Marsala. Lo sbarco in Calabria non fu impedito dai vapori napoletani semplicemente perché questi furono tratti in inganno da una diversione a Messina. Colà, per più giorni, si erano vistosamente imbarcate truppe e materiali da guerra, apprestando le navi all’approdo. Poi, mentre i vapori napoletani sorvegliavano Reggio, una sera buia e tempestosa, la spedizione si avviò lungo il piede dell’Etna, approdando in un tratto scosceso della costa calabra, dove non ci si aspettava uno sbarco. La traversata, in quella direzione, era di sole 15 miglia inglesi. Com è noto, uno dei trasporti garibaldini, il ‘Torino’, approdando si arenò. La nave fu incendiata dal ‘Fulminante’ e da altri due vapori napoletani, sopraggiunti appena compiuto lo sbarco. Le truppe garibaldine marciarono sùbito su Reggio, distante sole 15 miglia inglesi dal luogo dello sbarco. L’esercito regio di Calabria contava da 20 a 30 mila uomini (1), di cui il grosso trovavasi a Monteleone. Dodicimila uomini erano scaglionati a semicerchio lungo la costa, fin verso Reggio. In questo esercito regnava del pari convincimento che Garibaldi sarebbe approdato a Reggio, e allo sbarco a Reggio ci si era preparati.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi , che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 271-272, in proposito scriveva: “…..indubitabile che ai grandi successi di Garibaldi concorreva il contegno ignominioso dei napoletani. Se i generali ed uffiziali napoletani fossero stati brava gente, i rapidi successi di Garibaldi erano assolutamente impossibili. Ma è un grosso errore il credere che Garibaldi abbia operato col danaro per guadagnarsi dei traditori. Garibaldi non aveva danaro, e le perpetue strettezze pecuniarie dell’esercito meridionale non cessarono che dopo la presa di Napoli. È possibile che una volta od un’altra qualche furfante napoletano si risolvesse a prontamente capitolare, calcolando di poter usufruire a proprio vantaggio la cassa del reggimento o della brigata, ma anche questa cosa non può essersi verificata che di rado, poichè neppure le regie casse di guerra non erano troppo provviste. La causa principale dei rapidi successi di Garibaldi era senza questione lo stato di sfacelo in cui si trovava il paese, la mancanza di fede nella durata dello stato attuale , radicata appunto nel ceto colto civile e militare del paese, e la confusione che ne derivava. Erano le precise condizioni della Prussia nel 1806. Quegli stessi giovinastri che poche settimane prima impertinenti maltrattavano i loro soldati col più spaventevole arbitrio e sulla piazza d’armi avrebbero mangiati tutti gli eserciti del mondo , erano là imbambolati, appena la disciplina esterna più non bastasse , e si facesse appello all’uomo ed al merito personale.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz, la divisione Medici e la divisione Bixio….Prima di narrare la marcia di Garibaldi attraverso le Calabrie, la Basilicata ed il Principato, per Napoli, è necessario intrattenerci alquanto dell’ insurrezione in queste provincie, la quale precorse l’esercito meridionale, indi vedere come a fronte degli avvenimenti si contenessero il re Francesco II, la sua corte ed il suo ministero. III. L’insurrezione nel continente napoletano. Contemporaneamente allo sbarco delle prime truppe di Garibaldi sul continente l’insurrezione destossi in tutto il territorio del re Francesco. L’armata di Garibaldi non è anzi tutto che il punto d’appoggio di questa insurrezione, che la precorre. È impossibile tenerle dietro in tutte le sue particolarità; è però necessario informare in qualche modo il lettore del modo in cui si diffuse.”.

Nel 21 e 22 agosto 1860, la XVI DIVISIONE COSENZ del generale ENRICO COSENZ e lo sbarco in Calabria per raggiungere Garibaldi 

(Fig. n…) – Enrico Cosenz in divisa da Garibaldino

Al momento della spedizione dei Mille, chiese all’esercito piemontese la dispensa dal servizio, per seguire Garibaldi col grado di colonnello brigadiere. Giunse in Sicilia con la terza spedizione di rinforzo (dopo la prima di Garibaldi e la seconda di Giacomo Medici), con 800 volontari partiti da Genova il 2 luglio 1860 e sbarcati il 5 luglio a Palermo. Portava con sé anche Pilade Bronzetti e il giovane Giorgio Spezia, futuro illustre scienziato. Alla battaglia di Milazzo, dove ebbe una parte determinante nel fermare l’attacco borbonico sulla sinistra e nel contrattaccare sino a chiudere il nemico nelle antiche mura, rimase ferito al collo. Dal Faro, con una flottiglia, il Cosenz prese terra sul continente a Villa S. Giovanni, tagliò la ritirata al borbonico generale Briganti e lo costrinse a capitolare. Il 23 agosto, sbarcato in Calabria, guidò la colonna che permise di circondare e costringere alla resa due brigate borboniche a Villa San Giovanni e Piale. Il 30 agosto ripeté la manovra, costringendo alla resa i 10.000 soldati borbonici del generale Giuseppe Ghio all’altipiano di Soveria Mannelli. Con il grado di maggiore generale comandante di divisione, entrò a Napoli al seguito di Garibaldi. Lì venne nominato segretario della guerra del governo luogotenenziale e prese parte all’organizzazione del plebiscito. Dopo lo sbarco a Sapri, il 3 Settembre 1860, insieme a Garibaldi arrivò a Napoli dove assunse la carica di ministro della Guerra del governo dittatoriale in difficile momento. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nel capitolo “Dunne e Cosenz con Medici”, a pp. 153-154, in proposito scriveva che: “Cosenz, come sappiamo era rimasto a Genova dopo la partenza del Medici, che gli aveva trasmesse le istruzioni e le facoltà medesime ch’egli aveva ricevute il 5 di maggio da Garibaldi, istruzioni e facoltà che, in fondo, si riducavano a questo imperativo: procurare in ogni modo soccorsi alle spedizioni precedenti. Cosenz, che s’era aggregato il colonnello Damiano Assanti, si era potuto valere degli stessi aiuti di cui s’era valso il Medici, sovrattutto di quello del Governo Sardo, etc…Debbo dire però che soltanto con l’aiuto del Governo di Torino fu possibile anche al Cosenz di riunire soldati ed armi in numero di due migliaia di uomini perfettamente organizzati, fra essi non pochi dimissionari e regolarmente congedati dall’esercito piemontese. Essi presero imbarco sul ‘Washington’ Etc…”. Dunque, Agrati scriveva che: Cosenz, che s’era aggregato il colonnello Damiano Assanti, etc…”. Infatti, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Dunque, secondo il Cesari (….), il generale Enrico COSENZ faceva imbarcare a Torre del Faro la Legione francese di De Flotte e la BRIGATA ASSANTI, circa 1200 uomini, con i quali – riferendosi al Cosenz: “….riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Come sappiamo, la Brigata ASSANTI, dipendeva anch’essa dal Comando del generale Enrico Cosenz. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” apprendiamo che la DIVISIONE del generale Enrico Cosenz era composta da due Brigate ed una di esse era al comando del generale MILBITZ. La DIVISIONE DI ENRICO COSENZ comprendeva unità di fanteria e brigate operative come la brigata guidata dal colonnello Damiano Assanti e la brigata del maggiore generale Aleksander Izenschmid de Milbitz. Nel settembre del 1860 i reparti marciarono verso la zona di Sapri, da dove proseguirono via mare e via terra verso Napoli e Caserta. Dunque, sappiamo che la 1° BRIGATA DELLA DIVISIONE COSENZ comandata dal colonnello ASSANTI si imbarcò al Faro “…coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Insieme alla Brigata Assanti, il Cosenz ordinò l’imbarco per la traversato dello Stretto di Messina e sbarcare in Calabria anche alla Compagnia o Legione Francese organizzata da Paolo De Flotte a cui apparteneva Clement Caraguel (….). Sulla 1° Brigata Assanti della DIVISIONE COSENZ ha scritto anche Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, nel Cap. XV, a p. 236 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo la battaglia di Milazzo tutte le forze garibaldine si concentrarono attorno Messina e lungo il litorale del Faro. Era venuto il momento di passare lo stretto. Due campi erano occupati allora dall’esercito garibaldino condensato sullo stretto: uno si estendeva da Taormina a Giardini e lo formavano le truppe di Bixio e di Eberhardt; l’altro da Messina a Torre di Faro, composto dalle truppe di Medici, Eber e Cosenz….La legione francese, comandata da De Flotte, essendo aggregata al corpo di spedizione di Cosenz, accampava anch’essa tra Torre di Faro e Messina.”. Colocci a p. 252 e ssg, parlando dello sbarco in Calabria aggiungeva che: “Prima a raggiungere la riva fu appunto la 1° divisione della flottiglia, che portava anche la legione francese etc..”, ma non dice nulla sulla 1° Brigata di Assandri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il 26 il Dittatore è a Nicotera…..Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e proseue per Mileto….Lo stesso giorno 27 il Medici transita a Monteleone diretto anch’egli al Pizzo, dopo essere sbarcato il 26 a Nicotera, sotto gli occhi di Garibaldi venuto da Gioia.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la 1° Brigata Assanti della DIVISIONE COSENZ, Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata.”. Dunque, il 27 agosto 1860, da una lettera del 27 ricevuta dal Sirtori si evince che il generale “Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata.”. Dunque, Cosenz sarebbe partito da Rosarno in Calabria il 27 agosto 1860 insieme alla sua 1° BRIGATA ASSANTI. Alessandro Magni (….), nel suo “Vicende della spedizione Cosenz nella guerra del 1860”, ed. Forzani & C., Roma, 1912, a p. 6, in proposito scriveva che: “Il Colonnello brigadiere Cosenz, come altri suoi colleghi, fu promosso Maggior generale e la sua Divisione, composta di due soli reggimenti e di una compagnia di Carabinieri Genovesi, prese il n. 16. Il comando del primo reggimento fu dato al Colonnello conte Fazioli, e quello del secondo reggimento al Colonnello Filippo Borghesi. Lo scrivente fu aggregato alla terza compagnia di questo secondo reggimento col grado di Furiere. Dopo la rivista passata dal Dittatore si parti per Milazzo, ove il Generale borbonico Bosco stava per prendere l’offensiva. Il nostro Generale Cosenz colla compagnia dei Carabinieri Genovesi, precedè il resto della sua Divisione, coll’ordine di seguirlo con celerità. Perciò quando i due reggimenti giunsero a Cefalù il mattino del 18 luglio, si pensò di affrettarne il viaggio imbarcandoli sopra navi a vela.”. Dunque, il Magni scriveva che il colonnello brigatiere Enrico COSENZ fu promosso Maggiore Generale e la sua XVI DIVISIONE COSENZ era composta da composta di due soli reggimenti e di una compagnia di Carabinieri Genovesi, etc..”. I due reggimenti di cui era composta la XVI DIVISIONE COSENZ erano al comando Il comando del primo reggimento fu dato al Colonnello conte Fazioli, e quello del secondo reggimento al Colonnello Filippo Borghesi.”. Dunque FAZIOLI e Filippo BORGHESI. Su Fazioli e Borghesi ha scritto nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 141, in proposito scriveva che: “Il Cosenz, nominato allora generale, fu da Garibaldi incaricato di formare subito coi suoi 1500 uomini e con altri che vi si aggiunsero, una divisione, che dopo quella di Turr (15°) assunse in conformità dell’ordine del giorno precisato la numerazione di 16°, in continuazione cioè a quelle dell’esercito regolare. Per il momento questa divisione si compose di una sola brigata su due reggimenti, più una compagnia di carabinieri genovesi. Il comando del 1° reggimento fu dato al colonnello Fazioli e quello del 2° al colonnello Filippo Borghesi.”. Dunque, in questo caso il Cesari ci parla della formazione della XVI DIVISIONE COSENZ, che riguarda però la sua formazione in Sicilia prima dello sbarco in Calabria. Sappiamo che in seguito a tale XVI DIVISIONE si aggregarono altre forze.

LA BRIGATA ASSANTI comandante della 1° Brigata della XVI DIVISIONE COSENZ

(Foto n….) – Tenente Colonnello Damiano Felice Gaetano Assanti

La Brigata di cui è testimone Caraguel potrebbe essere la BRIGATA ASSANDRI ? Sirtori scrivendo a Garibaldi gli comunicava il 9 settembre 1860 che la Brigata Assandri sarebbe arrivata il giorno ovvero il giorno 10 settembre 1860. Infatti, nel suo racconto è molto probabile che Caraguel si riferisca al giorno 10 settembre in cui egli arriva al porto di Sapri. Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre comunicava a Garibaldi che, la Brigata ASSANDRI si trovava a Rotonda ed era attesa a Lagonegro per il giorno dopo. A quale divisione apparteneva la “Brigata Assandri” ?. L’Esercito dell’Italia Meridionale, formato da Garibaldi constava della  16ª Divisione (Cosenz) 1ª Brigata (Assanti); 3° Reggimento (Albuzzi). Da Wikipedia leggiamo che il colonnello ASSANTI era comandante della 1° Bigata della 16° Divisione del generale Cosenz. Non so se il Sirtori, nel dispaccio indirizzato a Garibaldi si riferisca a “GAETANO ASSANTI” (Agrati dice “Brigata Assandri”), era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore della XVI “Divisione Cosenz”. Sul colonnello Gaetano ASSANTI, troviamo sulla Treccani on-line che nel 1860 prese parte alla spedizione deì Mille. Come colonnello nella 16a divisione, si segnalò a Mìlazzo, e nella battaglia del Volturno. Credo che errasse Agrati chiamandolo “Assandri”. Dunque, sappiamo che il “3° Reggimento, detto “Albuzzi” era già a Lagonegro arrivato con Sirtori mentre l’Assandri era attesa a Lagonegro per il giorno 10 settembre 1860. Sulla rete apprendiamo che Damiano Felice Gaetano Assanti  (Catanzaro, 9 luglio 1809 – Roma, 27 febbraio 1894), nel 1860 partecipa alla spedizione dei Mille, sbarca in Sicilia assieme al generale Enrico Cosenz come colonnello nella XVI Divisione dell’Esercito Meridionale. La Brigata Garibaldina Assanti fu una storica unità militare dell’Esercito Meridionale comandata dal colonnello (poi maggior generale) calabrese Damiano Assanti durante la Spedizione dei Mille nel 1860. L’unità partecipò ad alcune delle fasi e battaglie più importanti del Risorgimento per l’unificazione d’Italia. La brigata faceva parte della divisione guidata dal generale Enrico Cosenz. Era composta da centinaia di volontari (camicie rosse) e vari battaglioni di fanteria e bersaglieri. Il suo capo, Damiano Assanti (nato a Catanzaro nel 1809), era un patriota di fida esperienza e nipote dei generali Guglielmo e Florestano Pepe. A quale divisione apparteneva la “Brigata Assandri” ?. L’Esercito dell’Italia Meridionale, formato da Garibaldi constava della XVI Divisione (Cosenz) 1ª Brigata (Assanti); 3° Reggimento (Albuzzi). Da Wikipedia leggiamo che il colonnello ASSANTI era comandante della 1° Bigata della XVI Divisione del generale Cosenz. Non so se il Sirtori, nel dispaccio indirizzato a Garibaldi si riferisca a “GAETANO ASSANTI” (Agrati dice “Brigata Assandri”), era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore della XVI “Divisione Cosenz”. Sul colonnello Gaetano ASSANTI, troviamo sulla Treccani on-line che nel 1860 prese parte alla spedizione deì Mille. Come colonnello nella XVI DIVISIONE COSENZ, si segnalò a Mìlazzo, e nella battaglia del Volturno. Credo che errasse Agrati chiamandolo “Assandri”. Dunque, sappiamo che il “3° Reggimento, detto “Albuzzi” era già a Lagonegro arrivato con Sirtori mentre l’Assandri era attesa a Lagonegro per il giorno 10 settembre 1860. Sulla rete apprendiamo che Damiano Felice Gaetano Assanti  (Catanzaro, 9 luglio 1809 – Roma, 27 febbraio 1894), nel 1860 partecipa alla spedizione dei Mille, sbarca in Sicilia assieme al generale Enrico Cosenz come colonnello nella XVI Divisione dell’Esercito Meridionale.

16.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Cosenz
Stato Maggiore di Divisione Capo Magg. Serafini
1.a Brigata Comandante Colonn. Assanti
2.a Brigata Comandante Magg. Gen. De Milbitz

Cosa sappiamo di questa Brigata, della BRIGATA ASSANTI ? Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nel capitolo “Dunne e Cosenz con Medici”, a pp. 153-154, in proposito scriveva che: “Cosenz, come sappiamo era rimasto a Genova dopo la partenza del Medici, che gli aveva trasmesse le istruzioni e le facoltà medesime ch’egli aveva ricevute il 5 di maggio da Garibaldi, istruzioni e facoltà che, in fondo, si riducavano a questo imperativo: procurare in ogni modo soccorsi alle spedizioni precedenti. Cosenz, che s’era aggregato il colonnello Damiano Assanti, si era potuto valere degli stessi aiuti di cui s’era valso il Medici, sovrattutto di quello del Governo Sardo, etc…Debbo dire però che soltanto con l’aiuto del Governo di Torino fu possibile anche al Cosenz di riunire soldati ed armi in numero di due migliaia di uomini perfettamente organizzati, fra essi non pochi dimissionari e regolarmente congedati dall’esercito piemontese. Essi presero imbarco sul ‘Washington’ Etc…”. Dunque, Agrati scriveva che: Cosenz, che s’era aggregato il colonnello Damiano Assanti, etc…”. Infatti, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Dunque, secondo il Cesari (….), il generale Enrico COSENZ faceva imbarcare a Torre del Faro la Legione francese di De Flotte e la BRIGATA ASSANTI, circa 1200 uomini, con i quali – riferendosi al Cosenz: “….riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Come sappiamo, la Brigata ASSANTI, dipendeva anch’essa dal Comando del generale Enrico Cosenz. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” apprendiamo che la DIVISIONE del generale Enrico Cosenz era composta da due Brigate ed una di esse era al comando del generale MILBITZ. La DIVISIONE DI ENRICO COSENZ comprendeva unità di fanteria e brigate operative come la brigata guidata dal colonnello Damiano Assanti e la brigata del maggiore generale Aleksander Izenschmid de Milbitz. Nel settembre del 1860 i reparti marciarono verso la zona di Sapri, da dove proseguirono via mare e via terra verso Napoli e Caserta. Dunque, sappiamo che la 1° BRIGATA DELLA DIVISIONE COSENZ comandata dal colonnello ASSANTI si imbarcò al Faro “…coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Insieme alla Brigata Assanti, il Cosenz ordinò l’imbarco per la traversato dello Stretto di Messina e sbarcare in Calabria anche alla Compagnia o Legione Francese organizzata da Paolo De Flotte a cui apparteneva Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 175-176-177 testimoniando dell’arrivo al porto di Sapri provenienti da una marcia da Lagonegro, in proposito scriveva che: Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerno; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica. All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina. A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Siccome non si comprende bene se la Compagnia del Caraguel a quale compagnia appartenesse quando arrivò a Rotonda, mi chiedo se le sue parole riguardino anche la Brigata Assanti. Sulla 1° Brigata Assanti della DIVISIONE COSENZ ha scritto anche Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, nel Cap. XV, a p. 236 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo la battaglia di Milazzo tutte le forze garibaldine si concentrarono attorno Messina e lungo il litorale del Faro. Era venuto il momento di passare lo stretto. Due campi erano occupati allora dall’esercito garibaldino condensato sullo stretto: uno si estendeva da Taormina a Giardini e lo formavano le truppe di Bixio e di Eberhardt; l’altro da Messina a Torre di Faro, composto dalle truppe di Medici, Eber e Cosenz….La legione francese, comandata da De Flotte, essendo aggregata al corpo di spedizione di Cosenz, accampava anch’essa tra Torre di Faro e Messina.”. Colocci a p. 252 e ssg, parlando dello sbarco in Calabria aggiungeva che: “Prima a raggiungere la riva fu appunto la 1° divisione della flottiglia, che portava anche la legione francese etc..”, ma non dice nulla sulla 1° Brigata di Assandri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il 26 il Dittatore è a Nicotera…..Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e proseue per Mileto….Lo stesso giorno 27 il Medici transita a Monteleone diretto anch’egli al Pizzo, dopo essere sbarcato il 26 a Nicotera, sotto gli occhi di Garibaldi venuto da Gioia.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la 1° Brigata Assanti della DIVISIONE COSENZ, Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata.”. Dunque, il 27 agosto 1860, da una lettera del 27 ricevuta dal Sirtori si evince che il generale “Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata.”. Dunque, Cosenz sarebbe partito da Rosarno in Calabria il 27 agosto 1860 insieme alla sua 1° BRIGATA ASSANTI.

LA XVI DIVISIONE COSENZ E LO SBARCO IN CALABRIA

Sulla DIVISIONE COSENZ, Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a p. 301, in proposito scriveva che: “…la divisione Cosenz, comandata dal Milbitz, etc…”. Dunque, il generale Milbitz comandava la DIVISIONE del Generale Cosenz. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 247, in proposito scriveva che: In quella stesa notte Cosenz doveva con tutte le sue forze ed impegnando tutta la flottiglia garibaldina, eseguire un quarto sbarco generale fra Scilla e Bagnara. Etc…”. Carocci, a p. 248, scriveva ancora che: “Così in quella notte dal 20 al 21, da Messina a Torre del Faro, fu un incessante affannarsi febbrile di tutto l’accampamento di Cosenz per transitare sul continente, dove sapevasi che Garibaldi era impegnato all’espugnazione di Reggio. e Fonwielle si trovò la sera del 2 al Faro, appunto quando De Flotte capitò per togliere il suo piccolo accampamento e condurre la sua poca gente al mare per l’imbarco (2).”. Colocci (…), a p. 248, nella nota (2) postillava: “(2) L’articolista del ‘Dict. de la Conversation’ (Didot, Supplem. V, VIII) dice che in quel giorno la sua legione era composta d’una cinquantina d’uomini e pare vi fosse anche i volontari inglesi.”. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 237, in proposito scriveva che: “La legione francese, comandata da De Flotte, essendo aggregata al corpo di spedizione di Cosenz, accampava anch’essa tra Torre di Faro e Messina.”. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 247, in proposito scriveva che: “Il secondo tentativo di sbarco si compiè nella notte dall’11 al 12. Seicento garibaldini della brigata Sacchi cercarono prender riva. Ma, ricevuti a cannonate dal forte di Altafiumara, dovettero tornare addietro. Terzo passaggio del Faro nella notte del 18. – Garibaldi in persona con dumila uomini sbarca al Rombolo. Egli ha seco inoltre i due piroscafi: il Franklin e il Torino, che andò perduto. Il 20 marcia su Reggio. Nella notte tra il 20 al 21 tentasi la presa di Reggio. In quella stessa notte dunque Cosenz doveva con tutte le sue forze ed impegnando tutta la flottiglia garibaldina, eseguire un quarto sbarco generale fra Scilla e Bagnara….Due punti della costa reggina si ebbero in mira: Cutrona (tra punta di Pizzo e Reggio) e Favazzina (tra Scilla e Bagnara). Fu scelto quest’ultimo punto, anche nella speranza che Cosenz, etc..Cosicchè, in quella notte dal 20 al 21, da Messina a Torre di Faro, fu un incessante affannarsi febbrile, di tutto l’accampamento di Cosenz per transitare sul continente, dove sapevasi che Garibaldi era impegnato all’espugnazione di Reggio.”. Colocci, a p. 250, aggiungeva che: “…tanto che la flottiglia non salpò dalla costa siciliana prima delle 8 antimeridiane del giorno 21.”. Colocci, a p. 253, in proposito aggiungeva che: “Lo sbarco delle forze di Cosenz fu visto in tutto il littorale da Scilla a Palmi. intanto le forze garibaldine sbarcate si ricostituirono tra Scilla e Bagnara, concentrandosi attorno a Favazzina. Sul litorale ovest di Calabria, e precisamente a nord del punto di sbarco, v’erano alcune compagnie regie, che occupavano la città di Nicotera.”Colocci scrive ancora che le forze del generale Cosenz si attestarono verso Solano dove in uno scontro con i regii borbonici morì il valoroso Paolo De Flotte. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Dunque, secondo il Cesari (….), il generale Enrico COSENZ faceva imbarcare a Torre del Faro la Legione francese di De Flotte e la BRIGATA ASSANTI, circa 1200 uomini, con i quali – riferendosi al Cosenz: “….riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Come sappiamo, la Brigata ASSANTI, dipendeva anch’essa dal Comando del generale Enrico Cosenz. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 364-365, in proposito scriveva che: “Nella notte stessa in cui Garibaldi entrava in Reggio, il Cosenz riusciva a sbarcare in Calabria anch’esso, con 1200 uomini dei suoi. Come sappiamo, dopo il passaggio della piccola colonna Musolino, s’eran fatti arecchi tentativi di portarle soccorsi con altri sbarchi al nord dello Stretto, ma la vigilanza borbonica li aveva tutti impediti. Nella sera del 20 s’era deciso di rinnovare il tentativo ancora col Cosenz, il quale aveva radunato un gran numero di barche al Faro e verso sera aveva fatto imbarcare su di esse esattamente 1268 uomini (1). Questi telegrammi dicono chiaro come e quando precisamente avvenne la partenza: “Faro 21 agosto, ore 6 e 45 ant.. Il generale Orsini al generale Sirtori, Messina – Cosenz è partito senza artiglieria etc..”.”. Agrati, a p. 364, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice, n. 9”. Agrati, a p. 589, nell’Appendice n. 9, “Primi sbarchi in Calabria (Archivio Sirtori)”, in proposito scriveva: “21 agosto a Favazzina Cosenza: Brigata Cosenz 77 ufficiali 1007 uomini di truppa, Carabinieri genovesi ufficiali 4 180 uomini di truppa, tot. 81 ufficiali e 1187 uomini di truppa, totale 1263 uomini.”. Agrati, a p. 366, aggiungeva che: “Infine, alle 7 pom. l’Orsini informa che Cosenz ha marciato direttamente su Solano, dominante i Forti di Torre Cavallo e di Alta Fiumara, per congiungersi con Garibaldi.”. Agrati, a p. 366, in proposito aggiungeva: “…c’è la Relazione del Castiglia – da cui l’Oddo ha tratta la sua particolareggiata narrazione – che ci permette di farci un’idea più completa della traversata del Cosenz.”. Agrati, a p. 364, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice, n. 9”. Agrati, a p. 366, aggiungeva che: “Infine, alle 7 pom. l’Orsini informa che Cosenz ha marciato direttamente su Solano, dominante i Forti di Torre Cavallo e di Alta Fiumara, per congiungersi con Garibaldi.”. Agrati, a p. 366, in proposito aggiungeva: “…c’è la Relazione del Castiglia – da cui l’Oddo ha tratta la sua particolareggiata narrazione – che ci permette di farci un’idea più completa della traversata del Cosenz.”. Agrati, a p. 368, in proposito aggiungeva: “Ripresa la marcia, il Cosenz giunse ai Forestari, ove Garibaldi, nella notte del 23 agosto, gli fece pervenire l’ordine di accostarsi allo Stretto a marcie forzate.”. A questo punto del suo racconto l’Agrati ci parla della partenza di Garibaldi da Reggio conquistata e dell’incontro delle truppe di Briganti e del Mario che insieme a Nullo andarono a trattare la resa. Garibaldi il 23 spedì quel telegramma a Cosenz per farlo avvicinare a marcie forzate verso Villa San Giovanni. Scrive l’Agrati a p. 371: “Così il 23 mattina i regi si trovaron presi in una morsa, poichè il Cosenz, dopo una durissima marcia notturna di ben 17 miglia, era giunto sulle alture alle loro spalle. Solo il Ruiz con la sua colonna era riuscito a mettersi in salvo, portandosi sulla costa verso Bagnara. Etc…”. Agrati, a p. 368, in proposito aggiungeva: “Ripresa la marcia, il Cosenz giunse ai Forestari, ove Garibaldi, nella notte del 23 agosto, gli fece pervenire l’ordine di accostarsi allo Stretto a marcie forzate.”. Agrati, a p. 368, aggiungeva che: “Comunque col trasporto del Cosenz, la minuscola flottiglia fibì la sua missione e anche la sua vita, né più se ne intese parlare.”. Agrati, a p. 368, in proposito aggiungeva pure che: “Il Cosenz, intanto, per le alture, s’allontanava dai forti della costa e raggiungeva Solano, ove concedeva un pò di riposo alle sue truppe affaticate. Senonché un distaccamento della colonna Ruiz, appena tornata dall’inseguimento etc…”, e quindi ci racconta della morte di Paolo De Flotte. Agrati, a p. 368, in proposito aggiungeva: “Ripresa la marcia, il Cosenz giunse ai Forestari, ove Garibaldi, nella notte del 23 agosto, gli fece pervenire l’ordine di accostarsi allo Stretto a marcie forzate.”. A questo punto del suo racconto l’Agrati ci parla della partenza di Garibaldi da Reggio conquistata e dell’incontro delle truppe di Briganti e del Mario che insieme a Nullo andarono a trattare la resa. Garibaldi il 23 spedì quel telegramma a Cosenz per farlo avvicinare a marcie forzate verso Villa San Giovanni. Scrive l’Agrati a p. 371: “Così il 23 mattina i regi si trovaron presi in una morsa, poichè il Cosenz, dopo una durissima marcia notturna di ben 17 miglia, era giunto sulle alture alle loro spalle. Solo il Ruiz con la sua colonna era riuscito a mettersi in salvo, portandosi sulla costa verso Bagnara. Etc…”. Agrati, a p. 374, riferendosi a dopo il 24 agosto 1860 cioè a dopo la conquista del forte di Altafiumara, in proposito scriveva: “Padrone ormai delle due rive dello Stretto, Garibaldi può far liberamente passare i diversi corpi del suo Esercito Meridionale. Passa la seconda Brigata Cosenz col generale Milbitz e sbarca a Cannitello, dirigendosi subito verso Scilla; passa il Medici a Villa San Giovanni con gran parte ei suoi e di là, il 25, avvisa Garibaldi, già avanti sulla via di Bagnara, che si trattiene ad attendere il resto e che poi subito lo seguirà; passa con lo Stato Maggiore il Sirtori, che appena sbarcato a Villa riceve un biglietto, etc…”. Dunque, Agrati scriveva che la Seconda Brigata della Divisione Cosenz, quella del generale Milbitz, passerà lo stretto dopo il Cosenz. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 256, in proposito scriveva che: “I garibaldini giunsero a Solano nel pomeriggio del 21 agosto. Accampatisi alla meglio, vi passarono la notte, meditando Cosenz o di scendere verso Reggio per congiungersi a Garibaldi ovvero, se questi non fosse riuscito nell’impresa di Reggio, dirigersi verso l’Aspromonte per iniziare di là la guerra di partigiani assieme alle bande di Plutino, Musolino, Missori e Cattabene.”. Poi, a p. 258, aggiungeva che: “Ruiz, nè spedì altre forze, lasciando così Cosenz indisturbato a Solano. Garibaldi intanto espugnava Reggio, e disfatte le truppe borboniche, si trovò nella felice condizione di continuare la sua avanzata e di estendere sui suoi passi l’avanzata in Calabria…..E fece la sua congiunzione con Cosenz l’indomani del combattimento di Solano, circondando i forti e prendendo posizione contro Melendez, che muoveva da Scilla per incontrarli. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il 26 il Dittatore è a Nicotera…..Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e proseue per Mileto….Lo stesso giorno 27 il Medici transita a Monteleone diretto anch’egli al Pizzo, dopo essere sbarcato il 26 a Nicotera, sotto gli occhi di Garibaldi venuto da Gioia.”. Alessandro Magni (….), nel suo “Vicende della spedizione Cosenz nella guerra del 1860”, ed. Forzani & C., Roma, 1912, a p. 7, in proposito scriveva che: “Finalmente il 21 agosto si udi il cannoneggiamento dalla parte di Reggio, provocato dall’ assalto di Garibaldi, il quale colle truppe di Bixio e di Eberhard era sbarcato a Melito. La sera stessa nell’oscurità e in silenzio le due Divisioni Medici e Cosenz furono imbarcate sopra navi da pesca, condotte da 10 o 12 rematori, con 15 o 20 volontari ognuna. Si vogò tutta la notte per vincere le correnti dello stretto e girare la punta del Faro, onde portarsi al suo lato Nord-Ovest, in posizione da evitare nella traversata i tiri del forte di Scilla. Le navi borboniche in crociera, delle quali vedemmo i fanali, non si accorsero di noi, che avressimo potuto essere affondati dai loro cannoni…”. Dunque, Magni, che racconta la memoria di un volontario garibaldino, col grado di Foriere, scriveva che la sera del 21 agosto 1860, fu operato la traversata di una flottiglia di piccole barche a remi che dovevano sbarcare in Calabria. Garibaldi aveva conquistato Reggio con Bixio. Magni scriveva pure che partirono in silenzio sulla flottiglia le due DIVISIONI MEDICI e la XVI DIVISIONE COSENZ: La sera stessa nell’oscurità e in silenzio le due Divisioni Medici e Cosenz furono imbarcate sopra navi da pesca, condotte da 10 o 12 rematori, con 15 o 20 volontari ognuna.”. Magni, a p. 7 continuando il suo racconto, a p. 7 scriveva che: Avvicinatasi la flottiglia alla spiaggia Calabrese, fra Scilla e Bagnara, senza che alcuna nave nemica fosse apparsa, le due barche cannoniere che la precedevano, dovettero aprire il fuoco contro i soldati borbonici, i quali dalla via Consolare, contigua alla spiaggia, tentavano impedirci lo sbarco. Questo non era facile, poichè su quella costa, le onde, anche con mare tranquillo come quello che avevamo, si urtano e si accavallano sempre, trascinando molta e grossa ghiaia. Però il nostro sbarco potè egualmente eseguirsi con celerità, frail tuonar dei cannoni ripercosso dall’eco dei monti. Appena giunti sulla via Consolare ricevemmo l’ordine di salire subito sull’alta montagna che ci sovrastava. Etc…”. Sulla flottiglia allestita anche da Paolo De Flotte e, comandata dal Castiglia, Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a pp. 240-241, in proposito scriveva che: “Codesta, che era l’unica forza marina di Garibaldi, fu distribuita in quattro divisioni: la prima forte di 50 imbarcazioni, le altre tre di 40 ciascuna. Ogni imbarcazione era montata da 5 marinai e da un timoniere. Comandante supremo erasi  fatto nominare Salvatore Castiglia, il quale aveva per capo di Stato maggiore il tenente di vascello Tilling. Capo della prima divisione fu Andrea Rossi, capitano di lungo corso del compartimento marittimo di Genova, che comandava la flottiglia di sbarco; capo della seconda era Antonio Sandri, capitano di corvetta, della terza il capitano Giuseppe Marini, della quarta Paolo De Flotte, tenente di vascello di prima classe.”. Dunque, in questo passaggio Colocci ci parla dei capi delle quattro divisioni di cui era composta la flottiglia che doveva trasportare le due Divisioni, quella di Medici e quella di Cosenz in Calabria. Abbiamo già visto come alcuni ci parlano dell’Assanti ma il Colocci non dice nulla sull’Assanti. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 746, in proposito scriveva che: “Quali forze aveva Garibaldi? con quale esercito egli si preparava ad affrontare i centomila soldati che stavano a barriera tra lui ed il trono di Francesco II? L’esercito garibaldino era diviso in quei giorni in due gruppi: il primo, costituito da quattromila e cinquecento uomini di Bixio e di Eberhard, trovavasi in Taormina e Giardini, trenta miglia al di là di Messina sulle spiagge del mare Jonio; l’altro gruppo, composto di circa tredicimila uomini, trovavasi scaglionato sulla costa nord-est dell’Isola nel modo seguente: nelle vicinanze di Messina e di Torre del Faro stavano le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber, quasi ottomila uomini, oltre alle forze destinate a tenere in freno i borbonici della cittadella; in Spadafora la brigala Sacchi, mille e cinquecento uomini circa; in Milazzo la divisione Rustow, quattromila uomini.”. Oddo, a p. 759, in proposito aggiungeva: Appena giunse in Messina la notizia dello sbarco di Garibaldi in Melito, il brigadiere Cosenz, a cui era stato lasciato il comando di Torre di Faro, vide la necessità di passare con le sue forze in Calabria e disbarcare alla sinistra di Reggio per fare una diversione alle truppe borboniche, concentrate nella città e nei suoi dintorni, e porle di tal guisa in mezzo tra i suoi soldati e quelli di Garibaldi. Due punti della costa di Calabria si avevano in mira, Catona tra Punta di Pezzo e Reggio, e Favazzina tra Scilla e Bagnara. Fu scelto quest’ultimo punto, e non a caso. Si ebbe presente che il brigadiere Cosenz, marciando da Favazzina verso Reggio, avrebbe potuto espugnare il forte di Scilla, una delle fortezze che posta sur un promontorio domina una gran parte dello stretto del Faro. Nella notte del 20 al 21 agosto, Cosenz ed il comandante Castiglia concertarono tutto per il pronto imbarco della truppa. Alle 2 del mattino, Castiglia dava le sue disposizioni, e tutto metteva in opera perchè il disegno restasse celato al nemico. Mentre le numerose barche erano ancora tirate a terra, in ciascuna di esse faceva imbarcare quattordici uomini delle truppe state destinate alla spedizione. Esse erano vari reggimenti della divisione Cosenz, i Carabinieri genovesi e la compagnia degli Esteri. Alle 3 del mattino tutti questi uomini erano già montati nelle barche. Allora fu dato l’ordine di varare e di condursi alla parte occidentale di Torre di Faro, luogo di convegno. Quivi furono ordinate le quattro divisioni della flottiglia, la prima in cinque linee, le altre in quattro, ciascuna di due squadriglie; alla testa della colonna erano le cinque barche cannoniere. E comecchè Sandri e Marini erano stati richiamati allo Stato maggiore dell’esercito, il Castiglia prese egli stesso il comando della seconda divisione, ed-affidò quello della terza al capo dello Stato maggiore, Tilling.”. Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 763, in proposito scriveva che: “Cosenz già spingevasi avanti coi suoi soldati, e favoriva con la sua presenza la rivoluzione dell’ estrema Calabria, quando Garibaldi prendeva Reggio, impossessandosi cosi di una delle principali città del continente napoletano. Prima di narrare il combattimento, faremo conoscere ai nostri lettori questa città storica e la felice posizione di essa. Reggio è una delle più antiche città greche d’Italia; etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 771, in proposito scriveva che: “Dopo la vittoria di Reggio che costò alla rivoluzione cento quarantasette uomini tra morti e feriti, Garibaldi fece immediatamente marciare una parte del suo piccolo esercito lungo la spiaggia del mare per trovarsi subito di fronte all’ esercito nemico. Dall’altro fianco le truppe di Cosenz e di Medici, già in gran parte disbarcate sul continente, e che avevano udito il cannone di Reggio, nella notte del 22 spingevansi nei dintorni di Scilla, e dilà, avendo saputo dove il nemico accampava, marciavano sulle alture che dominano Piale. Il generale Briganti infatti aveva concentrate tutte le sue forze ed una parte della brigata Mellendez presso Villa San Giovanni.”. Giacomo Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala etc…”, a p. 774, in proposito scriveva che: “Oltre al combattimento di Reggio, altri piccoli combattimenti ebbero luogo prima che si venisse a quella convenzione di che or ora abbiamo parlato. Erano lievi scontri inevitabili alle truppe di Cosenz per fare la loro congiunzione con quelle di Garibaldi. In uno di questi scontri e propriamente in quello di Selano cadeva estinto il valoroso colonnello De Flotte. Questo francese avevasi acquistata fama nel 1848 difendendo le barricate dei etc…”. Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 773, in proposito scriveva che: “Il giorno 24 agosto, il generale Garibaldi concentrò tutta la sua armata attiva, eccetto la divisione Rustow che stava tuttavia in Milazzo, nelle vicinanze di Scilla col seguente ordine: alla testa stavano le truppe arrivate di fresco da Sicilia; poi le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz e la divisione Medici, e finalmente la divisione Bixio. L’artiglieria, che in parte era disbarcata, fu da Orsini impiegata a formare nuove batterie sul litorale dell’estrema Calabria, perchè l’esercito rivoluzionario, guardato etc…”. Sullo sbarco in Calabria delle truppe del generale Enrico Cosenz ha scritto Stefano Canzio, di cui, il suo “Diario” fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul Diario del Canzio, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a pp. 276-277, in proposito scriveva che: Villa San Giovanni (Calabria), 24 agosto 1800. notte fra il 20 e il 21, una parte della divisione Cosenz e i Carabinieri genovesi, che erano accampati al Faro da molto tempo, s’imbarcarono sopra 180 barche a remi. Gli uomini avviati alla sponda della Calabria, in quella notte, ascendevano a circa 1500. Sull’albeggiare le barche, facendo forza di remi, approdarono alla spiaggia di Cagnara, mentre il forte di Scilla dalla sua squallida rupe vomitava, o pretendeva vomitare, fuoco sopra i battelli… I bersagleri di Cosenz si schierarono lungo la strada Consolare, i Carabinieri genovesi sopra la collina che domina la strada, …..I questo breve spazio perdettero un capitano e qualche altro nostri ebbero da dodici a tredici feriti. Di questi, uno è della compagnia dei Carabinieri genovesi ; certo Faccioli, che ricevette una ferita di carabina non grave, sebbene la palla gli abbia perforato il braccio destro. Alla retroguardia, o a fianco dei Carabinieri genovesi, Cosenz, partendo da Bagnara, aveva ordinato che prendessero il drappello francese, comandato dal coraggioso De Flotte; drappello, che coU’inglese, composto di 35 soldati, rappresentavano in (juel fatto e in quel combattimento contro gli sgherri di un re e di un Borbone il santo vessillo della fratellanza e solidarietà dei popoli. Per essere giusti, convien dire che ai due stranieri drappelli, composti di uomini scelti ed arditi, è dovuta principalmente la vittoria della giornata. Il povero De Flotte ebbe il cranio spaccato da una palla tirata,…Cosenz volle che al povero vecchio fossero fatte tutte le onoranze militari…All’indomani, per tempo tutta la nostra colonna partì….”. Menghini, a p. 280 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Garibaldi lasciò Eeggio il giorno 22; il 23 e 24 si avvicinò a lui la colonna del generale Cosenz, che, sbarcata il giorno avanti tra Bagnara e Scilla, aveva presa la via dei monti. I garibaldini ricevettero pure un rinforzo di circa 400 uomini che formavano l’avanguardia della Brigata Medici.”.

LA LEGIONE FRANCESE E PAOLO DE FLOTTE

Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Per chiarire un pò la questione riguardo l’appartenenza della Colonna a cui faceva parte Clement Caraguel (….), che, nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a p. 20, in proposito scriveva che: Tra le figure più insolite a bordo, e ce n’erano molte, menzionerò un bell’inglese, adornato da una magnifica barba bianca che gli si apriva a ventaglio sul petto. Questo signore, che si chiamava Sir John Pear, era apparso per la prima volta a Varese, tra le fila dei volontari, dove si era rapidamente guadagnato la reputazione di tiratore eccezionale. Etc…”. Dunque, in un passagio Caraguel scrive che i volontari partivano per Cagliari dove si trovava il punto di ritrovo e poi aggiunge che sulle navi Oregon e Franklin si trovava il John Pear. A quale compagnia si riferiva il Caraguel ?. Da Wikipedia, parlando degli Sbarchi dei volontari e delle relative organizzate Spedizioni, apprendiamo che le tre navi che salparono, due da Genova e una da Livorno, per portare in Sicilia la spedizione Medici erano state acquistate da una compagnia francese nominalmente da parte di un certo De Rohan, un cittadino statunitense sostenitore della causa italiana e successivamente ribattezzate Washington (nave del Medici), Oregon (nave di Caldesi) e Franklin (nave di Malenchini da Livorno), quindi a Genova il console degli Stati Uniti, accompagnato da Peard, “l’inglese di Garibaldi”, salì a bordo del Washington e issò la bandiera a stelle e strisce. Dopo la sosta nel porto di Cagliari, dove il Medici attese inutilmente l’arrivo delle altre due navi del gruppo Corte, il piccolo bastimento Utile e la nave Charles and Jane, catturate dalla Marina borbonica, le tre navi della Spedizione Medici si diressero verso la Sicilia, quando vennero affiancate dalla nave piemontese Gulnara, il cui capitano dichiarò di volerle scortare fino a Castellammare, come da accordi tra Cavour e Garibaldi. Su disposizione del Persano Il capitano del Gulnara si informò anche se fosse a bordo il Mazzini, che in tal caso doveva essere consegnato all’ufficiale piemontese. Il console del Regno delle Due Sicilie Ippolito Garron, scriveva al console americano a Genova William L. Patterson per avere precisazioni sul diritto di quattro navi a mostrare la bandiera degli Stati Uniti di America e il console americano rispondeva confermando la regolarità della situazione. Ippolito Garron a W. L. Patterson, Genova, 22 giugno 1860. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a p. 27, in proposito scriveva che: Mentre riflettevamo su queste questioni, la corvetta issò la bandiera sarda e calò una scialuppa. Nel frattempo, la Washington spense i motori. Il capitano salì a bordo e ebbe un colloquio di circa un’ora con il colonnello Medici. Venne a informarci che la strada era libera e che potevamo proseguire il nostro viaggio in sicurezza. L’impaziente flottiglia riprese la rotta a tutta velocità. Poco dopo la vedetta gridò: Terra! Si trattava ancora solo delle Isole Lipari. Nel frattempo, a bordo si stava organizzando tutto per lo sbarco e i volontari venivano divisi in quindici compagnie. Il colonnello Medici aveva appena pubblicato un ordine del giorno che non è necessario riprodurre qui e che appartiene alla storia. Infine, scorgemmo all’orizzonte una costa montuosa ricoperta di ulivi e, ai piedi delle montagne, un piccolo e tranquillo paese. Seduti sulle rive di un mare azzurro come il cielo e calmo come un lago. Questa città era Castellammare. Questa terra era la costa della Sicilia.. In questo passaggio Caraguel racconta della SPEDIZIONE MEDICI che la nave sarda “Gulnara” costrinse a sbarcare a Castellammare in Sicilia. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Dunque, il Treveljan scriveva che la compagnia di Clement Caraguel (…) doveva appartenere alla Spedizione MEDICI. Trevljan scriveva che le memorie di Caraguel era un testo Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Ciò risulta anche a me perchè ho trovato scritto molti particolari sul De Flotte ecc…Clement Caraguel che, nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 82-83 aggiunge che: Quella sera la brigata dei Medici partì per Messina; eravamo in cinque o sei, feriti, come me, in modo piuttosto lieve, e non potemmo seguirli. Qualche giorno dopo, fummo caricati su carri di munizioni trainati da buoi a un ritmo lento e tranquillo. Sembravamo i nostri ex re fannulloni. Durante la marcia, ebbi l’opportunità di fare ricognizioni.”. In questo passaggio, Caraguel racconta che la Divisione Medici partì per Messina e lui ed altri compagni essendo feriti non potè seguire la Divisione Medici a cui egli apparteneva. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 247, in proposito scriveva che: In quella stesa notte Cosenz doveva con tutte le sue forze ed impegnando tutta la flottiglia garibaldina, eseguire un quarto sbarco generale fra Scilla e Bagnara. Etc…”. Carocci, a p. 248, scriveva ancora che: “Così in quella notte dal 20 al 21, da Messina a Torre del Faro, fu un incessante affannarsi febbrile di tutto l’accampamento di Cosenz per transitare sul continente, dove sapevasi che Garibaldi era impegnato all’espugnazione di Reggio. e Fonwielle si trovò la sera del 2 al Faro, appunto quando De Flotte capitò per togliere il suo piccolo accampamento e condurre la sua poca gente al mare per l’imbarco (2).”. Colocci (…), a p. 248, nella nota (2) postillava: “(2) L’articolista del ‘Dict. de la Conversation’ (Didot, Supplem. V, VIII) dice che in quel giorno la sua legione era composta d’una cinquantina d’uomini e pare vi fosse anche i volontari inglesi.”. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 237, in proposito scriveva che: “La legione francese, comandata da De Flotte, essendo aggregata al corpo di spedizione di Cosenz, accampava anch’essa tra Torre di Faro e Messina.”.

CLEMENT CARAGUEL e la sua Compagnia della LEGIONE FRANCESE organizzata da PAOLO DE FLOTTE e sotto il comando del generale ENRICO COSENZ

(Foto n….) – Clement Caraguel

Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a p. 27, in proposito scriveva che: Mentre riflettevamo su queste questioni, la corvetta issò la bandiera sarda e calò una scialuppa. Nel frattempo, la Washington spense i motori. Il capitano salì a bordo e ebbe un colloquio di circa un’ora con il colonnello Medici. Venne a informarci che la strada era libera e che potevamo proseguire il nostro viaggio in sicurezza. L’impaziente flottiglia riprese la rotta a tutta velocità. Poco dopo la vedetta gridò: Terra! Si trattava ancora solo delle Isole Lipari. Nel frattempo, a bordo si stava organizzando tutto per lo sbarco e i volontari venivano divisi in quindici compagnie. Il colonnello Medici aveva appena pubblicato un ordine del giorno che non è necessario riprodurre qui e che appartiene alla storia. Infine, scorgemmo all’orizzonte una costa montuosa ricoperta di ulivi e, ai piedi delle montagne, un piccolo e tranquillo paese. Seduti sulle rive di un mare azzurro come il cielo e calmo come un lago. Questa città era Castellammare. Questa terra era la costa della Sicilia.. In questo passaggio Caraguel racconta della SPEDIZIONE MEDICI che la nave sarda “Gulnara” costrinse a sbarcare a Castellammare in Sicilia. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Dunque, il Treveljan scriveva che la compagnia di Clement Caraguel (…) doveva appartenere alla Spedizione MEDICI. Treveljan scriveva che le memorie di Caraguel era un testo Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Il Pecorini Manzoni si riferisce all’esigenza di Garibaldi di avere un agile flottiglia di piccole barche che gli permettessero il passaggio in Calabria. E’ qui che entra in ballo l’incarico dato a Paolo De Flotte ed alla Legione francese aggregata a Cosenz. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 237, in proposito scriveva che: “La legione francese, comandata da De Flotte, essendo aggregata al corpo di spedizione di Cosenz, accampava anch’essa tra Torre di Faro e Messina.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Dunque, secondo il Cesari (….), il generale Enrico COSENZ faceva imbarcare a Torre del Faro la Legione francese di De Flotte e la Brigata Assanti, circa 1200 uomini, con i quali – riferendosi al Cosenz: “….riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Come sappiamo, la Brigata ASSANTI, dipendeva anch’essa dal Comando del generale Enrico Cosenz. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” apprendiamo che la DIVISIONE del generale Enrico Cosenz era composta da due Brigate ed una di esse era al comando del generale MILBITZ. La Brigata di cui è testimone Caraguel potrebbe essere la BRIGATA ASSANDRI ? Sirtori scrivendo a Garibaldi gli comunicava il 9 settembre 1860 che la Brigata Assandri sarebbe arrivata il giorno 10 settembre 1860. Infatti, nel suo racconto è molto probabile che Caraguel si riferisca al giorno 10 settembre in cui egli arriva al porto di Sapri. Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre comunicava a Garibaldi che, la Brigata Assandri si trovava a Rotonda ed era attesa a Lagonegro per il giorno dopo.

Nel 22 agosto 1860, a Solano, la morte di PAOLO DE FLOTTE, dopo lo sbarco in Calabria della LEGIONE FRANCESE della XVI DIVISIONE COSENZ

Da Wikipedia leggiamo che PaoloDe Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Dunque, secondo il Cesari (….), il generale Enrico COSENZ faceva imbarcare a Torre del Faro la Legione francese di De Flotte e la Brigata Assanti, circa 1200 uomini, con i quali – riferendosi al Cosenz: “….riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Come sappiamo, la Brigata ASSANTI, dipendeva anch’essa dal Comando del generale Enrico Cosenz. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” apprendiamo che la DIVISIONE del generale Enrico Cosenz era composta da due Brigate ed una di esse era al comando del generale MILBITZ. La Brigata di cui è testimone Caraguel potrebbe essere la BRIGATA ASSANDRI ? Sirtori scrivendo a Garibaldi gli comunicava il 9 settembre 1860 che la Brigata Assandri sarebbe arrivata il giorno 10 settembre 1860. Infatti, nel suo racconto è molto probabile che Caraguel si riferisca al giorno 10 settembre in cui egli arriva al porto di Sapri. Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre comunicava a Garibaldi che, la Brigata Assandri si trovava a Rotonda ed era attesa a Lagonegro per il giorno dopo. Clement Caraguel (….), a p. 118, in proposito sscriveva: Contrariamente alle nostre aspettative, non c’era un solo soldato sulla costa a opporsi allo sbarco. Finalmente, mettemmo piede su quel suolo italiano che avevamo ardentemente desiderato durante i lunghi e noiosi giorni trascorsi al Faro. Gridammo di gioia ed entusiasmo: Italia! Italia !”. Dunque, la Colonna di cui faceva parte il Caraguel apparteneva al gruppo di PAOLO DE FLOTTE di cui Wikipedia scrive che nel luglio 1860 raggiunse la spedizione dei Mille di Garibaldi a Palermo. In quest’ambito, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cadde ucciso.Dunque, la Compagnia di cui faceva parte il Caraguel era quella della LEGIONE FRANCESE, organizzata da PAOLO DE FLOTTE agli ordini del generale COSENZDi questi volontari francesi che parteciparono alla conquista del Mezzogiorno con Garibaldi nel 1860 ha scritto Boyer Fernand, Les volontaires francais avec Garibaldi en 1860, articolo su ………………..Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 237, in proposito scriveva che: “La legione francese, comandata da De Flotte, essendo aggregata al corpo di spedizione di Cosenz, accampava anch’essa tra Torre di Faro e Messina.”Sull’evento ed i fatti che portarono alla morte del De Flotte, Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 247, in proposito scriveva che: “In quella stesa notte Cosenz doveva con tutte le sue forze ed impegnando tutta la flottiglia garibaldina, eseguire un quarto sbarco generale fra Scilla e Bagnara. Etc…”. Carocci, a p. 248, scriveva ancora che: “Così in quella notte dal 20 al 21, da Messina a Torre del Faro, fu un incessante affannarsi febbrile di tutto l’accampamento di Cosenz per transitare sul continente, dove sapevasi che Garibaldi era impegnato all’espugnazione di Reggio. e Fonwielle si trovò la sera del 2 al Faro, appaunto quando De Flotte capitò per togliere il suo piccolo accampamento e condurre la sua poca gente al mare per l’imbarco (2).”. Colocci (…), a p. 248, nella nota (2) postillava: “(2) L’articolista del ‘Dict. de la Conversation’ (Didot, Supplem. V, VIII) dice che in quel giorno la sua legione era composta d’una cinquantina d’uomini e pare vi fosse anche i volontari inglesi.”. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 249, in proposito scriveva che: “…”Infine, nella notte, la prima brigata della divisione Cosenz fu imbarcata in silenzio e poco dopo vedemmo il nostro camerata sparire rapidamente nell’oscurità….” (1).”. Colocci, a p. 249, nella nota (1) postillava: “(1) De Fonwielle, op. cit., cap. XXIII.”. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 250, in proposito scriveva che: “Poi che Paolo De Flotte vide imbarcata la sua piccola legione, prese il comando della 4° divisione della flottiglia…Si doveva partire alle 4 e mezza dalla sponda ovest di Torre di Faro,….ma la flottiglia non salpò dalla costa prima del giorno 21….Tutta la flottigla era agli ordini del Castiglia….”. Sull’evento ed i fatti che portarono alla morte del De Flotte, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 281, nel cap. VII parlando della “Spedizione di Musolino in Calabria”, in proposito scriveva: “Con tale scopo, aveva da tempo ordinato a Salvatore Castiglia – il comandante del Piemonte da Quarto a Marsala – di radunare quante barche potesse nel porto della capitale dell’Isola e negli altri della riva settentrionale. Il Castiglia aveva faticato parecchio etc…”. Poi, a p. 282 ancora scriveva che: “Nei giorni di permanenza al Faro, le barche s’accrebbero di numero e il Castiglia ne fece 4 Divisioni, di 50 barche la prima e di 40 ciascuna le altre; ogni Divisione fu suddivisa in squadriglie. La minuscola armata era agli ordini del Castiglia stesso, e Gustavo Tilling n’ebbe il comando in seconda e insieme il pomposo grado di Capo dello Stato Maggiore. Etc…”. Agrati si dilunga sul Tilling. Poi a p. 283 aggiungeva che: “Delle 4 Divisioni, la prima fu messa al comando di Andrea Rossi, già timoniere del Piemonte nei Mille, e la seconda a quello del capitano di Corvetta Antonio Sandri; a Giuseppe Marini, capitano anche lui, s’era data la terza e a comandare l’ultima era stato chiamato l’ingegnere francese Paolo De Flotte, che dopo essersi battuto per la libertà del suo Paese ed esserne stato esiliato, era venuto con altri figli di Francia a combattere con Garibaldi; etc…”. Dunque, Agrati ci racconta di come fu organizzata la partenza dalla costa della Sicilia per sbarcare sulla costa della Calabria e dell’impresa di Paolo De Flotte che comandava una delle 4 Divisioni composta da n. 40 barche su cui si imbarcarono i suoi volontari francesi probabilmente proprio quelli della Legione Francese da lui condotti in Sicilia e di cui – molto probabilmente faceva parte anche Clement Caraguel che, nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 82-83 aggiunge che: Quella sera la brigata dei Medici partì per Messina; eravamo in cinque o sei, feriti, come me, in modo piuttosto lieve, e non potemmo seguirli. Qualche giorno dopo, fummo caricati su carri di munizioni trainati da buoi a un ritmo lento e tranquillo. Sembravamo i nostri ex re fannulloni. Durante la marcia, ebbi l’opportunità di fare ricognizioni.”. In questo passaggio, Caraguel racconta che la Divisione Medici partì per Messina e lui ed altri compagni essendo feriti non potè seguire la Divisione Medici a cui egli apparteneva. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 243, in proposito scriveva che: “Le operazioni incominciarono. Esse durarono complessivamente un periodo di 13 giorni, dal 9 al 21 agosto; e a tutte prese parte anche De Flotte.”. Caraguel scrive che non potè seguire la Divisione Medici e Qualche giorno dopo, fummo caricati su carri di munizioni trainati da buoi a un ritmo lento e tranquillo.”. Caraguel, a p. 119, in proposito scriveva: “Avevamo dunque messo piede in Calabria e il nemico non si era ancora mostrato. False notizie li avevano indubbiamente tratti in inganno riguardo al luogo del nostro sbarco, ma non potevano tardare ad arrivare. Dovevamo sbrigarci e sfruttare al meglio il tempo. I carabinieri genovesi presero posizione sulle alture e noi ci adoperammo per costruire piccole fortificazioni. Sulla strada da Bagnara a Scilla si ergevano fortificazioni di terra o di pietra, poiché naturalmente ci si aspettava l’attacco da quella direzione.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel testimonia dello sbarco in Calabria della sua Compagnia con il comandante della flottiglia di barche (la 4° Divisione) di 40 barche, che però sbagliò ed invece di sbarcare a ………………sbarcò a Favazzina in Calabria. La Compagnia di cui faceva parte il Caraguel era quella della LEGIONE FRANCESE, organizzata da PAOLO DE FLOTTE agli ordini del generale COSENZ. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 252, in proposito scriveva che: “Prima a raggiungere la riva fu appunto la 1° Divisione della flottiglia, che portava anche la Legione francese. De Flotte lasciato il comando della sua 4° Divisione marina ad un ufficiale subalterno, prese il comando dei suoi compatrioti, sbarcati per primi. Con lui scese a terra anche Andrea Rossi, comandante la 1° Divisione, che corse subito all’aiuto di alcuni marinai a tagliare i fili del telegrafo. Con De Flotte ‘era anche il suo amico Imbriani. Poi sbarcarono i carabinieri genovesi, sotto il comando del bravo Mosto.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 287, nel cap. VII parlando della “Spedizione di Musolino in Calabria”, in proposito scriveva: “Però non il solo De Flotte era andato fuori di strada. Le Guide del Missori e i bersaglieri del Bonnet erano approdati a parecchia distanza dal punto convenuto e, per di più, nello sbarco disordinato avevano perduto il contatto con il grosso della Brigata Sacchi, col quale era il comandante Musolino, e con cui si ricongiunsero soltanto alcune ore più tardi, nei gioghi dell’Aspromonte, dopo aver lasciato qualche prigioniero in mano al nemico.”. Dunque, qui l’Agrati ci parla chenell’impresa del De Flotte – di cui faceva parte il Caraguel – vi centra il Musolino che secondo l’Agrati si trovava con “il grosso della Brigata Sacchi”. Dunque, Agrati ci dice che nell’impresa di Musolino e del Flotte, il grosso della truppa era con la Brigata Sacchi. In effetti, Caraguel arriverà a Sapri dove imbarcandosi sul piroscafo Vittoria troverà già imbarcata la Brigata Sacchi che il giorno prima era arrivata con Sirtori a Lagonegro. E parla dell’elogio funebre che i Calabresi fecero a questo volontario francese. Dunque, riepilogando, la Compagnia a cui apparteneva Clement Caraguel era una compagnia di volontari francesi che fu chiamata “Legione Francese”, organizzata da DE FLOTTE e posta sotto il comando supremo del generale COSENZ, da cui Caraguel dipendeva. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 364-365, in proposito scriveva che: “Nella notte stessa in cui Garibaldi entrava in Reggio, il Cosenz riusciva a sbarcare in Calabria anch’esso, con 1200 uomini dei suoi. Come sappiamo, dopo il passaggio della piccola colonna Musolino, s’eran fatti parecchi tentativi di portarle soccorsi con altri sbarchi al nord dello Stretto, ma la vigilanza borbonica li aveva tutti impediti. Nella sera del 20 s’era deciso di rinnovare il tentativo ancora col Cosenz, il quale aveva radunato un gran numero di barche al Faro e verso sera aveva fatto imbarcare su di esse esattamente 1268 uomini (1). Questi telegrammi dicono chiaro come e quando precisamente avvenne la partenza: “Faro 21 agosto, ore 6 e 45 ant.. Il generale Orsini al generale Sirtori, Messina – Cosenz è partito senza artiglieria etc..”.”. Dunque, Agrati scriveva che nella notte del 21 agosto 1860, il generale Cosenz decise di imbarcare la sua 1° Brigata della sua DIVISIONE e con il De Flotte per tentare lo sbarco in Calabria. Agrati, a p. 364, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice, n. 9”. Agrati, a p. 366, aggiungeva che: “Infine, alle 7 pom. l’Orsini informa che Cosenz ha marciato direttamente su Solano, dominante i Forti di Torre Cavallo e di Alta Fiumara, per congiungersi con Garibaldi.”. Agrati, a p. 366, in proposito aggiungeva: “…c’è la Relazione del Castiglia – da cui l’Oddo ha tratta la sua particolareggiata narrazione – che ci permette di farci un’idea più completa della traversata del Cosenz.”. Agrati, a p. 366, aggiungeva che: “Infine, alle 7 pom. l’Orsini informa che Cosenz ha marciato direttamente su Solano, dominante i Forti di Torre Cavallo e di Alta Fiumara, per congiungersi con Garibaldi.”. Agrati, a p. 366, in proposito aggiungeva: “…c’è la Relazione del Castiglia – da cui l’Oddo ha tratta la sua particolareggiata narrazione – che ci permette di farci un’idea più completa della traversata del Cosenz.”. Agrati, a p. 368, in proposito aggiungeva: “Ripresa la marcia, il Cosenz giunse ai Forestari, ove Garibaldi, nella notte del 23 agosto, gli fece pervenire l’ordine di accostarsi allo Stretto a marcie forzate.”. Agrati, a p. 368, aggiungeva che: “Comunque col trasporto del Cosenz, la minuscola flottiglia fibì la sua missione e anche la sua vita, né più se ne intese parlare.”. Dunque, Agrati scriveva che dopo lo sbarco in Calabria, lo sbarco della Divisione di Cosenz e della flottiglia di barche allestite dal Castigla e da Paolo De Flotte, fatto lo sbarco non se ne seppe più nulla e non se ne parlò se non della morte del De Flotte. Adriano Colocci (….), nel suo, Paolo De Flotte (1817-1860), Torino, Fratelli Bocca, 1912, a p. 256, in proposito scriveva che: “I garibaldini giunsero a Solano nel pomeriggio del 21 agosto. Accampatisi alla meglio, vi passarono la notte, meditando Cosenz o di scendere verso Reggio per congiungersi a Garibaldi ovvero, se questi non fosse riuscito nell’impresa di Reggio, dirigersi verso l’Aspromonte per iniziare di là la guerra di partigiani assieme alle bande di Plutino, Musolino, Missori e Cattabene.”. Poi, a p. 258, aggiungeva che: “Ruiz, nè spedì altre forze, lasciando così Cosenz indisturbato a Solano. Garibaldi intanto espugnava Reggio, e disfatte le truppe borboniche, si trovò nella felice condizione di continuare la sua avanzata e di estendere sui suoi passi l’avanzata in Calabria…..E fece la sua congiunzione con Cosenz l’indomani del combattimento di Solano, circondando i forti e prendendo posizione contro Melendez, che muoveva da Scilla per incontrarli. Intanto tra i morti di quel fatto d’arme del 22 agosto a Solano c’era stato Paolo De Flotte !….La morte di De Flotte avvenne verso la fine del combattimento. (1)…Etc…”. Colocci, a p. 259, nella nota (1) postillava: “(1) Così testimoniavano Massimo Du Camp, Expeditions des Deux-Siciles (1861, Librarie Nouv.., pp. 83-90); A. Dumas, Les Garibaldiens, p. 210, ove aggiunge che De Flotte, quando cadde ancora aveva indosso i 250 franchi del denaro che Dumas gli aveva prestato; Bordone, p. 323; Garibaldi stesso nelle sue Memorie autobiografiche, ed. Barbèra, cap. XIII, pag. 379, etc…; Mistrali, Da Novara a Roma, III, 650; P. Da Forio, II, 3; Oddo, I Mille, cap. XVII. – La Cecilia, Storia della insurrezione Siciliana. Eguale versione dava il Guardione, che però successivamente corresse la sua osservazione etc…”. Dopo l’episodio di Solano, Caraguel prosegue il suo racconto nelle sue memorie e scrive: “Partimmo sotto il comando di Paugam, che aveva sostituito de Flotte, era al comando della compagnia.”. Caraguel scriveva che da Solano partirono sotto il comando di PAUGAM, che aveva sostituito PAOLO DE FLOTTEClément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. A p. 123, in proposito scriveva che: Tuttavia, i napoletani continuavano a cedere, e stavamo per caricarli alla baionetta quando giunse l’ordine dal Generale Cosenz di cessare il fuoco e tornare verso Scilla.. Caraguel apparteneva a quel corpo legionario francese ed era un esploratore, infatti, a Solano dove morirà De Flotte, a p. 125 scriveva: Mentre questa tempesta infuriava su Solano, gli esploratori, tra cui c’ero io, si erano infiltrati nel grano e avevano allarmato non poco i napoletani, etc…. Caraguel, a p. 127, scriveva pure della morte di De Flotte a Solano: Cos’era successo? Un volontario francese, Fischet, completamente sconvolto, mi disse a bassa voce: “Il nostro comandante è morto!” “Della flotta!” gridai. “È appena stato ucciso”, rispose Fischet, voltandosi per asciugarsi una lacrima. Rimasi pietrificato. “Vieni”, mi disse Fischet.. Caraguel, a p. 132 scriveva pure che: “Mentre stavamo rientrando nei nostri alloggi, scoppiò una violenta tempesta e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti del giorno, per verificare che non ci mancasse nulla e che tutto fosse in ordine.”. Dunque Caraguel scriveva che dopo la morte di De Flotte la Compagnia a cui apparteneva Caraguel partì da Solano sotto il comando di PAUGAM, che sostituiva De Flotte su ordine del generale Cosenz. Chi era ISIDORO PAUGAM ? Dopo la morte di Paul de Flotte (ucciso il 22 agosto 1860), Paugam divenne capitano e comandante della compagnia. Giacomo Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala etc…”, a p. 774, in proposito scriveva che: “Oltre al combattimento di Reggio, altri piccoli combattimenti ebbero luogo prima che si venisse a quella convenzione di che or ora abbiamo parlato. Erano lievi scontri inevitabili alle truppe di Cosenz per fare la loro congiunzione con quelle di Garibaldi. In uno di questi scontri e propriamente in quello di Selano cadeva estinto il valoroso colonnello De Flotte. Questo francese avevasi acquistata fama nel 1848 difendendo le barricate dei etc…”.

Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 280 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Garibaldi lasciò Eeggio il giorno 22; il 23 e 24 si avvicinò a lui la colonna del generale Cosenz, che, sbarcata il giorno avanti tra Bagnara e Scilla, aveva presa la via dei monti. I garibaldini ricevettero pure un rinforzo di circa 400 uomini che formavano l’avanguardia della Brigata Medici.”.

LA BRIGATA MILBITZ, 2° Brigata della DIVISIONE DI COSENZ a cui si aggregò anche Clement Caraguel

Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI DIVISIONE di Enrico Cosenz. La 2° Brigata della XVI° Divisione Cosenz era comandata dal Maggiore Generale De Milbitz. Da Wikipedia leggiamo che Aleksander Izenschmid, conte di Milbitz (Kuršėnai, 20 agosto 1800 – Torino, 17 giugno 1883) è stato un militare e patriota polacco. Appresa della spedizione dei Mille, partì per la Sicilia e, nel luglio 1860, a Palermo fu nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’Esercito meridionale. Al comando della brigata “Milbitz” prese parte alla battaglia di Milazzo e durante la campagna napoletana, comandante della XVI Divisione, fu posto a difesa di Santa Maria di Capua durante la Battaglia del Volturno, nel corso della quale il 1º ottobre fu ferito. In un altro sito sul web leggiamo che Milbitz, nel 1859 rientrò in Italia, dove partito per la Sicilia fu subito nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’esercito, al comando di una brigata a Milazzo e della 160° Divisione al Volturno. Enrico FARDELLA (….), un garibaldino volontario, fece parte della Brigata di A Izensmid Milbitz. Il Fardella attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. Sempre da Wikipedia alla voce “battaglia del Volturno” leggiamo che intanto si continuava a combattere con accanimento a Santa Maria Capua Vetere, dov’era ferito lo stesso generale Izenschmid Milbitz, sostituito da Enrico Fardella al comando della brigata, e si segnalava la presenza della cavalleria ungherese del maggiore Scheiter accorsa da Caserta insieme alla brigata Eber della riserva comandata da Türr. Alle ore 18 i borbonici furono costretti a ripiegare facendo ripristinare la linea garibaldina Santa Maria Capua Vetere-Sant’Angelo in Formis. Nel frattempo si combatteva pure sulle colline a est da Monte Tifata, a Monte Viro e a Castel Morrone, dove cadeva Pilade Bronzetti alla testa del 1º Battaglione Bersaglieri, che andò distrutto.  Sulla Divisione del Cosenz, Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a p. 301, in proposito scriveva che: “…la divisione Cosenz, comandata dal Milbitz, etc…”. Dunque, il generale Milbitz comandava la Divisione del Generale Cosenz. Enrico Fardella sulla Treccani on-line scriveva che Fardella successivamente si trasferì a Londra, dove avviò un’attività commerciale; qui fu informato degli avvenimenti italiani da M. Amari; nel ’60 ritornò precipitosamente dall’Inghilterra per partecipare all’impresa garibaldina. A Genova salì a bordo del piccolo piroscafo “Utile”, che salpò il 24 maggio con 60 volontari guidati dal siciliano C. Agnetta. Dopo un viaggio avventuroso, sbarcò a Marsala e con alcuni suoi antichi compagni d’arme marciò su Trapani, occupandola senza combattere e assumendone la carica di governatore provvisorio. Riconosciutogli da Garibaldi il grado di colonnello, organizzò un reggimento che fu assegnato alla brigata di A. Izensmid Milbitz.Attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. In Campania il 1° ottobre nell’avamposto di San Tammaro (Caserta) col suo reggimento si batté con coraggio e riuscì a respingere sei assalti del nemico; per le capacità dimostrate fu promosso comandante della brigata in sostituzione del Milbitz, ferito durante la battaglia. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” apprendiamo che la DIVISIONE del generale Enrico Cosenz era composta da due Brigate ed una di esse era al comando del generale Milbitz. Caraguel non faceva parte della BRIGATA DEL GENERALE MILBITZ ma aveva fatto un tratto di marcia attraverso la Calabria insieme alla Brigata del generale. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI Divisione di Enrico Cosenz. La 2° Brigata della XVI° Divisione Cosenz era comandata dal Maggiore Generale De Milbitz. Da Wikipedia leggiamo che Aleksander Izenschmid, conte di Milbitz (Kuršėnai, 20 agosto 1800 – Torino, 17 giugno 1883) è stato un militare e patriota polacco. La Brigata di cui è testimone Caraguel potrebbe essere la BRIGATA ASSANDRI ? Sirtori scrivendo a Garibaldi gli comunicava il 9 settembre 1860 che la Brigata Assandri sarebbe arrivata il giorno ovvero il giorno 10 settembre 1860. Infatti, nel suo racconto è molto probabile che Caraguel si riferisca al giorno 10 settembre in cui egli arriva al porto di Sapri. Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre comunicava a Garibaldi che, la Brigata Assandri si trovava a Rotonda ed era attesa a Lagonegro per il giorno dopo. A quale divisione apparteneva la “Brigata Assandri” ?. L’Esercito dell’Italia Meridionale, formato da Garibaldi constava della  16ª Divisione (Cosenz) 1ª Brigata (Assanti); 3° Reggimento (Albuzzi). Da Wikipedia leggiamo che il colonnello ASSANTI era comandante della 1° Bigata della 16° Divisione del generale Cosenz. Non so se il Sirtori, nel dispaccio indirizzato a Garibaldi si riferisca a “GAETANO ASSANTI” (Agrati dice “Brigata Assandri”), era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore della XVI “Divisione Cosenz”. Sul colonnello Gaetano ASSANTI, troviamo sulla Treccani on-line che nel 1860 prese parte alla spedizione deì Mille. Come colonnello nella 16a divisione, si segnalò a Mìlazzo, e nella battaglia del Volturno. Credo che errasse Agrati chiamandolo “Assandri”. Dunque, sappiamo che il “3° Reggimento, detto “Albuzzi” era già a Lagonegro arrivato con Sirtori mentre l’Assandri era attesa a Lagonegro per il giorno 10 settembre 1860. Sulla rete apprendiamo che Damiano Felice Gaetano Assanti  (Catanzaro, 9 luglio 1809 – Roma, 27 febbraio 1894), nel 1860 partecipa alla spedizione dei Mille, sbarca in Sicilia assieme al generale Enrico Cosenz come colonnello nella 16 ª Divisione dell’Esercito Meridionale. Dunque, si tratta della Brigata ASSANTI, della Brigata di MILBITZ o della Divisione Medici ? Caraguel racconta che dal porto di Sapri, il piroscafo Vittoria salpò e: “Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Dunque, Caraguel scrive che arrivati nel porto di Salerno, la sua Compagnia – e presumo anche la Brigata Sacchi, non si fermarono nel porto di Salerno perchè giunse l’ordine di proseguire direttamente per Napoli. Sulla Brigata del generale MILBITZ ha scritto Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 155-156, arrivati a Palmi, in proposito scriveva che: La Brigata Milbitz faceva parte della Divisione Cosenz.”. Dunque, Caraguel scriveva che la Brigata del generale MILBITZ faceva parte della DIVISIONE COSENZ. Sul generale Milbitz, Caraguel, a pp. 155-156 scriveva: “Raccontare la storia di questo coraggioso generale Milbitz significherebbe raccontare l’agonia della Polonia e i disastri della Francia nel 1815, la campagna di Varsavia del 1831 e le eroiche lotte di Garibaldi nel 1848. Ferito ed esiliato, il generale Milbitz si rifugiò in Grecia, dove visse impartendo lezioni di matematica fino al giorno in cui il primo grido d’indipendenza risuonò in Sicilia. Fu uno dei primi a sbarcare a Marsala. Varsavia nel 1831 e le eroiche lotte di Garibaldi nel 1848. Ferito e dichiarato fuorilegge, il generale Milbitz si rifugiò in Grecia, dove visse impartendo lezioni di matematica fino al giorno in cui il primo grido di indipendenza risuonò in Sicilia. Fu uno dei primi a sbarcare a Marsala. Il generale Milbitz era uno degli ufficiali più capaci dell’esercito e, nonostante l’età (sessantatré anni), uno dei più attivi. Ma nessuno è perfetto in questo mondo. Con le rarissime qualità di mente e di cuore, che gli valsero la venerazione e l’affetto di tutti coloro che lo conoscevano, il generale Milbitz aveva una piccola debolezza, derivante dal suo temperamento di uomo del Nord. Gli era assolutamente impossibile stare più di ventiquattro ore senza mangiare, un’abitudine che alla fine aveva reso facile a noi giovani che avevamo dimenticato da tempo cosa significasse mangiare e dormire. A rigor di termini, un pasto al giorno non era troppo, ma, nelle circostanze in cui ci trovavamo, era un vero lusso sardanapale poterlo fare etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 374 – riferendosi a dopo il 24 agosto 1860 cioè a dopo la conquista del forte di Altafiumara, in proposito scriveva: Padrone ormai delle due rive dello Stretto, Garibaldi può far liberamente passare i diversi corpi del suo Esercito Meridionale. Passa la seconda Brigata Cosenz col generale Milbitz e sbarca a Cannitello, dirigendosi subito verso Scilla; passa il Medici a Villa San Giovanni con gran parte ei suoi e di là, il 25, avvisa Garibaldi, già avanti sulla via di Bagnara, che si trattiene ad attendere il resto e che poi subito lo seguirà; passa con lo Stato Maggiore il Sirtori, che appena sbarcato a Villa riceve un biglietto, etc…”. Dunque, Agrati scriveva che il generale MILBITZ comandava la 2° Brigata della DIVISIONE COSENZ e scrive pure che partì dalle coste siciliane e sbarcò a Cannitello. Dopo lo sbarco a Cannitello, Milbitz con i suoi si dirige a Scilla. E’ con la Brigata del generale polacco Milbitz che si aggregherà Clement Caraguel. Insieme allo Stato Maggiore ed alla Brigata del generale Milbitz, insieme arrivarono a Melito di Calabria. Infatti, Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 150 scriveva: Quindi ritorno al punto di partenza, a Scilla. Una breve escursione che fui costretto a fare a Messina mi fece accumulare un po’ di ritardo, così che al mio ritorno la compagnia francese, che aveva abbandonato il suo vecchio soprannome di tribù Beni-Croq’-Poules per chiamarsi Compagnia della Flotta, era già partita. Fortunatamente, incontrai un mio amico francese, E. D., aggregato allo stato maggiore del generale Milbitz; Marciai attraverso la Calabria con lui e il suo stato maggiore, senza esservi assegnato con alcun titolo ufficiale. Quindi ripartimmo, passando per Bagnara e Solano. Il mio amico, che soffriva un po’ per un mal etc…”. Dunque, Caraguel scriveva che lui e la sua compagnia (La “Compagnia francese”, che aveva abbandonato il suo vecchio soprannome di tribù Beni-Croq’-Poules per chiamarsi Compagnia della Flotta, era già partita), da Scilla. Caraguel aggiunge che: Fortunatamente, incontrai un mio amico francese, E. D., aggregato allo stato maggiore del generale Milbitz; Marciai attraverso la Calabria con lui e il suo stato maggiore, senza esservi assegnato con alcun titolo ufficiale. Quindi ripartimmo, passando per Bagnara e Solano.”. Caraguel – senza essere assegnato a nessun corpo con titolo ufficiale – continuò a marciare per la Calabria, arrivando a Bagnara e a Solano, con il suo amico francese che “era aggregato allo Stato Maggiore del generale Milbitz”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 150 scriveva: Quindi ritorno al punto di partenza, a Scilla. Una breve escursione che fui costretto a fare a Messina mi fece accumulare un po’ di ritardo, così che al mio ritorno la compagnia francese, che aveva abbandonato il suo vecchio soprannome di tribù Beni-Croq’-Poules per chiamarsi Compagnia della Flotta, era già partita.”. Caraguel racconta che, ad un certo punto, dopo i fatti di Solano, e della morte di Paolo De Flotte, egli ritornando da Messina arrivò in ritardo in Calabria quando la sua Compagnia – la Legione francese – era già partita. Caraguel, proseguendo il suo racconto, di ritorno a Scilla scrive che: “Fortunatamente, incontrai un mio amico francese, E. D., aggregato allo stato maggiore del generale Milbitz; Marciai attraverso la Calabria con lui e il suo stato maggiore, senza esservi assegnato con alcun titolo ufficiale. Quindi ripartimmo, passando per Bagnara e Solano. Il mio amico, che soffriva un po’ per un mal etc…”. Dunque, Caraguel scriveva che lui e la sua compagnia (La “Compagnia francese”, che aveva abbandonato il suo vecchio soprannome di tribù Beni-Croq’-Poules per chiamarsi Compagnia della Flotta, era già partita), da Scilla, e quindi, Caraguel scrive che marciò attraverso la Calabria insieme ad un suo vecchio amico “E. D.” aggregato allo stato maggiore del generale Milbitz”. Dopo l’episodio di Solano, Caraguel prosegue il suo racconto nelle sue memorie e scrive: “Partimmo sotto il comando di Paugam, che aveva sostituito de Flotte, era al comando della compagnia.”. Caraguel scriveva che da Solano partirono sotto il comando di PAUGAM, che aveva sostituito PAOLO DE FLOTTECaraguel, a p. 132 scriveva pure che: “Mentre stavamo rientrando nei nostri alloggi, scoppiò una violenta tempesta e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti del giorno, per verificare che non ci mancasse nulla e che tutto fosse in ordine.”. Dunque Caraguel scriveva che dopo la morte di De Flotte la Compagnia a cui apparteneva Caraguel partì da Solano sotto il comando di PAUGAM, che sostituiva De Flotte su ordine del generale Cosenz. Chi era ISIDORO PAUGAM ? Dopo la morte di Paul de Flotte (ucciso il 22 agosto 1860), Paugam divenne capitano e comandante della compagnia. Dopo la morte di Paolo De Flotte a Solano cosa accade ? Quale percorso fa il Caraguel e a quale compagnia egli era aggregato ?. Caraguel, nel capitolo X riassume gli argomenti e scriveva: “Marche sur Naples.- Garibaldi en avantment.- Le paysan de Palmi et son âne. Etc..”. Egli ci racconta del passaggio di lui e della sua Compagnia dell’aggregazione con la Brigata del generale MILBITZ, del passaggio a Melito, a Pizzo, del passaggio a Rogliano, dove ci parla dei “Les volontaires de Rogliano”, del passaggio a San Pietro, dell’arrivo a Cosenza, e finalmente dell’arrivo in Basilicata e a Sapri. Caraguel racconta, a p. 142: “Il generale Cosenz si presentò con un parlamentare davanti al forte per chiedere la resa del comandante. Il comandante, stupito da tale proposta, esitò. Nel frattempo, alcuni garibaldini, etc..”Insieme allo Stato Maggiore ed alla Brigata del generale Milbitz, insieme arrivarono a Melito di Calabria. Caraguel racconta che arrivati a Reggio si ricongiunsero con il generale Cosenz e bisognava conquistare il forte di Scilla. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Arrivarono a Melito, a Monteleone e a Pizzo Calabro. A p. 161, scriveva: Dopo Monteleone viene il Pizzo, un nome sinistro che evoca il ricordo della tragica fine di re Murat. Etc…”A p. 163 Caraguel si trova a Pizzo sempre insieme al generale Milbitz: A quel tempo, il Pizzo era gestito da un tipo corpulento circondato da altri funzionari dello stesso stampo, che non ci auguravano certo il bene. Quella sera, il generale Milbitz chiamò il mio amico D…, che, oltre a essere un ufficiale di artiglieria, era anche una sorta di medico, per curare un sottufficiale gravemente malato. D… andò dal sindaco per chiedergli dove si trovasse l’ospedale.. Nelle sue memorie il Caraguel, a p. 167, in proposito a Rogliano scriveva che: Rogliano, dove arrivammo il giorno successivo, aveva un aspetto decisamente militare; vi erano state organizzate due compagnie, che trovammo impegnate in esercitazioni, una di studenti, l’altra di monaci. Le loro uniformi erano tutte di velluto nero, camicette e pantaloni; gli studenti indossavano il cappello garibaldino, i monaci un berretto di velluto con pennacchio; sul berretto era ricamata una croce bianca, in lana per i soldati, in argento per gli ufficiali. Questa uniforme non era certo la meno originale in un esercito dove ce n’erano tante di originali e pittoresche. L’artiglieria arrivò a Rogliano poco dopo di noi, ma, ahimè! in che stato! I muli avrebbero potuto essere esposti con successo in un museo di osteologia; quanto ai cavalli, si può avere un’idea dallo stato dei muli; erano cavalli fantasma. Più di una volta gli artiglieri erano stati costretti ad aggiogarsi ai cannoni per uscire da situazioni difficili.”. A questo punto, Caraguel, mentre stava partendo con la sua Compagnia da Rogliano scriveva che: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, da ciò che scrive in questo passaggio il Caraguel si evince che egli stava partendo mentre, “l’intera Divisione Medici arrivò a Rogliano”. Caraguel, a p. 168, aggiungeva pure che a Rogliano, dovendo egli partire: Era giunto il momento di stringere la mano ai vecchi compagni e ripartimmo, perché il generale Milbitz, nonostante i suoi sessantatré anni, era ancora in testa. Lasciata Rogliano, etc…. In questo passaggio Caraguel ricorda di aver salutato “i vecchi compagni” (credo si riferisca ai compagni della Divisione Cosenz) e proseguì la marcia. Seguendo quale Brigata ? Con il generale Milbitz e la sua Brigata, il Caraguel e la sua Compagnia che faceva parte della Legione Francese, si erano incontrati a Palmi. Caraguel non faceva parte della BRIGATA DEL GENERALE MILBITZ ma aveva fatto un tratto di marcia attraverso la Calabria insieme alla Brigata del generale. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà dell’Intendenza per il vettovagliamento e per i mezzi di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. …….La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, il 9 settembre 1860 rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Dunque, la XVII Divisione Medici con i suoi volontari Garibaldini si trovava a Paola. Sirtori scrivendo a Garibaldi, gli comunicava che a Paola, l’8 settembre 1860 attendevano al porto le Brigate: “La Divione Medici è a Paola,….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Dunque, Sirtori comunicava a Garibaldi che a Paola attendevano i vapori per essere trasportati a Napoli la DIVISIONE XVII MEDICI, e la metà della BRIGATA MILBITZ, le compagnie di FARDELLA, PALIZZOLO e LAUGIER. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il 26 il dittatore è a Nicotera…..Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….Lo stesso giorno 27 il Medici transita a Monteleone diretto anch’egli al Pizzo, dopo essere sbarcato il 26 a Nicotera, sotto gli occhi di Garibaldi venuto da Gioia.”. Sui movimenti della 2° Brigata della Divisione Cosenz – quella comandata da Milbitz, Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto.”. Dunque, Agrati racconta che solo il 27 agosto 1860, la 2° Brigata del generale Milbitz, aggregata alla DIVISIONE DI COSENZ sbarca a Nicotera e prosegue la marcia per MILETO in Calabria. Dunque, Milbitz con i suoi volontari garibaldini della 2° Brigata della Divisione Cosenz, dopo essere sbarcato a NICOTERA in Calabria, il 27 agosto 1860, raggiunge MILETO. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 138, in proposito scriveva che: “…e ci benedisse con un acquazzone torrenziale. Fu una notte che non dimenticherò mai. Andavamo quasi di corsa, senza fermarci un attimo, con l’esercito napoletano alle calcagna. La cavalleria, che ne costituiva l’avanguardia, era così vicina che a tratti potevamo sentire i nitriti dei cavalli. I nostri cani e i loro, irritandosi a vicenda, abbaiavano e si rispondevano nell’oscurità. Nel pieno di questa marcia furiosa, un volontario inciampò in una radice; cadde e il suo fucile gli sfuggì di mano. Inizialmente si pensò che fosse l’inizio di un attacco e ci voltammo subito; ma l’incidente fu presto chiarito: il proiettile aveva trapassato il piede del volontario; fu messo su una barella improvvisata e la ritirata continuò. Cinque o sei cavalieri napoletani ci erano già addosso; aprimmo il fuoco; due caddero; gli altri voltarono i loro cavalli in fretta. Giungemmo infine a un burrone molto ripido, in fondo al quale scorreva un torrente che attraversammo senza troppe difficoltà; ma il passaggio era impraticabile per la cavalleria napoletana, che fu costretta a fermarsi.Era ora, perché stava guadagnando terreno considerevole. In quel momento poteva essere l’una di notte, e marciavamo a passo svelto da sei ore.Alcuni contadini che incontrammo ci dissero che Garibaldi stava avanzando rapidamente da Reggio per incontrarci.Questa notizia ci rincuorò e ci fece dimenticare tutte le nostre sofferenze, tanto potente era il prestigio esercitato da quel grande nome. Ci fermammo per un po’ in un misero borgo di sette o otto case, e ognuno si sistemò come meglio poté sul terreno umido.All’alba, la marcia riprese, e verso mezzogiorno raggiungemmo Villa-San-Giovanni, cioè, o quasi, il nostro punto di approdo. Dalle alture dove prendemmo posizione, potevamo scorgere, nella luminosa distanza, la Sicilia, il Faro, e potevamo persino distinguere, sdraiati sulla sabbia della riva, quelli dei nostri compagni rimasti sull’isola, in attesa del momento di attraversare verso la terraferma. In riva al mare, riconoscemmo i forti di Altafiumara e Torre-Cavallo, che si preparavano alla battaglia, e tra i forti e noi, a metà del pendio, il corpo d’armata di Garibaldi, che ci accolse con grida di gioia.L’esercito, che aveva appena compreso il piano del suo generale, batté le mani.Eravamo stati inviati verso nord, simulando una marcia immediata su Napoli, per confondere e respingere i realisti, e lo stratagemma aveva avuto successo. Prima di tutto, ci furono distribuiti i viveri, di cui avevamo grande bisogno, e, mentre consumavamo in fretta un pranzo di pura concisione militare, ci godemmo uno spettacolo piuttosto curioso;come potete vedere, non eravamo certo da compatire, avendo allo stesso tempo buon cibo e divertimento, Panem et circenses. Una nave napoletana, quell’eterna Borbone che aveva tanto ostacolato il nostro sbarco, sfrecciava come un pazzo nello stretto, senza sapere chi attaccare, quando le venne l’idea di bombardare il Faraone, che naturalmente non voleva essere da meno in cortesia. Garibaldi, impaziente per questo inutile trambusto.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 142, in proposito scriveva che: Bisognava ancora conquistare il forte di Scilla, dotato di una forte guarnigione e di una quarantina di cannoni, che non potevamo abbandonare all’inizio della campagna. Purtroppo, la nostra artiglieria non era ancora arrivata dalla Sicilia. Era vero che l’arrivo era previsto a giorni, ma era davvero il momento di intraprendere le lente operazioni di un assedio quando l’intero esercito era ansioso di marciare su Napoli? Il generale Cosenz si presentò con un parlamentare davanti al forte per chiedere la resa del comandante. Il comandante, stupito da tale proposta, esitò. Nel frattempo, alcuni garibaldini, che avevano seguito il generale per curiosità e semplicemente per vedere cosa sarebbe successo, si erano fermati sul ponte levatoio, che il comandante del forte si era dimenticato di alzare. Il numero degli astanti aumentava di momento in momento, tanto che, quando decisero finalmente di alzare lo sfortunato ponte levatoio, era troppo tardi. Etc…”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 157, in proposito scriveva che: Dopo una terribile giornata di marcia, arrivammo a Melito; dovevano essere le otto di sera. Straordinariamente, avevamo trovato un alloggio adatto nella casa dell’arcidiacono locale. Era proprio di fronte a quella casa, in mezzo alla strada, che solo pochi giorni prima i napoletani si erano sentiti in dovere di giustiziare il loro generale, Briganti.”. Dunque, si tratta sicuramente dopo alcuni giorni dopo il 27 agosto 1860, la Brigata arrivò a Melito. Dopo Melito arrivarono a Monteleone e dopo Monteleone marciarono per il Pizzo. Dopo il Pizzo partirono per MAIDA.

16.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Cosenz
Stato Maggiore di Divisione Capo Magg. Serafini
1.a Brigata Comandante Colonn. Assanti
2.a Brigata Comandante Magg. Gen. De Milbitz

Nel 27 agosto 1860, da Rogliano, la marcia di CLEMENT CARAGUEL appartenente alla vecchia Legione Francese di Paolo De Flotte

Sui movimenti della 2° Brigata della Divisione Cosenz – quella comandata da Milbitz, Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto.”. Dunque, Agrati racconta che solo il 27 agosto 1860, la 2° Brigata del generale Milbitz, aggregata alla DIVISIONE DI COSENZ sbarca a Nicotera e prosegue la marcia per MILETO in Calabria. Dunque, Milbitz con i suoi volontari garibaldini della 2° Brigata della Divisione Cosenz, dopo essere sbarcato a NICOTERA in Calabria, il 27 agosto 1860, raggiunge MILETO. Dunque, Caraguel insieme ai suoi compagni si congiunge con il Milbitz che raggiunge Rogliano – da cui riparte. Clément Caraguel ci racconta del passaggio di lui e della sua Compagnia dell’aggregazione con la Brigata del generale MILBITZ, del passaggio a Melito, a Pizzo, del passaggio a Rogliano, dove ci parla dei “Les volontaires de Rogliano”, del passaggio a San Pietro, dell’arrivo a Cosenza, e finalmente dell’arrivo in Basilicata e a Sapri. Caraguel racconta, a p. 142: “Il generale Cosenz si presentò con un parlamentare davanti al forte per chiedere la resa del comandante. Il comandante, stupito da tale proposta, esitò. Nel frattempo, alcuni garibaldini, etc..”Insieme allo Stato Maggiore ed alla Brigata del generale Milbitz, insieme arrivarono a Melito di Calabria. Caraguel racconta che arrivati a Reggio si ricongiunsero con il generale Cosenz e bisognava conquistare il forte di Scilla. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Arrivarono a Melito, a Monteleone e a Pizzo Calabro e Maida. Finalmente arrivarono a Rogliano. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 167, in proposito a Rogliano scriveva che: Rogliano, dove arrivammo il giorno successivo, aveva un aspetto decisamente militare; vi erano state organizzate due compagnie, che trovammo impegnate in esercitazioni, una di studenti, l’altra di monaci. Le loro uniformi erano tutte di velluto nero, camicette e pantaloni; gli studenti indossavano il cappello garibaldino, i monaci un berretto di velluto con pennacchio; sul berretto era ricamata una croce bianca, in lana per i soldati, in argento per gli ufficiali. Questa uniforme non era certo la meno originale in un esercito dove ce n’erano tante di originali e pittoresche. L’artiglieria arrivò a Rogliano poco dopo di noi, ma, ahimè! in che stato! I muli avrebbero potuto essere esposti con successo in un museo di osteologia; quanto ai cavalli, si può avere un’idea dallo stato dei muli; erano cavalli fantasma. Più di una volta gli artiglieri erano stati costretti ad aggiogarsi ai cannoni per uscire da situazioni difficili.”. A questo punto, Caraguel, mentre stava partendo con la sua Compagnia da Rogliano scriveva che: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, da ciò che scrive in questo passaggio il Caraguel si evince che egli stava partendo mentre, “l’intera Divisione Medici arrivò a Rogliano”. Caraguel, a p. 168, aggiungeva pure che a Rogliano, dovendo egli partire: Era giunto il momento di stringere la mano ai vecchi compagni e ripartimmo, perché il generale Milbitz, nonostante i suoi sessantatré anni, era ancora in testa. Lasciata Rogliano, etc…. In questo passaggio Caraguel ricorda di aver salutato “i vecchi compagni” (credo si riferisca ai compagni della Divisione Medici) e proseguì la marcia seguendo la Brigata del generale Milbitz che nonostante i suoi sessantatré anni, era ancora in testa. Lasciata Rogliano, etc…”. Con il generale Milbitz e la sua Brigata, il Caraguel e la sua Compagnia che faceva parte della Legione Francese, si erano incontrati a Palmi. Caraguel non faceva parte della BRIGATA DEL GENERALE MILBITZ ma aveva fatto un tratto di marcia attraverso la Calabria insieme alla Brigata del generale. Lasciato Rogliano, Caraguel (….), a p. 168 proseguendo il suo racconto scriveva che mettendosi in marcia da Rogliano: Lasciata Rogliano, ci addentrammo in un vero e proprio deserto; per trovare cibo, dovemmo abbandonare la strada principale. Persino i vecchi Beni-Croq’-Poule si dispersero; e perché un Beni-Croq’-Poule fosse spinto a un tale estremo, la carestia doveva essere terribile. E lo era. Cinque di loro si unirono alla nostra causa; io e il mio amico eravamo in sette, e Luigi, il calabrese, il giovane con l’asino, era l’ottavo.”. In questo passaggio – che in verità non comprendo bene – Caraguel spiega che partitosi da Rogliano, forse la sua piccola comitiva lasciò la Brigata Milbitz e si “addentrò in un vero e proprio deserto; per trovare cibo, dovemmo abbandonare la strada principale.”. Si dispersero. Poi aggiunge che: “Cinque di loro si unirono alla nostra causa; io e il mio amico eravamo in sette, e Luigi, il calabrese, il giovane con l’asino, era l’ottavo.”. La piccola comitiva di otto uomini volontari: “Mentre cercavamo un percorso attraverso le montagne, arrivammo in un villaggio chiamato San Pietro, i cui abitanti non avevano mai visto né garibaldini né napoletani. Fu una rara fortuna. Ricevemmo un’accoglienza calorosissima. Io e il mio amico fummo alloggiati a casa del parroco, che era venuto a offrirci i suoi servigi con grande entusiasmo, e le razioni furono distribuite al resto della truppa che si era stabilita nel villaggio.”. Caraguel aveva lasciato la Brigata di Milbitz e si avviò con altri soli sette amici a marciare ed arrivarono al piccolo paese di San Pietro. Lasciato Rogliano e raggiunto il piccolo villaggio calabro di S. Pietro arrivarono a Cosenza, di cui, Caraguel a p. 172, scriveva pure che: “A Cosenza, dove arrivammo pochi giorni dopo, …..A Cosenza, fummo alloggiati a casa del cappellano del carcere, un uomo eccellente, il signor Luigi Valentini, la cui famiglia pagò un prezzo altissimo per la causa della libertà. I suoi due fratelli, ardenti patrioti, furono infatti impiccati sotto Ferdinando I, per non parlare di uno zio e un nipote che morirono nelle prigioni di Francesco II, presente etc…”. Caraguel dopo essere stato a Cosenza prosegue la sua marcia attraverso la Calabria Tirrenica ed arriva a Mormanno. Caraguel insieme ai suoi sette compagni arrivò a Mormanno, un piccolo paese della Calabria e, a p. 174, arrivati a Cosenza e poi a Mormanno, in proposito scriveva: “A Marmanno trovammo un volontario della compagnia francese, rimasto indietro, malato e febbricitante. Era uno degli otto che avevano accompagnato de Flotte nella sua audace esplorazione dello Stretto di Messina. Lo riconobbi e lo abbracciai con profonda commozione.”. In questo passaggio, però, il Caraguel, parlando del volontario garibaldino che ritrovarono a Mormanno ferito, dicendo che egli apparteneva alla compagnia che “avevano accompagnato de Flotte”. E parla dell’elogio funebre che i Calabresi fecero a questo volontario francese. Dunque, riepilogando, la Compagnia a cui apparteneva Clement Caraguel era una compagnia di volontari francesi che fu chiamata “Legione Francese”, organizzata da DE FLOTTE e posta sotto il comando supremo del generale COSENZ. Dunque, Caraguel, dopo aver marciato attraverso la Calabria tirrenica e dopo essere stato a Mormanno, entrerà nella Basilicata ed arriverà a Rotonda. A a p. 175, in proposito aggiungeva che: “Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerno; a bordo c’era già la divisione Sacchi. Sgomberati alla rinfusa sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte fu magnifica.All’alba, avvistammo un piroscafo battente bandiera inglese che ci veniva incontro dalla parte opposta. Arrivato a circa mezza chiglia da noi, il capitano ci gridò attraverso il megafono: Ehi! Camicie Rosse! Garibaldi è entrato a Napoli ieri mattina.”. Caraguel si imbarcherà a Sapri, ma in questi brevi passaggi non dice nulla su Rotonda e sul percorso che fece e con chi lo fece fino all’arrivo nel porto di Sapri. Caraguel scrive solo che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per portarci a Salerno; a bordo c’era già la divisione Sacchi.”. Dunque, nel porto di Sapri – prima che il Caraguel arrivasse con la sua piccola comitiva di volontari – era già imbarcata la Divisione di Gaetano Sacchi. Sulla Brigata del Sacchi – che il Caraguel dice di aver trovato già imbarcata sul piroscafo “il VITTORIA” alla fonda nel porto di Sapri – vi sono altre testimonianze che non fanno coincidere le date presunte dell’arrivo di Caraguel a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Caraguel, dopo aver parlato dell’imbarco a Sapri e del viaggio per Salerno dove non potettero fermarsi, a pp. 179-180, in proposito aggiungeva: “Finalmente entriamo in questa magnifica baia. di Napoli, la più bella del mondo.Le navi da guerra napoletane allora nel porto di Vittorio Emanuele II furono onorate con una salva di ventuno colpi…….(p. 181) Dopo due settimane di riposo a Napoli, mi ero unito alla divisione Bixio.”

Nel 23 agosto 1860, a Reggio, il generale borbonico Carlo GALLOTTI

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 19, in proposito scriveva che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, a pp. 128, in proposito scriveva che: “Old General Gallotti, in command at Reggio, was the most complete dotard of them all. When informed of the landing at Melito, he said that Garibaldi ha taken to the mountains and that Reggio could not by attacked from that side, etc…”, che tradotto è: “Il vecchio generale Gallotti, al comando a Reggio, era il più completo rimbambito di tutti. Quando fu informato dello sbarco a Melito, disse che Garibaldi si era ritirato in montagna e che Reggio non poteva essere attaccata da quella parte, ecc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 160, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “Presidiava la città stessa il 14° di linea, un battaglione cacciatori e una batteria da campo. Questa truppa era agli ordini del generale Gallotti. Il reggimento era comandato dal colonnello Dusmet, fedele e valoroso soldato, che appena avuta notizia dello sbarco di Melito era uscito da Reggio e si era collocato in avamposti sul predetto torrente. Qui avvenne a mezzogiorno del 20, il primo urto; i borbonici indietreggiarono un istante ma ripresa etc…Calata la sera i garibaldini tornarono all’assalto, respinsero le sentinelle e nonostante la resistenza opposta dalle truppe del Dusmet riuscirono a sopraffarle obligandole a ritirarsi nel castello. In questa mischia il Dusmet, mortalmente ferito al ventre, spirò fra le braccia del figlio, sottufficiale del 14° di linea. Il Gallotti non prese alcuna disposizione e le truppe senza un capo si videro perdute. Il generale Bixio, egli pure ferito, assumeva il comando della piazza, mentre dal castello si alzava la bandiera bianca.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il castello di Reggio era comandato dal generale Gallotti vecchio residuo dell’esercito di S. M. Siciliana durante il primo Impero, uomo irresoluto ed incapace di vigorosi partiti. Nella città comandava le truppe il colonnello Dusmet etc…”. Da Wikipedia leggiamo che la battaglia di Piazza Duomo fu combattuta nell’omonima piazza di Reggio Calabria il 21 agosto 1860. L’episodio vide contrapposti i garibaldini della spedizione dei Mille all’Esercito delle Due Sicilie e si concluse con la sconfitta delle forze borboniche. Nei giorni precedenti la battaglia, vi erano stati vari sbarchi di forze garibaldine sulle coste calabre, l’ultimo (e più importante) fu lo sbarco a Melito, avvenuto il 19 agosto, con cui Giuseppe Garibaldi (accompagnato da un cospicuo contingente dell’Esercito meridionale) passò dalla Sicilia alla Calabria e si riunì alle forze precedentemente sbarcate. Nel frattempo, a Reggio, il generale Gallotti spedì dei messaggi al generale Briganti informandolo dell’avvenuto sbarco; la risposta fu di inviare tutte le forze disponibili contro Garibaldi. Contemporaneamente il maresciallo Vial, comandante in capo delle truppe in Calabria, ordinava al Briganti di muoversi verso Reggio e al Melendez di sostenerlo; mentre in città era di presidio il 14º reggimento, con al comando il colonnello Antonio Dusmet e si poteva inoltre contare sulla favorevole posizione del Castello, ben fortificato ed armato. Il 20 mattina, il Gallotti ordinò, quindi, al Dusmet di muovere verso il torrente Sant’Agata per attendervi l’arrivo di Garibaldi, ma, dopo alcune ore, le forze del Dusmet furono spostate al Calopinace; questo in quanto si era saputo che le colonne garibaldine avevano preso la via dei monti; successivamente gli uomini del Dusmet venivano nuovamente spostati in piazza Duomo, lasciando una sola compagnia di presidio presso il Sant’Agata e il Gallotti chiedeva intanto al generale Fergola di inviare dalla fortezza di Messina, ancora in mano ai napoletani, quanti più rinforzi fosse possibile. Anche se il parere dei militari di stanza a Messina fu positivo, questi non poterono intervenire in quanto sprovvisti di imbarcazioni. Il Dusmet, che aveva ricevuto dal Gallotti il divieto di attestarsi nel Castello (posizione preferibile rispetto alla piazza del Duomo, poco difendibile militarmente per i numerosi accessi che presentava), disponeva, quindi, le proprie forze nel miglior modo possibile e andava a dormire nel portone di palazzo Ramirez, sito nei pressi del Duomo ed in seguito (non vedendo giungere alcun rinforzo) si recò di persona presso il telegrafo elettrico per segnalare al Re Francesco II la situazione in cui si trovava. Alle ore 16, il generale Gallotti, vista la ritirata del Briganti e l’allontanamento dalla rada delle navi borboniche, firmò la resa del Castello, con l’onore delle armi, che comportò la consegna dello stesso con le sue artiglierie, gli animali da tiro e i materiali e le munizioni ivi presenti ai garibaldini, mentre i soldati borbonici, i loro famigliari e gli impiegati che desiderarono seguirli, furono liberi di andarsene e attendere l’imbarco per Napoli presso l’ospedale militare; parimenti i prigionieri presenti furono liberati.

Nel 23 agosto 1860, a Castrovillari, la missione fallita di LA CECILIA

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 222, in proposito scriveva che: “….quei giorni, che era lo scorcio di agosto, fu per caso disvelato un intrigo, che avendo avuto un qualche eco nelle cronache del giorno, occorre di ricordare in queste carte. Dalla Giunta-insurrezionale di Rotonda fu sostenuto prigione, ch’ei tornava in Calabria, il Signor Giovanni La Cecilia, nome famoso in tutte le ambagi delle agitazioni e congiure italiche lungo gli utimi trent’anni della storia nostra. Il ministero napoletano, come colui che travolto dall’onda, si aggrappa a qual si mostri sterpo o fuscello, onde spera salvezza, mandò costui in missione segreta appo il General Garibaldi, e se missione diplomatica o di polizia, fu dubbio; ma che l’una mascherasse l’altra gli è certo. Ei recava, fu detto, al general vincitore proposta di tai patti quali non avrebbe che aggrditi chi la figura di Garibaldi misurasse allo stampo dei condottieri del XV secolo, ai filibustieri del XVII. Promettevagli il napoletano governo libero passaggio lungo le boreali piagge del Regno per assaltare l’Umbria e le Marche; permesso a favori di iscrivere nelRegno suoi volontari; a liberar la Venezia il napoletano naviglio e l’esercito: e, più grossa esca all’amo di un filibustiere, tre milioni ducati contanti: – in compenso il General Garibaldi non combatterebe il re di Napoli in terra ferma. Con tali istruzioni che era la parte in maschera dello intrigo, …..partì La Cecilia di Napoli il 22 agosto. Il giorno appresso giunto a Castrovillari, vide il paese in armi, seppe il Dittatore aver vinto a Piale, il regio esercito sbandarsi; non gli fu permesso di venirne oltre, o non stimò profiquo; scrisse al Generale, e non ebbe risposta. “Mi avvidi allora – egli diceva al Ministero degli Esteri) che la missione ricevuta non potea più compiersi, sia pel rapido avanzarsi del General Garibaldi, sia per la compiuta rivoluzione nelle Calabrie. Non era più in me arrestare il torrente, od anche volendolo, non lo avrei potuto….etc…(2)…..Venuto di Rotonda in Potenza, qui si rimase non so se libero ospite, o prigioniero in parola: finchè, entrando in Napoli il Dittatore, non fu càsso per tutti ogni ricordo del passato.”. Racioppi, a p. 223, nella nota (2) postillava: “(2) Lettera di G. La Cecilia a S. E. il Ministro degli affari Esteri, da Potenza il 1° settembre 1860 – sul Giornale Uffiziale di Napoli del 10 settembre.”Alessandro Serra (….), nel suo,L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 324, in proposito scriveva: “Il governo napoletano, intanto in adempimento all’atto sovrano, bandiva le elezioni dei deputati che per gli avvenimenti successivi andarono a monte. Inoltre, per ridestare lo zelo verso la dinastia, mandò emissari nelle provincie del Regno. A Cosenza fu mandato Salvatore Cognetti Giampaolo, che il nuovo intendente, il Giliberti, accolse freddamente e che il comitato provinciale fece tornare indietro sotto buona scorta. Ugual sorte ebbe Giovanni La Cecilia che, giunto a Castrovillari il 23agosto, fu fatto tornare indietro dal Pace. Peggior sorte ebbe invece Lazzaro Manes, pericoloso emissario sin dal ’48. Per le noie recate 12 anni prima, a Spezzano Albanese fu arrestato con l’intenzione di passarlo per le armi. Lo salvò Cosenza, che ordinò il ritorno a Napoli sotto scorta. Ma giunto a Castelluccio, fu ucciso con due colpi sparati a bruciapelo, nel corpo di guardia, da uno di lungro che precedentemente aveva ricevuto uno schiaffo.”. Giacomo Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala etc…”, a p. 816, in proposito scriveva che: Se il disbarco di Missori e dei suoi duecento uomini aveva ingagliarditi i moti delle Calabrie, il disbarco di Garibaldi, la presa di Reggio, la capitolazione di Piale misero il fuoco dappertutto, talchè la rivoluzione poteva dirsi generale. Nella Calabria settentrionale, alla prima notizia della presa di Reggio, il popolo insorse. A Catanzaro, a Cosenza, a Castrovillari, a Paola, i gendarmi borbonici scacciati dalla rivoluzione lasciarono il posto ai nuovi funzionari che istallavansi in nome di Garibaldi e di Vittorio Emanuele. Trovavasi a Cosenza una brigata di regi comandata dal generale Caldarelli; il 26 agosto il governo insurrezionale concluse con essa una capitolazione, in forza della quale il Caldarelli, lasciando il superfluo delle sue armi, doveva ritirarsi pacificamente sopra Salerno. Noi l’incontreremo nuovamente in questa sua ritirata. In tutta la Calabria organizzossi la Guardia nazionale con molta rapidità; una parte di essa venne mobilizzata; si stabilirono alcuni campi trincierati ed opere molte si fecero cosi per impedire un ritorno offensivo di Caldarelli come per impedire la ritirata a quelle truppe che trovavansi ancora concentrate nella Calabria meridionale.”.

Nel 26 agosto 1860, Garibaldi arriva a Nicotera

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Mentre così crolla tutta l’organizzazione borbonica, civile e militare, Garibaldi avanza rapidamente, trascinandosi dietro i suoi e spingendosi innanzi le torme dei vinti, tra i quali il panico, l’indisciplina, la dissoluzione non conoscon più limiti. Il 26 agosto il Dittatore è a Nicotera e di là scrive al Sirtori, senza sapere neppure con precisione dove si trovi: “Nicotera, 26 agosto 1860. Al Generale Sirtori a Mileto o strada da Rosarno a Mileto – Ebbi conferenza col Capo dello Stato Maggiore del maresciallo Vial e abbiam disposto il seguente: – Noi occuperemo Mileto domani etc…”. Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto…..Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige pe via ordinaria.”. Giacomo Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala etc…”, a p. 818, in proposito scriveva che: “Mentre accadevano i fatti di Villa San Giovanni e di Piale, il generale Viale erasi avanzato con una parte delle sue truppe da Monteleone sopra Bagnara coll’ intenzione di battere Garibaldi; che anzi aveva dato ordine al brigadiere Ruiz di assalire risolutamente i garibaldini. Ma questi, più giudizioso del generale, vedendo di quante poche forze poteva disporre, non azzardò la pugna, e stettesi incerto ad aspettare gli eventi. Viale era ritornato in Monteleone, dove messosi a letto per malattia, domandava le sue dimissioni. Ne solo la malattia lo mosse a questo, ma più ancora lo sfascio delle brigate Mellendez e Briganti, e la notizia che un rinforzo, che di momento in momento aspeltavasi, era stato impedito dagli insorti che avevangli contrastato

Nel 27 agosto 1860, a Lagonegro, le truppe di volontari della colonna Tricarico comandate da Francesco Paolo LAVECCHIA (su nomina di Boldoni) e le truppe borboniche

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: Le varie colonne o compagnie della Brigata Lucana, che era formata di tutte le truppe volontarie accorse da ogni parte sotto il vessillo della redenzione al comando del Colonnello Boldoni. La colonna di Tricarico, composta dai volontari di Tricarico, Montepeloso, Albano, Cassano, Tolve, Campomaggiore, S. Chirico Nuovo e altri, e comandata da Francesco Paolo Lavecchia, fervente patriotta di Tricarico, ebbe ordine di recarsi a Lagonegro, e poi di proseguire per le Calabrie per raggiungere ed appoggiare le truppe del Generale Garibaldi provenienti dal Mezzogiorno. Infatti, questa Colonna, partita da Potenza ed ingrossata, lungo il cammino, da altri volontari di Calvello, Viggianello e Moliterno, giunse in agonegro con oltre 300 militi, nel 27 Agosto, ed entrava nella piazza grande dalla via S. Antuono, mentre dalla via opposta delle Calabrie giungevano le prime truppe borboniche in ritirata dal Mezzogiorno. Ambedue le fazioni s’accamparono nella piazza a debita distanza fra loro, ed era davvero quello uno spettacolo memorando: da una parte giovani baldi e audaci, accesi da un entusiasmo febbrile per la causa della libertà, vestiti in mille guise borghesi, ed armati alla meglio di schioppi, di pistoloni, di colubrine, di sciabole, di spiedi, di ronche, di bastoni animati; e dal l’altra parte le truppe regolari dell’esercito borbonico, bene equipaggiate ed armate, ma avvilite e depresse dalle dedizioni e capitolazioni volontarie più che dalle sconfitte in campo di battaglia.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 23, in proposito scriveva che: La colonna di Corleto si portò a Balvano, a Muro, e a Picerno; la colonna di Potenza si portò ad Auletta; quella di Tricarico, al comando del Lavecchia, a Lagonegro; etc…Il colonnello Boldoni formò il suo stato maggiore con a capo Carmine Senise, e tra gli ufficiali fu nominato Grassi Giuseppe e il farmacista Mona Gerardo.”. Sull’insurrezione dei Lucani e della Brigata Lucana ha scritto anche Michele Lacava che insieme al fratello Pietro fu particolarmente attivo prima e dopo il Plebiscito. Si tratta del testo di Michele Lacava (….) e del suo “Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860”, Napoli, 1895; Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 94 in proposito scriveva: “Nelle sue operazioni la colonna Lavecchia (1) etc….” e, a p. 94, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lavecchia, durante la sua permanenza a Lagonegro, fece il 30 agosto proclamare anche nel Comune di Rivello la Giunta insurrezionale, in sostituzione della Municipalità borbonica.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 95 in proposito scriveva: “Il 29 agoto lo stesso Carmine Senise scriveva al Comandante Lavecchia in Lagonegro: “Signore Perchè il Generale Garibaldi si trova a Monteleone, e prosegua avanti con continuata vittoria, è suo volere che imponente numero delle nostre forze si scaglionase nella linea limitofa alla Calabria Citeriore già costituita a Governo Provvisorio etc…..Quartier Generale di Potenza, il dì 29 agosto 1860 – Il Capo di Stato Maggiore Carmine Senise.”.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proprio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni istituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali.”. Niccola Nisco (…), nel suo “Francesco II”, a pp. 103, in proposito scriveva che: A sua volta il Boldoni con meravigliosa energia organizzava militarmente quattro mila uomini di guardie nazionali e di volontari e abilmente gli scaglionava sugli Appennini per troncare le comunicazioni dei regi delle Calabrie con quelli del Salernitano. Il giorno 19 agosto Giuseppe Lazzaro cominciava a pubblicare in Napoli il bollettino della rivoluzione lucana magnificandone la estensione. Così la Basilicata risolveva il problema messo dal Cavour alle provincie napoletane con lettera del 9 agosto, etc…”. Enrico Ajello (….), nel suo “Lucania 1860”, a p. 144, in proposito scriveva che: “Più oltre, nelle gole di monti che precedono Lauria, anche un modesto presidio di soldati borbonici poteva rappresentare un insuperabile ostacolo per la debole scorta dell’Eroe, la cui marcia doveva invece proseguire fulminea. A Rotonda si ignorava ancora che da Potenza il colonnello Boldoni aveva fatto muovere una colonna di insorti agli ordini del capitano Lavecchia, proprio per raggiungere da “tergo” la gola montuosa di Lauria e disinfestarla dal presidi dell’esercito regio. D’altra parte, il Generale, col suo dispaccio del 31 agosto da Agrifoglio, aveva dettato: “restate fermi e organizzate la nostra ivoluzione. Non fa bisogno venir voi all’incontro. Sarò io che verrò quando parmi fra voi. Dite al mondo che ieri coi miei prodi Calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio. Etc..Parto per Rogliano.”. Proseguendo il suo racconto, Ajello scriveva pure che: “Fu pertanto deciso di evitare il “passo” di Lauria deviando per Maratea”.

Nel settembre e ottobre 1860, i volontari Garibaldini di Lagonegro

L’Avv. Carlo Pesce, ricorda alcuni volontari Garibaldini di Lagonegro che si fecero onore combattendo nella Brigata Lucana. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Fu appunto in questo combattimento del 2 Ottobre, presso Caserta, che il giovanetto Michele Cosentino fu gravemente ferito, per cui, dopo aver partecipato ai genitori la gloriosa e triste sorte toccatagli, e chiesto perdono del dispiacere ad essi recato per la sua improvvisa partenza, morì dopo pochi giorni nell’ospedale del campo in Maddaloni. Di lì a poco, nell’anno stesso, quale triste fatalità! morirono pure la madre Rosa Aldinio, e poscia il padre Francesco, forse per le gravi amarezze provate pel generoso trascorso e per l’immatura morte del diletto figliuolo!. ‘A Lui non ombre pose, non pietra, non parola’ la Patria, ed il suo nome fu tosto coperto dall’oblio, ma fu rievocato nel discorso dell’On. Giustino Fortunato nel 20 Settembre 1898, per l’inaugurazione delle lapidi commemorative nella sala del Consiglio Provinciale di Basilicata, nelle quali è segnato pure il nome del nostro concittadino assieme con quello di Cristoforo Grossi, vittime ambedue degli stessi generosi sensi di libertà (1).”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Gennaro Mitidieri, nato nel 17 Novembre 1843, aveva meno di 17 anni. D’elevato ingegno e di spirito irrequieto, indossava l’abito talare di seminarista, quando, uscito pei trambusti della rivoluzione dal Seminario di Policastro, dove studiava, rimase anche egli attratto dal fascino della camicia rossa, che permutò per la bruna zimarra, e s’arrolò liberamente nelle schiere garibaldine, dove conseguì il grado d’Alfiere. Prese egli parte al combattimento sotto le mura di Capua del 30 Ottobre, ed ivi riportò non lieve ferita alla gamba sinistra per una scheggia di bomba lanciata dalla fortezza. Curato nell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, il seminarista guarì a stento dopo lunga malattia, ed in premio pel coraggio dimostrato sul campo di battaglia e sul letto dell’ospedale, ottenne dal Generale Pallavicino un posto gratuito nel rinomato Collegio Medico napolitano, dove attese egregiamente agli studii, ma in seguito, consunto da crudo morbo, morì in patria nel 1864 a soli 20 anni, mentre faceva sperare tanto bene di sè.”Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 5 e il 6 maggio i Mille di Garibaldi partivano alla volta della Sicilia. Fra di essi vi erano cinque cilentani, audaci patrioti che si erano distinti nei moti del 1848 ed erano riusciti a sfuggire alla polizia borbonica: Filippo Patella, prete di Agropoli; Leonino Vinciprova, di Celso; Paolo e Michele Del Mastro, di Ortodonico; Michele Magoni, di Rutino. Avuta ragione dei forti contingenti borbonici, sia per defezione di parte di questi sia per l’appoggio della popolazione, a Calatafimi (15 maggio), a Palermo (27 maggio) ove perse la vita Michele Del Mastro, e a Milazzo (20 luglio), i Mille, ormai rinforzati da migliaia di volontari, passarono lo stretto dii Messina. Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova. Il 4 settembre si imbarcò a Maratea e raggiunse Sapri, da dove il pomeriggio si diresse al passo del Fortino di Casaletto Spartano e da qui penetrò etc….”.

Nel 29 agosto 1860, a Potenza, la nomina del Commissario Giuseppe MANGO

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Nel 29 Agosto il Governo prodittatoriale di Potenza nominò pure un Commissario Civile’ per ciascun Distetto della Provincia con tutte le attribuzioni dei passati Sottointendenti, anzi coi pieni poteri ‘per le nomine delle cariche municipali e dei gradi delle Guardie Nazionali, in sostituzione di coloro che o non godessero la pubblica fiducia o non avessero accettato il nuovo ordine di cose’. Pel Circondario di Lagonegro fu nominato il nostro illustre cittadino Avv. Giuseppe Mango, il quale già in Potenza aveva preso parte onorata ed attiva nell’insurrezione lucana. Il Mango giunse in Lagonegro nel 30 Agosto, e prese stanza nel palazzo della Sottointendenza, donde spiegò tutta la sua operosità, pridenza ed energia in qui momenti difficili e pericolosi a prò della causa liberale, e raccogliere attorno a sè i varii partiti, di che la storia gli tributa lode (1).”. Pesce, a pp. 17-18, nella nota (1) postillava che: “(1) L’Avvocato Cav. Giuseppe Mango, nato in Lagonegro nel 1816, d’eletto….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 96 in proposito scriveva: “Il Governo Prodittatoriale di Potenza nominava anche per il distretto di Lagonegro un Commissario civile, funzionante da Sotto Intendente, con precisi poteri per le nomine ale cariche municipali e agli incarichi nella Guardia Nazionale di ogni Comune. Fu nominato l’avv. Mango di Lagonegro che si trovava in Potenza per aver preso parte all’insurrezione findai primi giorni. Il Segretario del Governo Pro-dittatoriale, Pietro Lacava, ne dava immediatamente comunicazione al Comandante militare Lavecchia.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati”.(147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretario nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Riviello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”.  

Nel ……agosto 1860, a Cannitello e poi a Bagnara, il generale Turr ed il suo stato maggiore

Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 124, in proposito scriveva che: “Cannitello, piccolo borgo situato tra Punta del Pizzo e Scilla. Ci aspettavano alcuni ufficiali e guidati da loro ci recammo alla casa parrocchiale, che era stata preparata per il generale Turr ed il suo stato maggiore. Lo spavento regnava nella casa, si sarebbe detto si trattasse dell’arrivo del diavolo….(p. 126) Allora il colonnello Spangaro – tra i cuori più generosi che abbia mai conosciuto – etc…(p. 130). Alle sette il generale Turr era in sella, seguito da alcuni uomini dello squadrone delle guide. Sulle nostre teste l’azzurro infinito del cielo si stendeva senza nubi…etc…(p. 131). Passammo accanto al fortino di Torre Cavallo, …..etc…la famosa fortezza di Scilla…..(p. 135) Al piccolo villaggio di Favazzine il piroscafo si ferma e pare accenni a voler sbarcare le truppe; il generale invia l’ordine di proseguire fino a Bagnara; …Dopo Bagnara…etc…(p. 138). Garibaldi non era più a Bagnara, che aveva lasciato alcune ore prima del nostro arrivo; vi trovavamo invece il colonnello Frapolli, lo stesso con cui eravamo partiti da Genova…..(pp. 138-139). Dopo aver parlato quella stessa mattina con Garibaldi, egli si preparava a ritornare in Sicilia per accellerare l’invio di truppe e dirigerle per mare non più a Reggio e su Scilla, ma molto più a nord, in previsione di una resistenza determinata, per lanciarle a Paola, dietro Cosenza, i maniera da tagliare la ritirata ai Napoletani, e su Sapri, per operare un movimento che potesse minacciare Salerno. Era il mezzo, escogitato assai bene dal Frapolli stesso, d’isolare gli uni dagli altri e di ridurre al nulla i diversi corpi regii che ancora occupavano in forze la strada di Napoli, e che potevano condenderci seriamente il passaggio nel caso poco probabile che al nostro avvicinarsi non si fosse sollevato tutto il paese. Frapolli partì solo sulla piccola imbarcazione per raggiungere Milazzo, e noi salimmo in carrozza per andare a raggiungere Garibaldi; etc…”. Dunque, Du Champ ci parla dell’arrivo di Turr a Bagnara calabra dove trovarono il colonnello Ludovico Frapolli (….), il quale aveva conversato con Garibaldi che da poco aveva lasciato Bagnara. Frapolli era in procinto d’imbarcarsi per la Sicilia, per andare a Milazzo e raccontava il piano di Garibaldi di non portare le trupe del Turr a Reggio e a Scilla ma di portarle a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Frapolli, fu in Ingegniere, patriota. Partecipò a tutte le imprese garibaldine dal 1860 al 1871, dopo lunghi anni di esilio. Il colonnello Lodovico Frapolli non è una figura secondaria, ma Carlo Agrati (…..), nel suo, “Da Palermo al Volturno”.”, ed. Laterza, Bari, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a p. 431, parlando dell’arrivo a Salerno, in proposito scriveva che: “Non c’era invece il Peard arrivato il dì prima, né Lodovico Frapolli, che aveva preceduto gli altri di qualche ora per prendere possesso dell’ufficio telegrafico.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: Il 26 agosto la provincia di Catanzaro insorgeva, formando un governo provvisorio e dichiarando decaduta la monarchia borbonica mentre il giorno 27, tutto l’Appennino Calabro era in rivolta e la provincia di Cosenza era in mano ai liberali. Nelle stesse ore, mentre si organizzavano le masse d’insorti al fine di favorire la vittoriosa avanzata di Garibaldi, iniziava l’insurrezione salernitana.. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava che: “(216) C. Pinto, La “Nazione armata”, in Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, pag. 118.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme, leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres, leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière , sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands, me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres, où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”

Nel 30 agosto 1860, in Calabria le truppe borboniche di GHIO e di CALDARELLI si arresero a Garibaldi

Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a pp. 122-123, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “A coronare la vigliaccheria del Vial si aggiungeva la diffalta del generale Caldarelli il quale, avendo una brigata bella e fresca, appena arrivava a Cosenza la notizia della resa di Reggio, non che quella della già avvenuta riscossa unitaria della Basilicata, mandava suoi messi al Garibaldi, ed il 25 segnava una capitolazione di completa resa. Infine il 30 di quel memorando mese di agosto il generale Ghio, stretto dai Calabresi che da ogni parte si sollevavano all’appello che in nome d’Italia loro faceva Francesco Stocco, e dal Garibaldi che lo incalzava alle spalle, convocava a Sovaria i capi del suo corpo di esercito, ed annunziava che per ottenuta concessione gli uffiziali con armi e cavalli potevano andar liberi alle loro case, i soldati lasciando armi e munizioni. In esecuzione di cotale comando i colonnelli Kenick e Guerini scioglievano i loro reggimenti. In mezzo a questa massa scompigliata ed umiliata giungeva il Garibaldi col Cosenz e lo Stocco seguito da un piccolo stato maggiore; confortava tutti, diceva non vile la resa fatta dai soldati italiani all’Italia, ed invitava gli uffiziali a passare sotto la bandiera nazionale. Tutti ritennero ciò un’ infamia nel momento della resa, ed il vincitore generosissimo, fatto loro serbare la spada, sulla nave Calatafimi con onoranza li faceva condurre a Napoli. I soldati, buttati per terra sacchi e fucili, abbandonarono ai garibaldini dodici cannoni, quattrocento cavalli, molti muli ed arnesi da guerra, lasciarono l’accampamento, ed i più ritornarono alle proprie bandiere rialzate da Francesco II sul Volturno. Così in mezzo allo scompiglio ed alla confusione morale di quei giorni gli uffiziali ed i soldati, e sono orgoglioso, io cospiratore unitario, di confessarlo, onorarono la costanza napoletana pur verso una dinastia che i più spregiavano. Io rispetto la virtù della fede anche in coloro che hanno serbato culto a principi , di cui ancora porto ai polsi ed ai piedi i ricordi delle catene.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile; e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia, e poi precedendo questa, con poche guide e cavalieri, e con Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali, abbandonati dai proprii soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “Arresi Melendez e Briganti; ucciso quest’ultimo dai suoi soldati, perchè sospettato di tradimento; capitolato Vial, e imbarcatosi a Pizzo per Napoli; capitolato Caldarelli col comitato di Cosenza; sbandato Ghio con diecimila uomini a Soveria Mannelli, oramai la strada sino a Salerno era sgombra da soldati; sgombra veramente no, anzi ingombra di soldati paurosi o inermi, che salutavano, con terrore, i vincitori, al loro apparire. Lo sbandamento di Soveria fu l’episodio decisivo di quella campagna, per cui si affermò il trionfo della rivoluzione sul continente, e ispirò a Garibaldi il celebre telegramma, da lui dettato a Donato Morelli, la mattina del 31 agosto, nella casa rustica di Acrifoglio: “Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10 000 soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli , un numero poco minore di muli, e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella „ . De Cesare, a pp. 443-444, in proposito aggiungeva: “Dopo lo sbandamento di Ghio, e la dissoluzione di tutto l’esercito in Calabria, il ministero perdette addirittura la testa.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 107 e ssg., in proposito scriveva che: “Con una tattica sorprendente, basata sull’audacia, Garibaldi fu in grado d’imporre, in soli pochi giorni, la sua volontà al borbonico Generale Ghio – persecutore inesorabile di Pisacane – riuscendo ad ottenere la sua resa, nonostante una forza borbonica composta da ventimila uomini. E così, dal 18 al 30 agosto, in terra calabrese, tra uno scontro e l’altro, oltre 40.000 soldati di Francesco II° abbandonarono i loro ufficiali. Dopo pochi giorni da quella resa, ovunque venne conosciuto il testo del famoso telegramma dettato da Garibaldi: “Dite al mondo che ieri, 30 agosto, coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10.000 soldati comandati dal Generale Ghio. Il trofeo della resa fu di 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete in Napoli ed ovunque la lieta novella”. Il 1° settembre il contenuto del telegramma già era conosciuto dagli ufficiali borbonici dei presidii di Napoli e di Salerno, ed aveva prodotto in tutti il suo effetto psicologico. Giustamente, si pensava che la storia, più che i cannoni, vince la guerra. E la storia, nel Regno di Napoli, aveva pagine veramente tormentate!”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; nei giorni seguenti capitolarono le divisioni del generale Brigante, e Melendez con 9000 uomini; il Maresciallo Vial, che comandava un esercito di 12000 soldati nella forte posizione di Monteleone, non potendo resistere alla marea rivoluzionaria, partì per Napoli, lasciando il comando all’esercito avvilito e disfatto del generale Ghio; nel 27 agosto capitolava col Comitato insurrezionale di Cosenza il generale Caldarelli, che comandava 3500 soldati; e finalmente nel giorno 30 l’esercito di Ghio, forte di 10,000 soldati, accerchiato a Soveria Manelli da un manipolo di truppe garibaldine, alle quali oramai non si poteva più opporre resistenza, preferì arrendersi e sbandarsi confusamente qua e là etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Della capitolazione del generale borbonico Ghio ci ha lasciato testimonianza Alberto Mario (….), marito della giornalista Jessie White, nel suo “La Camicia rossa”, Milano, ed. Sonzogno, 1875. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Il generale all’alba del 30, non avendo seco che ventiquattro guide, le manda ad intimare a Ghio, l’assassino di Pisacane, la resa a discrezione. Prima di mezzogiorno costui dovette licenziare il suo esercito, consegnar armi, artiglieria e cavalli; e in meno d ‘ un’ora quel campo era di Garibaldi. Pisacane era vendicato a metà. Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre , e incontrandosi con Bertani lo abbracciò etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva una lettera senza data che: “…il Ghio, il quale lasciò nelle mani di Garibaldi diecimila fucili, dodici cannoni da campagna, seicento cavalli e muli ed un immenso materiale da guerra. Ottenuto ciò, Garibaldi inviava a Sala Consilina, al prodittatore Giovanni Matina, questa significativa comunicazione, dettata il 30 agosto 1860 a Donato Morelli, uno dei capi degli insorti Calabresi: “State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non c’è bisogno di venire al mio incontro: verrò io da voi. Dite al mondo intero che coi miei prodi calabresi ho fatto abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio….Trasmettete a Napoli e dovunque la lieta novella. Io parto per Rogliano. Agropoli, ore otto del mattino. Etc…Giuseppe Garibaldi”. Credo che però De Crescenzo abbia commesso l’errore di scrivere “Agropoli” e non “Agrifogli”. De Crescenzo pubblicherà in “Appendice A*” la il dispaccio inviato a Giovanni Matina che aveva assunto la prodittatura a Sala Consilina, e a p. 237, nella nota (*) postillerà: (*) Gli originali di queste lettere si conservano nell’Archivio Storico del Museo Nazionale di S. Martino a Napoli.”.  Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva che: “Ecco un manifesto del comitato dell’azione: A Sala il dittatore Garibaldi al prodittatore Giovanni Matina (risposta). « State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non fa bisogno venire al mio incontro; verrò io da voi. Dite al mondo intero che con i miei bravi Calabresi ho fatto abbassare le armi a 10, 000 soldati comandati dal generale Ghio. I trofei della vittoria furono 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, alcuni muli ed un immenso materiale da guerra. Io parto per Rogliano. Agrifogli, le otto antimeridiane ! ».”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 311, in proposito scriveva: Durante il combattimento di Villa s. Giovanni e Piale, il general Viale erasi avanzato con una parte delle sue truppe da Monteleone a Bagnara ed aveva dato ordine allo stesso brigadiere Ruiz di attaccare i garibaldini Costui erasi rifiutato d’intraprendere quell’ attacco colla sua piccola truppa. Viale ritirossi quindi a Monteleone, e si mise a letto ammalato e dimandò la sua dimissione, molto più ch’ egli vide in quale stato si erano dispersi i due corpi di Briganti e Melendez, ed aveva inteso che i rinforzi ch’ egli aspettava, furono al loro sbarco a Paola impediti da quegli abitanti a proseguire la loro marcia. L’ammutinamento andava prendendo sempre più piede nelle truppe e manifestavasi in una subordinazione che confinava col più deciso disprezzo verso gli ufficiali.”. Enrico Ajello (….), nel suo “Lucania 1860”, a p. 144, in proposito scriveva che: “Più oltre, nelle gole di monti che precedono Lauria, anche un modesto presidio di soldati borbonici poteva rappresentare un insuperabile ostacolo per la debole scorta dell’Eroe, la cui marcia doveva invece proseguire fulminea. A Rotonda si ignorava ancora che da Potenza il colonnello Boldoni aveva fatto muovere una colonna di insorti agli ordini del capitano Lavecchia, proprio per raggiungere da “tergo” la gola montuosa di Lauria e disinfestarla dal presidi dell’esercito regio. D’altra parte, il Generale, col suo dispaccio del 31 agosto da Agrifoglio, aveva dettato: “restate fermi e organizzate la nostra ivoluzione. Non fa bisogno venir voi all’incontro. Sarò io che verrò quando parmi fra voi. Dite al mondo che ieri coi miei prodi Calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio. Etc..Parto per Rogliano.”.

Nel 31 agosto 1860, ad Acrifogli, Garibaldi dettò a Donato MORELLI l’ordine per il prodittatore Giovanni MATINA (che era a Sala) di non muoversi e di organizzare la loro rivoluzione

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 204 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto la Giunta provinciale provvedeva alle necessità interne. Era generale credenza che l’esercito regio avrebbe fatto supremo sforzo di resistenza sulla linea della Cava; conveniva accrescere le forze della rivoluzione; onde la Giunta ordinò mobilitarsi il terzo delle milizie cittadine (e), comprendendo nel terzo anche i volontarii che servissero nelle coorti della rivoluzione o del Dittatore; decretò pensioni alle famiglie dei caduti e feriti in guerra; promise compenserebbe i danni cagionati per la nazionale difesa alle proprietà (d); e fece invito si anticipasse il pagamento di un bimestre della tassa prediale, che si restituirebbe nel giugno dell’anno seguente; e perché il prestito forzato non gravasse i piccoli possidenti, francò quelli di non oltre a venticinque lire di reddito, e le famiglie de’ volontarii che servissero in armi nei drappelli insurrezionali. Allora ai non grati provvedimenti fece grato difetto il tempo; e vincendo il Dittatore con la celerità del telografo, parve giusto il revocarli.”. Racioppi, in questo passaggio scriveva e polemicamente mette in risalto che Garibaldi revocò molti dei provvedimenti assunti dal Governo Prodittatoriale Lucano dell’Albini e ne limitò l’assunzione di volontari che accrescevano la “Brigata Lucana” formata dal Boldoni. Memor (Raffaele De Cesare), nel suo “La fine di un Regno”, ed. …….., in proposito, a pp. 449-450 scriveva che: “…capitolato Caldarelli col comitato di Cosenza; sbandato Ghio con diecimila uomini a Soveria Mannelli, oramai la strada sino a Salerno era sgombra da soldati; sgombra veramente no, anzi ingombra di soldati paurosi o inermi, che salutavano, con terrore, i vincitori, al loro apparire. Lo sbandamento di Soveria fu l’episodio decisivo di quella campagna, per cui si affermò il trionfo della rivoluzione sul continente, e ispirò a Garibaldi il celebre telegramma, da lui dettato a Donato Morelli, la mattina del 31 agosto, nella casa rustica di Acrifoglio: “Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10 000 soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli, e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella„ .”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva una lettera senza data che: “…il Ghio, il quale lasciò nelle mani di Garibaldi diecimila fucili, dodici cannoni da campagna, seicento cavalli e muli ed un immenso materiale da guerra. Ottenuto ciò, Garibaldi inviava a Sala Consilina, al prodittatore Giovanni Matina, questa significativa comunicazione, dettata il 30 agosto 1860 a Donato Morelli, uno dei capi degli insorti Calabresi: “State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non c’è bisogno di venire al mio incontro: verrò io da voi. Dite al mondo intero che coi miei prodi calabresi ho fatto abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio….Trasmettete a Napoli e dovunque la lieta novella. Io parto per Rogliano. Agropoli, ore otto del mattino. Etc…Giuseppe Garibaldi”. Credo che però De Crescenzo abbia commesso l’errore di scrivere “Agropoli” e non “Agrifogli”. De Crescenzo pubblicherà in “Appendice A*” la il dispaccio inviato a Giovanni Matina che aveva assunto la prodittatura a Sala Consilina, e a p. 237, nella nota (*) postillerà: (*) Gli originali di queste lettere si conservano nell’Archivio Storico del Museo Nazionale di S. Martino a Napoli.”.  Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva che: “Ecco un manifesto del comitato dell’azione: A Sala il dittatore Garibaldi al prodittatore Giovanni Matina (risposta). « State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non fa bisogno venire al mio incontro ; verrò io da voi . Dite al mondo intero che con i miei bravi Calabresi ho fatto abbassare le armi a 10,000 soldati comandati dal generale Ghio. I trofei della vittoria furono 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, alcuni muli ed un immenso materiale da guerra. Io parto per Rogliano. Agrifogli, le otto antimeridiane ! ».”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a p. 15, in proposito scriveva: “Intanto, Giunte insurrezionali venivano create in tutti i comuni. Quindi, telegrafò a Garibaldi ritenendo utile unirsi a lui, ma il Generale gli fece sapere che era più opportuno organizzare la rivoluzione in loco.”Enrico Ajello (….), nel suo “Lucania 1860”, a p. 144, in proposito scriveva che: “Più oltre, nelle gole di monti che precedono Lauria, anche un modesto presidio di soldati borbonici poteva rappresentare un insuperabile ostacolo per la debole scorta dell’Eroe, la cui marcia doveva invece proseguire fulminea. A Rotonda si ignorava ancora che da Potenza il colonnello Boldoni aveva fatto muovere una colonna di insorti agli ordini del capitano Lavecchia, proprio per raggiungere da “tergo” la gola montuosa di Lauria e disinfestarla dal presidi dell’esercito regio. D’altra parte, il Generale, col suo dispaccio del 31 agosto da Agrifoglio, aveva dettato: “restate fermi e organizzate la nostra ivoluzione. Non fa bisogno venir voi all’incontro. Sarò io che verrò quando parmi fra voi. Dite al mondo che ieri coi miei prodi Calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio. Etc..Parto per Rogliano.”.

Nel 30 agosto 1860, a Lagonegro giunse il telegramma di FRA GIOVANNI ? con la notizia della capitolazione del generale borbonico GHIO

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 21, in proposito scriveva che: La notizia della resa del generale Ghio giunse nel giorno stesso, nel 30 Agosto, per telegramma, spedito da un Fra Giovanni (?): “Vittoria – Garibaldi, vinte le truppe del Generale Ghio, le ha disarmate e fatte capitolare in Agrifoglio vicino Tiriolo”.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “….e finalmente nel giorno 30 l’esercito di Ghio, forte di 10,000 soldati, accerchiato a Soveria Manelli da un manipolo di truppe garibaldine, alle quali oramai non si poteva più opporre resistenza, preferì arrendersi e sbandarsi confusamente qua e là etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Della capitolazione del generale borbonico Ghio ci ha lasciato testimonianza Alberto Mario (….), marito della giornalista Jessie White, nel suo “La Camicia rossa”, Milano, ed. Sonzogno, 1875. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Il generale all’alba del 30, non avendo seco che ventiquattro guide, le manda ad intimare a Ghio, l’assassino di Pisacane, la resa a discrezione. Prima di mezzogiorno costui dovette licenziare il suo esercito, consegnar armi, artiglieria e cavalli ; e in meno d ‘ un’ora quel campo era di Garibaldi. Pisacane era vendicato a metà. Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre , e incontrandosi con Bertani lo abbracciò etc…”.

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, John Peard, C.S. Forbes, Gallenga e Fabrizi furono incaricati da Garibaldi  di allontanarsi per ispezionare gli apprestamenti militari e riferirgli prima del suo arrivo in quei luoghi

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Riguardo il manoscritto di John Witehead Peard, sulla rete si può leggere al link https://findingaids.lib.umich.edu/catalog/umich-wcl-M-4344.1pea, dove troviamo diverse notizie interessanti sulla guerra in Italia nel 1860. Questo manoscritto (36 pagine) è composto da lettere che John Whitehead Peard scrisse a un corrispondente non identificato sulle sue attività in Italia tra maggio e novembre 1860. Peard parlò del suo servizio militare sotto Giuseppe Garibaldi e Giacomo Medici in Sicilia e a Napoli durante le guerre di unificazione italiana, compresi i suoi viaggi e le sue esperienze durante la battaglia di Milazzo. Fece riferimento a movimenti di truppe e notizie militari, a volte coinvolgendo le forze napoletane e dello Stato Pontificio, così come le unità di Garibaldi. Peard descrisse le visite a diverse città, tra cui Genova, che ammirava molto, e Cefalù. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “In carrozza con Garibaldi e Cosenz partiamo alle tre antimeridiane…..Alle dodici dopo una lunga ed erta salita giungemmo a Tarsia. Venne la guardia nazionale, chi armato, chi no. Si mangia al cospetto di tanta gente, tutti silenziosi cogli occhi fissi su Garibaldi. Ci si ferma a Spezzano Albanese ove parlano greco. Entusiasmo, gridi, salti di gioia. A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Si parte alle cinque: ovazioni al Morana. Distici latini. Distribuzione di 284 ducati ai soldati napoletani: la guardia nazionale ci segue; il figlio del capo urbano arrestato. Il capo degli insorti di Potenza annuncia essere pronti duemila volontari. Nuova guardia nazionale ben vestita, ben armata di fucili da caccia. Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Manda Trecchi e Nullo a portarlo. Giunse pertanto una lettera di Cardarelli in cui dice a Garibaldi: “Questa vostra truppa si profferisce ai suoi ordini”. Si ascoltano i lamenti degli ufficiali, che non hanno assicurata la loro posizione. Allora si pensa di mandare Bernieri e Trecchi portatori di un’altra lettera in cui si promette la conservazione del grado e si dispongono le cose per altre trattative. L’incarico dato ai nostri è di tenere la relazione continua con noi, mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno, e partono alle sei.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta (2-3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, Treveljan cita John Whitehead Peard, Charles Stuart Forbes, comandante della Marina Inglese, Gallenga, corrispondente del Times, e del generale Fabrizi, i quali ricevettero l’ordine da Garibaldi di portarsi aventi verso le truppe del Caldarelli e perlustrare la situazione prima del suo passaggio. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (Parma, 4 novembre 1810 – Llandogo, 16 dicembre 1895) è stato un giornalista, scrittore e patriota italiano. Fu poi eletto alla Camera del Regno di Sardegna nella VII Legislatura e nell’VIII Legislatura (quest’ultima era la prima del Regno d’Italia, 18 febbraio 1861 – 7 settembre 1865). In seguito continuò a lavorare come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. Da Wikipedia leggiamo che John Whitehead Peard (Fowey, luglio 1811 – Trenython, 21 novembre 1880) è stato un avvocato e militare britannico. Conosciuto come “il garibaldino inglese” o “l’inglese di Garibaldi”, divenne famoso durante la spedizione dei Mille per la sua somiglianza fisica con l’Eroe dei due mondi, tanto da venire spesso acclamato dalla folla che lo confondeva con Garibaldi. L’equivoco fu sfruttato contro le forze borboniche dagli stessi garibaldini che, inviando falsi messaggi telegrafici, confondevano il nemico circa la reale posizione di Garibaldi. Peard era anche conosciuto per essere il “sosia” di Garibaldi e durante l’avanzata garibaldina accadeva a volte che Peard fosse scambiato per lo stesso generale, venendo acclamato dalle folle ad Auletta, Postiglione, Eboli e Salerno, dove quasi nessuno lo riconosceva, nonostante Peard fosse più alto di Garibaldi ed avesse la barba più lunga. La presenza di Peard, creduto Garibaldi, trasse anche in errore i comandi borbonici, che furono sviati dai falsi messaggi telegrafici inviati da Eboli da parte dello stesso Peard e dai garibaldini Fabrizi e Gallenga: tali messaggi inducevano a credere che i garibaldini fossero presenti in gran numero e i che i borbonici del generale Cardarelli stessero passando dalla loro parte. I falsi messaggi telegrafici e la supposta presenza del vero Garibaldi a Eboli furono così convincenti che i borbonici decisero di ritirarsi da Salerno, dove il Peard come al solito fece poi il suo ingresso trionfale, senza essere riconosciuto, tranne da un ufficiale che gli mormorò all’orecchio la sua vera identità. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva di suo pugno al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia etc…”.

 Nel 1° settembre 1860, a TARSIA, Garibaldi, Cosenz e Bertani

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “In carrozza con Garibaldi e Cosenz partiamo alle tre antimeridiane. Alla ‘Bettola Nuova’ soldati napoletani.  Si scese in carrozza più volte, passeggiando per il bel paese. Si passa il fiume a guado. Si ha sete e non c’è più niente da bere. Si ha fame e non c’è da mangiare (privilegio di tutti i compagni del generale). Arriviamo in un piccolo paese. Deputazioni e ovazioni. Finalmente il sindaco ci dà da mangiare. Si cambiano i cavalli. I napoletani alla ‘Taverna Nuova’. La gente si precipita, ferma le ruote della carrozza: “Calibardo, qual è Calibardo ? Fateci vedere Calibardo”. Alle dodici dopo una lunga ed erta salita giungemmo a Tarsia. Venne la guardia nazionale, chi armato, chi no. Si mangia al cospetto di tanta gente, tutti silenziosi cogli occhi fissi su Garibaldi. Ci si ferma a Spezzano Albanese ove parlano greco. Entusiasmo, gridi, salti di gioia. A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Etc…”. Secondo la White, ciò aveva annotato nel suo taccuino il Bertani. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari , percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo , oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre :  le maestose sue torri , i monumenti , i trofei , ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero : ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza : hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Etc..,”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozza. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che: “ventimila ragioni per oggi e tremila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, …etc… e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz,….etc…Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso.” 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il Capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, in proposito scriveva: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là etc…”. Agrati, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 328-329, in proposito scriveva che: “…..Verso le quattro di pomeriggio, lasciato il Canzio a Tarsia, Garibaldi risaliva in carrozza e dopo più di u’ora di cammino, giungeva a Spezzano Albanese, etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.

(Fig. n….) – Proclama del Governo Prodidattoriale di Lucania firmato Albini e Mignogna del 1° settembre 1860

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 193-194 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabria i regii, oltre al presidio di questa città, aveano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicirnila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza tremilacinqnecento uomini della brigata Caldarelli. D’altraparte, come le napoletane forze furono impegnate nel combattimento di

Nel 1° settembre 1860, a Lagonegro, le truppe borboniche del generale Caldarelli

Da Wikipedia leggiamo che la battaglia di Milazzo (20 luglio 1860) con la perdita della Sicilia e il completo abbandono della Calabria in mano garibaldina (dove ci furono molti inquietanti episodi di tradimento da parte di ufficiali superiori fecero emergere chiaramente l’impressione che il governo napoletano fosse alla ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto. Sulle concitate e confusionarie giornate ha scritto Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine d un Regno”, vol. II. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: ….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Il generale borbonico Caldarelli e le sue truppe dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie si ritirava da Cosenza dove aveva fatto una prima capitolazione con Morelli. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 776, in proposito riportava la lettera di Garibaldi a Racioppi. Dunque Garibaldi, nella lettera non parlava di Lagonegro ma scriveva “Rammento che presso Lagonegro”. Non doveva trattarsi neache del Fortino del Cervaro altrimenti Garibaldi l’avrebbe scritto. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 396, in proposito scriveva pure che: “E infatti la brigata del Generale Caldarelli, composta dal reggimento Carabinieri a piedi, dalla batteria N. 8, e da due squadroni del 5° lancieri, benché nei patti della resa di Cosenza si fosse ‘obbligata di non combattere più Garibaldi, i suoi soldati e le guardie cittadine del Regno, di ritirarsi a Salerno e non prendere parte in niuna spedizione che anche indirettamente potesse nuocere alla causa dell’Unità Italiana sotto Vittorio Emanuele, si ritraeva a piccole tappe, avvilita e scontenta, lungo la strada consolare, e dolente forse dell’onta patita, non mancava di commettere, fra le popolazioni ribelli, eccessi e rappresaglie. Questa brigata, già composta di 3500 carabinieri, gendarmi, lancieri ed artiglieria di montagna, giunse in Lagonegro nella sera del 1° Settembre, tuttora ben armata, per quanto fosse stremata di numero per le diserzioni che lungo la ritirata si verificarono; ed accampatasi nell’ampia piazza, dispose in fila, sulla zona del Timpone – non senza una certa trepidazione e sorpresa dei cittadini e della Colonna Lucana – i cannoni che ancora trainava.”. Dunque, Pesce, sulla scorta del Lacava scriveva che le truppe borboniche del generle Caldarelli arrivarono a Lagonegro il 1° settembre 1860. A Lagonegro si ritrovarono sia le brigate dei volontari garibaldini che ivi bivaccarono e si accamparono insieme ai soldati del generale Lavecchia e Caldarelli che arrivavano da Cosenza. Dell’avvenimento troviamo la testimonianza di un testimone di eccezione, un giornalista al seguito di Garibaldi. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…….morning we arrived at Lauria……Garibaldi slept at Rotonda. Wandering in, out and over in the mountain peaks, and passing the like which names the town of Lagonegro, we fell in whit the Neapolitan rearguard at ten o’ clock on the point of intering the town. The main body, about 1500 strong, where in the Piazza. They had, with their General, just agreed to come over to the national army. Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently che tradotto significa: “…….la mattina arrivammo a Lauria……Garibaldi dormì alla Rotonda. Andando avanti e indietro per le vette dei monti, e oltrepassando quella che dà nome alla città di Lagonegro, ci imbattemmo nella retroguardia napoletana alle dieci, sul punto di invadere la città. Il corpo principale, forte di circa 1500 persone, si trovava nella Piazza. Avevano appena accettato, con il loro generale, di arruolarsi nell’esercito nazionale. Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…. Forbes salta completamente la pausa a Sapri e va direttamente a descrivere l’arrivo ad Auletta il 5 Settembre. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 409 , in proposito scriveva pure che: “Così nei giorni seguenti continuò il passaggio delle truppe regolari ed irregolari, che nelle case private, negli edifizi pubblici e nelle chiese trovarono alloggio ed ospitalità; e spesso sotto lo stesso tetto furono accolte le truppe regie afflitte ed avvilite, e le schiere Garibaldine balde ed audaci, senza che fra le une e le altre fosse sorto conflitto o discordia. La stessa subblime idea della libertà della Patria comune fugava dall’animo dei vincitori ogni odio e rancore verso i vinti, e quasi affratellava gli uni e gli altri, ‘figli tutti d’un solo riscatto’. E qui si affaccia alla mia mente un soave ricordo infantile, appreso dalle dolci labbra della cara Mamma mia – educata ed ispirata ai sensi liberali di casa Aldinio – la quale, nel descrivermi il turbine vertiginoso di quei giorni memorandi, mi narrava che, essendo io allora lattante tra le fasce adorne di nastri e coccarde tricolori, alcuni Garibaldini, alloggiati nella nostra casa, mi sballottavavano vivamente – etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “…colonne e compagnie della Brigata Lucana, che era formata di tutte le truppe volontarie accorse da ogni parte sotto il vessillo della redenzione al comando del Colonnello Boldoni. La colonna di Tricarico, composta dai volontari di Tricarico, Montepeloso, Albano, Crassano, Tolve, Campomaggiore, S. Chirico Nuovo ed altri, e comandata da Francesco Paolo Lavecchia, fervente patriota di Tricarico, ebbe ordine di recarsi a Lagonegro, e poi di proseguire per le Calabrie per raggiungere ed appoggiare le truppe del Generale Garibaldi provenienti dal Mezzogiorno. Infatti questa colonna, partita da Potenza ed ingrossata, lungo il cammino, da altri volontari di Calvello, Viggiano e Moliterno, giunse in Lagonegro con oltre 300 militi, nel 27 Agosto, ed entrava nella piazza grande della via S. Antuono, mentre dalla via opposta delle Calabrie giungevano le prime truppe borboniche in ritirata dal Mezzogiorno. Ambedue le fazioni s’accamparono nella piazza a debita distanza fra loro, ed era davvero quello uno spettacolo memorando: da una parte giovani baldi e audaci, accesi da un entusiasmo febbrile per la causa della libertà, vestiti in mille guise borghesi, ed armati alla meglio di schioppi, di pistoloni, di colubrine, di sciabole, di spiedi, di ronche di bastoni animati; e dall’altra parte le truppe regolari dell’esercito borbonico, bene equipaggiato ed armate, ma avvilite e depresse dalle dedizioni e capitolazioni volontarie più che dalle sconfitte in campo di battaglia. Sarebbe bastata forse, in tanto contrasto, una scintilla sola per far scoppiare, fra le due opposte fazioni, un sanguinoso conflitto fratricida; ma l’autorità e la prudenza dei comandanti rispettivi, la reciproca tolleranza, e quel giusto sentimento di generosità del vincitore verso il vinto, tennero a freno ogni rancore ed ogni violenza.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 48 riferendosi alla Brigata del Generale Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in molte altre contingenze, è uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Sempre il Pesce, a p. 406 parlando della lettera di risposta del generale Garibaldi a Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “…, ed il Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori etc…(1).”. Il Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera del Garibaldi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 20, in proposito scriveva che: “….Così al Presidente del Comitato giunse, su foglio manoscritto, il rapporto in succinto della capitolazione di Caldarelli con la designazione dell’itinerario che dovevano percorrere le sue truppe in ritirata da Cosenza fino a Salerno, e con la raccomandazione ‘di non molestarle nella marcia, e di fornirle d’alloggio, di viveri, e di quanto altro possa loro abbisognare, dietro conveniente rimborso’. La notizia della resa del Generale Ghio giunse nel giorno stesso, nel 30 Agosto, per telegramma, spedito da un Fra Giovanni (?): “Vittoria – Garibaldi, vinte le truppe del Generale Ghio, le ha disarmate e fatte capitolare in Agrifoglio vicino Tiriolo”.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, parlando di Garibaldi a Rotonda, in proposito scriveva che: “….ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale di Cosenza. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli. Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa.. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, parlando di Garibaldi a Rotonda, in proposito scriveva che: “A Sapri troverebbe i 1500 del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli dele macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari, percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo, oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre:  le maestose sue torri, i monumenti, i trofei, ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero: ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza: hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche. L. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città , tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari , penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tre mila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrirsi per questo, e non mostrando nemmeno avvedersi del pericolo in cui erano incorsi , eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli . Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altra gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’ impossessarci della vostre persone, e forse ne potremmo sperare una generosa ricompensa dal nostro governo : ma siccome il nostro cuore batte, egualmente che il vostro, alle idee di libertà e di patria, facciamo piena adesione alla causa da voi propugnala e ve lo proviamo lasciandovi liberi. La notte seguente quel corpo munito di cavalleria ed artiglieria volontariamente si sciolse e disperse: tali erano i sentimenti dell’armata in cui Francesco II doveva riporre l’estrema speranza della sua dinastia !”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 491 e ssg., in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni dei volontari. Egli passava in appresso a Sala e a Polla, ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandate dallo stesso monarca.”. In questo passaggio si cita il piccolo paese di “Bosco” a cui in seguito fu cambiato il nome di Nemoli. Su Nemoli e sul passaggio di Garibaldi ha scritto Biagio Ferrari (….), nel suo “……………………….”. Ma, Garibaldi non passò per Nemoli e non andò a Lagonegro, come vedremo. Furono le truppe garibaldine, i volontari dell’Esercito Meridionale di Garibaldi che passarono per Lagonegro e poi Fortino di Casalnuovo. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. La White-Mario, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che: “ventimila razioni per oggi e tremila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, …etc… e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz,….etc…Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso.” 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il Capo dello stato maggiore G. Sirtori.”.  La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, riferendosi al generale Garibaldi, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.

L’insurrezione nel Salernitano e nel Cilento

Nel 25 giugno 1860, l’Atto Sovrano (la Costituzione) di Francesco II di Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie

Da Wikipedia leggiamo che in conseguenza dello sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia e della sua rapida avanzata fece alcune concessioni liberali, in ciò consigliato dal suo primo ministro Carlo Filangieri, richiamando in vigore lo Statuto costituzionale (già concesso da Ferdinando II brevemente nel 1848) con atto sovrano del 25 giugno 1860. Intanto, Cavour dava ordine al generale Cialdini di partire alla volta di Napoli con l’esercito piemontese per impossessarsi del Regno delle Due Sicilie e ordinava all’ammiraglio Persano di seguire da lontano l’impresa di Garibaldi. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67, in proposito scriveva che: “V. Un atto sovrano del 25 giugno concesse la costituzione e promise completa amnistia per tutti i compromessi politici. Difatti il 3 luglio successivo comparve nel Giornale ufficiale il decreto di amnistia, per effetto del quale uscirono dai bagni penali, da le carceri, da la relegazione nelle isole e tornarono da 1′ esilio tutti i compromessi politici. Assai numeroso fu il ritorno di costoro nella provincia di Salerno, che aveva dato maggior contingente di ogni altra alle persecuzioni politiche. Preziosa, per determinare una più salda ed efficace organizzazione della rivolta nella provincia di Salerno, fu la liberazione di Giovanni Matina, che uscito da le carceri di Castel dell’ Uovo e presi accordi col Comitato dell’Ordine in Napoli, andò a Palermo da Garibaldi per istruzioni. Al suo ritorno in Napoli portò l’assicurazione che Garibaldi sarebbe sbarcato sul Continente non più tardi del 15 agosto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo,I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 74, in proposito scriveva: “La II° Guerra dell’Indipendenza d’Italia (1859) portò l’annessione della Lombardia al Piemonte; le popolazioni della Toscana, della Romagna, delle Marche, con plebiscito, proclamarono l’annessione delle proprie regioni al regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Mancava il regno delle Due Sicilie che era ancora feudo del Borbone. Giuseppe Garibaldi ruppe ogni indugio e col tacito consenso del Ministro Cavour, e invitato dai patrioti siciliani, il 5 maggio 1860, …salpò da Quarto (Genova) e sbarcò in Sicilia a Marsala con le sue Camicie Rosse.”.  Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 153, in proposito scriveva: “L’annunzio della costituzione, espressione di un cambiamento politico avvenuto, fu festeggiato con ogni sorta di dimostrazioni. A Napoli si ebbero commozioni e deliri di gioia da una parte, smarrimento e paura dall’altra, ed è facile immaginare quello che accadde altrove. Ognuno interpretò quella concessione a modo suo: i proprietari vi scorsero la diminuzione dei tributi; gli intellettuali, la libertà politica; i contadini delle province, la spartizione dei pubblici demani, gli ambiziosi, il potere; ciascuno un proprio vantaggio personale (3). Ne sultarono i proprietari, i quali speravano che il Parlamento avrebbe ridotto l’imposta fondiaria che loro sembrava gravosissima, che più larghi aiuti avrebbero avuto dalla bonifica dei terreni, che avrebbe ridotto il dazio di esportazione sull’olio e sui cereali, che maggiore autonomia avrebbe concesso ai Consigli Comunali – Ducurionati – e ai Consigli provinciali e distrettuali in loro mani. Il ceto medio, costituito in massima parte di legali, medici, maestri, letterari, salutò nella costituzione la speranza di nuovi, più lauti uffizi e di più alte cariche, vide in essa, cessata la censura della polizia e del clero, l’arbitrio e la trapotenza della polizia, la premessa di una vita intellettuale più larga e più libera, più sicura la libertà individuale, riconosciuta e rispettata la libertà di pensiero e di parola.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: “Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Laonde appena il giovane re, oppresso dalla sconfitta di Sicilia, si dichiarò vinto, e, con pubblicare l’atto sovrano del 28 giugno, riconobbe iniquo il sistema dodicenne del padre suo, e ghermiva a tavola di naufragio lo Statuto del 1848, il Comitato centrale d’ordine, pur non accettando le concesse libertà e spregiandole, di esse si avvaleva per rendere più agevoli gli apparecchi del mutar di Stato.”. Niccola Nisco (….), nel suo “Storia del Reame di Napoli dal 1824-1860- Francesco II, “, a pp. 80-81, in proposito scriveva che: “Con la concessa libertà il ‘Comitato centrale dell’Ordine’ acquistò forza. Ma per esservi prevalente l’elemento monarchico degli emigrati che si accostavano all’indirizzo monarchico unitario della Società Nazionale diretta dal La Farina ed animata dall’afflato del Cavour non a quello del Comitato di Genova di base mazziniana; ..…il Comitato centrale dell’Ordine, pur non accettando le concesse libertà e spregievolmente, di esse si avvaleva per rendere più agevoli gli apparecchi del mutar di Stato; stabiliva comitati provinciali e comunali, preparava armi e danaro, spediva emissari.”. Michele Topa (….), nel suo “Così finirono i borboni di Napoli”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli,, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quanto agli impiegati, essi dovettero giurare la seguente formula che, a titolo di curiosità, riproduciamo integralmente: “…………….”. E gli impiegati, poveretti, che vivevano sotto l’incubo delle liste di proscrizione emesse dal Governo e pubblicate giorno per giorno dal “Giornale Ufficiale”, giurarono. Tutti gli intendenti (che erano i Governatori delle provincie o prefetti) furono destituiti e così numerosi sottointendenti, procuratori generali, presidenti di tribunali, funzionari dei Ministeri. Francesco II, che si vedeva costretto ad allontanare dai loro posti uomini che avevano fedelmente servito suo padre, a malincuore approvava le liste che gli presentava “Don” Liborio Romano, e quando non gli riusciva di cancellare qualche nome, o di scrivere accanto ad esso: “No, no”, cercava di attenuare le gravi conseguenze etc…”.

Nel 1860, il rientro di molti patrioti esiliati dai Re di Napoli 

Antonio de Meo (….), nel suo Rapporto Relazione pubblicata in Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 65, dopo aver raccontato i prodromi dell’insurrezione armata nel Salernitano, in proposito scriveva che: “Pubblicata la costituzione e l’amnistia, la libertà di potere muovere, armare, parlare, fece sorgere molti piazzeggianti e progettisti da caffè. Ma noi continuavamo l’opera nostra, e siccome la paura si era allontanata da taluni patriotti, ci rassegnammo a ributtare l’accordo; e sebbene altri ci avessero accolto con altro viso, e ci avessero promesso di andare di accordo , pure voleano usare quella superiorità non di merito, su cui la nostra modestia avrebbe ceduto , ma che sapea di aristocrazia che noi dovevamo combattere, e una revisione sul nostro oprato, senza che volessero darci scienza del loro. Si conchiuse che dovevamo andare di conserva quando doveasi andare o mandare persone in Napoli; ma nulla di ciò si verificava; quando noi dicevamo loro di andare in Napoli mostravano quella sprezzante non curanza, col dire va bene, mentre sapevamo che ogni giorno spedivano qualcuno; e nulla ci dicevano. Per noi era di grave interesse lo spedire ogni dì in Napoli, perchè con noi stava ligata una rete di corrispondenze di tutta la provincia diramata nel modo seguente, lavoro di quattro anni, sviluppato però da un anno con tanta efficace azione. Etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Segrati e Albrighi, Milano, 1912, a p. 396, in proposito scriveva: “Già, fin dal 1852, un decreto reale, pubblicato nel giornale del regno il 22 febbraio, aveva abolita l’azione penale per cento cinquantuno detenuti e duecento quarantasei contumaci imputati di lievi delitti pòlitici. Negli anni successivi, salvo per i condannati e per gli esuli ritenuti pericolosi, bastava una supplica con le consuete dicliiarazioni di pentimento e promesse dì fedeltà per conseguire il condono della pena od il rimpatrio. Per alcuni condannati il governo commutò la pena residuale dei ferri nella relegazione. Cosi, per effetto di un decreto reale del 18 marzo 1856, moltissimi condannati, tra i quali, della provincia di Salerno, Lucio e Salvatore Magnoni da Ratino, Domenico Celestino Sabbatella da Felitto, Angelo Cavallo da Trentinara, Pompeo De Angelis e Nicola Durazzo da Castellabate,’ Giuseppe Farro e Pasquale Santomauro da Capaccio, Cosmo Postiglione da Eboli, Nicola Pecori e Vincenzo Pirrone da Sacco ed Angelo Pavone da Torchiara, tolti da la galera, andarono relegati nelle isole (1). Quando si trattava di condannati molto vecchi od infermi ovvero intervenivano raccomandazioni di persone della corte o di alti personaggi, il governo concedeva anche grazia completa. Un decreto reale del 10 gennaio 1859 la largì a un gran numero di condannati a la galera tra i quali, della provincia di Salerno, Michele ‘Qatto, Domenico Puglia, Francesco Giordano, Onofrio Stornelli, Costabile Guariglia, Alessio Mautone, Pasquale Sonora, Antonio Ronzio da Vatolia, e Giuseppe Vitagliano da Rocca Cilento (1). Ma l’espediente migliore, per liberarsi di gente cosi molesta, sembrava a i ministri napoletani, quello adottato nel gennaio del 1859 per il Poerio ed i compagni di lui imbarcandoli per V America. Etc…”. Mazziotti, continuando il suo racconto, a p. 401, in proposito scriveva pure che: “III. Intanto il 22 maggio 1859 moriva in Caserta dopo tormentosa malattia il re Ferdinando. Suo figlio Francesco II saliva al trono tra le più vive preoccupazioni per i successi degli eserciti alleati contro l’Austria.”. Poi, a pp. 401-402 continuava: “Vennero tramutati in gran parte gli intendenti ed i Sotto- intendenti; etc…”. A p. 403, aggiungeva pure che: “In virtù dello stesso decreto del 16 giugno 1859 vennero prosciolti da la relegazione i due fratelli Lucio e Salvatore Magnoni da Rutino, Pompeo De Angelis e Nicola Durazzo da Castellabate, Domenicantonio Bronzo da Acquavella, Giuseppe Ametrano da Aquara, Giuseppe Farro da Capaccio, Nicola Pecori e Vincenzo Pirrone da Sacco, Cosmo Postiglione da Eboli, Angelo Cavallo da Trentinara, Michele D’Alto di Diano ed Alfonso Dragone da S. Cipriano che erano quasi tutti a Ventotene e Gaetano Capezzoli che era alla Pantelleria. Furono il 25 giugno trasportati a la darsena di Napoli e di là nelle carceri della polizia ove stettero parecchi mesio L’ intendente di Salerno, con nota del 31 gennaio 1860, dichiarava che sarebbe stata grave imprudenza far restare nella provincia i relegati ad essa appartenenti e li faceva inviare a domicilio forzoso in vari comuni specialmente a Mercato Sanseverino, a Baronissi ed a Montefusco sotto rigorosa sorveglianza.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Segrati e Albrighi, Milano, 1912, a p. 405, in proposito scriveva: “Il De Sivo scrive ” in virtù di tale provvedimento rimpatriarono cento trentasette fuorusciti e poco stante altri cinquantatre — schiuma di congiuratori o lance del Cavour e del Mazzini, i quali per gratitudine si sparsero tosto nelle provincie a prepararvi la rivoluzione : il Mazziotti a Salerno, il Ricciardi ad Avellino, il Petruccelli in Basilicata, il Romeo ed il Musolino in Calabria ed altri nelle Puglie, in Terra di Lavoro e in Abbruzzo„ (2).”. Il Mazziotti prosegue fino all’accordo con il Piemonte di trasferire gran parte degli esuli in Piemonte e poi ancora, dal Piemonte – da Genova –  di farli ritornare in patria. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53).”Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale.”. Su Wikipedia leggiamo che dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della gioventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”.  Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 4 e ss., in proposito scriveva: I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, scriveva: “Ai primi del 1860, gli esuli siciliani del 1849, R. Pilo, G. La Masa, F. Crispi, tentarono di convincere Garibaldi a mettersi a capo di una impresa extra legale, della liberazione della Sicilia, e riuscirono ancche a persuadere il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, di consentire che la spedizione fosse preparata in territorio piemontese. Così, non ostante le esitazioni di Garibaldi, desideroso di non allungare la lista dei tentativi mazziniani falliti, e l’opposizione del Cavour, che non si sentiva di compromettere l’opera fino allora perseguita, l’impresa venne deliberata. Un migliaio di volontari, in parte reduci dalla guerra del 1859, in parte stranieri, irregolari della lunga lotta che da anni si combatteva in Europa, per il trionfo dei principi della libertà e della nazionalità, la mattina del 5 maggio 1860, s’imbarcavano clandestinamente a Quarto, non lntano da Genova, e sei girni dopo sbarcavano sulla costa occidentale della Sicilia, a Marsala…..Il successo ridonò al governo piemontese e al Cavour l’ardire di cui poco prima essi avevano mancato: non soltanto i volontari accorrono numerosi, ma la loro partenza è favorita, organizzata dal governo di Torino. Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 202 e ssg., in proposito scriveva: “…qui riappare sulla scena Giacinto Albini già noto ai lettori di queste memorie. Egli, perseguitato dalla Polizia, avea dovuto rimaner latitante come una belva inseguita dal cacciatore. Ai pericoli politici si erano aggiunti quelli naturali: intendo del tremuoto del 1857 che rovind mezza Basilicata (1). L’ Albini, come dissi, arrecava alla causa liberale il concorso d’un paziente e non interrotto lavoro che sì egli come i suoi amici aveano fatto in Basilicata fin dal 1850. La sventura di Sapri se avea interrotto i lavori e sperperato i lavoratori della Basilicata, non avea nè distrutto i primi, nè scorati i secondi. Centro principale del lavorio politico era stato il paese di Montemurro patria de’ due fratelli Albini, Giacinto e Niccola. Da colà si era proceduto a rannodare rapporti con la provincia di Bari la quale non era stata mai sorda alle voci che le venivano, sia da Napoli sia dalla * Basilicata. Queste due province perciò erano collegate strettamente fra loro, talchè il concorso dell’ Albini non limitavasi alla sua Provincia, ma estendevasi al Barese del quale conoscea per attenenze politiche i patrioti più operosi. Il tremuoto del 16 decembre 1857 distrusse Montemurro riducendolo ad un mucchio di rovine. Per questo, il lavoro politico, il centro di cospirazione fu trasferito a Corleto paese dove erano alcuni parenti dell’Albini , fra cui Carmine Senise, operoso patriota nel quale il lettore avrà occasione d’ imbattersi più d’una volta nel corso di questa narrazione.“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 51, in proposito scriveva che: “IX. Il più vecchio della schiera garibaldina, ma giovane di cuore ed ancora fresco in volto, era di Omignano (71): Leonino Vinciprova, nome caro e devoto ai cilentani, uomo che in apparenza era freddo, glaciale, ma di animo indomito, di coraggio leonino etc…Fido ed affettuoso parente di Francesco Mazziotti, che l’aveva messo a capo della sua azienda, era stato uno della schiera che aveva partecipato e diretto i moti rivoluzionari del Cilento del gennaio e del luglio 1848. Aveva consumato tutto il suo vasto patrimonio per sostenere ed appoggiare la causa della rivoluzione, stringendosi in attiva corrispondenza con diversi eletti uomini della provincia, come i fratelli Carlo e Giovanni De Angelis (73), Angelo e Carlo Pavone, il marchese De Stefano, e soprattutto col suo parente Terenzio Barzellone di Sanza, settario fin dal 1820. Etc…(p.54) Passato a Genova, v’era rimasto fino al ’60, anno in cui, sospinto dall’ansietà dei nuovi avvenimenti in Sicilia, non durò fatica ad intendersi con l’Eroe, rispondendo alla nuova diana di lui ed imbarcandosi, etc…(81).”. De Crescenzo, a p. 71, in proposito scriveva pure che: “VIII. Intanto, il segretario di stato Orsini aveva disposto, per ordine del Dittatore, che Leonino Vinciprova, capitano dello Stato Maggiore, si recasse, con permesso indefinito, a Genova, per ‘affari di servizio’, insieme con Vincenzo Carbonelli e Nicola Mignogna, l’uno medico dello Stato maggiore generale e l’altro capitano tesoriere. Il Vinciprova s’imbarcò ben volentieri con i due amici e, dopo sei giorni, fu a conferire a Genova in casa Bertani, che gli mostrò una lettera di Garibaldi in cui appariva manifesto che il generale stesso più che Mazzini voleva si procedesse oltre. Il danaro non era sufficiente allo scopo, tuttavia ciò non fece perdere d’animo il Bertani, che seppe compiere stupendamente la missione affidatagli, per agevolare l’impresa di Sicilia, etc…”. Davis Ottati (…), nel suo, Dal Feudo alla libertà – un paese del Sud, ed. Pananti, Firenze, 1995, a p. 69, in proposito scriveva che: “I Borboni, parlando del Cilento, l’avevano definita “la terra dei tristi” (1).”. Ottati, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) La definizione era dovuta al Ministro di Polizia F.S. Del Carretto. Cfr. Cesare Paribelli: “I salernitani amano le loro armi più delle loro donne…”.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Segrati e Albrighi, Milano, 1912, a p. 391, in proposito scriveva: “Leonino Vinciprova, nato in Omignano il 14 marzo 1809 da Pietro Paolo Vinciprova ed Elisabetta Elia, era stato, come ho narrato in altro scritto (1), uno dei capi delle rivolte cilentane del gennaio e del luglio 1848. Fuggito a Roma, dopo l’insuccesso di esse, aveva preso parte a la difesa della repubblica, poi caduta questa erasi ricoverato a Genova, donde partì con i Mille.”.

LEONINO VINCIPROVA DA BERTANI A GENOVA INVIATO DI GARIBALDI

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 51, in proposito scriveva che: “IX. Il più vecchio della schiera garibaldina, ma giovane di cuore ed ancora fresco in volto, era di Omignano (71): Leonino Vinciprova, nome caro e devoto ai cilentani, uomo che in apparenza era freddo, glaciale, ma di animo indomito, di coraggio leonino etc…Fido ed affettuoso parente di Francesco Mazziotti, che l’aveva messo a capo della sua azienda, era stato uno della schiera che aveva partecipato e diretto i moti rivoluzionari del Cilento del gennaio e del luglio 1848. Aveva consumato tutto il suo vasto patrimonio per sostenere ed appoggiare la causa della rivoluzione, stringendosi in attiva corrispondenza con diversi eletti uomini della provincia, come i fratelli Carlo e Giovanni De Angelis (73), Angelo e Carlo Pavone, il marchese De Stefano, e soprattutto col suo parente Terenzio Barzellone di Sanza, setterio fin dal 1820. Etc…”. De Crescenzo, a p. 51, nella nota (71) postillava: “(71) Secondo l’elenco ufficiale dei Mille di Marsala, risulta nato a Salerno; ma probabilmente si volle indicarlo come nato a Salerno.”. De Crescenzo, a p. 51, nella nota (72) postillava: “(72)Cfr. Memorie di Carlo de Angelis, pubblicate a cura di Matteo Mazziotti, Roma – Milano, Albrighi e Segati e C., 1908; P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri, Salerno, Iovane, 1907.”. De Crescenzo, a p. 55, continuando il suo racconto scriveva pure che: Passato a Genova, v’era rimasto fino al ’60, anno in cui, sospinto dall’ansietà dei nuovi avvenimenti in Sicilia, non durò fatica ad intendersi con l’Eroe, rispondendo alla nuova diana di lui ed imbarcandosi, etc…(81).”. De Crescenzo, a p. 55, nella nota (81) postillava: “(81) Poteva considerarsi della schiera salernitana anche Giovanni Tigre trentacinquenne, che, sebbene veneziano, aveva scelto il meridione d’Italia e propriamente Salerno per sua dimora, etc…”. De Crescenzo, a p. 71, in proposito scriveva pure che: “VIII. Intanto, il segretario di stato Orsini aveva disposto, per ordine del Dittatore, che Leonino Vinciprova, capitano dello Stato Maggiore, si recasse, con permesso indefinito, a Genova, per ‘affari di servizio’, insieme con Vincenzo Carbonelli e Nicola Mignogna, l’uno medico dello Stato maggiore generale e l’altro capitano tesoriere. Il Vinciprova s’imbarcò ben volentieri con i due amici e, dopo sei giorni, fu a conferire a Genova in casa Bertani, che gli mostrò una lettera di Garibaldi in cui appariva manifesto che il generale stesso più che Mazzini voleva si procedesse oltre. Il danaro non era sufficiente allo scopo, tuttavia ciò non fece perdere d’animo il Bertani, che seppe compiere stupendamente la missione affidatagli, per agevolare l’impresa di Sicilia, etc…”.

Nel 5 e 6 maggio 1860, da Quarto alla Sicilia, Michele MAGNONI ed il litigio con Bixio sul piroscafo “Lombardo” nel viaggio per la Sicilia

(Fig. n….) – Ritratti fotografici di Michele Magnoni e di Nino Bixio

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Segrati e Albrighi, Milano, 1912, a p. 392, in proposito scriveva: “Michele Magnoni di Ratino, nato il 2 dicembre 1829, era stato giovanissimo tra gli insorti del Cilento del 1848. Arrestato, stette vari anni in carcere durante i quali lavorava con entusiasmo a preparare un movimento nel Cilento a l’arrivo del Pisacane e dei compagni di lui. Mandato in esilio si recò a Genova il 20 aprile del 1860 e combattè tra i Mille. Morì improvvisamente a Salerno il 6 novembre 1889 destando il più affettuoso rimpianto in tutta la provincia, fiera dell’opera lunga e tenace del benemerito cittadino.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni….Magnoni fu inquadrato nelle prime formazioni che ordinò Garibaldi a Orbetello (58).”. Pinto, a p. 102, nella nota (58) postillava che: “(58) Secondo De Crescenzo, Magnoni ebbe un litigio con Bixio in nave, ma non ci sono dati che lo confermano, G.. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane cit., p. 58.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84, in proposito scriveva che:“Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, ..etc…”., e a p. 58, in proposito scriveva che: “Della traversata da Quarto alla Sicilia nulla ho rintracciato che possa riguardare direttamente i nostri, salvo un incidente che riflette il Magnoni e che sarà opportuno raccontare se non altro per intercalare al racconto qualche episodio. Questi che al momento della partenza era sul ‘Lombardo’ come gli altri nostri, ora si trova sull’altro piroscafo. Come mai ? Ecco cosa era avvenuto. Improvvisamente s’erano uditi dei gridi, seguiti da animate discussioni, che avevano fatto accorrere molti volontari sul ponte del piroscafo. Il Bixio aveva iniziato col Magnoni una polemica su cose di politica (se non fosse stato opportuno salpare col divieto di Cavour e se fosse conveniente annettere subito la Sicilia al regno di Vittorio Emanuele) che ad un certo momento non era andata più a genio al focoso patriota cilentano. Il Bixio, che neppure era di temperamento troppo placido, non aveva sopportato qualche scatto dell’altro. Certo è che il Magnoni, da quel momento, non aveva voluto essere più alla dipendenza di Bixio ed indispettito era passato a quella diretta di Garibaldi (2). E lungo il tragitto il Magnoni ebbe occasione di spiegare ai compagni le sue vedute politiche.”. De Crescenzo, nella nota (2) si dilunga sul Bixio ed il suo carattere focoso ma non cita nessun riferimento bibliografico dell’accaduto. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 384, in proposito scriveva che: “Intanto il 4 aprile Palermo insorge; tutta la provincia di Salerno è come elettrizzata dalla notizia e si prepara ad agire. Si apprende che Giovanni Matina, l’instancabile cospiratore e garibaldino, era giunto da Genova a Napoli; ed allora il Comitato salernitano inviò sollecitamente a lui Antonio Carrano ed Antonio de Meo per prospettare lo stato della provincia e per ottenere istruzioni. Questi il 1° maggio s’incontrarono col Matina, il quale comunicò loro il seguente telegramma giunto da Genova: “Oggi partiremo per il continente e con noi verrà Garibaldi”. Seguiva un proscritto: “Si è sospesa per oggi la partenza”(15). Gli emissari, tornati a Salerno, deliberarono con i compagni del Comitato popolare di dar comunicazione del telegramma al barone Giovanni Bottiglieri e a Matteo Luciani per indurli a far causa col Comitato e a serrare le fila in vista dei prossimi rivolgimenti. I due influenti rappresentanti della borghesia mettono in dubbio l’autenticità del documento, si mostrano restii a dare la loro collaborazione etc…Passò così in vani tentativi di progetti e di intesa tutto il mese di maggio.. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 98, in proposito scriveva: “Michele che si trovava nel carcere della Vicaria a Napoli, fu espulso dal Regno nel 1857 con “bando perpetuo”. Esiliato a Genova – dove conobbe ed amò Agnese Guerriero, che fu per tutta la vita la compagna delle sue ansie e dei suoi dolori – s’imbarcò con i Mille di Garibaldi e si distinse per il suo valore alla presa di Corleone. Il 2 agosto, Garibaldi gli diede il compito di recarsi in provincia di Salerno e preparare la rivoluzione. Michele, con entusiasmo, si portò a Rutino e con i fratelli Lucio e Salvatore formò una colonna di uomini armati, che unitasi agli insorti di Laureana, di Torchiara, di Castellabate, di Stella Cilento e di Cicerale, andò incontro a Garibaldi, dal quale aveva avuto la nomina a pro-dittatore.”.

Nel luglio 1860, Garibaldi dalla Sicilia invia in Calabria ed in Basilicata uomini suoi fidati

Alessandro Serra (….), nel suo, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 323, in proposito scriveva: “Giusta sua promessa, nel luglio Garibaldi mandò in Calabria alcuni ufficiali calabresi, cioè gli uomini che dovevano rendersi conto della situazione e collaborare attivamente con i comitati. Così a S. Demetrio Corone ritornò Raffaele Mauro, fratello di Domenico, tutti e due dei Mille, tutti e due perseguitati…etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 5 e il 6 maggio i Mille di Garibaldi partivano alla volta della Sicilia. Fra di essi vi erano cinque cilentani, audaci patrioti che si erano distinti nei moti del 1848 ed erano riusciti a sfuggire alla polizia borbonica: Filippo Patella, prete di Agropoli; Leonino Vinciprova, di Celso; Paolo e Michele Del Mastro, di Ortodonico; Michele Magoni, di Rutino. Avuta ragione dei forti contingenti borbonici, sia per defezione di parte di questi sia per l’appoggio della popolazione, a Calatafimi (15 maggio), a Palermo (27 maggio) ove perse la vita Michele Del Mastro, e a Milazzo (20 luglio), i Mille, ormai rinforzati da migliaia di volontari, passarono lo stretto dii Messina. Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova.”.

Il COMITATO DELL’ORDINE

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67, in proposito scriveva che: “V…L’arrivo in Napoli, nel luglio del 1860, degli esuli politici ascritti in gran parte alla Società nazionale del Lafarina, che era ispirata dal Conte di Cavour, e la grande autorità sovratutto di Silvio Spaventa dette al Comitato dell’Ordine un carattere apertamente cavourriano. Ciò dispiacque vivamente a i liberali più avanzati, che tenevano 1′ occhio principalmente al Bertani, al Comitato di Genova ed a Garibaldi. Una scissione divenne inevitabile nel Comitato dell’ Ord in e : una parte dei componenti di esso si separarono costituendo il Comitato d’azione. Restarono nel primo Pier Silvestro Leopardi, il Bellelli, il D’ Afflitto, il Colonna, il Baldacchini, il Pisanelli, il Ranieri, il Caracciolo, il Salluzzo, il Vacca, lo Spaventa, il D ’Ayala, il De Siero. A capo dell’altro stettero invece Giuseppe Libertini, Giuseppe Ricciardi, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Giacinto Albini e Giuseppe Lazzaro. Per quanto divisi, i d ue Comitati intendevano entrambi ad un fine comune: la rivoluzione: però il Comitato dell’Ordine, seguendo l’ispirazione del Conte di Cavour, desiderava una insurrezione in Napoli per opera principalmente di un pronunziamento militare prima dello sbarco di Ga ribaldi nel continente, e ciò per non accrescere di t roppo 1’ influenza del partito d’azione nel quale militavano ardenti repubblicani. L’ altro Comitato si proponeva inveee di iniziare la rivoluzione nelle provincie a lo sbarco di Garibaldi in Calabria. VI. Fin dal tempo dell’approdo etc…”. Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 42 e ssg., in proposito scriveva che: “La disfatta di Sanza fu un durissimo e fatale colpo per i progetti di stampo mazziniano. La rivoluzione mazziniana non poteva essere vincente. Il mancato supporto delle popolazioni locali era solo una delle cause. Di fatto la politica internazionale era ancora troppo lontana dal voler supportare una soluzione “italiana”, tanto più rivoluzionaria. Perciò, piuttosto che puntare ancora su improbabili insorgenze popolari come quella di Pisacane, per il biennio successivo si cominciò a pianificare un’insurrezione “dall’interno”(77). Ove possibile, si pensò di organizzare in maniera più capillare una rete di comitati locali, modellata su quella dei Circoli Costituzionali del 1848. Un momento di sbandamento e di blocco si ebbe dopo che, nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 1857, un terremoto di grande portata travolse la zona occidentale della Basilicata. Le operazioni delle forze liberali ripresero a fatica e nella più totale precarietà, dato che il sisma aveva reso difficili le ordinarie operazioni della vita cittadina e il poco solido apparato economico stentava a ripartire (78). A ciò si unì una recrudescenza delle azioni di polizia, che portarono a rastrellamenti, fino a toccare Lecce. Insomma, tramontò definitivamente la speranza di una rivoluzione democratica, mazziniana e repubblicana (79); ma non tramontò l’idea di una Italia unita. Infatti, le aspirazioni liberali non si arrestarono, esprimendosi, anzi, nei modi e nelle forme di una “cospirazione alla luce del giorno”, con innalzamento di bandiere tricolori e altro. Un rapporto redatto dalla polizia borbonica serve a dare un’idea del mondo cospirativo. Il Comitato di Napoli (rinominatosi, nell’aprile del 1860, “Comitato Napoletano della Società Nazionale Italiana”) continuava a insistere sul ruolo della Basilicata come motore dell’insurrezione “preventiva” (81). Gli si unì la “Società Nazionale” facente capo a Lafarina a Torino e, a Genova, ad Agostino Bertani. Il Comitato di Napoli diventò “Comitato dell’Ordine” (82), che – si legge in Racioppi – etc…Il Comitato dell’Ordine, perciò, si terrà in diretta ed esclusiva corrispondenza con me qual delegato del General Garibaldi.” (83). L’unione tra i vari comitati non fu sempre pacifica, soprattutto nei rapporti tra Genova e la Basilicata, anche perché si era piuttosto restii, da parte dei basilicatesi, ad uno sbarco di Garibaldi sul continente, in quanto etc…Si aggiungeva che l’arrivo di Giuseppe Libertini da Genova diede l’avvio ad un “Comitato di Azione” nel quale entrarono Filippo Agresti (84), Luigi Zuppetti, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giovanni Matina e Giuseppe Ricciardi. Questo dualismo, per fortuna, aveva comunque, come punto d’incontro, l’organizzazione di una rete “preventiva” sul territorio basilicatese, onde evitare schieramenti di borbonici nell’area “cerniera” di Auletta (85).”. Venturi, a p. 42, nella nota (77) postillava: “(77) G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, Bruno Mondadori, 2011”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Erano giorni di esaltazione e di generale trepidazione insieme. Spaventa aveva assunto la direzione effettiva del comitato dell’Ordine, che si ricostituì con Pier Silvestro Leopardi, per presidente, Gennaro Bellelli per segretario, e con un Consiglio Direttivo, formato da Rodolfo d’Afflitto, Andrea Colonna, Pisanelli, Caracciolo etc….Spaventa, che spingeva, quasi sfidando il governo, il lavoro diretto a far insorgere le provincie continentali, soprattutto la Basilicata e la Calabria, prima che Garibaldi sbarcasse sul continente, o almeno prima che arrivasse a Napoli, secondo il desiderio e i consigli di Cavour. Il Comitato mandò Gennaro De Filippo a Messina, per assicurare il Dittatore che sul continente tutto si disponeva secondo il suo desiderio di quei giorni: fare cioè insorgere le provincie, prima del suo sbarco in Calabria. Il comitato d’Azione venne su quando il comitato dell’Ordine, rifatto il 9 luglio, dopo il ritorno degli esuli, assunse un contegno decisamente cavourriano, onde per reazione si accentuò garibaldino, con una tinta di mazziniano e di municipale. Lo fondarono e ne furono la maggiore forza Giuseppe Libertini, Giuseppe Ricciardi, Filippo Agresti, Nicola Mignogna, nonché Giacinto Albini e Giuseppe Lazzaro: però i due comitati si trovarono d’accordo nel promuovere l’insurrezione nelle provincie prima dello sbarco di Garibaldi; e poiché la provincia, la quale si assicurava meglio apparecchiata ad insorgere, e dalla quale si chiedevano capi militari e civili, era la Basilicata, il comitato dell’Ordine fece partire per Corleto, dove aveva sede un comitato insurrezionale, il colonnello Boldoni e Pietro Lacava, ai quali si unirono il Mignogna e l’Albini del comitato d’Azione. Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Fin dal tempo dell’approdo di Garibaldi a Marsala un’attiva corrispondenza si era scambiata tra il Comitato di Napoli ed i nuclei liberali delle provincie per preparare in queste una insurrezione. Si venne all’intesa che essa sarebbe stata iniziata, alla notizia dello sbarco di Garibaldi sul continente, da parte della Basilicata. le altre provincie avrebbero seguito il movimento. “La provincia di Salerno” dicevano le istruzioni “dovrà lanciare i suoi alle spalle delle truppe, che per avventura muovessero su Potenza e Calabria” (1)….”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La cronistoria del dott. Michele Lacava narra diffusamente il lungo lavorio, che precedette questi accordi.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 375, in proposito scriveva che: “Si vanno già delineando le due correnti politiche che vedremo in atto al principio del ’60, e che ora si saggiano, si scrutano e si studiano nella ricerca affannosa di un programma di azione immediata da svolgere in comune con intenti chiaramente unitari. Questi intenti per lo meno, fin dal ’59, la parte popolare avanzata li aveva già saldamente radicati nell’animo. Si può dire lo stesso della borghesia cittadina e rurale del Salernitano ? E’ quel che vedremo in seguito.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 377-378, in proposito scriveva che: “Abbiamo visto quali furono i primi tentativi e come da Napoli si lavorasse alacremente per costituire dei comitati provinciali; ma tutto codesto lavoro doveva rimanere infruttuoso sia a causa delle immediate reazioni della polizia, sia perchè mancava un elemento dirigente attivo che sapesse coordinare avvedutamente gli sforzi. Ma che cos’era e che cosa rappresentava il Comitato napoletano detto dell’Ordine ? Sentiamolo dalla bocca del De Cesare, storico diligente e minuzioso: “Le notizie politiche messe fuori dal Comitato dell’Ordine, che rapppresentò la prima organizzazione delle forze liberali, e fuse insieme i vecchi elementi repubblicani, piuttosto scarsi, e gli elementi moderati monarchici, più numerosi e autorevoli, e i quali non vedevano salute che nel Piemonte, erano comunicate nello stabilimento musicale di Teodoro Cottrau, ai frequentatori di esso, ed a Giuseppe Gravina, e tanto bastava perchè in poco tempo tutta Napoli ne fosse piena….Una delle ragioni del successo di quel Comitato fu il nome, felicemente escogitato dal giovane studente Giuseppe Lombardi di San Gregorio Magno, uno dei più operosi, anzi dei più temerari nelle cospirazioni di quel tempo. Il Comitato dell’Ordine si cominciò a riunire sulla fine del 1857 in casa di Giuseppe Lazzaro e ne fecero parte Gennaro de Filippo, Camillo Caracciolo, Giacinto Albini, Francesco de Siervo, il detto Lombardi e pochi altri…..Com’era chiaro, il Comitato aveva due anime, le quali più tardi lo porteranno fatalmente a scindersi: una avanzata, progressista e repubblicana, che traeva ispirazione dal verbo, mazziniano; l’altra moderata, conservatrice, monarchica, che era sotto l’influsso della politica piemontese e savoiarda. Queste due opposte correnti politiche per il momento camminano sulla stessa strada e collaborano attivamente fra loro secondo il principio concordemente accettato dell’unità a tutti i costi. La stessa situazione, dove più, dove meno chiaramente, si rispecchia nelle province, nelle quali il Comitato è riuscito a formarsi. A dare energico impulso per la costituzione del Comitato nel Salernitano giunse opportuno nel novembre del ’59 un ardito emissario del Comitato napoletano: Beniamino Marciano (6)…Il Marciano giunse a Salerno il 16 novembre per impartire insegnamento nelle pubbliche scuole.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 382, in proposito scriveva che: “Fu così che, nel febbraio del ’60, fu costituito finalmente il Comitato salernitano, del quale fecero parte il Marciano, Vincenzo Trucillo, gli avvocati Nicola Ferretti, Pietro del Mercato e Antonio de Meo, l’architetto Francesco de Pasquale, gli operai Matteo Rossi e Michele Casola.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Su Wikipedia leggiamo che Rodolfo D’Afflitto, la sua carriera ha inizio nel 1834, dopo aver studiato legge ed amministrazione dopo una carriera nella burocrazia borbonica, fu arrestato nel 1859 come cospiratore liberale nel Comitato dell’Ordine, ma fu subito rilasciato. Dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Il comitato si impegnò prima ad ottenere un pronunciamento dell’esercito a favore dell’annessione al Piemonte e poi – dopo il fallito colloquio del D. con il generale De Sauget – a provocare l’insurrezione del continente prima dell’arrivo di Garibaldi, per impedire una svolta rivoluzionaria. Anche questa seconda iniziativa non ebbe l’effetto desiderato, provocando solo una parziale insurrezione in Basilicata. Sul Comitato Napoletano di cui Silvio Spaventa era uno dei membri più attivi, su Wikipedia leggiamo che il piroscafo Stewart, che doveva condurlo insieme ad altri 68 condannati politici in America, in seguito all’ammutinamento organizzato dal figlio di Luigi Settembrini (Raffaele Settembrini) ufficiale della marina mercantile britannica, lo condusse in Irlanda (6 marzo 1859) presso Queenstown, nella Baia di Cork; da qui raggiunse Londra e quindi Torino, dove entrò in contatto con Cavour divenendo uno dei fedeli seguaci e uno dei principali fautori della sua politica. Venne inviato nuovamente a Napoli da Cavour e dai Savoia nel luglio 1860 per preparare all’annessione di quei territori meridionali a quello che poi sarebbe divenuto Regno d’Italia: si adoperò, senza successo, perché questa avvenisse il prima possibile, senza attendere l’arrivo a Napoli di Garibaldi, il quale poi, assunto il titolo di Dittatore, lo espulse (il 25 settembre 1860). Tornò a Napoli ad ottobre, assumendo la carica di ministro di Polizia nel governo luogotenenziale (dal novembre 1860 al luglio 1861), fronteggiando energicamente la difficile situazione napoletana (fino a subire un clamoroso attentato, cui riuscì a sfuggire), anche con l’aiuto del corregionale barone Rodrigo Nolli. Restò in carica anche sotto i luogotenenti Luigi Carlo Farini, Eugenio Emanuele di Savoia-Villafranca e Gustavo Ponza di San Martino. La madre, Anna Maria Croce era prozia del celebre filosofo Benedetto Croce. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 885, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il comitato centrale dell’Ordine, fondato a Napoli come si è detto con programma politico pari a quello della Società Nazionale, diramò le sue file nelle provincie, ma con scarso successo; e solo trovò qualche seguito in Calabria e in Puglia, e più propriamente nelle Provincie di Cosenza e di Bari. Di quel primo nucleo di lberali di Terra di Bari, chiamatosi anch’esso comitato dell’Ordine, fecero parte alcuni vecchi mazziniani e carbonari; ne fu capo cvisibile Pietro Tisci, e sede la città di Trani, dove il Tisci, etc…”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione , nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali , di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione, chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere: il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino, come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell ‘ Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci , e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po ‘ più di coraggio, e meno amor della pelle. Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s’intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava (Corleto Perticara, 26 ottobre 1835 – Roma, 26 dicembre 1912) è stato un politico italiano. Figlio di Domenico Giuseppe e Brigida Francolino, fu studente a Napoli e Latronico, dove frequentò i corsi di giurisprudenza dell’Arcieri. In questo ambito accademico conobbe ed ebbe rapporti con Giacinto Albini, con cui era legato da vincoli di parentela, e, nonostante la dichiarata fede borbonica della sua famiglia, divenne uno dei più attivi esponenti del movimento liberale. Nel 1857 fu, con Giuseppe Albini e Giuseppe Lazzaro, fra i fondatori del Comitato dell’ordine, che aveva come programma l’unità italiana sotto la monarchia sabauda. In veste di segretario del Comitato, organizzò l’importante dimostrazione degli studenti universitari del 6 aprile 1860 che si tenne a Napoli in largo di S. Francesco da Paola (oggi piazza del Plebiscito). A tale manifestazione parteciparono molti giovani lucani, fra cui il fratello di Pietro, Michele Lacava, Aurelio Casale di Spinoso, Graziano e Gerardo Marinelli di Abriola, Michele Del Monte di Moliterno. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo dutl’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione” (22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 4 e ss., in proposito scriveva: Questo atteggiamento creò due correnti nel regno napoletano: una più scarsa di simpatia verso il Piemonte, l’altra più numerosa di odio contro il Borbone, che, specialmente dopo che la Francia e l’Inghilterra ebbero richiamati dalla capitale i loro rappresentanti, fu giudicato ostacolo quasi unico contro il civile progresso. Così quando il Mazzini nel 1856 lanciò il suo appello, che chiamava tutti gli uomini liberi a raccogliersi sotto il vessillo dell’Unità, a Napoli si formò il ‘Centro Promotore del sud Peninsulare’…..E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Ma un nuovo avvenimento riaccese gli animi repressi: la seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo partito, ispirato da Cavour e diretto da Lafarina, sorgeva intanto a Torino. Il programma del nuovo partito era come si sa: ‘Indipendenza, Unione, Casa Savoia’. La nuova associazione risvegliò gli antichi mazziniani di Napoli. Essi riordinarono le file del vecchio centro, che mutò nome. Si chiamò ‘Comitato Centrale dell’Ordine’ e fondò un suo organo clandestino: ‘Il Corriere di Napoli’. Ad Albini, che era uno dei componenti il Comitato di Napoli, fu affidata la cura di tutte le provincie meridionali, e specialmente della Provincia di Potenza. Egli chiamò in vita l’antica organizzazione del 1857, per quanto inattiva ancora in piedi, perchè contro di essa la reazione non aveva incrudelito come era avvenuto nel Cilento, per opera dell’intendente Rosica, uomo temperato e mite e che non aveva neanche creduto alle accuse mosse dall’intendente di Salerno. Nell’agosto del 1859 il Comitato dell’Ordine di Napoli aveva dato disposizioni per la rivolta…..(p. 6) L’insurezione si voleva subito durante l’agosto, ma non se ne fece nulla e non fu un male. A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Laarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dal dicembre ’58 i democratici avevano accettato la subordinazione ai moderati ed il ruolo di fiancheggiatori dello Stato sabaudo e non potevano mutare il loro atteggiamento nel bel mezzo di una impresa difficilissima, che richiedeva la mobilitazione di tutte le energia: lo improvviso irrigidimento di Bertani provocò la dissoluzione politica del gruppo che si era raccolto intorno a Garibaldi nel gennaio del ’59.”Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 30, in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille.. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 164, in proposito scriveva che: “Tornati in patria, gli esuli politici, molti dei quali attratti dalla politica cavouriana, diedero al Comitato d’Ordine un carattere più moderato. Ciò portò inevitabilmente a divergenze interne e, quando i mazziniani si resero conto della massiccia presenza dei cavouriani nel Comitato d’Ordine, i quali spingevano per il Plebiscito e l’immediata annessione del regno al Piemonte, diedero vita al ‘Comitato Unitario Nazionale’, un comitato di stampo democratico, alternativo al Comitato d’Ordine. Il Comitato del Distretto di Vallo ebbe due Commissari: Lucio Magnoni, aderente al Comitato Unitario Nazionale, e Stefano Passaro, del Comitato d’Ordine, i quali collabrorarono nelle loro azioni, anche se a prevalere erano le posizioni del Magnoni (215). Per il Cilento venne designato il Sottotenente di artiglieria Michele Magnoni di Rutino, uno dei Mille. Per quanto separati, i due Comitati miravano entrambi alla rivoluzione ma, mentre il Comitato d’Ordine, di ispirazione cavouriana, aveva prospettato una insurrezione a Napoli, prima dello sbarco di Garibaldi sul continente, il Comitato Unitario, d’impronta garibaldina, prospettava l’inizio della rivoluzione solo in seguito allo sbarco di Garibaldi in Calabria. La diversità di vedute sulle strategie da seguire portò inevitabilmente ad inutili polemiche, che causarono un ritardo nell’avvio del movimento rivoluzionario nel napoletano e di conseguenza nel salernitano. Finita la campagna siciliana, il governo borbonico etc…”. Del Duca, a p. 164, nella nota (215) postillava che: “(215) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in L. Rossi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, cit. pag. 275.”. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, a p. 275, in proposito scriveva che: “Ovunque sorsero Comitati per appoggiare Garibaldi nell’impresa di formare l’Italia unita. L’ala moderata nel “Comitato dell’Ordine” si sentì più solida a partire dal 25 giugno, dopo che i patrioti uscirono allo scoperto a seguito della concessa amnistia. Nel momeno in cui i Mazziniani avvertirono la massiccia presenza dei cavouriani nel “Comitato dell’Ordine” che premeva per il Plebiscito e l’immediata annessione della Sicilia al Piemonte, anche per le preoccupazioni di carattere internazionali, diedero vita al “Comitato Unitario Nazionale” aderendovi anche il salese Giovanni Matina, uno dei più fieri patrioti che passò gran tempo nelle prigioni borboniche. Il Comitato del distretto di Vallo ebbe due commissari: Lucio Magnoni aderente al Comitato Unitario e il colonnello Stefano Passaro del Comitato dell’Ordine, i quali “procedettero d’amore e d’accordo, ma le disposizioni che valevano erano quelle del Magnoni” (12).”. Policicchio, a p. 275, nella nota (12) postillava: “(12) F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, pp. 23-4.”. Policicchio citava il testo di Francesco Franco. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura i chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 124, in proposito scriveva che: “Salerno non riuscì ad istituire un solo Comitato d’azione, nonostante gli sforzi praticati dai Magnoni e dal Matina, e da altre persone spedite appositamente da Napoli. Tutto dipendeva, come si evince da scritti del tempo, dalla indifferenza della borghesia, la quale, benchè si dicesse ovunque animata da sensi patriottici e da spirito liiberale, pure non seppe dimostrare, da noi, di essere viva e vitale verso i problemi della Liberà”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 263, in proposito scriveva che: “Ancora nell’ottobre del 1859 non era stato possibile creare a Salerno un Comitato insurrezionale malgrado gli sforzi di audaci cospiratori come Giovanni Matina, Michele Magnoni e altri inviati appositamente colà dal Comitato centrale dell’ordine di Napoli. I Documenti D’Evandro (89) informano che ciò andava imputato non al popolo salernitano, ma alla borghesia “la quale benchè si dice animata da sensi patriottici pure non l’ha dimostrato fino a questo momento”. Verso la fine del 1859 il ‘Comitato napoletano dell’Ordine’, da poco costituitosi, incaricò (novembre 1859) B. Marciano di creare a Salerno un Comitato, che costituì dopo che A. Di Meo gli rese possibile di annodare relazioni con la campagna: e precisamente con i fratelli Magnoni (Cilento), Lorenzo Curcio (Valle S. Angelo) e con Antonio Carrano e Vincenzo Padula (Valle del Tanagro). Nel febbraio del 1860 si poté così formare a Salerno un Comitato provinciale le cui prime sedute si tennero nella sagrestia della chiesa dell’Annunziata, preparata all’uopo dal sacerdote Giuseppe Medici. La rete dei cospiratori cilentani era costituita dai fratelli Magnoni (Lucio, Michele, Salvatore e Nicola) di Rutino, che mantenevano stretti rapporti con Teodosio de Dominicis (Ascea), Gennaro Pagano (Pisciotta) e Pietro Giordano (Ceraso)(90), prima delle loro condanne e liberazioni, delle quali l’ultima a seguito dell’aministria concessa il 25 giugno e pubblicata il 3 luglio nel ‘Giornale Ufficiale’.”. Ebner, a p. 263, nella nota (90) postillava: “(90) D’Evandro cit., Appendice, Docum. 4 (relazione Lorenzo Curzio) “Egli (Giovanni Matina) corrispondeva in Salerno con Antonio Di Meo; e questi trasmetteva agli altri cospiratori della provincia le fila della congiura, ai bravi fratelli Magnoni, a Pietro Giordano, ed a Gennaro Pagano nel Cilento”.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “…………”. Nicola Nisco (…), nel suo “Francesco II”, a pp. 94-95, in proposito scriveva che: “…..Laonde appena il giovane re, oppresso dalla sconfitta di Sicilia, si dichiarò vinto, e, con pubblicare l’atto sovrano del 28 giugno, riconobbe iniquo il sistema dodicenne del padre suo, e ghermiva a tavola di naufragio lo Statuto del 1848, il Comitato centrale d’ordine, pur non accettando le concesse libertà e spregiandole, di esse si avvaleva per rendere più agevoli gli apparecchi del mutar di Stato. Spediva immediatamente Giacinto Albini nella Basilicata, nel Barese e nelle Calabrie per organizzare il movimento, stabiliva comitati provinciali e comunali, preparava armi e danaro. Altri emissari andarono nel Salernitano e nell’Avellinese. Mentre l’agitazione cominciava nelle provincie il Comitato centrale sottostava a una grande modificazione, massime per lo arrivo in Napoli degli esuli , spinti a ripatriare dal Cavour, affinchè il movimento nazionale regolassero in modo da non farlo straripare nel repubblicanismo. Allora la divisione che già era negli animi si appalesò. Il Comitato rimase in due diviso: il Comitato dell’ordine, sotto la presidenza del marchese d’Afflitto, stato risguardoso innanzi e con sede in casa del liberalissimo Andrea Colonna, componevasi di Giuseppe Pisanelli, Silvio Spaventa, Giuseppe Devincenzi, Gennaro Bellelli, Camillo Caracciolo di Bella, Ferdinando Mascilli, Eugenio Cosmi segretario; il Comitato d’azione, preseduto da Giuseppe Ricciardi, e n’erano membri Filippo Agresti, Giuseppe Libertini, Giuseppe Lazzaro, Pietro Lacava, Giovanni Matina. Cotale divisione tuttavia avendo a base non l’obbiettivo finale, ma bensì il modo di raggiungerlo, chè gli uni volevano unificare l’Italia misuratamente in guisa da non farne pretesto ad interventi stranieri, e gli altri invece andare avanti senza badare a riserve o riguardi, non cagione veruno impedimento allo svolgimento della azione liberale, anzi vi fu gara di opere e di concordia. Il dilaniarsi dei due partiti, che frutto all’Italia dolorosi episodi di vili calunnie, d’ingrati abbandoni, di   

Salvatore Iorio (…), nel suo, La Sedizione dei Mille e la crisi della formazione dell’Unità d’Italia, ed. Portosalvo, Napoli, 1972, a p. 3 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel 1860 due concezioni – la federale e l’unitaria – cozzano fra loro; ma, attraverso la spedizione dei Mille, la concezione unitaria riesce a trionfare dopo molte vicende che fondano le tendenze del partito d’azione con le forze monarchiche sabaude che, nel 1848, erano state in conflitto (1).” Nel 1860, invece, pur dopo essere stati sull’orlo della guerra civile, le due tendenze si intrecciano e si fondano, per opera specialmente del patriottismo di Garibaldi, dello spirito cavalleresco di Vittorio Emanuele II e per l’abilità diplomatica di Cavour. Il convegno di Teano è un simbolo di questa nuova fusione di tante idee e tendenze diverse. Garibaldi rappresenta la corrente del popolo e veniva dall’idea mazziniana che non negò mai, anche quando venne in urto con il Maestro. Nel 1863, in un banchetto, al quale partecipò anche Mazzini, a Londra, vi fu una scena bellissima; Garibaldi si sbalzò e disse: “C’è fra noi un uomo che merita tutti gli onori, perchè da Lui ho appreso cos’è la Patria”.”.

IL COMITATO D’AZIONE

Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il comitato d’Azione venne su quando il comitato dell’Ordine, rifatto il 9 luglio, dopo il ritorno degli esuli, assunse un contegno decisamente cavourriano, onde per reazione si accentuò garibaldino, con una tinta di mazziniano e di municipale. Lo fondarono e ne furono la maggiore forza Giuseppe Libertini, Giuseppe Ricciardi, Filippo Agresti, Nicola Mignogna, nonché Giacinto Albini e Giuseppe Lazzaro: però i due comitati si trovarono d’accordo nel promuovere l’insurrezione nelle provincie prima dello sbarco di Garibaldi; e poiché la provincia, la quale si assicurava meglio apparecchiata ad insorgere, e dalla quale si chiedevano capi militari e civili, era la Basilicata, il comitato dell’Ordine fece partire per Corleto, dove aveva sede un comitato insurrezionale, il colonnello Boldoni e Pietro Lacava, ai quali si unirono il Mignogna e l’Albini del comitato d’Azione. Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 42 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Comitato di Napoli (rinominatosi, nell’aprile del 1860, “Comitato Napoletano della Società Nazionale Italiana”) continuava a insistere sul ruolo della Basilicata come motore dell’insurrezione “preventiva” (81). Gli si unì la “Società Nazionale” facente capo a Lafarina a Torino e, a Genova, ad Agostino Bertani. Il Comitato di Napoli diventò “Comitato dell’Ordine” (82), che – si legge in Racioppi – etc…Il Comitato dell’Ordine, perciò, si terrà in diretta ed esclusiva corrispondenza con me qual delegato del General Garibaldi.” (83). L’unione tra i vari comitati non fu sempre pacifica, soprattutto nei rapporti tra Genova e la Basilicata, anche perché si era piuttosto restii, da parte dei basilicatesi, ad uno sbarco di Garibaldi sul continente, in quanto etc…Si aggiungeva che l’arrivo di Giuseppe Libertini da Genova diede l’avvio ad un “Comitato di Azione” nel quale entrarono Filippo Agresti (84), Luigi Zuppetti, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giovanni Matina e Giuseppe Ricciardi. Questo dualismo, per fortuna, aveva comunque, come punto d’incontro, l’organizzazione di una rete “preventiva” sul territorio basilicatese, onde evitare schieramenti di borbonici nell’area “cerniera” di Auletta (85).”. Venturi, a p. 42, nella nota (77) postillava: “(77) G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, Bruno Mondadori, 2011”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 377-378, in proposito scriveva che: “….Sentiamolo dalla bocca del De Cesare, storico diligente e minuzioso: “…..Com’era chiaro, il Comitato aveva due anime, le quali più tardi lo porteranno fatalmente a scindersi: una avanzata, progressista e repubblicana, che traeva ispirazione dal verbo, mazziniano; l’altra moderata, conservatrice, monarchica, che era sotto l’influsso della politica piemontese e savoiarda. Queste due opposte correnti politiche per il momento camminano sulla stessa strada e collaborano attivamente fra loro secondo il principio concordemente accettato dell’unità a tutti i costi. La stessa situazione, dove più, dove meno chiaramente, si rispecchia nelle province, nelle quali il Comitato è riuscito a formarsi. A dare energico impulso per la costituzione del Comitato nel Salernitano giunse opportuno nel novembre del ’59 un ardito emissario del Comitato napoletano: Beniamino Marciano (6)…Il Marciano giunse a Salerno il 16 novembre per impartire insegnamento nelle pubbliche scuole.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 382, in proposito scriveva che: “Fu così che, nel febbraio del ’60, fu costituito finalmente il Comitato salernitano, del quale fecero parte il Marciano, Vincenzo Trucillo, gli avvocati Nicola Ferretti, Pietro del Mercato e Antonio de Meo, l’architetto Francesco de Pasquale, gli operai Matteo Rossi e Michele Casola.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 102, in proposito scriveva che: “A Napoli in competizione con il Comitato d’ordine, il gruppo radicale aveva costituito un Comitato d’Azione, dove c’erano oltre a Matina, Libertini, Mignogna, Agresti e Zuppetti. Per loro la sollevazione nel sud del salernitano serviva a bloccare le comunicazioni con la Calabria ed ad aprire la strada a Garibaldi ma anche a segnare un punto di vantaggio dei radicali nella competizione per la leadership con i moderati del Comitato d’ordine (60). Era questo il naturale riferimento politico ed organizzativo dei Magnoni.”. Pinto, a p. 102, nella nota (60) postillava: “(60) Roberto Parrella, Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno cit.. Vedi anche R. PARRELLA, Notabili a salerno prima e dopo l’unità, E-doxa, Roma, 2003.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIV-XV, in proposito scriveva che: “Sarebbe una vera ingratitudine, ed un falsare la storia il voler negare al Nicotera una gran parte nelle cagioni del nuovo ordinamento, ed io sarei per dire che egli soccumbendo vinse assai meglio che se avesse trionfato…..Matina inspirante, le pratiche acquistarono maggiore efficacia e dopo qualche anno per impulso del Comitato napoletano un altro se ne fondava a Salerno. La storia della provincia deve ricordare con affetto i nomi di coloro che si fecero centro periglioso de’ nuovi e segreti movimenti. Beniamino Marciani, Antonio De Meo, Pietro Del Mercato, Nicola Ferretti e Francesco De Pasquale; nè dimenticherà di voi, etc…”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 386-387, in proposito scriveva che: “Fu così che sorse, al principio di giugno, un Comitato nettamente borghese, inizialmente agnostico sul piano politico. “Era, scrive il già citato de Meo, un Comitato senza programma, senza simbolo di fede, e senza essere riconosciuto che dai soli componenti: il motto che lo rappresentava rivelava la ingiustizia di un esercizio, a solo intento di fare una cosa nuova onde far vedere che Salerno era indipendente da Napoli” (17). La formazione del nuovo Comitato, di cui erano a capo Sergio Pacifico, Modestino Faiella e Giovanni Luciani, segnò definitivamente il distacco fra le due correnti, e significò che la borghesia salernitana non intendeva contribuire col suo danaro – insistentemente richiesto dai popolari – ad alimentare una rivoluzione etc…Allora, dichiara il de Meo, ci persuademmo che tutti i nostri sforzi erano infruttuosi etc…Questi rilievi del de Meo sono di un’esattezza puntuale.”. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”.   Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 885, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il comitato centrale dell’Ordine, fondato a Napoli come si è detto con programma politico pari a quello della Società Nazionale, diramò le sue file nelle provincie, ma con scarso successo; e solo trovò qualche seguito in Calabria e in Puglia, e più propriamente nelle Provincie di Cosenza e di Bari. Di quel primo nucleo di lberali di Terra di Bari, chiamatosi anch’esso comitato dell’Ordine, fecero parte alcuni vecchi mazziniani e carbonari; ne fu capo cvisibile Pietro Tisci, e sede la città di Trani, dove il Tisci, etc…”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867).”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60, Le Monnier, Firenze, 1960, a p……, in proposito scriveva che: “……….”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 6, in proposito scriveva: “A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Lafarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’. Il loro programma era unitario ed ebbe la formula: unità, sovranità nazionale, con Vittorio Emanuele a Roma.”. Su Giuseppe Libertini, su Wikipedia leggiamo che con il colpo di Stato di Ferdinando II, che revocava la costituzione concessa mesi prima, gli eventi precipitarono e Libertini si trovò dinanzi alla scelta obbligata di sciogliere il comitato e darsi all’esilio. Nei primi anni cinquanta dell’Ottocento si chiudevano infatti i processi relativi ai fatti e agli sconvolgimenti di quegli anni, dai quali Libertini ed i suoi principali collaboratori uscirono con gravi condanne detentive. Libertini riparò dunque a Corfù e di lì a Londra, dove entrò in un rapporto di stretta collaborazione con Mazzini. Nel frangente unitario, assieme agli altri repubblicani mazziniani, tra cui anche Vincenzo Abati, egli dovette accodarsi alla soluzione monarchica, già tracciata dalla Società Nazionale e accettata dallo stesso Garibaldi. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 208 e ssg., in proposito scriveva: “E’ però da notare che nella Provincia di Salerno quel dualismo tra autorevoli, e giovani, era molto più pronunciato che a Napoli stesso.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 164, in proposito scriveva che: “Tornati in patria, gli esuli politici, molti dei quali attratti dalla politica cavouriana, diedero al Comitato d’Ordine un carattere più moderato. Ciò portò inevitabilmente a divergenze interne e, quando i mazziniani si resero conto della massiccia presenza dei cavouriani nel Comitato d’Ordine, i quali spingevano per il Plebiscito e l’immediata annessione del regno al Piemonte, diedero vita al ‘Comitato Unitario Nazionale’, un comitato di stampo democratico, alternativo al Comitato d’Ordine. Il Comitato del Distretto di Vallo ebbe due Commissari: Lucio Magnoni, aderente al Comitato Unitario Nazionale, e Stefano Passaro, del Comitato d’Ordine, i quali collabrorarono nelle loro azioni, anche se a prevalere erano le posizioni del Magnoni (215). Per il Cilento venne designato il Sottotenente di artiglieria Michele Magnoni di Rutino, uno dei Mille. Per quanto separati, i due Comitati miravano entrambi alla rivoluzione ma, mentre il Comitato d’Ordine, di ispirazione cavouriana, aveva prospettato una insurrezione a Napoli, prima dello sbarco di Garibaldi sul continente, il Comitato Unitario, d’impronta garibaldina, prospettava l’inizio della rivoluzione solo in seguito allo sbarco di Garibaldi in Calabria. La diversità di vedute sulle strategie da seguire portò inevitabilmente ad inutili polemiche, che causarono un ritardo nell’avvio del movimento rivoluzionario nel napoletano e di conseguenza nel salernitano. Finita la campagna siciliana, il governo borbonico etc…”. Del Duca, a p. 164, nella nota (215) postillava che: “(215) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in L. Rossi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, cit. pag. 275.”. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, a p. 275, in proposito scriveva che: “Ovunque sorsero Comitati per appoggiare Garibaldi nell’impresa di formare l’Italia unita. L’ala moderata nel “Comitato dell’Ordine” si sentì più solida a partire dal 25 giugno, dopo che i patrioti uscirono allo scoperto a seguito della concessa amnistia. Nel momeno in cui i Mazziniani avvertirono la massiccia presenza dei cavouriani nel “Comitato dell’Ordine” che premeva per il Plebiscito e l’immediata annessione della Sicilia al Piemonte, anche per le preoccupazioni di carattere internazionali, diedero vita al “Comitato Unitario Nazionale” aderendovi anche il salese Giovanni Matina, uno dei più fieri patrioti che passò gran tempo nelle prigioni borboniche. Il Comitato del distretto di Vallo ebbe due commissari: Lucio Magnoni aderente al Comitato Unitario e il colonnello Stefano Passaro del Comitato dell’Ordine, i quali “procedettero d’amore e d’accordo, ma le disposizioni che valevano erano quelle del Magnoni” (12).”. Policicchio, a p. 275, nella nota (12) postillava: “(12) F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, pp. 23-4.”. Policicchio citava il testo di Francesco Franco. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”.

Niccola Nisco (….), nel suo “Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860)”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Laonde appena il giovane re, oppresso dalla sconfitta di Sicilia, si dichiarò vinto, e, con pubblicare l’atto sovrano del 28 giugno, riconobbe iniquo il sistema dodicenne del padre suo, e ghermiva a tavola di naufragio lo Statuto del 1848, il Comitato centrale d’ordine, pur non accettando le concesse libertà e spregiandole, di esse si avvaleva per rendere più agevoli gli apparecchi del mutar di Stato. Spediva immediatamente Giacinto Albini nella Basilicata, nel Barese e nelle Calabrie per organizzare il movimento, stabiliva comitati provinciali e comunali, preparava armi e danaro. Altri emissari andarono nel Salernitano e nell’Avellinese. Mentre l’agitazione cominciava nelle provincie il Comitato centrale sottostava a una grande modificazione, massime per lo arrivo in Napoli degli esuli, spinti a ripatriare dal Cavour, affinchè il movimento nazionale regolassero in modo da non farlo straripare nel repubblicanismo. Allora la divisione che già era negli animi si appalesò. Il Comitato rimase in due diviso: il Comitato dell’ordine, sotto la presidenza del marchese d’Affitto, stato risguardoso innanzi e con sede in casa del liberalissimo Andrea Colonna, componevasi di Giuseppe Pisanelli, Silvio Spaventa, Giuseppe Devincenzi, Gennaro Bellelli, Camillo Caracciolo di Bella, Ferdinando Mascilli, Eugenio Cosmi segretario; il Comitato d’azione, preseduto da Giuseppe Ricciardi, e n’erano membri Filippo Agresti , Giuseppe Libertini, Giuseppe Lazzaro, Pietro Lacava, Giovanni Matina. Cotale divisione tuttavia avendo a base non l’obbiettivo finale, ma bensì il modo di raggiungerlo, chè gli uni volevano unificare l’Italia misuratamente in guisa da non farne pretesto ad interventi stranieri, e gli altri invece andare avanti senza badare a riserve o riguardi, non cagionò veruno impedimento allo svolgimento della azione liberale, anzi vi fu gara di opere e di concordia. I dilaniarsi dei due partiti, che fruttò all’ Italia dolorosi episodi di vili calunnie, d’ingrati abbandoni, di cupidi desideri di spoglie e di onori, cominciò e crebbe dopo la vittoria, quasi gli uomini fossero presi da contagiosa rabbia di annullarsi a vicenda, etc…”.

Nell’agosto del 1860, i dissidi e contrasti fra Mazziniani (Repubblicani e radicali) e Cavouriani (liberali ex attendibili e moderati), i dissidi fra i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazione dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito, e sfidando le ire degli avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Il capo morale dell’insurrezione salernitana nel ’60 fu certamente Giovanni Matina. Egli, come s’è detto, con decreto del 23 agosto emanato dal Comitato d’Azione, fu ominato “Alto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna”. Per il distretto di Vallo fu nominato allo stesso ufficio Lucio Magnoni. Il documento a favore del Matina dice che la nomina “importa imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà (il Commissario) il potere di nominare altri impiegati civili. Egli (continua il documento) corrisponderà direttamente col Comitato Unitario di Napoli (26). Questo documento è molto importante, sia per l’ampiezza dei poteri conferiti al Matina, sia anche perché gli si riconosceva assoluta autonomia rispetto non solo all’altro Comitato, quello dell’ordine, di Salerno, ma anche nei riguardi degli analoghi Comitati delle provincie contermini.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 389, in proposito scriveva che: “In che consisteva il disaccordo fra i due Comitati? “La disunione, scrisse il 29 agosto C. Di Persano al Cavour, che persiste fra i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione, il primo dei quali vuole l’insurrezione subito a fine di obbligare il Re ad andarsene senza l’intervento del generale Garibaldi, mentre il secondo fa invece ogni suo possibile per ritardarla, bramoso che non abbia luogo se non per mezzo di lui, e che succeda fragorosa e tutta in suo nome, mi persuade, Eccellenza, che la via propria da seguirsi sarebbe un perfetto accordo col Generale….” (23). Si trattava, dunque, di fare una rivoluzione preventiva che diminuisse il prestigio, o che lo contenesse entro limiti modesti, del partito d’Azione e di Garibaldi per evitare che venissero poste certe istanze repubblicane che avrebbero potuto cambiare la linea strutturale dell’edificio nazionale disegnato dalla mente geniale di Cavour. La battaglia fu aspra ed accanita in tutti i maggiori centri del Regno; e fu combattuta con tutte le armi dell’astuzia borghese.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardı e Andrea Colonna : Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo„ . Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al comitato di Azione ; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al comitato dell’Ordine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due , ma aveva la fiducia di entrambi.”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali , di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione, chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere : il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino, come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell’Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore ; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci , e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po‘ più di coraggio, e meno amor della pelle. Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s’intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 6, in proposito scriveva: “I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Su Giuseppe Libertini, su Wikipedia leggiamo che con il colpo di Stato di Ferdinando II, che revocava la costituzione concessa mesi prima, gli eventi precipitarono e Libertini si trovò dinanzi alla scelta obbligata di sciogliere il comitato e darsi all’esilio. Nei primi anni cinquanta dell’Ottocento si chiudevano infatti i processi relativi ai fatti e agli sconvolgimenti di quegli anni, dai quali Libertini ed i suoi principali collaboratori uscirono con gravi condanne detentive. Libertini riparò dunque a Corfù e di lì a Londra, dove entrò in un rapporto di stretta collaborazione con Mazzini. Nel frangente unitario, assieme agli altri repubblicani mazziniani, tra cui anche Vincenzo Abati, egli dovette accodarsi alla soluzione monarchica, già tracciata dalla Società Nazionale e accettata dallo stesso Garibaldi. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dal dicembre ’58 i democratici avevano accettato la subordinazione ai moderati ed il ruolo di fiancheggiatori dello Stato sabaudo e non potevano mutare il loro atteggiamento nel bel mezzo di una impresa difficilissima, che richiedeva la mobilitazione di tutte le energia: lo improvviso irrigidimento di Bertani provocò la dissoluzione politica del gruppo che si era raccolto intorno a Garibaldi nel gennaio del ’59.”Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Ma nel ’60 ancor più che nel ’59, Mazzini era privo di mezzi, non trovava collaborazione e sul piano pratico la sua intensa attività non otteneva risultati (47). Allo stato della documentazione non ci sembra quindi di potere affermare, come fa il Romano, che nel ’60 la lotta politica ebbe dimensioni trilaterale e si fondò sui rapporti reciprocamente condizionanti Mazzin-Garibaldi-Cavour (48), se non nel senso che Mazzini fu lo sprone all’intransigenza bertaniana e lo stimolò dialettico della politica cavouriana.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 73, in proposito scriveva: “Il Comitato Centrale della Società Nazionale Unitaria, aveva la sua sede a Napoli. Ogni Comitato era diviso in due sezioi: una di consulenza e l’altra di azione. Il concetto della Società era prevalentemente repubblicano, ma il dissidio fra moderati e radicali sembrava insanabile, perchè questi volevano seguire la via tracciata dal Mazzini, mentre gli altri si adattarono volentieri a desiderare l’Unità d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II°. Essi erano stati influenzati dall’azione dei molti giovani, già profughi nel Piemonte, che diffusero e patrocinarono quanto avevano appreso durante il loro esilio nel Piemonte. I moderati, infatti, consolidarono la loro posizione chiamando a raccolta i galantuomini, la nuova borghesia, i proprietari agricoltori, per svolgere una energica azione per la Unità d’Italia, trascurando tutta la gran massa proletaria che in prosieguo divenne turbolente e astiosa contro i governi che si succedettero dal 1860 al 1865.”. Predome cita il testo di Saverio Cilibrizzi (….) ed  suo “I grandi lucani nella storia della nuova Italia”, Conte Editore, Napoli. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p….., in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille. Prima di metter in risalto questa eccezionale cooperazione, è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: “Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 164, in proposito scriveva che: “Tornati in patria, gli esuli politici, molti dei quali attratti dalla politica cavouriana, diedero al Comitato d’Ordine un carattere più moderato. Ciò portò inevitabilmente a divergenze interne e, quando i mazziniani si resero conto della massiccia presenza dei cavouriani nel Comitato d’Ordine, i quali spingevano per il Plebiscito e l’immediata annessione del regno al Piemonte, diedero vita al ‘Comitato Unitario Nazionale’, un comitato di stampo democratico, alternativo al Comitato d’Ordine. Il Comitato del Distretto di Vallo ebbe due Commissari: Lucio Magnoni, aderente al Comitato Unitario Nazionale, e Stefano Passaro, del Comitato d’Ordine, i quali collabrorarono nelle loro azioni, anche se a prevalere erano le posizioni del Magnoni (215). Per il Cilento venne designato il Sottotenente di artiglieria Michele Magnoni di Rutino, uno dei Mille. Per quanto separati, i due Comitati miravano entrambi alla rivoluzione ma, mentre il Comitato d’Ordine, di ispirazione cavouriana, aveva prospettato una insurrezione a Napoli, prima dello sbarco di Garibaldi sul continente, il Comitato Unitario, d’impronta garibaldina, prospettava l’inizio della rivoluzione solo in seguito allo sbarco di Garibaldi in Calabria. La diversità di vedute sulle strategie da seguire portò inevitabilmente ad inutili polemiche, che causarono un ritardo nell’avvio del movimento rivoluzionario nel napoletano e di conseguenza nel salernitano. Finita la campagna siciliana, il governo borbonico etc…”. Del Duca, a p. 164, nella nota (215) postillava che: “(215) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in L. Rossi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, cit. pag. 275.”. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, a p. 275, in proposito scriveva che: “Ovunque sorsero Comitati per appoggiare Garibaldi nell’impresa di formare l’Italia unita. L’ala moderata nel “Comitato dell’Ordine” si sentì più solida a partire dal 25 giugno, dopo che i patrioti uscirono allo scoperto a seguito della concessa amnistia. Nel momeno in cui i Mazziniani avvertirono la massiccia presenza dei cavouriani nel “Comitato dell’Ordine” che premeva per il Plebiscito e l’immediata annessione della Sicilia al Piemonte, anche per le preoccupazioni di carattere internazionali, diedero vita al “Comitato Unitario Nazionale” aderendovi anche il salese Giovanni Matina, uno dei più fieri patrioti che passò gran tempo nelle prigioni borboniche. Il Comitato del distretto di Vallo ebbe due commissari: Lucio Magnoni aderente al Comitato Unitario e il colonnello Stefano Passaro del Comitato dell’Ordine, i quali “procedettero d’amore e d’accordo, ma le disposizioni che valevano erano quelle del Magnoni” (12).”. Policicchio, a p. 275, nella nota (12) postillava: “(12) F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, pp. 23-4.”. Policicchio citava il testo di Francesco Franco. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 263, in proposito scriveva che: “Ancora nell’ottobre del 1859 non era stato possibile creare a Salerno un Comitato insurrezionale malgrado gli sforzi di audaci cospiratori come Giovanni Matina, Michele Magnoni e altri inviati appositamente colà dal Comitato centrale dell’ordine di Napoli. I Documenti D’Evandro (89) informano che ciò andava imputato non al popolo salernitano, ma alla borghesia “la quale benchè si dice animata da sensi patriottici pure non l’ha dimostrato fino a questo momento”. Verso la fine del 1859 il ‘Comitato napoletano dell’Ordine’, da poco costituitosi, incaricò (novembre 1859) B. Marciano di creare a Salerno un Comitato, che costituì dopo che A. Di Meo gli rese possibile di annodare relazioni con la campagna: e precisamente con i fratelli Magnoni (Cilento), Lorenzo Curcio (Valle S. Angelo) e con Antonio Carrano e Vincenzo Padula (Valle del Tanagro). Nel febbraio del 1860 si poté così formare a Salerno un Comitato provinciale le cui prime sedute si tennero nella sagrestia della chiesa dell’Annunziata, preparata all’uopo dal sacerdote Giuseppe Medici.. Ebner, a p. 263, nella nota (90) postillava: “(90) D’Evandro cit., Appendice, Docum. 4 (relazione Lorenzo Curzio) “Egli (Giovanni Matina) corrispondeva in Salerno con Antonio Di Meo; e questi trasmetteva agli altri cospiratori della provincia le fila della congiura, ai bravi fratelli Magnoni, a Pietro Giordano, ed a Gennaro Pagano nel Cilento”.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”.

Nel 1860, le condizioni del basso CILENTO, del VALLO di DIANO e del LAGONEGRESE

Silvia Siniscalchi (….), nel suo “Il Cilento tra immaginario collettivo e realtà geografica”, in “Il viaggio di C.T. Ramage attraverso il Cilento nella prima metà del XIX secolo”, a pp. 223-224, in proposito scriveva che: “Ritenuta un mondo a sé, con «usanze e consuetudini di stampo primitivo, “la terra dei tristi”, secondo la definizione della polizia borbonica, ossia “terra di assassini e di briganti, dove la violenza era legge comunque, la vendetta privata principio indiscusso”»(26), la «vasta montuosa, ed amena regione del Cilento»(27)(fig. 1) incuteva timore con il suo misterioso topo-coronimo (di uso tardo ma di antica origine)(28), i dubbi conini (29), i paesaggi selvaggi, i centri abbarbicati su cime irte e scoscese, le marine spesso deserte30. I viaggiatori del tempo non oltrepassavano Paestum (già di per sé diicilmente raggiungibile (31), «perché il cammino era insicuro, infestato dai briganti, denso di pericoli»(32), come avvertivano Macfarlane e, ancora, diversi anni dopo, Lenormant, che considerava «i luoghi al di là di Paestum come terre ove prima di penetrare era ragionevole far testamento»(33).”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a pp. 235-236 e ssg., parlando del Cilento impervio e suggestivo, nel 1883, in proposito scriveva che: “Un napoletano condannato a questa spedizione farebbe testamento prima di intraprenderla. La situazione è così grave che mi ci sono voluti diversi anni per ottenere le informazioni necessarie per organizzare un’escursione. Nelle guide turistiche non ho trovato alcuna informazione sull’argomento e ho cercato informazioni invano a Napoli e a Sallanches. Anche in quest’ultima città, nessuna delle società di noleggio che di solito forniscono carrozze agli stranieri era a conoscenza dei percorsi, delle distanze e delle posizioni reclinate possibili nel Cilento, e non aveva un cocchiere che si prendesse la briga di imbarcarsi a casaccio. È al signor La Cava che devo la mia capacità di esaudire questo desiderio a lungo accarezzato, di fare un viaggio lì, purtroppo troppo breve, ma che mi riprometto di ripetere un’altra volta, più completamente, spingendomi fino a Policastro e Sapri, per visitare, dopo Velia, i siti delle antiche città di Molpa, Pisso e Scidro. Ho degli amici a Rotino, ed è stato tramite loro che è riuscito a conoscere la conformazione del nostro piccolo paese. Per il turista che volesse andarci nello stato attuale e senza tale assistenza, è Eboli che deve andare. Solo lì troverà indicazioni precise e potrà accordarsi con un trasportatore. Infatti, in attesa che il Cilento venga attraversato dalla ferrovia, il primo tratto della linea Napoli-Reggio lungo il Mar Tirreno, quasi ultimato e che sarà presto aperto fino a Ogliastro, è la stazione di Eboli a servire le comunicazioni di questa regione con Salerno, Napoli e il resto d’Italia. I cocchieri della città sono quindi abituati ad andarci. Ci sono persino carrozze che, in diversi punti del percorso, forniscono il servizio postale per Vallo e da lì a Policastro, e se non vi dispiace la folla, con i contadini, si possono affittare posti a sedere a un prezzo bassissimo, proprio come in una diligenza. Ciò che ha reso il Cilento finora un paese inesplorato e inavvicinabile, come isolato dal resto del mondo e in cui i viaggiatori non penetrano, è la formidabile reputazione ancora legata al suo nome. Il solo sentirlo fa sì che la gente si faccia il segno della croce a Napoli e a Salerno. Suscita pensieri di pericolo da parte dei briganti che ispirano una sorta di terrore. Andare nel Cilento, per molti, sembra entrare in un covo di ladri.Si potrebbe facilmente credere che non sia possibile farlo senza prendere la precauzione di pagare un anticipo di ricatto. In effetti, questa regione fu per lungo tempo il covo e il rifugio delle bande che infestavano la pianura da Salerno a Paestum e la Valle Panoramica sulla strada per Potenza. Era da qui che i briganti scendevano a derubare contadini e passanti, ed era lì che si rifugiavano dopo il delitto, non appena si vedevano inseguiti. I contadini della zona, tuttavia, non erano gente benestante. Mi dicono che erano più inclini al brigantaggio di altri, e tra le bande che presero il Cilento come loro quartier generale, c’erano molte persone provenienti da altrove. Ma le gole e i boschi di questa regione offrivano loro eccezionali opportunità di nascondersi, al riparo da ogni perquisizione. Divisi in piccoli villaggi che non avrebbero potuto radunare un numero sufficiente di uomini per difendersi, gli abitanti erano in balia delle bande che si insediavano nei loro pressi;di conseguenza, si impegnavano a vivere in armonia con loro, fornendo loro vettovaglie e aiutandoli a nascondersi, invece di denunciarli. I proprietari terrieri si occupavano di queste bande e pagavano loro un tributo regolamentato da rispettare. Il risultato di questo fenomeno fu che la sicurezza era piuttosto elevata, nonostante la presenza di briganti, nel paese stesso, mentre le regioni circostanti erano soggette a devastazioni di cui erano il punto di partenza e, per così dire, il fulcro. L’accesso era reso molto difficoltoso anche dall’infestazione delle strade. Ma in realtà, c’era forse più pericolo andando da Salerno o da Paestum che da lì verso il Cilento. Attualmente, lì come ovunque, è in corso l’energica repressione portata avanti dal governo italiano da diversi anni, segnata da vere e proprie campagne militari contro le bande, ha completamente sradicato il brigantaggio.La sorveglianza attiva mira a renderne impossibile la ripresa. Non nascondo che l’abbondanza di gendarmeria, le cui brigate si possono vedere installate in quasi ogni villaggio del distretto di Vallo, e le pattuglie che controllano le strade, suggeriscono che se queste misure precauzionali fossero allentate, ci sarebbe ancora motivo di temere di vedere il vecchio stato di cose tornare. Ma i gendarmi sono lì, e la vista dei loro cappelli a tricorno, così come i loro volti onesti, è sufficiente a rassicurare anche i più timidi. Un tour del terribile Cilento è ormai sicuro come un’escursione alla periferia di Napoli; anche lì, chi sogna avventure pericolose deve rinunciare a incontrarle.Nel nostro secolo di ferrovie e governi costituzionali, viaggiare sta diventando decisamente prosaico ovunque.”. Su Francois Lenormant ha scritto Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 35-36, in proposito scriveva: “E’ necessario ora accennare alle condizioni fisiche, economiche, culturali, igieniche e demografiche di quella singolare regione del Mezzogiorno. Un insigne storico ed archeologogo francese, Francesco Lenormant, dopo aver visitato la Basilicata, la definì “la più selvaggia forse delle province d’Italia”. La superficie della regione è di 9987 chilometri quadrati, di cui soltanto l’ottava parte è pianeggiante. Il resto del suolo è costituito da montagne e da colline. L’Appennino Lucano abbraccia: il gruppo vulcanico del Volture, che alto 185 metri, etc…”. Cilibrizzi (…), a p. 36, continuando il suo racconto sulla Basilicata scriveva: “In primo luogo, la regione, per le sue catene di montagne, per le sue colline, per le sue vie dirupate e per la mancanza di porti sul mare, è, in gran parte, tagliata fuori da ogni commercio. Umberto Zanotti – Bianco, nell’interessantissimo libro, intitolato “La Basilicata”, ha giustamente scritto: “I suoi 88 chilometri di costiera ionica, talora coperti di dune, talora fertile e, sempre fortemente malarica, e i suoi 22 chilometri di scoscendimenti nella litoranea tirrenica, ove si annida l’unico suo porto, Maratea, la rendono ancora oggi quasi inaccessiblie per via di mare. All’epoca dell’unificazione, priva assolutamente di ferrovie, con soli 400 chilometri di strade rotabili, con 91 paesi senza comunicazioni, con le vallate dell’Ofanto, del Bradano, del Basento, dell’Agri e del Sinni senza argini, senza ponte alcuno, la Basilicata poteva dirsi veramente tagliata fuori dal commercio europeo”. E quasi non bastasse questo gravissimo isolamento naturale, la Basilicata è flagellata dalla malaria, dalle frane e dai frequenti terremoti. La malaria fece le sue vittime. Secondo un’inchiesta fatta nel 1887 dal dott. Giovanni Pica, solamente 9 Comuni della Basilicata, su 125, erano immuni dalla malaria. La maggiore diffusione della malaria si ha nella zona pianeggiante, lungo il confine con le puglie e lungo la riviera ionica.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 89, in proposito scriveva: “Il regno di Napoli, che per primo si era posto sulla strada delle costruzioni ferroviarie con la costruzione della linea Napoli-Portici, inaugurata nel 1839, e prolungata qualche anno dopo fino a Nocera e Salerno, e la Napoli-Caserta nel 1840 non fece nessun passo avanti. Il regno era ferroviariamente isolato a nord di Caserta fino a Firenze e a sud di Salerno fino alla Sicilia, dove non solo non si era costruito un solo chilometro di ferrovia, ma appena si era formulato qualche progetto (101). Le comunicazioni marittime non furono in condizioni migliori. La marina mercantile del regno era rimasta molto danneggiata dalle precedenti convenzioni stipulate con l’Inghilterra, la Francia e la Spagna. E, soltanto dopo le tariffe del 1823-1824, i nuovi trattati commerciali stipulati nel 1845, ed altre favorevoli circostanze, era riuscita a risollevarsi dalla depressione in cui era precipitata (102).”.  Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “I garibaldini restarono impressionati dalle condizioni in cui versavano i paesi attraversati, a causa delle ferite inferte dal terribile terremoto che si verificò nella notte tra il 16 ed il 17 dicembre del 1857. E’ opportuno ricordare, in proposito due testimonianze: l’inglese Charles Stuart Forbes, comandante della marina inglese al seguito di Garibaldi, scrive: “….I paesi sono sparsi sui lati delle montagne ed il bestiame appare trascinante lungo le rive del Negro, che attraversa la valle, ricca di testimonianze classiche e antiche e, sono spiacente aggiungere, recenti rovine perchè questo fu l’epicentro del terremoto del dicembre del 1857. Si deve immaginare che interi villaggi, specialmente sul lato orientale dove sono stati abbattuti come un pacco di carte, causando non solo rovine, ma la morte di migliaia”. Da parte sua Stefano Canzio, sergente della Compagnia dei 43 carabinieri genovesi, futuro genero di Garibaldi, molto colpito da quel triste spettacolo, scrive: “Lungo la strada da Sala ad Auletta non si vedono che case distrutte dal terremoto del 16 dicembre 1857. Polla è interamente rovinata.”. Antonio Allocati (….), nell’Introduzione al testo a sua cura, dell’Archivio di Stato di Napoli, Il Mezzogiorno verso l’Unità d’Italia 1734-1860 – catalogo della mostra documentaria, Napoli, L’Arte Tipografica, 1860, a pp. XXVII ecc.., in proposito scriveva: “Furono sviluppate la rete stradale e la marina mercantile, fu riorganizzato il servizio postale, furono poste linee telegrafiche tra l Calabria e la Sicilia, furono valorizzati agricoltura e commercio. Ma tutto ciò non bastava. Il regime era politicamente in crisi. Il regno posto “tra l’acqua salata e l’acqua benedetta”, come con altri intenti soleva dire Ferdinando, non poteva espandersi, e, senza aspirazioni, si condannava ad una immobilità fatale. Invece il paese era ben vivo ed insofferente di una politica cieca e incapace di vedere quali fossero le vie da batte per il bene della nazione. Le rivolte dei contadini dal ’48 in poi furono continue. Essi invano avevano atteso la Costituzione la diminuzione dei balzelli e la rivendicazione dei demani pubblici usurpati. Quando nel ’60 i garibaldini cominciarono a vincere in Sicilia, i contadini insorsero da per tutto in Calabria, nel Cilento, nell’avellinese, sempre mossi dal desiderio della terra. Nel salernitano, a Sassano, si formò un’associazione clandestina di resistenza e di mutuo soccorso. Neanche il popolo delle città rimaneva quieto: gli operai, i disoccupati, i nullatenenti chiedevano miglioramenti. Eppure il commercio si sviluppava, la marina napoletana si spingeva in porti lontani, favorita dai trattati commerciali. Ma quell’attività arricchiva soltanto la nuova borghesia industriale e commerciale, che si costituiva accanto a quella terriera, già favorita dalle leggi del Decennio. Etc…Per tutte queste cause Garibaldi trovò un ambiente maturo alla rivoluzione. Scomparsa la feudalità, il popolo si divideva sostanzialmente in due classi: capitalisti e proprietari da una parte, operai e contadini dall’altra. L’evoluzione economica del paese favoriva la prima a scapito della seconda. Ma nessuna delle due classi era contenta della politica borbonica: capitalisti e proprietari, ‘ ‘galantuomini’, volevano una partecipazione attiva alla politica; gli operai migliori salari e i contadini le terre sospirate da decenni. I primi si riuniscono in società più o meno segrete, i secondi si abbandonano ad incomposti moti di ribellione, che si intensificano verso la fine del regno. Nella crisi politica, economica e sociale che da vari anni travagliava il paese fu possibile ai garibaldini annientare la resistenza dell’esercito napoletano, che pure aveva un’ufficialità e uno stato maggiore ben preparati. Il 7 settembre del 1860 Garibaldi entrava in Napoli. Il regime borbonico finiva.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “V. Da quel giorno lo sfacelo continuò colla celerità spaventosa d’ una putrefazione. Padrone delle due rive del Faro e di lungo tratto della sponda tirrena, raccolti ormai nelle Calabrie da venti a venticinquemila uomini, e libero di farli avanzare per terra e per mare secondo i casi e le opportunità ; acclamato, festeggiato, portato sulle braccia dalle popolazioni accorrenti in armi sui suoi passi, Garibaldi s’innoltrava verso Napoli colla rapidità d’una folgore e la maestà d’un trionfo. Bellum ambulando perfecerunt, fu detto dei Cesariani nella Gallia, e così poteva dirsi di Garibaldi. La sua non era una guerra, era una passeggiata militare. La rivoluzione non lo scortava soltanto, lo precedeva. Fino dal 17 agosto, prima ancora dello sbarco di Garibaldi a Melito, Poterza cacciava i pochi Gendarmi che la custodivano, e tutta la Basilicata si vendicava in libertà. All’ annunzio della vittoria di Reggio tutte le Calabrie insorgevano; Cosenza costringeva il generale Caldarelli a capitolare con una brigata intera ed a ritirarsi a Salerno col patto di non più guerreggiare contro Garibaldi; a Foggia le truppe facevan causa comune col popolo; a Bari altrettanto: sicchè il generale Flores, comandante militare delle Puglie, era costretto a riparare cogli avanzi dei fedeli nel Principato, fuga da un incendio in un precipizio. Il generale Viale posto con dodicimila uomini a guardia della Termopile di Monteleone, minacciato da una sedizione pari a quella che aveva forzato il Briganti, non osando attendere Garibaldi, batteva in precipitosa ritirata, abbandonando agl’ invasori una delle chiavi della Calabria. Succedutogli nel comando il generale Ghio, egli pure continuò la ritirata ; ma pervenuto a Soveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, fosse stanchezza della lunga corsa, fosse disperato proposito, pensò di prendervi campo e di attendere di piè fermo l’ instancabile persecutore. Fu la sua rovina. Quando egli arrivava a Soveria, le alture, che da oriente e da settentrione la dominano, erano già occupate dalle bande calabresi dello Stocco, ed egli si trovava già prima di combattere quasi aggirate. Garibaldi frattanto lo incalzava di fronte, e vista l’infelice posizione del suo nemico, non gli lasciò un istante di posa. Egli che faceva quella guerra correndo le poste, precedendo di sette giorni la sua stessa avanguardia, esploratore degli esploratori, era giunto in…..”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: “Si preparava nuovamente ad insorgere il vecchio triangolo rivoluzionario, dalla Calabria alla Basilicata, dal Cilento al Vallo di Diano. I liberali cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti, era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè rappresentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento cominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina etc…”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava che: “(216) C. Pinto, La “Nazione armata”, in Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, pag. 118.”.

ALEXANDRE DUMAS, CRISTOFARO MURATORI, LIBORIO ROMANO E GARIBALDI

ALEXANDRE DUMAS, padre, l’Impresa dei Mille, la sua goletta Emma

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Alexandre Dumas eseguito da Felix Nadar

L’impresa dei Mille, oltre che essere narrata nelle memorie di Giuseppe Cesare Abba (Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei mille ), fu seguita da reporters eccezionali come Friedrich Engels e Alexandre Dumas, padre (1803 – 1870). L’entusiastico reportage giornalistico di quest’ultimo ebbe una grande eco e fu pubblicato in volume col titolo Les Garibaldiens (1861). Questo libro è da considerare il risultato letterario di una parentesi marziale dell’autore, noto essenzialmente per drammi romantici in prosa come Henri III et sa cour (1829), Antony (1831), La Tour de Nesle (1832), e per romanzi storici popolari famosissimi come Les Trois Mousquetaires (1844) e Le Comte de Montecristo (1841-1845). Da Wikipedia leggiamo che Alexandre Dumas, spesso chiamato Alexandre Dumas padre per distinguerlo dal figlio omonimo (Villers-Cotterêts, 24 luglio 1802 – Neuville-lès-Dieppe, 5 dicembre 1870), è stato uno scrittore e drammaturgo francese. Maestro del romanzo storico e del teatro romantico, ebbe un figlio omonimo, Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861. Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli: oltre che amico e ammiratore dello stesso Garibaldi, Dumas era come lui membro della massoneria, essendo stato iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica” con Luigi Zuppetta. Nel 20 agosto quando nella baia di Salerno approda lo yacht Emma di Alessandro Dumas, inviato a Salerno da Garibaldi per conoscere la preparazione politica e militare degli insorti. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare “Il grande viaggio di Ulisse” e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda parte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI. …..goletta Emma del celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta l’Oddo (3). Questa il 18 agosto era approdata nel golfo di Salerno. Il Curatolo descrive così l’autore dei tre moschettieri: “Un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra, di una bianca e di una rossa”(4). Etc…”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva pure che: “XI…..il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, così denominata dalla leggiadra fanciulla che lo seguiva e che indossava un abito da marinaio per bizzarria estetica del compagno (32).. De Crescenzo, a p. 94, nella nota (33) postillava di Giacomo Oddo, “I Mille di Marsala”, 1863, e che l’autore fosse il fratello Giuseppe Oddo, uno della Spedizione che aveva 54 anni. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 95-96-97-98, in proposito scriveva pure che: “….montò una barchetta con alcuni marinai e salì a bordo della goletta che, di tanto in tanto, mandava colpi di fucile, e gli si presentò dapprima un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo, ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra di una bianca e di una rossa (40). Era costui il romanziere Dumas, etc…”. Alexandre Dumas (padre)(….), nel suo “I Garibaldini – scene, impressioni, ricordi della spedizione dei mille” (o Les Garibaldiens)(io posseggo il testo con traduzione di Anna Franchi – forse la traduzione di Une odyssée en 1860, 1861-1862 [prima pubblicazione in una forma accorciata col titolo Les Garibaldiens. Révolution de Sicile et de Naples, 1861), ed. Società Milanese, Sesto San Giovanni. Dumas, nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861. Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli: oltre che amico e ammiratore dello stesso Garibaldi, Dumas era come lui membro della massoneria, essendo stato iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica” con Luigi Zuppetta. Dumas (….), ne parla nel suo capitolo XVIII, “Prescrizione dell’Emma” – Porto di Picciotta, 5 settembre 1860, a pp. 298-299 (a pp. 176-177), in proposito scriveva che: Il 5, a mezzogiorno, ci trovavamo di fronte al villaggio di Picciotta, etc…”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare “Il grande viaggio di Ulisse” e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda parte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”

Nel …..luglio 1860, i colloqui-accordi tra CRISTOFARO MURATORI e LIBORIO ROMANO e tra Romano e Dumas

Emma Bice Dobelli (….), nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, del 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….) e del suo “Garibaldi and the formation of Italy”, nel Cap. VII, a p. 190, in proposito scriveva che: “Liborio Romano, allora Ministro del Re e il personaggio di gran lunga più influente d’ogni altro in Napoli (2). “Liborio – diceva la lettera – è pronto a mettersi a vostra disposizione con due altri suoi colleghi di Gabinetto, al primo tentativo reazionario del Re. Al verificarsi di un tal tentativo egli si riterrebbe prosciolto dal suo giuramento di fedeltà, e si propone di lasciar Napoli con gli altri due Ministri e di presentarsi a voi proclamando il Re etc…”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 20-23”Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda parte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “Prima di continuare a parlar di Dumas e di certi fatti rivoluzionari combinati nelle acque di Napoli tra lui ed altre persone diremo ancora dell’ Emma, di quella goletta che ha la sua parte nella storia della nostra rivoluzione. Essa aveva portato armi in Salerno, e nei primi di settembre altre armi portava alla marina di Acciaroli. I volontari del Cilento partivano i primi di settembre, ed avviavansi verso il Vallo Diano per unirsi agli altri dei vicini paesi e raggiungere Garibaldi. Certo Vinciprova, rivoluzionario di cuore e di fatti, recossi alla marina di Acciaroli per attendervi armi già promesse, ma che non erano ancora arrivate.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, riferendosi al 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “VI…Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristofaro Muratori, siciliano, ardente patriota e già segretario del Crispi (1). Il Muratori scese a terra portando un buon numero di Camicie rosse, di armi e di munizioni, e postosi a la testa di un gruppo di insorti, proseguì per Cannicchio e per Celso ove prese alloggio la sera in casa del barone Mazziotti. Il giorno dopo si tenne nel palazzo di lui una numerosa adunanza di liberali, con i quali percorrendo i comuni di Stella, di Omignano e di Sessa, andò a Rutino e poi a Salerno (1).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Infatti, Luigi Minervini (….), nel suo “Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli”, a p. 21, in proposito scriveva che: “…………………..”. Dunque, Mazziotti, sul MURATORI dice essere: “…ardente patriotta e già Segretario di Crispi (1).”. Sul CRISTOFARO MURATORI, ne fa cenno Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 97-98, che, continuando il suo racconto aggiungeva pure che, Leonino Vinciprova incontrò Alexandre Dumas che era sulla sua goletta Emma, ad Acciaroli il 5 settembre 1860: Era costui il romanziere Dumas, accompagnato dal frate Giovanni Pantaleo e da un focoso giovane siciliano in divisa di ufficiale garibaldino, Cristoforo Muratori, il cui ingegno e la grande presenza di spirito lo avevano reso pratico delle congiure rivoluzionarie. Era reduce da una lunga prigionia e dall’esilio, giacchè era stato tre anni incarcerato a Messina, diciotto mesi relegato nell’isola di Ustica, poi esiliato in Francia, donde, dopo l’attentato di Felice Orsini, era stato inviato in Africa. Ora era presidente del Comitato generale segreto di Napoli ed aveva la missione di far sollevare il resto della provincia (41). Costui, poco dopo, presa una carabina sulle spalle, scese a terra con gli altri, portando un considerevole numero di camicie rosse armi e munizioni, che aveva spedito da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto. Etc…..(41).”. De Crescenzo, a p. 98, nella nota (41) postillava: “(41) Cfr. L. Minervini, Dichiarazione cronologica sopra i fatti della Rivoluzione di Napoli, Trani, Cannone, 1861”. Si tratta del testo di Luigi Minervini (….). Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a pp. 148-149, in proposito scriveva che: Aveva pure affidato a Pietro Lacava la segreta missione di ottenere da Liborio Romano, Ministro degli Interni, etc..”. Infatti, Luigi Minervini (….), nel suo “Dichiarazione cronologica sopra i fatti della Rivoluzione di Napoli”, a p……, in proposito scriveva che: “……………………….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 103, dove, parlando della lettera che Dumas spedì a Garibaldi tramite il Salvati, in proposito scriveva – il Dumas parla a Garibaldi – : “Liborio Romano è con noi e ci promette uno o due dei suoi colleghi, egli è amico di un amico comune da me conosciuto in Francia, che ci pone in comunicazione; questo amico si chiama Muratori. Io vi dico i nomi perchè li registriate nelle vostre memorie. Etc..”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 97, riferendosi a LEONINO VINCIPROVA, in proposito scriveva pure che: “XII. Solamente il 5 settembre, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano – e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza, nel Salernitano.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 105, in proposito scriveva pure che: “Il Romano s’era recato in giro per le provincie fin dai primi di luglio per disporre gli animi alla rivoluzione e preparare la caduta del governo Borbonico. Era andato anche a Salerno presso Gennaro d’Avossa che gli aveva presentato i componenti del Comitato d’azione, tra cui Giovanni Centola, Raffaele Rinaldi, Matteo Marchesano. Si trattenne a lungo con essi e con i capi della Guardia Nazionale, ai quali assicurò che, sia a Salerno che a Napoli, sebbene il Borbone avesse scaglionate le sue truppe lungo la strada, nulla di grave sarebbe avvenuto.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 100, in proposito scriveva che: “XIV. E’ necessario, prima di chiudere questo capitolo, fare un passo indietro, per conoscere quali relazioni passassero fra il romanziere francese e Liborio Romano, ministro del re di Napoli (48). E’ facile comprendere che, senza una precedente intesa col Romano, il Dumas non avrebbe potuto agire nelle nostre contrade nel modo che abbiamo narrato. Tale intesa durava da qualche tempo; però i due erano ancora divenuti ad un abboccamento. Il 22 agosto, quando il Dumas era nel porto di Napoli sulla sua goletta, il Muratori, etc…”. De Crescenzo, a p. 100, nella nota (48) postillava: “(48) F. Bernardini, Liborio Romano (Cenni storici).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “XIII. Si diresse poi quella massa di volontari al villaggio di Cannicchio e di là, la sera stessa, arrivò a Celso, altro villaggio di circa ottocento abitanti su di un vasto piano dominato dal moonte Stella, dove fu lietamente accolta nel palazzo del barone Mazziotti, noto per i sentimenti liberali; mentre tutto il paese improvvisamente e fantasticamente s’illuminava e, in mezzo a canti e suoni, improvvisava una brillante dimostrazione, che si protrasse fino all’alba del giorno seguente, il Muratore pernottò in casa Mazziotti….per desiderio del Muratori, in casa Mazziotti. Molti e provati liberali, oltre agli invitati, convennero nelle sale ospitali del palazzo baronale. Il Muratori parlò con entusiasmo più di un’ora, per dimostrare la necessità di dichiarare decaduto il governo di Francesco II, proclamare Vittorio Emanuele re d’Italia e formare un governo provvisorio. Il Muratori – riferisce l’Oddo – assicurò sul suo grande onore che in Napoli le cose erano disposte in modo che Garibaldi sarebbe entrato in trionfo, senza bisogno di tirare un colpo di fucile. Si venne poi alla votazione e ad unanimità si dichiarò la decadenza di Francesco II, proclamandosi Vittorio Emanuele re d’Italia (47). Quell’avvenimento, riconosciuto, dopo anni, di importanza storica, fu ricordato con una lapide in marmo murata sulla facciata del palazzo baronale con questa epigrafe: “…………………………”. Infine decisero di recarsi, tutti armati, a Salerno. Fu una marcia trionfale: la sera, la comitiva si mosse da Celso diretta ad Omignano, attraversando an Giovanni, Malafede e Guarrazzano. Ad Omignano la guardia nazionale volle accompagnare i Garibaldini fino a Rutino, dove si arrivò all’alba e poi si proseguì per Salerno.”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a pp. 148-149, in proposito scriveva che: Il giovane Segretario del Governo prodittatoriale così riferiva l’esito della missione al capo dello stato maggiore rivoluzionario, Carmine Senise: “…..Mi abboccai specialmente con Giuseppe Lazzaro, con Filippo De Blasis, con altri membri del Comitato e con Liborio Romano, al quale mi presentai con un biglietto del Lazzaro. Il Romano mi ascoltò, non mi rispose e nulla mi promise. Etc..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, riferendosi al 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “VI…Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristofaro Muratori, siciliano, ardente patriota e già segretario del Crispi (1). Il Muratori scese a terra portando un buon numero di Camicie rosse, di armi e di munizioni, e postosi a la testa di un gruppo di insorti, proseguì per Cannicchio e per Celso ove prese alloggio la sera in casa del barone Mazziotti. Il giorno dopo si tenne nel palazzo di lui una numerosa adunanza di liberali, con i quali percorrendo i comuni di Stella, di Omignano e di Sessa, andò a Rutino e poi a Salerno (1).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trni, Tipografia Cannone, 1861.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “L’eroe cilentano si precipitò subito sulla goletta nella quale incontrò anche il Muratori. I tre, senza perdere tempo prezioso, stabilirono che il Muratori si fermasse ad Acciaroli con il compito di radunare quanti più uomini fosse possibile e raggiungere con essi Garibaldi in marcia verso Salerno. Infatti, il Muratori “con una garibaldina sulle spalle” scese a terra, attorniato da una moltitudine di gente e fu festeggiato lungamente. Molti volenterosi si fecero innanzi disposti a seguirlo, già pronti con armi sulle spalle e munizioni nelle tasche. Etc…”. L’episodio è raccontato in un libretto di Beniamino Marciano (….), del suo “Salerno nella Rivoluzione del 1860″. Da Wikipedia leggiamo che fu figlio primogenito di una nobile e antica famiglia, studiò dapprima a Lecce col patriota Francesco Bernardino Cicala e poi, giovanissimo, prese la laurea in giurisprudenza a Napoli (1819) e ottenne subito la cattedra di Diritto Civile e Commerciale all’Università partenopea. S’impegnò presto nella politica, frequentando ambienti carbonari e abbracciò quindi gli ideali del Risorgimento italiano, fu membro della Massoneria. Nel 1860, mentre con la spedizione dei Mille si apriva la fase finale del regno delle Due Sicilie, re Francesco II fu costretto a firmare la Costituzione (25 giugno 1860) ed a creare un governo costituzionale guidato da Antonio Spinelli e costituito da liberali e conservatori moderati. Romano per la sua integrità morale fu nominato prefetto di Polizia (27 giugno 1860). Il 14 luglio dello stesso anno il Romano divenne anche Ministro dell’interno e direttore di polizia. In tale difficile fase, mentre l’Esercito meridionale cominciava a risalire la penisola, Romano iniziò a prendere contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi per favorire il passaggio del Mezzogiorno dai Borbone ai Savoia. Il contatto con Cavour (che lo considerava “la migliore testa del regno”) avvenne tramite l’ambasciatore Sardo e l’ammiraglio Persano, dal quale cercava garanzie per una Unità d’Italia basata sulla Federazione di Stati guidata dalla monarchia costituzionale dei Savoia. In un incontro notturno con lo scrittore Alessandro Dumas lo incaricò di riferire a Garibaldi (giunto a Soveria in Calabria) che da una parte temeva un colpo di Stato reazionario ed una guerra civile che avrebbe trasformato Napoli in un cumulo di macerie, dall’altra che i cavouriani si impadronissero del potere e annettessero il Regno al Piemonte prima dell’arrivo di Garibaldi. Fu lo stesso Liborio Romano a convincere il re Francesco II di Borbone a lasciare Napoli alla volta di Gaeta senza opporre resistenza, per evitare sommosse e perdite di vite umane. All’arrivo di Garibaldi a Salerno, il re (6 settembre 1860) lasciò Napoli, ed il giorno dopo, il 7 settembre 1860, Romano andò a ricevere Giuseppe Garibaldi, che giunse a Napoli senza scorta, direttamente in treno, senza che vi fosse alcun tipo di contrasto e accolto da festeggiamenti di piazza.

Nel 20 agosto 1860, la missione di PIETRO LACAVA per convincere LIBORIO ROMANO

Memor (Raffaele De Cesare), nel suo “La fine di un Regno”, ed. …….., in proposito, a p. 437 scriveva che: “Il governo prodittatoriale fece partire, nella notte dal 20 al 21, Pietro Lacava per Napoli, dando a lui, non una lettera, come si disse, ma la copia degli atti dell’insurrezione, che il Lacava nascose in fondo alla vettura. E partì. Giunto in Auletta, si trovò in mezzo ai soldati bavaresi, che l’avrebbero fucilato, se fosse stata perquisita la carrozza. Lo salvò un vecchio prete, chiamato Caggiano, il quale disse agli ufficiali, che quel giovane era figliuolo del giudice Baccicalupi, destituito dal governo insurrezionale. E Lacava passò. Giunto a Napoli, andò subito da don Liborio, a casa; e gli espose la gravità della situazione, e tutt’i pericoli di un eccidio, perchè il governo insurrezionale disponeva, disse, di molte forze, e aveva il favore delle popolazioni di tutta la provincia. Don Liborio non rispose e non promise nulla. Lacava informò anche i due Comitati, invocando il loro concorso, per scongiurare il pericolo, che minacciava la rivoluzione. Il reggimento fu richiamato, e tornò a Salerno, la sera del 22, lasciando in Auletta vettovaglie e foraggi. Scongiurato il pericolo, la rivoluzione si affermò, in tutta la Basilicata, e si estese nelle vicine provincie di Avellino, Salerno e Bari, senza più mistero.”. Enrico Ajello (….), nella sua “Lucania 1860”, ed. Laterza, Bari, 1960, a pp. 148-149, in proposito scriveva che: “Raggiunta Auletta il giorno dopo, il Dittatore raccoglieva l’omaggio di Giacinto Albini e dei maggiori esponenti della provincia lucana, alla quale indirizzò un commosso messaggio: “…………………”. Da Auletta Garibaldi decretava la fine della Prodittatura lucana e nominava Giacinto Albini governatore generale della provincia con poteri illimitati. Invero il governo dei prodittatori aveva bene operato. Fra il 19 agosto e il 6 settembre aveva creato dal nulla un apparato militare efficiente e disciplinato; dislocato ai confini dell’avellinese alcune centinaia di insorti agli ordini di Nicola Mancusi allo scopo di provocare la insurrezione dell’Irpinia; provveduto a presidiare le “strette” di Lauria ed Auletta; mandato Francesco Pisanti di Ruoti a impossessarsi con un colpo di mano dell’approvvigionamento etc…Aveva pure affidato a Pietro Lacava la segreta missione di ottenere da Liborio Romano, Ministro degli Interni, il richiamo da Auletta delle truppe ivi concentrate, che, per la naturale fortissima posizione, avrebbero potuto rendere problematica l’avanzata del corpo volontario proveniente dalla via delle Calabrie. Il giovane Segretario del Governo prodittatoriale così riferiva l’esito della missione al capo dello stato maggiore rivoluzionario, Carmine Senise: “Giacinto Albini e Nicola Mignogna mi fecero partire la sera del venti agosto portando meco gli atti del Governo provvisorio per una missione importante sia presso il Comitato Centrale sia presso Liborio Romano, per esporre la gravità della situazione e per evitare il pericolo che minacciava l’insurrezione di fronte alle truppe regie scaglionate in Auletta e gli eccidi che vi sarebbero succeduti. Compii questa missione in Napoli la sera del ventuno e la mattina del ventidue. Mi abboccai specialmente con Giuseppe Lazzaro, con Filippo De Blasis, con altri membri del Comitato e con Liborio Romano, al quale mi presentai con un biglietto del Lazzaro. Il Romano mi ascoltò, non mi rispose e nulla mi promise. Ma la stessa sera del giorno ventidue quelle truppe che erano dislocate ad Auletta furono richiamate e acquartierate a Salerno. Onde è lecito da tale episodio argomentare, che Liborio Romano, appena convinto che Garibaldi avrebbe preceduto il Cavour “nella corsa per Napoli”, intensificò i suoi rapporti col Comitato e, rinunciando a chiedere, secondo gli accordi precedentemente interceduti, lo sbarco dei soldati stivati sulle navi piemontesi ancorate nel porto, trasferì il tradimento a favore del Dittatore e dei suoi volontari e sguarnì Auletta, in tal guisa facilitando la marcia delle camicie rosse.”. Nicola Nisco (….), nel suo “Francesco 2°”, ed….., Napoli, 18….., a p. 79, in proposito scriveva: “La Dora nella sua rotta mi lasciava in Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito, ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi: non aver missione d’indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito all’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’esercito, e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunziamento alla spagnola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. Soggiungevano non essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi che non si sono battuti contro i proprii concittadini in rivoltura, e nol saranno i napoletani se non si batteranno; avrebbero nome di traditori se, essendovi ancora il re, innalzassero o seguissero la bandiera di un altro principe. Molto discorsero sull’effetto dissolvente prodotto nell’esercito dalle demissioni del generale Nunziante, le quali avevano fatto venir meno nell’ uffizialità il sentimento della stabilità della dinastia. Da questo convegno io ritornava col convincimento del trionfo sicuro della causa dell’ unità, e dello inevitabile disfacimento dell’ esercito, il quale se non seguì l’esempio del toscano, ne fu cagione principalmente l’essere stata la bassa forza col sistema della sostituzione e dei cambi ridotta affatto separata dalla borghesia, e divenuta, col sistema dello spionaggio, nemica dell’ufficialità. E cotal mio convincimento espressi schiettamente al Persano quando mi comunicava il telegramma allora ricevuto dal Cavour che diceva: << Nunziante è a Berna; etc…”.

Nel 27 agosto 1860, a PAOLA sbarcarono SALVATI e Felice ORIGONI, latori di una lettera di Alexandre DUMAS (padre) indirizzata a GARIBALDI

Alexandre Dumas (….), che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli. L’opera letteraria in cui il Dumas più di tutte ha descritto i Mille è “Les Garibaldiens”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Giacomo Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “…………..”Emma Bice Dobelli (….), nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, del 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….) e del suo “Garibaldi and the formation of Italy”, nel Cap. VII, a p. 190, in proposito scriveva che: “Nel bel mezzo di queste scene di confusione e di trionfo che si svolgevano nella squallida strada di Soveria, arrivò un corriere per Garibaldi con una lettera di Alessandro Dumas, da poco arrivato a Napoli sulla sua goletta. Egli scriveva per informare Garibaldi d’un colloquio che aveva avuto colà con Liborio Romano, allora Ministro del Re e il personaggio di gran lunga più influente d’ogni altro in Napoli (2). “Liborio – diceva la lettera – è pronto a mettersi a vostra disposizione con due altri suoi colleghi di Gabinetto, al primo tentativo reazionario del Re. Al verificarsi di un tal tentativo egli si riterrebbe prosciolto dal suo giuramento di fedeltà, e si propone di lasciar Napoli con gli altri due Ministri e di presentarsi a voi proclamando il Re deposto e voi riconosciuto Dittatore” (3). Garibaldi fece dar di volta al corriere, incaricandolo di dire a Liborio che i napoletani dovevano tenersi pronti ad insorgere in qualsiasi momento etc…”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 20-23”Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda paarte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 394-395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perché un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta ‘Emma’, da poco giunta nel porto di Napoli, per comunicargli ch’egli, Don Liborio, è “pronto a mettersi agli ordini di Garibaldi al minimo tentativo reazionario del Re” ritenendosi sciolto in tal caso da ogni giuramento di fedeltà….Etc…Come nuova prova di tale vanagloria e della grande importanza ch’egli voleva assumere, tolgo dall’Archivio Sirtori questa lettera che pochi giorni dopo egli dirigeva a Garibaldi: “Napoli 28 agosto 1860. Buono e caro amico – La Signora P….vi metterà al corrente della situazione e di ciò che io posso a Napoli. Se voi lo credete conveniente, inviate questi ordini: – che Liborio Romano dia le sue dimissioni (da ministro) e sia proclamato prodittatore e che si abbiano alla tal ora del tal giorno un movimento e dei colpi di fucile. Io ci sarò etc…Il latore vi dirà di diffidare di Villamarina e dell’ammiraglio Sardo: tutto ciò è La Farina e Cavour…Io vi supplico: evitate Salerno se lo potete. Una battaglia è inutile etc…Del resto datemi vostri ordini e poteri per Romano o per chiunque altro.”.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 100, in proposito scriveva che: “XIV. E’ necessario, prima di chiudere questo capitolo, fare un passo indietro, per conoscere quali relazioni passassero fra il romanziere francese e Liborio Romano, ministro del re di Napoli (48). E’ facile comprendere che, senza una precedente intesa col Romano, il Dumas non avrebbe potuto agire nelle nostre contrade nel modo che abbiamo narrato. Tale intesa durava da qualche tempo; però i due erano ancora divenuti ad un abboccamento. Il 22 agosto, quando il Dumas era nel porto di Napoli sulla sua goletta, il Muratori, etc…”. De Crescenzo, a p. 100, nella nota (48) postillava: “(48) F. Bernardini, Liborio Romano (Cenni storici).”. De Crescenzo, a pp. 101-102, continuando il suo racconto, in proposito scriveva: “Dopo il colloquio, il Dumas inviò a Garibaldi una lettera, importante soprattutto per le informazioni su quanto operò nella zona di Salerno. Essa era compilata in questi termini: “Amico, Io devo scrivervi a lungo e parlarvi di seri affari; leggete con attenzione. Malgrado il desiderio di raggiungervi, io rimango a Napoli, ove credo essere utile alla nostra causa. Ecco senza chiamar precisamente i napoletani etc…Il Signor Salvati membro del Comitato garibaldino, parte con Origoni (51) per raggiungervi, parlategli di tutto, eccetto di quelle proposizioni di Romano. Etc…(52).”. De Crescenzo, a p. 104, nella nota (51) postillava: “(51) Felice Origoni di Varese, uno dei più fidi amici di Garibaldi a montevideo, accompagnò Anita da Nizza a Roma. Egli condusse nel 1860 il Franklin dalla Sicilia in Calabria.”. De Crescenzo, riassume il senso della lettera scritta da Dumas a Garibaldi, da pp. 102 e ssg. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 103-104 , riassumento la lettera che il Dumas scrisse a Garibaldi e a lui pervenuta intorno al 27 agosto, scriveva: “Liborio Romano o si ritirerà a bordo della nave ammiraglia inglese o verrà a raggiungervi; una volta a bordo della fregata inglese o presso di voi, egli proclamerà la decadenza del re e vi riconoscerà per dittatore. Egli ha dalla sua parte il popolo ed i diecimila uomini della guardia nazionale, oppure, se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà.”. De Crescenzo, a p. 104, nella nota (52) postillava: “(52) Questa lettera fu consegnata al Dittatore a Soveria Manelli da Salvati, che, mosso dal golfo di Napoli sul Franklin, era approdato a S. Lucido presso la città di Paola.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”.

Nel 28 agosto 1860, a SOVERIA, Garibaldi ricevè la lettera di Alexandre DUMAS padre

Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 804, riferendosi alla lettera del Dumas a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…› lo dispongo adunque di Salerno, e di otto a diecimila uomini nei dintorni. Se Medici, Menotti, Türr o qualsiasi altro vi vuol disbarcare, io disbarcherò il primo come parlamentario, e di li ad un’ora i soldati e la città saranno vostri. Invece di Salerno voi potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo. Ecco ciò che io feci di più. Ricevei per intermediario di uno dei loro ufficiali promessa dai bersaglieri del re di non tirare sul popolo; un giovine di nome Bolognetti è l’intermediario fra essi e me. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 805, riferendosi alla lettera del Dumas a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Egli ha dalla sua parte il popolo e i dodicimila uomini della Guardia nazionale; oppure, se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà. Allora di buon grado o di malgrado lo proclameranno prodittatore e voi non avrete da far altro che venire. Datemi su questo punto vostre istruzioni. Il signor Salvati, membro del Comitato garibaldino, parte con Orrigoni per raggiungervi, parlategli di tutto, eccetto di quelle preposizioni di Romano ; esse sono fra quattro persone soltanto, voi, egli, Muratori, ed io. Non rispondete dunque che a me in riguardo a don Liborio Romano.”. Dunque, l’Oddo, nel riportare il testo della lettera di Alexandre Dumas a Garibaldi scriveva che Salvati e Orrigoni partirono per portare la lettera a Garibaldi che si trovava in marcia verso Napoli ma ancora si trovava nei pressi di Soveria Manelli. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 822, riferendosi alla lettera del Dumas a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Fu a Soveria- Manelli che Garibaldi ricevette la lettera di Alessandro Dumas. Portatore della lettera era Salvati, che, partito dal golfo di Napoli col Franklin, approdava a San Lucido presso Paola. La rivoluzione quivi era già fatta; la bandiera tricolore con lo scudo di Casa Savoia vi sventolava. Il comitato del paese si recò a bordo del Franklin, diede notizie delle Calabrie e ne ebbe di Napoli dallo stesso Salvati. Nessuno però sapeva precisamente dove Garibaldi si fosse . Il Franklin continuò il suo viaggio sino al Pizzo. Là Salvati seppe come Garibaldi fosse a Catanzaro; senza perder tempo vi si recò, ma Garibaldi era già partito per Maida e per Tiriolo; Salvati gli corse dietro; non lo raggiunse però che a Soveria – Manelli, dopo la resa del generale Ghio; gli consegnò la lettera. Garibaldi la lesse, e tosto diede ordine allo stesso Salvati di ritornare immantinente in Napoli per dire a Liborio Romano che mantenesse il popolo in quei buoni sentimenti in che pareva di essere, che lo preparasse all’insurrezione, ma che non gli lasciasse far nulla di decisivo prima dell’arrivo di lui. Sopratutto ripetè due volte queste raccomandazioni: Che non vi sia rivoluzione armata per le vie di Napoli; ciò costò troppo caro a Palermo. Indi soggiunse: L’uomo che vorrei vedere alla testa di Napoli è Cosenz. Dite ciò a Dumas ed a Romano; a quest’ultimo raccomandate che faccia il possibile affinchè il re parta ; ma nessuna sommossa senza di me; ciò sarebbe troppo pericoloso. Diede una carta di passo a Salvati, e tre cavalli per ritornare a Pizzo . Da Pizzo Salvati recossi in Messina per trovar modo di ritornare celeremente nelle acque di Napoli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, del 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the formation of Italy”, a p. 190, in proposito scriveva che: “Nel bel mezzo di queste scene di confusione e di trionfo che si svolgevano nella squallida strada di Soveria, arrivò un corriere per Garibaldi con una lettera di Alessandro Dumas, da poco arrivato a Napoli sulla sua goletta. Egli scriveva per informare Garibaldi d’un colloquio che aveva avuto colà con Liborio Romano, allora Ministro del Re e il personaggio di gran lunga più influente d’ogni altro in Napoli (2). “Liborio – diceva la lettera – è pronto a mettersi a vostra disposizione con due altri suoi colleghi di Gabinetto, al primo tentativo reazionario del Re. Al verificarsi di un tal tentativo egli si riterrebbe prosciolto dal suo giuramento di fedeltà, e si propone di lasciar Napoli con gli altri due Ministri e di presentarsi a voi proclamando il Re deposto e voi riconosciuto Dittatore” (3). Garibaldi fece dar di volta al corriere, incaricandolo di dire a Liborio che i napoletani dovevano tenersi pronti ad insorgere in qualsiasi momento etc…”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 20-23”Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda paarte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., in proposito scriveva che: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perché un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta ‘Emma’, da poco giunta nel porto di Napoli, per comunicargli ch’egli, Don Liborio, è “pronto a mettersi agli ordini di Garibaldi al minimo tentativo reazionario del Re” ritenendosi sciolto in tal caso da ogni giuramento di fedeltà….Etc…Come nuova prova di tale vanagloria e della grande importanza ch’egli voleva assumere, tolgo dall’Archivio Sirtori questa lettera che pochi giorni dopo egli dirigeva a Garibaldi: “Napoli 28 agosto 1860. Buono e caro amico – La Signora P….vi metterà al corrente della situazione e di ciò che io posso a Napoli. Se voi lo credete conveniente, inviate questi ordini: – che Liborio Romano dia le sue dimissioni (da ministro) e sia proclamato prodittatore e che si abbiano alla tal ora del tal giorno un movimento e dei colpi di fucile. Io ci sarò etc…Il latore vi dirà di diffidare di Villamarina e dell’ammiraglio Sardo: tutto ciò è La Farina e Cavour…Io vi supplico: evitate Salerno se lo potete. Una battaglia è inutile etc…Del resto datemi vostri ordini e poteri per Romano o per chiunque altro.”.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861. Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli: oltre che amico e ammiratore dello stesso Garibaldi, Dumas era come lui membro della massoneria,[7] essendo stato iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica” con Luigi Zuppetta. L’opera letteraria in cui il Dumas più di tutte ha descritto i Mille è “Les Garibaldiens”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 104, nella nota (52) postillava: “(52) Questa lettera fu consegnata al Dittatore a Soveria Manelli da Salvati, che, mosso dal golfo di Napoli sul Franklin, era approdato a S. Lucido presso la città di Paola.”. De Crescenzo, a p. 102, continuando il suo racconto, in proposito scriveva: “Letta la lettera, Garibaldi ordinò al latore di ritornare subito a Napoli per far dire al Romano di mantenere il popolo in quei buoni sentimenti  in cui pareva di essere, di prepararlo all’insurrezione, ma di non lasciargli far nulla di decisivo prima dell’arrivo di lui. Ripetè due volte che non vi fosse rivoluzione armata per le vie di Napoli, perchè era costata troppo cara a Palermo, etc….Ordinava di far sapere ciò al Dumas ed al Romano; a questo ultimo anzi voleva si raccomandasse di fare il possibile affinchè il re partisse; ma consigliava che nessuna sommossa avvenisse senza di lui; etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Agrati scrive che la lettera si trova conservata nell’Archivio Sirtori. Da Wikipedia leggiamo che a Soveria Manelli, Il 30 agosto 1860 un corpo dell’esercito borbonico di 12 000 uomini, comandato dal generale Ghio, si arrese alle truppe garibaldine di Stocco, in seguito all’azione diplomatica svolta da Ferdinando Bianchi ed Eugenio Tano e sotto la minaccia dell’imminente arrivo dei volontari guidati dal maggiore Pasquale Mileti. I motivi alla base della resa delle truppe borboniche non sono del tutto noti; le conseguenze furono tuttavia determinanti per l’occupazione del Sud.

LE ARMI, AIUTI E MUNIZIONI PER LA RIVOLUZIONE

Nel 7 agosto 1860, PIETRO LACAVA si mise alla ricerca delle armi inviate dal Governo Piemontese e l‘invio di ARMI ed aiuti PIEMONTESI ai rivoltosi del Cilento e della Basilicata

(Fig. n….) Ritratto fotografico di Pietro LACAVA

Nacque a Corleto Perticara, in Basilicata, il 21 ott. 1835 da Giuseppe Domenico e da Brigida Francolino. Il padre era un avvocato di idee liberali, che ebbe una parte di rilievo nel moto rivoluzionario della Basilicata del 1848 e poi nell’insurrezione lucana del 1860. Il L. seguì le orme del padre: si laureò in giurisprudenza a Napoli, dove ebbe fra i suoi maestri il penalista E. Pessina, e qui entrò presto in contatto con gli ambienti patriottici. Nel 1857 fu, con G. Albini e G. Lazzaro, fra i fondatori del Comitato dell’ordine, che aveva come programma l’unità italiana con la monarchia sabauda. In veste di segretario del Comitato organizzò l’importante dimostrazione degli studenti universitari del 6 apr. 1860 e nei mesi seguenti, dopo l’avvio della spedizione dei Mille, fu tra gli artefici dell’insurrezione della Basilicata. Assunse poi la carica di segretario del governo prodittatoriale che si costituì a Potenza nell’agosto 1860 e il 7 settembre entrò a Napoli al fianco di Garibaldi. Sappiamo che il Governo Piemontese aveva inviato delle armi nel Cilento ed abbiamo contezza di tutto ciò attraverso una lettera di Giacinto Albini ed anche dalla testimonianza diretta di Pietro Lacava che il 7 settembre si recò nel Cilento, viaggio di cui ho già detto. Riguardo Pietro Lacava, il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; nel 1858 il concittadino Avvocato Generale Cesare Gallotti, venuto per affari personali, quando era Direttore del Ministero di Giustizia, nel 1890 i Ministri Finali e Lacava, il quale nel 1860 era stato Sottogovernatore in Lagonegro, nel 1902 il Presidente dei Ministri Zanardelli. questi tre ebbero ospitalità nel Palazzo della Sottoprefettura.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 100, riferendosi a LEONINO VINCIPROVA, in proposito scriveva: Garibaldi lo incaricò di andare ad Acciaroli con Pietro La Cava e prendere in consegna la nave di Dumas con tutte le armi e munizioni, che poi dovevano servire per la sommossa nel napoletano. Ma le armi non giungevano e di lì La Cava partì per Napoli, rimanendo il Vinciprova ad attenderle. Si pensò ad “una indegna canzonatura fatta dal Comitato di Napoli”, (così scrisse in una lettera il La Cava).”. Dunque Infante (….) scriveva che il Lacava se ne partì per Napoli mentre il VINCIPROVA restò ad attendere le armi. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 68-69, in proposito scriveva che: “VI. Fin dal tempo dell’approdo di Garibaldi a Marsala un’attiva corrispondenza si era scambiata tra il Comitato di Napoli ed i nuclei liberali delle provincie per preparare in queste una insurrezione. Si venne all’intesa che essa sarebbe stata iniziata, alla notizia dello sbarco di Garibaldi sul continente, da parte della Basilicata. Le altre provincie avrebbero seguito il movimento. “La provincia di Salerno” dicevano le istruzioni “dovrà lanciare i suoi alle spalle delle truppe, che per avventura muovessero su Potenza e Calabria” (1) Etc…”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria del Dott. Michele Lacava narra del lungo lavorio, che precedette questi accordi.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il Governo di Torino ed il Comitato d’azione di Genova promettevano invio di armi. Nel Diario di Persano si legge in data del 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi e rano tremila fucili, di cui duemila dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2). Il giorno 12 la Dora tornò « dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria « (3). II 23 agosto lo stesso Persano scrive « Mando il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno « ma essendo avvenuta un’avaria, gli sostituì il Governolo. Questo legno tornò il 26, ma nel Diario non è detto se avesse, e su quale spiaggia sbarcato le armi. « La spedizione del Dora « scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria e produssero un effetto morale immenso sulle popolazioni: esse vennero date ai cittadini in nome d’Italia e di Vittorio Emanuele e le autorità e le regie truppe lasciavano fare e lasciavano passare (4). Il Comitato d’azione di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5). « Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1). Da un’ora all’altra 1000 tra calabri, siculi e napolitani approderanno in Calabria per dare il primo impulso alla rivolta. Rispondete immantinente. Poscia Garibaldi con poderoso esercito. Gli Abbruzzi e le Marche appiccicheranno all’altro capo contemporaneamente. Spero trovarmi presto tra voi. Addio ».”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2-3) Persano – opera citata, pag. 130 e 134.”. L’opera del Persano è Carlo Pellion (….), conte di Persano ed il suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861″, Torino, 1870, vol. I-II. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Nisco – Francesco 2°, a pag. 97.”. Si tratta dell’opera di Nicola Nisco, “Francesco II”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(5) Lacava – opera citata , pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Mazziotti riferiva di una notizia del Nisco (….), che scriveva: “…“La spedizione del Dora” scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria etc…(4).”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Nisco, Francesco 2°, pag. 97.”. Infatti, Nicola Nisco (….), nel suo “Francesco 2°”, ed….., Napoli, 18….., a pp. 78-79, in proposito scriveva: “Ripigliando la narrazione dello svolgimento rivoluzionario, trascrivo dal Diario di Persano quanto egli nota sotto la data del 10 agosto intorno allo sbarco dei fucili da me portati col piroscafo la Dora. « Di questi fucili, mille dovevano essere sbarcati a Mondragone, di poco a nord dalle foci del Volturno; gli altri si dovevano depositare alla spiaggia di Salerno e rimetterli a Francesco Stocco. Un capitano mercantile di nome Domenico Antonio Ventura ha preso imbarco sulla Dora per servire da pilota ed indicare il punto di approdo. Tutto questo venne combinato di accordo col Nisco, il quale trovò e presentommi il capitano Ventura per tale bisogno ». La spedizione del Dora per lo sbarco delle armi non fu completamente felice; quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati; le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata ed in Calabria e produssero un effetto morale immenso sulle popolazioni; esse vennero date ai cittadini in nome d’Italia e di Vittorio Emmanuele, e le autorità e le truppe regie lasciavano fare e lasciavano passare.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 70 aggiungeva che: “Il Nisco narra un importante episodio. Egli scrive: « La Dora nella sua rotta (per il trasporto delle armi) mi lasciava a Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi non avere missione di indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito a l’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’ esercito e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio, non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunciamento a WdL spagnuola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. Soggiungevano non essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi, che non si sono battuti contro proprii concittadini in rivoltura e noi sa ranno i napoletani se non si batteranno: avrebbero nome di traditori, se essendovi ancora il re inalzassero o seguissero la bandiera di un altro principe. Molto discorsero su l’effetto dissolvente prodotto nell’ esercito dalle dimissioni del gen. Nunziante le quali avevano fatto venir meno nell’ufficialità il sentimento della stabilità della dinastia » (1).”. Mazziotti, a p. 70, nella nota (1) postillava: “(1) Opera citata a p. 97”. Mazziotti, a p. 97 cita: “Nicola Nisco, Francesco 2°.”. Infatti, Nicola Nisco (….), nel suo “Francesco 2°”, ed….., Napoli, 18….., a p. 79, in proposito scriveva: “La Dora nella sua rotta mi lasciava in Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito, ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi: non aver missione d’indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito all’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’esercito, e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunziamento alla spagnola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. Soggiungevano non essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi che non si sono battuti contro i proprii concittadini in rivoltura, e nol saranno i napoletani se non si batteranno; avrebbero nome di traditori se, essendovi ancora il re, innalzassero o seguissero la bandiera di un altro principe. Molto discorsero sull’effetto dissolvente prodotto nell’esercito dalle demissioni del generale Nunziante, le quali avevano fatto venir meno nell’ uffizialità il sentimento della stabilità della dinastia. Da questo convegno io ritornava col convincimento del trionfo sicuro della causa dell’ unità, e dello inevitabile disfacimento dell’ esercito, il quale se non seguì l’esempio del toscano, ne fu cagione principalmente l’essere stata la bassa forza col sistema della sostituzione e dei cambi ridotta affatto separata dalla borghesia, e divenuta, col sistema dello spionaggio, nemica dell’ufficialità. E cotal mio convincimento espressi schiettamente al Persano quando mi comunicava il telegramma allora ricevuto dal Cavour che diceva: << Nunziante è a Berna; etc…”. Mazziotti, proseguendo il suo racconto, a p. 69 aggiungeva che: “Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento ed il suo viaggio è narrato in un diario pubblicato nella detta Cronistoria della insurrezione lucana. Muovendo da Salerno si fermò a S. Antuono e poi di là per S. Mango andò ad Omignano, ove doveva incontrarsi con Leonino Vinciprova, che aveva avuto dal Comitato incarico di ricevere le armi. Il Lacava, essendo partito il Vinciprova, conferì con il fratello di lui Raffaele e con i cugini Pierluigi e Pasquale Vasaturo, e di là andò a Cannicchio in casa di Giuseppe Pisani. Niuna notizia di armi! Il Lacava si recò a Celso ove si trattenne due giorni in casa Mazziotti, e poi andò ad Omignano ove s’incontrò con il Vinciprova, il quale assunse l’impegno, quando giungessero le armi, di farle tenere in luogo sicuro al Lacava che tornò a Salerno e di là si reco in Avellino per conferire con quei liberali.”. Mazziotti cita il testo di Michele Lacava, fratello di Pietro che, scrisse “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla parte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; (e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 68-69, in proposito scriveva che: “Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1) Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria etc…”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiara a chi sia diretta.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “..1) Il Mazziotti, come ho narrato nel libro Ricordi di famiglia, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Dunque, Mazziotti scriveva postillava che, come aveva scritto nel suo libro “Ricordi di famiglia”, dovette il 15 agosto – su incarico del Villamarina – recarsi a Torino a conferire con il conte di Cavour. Infatti, sull’invio di armi promesse dal Governo Piemontese al rivoltosi della Basilicata, Matteo Mazziotti (…), nel suo “Ricordi di famiglia”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1916, in proposito scriveva: “…………………………..”. Mazziotti continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il Governo di Torino ed il Comitato di Azione di Genova promettevano invio di armi.”. Sulla lettera di GIACINTO ALBINI, Michele Lacava (….), fratello di Pietro, nel suo “Cronistoria documentata della Rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero perl Michele Lacava”, Napoli, Morano, 1895, a p. 390, in proposito pubblicò alcune lettere, tra cui: “XLII. Agosto 60. Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2 mila saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotta è partito pel Cilento. Da un’ora all’altra 1000 tra Calabri e Siculi e Napolitani approderanno in Calabria per dare il 1° impulso alla rivolta. Rispondete immantinenti. Poscia Garibaldi con poderoso esercito. Gli Abruzzi e le Marche appiccheranno all’altro capo contemporaneamente. Spero trovarmi presto tra voi. G. Albini.”, e, sempre a p. 390 presentava un’altra lettera di Carmine Senise: “….Carmine Senise a Francesco Paolo Lavecchia. Corleto 8 Agosto 1860. Caro Ciccio Paolo. Scrivo da Corleto ove mi trovo da ieri sera, donde ripartirò quest’oggi. Con rincrescimento ho appreso essere costà surte delle gare fra voi. Per l’amore di Dio non diamo questi brutti esempi. I tempi che corrono richieggono massimo accordo fra tutti, ed eccessiva prudenza e tolleranza in coloro i quali sono alla direzione delle cose. Sento che vorrebbesi stabilire costà altro Comitato: ciò non sarà mai e per rispetto agli uomini vecchi, e per principio di vedere armonizzati i municipii in un solo nucleoforte e compatto: nell’aspettativa, cioè, de‘ capi militari, delle armi e di Garibaldi. Affrettate la spedizione della statistica del vostro centro, che pretendesi in cifra. Credo spedirti altro modulo di statistica generale con la indicazione degli altri paesi di cotesto centro, in linea de’ quali segnerete le cifre che vi daranno le loro statistiche municipali.”, e, sempre a pp. 390 presentava un’altra lettera del Senise: Carmine Senise a F. P. Lavecchia. 12 Agosto 1860. Carissimo, M’interessa oltremodo che tu non rimanessi l’ultimo fra tanti ad adempiere all’invio delle statistiche….Dimani a sera viene Giacinto con i capi; le armi le avremo fra due o tre giorni: sono già partite le persone per rilevar gli uni e le altre. Prima dei venti ci troveremo in campo, perchè Garibaldi così vuole.”Dunque, Mazziotti riporta la lettera di Giacinto Albini dell’agosto 1860 che scriveva a……… L’Albini (….), nell’agosto del 1860 scriveva: “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1). Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria. Rispondete immantinente. Poscia Garibaldi con poderoso esercito etc…Spero trovarmi presto tra voi. Addio”.”.  Inoltre, Mazziotti, a p. 69, in proposito “Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento e il suo viaggio è narrato in un Diario pubblicato nella detta Cronistoria della insurrezione lucana. Muovendo da Salerno si fermò a S. Antuono e poi di là per S. Mango andò ad Omignano, ove doveva incontrarsi con Leonino Vinciprova, che aveva avuto dal Comitato incarico di ricevere le armi. Il Lacava, essendo partito il Vinciprova, conferì con il fratello di lui Raffaele, e con i cugini Pierluigi e Pasquale Vasaturo, e di là andò a Cannicchio a casa di Giuseppe Pisani. Niuna notizia di armi!. Il Lacava andò a Celso dove si trattenne in casa Mazziotti etc..”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) Il Mazziotti come ho narrato nel libro ‘Ricordi di famiglia’, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 68-69, in proposito scriveva che: “Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2). Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria” (3). Il 23 agosto lo stesso Persano scrive “Mando il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno”, ma essendo avvenuta una avaria gli sostituì il Governolo. Questo legno tornò il 26, ma nel Diario non è detto se avesse, e su quale spiaggia avesse sbarcato le armi. “La spedizione del Dora” scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria etc…(4).”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. L’opera dell’ammiraglio “Persano” è in realtà Carlo Pellion (….), conte di Persano che nel  Diario privato-politico-militare nella campagna navale degli anni 1860 e 1861, Firenze, poi Torino, stab. Civelli, poi tip. Arnaldi, 1869-1871 (in 4 voll.). E’ a quest’opera che il Mazziotti si riferisce. Mazziotti scriveva che nel suo Diario, il conte di Persano – ammiraglio dello Stato Piemontese – riferiva che il 12 agosto 1860, il piroscafo Sardo “DORA”, ritornò a Napoli, presso l’ammiragliato Piemontese di stanza a Napoli, “dopo aver sbarcato felicemente le armi per la Calabria”. Sempre il Persano scriveva nel suo Diario che il 23 agosto 1860 mandò “…il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno”, ma essendo avvenuta una avaria gli sostituì il Governolo.”.

Niccola Nisco (…), nel suo “Francesco II”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Ripigliando la narrazione dello svolgimento rivoluzionario, trascrivo dal Diario di Persano quanto egli nota sotto la data del 10 agosto intorno allo sbarco dei fucili da me portati col piroscafo la Dora. « Di questi fucili , mille dovevano essere sbarcati a Mondragone, di poco a nord dalle foci del Volturno ; gli altri si dovevano depositare alla spiaggia di Salerno e rimetterli a Francesco Stocco. Un capitano mercantile di nome Domenico Antonio Ventura ha preso imbarco sulla Dora per servire da pilota ed indicare il punto di approdo. Tutto questo venne combinato di accordo col Nisco, il quale trovò e presentommi il capitano Ventura per tale bisogno». La spedizione del Dora per lo sbarco delle armi non fu completamente felice; quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati; le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata ed in Calabria e produssero un effetto morale immenso sulle popolazioni; esse vennero date ai cittadini in nome d’Italia e di Vittorio Emmanuele, e le autorità e le truppe regie lasciavano fare e lasciavano passare. La Dora nella sua rotta mi lasciava in Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito, ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi : non aver missione d’indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito all’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’esercito, e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunziamento alla spagnola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. Soggiungevano non essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi che non si sono battuti contro i proprii concittadini in rivoltura, e nol saranno i napoletani se non si batteranno; avrebbero nome di traditori se, essendovi ancora il re, innalzassero o seguissero la bandiera di un altro principe.”. Niccola Nisco (…), nel suo “Francesco II”, a pp. 102, in proposito scriveva che: …ed egli il mio parere accogliendo, spediva, secondo narra il Persano nel suo Diario sotto la data del 17 agosto, con la Costituzione ed il Tanaro, casse contenenti armi e munizioni da mettersi a mia disposizione, e che, a forma i concerti presi col Persano, furono dalla squadra di polizia di Vincenzo Bruno sbarcate e depositate in un magazzino appositamente affittato. E anzi che le armi arrivassero era stato spedito il colonnello Camillo Boldoni, uomo di grande ardire e di provata fede, in Basilicata, ove esistevano già due comitati rivoluzionari, quello di Corleto e l’altro di Potenza, i quali sotto gli ordini del comitato centrale di Napoli avevano strette relazioni coi comitati delle Puglie, delle tre Calabrie, dell’ Avellinese e del Salernitano, e stabilito d’inaugurare nei loro monti la rivoluzione.”.

Nel 18 agosto 1860, a Salerno, ALEXANDRE DUMAS, padre, l’Impresa dei Mille, la sua goletta EMMA portò aiuti e armi ai rivoluzionari Cilentani

Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare “Il grande viaggio di Ulisse” e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda parte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 792, in proposito scriveva che: “I nostri lettori ricordano Alessandro Dumas; noi lo lasciammo in Sicilia, testimone oculare della battaglia di Milazzo. Garibaldi apprezzò le offerte del celebre scrittore francese e le accettò. Dumas parti per la Francia, fece acquisto di munizioni e di armi, ritornò in Messina pochi di prima del disbarco di Melito, consegnò tutto al generale Medici, e la sera del 16 agosto ripartì. Il di 18 alle cinque dopo mezzogiorno gittava l’ancora nel golfo di Salerno. Suo primo pensiero fu di mettersi in relazione con alcuni pescatori di quelle spiagge per aver notizie, ma quelli nulla sapevano, solo gli fecero conoscere che la guarnigione borbonica in Salerno ascendeva solamente ad ottocento uomini. Dumas aspettava la notizia del disbarco, questa non venne; si decise partire per Napoli, un vento di ponente lo fece ritornare nelle acque di Salerno. I salernitani videro l’arrivo di quel legno, e vollero saperne più addentro. Il francese dottor Weylandt montò una barchetta, e venne sul legno di Dumas; i due connazionali si abbracciarono e si scambiaron le notizie che ciascuno portava. Aspettavansi da un momento all’altro in Salerno le regie truppe che dovevano passare nella Basilicata a reprimervi quella rivoluzione etc…”. Vi sono notizie e testimonianze circa queste armi che la goletta Emma di Alexandre Dumas portò ad Acciaroli. Di queste armi – di cui ci parla anche l’Oddo (….), ne ho parlato nel precedente paragrafo. Ma, vi sono pure altre notizie – di cui ci parla dettagliatamente il Mazziotti – che vi sono state delle armi e munizioni attese nel circondario di Pollica che, erano state promesse dal Comitato Unitario d’Ordine di Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI. Nel circondario di Pollica, si attendevano, per insorgere, armi ed un capo militare promessi dai Comitati, ma in vana attesa trascorsero varii giorni. Dovevano giungere ad Acciaroli, marina di quel Comune, per mezzo della goletta Emma del celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta l’Oddo (3). Questa il 18 agosto era approdata nel golfo di Salerno. Il Curatolo descrive così l’autore dei tre moschettieri: “Un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra, di una bianca e di una rossa” (4). A bordo della goletta andò il suo compatriota dott. Weylandt, il quale gli comunicò che si aspettavano a Salerno soldati regi per recarsi in Basilicata a reprimere la rivoluzione. Il Dumas, per mezzo del suo connazionale, fornì sessanta fucili a due colpi e venticinque carabine ai montanari dei paesi per cui dovevano passare le truppe, per impedire tale passaggio. Difatti, continua l’Oddo, a Salerno il generale Scotti con cinquemila svizzeri non potette passare. La sera a bordo dell’Emma vi fu una festa, cui intervennero signore salernitane. Il giorno dopo la goletta partì per Napoli.”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI. Nel circondario di Pollica, si attendevano, per insorgere, armi ed un capo militare promessi dai Comitati, ma in vana attesa trascorsero varii giorni. Dovevano giungere ad Acciaroli, marina di quel Comune, per mezzo della goletta Emma del celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta l’Oddo (3).”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI. Nel circondario di Pollica, si attendevano, per insorgere, armi ed un capo militare promessi dai Comitati, ma in vana attesa trascorsero varii giorni. Dovevano giungere ad Acciaroli, marina di quel Comune, per mezzo della goletta Emma del celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta l’Oddo (3).”. Secondo il Mazziotti, le armi promesse dai due Comitati ai rivoltosi del Salernitano dovevano giungere ad Acciaroli tramite il romanziere francese Dumas. Ma, come abbiamo visto, le armi che consegnò Dumas sono altre. Delle armi consegnate dal Dumas ne parla anche il monaco Oddo (…) che citava anche una Cronaca del MURATORI, un personaggio di cui parlerò in seguito. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 94-95, in proposito scriveva pure che: “XI. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, così denominata dalla leggiadra fanciulla che lo seguiva e che indossava un abito da marinaio per bizzarria estetica del compagno (32). La goletta aveva gittato l’ancora nel golfo di Salerno alle 5 pomeridiane del 18 agosto. “Il primo pensiero degli uomini della goletta – racconta l’Oddo (33) – fu quello di mettersi in relazione con alcuni delle spiagge per aver notizie, ma quelli risposero di poter solamente informarlo che la guarnigione borbonica in Salerno ascendeva ad ottocento uomini (34). Il Dumas aspettava la notizia del disbarco, ma questa non venne; allora decise a partire per Napoli, senonchè un vento di ponente lo fece ritornare nelle acque di Salerno. I Salernitani essendosi accorti dell’arrivo di quel legno, vollero saperne di più addietro”.”. De Crescenzo, a p. 94, nella nota (32) postillava che: “(32) Il Dumas era andato in Sicila per assistere alla battaglia di Milazzo; poi, avendo promesso armi e munizioni a Garibaldi, si era recato in Francia per acquistarle. Con esse ritornò in Sicilia ed a Messina, pochi giorni prima dello sbarco di Melito, le consegnò al Medici. Ripartì la sera del 16 Agosto.”. Dunque, Dumas il 16 agosto 1860 partì dalla Sicilia con la sua goletta Emma ed il 18 arrivò nella rada di Salerno. La goletta aveva gittato l’ancora nel golfo di Salerno alle 5 pomeridiane del 18 agosto.”. De Crescenzo, a p. 94, nella nota (33) postillava di Giacomo Oddo, “I Mille di Marsala”, 1863, e che l’autore fosse il fratello Giuseppe Oddo, uno della Spedizione che aveva 54 anni. De Crescenzo, a p. 95 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Quel passaggio in terra lucana avrebbe potuto essere impedito dai montanari, i quali erano padroni delle vie che attraverso Eboli menavano da Vietri a Potenza. E siccome essi erano senz’armi e senza munizioni, il Dumas li provvide di sessanta fucili a due colpi e di venticinque (35) carabine per scongiurare il passaggio, e pregò il dottor Wejlandt di fargli conoscere i loro capi. Il connazionale accettò la proposta, scese di nuovo a terra e, dopo qualche oretta, ritornò seguito da alcuni montanari incaricati dai compagni di accettare le armi.”. De Crescenzo, a p. 95, nella nota (35) postillava: “(35) Così riferisce il Mazziotti, ma in una cronaca del tempo, lasciata dall’avvocato Gaetano Mottola, soldato della 4° Compagnia della Guardia Nazionale agli ordini di Rocco Positano, si legge che il Dumas portò “degli schioppi semplici con daga alla punta e due colpi a discreto prezzo e fucili a due colpi leggerissimi a sette piastre l’uno per venderli”. Evidentemente il Mazziotti dovette ignorare la cronaca in parola.”Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 100, riferendosi a LEONINO VINCIPROVA, in proposito scriveva: Garibaldi lo incaricò di andare ad Acciaroli con Pietro La Cava e prendere in consegna la nave di Dumas con tutte le armi e munizioni, che poi dovevano servire per la sommossa nel napoletano. Ma le armi non giungevano e di lì La Cava partì per Napoli, rimanendo il Vinciprova ad attenderle. Si pensò ad “una indegna canzonatura fatta dal Comitato di Napoli”, (così scrisse in una lettera il La Cava).”. Dunque Infante (….) scriveva che il Lacava se ne partì per Napoli mentre il VINCIPROVA restò ad attendere le armi. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 70 aggiungeva che: “Il Nisco narra un importante episodio. Egli scrive: « La Dora nella sua rotta (per il trasporto delle armi) mi lasciava a Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi non avere missione di indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito a l’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’ esercito e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio, non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunciamento a WdL spagnuola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. Soggiungevano non essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi, che non si sono battuti contro proprii concittadini in rivoltura e noi sa ranno i napoletani se non si batteranno: avrebbero nome di traditori, se essendovi ancora il re inalzassero o seguissero la bandiera di un altro principe. Molto discorsero su l’effetto dissolvente prodotto nell’ esercito dalle dimissioni del gen. Nunziante le quali avevano fatto venir meno nell’ufficialità il sentimento della stabilità della dinastia » (1).”. Mazziotti, a p. 70, nella nota (1) postillava: “(1) Opera citata a p. 97”. Mazziotti, a p. 97 cita: “Nicola Nisco, Francesco 2°.”. Infatti, Nicola Nisco (….), nel suo “Francesco 2°”, ed….., Napoli, 18….., a p. 79, in proposito scriveva: “La Dora nella sua rotta mi lasciava in Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito, ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi: non aver missione d’indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito all’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’esercito, e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunziamento alla spagnola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. Soggiungevano non essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi che non si sono battuti contro i proprii concittadini in rivoltura, e nol saranno i napoletani se non si batteranno; avrebbero nome di traditori se, essendovi ancora il re, innalzassero o seguissero la bandiera di un altro principe. Molto discorsero sull’effetto dissolvente prodotto nell’esercito dalle demissioni del generale Nunziante, le quali avevano fatto venir meno nell’ uffizialità il sentimento della stabilità della dinastia. Da questo convegno io ritornava col convincimento del trionfo sicuro della causa dell’ unità, e dello inevitabile disfacimento dell’ esercito, il quale se non seguì l’esempio del toscano, ne fu cagione principalmente l’essere stata la bassa forza col sistema della sostituzione e dei cambi ridotta affatto separata dalla borghesia, e divenuta, col sistema dello spionaggio, nemica dell’ufficialità. E cotal mio convincimento espressi schiettamente al Persano quando mi comunicava il telegramma allora ricevuto dal Cavour che diceva: << Nunziante è a Berna; etc…”. Ma, vi sono pure altre notizie – di cui ci parla dettagliatamente il Mazziotti – che vi sono state delle armi e munizioni attese nel circondario di Pollica che, erano state promesse dal Comitato Unitario d’Ordine di Napoli. A raccontarci dell’evento fu il monaco Oddo (….), ma lo stesso Alexandre Dumas (padre)(….), nel suo “I Garibaldini – scene, impressioni, ricordi della spedizione dei mille” (o Les Garibaldiens)(io posseggo il testo con traduzione di Anna Franchi – forse la traduzione di Une odyssée en 1860, 1861-1862 [prima pubblicazione in una forma accorciata col titolo Les Garibaldiens. Révolution de Sicile et de Naples, 1861), ed. Società Milanese, Sesto San Giovanni. Alexandre Dumas (….), ne parla nel suo capitolo XVIII, “Proscrizione dell’Emma” – Porto di Picciotta, 5 settembre 1860, a pp. 298-299 (a pp. 176-177), in proposito scriveva che: Il 5, a mezzogiorno, ci trovavamo di fronte al villaggio di Picciotta, dove ci eravamo fermati ad aspettare un peschereccio dal quale volevamo chiedere informazioni su dove si trovasse Garibaldi. Il capitano ci disse che le ultime notizie annunciavano uno sbarco a Sapri e l’arrivo di Garibaldi a Cozenza. Mentre parlavamo con la nave, fummo avvistati dal villaggio di Picciotta; una barca piena di uomini si allontanò dalla riva e si diresse verso di noi. Tutti quegli uomini erano ansiosi di avere notizie; noi gliele demmo: dicemmo loro che Garibaldi era atteso a Napoli e che gli sarebbe bastato presentarsi per essere accolto con entusiasmo. Non avevano ancora osato fare nulla sulla costa;ma, quando appresero la notizia, e soprattutto chi gliela stava dando, gridarono: “Viva Garibaldi! Viva l’Italia unita!”. Che credevo che fosse un’opportunità per mostrare le camicie rosse che avevo fatto confezionare a bordo e che avevano tanto colpito l’attenzione di Sua Maestà Francesco II. Vorremmo notare di passaggio che era arrivato con mille ducati di sottoscrizioni volontarie, che, durante il mio soggiorno nel Golfo di Napoli, mi avevano effettivamente aiutato a sostenere i nostri agenti che inviammo in tutte le direzioni per proclamare la rivoluzione, per aiutare i nostri amici in fuga, per distribuire armi gratuitamente e per pagare la confezione delle camicie rosse. Dico ‘confezionare’ perché una sola persona aveva donato abbastanza stoffa per quattrocento camicie. E la cosa più meravigliosa fu che questi eccellenti patrioti chiesero, e chiedono tuttora, che io tenga segreti i loro nomi.”. Ridotto alle mie sole risorse, non avrei potuto fare nemmeno la metà di quello che ho fatto. I nostri uomini, che non si aspettavano tanta generosità, passarono dall’entusiasmo alla frenesia. In mancanza di ghiaccio, ognuno cercava l’attenzione del suo compagno, lanciando vere e proprie grida di gioia. Alla vista di ciò che stava accadendo in mare, e senza comprendere questo cambiamento di abbigliamento, altre due barche, cariche fino al collo, si staccarono dalla riva e si diressero verso di noi, remando con tutte le loro forze. I nuovi arrivati ​​a loro volta ricevettero il loro contingente di camicie rosse e unirono i loro applausi a quelli dei loro compagni. Uno di loro, un giovane di diciotto o vent’anni, sentendosi ispirato, mi chiese una penna, inchiostro e carta, e improvvisò un proclama che io certamente avrei ritenuto incapace di fare, e che fu letto immediatamente e accolto da applausi. Facemmo l’appello: eravamo circa cinquanta. Noi ci consideravamo un numero sufficientemente numeroso per fomentare una rivolta a Cilento. Muratori, travolto dall’entusiasmo generale, dichiarò che mi avrebbe lasciato il comando di questi cinquanta volontari. Lo nominai capitano, nomina che fu confermata all’unanimità; nominai l’autore del proclama suo luogotenente; diedi a ciascuno di loro un fucile e venticinque cartucce, e partirono. Muratori prese con sé tre o quattrocento franchi, lasciandomi il resto della sua borsa era notevolmente ridotta. Il povero ragazzo era salito a bordo con oltre trecento luigi e gli erano rimasti a malapena mille franchi. Nel suo patriottismo, aveva regalato il denaro a mani nude. Osservai le quattro imbarcazioni che, questa volta, non avrebbero smentito il signor Delamarre e che sembravano proprio essere pilotate da bucanieri. Un attimo dopo aver raggiunto la terraferma, Muratori e i suoi uomini scomparvero tra le montagne.”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”.

Filippo PATELLA di Agropoli, patriota cilentano

Da Wikipedia leggiamo che dopo la sconfitta della Repubblica Romana tornò a Napoli, dove visse per qualche tempo nascosto in casa di persone fidate per non essere scoperto dalla polizia borbonica. Qualche tempo dopo riuscì ad imbarcarsi su una nave da guerra francese e a raggiungere Genova. Fu esule in Francia e nel nord Italia, dove fece il professore di Italiano, latino e greco fino a quando apprese che Garibaldi si accingeva a capitanare una spedizione nell’Italia meridionale. Patella accorse subito a Genova ed il 5 maggio 1860 salpò dallo scoglio di Quarto con i “Mille”.[2] In Sicilia si distinse nella battaglia di Calatafimi, dove combatté al fianco di Nino Bixio, ed anche nella presa di Palermo e Milazzo. Raggiunta Napoli, partecipò alla battaglia del Volturno e venne nominato colonnello. Per i suoi atti di eroismo fu insignito della medaglia al valore militare. Dopo lo scioglimento dell’Esercito Meridionale e la partenza di Garibaldi per Caprera, Patella tornò a Napoli e riprese l’insegnamento nei licei. Fu nominato preside del liceo Umberto I di Napoli, dove rimase per venticinque anni e chiuse la sua carriera di educatore nel 1890. Morì l’11 gennaio 1898. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 385, in proposito scriveva che: “Mentre a Milazzo cadeva eroicamente Vincenzo Padula di Padula e a Palermo moriva combattendo Michele del Mastro di Agropoli, ed un altro pugno di eroici salernitani – Giuseppe Pessolani, Ovidio Serino, Antonio Santelmo, Leonino Vinciprova, Michele Magnoni, Francesco Paolo del Mastro e Filippo Patella – seguiva la bandiera folgorante dell’Eroe nazionale; mentre i patrioti rimasti in provincia, uniti intorno al Comitato popolare, approdavano, come si è detto, armi ed armati, gli elementi borghesi etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno.”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: “Anche nella battaglia di Palermo il Petella si distinse assieme agli altri amici che avevano seguito Garibaldi: il Padula, il Serino, il Pessolani, Francesco Paolo Del Mastro. Nella storica battaglia della presa di Calatafimi Filippo Patella combatté a fianco di Nino Bixio per quattro ore di continuo. Per questo suo atto di eroismo gli fu conferita la medaglia al valor militare. Giuseppe Garibaldi riconobbe il valore dei cilentani e l’apporto che essi potevano dare alla causa della patria.”. Su Filippo Patella ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 101, in proposito scriveva: “Filippo Patella…

I COMITATI SALERNITANI E LA RETE DEI COSPIRATORI CILENTANI

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “Ancora nell’ottobre 1859 non era stato possibile creare a Salerno un Comitato insurrezionale malgrado gli sforzi di audaci cospiratori come Giovanni Matina, Michele Magnoni e altri inviati appositamente colà dal ‘Comitato centrale dell’Ordine di Napoli’. I Documenti D’Evandro (89) informano che ciò andava imputato non al popolo salernitano, ma alla borghesia “la quale benchè si dice animata da sensi patriottici pure non l’ha dimostrato fino a questo momento”. Verso la fine del 1859 il Comitato napoletano dell’Ordine’, da poco costituitosi, incaricò (novembre 1859) B. Marciano di creare a Salerno un Comitato, che costituì dopo che A. Di Meo gli rese possibile di annodare relazioni con la campagna: e precisamente con i fratelli Magnoni (Cilento), Lorenzo Curzio (Valle S. Angelo) e con Antonio Carrano e Vincenzo Padula (Valle del Tanagro). Nel febbraio del 1860 si poté così formare a Salerno un Comitato provinciale le cui prime sedute si tennero nella sagrestia della chiesa dell’Annunziata, preparata all’uopo dal sacerdote Giuseppe Medici. La rete dei cospiratori cilentani era costituita dai fratelli Magnoni (Lucio, Michele, Salvatore e Nicola) di Rutino, che mantenevano stretti rapporti con Teodosio de Dominicis (Ascea), Gennaro Pagano (Pisciotta) e Pietro Giordano (Ceraso)(90), prima delle loro condanne e liberazioni, delle quali l’ultima a seguito dell’amnistia concessa il 25 giugno e pubblicata il 3 luglio nel ‘Giornale Ufficiale’.”. Ebner, a p. 263, nella nota (90) postillava che: “(90) D’Evandro cit., Appendice, Docum n. 4 (Relazione Lorenzo Curzio) “Egli (Giovanni Matina) corrispondeva in Salerno con Antonio di Meo; e questi trasmetteva agli altri cospiratori della provincia le fila della congiura, ai bravi fratelli Magnoni, a Pietro Giordano, ed a Gennaro Pagano nel Cilento.”. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel secolo XIX – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’Impresa dei Mille”, Istituto Meridionale di Cultura, Portici, Arti Grafiche, 1961, a p. 83, in proposito scriveva che: “La spedizione di Sapri era così finita per incomprensione di popolo, per tradimento di uomini responsabili, per un non giustificato comportamento dei responsabili di certi orientamenti politici, per concezioni dottrinarie e forse anche per un eccessivo entusiasmo dei capi della spedizione. Nel regno borbonico ancora una volta era fallita la rivoluzione, ma per coloro che vegliavano sui destini della Patria avvenire e sognavano la libertà del popolo italiano nell’unità dell’Italia lo sbarco di Sapri e il combattimento di Padula furono esempio luminoso di fede e di dedizione al dovere, compiuto da una schiera insigne di patrioti.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 385, in proposito scriveva che: “Mentre a Milazzo cadeva eroicamente Vincenzo Padula di Padula e a Palermo moriva combattendo Michele del Mastro di Agropoli, ed un altro pugno di eroici salernitani – Giuseppe Pessolani, Ovidio Serino, Antonio Santelmo, Leonino Vinciprova, Michele Magnoni, Francesco Paolo del Mastro e Filippo Patella – seguiva la bandiera folgorante dell’Eroe nazionale; mentre i patrioti rimasti in provincia, uniti intorno al Comitato popolare, approdavano, come si è detto, armi ed armati, gli elementi borghesi etc…”. Giovanni Giociano (….), in storie Camerotane, Edizione dell’Ippogrifo, Sarno, 1985, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il Cilento è già insorto, quando Garibaldi arriva a Sapri il 3 settembre 1860. Da Lentiscosa partono tre giovani Sabato Marotta, Gaetano D’Onofrio e Antonio Cernicchiaro, e si uniscono ai garibaldini, mentre i galantuomini non si espongono: etc..”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 108, in proposito scriveva che: “molti giovani salernitani, accesi dall’entusiasmo per le vittorie garibaldine, avevano tentato di raggiungere la Sicilia con mezzi di fortuna per arruolarsi, ma v’era riuscito solamente Francesco Spirito della vicina San Mango.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo “C. Chizzolini di Capitello”, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel secolo XIX – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’Impresa dei Mille”, Istituto Meridionale di Cultura, Portici, Arti Grafiche, 1961, a p. 87, in proposito scriveva che: “Colonne di patrioti, intanto, da tutti i Comuni della regione si erano messe in marcia e si dirigevano celermente o verso Corleto o verso Potenza. In quasi tutti i Comuni della Basilicata verso la metà di Agosto le municipalità borboniche erano state sostituite con le municipalità rivoluzionarie e ovunque con il tricolore di Italia erano stati esposti i ritratti di Vittorio Emanuele e di Giuseppe Garibaldi. A Trecchina, dove già da tempo era sorto un Comitato rivoluzionario prima carbonaro e poi mazziniano e di cui facevano parte Gennaro Schettini, l’avv. Domenico Vita, il notaio Federico Schettini, l’avv. Francesco Schettini, il 10 agosto 1860 il sacerdote Raffaele Schettini rivolse ai popoli dell’Italia meridionale, “ai fratelli di tante memorie”, ai fratelli di tanti dolori e di tante speranze, un’ode per incitare i Campani e i Lucani, i Pugliesi e i Sanniti a prendere le armi per mettere in fuga l’odiato tiranno.”. Guida, a p. 89, in proposito aggiungeva: “Movimenti insurrezionali si ebbero in quasi tutti i paesi del Lagonegrese, dove da tempo operavano Sottocentri dei Comitati rivoluzionari. Nei vari Comuni erano stati poi costituiti Comitati Municipali, composti di professionisti, di sacerdoti e di operai. A Trecchina troviamo: Presidente il sacerdote Raffaele Schettini e membri il sac. Vincenzo Maimone, il notaio Federico Schettini, l’avv. Domenico Vita, l’avv. Francesco Schettini, Giuseppe Alagia, Angelo Vitarella e Giuseppe Larocca….A Lauria etc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 5 e il 6 maggio i Mille di Garibaldi partivano alla volta della Sicilia. Fra di essi vi erano cinque cilentani, audaci patrioti che si erano distinti nei moti del 1848 ed erano riusciti a sfuggire alla polizia borbonica: Filippo Patella, prete di Agropoli; Leonino Vinciprova, di Celso; Paolo e Michele Del Mastro, di Ortodonico; Michele Magoni, di Rutino. Avuta ragione dei forti contingenti borbonici, sia per defezione di parte di questi sia per l’appoggio della popolazione, a Calatafimi (15 maggio), a Palermo (27 maggio) ove perse la vita Michele Del Mastro, e a Milazzo (20 luglio), i Mille, ormai rinforzati da migliaia di volontari, passarono lo stretto dii Messina. Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova. Il 4 settembre si imbarcò a Maratea e raggiunse Sapri, da dove il pomeriggio si diresse al passo del Fortino di Casaletto Spartano e da qui penetrò etc….Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Erano giunti a Sala anche gli uomini capitanati da Galloppi di Polla, le schiere del Caruso di Auletta e quelle del Costa da Sant’Arsenio, anchora gl’insorti del De Benedictis da San Giacomo, e quelle capitanate dal Sant’Elmo da Padula. Sala divenne in poco tempo un formicaio di uomini, tutti armati, tanto che lo stesso Matina si preoccupò di dare loro disciplina e ordine. A queste schiere si aggiunse l’arrivo di quelle facenti capo all’abate Andrea Marotta di Postiglione, a Pasquale Bosco di Buccino, a Nicola Domini di Castel San Lorenzo e quelle capitanate da Claudio Guerdile di Buccino, quelle di Agostino Volpe, che – dopo aver attraversato parecchi paesi del distretto, come scrive il D’Evandro, sempre col proposito di dover sorgere dal popolo nuovi seguaci di libertà – l’intera colonna si portò a Sala, in quanto già sapeva che ivi sarebbero convenuti altri ribelli, provenienti da Bellosguardo. A questo punto per rigore storico, dobbiamo dire che se tutto questo fervore rivoluzionario poté attuarsi, lo dobbiamo anche alle solerte opera di patriotti come Reginaldo Abbamonte di Ottati, di Michele Cristaino di Sicignano, Giuseppe d’Elia di Roccadaspide, di Domenico Diodati di Castelluccio, di don Giovanni de Augustinis, di Aniello Ioca, Giovanni Giardini di Castelluccio, Carlo Salerno, del capitano Gabriele Passaro di Castel San Lorenzo e di Carlo Sabatelli di Felitto. Il De Angelis onde dare alla rivoluzione un moto uniforme e compatto insieme a Costabile Comunale tenne un’altra riunione in casa di Giuseppe Pisani a Cannicchio, dove oltre a stabilirsi ed insorgere all’indomani si decise che tutti i proprietari del Cilento dovessero offrire del denaro, creare un fondo cassa, per destinarlo alle colonne insurrezionali. Il De Angelis avvertì gli amici di Castellabate di mettersi in marcia. Essi con 200 uomini si diressero a Rutino, così fecero anche le schiere di Laureana, di Matonti, quelle di Stella capitanate dallo Zammarrelli, quelle di Sessa, quelle di Cicerale sotto il comando dell’attivo Andrea de Ciutiis ed infine quelle di Ferdinando Vairo di Torchiara, tutte sotto l’alto comando di Salvatore Magnoni.”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: “Anche nella battaglia di Palermo il Petella si distinse assieme agli altri amici che avevano seguito Garibaldi: il Padula, il Serino, il Pessolani, Francesco Paolo Del Mastro. Nella storica battaglia della presa di Calatafimi Filippo Patella combatté a fianco di Nino Bixio per quattro ore di continuo. Per questo suo atto di eroismo gli fu conferita la medaglia al valor militare. Giuseppe Garibaldi riconobbe il valore dei cilentani e l’apporto che essi potevano dare alla causa della patria. Il 2 agosto del 1860, da Messina, aveva incaricato Michele Magnoni di Rutino, sottotenente di artiglieria, presso lo stato maggiore al Faro di Messina, di recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi la insurrezione in favore della causa nazionale…..Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11. I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali, convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cimentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale. Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel Golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari.”. In questo passaggio, particolarmente interessante il Fusco scriveva che il giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo (…) e il barone di Battaglia, Giovanni Gallotti, da Sapri ebbero un ruolo importante negli arruolamenti dei volontari del Golfo di Policastro. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava del testo di Romolo Amicarella (….) e del suo Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno. Campagne dal 1848 al 1870, Lodi, ed. Ellebi, 2000. Fusco, a p. 148 continuando il suo racconto, sempre sulla scorta di Amicarella scriveva pure che: “Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, Giuseppe La Porta (caporale) e Cesare Soria (caporale)(72); etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava che: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno. Campagne dal 1848 al 1870, Lodi, ed. Ellebi, 2000. Fusco, a p. 354, nella nota (72) postillava che: “(72) Ivi, p. 112; F. Fusco, Caselle in Pittari. Economia ecc..cit., I, p. 88 e nn. 431-432-433.”. Il testo postillato da Fusco è Felice Fusco (….), “Economia e Società a Sanza tra ‘Otto e Novecento e i 36 giorni etc…”, in “Euresis” rivista del Liceo Classico di Sala, IX 1993. Fusco, a p. 148 continuando il suo racconto, sempre sulla scorta di Amicarella scriveva pure che: “Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, Giuseppe La Porta (caporale) e Cesare Soria (caporale)(72); da Ispani Antonio Carvelli (sergente)(73); da Sanza Pasquale Bertone (caporale), Antonio Bettelemone, Nicola Bonomo (sottotenente), Nicola De Luca, Antonio Massicano, Nicola Melluso e Domenico Rinaldo (74); da Vallo della Lucania oltre 700 (75); da Novi Velia Nicola Amato, Pasquale Ambrogio, Angelo Fariello, Felice Giuliano, Felice Giacomo Trana e Filippo Uzzi (76), circa 20 da Piaggine Soprane (77); da Torre Orsaia Saverio Iannuto, Giuseppe Navazio e Gabriele Speranza (78); circa 50 da Sala (79); 35 da Atena (80); 40 da Auletta (81); Angelo Bellezza, Antonio Bellezza, Carlo Di Mieri e Giuseppe Manzione da Bonabitacolo (82); e via dicendo.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) Amicarella, p. 112”. Fusco, a p. 354, nella nota (74) postillava: “(74) R. Amicarella, p. 126”. Fusco, a p. 354, nella nota (75) postillava: “(75) R. Amicarella, pp. 134-135”. Fusco, a p. 354, nella nota (76) postillava: “(76) R. Amicarella, p. 156”. Fusco, a p. 354, nella nota (77) postillava: “(77) R. Amicarella, p. 160 e sg.”. Fusco, a p. 354, nella nota (78) postillava: “(78) R. Amicarella, p. 172”. Fusco, a p. 354, nella nota (79) postillava: “(79) R. Amicarella, p. 105-107”. Fusco, a p. 354, nella nota (80) postillava: “(80) R. Amicarella, p. 170 sg.”. Fusco, a p. 355, nella nota (81) postillava: “(81) R. Amicarella, p. 140 sg.”. Fusco, a p. 355, nella nota (82) postillava: “(82) R. Amicarella, p. 109 sg.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle…Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Etc…”. La frase, per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” dovrebbe essere stata raccolta dal giornale “Il Lampo” del 3 settembre 1860. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 5 e il 6 maggio i Mille di Garibaldi partivano alla volta della Sicilia. Fra di essi vi erano cinque cilentani, audaci patrioti che si erano distinti nei moti del 1848 ed erano riusciti a sfuggire alla polizia borbonica: Filippo Patella, prete di Agropoli; Leonino Vinciprova, di Celso; Paolo e Michele Del Mastro, di Ortodonico; Michele Magoni, di Rutino. Avuta ragione dei forti contingenti borbonici, sia per defezione di parte di questi sia per l’appoggio della popolazione, a Calatafimi (15 maggio), a Palermo (27 maggio) ove perse la vita Michele Del Mastro, e a Milazzo (20 luglio), i Mille, ormai rinforzati da migliaia di volontari, passarono lo stretto dii Messina. Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova. Il 4 settembre si imbarcò a Maratea e raggiunse Sapri, da dove il pomeriggio si diresse al passo del Fortino di Casaletto Spartano e da qui penetrò etc….Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno. Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero.”. Davis Ottati (….), nel suo “Dal Feudo alla liberà – un paese del Sud”, ed. Pananti, Firenze, a p. 98 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fenomeno del volontarismo che aveva alimentato validamente le primigenie schiere garibaldine, era a quel tempo già in declino ed i motivi, tanto per esemplificare, erano due: il primo, perché Garibaldi aveva rinsanguato le sue colonne, e, dalla fase dello spontaneismo pittoresco della guerriglia, era passato alla più razionale organizzazione militare, secondo, perchè con i successi le titubanze sabaude erano fugate, subentrando al loro posto la paura di essere tagliati fuori, quindi provvedendo a far muovere esercito e marina. E’ spiegabile così il mediocre afflusso di uomini del principato – da scartare quindi l’opinione razzistica secondo cui lo stato maggiore di Garibaldi avrebbe operato un’odiosa discriminazione verso l’apporto meridionale – tenendo ben presente che i “quadri” rivoluzionari come i Padula, i Pessolani, i Santelmo, i Magnone e molti altri, erano già nelle sue file garibaldine e a Milazzo appunto cadeva il prete Vicenzo Padula, senza contare la colonna Passero di cui si dirà.”.

INSORGONO IL CILENTO ED IL SALERNITANO

Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: “Si preparava nuovamente ad insorgere il vecchio triangolo rivoluzionario, dalla Calabria alla Basilicata, dal Cilento al Vallo di Diano. I liberali cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti, era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè rappresentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento cominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile per i distretti di Salerno e Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare nel Cilento. Il 26 agosto la provincia di Catanzaro insorgeva, formando un governo provvisorio e dichiarando decaduta la monarchia borbonica mentre il giorno 27, tutto l’Appennino Calabro era in rivolta e la provincia di Cosenza era in mano ai liberali. Nelle stesse ore, mentre si organizzavano le masse d’insorti al fine di favorire la vittoriosa avanzata di Garibaldi, iniziava l’insurrezione salernitana. Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia era in fermento, massimamente il Distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari erano concentrate in Salerno” (217). l’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefano Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che “In virtù dè poteri conferitomi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi, etc…”.”. Questa Relazione/Rapporto di Lucio Magnoni inviata al Comitato napoletano è stata pubblicata dall’Alfieri d’Evandro (….). Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava che: “(216) C. Pinto, La “Nazione armata”, in Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, pag. 118.”. Del Duca, a p. 217, nella nota (217) postillava che: “(217) A.S.S., Giornali, Notizie circa il fermento della Provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11. Nel giro di due settimane tutto il vecchio triangolo rivoluzionario era in rivolta. Il 15 agosto fu proclamata l’insurrezione in Basilicata, il 26 agosto a Catanzaro, il 27 a Cosenza. Il 23 agosto il Comitato d’Azione decise di iniziare la fase operativa nel salernitano. I rivoluzionari ormai ovunque controllavano la Guardia Nazionale, l’unica istituzione dotata di un minimo di armamento e di munizioni. Questa fu immediatamente mobilitata e divenne come nelle altre occasioni lo strumento per l’organizzazione di volontari. Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66). Si temeva sempre qualche reazione e tra i primi ordini c’era quello di disarmare ogni potenziale partigiano borbonico. Nel complesso costituirono almeno tre grossi gruppi di volontari dal distretto di Campagna, da quello di Sala e dagli Alburni, mentre più complesso fu il ciclo operativo dei cilentani. Qui furono organizzati più distaccamenti di volontari che percorsero il territorio, compiendo un’azione a metà tra la dimostrazione di forza militare e l’affermazione di una leadership politica. I Magnoni ne furono protagonisti gestendo con delicatezza e successo la competizione con i cavouriani. Ancora una volta siamo di fronte ad un fenomeno interessante per comprendere il radicamento di una memoria rivoluzionaria e di una tradizione politica. Nel Cilento furono arruolati circa tremila volontari divisi su 4 colonne, cifre su cui concordano storici come Pieri ed eruditi locali (le cronache dell’epoca danno un numero naturalmente molto maggiore) (67). La lezione del ’48 era chiara e la disciplina l’unico modo per tenere insieme le formazioni…..Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 120, in proposito scriveva che: “Quasi in tutti i centri della provincia salernitana si levava la voce di ferventi apostoli della libertà, specie in quel Cilento operoso, nella cui terra fiorirono la ‘Scuola di Elea’ e la magnificenza di Posidonia, ed è ricordata ancor oggi, sulla marina, là ove il ‘Mingardo’ si sposa col “Tirreno”, la leggenda di “Palinuro”, col bosco sacro e i Mani della Bruca. Là, tra le montagne lussureggianti, su cui si vedono appollaiati paesini pittoreschi, con antichi castelli, o presso le sonnolenti e incantevoli marine, cinte d’abbraccio da abitati lillipuziani, dai terrazzi avvampati di gerani, tra il verde degli orti e le chiome di pini secolari, convenivano ‘attendibili’, si distribuivano in segreto fogli di propaganda, e laici e religiosi ragionavano di libertà e congiuravano ai danni della tirannide.”.

GIOVANNI MATINA E LA SUA RETE DI COSPIRATORI

(Fig. n…..) – Dipinto del ritratto di Giovanni Matina

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 263, nella nota (90) postillava che: “(90) D’Evandro cit., Appendice, Docum n. 4 (Relazione Lorenzo Curzio) “Egli (Giovanni Matina) corrispondeva in Salerno con Antonio di Meo; e questi trasmetteva agli altri cospiratori della provincia le fila della congiura, ai bravi fratelli Magnoni, a Pietro Giordano, ed a Gennaro Pagano nel Cilento.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e a Campagna, assicurandogli il concorso di altri noti liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 263, nella nota (90) postillava che: “(90) D’Evandro cit., Appendice, Docum. n. 4 (Relazione Lorenzo Curzio) “Egli (Giovanni Matina) corrispondeva in Salerno con Antonio di Meo; e questi trasmetteva agli altri cospiratori della provincia le fila della congiura, ai bravi fratelli Magnoni, a Pietro Giordano, ed a Gennaro Pagano nel Cilento.”. Ebner si riferiva ai “Documenti” pubblicati da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, da cui ho tratto i documenti che ivi ripubblico. Ebner, a p. 264, nella nota (91) postillava che: “(91) G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860, Napoli, 1867, p. 175, ma v. pure a p. 176 sui dissensi tra i due Comitati napoletani: quello dell’Ordine al quale, per l’autorità di Silvio Spaventa, si dette un carattere apertamente cavourriano (inizio dell’insurrezione da Napoli e poi sbarco di Garibaldi) e quello d’azione dell’unitario, nel quale i liberali più avanzati, dice il Mazziotti p. 67, promuovevano l’inizio del movimento delle provincie e lo sbarco del generale in Calabria.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ma, tornato di soppiatto da Genova l’esiliato Matina, cooperanti con esso lui l’avvocato De Meo e il professore Marciani, un nucleo operativo si costituì prestamente tra’ i più generosi e arrisicati giovani; i quali in breve tempo sparsero i loro influssi tra’ molti e vivaci popolani e artieri e trafficanti della città, e per le loro terre della provincia: poscia i risollevati spiriti dopo le prime vittorie di Sicilia consentirono che un altro centro di azione moderata uomini di credito per intelligenza e dovizie. Trai due centri, allora e poi, non fecero disfatta gli screzii, i rancori e le offese; le quali crebbero poscia per la provincia, come crebbero nella città capo dello Stato, secondo che la vittoria si facea più prossima e secura. Era nei concerti, che il moto si manifestasse sincrono nelle provincie orientali del Regno; però nelle Calabrie e alla Basilicata avesse a precedere, ma a tener dietro il Salernitano; come quello che avea già grande nerbo di truppe regie a guarnigione e ad offesa. In nome del general Garibaldi venne, sull’entrare di Agosto, il signor Lucio Magnone a fine di promuovere lo insorgimento del Salernitano, allora che di simili ufficii erano commessi dal generale a quanti ne sollecitassero il mandato appo lui per le altre provincie; ma la parte viva, pronta, a levarsi sull’armi, teneva ai cenni del signor Matina; e lui aspettavano. Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla parte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; (e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 140 e ssg., riferendosi a Boldoni, in proposito scriveva che: “Eletto da questa parte all’impresa di Basilicata, non pria che fossero nel carro della ferrovia egli conobbe Nicolò Mignogna; e non pria che a Corleto seppe aver lui uno special mandato, e forse la confidenza, del General Garibaldi. E Nicolò Mignogna, di Taranto, vecchio apostolo della libertà, esperto tramatore di congiure a pro di essa; e di essa provato amante ai travagli della carcere frequente e dell’esiglio, era in Genova vissuto tra coloro, che, non reputando l’amor della patria siccome cianciera virtù da accademia, estimano quella esser più patriottica politica che sia men pigra agl’impazienti. Ito in Sicilia uno dei Mille, fu poscia in Napoli in quel gruppo di uomini, animosi e operativi, che in quel momento di focosa contraddizione al comitato dell’Ordine rifatto, costituirono il comitato dell’Azione. Questo, e le antecedenti brighe che vennero al Boldoni dal suo comando dei volontari, di Piacenza, non metteano sentimenti di mutua soddisfazione tra essi, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “Da le carceri stesse di Salerno muoveva una intensa p ropaganda per opera di Giovanni Matina da Teggiano, Michele Magnoni da Rutino, arrestato fin dal no v emb re 1856, il sacerdote Vincenzo Padula di Padula, l’abate Marotta da Postiglione e Gaetano Sabatelli (1). Costoro per mezzo di segreti intermediari cercavano di attirare nel movimentola borghesia del capoluogo della provincia, nel quale professavano ap e r tamente idee liberali gli avvocati La Francesca, Carelli, Mottola, Alfonso Origlia, Antonio Del Giudice, i fratelli Luciani, i fratelli Centola, sopra tutto Matteo; ma costoro, soggetti a co n t in u a vigilanza della polizia, si vedevano inceppati ad una azione efficace, che d ‘alt ra parte ri tenevano ancora prema tura. Promosso a ministro l’intendente Aiossa, nel 30 g iu g n o del 1859, il succes sore di lui Francesco Morelli diede etc..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate. A disporle all’azione aveva molto giovato l’opera incessante di Giovanni Matina da Teggiano, anima ardente di cospiratore. Egli espulso dal Regno, era riuscito a tornare clandestinamente da Genova a Napoli ed a mettersi in corrispondenza con i principali nuclei liberali della provincia. Sorpreso ed imprigionato nel Castello dell’Ovo dalla polizia ne uscì per effetto del decreto di aministia che seguì la concessione dello statuto del 21 giugno 1860. Nel manoscritto citato nell’avvetenza a questa narrazione, leggo che Matina si recò allora a Palermo, previo accordi con il Comitato Unitario, per conferire e ricevere ordini da Garibaldi,  e fece ritorno in Napoli verso la metà di Luglio. Il Comitato dell’Ordine diede il 10 agosto al Matina “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata: e a tale oggetto il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Dunque, Mazziotti, sulla scorta del De Cesare e del Racioppi scriveva il Comitato napoletano dell’Ordine prometteva al Matina: “…il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2).”. Inoltre, sul Passero, il Mazziotti scriveva pure che, il Comitato Centrale dell’Ordine: Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno” (5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?). Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutt’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione” (22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo dutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i qauli, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc….”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 3, in proposito scriveva: “Per intendere come si giunse e come funzionò la Prodittatura Lucana, è utile dare uno sguardo generale e riassuntivo a tutto quel movimento liberale, che si era svolto in quella regione dal 1848 in poi. Gli eventi di quell’anno e quelli che seguirono, cacciarono anche là molte persone nelle galere, altre ne spinsero in esilio, ne spaventarono e paralizzarono altre; mentre d’altra parte sorgeva un elemento giovane e nuovo, che, prima ignoto o appartato, ripigliava quel movimento in conformità della sua educazione e delle condizioni generali. Avvenuta l’insurrezione del 18 Agosto 1860, tutto il paese, com’è facile immaginare, si trovò innanzi a nuovi compiti, soprattutto a compiti reali ed anche urgenti…..In questa azione si trovarono a cooperare con le loro passioni, coi loro presupposti, con i loro precedenti sopravanzati al 1848, patrioti allora liberati dalle galere, reduci dall’esilio ed elementi nuovi, con tutte le modalità e varietà, che sogliono presentare questi avvenimenti; …..(p. 4) Questo atteggiamento creò due correnti nel regno napoletano: una più scarsa di simpatia verso il Piemonte, l’altra più numerosa di odio contro il Borbone, che, specialmente dopo che la Francia e l’Inghilterra ebbero richiamati dalla capitale i loro raprresentanti, fu giudicato ostacolo quasi unico contro il civile progresso. Così quando il Mazzini nel 1856 lanciò il suo appello, che chiamava tutti gli uomini liberi a raccogliersi sotto il vessillo dell’Unità, a Napoli si formò il ‘Centro Promotore del sud Peninsulare’…..E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Ma un nuovo avvenimento riaccese gli animi repressi: la seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo partito, ispirato da Cavour e diretto da Lafarina, sorgeva intanto a Torino. Il programma del nuovo partito era come si sa: ‘Indipendenza, Unione, Casa Savoia’. La nuova associazione risvegliò gli antichi mazziniani di Napoli. Essi riordinarono le file del vecchio centro, che mutò nome. Si chiamò ‘Comitato Centrale dell’Ordine’ e fondò un suo organo clandestino: ‘Il Corriere di Napoli’. Ad Albini, che era uno dei componenti il Comitato di Napoli, fu affidata la cura di tutte le provincie meridionali, e specialmente della Provincia di Potenza. Egli chiamò in vita l’antica organizzazione del 1857, per quanto inattiva ancora in piedi, perchè contro di essa la reazione non aveva incrudelito come era avvenuto nel Cilento, per opera dell’intendente Rosica, uomo temperato e mite e che non aveva neanche creduto alle accuse mosse dall’intendente di Salerno. Nell’agosto del 1859 il Comitato dell’Ordine di Napoli aveva dato disposizioni per la rivolta…..(p. 6) L’insurezione si voleva subito durante l’agosto, ma non se ne fece nulla e non fu un male. A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Laarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento cominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile per i distretti di Salerno e Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare nel Cilento.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura i chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Il Comitato dell’Ordine, a prevalenza moderata, restò unito per poco, dato che gli elementi democratici mazziniani premettero dall’interno e lo spaccarono. Parte rilevante nell’operazione ebbe il capo dei democratici salernitani, Giovanni Matina, persona veramente notevole.. Liberato per effetto della Coostituzione, rispolverata da Francesco II il 25 di maggio, si recò, per istruzioni, da Garibaldi in Sicilia e ne tornò a metà luglio. Fu durante questa sua assenza che gli esuli napoletani d’ispirazione cavourriana, tornati dal Piemonte, fecero il colpo di mano nel Comitato dell’Ordine; ma il Matina, rientrato, stabilì subito intese con i mazziniani pugliesi Giuseppe Libertini, Nicola Mignogna e altri, e fu spaccato il Comitato dell’Ordine. I mazziniani per loro conto costituirono il ‘Comitato Unitario Nazionale’ e così la rivoluzione delle provincie meridionali ebbe due centri direttivi, uno moderato cavourriano, l’altro democratico-mazziniano, spesso in aspra contesa fra loro. La rivalità fra le due parti si colorì spesso di tinte drammatiche, tesa com’era ognuna ad assicurarsi il controllo delle provincie. In Basilicata, per esempio, prevalsero i moderati, in provincia di Salerno i democratici.”. Franco, a pp. 20-21, in proposito aggiungeva: “Ad ogni buon conto, nel febbraio del 1860 il Marciani e il de Meo diedero vita al Comitato rivoluzionario Salernitano, composto, oltre che da loro, dagli avvocati Nicola Ferretti e Pietro del Mercato, dall’architetto Francesco de Pasquale. Secondo il Mazziotti, vi appartenevano anche i popolani Matteo Rossi e Michele Casola. Il Comitato potè contare su una rete cospirativa provinciale, facente capo per S. Angelo a Fasanella a Lorenzo Curzio, per Rutino e Vallo di Diano ad Antoni Carrano e, per altre zone, ad altri minori patrioti. La parte più interesata della rivolta era quella sud della provincia.”. Franco, a p. 22 in proposito aggiungeva: “A Napoli, nel luglio, gli esuli moderati rientrati dal Piemonte s’impossessarono del Comitato dell’Ordine. I moderati salernitani, non potendo fare altrettanto col comitato locale, ne crearono uno loro comprendendo Sergio Pacifico, Modestino Faiella, Giovanni Luciani. Sicchè non solo a Napoli si ebbe un Comitato progressivo e uno conservatore, ma anche a Salerno. A Salerno però il comitato conservatore non ebbe voce in capitolo al momento dell’insurrezione. L’altro era troppo attivo e troppo provato dai dinieghi precedenti. Il Comitato dell’Ordine, quello conservatore di Napoli, riuscì ad inviare il colonnello Boldoni in Basilicata e a controllare in certa misura Giacinto Albini, nonostante a questi si affiancasse risolutamente Nicola Mignogna, mazziniano. Nel complesso, i moti di Basilicata risentirono in larga misura di direttive moderate. Qui nel salernitano, i democratici si imposero con estrema decisione. Giovanni Matina, liberato dal carcere e corso in Sicilia da Garibaldi per ricevere istruzioni, n’era tornato con la notizia che lo sbarco sul continente sarebbe avvenuto non più tardi del 15 agosto. Aveva poi spaccato, come sappiamo, il napoletano Comitato dell’Ordine e dato vita a quello Unitario. Il Comitato dell’Ordine, sapendo che niente poteva avvenire nel Salernitano senza Matina e non essendo in grado di scavalcarlo, cercò di accattivarselo o, meglio, di affermare su lui e sul Salernitano la propria giurisdizione, conferendogli in data 10 agosto “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata”. La lotta fra il Comitato dell’Ordine e quello Unitario, di cui troviamo testimonianza in documenti noti, si rivela attraverso una serie di colpi drammatici. Nel mandato che il Comitato etc…Matina tagliò corto, non tenne conto del mandato e accettò invece quello del Comitato Unitario, di cui egli stesso era esponente. Cosicchè in data 23 agosto “in nome di Garibaldi e del suo rappresentante Agostino Bertani” si deliberava: “…il cittadino Giovanni Matina…si porti in provincia di Salerno e propriamente nel distretto di Salerno, Sala e Campagna in qualità di alto Commissario Politico e Civile, il che comporta imperio assoluto in talune circostanze anche sul potere militare.”. Mandato, come si vede ben più ampio e sostanzioso di quello che il comitato rivale aveva cercato d’insinuare.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo C. Chizzolini di Capitello, ma egli errava perchè non si tratta di Capitello, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 160, in proposito è scritto che: “Ai primi di settembre, oltre alle provincie Calabresi era in movimento la Basilicata ed una parte del Pricipato Ulteriore. A Potenza e nella provincia di Salerno erano instituiti Governi provvisorii. Certo Giovanni Mutina aveva sollevato il distretto di Campagna ed assunto il titolo di prodittatore. Fatto questo movimento, tutta la provincia era insorta, meno il distretto di Salerno.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 91, in proposito scriveva che: “E nominava, inoltre, come capo militare dell’insurrezione del Salernitano, il cittadino Luigi Fabrizi di Modena, che, sebbene malfermo di salute, accettò volentieri l’incarico (31).”. De Crescenzo, a p. 91, nella nota (31) postillava: “(31) Era medico del generale Nicola (1805-1885) e del celebre medico “anima di patriota, sangue freddo e buon soldato” come lo definì uno storico. Aveva partecipato etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 40-41, in proposito scriveva: “Un nucleo operativo fu formato in tal senso da Giovanni Matina, solerte, popolare cospiratore di Teggiano. Questi ritornato dall’esilio da Genova, aiutato da Beniamino Marciani e dall’avv. Antonio Di Meo cercò subito di predisporre all’azione le file insurrezionali della provincia, coadiuvando l’azione di Garibaldi. Ma nonnostante la netta opposizione della borghesia locale, l’opera del Matina trovò sbocco nella classe degli “artieri e nei negozianti che viveva nella speranza di un mutamento”. Da questi contatti nacquero solide basi per coinvolgere tutti alla lotta contro la tirannide dei borboni ed il loro annientamento. Infatti eccellente fu l’opera patriottica di Matteo Rossi, figlio di un calzolaio, tendente a predisporre lo spirito pubblico al nuovo ordine di cose. Egli assunse il delicato compito di recarsi a Napoli due volte la settimana, a proprie spese, per recapitare la corrispondenza dei sottocomitati del Cilento al Comitato Centrale facente capo a Luigi Settembrini. I comitati del Cilento erano presieduti dai fratelli Magnoni di Rutino e da Michele Casola, ambedue ebbero influsso sul popolo, tanto che in breve tempo poterono creare nuovi centri rivoluzionari in tutta la provincia con lo scopo di concorrere al movimento non appena vi fosse stata la rivolta. Il Comitato Centrale di Napoli visti i seri preparativi nella provincia e nel Cilento, il 23 agosto nominò Commissario Politico e Civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna “in nome del Dittatore Garibaldi” il Matina…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10. Michele Magnoni….Nel frattempo il suo vecchio compagno Matina era tornato nel continente per preparare l’insurrezione. L’attività politica era diventata quasi palese dopo l’amnistia e l’Atto Sovrano di concessione della Costituzione. A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). Il 2 agosto Michele fu inviato da Garibaldi nel Continente ad attrezzare la rivolta cilentana (62). Con lui c’erano i salernitani superstiti dei Mille: Vinciprova, Del Mastro e Santelmo (63). Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64). Giovanni Matina era responsabile del resto della provincia insieme a Luigi Fabrizi capo militare (65).. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) Matteo Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (62) postillava che: “(62) Giuseppe Garibaldi a Michele Magnoni, Messina 2 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nella nota (65) postillava: “(65)  A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione nazionale del salernitano del 1860, Stamperia del Vaglio, Napoli, 1861.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 102, continuando il suo racconto scriveva che: “Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64). Giovanni Matina era responsabile del resto della provincia insieme a Luigi Fabrizi capo militare (65).”. Pinto, a p. 102, nella nota (64) postillava: “(64) 64 Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”. Pinto, a p. 102, nella nota (65) postillava: “(65) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione nazionale del salernitano del 1860, Stamperia del Vaglio, Napoli, 1861.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 163, in proposito scriveva che: “Il Quadro cambiò definitivamente con la concessione dell’Atto Sovrano del 25 giugno 1860. Di fronte all’avanzata garibaldina infatti, Francesco II, con la speranza di arrestare la rivoluzione, ripristinò la Costituzione del 1848, concesse un’amnistia per tutti i reati politici richiamando gli esuli, riprendendo, su suggerimento di Napoleone III, le trattative per un’alleanza con il Piemonte. La notizia giunta, nella provincia Citeriore, destò grande gioia ed aspettative. Già dalle settimane successive, i patrioti cominciarono a tornare dai terrtori d’esilio a centinaia e, insieme a quelli che uscirono dal carcere, poterono spendere l’autorevolezza di oltre un decennio di lotte politiche pagate a caro prezzo, riprendendo i contatti con i rivoltosi del luogo, e ridando slancio dinamico all’iniziativa politica nei distretti. Soprattutto Giovanni Matina, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Nel Cilento il nome e la fama di Garibaldi cominciò a diffondersi ancora prima che venisse accesa la scintilla della rivolta. La notizia dello sbarco di Garibadi a Marsala e le successive vittorie in Sicilia, alle quali contribuiron anche cinque Cilentani tra i mille, nonchè l’opera dei fratelli Magnoni a capo del Comitato del Cilento e il medico Passaro di Vallo, che organizzava diversi gruppi da reclutare nelle file garialdine, avevano destato un vivo entusiasmo dando nuovo vigore alle forze rivoluzionarie di tutta la provincia etc…..Non si riesce a comprenere alla lettura delle fonti archivistiche, se sia stata l’abilità della popolazione e degli attedibili nel dissimulare la situazione o il disorientamento della polizia e dei funzionari pubblici, ta di fatto che proprio quando in Sicilia si proseguiva la rivolta, dal distretto di Vallo venivano inviate relazioni confortanti, nonostante che la penuria agricola ed economica rendesse il popolo irrequieto. Il Sottointendente di Vallo, in un suo rapporto sullo spirito pubblico scriveva: “Posso infine etc….”(206).”. Del Duca, a p. 159, nella nota (206) postillava: “A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, 1860, Relazione del Sottointendente di Vallo sullo spirito pubblico nel distretto di Vallo, busta 82, fascicolo 9.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “La notizia infatti dello sbarco di Garibaldi a Marsala e le successive vittorie in Sicilia, alle quali contribuirono anche cinque cilentani tra i mille, nonchè l’opera dei fratelli Magnoni a capo del Comitato del Cilento e il medico Passaro di Vallo, che organizzava diversi gruppi da reclutare nelle file garibaldine, avevano destato un vivo entusiasmo dando nuovo vigore alle forze rivoluzionarie di tutta la provincia che ormai, ritenevano i tempi maturi per passare dalle strategie alle azioni.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”. Davis Ottati (…), nel suo, Dal Feudo alla libertà – un paese del Sud, ed. Pananti, Firenze, 1995, a p. 98, in proposito scriveva che: “Si intensificavano a quel tempo le formazioni di Comitati insurrezionali e Governi provvisori. Sicchè quando il Turr sbarcò a Sapri – dove il tre settembre trovò ad attenderlo Garibaldi – si misero in movimento tre colonne, fra cui quella di Rustow che entrò in Sala il 5 settembre. Nel capoluogo era già iniziata, fin dal 30 agosto, l’insurrezione con notevole concentramento di insorti provenienti da diversi centri del Vallo di Diano, circa 3000 uomini, formando un governo provvisorio il cui nimatore e capo era lo sperimentato patriota Giovanni Matina (54) di Teggiano insieme con Luigi Fabrizi di Modena. Il Matina fu nominato prodittatore in data 23 agosto 1860 dal Comitato d’Azione ed elesse a suo segretario e capo di Stato Maggiore, Antonio Alfieri d’Evandro. Il Governo provvisorio aveva potere assoluto su tutte le autorità civili e militari della provincia. Sempre da Sala il 30 agosto il prodittatore Giovanni Matina inviava a Garibaldi in Calabria un dispaccio per chiedere se una colonna insurrezionale che si era formata doveva raggiungere la Calabria oppure restare a Sala per rafforzare il movimento rivoluzionario. La risposta di Garibaldi fu quella di non muoversi ed attendere la sua venuta.”.

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate. A disporle all’azione aveva molto giovato l’opera incessante di Giovanni Matina da Tegiano, anima ardente di cospiratore.. Egli, espulso dal regno, era riuscito clandestinamente a tornare da Genova a Napoli ed a mettersi in corrispondenza con i principali nuclei liberali della provincia. Sorpreso ed imprigionato nel Castello dell’Ovo da la polizia, ne uscì per effetto del decreto di amnistia che seguì la concessione dello statuto del 25 giugno 1860. Nel manoscritto, citato nell’avvertenza a questa narrazione, leggo che il Matina si recò allora a Palermo, previi accordi con il Comitato unitario, per conferire e ricevere ordini ed istruzioni da Garibaldi e fece ritorno in Napoli verso la metà di luglio. Il Comitato dell’Ordine dette il 10 agosto al Matina “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata: e a tale oggetto il Comitato provinciale metteva a disposizione di lui le somme necessarie per l’iniziativa e prosieguo„ ‘). Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il Colonnello Materazzo -). Varie ragioni addussero un ritardo nel movimento della Provincia di Salerno. Anzitutto la presenza nel capoluogo ed in Eboli di molte truppe e di mercenari bavaresi, dissensi tra i due Comitati di Napoli, necessità di denaro, di armi, di capi militari. Narra il Racioppi che il colonnello Boldoni, per destare un movimento nel distretto di Sala, inviò a quella volta cinquecento armati sotto il comando di un liberale della Basilicata, il sig. Francesco Pallavicini; ma gli abitanti della contrada non vollero aiuti di estranei. Il Matina nel dissenso tra i due Comitati, preferì di seguire l’azione di quello Unitario, il quale lo nominò il 23 agosto alto commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per l’altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni‘ (*). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante
di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo. Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano la insurrezione nella provincia di Salerno „ (5). Etc…”. Niccola Nisco (….), nel suo “Francesco II”, a pp. 104, in proposito scriveva che: “E di là man mano s’irradiava nel Salernitano, nelle Puglie , nell’ Avellinese. Il comitato di Potenza subito spediva nel Salernitano Giovanni Matina e il modanese Luigi Fabrizi, veterano propugnatore di libertà, ed il prete Rocco Brienza in Avellino per organizzare il movimento. Il Matina ed il Fabrizi , ordinato in battaglioni le guardie nazionali ed i volontari, marciarono su Sala, ed il 30 agosto a suono di musica e di campane inalberarono la bandiera subauda sul palazzo municipale, proclamarono l’unità d’Italia con la monarchia di Savoia, e rassegnarono al popolo, insorto per la redenzione della patria, ogni potestà, e questo con istantaneo moto tumultuario che s’intitolo, secondo la frase del tempo, plebiscitario, la confidava al Matina, fattosi colonnello, ed al cittadino Fabrizi col titolo di prodittatore. Contemporaneamente la rivoluzione veniva proclamata da Lorenzo Curzio a S. Angelo a Fasella, da Claudio Guardila nel circondario di Campagna, dal Passero in quel del Vallo. Alle proclamazioni seguirono gli atti dittatori della diminuzione del sale, dell’indulto ai condannati, dei conferiti comandi con gradi di colonnelli e di maggiori ad ogni villano che, facendo il Marcello, veniva parteggiando innanzi, talchè anche oggi sentiamo dar titoli e pensioni di generali e colonnelli a parecchi che caporali non furono mai.”.

IL COMITATO UNITARIO E GIOVANNI MATINA 

Francesco Franco (….), nel suo “La Rivoluzione Garibaldina del 1860 nel Salernitano”, ed. Cantelmi, Salerno, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: “A Napoli, nel luglio, gli esuli moderati rientrati dal Piemonte s’impossessarono del Comitato dell’Ordine. I moderati salernitani, non potendo fare altrettanto col comitato locale, ne crearono uno loro, comprendente Sergio Pacifico, Modestino Faiella, Giovanni Luciani. Sicchè non solo a Napoli si ebbe un Comitato progressivo e uno conservatore, ma anche a Salerno. A Salerno però il comitato conservatore non ebbe voce in capitolo al momento dell’insurrezione. L’altro era troppo attivo e troppo provato dai dinieghi precedenti. Il Comitato dell’Ordine, quello conservatore di Napoli, riuscì a inviare il colonnello Boldoni in Basilicata e a controllare il certa misura Giacinto Albini, nonostante a questi si affiancasse risolutamente Nicola Mignogna, mazziniano. Nel complesso, i moti di Basilicata risentirono in larga misura di direttive moderate. Qui, nel Salernitano, i democratici si imposero con estrema decisione. Giovanni Matina, liberato dal carcere e corso in Sicilia da Garibaldi per ricevere istruzioni, n’era tornato con la notizia che lo sbarco sul continente sarebbe avvenuto non più tardi del 15 agosto. Aveva poi spaccato, come sappiamo, il napoletano Comitato dell’Ordine e dato vita a quello Unitario. Il Comitato dell’Ordine, sapendo che niente poteva avvenire nel Salernitano senza Matina e non essendo in grado di scavalcarlo, cercò accattivarselo o, meglio, di affermare su lui e sul Salernitano la propria giurisdizione, conferendogli in data 10 agosto “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata”. La lotta fra il Comitato dell’Ordine e quello Unitario, di cui troviamo testimonianza in documenti noti, si rivela attraverso una serie di colpi drammatici. Nel mandato che il Comitato dell’Ordine, di cui era magna pars Silvio Spaventa, cercò di conferire al Matina erano impliciti un limite territoriale e un limite di poteri. Si parlava dei Distretti di Sala e di Vallo e si escludevano quelli di Salerno e di Campagna, che evidentemente erano destinati a più docili seguaci; inoltre si suggeriva al Matina una larvata subordinazione al “movimento di Basilicata”. Matina tagliò corto, non tenne conto del mandato e accettò invece quello del Comitato Unitario, di cui egli stesso era esponente. Cosicchè in data 23 agosto “in nome di Garibaldi e del suo rappresentante Agostino Bertani” si deliberava: “….il cittadino Giovanni Matina….si porti in provincia di Salerno e propriamente nel Distretto di Salerno, Sala e Campagna in qualità di Alto Commissario Politico e Civile, il che importa imperio assoluto in talune circostanze anche sul potere militare”. Mandato, come si vede, ben più ampio e sostanzioso di quello che il comitato rivale aveva cercato d’insinuare. Restava escluso il distretto di Vallo. Per questo il Comitato Unitario si affrettò a nominare Lucio Magnoni, quello dell’Ordine tentò di opporgli Stefano Passero. I due commissari in realtà procedettero d’amore e d’accordo, ma le disposizioni che valevano erano quelle del Magnoni. Così tutta la provincia fu sotto il controllo dei mazziniani.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: “Si preparava nuovamente ad insorgere il vecchio triangolo rivoluzionario, dalla Calabria alla Basilicata, dal Cilento al Vallo di Diano. I liberali cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici.”.

Nel 23 agosto 1860, Giovanni MATINA è nominato Alto Commisario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo. Il Matina invece non accettò che lo indirizzo, gli uomini, e i sussidi del ‘Comitato Unitario’; dal quale il 23 di agosto, fu nominato “Alto Commissario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna (1)”; doppoichè pel distretto di Vallo avea dato nome ed ufficio medesimo a Lucio Magnone. Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”Racioppi, a p. 192, nella nota (1) postillava: “(1) “Il che importa (soggiunge il documento) imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà potere di nominare altr impiegati civili. Egli corrisponderà direttamente col comitato Unitario in Napoli”. – Questo documento si dice dato in nome del Dittator Garibaldi e del suo rappresentante Agostino “Bertani”. Questo documento di nomina del Matina si trova pubblicato nel testo di Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 379, in proposito scriveva che: “Scoppia in Potenza la rivoluzione: si ricevono danari da Napoli: il 25 agosto si parte per Sala da Marciani a raggiungere Matina e Fabrizi a Diano; il 28 comincia la rivoluzione: si stabilisce a Sala un governo provvisorio prodittatoriale: Matina Prodittatore, Alfieri d’Evandro segretario”(10).”. Cassese, a p. 381, nella nota (10) postillava: “(10) Dichiarazione del de Meo in Alfieri d’Evandro, op. cit., p. 59 e ssg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione” (22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito, e sfidando le ire degli avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Il capo morale dell’insurrezione salernitana nel ’60 fu certamente Giovanni Matina. Egli, come s’è detto, con decreto del 23 agosto emanato dal Comitato d’Azione, fu nominato “Alto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna”. Per il distretto di Vallo fu nominato allo stesso ufficio Lucio Magnoni. Il documento a favore del Matina dice che la nomina “importa imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà (il Commissario) il potere di nominare altri impiegati civili. Egli (continua il documento) corrisponderà direttamente col Comitato Unitario di Napoli (26). Questo documento è molto importante, sia per l’ampiezza dei poteri conferiti al Matina, sia anche perché gli si riconosceva assoluta autonomia rispetto non solo all’altro Comitato, quello dell’ordine, di Salerno, ma anche nei riguardi degli analoghi Comitati delle provincie contermini.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 898, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile etc….”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri noti liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico, non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 264, nella nota (91) postillava: “(91) G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860, Napoli, 1867, p. 175, ma v. pure a p. 176 sui dissensi tra i due Comitati napoletani: quello dell’Ordine al quale, per l’autorità di Silvio Spaventa, si dette un carattere apertamente cavourriano (inizio dell’insurrezione da Napoli e poi sbarco di Garibaldi) e quello d’azione dell’unitario, nel quale i liberali più avanzati, dice il Mazziotti p. 67, promuovevano l’inizio del movimento delle provincie e lo sbarco del generale in Calabria.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “I liberali Cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè presentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Marc Monnier (…..), nel suo“Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona (….), nel suo, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 40-41, in proposito scriveva: Il Comitato Centrale di Napoli visti i seri preparativi nella provincia e nel Cilento, il 23 agosto nominò Commissario Politico e Civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna “in nome del Dittatore Garibaldi” il Matina….Il Matina lo stesso giorno partì per Salerno con Luigi Fabrizi per esporre i piani dell’azione a Nicola Ferretti e a Raffaele Rinaldi. A questa riunione intervennero tutti i membri del Comitato Provinciale: Giuseppe Spera, Antonio di Meo, Francesco de Pasquale, e Marciani; inoltre erano presenti Agostino Volpe, Giovanni Perrotta, Francesco Cristaino, Vincenzo ed Eusebio Castagna, Claudio Guerdile. In casa Rinaldi intervennero i cilentani….”. Davis Ottati (…), nel suo, Dal Feudo alla libertà – un paese del Sud, ed. Pananti, Firenze, 1995, a p. 98, in proposito scriveva che: “Nel capoluogo era già iniziata, fin dal 30 agosto, l’insurrezione con notevole concentramento di insorti provenienti da diversi centri del Vallo di Diano, circa 3000 uomini, formando un governo provvisorio il cui nimatore e capo era lo sperimentato patriota Giovanni Matina (54) di Teggiano insieme con Luigi Fabrizi di Modena. Il Matina fu nominato prodittatore in data 23 agosto 1860 dal Comitato d’Azione ed elesse a suo segretario e capo di Stato Maggiore, Antonio Alfieri d’Evandro. Il Governo provvisorio aveva potere assoluto su tutte le autorità civili e militari della provincia. Sempre da Sala il 30 agosto il prodittatore Giovanni Matina inviava a Garibaldi in Calabria un dispaccio per chiedere se una colonna insurrezionale che si era formata doveva raggiungere la Calabria oppure restare a Sala per rafforzare il movimento rivoluzionario. La risposta di Garibaldi fu quella di non muoversi ed attendere la sua venuta.”.

Nel 23 agosto 1860, la riunione in casa RINALDI

Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 40-41, in proposito scriveva: Il Matina lo stesso giorno partì per Salerno con Luigi Fabrizi per esporre i piani dell’azione a Nicola Ferretti e a Raffaele Rinaldi. A questa riunione intervennero tutti i membri del Comitato Provinciale: Giuseppe Spera, Antonio di Meo, Francesco de Pasquale, e Marciani; inoltre erano presenti Agostino Volpe, Giovanni Perrotta, Francesco Cristaino, Vincenzo ed Eusebio Castagna, Claudio Guerdile. In casa Rinaldi intervennero i cilentani. In casa Rinaldi intervennero i cilentani Pagano di Pisciotta, Lucio Magnoni di Rutino, Francesco Alario di Moio della Civitella, Teodosio de Dominicis di Ascea, Stefano Passero di Vallo, il Bottiglieri e Lorenzo Curcio di S. Angelo a Fasanella. Francesco Alario nel suo discorso si disse pronto a far marciare le varie colonne cilentane che già si erano costituite nei dintorni di Sala.”. Dell’epopea di questo patriota ne parlò Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, a p. 130 e ssg., in proposito scriveva che: “Io ero con Assanti, Stocco, Vinciprova tra coloro che dovevano prendere parte alla spedizione; ma per alcune divergenze insorte presi la determinazione di rimanere, come fecero diversi altri, e tornai a Riva da mio fratello. Quivi attesi con ansia il risultato della spedizione. Taccio del corso della rivoluzione, delle vittorie di Garibaldi, delle quali fui dopo alquanti giorni informato esattamente dal Vinciprova con una lettera in cifre, giusta accordi presi con lui e con Mazziotti quando partii da Genova. Allorchè nel 29 giugno i giornali annunziarono che Francesco Borbone il giorno 26 aveva conceduto le franchigie costituzionali, non ne ebbi una buona impressione, perchè prevedevo quali ne sarebbero state le conseguenze. II. Si esitò da me e dagli altri sulle determinazioni da prendersi, se tornare cioè a Napoli, affidandoci all’ amnistia borbonica, ovvero attendere ancora gli avvenimenti. Infine si prese la risoluzione di partire e quindi la sera del 12 luglio da Riva partii per Genova, ove, la sera del 13, mi imbarcai per Napoli sul piroscafo delle Messaggerie Le Capitole insieme con Mazziotti, Spaventa, il generale Mezzacapo, Giuseppe Ricciardi, il duca Di San Donato ed altri. Mentre io ero sdraiato una sera sul cassero del piroscafo, mi si accostò lo Spaventa e, discorrendo degli avvenimenti, mi disse che bisognava cominciare a far qualche cosa sul continente prima che vi fosse sbarcato Garibaldi e che questi erano gli intendimenti del Cavour. Io risposi che conoscevo le intenzioni del governo sardo, che ritornavo in Napoli per prendere accordi con gli amici e che, come avevo fatto altre volte, non avrei mancato (anche in questa occasione) di compiere il mio dovere di cittadino. Arrivammo a Napoli la mattina del 16 alle ore 7. Il ministro dell’interno Liborio Romano venne ad incontrarci sul piroscafo; vennero pure mio figlio Peppino e mio fratello Pompeo, che ansiosi di rivedermi erano corsi in Napoli. Rimasi in Napoli fino al 27 luglio per prendere le necessarie intelligenze sul da farsi e mi recai quindi a Salerno, ove mi trattenni qualche giorno per conferire con altri amici. Il giorno 2 agosto in compagnia di Nicola Ferretti andai a Torre Annunziata per parlare con un tale Cesaro intorno allo sbarco di alcune armi che si voleva fare in quella rada. Poscia dovetti ritornare a Napoli il 6 agosto e, la sera dello stesso giorno, a Salerno, dove mi imbarcai per Castellabate insieme con mio zio Giambattista Forziati e con Nicola Pepi, venuti a prendermi. Giungemmo la mattina del 7. All’apparire della barca che ci portava alla punta di Tresino, sapendosi la mia venuta, gli abitanti della campagna del Lago e poscia di Amalfitana e della Marina (1) ci salutarono con continui spari di schioppo fino a che la barca non approdò alla Marina e propriamente alla casa di Nicola Pepi, ove facemmo breve sosta nell’ Isca della Chitarra (2). Tutta quella buona popolazione, fanciulli, donne, giovani e vecchi, mi vennero incontro subito che posi piede a terra, mi abbracciavano e mi baciavano, dandomi, con sommo mio compiacimento, dimostrazione di affetto, cordialità e stima. Mi imbarcai novellamente su di una barchetta, con la quale dalla casina di S. Marco era venuto ad incontrarmi mio fratello Pompeo, e, giunto nella detta casina verso le ore 10 dello stesso giorno 7, riabbracciai pure l’altro mio fratello Francesco. Durante i pochi giorni che rimasi nella casina fui visitato da tutta la popolazione. Nella domenica mi recai a Castellabate in casa di mio zio Giambattista; a premura di lui, della moglie e dei figli vi rimasi tre giorni, dopo dei quali ritornai a S. Marco.”. Mazziotti, a p. 132, in proposito aggiungeva che: “III. Frattanto mi arrivavano le nuove delle mosse del generale Garibaldi, il quale era prossimo a sbarcare nelle nostre contrade: perciò, giusta gli accordi presi in Napoli, occorreva tenerci pronti ad insorgere. Ebbi colloqui con Carlo Pavone, Del Mercato, Silvio Cagnano ed altri cilentani, prima in casa Magnoni in Rutino, indi alla marina di Castellabate nella casina di Alfonso Materazzi, poi in Agropoli nella casina del signor Torre ed in Sessa in casa di Mariano Coccoli, ove convennero i fratelli baroni Coppola di Valle, il barone Luigi Del Giudice di S. Mango, Del Mercato, Cagnano, Zammarrelli e diversi altri principali proprietari del Cilento, per deliberare se, essendo già scoppiata la rivoluzione a Corleto in Basilicata, conveniva al Cilento insorgere immediatamente. Anche in Acciaroli (1), ove condussi meco pure Costabile Comunale, allora sindaco di Castellabate, nella casina di Giuseppe Pisani di Cannicchio (2), vi fu un’ultima riunione con le persone di sopra indicate e diverse altre: si convenne che nel successivo giorno 30 le diverse colonne cilentane si sarebbero messe in movimento in varie direzioni. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Dunque, il giorno ……………….1860 vi fu una riunione in casa Rinaldi a ……..dove partecipò anche “Stefano Passero”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 80, in proposito scriveva che: “III. Ricevuta comunicazione della nomina a Napoli, dove già aveva penato per due mesi nel castello dell’Ovo (13). Il Matina partì presto alla volta di Salerno. Gli teneva compagnia il fratello del grande patriota Nicola Fabrizi, Luigi, giovane ardimentoso, che già s’era fatto notare tra i proseliti del Menotti, nonchè nella difesa di Roma e nella guerra di Crimea. Essi arrivarono a Salerno le sera dello stesso giorno 23 agosto e si recarono da un noto ed operoso patriota, animatore di masse, Nicola Ferretti, che da tempo aveva aperto la sua abitazione (14) a sedute politiche, alle quali convenivano quanti etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “La sera del 18 agosto arrivò a Salerno anche Luigi Fabrizi, che il Comitato Centrale di Napoli aveva destinato come comandante supremo della rivoluzione in provincia. Egli alloggiò anche in casa Ferretti e la De Pace lo mise al corrente di tutto.”. Forse quì vi è un errore perchè De Crescenzo prima scrive che arrivarono a Salerno il 23 agosto e poi scrive il 18 agosto il Fabrizi. Forse si tratta del 28 agosto. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “In tale intesa e con diversi volontari, ai quali apparteneva anche Giovanni Guglielmi, il 25 agosto lasciarono Salerno il Fabrizi il Matina il Curzio ed il De Meo. La presidenza del comitato salernitano fu lasciata alla De Pace, la quale seppe dirigere con ammirevole competenza tutto il movimento, finchè la sera del 6 settembre non giunse Garibaldi coi suoi.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, etc…”.

IL COLONNELLO LUIGI FABRIZI

Da Wikipedia leggiamo che LUIGI FABRIZI, nacque a Modena il 3 febbr. 1812, ultimo di quattro figli, da Ambrogio, avvocato, e da Barbara Piretti. Gli studi, attestati da un certificato di frequenza rilasciatogli nel gennaio del 1830 dal liceo di Carpi quale scolaro di filosofia, non lo interessavano molto; più forte fu certamente il richiamo della cospirazione in cui, seguendo l’esempio dei fratelli maggiori, entrò giovanissimo. Arrestato la sera del 3 febbr. 1831 nella casa di Ciro Menotti alla vigilia dello scoppio dei moto contro Francesco IV, tornò libero dopo la fuga del duca e si arruolò nella guardia nazionale mobile. Esauritosi il tentativo insurrezionale con la capitolazione del 26 marzo 1831, il F. si rifugiò in Toscana e vi restò sino a quando, secondo la testimonianza del La Cecilia, la scoperta di un progetto di sollevazione repubblicana da lui promosso indusse il governo granducale ad espellerlo. Passò allora in Corsica e per qualche tempo visse a Bastia con un sussidio delle autorità francesi. Nel 1832 seguì il fratello Nicola nella Giovine Italia e nel 1834 partecipò alla spedizione di Savoia. Nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il F. non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con G. Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Non rinunziò tuttavia ad organizzare una colonna di siciliani e a prendere le redini di una brigata di 1.500 uomini che, inserita nella divisione Bixio, il 1º ottobre al Volturno fu schierata di riserva, a San Salvatore nei pressi di Maddaloni, alle spalle della brigata Eberhard, e dopo la repentina ritirata di quest’ultima ne occupò disciplinatamente le posizioni. Il 28 e il 29 ott. 1860 il F. si trovò ancora ad affrontare le truppe borboniche: la seconda volta, combattendo davanti a Capua “completamente allo scoperto” (come avrebbe scritto l’8 novembre al fratello Nicola in una lettera conservata in Roma, Arch. centr. dello Stato, Carte Fabrizi, scatola 2), fu raggiunto da un colpo di mitraglia che gli frantumò il braccio destro in tre punti. Una lunghissima convalescenza, resa più sofferta dal mancato accoglimento di ogni sua richiesta di concessione del comando di una piazza, non bastò a restituirgli l’uso del braccio. Ebbe inizio allora una estenuante lotta con la burocrazia per il riconoscimento dei servizi prestati: alla fine, ritiratosi a Castelnuovo in Garfagnana dopo essere stato collocato a riposo col grado di colonnello, il F. ottenne una medaglia d’argento e, a partire dal 16 maggio 1863, una pensione che non teneva conto, come egli aveva chiesto, della sua partecipazione alle guerre nazionali dal 1831 in poi. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 125-126, in proposito scriveva che: Luigi Fabrizi, appartenente alla storica famiglia modanese, era il più giovane dei suoi fratelli, Nicola, Paolo e Carlo. Aveva preso parte al movimento di Ciro Menotti il 3 febbraio 1831, aveva combattuto in Romagna, era dipoi andato in esilio prima a Marsiglia, poi in Corsica, a Corfù, a Malta, a Parigi qmndo già una commissione stataria lo aveva condannato a venti anni di galera per la rivolta modanese. Combattè nella difesa di Roma del 1848-49, poi nella guerra di Crimea come capitano della sezione anglo-italiana.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 91, in proposito scriveva che: “E nominava, inoltre, come capo militare dell’insurrezione del Salernitano, il cittadino Luigi Fabrizi di Modena, che, sebbene malfermo di salute, accettò volentieri l’incarico (31).”. De Crescenzo, a p. 91, nella nota (31) postillava: “(31) Era fratello del generale Nicola (1805-1885) e del celebre medico “anima di patriota, sangue freddo e buon soldato” come lo definì uno storico. Aveva partecipato etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 178 e ssg., in proposito scriveva che: “Pei militari il Colonnello Fabrizii non si peritò di accettare le provvisioni della disciplina e dell’amministrativa militare (t già stabilite dal comandante in capo della insurrezione lucana, Colonnello Camillo Boldoni; etc…”. Racioppi, sempre a p. 178 scriveva pure che: Il Fabrizii, ferito in una di quelle fazioni, si rimase poi che fu sciolto l’ esercito de’ volontarii, in uno di quei depositi, onde poscia emerse l’esercito meridionale: ma di affranta e rotta salute ch’egli era non fu chiamato all’attisvita delle fatiche militari; e si morì nel 1865 di cinquantadue anni in Pisa.”.

GIOVANNI MATINA e LUIGI FABRIZI 

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 125-126, in proposito scriveva che: Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano la insurrezione nella provincia di Salerno„ (5). Luigi Fabrizi, appartenente alla storica famiglia modanese, era il più giovane dei suoi fratelli, Nicola, Paolo e Carlo. Aveva preso parte al movimento di Ciro Menotti il 3 febbraio 1831, aveva combattuto in Romagna, era dipoi andato in esilio prima a Marsiglia, poi in Corsica, a Corfù, a Malta, a Parigi qmndo già una commissione stataria lo aveva condannato a venti anni di galera per la rivolta modanese. Combattè nella difesa di Roma del 1848-49, poi nella guerra di Crimea come capitano della sezione anglo-italiana. La sera del 23 agosto giunsero in Salerno il Matina ed il Fabrizi che si diressero in casa del sig. Nicola Ferretti fido liberale del luogo. Tennero due riunioni: l’una in casa Rinaldi con il barone Bottiglieri, Stefano Passaro, Teodosio De Dominicis, Lucio Magnoni, Pagano di Pisciotta, Lorenzo Curzio ed altri. Dopo un discorso di Alario i componenti della riunione partirono per i rispettivi paesi per iniziare il movimento. Un’altra adunanza ebbe luogo in casa Ferretti sotto la presidenza del Fabrizi. Vi intervennero Vincenzo ed Eusebio Castagna, Giovanni Perrotta, Agostino Volpe, Claudio Guerdile di Buccino, Francesco Cristaino, i componenti del comitato provinciale Marciano, De Meo, De Pasquale e Giuseppe Spera. Venne stabilito che le colonne insurrezionali formate nei vari distretti dovessero convergere a Sala, ove si sarebbe proclamato il governo provvisorio.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno” (5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?). Mazziotti, a p. 124, nella nota (4-5) postillava che: “(4) Alfieri di Evandro, opera citata, appendice pag. 67 pubblica l’atto di nomina “ in nome del dittatore Garibaldi e del suo rappresentante Agostino Bertani„. (5) Pubblicata dall’Alfieri di Evandro, opuscolo citato pag. 77.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “IV. 11 giorno 25 partirono da Salerno, il Matina, il Fabrizi, Lorenzo Curcio, Francesco De Meo, Giovannni Guglielmi con altri giovani. Racconta il manoscritto citato che passarono attraverso le scolte bavaresi e gli avamposti, che arrivavano fino al Ponte Picentino detto Cagliano lungo la strada consolare. Giunsero in Eboli accolti con grandi feste da i fratelli Giudice e di là andarono a Postiglione, ove arrivarono la notte. La mattina del 26 erano in S. Angelo a Fasanella in casa di Lorenzo Curzio, con il quale si erano presi precedentemente accordi per iniziare l’insurrezione in quel Comune. Di fatti il giorno 27 abbatterono lo stemma borbonico, proclamarono la rivolta, e con una schiera di insorti andarono in chiesa a cantare un Te Deum. Tra i promotori della rivolta spiccava Matteo Macchiaroli, nipote del famoso deputato del 20 Rosario Macchiaroli, che seguì poi il movimento e combattè ai Ponti della Valle. Il Matina arringò il popolo. Nello stesso dì si allestivano numerose bande di insorti nei comuni di Sicignano, Postiglione e Galdo comandate da Francesco Cristaino e dal Marotta, e a Rescigno e ad Ottati si formò una colonna di circa seicento armati, la quale, al comando del Curzio, andò a Corleto e di là, sempre ingrossando di numero, mosse per S. Rufo e Diano con il proposito di occupare Sala Consilina, capoluogo del distretto, ove per precedenti intese dovevano congiungersi tutte le colonne insurrezionali (1).”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (1) postillava: “(1) Narrazione di Lorenzo Curzio nell’opuscolo dell’Alfieri pag. 17.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 41, in proposito scriveva: “Raggiunta tale intesa il 25 agosto il Curcio, il di Meo, il Matina e il Fabrizi partirono da Salerno per Eboli per discutere con alcuni amici del posto, e qui furono accolti entusiasticamente dai fratelli Del Giudice, i quali concordarono sui programmi. Così avvenne pure a Postiglione e a Sant’Angelo a Fasanella, dove furono ospitati in casa di Curcio e dove relazonarono che era tempo di agire concretamente. Infatti, il 27, proprio in questo paese, intuito il succo del coolloquio dei patrioti, avvenuto in casa Curcio, alcuni giovani abbatterono lo stemma del governo di casa Savoia. Indi unitisi con i rivoltosi, comandati da Matteo Macchiaroli, si recarono in chiesa a cantare il “Te Deum”.”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, in proposito scriveva che: E’ Sala Consilina, nel Vallo di Diano, l’obiettivo delle colonne rivoluzionarie. Quivi arriva il Matina il 30 di agosto. Impone al sottointendente Luigi Guerritore di rassegnare le dimissioni e trasferirgli i poteri. Insedia il Governo Prodittatoriale. Prodittatore è lui stesso, il Matina, comandante delle truppe insurrezionali Luigi Fabrizi, Segretario del Governo è Antonio Alfieri d’Evandro, venuto da Napoli con una compagnia di volontari.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 91, in proposito scriveva che: “E nominava, inoltre, come capo militare dell’insurrezione del Salernitano, il cittadino Luigi Fabrizi di Modena, che, sebbene malfermo di salute, accettò volentieri l’incarico (31).”. De Crescenzo, a p. 91, nella nota (31) postillava: “(31) Era fratello del generale Nicola (1805-1885) e del celebre medico “anima di patriota, sangue freddo e buon soldato” come lo definì uno storico. Aveva partecipato etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: Giovanni Matina era responsabile del resto della provincia insieme a Luigi Fabrizi capo militare (65).. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) Matteo Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (62) postillava che: “(62) Giuseppe Garibaldi a Michele Magnoni, Messina 2 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nella nota (65) postillava: “(65)  A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione nazionale del salernitano del 1860, Stamperia del Vaglio, Napoli, 1861.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 178 e ssg., in proposito scriveva che: “Pei militari il Colonnello Fabrizii non si peritò di accettare le provvisioni della disciplina e dell’amministrativa militare (t già stabilite dal comandante in capo della insurrezione lucana, Colonnello Camillo Boldoni; perché la rivoluzione (dicea) deve tendere ad uriifi « carsi; quindi una sola legge, un solo indirizzo, una sola (t formazione militare (a) ». Gl’ insorgenti (che si disse sommassero ad un cinque migliaia di uomini) egli divise in compagnie ; allogò 2500 militi sulle alture dello Scorza, irte e forti pendici dell’ Alburno; spiegandosi per la linea da Buccino a Postiglione con gli avamposti all’ osteria detta della Duchessa sulle prode del Sele, con la riserva alla Taverna dell’Olmo. Mani di 300 uomini quella dalla natura munitissima gola degli Appennini, che è la forra e il torrente di Campestrino; e, di concerto coi Lucani, i poggi di Caggiano, che guardassero la posizione alle spalle. Alla monumentale Certosa di S. Lorenzo alla Padula, che giace, non sai più se fortezza o città silente, al lembo o rientale del vallo Diauese, lasciò 1500 uomini in guardia dei regii che tornassero di Calabria; e il quartier generale fermò ad Auletta, sulla via per Potenza, e in mezzo alle posizioni dello Scorzo, di Caggiano e di Campestrino. « Queste forze (scriveva il comandante) permisero al General Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 1 Settembre, quantunque staccato dalle proprie forze in Calabria ». Ma già al 2 settembre l’avànguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era disbarcato alle piaggie,di Sapri, e venuti nel vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fieri di entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatorc Matina a governatore del Salernitano « con poteri illimitati », e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. Allora il Fabrizii dagl‘insorti salernitani trascelse 1500 volontarii; dei quali alle stanze di Nocera, lui comandante, ebbe messa insieme la brigata Salerno. Questa venne l’8 set tembre in provincia di Avellino e domarvi i primi tumulti popolareschi di Montemiletto, Monteverde e S. Angelo dei Lombardi; e di là fattaai in linea di battaglia sul Volturno, ebbe onorata parte il 1.0 Ottobre al fatto d’armi de’ Ponti della Valle; si avanzò a’29 del mese stesso ai travagliati posti di Sant’Angelo; sostenne uno scontro coll’inimico sotto agli spaldi di Capua; entrò in questa quando si arrese; fu sciolta l’8 novembre. Il Fabrizii, ferito in una di quelle fazioni, si rimase poi che fu sciolto l’ esercito de’ volontarii, in uno di quei depositi, onde poscia emerse l’esercito meridionale: ma di affranta e rotta salute ch’egli era non fu chiamato all’attisvita delle fatiche militari; e si morì nel 1865 di cinquantadue anni in Pisa.”.

LE COLONNE D’INSORTI CILENTANI E LA MARCIA FRA I PAESI, INGROSSARSI ED ARRIVARE A SALA CONSILINA

Nel 27 agosto 1860, BELLOSGUARDO insorge con la colonna capitanata da MACCHIAROLI

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “XIII. Su di una dorsale, dominante le fresche vallate del ‘Fasanella’ e del Calore di Lurino, è situata, tra gli ulivi e le vigne, Bellosguardo. All’intorno, l’occhio si posa su altri paesini pittoreschi, posti sui fianchi di colli lussereggianti, o accoccolati su crinali che digradano sui letti dei fiumi. Si scorgono, accanto ai nastri stradali – con le case neraste, i massicci campanili e i vetusti castelli – Ottati, Castelcivita, S. Angelo a Fasanella, Corleto Monforte, Roscigno, Castel S. Lorenzo, Felitto, Roccadaspide, Acquara; e cingono d’abraccio il paesaggio, l’Alburno virgiliano, le propaggini del ‘Cervati’ e una serie di colline sorgenti tra una vegetazione policroma. Bellosguardo conserva un portale ducentesco, istoriato dai classici leoni, ultimo avanzo di un convento abbandonato al logorio inesorabile del tempo, con dentro un polittico dai colori ancor vivi, di pregievolissima fattura. E il paese, che non manca di passaporto di nobiltà, ha dato i natali a valenti studiosi e giureconsulti, ed anche al patriota Matteo Macchiaroli – nipote di Rosario – che, per primo, incitò il popolo a sollevarsi contro il borbone, la sera del 27 agosto 1860, dopo che già la Lucania era balzata in armi contro il tiranno. In Bellosguardo, così – primo tra i primi paesi della provincia – prese vita la sollevazione contro il regime borbonico, al grido di Viva Garibaldi, viva l’unità d’Italia ! Vennero abbattute le insegne del Governo, ed al posto della bandiera coi gigli d’oro, si fece garrire il tricolore’, simbolo dell’unità della Patria. Dalle “cronache” del tempo e dagli atti del Comune, si apprende che nel pomeriggio del 27 agosto, Bellosguardo dichiarò decaduto il regime borbonico. E in quella stessa sera, una colonna di animosi, guidata dal MACCHIAROLI, – bandiera in testa – si portò a Sant’Angelo Fasanella, ove erano convenuti altri manipoli di patrioti, provenienti dalle vicine contrade, ove erano scoppiate rivolte antiborboniche.”. Dunque, Romagnano scriveva che il 27 agosto 1860, In Bellosguardo, così – primo tre i primi paesi della provincia – prese vita la sollevazione contro il regime borbonico…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 130, in proposito scriveva che: “XIII. Dalle “cronache” del tempo e dagli atti del Comune, si apprende che nel pomeriggio del 27 agosto, Bellosguardo dichiarò decaduto il regime borbonico. E in quella stessa sera, una colonna di animosi, guidata dal MACCHIAROLI, – bandiera in testa – si portò a Sant’Angelo Fasanella, ove erano convenuti altri manipoli di patrioti, provenienti dalle vicine contrade, ove erano scoppiate rivolte antiborboniche.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Inoltre a Bellosguardo, Ottati e Rescigno centinaia di volontari si erano messi a disposizione dello stesso Curcio, per cui al primo appello si unirono ai gruppi di San Rufo, di Diano e Corleto e tutti si riversarono entusiasticamente a Sala, dove erano attesi da Michele Matina.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “IV. 11 giorno 25 partirono da Salerno, il Matina, il Fabrizi, Lorenzo Curcio, Francesco De Meo, Giovannni Guglielmi con altri giovani. Racconta il manoscritto citato che passarono attraverso le scolte bavaresi e gli avamposti, che arrivavano fino al Ponte Picentino detto Cagliano lungo la strada consolare. Giunsero in Eboli accolti con grandi feste da i fratelli Giudice e di là andarono a Postiglione, ove arrivarono la notte. La mattina del 26 erano in S. Angelo a Fasanella in casa di Lorenzo Curzio, con il quale si erano presi precedentemente accordi per iniziare l’insurrezione in quel Comune. Di fatti il giorno 27 abbatterono lo stemma borbonico, proclamarono la rivolta, e con una schiera di insorti andarono in chiesa a cantare un Te Deum. Tra i promotori della rivolta spiccava Matteo Macchiaroli, nipote del famoso deputato del 20 Rosario Macchiaroli, che seguì poi il movimento e combattè ai Ponti della Valle. Il Matina arringò il popolo. Nello stesso dì si allestivano numerose bande di insorti nei comuni di Sicignano, Postiglione e Galdo comandate da Francesco Cristaino e dal Marotta, e a Rescigno e ad Ottati si formò una colonna di circa seicento armati, la quale, al comando del Curzio, andò a Corleto e di là, sempre ingrossando di numero, mosse per S. Rufo e Diano con il proposito di occupare Sala Consilina, capoluogo del distretto, ove per precedenti intese dovevano congiungersi tutte le colonne insurrezionali (1).”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (1) postillava: “(1) Narrazione di Lorenzo Curzio nell’opuscolo dell’Alfieri pag. 17.”. Dunque, Mazziotti scriveva che: Tra i promotori della rivolta spiccava Matteo Macchiaroli, nipote del famoso deputato del 20 Rosario Macchiaroli, che seguì poi il movimento e combattè ai Ponti della Valle.”. Dunque, Mazziotti, sulla scorta della Relazione del Curzio, citava MATTEO MACCHIAROLI che egli dice essere nipote del ROSARIO deputato del 1820. Di Macchiaroli possiamo ricordare STEFANO MACCHIAROLI (….), ha scritto le sue memorie nel libro a stampa “Diano e l’Omonima sua Valle – Ricerche storico-archeoogiche”, ed. Rondinella, Napoli, 1868. Tra i non pochi storici di Teggiano emerge il canonico teologo Stefano Macchiaroli (1824-1883) che nel 1868 pubblicò a Napoli una sua monografia dal titolo “Diano e l’omonima sua Valle”, opera che costituisce un classico di storia meridionale, di quella storia di pura erudizione che mirava ad esaltare i vari aspetti (geografico, storico, artistico, religioso, sociale, economico) delle città entrate da poco a far parte dell’Unità d’Italia). Il canonico Stefano, va detto che era un ecclesiastico di vecchio stampo, strenuo difensore della Chiesa e dei valori spirituali tradizionali. Ma proprio per questa sua identità egli si trovò in aperto conflitto con un altro illustre personaggio teggianese di quegli anni, che era il nobile Giovanni Matina, grande patriota del Risorgimento, che per i suoi meriti era stato nominato da Garibaldi – che nel 1860 coi suoi Mille aveva attraversato il Vallo diretto verso Napoli – governatore della provincia di Salerno. L’inevitabile scontro tra il Macchiaroli e il Matina ebbe momenti drammatici, al punto che alla fine il canonico decise di lasciare momentaneamente Teggiano e rifugiarsi a Napoli presso i suoi parenti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 128-129, in proposito scriveva: V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse il giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto ed a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al disotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis etc…”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Alfieri d ’Evandro — opera citata documenti.”. Dunque, pare che il moto insurrezionale nel Distretto di Campagna sia iniziato nel piccolo paesino di Bellosguardo. Ma Infante è di diverso avviso, il quale sostiene che sia nato prima a Sant’Angelo a Fasanella. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Al moto insurrezionale di Sant’Angelo a Fasanella fece subito seguito l’azione rivoluzionaria di altri comuni del salernitano vedi Galdo, Sicignano e Postiglione. In quest’ultimo comune animose schiere capeggiate da Francesco Cristaino e dall’abate Andrea Marotta si dichiararono pronte a combattere. Inoltre a Bellosguardo, Ottati e Rescigno centinaia di volontari si erano messi a disposizione dello stesso Curcio, per cui al primo appello si unirono ai gruppi di San Rufo, di Diano e Corleto e tutti si riversarono entusiasticamente a Sala, dove erano attesi da Michele Matina.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVI, in proposito scriveva che: “Capi dell’ insurrezzione il Comune di Sant’ Angelo a Fasanella per inaugurar il movimento e fatto sosta un giorno a Salerno quivi si recarono ed il 27 di agosto proclamarono là rivoluzione e la decadenza de’ Borboni tra l’entusiasmo della popolazione già pronta per le cure dell’egregio Curzio, elettrizzata dal caldo patriottismo del bravo giovane Matteo Macchiaroli che capitaneggiò il contingente del suo comune. Si cantò un Ted Deum s’istallò una giunta e fecesi rotta il 28 pel vallo di Diano dove le armi erano state già trasportate per cura dell’operoso Carrano, e che per la sua postura topografica erasi scelto a lungo di convegno generale degl’ insorti.”. Lorenzo CURZIO, nella sua Relazione Rapporto pubblicata in Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, in “Appendice”, “N.° 4 “, a pp. 71-72, dove si legge che: “…il Matina venuto in Napoli, malgrado l’opposizione di taluni ritenuti in buona fede per patrioti e caldi cospiratori, si decise , per accelerare l’insurrezione , chiamare il Curzio in Capitale. Gli scrisse parecchie lettere; ma per tutti i comuni di quella Vallata essendo state intercettate per opera di coloro che gli aveano formato opposizione, nessuna pervenne al suo destino. Gli spedi finalmente verso i 15 di Agosto un corriere, Curzio si recò in Napoli; s’indeltarono sulle misure a prendersi e sulla via a seguire, ed uniti si portarono a 26 del detto mese in Santangelo. Ivi nove sole persone la mattina del 27 proclamarono la rivoluzione, abbatterono lo stemma borbonico, proclamarono il Governo di Casa Savoja; diffusero proclami e recaronsi in Chiesa a cantarvi un Te Deum, col concorso degl’ insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo Comandati dal Cristaino Marotta ed altri, il Matina vi arringò il popolo con calde ed animose parole. Il 29, gl’insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo, riuniti agl’ insorgenti di Bellosguardo, di Roscigni, di Ottati quelli di Santangelo, a tutti presedendo il Matina nelle qualità di alto Commissario Politico Civile e Lorenzo Curzio comandando questa colonna partirono per Corleto; e di là ingrossati dai Corletani si recarono a San Rufo, e Diano, ove il valente Michele Matina tutto avea di già disposto. Il 30 si recarono a Sala; etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “IV. L’insurrezione avvenne negli stessi giorni in altri Comuni del distretto di Campagna per opera principalmente di Claudio Guerdile, di Pasquale Bosco, di Nicola Domini e dell’ abate Marotta. Formata una forte colonna percorse vari paesi del distretto dirigendosi poi verso Sala ove si dovea unire con 1’ altra colonna partita da Bellosguardo.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (2) postillava: “(2) Racconto del Guerdile nell’opera dello Alfieri pag. 75 — Manoscritto De Meo.”. Dunque, Mazziotti cita il “manoscritto De Meo” pubblicato dall’Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 75. De Meo descrive i movimenti delle diverse colonne di volontari che si portarono a Sala Consilina dove arrivarono il 30 agosto 1860. Antonio De Meo (….), nella sua Relazione Rapporto pubblicata in Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, in “Appendice”,……………….Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 128-129, in proposito scriveva: V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse il giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto ed a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al disotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis etc…”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Alfieri d ’Evandro — opera citata documenti.”.

Nel 28 e 29 agosto 1860, la colonna di CLAUDIO GUERDILE con i rivoltosi di POSTIGLIONE, OTTATI, RESCIGNO, SICIGNANO, CAMPAGNA, BUCCINO ecc…

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, etc…”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, in proposito scriveva che: “In sincronia, fra il 27 e il 29, insorge il Cilento, la zona di Sicignano, di Campagna, di Buccino, il Vallo di Diano. Solo il Vallo di Diano presenta tremila insorti. E’ Sala Consilina, nel Vallo di Diano, l’obiettivo delle colonne rivoluzionarie.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 81-82, in proposito scriveva che: Il nostro moto perciò non era destinato a fermarsi a S. Angelo, ma a propagarsi nell’intera provincia come la biblica colonna di fuoco. Già gli altri comuni, infatti, rispondevano generosamente all’appello: a Galdo, a Postiglione ed a Sicignano s’erano formate grosse bande armate al comando di Francesco Cristaino e dell’abate Andrea Marotta “ministro dell’altare e di libertà fervidissimo”, decisi a vincere o a morire. Ad Ottati, a Rescigno ed a Bellosguardo s’erano raccolti più di cinquecento uomini che, capitanati dall’intrepido Curzio, si aggregarono, come per aggiungere legna al fuoco, a piccoli gruppi di armati di Corleto, di San Rufo e di Diano – dove Michele Matina aveva già tutto predisposto – per recarsi a Sala.”. Dunque, la colonna del Guerdile partitasi da Buccino arrivò prima a Bellosguardo e poi a Sant’Angelo a Fasanella e si unì alle altre colonne. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 83, in proposito scriveva che: “V. Anche il Distretto di Campagna non aveva ritardato a levar la voce contro la tirannide. Una colonna ben compatta, formata di circa millecinquecento uomini, organizzata per l’oculata preparazione non solo del Marotta, di Michele Volpe, di Michele Solitro, di Giuseppe Landolfi e di Pasquale Bosco (18) di Buccino, di Nicola Domini di Castel S. Lorenzo, ma anche e soprattutto di Claudio Guedile (19) e di Agostino Volpe – dopo aver attraversato parcchi paesi del distretto, sempre con la speranza di trovare nuovi seguaci – prese anch’essa la direzione di Sala, perchè sapevano che ivi sarebbero convenuti altri ribelli provenienti – come ci racconta il Guedile stesso (20) – da Bellosguardo. Ebbero ad attivi coadiutori in ciò Reginaldo Abbamonte di Ottati, Michele Badetti, Francesco Caruso di Acquara, il capitano Cristaino di Sicignano, Giuseppe Elia di Roccadaspide, Domenico Diodati di Castelluccio, l’arciprete Giovanni de Augustinis, Aniello Ioca, Giovanni Giardini di Castelluccio, Carlo Salerno, il capitano Gabriele Passero di Castel S. Lorenzo, Carlo Sabatella di Felitto, e qualche altro.”. De Crescenzo, a p. 83, nella nota (18) postillava: “(18) Il Bosco nacque il 1° aprile del 1825 mentre il padre Giuseppe era arrestato etc…Il 4 settembre 1860 formulò e sottoscrisse la deliberazione di annessione incondizionata di Buccino al governo di Vittorio Emanuele, Morì il 17 gennaio 1896.”. De Crescenzo, a p. 83, nella nota (19) postillava: “(19) Era nato anche in Buccino il 28 gennaio 1826”. De Crescenzo, nel suo racconto su queste colonne di insorti cilentani cita “Claudio Guerdile” la cui Relazione Rapporto fu pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, in “Appendice”, “N.° 6 “, a pp. 75-76, dove si legge che: “Dal Comitato dell’ ordine e da quello dell ‘ Unità Nazionale , di cui fu scelto Commissario per la Provincia di Salerno il sig. Giovanni Matina, veniva con uffizii del 22 e 23 Agosto incaricato il sig. Claudio Guerdile a promuovere la insurreziore in Buccino e nelle circostanti contrade; e questa felicemente compiuta nel dì 26 27 e 28 detto mese per que’luoghi, ebbe un pieno sviluppo in tutta la provincia ne’ medesimi giorni per consimili incarichi ad altri affidati. Versatesi intanto da detti luoghi delle offerte patriottiche, e rilevato altro peculio dalle casse comunali, nonchè venuti in Buccino gl’ insurrezionali di alcuni municipii del distretto di Campagna, il Guerdile con i suoi congiuntosi con essi partì per alla volta del Vallo di Diano, ove ricevette il comando dell’intiera colonna del Distretto di Campagna giusta l’uffizio del 31 Agosto venuto dal comando in capo.”. Nel 1° Settembre poi arrivati in Sicignano ove la sua colonna era piazzata d’avamposto, con verbale in detta data fu consegnato il danaro raccolto come sopra al cittadino designato sig. Giovanni Berrolta, qual quartiermastro . In detto frattempo fu da lui proclamato il Governo Provvisorio in Galdo, Sicignano ed in tutti gli altri municipii di quel dintorno; e poichè proseguendosi la guardia degli avamposti fu recata nuova che il Borbone avea prese delle misure per trafugare la razza equina di Persano, ad impedirlo fu tentato un colpo sotto la sua direzione per metterla in salvo e vi si riuscì . Così stante le cose ed avvanzatosi Garibaldi, al Guerdile fu fatt’ordine di occupare gli avamposti di Eboli come pratico ; e quando il prelodato Generale fu in Salerno, la sua colonna lo segui; come appena quegli si recava in Napoli, questa dove passare a Nocera. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “XIII. All’intorno, l’occhio si posa su altri paesini pittoreschi, posti sui fianchi di colli lussereggianti, o accoccolati su crinali che digradano sui letti dei fiumi. Si scorgono, accanto ai nastri stradali – con le case neraste, i massicci campanili e i vetusti castelli – Ottati, Castelcivita, S. Angelo a Fasanella, Corleto Monforte, Roscigno, Castel S. Lorenzo, Felitto, Roccadaspide, Acquara; e cingono d’abraccio il paesaggio, l’Alburno virgiliano, le propaggini del ‘Cervati’ e una serie di colline sorgenti tra una vegetazione policroma.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Inoltre a Bellosguardo, Ottati e Rescigno centinaia di volontari si erano messi a disposizione dello stesso Curcio, per cui al primo appello si unirono ai gruppi di San Rufo, di Diano e Corleto e tutti si riversarono entusiasticamente a Sala, dove erano attesi da Michele Matina.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “IV. L’insurrezione avvenne negli stessi giorni in altri Comuni del distretto di Campagna per opera principalmente di Claudio Guerdile, di Pasquale Bosco, di Nicola Domini e dell’ abate Marotta. Formata una forte colonna percorse vari paesi del distretto dirigendosi poi verso Sala ove si dovea unire con 1’ altra colonna partita da Bellosguardo.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (2) postillava: “(2) Racconto del Guerdile nell’opera dello Alfieri pag. 75 — Manoscritto De Meo.”. Dunque, Mazziotti cita il “manoscritto De Meo” pubblicato dall’Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 75. De Meo descrive i movimenti delle diverse colonne di volontari che si portarono a Sala Consilina dove arrivarono il 30 agosto 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 125-126, riferendosi al giorno 27 agosto 1860, in proposito scriveva che: “IV….Nello stesso dì si allestivano numerose bande di insorti nei comuni di Sicignano, Postiglione e Galdo comandate da Francesco Cristaino e dal Marotta, e a Rescigno e ad Ottati si formò una colonna di circa seicento armati, la quale, al comando del Curzio, andò a Corleto e di là, sempre ingrossando di numero, mosse per S. Rufo e Diano con il proposito di occupare Sala Consilina, capoluogo del distretto, ove per precedenti intese dovevano congiungersi tutte le colonne insurrezionali (1).”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (1) postillava: “(1) Narrazione di Lorenzo Curzio nell’opuscolo dell’Alfieri pag. 17.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Al moto insurrezionale di Sant’Angelo a Fasanella fece subito seguito l’azione rivoluzionaria di altri comuni del salernitano vedi Galdo, Sicignano e Postiglione. In quest’ultimo comune animose schiere capeggiate da Francesco Cristaino e dall’abate Andrea Marotta si dichiararono pronte a combattere. Inoltre a Bellosguardo, Ottati e Rescigno centinaia di volontari si erano messi a disposizione dello stesso Curcio, per cui al primo appello si unirono ai gruppi di San Rufo, di Diano e Corleto e tutti si riversarono entusiasticamente a Sala, dove erano attesi da Michele Matina.”. Su questa colonna, Lorenzo CURZIO, nella sua Relazione Rapporto pubblicata in Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, in “Appendice”, “N.° 4 “, a pp. 71-72, dove, riferendosi a“…..si portarono a 26 del detto mese in Santangelo. Ivi nove sole persone la mattina del 27 proclamarono la rivoluzione, abbatterono lo stemma borbonico, proclamarono il Governo di Casa Savoja; diffusero proclami e recaronsi in Chiesa a cantarvi un Te Deum, etc…”. A Sant’Angelo a Fasanella, il Curzio continuando il suo racconto scriveva pure che la colonna degli insorti del Curzio agì: “col concorso degl’ insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo Comandati dal Cristaino Marotta ed altri, il Matina vi arringò il popolo con calde ed animose parole. Il 29, gl’insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo, riuniti agl’ insorgenti di Bellosguardo, di Roscigni, di Ottati quelli di Santangelo, a tutti presedendo il Matina nelle qualità di alto Commissario Politico Civile e Lorenzo Curzio comandando questa colonna partirono per Corleto; e di là ingrossati dai Corletani si recarono a San Rufo, e Diano, ove il valente Michele Matina tutto avea di già disposto. Il 30 si recarono a Sala; etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: A questo punto per rigore storico, dobbiamo dire che se tutto questo fervore rivoluzionario poté attuarsi, lo dobbiamo anche alle solerte opera di patriotti come Reginaldo Abbamonte di Ottati, di Michele Cristaino di Sicignano, Giuseppe d’Elia di Roccadaspide, di Domenico Diodati di Castelluccio, di don Giovanni de Augustinis, di Aniello Ioca, Giovanni Giardini di Castelluccio, Carlo Salerno, del capitano Gabriele Passaro di Castel San Lorenzo e di Carlo Sabatelli di Felitto.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Al moto insurrezionale di Sant’Angelo a Fasanella fece subito seguito l’azione rivoluzionaria di altri comuni del salernitano vedi Galdo, Sicignano e Postiglione. In quest’ultimo comune animose schiere capeggiate da Francesco Cristaino e dall’abate Andrea Marotta si dichiararono pronte a combattere. Inoltre a Bellosguardo, Ottati e Rescigno centinaia di volontari si erano messi a disposizione dello stesso Curcio, per cui al primo appello si unirono ai gruppi di San Rufo, di Diano e Corleto e tutti si riversarono entusiasticamente a Sala, dove erano attesi da Michele Matina.”. Dunque, Infante è uno di quegli storici che pone il piccolo paese di Sant’Angelo a Fasanello prima di Bellosguardo. A differenza di Romagnano che scrisse l’opposto.

Nel 26 e 27 agosto 1860, LORENZO CURZIO e GIOVANNI MATINA e LUIGI FABRIZI, a SANT’ANGELO A FASANELLA 

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 130, in proposito scriveva che: “XIII. Dalle “cronache” del tempo e dagli atti del Comune, si apprende che nel pomeriggio del 27 agosto, Bellosguardo dichiarò decaduto il regime borbonico. E in quella stessa sera, una colonna di animosi, guidata dal MACCHIAROLI, – bandiera in testa – si portò a Sant’Angelo Fasanella, ove erano convenuti altri manipoli di patrioti, provenienti dalle vicine contrade, ove erano scoppiate rivolte antiborboniche.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “In Sant’Angelo, – ove Lorenzo Curcio era conosciuto come attivo cospiratore – vi fu grande manifestazione di popolo esultante; ivi si formarono i manipoli di combattenti, che dovevano raggiungere il “Vallo di Diano”, prescelto quale luogo di convergenza di quegli armati che, volontariamente si erano posti al servizio di Garibaldi, per difendere la grande causa dell’unità d’Italia. Ed in Sant’Angelo, il clero spalancò la porta della chiesa, ed alla presenza del popolo e degli armati, s’intonò il “Te Deum” di ringraziamento, e si cantò a gran voce l’Inno di Sant’Ambrogio!”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVI, in proposito scriveva che: “Capi dell’ insurrezzione il Comune di Sant’ Angelo a Fasanella per inaugurar il movimento e fatto sosta un giorno a Salerno quivi si recarono ed il 27 di agosto proclamarono là rivoluzione e la decadenza de’ Borboni tra l’entusiasmo della popolazione già pronta per le cure dell’egregio Curzio, elettrizzata dal caldo patriottismo del bravo giovane Matteo Macchiaroli che capitaneggiò il contingente del suo comune. Si cantò un Ted Deum s’istallò una giunta e fecesi rotta il 28 pel vallo di Diano dove le armi erano state già trasportate per cura dell’operoso Carrano, e che per la sua postura topografica erasi scelto a lungo di convegno generale degl’ insorti.”. Lorenzo CURZIO, nella sua Relazione Rapporto pubblicata in Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, in “Appendice”, “N.° 4 “, a pp. 71-72, dove si legge che: “…il Matina venuto in Napoli, malgrado l’opposizione di taluni ritenuti in buona fede per patrioti e caldi cospiratori, si decise , per accelerare l’insurrezione , chiamare il Curzio in Capitale. Gli scrisse parecchie lettere; ma per tutti i comuni di quella Vallata essendo state intercettate per opera di coloro che gli aveano formato opposizione, nessuna pervenne al suo destino. Gli spedi finalmente verso i 15 di Agosto un corriere, Curzio si recò in Napoli; s’indeltarono sulle misure a prendersi e sulla via a seguire, ed uniti si portarono a 26 del detto mese in Santangelo. Ivi nove sole persone la mattina del 27 proclamarono la rivoluzione, abbatterono lo stemma borbonico, proclamarono il Governo di Casa Savoja; diffusero proclami e recaronsi in Chiesa a cantarvi un Te Deum, col concorso degl’ insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo Comandati dal Cristaino Marotta ed altri, il Matina vi arringò il popolo con calde ed animose parole. Il 29, gl’insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo, riuniti agl’ insorgenti di Bellosguardo, di Roscigni, di Ottati quelli di Santangelo, a tutti presedendo il Matina nelle qualità di alto Commissario Politico Civile e Lorenzo Curzio comandando questa colonna partirono per Corleto; e di là ingrossati dai Corletani si recarono a San Rufo, e Diano, ove il valente Michele Matina tutto avea di già disposto. Il 30 si recarono a Sala; là stabilivasi governo provvisorio, e si dettero a tutti i comuni le opportune disposizioni; e là (provenenti da Diano) convennero Galloppi da Polla, Caruso da Auletta, Costa da Santarsenio, De Benedictis da San Giacomo, Pessolano da Atena, Santelmo da Padula ed altri molti da altri paesi, i quali sarebbe lungo enumerare. Il 31 la sera la colonna intera capitanata da Curzio marciò sovra Polla, e si riunì con Diodati e Capozzoli venutivi di Castelluccia ed Aquara. Nel 3 una frazione della colonna comandata da Curzio e formata de’ volontari di Postiglione, Controne, Sicignano, Galdo, Castelluccio, Roscigno, Atena etc. si portò in Castelluccio, e Guerdile e di là ne’giorni appresso allo Scorzo: il rimanente comandato dal Curzio medesimo, e composto degl’ insurrezionali di Castelluccio, Aquara, Ottati, Santangelo Bellosguardo, Corleto, San Rufo, Diano, Padula, e San Pietro fu mandata a Buccino sul declivio delle cui colline stette scaglionato ne’ giorni 4. e 5. Nel giorno 6 si partì per Contursi ed Eboli etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “IV. 11 giorno 25 partirono da Salerno, il Matina, il Fabrizi, Lorenzo Curcio, Francesco De Meo, Giovannni Guglielmi con altri giovani. Racconta il manoscritto citato che passarono attraverso le scolte bavaresi e gli avamposti, che arrivavano fino al Ponte Picentino detto Cagliano lungo la strada consolare. Giunsero in Eboli accolti con grandi feste da i fratelli Giudice e di là andarono a Postiglione, ove arrivarono la notte. La mattina del 26 erano in S. Angelo a Fasanella in casa di Lorenzo Curzio, con il quale si erano presi precedentemente accordi per iniziare l’insurrezione in quel Comune. Di fatti il giorno 27 abbatterono lo stemma borbonico, proclamarono la rivolta, e con una schiera di insorti andarono in chiesa a cantare un Te Deum. Tra i promotori della rivolta spiccava Matteo Macchiaroli, nipote del famoso deputato del 20 Rosario Macchiaroli, che seguì poi il movimento e combattè ai Ponti della Valle. Il Matina arringò il popolo. Nello stesso dì si allestivano numerose bande di insorti nei comuni di Sicignano, Postiglione e Galdo comandate da Francesco Cristaino e dal Marotta, e a Rescigno e ad Ottati si formò una colonna di circa seicento armati, la quale, al comando del Curzio, andò a Corleto e di là, sempre ingrossando di numero, mosse per S. Rufo e Diano con il proposito di occupare Sala Consilina, capoluogo del distretto, ove per precedenti intese dovevano congiungersi tutte le colonne insurrezionali (1).”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (1) postillava: “(1) Narrazione di Lorenzo Curzio nell’opuscolo dell’Alfieri pag. 17.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 41, in proposito scriveva: “Raggiunta tale intesa il 25 agosto il Curcio, il di Meo, il Matina e il Fabrizi partirono da Salerno per Eboli per discutere con alcuni amici del posto, e qui furono accolti entusiasticamente dai fratelli Del Giudice, i quali concordarono sui programmi. Così avvenne pure a Postiglione e a Sant’Angelo a Fasanella, dove furono ospitati in casa di Curcio e dove relazionarono che era tempo di agire concretamente. Infatti, il 27, proprio in questo paese, intuito il succo del coolloquio dei patrioti, avvenuto in casa Curcio, alcuni giovani abbatterono lo stemma del governo di casa Savoia. Indi unitisi con i rivoltosi, comandati da Matteo Macchiaroli, si recarono in chiesa a cantare il “Te Deum”.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Al moto insurrezionale di Sant’Angelo a Fasanella fece subito seguito l’azione rivoluzionaria di altri comuni del salernitano vedi Galdo, Sicignano e Postiglione. In quest’ultimo comune animose schiere capeggiate da Francesco Cristaino e dall’abate Andrea Marotta si dichiararono pronte a combattere. Inoltre a Bellosguardo, Ottati e Rescigno centinaia di volontari si erano messi a disposizione dello stesso Curcio, per cui al primo appello si unirono ai gruppi di San Rufo, di Diano e Corleto e tutti si riversarono entusiasticamente a Sala, dove erano attesi da Michele Matina.”. Dunque, Infante è uno di quegli storici che pone il piccolo paese di Sant’Angelo a Fasanello prima di Bellosguardo. A differenza di Romagnano che scrisse l’opposto. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Dalle “crionache” del tempo e dagli atti del Comune, si apprende che nel pomeriggio del 27 agosto, ‘Bellosguardo’ dichiarò decaduto il regime borbonico. E in quella stessa sera, una colonna di animosi, guidata dal Macchiaroli, – bandiera in testa – si portò a Sant’Angelo a Fasanella, ove erano convenuti altri manipoli di patrioti, provenienti dalle vicine contrade, ove erano scoppiate rivolte antiborboniche. In Sant’Angelo, – ove Lorenzo Curcio era conosciuto come attivo cospiratore – vi fu grande manifestazione di popolo esultante; ivi si formarono i manipoli di combattenti, che dovranno raggiungere il Vallo di Diano, prescelto quale luogo di convergenza di questi armati etc…”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 Giovanni Matina, Lorenzo Curzio e altri audaci, nel comune di S. Angelo a Fasanella, proclamano decaduto il Governo Borbonico e instaurato quello di Casa Savoia, abbattuto lo stemma dei Borboni, si recano in chiesa a cantare il Te Deum, poi il Matina arringa “il popolo con calde e animose parole”. In sincronia, fra il 27 e il 29, insorge il Cilento, la zona di Sicignano, di Campagna, di Buccino, il Vallo di Diano. Solo il Vallo di Diano presenta tremila insorti. E’ Sala Consilina, nel Vallo di Diano, l’obiettivo delle colonne rivoluzionarie. Quivi arriva il Matina il 30 di agosto. Impone al sottointendente Luigi Guerritore di rassegnare le dimissioni e trasferirgli i poteri. Insedia il Governo Prodittatoriale. Prodittatore è lui stesso, il Matina, comandante delle truppe insurrezionali Luigi Fabrizi, Segretario del Governo è Antonio Alfieri d’Evandro, venuto da Napoli con una compagnia di volontari.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 81-82, in proposito scriveva che: “In tale intesa e con diversi volontari, ai quali apparteneva anche Giovanni Guglielmi, il 25 agosto lasciarono Salerno il Fabrizi il Matina il Curzio ed il De Meo. La presidenza del comitato salernitano fu lasciata alla De Pace, la quale seppe dirigere con ammirevole competenza tutto il movimento, finchè la sera del 6 settembre non giunse Garibaldi coi suoi. Ad Eboli, dove fecero una breve sosta, ebbero entusiastiche accoglienze dai fratelli Giudice. Pernottati poi a Postiglione, arrivarono il 26 a S. Angelo a Fasanella, dove trovarono benevola ospitalità in casa di Lorenzo Curzio. IV. Proprio in questo paese può dirsi si iniziasse la rivolta contro il dispotismo lungamente odiato, che sarebbe finita con la dispersione di migliaia di soldati borbonici. La mattina del giorno seguente all’arrivo dei citati patrioti, nove persone furono viste abbattere lo stemma dei Borboni, inalberare il vessillo tricolore, proclamare il governo di Casa Savoia e diffondere proclami; poi, unitisi agli altri rivoltosi, con a capo Matteo Macchiaroli, nipote di Rosario (16), si recarono in chiesa per cantarvi il Te Deum, mentre il Matina, radunato il popolo in piazza, pronunziava calde parole. Non è da meravigliarsi se il numero dei primi rivoltosi fosse così esiguo, giacchè – come la storia quasi sempre c’insegna – pochi sono i prodi che danno inizio etc… Il nostro moto perciò non era destinato a fermarsi a S. Angelo, ma a propagarsi nell’intera provincia come la biblica colonna di fuoco. Già gli altri comuni, infatti, rispondevano generosamente all’appello: a Galdo, a Postiglione ed a Sicignano s’erano formate grosse bande armate al comando di Francesco Cristaino e dell’abate Andrea Marotta “ministro dell’altare e di libertà fervidissimo”, decisi a vincere o a morire. Ad Ottati, a Rescigno ed a Bellosguardo s’erano raccolti più di cinquecento uomini che, capitanati dall’intrepido Curzio, si aggregarono, come per aggiungere legna al fuoco, a piccoli gruppi di armati di Corleto, di San Rufo e di Diano – dove Michele Matina aveva già tutto predisposto – per recarsi a Sala.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 81-82, in proposito scriveva che: Il nostro moto perciò non era destinato a fermarsi a S. Angelo, ma a propagarsi nell’intera provincia come la biblica colonna di fuoco. Già gli altri comuni, infatti, rispondevano generosamente all’appello: a Galdo, a Postiglione ed a Sicignano s’erano formate grosse bande armate al comando di Francesco Cristaino e dell’abate Andrea Marotta “ministro dell’altare e di libertà fervidissimo”, decisi a vincere o a morire. Ad Ottati, a Rescigno ed a Bellosguardo s’erano raccolti più di cinquecento uomini che, capitanati dall’intrepido Curzio, si aggregarono, come per aggiungere legna al fuoco, a piccoli gruppi di armati di Corleto, di San Rufo e di Diano – dove Michele Matina aveva già tutto predisposto – per recarsi a Sala. E difatti vi giunsero il 20 agosto, vi stabilirono un governo provvisorio e dettero a tutti i comuni disposizioni opportune per garantire la sicurezza pubblica. E lì, provenienti da Diano, convennero Galloppo coi valorosi di Polla, Caruso con gli armati di Auletta, Costa coi generosi di Sant’Arsenio, De Benedictis con gl’insorti di San Giacomo, Pessolani con le altre squadre di Atena, Santelmo e Padula coi volontari di Padula (17), ed ancora altri da altri paesi.”. De Crescenzo, a p. 83, nella nota (17) postillava: “(17) Il Pessolani ed il Padula erano stati inviati nella loro provincia, perchè agevolassero la diffusione del movimento.”.

Nell’agosto 1860, il VALLO di DIANO

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVI, in proposito scriveva che: “Capi dell’ insurrezzione il Comune di Sant’ Angelo a Fasanella per inaugurar il movimento e fatto sosta un giorno a Salerno quivi si recarono ed il 27 di agosto proclamarono là rivoluzione e la decadenza de’ Borboni tra l’entusiasmo della popolazione già pronta per le cure dell’egregio Curzio, elettrizzata dal caldo patriottismo del bravo giovane Matteo Macchiaroli che capitaneggiò il contingente del suo comune. Si cantò un Ted Deum s’istallò una giunta e fecesi rotta il 28 pel vallo di Diano dove le armi erano state già trasportate per cura dell’operoso Carrano, e che per la sua postura topografica erasi scelto a lungo di convegno generale degl’ insorti. Il Vallo è un largo e lungo bacino tutto circondato dai monti che lo rendono inaccessibile e difendibilissimo, con due varchi l’ uno a Campestrino ove la strada per un ponte gittato su due burroni sale sui monti e che quindi bastano poche compagnie di uomini a difendere dall’alto delle rocce aventi a ridosso la magnifica posizione dello Scorzo ove può accampare un armata, e dall’opposto lato della valle i posti del Fortino che corrono tra monti e soli vi danno accesso, ove del pari bastano de’ posti asserragliati per battere un armata che vi si voglia aprire il varco: il passo di Compestrino guarda a Salerno e quello del Fortino alle Calabrie, la valle è fertile abitata da popolazioni rischiose e sparsa di grosse città e di popolose borgate. Come ognun vede adunque la posizione non poteva esser meglio scelta.”. Dunque, in questo passaggio, il d’Evandro spiegando l’importanza della scelta del Vallo di Diano come luogo di convegno di tutte le forze insurrezionali ci dice pure la notizia che: “…il 28 pel vallo di Diano dove le armi erano state già trasportate per cura dell’operoso Carrano”. D’Evandro scrive che nel Vallo di Diano, a fine agosto 1860 già si avevano a disposizione molte armi “trasportate dall’operoso Carrano”. Chi era il CARRANO ?. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, riferendosi al Fabrizi, in proposito scriveva che: In una relazione del Fabrizi troviamo messo in luce il significato dell’occupazione in forze del Vallo di Diano. Quella Valle interamente chiusa tra monti era sulla via delle Calabrie e poteva offrire possibilità di eccellente difesa contro le truppe che i Borboni avevano disseminato fra Eboli e Salerno e che potevano, con nuovi rinforzi, schierarsi in numero di 50.000, al fine di tagliare la via verso Napoli al generale Garibaldi. Inoltre, nelle Calabrie vagavano ancora reparti borbonici di migliaia di uomini. Il Fabrizi, che riunì ai suoi ordini, durante tutto il corso delle operazioni, dieci-undicimila uomini, presidiò il Vallo a sud, sulla linea da Casalbuono-Fortino, in zona accidentata appoggiata a pendici montane, per resistere agli eventuali attacchi provenienti dalle Calabrie, e a questo proposito stanziò 1500 uomini di riserva alla Certosa di Padula, in linea arretrata, nel cuore del Vallo. Verso Nord dispose 300 uomini sull’aspra fiancata di Campestrino e schierò allo Scorzo 2500 uomini, stendendoli da Postiglione a Buccino. Stabilì il coando ad Auletta.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: “Si preparava nuovamente ad insorgere il vecchio triangolo rivoluzionario, dalla Calabria alla Basilicata, dal Cilento al Vallo di Diano. I liberali cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti, era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè rappresentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento cominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina etc…”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava che: “(216) C. Pinto, La “Nazione armata”, in Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, pag. 118.”.

Nel 29 agosto 1860, da Sant’Angelo a Fasanella, la marcia delle colonne di CURZIO ed altri che arrivarono a CORLETO MONFORTE, S. RUFO e a TEGGIANO  

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVI, in proposito scriveva che: “…Si cantò un Ted Deum s’istallò una giunta e fecesi rotta il 28 pel vallo di Diano dove le armi erano state già trasportate per cura dell’operoso Carrano, e che per la sua postura topografica erasi scelto a lungo di convegno generale degl’ insorti.”. Lorenzo CURZIO, nella sua Relazione Rapporto pubblicata in Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, in “Appendice”, “N.° 4 “, a pp. 71-72, dove si legge che: Il 29, gl’insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo, riuniti agl’ insorgenti di Bellosguardo, di Roscigni, di Ottati quelli di Santangelo, a tutti presedendo il Matina nelle qualità di alto Commissario Politico Civile e Lorenzo Curzio comandando questa colonna partirono per Corleto; e di là ingrossati dai Corletani si recarono a San Rufo, e Diano, ove il valente Michele Matina tutto avea di già disposto. Il 30 si recarono a Sala; là stabilivasi governo provvisorio, e si dettero a tutti i comuni le opportune disposizioni; e là (provenenti da Diano) convennero Galloppi da Polla, Caruso da Auletta, Costa da Santarsenio, De Benedictis da San Giacomo, Pessolano da Atena, Santelmo da Padula ed altri molti da altri paesi, i quali sarebbe lungo enumerare. Il 31 la sera la colonna intera capitanata da Curzio marciò sovra Polla, e si riunì con Diodati e Capozzoli venutivi di Castelluccia ed Aquara. Nel 3 una frazione della colonna comandata da Curzio e formata de’ volontari di Postiglione, Controne, Sicignano, Galdo, Castelluccio, Roscigno, Atena etc. si portò in Castelluccio , e Guerdile e di là ne’giorni appresso allo Scorzo: il rimanente comandato dal Curzio medesimo, e composto degl’ insurrezionali di Castelluccio, Aquara, Ottati, Santangelo Bellosguardo , Corleto , San Rufo, Diano, Padula, e San Pietro fu mandata a Buccino sul declivio delle cui colline stette scaglionato ne’ giorni 4. e 5. Nel giorno 6 si parti per Contursi ed Eboli etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “IV….Il Matina arringò il popolo. Nello stesso dì si allestivano numerose bande di insorti nei comuni di Sicignano, Postiglione e Galdo comandate da Francesco Cristaino e dal Marotta, e a Rescigno e ad Ottati si formò una colonna di circa seicento armati, la quale, al comando del Curzio, andò a Corleto e di là, sempre ingrossando di numero, mosse per S. Rufo e Diano con il proposito di occupare Sala Consilina, capoluogo del distretto, ove per precedenti intese dovevano congiungersi tutte le colonne insurrezionali (1).”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (1) postillava: “(1) Narrazione di Lorenzo Curzio nell’opuscolo dell’Alfieri pag. 17.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Al moto insurrezionale di Sant’Angelo a Fasanella fece subito seguito l’azione rivoluzionaria di altri comuni del salernitano vedi Galdo, Sicignano e Postiglione. In quest’ultimo comune animose schiere capeggiate da Francesco Cristaino e dall’abate Andrea Marotta si dichiararono pronte a combattere. Inoltre a Bellosguardo, Ottati e Rescigno centinaia di volontari si erano messi a disposizione dello stesso Curcio, per cui al primo appello si unirono ai gruppi di San Rufo, di Diano e Corleto e tutti si riversarono entusiasticamente a Sala, dove erano attesi da Michele Matina.”. Dunque, Infante è uno di quegli storici che pone il piccolo paese di Sant’Angelo a Fasanello prima di Bellosguardo. A differenza di Romagnano che scrisse l’opposto. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: In Sant’Angelo, – ove Lorenzo Curcio era conosciuto come attivo cospiratore – vi fu grande manifestazione di popolo esultante; ivi si formarono i manipoli di combattenti, che dovranno raggiungere il Vallo di Diano, prescelto quale luogo di convergenza di questi armati etc…”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, in proposito scriveva che: “In sincronia, fra il 27 e il 29, insorge il Cilento, la zona di Sicignano, di Campagna, di Buccino, il Vallo di Diano. Solo il Vallo di Diano presenta tremila insorti. E’ Sala Consilina, nel Vallo di Diano, l’obiettivo delle colonne rivoluzionarie.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 81-82, in proposito scriveva che: Non è da meravigliarsi se il numero dei primi rivoltosi fosse così esiguo, giacchè – come la storia quasi sempre c’insegna – pochi sono i prodi che danno inizio etc… Il nostro moto perciò non era destinato a fermarsi a S. Angelo, ma a propagarsi nell’intera provincia come la biblica colonna di fuoco. Già gli altri comuni, infatti, rispondevano generosamente all’appello: a Galdo, a Postiglione ed a Sicignano s’erano formate grosse bande armate al comando di Francesco Cristaino e dell’abate Andrea Marotta “ministro dell’altare e di libertà fervidissimo”, decisi a vincere o a morire. Ad Ottati, a Rescigno ed a Bellosguardo s’erano raccolti più di cinquecento uomini che, capitanati dall’intrepido Curzio, si aggregarono, come per aggiungere legna al fuoco, a piccoli gruppi di armati di Corleto, di San Rufo e di Diano – dove Michele Matina aveva già tutto predisposto – per recarsi a Sala.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 131, in proposito scriveva che: “La mattina del 28 – e l’Alburno s’incendiava sotto i primi raggi del sole – la colonna degli armati si mise in marcia al canto dell’Inno di Garibaldi, le cui note solenni erano già conosciute e s’inntonavano prudentemente qua e là, a finestre chiuse, nelle case degli attendibili e durante le cospirazioni. Buona parte di quei giovani portava al collo il fazzoletto rosso: simbolo dell’amore garibaldino per una Italia forte e unita. Durante la notte, nessuno aveva chiuso occhio, desideroso di andare incontro a Garibaldi che, vittorioso nelle Calabrie, era in marcia verso il salernitano.”. Romagnano, a p. 133, aggiungeva: “Il 28 agosto si era sollevata anche Eboli, ed anche quei patrioti, come tutti gli altri, si diressero alla volta del “Vallo di Diano”, la terra di Giuseppe Matina, ove tutti i reparti in armi si dovevano adunare.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 81-82, in proposito scriveva che: Il nostro moto perciò non era destinato a fermarsi a S. Angelo, ma a propagarsi nell’intera provincia come la biblica colonna di fuoco. Già gli altri comuni, infatti, rispondevano generosamente all’appello: a Galdo, a Postiglione ed a Sicignano s’erano formate grosse bande armate al comando di Francesco Cristaino e dell’abate Andrea Marotta “ministro dell’altare e di libertà fervidissimo”, decisi a vincere o a morire. Ad Ottati, a Rescigno ed a Bellosguardo s’erano raccolti più di cinquecento uomini che, capitanati dall’intrepido Curzio, si aggregarono, come per aggiungere legna al fuoco, a piccoli gruppi di armati di Corleto, di San Rufo e di Diano – dove Michele Matina aveva già tutto predisposto – per recarsi a Sala. E difatti vi giunsero il 20 agosto, vi stabilirono un governo provvisorio e dettero a tutti i comuni disposizioni opportune per garantire la sicurezza pubblica. E lì, provenienti da Diano, convennero Galloppo coi valorosi di Polla, Caruso con gli armati di Auletta, Costa coi generosi di Sant’Arsenio, De Benedictis con gl’insorti di San Giacomo, Pessolani con le altre squadre di Atena, Santelmo e Padula coi volontari di Padula (17), ed ancora altri da altri paesi.”. De Crescenzo, a p. 83, nella nota (17) postillava: “(17) Il Pessolani ed il Padula erano stati inviati nella loro provincia, perchè agevolassero la diffusione del movimento.”. Lorenzo CURZIO, nella sua Relazione Rapporto pubblicata in Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, in “Appendice”, “N.° 4 “, a pp. 71-72, dove si legge che: “….si portarono a 26 del detto mese in Santangelo. Ivi nove sole persone la mattina del 27 proclamarono la rivoluzione, abbatterono lo stemma borbonico, proclamarono il Governo di Casa Savoja; diffusero proclami e recaronsi in Chiesa a cantarvi un Te Deum, col concorso degl’ insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo Comandati dal Cristaino Marotta ed altri, il Matina vi arringò il popolo con calde ed animose parole. Il 29, gl’insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo, riuniti agl’ insorgenti di Bellosguardo, di Roscigni, di Ottati quelli di Santangelo, a tutti presedendo il Matina nelle qualità di alto Commissario Politico Civile e Lorenzo Curzio comandando questa colonna partirono per Corleto; e di là ingrossati dai Corletani si recarono a San Rufo, e Diano, ove il valente Michele Matina tutto avea di già disposto. Il 30 si recarono a Sala; là stabilivasi governo provvisorio, e si dettero a tutti i comuni le opportune disposizioni; e là (provenenti da Diano) convennero Galloppi da Polla, Caruso da Auletta, Costa da Santarsenio, De Benedictis da San Giacomo, Pessolano da Atena, Santelmo da Padula ed altri molti da altri paesi, i quali sarebbe lungo enumerare. Il 31 la sera la colonna intera capitanata da Curzio marciò sovra Polla, e si riunì con Diodati e Capozzoli venutivi di Castelluccia ed Aquara.”.

Nel 30 agosto 1860, la marcia delle colonne di insorti cilentani del MATINA, del CURZIO e del GUERRILE che si recano nel VALLO DI DIANO e a Sala Consilina

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVI, in proposito scriveva che: “Capi dell’ insurrezzione il Comune di Sant’ Angelo a Fasanella per inaugurar il movimento e fatto sosta un giorno a Salerno quivi si recarono ed il 27 di agosto proclamarono là rivoluzione e la decadenza de’ Borboni tra l’entusiasmo della popolazione già pronta per le cure dell’egregio Curzio, elettrizzata dal caldo patriottismo del bravo giovane Matteo Macchiaroli che capitaneggiò il contingente del suo comune. Si cantò un Te Deum s’istallò una giunta e fecesi rotta il 28 pel vallo di Diano dove le armi erano state già trasportate per cura dell’operoso Carrano, e che per la sua postura topografica erasi scelto a lungo di convegno generale degl’ insorti.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XVI-XVII-XVIII, in proposito scriveva che: “Io, tenendo le promesse, mossi da Napoli con una scelta compagnia di volontari e traversando la sospettosa guarnigione di Salerno m’avviai a raggiunger gl’insorti a Sala; la mia gente avea a comandante in secondo l’ egregio e generoso mio amico Agostino de Stefano che poscia ne prese il comando. Il 28 giunto ad Eboli dichiarai l’insurrezione, ruppi i fili del telegrafo ed il 29 di buon mattino giunto a Sala mi ricongiunsi a Matina e con 3000 insorti del Vallo fu solennemente proclamato il governo Provvisorio del quale fui Segretario essendovi lo stesso Matina Prodittatore. Fra i Capi delle Colonne notanvansi Lorenzo Curzio, Francesco Galoppi Antonio Carrano e Tommaso Costa, il Maggiore de Petrinis ed Andrea Bigotti, il Capitano Santelmo e fratelli, Paolo Scolpini, il Capitano Marone ed il Capitano Caruso, Filomeno Padula, Francesco Gagliardi e Gerbasio, de Benedictis, Lorenzo Mottola e Gaetano Sabatelli, il Capitano Marone, il Capitano Costa di S. Arsenio, Arsenio Spinelli di S. Rufo il Capitano Matina, l’abate Pagano, Pasquale Cerruti, Luigi Barzelloni, il Sindaco del Bagno il Capitano Pessolani, e rividi tra gl’ insorti il mio giovane compagno di scuola Donato d’Elia, i due giovani Fratelli Ricco, l’egregio e leale Francesco Vitolo; e si fu allora che mi siparò innante la figura simpatica di te o mio generoso amico Saverio Salerno tutto infiammato di sensi liberi e cui la vita brillava ancora di sue fresche illusioni. Egli lasciando il comando del contingente del suo Comune a Gabriele Capo fiero ed audace popolano, rimase alla mia immediazione con Lorenzo Mottola e Gaetano Sabatelli per divider meco se non la gloria delle battaglie, quella penosissima e non ingloriosa dell’organizzazione. Intanto Claudio Guerdile ed Agostino Volpe coadiuvati dall’ egregio Pasquale Bosco di Buccino, dal prode Niccola Domini di Castello e dall’ abate Marotta di Postiglione ministro dell’ altare e di libertà fervidissimo, aveano parimenti messo in insurrezione il Distretto di Campagna e moveano a ricongiungersi allo Scorzo col grosso di loro colonne che potevano ammontare a 1500 ad un bel circa. Furono attivissimamente secondati nelle loro operazioni dai cittadini Francesco Caruso di Aquara, dal Capitano Cristaino di Sicignano, dal Sindaco Giuseppe d’Elia di Roccadespide, da Michele Badetti, Capozzali, dal Capitano Pepe ed Aniello Joca, da Domenico Diodati e Giovanni Giardini di Castelluccia, da Reginaldo Abbamonte di Ottati, da Carlo Salerno dall’arciprete Giovanni de Augustinis e dal Capitano Gabriele Passaro di Castel San Lorenzo, e da Carlo Sabatelli di Felitto non degenere dai suoi. In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezzione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara.”. LORENZO CURZIO, nella sua Relazione Rapporto pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a pp. 71-72, documento “N.° 4”, in proposito scriveva che: “Giovanni Matina da Diano in Principato Citra, uomo di svegliato ingegno e caldo patriota, è stato il direttore in capo della cospirazione Salernitana nel fine di migliorare le sorti della patria, precise dopo il suo ritorno da Genova nel 1859. Egli corrispondeva in Salerno con Aatonio Mea; e questi trasmetteva agli altri cospiratori della Provincia le fila della congiura, ai bravi fratelli Magnoni, a Pietro Giordano ed a Gennaro Pagano nel Cilento; a Lorenzo Curzio nel Vallo di Santangelo; ad Antonio Carrano, Francesco Galloppa e Francesco Cristaino nel Vallo di Diano, Lorenzo Curzio poi si facea pel Vallo di Santangelo e per molta parte del Vallo di Diano centro di partenza delle corrispondenze per Salerno. Non ha risparmiato mai alcuno di essi nè sacrifizii di danaro, nè disagi di viaggio, nè spedizione di corrieri, precipue ne’ 6 mesi precedenti l’ insurrezione, per attuarla e renderla formidabile. Ne’primi giorni di Agosto essendo il Matina venuto in Napoli, malgrado l’opposizione di taluni ritenuti in buona fede per patrioti e caldi cospiratori, si decise, per accelerare l’insurrezione, chiamare il Curzio in Capitale. Gli scrisse parecchie lettere; ma per tutti i comuni di quella Vallata essendo state intercettate per opera di coloro che gli aveano formato opposizione, nessuna pervenne al suo destino. Gli spedì finalmente verso i 15 di Agosto un corriere, Curzio si recò in Napoli; s’indeltarono sulle misure a prendersi e sulla via a seguire, ed uniti si portarono a 26 del detto mese in Santangelo. Ivi nove sole persone la mattina del 27 proclamarono la rivoluzione, abbatterono lo stemma berbonico, proclamarono il Governo di Casa Savoja; diffusero proclami e recaronsi in Chiesa a cantarvi un Te Deum, col concorso degl’ insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo Comandati dal Cristaino Marotta ed altri, il Matina vi arringò il popolo con calde ed animose parole. Il 29 , gl’insorti di Sicignano, Postiglione e Galdo, riuniti agl’ insorgenti di Bellosguardo, di Roscigni, di Oltati quelli di Santangelo, a tutti presedendo il Matina nelle qualità di alto Commissario Politico Civile e Lorenzo Curzio comandando questa colonna partirono per Corleto; e di là ingrossati dai Corletani si recarono a San Rufo, e Diano, ove il valente Michele Matina tutto avea di già disposto. Il 30 si recarono a Sala; là stabilIvasi governo provvisorio, e si dettero a tutti i comuni le opportune disposizioni; e là (provenenti da Diano) convennero Galloppi da Polla, Caruso da Auletta, Costa da Santarsenio, De Benedictis da San Giacomo, Pessolano da Atena, Santelmo da Padula ed altri molti da altri paesi, i quali sarebbe lungo enumerare. Il 31 la sera la colonna intera capitanata da Curzio marciò sovra Polla, e si riunì con Diodati e Capozzoli venutivi di Castelluccia ed Aquara. Nel 3 una frazione della colonna comandata da Curzio e formata de’ volontari di Postiglione, Controne, Sicignano, Galdo, Castelluccio, Roscigno, Atena etc.. si portò in Castelluccio, e Guerdile e di là ne’giorni appresso allo Scorzo: il rimanente comandato dal Curzio medesimo, e composto degl’ insurrezionali di Castelluccio, Aquara, Ottati, Santangelo Bellosguardo, Corleto, San Rufo, Diano, Padula, e San Pietro fu mandata a Buccino sul declivio delle cui colline stette scaglionato ne’ giorni 4. e 5. Nel giorno 6 si parti per Contursi ed Eboli, ove si pernottò: la sera del 7 si era in Salerno : la sera dell’8 in Nocera , ove si fè riposo il 9. Il dì 10 tutte e tre le colonne di Curzio Guerdile e Galloppi partirono per Avellino e Montemiletto nel fine di reprimervi le insorte reazioni; e di là ritornarono il 22 in Nocera. Nel giorno 23 si parti per Maddaloni . Al nostro Colonnello riferire il resto. – Lorenzo Curzio.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto.”. Il Racioppi, dopo aver detto delle colonne del Matina, del Curzio e del Guerrile, continuando il suo racconto sull’adunata a Sala Consilina aggiungeva che: “Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del generale Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., riferendosi al 29 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Etc…”. Questo documento è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il Fabrizi non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con Giovanni Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 128-129, in proposito scriveva: V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse il giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto ed a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al disotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottintendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna, a non promuovere la rivolta colà per non attirare sventure sul capoluogo del distretto. Il sottintendente chiese otto ore di tempo per deliberare: ma dovette ben presto cedere a le intimazioni del Matina ed alle circostanze, tanto più che era animato da fervidi sentimenti liberali Venne formato il seguente verbale. Etc…”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Alfieri d ’Evandro — opera citata documenti.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 88 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Questo nucleo di armati, superiore agli altri – circa tremila insorti – non attese il Fabrizi ed i volontari precedentemente giunti nel vallo di Diano (26), perchè, incoraggiato dalle vittorie di Garibaldi, aveva stimato bene di entrare subito a Sala. Vi entrò infatti a mezzogiorno del 30 agosto 1860, insieme ad unna trentina di soldati di Garibaldi, comandati da Fabrizio da Nupone, gridando: Viva l’Italia! Viva Vittorio Emmanuele ! Viva Garibaldi !..”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (26) postillava: “(26) Il vallo di Diano era stato scelto a lugo di convegno generale per la sua posizione topografica.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che le colonne di insorti Cilentani che complessivamente erano circa tremila uomini e che entrarono in Sala Consilina il 30 agosto 1860, entrarono in Sala insieme a una trentina di soldati di Garibaldi comandati da “FABRIZIO DA NUPONE”. Ma a quale nucleo di armati si riferiva il De Crescenzo ? Quali colonne arrivarono prima a Sala e l’occuparono? De Crescenzo si riferiva al nucleo di armati (di rivoltosi cilentani) che si erano dati appuntamento a Vallo della Lucania e a pp. 88, in proposito scriveva che: “Salutare effetto produssero queste parole, giacchè tutta la gente adunata sentì come un nuovo impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara.”. Sempre riferendosi al nucleo di armati riunitisi a Vallo della Lucania (ex Vallo di Novi), “le colonne Vallesi”, il 30 agosto 1860, De Crescenzo, a p. 88. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 81-82, in proposito scriveva che: Ad Ottati, a Rescigno ed a Bellosguardo s’erano raccolti più di cinquecento uomini che, capitanati dall’intrepido Curzio, si aggregarono, come per aggiungere legna al fuoco, a piccoli gruppi di armati di Corleto, di San Rufo e di Diano – dove Michele Matina aveva già tutto predisposto – per recarsi a Sala. E difatti vi giunsero il 20 agosto, vi stabilirono un governo provvisorio e dettero a tutti i comuni disposizioni opportune per garantire la sicurezza pubblica. E lì, provenienti da Diano, convennero Galloppo coi valorosi di Polla, Caruso con gli armati di Auletta, Costa coi generosi di Sant’Arsenio, De Benedictis con gl’insorti di San Giacomo, Pessolani con le altre squadre di Atena, Santelmo e Padula coi volontari di Padula (17), ed ancora altri da altri paesi.”. Qui il de Crescenzo fa un errore perchè le colonne arrivarono a Sala Consilina non il 20 agosto 1860 ma il 30 agosto 1860 e ivi il Matina stabilì un Governo Provvisorio. De Crescenzo, a p. 83, nella nota (17) postillava: “(17) Il Pessolani ed il Padula erano stati inviati nella loro provincia, perchè agevolassero la diffusione del movimento.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 89-90 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “IX. Il maggiore della guardia nazionale Giuseppe De Petrinis ed il sottointendente Luigi Guerritore s’incontrarono con le colonne sulla strada provinciale. Il Matina, che seguiva la colonna, fu dal Guerritore consigliato di non provocare in quel luogo la sommossa, perche avrebbe potuto pregiudicare Sala. Ma il Matina si recò presto dal sottointendente, il quale rassegnò nelle sue mani i poteri civili e militari, che nutriva anch’egli sentimenti liberali.”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 Giovanni Matina, Lorenzo Curzio e altri audaci, nel comune di S. Angelo a Fasanella, proclamano decaduto il Governo Borbonico e instaurato quello di Casa Savoia, abbattuto lo stemma dei Borboni, si recano in chiesa a cantare il Te Deum, poi il Matina arringa “il popolo con calde e animose parole”. In sincronia, fra il 27 e il 29, insorge il Cilento, la zona di Sicignano, di Campagna, di Buccino, il Vallo di Diano. Solo il Vallo di Diano presenta tremila insorti. E’ Sala Consilina, nel Vallo di Diano, l’obiettivo delle colonne rivoluzionarie. Quivi arriva il Matina il 30 di agosto. Impone al sottointendente Luigi Guerritore di rassegnare le dimissioni e trasferirgli i poteri. Insedia il Governo Prodittatoriale. Prodittatore è lui stesso, il Matina, comandante delle truppe insurrezionali Luigi Fabrizi, Segretario del Governo è Antonio Alfieri d’Evandro, venuto da Napoli con una compagnia di volontari.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 89-90 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Altre colonne di volontari, facendo eco ai fratelli, arrivavano poco dopo in quella città. In seguito – 25 giugno 1911 – a ricordo di coloro che da Vallo e dalla regione Cilentana avevano seguito entusiasti il biondo Condottiero (27) fu apposta sul portale del Municipio una lapide commemorativa con questa iscrizione: “AGLI EROI CILENTANI E LUCANI etc…”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (27) postillava: “(27) Tra i Cilentani che efficacemente cooperarono a favorire il movimento unitario si ricorda anche Antonio Luigi Pinto di Casalicchio (1806-1884), già carbonaro, imprigionato nelle carceri di Salerno e di Vallo.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Erano giunti a Sala anche gli uomini capitanati da Galloppi di Polla, le schiere del Caruso di Auletta e quelle del Costa da Sant’Arsenio, ancora gl’insorti del De Benedictis da San Giacomo, e quelle capitanate dal Sant’Elmo da Padula. Sala divenne in poco tempo un formicaio di uomini, tutti armati, tanto che lo stesso Matina si preoccupò di dare loro disciplina e ordine. A queste schiere si aggiunse l’arrivo di quelle facenti capo all’abate Andrea Marotta di Postiglione, a Pasquale Bosco di Buccino, a Nicola Domini di Castel San Lorenzo e quelle capitanate da Claudio Guerdile di Buccino, quelle di Agostino Volpe, che – dopo aver attraversato parecchi paesi del distretto, come scrive il D’Evandro, sempre col proposito di dover sorgere dal popolo nuovi seguaci di libertà – l’intera colonna si portò a Sala, in quanto già sapeva che ivi sarebbero convenuti altri ribelli, provenienti da Bellosguardo. A questo punto per rigore storico, dobbiamo dire che se tutto questo fervore rivoluzionario poté attuarsi, lo dobbiamo anche alle solerte opera di patriotti come Reginaldo Abbamonte di Ottati, di Michele Cristaino di Sicignano, Giuseppe d’Elia di Roccadaspide, di Domenico Diodati di Castelluccio, di don Giovanni de Augustinis, di Aniello Ioca, Giovanni Giardini di Castelluccio, Carlo Salerno, del capitano Gabriele Passaro di Castel San Lorenzo e di Carlo Sabatelli di Felitto.”. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, a p. 285, in proposito scriveva che: “Alla fine dell’agosto del 1860 Sala e il Vallo di Diano pullulavano di migliaia di insorti giunti dal potentino, dal Lagonegrese, dal Golfo di Policastro, e da Vallo della Lucania (303). Beniamino Marciano parlò di “Fiumana di gente umana”, di “ebrezza patriottica”, e Alfieri d’Evandro addirittura di “idea universale penetrata profondamente tra le masse”(304). Da Sanza affluirono a Sala Luigi Barzelloni (305) di Terenzio, il notaio Giuseppe Curcio (306), il sottotenente Nicola Bonomo, il caporale Pasquale Bertone, i soldati Antonio Bettelemone, Nicola De Luca, Antonio Massicano, Nicola Melluso e Domenico Rinaldo (307). Costoro fatta eccezione per Luigi e Giuseppe, pur non avendo partecipato all’insurrezione garibaldina in Sicilia e in Calabria (308), presero parte, verosimilmente, alla battaglia del Volturno del primo ottobre 1860 e all’essedio di Gaeta etc…(309).”. Fusco, a p….., nella nota (303) postillava che: “(303) …………………..”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina;….Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 131, in proposito scriveva che: “La mattina del 28 – e l’Alburno s’incendiava sotto i primi raggi del sole – la colonna degli armati si mise in marcia al canto dell’Inno di Garibaldi, le cui note solenni erano già conosciute e s’inntonavano prudentemente qua e là, a finestre chiuse, nelle case degli attendibili e durante le cospirazioni. Buona parte di quei giovani portava al collo il fazzoletto rosso: simbolo dell’amore garibaldino per una Italia forte e unita. Durante la notte, nessuno aveva chiuso occhio, desideroso di andare incontro a Garibaldi che, vittorioso nelle Calabrie, era in marcia verso il salernitano.”. Romagnano, a p. 133, aggiungeva: “Il 28 agosto si era sollevata anche Eboli, ed anche quei patrioti, come tutti gli altri, si diressero alla volta del “Vallo di Diano”, la terra di Giuseppe Matina, ove tutti i reparti in armi si dovevano adunare.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 89-90 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Altre colonne di volontari, facendo eco ai fratelli, arrivavano poco dopo in quella città. In seguito – 25 giugno 1911 – a ricordo di coloro che da Vallo e dalla regione Cilentana avevano seguito entusiasti il biondo Condottiero (27) fu apposta sul portale del Municipio una lapide commemorativa con questa iscrizione: “AGLI EROI CILENTANI E LUCANI etc…”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (27) postillava: “(27) Tra i Cilentani che efficacemente cooperarono a favorire il movimento unitario si ricorda anche Antonio Luigi Pinto di Casalicchio (1806-1884), già carbonaro, imprigionato nelle carceri di Salerno e di Vallo.”.

IL MUNICIPIO DI SALA CONSILINA ED IL SUO RIFIUTO DI RICEVERE I 500 BAVARESI DEL COLONNELLO BOLDONI

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 125, in proposito scriveva che: “Varie ragioni addussero un ritardo nel movimento della Provincia di Salerno. Anzitutto la presenza nel capoluogo ed in Eboli di molte truppe e di mercenari bavaresi, dissensi tra i due Comitati di Napoli, necessità di denaro, di armi, di capi militari. Narra il Racioppi che il colonnello Boldoni, per destare un movimento nel distretto di Sala, inviò a quella volta cinquecento armati sotto il comando di un liberale della Basilicata, il sig. Francesco Pallavicini; ma gli abitanti della contrada non vollero aiuti di estranei.”. Mazziotti però in questo passaggio cita per errore “Francesco Pallavicino” ma si tratta di FRANCESCO POMARICI. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito, e sfidando le ire degli avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 79, in proposito scriveva che: “Oltre a quella già accennata, bisogna aggiungere la presenza di non pochi soldati e mercenari bavaresi in Salerno ed in Eboli. Si vuole che il colonnello Camillo Boldoni di Barletta, già distintosi alla difesa di Venezia (9), per attizzare il fuoco nel distretto di Sala Consilina vi avesse fatto andare di proposito Francesco Pomarici (10) di Basilicata a capo di cinquecento bavaresi armati, ma quel municipio apertamente protestò, dichiarando di non avere bisogno di aiuto (11). I due Comitati napoletani, l’uno detto Unitario l’altro dell’Ordine, erano in dissapore, giacchè vedevano diversamente l’esito etc…”. De Crescenzo, a p. 79, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Boldoni (1813-94), dopo la campagna garibaldina, passò nell’esercito regolare e raggiunse il grado di Generale. Fu anche deputato al Parlamento.”. De Crescenzo, a p. 79, nella nota (10) postillava che: “(10) Non Pallavicini, come erroneamente dice il Mazziotti.”. De Crescenzo, a p. 79, nella nota (11) postillava che: “(11) G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata etc…, Bari, Laterza, 1910; M. Lacava, Cronistoria documentata etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla parte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; (e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”.”. Sul colonnello Boldoni, Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 22 in proposito aggiungeva: “A Napoli, nel luglio, gli esuli moderati rientrati dal Piemonte s’impossessarono del Comitato dell’Ordine. I moderati salernitani, non potendo fare altrettanto col comitato locale, ne crearono uno loro comprendendo Sergio Pacifico, Modestino Faiella, Giovanni Luciani. Sicchè non solo a Napoli si ebbe un Comitato progressivo e uno conservatore, ma anche a Salerno. A Salerno però il comitato conservatore non ebbe voce in capitolo al momento dell’insurrezione. L’altro era troppo attivo e troppo provato dai dinieghi precedenti. Il Comitato dell’Ordine, quello conservatore di Napoli, riuscì ad inviare il colonnello Boldoni in Basilicata e a controllare in certa misura Giacinto Albini, nonostante a questi si affiancasse risolutamente Nicola Mignogna, mazziniano. Etc…”.

Nel 27 agosto 1860, Francesco Saverio CAJAZZO, giudice regio di Vibonati proclamò l’insurrezione nel Golfo di Policastro

Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Etc…”Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale.

I FRATELLI MAGNONI di Rutino

Nell’agosto del 1860, i fratelli MAGNONI di Rutino: MICHELE, LUCIO, SALVATORE, NICOLA e DOMENICO

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53).”Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 375-376, in proposito scriveva che: “Intanto il nuovo Intendente, avuto sentore delle pericolose trame che si ordivano, si può dire, sotto i suoi occhi e proprio nel carcere centrale, stimò opportuno troncarle proponendo al governo che, Matina, Padula, Magnoni e Santelmo venissero dimessi dal carcere e mandati in esilio. Difatti questi nello ottobre del ’59 furono fatti partire per Genova; e così il povero Morelli credette di aver riacquistata la pace perduta. Rimasero, però, ancora in carcere i fratelli Salvatore e Lucio Magnoni, i quali, rimasti per il momento isolati, assumeranno di lì a pochi mesi il controllo rivoluzionario a cui già aveva posto mano il loro congiunto. Liberati dal carcere nel settembre del ’59 (3), furono inviati a domicilio forzoso a Mercato Sanseverino, ma il Ministro Ajossa, che conosceva bene la provincia, ritenendo che codesto paese fosse poco adatto, perchè “attendibilissimo”, ne mosse rimprovero all’Intendente, ingiungedogli di trasferili a Positano, dove nell’ottobre furono altresì confinati La Francesca e d. Raffaele Naddeo.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53). Nel frattempo anche i fratelli Lucio e Michele Magnoni avevano conosciuto di nuovo il carcere. Lo stesso per un fratello minore, Domenico, che viveva a Cava e probabilmente non era implicato e fu assolto (54). Più drammatica la vicenda del padre, ormai plurinquisito dalla Magistratura borbonica. Fu trattenuto in carcere fino alla fine del ’59 e poi inviato in domicilio forzoso a Salerno fino all’aprile del ’60 (55). I fratelli furono confinati prima a Mercato San Severino e poi, visto che lì continuavano ad operare, a Positano, che all’epoca era molto meno appetibile di ora. Anche lì mantennero le file del partito, in relazione con Beniamino Marciano che stava riorganizzando il comitato a Salerno. Alcune lettere scritte da Positano, conservate nell’Archivio di famiglia, sono un documento prezioso per quella confusa fase che precedeva la Spedizione garibaldina (56). Il fratello Nicola, l’unico libero a Rutino, era segnalato dal Sottointendente di Vallo come il più pericoloso del circondario. Lo stesso funzionario però doveva prendere atto che la rete di solidarietà intorno era sempre efficacissima perché nessuno ha voluto sottoscrivere una dichiarazione che lo confermava (57).”. Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale. Magnoni fu inquadrato nelle prime formazioni che ordinò Garibaldi a Orbetello (58). Dopo Calatafimi, come ufficiale di artiglieria, fu aggregato al distaccamento di Vincenzo Orsini, con cui restò fino alla fine della campagna di Sicilia. Mentre Garibaldi entrava a Palermo, Magnoni fu coinvolto nella manovra diversiva del colonnello siciliano che si diresse verso Corleone con i feriti e l’artiglieria e fu attaccato furiosamente dai borbonici e gli svizzeri del colonnello Von Mechel. All’inizio di giugno partecipò alla fondazione dell’Esercito Meridionale e poi alla conclusione della campagna nella Sicilia occidentale. Nel frattempo il suo vecchio compagno Matina era tornato nel continente per preparare l’insurrezione. L’attività politica era diventata quasi palese dopo l’amnistia e l’Atto Sovrano di concessione della Costituzione. A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59)”. Pinto, a p. 102, nella nota (58) postillava che: “(58) R. CORSELLI, La campagna del 1860 in Sicilia, in Il Generale Giuseppe Garibaldi, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma 2007, pp. 162-63: P. PIERI, Storia militare del Risorgimento italiano cit, pp. 653-5. Secondo De Crescenzo, Magnoni ebbe un litigio con Bixio in nave, ma non ci sono dati che lo confermano, G.. DE CRESCENZO, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane cit., p. 58.”. Pinto, a p. 102, nella nota (59) postillava che: “(59)  Matteo Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario. All’inizio di luglio queste formazioni paramilitari diventarono operative, guidate da Giovan Battista Riccio e dai principali quadri del radicalismo salernitano, Filippo Patella, Leonino Vinciprova, Ovidio Serino. Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “(21) L. CASSESE, La borghesia salernitana nei moti del ’48, cit., pp. 182-3.”. Infatti, nel testo citato, Leopoldo Cassese, elenca e ci parla delle famiglie borghesi e benestanti del Cilento che diedero maggior prova di patriottismo soprattutto a partire dai moti rivoluzionari del ’48. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Molti di questi documenti, come le Ordinanze di Lucio Magnoni, fraello di Michele e di Salvatore, furo pubblicate dall’Alfieri D’Evandro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 63, in proposito scriveva che: “Michele Magnoni di Rutino…Dal suo paese nativo si adoperava a procurare al Comitato numerosi proseliti. Michele Magnoni arrestato nel novembre del 1856 con il padre suo, Luigi, e con il fratello minore Nicola, per mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo manteneva attiva corrispondenza con il Comitato di Napoli e con i liberali del Cilento. L’opera del Comitato di Napoli condusse alla sventurata ma gloriosa Spedizione di Sapri, a le stragi di Padula e di Sanza, al famoso processo di Salerno contro il Nicotera ed i suoi compagni. In tale processo vennero complicati ben cento sedici persone della Provincia di Salerno (3). Etc…”. Mazziotti, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Bilotti, La Spedizione di Sapri, p. 451.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, etc…(3)…”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Matteo Mazziotti scrisse anche “Ricordi di famiglia (1780-1860)”. , dove ci parla del padre e della sua attività rivoluzionaria al servizio della libertà. In questo testo, Mazziotti scrive delle notizie intorno alla consegna nel Cilento di armi e di Alexandre Dumas padre. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 107 e ssg., in proposito scriveva che: I Magnoni, come gran parte dei loro colleghi che abbiamo visto nel Cilento, era classe dirigente locale, socialmente affermata e radicata, già prima del ’60. Molte volte erano sindaci e ufficiali della Guardia Nazionale, in ogni caso dotati di un consenso sociale tale da assegnargli una funzione primaria di opinion leader territoriale. Se questo discorso si può allargare ad una più vasta area del Mezzogiorno si può ricercare quella cultura profonda, quella popolarità del nazionalismo italiano che ha fatto recentemente scrivere a Banti e Ginsborg di un movimento di massa (73). Da questo punto di partenza si può allargare il quesito al periodo successivo, proprio perché nella biografia dei Magnoni vi sono tanti elementi costitutivi della futura narrazione del Risorgimento e quindi dell’identità dell’Italia liberale: la tradizione familiare, la cospirazione, il processo, la latitanza, il carcere, l’esilio, il volontariato, insieme alle ritualità rivoluzionarie, al martirologio patriottico, ai temi romantici, ai simboli, alle metafore rivoluzionarie e alle figure che diventeranno le icone della nazione Unità. E così si può ripartire da un ultimo tema per la nuova ricerca.”. Pinto, a p. 107, nella nota (73) postillava: “(73)  A.M. Banti, P. Gingsborg, Per una nuova storia del Risorgimento, in Storia d’Italia, Il Risorgimento, Annali 22, a cura di A. Banti e P. Ginsborg, Einaudi, Torino, 2007.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo.

Nel 1° agosto 1860, il COMITATO D’AZIONE o UNITARIO nominò LUCIO MAGNONI di Rutino, come referente per il Cilento

Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10…A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). ….Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).”. Pinto, a p. 101, nella nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (64) postillava che: “(64) Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Etc…(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni).”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 164, in proposito scriveva che: “Tornati in patria, gli esuli politici, molti dei quali attratti dalla politica cavouriana, diedero al Comitato d’Ordine un carattere più moderato. Ciò portò inevitabilmente a divergenze interne e, quando i mazziniani si resero conto della massiccia presenza dei cavouriani nel Comitato d’Ordine, i quali spingevano per il Plebiscito e l’immediata annessione del regno al Piemonte, diedero vita al ‘Comitato Unitario Nazionale’, un comitato di stampo democratico, alternativo al Comitato d’Ordine. Il Comitato del Distretto di Vallo ebbe due Commissari: Lucio Magnoni, aderente al Comitato Unitario Nazionale, e Stefano Passaro, del Comitato d’Ordine, i quali collabrorarono nelle loro azioni, anche se a prevalere erano le posizioni del Magnoni (215). Per il Cilento venne designato il Sottotenente di artiglieria Michele Magnoni di Rutino, uno dei Mille. Per quanto separati, i due Comitati miravano entrambi alla rivoluzione ma, mentre il Comitato d’Ordine, di ispirazione cavouriana, aveva prospettato una insurrezione a Napoli, prima dello sbarco di Garibaldi sul continente, il Comitato Unitario, d’impronta garibaldina, prospettava l’inizio della rivoluzione solo in seguito allo sbarco di Garibaldi in Calabria. La diversità di vedute sulle strategie da seguire portò inevitabilmente ad inutili polemiche, che causarono un ritardo nell’avvio del movimento rivoluzionario nel napoletano e di conseguenza nel salernitano. Finita la campagna siciliana, il governo borbonico etc…”. Del Duca, a p. 164, nella nota (215) postillava che: “(215) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in L. Rossi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, cit. pag. 275.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento cominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile per i distretti di Salerno e Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare nel Cilento…..Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia era in fermento, massimamente il Distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari erano concentrate in Salerno” (217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefano Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che “In virtù dè poteri conferitomi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi, etc…”.”. Questa Relazione/Rapporto di Lucio Magnoni inviata al Comitato napoletano è stata pubblicata dall’Alfieri d’Evandro (….). Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava che: “(216) C. Pinto, La “Nazione armata”, in Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, pag. 118.”. Del Duca, a p. 217, nella nota (217) postillava che: “(217) A.S.S., Giornali, Notizie circa il fermento della Provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860.”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a pp. 23-24, dopo di aver scritto del mandato al Matina, in proposito scriveva che: “Restava escluso il distretto di Vallo. Per questo il Comitato Unitario si affrettò a nominare Lucio Magnoni, quello dell’Ordine tentò di opporgli Stefano PASSERO. I due commissari in realtà procedettero d’amore e d’accordo, ma le disposizioni che valevano erano quelle di Magnoni. Così tutta la provincia fu sotto il controllo dei mazziniani.”.

MICHELE MAGNONI 

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Michele Magnoni di Rutino

Da un sito web si evince che Magnoni Michele di Luigi nacque a Rutino (Salerno) il 2 dicembre 1829. Apparteneva a una famiglia di ricchi proprietari da decenni coinvolta in cospirazioni antiborboniche. Il padre aveva partecipato ai moti del 1820 e alla rivolta del 1828. Nel 1848 benché molto giovane Michele partecipò con il padre e i fratelli ai moti rivoluzionari. Dopo la sconfitta dell’esperimento costituzionale il padre e dei fratelli Salvatore e Lucio che furono incarcerati dopo un periodo di latitanza, ebbero dure condanne. Michele non subì il carcere per la sua giovane età e rimase a tenere le fila del movimento mazziniano sul territorio, che faceva capo al suo clan famigliare. Partecipò con molto scetticismo e preoccupazione alla cospirazione che stava preparato la spedizione di Pisacane. Venne però incarcerato già nel 1856, sempre insieme al padre e ai fratelli che erano stati appena scarcerati. Dopo oltre due anni di carcere venne inviato in esilio. Giunto a Genova si mise in contatto con gli altri esuli meridionali, partecipando alla preparazione dell’impresa dei Mille. Si imbarcò sul Lombardo ma ebbe un alterco con Bixio a causa di una discussione politica degenerata e si spostò per questo sul Piemonte. Fu inquadrato come sottotenente di artiglieria nella colonna Orsini. Tentò di appianare lo scontro tra Nicotera e Fanelli accusato di aver tradito per vigliaccheria la spedizione di Pisacane. Dopo la conquista della Sicilia fu inviato clandestinamente sul continente per promuovere l’insurrezione nel Cilento e accolse Garibaldi quando questi sbarcò a Sapri ai primi di settembre.
Raccolse molti volontari sul territorio cilentano e fu con essi in linea nella battaglia di Maddaloni e poi alla presa di Capua. Michele, con il grado di maggiore, fu poi messo al comando di un battaglione di Guardia Nazionale che nel 1863 combatté contro la banda di nostalgici filo borbonici capeggiati da Giuseppe Tardio. La famiglia ritornò ad essere parte del notabilitato del Cilento. I fratelli maggiori Lucio e Salvatore furono deputati in Parlamento. Magnoni morì improvvisamente a Salerno nel 1889. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli – episodi dal 1848 al 1860”, ed. Segrati e Albrighi, Milano, 1912, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “Michele Magnoni di Rutino, nato il 2 dicembre 1829, era stato giovanissimo tra gli insorti del Cilento del 1848. Arrestato, stette vari anni in carcere durante i quali lavorava con entusiasmo a preparare un movimento nel Cilento a l’arrivo del Pisacane e dei compagni di lui. Mandato in esilio si recò a Genova il 20 aprile del 1860 e combattè tra i Mille. Mori improvvisamente a Salerno il 6 novembre 1889 destando il più affettuoso rimpianto in tutta la provincia, fiera dell’opera lunga e tenace del benemerito cittadino.”. Su Michele Magnoni, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Dopo aver accennato alla devozione del Magnoni per il Mazzini ed alla parte da lui avuta nell’impresa di Sapri “sublime follia”, nonchè all’esilio dello stesso ed all’impresa garibaldina, soggiunge: “Noi in Michele Magnoni onoriamo non solo il fortunato legionario dei Mille, ma il ribelle del ’48, il galeotto di Salerno, il cospiratore di Sapri: noi onoriamo in Lui l’esule invitto e il repubblicano immacolato – repubblicano senza pentimenti e senza apostasie !”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “VII. Di due anni minore di Mchele Del Mastro era Michele Magnoni di Rutino, nato il 2 dicembre 1829, discendente da una famiglia di forti patrioti, spiriti egregi, amantissimi della libertà senza restrizione, per la quale videro interamente in rovina la propria fortuna. Il padre Luigi Maria ed i tre fratelli Lucio Salvatore e Nicola erano stati tra i principali autori e capi delle insurrezioni cilentane del gennaio e luglio 1848 ed in seguito della campagna vittoriosa del ’60, per cui avevano sofferto, per docici anni, continui e duri patimenti, come latitanze, carcere, galere ed esilio. Appena fallito il tentativo del ’48, un intero reggimento della soldatesca borbonica aveva invaso, briaco di rapina e di strage, il paese dei Magnoni, comandate dal feroce capitano Vairo. Il palazzo di abitazione di questa benemerita famiglia era stato, coi modi più barbari ed inumani, prima saccheggiato, poi devastato di tutto ciò che conteneva di suppellettile, di utensili, di costose librerie antiche, di provviste, di pezzi d’opera, di vasellame; vi erano rimaste solo le mura affumicate, che pefino i pavimenti erano stati disfatti. Nel 1850 etc…Dopo un anno di latitanza, il padre era stato arrestato e chiuso per tre anni nelle carceri di Salerno. Espletata la causa, non aveva avuto condanna per insufficienza di prove, ma era stato mandato in esilio per altri tre anni a Vietri sul Mare; e soltanto nel 1855 era stato rilasciato perchè in quel paese infieriva il colera. Ma non erano finite qui le traversie del padre e dell’ultimo figlio Nicola, giacchè erano stati ambedue arrestati nel 1856 e, avvenuto nell’anno seguente lo sbarco di Pisacane a Sapri, erano erano stati coinvolti, per rivelazione di documenti, tra i principali autori dell’ardua impresa e dell’estesa cospirazione, e mandati per tre anni a languire nelle carceri di Salerno. Michele dunque era cospiratore di vecchia data, chè ben presto s’era adoperato a rannodare in provincia qualche orditura contro il governo borbonico ed aveva fatto parte della rivoluzione del ’48 e, come i fratelli, aveva patito inaudite sofferenze, logorando la vita nei dolori nelle lotte e nei pericoli.”. Sempre il De Crescenzo, continuando il suo racconto su Michele Magnoni, a p. 47, in proposito scriveva: “…aveva avuto una parte importante nella preparazione dell’impresa di Sapri, tenendosi in relazione con Pisacane e Nicotera (65); poi aveva promosso e riordinato nel suo Cilento un drappello di volontari, ma alla vigilia di partire con esso era stato arrestato e rinchiuso, insieme col vecchio padre e col fratello Nicola, nel carcere di Salerno. Etc..”. De Crescenzo, a p. 47, nella nota (65) postillava: “(65) Cfr. gli originali della corrispondenza nel museo di San Martino a Napoli.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, etc..”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva disposto, fin dal 2 agosto, con un onorevole foglio, interamente scritto e firmato dalla sua invincibile mano, che Michele Magnoni etc…: “Comando Generale dell’Esercito Nazionale in Sicilia. Messina 2 agosto 1860. E’ autorizzato da me il Sotto-tenente di Artiglieria Michele Magnoni di recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione in favore della causa nazionale. Garibaldi”. (21).”. Dunque, Michele Magnoni, nel 2 agosto 1860 si trovava presso lo Stato Maggiore di Messina, con il grado di Sotto-tenente di Artiglieria. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “A Genova aveva conosciuto ed amata con vero e potente affezione la giovinetta Agnese Guerriero, che fu poi – come scrisse Roberto Mirabelli – cara compagna della sua vita, partecipe delle sue gioie e dei suoi dolori, dei suoi pensieri e delle sue speranze, ardita più di quanto in donna soglia accadere. Povera donna ! Ma la donna gentile non aveva soffocato il palpito del patriota, il quale, sentendo potente il fremito dell’ora, aveva indossata, con l’ansia nel cuore, la camicia rossa, imbarcandosi subito sul Lombardo, al “fatale scoglio”, per essere con Garibaldi soldato da Quarto a Marsala, da Calatafimi a Milazzo, dal Faro al Garigliano ed a Capua. Non cadrà sul campo, perchè destinato a finire di colpo, di lì a ventinove anni, come fulminato. Povero grande Magnoni !”.

Nel 2 agosto 1860, a Messina, Garibaldi nominò MICHELE MAGNONI pro-dittatore e lo autorizzò a dare inizio all’insurrezione nel Cilento

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Etc…(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”.  Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “L’esempio di Campagna seguiva anche Rutino. Garibaldi aveva disposto, fin dal 2 agosto, con un onorevole foglio, interamente scritto e firmato dalla sua invincibile mano, che Michele Magnoni lo precedesse nel Salernitano per attizzare il fuoco e promuovervi la rivolta. “Andate, rivoluzionate, perchè la diplomazia non vuole farvi passare lo stretto; altrettanto faranno le Calabrie, e quando un popolo armato vi chiamerà allora lo stretto sarà passato, si vuole o no”. Così gli scriveva il Dittatore in una lettera privata. La delicata ed onorifica missione affidatagli prova come in lui avesse intravista la favilla suscitatrice di quel grande incendio, che veramente si determinò in provincia. Ed ecco il testo dell’incarico: “Comando Generale dell’Esercito Nazionale in Sicilia. Messina 2 agosto 1860. E’ autorizzato da me il Sotto-tenente di Artiglieria Michele Magnoni di recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione in favore della causa nazionale. Garibaldi”. (21).”. Gennaro De Crescenzo, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, come gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a mia disposizione da Teresita Magnoni, discendente dai patrioti.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il documento originale dell’inarico dato da Garibaldi a Michele Magnoni si trova conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli (ex Grande Archivio). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10….Nel frattempo il suo vecchio compagno Matina era tornato nel continente per preparare l’insurrezione. L’attività politica era diventata quasi palese dopo l’amnistia e l’Atto Sovrano di concessione della Costituzione. A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). Il 2 agosto Michele fu inviato da Garibaldi nel Continente ad attrezzare la rivolta cilentana (62). Con lui c’erano i salernitani superstiti dei Mille: Vinciprova, Del Mastro e Santelmo (63). Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).”. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (62) postillava che: “(62) Giuseppe Garibaldi a Michele Magnoni, Messina 2 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (64) postillava che: “(64) Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo C. Chizzolini di Capitello, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ma, tornato di soppiatto da Genova l’esiliato Matina, cooperanti con esso lui l’avvocato De Meo e il professore Marciani, un nucleo operativo si costituì prestamente tra’ i più generosi e arrisicati giovani; i quali in breve tempo sparsero i loro influssi tra’ molti e vivaci popolani e artieri e trafficanti della città, e per le loro terre della provincia: poscia i risollevati spiriti dopo le prime vittorie di Sicilia consentirono che un altro centro di azione moderata uomini di credito per intelligenza e dovizie. Trai due centri, allora e poi, non fecero disfatta gli screzii, i rancori e le offese; le quali crebbero poscia per la provincia, come crebbero nella città capo dello Stato, secondo che la vittoria si facea più prossima e secura. Era nei concerti, che il moto si manifestasse sincrono nelle provincie orientali del Regno; però nelle Calabrie e alla Basilicata avesse a precedere, ma a tener dietro il Salernitano; come quello che avea già grande nerbo di truppe regie a guarnigione e ad offesa. In nome del general Garibaldi venne, sull’entrare di Agosto, il signor Lucio Magnone a fine di promuovere lo insorgimento del Salernitano, allora che di simili ufficii erano commessi dal generale a quanti ne sollecitassero il mandato appo lui per le altre provincie; ma la parte viva, pronta, a levarsi sull’armi, teneva ai cenni del signor Matina; e lui aspettavano. Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla prte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; (e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 384, in proposito scriveva che: “Intanto il 4 aprile Palermo insorge; tutta la provincia di Salerno è come elettrizzata dalla notizia e si prepara ad agire. Si apprende che Giovanni Matina, l’instancabile cospiratore e garibaldino, era giunto da Genova a Napoli; ed allora il Comitato salernitano inviò sollecitamente alui Antonio Carrano ed Antonio de Meo per prospettare lo stato della provincia e per ottenere istruzioni. Questi il 1° maggio s’incontrarono col Matina, il quale comunicò loro il seguente telegramma giunto da Genova: “Oggi partiremo per il continente e con noi verrà Garibaldi”. Seguiva un proscritto: “Si è sospesa per oggi la partenza”(15). Gli emissari, tornati a Salerno, deliberarono con i compagni del Comitato popolare di dar comunicazione del telegramma al barone Giovanni Bottiglieri e a Matteo Luciani per indurli a far causa col Comitato e a serrare le fila in vista dei prossimi rivolgimenti. I due influenti rappresentanti della borghesia mettono in dubbio l’autenticità del documento, si mostrano restii a dare la loro collaborazione etc…Passò così in vani tentativi di progetti e di intesa tutto il mese di maggio.. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Etc..”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: “Il 2 agosto del 1860, da Messina, aveva incaricato Michele Magnoni di Rutino, sottotenente di artiglieria, presso lo stato maggiore al Faro di Messina, di recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi la insurrezione in favore della causa nazionale. Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra. Etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 164, in proposito scriveva che: “Tornati in patria, gli esuli politici, molti dei quali attratti dalla politica cavouriana, diedero al Comitato d’Ordine un carattere più moderato. Ciò portò inevitabilmente a divergenze interne e, quando i mazziniani si resero conto della massiccia presenza dei cavouriani nel Comitato d’Ordine, i quali spingevano per il Plebiscito e l’immediata annessione del regno al Piemonte, diedero vita al ‘Comitato Unitario Nazionale’, un comitato di stampo democratico, alternativo al Comitato d’Ordine. Il Comitato del Distretto di Vallo ebbe due Commissari: Lucio Magnoni, aderente al Comitato Unitario Nazionale, e Stefano Passaro, del Comitato d’Ordine, i quali collabrorarono nelle loro azioni, anche se a prevalere erano le posizioni del Magnoni (215). Per il Cilento venne designato il Sottotenente di artiglieria Michele Magnoni di Rutino, uno dei Mille.”. Del Duca, a p. 164, nella nota (215) postillava che: “(215) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in L. Rossi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, cit. pag. 275.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 98, in proposito scriveva: “Michele che si trovava nel carcere della Vicaria a Napoli, fu espulso dal Regno nel 1857 con “bando perpetuo”. Esiliato a Genova – dove conobbe ed amò Agnese Guerriero, che fu per tutta la vita la compagna delle sue ansie e dei suoi dolori – s’imbarcò con i Mille di Garibaldi e si distinse per il suo valore alla presa di Corleone. Il 2 agosto, Garibaldi gli diede il compito di recarsi in provincia di Salerno e preparare la rivoluzione. Michele, con entusiasmo, si portò a Rutino e con i fratelli Lucio e Salvatore formò una colonna di uomini armati, che unitasi agli insorti di Laureana, di Torchiara, di Castellabate, di Stella Cilento e di Cicerale, andò incontro a Garibaldi, dal quale aveva avuto la nomina a pro-dittatore.”.

Nel 23 e 24 agosto 1860, il Comitato napoletano nominò LUCIO MAGNONI, Alto Commissario Politico e Civile per il Distretto di Vallo

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Alfieri d’Evandro scriveva che MICHELE MAGNONI, il 2 agosto 1860 a Messina ricevette direttamente da Garibaldi l’incarico di scendere nel Cilento e promuovere l’insurrezione armata contro i Borboni. Arrivato nel Cilento, MICHELE MAGNONI ottenne dal Comitato Unitario d’Azione la nomina dei due suoi fratelli, LUCIO e SALVATORE, che si misero subito a lavoro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Lacava – Opera già citata, pag. 510”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?). Mazziotti, a p. 125, nella nota (5) postillava: “(5) Pubblicata dall’Alfieri di Evandro, opuscolo citato pag. 77.”. Mazziotti scriveva che Lucio Magnoni fu nominato dal Comitato d’Azione la nomina a Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, per il Distretto di Vallo e, per il fratello Salvatore la nomina a comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Mazziotti scriveva pure che: Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Dunque, Mazziotti mette in evidenza i dissidi fra i due Comitati Napoletani. Per il Distretto di Vallo della Lucania il Comitato dell’Ordine aveva nominato Stefano Passero, mentre il Comitato d’Azione aveva nominato Lucio Magnoni. Mazziotti però aggiunge che nonostante i dissidi fra i due Comitati, “il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10….A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). Il 2 agosto Michele fu inviato da Garibaldi nel Continente ad attrezzare la rivolta cilentana (62). Con lui c’erano i salernitani superstiti dei Mille: Vinciprova, Del Mastro e Santelmo (63). Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).”. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario. All’inizio di luglio queste formazioni paramilitari diventarono operative, guidate da Giovan Battista Riccio e dai principali quadri del radicalismo salernitano, Filippo Patella, Leonino Vinciprova, Ovidio Serino. Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “(21) Leopoldo Cassese, La borghesia salernitana nei moti del ’48, cit., pp. 182-3.”. Infatti, nel testo citato, Leopoldo Cassese, elenca e ci parla delle famiglie borghesi e benestanti del Cilento che diedero maggior prova di patriottismo soprattutto a partire dai moti rivoluzionari del ’48. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Molti di questi documenti, come le Ordinanze di Lucio Magnoni, fraello di Michele e di Salvatore, furo pubblicate dall’Alfieri D’Evandro. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 164, in proposito scriveva che: “Tornati in patria, gli esuli politici, molti dei quali attratti dalla politica cavouriana, diedero al Comitato d’Ordine un carattere più moderato. Ciò portò inevitabilmente a divergenze interne e, quando i mazziniani si resero conto della massiccia presenza dei cavouriani nel Comitato d’Ordine, i quali spingevano per il Plebiscito e l’immediata annessione del regno al Piemonte, diedero vita al ‘Comitato Unitario Nazionale’, un comitato di stampo democratico, alternativo al Comitato d’Ordine. Il Comitato del Distretto di Vallo ebbe due Commissari: Lucio Magnoni, aderente al Comitato Unitario Nazionale, e Stefano Passaro, del Comitato d’Ordine, i quali collabrorarono nelle loro azioni, anche se a prevalere erano le posizioni del Magnoni (215). Per il Cilento venne designato il Sottotenente di artiglieria Michele Magnoni di Rutino, uno dei Mille. Per quanto separati, i due Comitati miravano entrambi alla rivoluzione ma, mentre il Comitato d’Ordine, di ispirazione cavouriana, aveva prospettato una insurrezione a Napoli, prima dello sbarco di Garibaldi sul continente, il Comitato Unitario, d’impronta garibaldina, prospettava l’inizio della rivoluzione solo in seguito allo sbarco di Garibaldi in Calabria. La diversità di vedute sulle strategie da seguire portò inevitabilmente ad inutili polemiche, che causarono un ritardo nell’avvio del movimento rivoluzionario nel napoletano e di conseguenza nel salernitano. Finita la campagna siciliana, il governo borbonico etc…”. Del Duca, a p. 164, nella nota (215) postillava che: “(215) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in L. Rossi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, cit. pag. 275.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento cominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile per i distretti di Salerno e Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare nel Cilento….Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia era in fermento, massimamente il Distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari erano concentrate in Salerno” (217). l’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefano Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che “In virtù dè poteri conferitomi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi, etc…”.”. Questa Relazione/Rapporto di Lucio Magnoni inviata al Comitato napoletano è stata pubblicata dall’Alfieri d’Evandro (….). Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava che: “(216) C. Pinto, La “Nazione armata”, in Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, pag. 118.”. Del Duca, a p. 217, nella nota (217) postillava che: “(217) A.S.S., Giornali, Notizie circa il fermento della Provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a pp. 23-24, dopo di aver scritto del mandato al Matina, in proposito scriveva che: “Restava escluso il distretto di Vallo. Per questo il Comitato Unitario si affrettò a nominare Lucio Magnoni, quello dell’Ordine tentò di opporgli Stefano PASSERO. I due commissari in realtà procedettero d’amore e d’accordo, ma le disposizioni che valevano erano quelle di Magnoni. Così tutta la provincia fu sotto il controllo dei mazziniani.”.

Nel 23 agosto 1860, il Comitato Centrale di Napoli elesse SALVATORE MAGNONI Comandante del Distretto di Vallo della Lucania (ex Vallo di Novi) 

(Fig. n….) – Relazione di Lucio Magnoni (stralcio) –  in Alfieri d’Evandro (…), doc. n. 3 bis in “Appendice”, p. 67

Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 40-41, in proposito scriveva: Il Comitato Centrale di Napoli visti i seri preparativi nella provincia e nel Cilento, il 23 agosto nominò Commissario Politico e Civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna “in nome del Dittatore Garibaldi” il Matina. Invece Salvatore Magnoni fu nominato “a comandante del Distretto di Vallo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento.”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, …..la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Guido Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo. L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti scriveva che Lucio Magnoni fu nominato dal Comitato d’Azione la nomina a Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, per il Distretto di Vallo e, per il fratello Salvatore la nomina a comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Mazziotti scriveva pure che: Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “L’esempio di Campagna veniva anche da Rutino. Garibaldi aveva disposto, fin dal 2 agosto, con un onorevole foglio, interamente scritto e firmato dalla sua invincibile mano, che Michele Magnoni, lo precedesse nel Salernitano per attizzare il fuoco etc…Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaela Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi. Ma chi avrebbe dato le armi etc…”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da MICHELE MAGNONI ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, ….si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 98, in proposito scriveva: “Michele, con entusiasmo, si portò a Rutino e con i fratelli Lucio e Salvatore formò una colonna di uomini armati, che unitasi agli insorti di Laureana, di Torchiara, di Castellabate, di Stella Cilento e di Cicerale, andò incontro a Garibaldi, dal quale aveva avuto la nomina a pro-dittatore.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Etc…”Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”.

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Alfieri d’Evandro scriveva che MICHELE MAGNONI, il 2 agosto 1860 a Messina ricevette direttamente da Garibaldi l’incarico di scendere nel Cilento e promuovere l’insurrezione armata contro i Borboni. Arrivato nel Cilento, MICHELE MAGNONI ottenne dal Comitato Unitario d’Azione la nomina dei due suoi fratelli, LUCIO e SALVATORE, che si misero subito a lavoro.

A RUTINO

Nel 27 agosto 1860, a Rutino, i fratelli MAGNONI: LUCIO, MICHELE e SALVATORE e NICOLA proclamavano l’Insurrezione armata nel Cilento

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni (….), in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro” (92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”.  Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?).  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, …..la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Guido Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo. L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto sulle colonne formatisi a Rutino aggiungeva delle altre colonne che andarono verso il Golfo di Policastro e scriveva: “Nello stesso tempo il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, della antica e patriottica famiglia di Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse di insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si riunirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano. Il 28 agosto Stefano Passero etc…. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 311, in proposito scriveva: Subito che il governo insurrezionale della Basilicata si vide al sicuro, impiegò tutte le sue forze per importare col mezzo di agenti l’insurrezione anche nel Principato ed estenderla anche nella Terra di Lavoro e negli Abruzzi. Dal 15 agosto in poi insorsero Eboli, la Šala, il distretto di Cilento nel Principato citeriore. I regii lasciarono tranquillamente succedere tutto ciò , ma non però quando videro che la rivoluzione cominciava ad agitarsi anche nel Principato ulteriore.”. Molti di questi documenti, come le Ordinanze di Lucio Magnoni, fraello di Michele e di Salvatore, furo pubblicate dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “….furono attivissimi. In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Dunque, il Segretario della Prodittatura di Sala Consilina, Antonio Alfieri d’Evandro (….) scriveva che uno dei capi della rivolta cilentana, TEODOSIO DE DOMINICIS, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che Lucio Magnoni: “E nel frattempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli. Signori….la conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Rutino il primo settembre 1860. Lucio Magnoni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza…..Rutino primo Settembre 1860.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunque uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”. De Crescenzo, a p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaela Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi. Ma chi avrebbe dato le armi etc…”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da MICHELE MAGNONI ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Venne affrettata anche la riorganizzazione della Guardia Nazionale alla quale Lucio Magnoni indirizò un proclama, esortendo tutti a mettersi sotto il comando della “spada gloriosa” di Garibaldi, etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 98, in proposito scriveva: “Michele che si trovava nel carcere della Vicaria a Napoli, fu espulso dal Regno nel 1857 con “bando perpetuo”. Esiliato a Genova – dove conobbe ed amò Agnese Guerriero, che fu per tutta la vita la compagna delle sue ansie e dei suoi dolori – s’imbarcò con i Mille di Garibaldi e si distinse per il suo valore alla presa di Corleone. Il 2 agosto, Garibaldi gli diede il compito di recarsi in provincia di Salerno e preparare la rivoluzione. Michele, con entusiasmo, si portò a Rutino e con i fratelli Lucio e Salvatore formò una colonna di uomini armati, che unitasi agli insorti di Laureana, di Torchiara, di Castellabate, di Stella Cilento e di Cicerale, andò incontro a Garibaldi, dal quale aveva avuto la nomina a pro-dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, parla dei volontari e cospiratori che parteciparono alle prime operazioni prodromiche nel Cilento, nel cap. XII, a pp. 116 e ssg. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Etc…”Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11….I Magnoni ne furono protagonisti gestendo con delicatezza e successo la competizione con i cavouriani. Ancora una volta siamo di fronte ad un fenomeno interessante per comprendere il radicamento di una memoria rivoluzionaria e di una tradizione politica. Nel Cilento furono arruolati circa tremila volontari divisi su 4 colonne, cifre su cui concordano storici come Pieri ed eruditi locali (le cronache dell’epoca danno un numero naturalmente molto maggiore) (67). La lezione del ’48 era chiara e la disciplina l’unico modo per tenere insieme le formazioni. I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali, convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cilentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale.”. Poi aggiungeva: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Cosimo De Giorgi (….), nel suo “Viaggio nel Cilento”, ed. Galzerano, a p. 228 e ssg., ci parla dei Magnoni nella rivolta del ’48 e del grande ruolo che ebbero i Magnoni.

Nel 27 agosto 1860,  a RUTINO, MICHELE MAGNONI, insieme ai suoi fratelli proclamò l’insurrezione armata

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Michele Magnoni

Su questa colonna vi è un Rapporto Relazione di Lucio Magnoni. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Dunque, Lucio Magnoni, nel suo Rapporto inviato al Comitato e pubblicato dal d’Evandro, in proposito a questa colonna scriveva: La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 66 e ssg., nell’“Appendice”, al “Doc. N. 3 bis.”, ovvero la “Relazione Rapporto di LUCIO MAGNONI” inviata al Comitato Napoletano, e datata “Rutino 31 agosto 1860”, dove in proposito è scritto che: “La Provincia di Salerno , eroica ne’ fatti della libertà Italiana , ha sempre congiurato per raggiungerne il nobile scopo. Ogni fiata che un’aura di moto e di agitazione ha commosso queste contrade, io ed i tre miei fratelli Salvatore, Michele e Nicola ne abbiamo assunto la direzio ne più specialmente per la zona del territorio Cilentano , portandone bene spesso ciaschedun di noi i dolori del carcere e le sofferenze dell’ esilio. Abbiam trovato sempre i nostri Concittadini pronti a secondarci nelle cospirazioni e nelle azioni ; e mi piace render pubblico testimonio di lode a Ferdinando Vairo di Torchiara e Lorenzo Mottola ad Altavilla e altrove e Raffaele Zamarelli, Pasquale Verdoliva, Raffaele Coccoli, Francesco del Giudice, Andrea de Ciutiis, e Giovanni Cocozza. Le nostre file rannodavansi strettamente con Pisciotta, Ascea, e Ceraso, ove tra vagliavano indefessi Teodosio de Dominicis , Gennaro Pagano, e Pietro Giordano. Etc…”. La relazione di Lucio Magnoni, inviato al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. AI SIGNORI Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli”, datato a Rutino, 1° settembre 1860, a pp. 68-69, in proposito è scritto che: “La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette nostre forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase , l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per riuscire a Diano, l’ altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Lucio Magnoni, a p. 66 (d’Evandro) ancora è scritto: “In pari tempo si procedette all’ organizzazione delle forze insurrezionali messe sotto gli ordini de’ Maggiori Carlo de Angelis, Errico del Mercato, Michele Magnone e Raffaele Zamarrelli con Ferdinando Vairo Commissario di Guerra ed Ignazio Cagnano Quartier Mastro Generale. A’ capi delle altre colonne lascio il dire delle organizzazioni di ciascheduna. Il Prodittatore Matina spedivami intanto Decreto di nomina a Presidente la giunta centrale della insurrezione nel Vallo, accompaguandolo coll’ ufficio che trascrivo. Etc…” e segue la lettera di Lucio Magnoni indirizzata al Matina.

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, …..la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Guido Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo. L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni. Nello stesso tempo il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, della antica e patriottica famiglia di Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse di insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro 3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si riunirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano. Il 28 agosto Stefano Passero etc…. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “L’esempio di Campagna veniva anche da Rutino. Garibaldi aveva disposto, fin dal 2 agosto, con un onorevole foglio, interamente scritto e firmato dalla sua invincibile mano, che Michele Magnoni, lo precedesse nel Salernitano per attizzare il fuoco etc…Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaela Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. Si tratta di RAFFAELE ZAMMARRELLI. Dunque, il De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni, forte dell’incarico ricevuto a Messina da Garibaldi, ritornato nel suo Cilento, si unì con gli altri due fratelli (Lucio e Salvatore) che il 27 agosto 1860, a Rutino proclamò la Insurrezione Armata. A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Michele MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. Però il De Crescenzo, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, riferendosi a Pietro Giordano, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”, forse i 100 giovani salernitani di cui aveva già parlato, si unirono alla colonna di Pietro GIORDANO e si diressero ad Ascea. Dunque, si posero sotto il comando di Michele Magnoni ma ad Ascea si misero sotto il comando di Pietro Giordano. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. De Crescenzo, a p. 84-85 aveva scritto che i circa 100 giovani delle famiglie salernitane erano Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrellira stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il 2 agosto del 1860, da Messina, aveva incaricato Michele Magnoni di Rutino, sottotenente di artiglieria, presso lo stato maggiore al Faro di Messina, di recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi la insurrezione in favore della causa nazionale. Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra. Il 27 agosto il Cilento insorgeva ancora una volta: ad Agropoli, in casa Torre, si dovevano gettare le basi della rivolta. Grande doveva essere la gioia di Filippo PATELLA e degli altri cilentani al seguito della spedizione dei Mille, quando, occupata la Sicilia, attraversando lo stretto di Messina, conquistata la Calabria e la Basilicata, l’esercito di Garibaldi si avvicinava al Cilento. Il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo Garibaldi giunge a Sapri; i Sapresi accorrono sulla spiaggia per salutare il condottiero. Il giorno precedente già erano sbarcati a Sapri il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e di poi proseguire per Padula, a breve distanza seguiva la la brigata Puppi e la brigata Spinazzi. Tutte queste forze furono concentrate a Sapri per portarsi poi in avanti con rapidità ed aiutare Garibaldi: si trattava di oltre 1.500 soldati. Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi. Lode e gloria ai martiri ed ai patrioti cilentani che attesero Garibaldi nella loro terra, maggiormente lode e gloria a Filippo Patella eroe garibaldino agropolese, che partecipò alla spedizione dei Mille fin dallo scoglio di Quarto. Un altro Garibaldino, Giuseppe Cesare Abba di Giuseppe, nato a Cairo, in provincia di Savona, nel suo libro “Da Quarto la Volturno – noterelle di uno dei Mille” ci attesta la presenza di molti ecclesiastici tra le file di Garibaldi.”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da MICHELE MAGNONI ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 98, in proposito scriveva: “Michele che si trovava nel carcere della Vicaria a Napoli, fu espulso dal Regno nel 1857 con “bando perpetuo”. Esiliato a Genova – dove conobbe ed amò Agnese Guerriero, che fu per tutta la vita la compagna delle sue ansie e dei suoi dolori – s’imbarcò con i Mille di Garibaldi e si distinse per il suo valore alla presa di Corleone. Il 2 agosto, Garibaldi gli diede il compito di recarsi in provincia di Salerno e preparare la rivoluzione. Michele, con entusiasmo, si portò a Rutino e con i fratelli Lucio e Salvatore formò una colonna di uomini armati, che unitasi agli insorti di Laureana, di Torchiara, di Castellabate, di Stella Cilento e di Cicerale, andò incontro a Garibaldi, dal quale aveva avuto la nomina a pro-dittatore.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11…I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione…..Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno” (217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Questa Relazione/Rapporto di Lucio Magnoni inviata al Comitato napoletano è stata pubblicata dall’Alfieri d’Evandro (….). Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefano Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che “In virtù dè poteri conferitomi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi, etc…”.”. Questa Relazione/Rapporto di Lucio Magnoni inviata al Comitato napoletano è stata pubblicata dall’Alfieri d’Evandro (….). Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: Michele Magnoni il 28 si diresse ad Ascea etc..”.

(Fig. n….) – Relazione di Lucio Magnoni (stralcio) –  in Alfieri d’Evandro (…), doc. n. 3 bis in “Appendice”, p. 67

STEFANO PASSERO

Nel 23 agosto 1860, il Comitato dell’Ordine di Napoli (Comitato Provinciale di Salerno) nominò STEFANO PASSERO, Commissario per promuovere l’insurrezione per il Distretto di Vallo della Lucania 

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. Etc…”.”. Stefano Passero forte dell’incarico ricevuto dal Comitato provinciale di Salerno del Comitato dell’Ordine di Napoli – in contrapposizione alla nomina del Magnoni – il 24 agosto 1860 scriverà all’amico NICOLA PAGANO ordinandogli di andare ad Ascea per prendere le armi che il Governo Piemontese inviava. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Lacava – Opera già citata, pag. 510”. Mazziotti scriveva pure che: Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Dunque, Mazziotti mette in evidenza i dissidi fra i due Comitati Napoletani. Per il Distretto di Vallo della Lucania il Comitato dell’Ordine aveva nominato STEFANO PASSERO, mentre il Comitato d’Azione aveva nominato Lucio Magnoni. Mazziotti però aggiunge che nonostante i dissidi fra i due Comitati, “il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 164, in proposito scriveva che: “Tornati in patria, gli esuli politici, molti dei quali attratti dalla politica cavouriana, diedero al Comitato d’Ordine un carattere più moderato. Ciò portò inevitabilmente a divergenze interne e, quando i mazziniani si resero conto della massiccia presenza dei cavouriani nel Comitato d’Ordine, i quali spingevano per il Plebiscito e l’immediata annessione del regno al Piemonte, diedero vita al ‘Comitato Unitario Nazionale’, un comitato di stampo democratico, alternativo al Comitato d’Ordine. Il Comitato del Distretto di Vallo ebbe due Commissari: Lucio Magnoni, aderente al Comitato Unitario Nazionale, e Stefano Passaro, del Comitato d’Ordine, i quali collabrorarono nelle loro azioni, anche se a prevalere erano le posizioni del Magnoni (215).”. Del Duca, a p. 164, nella nota (215) postillava che: “(215) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in L. Rossi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, cit. pag. 275.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefano Passaro, mentre Lucio Magnoni, etc…”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a pp. 23-24, dopo di aver scritto del mandato al Matina, in proposito scriveva che: “Restava escluso il distretto di Vallo. Per questo il Comitato Unitario si affrettò a nominare Lucio Magnoni, quello dell’Ordine tentò di opporgli Stefano PASSERO. I due commissari in realtà procedettero d’amore e d’accordo, ma le disposizioni che valevano erano quelle di Magnoni. Così tutta la provincia fu sotto il controllo dei mazziniani.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: Il 28 agosto Stefano Passero etc…. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò….”La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini ifervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi. Ma chi avrebbe dato le armi etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11…Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Cosimo De Giorgi (….), nel suo “Viaggio nel Cilento”, ed. Galzerano, a p. 228 e ssg., ci parla dei Magnoni nella rivolta del ’48 e del grande ruolo che ebbero i Magnoni.

Davis Ottati (….), nel suo “Dal Feudo alla liberà – un paese del Sud”, ed. Pananti, Firenze, a p. 98 e ssg., in proposito scriveva che: Il fenomeno del volontarismo che aveva alimentato validamente le primigenie schiere garibaldine, era a quel tempo già in declino ed i motivi, tanto per esemplificare, erano due: il primo, perché Garibaldi aveva rinsanguato le sue colonne, e, dalla fase dello spontaneismo pittoresco della guerriglia, era passato alla più razionale organizzazione militare, secondo, perchè con i successi le titubanze sabaude erano fugate, subentrando al loro posto la paura di essere tagliati fuori, quindi provvedendo a far muovere esercito e maina. E’ spiegabile così il mediocre afflusso di uomini del principato – da scartare quindi l’opinione razzistica secondo cui lo stato maggiore di Garibaldi avrebbe operato un’odiosa discriminazione verso l’apporto meridionale – tenendo ben presente che i “quadri” rivoluzionari come i Padula, i Pessolani, i Santelmo, i Magnone e molti altri, erano già nelle sue file garibaldine e a Milazzo appunto cadeva il prete Vicenzo Padula, senza contare la colonna Passero di cui si dirà.”. Ottati (…), a p. 98 aggiungeva che: “Stefano Passero (55), intanto, ebbe magior fortuna perché avendo organizzato nel Cilento una colonna di 1.000 uomini armati gli venne ordinato di muoversi dal Vallo di Diano e portarsi verso Salerno. La colonna Passero poi si unì alle file garibaldine, partecipando onorevolmente alla battaglia di Capua.”. Ottati, a p. 98, nella nota (54) postillava: “(54) Io stesso ho conosciuto il nipote, il notaio Matina, neli anni trenta, di Teggiano che frequentava mio padre tutte le volte che si recava a Sala.”. Ottati, a p. 98, nella nota (55) postillava: “(55) Il Passero era un medico. Fu condannato alla decapitazione dai borboni ma sfuggì alla pena dandosi alla clandestinità.”. Su Stefano Passero ha scritto Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli”,

Nel 23 agosto 1860, il Comitato napoletano dell’Ordine nominò STEFANO PASSERO

Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72 e ssg., nell’“Appendice”, al “Doc. n. 5”, ovvero la “Relazione Rapporto di STEFANO PASSERO” inviata al Comitato Napoletano, che, in proposito scriveva che: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore o direttore del movimento insurrezionale del Distretto di Vallo di accordo con cotesto provinciale o con gli altri capi precedentemente nominati e da nominarsi. ».. Il Passero proseguendo la sua relazione sui fatti, a p. 74, in proposito scriveva che: In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero etc…”. Il Passero, nel suo Rapporto si firmava: Noi Stefano Passero etc…Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti scriveva pure che: Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Dunque, Mazziotti mette in evidenza i dissidi fra i due Comitati Napoletani. Per il Distretto di Vallo della Lucania il Comitato dell’Ordine aveva nominato Stefano Passero, mentre il Comitato d’Azione aveva nominato Lucio Magnoni. Mazziotti però aggiunge che nonostante i dissidi fra i due Comitati, “il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti scriveva che il patriottismo tra Lucio Magnoni ed il Passero evitò conflitti tra i due che cooperarono abilmente per la riuscita delle operazioni. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri noti liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico, non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner scriveva che il “Comitato napoletano dell’Ordine”, il 10 agosto 1860 assicurò al Matina il concorso di altri noti liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori.”. Dunque, Ebner scriveva che STEFANO PASSERO della Valle di Novi “teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori”. Quale fosse la rete dei cospiratori tenuta da STEFANO PASSERO di Novi non è detto. Ebner aggiunge solo che il Passero Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati.”. Dunque, Ebner postillava che il 23 agosto 1860, “…il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno”, comunicava che Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo”.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 164, in proposito scriveva che: Il Comitato del Distretto di Vallo ebbe due Commissari: Lucio Magnoni, aderente al Comitato Unitario Nazionale, e Stefano Passaro, del Comitato d’Ordine, i quali collabrorarono nelle loro azioni, anche se a prevalere erano le posizioni del Magnoni (215).”. Del Duca, a p. 164, nella nota (215) postillava che: “(215) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in L. Rossi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, cit. pag. 275.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefano Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che “In virtù dè poteri conferitomi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi, etc…”.”. Questa Relazione/Rapporto di Lucio Magnoni inviata al Comitato napoletano è stata pubblicata dall’Alfieri d’Evandro (….). Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a pp. 23-24, dopo di aver scritto del mandato al Matina, in proposito scriveva che: “Restava escluso il distretto di Vallo. Per questo il Comitato Unitario si affrettò a nominare Lucio Magnoni, quello dell’Ordine tentò di opporgli Stefano PASSERO. I due commissari in realtà procedettero d’amore e d’accordo, ma le disposizioni che valevano erano quelle di Magnoni. Così tutta la provincia fu sotto il controllo dei mazziniani.”.

Le commissioni istituite per la raccolta di danaro da parte di STEFANO PASSERO

Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72 e ssg., nell’“Appendice”, al “Doc. n. 5”, ovvero la “Relazione Rapporto di STEFANO PASSERO” inviata al Comitato Napoletano, che, in proposito scriveva che: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore o direttore del movimento insurrezionale del Distretto di Vallo di accordo con cotesto provinciale o con gli altri capi precedentemente nominati e da nominarsi. ».. Il Passero proseguendo la sua relazione sui fatti, a p. 74, in proposito scriveva che: In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero etc…”. Il Passero, nel suo Rapporto si firmava: Noi Stefano Passero etc…Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”. Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 73-74, nell’“Appendice”, al “Doc. n. 5”, ovvero la “Relazione Rapporto di STEFANO PASSERO” inviata al Comitato Napoletano, che, in proposito scriveva che: In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in sua casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1. ° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 Agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ ordine. “Noi Stefano Passero, in virtù di poteri conferitici dal Comitato centrale dell’ ordine e dell’ unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo, dichiariamo iniziata l’insurrezione, avente per iscopo la formazione del Regno d’Italia sotto lo scettro costituzionale del Re Vittorio Emmanuele sotto la Dittatura dell’ invitto eroe Garibaldi. E affinchè l’insurrezione medesima non devii dal suo scopo viene stabilita in questo Capoluogo: 1. Una Commissione incaricata di raccogliere armi e munizioni di ogni specie. 2. Una commissione diretta a raccogliere delle somme per offerte volontarie. 3. Una commissione destinata a provvedere alla pubblica sicurezza durante il tempo, in cui alle Autorità governative manca la forza morale per la esecuzione delle leggi e per l’amministrazione della giustizia . Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero. » Dalla prima commissione furono raccolte armi , che vennerò distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero. Dalla seconda commissione si ricevettero volontariamente offerte per D. 3000 circa e di questa somma non furono introitati che solo D. 1200 passati al Comandante Passero a fine di pagarsi gl’individui , che lo seguivano, e per supplire ad ogni altra spesa occorrente nel movimento insurrezionale. Dalla terza commissione ben si provvide allo scopo per cui era stata creata.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che, nel Distretto di Vallo, il “Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” (il cui promotore e Direttore accreditato dal Comitato Centrale dell’Ordine, era Stefano Passero), gli fece tenere 500 ducati ed “erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”Dunque, tra il 23 ed il 28 agosto 1860, Stefano Passero istituì tre Commissioni. Il D’Evandro scriveva che: “Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennero distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero…..”. D’Evandro continuando la sua relazione scriveva: “Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc…”, e poi aggiungeva: “Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Etc…”. Dunque, D’Evandro scriveva che nel Distretto di Vallo della Lucania, il Municipio di Vallo della Lucania provvedè a quanto occorresse alla colonna di Stefaro Passero, ed aggiunge che le spese vive per l’occorrente “fu largamente pagata dal Comandante Passero”.

Nel 24 agosto 1860, STEFANO PASSERO scriveva a NICOLA PAGANO (forse parente di Gennaro Pagano) delle armi e gli ordinava di andarle a prelevare. Il Pagano che le prelevò a Pioppi (vicino Acciaroli), li portò ad Ascea dove li consegnò al de Dominicis – che non le fece avere al Vinciprova 

Dunque, in questo paragrafo dirò della lettera che STEFANO PASSERO scrisse a NICOLA PAGANO. Il PASSERO, il 23 agosto 1860 venne accreditato dal Comitato dell’Ordine che si contrapponeva all’altro Comitato – quello dell’Azione- a cui era accreditato Lucio Magnoni. Subito dopo, il Passero prese delle sue autonome iniziative, come ad esempio quella secondo cui egli ordinò a NICOLA PAGANO di ritirare le armi che servivano alla rivoluzione e che i vari capi insurrezione attendevano. Alcuni ci parlano di armi che portò il romanziere francese Alexandre Dumas, con il suo Yact Emma, mentre altri ci parlano di armi inviate da Persano, ovvero aiuti del Governo Piemontese; altri ancora ci parlano di armi promesse ed inviate dal Comitato Bertani (….). Su Stefano Passero ha scritto anche Mazziotti. Ad esempio Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 127 aggiungeva che: “VI. Nel circondario di Pollica si attendevano, per insorgere, armi ed un capo militare promessi dai Comitati, ma in vana attesa trascorsero varii giorni. Dovevano giungere ad Acciaroli, marina di quel Comune, per mezzo della goletta Emma del celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta l’Oddo (3). Questa il 18 agosto era approdata nel golfo di Salerno.”. Ma, altre armi arrivarono con lo Yact Emma anche il 5 settembre 1860. Ma non sono di queste che parlo ora. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 125 aggiungeva che: “Il Matina nel dissenso tra i due Comitati, preferì di seguire l’azione di quello Unitario, il quale lo nominò il 23 agosto alto commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per l’altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni ‘*). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Dunque, il 23 agosto il Comitato centrale dell’Ordine aveva nominato Stefano Passero che doveva promuovere nel Distretto di Vallo l’insurrezione. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128 aggiungeva che: “Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione degli accordi presi col Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristofaro Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Cannalonga, longa, di Castelnuovo, di Moio, di Stio e di Sacco. Il sottointendente di Vallo, Giuseppe Giannelli di Nocera, non volle fare adesione al movimento, ma rassegnò i suoi poteri. Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione.”. Sull’opera e l’iniziativa solerte del Passero Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nell’”Appendice”, a pp. 72-73-74, ha pubblicato la sua Relazione-Rapporto di Stefano Passero che aveva inviato al Comitato dell’Ordine, ed in proposito scriveva che: A’ 23 Agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine, comunicava al Comitato provinciale di Salerno il seguente ordine. « Il Capitano della Guardia Nizionale Sig . Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di promotore o direttore del movimento insurrezionale del Distretto di Vallo di accordo con cotesto provinciale o con gli altri capi precedentemente nominati e da nominarsi. » In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in sua casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1. ° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale , pubblicato al 30 Agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ ordine. << Noi Stefano Passero , in virtù di poteri conferitici dal Comitato
<< centrale dell’ ordine e dell’ unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo, dichiariamo iniziata l’insurrezione, avente per iscopo la formazione del Regno d’Italia sotto lo scettro costituzionale del Re Vittorio Emmanuele sotto la Dittatura dell’ invitto eroe Garibaldi. E affinchè l’insurrezione medesima non devii dal suo scopo viene stabilita in questo Capoluogo: 1. Una Commissione incaricata di raccogliere armi e munizioni di ogni specie. 2. Una commissione diretta a raccogliere delle somme per offerte volontarie. 3. Una commissione destinata a provvedere alla pubblica sicurezza durante il tempo, in cui alle Autorità governative manca la forza morale per la esecuzione delle leggi e per l’amministrazione della giustizia etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 263, nella nota (90) postillava: “(90) D’Evandro cit., Appendice, Docum. 4 (relazione Lorenzo Curzio) “Egli (Giovanni Matina) corrispondeva in Salerno con Antonio Di Meo; e questi trasmetteva agli altri cospiratori della provincia le fila della congiura, ai bravi fratelli Magnoni, a Pietro Giordano, ed a Gennaro Pagano nel Cilento”.”. E qui si cita GENNARO PAGANO che forse era un parente stretto del NICOLA PAGANO a cui il PASSERO affidò il compito di andare a ritirare le armi a Pioppi. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio….e le armi promesse; (e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione.”. Dunque, sulle “armi promesse” il Racioppi scriveva che queste, non arrivarono “che prima dell’agosto spirante” (che vuol dire verso la fine del mese di Agosto 1860. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a pp. 104-105 e ssg., in proposito scriveva che: “11. Nonostante le posizioni politiche evidentemente differenti i rivoltosi erano più o meno restati uniti, anche se non mancarono tensioni. La più grave riguardò la divisione delle armi sbarcate sulla costa cilentana da una nave piemontese. De Dominicis, moderato, non volle dividerle con Vinciprova, non riconoscendogli il grado. Ma poi si accordò con Magnoni per l’autorevolezza indiscussa e le divisero tra le due colonne (69). Nessuno tra i radicali del Principato, quasi tutti ex mazziniani, mise in discussione il programma Italia e Vittorio Emanuele II. Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (69) postillava: “(69) Matteo Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860 cit., pp. 68-72.”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Il passaggio di Pinto però riguarda altre armi che effettivamente arrivarono ad Acciaroli – forse pure dal Dumas – ma si tratta delle armi che furono portate da Genaro PAGANO al DE DOMINICIS e che il de Dominicis ad Ascea diede a Salvatore Magnoni. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, a p. 275, in proposito scriveva che: Il Comitato del distretto di Vallo ebbe due commissari: Lucio Magnoni aderente al Comitato Unitario e il colonnello Stefano Passaro del Comitato dell’Ordine, i quali “procedettero d’amore e d’accordo, ma le disposizioni che valevano erano quelle del Magnoni” (12).”. Policicchio, a p. 275, nella nota (12) postillava: “(12) F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, pp. 23-4.”. Policicchio citava il testo di Francesco Franco. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento cominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile per i distretti di Salerno e Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare nel Cilento…..L‘insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefano Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che “In virtù dè poteri conferitomi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi, etc…”.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Dunque, Silvano Del Duca scriveva che l 1° settembre 1860 il de Dominicis – che era in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine “rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese.”. La notizia delle armi che arrivarono alla marina di Ascea e che furono ritirare dal De Dominicis – che si trovava lì con la sua colonna di insorti cilentani – proviene dal Mazziotti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il Governo di Torino ed il Comitato d’azione di Genova promettevano invio di armi.”. Il Mazziotti prosegue con le armi che il Lacava invano, il 7 agosto 1860 cercò andandosi ad incontrare con Vinciprova a Celso in casa Mazziotti. Ma chi prese in consegna le armi arrivate ad Acciaroli ? E le armi arrivarono ad ACCIAROLI o a PIOPPI ?. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati….(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Dunque, Ebner scriveva che le armi sbarcarono a Pioppi e furono portate ad Ascea al de Dominicis. Su queste armi e sul passaggio da Cannicchio – piccolo casale del Cilento, ha scritto pure Tommaso Pedio (….), nel suo “La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico”, a p. 123 cita il testo di De Crescenzo e scriveva: “(555) Alfredo De Crescenzo Alfredo, Lo sbarco garibaldino ad Acciaroli nel 1860, in Numero unico per l’Anniversario della fondazione della Lega Navale a Salerno, Salerno, 1938. Acciaroli è una frazione del comune di Pollica, nel Cilento, e l’unico approdo, prima della Licosa, che offre una certa sicurezza sulla costa cilentana. Gli uomini che sbarcarono avevano il compito di proteggere la marcia delle colonne che, attraverso il lagonegrese, sarebbero passate per il Vallo di Diano dirette a Salerno. Lo sbarco, contrariamente a quel che assume il d. C., non avvenne nel porto di Acciaroli, ma in località tra Lupini e la Torre del Caleo, dove sbocca un sentiero che conduce a Cannicchio, piccolo centro abitato a meno di un chilometro dall’abitato di Celso, patria dei Mazziotti. Dalla famiglia Piantieri di Cannicchio si conserva una lettera inedita di Garibaldi con la quale si ringraziavano i componenti di quella famiglia che, insieme ai Pisani, altra famiglia di Cannicchio imparentata con i Carducci di Capaccio, avevano accolto le avanguardie garibaldine nelle loro case guidandole, successivamente, attraverso i paesi interni del Cilento verso la pianura di Eboli. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 94-95, in proposito scriveva pure che: “XI. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, etc…”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che: Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 70, in proposito scriveva: “Nell’elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319 si legge che Odoardo Moreno, già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno, provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”. Dunque, Mazziotti (….), sulla scorta dell’ “….elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319″, vi è esposto un documento dove “si legge che ODOARDO MORENO” – che era stato “…già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno”, “provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Mazziotti aggiunge che le armi che “due volte” il MORENO, aveva trasportato “alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il TANARO e sul GOVERNOLO”, molto probabilmente erano le “Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”. Nel 1921, ci parla il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis.”. Dunque, Mazziotti conferma le notizie circa queste armi che arrivarono a PIOPPI e non ad Acciaroli. Ma chi ritirò le armi a Pioppi ?. Mazziotti (….), a p. 70, dopo aver detto di EDOARDO MORENO che avrebbe trasportato con il Tanaro le armi cita Nicola Nisco. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 70 aggiungeva che: “Il Nisco narra un importante episodio. Egli scrive: « La Dora nella sua rotta (per il trasporto delle armi) mi lasciava a Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi non avere missione di indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito a l’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’ esercito e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio, non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunciamento a WdL spagnuola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. Soggiungevano non essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi, che non si sono battuti contro proprii concittadini in rivoltura e noi sa ranno i napoletani se non si batteranno: avrebbero nome di traditori, se essendovi ancora il re inalzassero o seguissero la bandiera di un altro principe. Molto discorsero su l’effetto dissolvente prodotto nell’ esercito dalle dimissioni del gen. Nunziante le quali avevano fatto venir meno nell’ufficialità il sentimento della stabilità della dinastia » (1).”. Mazziotti, a p. 70, nella nota (1) postillava: “(1) Opera citata a p. 97”. Mazziotti, a p. 97 cita: “Nicola Nisco, Francesco 2°.”. Infatti, Nicola Nisco (….), nel suo “Francesco 2°”, ed….., Napoli, 18….., a p. 79, in proposito scriveva: “La Dora nella sua rotta mi lasciava in Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito, ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi: non aver missione d’indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito all’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’esercito, e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunziamento alla spagnola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. Soggiungevano non essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi che non si sono battuti contro i proprii concittadini in rivoltura, e nol saranno i napoletani se non si batteranno; avrebbero nome di traditori se, essendovi ancora il re, innalzassero o seguissero la bandiera di un altro principe. Molto discorsero sull’effetto dissolvente prodotto nell’esercito dalle demissioni del generale Nunziante, le quali avevano fatto venir meno nell’ uffizialità il sentimento della stabilità della dinastia. Da questo convegno io ritornava col convincimento del trionfo sicuro della causa dell’ unità, e dello inevitabile disfacimento dell’ esercito, il quale se non seguì l’esempio del toscano, ne fu cagione principalmente l’essere stata la bassa forza col sistema della sostituzione e dei cambi ridotta affatto separata dalla borghesia, e divenuta, col sistema dello spionaggio, nemica dell’ufficialità. E cotal mio convincimento espressi schiettamente al Persano quando mi comunicava il telegramma allora ricevuto dal Cavour che diceva: << Nunziante è a Berna; etc…”. Sul MURATORI, il Mazziotti scrive ancora ma si riferisce all’episodio dell’arrivo delle armi il 5 settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: “…Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare nel Cilento.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 100, riferendosi a LEONINO VINCIPROVA, in proposito scriveva: Garibaldi lo incaricò di andare ad Acciaroli con Pietro La Cava e prendere in consegna la nave di Dumas con tutte le armi e munizioni, che poi dovevano servire per la sommossa nel napoletano. Ma le armi non giungevano e di lì La Cava partì per Napoli, rimanendo il Vinciprova ad attenderle. Si pensò ad “una indegna canzonatura fatta dal Comitato di Napoli”, (così scrisse in una lettera il La Cava).”. Dunque Infante (….) scriveva che il Lacava se ne partì per Napoli mentre il VINCIPROVA restò ad attendere le armi. Però in questo caso il Nisco chiarisce poco il movimento di queste armi. Trovo interessante ciò che ha scritto Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, che, a p. 145 scriveva che: “Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: etc…(184) “. Il Del Duca, sulla base della documentazione conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno scriveva che STEFANO PASSERO, il 24 agosto 1860 scriveva e avvertiva il liberale NICOLA PAGANO. Del Duca, a p. 145, nella nota (184) postillava: “(184) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. STEFANO PASSERO scriveva al cittadino liberale NICOLA PAGANO (forse parente e fiduciario di GENNARO PAGANO di Pisciotta): “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, avvertiti della cosa, prendessero le mosse per molestarvi, ho piena fiducia in voi, se, in tal caso, proclamiate la rivoluzione col prestigio glorioso nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia una. Noi accorreremo subito. Per questo e per quanto altro potrà accadere, fido nei vostri noti meriti patriottici, nella vostra energia e nella vostra attività, ricordandovi i travagli da voi e dai vostri fratelli sempre sofferti, per combattere la efferata dinastia borbonica” (184).”. Dunque, il Del Duca traendo dall’Archivio di Stato di Salerno un documento poco noto, ovvero la lettera che il 24 agosto 1860 Stefano PASSERO, incaricato dal COMITATO DELL’ORDINE di Napoli, di promuovere la insurrezione armata nel Cilento, informò il liberale NICOLA PAGANO dei fucili che dovevano essere sbarcati ad Ascea. Il Passero scriveva al Pagano e lo pregava di “…imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni.”. Inoltre, il Passero scrivendo al Pagano dei fucili che si portava ad Ascea attraverso il piroscafo della marina Piemontese, “Tanaro”, lo avvertiva dei pericoli etc…..STEFANO PASSERO ordinava al liberale NICOLA PAGANO di andare a ritirare le armi che Persano inviava con il piroscafo sardo “TANARO” e di andarle a portare ad Ascea dove erano attese dal DE DOMINICIS e che il de Dominicis – come vedremo scrive al VINCIPROVA il 1° settembre 1860, di non averle voluto consegnarle a lui. Dunque, le armi arrivarono ad Acciaroli – presumibilmente nei giorni prima del 1° settembre 1860. Arrivaro ad ACCIAROLI e furono ritirate da…………………….che li portò e li consegnò ad ASCEA a TEODOSIO DE DOMINICIS il quale non li volle dare a LEONINO VINCIPROVA – del Comitato d’Azione, sebbene, il VINCIPROVA, come scrive Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 100, parlando di LEONINO VINCIPROVA, in proposito scriveva: “Garibaldi lo incaricò di andare ad Acciaroli con Pietro La Cava e prendere in consegna la nave di Dumas con tutte le armi e munizioni, che poi dovevano servire per la sommossa nel napoletano. Ma le armi non giungevano e di lì La Cava partì per Napoli, rimanendo il Vinciprova ad attenderle. Si pensò ad “una indegna canzonatura fatta dal Comitato di Napoli”, (così scrisse in una lettera il La Cava).”. Dunque Infante (….) scriveva che il Lacava se ne partì per Napoli mentre il VINCIPROVA restò mentre il Lacava se ne partì per Napoli. Passaggio importante dell’intricata vicenda è ciò che scrisse STEFANO PASSERO. Dunque, dall’Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto Prefettura, 1860 (busta 1, fascicolo 1) si evince l’incartamento “Sbarco di fucili alla marina di Ascea”. In questi documenti vi è una lettera che STEFANO PASSERO – delegato dal Comitato dell’Ordine (Comitato Provinciale di Salerno) quale Commissario Organizzatore per il Distretto di Vallo – che indirizzò al liberale NICOLA PAGANO (forse un parente di Gennaro Pagano di Pisciotta). Nella lettera il Passero gli comunicava che: “…a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine.” e, gli ordinava di vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni.”. La lettera di Passaro è del 24 agosto 1860. Egli informato dal Comitato che il governo Piemontese inviava tramite il Persano delle armi per la rivoluzione (circa 800 fucili e provvigioni) avvertiva Nicola Pagano.

Dopo il 26 agosto 1860, NICOLA PAGANO ed il ritiro delle armi inviate dal Governo Piemontese giunte a Pioppi con il “TANARO” e il “GOVERNOLO”

Dunque, in questo paragrafo dirò della lettera che STEFANO PASSERO scrisse a NICOLA PAGANO. Il PASSERO, il 23 agosto 1860 venne accreditato dal Comitato dell’Ordine che si contrapponeva all’altro Comitato – quello dell’Azione- a cui era accreditato Lucio Magnoni. Subito dopo, il Passero prese delle sue autonome iniziative, come ad esempio quella secondo cui egli ordinò a NICOLA PAGANO di ritirare le armi che servivano alla rivoluzione e che i vari capi insurrezione attendevano. Alcuni ci parlano di armi che portò il romanziere francese Alexandre Dumas, con il suo Yact Emma, mentre altri ci parlano di armi inviate da Persano, ovvero aiuti del Governo Piemontese; altri ancora ci parlano di armi promesse ed inviate dal Comitato Bertani (….). Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”.

Nel …..agosto 1860, NICOLA PAGANO ed il ritiro delle armi inviate dal governo Piemontese (o dal Comitato Bertani fin dal 1° agosto 1860 ?) furono portate a Pioppi sul piroscafo TANARO e GOVERNOLO da NICOLA PAGANO (su ordine di STEFANO PASSARO), e poi trasportate e ritirate ad Ascea da TEODOSIO DE DOMINICIS

Dunque, in questo paragrafo dirò della lettera che STEFANO PASSERO scrisse a NICOLA PAGANO. Il PASSERO, il 23 agosto 1860 venne accreditato dal Comitato dell’Ordine che si contrapponeva all’altro Comitato – quello dell’Azione- a cui era accreditato Lucio Magnoni. Subito dopo, il Passero prese delle sue autonome iniziative, come ad esempio quella secondo cui egli ordinò a NICOLA PAGANO di ritirare le armi che servivano alla rivoluzione e che i vari capi insurrezione attendevano. Alcuni ci parlano di armi che portò il romanziere francese Alexandre Dumas, con il suo Yact Emma, mentre altri ci parlano di armi inviate da Persano, ovvero aiuti del Governo Piemontese; altri ancora ci parlano di armi promesse ed inviate dal Comitato Bertani (….). Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”.

Nel 26 agosto 1860, ad Ascea, le armi inviate dal governo Piemontese (o dal Comitato Bertani fin dal 1° agosto 1860 ?) furono portate a Pioppi sul piroscafo TANARO e GOVERNOLO da GENNARO PAGANO (su ordine di STEFANO PASSARO), e poi trasportate e ritirate ad Ascea da TEODOSIO DE DOMINICIS – che non volle consegnare al VINCIPROVA. Il de Dominicis le distribuì ma in parte alla sua colonna e a quella di Michele Magnoni. Nella sua lettera scrive che una parte furono spedite a Salvatore Magnoni

La notizia delle armi che arrivarono alla marina di Ascea e che furono ritirare dal De Dominicis – che si trovava lì con la sua colonna di insorti cilentani – proviene dal Mazziotti. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla parte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; (e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione.”. Dunque, sulle “armi promesse” il Racioppi scriveva che queste, non arrivarono “che prima dell’agosto spirante” (che vuol dire verso la fine del mese di Agosto 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il Governo di Torino ed il Comitato d’azione di Genova promettevano invio di armi.”. Il Mazziotti prosegue con le armi che il Lacava invano, il 7 agosto 1860 cercò andandosi ad incontrare con Vinciprova a Celso in casa Mazziotti. Mazziotti, a pp. 68-69, aggiungeva pure che: “Il Comitato d’azione di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5). « Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento….etc…”. Il Mazziotti, a p. 69 aggiunge che alla ricerca di queste armi arrivate nel Cilento, il Lacava partirà il 7 agosto 1860. Mazziotti, a pp. 69-70 aggiungeva pure che: “Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che le armi – che il Lacava si era partito il 7 agosto 1860 per trovarle ed inviarle in Basilicata – secondo l’amico compianto marchese ATENOLFI, queste armi  furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica” e da Pioppi, furono trasportate ad Ascea dove “furono ritirate da TEODOSIO DE DOMINICIS”. Dunque, Mazziotti riferiva che, il Marchese ATENOLFI gli riferiva che “…le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis.”. Dunque, Mazziotti, sulla scorta dell’amico marchese Atinolfi scriveva che il DE DOMINICIS ritirò le armi ad Ascea dove erano state trasportate da dove erano state sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica.”. Dunque, Mazziotti, sulla scorta dell’amico marchese Atinolfi scriveva che il DE DOMINICIS ritirò le armi ad Ascea dove erano state trasportate da dove erano state sbarcate “…alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica.”. Di queste armi inviate, pare che il Governo provvisorio di Basilicata avesse chiesto conto al de Dominicis, il quale, il 1° settembre 1860 risponde con una lettera scrivendo al Governo provvisorio di Basilicata. Dunque, secondo il Mazziotti la prova che il De Dominicis avesse prelevato le armi e aiuti ad Ascea si trova in un suo scritto, ovvero nella Relazione/Rapporto che il De Dominicis invia al Comitato dell’Ordine Napoletano. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 69, in proposito scriveva che: “VI…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo: Etc..”. Dunque, Mazziotti scriveva che aveva saputo dal “marchese Atenolfi”, suo amico, che le armi furono sbarcate alla “punta del Fico” presso il villaggio di Pioppi nel comune di Pollica. Mazziotti, a pp. 69-70 pubblicava quella che ha chiamato la “nota scritta” del De Dominicis da lui indirizzata al “Cittadino Leonino Vinciprova in Omignano”. Mazziotti (….) continuando il suo racconto, a pp. 69-70, aggiungeva pure che: “La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo: etc…”. Secondo il Mazziotti, la notizia dello sbarco delle armi a Pioppi e poi trasportate e ritirate ad Ascea dal De Dominicis trova riscontro in uno scritto dello stesso DE DOMINICIS, egli scriveva dal “Comando del primo corpo d’Insurrezione in Distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2).”. La lettera invata dal De Dominicis, è firmata Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) 1) Il Mazziotti, come ho narrato nel libro Ricordi di famiglia, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata e il Matina chiedevano conto di quelle armi.”.

(Fig. n….) – Nota scritta, da Centola, del 1° settembre 1860 di Teodosio de Dominicis indirizzata al “cittadino Leonino Vinciprova di Omignano”, pubblicata da Matteo Mazziotti (…), p. 70

Mazziotti, a p. 70 pubblicò quella che chiamò la “nota scritta” del De Dominicis indirizzata il 1° settembre 1860 da Centola al Vinciprova di Omignano: “Signore. E’ vero che dal Comitato centrale di Napoli mi son giunti avanti ieri cinquecento fucili; ma il Comitato avendoli messi liberamente a mia disposizione e senza obbligo di farne ripartizione, così ho creduto spedirne sette casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, unico che riconosco a mio uguale nel Distretto, il resto ne ho disposto per armare una porzione della innumerevole gente che mi seguiva inerme; posso assicurvi che la mia colonna è forte tanto che non vi sono fucili che bastino. Per conseguenza di ciò potete assicurare da mia parte il Governo Prodittoriale di Basilicata, che il Commissario Civile Cittadino Matina che ad onta etc…Firmato…Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Insomma era accaduto che il de Dominicis aveva disposto arbitrariamente delle armi inviate dal governo Piemontese (forse del Comitato Bertani). Fatto sta che Mazziotti, a p. 70, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata ed il Matina chiedevano conto di quelle armi.”. Delle armi di cui si era impossessato arbitrariamente il de Dominicis. Mazziotti riporta a pp. 69-70 la “Nota” del De Dominicis al Vinciprova. Si tratta di una lettera che il De Dominicis scrisse al Vinciprova di Omignano, il 1° settembre dal campo di Centola che era stata da lui occupata. La lettera del de Dominicis si trova conservata ed è stata esposta nella Mostra del Risorgimento. Dunque, il DE DOMINICIS, che tutti scrivono essere Teodosio Junior, scriveva al Comitato della Basilicata il 1° settembre 1860 da Centola dove era arrivato con la sua colonna e con Gennaro PAGANO. Dunque, è da questa lettera del de Dominicis che si apprende che egli era a Centola il 1° settembre 1860. Il De Dominicis scriveva da CENTOLA, il 1° settembre 1860 dal: Comando del primo corpo d’insurrezione del distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 …Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodoro De Dominicis (2)…etc…”. Sempre il Mazziotti, a p. 70, in proposito scriveva: “Nell’elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319 si legge che Odoardo Moreno, già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno, provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”. Dunque, Mazziotti (….), sulla scorta dell’ “….elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319″, vi è esposto un documento dove “si legge che ODOARDO MORENO” – che era stato “…già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno”, “provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Mazziotti aggiunge che le armi che “due volte” il MORENO, aveva trasportato “alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il TANARO e sul GOVERNOLO”, molto probabilmente “Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “Si era già alla vigilia dell’Insurrezione e in questi giorni a Napoli i due comitati non riuscirono a raggiungere un accordo per dare una condotta unitaria al moto nelle province: in linea di massima fu stabilita la contemporanea insurrezione della Calabria, della Basilcata, del Salernitano, del Barese e della provincia di Avellino. A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese.”. Su queste armi, che arrivarono ad Ascea (il Mazziotti non dice quando arrivarono ad Ascea) ha scritto Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Dunque, secondo il Del Duca (….), il 1° settembre 1860, ad Ascea, il DE DOMINICIS, prese in consegna delle armi che non volle consegnare al VINCIPROVA a causa dei contrasti fra i due Comitati napoletani – contrasto che Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi,”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Dunque, il Del Duca (….) mette in risalto la situazione nei due Comitati napoletani, anzi per meglio dire il Comitato napoletano chiamato dell’Ordine e quello di Azione. Tra i due Comitati sorsero screzi e dissapori tanto da nominare sul Cilento diversi responsabili dell’Insurrezione armata. Sull’invio di armi da parte del Governo Piemontese arrivati prima a Pioppi e trasportati ad Ascea dove furono poi, in seguito ritirati arbitrariamente da TEODOSIO DE DOMINICIS, oltre alla nota scritta dello stesso de Dominicis, indirizzata il 1° settembre 1860 da Centola al Vinviprova di Omignano, Silvano Del Duca ha pubblicato una nota scritta dal Passero. Del Duca (….) continuando il suo racconto scriveva pure che, proprio a causa dei continui screzi e dissapori tra i due Comitati, a p. 145 scriveva che: “Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: etc…(184) “. Il Del Duca, sulla base della documentazione conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno scriveva che STEFANO PASSERO, il 24 agosto 1860 scriveva e avvertiva il liberale NICOLA PAGANO. Del Duca, a p. 145, nella nota (184) postillava: “(184) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Il Del Duca scriveva che Passero scriveva al Pagano: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, avvertiti della cosa, prendessero le mosse per molestarvi, ho piena fiducia in voi, se, in tal caso, proclamiate la rivoluzione col prestigio glorioso nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia una. Noi accorreremo subito. Per questo e per quanto altro potrà accadere, fido nei vostri noti meriti patriottici, nella vostra energia e nella vostra attività, ricordandovi i travagli da voi e dai vostri fratelli sempre sofferti, per combattere la efferata dinastia borbonica” (184).”. Dunque, il Del Duca traendo dall’Archivio di Stato di Salerno un documento poco noto, ovvero la lettera che il 24 agosto 1860 Stefano PASSERO, incaricato dal COMITATO DELL’ORDINE di Napoli, di promuovere la insurrezione armata nel Cilento, informò il liberale NICOLA PAGANO dei fucili che dovevano essere sbarcati ad Ascea. Il Passero scriveva al Pagano e lo pregava di “…imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni.”. Inoltre, il Passero scrivendo al Pagano dei fucili che si portava ad Ascea attraverso il piroscafo della marina Piemontese, “Tanaro”, lo avvertiva dei pericoli etc…..Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi!. Etc…”. Del ritiro di queste armi, in seguito ritirate dal De Dominicis ne parla anche Pietro Ebner. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Dunque, Ebner scriveva che, ad Ascea, TEODOSIO DE DOMINICIS “distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati….(93).”Dunque, sappiamo che, il Comitato centrale di Napoli inviò armi nel Cilento e pare che esse,  in una spiaggia del Cilento furono sbarcati 500 fucili che, pare, siano stati ritirati Teodoro de Dominicis ma, egli, riconoscendo l’autorità di Michele Magnoni, ne avesse condiviso con lui, sette casse. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 E 78 e Pizzolorusso, cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Dunque, Ebner (….), sulla scorta del Mazziotti scriveva che “…Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Teodosio de Dominicis aveva ritirato personalmente le armi che arrivarono a Pioppi, 500 fucili inviati dal Comitato d’azione di Genova – forse dal Bertani ? – armi inviati per il Cilento. Il de Dominicis li distribuì ad Ascea a tutti coloro che ne avessero di bisogno e che facevano parte delle diverse colonne che arrivarono ad Ascea. Nel 1921, ci parla il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis.”. Sono le armi di cui parlava anche Pietro Ebner (….) scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili etc…”, che come abbiamo visto lo stesso de Dominicis rispondendo al Comitato di Napoli scriveva che parte di questi fucili li aveva consegnati a Salvatore Magnoni. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. (93).”. Ebner si riferiva alle armi ritirate da GENNARO PAGANO e portate a DE DOMINICIS ad Ascea. Devo però dire che Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a pp. 104-105 e ssg., in proposito scriveva che: “11. Nonostante le posizioni politiche evidentemente differenti i rivoltosi erano più o meno restati uniti, anche se non mancarono tensioni. La più grave riguardò la divisione delle armi sbarcate sulla costa cilentana da una nave piemontese. De Dominicis, moderato, non volle dividerle con Vinciprova, non riconoscendogli il grado. Ma poi si accordò con Magnoni per l’autorevolezza indiscussa e le divisero tra le due colonne (69). Nessuno tra i radicali del Principato, quasi tutti ex mazziniani, mise in discussione il programma Italia e Vittorio Emanuele II. Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (69) postillava: “(69) Matteo Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860 cit., pp. 68-72.”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Il passaggio di Pinto però riguarda altre armi che effettivamente arrivarono ad Acciaroli – forse pure dal Dumas – ma si tratta delle armi che furono portate da Genaro PAGANO al DE DOMINICIS e che il de Dominicis ad Ascea diede a Salvatore Magnoni. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 94-95, in proposito scriveva pure che: “XI. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, etc…”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che: Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a pp. 104-105 e ssg., in proposito scriveva che: “11. Nonostante le posizioni politiche evidentemente differenti i rivoltosi erano più o meno restati uniti, anche se non mancarono tensioni. La più grave riguardò la divisione delle armi sbarcate sulla costa cilentana da una nave piemontese. De Dominicis, moderato, non volle dividerle con Vinciprova, non riconoscendogli il grado. Ma poi si accordò con Magnoni per l’autorevolezza indiscussa e le divisero tra le due colonne (69). Nessuno tra i radicali del Principato, quasi tutti ex mazziniani, mise in discussione il programma Italia e Vittorio Emanuele II. Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (69) postillava: “(69) Matteo Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860 cit., pp. 68-72.”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Il passaggio di Pinto però riguarda altre armi che effettivamente arrivarono ad Acciaroli – forse pure dal Dumas – ma si tratta delle armi che furono portate da Genaro PAGANO al DE DOMINICIS e che il de Dominicis ad Ascea diede a Salvatore Magnoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento cominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile per i distretti di Salerno e Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare nel Cilento…..L‘insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefano Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che “In virtù dè poteri conferitomi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi, etc…”.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Dunque, Silvano Del Duca scriveva che l 1° settembre 1860 il de Dominicis – che era in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine “rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. La notizia delle armi che arrivarono alla marina di Ascea e che furono ritirare dal De Dominicis – che si trovava lì con la sua colonna di insorti cilentani – proviene dal Mazziotti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il Governo di Torino ed il Comitato d’azione di Genova promettevano invio di armi.”. Il Mazziotti prosegue con le armi che il Lacava invano, il 7 agosto 1860 cercò andandosi ad incontrare con Vinciprova a Celso in casa Mazziotti. Ma chi prese in consegna le armi arrivate ad Acciaroli ? E le armi arrivarono ad ACCIAROLI o a PIOPPI ?. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati….(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Dunque, Ebner scriveva che le armi sbarcarono a Pioppi e furono portate ad Ascea al de Dominicis. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 94-95, in proposito scriveva pure che: “XI. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, etc…”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che: Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni.”.

PIETRO GIORDANO di CERASO

Nel 27 agosto 1860, a CERASO, 80 giovani di Vallo della Lucania che si unirono alla colonna d’insorti cilentani capeggiata da PIETRO GIORDANO, BASILIO e LEOPOLDO IANNICELLI di Ceraso 

Su PIETRO GIORDANO non ho trovato molte notizie se non quella che la sua colonna era formata dalla Gurdia Nazionale del suo paese natio, Ceraso (SA), un piccolo casale del Cilento. Pietro Ebner era di Ceraso. Oltre alle fasi rivoluzionarie nel basso Cilento a cui egli partecipò con zelo infaticabile, si parla di PIETRO GIORDANO anche sulla questione che riguarda l’insurrezione del 1799, con i fratelli Capozzoli. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto, furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto, infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo.”. Di sicuro Pietro Giordano era anch’egli uno dei reduci delle lotte del 1828. Infatti, Pizzolorusso continuando il suo racconto ci dice di Pietro Giordano e scriveva che: “Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano, di Ceraso; tolse quell’avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore PIETRO GIORDANO di Ceraso si recò a Palinuro dove ancora erano offesi le spoglie dei martiri dei moti del ’28, tra cui quelle del povero TEODORO DE DOMINICIS che fu trucidato a Palinuro nel 1829. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 176, in proposito scriveva che: “V’erano Teodosio de Dominicis di Ascea, Pietro Giordano di Ceraso che nel 1848 aveva fatto parte della colonna comandata dal Carducci ed era stato relegato ad Ischia donde, avendo tentato di evadere, era stato mandato a Ventotene. Ora correva a dimostrare come sapesse ancora maneggiare le armi. V’erano Basilio e Leopoldo Jannicelli anche di Ceraso, Raffaele Coccoli di Sessa Cilento etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni.”. De Crescenzo aggiungeva pure che la colonna del De Dominicis “…intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”. Ebner aggiungeva pure che, a questa colonna- quella del Giordano – “Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Sugli 80 giovani vallesi che si unirono alla colonna di Pietro Giordano, Pietro Ebner, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”. Il Rapporto del Sottointendente di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860 ne ha scritto il De Crescenzo. Michele MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. Però il De Crescenzo, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, riferendosi a Pietro Giordano, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 52-53, in proposito scriveva: “Nello stesso giorno, a Ceraso, Pietro Giordano proclamò la rivoluzione, ed ebbe risposta all’appello da circa 80 giovani, che aggregandosi con lui marciarono verso Ascea, dove si unirono alla schiera del de Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta.”. Su IANNICELLI ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, etc…”. Dunque, Policicchio, alla colonna di Pietro Giordano di Ceraso aggiungeva pure BASILIO IANNICELLI di Ceraso.

Nel 27 agosto 1860, a Rutino, si riunivano diverse colonne d’insorti cilentani tra cui quella di PIETRO GIORDANO che comandava anche una colonna di 80 giovani di Vallo

Il Commissario Delegato LUCIO MAGNONI (….), il 31 agosto1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “N.° 3 bis.” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a pp. 67-68: “Recatici sopra luogo, e presi concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammonta vano a 3000 uomini , si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto.”. Il Commissario Delegato LUCIO MAGNONI (….), il 31 agosto1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “N.° 3 bis.” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a pp. 67-68: “Comandante di un corpo d’insurrezione Salernitana nel Distretto di Vallo”. D’Evandro trascrive il Rapporto del Magnoni (Salvatore) e scriveva: Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, etc…”, poi aggiunge che: “…e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro.”. Dunque, il Salvatore Magnoni in questo documento scrive che congiuntosi con “DE DOMINICIS, PAGANO e GIORDANO”. Dunque, Lucio Magnone scriveva che il 27 agosto 1860 le colonne ed i capi riunitisi a Rutino in casa Magnoni dichiarano proclamata la Rivoluzione. Essi si ricongiunsero con tutte le colonne dì’insorti cilentani tra cui quelle comandate da TEODOSIO DE DOMINICIS (di Ascea), da PAGANO, da GIORDANO di Ceraso. De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII. A Pisciotta, il patriota Gennaro Pagano usciva all’alba del 28 dal suo nascondiglio dove s’era rifugiato in attesa di eventi e, inalberando una bandiera tricolore, chiamava i paesani alla rivoluzione.”. Pare che a Rutino Lucio Magnone fece ordinare la GUARDIA NAZIONALE dei paesi dei dintorni che man mano arrivavano a Rutino. Lucio Magnoni, il 1° settembre 1860 scriveva che il fratello MICHELE MAGNONI e TEODOSIO DE DOMINICIS partivano da Vallo della Lucania partivano per Ascea. Ad Ascea essi “messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, etc…”. Lucio Magnoni ordinò di armare la Guardia Nazionale dei diversi paesi del basso Cilento. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Mazziotti scriveva che “la colonna partita da Rutino” (riferendosi alla colonna di Michele Magnoni di cui faceva parte anche il de Dominicis) rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano.”. Ebner scriveva che a Velia la colonna del Magnoni si rinforzò con la colonna di Pietro Giordano di Ceraso a cui si erano uniti circa 80 giovani di Vallo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 52-53, in proposito scriveva: “Nello stesso giorno, a Ceraso, Pietro Giordano proclamò la rivoluzione, ed ebbe risposta all’appello da circa 80 giovani, che aggregandosi con lui marciarono verso Ascea, dove si unirono alla schiera del de Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 52, in proposito aggiungeva pure che: “Il 28 a Pisciotta mentre Gennaro Pagano sventolava la bandiera tricolore, molti giovani in poco tempo si radunarono in piazza e decisero di marciare.”. Sugli 80 giovani vallesi che si unirono alla colonna di Pietro Giordano, Pietro Ebner, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”.

Nel 28 agosto 1860, Pietro GIORDANO proclamava l’isurrezione a Ceraso

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano, di Ceraso; etc…. Dunque, secondo il Pizzolorusso, PIETRO GIORDANO comandava un battaglione della Guardia Nazionale (rivoltosi cilentani) che si erano aggregati ai circa 3000 insorti cilentani che erano agli ordini di TEODOSIO DE DOMINICIS. Secondo il Pizzolorusso, il De Dominicis era il “nipote del giustiziato del 1828”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. Inoltre, sempre sul Giordano, il De Crescenzo (….), a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, riferendosi a Pietro Giordano, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”, forse i 100 giovani salernitani di cui aveva già parlato, si unirono alla colonna di Pietro GIORDANO e si diressero ad Ascea. Dunque, si posero sotto il comando di Michele Magnoni ma ad Ascea si misero sotto il comando di Pietro Giordano. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Mazziotti scriveva che “la colonna partita da Rutino” (riferendosi alla colonna di Michele Magnoni di cui faceva parte anche il de Dominicis) rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano.”. Ebner scriveva che a Velia la colonna del Magnoni si rinforzò con la colonna di Pietro Giordano di Ceraso a cui si erano uniti circa 80 giovani di Vallo. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 E 78 e Pizzolorusso, cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, e la colonna del DE DOMINICIS da poco arrivata si ricongiunse con la colonna di GENNARO PAGANO, con i suoi che era in attesa a Pisciotta. Ebner scrive pure che a PISCIOTTA, i capi colonna: de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da PIETRO GIORDANO ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 52, in proposito scriveva: “Nello stesso giorno, a Ceraso, Pietro Giordano proclamò la rivoluzione, ed ebbe risposta all’aperto da circa 80 giovani, che aggregandosi con lui marciarono verso Ascea, dove si unirono alla schiera del De Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando del De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”.

DA RUTINO A SAPRI – MICHELE MAGNONI – TEODOSIO DE DOMINICIS – GENNARO PAGANO – PIETRO GIORDANO

ASCEA E I DE DOMINICIS: TEODOSIO, ULISSE e TEODOSIO

Da Wikipedia leggiamo che TEODOSIO DE DOMINICIS era figlio di ULISSE che era figlio dell’avvocato Teodosio de Dominicis, patriota cilentano, fucilato in piazza Porta Nova a Salerno per aver partecipato ai moti cilentani del 1828. Fu deputato al Parlamento borbonico del 1848. Perseguitato dai Borboni per le sue idee liberal-radicali, riuscì a fuggire a Malta e da qui si rifugiò nel Regno di Sardegna, a Genova, dove visse fino al 1860. Dopo l’unità d’Italia, nella VIII legislatura, fu eletto deputato al Parlamento Nazionale nel collegio di Montecorvino Rovella. Morì l’anno dopo, nel 1862. Sul nonno, TEODORO DE DOMINICIS, ha scritto Mariano d’Ayala (….), nel suo “Vite degl’Italiani benemeriti della libertà e della Patria”, ed. Lombardi, Napoli, 1868, a p. 215 e ssg., in proposito scriveva la biografia di Teodosio, patriota del 1828 e scriveva che: “Fra’ più ricchi se non il più ricco signore di quella parte della provincia Salernitana che si chiama Cilento, fu certamente Teodoro De Dominicis. Figliuolo di Carlo e di Maria Falcone era nato a Pellare nel gennaio del 1773, ma dimorò fin dalla fanciullezza in Ascea, facendo i primi passi della educazione e della istruzione presso i suoi zii materni: poi andò a Casalicchio in convitto, e finalmente a Salerno per addottorarsi. Crebbe in dottrina, acquistò nome di avvocato, etc…(p. 217) Il figliuolo Ulisse, il quale era alunno nel seminario di Policastro fu dal vescovo Laudisio con le proprie mani consegnato ai birri; perocchè tutto e tutti delle libere famiglie avevano ad essere distrutti….E in quella medesima sentenza furon condannati all’ergastolo, Carmine Giovanni, Filippo e Paolo Valiante di Massicelle, Pasquale d’Urso e Filippo Pasarelli di Forio; a 24 anni di ferri il ricco signore di Celle Domenico Bertone, a 10 anni di reclusione l’arciprete di Celle Domenico De Luca etc…”. Dunque, la patria dei De Dominicis era Ascea. Ascea, un piccolo casale del basso Cilento era la patria di questa storica e patriottica famiglia. Sul “cittadino” TEODOSIO DE DOMINICIS ha scritto Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano, di Ceraso; etc…. Dunque, secondo il Pizzolorusso, PIETRO GIORDANO comandava un battaglione della Guardia Nazionale (rivoltosi cilentani) che si erano aggregati ai circa 3000 insorti cilentani che erano agli ordini di TEODOSIO DE DOMINICIS. Ma chi era TEODOSIO DE DOMINICIS. Secondo il Pizzolorusso egli era il “nipote del giustiziato del 1828”. Il comandante Teodosio de Dominicis era nipote del Teodosio de Dominicis che venne giustiziato nel 1828 dalle truppe regie borboniche per aver partecipato ai moti del ’28. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Dunque Felice Fusco scriveva che Teodosio de Dominicis – di cui stò parlando – era figlio di ULISSE DE DOMINICIS di Ascea. Su TEODOSIO DE DOMINICIS ha scritto Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: E accorrono, “nobili e blebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria” (93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, a. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Dunque, il Demarco cita il “preambolo dell’Ordine del giorno 4 settembre 1860 del gen. T. De Dominicis”. Lo chiama “generale” TEODOSIO DE DOMINICIS (il preambolo citato è stato scritto a Vallo della Lucania. Demarco postillava che questo documento scritto a Vallo della Lucania fosse stato pubblicato sul giornale “Il Garibaldi”, n. 14 del 6 settembre 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 40-41, in proposito scriveva: “Anche a Vallo il medico Stefano Passero riuscì ad organizzare molte squadre con l’intento di rafforzare le schiere garibaldine all’occorrenza. Il Comitato Centrale di Napoli visti i seri preparativi nella provincia e nel Cilento, il 23 agosto nominò Commissario Politico e Civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna “in nome del Dittatore Garibaldi” il Matina. Invece Salvatore Magnoni fu nominato “a comandante del Distretto di Vallo…..In casa Rinaldi intervennero i cilentani Pagano di Pisciotta, Lucio Magnoni di Rutino, Francesco Alario di Moio della Civitella, Teodosio de Dominicis di Ascea, Stefano Passero di Vallo, il Bottiglieri e Lorenzo Curcio di S. Angelo a Fasanella.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Lucio Magnoni (…), nella sua Relazione/Rapporto inviata al Comitato napoletano, da Rutino, il 1° settembre 1860 scriveva il documento “N.° 9 bis.” pubblicato da Antonio Alfieri D’Evandro (….), nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8: “Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli.”, da Rutino, il 1° settembre 1860 scriveva: “Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti etc…”. Dunque, MICHELE MAGNONI col cittadino TEODOSIO DE DOMINICIS partirono per Ascea e, “messa sotto le armi la Guardia Nazionale” di Ascea, si spostarono a Pisciotta e a Palinuro. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. (93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 E 78 e Pizzolorusso, cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, era in attesa la colonna di GENNARO PAGANO che si ricongiunse alla corposa colonna di Teodosio DE DOMINICIS. Ebner scrive pure che a Pisciotta, i capi colonna: de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Dunque, secondo il De Crescenzo, Teodosio de Dominicis era di Ascea. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Dunque, riguardo il de Dominicis, l’Alfieri d’Evandro scriveva che la sua Relazione/Rapporto “….L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione”. Infatti, nei documenti pubblicati dall’Alfieri d’Evandro non vi pubblicata alcun relazione del de Dominicis. Dunque, il Segretario della Prodittatura di Sala Consilina, Antonio Alfieri d’Evandro (….) scriveva che uno dei capi della rivolta cilentana, TEODOSIO DE DOMINICIS, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che Pietro Giordano, insieme ad 80 giovani di Vallo della Lucania andarono ad Ascea unendosi ai rivoltosi di Teodosio de Dominicis. Secondo il De Crescenzo, Teodosio de Dominicis era stato “incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna” simile al comando affidato a Michele Magnoni. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, etc…(14).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, parlando dell’episodio di Palinuro che vide protagonista il de Dominicis, in proposito scriveva: “Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, etc…”. Lo zio di Teodosio de Dominicis era Teodosio de Dominicis che fu uno dei fucilati per la repressione dei moti del ’28. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”.

Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Sui DE DOMINICIS ad Ascea devo segnalare un’altra interessante notizia. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 131-132, riferendosi all’Avv. Francesco La Francesca, in proposito aggiungeva che: “Non sarà fuori posto tracciare qui alcuni cenni biografici del La Francesca, il grande patriota che, nel decennio dal 1848 al 1859, era stato uno degli animosi che avevano saputo predisporre e preparare nel Mezzogiorno, con straodinaria sagacità instancabile perseveranza etc…Appartenne ad una ragguardevole famiglia che dette uomini insigni nella cultura, animi aperti a tutte le idealità e pronti a tutti gli entusiasmi per la terra natia….Anch’egli aveva provato i rigori della sospettosa tirannide borbonica ed era stato confinato a Montesarchio, poi ad Ascea presso la famiglia de Dominicis. Morì ad Eboli il 28 settembre 1897. Aveva sposato una donna di alto sentire, Felicita Avezzana, figliuola amatissima del patriota e valoroso soldato, fervente irredentista ed esule generale garibaldino Giuseppe, morto a Roma il 25 dicembre 1879 (46).”. De Crescenzo, a p. 132, nella nota (42) postillava che: “(46) …ritornò in patria nel ’48, dopo l’ammnistia concessa da Carlo Alberto. Fu Ministro della Guerra nella Repubblica Romana nel ’49 e triumviro con gli altri due grandi Giuseppe Mazzini e Garibaldi; ma caduta Roma tornò a New York in famiglia. Nel ’60 fu di nuovo in Italia per dare il suo braccio alla patria e per distinguersi il 1° ottobre sul Volturno, dove sarà da Garibaldi nominato luogotenente Generale, grado che due anni più tardi gli sarà confermato dal governo dell’Esercito regolare, come avverà per Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr, suoi commilitoni. Deputato al Parlamento, poi Senatore. Nacque a Chieri nel 1797. Si spense in una camera di via Frattini etc…”. Eboli partecipa al processo risorgimentale tramite quella borghesia professionale che si afferma a fine Settecento nelle città meridionali. Gli Ebolitani segnalati dalla prefettura come “attendibili politici” a metà Ottocento sono medici, avvocati, più in generale persone etichettate come professionisti. La figura di Francesco La Francesca, avvocato difensore dell’equipaggio che portò Pisacane nel Cilento e poi senatore del Regno d’Italia, nella cui casa verrà ospitato Garibaldi che procede verso Napoli, ne è l’espressione più autorevole. Le prime amministrazioni post-unitarie sono gestite da esponenti del ceto professionale segno di una più diffusa monopolizzazione della vicenda municipale che vede tra i suoi punti forti, peraltro in continuità con la cultura aristocratica, il rapporto paternalistico con i ceti popolari. Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, a questo si contrappone un gruppo di commercianti e uomini d’affari che accrescono la loro posizione nelle gerarchie sociali grazie alle reti del credito, al commercio, al mercato della terra e anche alla crisi agraria che vanifica antiche ricchezze favorendo la loro affermazione. Sempre il de Crescenzo (…), a p. 132, in proposito scriveva che: “Uno dei maggiori discepoli del Marini Serra, ancora giovane fu avvocato penale di grido ed oratore di trascinante eloquenza, legando il proprio nome a processi memorandi, taluni di importanza storica: basti ricordare quello di Passannante (nel quale si trovò a competere con un gigante della parola, Leopoldo Tarantini), quello Di Mattia e quello della Camorra, e la valorosa difesa in favore della Società Rubattino per lo sbarco di Sapri.”. Dunque, anche la figura dell’Avv. Francesco La Francesca è fondamentale per capire alcune famiglie storiche del basso Cilento ed alcuni episodi storici come la Spedizione dei Trecento di Carlo Pisacane, che ha coinvolto molti dei personaggi che, in seguito, nel ’60 avranno un ruolo non marginale nell’insurrezione delle nostre contrade. La Francesca non sarà certo ricordato solo per aver ospitato Garibaldi nella sua casa Ebolitana, il suo Palazzo ad Eboli, ma dovrà essere ulteriormente studiata la sua figura – a mio parere – non marginale nell’epopea dei Mille nel basso Cilento. D Crescenzo, a p. 131, in proposito scriveva: “L’avvocato Francesco La Francesca si era recato, con altri a riceverlo, lo invitò in sua casa. Il Generale accettò volentieri e fu ospite per alcune ore della generrosa famiglia che gli offrì un pranzo sontuoso, per imbandire il quale fu ammazzato un gran numero di polli, giacchè sedette a pranzo tutto lo Stato maggiore del Dittatore (45).”.

Nel 28 agosto 1860, la colonna di insorti cilentani di TEODOSIO DE DOMINICIS ad Ascea, Pisciotta, Centola, Camerota, etc..

Il Commissario delegato, LUCIO MAGNONI, il 1° settembre 1860, da Rutino, scrivendo al “Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli”, un Rapporto-Relazione, pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che Lucio Magnoni: “E nel frattempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli. Signori….la conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Rutino il primo settembre 1860. Lucio Magnoni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Dunque, il Segretario della Prodittatura di Sala Consilina, Antonio Alfieri d’Evandro (….) scriveva che uno dei capi della rivolta cilentana, TEODOSIO DE DOMINICIS, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Riguardo l’opera rivoluzionaria di Teodosio De Dominicis, hanno scritto diversi autori e storici. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis.”. Mazziotti (….) continuando il suo racconto, a pp. 69-70, aggiungeva pure che: “La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo: “Comando del primo corpo d’Insurrezione in Distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2). Signore. E’ vero che dal Comitato centrale di Napoli mi son giunti avanti ieri cinquecento fucili; ma il Comitato avendoli messi liberamente a mia disposizione e senza obbligo di farne ripartizione, così ho creduto spedirne sette casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, unico che riconosco a mio uguale nel Distretto, il resto ne ho disposto per armare una porzione della innumerevole gente che mi seguiva inerme; posso assicurvi che la mia colonna è forte tanto che non vi sono fucili che bastino. Per conseguenza di ciò potete assicurare da mia parte il Governo Prodittoriale di Basilicata, che il Commissario Civile Cittadino Matina che ad onta etc…Firmato…Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. La lettera invata dal De Dominicis, è firmata Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata e il Matina chiedevano conto di quelle armi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Su TEODOSIO DE DOMINICIS ha scritto Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: E accorrono, “nobili e blebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria” (93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, a. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Dunque, il Demarco cita il “preambolo dell’Ordine del giorno 4 settembre 1860 del gen. T. De Dominicis”. Lo chiama “generale” TEODOSIO DE DOMINICIS (il preambolo citato è stato scritto a Vallo della Lucania. Demarco postillava che questo documento scritto a Vallo della Lucania fosse stato pubblicato sul giornale “Il Garibaldi”, n. 14 del 6 settembre 1860. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Mazziotti scriveva che “la colonna partita da Rutino” (riferendosi alla colonna di Michele Magnoni di cui faceva parte anche il de Dominicis) rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano.”. Ebner scriveva che a Velia la colonna del Magnoni si rinforzò con la colonna di Pietro Giordano di Ceraso a cui si erano uniti circa 80 giovani di Vallo. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 E 78 e Pizzolorusso, cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, era in attesa la colonna di GENNARO PAGANO che si ricongiunse alla corposa colonna di Teodosio DE DOMINICIS. Ebner scrive pure che a Pisciotta, i capi colonna: de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14).. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da TEODOSIO DE DOMINICIS ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Inoltre, Infante scriveva che da Ascea, le colonne di Salvatore Magnoni e del de Dominicis andarono a Pisciotta. Infante, a p. 52, in proposito aggiungeva pure che: “Il 28 a Pisciotta mentre Gennaro Pagano sventolava la bandiera tricolore, molti giovani in poco tempo si radunarono in piazza e decisero di marciare.”. Infante, a p. 52, aggiungeva che: “…verso Ascea, dove si unirono alla schiera del De Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando del De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”.

Nel 27 agosto 1860, le ARMI ritirate ad Ascea da Teodosio de Dominicis e consegnate a SALVATORE MAGNONI

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla parte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; ( e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo.”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Etc…”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. La notizia delle armi che arrivarono alla marina di Ascea e che furono ritirare dal De Dominicis – che si trovava lì con la sua colonna di insorti cilentani – proviene dal Mazziotti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il Governo di Torino ed il Comitato d’azione di Genova promettevano invio di armi.”. Il Mazziotti prosegue con le armi che il Lacava invano, il 7 agosto 1860 cercò andandosi ad incontrare con Vinciprova a Celso in casa Mazziotti. Mazziotti, a pp. 68-69, aggiungeva pure che: “Il Comitato d’azione di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5). « Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento….etc…”. Il Mazziotti, a p. 69 aggiunge che alla ricerca di queste armi arrivate nel Cilento, il Lacava partirà il 7 agosto 1860. Mazziotti, a pp. 69-70 aggiungeva pure che: “VI…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo: Etc..”. Di queste armi inviate, pare che il Governo provvisorio di Basilicata avesse chiesto conto al de Dominicis, il quale, il 1° settembre 1860 risponde con una lettera scrivendo al Governo provvisorio di Basilicata. Dunque, secondo il Mazziotti la prova che il De Dominicis avesse prelevato le armi e aiuti ad Ascea si trova in un suo scritto, ovvero nella Relazione/Rapporto che il De Dominicis invia al Comitato dell’Ordine Napoletano. Secondo il Mazziotti, la notizia dello sbarco delle armi a Pioppi e poi trasportate e ritirate ad Ascea dal De Dominicis trova riscontro in uno scritto dello stesso DE DOMINICIS, egli scriveva dal “Comando del primo corpo d’Insurrezione in Distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2).”. La lettera invata dal De Dominicis, è firmata Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) 1) Il Mazziotti, come ho narrato nel libro Ricordi di famiglia, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata e il Matina chiedevano conto di quelle armi.”.

Mazziotti, a p. 70 pubblicò quella che chiamò la “nota” del De Dominicis indirizzata il 1° settembre 1860 da Centola al Vinciprova di Omignano: “Signore. E’ vero che dal Comitato centrale di Napoli mi son giunti avanti ieri cinquecento fucili; ma il Comitato avendoli messi liberamente a mia disposizione e senza obbligo di farne ripartizione, così ho creduto spedirne sette casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, unico che riconosco a mio uguale nel Distretto, il resto ne ho disposto per armare una porzione della innumerevole gente che mi seguiva inerme; posso assicurvi che la mia colonna è forte tanto che non vi sono fucili che bastino. Per conseguenza di ciò potete assicurare da mia parte il Governo Prodittoriale di Basilicata, che il Commissario Civile Cittadino Matina che ad onta etc…Firmato…Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Insomma era accaduto che il de Dominicis aveva disposto arbitrariamente delle armi inviate dal governo Piemontese (forse del Comitato Bertani). Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Fatto sta che Mazziotti, a p. 70, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata ed il Matina chiedevano conto di quelle armi.”. Delle armi di cui si era impossessato arbitrariamente il de Dominicis. Mazziotti riporta a pp. 69-70 la “Nota” del De Dominicis al Vinciprova. Si tratta di una lettera che il De Dominicis scrisse al Vinciprova di Omignano, il 1° settembre dal campo di Centola che era stata da lui occupata. La lettera del de Dominicis si trova conservata ed è stata esposta nella Mostra del Risorgimento. Dunque, il DE DOMINICIS, che tutti scrivono essere Teodosio Junior, scriveva al Comitato della Basilicata il 1° settembre 1860 da Centola dove era arrivato con la sua colonna e con Gennaro PAGANO. Dunque, è da questa lettera del de Dominicis che si apprende che egli era a Centola il 1° settembre 1860. Il De Dominicis scriveva da CENTOLA, il 1° settembre 1860 dal: Comando del primo corpo d’insurrezione del distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 …Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodoro De Dominicis (2)…etc…”. Sempre il Mazziotti, a p. 70, in proposito scriveva: “Al cittadino Leonino Vinciprova in Omignano….Nell’elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319 si legge che Odoardo Moreno, già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno, provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”. Dunque, Mazziotti (….), sulla scorta dell’ “….elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319″, vi è esposto un documento dove “si legge che ODOARDO MORENO” – che era stato “…già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno”, “provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Mazziotti aggiunge che le armi che “due volte” il MORENO, aveva trasportato “alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il TANARO e sul GOVERNOLO”, molto probabilmente erano le “Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”. Dunque, erano le armi che il governo Piemontese (Sardo) e non erano armi promesse dal Comitato di Genova (cioè le armi raccolte dal Bertani). Su queste armi ha scritto pure il Pedio (….). Sempre a proposito di queste armi, Mazziotti, a p. 70 aggiungeva che: “Il Nisco narra un importante episodio. Egli scrive: « La Dora nella sua rotta (per il trasporto delle armi) mi lasciava a Salerno. Ivi andai per trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi non avere missione di indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito a l’Italia, qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Essi mi risposero che la rivoluzione da ogni parte premeva sull’ e se r cito e che la resistenza avrebbe prodotto un eccidio, non una vittoria, ma che preferivano ad un pronunciamentoaWdL spagnuola, vergognoso in faccia al nemico, la dissoluzione. So ggiungevano n on essere stati mai chiamati codardi i soldati francesi, che non si sono battuti contro proprii concittadini in rivoltura e noi sa ranno i napoletani se non si batteranno: avrebbe ro nome di traditori, se essendovi ancora il re inalzassero o seguissero la bandie ra di un altro principe. Molto discorsero su l’effetto dissolvente prodotto nell’ esercito dalle dimissioni del gen. Nunziante le quali avevano fatto venir meno nell’ufficialità il sentimento della stabilità della dinastia » (1).”. Su queste armi, che arrivarono ad Ascea (il Mazziotti non dice quando arrivarono ad Ascea) ha scritto Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Dell’invio delle armi piemontesi, degli aiuti ne parlo per il 30 agosto 1860. Dunque, secondo il Del Duca (….), il 1° settembre 1860, ad Ascea, il DE DOMINICIS, prese in consegna delle armi che non volle consegnare al VINCIPROVA a causa dei contrasti fra i due Comitati napoletani – contrasto che Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi,”. Teodosio DE DOMINICIS che era a capo della colonna sua che arrivò ad Ascea, verso la fine di Agosto 1860, era un Cavouriano e aderiva al Comitato dell’Ordine vicino al Cavour, mentre LEONINO VINCIPROVA aderiva al Comitato d’Azione. Infatti, sulla lettera di GIACINTO ALBINI e sulle armi che dovevano sbarcare nel Cilento ha scritto Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “Si era già alla vigilia dell’Insurrezione e in questi giorni a Napoli i due comitati non riuscirono a raggiungere un accordo per dare una condotta unitaria al moto nelle province: in linea di massima fu stabilita la contemporanea insurrezione della Calabria, della Basilcata, del Salernitano, del Barese e della provincia di Avellino. A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese.”. Dunque, il Del Duca (….) mette in risalto la situazione nei due Comitati napoletani, anzi per meglio dire il Comitato napoletano chiamato dell’Ordine e quello di Azione. Tra i due Comitati sorsero screzi e dissapori tanto da nominare sul Cilento diversi responsabili dell’Insurrezione armata. Sull’invio di armi da parte del Governo Piemontese arrivati prima a Pioppi e trasportati ad Ascea dove furono poi, in seguito ritirati arbitrariamente da TEODOSIO DE DOMINICIS, oltre alla nota scritta dello stesso de Dominicis, indirizzata il 1° settembre 1860 da Centola al Vinviprova di Omignano, Silvano Del Duca ha pubblicato una nota scritta dal Passero. Del Duca (….) continuando il suo racconto scriveva pure che, proprio a causa dei continui screzi e dissapori tra i due Comitati, a p. 145 scriveva che: “Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: etc…(184) “. Il Del Duca, sulla base della documentazione conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno scriveva che STEFANO PASSERO, il 24 agosto 1860 scriveva e avvertiva il liberale NICOLA PAGANO. Del Duca, a p. 145, nella nota (184) postillava: “(184) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Il Del Duca scriveva che Passero scriveva al Pagano: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, avvertiti della cosa, prendessero le mosse per molestarvi, ho piena fiducia in voi, se, in tal caso, proclamiate la rivoluzione col prestigio glorioso nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia una. Noi accorreremo subito. Per questo e per quanto altro potrà accadere, fido nei vostri noti meriti patriottici, nella vostra energia e nella vostra attività, ricordandovi i travagli da voi e dai vostri fratelli sempre sofferti, per combattere la efferata dinastia borbonica” (184).”. Dunque, il Del Duca traendo dall’Archivio di Stato di Salerno un documento poco noto, ovvero la lettera che il 24 agosto 1860 Stefano PASSERO, incaricato dal COMITATO DELL’ORDINE di Napoli, di promuovere la insurrezione armata nel Cilento, informò il liberale NICOLA PAGANO dei fucili che dovevano essere sbarcati ad Ascea. Il Passero scriveva al Pagano e lo pregava di “…imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni.”. Inoltre, il Passero scrivendo al Pagano dei fucili che si portava ad Ascea attraverso il piroscafo della marina Piemontese, “Tanaro”, lo avvertiva dei pericoli etc…..Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi!. Etc…”. Del ritiro di queste armi, in seguito ritirate dal De Dominicis ne parla anche Pietro Ebner. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Dunque, Ebner scriveva che, ad Ascea, TEODOSIO DE DOMINICIS “distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”Dunque, sappiamo che, il Comitato centrale di Napoli inviò armi nel Cilento e pare che esse,  in una spiaggia del Cilento furono sbarcati 500 fucili che, pare, siano stati ritirati Teodoro de Dominicis ma, egli, riconoscendo l’autorità di Michele Magnoni, ne avesse condiviso con lui, sette casse. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Etc…”. Dunque, Ebner (….), sulla scorta del Mazziotti scriveva che “…Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Teodosio de Dominicis aveva ritirato personalmente le armi che arrivarono a Pioppi, 500 fucili inviati dal Comitato d’azione di Genova – forse dal Bertani ? – armi inviati per il Cilento. Il de Dominicis li distribuì ad Ascea a tutti coloro che ne avessero di bisogno e che facevano parte delle diverse colonne che arrivarono ad Ascea. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a pp. 104-105 e ssg., in proposito scriveva che: “11. Nonostante le posizioni politiche evidentemente differenti i rivoltosi erano più o meno restati uniti, anche se non mancarono tensioni. La più grave riguardò la divisione delle armi sbarcate sulla costa cilentana da una nave piemontese. De Dominicis, moderato, non volle dividerle con Vinciprova, non riconoscendogli il grado. Ma poi si accordò con Magnoni per l’autorevolezza indiscussa e le divisero tra le due colonne (69). Nessuno tra i radicali del Principato, quasi tutti ex mazziniani, mise in discussione il programma Italia e Vittorio Emanuele II. Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (69) postillava: “(69) Matteo Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860 cit., pp. 68-72.”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Il passaggio di Pinto però riguarda altre armi che effettivamente arrivarono ad Acciaroli – forse pure dal Dumas – ma si tratta delle armi che furono portate da Genaro PAGANO al DE DOMINICIS e che il de Dominicis ad Ascea diede a Salvatore Magnoni. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 94-95, in proposito scriveva pure che: “XI. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, etc…”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che: Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Sulle armi portate ad Ascea e ritirate dal de Dominicis che ivi si trovava con la sua colonna ha scritto Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”.

DA RUTINO AD ASCEA

Nel 28 agosto 1860, MICHELE MAGNONI con la sua colonna di insorti cilentani, da Rutino andò ad Ascea ricongiungendosi con la colonna di TEODOSIO DE DOMINICIS

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che i fratelli Magnoni avevano proclamata l’insurrezione a Torchiara. Il d’Evandro scriveva che TEODOSIO DE DOMINICIS aveva proclamato l’insurrezione ad Ascea, suo paese natio, e quì fu soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano”. Il d’Evandro scriveva che ad Ascea, alla colonna del de Dominicis si erano unite le due colonne di GENNARO PAGANO e di PIETRO GIORDANO. Magnoni scriveva altresì che le tre colonne che si formarono ad Ascea diventarono tre battaglioni “che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni”. A quale Magnoni si riferiva ? Lucio Magnoni si riferiva alla colonna del fratello MICHELE o alla colonna del fratello SALVATORE ?. Proseguendo il suo racconto, il Magnoni scriveva che tutte le colonne Vallesi si ricongiunsero a Sala Consilina: “….ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Il Commissario civile e militare Lucio Magnoni (….), nel 1° settembre 1860 scrisse da Rutino una Relazione-Rapporto indirizzandola ai Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…”, il doc. n. 9 pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro.”. A queste notizie storiche, il Magnoni aggiunge pure nella sua Relazione che: “La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”. Dunque, il Magnoni scrivendo al Comitato dice che “nella notte di martedì a giovedì”, suo fratello SALVATORE MAGNONI partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”. Inoltre, il Magnoni relazionava che “La mattina di ieri”, quindi il 31 agosto 1860, “muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Dunque, il de Sivo (….) scriveva che: Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila (qui c’è un errore perchè dovevano essere tremila) uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi!. Etc…”De Crescenzo scriveva che MICHELE MAGNONI, da Rutino va ad occupare Ascea. Michele era alla testa di circa un centinaio di Giovani cilentani e salernitani. A questo punto però spunta TEODOSIO DE DOMINICIS. Infatti De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni che era alla testa di circa 100 giovani salernitani arrivò ad Ascea. Ad Ascea – scrive il De Crescenzo –  “le schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis.”. Dunque, De Crescenzo oette che nel frattempo il De Dominicis era pure esso arrivato ad Acea ed ad Ascea si unì ai volontari di Michele Magnoni. De Crescenzo scriveva che, il De Dominicis aveva marciato da Vallo a Pisciotta con circa “trentamila” (forse vi è un errore perchè erano tremila) uomini. Il De Dominicis, a Vallo della Lucania aveva armato la Guardia nazionale del Distretto su ordine del Magnoni. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina.”. Dunque, Racioppi scriveva che alle colonne di Michele Magnoni e di Teodosio De Dominicis che si portarono nel Golfo di Policastro, si unì anche la colonna di STEFANO PASSARO. La colonna del Passaro, marciò da Vallo ed arrivò a Pisciotta dove si unì con le colonne del Magnoni e del Dominicis. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 51-52, in proposito scriveva: “Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio De Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Mazziotti scriveva che “la colonna partita da Rutino” (riferendosi alla colonna di Michele Magnoni di cui faceva parte anche il de Dominicis) rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano.”. Ebner scriveva che a Velia la colonna del Magnoni si rinforzò con la colonna di Pietro Giordano di Ceraso a cui si erano uniti circa 80 giovani di Vallo. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 E 78 e Pizzolorusso, cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, era in attesa la colonna di GENNARO PAGANO che si ricongiunse alla corposa colonna di Teodosio DE DOMINICIS. Ebner scrive pure che a Pisciotta, i capi colonna: de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da MICHELE MAGNONI ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 98, in proposito scriveva: “Michele che si trovava nel carcere della Vicaria a Napoli, fu espulso dal Regno nel 1857 con “bando perpetuo”. Esiliato a Genova – dove conobbe ed amò Agnese Guerriero, che fu per tutta la vita la compagna delle sue ansie e dei suoi dolori – s’imbarcò con i Mille di Garibaldi e si distinse per il suo valore alla presa di Corleone. Il 2 agosto, Garibaldi gli diede il compito di recarsi in provincia di Salerno e preparare la rivoluzione. Michele, con entusiasmo, si portò a Rutino e con i fratelli Lucio e Salvatore formò una colonna di uomini armati, che unitasi agli insorti di Laureana, di Torchiara, di Castellabate, di Stella Cilento e di Cicerale, andò incontro a Garibaldi, dal quale aveva avuto la nomina a pro-dittatore.”. Inoltre, Infante scriveva che da Ascea, le colonne di Salvatore Magnoni e del de Dominicis andarono a Pisciotta. Infante, a p. 52, in proposito aggiungeva pure che: “Il 28 a Pisciotta mentre Gennaro Pagano sventolava la bandiera tricolore, molti giovani in poco tempo si radunarono in piazza e decisero di marciare.”. Infante, a p. 52, aggiungeva che: “…verso Ascea, dove si unirono alla schiera del De Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando del De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”.

Nel 28 agosto 1860, ad Ascea, una colonna di PIETRO GIORDANO si univa a quella di TEODOSIO DE DOMINICIS

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Dunque, Ferruccio Policicchio (….) scriveva che i capi colonna TEODOSIO DE DOMNICIS di Ascea e BASILIO IANNICELLI di Ceraso furono aiutati da GENNARO PAGANO e LUIGI GIORDANO. Riguardo l’opera rivoluzionaria di Teodosio De Dominicis, hanno scritto diversi autori e storici. Il Commissario Delegato LUCIO MAGNONI (….), il 31 agosto1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “N.° 3 bis.” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a pp. 67-68: “Comandante di un corpo d’insurrezione Salernitana nel Distretto di Vallo”. D’Evandro trascrive il Rapporto del Magnoni (Salvatore) e scriveva: Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, etc…”, poi aggiunge che: “…e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro.”. Dunque, il Salvatore Magnoni in questo documento scrive che congiuntosi con “DE DOMINICIS, PAGANO e GIORDANO”. Oltre a queste notizie Salvatore Magnoni aggiungeva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII. A Pisciotta, il patriota Gennaro Pagano usciva all’alba del 28 dal suo nascondiglio dove s’era rifugiato in attesa di eventi e, inalberando una bandiera tricolore, chiamava i paesani alla rivoluzione.”. De Crescenzo scriveva che il 28 agosto 1860, avendo saputo dell’adunata di Vallo della Lucania, GENNARO PAGANO usciva dal suo nascondiglio – in cui era nascosto a causa della condanna a morte che pendeva sul suo capo – e chiamava i paesani alla rivoluzione. Cosa accadde a Pisciotta ?. Il Commissario delegato Lucio Magnoni (….), il 1° settembre 1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “Doc. n. 9” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8: “Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore.”. Dunque, Lucio Magnoni, il 1° settembre 1860 scriveva che il fratello MICHELE MAGNONI e TEODOSIO DE DOMINICIS partivano da Vallo della Lucania partivano per Ascea. Ad Ascea essi “messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, etc…”. Dunque Magnoni scriveva che, ad Ascea armate le masse insurrezionali e le Guardie Nazionali essi muovevano verso Pisciotta e da Pisciotta – forse unitisi al PAGANO andarono ad occupare i paesi di Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa, dove pernottò. Il Commissario delegato, LUCIO MAGNONI, il 1° settembre 1860, da Rutino, scrivendo al “Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli”, un Rapporto-Relazione, pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che Lucio Magnoni: “E nel frattempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli. Signori….la conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Rutino il primo settembre 1860. Lucio Magnoni.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Mazziotti scriveva che “la colonna partita da Rutino” (riferendosi alla colonna di Michele Magnoni di cui faceva parte anche il de Dominicis) rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano.”. Ebner scriveva che a Velia la colonna del Magnoni si rinforzò con la colonna di Pietro Giordano di Ceraso a cui si erano uniti circa 80 giovani di Vallo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 E 78 e Pizzolorusso, cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, era in attesa la colonna di GENNARO PAGANO che si ricongiunse alla corposa colonna di Teodosio DE DOMINICIS. Ebner scrive pure che a Pisciotta, i capi colonna: de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da PIETRO GIORDANO ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Inoltre, Infante scriveva che da Ascea, le colonne di Salvatore Magnoni e del de Dominicis andarono a Pisciotta. Infante, a p. 52, in proposito aggiungeva pure che: “Il 28 a Pisciotta mentre Gennaro Pagano sventolava la bandiera tricolore, molti giovani in poco tempo si radunarono in piazza e decisero di marciare.”. Infante, a p. 52, aggiungeva che: “…verso Ascea, dove si unirono alla schiera del De Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando del De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 52-53, in proposito scriveva: “Nello stesso giorno, a Ceraso, Pietro Giordano proclamò la rivoluzione, ed ebbe risposta all’appello da circa 80 giovani, che aggregandosi con lui marciarono verso Ascea, dove si unirono alla schiera del de Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta.”.

A PISCIOTTA

Nel 28 agosto 1860, GENNARO e MICHELE PAGANO di Pisciotta e gli insorti cilentani di Pisciotta e dei paesi vicini della zona dell’Alento attendeva a PISCIOTTA la colonna del De Dominicis

Su GENNARO PAGANO ha scritto Renato Dentoni Litta (…), nel suo saggio “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, in Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, ed. Plectica etc.., dove a p. 297, in proposito scriveva che: “Il passaggio di Garibaldi determinò un crescente entusiasmo con volontari accorsi da ogni località della Provincia per seguire l’avanzata vittoriosa delle camicie rosse come avvenne, ad esempio al “4° corpo insurrezionale del Distretto di Vallo” comandato da Gennaro Pagano (3) che si unì alle schiere garibaldine partecipando alle battaglie successive.”. Litta, a p. 297, nella nota (3) postillava: “(3) ASS., Governatorato.”. Dunque, dai documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno si evince che GENNARO PAGANO fu a capo del 4° Corpo insurrezionale del Distretto di Vallo. Sappiamo che la colonna d’insorti comandata da Gennaro Pagano si unì a quella di Teodosio de Dominicis. Su Gennaro PAGANO ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescendo ci dice che alla riunione in casa Rinaldi – in cui era presente anche il de Dominicis –  partecipò anche Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta”, e aggiungeva che questi signori erano “…nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Dunque, il giorno ……………….1860 vi fu una riunione in casa RINALDI a ……..dove partecipò anche “un tal Pagano di Pisciotta”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila (qui c’è un errore perchè dovevano essere tremila) uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi!. Etc…”. Dunque De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni da Vallo della Lucania si diresse verso Sapri e passò ad Ascea. Scrive pure che con Michele vi erano circa 3000 insorti e vi era pure Teodosio De Dominicis che arrivò con i suoi a Pisciotta. Che cosa era accaduto ?. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”, a p. 67 pubblicava il seguente documento Relazione/Rapporto di SALVATORE MAGNONI (fratello di lucio e di Michele (….) riportava le credenziali del fratello SALVATORE MAGNONI rilasciate il 24 agosto 1860 dal “Comitato Unitario Nazionale” (Comitato napoletano) che lo nominava: “Comandante di un corpo d’insurrezione Salernitana nel Distretto di Vallo”. D’Evandro trascrive il Rapporto del Magnoni (Salvatore) e scriveva: Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, etc…”, poi aggiunge che: “…e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro.”. Dunque, il Salvatore Magnoni in questo documento scrive che congiuntosi con “DE DOMINICIS, PAGANO e GIORDANO”. Oltre a queste notizie Salvatore Magnoni aggiungeva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII. A Pisciotta, il patriota Gennaro Pagano usciva all’alba del 28 dal suo nascondiglio dove s’era rifugiato in attesa di eventi e, inalberando una bandiera tricolore, chiamava i paesani alla rivoluzione.”. De Crescenzo scriveva che il 28 agosto 1860, avendo saputo dell’adunata di Vallo della Lucania, GENNARO PAGANO usciva dal suo nascondiglio – in cui era nascosto a causa della condanna a morte che pendeva sul suo capo – e chiamava i paesani alla rivoluzione. Cosa accadde a Pisciotta ?. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, riferendosi al de Dominicis, in proposito scriveva che: “L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Etc…”. Dunque, il Segretario della Prodittatura di Sala Consilina, Antonio Alfieri d’Evandro (….) scriveva che uno dei capi della rivolta cilentana, TEODOSIO DE DOMINICIS, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, pubblicava il seguente documento Relazione/Rapporto datato 1° settembre 1860 di LUCIO MAGNONI (fratello di Michele e Salvatore) indirizzandolo al “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli.”. Magnoni scriveva nel rapporto che: “….martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Dunque, Lucio Magnoni, il 1° settembre 1860 scriveva che il fratello MICHELE MAGNONI e TEODOSIO DE DOMINICIS partivano da Vallo della Lucania partivano per Ascea. Ad Ascea essi “messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, etc…”. Dunque Magnoni scriveva che, ad Ascea armate le masse insurrezionali e le Guardie Nazionali essi muovevano verso Pisciotta e da Pisciotta – forse unitisi al PAGANO andarono ad occupare i paesi di Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa, dove pernottò. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni.”. Dunque, ad Ascea, le due colonne, quella del GIORDANO e quella del DE DOMINICIS, “Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, etc…”. Dunque, le due colonne si diressero a Pisciotta dove incontrarono la massa di rivoltosi organizzati dal Pagano. A Pisciotta, la colonna – unica al comando di TEODOSIO DE DOMINICIS “…furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Dunque, la colonna del GIORDANO “si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse”, e la colonna del De Dominicis dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Dunque, secondo il De Crescenzo, le due colonne si riunirono di nuovo a Capitello dove incontrarono Garibaldi. Mi chiedo a quale colonna si unì il Pagano ?. Sappiamo solo che i rivoltosi organizzati dal Pagano provenivano da pisciotta e dai paesi vicini. Tuttavia, si può dire che la colonna dei rivoltosi del Pagano si riunirono a Pisciotta e da lì proseguirono con le due colonne del GIORDANO e del DE DOMINICIS. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Mazziotti scriveva che “la colonna partita da Rutino” (riferendosi alla colonna di Michele Magnoni di cui faceva parte anche il de Dominicis) rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano.”. Ebner scriveva che a Velia la colonna del Magnoni si rinforzò con la colonna di Pietro Giordano di Ceraso a cui si erano uniti circa 80 giovani di Vallo. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 E 78 e Pizzolorusso, cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, era in attesa la colonna di GENNARO PAGANO che si ricongiunse alla corposa colonna di Teodosio DE DOMINICIS. Ebner scrive pure che a Pisciotta, i capi colonna: de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Dunque, Ferruccio Policicchio (….) scriveva che i capi colonna TEODOSIO DE DOMNICIS di Ascea e BASILIO IANNICELLI di Ceraso furono aiutati da GENNARO PAGANO e LUIGI GIORDANO. Riguardo l’opera rivoluzionaria di Teodosio De Dominicis, hanno scritto diversi autori e storici. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 40-41, in proposito scriveva: “Anche a Vallo il medico Stefano Passero riuscì ad organizzare molte squadre con l’intento di rafforzare le schiere garibaldine all’occorrenza. Il Comitato Centrale di Napoli visti i seri preparativi nella provincia e nel Cilento, il 23 agosto nominò Commissario Politico e Civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna “in nome del Dittatore Garibaldi” il Matina. Invece Salvatore Magnoni fu nominato “a comandante del Distretto di Vallo…..In casa Rinaldi intervennero i cilentani Pagano di Pisciotta, Lucio Magnoni di Rutino, Francesco Alario di Moio della Civitella, Teodosio de Dominicis di Ascea, Stefano Passero di Vallo, il Bottiglieri e Lorenzo Curcio di S. Angelo a Fasanella.”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da GENNARO PAGANO ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Inoltre, Infante scriveva che da Ascea, le colonne di Salvatore Magnoni e del de Dominicis andarono a Pisciotta. Infante, a p. 52, in proposito aggiungeva pure che: “Il 28 a Pisciotta mentre Gennaro Pagano sventolava la bandiera tricolore, molti giovani in poco tempo si radunarono in piazza e decisero di marciare.”. Infante, a p. 52, aggiungeva che: “…verso Ascea, dove si unirono alla schiera del De Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando del De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”. Felice Fusco ha scritto su MICHELE PAGANO, forse un fratello di GENNARO PAGANO. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle.”. Fusco, a p. 148, in proposito scriveva pure che: “Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Etc..”. Dunque, il Fusco, sulla scorta del Policicchio (….), parlando delle spese sostenute dai Comuni al passaggio della schiere di volontari ed insorti cilentani: “(84) Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.).”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel Golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari.”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava del testo di Romolo Amicarella (….) e del suo Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno. Campagne dal 1848 al 1870, Lodi, ed. Ellebi, 2000.

Nel 28 agosto 1860, a PISCIOTTA, si riunirono le quattro colonne di insorti cilentani, di MICHELE MAGNONI, di TEODOSIO DE DOMINICIS e di PIETRO GIORDANO e di GENNARO PAGANO

Il Commissario delegato, LUCIO MAGNONI, il 1° settembre 1860, da Rutino, scrivendo al “Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli”, un Rapporto-Relazione, pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che Lucio Magnoni: “E nel frattempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli. Signori….la conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Rutino il primo settembre 1860. Lucio Magnoni.”. Il Commissario delegato, LUCIO MAGNONI, il 1° settembre 1860, da Rutino, scrivendo al “Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli”, un Rapporto-Relazione, pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 9 bis”, in proposito scriveva: “In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. Etc…”. Dunque, in questa Relazione il Magnoni descrive il movimento delle forze insurrezionali nella nostra zona. Esse si partirono da punti diversi. Da Rutino si mosse il fratello di Lucio, MICHELE MAGNONI che si ricongiunse ad Ascea con TEODOSIO DE DOMINICIS. Da Rutino si mosse il fratello di Lucio, MICHELE MAGNONI che si ricongiunse ad Ascea con TEODOSIO DE DOMINICIS. Dunque, dalla relazione di Lucio si evinche che MICHELE MAGNONI si riunì con le forze considerevoli del de Dominicis ad Ascea. Non si unì l’altro fratello SALVATORE MAGNONI. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, riferendosi al de Dominicis, in proposito scriveva che: “L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano…..Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.. Dunque, il Segretario della Prodittatura di Sala Consilina, Antonio Alfieri d’Evandro (….) scriveva che uno dei capi della rivolta cilentana, TEODOSIO DE DOMINICIS, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano”. Infatti, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 riguardo le armi che furono ritirate da Teodosio de Dominicis, il Mazziotti riporta la lettera “una nota scritta” di Teodosio de Dominicis che, il 1° settembre 1860, da Centola scriveva e rispondeva al Comitato Centrale di Napoli. De Dominicis rispondeva sulle armi e si qualificava: “Comando del primo corpo d’Insurrezione in Distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2).”. De Dominicis scriveva al Comitato: “….così ho creduto spedirne sette casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, unico che riconosco a mio uguale nel Distretto, il resto ne ho disposto per armare una porzione della innumerevole gente che mi seguiva inerme; posso assicurvi che la mia colonna è forte tanto che non vi sono fucili che bastino. Etc... Dunque, de Dominicis scriveva che, dopo averle ritirate e portate ad Ascea “ho creduto spedirne sette casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, etc..”. Dunque, se le aveva spedite sette casse di armi a Salvatore Magnoni se ne deduce che ad incontrarlo a Pisciotta non era SALVATORE MAGNONI ma era l’altro fratello MICHELE MAGNONI. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, riferendosi al 27 agosto 1860, in proposito scriveva che: Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si riunirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Dunque, Mazziotti, sulla scorta della relazione di Lucio Magnoni pubblicata dal d’Evandro scriveva che la colonna del DE DOMINICIS si recò a Pisciotta: Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, etc…”. Mazziotti scriveva pure che alla colonna del de Dominicis si unirono le due colonne di Pietro Giordano e di Gennaro Pagano. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano.. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Mazziotti scriveva che “la colonna partita da Rutino” (riferendosi alla colonna di Michele Magnoni di cui faceva parte anche il de Dominicis) rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano.”. Ad Ascea c’era la colonna di PIETRO GIORDANO di Ceraso che attendeva il De Dominicis. Dunque, ad Ascea si riunirono le tre colonne con MAGNONI, DE DOMINICIS e GIORDANO. Essi andarono a Pisciotta dove li attendeva GENNARO PAGANO con la sua colonna. Gennaro Pagano era di Pisciotta e riunì diversi insorti della zona dell’Alento. Ebner scriveva che a Velia la colonna del Magnoni si rinforzò con la colonna di Pietro Giordano di Ceraso a cui si erano uniti circa 80 giovani di Vallo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, e la colonna del DE DOMINICIS da poco arrivata si ricongiunse con la colonna di GENNARO PAGANO, con i suoi che era in attesa a Pisciotta. Ebner scrive pure che a PISCIOTTA, i capi colonna: de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, etc…”. Dunque, de Crescenzo scriveva che le tre colonne si recarono nella notte a Pisciotta – dove li attendeva la colonna di GENNARO PAGANO di Pisciotta. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “…quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri.”. De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis etc…”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, era in attesa la colonna di GENNARO PAGANO che si ricongiunse alla corposa colonna di Teodosio DE DOMINICIS. Ebner scrive pure che a Pisciotta, i capi colonna: de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da MICHELE MAGNONI ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Inoltre, Infante scriveva che da Ascea, le colonne di Salvatore Magnoni e del de Dominicis andarono a Pisciotta. Infante, a p. 52, in proposito aggiungeva pure che: “Il 28 a Pisciotta mentre Gennaro Pagano sventolava la bandiera tricolore, molti giovani in poco tempo si radunarono in piazza e decisero di marciare.”. Infante, a p. 52, aggiungeva che: “…verso Ascea, dove si unirono alla schiera del De Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando del De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 52-53, in proposito scriveva: “Nello stesso giorno, a Ceraso, Pietro Giordano proclamò la rivoluzione, ed ebbe risposta all’appello da circa 80 giovani, che aggregandosi con lui marciarono verso Ascea, dove si unirono alla schiera del de Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta.”.

Nel 30 agosto 1860, un battaglione della colonna del DE DOMINICIS al comando del maggiore PIETRO GIORDANO andò a Palinuro

Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto, furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto, infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano, di Ceraso; tolse quell’avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano, di Ceraso; etc…. Dunque, secondo il Pizzolorusso, PIETRO GIORDANO comandava un battaglione della Guardia Nazionale (rivoltosi cilentani) che si erano aggregati ai circa 3000 insorti cilentani che erano agli ordini di TEODOSIO DE DOMINICIS. Secondo il Pizzolorusso, il De Dominicis era il “nipote del giustiziato del 1828”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, anche sulla scorta del Policicchio, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battaglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonico e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 E 78 e Pizzolorusso, cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”.

MICHELE MAGNONI DA RUTINO A SAPRI

Nel 28 agosto 1860, la colonna di MICHELE MAGNONI, da Rutino si portò nel Golfo di Policastro e si unì alla colonna del De Dominicis

Alcun vogliono che SALVATORE MAGNONI, da Rutino sia partito per andare direttamente nel Vallo di Diano e che, invece sia stato il fratello MICHELE a scendere nel golfo di Policastro per incontrare Garibaldi. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, a p. 264, in proposito scriveva che: “Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Ebner sulla scorta del D’Evandro scriveva la stessa cosa. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni).”. Dunque, Salvatore Magnoni, ad opera del fratello Lucio ricevette la nomina a COMANDANTE DEL CORPO D’INSURREZIONE PER IL DISTRETTO DI VALLO. E’ in questo documento che il Commissario Lucio Magnoni scrivendo al Comitato diceva che la colonna Vallese si divise in due colonne, una con a capo il Passero e l’altra con a capo il Ferrara. Come si è detto SALVATORE MAGNONI di Rutino, fratello di Lucio e di Michele, il 24 agosto 1860 rivevette dal Comitato Unitario d’Azione, la nomina “di Comandante del Corpo d’insurrezione per il Distretto di Vallo.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo. L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che l’intera colonna di insorti cilentani provenienti a Rutino con diversi capi tra cui il de Angelis ed il Vairo “si mise al comando di Salvatore Magnoni”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Inoltre, però, il Mazziotti, a p. 127 aggiungeva che: “Nello stesso tempo il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, della antica e patriottica famiglia di Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse di insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro 3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si riunirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti non parlava di MICHELE MAGNONI ma scriveva che l’intera colonna di insorti cilentani riunitisi a Rutino si misero al comando di Salvatore Magnoni. Sarà invece Lucio Magnoni, nella sua Relazione/Rapporto che spiegherà meglio ciò che accadde. Infatti, il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860 “Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.” scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860, il documento “N. 9 bis” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “…AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI.”. Magnoni scriveva al Comitato: “Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…” e, riferendosi al “martedì scorso” scriveva che: La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”, poi aggiunge: La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa.”, poi ancora aggiunge che: Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…”, e qui si riferisce alle colonne del de Angelis ed altri che si partiranno da Rutino per andare nel Vallo di Diano, insieme alla colonna di SALVATORE MAGNONI. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, riferendosi al De Dominicis, in proposito scriveva che: “…era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che alla colonna del De Dominicis – che si diresse verso il Golfo di Policastro – si riunì a Sapri la colonna del Magnoni. Si trattava della colonna di SALVATORE o di MICHELE MAGNONI ?. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Dunque, nella sua Relazione rapporto inviata al Comitato di Napoli e pubblicata dal d’Evandro, Lucio Magnoni scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Dunque, il fratello che si unì alle colonne del De Dominicis e del Giordano era il fratello MICHELE MAGNONI e non Salvatore. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro” (92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Mazziotti scriveva che “la colonna partita da Rutino” (riferendosi alla colonna di Michele Magnoni di cui faceva parte anche il de Dominicis) rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano.”. Ebner scriveva che a Velia la colonna del Magnoni si rinforzò con la colonna di Pietro Giordano di Ceraso a cui si erano uniti circa 80 giovani di Vallo. Dunque, Ebner scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili etc…”, che come abbiamo visto lo stesso de Dominicis rispondendo al Comitato di Napoli scriveva che parte di questi fucili li aveva consegnati a Salvatore Magnoni. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, era in attesa la colonna di GENNARO PAGANO che si ricongiunse alla corposa colonna di Teodosio DE DOMINICIS. Ebner scriveva pure che a Pisciotta, La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale..”. Dunque, Ebner – come pure il Mazziotti scriveva di Michele Magnoni che si spinse verso Sapri. Ebner scriveva che a Pisciotta, i capi colonna de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Sugli insorti cilentani che poi si unirono alla colonna del Salvatore Magnoni ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”.  Dunque, De Crescenzo, in proposito scriveva che a Rutino: “…proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Dunque, queste schiere di insorti cilentani arrivati a Rutino “si misero alla dipendenza di Salvatore Magnoni”. De Crescenzo scriveva che SALVATORE si mise “alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: etc…”. Chi erano questi giovani appartenenti alle famiglie di Salerno e paesi vicini ? “….erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo (…),  p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”, forse i 100 giovani salernitani di cui aveva già parlato, si unirono alla colonna di Pietro GIORDANO e si diressero ad Ascea. Dunque, si posero sotto il comando di Michele Magnoni ma ad Ascea si misero sotto il comando di Pietro Giordano. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. De Crescenzo, a p. 84-85 aveva scritto che i circa 100 giovani delle famiglie salernitane erano Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Michele MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. Però il De Crescenzo, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, riferendosi a Pietro Giordano, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi. Ma chi avrebbe dato le armi etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis….Armata la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, etc..”. Dunque, il de Crescenzo (….) scriveva che fu il de Dominicis ad occupare tutti i paesi dell’entroterra del golfo di Policastro. Sulle forze insurrezionali riuniisi a Rutino con i Magnoni – che poi si spostarono nel Golfo di Policastro – ha scritto Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra….Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° settembre”. Nastro (….) aggiungeva che, la colonna del Magnoni e dei giovanissimi ragazzi al comando di Carlo De Angelis (….) arrivati a Gioi Cilento il 1° settembre 1860, proseguirono Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, etc…(217).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da MICHELE MAGNONI ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Inoltre, Infante scriveva che da Ascea, le colonne di Salvatore Magnoni e del de Dominicis andarono a Pisciotta. Infante, a p. 52, in proposito aggiungeva pure che: “Il 28 a Pisciotta mentre Gennaro Pagano sventolava la bandiera tricolore, molti giovani in poco tempo si radunarono in piazza e decisero di marciare.”. Infante, a p. 52, aggiungeva che: “…verso Ascea, dove si unirono alla schiera del De Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando del De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”. Nel Golfo di Policastro arrivarono colonne con a capo Salvatore Magnoni ?. Ma come abbiamo visto gli storici sono di diverso avviso. Non si trattava di Salvatore ma di Michele Magnoni, come scrive pure Carmine Pinto (….) che, nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)” scriveva che era MICHELE MAGNONI ad unirsi ai rivoltosi cilentani e non l’altro fratello SALVATORE. Pinto, a p. 104 aggiunge che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi.”.

Nel 28 agosto 1860, a PISCIOTTA, si riunirono le quattro colonne di insorti cilentani, di MICHELE MAGNONI, di TEODOSIO DE DOMINICIS e di PIETRO GIORDANO e di GENNARO PAGANO si divisero e presero strade diverse

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, riferendosi al de Dominicis in proposito scriveva che: “Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Dunque, Ebner scriveva che a Pisciotta, piccolo paese del basso Cilento, era in attesa la colonna di GENNARO PAGANO che si ricongiunse alla corposa colonna di Teodosio DE DOMINICIS. Ebner scrive pure che a Pisciotta, i capi colonna: de Dominicis, Pietro Giordano, Gennaro Pagano e Salvatore Magnoni “dopo aver concertato un piano comune d’azione, le colonne si divisero”. Secondo Ebner che scriveva sulla scorta del Mazziotti, le diverse colonne, a Pisciotta si divisero: la Colonna di Pietro Giordano di Ceraso – che si era ingrossata con 80 giovani di Vallo della Lucania “s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse” e, la colonna “più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco di Garibaldi”. Dunque, Ebner scriveva che la colonna  Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare.”, la colonna “La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse”, mentre l’altra colonna “…e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 E 78 e Pizzolorusso, cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, riferendosi al 27 agosto 1860, in proposito scriveva che: Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si riunirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII..Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da MICHELE MAGNONI ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Inoltre, Infante scriveva che da Ascea, le colonne di Salvatore Magnoni e del de Dominicis andarono a Pisciotta. Infante, a p. 52, in proposito aggiungeva pure che: “Il 28 a Pisciotta mentre Gennaro Pagano sventolava la bandiera tricolore, molti giovani in poco tempo si radunarono in piazza e decisero di marciare.”. Infante, a p. 52, aggiungeva che: “…verso Ascea, dove si unirono alla schiera del De Dominicis e si marciò tutti uniti verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando del De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”.

Nel 1° settembre 1860, MICHELE MAGNONI veniva nominato Presidente della Giunta provvisoria del Cilento e subito il De Dominicis lo riconosceva

Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 105, in proposito scriveva che: “Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni (….), il 1° settembre 1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “Doc. n. 9” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8: “Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Etc…”.

Nel 1° settembre 1860, la colonna d’insorti cilentani di Teodosio DE DOMINICIS occupava CAMEROTA

Nel 1° settembre 1860, la colonna d’insorti cilentani di Teodoro DE DOMINICIS occupava CENTOLA dove installò il suo Quartier Generale e da dove scriveva al Comitato Centrale di Napoli 

Dai documenti in nostro possesso sappiamo che la colonna d’insorti cilentani capeggiati da Teodosio de Dominicis, da Pisciotta marciò fino a CENTOLA che fu occupata. Infatti, LUCIO MAGNONI, Commissario delegato dal Comitato, il 1° settembre 1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “Doc. n. 9” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8: “Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, de Dominicis con la sua colonna di armati cittadini cilentani occupava diversi paesi dell’Alento e del Golfo di Policastro. Dopo Pisciotta arrivarono a CENTOLA, piccolo paese dell’entroterra e non lontano dalla costa e da Palinuro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere Guardie Nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti giorno 3 occuparono Torre Orsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo Altieri, pag. 69.”. Marc Monnier (…..), nel suo“Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…”. Qui vi è un errore di trascrizione perchè non si trattava di “tretamila” uomini ma di tremila. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali….etc…(221). Del Duca, a p. 168, nella nota (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Sull’arrivo a Centola vi è un documento del de Doinicis che ne attesta la veridicità della notizia. Il documento è citato da Matteo Mazziotti (….), che, nel 1921, nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), ci parla delle armi – inviate dal governo Piemontese o armi raccolte dal Bertani – arrivate alla marina di Ascea e ritirate a Pisciotta dal de Dominicis. Pisciotta era la patria del de Dominicis che apparteneva ad una nota famiglia liberale ed antiborbonica. Di queste armi inviate, pare che il Governo provvisorio di Basilicata avesse chiesto conto al de Dominicis, il quale, il 1° settembre 1860 risponde con una lettera scrivendo al Governo provvisorio di Basilicata. Secondo il Mazziotti, la notizia dello sbarco delle armi a Pioppi e poi trasportate e ritirate ad Ascea dal De Dominicis trova riscontro in uno scritto dello stesso DE DOMINICIS, egli scriveva dal “Comando del primo corpo d’Insurrezione in Distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2).”. Teodosio DE DOMINICIS, da Centola, il 1° settembre 1860, dove si trovava con la sua colonna d’insorti cilentani, e con il suo “Quartier generale di Centola”, si dichiara essere ed è firmata Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Dunque, il De Dominicis, che tutti scrivono essere Teodosio Junior, scriveva al Comitato della Basilicata il 1° settembre 1860 da Centola dove era arrivato con la sua colonna e con Gennaro Pagano. Dunque, è da questa lettera del de Dominicis che si apprende che egli era a Centola il 1° settembre 1860. La lettera del de Dominicis è pubblicata dal Mazziotti. Mazziotti, a p. 69, in proposito scriveva che: “VI…quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo:  “Comando del primo corpo d’Insurrezione del distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2). Etc…Firmato…Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Secondo il Mazziotti la prova che il De Dominicis avesse prelevato le armi e aiuti ad Ascea si trova in un suo scritto, una lettera che il de Dominicis scrisse al “Cittadino Leonino Vinciprova di Omignano”. Sulla lettera del de Dominicis, il Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata e il Matina chiedevano conto di quelle armi.”.

Mazziotti, a p. 70 pubblicò quella che egli chiama “una nota scritta” del De Dominicis indirizzata il 1° settembre 1860 da Centola al Vinciprova di Omignano: “Signore. E’ vero che dal Comitato centrale di Napoli mi son giunti avanti ieri cinquecento fucili; ma il Comitato avendoli messi liberamente a mia disposizione e senza obbligo di farne ripartizione, così ho creduto spedirne sette casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, unico che riconosco a mio uguale nel Distretto, il resto ne ho disposto per armare una porzione della innumerevole gente che mi seguiva inerme; posso assicurvi che la mia colonna è forte tanto che non vi sono fucili che bastino. Per conseguenza di ciò potete assicurare da mia parte il Governo Prodittoriale di Basilicata, che il Commissario Civile Cittadino Matina che ad onta etc…Firmato…Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Insomma era accaduto che il de Dominicis aveva disposto arbitrariamente delle armi inviate dal governo Piemontese (forse del Comitato Bertani).

Nel 2 settembre 1860, a Sapri arrivarono moltissimi INSORTI CILENTANI, al comando di MICHELE MAGNONI che ivi si accamparono in attesa di Garibaldi

Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Lucio Magnoni, nella sua relazione-rapporto, (si veda Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”) scriveva che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Oltre a questo documento di Lucio Magnoni, vi è un altro documento che testimonia l’arrivo delle colonne a Capitello ed è dello stesso De Dominicis. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “….L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. Etc…”. Dunque, il segretario della Prodittatura Alfieri D’Evandro scriveva che “Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Etc…”. Dunque, dalla Relazione di Lucio Magnoni, si evince che il Magnoni ordinò ai rivoltosi cilentani capeggiati dai suoi fratelli di Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Etc…”. Tutte e tre le colonne si ricongiunsero a Sapri. La notizia di truppe di volontari cilentani ci è data pure dal colonnello Rustow che era rimasto a Sapri con le sue truppe (ex Divisione Pianciani), portate da Paola a Sapri insieme al generale Turr. Infatti, Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Etc…”. Rustow scrive chiaramente che sbarcati a Sapri con le sue truppe, insieme a Turr, la mattina del giorno 2 settembre 1860, a Sapri trovarono Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Rustow scriveva nelle sue Memorie che sulla “spiaggia” di  Sapri, il 2 settembre 1860 trovarono “gran movimento di truppe, ma non di truppe napolitane”.  Rustow voleva intendere che a Sapri, il 2 settembre 1860 non vi erano truppe Regie o nemiche ma già vi erano truppe di volontari rivoluzionari. E’ molto probabile che a Sapri, in quei giorni, in previsione che si venne a sapere che a Sapri doveva arrivare Garibaldi, Michele Magnoni (lo scrive il fratello Lucio nella sua Relazione), con alcuni suoi uomini fidati si recò a Sapri per incontrare Giuseppe Garibaldi ivi atteso. Infatti, i volontari garibaldini e cilentani giudati da Michele Magnoni, stanziatisi provvisoriamente a Sapri, insieme alle truppe ivi portate dal Turr, ricevettero fucili e armi da Rustow.  Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo scriveva che, “Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte”, si incontrò, il giorno dopo, a Sapri con Garibaldi. Si perché Michele Magnoni, con i suoi rivoltosi cilentani che comandava, avendo saputo che Turr e Rustow erano sbarcati il 2 settembre 1860 a Sapri, ivi si recò con i suoi rivoltosi Cilentani. Sappiamo che il De Dominicis ed il Giordano si trovavano nei paraggi di Sapri. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma….Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre) (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che: “La colonna….più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Etc…”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “…Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, RUSTOW e la sua distribuzione di 600 fucili che, furono distribuiti alla GUARDIA NAZIONALE DEI DINTORNI o ai RIVOLTOSI CILENTANI DI MICHELE MAGNONI ?      

Oltre a queste informazioni, il Rustow aggiungeva che: “Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Rustow scriveva di aver consegnato 600 fucili che avevano portato da Paola e li consegnò alle “Guardie Nazionali dei contorni” che nel frattempo si erano radunate anch’esse a Sapri. A Capo di una delle “Guardie Nazionali dei contorni”, ovvero dei paesi vicini, di cui parlerò in appresso, vi erano sicuramente i Gallotti di Sapri (i figli del barone Gallotti di Casaletto). A questo proposito, il Rustow osserva che i suoi fucili (600), li rivide a Capua: Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Garibaldi scrisse al Turr che a Sapri avrebbe dovuto lasciare “una solida base di uomini e mezzi.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, …etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola.

Nel 2 settembre 1860, la colonna di Teodosio DE DOMINICIS occupò FORIA, PODERIA, CELLE DI BULGHERIA

Dai documenti in nostro possesso sappiamo che la colonna d’insorti cilentani capeggiati da Teodosio de Dominicis, da Pisciotta marciò fino a CENTOLA che fu occupata. Infatti, LUCIO MAGNONI, Commissario delegato dal Comitato, il 1° settembre 1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “Doc. n. 9” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8: “Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, de Dominicis con la sua colonna di armati cittadini cilentani occupava diversi paesi dell’Alento e del Golfo di Policastro. Dopo Pisciotta arrivarono a CAMEROTA, CENTOLA, FORIA, PODERIA, CELLE DI BULGHERIA, piccoli paesi dell’entroterra e non lontano dalla costa e da Palinuro. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scrivendo da Rutino il 1° settembre 1860 al Comitato napoletano diceva che la colonna del de Dominicis diceva che Teodosio de Dominicis insieme alla sua colonna d’insorti cilentani  – dopo essere arrivati ad Ascea e a Pisciotta, aveva occupato alcuni piccoli centri del basso Cilento fino ad arrivare a Roccagloriosa dove la notte del 2 settembre 1860 si fermarono per penottarvi. Dunque, il fratello che si unì alle colonne del De Dominicis e del Giordano era il fratello MICHELE MAGNONI e non Salvatore. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 127, sulla scorta della Relazione/Rapporto che Lucio Magnoni – inviata al Comitato Napoletano il 1° settembre 1860, in proposito scriveva che: “Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere Guardie Nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti giorno 3 occuparono Torre Orsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis….Armata la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, etc..”. Dunque, il de Crescenzo (….) scriveva che fu il de Dominicis ad occupare tutti i paesi dell’entroterra del golfo di Policastro. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “…Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, parlando della colonna del de Dominicis, in proposito aggiungeva pure che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Etc…”. La frase, per “…andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” dovrebbe essere stata raccolta dal giornale “Il Lampo” del 3 settembre 1860. Questa frase è contenuta nell’Alfieri d’Evandro come vedremo. Secondo il Fusco, alla colonna del de Dominicis si aggregarono “…altri volontari agli ordini di Salvatore Magnoni”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI….Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc..”.”. L’“Ordine del giorno” di Teodosio de Dominicis rivolto alla sua colonna a Roccagloriosa, il 2 settembre 1860 è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 8. Il documento pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), in “Documenti”, “N.° 9 ter” – p. 8, così recita: “…..1° CORPO D’INSURREZIONE DEL DISTRETTO DI VALLO”: Ordine del giorno, Roccagloriosa 2 Settembre 1860. Soldati Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia percorrendo ed operando in Sanseverino, Paderia, Celle e Roccagloriosa in dove pernottiamo. – Domani andremo a Torreorsaja e Castelloruggiero.- La nostra militare organizzazione progredisce, e prestamente saremo soldati disciplinati se voi vi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. È mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze ? Non voglio credere, mentre fu vostro scopo in abbandonare le vostre case di difendere la causa Nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di 4000 Garibaldiani comandati dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati il momento supremo è per noi venuto, e con ogni nostro sforzo, coi palpiti del cuore aneliamo l’ora del congiungimento coi nostri valorosi fratelli Italiani. Viva l’Italia Viva Vittorio Emmanuele – Viva Garibaldi. Il Generale Comandante – Teodosio de Dominicis.”. Dunque, dal proclama del de Dominicis del 2 settembre 1860, scritto a Roccagloriosa, si evince che il de Dominicis sapeva che il giorno dopo – ovvero il 3 settembre 1860 era atteso a Sapri l’arrivo di Garibaldi.

(Fig. n….) – Ordine del giorno di Teodosio de Dominicis, del 2 settembre 1860 da Roccagloriosa – in Alfieri d’Evandro (…), in “Documenti”, doc. n. 9 ter – p. 8

Nel 2 settembre 1860, la colonna di Teodosio DE DOMINICIS occupò CASELLE IN PITTARI

Il Commissario delegato Lucio Magnoni (….), il 1° settembre 1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “Doc. n. 9” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8: “Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Dunque, nella sua Relazione rapporto inviata al Comitato di Napoli e pubblicata dal d’Evandro, Lucio Magnoni scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Dunque, il fratello che si unì alle colonne del De Dominicis e del Giordano era il fratello MICHELE MAGNONI e non Salvatore. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis….Armata la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, etc..”. Dunque, il de Crescenzo (….) scriveva che fu il de Dominicis ad occupare tutti i paesi dell’entroterra del golfo di Policastro. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel Golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari.”. Fusco, a p. 148 continuando il suo racconto, sempre sulla scorta di Amicarella scriveva pure che: “Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, Giuseppe La Porta (caporale) e Cesare Soria (caporale)(72); etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava che: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno. Campagne dal 1848 al 1870, Lodi, ed. Ellebi, 2000. Fusco, a p. 354, nella nota (72) postillava che: “(72) Ivi, p. 112; F. Fusco, Caselle in Pittari. Economia ecc..cit., I, p. 88 e nn. 431-432-433.”. Il testo postillato da Fusco è Felice Fusco (….), “Economia e Società a Sanza tra ‘Otto e Novecento e i 36 giorni etc…”, in “Euresis” rivista del Liceo Classico di Sala, IX 1993. Fusco, a p. 148 continuando il suo racconto, sempre sulla scorta di Amicarella scriveva pure che: “Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, Giuseppe La Porta (caporale) e Cesare Soria (caporale)(72); da Ispani Antonio Carvelli (sergente)(73); da Sanza Pasquale Bertone (caporale), Antonio Bettelemone, Nicola Bonomo (sottotenente), Nicola De Luca, Antonio Massicano, Nicola Melluso e Domenico Rinaldo (74); da Vallo della Lucania oltre 700 (75); da Novi Velia Nicola Amato, Pasquale Ambrogio, Angelo Fariello, Felice Giuliano, Felice Giacomo Trana e Filippo Uzzi (76), circa 20 da Piaggine Soprane (77); da Torre Orsaia Saverio Iannuto, Giuseppe Navazio e Gabriele Speranza (78); circa 50 da Sala (79); 35 da Atena (80); 40 da Auletta (81); Angelo Bellezza, Antonio Bellezza, Carlo Di Mieri e Giuseppe Manzione da Bonabitacolo (82); e via dicendo.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) Amicarella, p. 112”. Fusco, a p. 354, nella nota (74) postillava: “(74) R. Amicarella, p. 126”. Fusco, a p. 354, nella nota (75) postillava: “(75) R. Amicarella, pp. 134-135”. Fusco, a p. 354, nella nota (76) postillava: “(76) R. Amicarella, p. 156”. Fusco, a p. 354, nella nota (77) postillava: “(77) R. Amicarella, p. 160 e sg.”. Fusco, a p. 354, nella nota (78) postillava: “(78) R. Amicarella, p. 172”. Fusco, a p. 354, nella nota (79) postillava: “(79) R. Amicarella, p. 105-107”. Fusco, a p. 354, nella nota (80) postillava: “(80) R. Amicarella, p. 170 sg.”. Fusco, a p. 355, nella nota (81) postillava: “(81) R. Amicarella, p. 140 sg.”. Fusco, a p. 355, nella nota (82) postillava: “(82) R. Amicarella, p. 109 sg.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: etc…”. Fusco, a pp. 147-148 riportava pure parte del testo della Delibera Decurionale di Caselle in Pittari (di cui alla nota 83) dove era scritto che, il generale DE DOMINICIS (Teodosio): “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata” (83).”. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Dunque, Fusco, sulla scorta dei documenti conservati presso l’“ACC” (Archivio Comunale di Caselle in Pittari). Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, parlando della colonna del de Dominicis, in proposito aggiungeva pure che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Etc…”. La frase, per “…andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” dovrebbe essere stata raccolta dal giornale “Il Lampo” del 3 settembre 1860. Questa frase è contenuta nell’Alfieri d’Evandro come vedremo. Secondo il Fusco, alla colonna del de Dominicis si aggregarono “altri volontari agli ordini di Salvatore Magnoni”. Dunque, Fusco, sulla scorta del Policicchio (….) e del giornale “Il Lampo” del 3 settembre 1860 scriveva che le colonne del de Dominicis e di “altri volontari agli ordini di SALVATORE MAGNONE” (Fusco chiama MAGNONE sia Lucio che Salvatore) scriveva che le due colonne “…..da Caselle mossero verso oriente” per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie rosse del Golfo di Policastro”, a p. 278 (come postillava il Fusco) ci parla del “Brigantaggio”, nel circondario ma non dice nulla sui movimenti insurrezionali che avvennero in quel periodo nell’entroterra del Golfo di Policastro. Ciò che scriveva il Policicchio lo citerò negli argomenti seguenti. Ad ogni buon conto devo precisare che ciò che scriveva il Fusco su Caselle in Pittari, non riguardava Salvatore Magnoni – pare che fosse il fratello MICHELE – ma riguardava il passaggio della colonna di TEODOSIO DE DOMINICIS. Infatti, il Fusco, a p. 148, traendo dalla rivista del tempo “Il Lampo” (del 3 settembre 1860), in proposito scriveva: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco scriveva che la colonna di insorti cilentani capitanati dal De Dominicis – seguiti a breve distanza dalla colonna di SALVATORE MAGNONI – si mossero “…da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”. Fusco scriveva che le due colonne si mossero da “Caselle in Pittari” per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”. La frase è contenuta nel rapporto del Commissario Delegato Lucio Magnoni che spedì al Comitato Napoletano, ma il Magnoni non parla di Caselle in Pittari. Lucio Magnoni scriveva che, dopo Ascea, Pisciotta, Palinuro de Dominicis e la colonna dei suoi volontari “occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa”, non ci parla di Caselle in Pittari. Tuttavia, riguardo la tappa di Caselle in Pittari, Fusco cita alcuni documenti decurionali del Comune che attestano spese per il passaggio dei volontari cilentani.  Fusco, a p. 354, nella nota (72) postillava che: “(72) Ivi, p. 112; F. Fusco, Caselle in Pittari. Economia ecc..cit., I, p. 88 e nn. 431-432-433.”. Il testo postillato da Fusco è Felice Fusco (….), “Economia e Società a Sanza tra ‘Otto e Novecento e i 36 giorni etc…”, in “Euresis” rivista del Liceo Classico di Sala, IX 1993.

Nel 2 settembre 1860, la colonna d’insorti cilentani al comando di TEODOSIO DE DOMINICIS e GENNARO PAGANO occuparono ROCCAGLORIOSA

Dai documenti in nostro possesso sappiamo che la colonna d’insorti cilentani capeggiati da Teodosio de Dominicis, da Pisciotta marciò fino a CENTOLA che fu occupata. Infatti, LUCIO MAGNONI, Commissario delegato dal Comitato, il 1° settembre 1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “Doc. n. 9” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8: “Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, de Dominicis con la sua colonna di armati cittadini cilentani occupava diversi paesi dell’Alento e del Golfo di Policastro. Dopo Pisciotta arrivarono a ROCCAGLORIOSA, piccolo paese dell’entroterra e non lontano dalla costa e da Palinuro e da Sapri. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Dunque, nella sua Relazione rapporto inviata al Comitato di Napoli e pubblicata dal d’Evandro, Lucio Magnoni scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Dunque, il fratello che si unì alle colonne del De Dominicis e del Giordano era il fratello MICHELE MAGNONI e non Salvatore. Sul passaggio ed il pernottamento della colonna del de Dominicis a Roccagloriosa, Mazziotti pubblicò un Ordine del Giorno del de Dominicis. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 127, sulla scorta della Relazione/Rapporto che Lucio Magnoni – inviata al Comitato Napoletano il 1° settembre 1860, in proposito scriveva che: “Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere Guardie Nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti giorno 3 occuparono Torre Orsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti scriveva che la colonna del de Dominicis, il giorno 3 settembre 1860 occupò Torre Orsaia e Castel Ruggiero. Sappiamo che la colonna di de Dominicis si fermò e pernottò a Roccagloriosa. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele,…..In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale…..Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. Etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano con i suoi, dopo aver concertato un piano comune di azione, le colonne si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis….Armata la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, etc..”. Dunque, il de Crescenzo (….) scriveva che fu il de Dominicis ad occupare tutti i paesi dell’entroterra del golfo di Policastro. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, ove trovò già pronti gli uomini di Teodosio de Dominicis, il quale, chiamata alle armi la Guardia Nazionale del distretto di Vallo, marciò con essa verso Pisciotta. Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, parlando della colonna del de Dominicis, in proposito aggiungeva pure che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Etc…”. La frase, per “…andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” dovrebbe essere stata raccolta dal giornale “Il Lampo” del 3 settembre 1860. Questa frase è contenuta nell’Alfieri d’Evandro come vedremo. Secondo il Fusco, alla colonna del de Dominicis si aggregarono “altri volontari agli ordini di Salvatore Magnoni”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI….Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andremo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente etc….A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Queste parole ravvivarono le speranze, accrebbero coraggio, disposero meglio gli animi ai fatti che stavano maturando.”. L’“Ordine del giorno” di Teodosio de Dominicis rivolto alla sua colonna a Roccagloriosa, il 2 settembre 1860 è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 8. Il documento pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), in “Documenti”, “N.° 9 ter” – p. 8, così recita: “…..1° CORPO D’INSURREZIONE DEL DISTRETTO DI VALLO”: Ordine del giorno, Roccagloriosa 2 Settembre 1860. Soldati Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia percorrendo ed operando in Sanseverino, Paderia, Celle e Roccagloriosa in dove pernottiamo. – Domani andremo a Torreorsaja e Castelloruggiero. – La nostra militare organizzazione progredisce, e prestamente saremo soldati disciplinati se voi vi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. È mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze ? Non voglio credere, mentre fu vostro scopo in abbandonare le vostre case di difendere la causa Nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di 4000 Garibaldiani comandati dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati il momento supremo è per noi venuto, e con ogni nostro sforzo, coi palpiti del cuore aneliamo l’ora del congiungimento coi nostri valorosi fratelli Italiani. Viva l’Italia Viva Vittorio Emmanuele – Viva Garibaldi. Il Generale Comandante – Teodosio de Dominicis.”.

(Fig. n….) – Ordine del giorno di Teodosio de Dominicis, del 2 settembre 1860 da Roccagloriosa – in Alfieri d’Evandro (…), in “Documenti”, doc. n. 9 ter – p. 8

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Policicchio, a p. 157, nella nota (15) postillava: “(15) ASS., Governatorato, b. 4 f. 118”. Policicchio, a pp. 160-161, in proposito scriveva pure: “Secondo il conto materiale ‘fuori stato’, ossia non previsto in bilancio, dell’anno 1860 del Comune di Roccagloriosa, reso dal cassiere Giuseppe Caruso (20), furono spesi 114,26 ducati di cui 109,46 “per razioni e foraggi somministrate alla colonna insurrezionale comandata dal sig.’ De Dominicis, ed approvata dal sig’ Governatore” ed ancora ducati 4,80 “a due Garibaldini dello Stato Maggiore, in virtù di bono rilasciato e spedito all’Intendente giusta la sua richiesta” (21).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (21) postillava: “(21) ASS., Governatorato, b. 12, f. 499.”. Ferruccio Policicchio, inLe Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto gli uomini di Teodosio de Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria e Roccagloriosa. In quest’ultima località, alla colonna si rivolse in questi termini: “Soldati abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle, e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare progredisce, e precisamente saremo soldati disciplinati, se voi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, pronti a eseguire le norme che vi van dettando (24).”. Policicchio, a p. 281, nella nota (24) postillava: “(24) A. Infante, Garibaldi nel Cilento, Arti grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52; G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Linotip S. Jannone, Salerno, 1960.”. Infatti, Antonio Infante (…), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, nel capitolo “Il Cilento insorge”, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il 28….verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando di De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”. Infante, a p. 52 scriveva pure che: “Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”. A Roccagloriosa il De Dominicis emanò il seguente ordine del giorno alla colonna: “Soldati, abbiamo  effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle, e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare progredisce, e precisamente saremo soldati disciplinati, se voi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, pronti a eseguire le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una corte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze ? Non voglio credere, mentre fu nostro scopo, in abbandonare le volostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo é d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre se il vogliate. A Sapri questa mattina è sbarcata una colonna di 4 mila garibaldini comandata dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo è per noi venuto, etc…”. Dunque, si tratta dell’Ordine del Giorno che il de Dominicis dichiarò ai suoi volontari. Secondo l’Infante, si parla dello sbarco di Turr a Sapri che, avvenne il 2 settembre, ma questo documento, secondo Policicchio ed altri fu letto a Roccagloriosa il 28 agosto 1860. Mi chiedo se questo fosse possibile ?. Infante, a p. 52, aggiunge che: “Fu un momento di giubilo per tutti, che ascoltarono il de Dominicis – dice una cronaca del tempo.”. Pare che la cronaca del tempo, che citava l’infante sia il “Lampo”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Dunque, Pinto scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effttuata questa mattina la nostra teza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andrmo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.

Nel 1° settembre 1860, le colonne di Teododio DE DOMINICIS e MICHELE PAGANO occuparono TORRE ORSAIA e CASTELRUGGIERO

Come ho già detto, la colonna del de Dominicis dopo aver occupato moltissimi piccoli paesi dell’entroterra del golfo di Policastro si portò anche a Torre Orsaia e a Castelruggiero. Lo scrive lo stesso De Dominicis in un suo “Ordine del Giorno” del 2 settembre 1860, da Roccagloriosa. L’“Ordine del giorno” di Teodosio de Dominicis rivolto alla sua colonna a Roccagloriosa, il 2 settembre 1860 è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 8. Il documento pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), in “Documenti”, “N. 9 ter” – p. 8, così recita: “…..1° CORPO D’INSURREZIONE DEL DISTRETTO DI VALLO”: Ordine del giorno, Roccagloriosa 2 Settembre 1860. Soldati……..Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati il momento supremo è per noi venuto, e con ogni nostro sforzo, coi palpiti del cuore aneliamo l’ora del congiungimento coi nostri valorosi fratelli Italiani. Viva l’Italia Viva Vittorio Emmanuele – Viva Garibaldi. Il Generale Comandante – Teodosio de Dominicis.”. Felice Fusco ha scritto su MICHELE PAGANO, forse un fratello di GENNARO PAGANO. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle….(83)”. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 148, in proposito scriveva pure che: “Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Etc..”. Dunque, il Fusco, sulla scorta del Policicchio (….), parlando delle spese sostenute dai Comuni al passaggio della schiere di volontari ed insorti cilentani: “(84) Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.).”. Dunque, Fusco (…), a p. 355 postillava che a TORRE ORSAIA: “il Sindaco aveva assicurato al maggiore MICHELE PAGANO, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati e fieno per 1 ducato”. Fusco postillava che dette notizie provenivano dall’Archivio Comunale di Torre Orsaia, e precisamente a p. 64 e ssg. del “Registro delle Delibere del Decurionato”, del Comune di Torre Orsaia. Ovviamente si tratta di Delibere Decurionali dei primi di settembre 1860 e dei giorni seguenti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 153, dedica un’intero capitolo alle spese sostenute dai Municipi: “Capitolo Nono – Costi della Spedizione”, ed in proposito scriveva che: I comandanti delle truppe insurrezionali, nei loro molteplici dislocamenti, presero dalle casse dei municipi, a volte anche con difficoltà, il denaro stimato bisognevole per le quotidiane forniture a uomini e animali, o per le paghe agli arruolati. Ovunque, quindi, il passaggio delle truppe collegate alla causa garibaldina produsse innumerevoli spese alle diverse tesorerie comunali.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “…Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro” (225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 156, in proposito scriveva che: “Il Maggiore Michele Pagano, il 1° settembre 1860, al Sindaco di Torre Orsaja, ordinò quattromila razioni di pane e carne per le colonne insurrezionali. Nei dintorni si aggirava la colonna comandata da Teodosio De Dominicis che si divise tra i Comuni del circondario. A Torre Orsaja giunsero in seicento, inclusi i vetturini al seguito. Furono forniti di pane, carne e biada. Dodici tomoli di grano furono prelevati dal Monte Frumentario e inoltre: “furono necessari cantari due e rotoli quaranta di carne vaccina che furono pagati in ragione di grana 13 a rotolo, quindi il suo importo è dt. 31,20. Tomoli 11 di biada alla ragione di carlini dieci il tomolo, il cui importo è di dt. 11,00. Ancora 50 moggi di fieno che furono comprati per grana due l’uno, e quindi per questo oggetto si ha l’esito di un docato”. La spesa complessiva, facendo rimanere quella del grano a carico del Monte Frumentario (10), fu di ducati 43,20: “inoltre lo stesso Maggiore Pagano in data degli undici corrente da Eboli ordinava pagare dt. 21,60 a’ mulattieri di questo Comune che per otto giorni starono con sei vetture al seguito della colonna”. Il seguente 23 settembre, il Decurionato discusse l’argomento e, per le ristrette finanze, decise: “che invece di dt. 21,60 ordinati pagarsi ai vetturini di questo Comune, gli si diano docati 9,60, poichè loro è sufficiente una piastra al giorno per sei vetture, avendo questi ricevuto il foraggio ed i vetturini le spese cibarie. Il collegio trova giusto regolare l’esito di Dt. 43,20 per carne e biada e fieno e perciò delibera che questa somma venga accoppiata a quella di Dt. 9,60 che in uno si ha la spesa totale di Dt. 52,80 sia prelevata dall’art. 47 addetta alla spesa de’ detenuti delle prigioni di questo Circondario”(11).”. Policicchio, a p. 156, nella nota (10) postillava: “(10) Questa decisione, il 28 dicembre, dal Governatore non venne approvata perché il grano del Monte Frumentario era il sollievo dei poveri e la spesa delle razioni doveva formarsi a totale del Comune.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (11) postillava: “(11) ACTRO, Registro raccolta delibere Decurionali di Torre Orsaja., pp. 64, 64v.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “In ottobre passarono da Torre Orsaja due sergenti piemontesi che, girando “per affari di servizio”, obbligarono i comuni a far loro somministrazioni. Il Decurionato dovette loro sborsare 7,20 ducati più uno per i vetturini che da Torre li portarono a Policastro e da qui a Santa Marina. A fine dicembre due ufficiali francesi si misero a girare il Cilento con l’intento di reclutare uomini per la Legione francese che si stava organizzando in Napoli (12). La carrozza servita per loro uso costò al comune di Vallo 16 ducati (13).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (12) postillava: “(12) Un figlio di Tortorella, Nicola Polito di Giuseppe e Giovanna Abramo, nato il due aprile 1797, soldato della 14° divisione, perse la vita a Parigi, nell’ospedale militare, il 17 febbraio 1861.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (13) postillava: “(13) ACVLL, Serie V, vol. 21, contabilità anno 1860, cc. 65, 65.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Il 7 ottobre 1860 si trovarono a transitare da Laurito il Sergente Giovanni Severo col Caporal Maggiore Pietro Bertoni della 6° Compagnia della Brigata Cacciatori delle Alpi, i quali, dal Cassiere comunale prelevarono ducati tre e grana 60, per vettovaglie e spese di viaggio, senza lasciar buoni di ricevuta. Il Sindaco, Antonio Speranza, prontamente scrisse al Governatore per farsi autorizzare l’esborso e domandò come comportarsi qualora si fossero verificati simili casi (14).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (14) postillava: “(14) ASS., Governatorato, b. 4, f. 130”

Nel 3 settembre 1860, Teodosio De Dominicis e la sua colonna d’insorti andò a TORRE ORSAJA e CASTELRUGGIERO che occupò 

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni, in proposito pubblicava il documento e scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza. Etc…Rutino il primo settembre 1860. Il Commissario Delegato Lucio Magnoni.”. Questo è l’estratto della Relazione di Lucio Magnoni indirizzata al Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli, citata da Mazziotti e pubblicata dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 8, in “Documenti”, in proposito scriveva che: “N.° 9 ter – 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo – Ordine del Giorno. Roccagloriosa 2 settembre 1860. Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa in dove pernottiamo – Domani andremo a Torreorsaja e Castelloruggiero. – La nostra militare organizzazione progredisce, e prestamente saremo soldati disciplinati se voi vi etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di 4000 Garibaldini comandati dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati il momento supremo è per noi venuto, e con ogni nostro sforzo, coi palpiti del cuore aneliamo l’ora del congiungimento coi nostri valorosi fratelli Italiani. Viva l’Italia – Viva Vittorio Emanuele – Viva Garibaldi. Il Generale Comandante – Teodosio de Dominicis.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra teza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andrmo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma….Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…..(93).”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle.. Riguardo Roccagloriosa, Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) …Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); etc…”. Dunque, Fusco scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro.  Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Ferruccio Policicchio, inLe Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto gli uomini di Teodosio de Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria e Roccagloriosa. In quest’ultima località, alla colonna si rivolse in questi termini: “Soldati, ……Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. Etc…(24).”. Policicchio, a p. 281, nella nota (24) postillava: “(24) A. Infante, Garibaldi nel Cilento, Arti grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52; G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Linotip S. Jannone, Salerno, 1960.”. Infatti, Antonio Infante (…), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, nel capitolo “Il Cilento insorge”, a p. 52, in proposito scriveva che: A Roccagloriosa il De Dominicis emanò il seguente ordine del giorno alla colonna: “Soldati, abbiamo  effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle, e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare progredisce, e precisamente saremo soldati disciplinati, se voi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, pronti a eseguire le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una corte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: …..i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. Etc…”(14).. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52. Etc…. E’ interessante ciò che postillava Felice Fusco. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) …..e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Etc…. Roberto Parrella (….), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica al’iniziativa garibaldina”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torreorsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigeni un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella, a p. 22, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del giudice regio, 15 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (24) postillava: “(24) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del capitano della Guardia Nazionale, 16 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (25) postillava: “(25) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 22 settembre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 156, in proposito scriveva che: “Il Maggiore Michele Pagano, il 1° settembre 1860, al Sindaco di Torre Orsaja, ordinò quattromila razioni di pane e carne per le colonne insurrezionali. Nei dintorni si aggirava la colonna comandata da Teodosio De Dominicis che si divise tra i Comuni del circondario. A Torre Orsaja giunsero in seicento, inclusi i vetturini al seguito. Furono forniti di pane, carne e biada. Dodici tomoli di grano furono prelevati dal Monte Frumentario e inoltre: “furono necessari cantari due e rotoli quaranta di carne vaccina che furono pagati in ragione di grana 13 a rotolo, quindi il suo importo è dt. 31,20. Tomoli 11 di biada alla ragione di carlini dieci il tomolo, il cui importo è di dt. 11,00. Ancora 50 moggi di fieno che furono comprati per grana due l’uno, e quindi per questo oggetto si ha l’esito di un docato”. La spesa complessiva, facendo rimanere quella del grano a carico del Monte Frumentario (10), fu di ducati 43,20: “inoltre lo stesso Maggiore Pagano in data degli undici corrente da Eboli ordinava pagare dt. 21,60 a’ mulattieri di questo Comune che per otto giorni starono con sei vetture al seguito della colonna”. Il seguente 23 settembre, il Decurionato discusse l’argomento e, per le ristrette finanze, decise: “che invece di dt. 21,60 ordinati pagarsi ai vetturini di questo Comune, gli si diano docati 9,60, poichè loro è sufficiente una piastra al giorno per sei vetture, avendo questi ricevuto il foraggio ed i vetturini le spese cibarie. Il collegio trova giusto regolare l’esito di Dt. 43,20 per carne e biada e fieno e perciò delibera che questa somma venga accoppiata a quella di Dt. 9,60 che in uno si ha la spesa totale di Dt. 52,80 sia prelevata dall’art. 47 addetta alla spesa de’ detenuti delle prigioni di questo Circondario”(11).”. Policicchio, a p. 156, nella nota (10) postillava: “(10) Questa decisione, il 28 dicembre, dal Governatore non venne approvata perché il grano del Monte Frumentario era il sollievo dei poveri e la spesa delle razioni doveva formarsi a totale del Comune.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (11) postillava: “(11) ACTRO, Registro raccolta delibere Decurionali di Torre Orsaja., pp. 64, 64v.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “In ottobre passarono da Torre Orsaja due sergenti piemontesi che, girando “per affari di servizio”, obbligarono i comuni a far loro somministrazioni. Il Decurionato dovette loro sborsare 7,20 ducati più uno per i vetturini che da Torre li portarono a Policastro e da qui a Santa Marina. A fine dicembre due ufficiali francesi si misero a girare il Cilento con l’intento di reclutare uomini per la Legione francese che si stava organizzando in Napoli (12). La carrozza servita per loro uso costò al comune di Vallo 16 duati (13).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (12) postillava: “(12) Un figlio di Tortorella, Nicola Polito di Giuseppe e Giovanna Abramo, nato il due aprile 1797, soldato della 14° divisione, perse la vita a Parigi, nell’ospedale militare, il 17 febbraio 1861.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (13) postillava: “(13) ACVLL, Serie V, vol. 21, contabilità anno 1860, cc. 65, 65.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Il 7 ottobre 1860 si trovarono a transitare da Laurito il Sergente Giovanni Severo col Caporal Maggiore Pietro Bertoni della 6° Compagnia della Brigata Cacciatori delle Alpi, i quali, dal Cassiere comunale prelevarono ducati tre e grana 60, per vettovaglie e spese di viaggio, senza lasciar buoni di ricevuta. Il Sindaco, Antonio Speranza, prontamente scrisse al Governatore per farsi autorizzare l’esborso e domandò come comportarsi qualora si fossero verificati simili casi (14).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (14) postillava: “(14) ASS., Governatorato, b. 4, f. 130”Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Nei primi giorni d’aprile 1861 ancora vi erano residui dell’Esercito Meridionale. A Camerota vi giunse un garibaldino di nome Ambrogio Biella di Milano, di professione orologiaio. Trovato il posto incantevole e libero dall’ormai sciolto Esercito garibaldino, vi rimase ad esercitare la sua arte. Ma il 14 aprile ebbe una rissa con alcuni della Gurdia Nazionale del luogo, riportò una ferita che dai medici fu giudicata mortale. Il milite era privo di mezzi e dal Comune venne aiutato per non farlo morire facendogli somministrare tutto ciò che gli veniva prescritto dai medici. Etc..”. Policicchio, a p. 157, nella nota (15) postillava: “(15) ASS., Governatorato, b. 4 f. 118”. Policicchio, a pp. 160-161, in proposito scriveva pure: “Secondo il conto materiale ‘fuori stato’, ossia non previsto in bilancio, dell’anno 1860 del Comune di Roccagloriosa, reso dal cassiere Giuseppe Caruso (20), furono spesi 114,26 ducati di cui 109,46 “per razioni e foraggi somministrate alla colonna insurrezionale comandata dal sig.’ De Dominicis, ed approvata dal sig’ Governatore” ed ancora ducati 4,80 “a due Garibaldini dello Stato Maggiore, in virtù di bono rilasciato e spedito all’Intendente giusta la sua richiesta”(21).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (21) postillava: “(21) ASS., Governatorato, b. 12, f. 499.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “Il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al Colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei vetture per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato relativo “bono” di undici ducati e 40 grana (22). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali dichirarono che: “…partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di sessanta soldati sbandati…etc…(23).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (23) postillava: “(23) ACSGP, Registroraccolta delibere Decurionali anni 1861-1871, delibera del 20.3.1861, p. 185v.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “E siccome le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali sostenute dal Comune ammontano a oltre 300 ducati, per l’importo dei detti 24 ducati il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Per tale motivo: “è inabilitato a poter fra fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(24).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (24) postillava: “(24) Ivi, delibera del 5 Aprile e 3 maggio 1861, pp. 187-188v.”Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 292-293, in proposito scriveva che: “Anche il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei “vetture” per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato buono di 11 ducati e grana 40 (51). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali: “partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di di cento sessanta soldati sbandati, per i quali ebbero colà le rispettive diarie per una sola giornata etc…”(52).”. Policicchio, a p. 292, nella nota (51) postillava: “(51) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, delibera del 16-3-1861, p. 186.”. Policicchio, a p. 293, nella nota (52) postillava: “(52) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 185v., delibera del 20-3-1861.”. Policicchio, a p. 293, in proposito scriveva pure: “Per soddisfare il deliberato e reperire i 24 ducati, il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali e sostenute dal Comune ammontavano a oltre 300 ducati e, per tale motivo, il cassiere “è inabilitato” a poter far fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(53).”. Policicchio, a p. 293, nella nota (53) postillava: “(53) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 186, delibera del 5-4 e 3-5-1861”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 293, in proposito scriveva che: “Il denaro speso dal Comune di Vibonati per le varie somministrazioni alle colonne in movimento pose in lite, per oltre dieci anni, Cassiere e Amministratori. Mentre il Governo provvisorio del Principato Citra riconobbe la somma di 487,80 ducati, il Cassere Luigi Brandi, invece, pretendeva il riconoscimento della spesa per 844,60 ducati. Dopo un lungo esame dei conti e proluungate discussioni, il Consiglio Comunale, considerando mendace e contraddittorio il reclamo prodotto dal Cassiere, il 20 agosto 1872 deliberò (54): “1° Che la effettiva somma somministrata nel 1860 per trasporti militari alle colonne dell’esercito meridionale, comandate dal Dittatore Garibaldi dall’ex Tesoriere di questo Comune signor Luigi Brandi fu di ducati 487:80 e non già di ducati 844:60, come sostiene nel reclamo presentato al Signor Prefetto della Provincia. Etc…”.

Nel 3 settembre 1860, la colonna del DE DOMINICIS a MORIGERATI

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Dunque, il d’Evandro, nei cenni generali citava l’episodio vergognoso che era accaduto a Morigerati in cui, il Sindaco era stato derubato di alcuni suoi averi allorquando la colonna del de Dominicis ivi era passata per questionare fondi. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, chiamato a deliberare sulle spese sostenute dal Comune per l’insurrezione, verbalizzò il seguente (9): “Motivo di spesa: 1- Alla colonna insurrezionale di Magnoni per mano del Giudice di Vibonati sig. Cajazzo, fra docati cento offerti da altri comuni. Torraca ha sborsato Dti. 24 e Gr. 00.; 2- Piombo rotoli 50 somministrato al Giudice Cajazzo per munizione delle guardie mobili prima della venuta di Garibaldi: Dt. 8, e Gr. 80; 3 – Vitto ai soldati garibaldini passati in detaglio da questo comune: Dti. 13, e Gr. 00; A due corrieri spediti a Sala uno all’arrivo di Tur a Sapri ed un altro per il ricapito di un plico al Dittatore: Dti. 1 e Gr. 30; 4- Biada per vetture dei garibaldini rimasti a pernottare in questo comune: Dti. 1, e Gr. 90; 5 – Fieno e paglia: Dti., 1 e, Gr. 10; 6 – Vettura a Giuseppe Nicola Cesarini fino a Casalnuovo due giorni: Dti. 1, e Gr. 00; Ad Antonio Bifano fino a Sala due muli due giorni: Dti. 2, e Gr. 40.; ……. Policicchio, a p. 155, nella nota (9) postillava: “(9) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Dalla trascrizione del Verbale si evince che lo scritturale non seppe scrivere il nome del generale Turr.”.

Nel 3 settembre 1860, la colonna d’insorti andò pure a MORIGERATI, che occupò 

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che: Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Questa notizia dovrà essere maggiormente indagata. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effttuata questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andremo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano..

Nel 3 settembre 1860, MICHELE MAGNONI, con la sua colonna d’insorti cilentani si portò a Sapri per coprire lo sbarco di Garibaldi e dove lo incontrò

E’ molto probabile che a Sapri, in quei giorni, in previsione che si venne a sapere che a Sapri doveva arrivare Garibaldi, Michele Magnoni (lo scrive il fratello Lucio nella sua Relazione), con alcuni suoi uomini fidati si recò a Sapri per incontrare Giuseppe Garibaldi ivi atteso. Infatti, i volontari garibaldini e cilentani giudati da Michele Magnoni, stanziatisi provvisoriamente a Sapri, insieme alle truppe ivi portate dal Turr, ricevettero fucili e armi da Rustow. Oltre alla notizia che a Sapri si concentrarono molte forze insurrezionali, brigate di cittadini del cilento insorti liberamente, vi è l’altra notizia che alcuni capi degli insorti, oltre a recarsi a Sapri in quei primi giorni di settembre 1860 incontrarono Garibaldi. La notizia dell’incontro di MICHELE MAGNONI (….), fratello di Lucio, capi degli insorti e Garibaldi, vi è la notizia che nel corso di quell’incontro, Garibaldi lasciò detto al Magnoni le istruzioni militari per il prosieguo delle operazioni delle colonne degli insorti cilentani. Oltre alla notizia che in quei giorni, a Sapri, si concentrarono molte forze insurrezionali, brigate di cittadini del cilento insorti liberamente, vi è l’altra notizia che alcuni capi degli insorti, si incontrarono con Garibaldi. Attraverso alcuni documenti pubblicati da Alfieri d’Evandro (….) ed altri conservati presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino si evince che uno dei capi degli Insorti Cilentani, MICHELE MAGNONI, si spinse con la sua colonna o con pochi uomini a Sapri per dare appoggio e coprire l’arrivo e lo sbarco di Garibaldi. Dalle testimonianze dirette del colonnello Rustow, nelle sue versioni scritte in tedesco e delle traduzioni del suo Diario, sappiamo che a Sapri, in quei ultimi giorni di Agosto e i primi di Settembre 1860 si concentrarono diverse gruppi di insorti cilentani capeggiati da diversi patrioti, di cui parlerò. Sappiamo che Rustow, arrivato a Sapri il 2 settembre 1860 con il generale Turr, dopo aver riordinato le sue truppe portate a Sapri da Paola, fece distribuire armi, fucili e munizioni agli insorti cilentani che si erano concentrati a Sapri anche in attesa di potere incontrare Garibaldi, che ancora tuttavia non era arrivato. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”Dunque, Bertani, attraverso la White ci dice che: “Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi, etc…”. A chi si riferiva il Bertani in questo breve passaggio ? Si riferiva alle altre Brigate che sarebbero arrivate a Sapri nei giorni seguenti provenienti dalla Sicilia. Forse il Bertani si riferiva pure alle colonne di insorti Cilentani ed ai loro capi che pure continuavano ad arrivare ed ad ingrossarsi in quei giorni da tutti i paesi del Cilento. Infatti, Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana.”. Dunque, il Perini li chiama “bande insurrezionali del paese”. Il colonnello Rustow, nella traduzione del suo libro di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, a p. 17-18, in proposito scriveva: “Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Etc…”. Dunque scrive chiaramente che sbarcati a Sapri con le sue truppe, insieme a Turr, la mattina del giorno 2 settembre 1860, a Sapri trovarono sulla spiaggia di Sapri ad aspettarli guardie nazionali e di popolo.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “…guardie nazionali mobilizzate.”. Oltre alla notizia che a Sapri si concentrarono molte forze insurrezionali, brigate di cittadini del cilento insorti liberamente, vi è l’altra notizia che alcuni capi degli insorti, oltre a recarsi a Sapri in quei primi giorni di settembre 1860 incontrarono Garibaldi. La notizia dell’incontro di MICHELE MAGNONI (….), fratello di Lucio, capi degli insorti e Garibaldi, vi è la notizia che nel corso di quell’incontro, Garibaldi lasciò detto al Magnoni le istruzioni militari per il prosieguo delle operazioni delle colonne degli insorti cilentani. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Etc…”. Perini (….), continuava scrivendo che: “A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, etc…”. Dove si riunirono tutte queste forze, Perini sottintende a Sapri. Le notizie sui movimenti insurrezionali nel basso Cilento in quei giorni di Settembre 1860 e l’arrivo a Sapri degli insorti cilentani è testimoniato dai documenti pubblicati da Alfieri d’Evandro (….) che pubblicò soprattutto la Relazione di Lucio Magnoni indirizzata al Comitato Napoletano. Devo precisare che tra i documenti di cui parlavo l’Alfieri d’Evandro scrive non esserci la Relazione di Teodosio DE DOMINICIS, uno dei capi di una delle colonne di Insorti cilentani che si portarono verso il Golfo di Policastro ed occuparono diversi paesi del Basso Cilento, non molto distanti da Sapri, dove si attendeva l’arrivo di Garibaldi. Le notizie sui movimenti insurrezionali nel basso Cilento in quei giorni di Settembre 1860 e l’arrivo a Sapri degli insorti cilentani è testimoniato dai documenti pubblicati da Alfieri d’Evandro (….) che pubblicò soprattutto la Relazione di Lucio Magnoni indirizzata al Comitato Napoletano. La notizia di truppe di volontari cilentani ci è data pure dal colonnello Rustow che era rimasto a Sapri con le sue truppe (ex Divisione Pianciani), portate da Paola a Sapri insieme al generale Turr. Infatti, Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Etc…”. Rustow scrive chiaramente che sbarcati a Sapri con le sue truppe, insieme a Turr, la mattina del giorno 2 settembre 1860, a Sapri trovarono Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Rustow scriveva nelle sue Memorie che sulla “spiaggia” di  Sapri, il 2 settembre 1860 trovarono “gran movimento di truppe, ma non di truppe napolitane”.  Rustow scrive chiaramente che sbarcati a Sapri con le sue truppe, insieme a Turr, la mattina del giorno 2 settembre 1860, a Sapri trovarono Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Rustow scriveva nelle sue Memorie che sulla “spiaggia” di  Sapri, il 2 settembre 1860 trovarono “gran movimento di truppe, ma non di truppe napolitane”.  Rustow voleva intendere che a Sapri, il 2 settembre 1860 non vi erano truppe Regie o nemiche ma già vi erano truppe di volontari rivoluzionari. Un testimone d’eccezione è stato il colonnello Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Alfieri d’Evandro racconta che, sebbene il De Dominicis non avesse potuto relazionare su quegli avvenimenti, “dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis perché l’amico nostro, impedido dal redigerla per fisica indisposizione,…”, con la sua colonna, il DE DOMINICIS, prima di recarsi con la sua colonna nel Vallo di Diano dove tutti si riunirono, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni..”. Dunque, Alfieri d’Evandro scriveva che i tre “battaglioni” o colonne di insorti cilentani comandati dal DE DOMINICIS, GENNARO PAGANO E LUIGI GIORDANO marciarono fino al Golfo di Policastro dove si raggiunsero e si unirono al battaglione di MICHELE MAGNONI (dei fratelli Magnoni, forse c’era anche SALVATORE MAGNONI). Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “….Teodosio de Dominicis….L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Dunque, l’Alfieri d’Evandro scriveva che Teodosio DE DOMINICIS era stato soccorso dai cittadini GENNARO PAGANO e da LUIGI GIORDANO ed aveva diviso le sue colonne in tre battaglioni, che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni.”. Dunque, secondo l’Alfieri d’Evandro le tre colonne con i tre capi si riunirono a Sapri con la colonna del MAGNONI. Antonio Alfieri d’Evandro pubblicherà le diverse Relazioni dei capi insurrezionali che furono inviate al Comitato Unitario per la Rivoluzione a Napoli. D’Evandro pubblicherà la Relazione-rapporto di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Etc…”. Alfieri d’Evandro racconta che, sebbene il De Dominicis non avesse potuto relazionare su quegli avvenimenti, “dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis perché l’amico nostro, impedido dal redigerla per fisica indisposizione,…”, con la sua colonna, il DE DOMINICIS, prima di recarsi con la sua colonna nel Vallo di Diano dove tutti si riunirono, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni..”. LUCIO MAGNONI che, nella sua Relazione/Rapporto inviata al Comitato Napoletano (Comitato Unitario Nazionale), datata 31 agosto 1860 da Rutino e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. Dunque, nella relazione di Lucio Magnoni scrive chiaramente che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. Dunque, Lucio Magnoni scriveva, il 31 agosto 1860, da Rutino al Comitato Napoletano che, suo fratello MICHELE MAGNONI, “la notte del 3 settembre”, “con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, riferendosi alla colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava che: “(3) …………………………”. Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Sulla questione ha scritto anche Pietro Ebner. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni….La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. (93).. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano. Etc…”. E’ interessante ciò che scrisse Ebner. Ebner scriveva che MICHELE MAGNONI “si spinse a Sapri a copertura dello sbarco del generale”. Dunque, Lucio Magnoni, relazionava che aveva dato ordini al fratello Michele Magnoni di dirigersi verso Sapri. Dunque, oltre a queste interessanti notizie storiche vi è la notizia più interessante per Sapri e cioè che MICHELE MAGNONI si spinse fino a Sapri per coprire lo sbarco di Garibaldi avvenuto a Sapri il 3 settembre 1860. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che: “La colonna….più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale.”. Dunque, oltre a queste interessanti notizie storiche vi è la notizia più interessante per Sapri e cioè che MICHELE MAGNONI si spinse fino a Sapri per coprire lo sbarco di Garibaldi avvenuto a Sapri il 3 settembre 1860. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale……Etc…(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Degli autori coevi è il De Crescenzo che scrive che Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Sapri prima che egli partisse per Vibonati (ammesso che Garibaldi fosse partito da Sapri per andare a Vibonati). Gennaro De Crescenzo (….) è l’unico storico coevo che aggiunge delle notizie nuove rispetto agli storici che scrissero in seguito a Garibaldi. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, riferendosi alla colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: “VII…Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo scriveva che, “Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte”, si incontrò a Sapri con Garibaldi. De Crescenzo aggiunge pure che il De Crescenzo ed il Giordano, al comando delle loro due colonne di insorti si riunirono a Capitello dove “….ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni”. Sulla scorta del De Crescenzo, questa notizia è riportata anche da un altro storico locale, il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Secondo Infante (…), Garibaldi incontrò a Vibonati alcuni capi della colonna di Cilentani insorti come Michele Magnoni, il De Deminicis e Gennaro Pagano che, come ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..Le masse  dei rivoltosi, …..divise in due colonne: …..l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Strana è la notizia dataci da Felice Fusco (…), che, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. Etc…”. Pur documentata, il Fusco ci da notizie circa la presenza di SALVATORE MAGNONI e non del fratello MICHELE.  Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Dunque, Carmine Pinto scriveva che, Garibaldi, sbarcato a Sapri il 3 settembre 1860 trovò Michele Magnoni e Teodosio De Dominicis che lo attendevano e prima che egli partisse per il Fortino lo incontrarono. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.  Dunque, a questo punto del racconto e degli eventi resta il dubbio se Michele Magnoni fosse stato ricevuto da Garibaldi a Sapri o a Vibonati e quindi resta il dubbio se Garibaldi, prima di partire da Sapri nella notte del 4 settembre per Vibonati ed il Fortino avesse pernottato a Sapri e non a Vibonati, come vogliono alcuni. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo Garibaldi giunge a Sapri; i Sapresi accorrono sulla spiaggia per salutare il condottiero.”.

A CAPITELLO

Nel 3 settembre 1860, le colonne d’INSORTI CILENTANI: le colonne (provenienti da Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero) al comando di Teodosio DE DOMINICIS, di Cristofaro FERRARA di S. Biase, di Gennaro PAGANO e di Luigi o Pietro GIORDANO si riunirono a CAPITELLO, nel Comune di Ispani

Da alcuni documenti si evince che, dopo aver occupato diversi Municipi e Comuni del basso Cilento, le truppe insurrezionali formatisi in quei giorni, le colonne comandate da Teodosio DE DOMINICIS e da Luigi (forse è errato perchè si tratta di Pietro) GIORDANO, arrivarono a Sapri e si accamparono a CAPITELLO. Pare che la colonna al comando di TEODOSIO DE DOMINICIS si sia accampata a CAPITELLO. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle.”. Riguardo queste notizie vi sono alcuni documenti e Relazioni dei capi degli Insorti Cilentani che furono pubblicate da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nell’Appendice del suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Sempre il D’Evandro però, a proposito del Teodosio De Dominicis scriveva che la sua Relazione/Rapporto mancava. Infatti, l’Alfieri d’Evandro, a p. XVIII, in proposito scriveva che: Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano….. Qui però vi è un errore perchè non si tratta di Luigi ma di Pietro Giordano. Secondo il D’Evandro, la Relazione del De Dominicis macava perchè egli fu impedito a redigerla per indisposizione fisica. La figura del De Dominicis è importante perché queste notizie storiche, se confermate avvalorano le notizie circa il passaggio della sua colonna da Vibonati e avvalorano pure il passaggio di Garibaldi da Vibonati. Oltre però ai documenti di cui ho accennato, pubblicati dal d’Evandro (….) che allora ricopriva la carica di Segretario della Prodittatura del Matina a Sala Consilina, abbiamo anche i documenti recentemente pubblicati provenienti dall’Archivio Privato della famiglia Magnoni. Innanzitutto vediamo a quanto ammontavano gli uomini volontari degli Insorti Cilentani. Il D’Evandro (….), nell’Appendice, pubblicò la Relazione/Rapporto di Lucio Magnoni inviata al Comitato Unitario Nazionale (Comitato insurrezionale Napoletano)(vedi Appendice, pp. 66-67), in cui Lucio Magnoni scrivendo il suo Rapporto al Comitato inseriva la nomina del fratello MICHELE MAGNONI, quale “Comandante di un corpo d’insurrezione Salernitano nel Distretto di Vallo, come dalla credenziale del 22 Agosto 1860 del Comitato Napoletano”. Scriveva il Magnoni Lucio (….) che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Etc…”. Alfieri d’Evandro racconta che, sebbene il De Dominicis non avesse potuto relazionare su quegli avvenimenti, “dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis perché l’amico nostro, impedido dal redigerla per fisica indisposizione,…”, con la sua colonna, il DE DOMINICIS, prima di recarsi con la sua colonna nel Vallo di Diano dove tutti si riunirono, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni..”. LUCIO MAGNONI che, nella sua Relazione/Rapporto inviata al Comitato Napoletano (Comitato Unitario Nazionale), datata 31 agosto 1860 da Rutino e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…” aggiungendo pure che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. Dunque, il corpo insurrezionale comandato dal Magnoni e dal De Dominicis era composto “che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, etc…”. La colonna degli insorti Cilentani scesa nel Golfo di Policastro ammontava a circa 3000 uomini. LUCIO MAGNONI che, nella sua Relazione/Rapporto inviata al Comitato Napoletano (Comitato Unitario Nazionale), datata 31 agosto 1860 da Rutino e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a pp. 68-69, in “Appendice”, nel “Doc. 9 bis”: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “…Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano.”. Gennaro De Crescenzo non parla affatto di Vibonati ma parla di Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, le due colonne di insorti, quella di Pietro Giordano si riunì con la colonna di Gennaro Pagano e di Teodosio de Dominicis ad Ascea ed insieme vennero nel Golfo di Policastro. Secondo alcuni documenti pare che la colonna, posta al comando supremo di Salvatore Magnoni si fosse accampata a Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello.”. Pare che essi, arrivati vicino a Sapri, a Capitello (oggi nel Comune di Ispani), si incontrarono con Garibaldi, diretto a Vibonati e poi al Fortino. Sempre il De Crescenzo fornisce diverse versioni. Sulla scorta del Pesce (….) Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. De Crescenzo, a p. 87 aggiungeva che a Capitello, le masse insurrezionali del De Dominicis dopo aver incontrato Garibaldi: “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI…Da Roccagloriosa, dove pernottò coi suoi, il De Dominicis il 2 settembre 1860 dirigeva quest’ordine del giorno alle sue truppe: Soldati, …..etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. L’Alfieri D’Evandro, riferendosi a Teodosio de Dominicis scrive chiaramente che “…L’amico nostro, ….avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…”Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “…i volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Questa colonna di insorti cilentani fu da Garibaldi sciolta in seguito quando egli arrivò a Sala. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie camerotane”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il Cilento è già insorto, quando Garibaldi arriva a Sapri il 3 settembre 1860. Da Lentiscosa partono tre giovani Sabato Marotta, Gaetano d’Onofrio e Antonio Cernicchiaro, e si uniscono ai garibaldini, mentre i galantuomini non si espongono: ammirano di lontano l’eroismo di Francesco II nella difesa di Gaeta, si commuovono quando parte per l’esilio….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: V.  Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Il De Crescenzo scriveva che le  “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario.. Alle notizie storiche che ho scritto predentemente si aggiunge che, secondo alcuni documenti conservati nell’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino, Garibaldi partitosi da Sapri nel tardo pomeriggio, diretto a Vibonati, incontrò a Capitello (ma forse si tratta nell’entroterra di Villammare), alcuni capi degli Insorti Cilentani che, provenienti dai paesi del basso Cilento che avevano occupato, si erano accampati a Capitello. Infatti, saputo che a Sapri, il 3 settembre 1860, Garibaldi doveva sbarcare nella baia di Sapri, alcuni capi di insorti cilentani si erano spinti in direzione di Sapri per incontrare Garibaldi. Questi documenti ci dicono che a Sapri era andato Michele Magnoni per coprire lo sbarco di Garibaldi. Michele Magnoni, fratello di Lucio, si tenne costantemente in contatto con le masse e le colonne dei rivoltosi cilentani che, in quei giorni avevano occupato molti Municipi e Comuni del basso Cilento. Le notizie storiche circa la presenza della colonna del De Dominicis a Capitello, il 3 settembre è suffragata da due documenti citati da Anna Sole (….) e da Eugenia Granito (….) che hanno pubblicato entrambe nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito – Documenti e testimonianze”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. I due documenti provengono entrambi dall’Archivio Privato della Famiglia Magnoni a Rutino. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di due documenti conservati presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da TEODOSIO DE DOMINICIS dal “COMANDO DEL 1° CORPO D’INSURREZIONE DEL DISTRETTO DI VALLO” a Capitello, datato 3 settembre 1860 parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Il de Dominicis scriveva da Capitello che: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi. Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza.” (15). La Granito, a p….., nella nota (15) postillava che il documento si trova conservato presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni a Rutino. Diceva pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Dunque, Eugenia Granito riporta il testo dell’“Ordine del giorno” di TEODOSIO DE DOMINICIS scritto da CAPITELLO il 3 settembre 1860. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Dunque, Eugenia Granito riporta il testo dell’“Ordine del giorno” di TEODOSIO DE DOMINICIS scritto da CAPITELLO il 4 settembre 1860. In questo documento datato 4 settembre 1860, da Capitello, suffraga la notizia storica secondo cui, a Capitello, insieme alla colonna del de Dominicis si era unita anche la colonna di CRISTOFARO FERRARA. Secondo questo documento, a Capitello, vi era anche la colonna di CRISTOFARO FERRARA. Della presenza della colonna del FERRARA nel golfo di Policastro, in quei giorni – oltre allo scritto del Pesce –  vi sono alcuni documenti conservati presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino. La presenza del Ferrara nella colonna del De Dominicis, ovvero la presenza di Cristofaro Ferrara che si era unito ai 3000 rivoltosi accampatisi a Capitello comandati da Teodosio De Dominicis è attestato da un documento dello stesso De Dominicis conservato presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni e pubblicato da Anna Sole. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a p. 242, pubblicava il testo di un documento, conservato presso l’Archivio della Famiglia Magnoni di Rutino, datato da Capitello: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860.”. Si tratta del documento: “Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo (Archivio privato Magnoni).”.”. La Sole, a p. 242 scriveva pure che: “Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Secondo questo documento (“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”), il 4 settembre 1860, datato e scritto a CAPITELLO, il Teodosio DE DOMINICIS, Comandante del 1° Corpo d’insurrezione del Distretto di Vallo della Lucania, la Sole (….) scriveva che: Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo l’“Ordine del giorno del 4 settembre 1860”, da Capitello, Anna Sole faceva notare che si evince al 1° Corpo dinsurrezione del Distretto di Vallo vi era anche il comandante CRISTOFARO FERRARA. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, la Sole (….), continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”, ovvero si fosse fermato a Vibonati prima di ripartire per Torraca e per il Fortino. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse  dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo scriveva che, “Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte”, si incontrò a Sapri con Garibaldi e, scriveva pure che il De Dominicis e la sua colonna di insorti cilentani giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.”. De Crescenzo aggiunge pure che il De Crescenzo ed il Giordano, al comando delle loro due colonne di insorti si riunirono a Capitello dove “….ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni”. Teodosio de Dominicis pare sia stato ucciso nei moti del 1828. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Dunque, Carmine Pinto scriveva che, Garibaldi, sbarcato a Sapri il 3 settembre 1860 “trovò Michele Magnoni e Teodosio De Dominicis” che lo attendevano e prima che egli partisse per il Fortino lo incontrarono. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”

Nel 3 settembre 1860, Garibaldi diede ordini a Michele MAGNONI sulla marcia nel Vallo di Diano per gli insorti cilentani

Riguardo l’incontro di Garibaldi con Michele Magnoni, fratello di Lucio, vi è la notizia che nel corso di quell’incontro, Garibaldi lasciò detto al Magnoni le istruzioni militari per il prosieguo delle operazioni delle colonne degli insorti cilentani. Infatti, Lucio Magnoni, nella sua relazione-rapporto, (si veda Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”) scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Quali fossero queste disposizioni non ci è dato di sapere. Anche Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in“Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, dopo aver riportato un documento conservato nell’Archivio Privato della famiglia Magnoni, a firma del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini.”. Dunque, secondo Anna Sole (….), Garibaldi, “nel lasciare Vibonati”, diede ordini a Michele Magnoni (?) “…disposizioni sulla condotta da seguire” nella marcia verso il Vallo di Diano. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. E’ proprio questa notizia, la notizia del passaggio di Garibaldi e del suo pernottamento a Vibonati che il De Crescenzo però, a p. 112, nella nota (9) postilava: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Inoltre, De Crescenzo parlandoci di Vibonati riferisce dell’incontro con Michele Magnoni, infatti egli scrive: “Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano”. Dunque, secondo le informazioni del De Crescenzo, di cui non rivela la fonte, Garibaldi: 1- si reca e pernotta a Vibonati in casa Del Vecchio; 2- a Vibonati, e non a Sapri, Garibaldi incontra Michele Magnoni, Teodosio De Dominicis e Gennaro Pagano; 3 – ………………………..Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”

Nel 3 settembre 1860, a Vibonati ?, il DE DOMINICIS e il PAGANO ricevettero istruzioni da Garibaldi

Un’altra notizia interessate è quella dataci da Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) Dopo lo sbarco di Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano etc..”. Infatti, pare che il de Dominicis ed il Giordano furono presentati a Garibaldi dal Michele Magnoni, e qualcuno scrive che l’incontro avvenne a Vibonati. Qualcuno scriveva che fu a Vibonati che il de Dominicis ed il Pagano ebbero disposizioni dal Dittatore sulla marcia nel Vallo di Diano. Infatti, è lo stesso Lucio Magnoni nel suo Rapporto Relazione inviata al Comitato di Napoli e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”.

Nella notte del 3 settembre 1860, a Sapri, MICHELE MAGNONI, con la sua colonna d’insorti Cilentani incontrò Garibaldi e poi insieme (?) da Capitello e da Vibonati risalirono al Fortino

Abbiamo visto che a Sapri era arrivata la piccola colonna di MICHELE MAGNONI che, nell’imminenza dell’arrivo di Garibaldi si era portato con la sua piccola colonna a Sapri per coprire lo sbarco del Dittatore. Arrivato Garibaldi a Sapri MICHELE MAGNONI lo incontrò e con lui – molto probabilmente si recò a Vibonati dove, alcuni storici vogliono che Garibaldi diede le ultime sue disposizioni per le operazioni nel Vallo di Diano – che doveva essere la prossima tappa. Non sappiamo se il Magnoni si recò al Fortino dopo la sosta e l’incontro con Garibaldi. Attraverso alcuni documenti pubblicati da Alfieri d’Evandro (….) ed altri conservati presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino si evince che uno dei capi degli Insorti Cilentani, MICHELE MAGNONI, si spinse con la sua colonna o con pochi uomini a Sapri per dare appoggio e coprire l’arrivo e lo sbarco di Garibaldi. Dalle testimonianze dirette del colonnello Rustow, nelle sue versioni scritte in tedesco e delle traduzioni del suo Diario, sappiamo che a Sapri, in quei ultimi giorni di Agosto e i primi di Settembre 1860 si concentrarono diverse gruppi di insorti cilentani capeggiati da diversi patrioti, di cui parlerò. Sappiamo che Rustow, arrivato a Sapri il 2 settembre 1860 con il generale Turr, dopo aver riordinato le sue truppe portate a Sapri da Paola, fece distribuire armi, fucili e munizioni agli insorti cilentani che si erano concentrati a Sapri anche in attesa di potere incontrare Garibaldi, che ancora tuttavia non era arrivato. Il 3 settembre 1860, dopo aver occupato alcuni paesi del basso Cilento (il 3 settembre erano a Torre Orsaia e Castelruggiero), TEODOSIO DE DOMINICIS con la sua folta colonna d’insorti cilentani aveva formato un suo Quartiere generale a CAPITELLO e lì attendeva Magnoni che nel frattempo si era spinto fino a Sapri avendo saputo dell’arrivo del Generale Turr e delle sue truppe che ivi si accamparono in attesa dell’arrivo del Generale. Sulla questione ha scritto anche Pietro Ebner. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. (93)”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che: “La colonna….più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale.”. Dunque, oltre a queste interessanti notizie storiche vi è la notizia più interessante per Sapri e cioè che MICHELE MAGNONI si spinse fino a Sapri per coprire lo sbarco di Garibaldi avvenuto a Sapri il 3 settembre 1860. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale……Etc…(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Dunque, Lucio Magnoni, relazionava che aveva dato ordini al fratello Michele Magnoni di dirigersi verso Sapri. Dunque, oltre a queste interessanti notizie storiche vi è la notizia più interessante per Sapri e cioè che MICHELE MAGNONI si spinse fino a Sapri per coprire lo sbarco di Garibaldi avvenuto a Sapri il 3 settembre 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “….Teodosio de Dominicis….L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Dunque, l’Alfieri d’Evandro scriveva che Teodosio DE DOMINICIS era stato soccorso dai cittadini GENNARO PAGANO e da LUIGI GIORDANO ed aveva diviso le sue colonne in tre battaglioni, che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni.”. Dunque, secondo l’Alfieri d’Evandro le tre colonne con i tre capi si riunirono a Sapri con la colonna del MAGNONI. Antonio Alfieri d’Evandro pubblicherà le diverse Relazioni dei capi insurrezionali che furono inviate al Comitato Unitario per la Rivoluzione a Napoli. D’Evandro pubblicherà la Relazione-rapporto di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Dunque, il d’Evandro scriveva che le colonne di Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni, etc…”. Quì forse vi è un errore perchè non si tratta di Luigi Giordano ma di Pietro. E’ lo stesso Commissario delegato LUCIO MAGNONI, fratello di MICHELE che scrivendo al Comitato napoletano scriveva che suo fratello MICHELE, “la notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri”. LUCIO MAGNONI che, nella sua Relazione/Rapporto inviata al Comitato Napoletano (Comitato Unitario Nazionale), datata 31 agosto 1860 da Rutino e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. Dunque, a questo proposito devo aggiungere che Lucio Magnoni scriveva pure che, il fratello Michele, la notte del 3 settembre 1860 recatosi a Sapri dove incontrò Garibaldi da poco sbarcato ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Alcuni storici, però hanno scritto che Michele Magnoni le “disposizioni per il Vallo di Diano” li ricevette da Garibaldi non all’incontro a Sapri ma a Vibonati dove – sempre secondo loro – Michele Magnoni presentò a Garibaldi li amici de Dominicis e Gennaro Pagano. Dunque, Lucio Magnoni scriveva, il 31 agosto 1860, da Rutino al Comitato Napoletano che, suo fratello MICHELE MAGNONI, “la notte del 3 settembre”, “con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, riferendosi alla colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava che: “(3) …………………………”. Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Degli autori coevi è il De Crescenzo che scrive che Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Sapri prima che egli partisse per Vibonati (ammesso che Garibaldi fosse partito da Sapri per andare a Vibonati). Gennaro De Crescenzo (….) è l’unico storico coevo che aggiunge delle notizie nuove rispetto agli storici che scrissero in seguito a Garibaldi. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, riferendosi alla colonna del De Dominicis che si trovava a CAPITELLO, in proposito scriveva che: “VII…Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo scriveva che, “Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte”, si incontrò a Sapri con Garibaldi. De Crescenzo aggiunge pure che il De Crescenzo ed il Giordano, al comando delle loro due colonne di insorti si riunirono a Capitello dove “….ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni”. Sulla scorta del De Crescenzo, questa notizia è riportata anche da un altro storico locale, il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.  Dunque, a questo punto del racconto e degli eventi resta il dubbio se Michele Magnoni fosse stato ricevuto da Garibaldi a Sapri o a Vibonati e quindi resta il dubbio se Garibaldi, prima di partire da Sapri nella notte del 4 settembre per Vibonati ed il Fortino avesse pernottato a Sapri e non a Vibonati, come vogliono alcuni. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo Garibaldi giunge a Sapri; i Sapresi accorrono sulla spiaggia per salutare il condottiero.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Secondo Infante (…), Garibaldi incontrò a Vibonati alcuni capi della colonna di Cilentani insorti come Michele Magnoni, il De Deminicis e Gennaro Pagano che, come ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..Le masse  dei rivoltosi, …..divise in due colonne: …..l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Strana è la notizia dataci da Felice Fusco (…), che, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. Etc…”. Pur documentata, il Fusco ci da notizie circa la presenza di SALVATORE MAGNONI e non del fratello MICHELE.  Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Dunque, Carmine Pinto scriveva che, Garibaldi, sbarcato a Sapri il 3 settembre 1860 trovò Michele Magnoni e Teodosio De Dominicis che lo attendevano e prima che egli partisse per il Fortino lo incontrarono.

Nel 30 agosto 1860, a Rutino, SALVATORE MAGNONI si mise a capo di una colonna d’insorti cilentani formata da 100 GIOVANI delle migliori famiglie del Cilento ivi arrivati con Carlo de Angelis

Su questa colonna vi è un Rapporto Relazione di Lucio Magnoni. LUCIO MAGNONI che, nella sua Relazione/Rapporto inviata al Comitato Napoletano (Comitato Unitario Nazionale), datata 1° settembre 1860, da Rutino e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a pp. 7-8, in “Documenti”, nel documento “N° 9 bis”, indirizzato “Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli.”, scriveva: “Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Dunque, Lucio Magnoni, nel suo Rapporto inviato al Comitato e pubblicato dal d’Evandro, in proposito a questa colonna scriveva: La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”. LUCIO MAGNONI che, nella sua Relazione/Rapporto inviata al Comitato Napoletano (Comitato Unitario Nazionale), datata 31 agosto 1860, da Rutino e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a pp. 7-8, in “Documenti”, nel documento “N° 3 bis”, ovvero la “Relazione Rapporto di LUCIO MAGNONI” inviata al Comitato Napoletano, e datata “Rutino 31 agosto 1860”, dove in proposito è scritto che: “La Provincia di Salerno, eroica ne’ fatti della libertà Italiana, ha sempre congiurato per raggiungerne il nobile scopo. Ogni fiata che un’aura di moto e di agitazione ha commosso queste contrade, io ed i tre miei fratelli Salvatore, Michele e Nicola ne abbiamo assunto la direzione più specialmente per la zona del territorio Cilentano, portandone bene spesso ciaschedun di noi i dolori del carcere e le sofferenze dell’ esilio. Abbiam trovato sempre i nostri Concittadini pronti a secondarci nelle cospirazioni e nelle azioni; e mi piace render pubblico testimonio di lode a Ferdinando Vairo di Torchiara e Lorenzo Mottola ad Altavilla e altrove e Raffaele Zamarelli, Pasquale Verdoliva, Raffaele Coccoli, Francesco del Giudice, Andrea de Ciutiis, e Giovanni Cocozza. Le nostre file rannodavansi strettamente con Pisciotta, Ascea, e Ceraso, ove tra vagliavano indefessi Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano, e Pietro Giordano. Etc…”. La relazione di Lucio Magnoni, inviato al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. AI SIGNORI Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli”, datato a Rutino, 1° settembre 1860, a pp. 68-69, in proposito è scritto che: “La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette nostre forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per riuscire a Diano, l’ altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Lucio Magnoni, a p. 66 (d’Evandro) ancora è scritto: “In pari tempo si procedette all’ organizzazione delle forze insurrezionali messe sotto gli ordini de’ Maggiori Carlo de Angelis, Errico del Mercato, Michele Magnone e Raffaele Zamarrelli con Ferdinando Vairo Commissario di Guerra ed Ignazio Cagnano Quartier Mastro Generale. A’ capi delle altre colonne lascio il dire delle organizzazioni di ciascheduna. Il Prodittatore Matina spedivami intanto Decreto di nomina a Presidente la giunta centrale della insurrezione nel Vallo, accompaguandolo coll’ ufficio che trascrivo. Etc…” e segue la lettera di Lucio Magnoni indirizzata al Matina. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, …..la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Guido Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo. L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”. Dunque, Mazziotti scriveva che il 27 a Rutino si riunirono diverse colonne d’insorti cilentani venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Guido Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo.”. Secondo Mazziotti (…) questa unica colonna si pose al comando di SALVATORE MAGNONI. Secondo il Mazziotti, a Rutino, l’intera colonna dei 100 giovani ivi convenuti insieme a CARLO DE ANGELIS si pose sotto il comando di SALVATORE MAGNONI. Sempre il Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, a pp. 132-133, in proposito aggiungeva che: “III. Frattanto mi arrivavano le nuove delle mosse del generale Garibaldi, il quale era prossimo a sbarcare nelle nostre contrade: perciò, giusta gli accordi presi in Napoli, occorreva tenerci pronti ad insorgere. Ebbi colloqui con Carlo Pavone, Del Mercato, Silvio Cagnano ed altri cilentani, prima in casa Magnoni in Rutino, indi alla marina di Castellabate nella casina di Alfonso Materazzi, poi in Agropoli nella casina del signor Torre ed in Sessa in casa di Mariano Coccoli, ove convennero i fratelli baroni Coppola di Valle, il barone Luigi Del Giudice di S. Mango, Del Mercato, Cagnano, Zammarrelli e diversi altri principali proprietari del Cilento, per deliberare se, essendo già scoppiata la rivoluzione a Corleto in Basilicata, conveniva al Cilento insorgere immediatamente.”. Mazziotti continuando il suo racconto, a p. 133, in proposito aggiungeva: “Anche in Acciaroli (1), ove condussi meco pure Costabile Comunale, allora sindaco di Castellabate, nella casina di Giuseppe Pisani di Cannicchio (2), vi fu un’ultima riunione con le persone di sopra indicate e diverse altre: si convenne che nel successivo giorno 30 le diverse colonne cilentane si sarebbero messe in movimento in varie direzioni. Si stabilì di richiedere ai principali proprietari di offrire volontariamente delle somme per formare un fondo di cassa per il mantenimento delle colonne senza ricorrere alle casse pubbliche. Avvertii i comandanti le guardie nazionali di Ortodonico, Perdifumo e Serramezzana di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, come pure avvertii tutti quelli del Comune di Castellabate che volevano seguirmi. Partii con circa duecento individui, fra i quali due figli del detto mio zio Giambattista, Costabile e Francesco Paolo. La notte e parte del giorno seguente riposammo in Rutino. Io ero alloggiato in casa Magnoni.”. Dunque, il racconto del Mazziotti che scrive sulla scorta del Diario di Carlo De Angelis, arriva al 30 agosto 1860 a Rutino a casa dei Magnoni. La sua colonna – formata dai giovani delle migliori famiglie del Cilento (del Circondario di Pollica) – arrivarono e pernottarono in casa Magnoni. A questo punto del racconto, il Mazziotti, a p. 133 continua scrivendo che: “Ivi mi arrivò un messo con una lettera del commissario civile, il quale mi annunziava che Garibaldi era già al confine della nostra provincia con quella di Basilicata. Ne avvisai il pubblico con manifesti e con un corriere i miei fratelli in Castellabate. Indi con tutta la colonna sotto i miei ordini, cioè la compagnia di Castellabate comandata da Costabile Forziati, quella di Ortodonico da Nicola Amoresano, quella di Serramezzana da un tale Maffia, quella di Perdifumo da Francesco Coco e quella di Vatolla da Cocozza, con due preti liberali, il parroco Giovanni Cocozza e Nicola Carpinelli, mossi per Gioi, ove giunsi la notte del 1º settembre e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati. Il giorno seguente proseguimmo per Stio, Laurino, ove ci fermammo in casa del barone Valenti, e Piaggine; indi per Diano, in casa di Pasquale Carrano. A. Diano trovai Stefano Passero con la sua colonna.”. Dunque, Carlo De Angelis dice che con la sua colonna si partì da Rutino – forse il 31 agosto – ed essi, il 1° settembre 1860 arrivarono a Gioi Cilento. De Angelis scriveva nel suo Diario che a Diano (Teggiano incontrarono la colonna di STEFANO PASSERO. De Angelis non scrive nulla sulla colonna comandata da SALVATORE MAGNONI. E’ de Crescenzo che lo dice: “Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: “….arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”. De Crescenzo, a p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaela Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. Si tratta di Raffaele Zammarrelli. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni, forte dell’incarico ricevuto a Messina da Garibaldi, ritornato nel suo Cilento, si unì con gli altri due fratelli (Lucio e Salvatore) che il 27 agosto 1860, a Rutino proclamò la Insurrezione Armata. A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Michele MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. De Crescenzo, a p. 84-85 aveva scritto che i circa 100 giovani delle famiglie salernitane erano Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrellira stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra. Il 27 agosto il Cilento insorgeva ancora una volta: ad Agropoli, in casa Torre, si dovevano gettare le basi della rivolta…..Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo impegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano etc…”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da MICHELE MAGNONI ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto. Michele Magnoni il 28 si diresse verso Ascea, etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 98, in proposito scriveva: “Michele, con entusiasmo, si portò a Rutino e con i fratelli Lucio e Salvatore formò una colonna di uomini armati, che unitasi agli insorti di Laureana, di Torchiara, di Castellabate, di Stella Cilento e di Cicerale, andò incontro a Garibaldi, dal quale aveva avuto la nomina a pro-dittatore.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11…I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione….etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno” (217).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina;….Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11…I Magnoni ne furono protagonisti gestendo con delicatezza e successo la competizione con i cavouriani. Ancora una volta siamo di fronte ad un fenomeno interessante per comprendere il radicamento di una memoria rivoluzionaria e di una tradizione politica. Nel Cilento furono arruolati circa tremila volontari divisi su 4 colonne, cifre su cui concordano storici come Pieri ed eruditi locali (le cronache dell’epoca danno un numero naturalmente molto maggiore) (67). La lezione del ’48 era chiara e la disciplina l’unico modo per tenere insieme le formazioni. I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali, convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cilentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale.”. Poi aggiungeva: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Etc…”.

Nel 30 agosto 1860, SALVATORE MAGNONI, al comando della grossa colonna di insorti Cilentani riunitisi da Rutino marceranno verso il Vallo di Diano 

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, a p. 264, in proposito scriveva che: “Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Ebner sulla scorta del D’Evandro scriveva la stessa cosa. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni).”. Dunque, Salvatore Magnoni, ad opera del fratello Lucio ricevette la nomina a COMANDANTE DEL CORPO D’INSURREZIONE PER IL DISTRETTO DI VALLO. E’ in questo documento che il Commissario Lucio Magnoni scrivendo al Comitato diceva che la colonna Vallese si divise in due colonne, una con a capo il Passero e l’altra con a capo il Ferrara. Come si è detto SALVATORE MAGNONI di Rutino, fratello di Lucio e di Michele, il 24 agosto 1860 rivevette dal Comitato Unitario d’Azione, la nomina “di Comandante del Corpo d’insurrezione per il Distretto di Vallo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, etc…(217).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, …..per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo. L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che l’intera colonna di insorti cilentani provenienti a Rutino con diversi capi tra cui il de Angelis ed il Vairo “si mise al comando di Salvatore Magnoni”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Lucio Magnoni, nella sua Relazione/Rapporto che spiegherà meglio ciò che accadde. Infatti, il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860 “Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.” scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860, il documento “N. 9 bis” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “…AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI.”. Magnoni scriveva al Comitato: “Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…” e, riferendosi al “martedì scorso” scriveva che: La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”, poi aggiunge: La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa.”, poi ancora aggiunge che: Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…”, e qui si riferisce alle colonne del de Angelis ed altri che si partiranno da Rutino per andare nel Vallo di Diano, insieme alla colonna di SALVATORE MAGNONI. Pietro Ebner (….) scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili etc…”, che come abbiamo visto lo stesso de Dominicis rispondendo al Comitato di Napoli scriveva che parte di questi fucili li aveva consegnati a Salvatore Magnoni. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati….(93).”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Sugli insorti cilentani che poi si unirono alla colonna del Salvatore Magnoni ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Dunque, queste schiere di insorti cilentani arrivati a Rutino “si misero alla dipendenza di Salvatore Magnoni”. De Crescenzo scriveva che SALVATORE si mise “alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: etc…”. Chi erano questi giovani appartenenti alle famiglie di Salerno e paesi vicini ? “….erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo (…),  p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”, forse i 100 giovani salernitani di cui aveva già parlato, si unirono alla colonna di Pietro GIORDANO e si diressero ad Ascea. Dunque, si posero sotto il comando di Michele Magnoni ma ad Ascea si misero sotto il comando di Pietro Giordano. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. De Crescenzo, a p. 84-85 aveva scritto che i circa 100 giovani delle famiglie salernitane erano Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrellira stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi. Ma chi avrebbe dato le armi etc…”. Dunque, de Crescenzo scriveva che: Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Sulle forze insurrezionali riuniisi a Rutino con i Magnoni – che poi si spostarono nel Golfo di Policastro – ha scritto Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra….Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° settembre”. Nastro (….) aggiungeva che, la colonna del Magnoni e dei giovanissimi ragazzi al comando di Carlo De Angelis (….) arrivati a Gioi Cilento il 1° settembre 1860, proseguirono Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da Salvatore Magnoni ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Erano giunti a Sala anche gli uomini capitanati da Galloppi di Polla, le schiere del Caruso di Auletta e quelle del Costa da Sant’Arsenio, anchora gl’insorti del De Benedictis da San Giacomo, e quelle capitanate dal Sant’Elmo da Padula. Sala divenne in poco tempo un formicaio di uomini, tutti armati, tanto che lo stesso Matina si preoccupò di dare loro disciplina e ordine. A queste schiere si aggiunse l’arrivo di quelle facenti capo all’abate Andrea Marotta di Postiglione, a Pasquale Bosco di Buccino, a Nicola Domini di Castel San Lorenzo e quelle capitanate da Claudio Guerdile di Buccino, quelle di Agostino Volpe, che – dopo aver attraversato parecchi paesi del distretto, come scrive il D’Evandro, sempre col proposito di dover sorgere dal popolo nuovi seguaci di libertà – l’intera colonna si portò a Sala, in quanto già sapeva che ivi sarebbero convenuti altri ribelli, provenienti da Bellosguardo. A questo punto per rigore storico, dobbiamo dire che se tutto questo fervore rivoluzionario poté attuarsi, lo dobbiamo anche alle solerte opera di patriotti come Reginaldo Abbamonte di Ottati, di Michele Cristaino di Sicignano, Giuseppe d’Elia di Roccadaspide, di Domenico Diodati di Castelluccio, di don Giovanni de Augustinis, di Aniello Ioca, Giovanni Giardini di Castelluccio, Carlo Salerno, del capitano Gabriele Passaro di Castel San Lorenzo e di Carlo Sabatelli di Felitto. Il De Angelis onde dare alla rivoluzione un moto uniforme e compatto insieme a Costabile Comunale tenne un’altra riunione in casa di Giuseppe Pisani a Cannicchio, dove oltre a stabilirsi ed insorgere all’indomani si decise che tutti i proprietari del Cilento dovessero offrire del denaro, creare un fondo cassa, per destinarlo alle colonne insurrezionali. Il De Angelis avvertì gli amici di Castellabate di mettersi in marcia. Essi con 200 uomini si diressero a Rutino, così fecero anche le schiere di Laureana, di Matonti, quelle di Stella capitanate dallo Zammarrelli, quelle di Sessa, quelle di Cicerale sotto il comando dell’attivo Andrea de Ciutiis ed infine quelle di Ferdinando Vairo di Torchiara, tutte sotto l’alto comando di Salvatore Magnoni.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo impegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi. Lode e gloria ai martiri ed ai patrioti cilentani che attesero Garibaldi nella loro terra, maggiormente lode e gloria a Filippo Patella eroe garibaldino agropolese, che partecipò alla spedizione dei Mille fin dallo scoglio di Quarto. Un altro Garibaldino, Giuseppe Cesare Abba di Giuseppe, nato a Cairo, in provincia di Savona, nel suo libro “Da Quarto la Volturno – noterelle di uno dei Mille” ci attesta la presenza di molti ecclesiastici tra le file di Garibaldi.”.

NELLA “VALLE DI NOVI” (OGGI VALLO DELLA LUCANIA)

STEFANO PASSERO di Vallo della Lucania (ex Vallo di Novi)

Un altro personaggio e patriota di spicco nel Cilento era STEFANO PASSERO. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 46-47, riferendosi a Costabile Carducci, in proposito scriveva che: “Costui, accordatosi in Salerno con Giuseppe Catarina, si era mosso alla volta del Cilento, dove era convocato, insieme con Angelo Raffaele e Stefano Passero (64), pochi capi di guerriglie, tra cui il Vinciprova, che aveva in animo di lottare ad oltranza.”. De Crescenzo, a p. 47, nella nota (64) postillava che: “(64) Stefano Passero di Vallo della Lucania ebbe parte attivissima nella rivoluzione del 1860. Organizzatore di squadre di volontari, in quell’anno riuscì a raccogliere circa mille uomini, distinguendosi con i suoi fino alla capitolazione di Capua. Esercitò la professione di Medico. 1819-1889.”. Su Stefano Passero vi è un passo di Nicola Nisco (….), che ci racconta del Passero durante i moti del ’48 e Carducci. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Dunque, riguardo STEFANO PASSERO, il Nisco, a p. 194, in proposito scriveva che: “….si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”, ovvero il Procuratore Scura ordinò l’accusa e la condanna di CRISTOFARO FALCONE di Policastro, del figlio e di altri: STEFANO PASSERO e Ulisse de Dominicis (….) per essersi dato “convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Dunque, Stefano PASSERO di Vallo (o di Novi) era stato implicato nei moti del ’48 tanto da partecipare anche alla vendetta per l’uccisione – da parte dei Pelusiani di Sapri – di Costabile Carducci. Su Stefano Passero scrive sempre il Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 78, in proposito scriveva che: “…come quello costituito nel Vallo di Novi per merito di Stefano Passero, uomo poco oltre i quarant’anni, deciso ed energico, già condannato alla decapitazione dal re Ferdinando per le sue ideee liberali e costretto perciò a latitare, per cinque anni, da un paese all’altro.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 132, in proposito scriveva che: “Ecco Teodosio De Dominicis – il buon Teodosio da Ascea, – e Stefano Passaro, a capo degl’insorti delle vallate del Lambro e del Bussento, dell’Antilia e del Gelbison, rifare la via di Pisacane dopo l’adunata di Vallo della Lucania.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, parlando dei moti cilentani del ’48, a p. 33, in proposito scriveva che: “E’ pensabile che negli anni precedenti l’insurrezione del ’48 tutte le sette ormai fossero confluite nell’associazione mazziniana. Pizzolorusso riferisce che la cellula salernitana, retta da Giovanni e Saverio Avossa, avesse già preso contatti nei primi anni Quaranta con Costabile Carducci da Capaccio, Giovanni Gallotti da Sapri, Michelengelo Ronsini da Rofrano, Filippo Patella da Torchiara, i Magnone (Lucio, Salvatore e Michele) da Rutino, Giuseppe Pessolano da Atena, Giuseppe e Girolamo De Petrinis da Sala, Giuseppe Ferrara da San Biase, Leonino Vinciprova da Omignano, Francescantonio Mazziotti da Celso etc…”. Sempre il Fusco (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Carducci, che col grosso degli insorti avrebbe voluto seguire Vinciprova, stabilì allora di penetrare nel Vallo di Diano attraverso le Valli del Mingardo e del Bussento. Inviate due compagnie rispettivamente a Futani (al comando di Ncola Antonio Gatti) e a Torre Orsaia (al comando di Stefano Passero), etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 258, nella nota (46) postillava che: “(46) A Sapri Stefano Passero fu accolto dal Sindaco Angelo Tinelli, da Giovanni Gallotti coi figli Salavatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito ad Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Dunque, il Passero aveva partecipato ai moti rivoluzionari cilentani del 1848 con altri come Carducci.

Nel 23 agosto 1860, STEFANO PASSERO è nominato Commissario Delegato per il Distretto di Vallo dal Comitato dell’Ordine

STEFANO PASSERO, inviò al Comitato dell’Ordine, la sua Relazione Rapporto (…), datata…………e scritta a Vallo della Lucania e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 73-74, nell’“Appendice”, documento N°. 5, dove descrive il succedersi degli avvenimenti e scriveva: A’ 23 Agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine, comunicava al Comitato provinciale di Salerno il seguente ordine. « Il Capitano della Guardia Nizionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di promotore o direttore del movimento insurrezionale del Distretto di Vallo di accordo con cotesto provinciale o con gli altri capi precedentemente nominati e da nominarsi.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina etc….Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo. Etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Dunque, Racioppi scriveva che, il Comitato dell’ORDINE ed Unità Nazionale aveva nominato contestualmente al Matina anche il sig. STEFANO PASSERO, “il suo cospicuo concorso come cospicuo cittadino”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III….Il Comitato dell’Ordine diede il 10 agosto al Matina “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata: e a tale oggetto il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)..etc…”. Mazziotti, a p….., nella nota (2) postillava: “(2) ……………………”. Mazziotti proseguendo il suo racconto e riferendosi al Comitato Centrale dell’Ordine di Napoli scriveva pure che: Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Dunque, Mazziotti, sulla scorta del De Cesare e del Racioppi scriveva il Comitato napoletano dell’Ordine prometteva al Matina: “…il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2).”. Inoltre, sul Passero, il Mazziotti scriveva pure che, il Comitato Centrale dell’Ordine: Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Per il Distretto di Vallo della Lucania il Comitato dell’Ordine aveva nominato Stefano Passero, mentre il Comitato d’Azione aveva nominato Lucio Magnoni. Mazziotti però aggiunge che nonostante i dissidi fra i due Comitati, “il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore etc…”.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 268, in proposito scriveva che: “Ecco d’altronde le notizie della guerra, tirate dagli ultimi bollettini (numero 17 a 21 ) del comitato dell’ ordine. Il 30 agosto Stefano Passaro, in virtù de’ poteri che gli sono stati conferiti dal comitato centrale, ha dichiarato l’ insurrezione cominciata nella Lucania occidentale. Ha organizzato una commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una commissione per riunire offerte volontarie, ed una commissione destinata a provvedere alla sicurezza pubblica.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 79-80, in proposito aggiungeva pure che: “D’altra parte, il secondo comitato (Comitato dell’ordine) aveva pensato di affidare al Passero il compito di provocare la sommossa a Vallo. Ma sia il Magnoni che il Passero seppero tanto abilmente comportarsi che, pur dando il loro energico e fattivo contributo, scongiurarono ogni malumore tra i Comitati.”. Ancora, il De Crescenzo, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri noti liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico, non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner scriveva che il “Comitato napoletano dell’Ordine”, il 10 agosto 1860 assicura al Matina il concorso di altri noti liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori.”. Dunque, Ebner scriveva che STEFANO PASSERO della Valle di Novi “teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori”. Quale fosse la rete dei cospiratori tenuta da STEFANO PASSERO di Novi non è detto. Ebner aggiunge solo che il Passero Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 264, nella nota (91) postillava: “(91) G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860, Napoli, 1867, p. 175, ma v. pure a p. 176 sui dissensi tra i due Comitati napoletani: quello dell’Ordine al quale, per l’autorità di Silvio Spaventa, si dette un carattere apertamente cavourriano (inizio dell’insurrezione da Napoli e poi sbarco di Garibaldi) e quello d’azione dell’unitario, nel quale i liberali più avanzati, dice il Mazziotti p. 67, promuovevano l’inizio del movimento delle provincie e lo sbarco del generale in Calabria.”. Ebner, a p. 265 aggiunge in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 164, in proposito scriveva che: “Tornati in patria, gli esuli politici, molti dei quali attratti dalla politica cavouriana, diedero al Comitato d’Ordine un carattere più moderato. Ciò portò inevitabilmente a divergenze interne e, quando i mazziniani si resero conto della massiccia presenza dei cavouriani nel Comitato d’Ordine, i quali spingevano per il Plebiscito e l’immediata annessione del regno al Piemonte, diedero vita al ‘Comitato Unitario Nazionale’, un comitato di stampo democratico, alternativo al Comitato d’Ordine. Il Comitato del Distretto di Vallo ebbe due Commissari: Lucio Magnoni, aderente al Comitato Unitario Nazionale, e Stefano Passaro, del Comitato d’Ordine, i quali collabrorarono nelle loro azioni, anche se a prevalere erano le posizioni del Magnoni (215).”. Del Duca, a p. 164, nella nota (215) postillava che: “(215) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in L. Rossi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, cit. pag. 275.”.

Nel 26 e 27 agosto 1860, STEFANO PASSERO organizzò alcune colonne d’insorti in diversi paesi del Distretto di Vallo della Lucania e le Commissioni per la raccolta di fondi 

STEFANO PASSERO, inviò al Comitato dell’Ordine, la sua Relazione Rapporto (…), datata…………e scritta a Vallo della Lucania e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 72, nell’“Appendice”, documento N°. 5, dove descrive il succedersi degli avvenimenti e scriveva: “Nel 1859 si facevano in Vallo delle offerte per coadiuvare la guerra che ferveva nell’ alta Italia per la sua redenzione ed indipendenza. La somma raccolta fu di D. 471, 00. Contribuita da’ seguenti individui e raccolta dal Comitato. D. Alessandro Pinto per Raffaele Passarelli per Francesco Alario per Giuseppe Pizzolante per Cristofaro Ferrara per Stefano Passero per Andrea Hippolitis per Angelo Stasi per Angelo Calemmo per Ferdinando de Curtis per Tommaso Marsilio fu Gerardo per Domenico de Mattia per Carminantonio Pinto per Carmine Cortazzo per 50,00 50,00. etc..per un totale di D. 471,00.”. Passero continuando il suo racconto scriveva pure che: “Di questa somma Duc. 30 ) furono per mezzo del Sig. Alario versati nella cassa del Comitato Provinciale di Salerno pel su indicato oggetto: de’ rimanenti D. 171 ne furono confezionate carlucce . Oltre alla surriferita somma si raccoglievano per i feriti filacce, fasce, lenzuola e al comitato medesimo venivano spedite. Mentre l’eroe di Varese effettuava in Maggio 1860 la memorabile discesa in Sicilia: mentre guidava i suoi eroi alle vittorie di Calatafimi e di Palermo, gli animi de’ cittadini di Vallo s’infervoravano apparecchiandosi alla pugna per espellere il tiranno combattendo i suoi satelliti. Sbarcato in queste Provincie continentali il Redentore d’Italia , la Basilicata e le Calabrie insorgevano e ad esse non era seconda la provincia di Salerno.”. Passero, a p. 73, scriveva pure che: In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in sua casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1. ° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 Agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ ordine. << Noi Stefano Passero, in virtù di poteri conferitici dal Comitato centrale dell’ ordine e dell’ unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo, dichiariamo iniziata l’insurrezione, avente per iscopo la formazione del Regno d’Italia sotto lo scettro costituzionale del Re Vittorio Emmanuele sotto la Dittatura dell’ invitto eroe Garibaldi. E affinchè l’insurrezione medesima non devii dal suo scopo viene stabilita in questo Capoluogo: 1. Una Commissione incaricata di raccogliere armi e munizioni di ogni specie. 2. Una commissione diretta a raccogliere delle somme per offerte volontarie. 3. Una commissione destinata a provvedere alla pubblica sicurezza durante il tempo, in cui alle Autorità governative manca la forza morale per la esecuzione delle leggi e per l’amministrazione della giustizia etc…”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 268, in proposito scriveva che: “Ecco d’altronde le notizie della guerra, tirate dagli ultimi bollettini (numero 17 a 21 ) del comitato dell’ ordine. Il 30 agosto Stefano Passaro, in virtù de’ poteri che gli sono stati conferiti dal comitato centrale, ha dichiarato l’ insurrezione cominciata nella Lucania occidentale. Ha organizzato una commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una commissione per riunire offerte volontarie, ed una commissione destinata a provvedere alla sicurezza pubblica.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzavano senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano Passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitegli dal Comitato centrale, ruinì molte guardie nazionali di quale centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. STEFANO PASSERO, inviò al Comitato dell’Ordine, la sua Relazione Rapporto (…), datata…………e scritta a Vallo della Lucania e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, documento N°. 5, dove descrive il succedersi degli avvenimenti e scriveva: “….come rilevasi dal seguente 1.° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 Agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ ordine: “Noi Stefano Passero, in virtù di poteri conferitici dal Comitato centrale dell’ ordine e dell’ unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo, dichiariamo iniziata l’insurrezione , avente per iscopo la formazione del Regno d’Italia sotto lo scettro costituzionale del Re Vittorio Emmanuele sotto la Dittatura dell’ invitto eroe Garibaldi. E affinchè l’insurrezione medesima non devii dal suo scopo viene stabilita in questo Capoluogo: 1. Una Commissione incaricata di raccogliere armi munizioni di ogni specie. 2. Una commissione diretta a raccogliere delle somme per offerte volontarie. 3. Una commissione destinata a provvedere alla pubblica sicurezza durante il tempo, in cui alle Autorità governative manca la forza morale per la esecuzione delle leggi e per l’amministrazione della giustizia. Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”. Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennerò distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero. Dalla seconda commissione si ricevettero volontariamente offerte per D. 3000 circa e di questa somma non furono introitati che solo D. 1200 passati al Comandante Passero a fine di pagarsi gl’individui, che lo seguivano, e per supplire ad ogni altra spesa occorrente nel movimento insurrezionale. Dalla terza commissione ben si provvide allo scopo per cui era stata creata.”. Sui fondi raccolti Passero, a p. 74 aggiungeva pure che: “….il giorno 11 Settembre 1860. Da quel giorno la colonna del Sig. Passero incominciò a ricevere il prest a conto del Governo, restando in cassa dalla somma riunita di D. 500 avuti dal Comitato Provinciale e di D. 1200 introitati per offerte volontarie dei cittadini di Vallo solo D. 400 circa, somma residuale, che per consentimento della commissione e degli stessi interessati venne destinata all’acquisto degli strumenti musicali per la banda nazionale di Vallo. 7 Oltre la somma restata in cassa di D. 400 circa il sig. Passero vanta un credito di D. 300 circa verso i comuni di Majo, di Monteforte, Laurino ed altri per diaria somministrata dalla cassa di Vallo agli individui di detti comuni, che seguirono la colonna insurrezionale, per pochi giorni precedenti l’arrivo in Nocera. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 78, in proposito scriveva che: “…come quello costituito nel Vallo di Novi per merito di Stefano Passero, etc…”. Sempre il De Crescenzo, a pp. 79-80, in proposito aggiungeva pure che: “D’altra parte, il secondo comitato (Comitato dell’ordine) aveva pensato di affidare al Passero il compito di provocare la sommossa a Vallo. Ma sia il Magnoni che il Passero seppero tanto abilmente comportarsi che, pur dando il loro energico e fattivo contributo, scongiurarono ogni malumore tra i Comitati.”. Ancora, il De Crescenzo, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzavano senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitegli dal Comitato centrale, ruinì molte guardie nazionali di quale centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. Ebner scriveva che STEFANO PASSERO della Valle di Novi “teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori”. Quale fosse la rete dei cospiratori tenuta da STEFANO PASSERO di Novi non è detto. Ebner aggiunge solo che il Passero Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 264, nella nota (91) postillava: “(91) G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860, Napoli, 1867, p. 175, ma v. pure a p. 176 sui dissensi tra i due Comitati napoletani: quello dell’Ordine al quale, per l’autorità di Silvio Spaventa, si dette un carattere apertamente cavourriano (inizio dell’insurrezione da Napoli e poi sbarco di Garibaldi) e quello d’azione dell’unitario, nel quale i liberali più avanzati, dice il Mazziotti p. 67, promuovevano l’inizio del movimento delle provincie e lo sbarco del generale in Calabria.”. Ebner, a p. 265 aggiunge in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Dunque secondo la relazione di STEFANO PASSERO, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Dunque, Pietro Ebner scriveva che, nel Distretto di Vallo, il “Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” (il cui promotore e Direttore accreditato dal Comitato Centrale dell’Ordine, era Stefano Passero), gli fece tenere 500 ducati ed “erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, dove, a p. 40, in proposito scriveva che: “Anche a Vallo il medico Stefano Passero riuscì ad organizzare molte squadre con l’intento di rinforzare le schiere garibaldine all’occorrenza.”. Infante, a p. 41, scriveva pure che: “In casa Rinaldi intervennero i Cilentani Pagano di Pisciotta, Lucio Magnoni di Rutino, Francesco Alario di Moio della Civitella, Teodosio de Dominicis di Ascea, Stefano Passero di Vallo, il Bottiglieri e Lorenzo Curcio di S. Angelo a Fasanella.”. Infante, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Anche a Vallo, si proclamò la rivolta organizzata da Raffaele Passarelli, da Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi e da Stefano Passero. A quest’ultimo fu affidato l’incarico da parte del Comitato Centrale di riunire le Guardie Nazionali di Novi, Cannalonga, Castelnuovo, Moio, Sacco, Stio, Campora, San Biase, Orria, Perito, Piano, Ostiglianno, Salento, Gioi e Cardile per poi marciare verso Sala….Ciò avvenne il 30 agosto e tale fu l’ordinamento delle masse, che il Sottointendente di Vallo, Giannelli, entusiasta di quanto avveniva consegnò ai suoi superiori le sue dimissioni. Le ondate di entusiasmo delle masse furono evidenziate da un bollettino: “Non è stata una passeggiata etc…Uscendo da Vallo, la colonna contava già più di mille uomini. Essa è stata accolta dappertutto con la stessa gioia e s’ingrossa ad ogni passo di nuovi volontari.”….Si formarono due colonne: la prima fu affidata al Passero che si diresse a Policastro, la seconda affidata al Ferrara di San Biase che si portò a Cuccaro, a Laurito, a Rofrano, infine a Sanza, dove fu fucilato in carcere il terribile Capourbano Sabino Laveglia, etc…Le due Colonne Vallesi, dopo essersi ingrosate di molti uomini penetrarono in Sala molto prima di quelle di Fabrizi e Matina.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 132, in proposito scriveva che: “Ecco Teodosio De Dominicis – il buon Teodosio da Ascea, – e Stefano Passaro, a capo degl’insorti delle vallate del Lambro e del Bussento, dell’Antilia e del Gelbison, rifare la via di Pisacane dopo l’adunata di Vallo della Lucania. Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Launino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 165-166, in proposito scriveva che: Nelle stesse ore, mentre si organizzavano le masse d’insorti al fine di favorire la vittoriosa avanzata di Garibaldi, iniziava l’insurrezione salernitana. Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia era in fermento, massimamente il Distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari erano concentrate in Salerno” (217). l’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefano Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che “In virtù dè poteri conferitomi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi, etc…”.”. Questa Relazione/Rapporto di Lucio Magnoni inviata al Comitato napoletano è stata pubblicata dall’Alfieri d’Evandro (….). Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava che: “(216) C. Pinto, La “Nazione armata”, in Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, pag. 118.”. Del Duca, a p. 217, nella nota (217) postillava che: “(217) A.S.S., Giornali, Notizie circa il fermento della Provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III….Il Comitato dell’Ordine….il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltro il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….”.

DA VALLO DELLA LUCANIA AL VALLO DI DIANO

Nel 30 agosto 1860, a Vallo della Lucania, STEFANO PASSERO proclamò l’insurrezione armata e la caduta del Regno Borbonico

Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Dunque, il de Sivo (….) riguardo Stefano Passero scriveva che proclamò l’insurrezione armata a Vallo della Lucania (ex Vallo di Novi) il 31 agosto 1860 e si fee nominare Comandante del Distretto di Novi. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 268, in proposito scriveva che: “Ecco d’altronde le notizie della guerra, tirate dagli ultimi bollettini (numero 17 a 21 ) del comitato dell’ ordine. Il 30 agosto Stefano Passaro, in virtù de’ poteri che gli sono stati conferiti dal comitato centrale, ha dichiarato l’ insurrezione cominciata nella Lucania occidentale. Ha organizzato una commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una commissione per riunire offerte volontarie, ed una commissione destinata a provvedere alla sicurezza pubblica.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. STEFANO PASSERO, inviò al Comitato dell’Ordine, la sua Relazione Rapporto (…), datata…………e scritta a Vallo della Lucania e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a Pp. 74-75, nell’“Appendice”, documento N°. 5, in proposito scriveva che: Il giorno 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, Castelnuovo, di Majo, Stio e di Sano, alle quali si univa molta gente armata di Vallo con parte della guardia nazionale e fra le entusiastiche grida di Viva l’unità e Indipendenza d’Italia, la colonna insurrezionale preceduta da banda musicale muoveva alla volta di Gioia. Colà si procedè al disarmo di coloro che per pubblica opinione erano tenuti avversi al movimento della nostra rigenerazione: fu creata una commissione con lo scopo di provvedere alla pubblica sicurezza. Molti volontarii di essi comuni ingrossarono le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagala dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, etc..”. D’Evandro continuando la sua relazione scriveva: “Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc…”, e poi aggiungeva: “Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Etc…”. Dunque, Stefano Passero scriveva che da Vallo della Lucania la sua colonna ingrossatasi arrivò a Gioi Cilento e poi proseguendo il suo racconto scriveva – a p. 74 – che la sua colonna proseguì per il Vallo di Diano. Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, di già proclamato un governo provvisorio e il Generale Garibaldi, tra le acclamazioni di un popolo fremente di gioja, giunto in Sala. Per ordine del Dittatore la colonna, percorrendo Diano, S. Arsenio, Polla, Eboli giungeva in Salerno, e quivi stanziata un giorno per ordine del comandante in capo le forze insurrezionali della Provincia di Salerno Sig. Fabrizii, si recava in Nocera il giorno 11 Settembre 1860.”. Dunque il racconto partiva dall’adunata a Vallo della Lucania dove si partirono per Gioi Cilento. Pietro Ebner, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”. Altre notizie interessanti su quei movimenti insurrezionali provengono dai documenti pubblicati dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli etc…”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860 “Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Questo documento è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…”, il Magnoni, riferendosi al “martedì scorso” scriveva che: La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”, poi aggiunge: La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…”. E’ in questo documento che il Commissario Lucio Magnoni scrivendo al Comitato diceva che la colonna Vallese si divise in due colonne, una con a capo il Passero e l’altra con a capo il Ferrara. Infatti, Lucio Magnoni, nel suo Rapporto inviato al “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli.”, pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, documento “N.° 3 bis”, a p. 65 è scritto che: La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Essendo il rapporto firmato da Lucio Magnoni a Rutino, il 1° settembre 1860, “la mattina di ieri” s’intende il 31 agosto 1860. Poi aggiunge pure che il giorno dopo: “Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dir geranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore.”. In questo caso il Magnoni si riferisce alle altre colonne che si partiranno dai paesi del Cilento che converrano a Rutino da cui partiranno per raggiungere il Vallo di Diano. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che, a Vallo della Lucania, gli insorti ivi riunitisi formarono due colonne: Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione degli accordi presi col Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristofaro Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Cannalonga, longa, di Castelnuovo, di Moio, di Stio e di Sacco. Il sottointendente di Vallo, Giuseppe Giannelli di Nocera, non volle fare adesione al movimento, ma rassegnò i suoi poteri. Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Su Stefano Passero ha scritto anche Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, dove, a p. 40, in proposito scriveva che: “Anche a Vallo il medico Stefano Passero riuscì ad organizzare molte squadre con l’intento di rinforzare le schiere garibaldine all’occorrenza.”. Dunque, il cittadino Stefano PASSERO era un medico di Vallo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, in proposito scriveva pure: “….tutta la gente si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a tale movimento il sottointendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni etc…”. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna di Stefano Passero, si diresse  “….al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala.”. Dunque, la colonna d’insorti, circa mille uomini, comandati da Stefano PASSERO si diresse per la via di Policastro verso i paesi di Gioia, Laurino, Piaggine, Sacco e Diano. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, a pp. 88, in proposito scriveva che: “Salutare effetto produssero queste parole, giacchè tutta la gente adunata sentì come un nuovo impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara.”. Gennaro de Crescenzo, a p. 88 riferendosi all’adunata d’insorti a Vallo della Lucania scriveva pure che: “Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni. Le donne ed i fanciulli seguivano il corteo gridando: Viva Vittorio Emanuele ! Viva Garibaldi ! La musica militare suonava a festa etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 132, in proposito scriveva che: “Ecco Teodosio De Dominicis – il buon Teodosio da Ascea, – e Stefano Passaro, a capo degl’insorti delle vallate del Lambro e del Bussento, dell’Antilia e del Gelbison, rifare la via di Pisacane dopo l’adunata di Vallo della Lucania. Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Launino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 53-54, in proposito scriveva: “Anche a Vallo, si proclamò la rivolta organizzata da Raffaele Passarelli, da Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi e da Stefano Passero. A quest’ultimo fu affidato l’incarico da parte del Comitato Centrale di riunire le Guardie Nazionali di Novi, Cannalonga, Castelnuovo, Moio, Sacco, Stio, Campora, San Biase, Orria, Perito, Piano, Ostiglianno, Salento, Gioi e Cardile per poi marciare verso Sala….Ciò avvenne il 30 agosto e tale fu l’ordinamento delle masse, che il Sottointendente di Vallo, Giannelli, entusiasta di quanto avveniva consegnò ai suoi superiori le sue dimissioni. Le ondate di entusiasmo delle masse furono evidenziate da un bollettino: “Non è stata una passeggiata etc…Uscendo da Vallo, la colonna contava già più di mille uomini. Essa è stata accolta dappertutto con la stessa gioia e s’ingrossa ad ogni passo di nuovi volontari.”..”. Dunque, Infante, sulla scorta del D’Evandro scriveva che in seguito alla riunione in casa Rinaldi, a STEFANO PASSERO, il Comitato Centrale napoletano gli affidò “…l’incarico da parte del Comitato Centrale di riunire le Guardie Nazionali di Novi, Cannalonga, Castelnuovo, Moio, Sacco, Stio, Campora, San Biase, Orria, Perito, Piano, Ostiglianno, Salento, Gioi e Cardile per poi marciare verso Sala….”. Infante scriveva pure che, il 30 agosto 1860 si ebbe a Vallo della Lucania una riunione degli Insorti cilentani organizzati dai vari capi tra cui il Passero. Il Passero nel “Bollettino della rivoluzione” scriveva che: “Non è stata una passeggiata etc…Uscendo da Vallo, la colonna contava già più di mille uomini. Essa è stata accolta dappertutto con la stessa gioia e s’ingrossa ad ogni passo di nuovi volontari.”. Infante scriveva pure che, uscendo e lasciando Vallo della Lucania, il 30 agosto 1860: Si formarono due colonne: la prima fu affidata al Passero che si diresse a Policastro, la seconda affidata al Ferrara di San Biase che si portò a Cuccaro, a Laurito, a Rofrano, infine a Sanza, etc…”. Dunque, Infante, sulla scorta del D’Evandro scriveva che prima di riunirsi tutti a Sala (Sala Consilina), le due colonne si divisero: una colonna capeggiata dal Passero si diresse a Policastro e, l’altra colonna capeggiata dal FERRARA di S. Biase, attraversò alcuni paesi (Cuccaro Laurito Rofrano) e si andò a stabilire a Sanza, dove vi fu il triste episodio dell’assassinio del Laveglia. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “Si era già alla vigilia dell’Insurrezione e in questi giorni a Napoli i due comitati non riuscirono a raggiungere un accordo per dare una condotta unitaria al moto nelle province: in linea di massima fu stabilita la contemporanea insurrezione della Calabria, della Basilicata, del Salernitano, del Barese e della provincia di Avellino. A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese.”. Dunque, il Del Duca (….) mette in risalto la situazione nei due Comitati napoletani, anzi per meglio dire il Comitato napoletano chiamato dell’Ordine e quello di Azione. Tra i due Comitati sorsero screzi e dissapori tanto da nominare sul Cilento diversi responsabili dell’Insurrezione armata. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “La notizia infatti dello sbarco di Garibaldi a Marsala e le successive vittorie in Sicilia, alle quali contribuirono anche cinque cilentani tra i mille, nonchè l’opera dei fratelli Magnoni a capo del Comitato del Cilento e il medico Passaro di Vallo, che organizzava diversi gruppi da reclutare nelle file garibaldine, avevano destato un vivo entusiasmo dando nuovo vigore alle forze rivoluzionarie di tutta la provincia che ormai, ritenevano i tempi maturi per passare dalle strategie alle azioni.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese.”. Del Duca (….) continuando il suo racconto scriveva pure che, proprio a causa dei continui screzi e dissapori tra i due Comitati, a p. 145 scriveva che: “Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, avvertiti della cosa, prendessero le mosse per molestarvi, ho piena fiducia in voi, se, in tal caso, proclamiate la rivoluzione col prestigio glorioso nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia una. Noi accorreremo subito. Per questo e per quanto altro potrà accadere, fido nei vostri noti meriti patriottici, nella vostra energia e nella vostra attività, ricordandovi i travagli da voi e dai vostri fratelli sempre sofferti, per combattere la efferata dinastia borbonica” (184).”. Del Duca, a p. 145, nella nota (184) postillava: “(184) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Dunque, il Del Duca traendo dall’Archivio di Stato di Salerno un documento poco noto, ovvero la lettera che il 24 agosto 1860 Stefano PASSERO, incaricato dal COMITATO DELL’ORDINE di Napoli, di promuovere la insurrezione armata nel Cilento, informò e rivolgeva al liberale NICOLA PAGANO dei fucili che dovevano essere sbarcati ad Ascea. Il Passero scriveva al Pagano e lo pregava di “..imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni.”. Inoltre, il Passero scrivendo al Pagano dei fucili che si portava ad Ascea attraverso il piroscafo della marina Piemontese, “Tanaro”, lo avvertiva dei pericoli etc…Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 132, in proposito scriveva che: “Ecco Teodosio De Dominicis – il buon Teodosio da Ascea, – e Stefano Passaro, a capo degl’insorti delle vallate del Lambro e del Bussento, dell’Antilia e del Gelbison, rifare la via di Pisacane dopo l’adunata di Vallo della Lucania. Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Launino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”.

Nel 28 agosto 1860, nel VALLO DI NOVI (oggi Vallo della Lucania), le dimissioni del Sottointendente di Vallo della Lucania, Giuseppe GIANNELLI

Nella “Valle di Novi” che oggi è chiamata Vallo della Lucania, nel mese di Agosto 1860 vennero organizzate diverse colonne d’insorti cilentani volontari e semplici cittadini. Come ho scritto l’attività fu svolta specialmente con l’opera incessante del medico di Vallo, Stefano Passero. Ma pare che l’Intendente borbonico dell’epoca fosse in accordo nel non segnalare i movimenti insurrezionali e dai suoi rapporti inviati al Ministero di Polizia non traspaia nulla che facesse presagire a sommosse o altro. Tanto che, Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi“, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Il sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli di Nocera, non volle aderire al movimento ma rassegnò i suoi poteri…..Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Solo a cose fatte, egli nei suoi ultimi rapporti lascia trasparire una certa inquietitudine. Infatti, Memor (Raffaele De Cesare), nel suo “La fine di un Regno”, ed. …….., in proposito, a pp. 444 scriveva che: “Anche più allarmante era quello inviato, il 31 agosto, dal Giannattasio, intendente di Salerno, per comunicarne al ministro dell’interno un altro, speditogli da Giuseppe Giannelli, sottintendente a Vallo. Uditelo nella sua integrità: ” Eccellenza, “Con due telegrammi ho rassegnato a V. E. ciò che mi ha riferito il Sotto Intendente di Sala qui giunto quest’ oggi, e ciò che mi ha scritto il Sotto Intendente di Vallo circa i gravi avvenimenti succeduti ieri in que’ Distretti. Col primo di essi le soggiunsi che domani lo stesso Sotto Intendente di Sala avrebbe avuto l’onore di conferirsi in Napoli presso l’E. V. ad oggetto di ragguagliarla dei particolari di tali avvenimenti. Con l’altro le dissi che avrei in seguito comunicato a V. E. il rapporto del Sotto Intendente di Vallo, che ora le trascrivo, per essere cosi concepito: “La calma e la tranquillità nell’ordine pubblico di questo distretto, e specialmente di questo Capoluogo, stato eccezionale nei passati giorni, è finita tutta ad un tratto questa mattina 30 agosto. Verso mezzo giorno numerose masse di gente armata sono venute da vari punti del distretto in questo Capoluogo, ed al loro arrivo i tamburi della G. Nazionale hanno suonato a raccolta. Quindi un gran numero di uomini ricchi, poveri, vecchi, giovani specialmente quelli che si reputavano attaccatissimi alla Dinastia Borbonica, sono convenuti in armi nella pubblica piazza ove spiegata una bandiera con lo stemma della Real Casa di Savoja e coi colori Italiani, ordinati ed armati in maniera assai regolare, sono partiti di qui al grido di Viva Vittorio Emanuele. Lo stesso pare che sia avvenuto anche in altri siti, o che sia prossimo ad avvenire, benchè niun rapporto uffiziale mi sia ancora pervenuto. Qui intanto i più notevoli cittadini provvedono alla tranquillità pubblica. Comprenderà bene quale difficoltà abbia la mia posizione attuale. Ciononpertanto debbo assicurarla che la pace ed i diritti costituiti dei privati sono oltremodo rispettati Tutti spinti dal solo sentimento politico, e coloro che tengono etc…”. Sempre Memor (…), a p. 445, in proposito aggiungeva che: “Il giorno dopo, un altro, allarmantissimo, ne spediva lo stesso sottintendente di Vallo, e fu questo: * Dopo averle rassegnato il rapporto della data di ieri, intorno alla sollevazione di gente armata verificatasi in questo Capoluogo, mi è arrivata notizia, che un simile movimento ha avuto luogo in tutto il Distretto, dimodochè l’insurrezione può dirsi esservi divenuta generale: ed esser partite numerose bande di armati da molte parti di esso verso le alture. Etc…”.”. Sul “Bollettino” ha scritto Pietro Ebner (….) nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento   // Stefano Passero.”.”. Dunque secondo la relazione di Stefano Passero, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fu pubblicato sul “Bullettino etc…” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, a pp. 88, in proposito scriveva che: “Salutare effetto produssero queste parole, giacchè tutta la gente adunata sentì come un nuovo impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a talle movimento il sottintendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni. Le donne ed i fanciulli seguivano il corteo gridando: Viva Vittorio Emmanuele” Viva Garibaldi! La musica militare suonava a festa; etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, sulla scorta del Mazziotti scriveva che a Vallo della Lucania, il 30 agosto 1860, in occasione dell’adunata generale degli insorti cilentani organizzata soprattutto da Stefano Passero, Di fronte a tale movimento il sottintendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni.”. Il sottointendente del Vallo di Novi (ora Vallo della Lucania), GIUSEPPE GIANNELLI, il 30 agosto 1860 si dimise dalla sua carica. Sulle dimissioni del GIANNELLI, ha scritto pure Pietro Ebner. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a pp. 265-266, in proposito scriveva che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner aggiunge che: “Solo il 30, però, il sottointendente inviò a Salerno un allarmatissimo rapporto urgente, che l’intendente trascrisse fedelmente nella sua relazione al ministro dell’Interno (95). Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne di Rutino e Vallo convergenti verso la Valle del Tanagro e della marcia da Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna del Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quando non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Il rapporto, pertanto si limita a riferire che la tranquillità del distretto era cessata d’improvviso la mattina del 30 agosto, quando la popolazione di Vallo, chiamata a raccolta dal rullo dei tamburi della guardia nazionale, aveva inneggiato in piazza a Vittorio Emanuele. A questo primo rapporto ne seguì un secondo più allarmante il giorno successivo (il 31 agosto), nel quale il sottointendente, nel chiedere istruzioni a un governo ormai già in dissoluzione, segnalava con mal celata soddisfazione che nel distretto “l’insurrezione può dirsi esservi divenuta generale” (96).”. Ebner, a p. 266, nella nota (95) postillava: “(95) De Cesare, cit., II, Città di Castello, 1909, p. 388 sg.: “la calma e la tranquillità nell’ordine pubblico etc…”. Ebner, a p. 266, nella nota (96) postillava: “(96) Giuseppe Giannelli di Nocera era stato nominato sottointendente di Vallo l’8 agosto), che ebbe poi le funzioni di Prefetto di Trapani, così scrive nel suo rapporto all’intendente Giannattasio (De Cesare, cit., ibid.) “mi è arrivata notizia, che un simile movimento ha avuto luogo in tutto il distretto, etc…”.”.

Nel 30 o 31 agosto 1860, a Vallo della Lucania (ex Vallo di Novi), si formarono due colonne d’insorti cilentani: la colonna del PASSERO e la colonna del FERRARA

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che, a Vallo della Lucania, gli insorti ivi riunitisi formarono due colonne: Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione degli accordi presi col Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristofaro Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Cannalonga, longa, di Castelnuovo, di Moio, di Stio e di Sacco…..Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, dove, a p. 53, riferendosi al “Bollettino della rivoluzione della Lucania Occidentale”, dove era scritto che: “…”Uscendo da Vallo, la colonna contava già più di mille uomini. Essa è stata accolta dappertutto con la stessa gioia e s’ingrossa ad ogni passo di nuovi volontari.”…etc…”. Infante, a p. 53, aggiungeva che, a Vallo della Lucania, uscendo dal paese: “Si formarono due colonne: la prima fu affidata al Passero che si diresse a Policastro, la seconda affidata al Ferrara di San Biase che si portò a Cuccaro, a Laurito, a Rofrano, infine a Sanza, dove fu fucilato in carcere il terribile Capourbano Sabino Laveglia, etc…Le due Colonne Vallesi, dopo essersi ingrosate di molti uomini penetrarono in Sala molto prima di quelle di Fabrizi e Matina.”. Dunque, Infante scriveva che uscendo da Vallo la colonna degli insorti cilentani si divise in due: 1- la colonna capitanata da Stefano Passero “che si diresse a Policastro”, mentre l’altra “colonna affidata al Ferrara di San Biase” si portò a Cuccaro, a Laurito, a Rofrano ed infine a Sanza. Entrambe le colonne da diverse posizioni si portarono a Sala Consilina. Infatti, Infante, a pp. 53-54, in proposito scriveva pure: “Le due colonne Vallesi, dopo essersi ingrossate di molti uomini penetrarono in Sala molto prima di quelle di Fabrizi e Matina.”. Antonio Infante traeva queste notizie dalle Relazioni-rapporto di Stefano Passero che fu pubblicata dall’Alfieri d’Evandro. Dunque, Infante scriveva che uscendo da Vallo la colonna degli insorti cilentani si divise in due: 1- la colonna capitanata da Stefano Passero “che si diresse a Policastro”. La prima domanda che ci chiediamo se è vero che, la colonna di Stefano PASSERO, prima di recarsi a Sala si fosse recata nel golfo di Policastro. La colonna Vallese del Passero si recò nel golfo di Policastro ? Si unì con le forze del de Dominicis ?. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che “Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano” e poi aggiunge che il de Dominicis coadiuvato dal Giordano e da Pagano si buttò nel golfo di Policastro. Il d’Evandro non parla di Stefano Passero che si dirige nel Golfo di Policastro. Poi, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo.”. Questo il d’Evando nei Cenni suoi generali. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860 “Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Questo documento è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…”, il Magnoni, riferendosi al “martedì scorso” scriveva che: La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”, poi aggiunge: La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…”. E’ in questo documento che il Commissario Lucio Magnoni scrivendo al Comitato diceva che la colonna Vallese si divise in due colonne, una con a capo il Passero e l’altra con a capo il Ferrara. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; etc…(1)”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, in proposito scriveva pure: Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna di Stefano Passero, si diresse  “….al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala.”. Dunque, la colonna d’insorti, circa mille uomini, comandati da Stefano PASSERO si diresse per la via di Policastro verso i paesi di Gioia, Laurino, Piaggine, Sacco e Diano. Dunque, un altro che scriveva che il Passero marciava verso il Golfo di Policastro è il de Crescenzo (…). Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 132, in proposito scriveva che: “Ecco Teodosio De Dominicis – il buon Teodosio da Ascea, – e Stefano Passaro, a capo degl’insorti delle vallate del Lambro e del Bussento, dell’Antilia e del Gelbison, rifare la via di Pisacane dopo l’adunata di Vallo della Lucania. Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Launino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 132, in proposito scriveva che: “Ecco Teodosio De Dominicis – il buon Teodosio da Ascea, – e Stefano Passaro, a capo degl’insorti delle vallate del Lambro e del Bussento, dell’Antilia e del Gelbison, rifare la via di Pisacane dopo l’adunata di Vallo della Lucania. Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”.

CRISTOFORO FERRARA DI SAN BIASE

Un altro dei grandi patrioti del cilento che in quegli anni si fece largo tra le schiere dei volontari che si ribellarono ai Borboni, già dai tempi del ’48 è CRISTOFARO FERRARA di S. Biase – un piccolo casale del Cilento. Le notizie storiche che ho accennato riguardano soprattutto la colonna di Cristofaro FERRARA di S. Biase, di cui accennerò. Il suo paese natio era S. Biase, una frazione di Ceraso – piccolo casale del Cilento. Nei primi giorni di settembre 1860, a Vallo della Lucania si formarono alcune colonne di insorti Cilentani che poi, si portarono su ordine di Lucio Magnoni (….), si portarono verso il Golfo di Policastro. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante e Teodosio De Dominicis (319), nel ’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi.”. All’epoca Vallo della Lucania – comune della provincia di Salerno – era detto “Vallo di Novi”. Molto vicino il Vallo di Novi vi era questa piccola frazione detta S. Biase.San Biase, piccolo casale cilentano è una piccola frazione di CERASO, piccolo paesino della Valle di Novi. Su Cristoforo Ferrara ha scritto Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “…………………………..”. Su Ferrara ha scritto anche Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Come vedremo la figura di Cristofaro Ferrara viene spesso citata per diversi momenti dell’insurrezione nel basso Cilento. Oltre ad essere noto per la sua opera patriottica nel ’48, il Ferrara farà parte del “Comitato insurrezionale Vallese” (governo provvisorio), insieme ad altre figure di spicco, come membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), etc…”. Fusco, a p. 355, nella nota (86) postillava: “(86) ……………………………”. Inoltre, attraverso alcuni documenti del De Dominicis conservati presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino, pare che la figura del Ferrara e della colonna che egli condusse da Vallo della Lucania a Capitello, fosse presente all’adunata accampamento degl’insorti cilentani che fecero parte delle schiere condotte a Capitello da Teodosio De Dominicis. Oltre a queste notizie, la figura del Ferrara è legata alle notizie secondo cui – come vedremo egli, con la sua colonna, prima di arrivare a Sala Consilina si era fortificato a Sanza, dove, pare si sia macchiato dell’uccisione dei responsabili dell’uccisione di Carlo Pisacane. Cristofaro Ferrara, infatti ebbe un importante ruolo anche nella “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane. Tutte queste notizie saranno qui meglio discusse. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, a pp. 88, in proposito scriveva che: “….il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, etc…”. Dunque, pure Ebner, scriveva che CRISTOFARO FERRARA era di S. Biase ed era un “notabile di Vallo”.

ONOFRIO PACELLI, riciglianese, nella colonna di insorti Cilentani con alla testa Cristofaro FERRARA di S. Biase

Le notizie storiche che ho accennato riguardano soprattutto la colonna di Cristofaro FERRARA di S. Biase, di cui accennerò. Il suo paese natio era S. Biase, una frazione di Ceraso – piccolo casale del Cilento. Nei primi giorni di settembre 1860, a Vallo della Lucania si formarono alcune colonne di insorti Cilentani che poi, si portarono su ordine di Lucio Magnoni (….), si portarono verso il Golfo di Policastro. Pare che nella colonna di insorti Cilentani vi fosse un amico personale di Nicotera, il riciglianese ONOFRIO PACELLI. Su Onofrio Pacelli ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) ….Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.. Felice Fusco postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli, di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Fusco cita il libro su Pacelli (…) di Giovanni Di Capua (….), e del suo “Contributo alla Storia del Risorgimento italiano”, ed. Cantelmi, Salerno, 1985, che posseggo. In questo testo Di Capua delinea la storia della vita dell’insigne patriota di Ricigliano. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. E’ probabile che Pacelli partecipò all’adunata del 30 agosto 1860 di Vallo della Lucania dove Stefano Passero e Cristofaro Ferrara di S. Biase, in accordo con il Comitato Centrale dell’Ordine (Comitato insurrezionale napoletano). Dunque, secondo il Di Capua, che scriveva la notizia sulla scorta di Gennaro De Crescenzo, Onofrio Pacelli, insieme a Magnoni (forse Salvatore) di Rutino, si era recato a Sanza per punire i responsabili dell’uccisione di Pisacane e di Giovan Battista Falcone. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, riferendosi all’adunata tenutasi a Vallo della Lucania il 30 agosto 1860, in proposito scriveva pure: “Salutare effetto produssero queste parole, giacché tutta la gente adunata sentì come un impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara.”. E’ probabile che Onofrio Pacelli si unì alla colonna di Cristofaro Ferrara. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”.

Nel 28 agosto 1860, a VALLO della Lucania, la colonna di Cristofaro FERRARA di S. Biase (frazione di Ceraso), insieme a Stefano Passero formarono un’unica colonna

Abbiamo visto chi era CRISTOFARO FERRARA. Verso la fine del mese di agosto 1860, Cristofaro Ferrara aveva composto una colonna di cui si mise a capo e si portò a Vallo della Lucania dove si riunì con altre colonne d’insorti cilentani. Dopo aver ricevuto l’incarico di …………………………del Distretto di Vallo della Lucania, dal Comitato dell’Ordine di Napoli, Stefano Passero organizzò alcune colonne di insorti cilentani che – come vedremo – parteciperanno attivamente alle operazioni militari come l’occupazioe del Vallo di Diano e in seguito alle battaglie decisive per la capitolazione della casa Regnante Borbonica. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III….Il Comitato dell’Ordine….il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltro il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….”. Questo schiere e colonne d’insorti del Cilento – organizzate sia da Stefano Passero con l’aiuto di Cristofaro Ferrara, si riuniranno a Vallo della Lucania il 28 agosto 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione degli accordi presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristofaro Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Cannalonga, di Castelnuovo, di Moio, di Stio e di Sacco. Il sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli di Nocera, non volle aderire al movimento ma rassegnò i suoi poteri…..(1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, riferendosi all’adunata di Vallo della Lucania in proposito scriveva che: Nella relazione del sottintendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano etc…”. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, etc…”. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzavano senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano Passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitegli dal Comitato centrale, ruinì molte guardie nazionali di quale centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. De Crescenzo, anche sulla scorta del Mazziotti scriveva che Stefano Passero (e Cristofaro Ferrara) per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano Passero.”. De Crescenzo, a p. 87, nella nota (24) postillava: “(24) Il Passarelli era nato nel 1817 da Nicolantonio e Rachele Oricchio. Antico patriota che nel ’48, dopo lo sbarco del Carducci in Calabria, era stato componente del Comitato insurrezionale del circondario di Vallo, poichè faceva già parte del ‘comitato dell’Ordine. Era stato tra “gli attendibili politici” e in domicilio forzoso a Salerno.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, a pp. 88, in proposito scriveva che: “In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “….il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Etc…”. Ebner, a p…., nella nota (91) postilava che: “(91) ……………………………………………..”. Ebner, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce. A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento   // Stefano Passero.”.”. Dunque, secondo la relazione di Stefano Passero, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fu pubblicato sul “Bullettino etc…” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Tuttavia, sebbene molte relazioni furono pubblicate dall’Alfieri D’Evandro, è doveroso aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi al 28 agosto 1860, riferendosi a Stefano Passero, a pp. 88, in proposito scriveva che: “Salutare effetto produssero queste parole, giacchè tutta la gente adunata sentì come un nuovo impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a talle movimento il sottintendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni. Le donne ed i fanciulli seguivano il corteo gridando: Viva Vittorio Emmanuele” Viva Garibaldi! La musica militare suonava a festa; etc…”.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni (….), il 1° settembre 1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “Doc. n. 9” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8: “Signori….La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Etc…”. Il documento del Magnoni è datato “Rutino, primo settembre 1860”. Lucio Magnoni scriveva al Comitato delle colonne comandate e condotte da Vallo della Lucania dai suoi fratelli Salvatore e di Michele. Poi aggiunge che: La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa.”. Dunque, il Magnoni scrivendo al Comitato napoletano il 1° settembre 1860 da Rutino, e riferendosi al giorno 31 agosto 1860, in proposito scriveva che Stefano Passaro di Vallo e Cristofaro Ferrara si muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali”. Magnoni scriveva pure che la colonna di Cristofaro FERRARA, “…l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore.. Ebner scrive che STEFANO PASSERO nella sua Relazione-Rapporto inviato al Comitato dell’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”. Il Commissario delegato, Lucio Magnoni, nel suo Rapporto Relazione inviata “Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli.”, e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “Signori, ….La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. All’adunata di queste schiere che si tenne a Vallo della Lucania il 28 agosto 1860, tutti gli insorti cilentani adunatisi si divisero in due colonne che presero strade diverse. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, riferendosi al discorso di Lucio Magnoni, nell’adunata a Vallo della Lucania, in proposito scriveva che: “VIII. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di Viva il re Vittorio Emmanuele ! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò verso Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che a Vallo della Lucania, dopo il discorso di Lucio Magnoni si formarono due colonne di insorti cilentani. Una colonna vi era a capo Stefano Passaro, e l’altra vi era il Ferrara. La colonna del Passero, secondo il De Crescenzo “…si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; etc..”. Forse alla colonna di Stefano Passaro si unirono alcuni volontari cilentani. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Garibaldi, ….Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35..

Nel 30 agosto 1860, la colonna d’insorti cilentani capeggiata da Cristofaro FERRARA di S. Biase divisasi a Vallo della Lucania che si portò ad alcuni paesi del Cilento per poi fortificarsi a Sanza

Nei primi giorni di settembre 1860, a Vallo della Lucania si formarono alcune colonne di insorti Cilentani che, a Vallo della Lucania, ivi riunitisi in un’adunata il 28 agosto 1860 si divisero in due colonne. Una capeggiata da Stefano Passero e l’altra capeggiata da CRISTOFORO FERRARA. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Dunque, la colonna di Cristoforo Ferrara di S. Biase, riunitasi a Vallo in sieme ad altre colonne di insorti si divise e prese la strada che portava ai piccoli paesini di Cuccaro, Laurito, Rofrano e quindi a Sanza, dove essi si accamparono fortificandosi.  Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni (….), il 1° settembre 1860, da Rutino scriveva al Comitato Napoletano AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI, il “Doc. n. 9” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8: “Signori….La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…”. All’adunata di queste schiere che si tenne a Vallo della Lucania il 28 agosto 1860, tutti gli insorti cilentani adunatisi si divisero in due colonne che presero strade diverse. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88 e ssg., in proposito scriveva che: “VIII…Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…”. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna del Ferrara si diresse a Sanza, dove si fortificò e si rese responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 132, in proposito scriveva che: “Ecco Teodosio De Dominicis – il buon Teodosio da Ascea, – e Stefano Passaro, a capo degl’insorti delle vallate del Lambro e del Bussento, dell’Antilia e del Gelbison, rifare la via di Pisacane dopo l’adunata di Vallo della Lucania. Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 132, in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Dunque, Romagnano scriveva che dopo l’adunata di Vallo della Lucania, Cristofaro Ferrara – dividendosi dalla colonna del Passero – aveva preso la strada per “….quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Romagnano conferma ciò che scriveva Magnoni ed il d’Evandro e cioè che Ferrara prese la strada per CUCCARO VETERE, poi la colonna arrivò a LAURITO, a ROFRANO, ed infine andò a fortificarsi a SANZA. Tutte queste forze si riunirono in seguito nel Vallo di Diano a Sala Consilina. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “….mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Sulla colonna del FERRARA di S. Biase, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono, in proposito scriveva che: E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.”. Un’altra notizia che riguarda la colonna di insorti cilentani comandata da CRISTOFARO FERRARA è quella del passaggio a Policastro dove fu incendiata la casa del Cav. Pecorelli, borbonico di fama. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, sulla scorta del testo di Carlo Pesce (…), a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Garibaldi, ….Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. La notizia del passaggio di CRISTOFARO FERRARA da Policastro vi è una relazione del De Dominicis, inedita e non pubblicata nell’opuscolo di Alfieri D’Evandro. Si tratta di una notizia pubblicata da Anna Sole (….) che pubblicò l’estratto di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni. Anna Sole (….), ed il suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati.Sulla presenza di CRISTOFARO FERRARA e della sua colonna d’insorti cilentani nel Golfo di Policastro, vi è una notizia che riguarda due suoi paesani, ovvero di Ceraso – Ferrara era di S. Biase, frazione di Ceraso – due paesani di Cristofaro Ferrara, che a differenza di cuiò che scrivono il d’Evandro e Lucio Magnoni, forse erano con lui quando andarono ad ingrossare le schiere e le colonne del De Dominicis. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri….(14).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”.

Nel 3 settembre 1860, a CAPITELLO vi era anche la colonna di CRISTOFARO FERRARA

FeliceAbbiamo visto come la folta colonna d’insorti cilentani dopo aver occupato diversi paesi del basso Cilento avesse eletto a Quartiere generale il piccolo paese costiero di CAPITELLO. Alla colonna del de Dominicis si erano unite le due colonna del Pagano e del Giordano. Da alcuni documenti provenienti dall’Archivio Privato della famiglia Magnoni si evince che a quelle colonne si era unita anche la colonna di CRISTOFARO FERRARA. Le notizie storiche circa la presenza della colonna del De Dominicis a Capitello, il 3 settembre è suffragata da due documenti citati da Anna Sole (….) e da Eugenia Granito (….) che hanno pubblicato entrambe nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito – Documenti e testimonianze”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. I due documenti provengono entrambi dall’Archivio Privato della Famiglia Magnoni a Rutino. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di due documenti conservati presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da TEODOSIO DE DOMINICIS dal “COMANDO DEL 1° CORPO D’INSURREZIONE DEL DISTRETTO DI VALLO” a Capitello, datato 3 settembre 1860 parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Il de Dominicis scriveva da Capitello che: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi. Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza.” (15). La Granito, a p….., nella nota (15) postillava che il documento si trova conservato presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni a Rutino. Diceva pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Dunque, Eugenia Granito riporta il testo dell’“Ordine del giorno” di TEODOSIO DE DOMINICIS scritto da CAPITELLO il 3 settembre 1860. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Dunque, Eugenia Granito riporta il testo dell’“Ordine del giorno” di TEODOSIO DE DOMINICIS scritto da CAPITELLO il 4 settembre 1860. Questo documento datato 4 settembre 1860, da Capitello, suffraga la notizia storica secondo cui, a Capitello, insieme alla colonna del de Dominicis si era unita anche la colonna di CRISTOFARO FERRARA. Secondo questo documento, a Capitello, vi era anche la colonna di CRISTOFARO FERRARA. Della presenza della colonna del FERRARA nel golfo di Policastro, in quei giorni – oltre allo scritto del Pesce –  vi sono alcuni documenti conservati presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino. La presenza del Ferrara nella colonna del De Dominicis, ovvero la presenza di Cristofaro Ferrara che si era unito ai 3000 rivoltosi accampatisi a Capitello comandati da Teodosio De Dominicis è attestato da un documento dello stesso De Dominicis conservato presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni e pubblicato da Anna Sole. Anche Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a p. 242, pubblicava il testo di un documento, conservato presso l’Archivio della Famiglia Magnoni di Rutino, datato da Capitello: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860.”. Si tratta del documento: “Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo (Archivio privato Magnoni).”.”. La Sole, a p. 242 scriveva pure che: “Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Secondo questo documento (“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”), il 4 settembre 1860, datato e scritto a CAPITELLO, il Teodosio DE DOMINICIS, Comandante del 1° Corpo d’insurrezione del Distretto di Vallo della Lucania, la Sole (….) scriveva che: Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo l’“Ordine del giorno del 4 settembre 1860”, da Capitello, Anna Sole faceva notare che si evince al 1° Corpo dinsurrezione del Distretto di Vallo vi era anche il comandante CRISTOFARO FERRARA. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento datato 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”, ovvero si fosse fermato a Vibonati prima di ripartire per Torraca e per il Fortino. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Dunque, oltre a queste notizie storiche che ci danno il FERRARA a Capitello e le notizie storiche secondo cui il Ferrara con la sua colonna andò a fortificarsi a Sanza, vi è l’altra notizia dataci da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: V.  Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Il De Crescenzo scriveva che le  “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello.”. Dunque, secondo questo documento (ordine del giorno del 4 settembre 1860, a Capitello) conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Forse la colonna di insorti ritornava da Vibonati ed era già diretta verso Sanza o vers il Vallo di Diano. Forse la colonna degli insorti cilentani del De Dominicis, fermatasi a Capitello era già sulla strada del ritorno e lasciava il golfo di Policastro.Come si è visto, sia Eugenia ranito che Anna Sole citano due documenti provenienti dall’Archivio privato Magnoni (A.P.M.) Come ho già detto in precedenza questo documento pubblicato dalla Granito (….), datato 3 settembre 1860 da Capitello è conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. Su questi documenti, anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, come gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a disposizione da Teresita Magnoni, discendente dei patrioti.”.

Nel 30 giugno 1857, il Cav. Felice PECORELLI, capourbano di Policastro Bussentino e Santa Marina

Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80-81, in proposito scriveva che: “Il ricordo delle effervescenze del Quarantotto, quando le bande contadine del Cilento portarono nella lotta il peso dei loro più immediati interessi ed avanzarono rivendicazioni sulla terra di carattere “comunistico”, risvegliarono la paura dei “rossi” e paralizzarono il timido entusiasmo dei meno reazionari rappresentanti della borghesia locale (72).”. Cassese, a p. 81, nella nota (72) postillava: “(72) E’ interessante rilevare la determinazione di “socialisti” data ai compagni di Pisacane. Il capourbano di S. Marina e Policastro, cav. Felice Pecorelli, nel chiedere, come tanti altri, un premio per l’opera svolta, dice che, unitosi con le regie truppe, era corso a “tracciare le orme dei ‘rivoltosi socialisti’, che venian rotti in Padula” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. VIII, c. 183).”. Dunque Cassese cita un documento conservato presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Gabinetto dell’Intendenza, busta 77, voll. VIII, c. 183”.

Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, a Villammare, Garibaldi, galoppando per andare a Vibonati s’imbattè in un una colonna di insorti Cilentani con alla testa Cristofaro FERRARA di S. Biase, che erano diretti a Sapri per incendiare la casa dei PELUSO e vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi li distolse dal triste proponimento. Ma essi ritornarono indietro e, prima di partire per Sanza, a Policastro alla casa del Cav. PECORELLI

Abbiamo detto della colonna d’insorti cilentani raccoltisi all’adunata a Vallo della Lucania. A Vallo si incontrò la colonna di CRISTOFARO FERRARA che partitosi da Vallo si portò anche a Rofrano prima di accamparsi a Sanza. Il 31 agosto 1860 si partirono da Vallo. Secondo alcuni documenti ed alcuni storici locali vi sono alcune notizie storiche secondo cui la colonna del FERRARA si portò a Sapri. La colonna era diretta a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci etc…Secondo lo storico locale Avv. Carlo Pesce, Garibaldi incontrò la colonna – probabilmente del Ferrara e la distolse dal triste proponimento. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III….Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbatté in una Colonna d’insorti Celentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Dunque, in questo passaggio, Pesce (….) ci da alcune notizie storiche e scrive: “una colonna d’insorti Celentani”  – non scrive chi fossero questi “Celentani”. A parte la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati, scriveva pure che, Garibaldi, cavalcando lungo la via che portava a Vibonati “…s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri,…etc…”. Pesce scrive pure che la colonna di insorti cilentani erano diretti a Sapri “….dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci…”. Costabile Carducci fu un eroe dei moti rivoluzionari del ’48 nel Regno delle Due Sicilie e fu trucidato a Sapri dalla fazione filoborbonica dei “Pelusiani” di Sapri. Il Pesce, non scrive chi fossero e al comendo di chi fosse la colonna di insorti cilentani. Egli, però, non poteva che riferirsi che alla colonna di Cristofaro Ferrara di S. Biase. Pesce (….) si riferiva sicuramente agli insorti cilentani della colonna del FERRARA perchè scriveva che questa colonna: “…ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Sarà la colonna d’insorti Cilentani del FERRARA che occuperà Sanza dopo aver bruciato a Policastro il palazzo del Cav. Pecorelli e che a Sanza sarà responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio di Carlo Pisacane. Inoltre, apprendiamo dal Pesce che, la colonna del Ferrara era arrivata a Sapri, il 3 settembre 1860, cioè il giorno che era arrivato Garibaldi a Sapri. E’ probabile che la colonna del FERRARA, che aveva già occupato Sanza, si fosse partita per Sapri, dove si era recata per uccidere i Peluso e così vendicare la morte di Costabile Carducci, ma, secondo quanto scrive il Pesce, incontrarono Garibaldi che li distolse dal triste proponimento e quindi ritornando a Sanza, dove vendicarono Carlo Pisacane, passarono per Policastro dove bruciarono il palazzo del cav. Pecorelli. Queste notizie storiche – compresa quella del passaggio e del pernottamento di Garibaldi a Vibonati – e non a Sapri – furono poi in seguito riprese da diversi storici locali e non. Insomma non vi è scritto da nessuna parte la notizia – che secondo alcuni storici – tra cui il Pesce – Garibaldi incontrò dei facinorosi e la colonna del Ferrara. Alcuni documenti conservati presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni (….) di Rutino, avvalorano le notizie storiche secondo cui Garibaldi non dormì a Sapri ma, verso sera si spinse direttamente verso Vibonati. Da questi documenti si evince che Garibaldi, nel breve viaggio che fece per arrivare a Vibonati incontrò a Capitello le truppe insurrezionali al comando di Teodosio De Dominicis, del Pagano e del Giordano – erano circa 3000 uomini del Cilento – che, ivi si ricongiunsero e ivi si accamparono. Dunque, riepilogando è acclarato che il FERRARA si trovasse con la sua colonna nel Golfo di Policastro e secondo alcuni documenti di cui parlerò si trovava accampato a Capitello insieme alle colonne del DE DOMINICIS e del GIORDANO. Avevano occupato Roccagloriosa dove il De Dominicis, il 2 settembre 1860 pernottò. Secondo alcuni storici, alcuni insorti cilentani si staccarono e si diressero a Sapri per vendicare Costabile Carducci – patriota cilentano dei moti del ’48. Secondo alcuni storici gli insorti – diretti a Sapri – incontrarono Giuseppe Garibaldi che stava andando a Vibonati. Secondo questi storici – Garibaldi li distolse dai tristi proponimenti. Sempre secondo questi storici, gli insorti Cilentani si diressero a Policastro per incendiare la casa del Cav. Pecorelli – noto borbonico e responsabile della reazione borbonica per i moti del ’28 e del ’48. Nei primi giorni di settembre 1860, a Vallo della Lucania si formarono alcune colonne di insorti Cilentani che poi, si portarono su ordine di Lucio Magnoni (….), si portarono verso il Golfo di Policastro. Il primo storico a rendere pubbliche queste notizie fu l’avv. Carlo Pesce di Lagonegro (….). Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna del Ferrara si diresse a Sanza, dove si fortificò e si rese responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane. Sul FERRARA e la sua colonna, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, riferendosi all’adunata di Vallo della Lucania in proposito scriveva che: Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione degli accordi presi col Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristofaro Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Cannalonga, di Castelnuovo, di Moio, di Stio e di Sacco. Il sottointendente di Vallo, Giuseppe Giannelli di Nocera, non volle fare adesione al movimento, ma rassegnò i suoi poteri. Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai registri dello Stato civile risulta morto nel carcere il 7 settembre. Nella relazione del sottintendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La Fine di un Regno.”. Dunque, il Mazziotti – sulla scrta del De Cesare (….) ci dice che la colonna del Ferrara – fortificatasi a Sanza – “avesse fucilato il Laveglia”. Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva che la colonna del “Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “VII…Le masse  dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo – anche sulla base di documenti messigli a disposizione da Teresita Magnoni (….) scriveva che: VII…Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte.”. Dunque, de Crescenzo, a differenza del Pesce (….) – che non diceva quale fosse la colonna che aveva incontrato Garibaldi sulla strada per Vibonati – il de Crescenzo invece si riferisce alla colonna del de Dominicis e non quella del Ferrara. Anche lo storico locale, il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Dunque, il Cataldo scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri e diretto a Vibonati, per poi risalire al Fortino: “….s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva.”. Il Cataldo però scriveva pure che: I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza”. Cataldo scriveva che la colonna di insorti Cilentani, quando arrivarono a Villammare, dove li incontrò, avevano già incendiato a Policastro il Palazzo del Cav. Pecorelli. Cataldo scriveva che i rivoltosi furono distolti da Garibaldi ad andare a Sapri ad incendiare la casa dei Peluso. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento…”. Fusco, a p. 149 continuando a scrivere sulla colonna d’insorti Cilentani a Sanza aggiungeva che: “….né – come ha affermato qualche altro (94) – un manipolo di insorti che, portandosi a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci, ne fu dissuaso dallo stesso Garibaldi e ripiegò verso Sanza per punire gli uccisori di Pisacane.”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: etc…”, ripete il passo del Pesce. Dunque, anche Fusco non dice che “quella colonna d’insorti cilentani” fosse quella del Ferrara. La notizia dataci dal Pesce (….) – che ricordiamo condizionò anche il Mazziotti – è data anche dal recente saggio su Torraca di Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Nel 1860, con l’arrivo dei garibaldini nel Vallo di Diano, giustizia fu fatta. Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima.”. Dunque, il Mallamaci (….), sulla scorta del Fusco (….) scriveva che la vendetta sugli uccisori di Pisacane avvenne: “….da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa.”. Infatti, il Mallamaci concludeva che nonostante le raccomandazioni di Garibaldi, che li aveva incontrati a Villammare, il gruppo di insorti Cilentani, guidati da Cristoforo FERRARA, Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima.”. Detto questo però devo precisare che alcuni documenti suffragano le notizie dateci dal Pesce. Alcuni documenti ci dicono che CRISTOFARO FERRARA era a Capitello. Della presenza della colonna del FERRARA nel golfo di Policastro, in quei giorni – oltre allo scritto del Pesce –  vi sono alcuni documenti conservati presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino. La presenza del Ferrara nella colonna del De Dominicis, ovvero la presenza di Cristofaro Ferrara che si era unito ai 3000 rivoltosi accampatisi a Capitello comandati da Teodosio De Dominicis è attestato da un documento dello stesso De Dominicis conservato presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni e pubblicato da Anna Sole. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a p. 242, pubblicava il testo di un documento, conservato presso l’Archivio della Famiglia Magnoni di Rutino, datato da Capitello: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860.”. Si tratta del documento: “Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo (Archivio privato Magnoni).”.”. La Sole, a p. 242 scriveva pure che: “Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Secondo questo documento (“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”), il 4 settembre 1860, datato e scritto a CAPITELLO, il Teodosio DE DOMINICIS, Comandante del 1° Corpo d’insurrezione del Distretto di Vallo della Lucania, la Sole (….) scriveva che: Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo l’“Ordine del giorno del 4 settembre 1860”, da Capitello, Anna Sole faceva notare che si evince al 1° Corpo dinsurrezione del Distretto di Vallo vi era anche il comandante CRISTOFARO FERRARA. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.

Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la banda del De Dominicis che era a Sanza e che aveva ucciso Sabino Laveglia

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 117, parlando di Casalbuono e riferendosi al 4 settembre 1860, in proposito scriveva che, Garibaldi arrivato in carrozza a Casalbuono alle 5 pomeridiane del giorno 4: “….decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Sulla scorta del De Crescenzo, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Come vedremo innanzi, parlando del 7 settembre 1860 parlerò dell’uccisione dei responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane e del Pisacane in particolare perchè dalla documentazione storica pare che questa sia la data della loro uccisione proprio da parte della colonna di Cristofaro Ferrara, che si trovava a Sanza insieme alla colonna del Passero e che avevano imprigionato alcuni di Sanza tra cui il Sabino o Sabatino Laveglia. Dunque, la notizia dell’Infante (….), risulta strana. La notizia che ci dà Infante, che a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la colonna del De Dominicis che si trovava a Sanza, dovrebbe essere ulteriormente approfondita, in quanto se ciò accadde il 5 settembre 1860 come può essere possibile che i rivoltosi uccidessero il Laveglia il 7 settembre 1860.  Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i colpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “……………….

Nel 6 settembre 1860, a ROFRANO, Lucio Magnoni scrive a SALVATORE MAGNONI, COMANDANTE DEL IV CORPO INSURREZIONALE DEL DISTRETTO DI VALLO

IL COMANDO GENERALE DELLE FORZE INSURREZIONALI DEL DISTRETTO DI VALLO

(Fig. n….) – Disposizione di Lucio Magnoni, redatta dal Comando di Rofrano del 6 settembre 1860 – in Alfieri d’Evandro (…), in “Documenti”, doc. n. 26 p. 20

Il Commissario Delgato, LUCIO MAGNONI, il 6 settembre 1860 scrive da ROFRANO – un piccolo casale del basso Cilento – dal “COMANDO GENERALE DELLE FORZE INSURREZIONALI DEL DISTRETTO DI VALLO”, al “COMANDANTE IL QUARTO CORPO DELLE ARMI INSURREZIONALI DEL DISTRETTO DI VALLO”, che era suo fratello SALVATORE MAGNONI.Il Documento fu pubblicato, a p. 20 da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, in “Documenti”. E’ il Doc. N.° 26″. Questo documento proveniente forse da Rutino è interessante perchè, Lucio Magnoni (si dichiara Commissario Delgato) scrive il 6 settembre 1860, indirizzando un suo proclama a ROFRANO “Al signor Comandante il quarto Corpo delle Armi insurrezionali del Distretto di Vallo”. Nel suo proclama, Lucio Magnoni si compiace dell’operato della colonna e del suo comandante e dice che “Io parto pel Campo”. Lucio Magnoni scrive al “Comandante del IV Corpo del Distretto di Vallo” che egli lasciava il suo Quartire Generale “COMANDO GENERALE” e parte per “il Campo” ovvero per il Vallo di Diano per andare ad unirsi agli altri insorti che incontreranno Garibaldi. Magnoni arriverà ad Auletta dove incontrerà Garibaldi. Magnoni partiva (da Rutino) “partire per il Campo” – così scriveva – La notizia ed il documento suffraga le notizie circa l’ulteriore forazione e schiera d’insorti cilentani che effettivamente si portranno nel Vallo di Diano. Lucio Magnoni ed altri si trovava a partire con una ultima colonna (di cui faceva parte il de Angelis) per recarsi a Gioi Cilento etc..fino ad arrivare ad Auletta. Magnoni e gli altri erano diretti nel Vallo di Diano dove si sapeva che fosse arrivato da poco Garibaldi. Infatti, Garibaldi il 5 fu a Sala Consilina ed il 6 si trovò ad Auletta. Ma chi era il “COMANDANTE IL QUARTO CORPO DELLE ARMI INSURREZIONALI DEL DISTRETTO DI VALLO” ? Dovrebbe trattarsi di SALVATORE MAGNONI o di CRISTOFARO FERRARA ? Sul FERRARA e la sua colonna, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, riferendosi all’adunata di Vallo della Lucania in proposito scriveva che: Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai registri dello Stato civile risulta morto nel carcere il 7 settembre. Nella relazione del sottintendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La Fine di un Regno.”. Dunque, il Mazziotti racconta dell’adunata che si ebbe a Vallo della Lucania il 30 agosto 1860. Fu promossa da STEFANO PASSERO ma vi partecipò anche CRISTOFARO FERRARA di S. Biase – di cui ho già scritto. Mazziotti scrive che a Vallo vennero formate due distinte colonne d’insorti cilentani. Mazziotti scrive che la colonna del Ferrara: la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza.”. Poi il Mazziotti aggiunge che la colonna del Ferrara, a Sanza fu autrice della morte di Sabino Laveglia. Ma dopo Vallo della Lucania, il 30 agosto 1860, mi chiedo, quando sia arrivato a Policastro CRISTOFARO FERRARA  con la sua colonna ?. Le notizie circa la presenza di questa colonna nel golfo di Policastro – prima che questa si stanziasse a SANZA, potrebbero essere veritiere ?. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, riferendosi all’adunata tenutasi a Vallo della Lucania il 30 agosto 1860, in proposito scriveva pure: “VIII….Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…”. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. Dunque, la colonna del FERRARA da Vallo della Lucania dove si riunì con Stefano Passaro il 30 agosto 1860, si partì e marciò arrivando a ROFRANO, per poi – scrive il de Crescenzo arrivare a fortificarsi a Sanza. La colonna del Ferrara si diresse a Sanza, dove si fortificò e si rese responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85).”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Dunque, la colonna di Cristoforo Ferrara di S. Biase, riunitasi a Vallo in sieme ad altre colonne di insorti si divise dalla colonna del Passero e prese la strada che portava ai piccoli paesini di Cuccaro, Laurito, ROFRANO. Solo dopo andò a fortificarsi a Sanza, dove, il 7 settembre 1860, si rese responsabile dell’uccisione di alcuni responsabili dell’uccisione di Carlo Pisacane. Il Commissario delegato LUCIO MAGNONI, nella sua Relazione/Rapporto inviata al AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori…etc…”, pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, (Doc. 9 bis), a pp. 7-8. La relazione è stata scritta a Rutino ed è datata 1° settembre 1860 e dunque, egli si riferisce al giorno 31 agosto 1860: La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc..”. Dunque, Lucio Magnoni riferendosi al 31 agosto 1860 scrivendo al Comitato diceva che: “La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Magnoni scriveva che il 31 agosto 1860 da Vallo della Lucania si erano partite le due colonne d’insorti cilentani con a capo STEFANO PASSERO e CRISTOFARO FERRARA di S. Biase. Secondo il Magnoni Ferrara con la sua colonna marciò (“battendo”) sulla strada per di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Dunque, secondo il Magnoni il Ferrara andò anche a Rofrano. Altri documenti – come si è visto ci fanno trovare a Capitello anche Cristofaro Ferrara. Altri documenti ancora ci fanno vedere che, forse Lucio Magnoni scriveva a suo fratello SALVATORE MAGNONI. Forse era Salavatore il Comandante del IV Corpo insurrezionale per il Distretto di Vallo della Lucania. Lucio Magnoni scrisse a suo fratello Salavatore ? Dunque, Salvatore si era accampato a Rofrano prima di recarsi a Sanza col Ferrara ?. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, a p. 264, in proposito scriveva che: “Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Ebner sulla scorta del D’Evandro scriveva la stessa cosa. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni).”. Dunque, Salvatore Magnoni, ad opera del fratello Lucio ricevette la nomina a COMANDANTE DEL CORPO D’INSURREZIONE PER IL DISTRETTO DI VALLO. E’ in questo documento che il Commissario Lucio Magnoni scrivendo al Comitato diceva che la colonna Vallese si divise in due colonne, una con a capo il Passero e l’altra con a capo il Ferrara. Come si è detto SALVATORE MAGNONI di Rutino, fratello di Lucio e di Michele, il 24 agosto 1860 rivevette dal Comitato Unitario d’Azione, la nomina “di Comandante del Corpo d’insurrezione per il Distretto di Vallo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, etc…(217).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, …..per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo. L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”. Dunque, il Mazziotti scriveva che l’intera colonna di insorti cilentani provenienti a Rutino con diversi capi tra cui il de Angelis ed il Vairo “si mise al comando di Salvatore Magnoni”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Lucio Magnoni, nella sua Relazione/Rapporto che spiegherà meglio ciò che accadde. Infatti, il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860 “Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.” scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860, il documento “N. 9 bis” pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “…AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI.”. Magnoni scriveva al Comitato: “Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…” e, riferendosi al “martedì scorso” scriveva che: La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”, poi aggiunge: La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa.”, poi ancora aggiunge che: Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…”, e qui si riferisce alle colonne del de Angelis ed altri che si partiranno da Rutino per andare nel Vallo di Diano, insieme alla colonna di SALVATORE MAGNONI. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”.

Nel 7 o nell’8 settembre 1860 (?), a Sanza, venerdì, un manipolo d’insorti Cilentani, agli ordini di Cristofaro FERRARA uccisero  per vendetta i responsabili del massacro dei Trecento di Carlo Pisacane, tra cui Sabino o Sabatino LAVEGLIA

Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, parlando di “Sanza”, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, credendo vendicare i loro fratelli restati vittime in Sanza, dopo d’avere imprigionato Savino la Veglia, voluto retrivo e colpevole della morte di quelli, senza giudicatura di sorta, venne archibugiato di una scarica di moschetteria nella stessa prigione. Noi, come cronisti, riferiamo, scevri di passione, questi fatti, lasciando ai posteri il carico di giudicarli !.”. Qui però il Macchiaroli scriveva che la colonna del Ferrara aveva imprigionato Sabino Laveglia e gli altri a Luglio del 1860, mentre tutte le fonti storiche ci parlano dell’Agosto 1860. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Dans les fureurs aveugles des guerres civiles le sang appelle le sang; la conscience s’oblitère et l’on se croit en droit de châtier les atrocités par d’autres atrocités. Au mois d’août 1860, une colonne de l’armée garibaldienne prenait terre, à Sapri pour opérer dans le Cilento parallèlement au mouvement en avant du corps principal; c’était le colonel Pianciani qui la commandait. Il envoya undétachement à Sanza. Un nommé Savinu La Veglia, que la voix publique désignait comme ayant porté le premier coup à Pisacane désarmé, fut arrêté chez lui et fusillé sans jugement dans la prison. C’était répondre au meurtre par le meurtre. L’homme que l’on traitait ainsi pouvait être un assassin; ceux qui le mirent ù mort sans observer aucune forme, sans débat contradictoire, ne se firent pas des justiciers, comme ils se l’imaginaient, mais eux-mêmes des assassins. Au moment de partir de Gènes, Pisacane avait écrit un testament, que les journaux publièrent après sa mort. « Je suis persuadé, y disait-il, que si l’entreprise réussit j’obtiendrai les applaudissements universels; si je succombe, le public me blâmera, on m’appellera fou, ambitieux, turbulent, et ceux qui, ne faisant jamais rien, passent leur vie h critiquer les autres, examineront l’oeuvre minutieusement, mettront à découvertmes erreurs et m’accuseront d’avoir échoué faute d’esprit, de coeur et d’énergie. » Il se trompait. Sa tentative avait lieu dans des conditions qui rendaient le succès impossible elle a misérablement échoué. Mais trois ans ne s’étaient pas écoulés qu’il passait grand homme et que sa mémoire recevait les hom…mages réservés aux plus glorieux martyrs de la cause nationale. Sur le quai de la Marine à Salerne, le chef-lieti de la province où il mourut, on voit une statue élevée a Carlo Pisacane, precursore di Garibaldi. Dans tout l’ancien royaume napolitain il n’est presque pas une ville où l’on ne rencontre une rue ou une place Pisacanc. J’ai même lu à ce sujet chez un voyageur français, homme de beaucoup d’esprit et des mieux pensants, mais qui avait eu là une distraction singulière, deux pages d’indignationéloquente, flétrissant l’abaiesomentmoral dans lequel est tombée l’Italie piémontisée, qui donne aux rues de ses villes le nom d’un « criminel vulgaire qui a tenté l’assassinat d’un roi. 1) Carlo Pisacane confondu avec Agesilao Milano! la méprise est forte. Il serait bon de s’informer un peu plus exactement des choses avant de se mettre en frais de morale indignée. Du reste il ne faut pas s’y méprendre, l’aventure de Pisacane, qui avait semblé au premier abord une folie piteusement avortée, fut par ses conséquences un événement fort considérable. L’effarement et le désarroi que le gouvernement de Naples avait montré devant celle entreprise d’une poignée d’hommes, la façon dont, avant d’être arrêtés par etc… che tradotto significa: “….Nelle furie cieche delle guerre civili il sangue chiama sangue; la coscienza è cancellata e crediamo di avere il diritto di punire le atrocità con altre atrocità. Nell’agosto 1860, una colonna dell’esercito garibaldino prese terra, a Sapri ad operare nel Cilento al fianco del movimento in avanti del corpo principale; era il Il colonnello Pianciani che lo comandava. Ha inviato un distaccamento a Sanza. Qualcuno di nome Savino La Veglia, che la voce pubblica ha designato come avendo sferrato il primo colpo al disarmato Pisacane, è stato arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel prigione. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio. L’uomo che è stato trattato in questo modo avrebbe potuto essere un assassino; coloro che lo hanno messo a morte senza osservare nessuna forma, senza dibattito contraddittorio, lo è non hanno agito da vigilantes, come immaginavano, ma loro stessi sono assassini. Quando lasciò Genova, Pisacane aveva scritto un testamento, che i giornali pubblicarono dopo la sua morte. “Sono convinto”, ha detto, “di questo se l’impresa riesce mi prenderanno gli applausi universale; se soccombo, il pubblico darò la colpa, sarò chiamato pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli che, senza fare mai nulla, spendono il loro la vita h critica gli altri, esaminerà il lavoro con attenzione, esporrò i miei errori e mi accuserà di aver fallito per mancanza di spirito, di cuore ed energia. » Aveva torto. Il suo tentativo si è svolto in condizioni che hanno reso il successo impossibile, fallì miseramente. Ma non erano passati tre anni come passò lui grande uomo e che la sua memoria ha ricevuto maghi riservati ai martiri più gloriosi della causa nazionale. Sulla banchina della Marina a Salerno, il capo lieti della provincia dove morì, vediamo una statua eretta a Carlo Pisacane, precursore del Garibaldi. In tutto l’antico regno napoletano non c’è quasi una città dove non ci incontriamo una strada o una piazza Pisacane. Ho letto anche questo soggetto in un viaggiatore francese, un uomo dai molti di ingegno e di pensiero migliore, ma chi l’aveva avuto c’era una singolare distrazione, due pagine di eloquente indignazione, appassendo l’umiliazione morale in cui cadde l’Italia piemontese, che dà il nome alle strade delle sue città ad un “criminale”. volgare che ha tentato l’assassinio di un re (1). Carlo Pisacane confuso con Agesilao Milano! l’equivoco è forte. Sarebbe bello scoprirlo un po’ più esattamente sulle cose prima di iniziare a spese della moralità indignata. Inoltre, non dovrebbe esserci errore, l’avventura di Pisacane, che a prima vista era sembrato una follia pietosamente abortita, fu dalle sue conseguenze un evento molto significativo. Lo sgomento e lo sgomento che ha suscitato il governo di Napoli aveva mostrato davanti a questa compagnia una manciata di uomini, il modo in cui, prima di essere arrestati da etc…”. Il Lenormant ci parla dell’Agosto 1860, non di Luglio e non di Settembre. Il Lenormant, a p. 134 aggiungeva che: D’ailleurs l’exemple de Pisacane ne fut pas perdu pour Garibaldi. Il lui montra que la République faisait peur aux populations du royaume de Naples, qu’elles tenaient au principe de la monarchie et que si l’on voulait les ……” che, tradotto significa: Inoltre, l’esempio di Pisacane non andò perduto a Garibaldi. Lui lui dimostrava che la Repubblica spaventava le popolazioni del regno di Napoli, che detenevano principio della monarchia e questo se li volessimo etc….”Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane. E infatti Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, reo, secondo i garibaldini, di aver allertato la popolazione della presenza di Pisacane nei pressi di Sanza facendo sfondare la porta della torre campanaria per suonare le campane a martello, di Sabino Laveglia sottocapo delle guardie urbane del comune e esecutore materiale, secondo le sue stesse dichiarazioni negli atti dibattimentali del processo che ne seguì, dell’omicidio di Pisacane, oltre che di Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, anche essi ritenuti in qualche modo responsabili del delitto. L’otto settembre, quindi dopo pochi giorni, dopo un processo ovviamente sommario, i quattro vengono messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza (152).”. Dunque, il Montesano, sulla scorta del Cassese scriveva che fu Garibaldi che ordinò sia l’arresto dei quattro e la loro esecuzione. Montesano, a p. 111, nella nota (152) postillava: “(152) Leopoldo Cassese, La spedizione di Sapri, op. cit., pagg. 72-73.”. Dunque, il Montesano scriveva che Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, etc…”. Dunque, secondo il Montesano fu Garibaldi che ordinò la morte di Laveglia e degli altri. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V. il verbale della cremazione, e v. gli interrogatori del Laveglia e dell’Inter, che si pubblicano per la prima volta in ‘Appendice’. Essi chiariscono definitivamente i particolari della morte, della cremazione e del seppellimento di Pisacane e dimostrano quanto poco veritiere fossero le affermazioni del Bilotti (op. cit., p. 327) che diede credito a poco attendibile fonte orale.”. Dunque, il Cassese metteva in dubbio ciò che scrisse Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 327, dove presentava l’interrogatorio di Gaetano Enter. Inoltre, Cassese, a p. 73, nella nota (60) aggiungeva pure che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo quelli che la voce pubblica accusava come esecutori materiali del delitto. Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Dunque, l’accusa della morte dei quattro a Sanza, che Montesano indirizza al generale Garibaldi non è corretta. Il Cassese, sulla scorta della documentazione in Atti, non dice che fu Garibaldi a far uccidere i quattro ordinandone la loro esecuzione ma dice che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo etc…”. Il Cassese parla correttamente delle truppe Garibaldine non di Garibaldi. Garibaldi ne ordinò solo il loro arresto ma non ordinò le sevizie inflitte. Infatti, Leopoldo Cassese scriveva: “Nel 1860….Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Il Cassese scriveva che furono arrestati l’8 settembre 1860. Il Mazziotti non concorda sulla data dell’Atto di Morte dello Stato Civile dei rei trucidati. Il Cassese scriveva l’8 settembre 1860 secondo un documento del Comune di Sanza presso l’Archivio di Stato di Salerno, mentre il Mazziotti ci parla del 7 settembre 1860. Nel groviglio e la veridicità di tali notizie resta però il dubbio di quanto alcuni hanno voluto intendere. Resta il fatto che, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117, in proposito scriveva che, Garibaldi, a Casalnuovo: “E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.“. La notizia è tratta dal testo del segretario del Governo, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Il movimento fu unanime , popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto sì permisse e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di un orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Su alcuni componenti il manipolo d’insorti Cilentani che Garibaldi incontrò nel percorso che fece da Sapri recandosi a Vibonati, come ad esempio Cristofaro Falcone di Policastro, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a p. 156, in proposito scriveva che: “Fin dalla metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta del Cilento, avea fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci.”. Forse il nome di Cristoforo Falcone di Policastro veniva confuso da alcuni storici con quello di Ferrara. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “….e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli, di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Dunque, secondo il Di Capua, che scriveva la notizia sulla scorta di Gennaro De Crescenzo, Onofrio Pacelli, insieme a Magnoni (forse Salvatore) di Rutino, si era recato a Sanza per punire i responsabili dell’uccisione di Pisacane e di Giovan Battista Falcone. Felice Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I.. Dunque, secondo Fusco, che scriveva sulla scorta di Di Capua, nella colonna di Cristofaro Ferrara di S. Biase, vi era Onofrio Pacelli, amico di Nicotera. Onofrio Pacelli era nativo di Ricigliano e partecipò all’insurrezione garibaldina per procedere verso Napoli. Felice Fusco, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia etc…”. Fusco, a p. 356, nella nota (89) postillava: “(89) Il registro (Liber Defunctorum, 1823 – 1861), che si trova tra le carte dell’archivio Campolongo, si è potuto consultare solo in questi ultimi tempi. L’arciprete Bianco (è il caso di ribadirlo) è lo stesso che nel ’57 si era messo in luce più per i contrasti con Sabino Laveglia che per la partecipazione all’eccidio di Pisacane.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 149 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “Ciò che non scrisse l’impiegato d’anagrafe negli Atti di Morte lo annotò con cura l’arciprete Francesco Bianco nel ‘Liber Defunctorum’ negli anni 1823-1861 (89)….L’esposizione dell’archiprèsbyter consente di chiarire non pochi aspetti della morte di Sabino e degli altri arrestati. Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93) etc…”. Dunque, il Fusco scrive che Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93)”. Fusco, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…”).”. Fusco, a p. 149 continuando a scrivere sulla colonna d’insorti Cilentani a Sanza aggiungeva che: “….né – come ha affermato qualche altro (94) – un manipolo di insorti che, portandosi a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci, ne fu dissuaso dallo stesso Garibaldi e ripiegò verso Sanza per punire gli uccisori di Pisacane.”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento……….I Celentani allora……, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i colpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri..etc…”. In questi anni, tramite il mio amico Alfonso Monaco, un libraio del Vallo di Diano, sono venuto a conoscenza del testo di Rocco Baldanza, La Signora di Sapri, ed. A. Paolini, Roma, 1879. Baldanza ha pubblicato alcuni testi dedicati all’epopea del Risorgimento Italiano, (si veda bibliografia in fondo) ed in particolare in questo testo egli racconta della giovane Gioconda Walvesky, che amò lo sfortunato Gian Battista Falcone che rimase ucciso nell’eccidio dei “Trecento” di Carlo Pisacane a Sanza. Secondo il Baldanza, la giovane amante seguì il giovane calabrese Falcone fino all’epilogo di Sanza ed il Falcone, prima di morire l’affidò alle cure del suo servitore di un tempo, il mugnaio di Sapri Matteo.  Gioconda, malata di tisi si trasferì a Sapri nel 1858, un anno dopo, per poter andare spesso a Sanza. Nel testo, nel vol. II, Baldanza ci parla del Laveglia, definendolo “abietto e scaltro”. Il testo di Baldanza è molto interessante in quanto essendo stato pubblicato nel 1879, non solo ci racconta dell’eccidio dello sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane, ma in esso sono raccolte molte notizie di Sapri e su alcuni personaggi a Sapri in quei tempi. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante e Teodosio De Dominicis (319), ne l’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi. Sostando a Sanza in attesa di raggiungere Sala, fece chiudere nel carcere circondariale in Via S. Angelo a Corte (320) 4 dei responsabili dell’eccidio del 2 luglio del 1857: il cavaliere Sabino Laveglia, il fratello Domenico Laveglia, il farmacista Filippo Greco Quintana e l’ex urbano Giuseppe Citera di Sabino; il gendarme in congedo Gaetano Enter era morto alla fine del gennaio del 1860 (321). Sabino aveva capito che era arrivata la sua ora era giuna e volle confessarsi con uno dei tanti sacerdoti del borgo bensì col suo noto avversario: l’arc. don Francesco Bianco. Al ritorno da Sala, venerdì 7 settembre 1860, Cristoforo Ferrara “senza giudicatura di sorta” (322) fece letteralmente massacrar in carcere i 4 reclusi. Annotò …..”.

Nel 7 o 8 settembre 1860, la colonna del DE ANGELIS, a Polla, si incontrò con Lucio MAGNONI e con la colonna di Cristoforo FERRARA

Da Diano la colonna del De Angelis marciò per Auletta. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, a p. 134, in proposito scriveva: “Proseguimmo per S. Pietro, Polla, ove restammo una notte, e poi Auletta, Postiglione, Serre Eboli e Salerno. Lungo tutta questa marcia mi studiai, ora con buone esortazioni ora con minacce, di far rispettare le famiglie e gli averi di tutti; e vi riuscii non ostante le cattive intenzioni di alcuni. In Polla mi incontrai con Cristoforo Ferrara e Lucio Magnoni ed ebbi la notizia che Garibaldi il giorno 7 era entrato in Napoli. Da Polla avevo spedito un espresso ai miei fratelli a Castellabate, ordinando, a nome di Garibaldi, che tutte e tre le compagnie di guardie nazionali fossero partite per Salerno, ove le avrei attese.”. Dunque, il de Angelis, nel suo Diario pubblicato dal Mazziotti scriveva che: In Polla mi incontrai con Cristoforo Ferrara e Lucio Magnoni ed ebbi la notizia che Garibaldi il giorno 7 era entrato in Napoli.”. Dunque, Carlo de Angelis (….), nel suo Diario pubblicato dal Mazziotti testimoniava che arrivati a POLLA si incontrò con la colonna di CRISTOFORO FERRARA e con LUCIO MAGNONI. Inoltre, siccome egli scrive che – a Polla – incontrandosi con il Ferrara venne a sapere che il 7 settembre 1860 Garibaldi era arrivato a Napoli se ne desume che egli, con la sua colonna si trovava a Polla solo il 7 settembre 1860 o l’8. Dunque, quando si incontrarono a Polla, Lucio Magnoni, Cristofaro Ferrara e Carlo de Angelis era già passato il 7 settembre 1860, cioè Garibaldi era già a Napoli. De Angelis scriveva che il 7 settembre o dopo il 7, si era incontrato con Lucio Magnoni. Sulle forze insurrezionali riuniisi a Rutino con i Magnoni – che poi si spostarono nel Golfo di Policastro – ha scritto Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra….Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° settembre”. Nastro (….) aggiungeva che, la colonna del Magnoni e dei giovanissimi ragazzi al comando di Carlo De Angelis (….) arrivati a Gioi Cilento il 1° settembre 1860, proseguirono Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”.Dunque, Nastro scriveva che la colonna del de Angelis – giunta nel Vallo di Diano – “ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero”, mentre il de Angelis – nel suo diario pubblicato dal Mazziotti scriveva che a Polla si incontrò con le colonne di Lucio Magnoni e del Ferrara. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° settembre”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 59, in proposito scriveva: Si proseguì per San Pietro, per Polla e qui sostarono per un breve riposo, durante il quale incontrarono Cristofaro Ferrara e Lucio Magnoni. L’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno, dove attesero il Dittatore.”. Il De Angelis, continuando il suo racconto aggiungeva pure che: Difatti la mattina del giorno 11 settembre mio fratello Francesco, i miei figli, mio zio, Nicola Pepi, Costabile Matarazzo, Andrea Guglielmini, Gerardo Perrotti, Francesco Paolo Jaquinto e gli altri ufficiali e sotto-ufficiali delle rispettive compagnie sbarcarono a Salerno. Nello stesso giorno anche mio fratello Giovanni, che il di prima era arrivato a Napoli insieme con G. B. Riccio allora capitano, venne a Salerno. Da Nocera, ove si era formato il quartier generale, venne a Salerno il colonnello Luigi Fabrizi, comandante in capo di tutte le forze insurrezionali del Salernitano; ci incontrammo nel palazzo dell’ Intendenza, ove al lora era governatore civile e militare Giovanni Mattina.”.

Nel 30 agosto 1860, a Sala Consilina arrivò la colonna di insorti cilentani di STEFANO PASSERO

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di periglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Etc…”. Racioppi racconta che il 30 agosto 1860 gli insorti cilentani che si erano radunati a Vallo della Lucania – le diverse colonne ivi riunite – si portarono a Sala Consilina. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 88-89 e ssg., in proposito scriveva che: VIII. Questo nucleo di armati, superiore agli altri – circa tremila insorti – non attese il Fabrizi ed i volontari precedentemente giunti nel Vallo di Diano (26), perchè, incoraggiato dalle vittorie di Garibaldi, aveva stimato bene di entrare subito a Sala. Vi entrò difatti a mezzogiorno del 30 agosto, insieme ad una trentina di soldati di Garibaldi, comandati da Fabrizio da Nupone, gridando: ‘Viva l’Italia ! Viva Vittorio Emmannuele ! Viva Garibaldi !. Altre colonne di volontari, facendo eco ai fratelli, arrivarono poco dopo in quella città.”. De Crescenzo scrivendo “Questo nucleo di armati” si riferiva alle due colonne – quella del Passero e quella del Ferrara – che si erano separati a Vallo della Lucania dove si erano raccolti ed adunati. Infatti, il de Crescenzo, a p. 88 scriveva che a Vallo: “Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmannuele ! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito, Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò etc…”. Dunque, il 30 agosto 1860, entrambe le due colonne – quella del Passero e quella del Ferrara si portarono a Sala Consilina, dove, nello stesso giorno, come vedremo fu dichiarato il Governo Provvisorio dal Matina. Il De Crescenzo scriveva che la colonna del Passero arrivava a Sala. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (26) postillava: “(26) Il Vallo di Diano era stato scelto a luogo di convegno generale per la sua posizione geografica.”. Sempre il De Crescenzo, a p. 94, in proposito scriveva pure che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo, il Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, etc…”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (27) postillava: “(27) Tra i cilentani che efficacemente cooperarono a favorire il movimento unitario si ricorda anche Antonio Luigi Pinto di Casalicchio (1806-1884), già carbonaro, imprigionato nelle carceri di Salerno e di Vallo.”. STEFANO PASSERO, inviò al Comitato dell’Ordine, la sua Relazione Rapporto (…), datata…………e scritta a Vallo della Lucania e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 74-75, nell’“Appendice”, documento N°. 5, in proposito scriveva che: Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, di già proclamato un governo provvisorio e il Generale Garibaldi, tra le acclamazioni di un popolo fremente di Gioja, giunto in Sala. Per ordine del Dittatore la colonna, percorrendo Diano, S. Arsenio, Polla, Eboli giungeva in Salerno, e quivi stanziata un giorno per ordine del comandante in capo le forze insurrezionali della Provincia di Salerno Sig. Fabrizii, si recava in Nocera il giorno 11 Settembre 1860.”. Il Passero prosegue il suo rapporto parlando del dopo l’11 settembre 1860 a Napoli etc…Qui il Passero ci dice che egli con la sua colonna si recò nel Vallo di Diano – erano 1000 uomini – Dopo essersi fermati a Gioi Cilento, la sua colonna arrivò a Sala Consilina, dove ebbero ordini da Garibaldi – scrive lui. A Sala Consilina la colonna del Passero si fermò ma trovò la insurrezione già avanzata. Il Matina aveva proclamato il Governo Provvisorio. Il Matina li assegnò al colonnello Fabrizi che aveva nominato capo militare. Anche lo stesso Segretario della Prodittatura Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII conferma questi movimenti ed in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli etc…”. Dunque, le diverse colonne d’insorti cilentani, quella del de Dominicis, quella del Passero, quella del Ferrara, ecc.., si rividero e si adunarono a Sala Consilina. Il D’Evandro proseguendo il suo racconto aggiungeva che arrivati a Sala Consilina: “Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo.”. D’Evandro scriveva che le diverse colonne d’insorti si concentrarono a Sala Consilina. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, dove, a p. 53, aggiungeva che, a Vallo della Lucania, uscendo dal paese: Le due Colonne Vallesi, dopo essersi ingrosate di molti uomini penetrarono in Sala molto prima di quelle di Fabrizi e Matina.”. Infante, a pp. 53-54, in proposito scriveva pure: “Le due colonne Vallesi, dopo essersi ingrossate di molti uomini penetrarono in Sala molto prima di quelle di Fabrizi e Matina.”. Antonio Infante traeva queste notizie dalle Relazioni-rapporto di Stefano Passero che fu pubblicata dall’Alfieri d’Evandro. Infante, a p. 54, in proposito aggiungeva che: “Sulla strada provinciale di Sala s’incontrarono le forze del Maggiore della Guardia Nazionale Giuseppe De Petris e quelle del sottointendente Luigi Guerritore. Al Matina, che li seguiva a distanza, fu consigliato dallo stesso Guerritore di non provocare sommosse, altrimenti avrebbe compromesso la vita degli abitanti di Sala. Quel sottointendente infatti al fine di evitare eventuali luttuosi eventi tra le forze insurrezionali convenute a Sala e le forze borboniche si dimise da tale carica, consegnando allo stesso Matina i poteri civili e militari.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; etc…(1)”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano etc…”. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, etc…”. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860 “Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Questo documento è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…”, il Magnoni, riferendosi al “martedì scorso” scriveva che: La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali.”, poi aggiunge: La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano etc…”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo impegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo.”. Dunque, Nastro ci parla della colonna del de ANGELIS e di altri che partiranno da Rutino con Lucio Magnoni e si porterà prima a Gioi Cilento dove arrivarono il 1° settembre 1860 e da lì proseguirono per il Vallo di Diano. Nastro continuando il suo racconto aggiungeva che questa colonna – quella del DE ANGELIS – presumibilmente il 2 settembre 1860 “Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi. Lode e gloria ai martiri ed ai patrioti cilentani che attesero Garibaldi nella loro terra, maggiormente lode e gloria a Filippo Patella eroe garibaldino agropolese, che partecipò alla spedizione dei Mille fin dallo scoglio di Quarto. Un altro Garibaldino, Giuseppe Cesare Abba di Giuseppe, nato a Cairo, in provincia di Savona, nel suo libro “Da Quarto la Volturno – noterelle di uno dei Mille” ci attesta la presenza di molti ecclesiastici tra le file di Garibaldi.”. Dunque, la colonna di cui parla Nastro (…), non è quella di cui parlo ora. Più esatto mi sembra invece il defunto Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 132, in proposito scriveva che: “Ecco Teodosio De Dominicis – il buon Teodosio da Ascea, – e Stefano Passaro, a capo degl’insorti delle vallate del Lambro e del Bussento, dell’Antilia e del Gelbison, rifare la via di Pisacane dopo l’adunata di Vallo della Lucania. Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”.

SALA CONSILINA 

Nel 30 agosto 1860, a SALA CONSILINA arrivarono anche un manipolo di trenta soldati garibaldini comandati da FABRIZIO DA NUPONE  

Secondo alcuni storici, alle colonne del Passero e del Ferrara – riunitisi a Vallo della Lucania da cui si erano partiti per arrivare a Sala Consilina, attesi dal Matina, vi era anche un manipolo – trenta soldati di Garibaldi comandati da FABRIZIO DA NUPONE. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 88-89 e ssg., in proposito scriveva che: VIII. Questo nucleo di armati, superiore agli altri – circa tremila insorti – non attese il Fabrizi ed i volontari precedentemente giunti nel Vallo di Diano (26), perchè, incoraggiato dalle vittorie di Garibaldi, aveva stimato bene di entrare subito a Sala. Vi entrò difatti a mezzogiorno del 30 agosto, insieme ad una trentina di soldati di Garibaldi, comandati da Fabrizio da Nupone, gridando: ‘Viva l’Italia ! Viva Vittorio Emmannuele ! Viva Garibaldi !. Altre colonne di volontari, facendo eco ai fratelli, arrivarono poco dopo in quella città.”. Dunque, il 30 agosto 1860, entrambe le due colonne – quella del Passero e quella del Ferrara si portarono a Sala Consilina, dove, nello stesso giorno, come vedremo fu dichiarato il Governo Provvisorio dal Matina. Il De Crescenzo scriveva che la colonna del Passero arrivava a Sala. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (26) postillava: “(26) Il Vallo di Diano era stato scelto a luogo di convegno generale per la sua posizione geografica.”. Sempre il De Crescenzo, a p. 94, in proposito scriveva pure che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo, il Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, etc…”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (27) postillava: “(27) Tra i cilentani che efficacemente cooperarono a favorire il movimento unitario si ricorda anche Antonio Luigi Pinto di Casalicchio (1806-1884), già carbonaro, imprigionato nelle carceri di Salerno e di Vallo.”. Dunque, secondo il de Crescenzo a Sala Consilina, il 30 agosto 1860 arrivarono 30 soldati garibaldini comandati da Fabrizio da Nupone. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di periglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Etc…”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (26) postillava: “(26) Il vallo di Diano era stato scelto a lugo di convegno generale per la sua posizione topografica.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che le colonne di insorti Cilentani che complessivamente erano circa tremila uomini e che entrarono in Sala Consilina il 30 agosto 1860, entrarono in Sala insieme a una trentina di soldati di Garibaldi comandati da “FABRIZIO DA NUPONE”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 89-90 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Altre colonne di volontari, facendo eco ai fratelli, arrivavano poco dopo in quella città. In seguito – 25 giugno 1911 – a ricordo di coloro che da Vallo e dalla regione Cilentana avevano seguito entusiasti il biondo Condottiero (27) fu apposta sul portale del Municipio una lapide commemorativa con questa iscrizione: “AGLI EROI CILENTANI E LUCANI etc…”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (27) postillava: “(27) Tra i Cilentani che efficacemente cooperarono a favorire il movimento unitario si ricorda anche Antonio Luigi Pinto di Casalicchio (1806-1884), già carbonaro, imprigionato nelle carceri di Salerno e di Vallo.”.

Nel 29 e 30 agosto 1860, l’ingresso e l’occupazione dei rivoltosi cilentani in SALA CONSILINA e le dimissioni del Sottointendente Luigi GUERRITORE

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 193 aggiungeva che a Sala Consilina, “…il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Racioppi racconta dell’ingresso dei rivoltosi a Sala, dell’instaurazione del Governo Provvisorio e le conseguenti dimissioni del Sottointendente LUIGI GUERRITORE. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti.”. Il de Sivo (….) aggiungeva che: “Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 128-129, in proposito scriveva: V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse il giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto ed a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al disotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottintendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna, a non promuovere la rivolta colà per non attirare sventure sul capoluogo del distretto. Il sottintendente chiese otto ore di tempo per deliberare: ma dovette ben presto cedere a le intimazioni del Matina ed alle circostanze, tanto più che era animato da fervidi sentimenti liberali Venne formato il seguente verbale. “ In nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia e del Generale Garibaldi Dittatore„. “ L’anno 1860 il dì 30 agosto in Sala nella casa de! Sottintendente “ Il Sottintendente del distretto Luigi Guerritore alla presenza di 300 insorti capitanati dal benemerito cittadino colonnello Giovanni Matina e proclamanti lo stato insurrezionale, l’unità italiana con Re Vittorio Emanuele, il generale Garibaldi dittatore e la piena decadenza della dinastia dei Borboni, dichiara di rassegnare il suo potere nelle mani del popolo insorto e per esso del cittadino colonnello Giovanni Matina commissario civile e militare della provincia che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno …“ Di tutto si è redatto processo verbale in presenza del popolo sottoscrivendosi dal sottintendente dimissionario e dal colonnello prodittatore Immediatamente il Matina leggeva dal balcone della sottintendenza, tra le acclamazioni entusiastiche del popolo, un decreto dichiarando decaduti i Borboni ed inaugurato il regno di Vittorio Emanuele con la dittatura di Garibaldi *).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Alfieri d ’Evandro — opera citata documenti.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 88 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Questo nucleo di armati, superiore agli altri – circa tremila insorti – non attese il Fabrizi ed i volontari precedentemente giunti nel vallo di Diano (26), perchè, incoraggiato dalle vittorie di Garibaldi, aveva stimato bene di entrare subito a Sala. Vi entrò infatti a mezzogiorno del 30 agosto 1860, insieme ad unna trentina di soldati di Garibaldi, comandati da Fabrizio da Nupone, gridando: Viva l’Italia! Viva Vittorio Emmanuele ! Viva Garibaldi !..”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (26) postillava: “(26) Il vallo di Diano era stato scelto a lugo di convegno generale per la sua posizione topografica.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 89-90 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “IX….Il Matina, che seguiva la colonna, fu dal Guerritore consigliato di non provocare in quel luogo la sommossa, perche avrebbe potuto pregiudicare Sala. Ma il Matina si recò presto dal sottointendente, il quale rassegnò nelle sue mani i poteri civili e militari, che nutriva anch’egli sentimenti liberali. Consegnò quindi il potere al colonnello Matina, commissario civile e militare della provincia, che assunse il titolo di prodittatore del Salernitano (28) con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale (29).”. De Crescenzo, a p. 90, nella nota (28) postillava: “(28) Il Matina ebbe a coadiuvatori Francesco La Francesca, l’insigne giurista Antonio Giudice, Angelo Andrea De Sanctis e l’avvocato Origlia Alfonso.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina;….Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “All’alba del 30, centinaia di volontari si portarono entusiasti a Sala, dove Giovanni Matina, alla testa di 3000 insorti, proclamava la dittatura assumento il titolo di prodittatore della provincia di Salerno e vi insediò un governo provvisorio insurrezionale a cui si sottomisero le massime autorità regie. Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “Il Sottointendente di Sala infatti, in un verbale così riportava: “L’anno 1860, il 30 agosto, in Sala nella casa della Sottointendenza. Il Sottointendente del Distretto D. Luigi Guerritore, alla presenza di 3000 uomini armati, capitanati dal benemerito cittadino Giovanni Matina, etc… (224).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.”. Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 Giovanni Matina, Lorenzo Curzio e altri audaci, nel comune di S. Angelo a Fasanella, proclamano decaduto il Governo Borbonico e instaurato quello di Casa Savoia, abbattuto lo stemma dei Borboni, si recano in chiesa a cantare il Te Deum, poi il Matina arringa “il popolo con calde e animose parole”. In sincronia, fra il 27 e il 29, insorge il Cilento, la zona di Sicignano, di Campagna, di Buccino, il Vallo di Diano. Solo il Vallo di Diano presenta tremila insorti. E’ Sala Consilina, nel Vallo di Diano, l’obiettivo delle colonne rivoluzionarie. Quivi arriva il Matina il 30 di agosto. Impone al sottointendente Luigi Guerritore di rassegnare le dimissioni e trasferirgli i poteri. Insedia il Governo Prodittatoriale. Prodittatore è lui stesso, il Matina, comandante delle truppe insurrezionali Luigi Fabrizi, Segretario del Governo è Antonio Alfieri d’Evandro, venuto da Napoli con una compagnia di volontari.”. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, a p. 285, in proposito scriveva che: A Sala dimessosi il sottointendente Luigi Guerritore che dagli inizi di Luglio aveva sostituito Luigi Calvosa (310), assunse i pieni poteri in veste di prodittatore Giovanni Matina. Nei primi giorni di settembre il governo provvisorio emise i primi decreti di nomina: dei Commissari organizzatori nei singoli Circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (311) e nei capoluogo di Distretto etc…”. Fusco, a p….., nella nota (310) postillava che: “(310) …………………..”.

(Fig. n….) – Ritratto dipinto di Giovanni Matina

Nel 30 agosto 1860, il GOVERNO PRODITTATORIALE di SALA CONSILINA ed i suoi Atti deliberativi

Giacomo Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del generale Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Alcuni documenti sono stati pubblicati da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 194, dopo aver descritto per intero il documento pubblicato dall’Evandro, continua scrivendo: ” – Art. 4.° Nominiamo a nostro segretario interino il cittadino signor Antonio Alfieri d’Evandro. – Sala 30 agosto 1860″. Il municipio di Sala fa subitamente “atto di adesione” alle nuove potestà; così gli altri uffiziali dello Stato. Il nuovo governo ordinò per i suoi commissarii in ciascuno comune le Giunte-insurrezionali; e pel proprio organismo una “Giunta centrale d’insurrezione” come la disse; la quale per vero non ebbe balia che di “occuparsi sotto gli ordini e dipendenza immediata del Prodittatore del disbrigo degli affari correnti e di dettaglio, qualunque essi siano, eccetto le cose di guerra (1)”; e cotesti affari distribuì in quattro “dicasteri”. Ordinò con provvisione singolarissima ai cominciamenti di libero Stato il disarmamento di tutti coloro, cui non fosse licenza della polizia (al certo non potrebbe intendersi che la borbonica) di portare le armi….etc….”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare. Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: Primo governatore della Provincia di Salerno fu Giovanni Matina, irruente liberale originario di Teggiano, etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna. Dalla loro lettura si evince un’evidente opera di controllo ed epurazione dai ranghi degli uffici provinciali di tutte le persone ritenute non degne o di scarsa fiducia in quanto eccessivamente legati al precedente governo. Si trattava di una preoccupazione importante che fu tenuta in massima considerazione anche successivamente, etc…”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 Giovanni Matina, Lorenzo Curzio e altri audaci, nel comune di S. Angelo a Fasanella, proclamano decaduto il Governo Borbonico e instaurato quello di Casa Savoia, abbattuto lo stemma dei Borboni, si recano in chiesa a cantare il Te Deum, poi il Matina arringa “il popolo con calde e animose parole”. In sincronia, fra il 27 e il 29, insorge il Cilento, la zona di Sicignano, di Campagna, di Buccino, il Vallo di Diano. Solo il Vallo di Diano presenta tremila insorti. E’ Sala Consilina, nel Vallo di Diano, l’obiettivo delle colonne rivoluzionarie. Quivi arriva il Matina il 30 di agosto. Impone al sottointendente Luigi Guerritore di rassegnare le dimissioni e trasferirgli i poteri. Insedia il Governo Prodittatoriale. Prodittatore è lui stesso, il Matina, comandante delle truppe insurrezionali Luigi Fabrizi, Segretario del Governo è Antonio Alfieri d’Evandro, venuto da Napoli con una compagnia di volontari.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 89, in proposito aggiungeva che: “IX…..Ma il Matina si recò presto dal sottointendente, il quale rassegnò nelle sue mani i poteri civili e militari, che nutriva anch’egli sentimenti liberali. Consegnò quindi il potere al colonnello Matina, commissario civile e militare della provincia, che assunse il titolo di prodittatore del Salernitano (28) con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale (29).”. De Crescenzo, a p. 90, nella nota (28) postillava: “(28) Il Matina ebbe a coadiuvatori Francesco La Francesca, l’insigne giurista Antonio Giudice, Angelo Andrea De Sanctis e l’avvocato Origlia Alfonso.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 90, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “IX. Il primo suo atto nell’assumere l’ufficio fu il seguente, che proclamò il 30 agosto 1860 da Sala, dal balcone della sottointendenza, tra l’entusiasmo della folla. “La provincia di Salerno è in stato d’insurrezione e proclama, conforme alla volontà del popolo, la decadenza della dinastia dei Borboni e il regno di Vittorio Emmanuele col generale Garibaldi dittatore. E in virtù dei poteri concessi proclama: 1) Un governo provvisorio è installato (30); da esso esclusivamente dipenderanno tutte le autorità civili e militari della provincia etc…”. De Crescenzo, a p. 93, in proposito aggiungeva che: “X. Il giorno dopo ordinò che si costituisse a Sala il governo insurrezionale, affinchè presto estendesse e consolidasse il movimento, onde facilitare la strada al compimento dell’impresa. Detto, fatto, Il governo ebbe a componenti uomini di forte tempra e di provati sentimenti come Arcangelo Ferri di Sassano e Luigi Trezza di Diano. Per formare poi le giunte insurrezionali municipali etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. Etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Riguardo la Circolare citata dal Fusco, Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “All’alba del 30, centinaia di volontari si portarono entusiasti a Sala, dove Giovanni Matina, alla testa di 3000 insorti, proclamava la dittatura assumento il titolo di prodittatore della provincia di Salerno e vi insediò un governo provvisorio insurrezionale a cui si sottomisero le massime autorità regie. Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “Il Sottointendente di Sala infatti, in un verbale così riportava: “L’anno 1860, il 30 agosto, in Sala nella casa della Sottointendenza. Il Sottointendente del Distretto D. Luigi Guerritore, alla presenza di 3000 uomini armati, capitanati dal benemerito cittadino Giovanni Matina, e proclamanti lo stato insurrezionale, l’Unità d’Italia con Re Vittorio Emmanuele ed il Generale Garibaldi Dittatore, e la piena decadenza della dinastia dei Borboni, dichiara di rassegnare il suo potere nelle mani del popolo insorto e per esso del cittadino Giovanni Matina nominato Commissario Civile della Provincia, che assume il titolo di Prodittatore con facoltà di nominare il Governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno” (224). Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.” Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, a p. 285, in proposito scriveva che: A Sala dimessosi il sottointendente Luigi Guerritore che dagli inizi di Luglio aveva sostituito Luigi Calvosa (310), assunse i pieni poteri in veste di prodittatore Giovanni Matina. Nei primi giorni di settembre il governo provvisorio emise i primi decreti di nomina: dei Commissari organizzatori nei singoli Circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (311) e nei capoluogo di Distretto etc…”. Fusco, a p….., nella nota (310) postillava che: “(310) …………………..”.

(Fig. n….) – Proclamazione dell’insurrezione a Sala Consilina, del 30 agosto 1860 e firmata da Giovanni Matina e colonnello Fabrizi – in Alfieri d’Evandro (…), p. 2, doc. n. 2

LUIGI FABRIZI, incaricato da Giovanni Matina

Dalla Treccani on-line leggiamo che Luigi Fabrizi, nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il Fabrizi non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con Giovanni Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Non rinunziò tuttavia ad organizzare una colonna di siciliani e a prendere le redini di una brigata di 1.500 uomini che, inserita nella divisione Bixio, il 1º ottobre al Volturno fu schierata di riserva, a San Salvatore nei pressi di Maddaloni, alle spalle della brigata Eberhard, e dopo la repentina ritirata di quest’ultima ne occupò disciplinatamente le posizioni. Il 28 e il 29 ott. 1860 il F. si trovò ancora ad affrontare le truppe borboniche: la seconda volta, combattendo davanti a Capua “completamente allo scoperto” (come avrebbe scritto l’8 novembre al fratello Nicola in una lettera conservata in Roma, Arch. centr. dello Stato, Carte Fabrizi, scatola 2), fu raggiunto da un colpo di mitraglia che gli frantumò il braccio destro in tre punti. Una lunghissima convalescenza, resa più sofferta dal mancato accoglimento di ogni sua richiesta di concessione del comando di una piazza, non bastò a restituirgli l’uso del braccio. Ebbe inizio allora una estenuante lotta con la burocrazia per il riconoscimento dei servizi prestati: alla fine, ritiratosi a Castelnuovo in Garfagnana dopo essere stato collocato a riposo col grado di colonnello, il F. ottenne una medaglia d’argento e, a partire dal 16 maggio 1863, una pensione che non teneva conto, come egli aveva chiesto, della sua partecipazione alle guerre nazionali dal 1831 in poi. Colto da una crisi cardiaca mentre si trovava a Pisa presso il figlio, il F. morì il 28 febbr. 1865. Si veda E. Casanova, La Brigata Fabrizi da Salerno a Capua, in Bollett. d. Uff. storico, V (1930), pp. 170-180.

Nel 30 agosto 1860, a Sala, il colonnello MATINA nominò colonnello e capo militare dell’insurrezione nel Salernitano il cittadino Luigi FABRIZI di Modena

Nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il Fabrizi non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con Giovanni Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 379, in proposito scriveva che: “Scoppia in Potenza la rivoluzione: si ricevono danari da Napoli: il 25 agosto si parte per Sala da Marciani a raggiungere Matina e Fabrizi a Diano; il 28 comincia la rivoluzione: si stabilisce a Sala un governo provvisorio prodittatoriale: Matina Prodittatore, Alfieri d’Evandro segretario”(10).”. Cassese, a p. 381, nella nota (10) postillava: “(10) Dichiarazione del de Meo in Alfieri d’Evandro, op. cit., p. 59 e ssg.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 192 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Matina invece non accettò che lo indirizzo, gli uomini, e i sussidi del ‘Comitato Unitario’; dal quale il 23 di agosto, fu nominato “Alto Commissario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna (1)”; doppoichè pel distretto di Vallo avea dato nome ed ufficio medesimo a Lucio Magnone. Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”Dalla Treccani on line leggiamo che Luigi Fabrizi, nacque a Modena il 3 febbr. 1812, ultimo di quattro figli, da Ambrogio, avvocato, e da Barbara Piretti. Passata l’epoca delle rivoluzioni, il Fabrizi si stabilì a Genova e si legò ad elementi come Rosalino Pilo, Carlo Pisacane e Francesco Abignente. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunque uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XI-XII, in proposito scriveva che: Notatosi il bisogno di un capo Militare si gittarono gli occhi su Luigi Fabrizii da Modena. Matina lo invitò al rischioso ballo e tuttocchè infermiccio, valendo più in lui l’amore all’Italia che alla vita n’ebbe del sì. Egli fratello del Generale Nicola e del celebre Medico era degno delle domestiche tradizioni. Giovane ancora il 1831 lo vide combattere in Casa Menotti, indi congiuratore e profugo, nel 1848 etc…”. Dunque, il d’Evando nei sui Cenni generali cita il colonnello Luigi Fabrizi di Modena che fu incaricato da Giovanni Matina di comandare l’omonima Brigata. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVI, in proposito scriveva che: “…s’installò una giunta e fecesi rotta il 28 per Vallo di Diano dove le armi erano state già trasportate per cura dall’operoso Carrano, e che per la sua postura topografica erasi scelto a lungo di convegno generale degl’insorti. Il Vallo è un largo e lungo bacino tutto circondato dai monti che lo rendono inaccessibile e difendibilissimo, con due varchi l’uno a Campestrino ove la strada per un ponte gittato su due burroni sale sui monti e che quindi bastano poche compagnie di uomini a difendere dall’alto delle rocce, aventi a ridosso la magnifica posizione dello Scorzo ove può accampare un armata, e dall’opposto lato della valle i posti del Fortino che corrono tra monti e soli vi danno accesso, ove del pari bastano de’ posti asserragliati per battere un armata che vi si voglia aprire il varco: il passo di Campestrino guarda a Salerno e quello del Fortino alle Calabrie, la valle è fertile abitata da popolazioni rischiose e sparsa di grosse città e di popolose borgate. Come ognun vede adunque la posizione non poteva essere meglio scelta.”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che il colonnello Luigi Fabrizi, dopo avere accolto la nomina del Matina, raccolse nel Vallo di Diano tutte le forze insurrezionali provenienti dal Cilento e dalla Basilicata. Fabrizi fece occupare le gole di Campestrino e del Fortino e stabilì il suo quartiere generale allo Scorzo. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Il colonnello Fabrizi, comandante dell’omonima sua Brigata, scrivendo il 13 gennaio 1861 al Ministro lamentandosi per lo scioglimento dei corpi dei garibaldini, compreso il suo, dell’Esercito Meridionale racconta ciò che fece nel Vallo di Diano, ad Eboli, al Fortino, a Sala, prima che ad egli ed ai suoi uomini gli fosse stato rodinato di andare a combattere a Maddaloni etc…Fabrizi spiega che a Padula, presso la Certosa di S. Lorenzo, dove gli uomini di Garibaldi riuscirono a relegare parte dei soldati borbonici del generale Caldarelli, egli aveva dislocato, oltre 1500 soldati della sua Brigata. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale. Il 30 agosto, proprio quando Garibaldi si approssimava alla provincia di Salerno, Giovanni Matina con Luigi Fabrizi, appartenente alla storia famiglia modenese, e con altri compagni di fede, iniziava l’insurrezione a Sala, dove furono concentrati tremila insorti del Vallo di Diano. Allora, dato il segnale, tutta la provincia fu in fiamme, tranne il Capoluogo, ancora per poco sotto il controllo delle truppe borboniche che di giorno in giorno, in numero sempre più crescente, abbandonavano le armi.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Il capo morale dell’insurrezione salernitana nel ’60 fu certamente Giovanni Matina. Egli, come s’è detto, con decreto del 23 agosto emanato dal Comitato d’Azione, fu ominato “Alto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna”. Per il distretto di Vallo fu nominato allo stesso ufficio Lucio Magnoni. Il documento a favore del Matina dice che la nomina “importa imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà (il Commissario) il potere di nominare altri impiegati civili. Egli (continua il documento) corrisponderà direttamente col Comitato Unitario di Napoli (26). Questo documento è molto importante, sia per l’ampiezza dei poteri conferiti al Matina, sia anche perché gli si riconosceva assoluta autonomia rispetto non solo all’altro Comitato, quello dell’ordine, di Salerno, ma anche nei riguardi degli analoghi Comitati delle provincie contermini. Sicchè quando, subito dopo la proclamazione dell’insurrezione, avvenuta in Sala il 30 agosto, il Fabrizi avanzò il parere che il moto fosse coordinato, secondo un unico indirizzo, tanto civile che militare, a quello della vicina Basilicata, il Matina vi si oppose, non tanto per i “minicipali spiriti”, come vuole il Racioppi (27), quanto perché egli, attenendosi fedelmente alla lettera del decreto, intendeva di neutralizzare in certo senso e sminuire nel corso degli avvenimenti l’importanza politica del Comitato di Potenza, dando al moto nel Salernitano un indirizzo diverso da quello. In altri termini il Matina sperava di poter togliere l’iniziativa politica al Comitato potentino e di incanalare le forze nella provincia di Salerno – la quale, essendo prossima alla Capitale, poteva assolvere un ruolo decisivo – , verso il partito più spregiudicato e più audace. Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare. Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 393, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche al Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E peciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni di partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontesi, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difesa dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). Etc…”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “Come si vede, Garibaldi faceva da battistada a tutti, ma quel giorno – diretto ad Auletta – seppe che il suo vecchio Aiutante in Campo Colonnello Fabrizi, alla testa del Battaglione “Tanagro”, che faceva parte della sua Brigata, era già a ‘Campostrino’, e sarebbe andato oltre, mantenendosi in avanguardia per la sicurezza del Generale. Il “Vallo di Diano”, dopo Sala Consilina, andava sempre più restringendosi. Sotto la montagna, alla sinistra dl Tanagro etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “La sera del 18 agosto arrivò a Salerno anche Luigi Fabrizi, che il Comitato Centrale di Napoli aveva destinato come comandante supremo della rivoluzione in provincia. Egli alloggiò anche in casa Ferretti e la De Pace lo mise al corrente di tutto.”. Forse quì vi è un errore perchè De Crescenzo prima scrive che arrivarono a Salerno il 23 agosto e poi scrive il 18 agosto il Fabrizi. Forse si tratta del 28 agosto. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “In tale intesa e con diversi volontari, ai quali apparteneva anche Giovanni Guglielmi, il 25 agosto lasciarono Salerno il Fabrizi il Matina il Curzio ed il De Meo. La presidenza del comitato salernitano fu lasciata alla De Pace, la quale seppe dirigere con ammirevole competenza tutto il movimento, finchè la sera del 6 settembre non giunse Garibaldi coi suoi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 91, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “E nominava, inoltre, come capo militare dell’insurrezione del Salernitano, il cittadino Luigi Fabrizi di Modena, che, sebbene malfermo di salute, accettò volentieri l’incarico 31).”. De Crescenzo, a p. 91, nella nota (31) postillava: “(31) Era fratello del generale Nicola (1805-1885) e del celebre medico “anima patriota, sangue freddo e buon soldato” come lo definì uno storico. Aveva partecipato a tutte le precedenti battaglie dell’indipendenza, dalle quali aveva riportato lodi e manzioni onorevoli. Difatti, nel 1831, come altrove dicemmo, aveva combattuto in casa di Ciro Menotti, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 80, in proposito scriveva che: “III. Ricevuta comunicazione della nomina a Napoli, dove già aveva penato per due mesi nel castello dell’Ovo (13). Il Matina partì presto alla volta di Salerno. Gli teneva compagnia il fratello del grande patriota Nicola Fabrizi, Luigi, giovane ardimentoso, che già s’era fatto notare tra i proseliti del Menotti, nonchè nella difesa di Roma e nella guerra di Crimea. Essi arrivarono a Salerno le sera dello stesso giorno 23 agosto e si recarono da un noto ed operoso patriota, animatore di masse, Nicola Ferretti, che da tempo aveva aperto la sua abitazione (14) a sedute politiche, alle quali convenivano quanti etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “In quello stesso pomeriggio, Garibaldi stava per giungere a Salerno. Era partito all’alba da Auletta, preceduto dal Battaglione “Tanagro” della colonna Fabrizi, che aveva schierato avamposti di sicurezza – come scrisse il suo Comandante – alla “Duchessa” di Postiglione, e raccolto la riserva alla “Taverna dell’Olmo”…..(p. 170) Sullo Scorzo, altro schieramento di volontari in armi; ma su tutto il percorso, anche là dove non sorgevano case, si allineavano, sui ciglioni dei poderi, creature semplici, ansiose di vedere l’Eroe da vicino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 184 e ssg., in proposito scriveva che: “La brigata Fabrizi – formata buona parte da salernitani – venne inquadrata nella XVI Divisione, comandata da Nino Bixio. Il 1° e il 3 ottobre, prese parte ai combattimenti che si svolsero sul Volturno, e propriamente sulle alture di San Salvatore ed ai Ponti della Valle, estrema destra dello schieramento garibaldino. Per gli atti di valore compiuti, venne decorato al Valor Militare il Maggiore Galloppo, comandante del Battaglione “Tanagro”, ed è da ricordare anche che sotto ‘Capua’ si batterono coraggiosamente i patrioti salernitani Michele Matina, Lorenzo Curzio, Pasquale Cerruti, e il Capitano Trotta. E quando Fabrizi – che riportò ferita in combattimento – prese congedo dalla Brigata, così, tra l’altro si espresse in un significativo ordine del giorno: “………..”. Ed al Ministro della Guerra, più tardi, Fabrizi così scrisse: “……………….”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Il colonnello Fabrizi, comandante dell’omonima sua Brigata, scrivendo il 13 gennaio 1861 al Ministro lamentandosi per lo scioglimento dei corpi dei garibaldini, compreso il suo, dell’Esercito Meridionale racconta ciò che fece nel Vallo di Diano, ad Eboli, al Fortino, a Sala, prima che ad egli ed ai suoi uomini gli fosse stato rodinato di andare a combattere a Maddaloni etc…Fabrizi spiega che a Padula, presso la Certosa di S. Lorenzo, dove gli uomini di Garibaldi riuscirono a relegare parte dei soldati borbonici del generale Caldarelli, egli aveva dislocato, oltre 1500 soldati della sua Brigata. Dalla Treccani on line leggiamo che Luigi Fabrizi, nacque a Modena il 3 febbr. 1812, ultimo di quattro figli, da Ambrogio, avvocato, e da Barbara Piretti. Passata l’epoca delle rivoluzioni, il Fabrizi si stabilì a Genova e si legò ad elementi come Rosalino Pilo, Carlo Pisacane e Francesco Abignente. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, in proposito scriveva che: “Prodittatore è lui stesso, il Matina, comandante delle truppe insurrezionali Luigi Fabrizi, Segretario del Governo è Antonio Alfieri d’Evandro, venuto da Napoli con una compagnia di volontari. Il Fabrizi è sperimentato patriota, vecchio combattente della patria italiana. Nel 1831 era stato con Ciro Menotti, aveva poi combattuto in Romagna, aveva vagato fra gli esilii di Francia, Corsica, Corfù, Malta, aveva difeso la Repubblica mazziniana di Roma nel 1849, aveva partecipato alla guerra di Crimea. In una relazione del Fabrizi troviamo messo in luce il significato dell’occupazione in forze del Vallo di Diano. Quella Valle interamente chiusa tra monti era sulla via delle Calabrie e poteva offrire possibilità di eccellente difesa contro le truppe che i Borboni avevano disseminato fra Eboli e Salerno e che potevano, con nuovi rinforzi, schierarsi in numero di 50.000, al fine di tagliare la via verso Napoli al generale Garibaldi. Inoltre, nelle Calabrie vagavano ancora reparti borbonici di migliaia di uomini. Il Fabrizi, che riunì ai suoi ordini, durante tutto il corso delle operazioni, dieci-undicimila uomini, presidiò il Vallo a sud, sulla linea da Casalbuono-Fortino, in zona accidentata appoggiata a pendici montane, per resistere agli eventuali attacchi provenienti dalle Calabrie, e a questo proposito stanziò 1500 uomini di riserva alla Certosa di Padula, in linea arretrata, nel cuore del Vallo. Verso Nord dispose 300 uomini sull’aspra fiancata di Campestrino e schierò allo Scorzo 2500 uomini, stendendoli da Postiglione a Buccino. Stabilì il coando ad Auletta.”. Francesco Franco (….), nel suo “La Rivoluzione Garibaldina del 1860 nel Salernitano”, ed. Cantelmi, Salerno, a p. 24, in proposito aggiungeva pure che: “A Potenza il Comitato dell’Ordine sistemò come capo militare il colonnello Boldoni, di origine pugliese, ma votato senza riserve alla causa dei Savoia. Successivamente Garibaldi gli tolse il comando della brigata. A Salerno, con Matina, venne il colonnello Fabrizi, modenese, fratello di quel Nicola Fabrizi che da Malta dirigeva tanta parte della congiura mazziniana in Italia. Uomini come Boldoni pensavano di condizionare Garibaldi, uomini come Fabrizi pensavano di sorreggerne lo slancio e di tramutare in successo insurrezionale e guerresco in successo di politica democratica. Sul campo della insurrezione, cavourriani e mazziniani parimenti discordavano: i moderati, che ora si schieravano dietro Cavour, avevano dormito fino al 25 maggio; dopo volevano accendere precipitosamente le polveri, per togliere a Garibaldi il merito della liberazione della parte continentale del regno; i democratici invece volevano agire giusto il tempo per sgombrare la via alla marcia di Garibaldi e non commettere errori che offrissero all’affranto esercito borbonico l’opportunità di conseguire successi galvanizzanti.”. Franco, a p. 25 continuando il suo racconto scriveva che: “Infatti la provincia di Potenza insorse il 16 agosto, quella di Salerno aspettò fino al 27. In questo intervallo il colonnello Boldoni, filopiemontese, cercò di sottrarre l’iniziativa ai democratici salernitani, inviando Francesco Pomarici con 500 uomini verso Sala Consilina. Ma Sala Consilina è nel Vallo di Diano. Il Vallo di Diano era la patria di Matina, di Carrano, di Santelmo, di Padula. Al Pomarici comunicarono che preferivano sbrigarsela da sè. L’onesto Racioppi, moderato potentino, se ne rammarica e sente odore d’albagia di campanile, ci vede “l’ambrantesi alterigia di municipio”. In realtà si trattava dello stroncamento di una manovra sabauda ad opera di risoluti mazziniani che, se transigevano sulla forma repubblicana, non erano disposti a recedere sul rispetto della volontà poolare.”. Alfonso Maria Tufano (….) nel capitolo di storia del testo “Padula prima e durante la Certosa – ecc…”, Associazione Amici del Cassero, Grafiche Zaccara, Lagonegro, 1995, a pp. 22-23, in proposito scriveva che: “Nell’estate del 1860, il colonnello Luigi Fabrizi, comandante in capo delle forze insurrezionali salernitane pro-Garibaldi, sceglie la Certosa di San Lorenzo come caposaldo a sud dello schieramento contro le truppe borboniche, tagliando le comunicazioni tra Napoli ed il resto del Regno delle due Sicilie e garantendo l’avanzata al Generale di Nizza, che il 5 settembre, proprio a Padula, stipulò la resa con il pari grado borbonico Cardarelli, già sconfitto in Calabria.”. Riguardo la Circolare citata dal Fusco, Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno. Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari. La comandava Cristofaro Muratori, il noto scrittore, che scese a terra e si diresse a Celso, ove nel palazzo dei Mazziotti indisse una riunione dei Sindaci dei Comuni vicini e proclamò decaduto Ferdinando II. Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”.

Nel 30 agosto 1860, Garibaldi dettò a Donato MORELLI l’ordine per il prodittatore Giovanni MATINA (che era a Sala) di non muoversi e di organizzare la loro rivoluzione

Memor (Raffaele De Cesare), nel suo “La fine di un Regno”, ed. …….., in proposito, a pp. 449-450 scriveva che: “…capitolato Caldarelli col comitato di Cosenza; sbandato Ghio con diecimila uomini a Soveria Mannelli, oramai la strada sino a Salerno era sgombra da soldati; sgombra veramente no, anzi ingombra di soldati paurosi o inermi, che salutavano, con terrore, i vincitori, al loro apparire. Lo sbandamento di Soveria fu l’episodio decisivo di quella campagna, per cui si affermò il trionfo della rivoluzione sul continente, e ispirò a Garibaldi il celebre telegramma, da lui dettato a Donato Morelli, la mattina del 31 agosto, nella casa rustica di Acrifoglio: “Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10.000 soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli, e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella„ .”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva una lettera senza data che: “…il Ghio, il quale lasciò nelle mani di Garibaldi diecimila fucili, dodici cannoni da campagna, seicento cavalli e muli ed un immenso materiale da guerra. Ottenuto ciò, Garibaldi inviava a Sala Consilina, al prodittatore Giovanni Matina, questa significativa comunicazione, dettata il 30 agosto 1860 a Donato Morelli, uno dei capi degli insorti Calabresi: “State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non c’è bisogno di venire al mio incontro: verrò io da voi. Dite al mondo intero che coi miei prodi calabresi ho fatto abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio….Trasmettete a Napoli e dovunque la lieta novella. Io parto per Rogliano. Agropoli, ore otto del mattino. Etc…Giuseppe Garibaldi”. Credo che però De Crescenzo abbia commesso l’errore di scrivere “Agropoli” e non “Agrifogli”. De Crescenzo pubblicherà in “Appendice A*” la il dispaccio inviato a Giovanni Matina che aveva assunto la prodittatura a Sala Consilina, e a p. 237, nella nota (*) postillerà: (*) Gli originali di queste lettere si conservano nell’Archivio Storico del Museo Nazionale di S. Martino a Napoli.”.  Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva che: “Ecco un manifesto del comitato dell’azione: A Sala il dittatore Garibaldi al prodittatore Giovanni Matina (risposta). « State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non fa bisogno venire al mio incontro; verrò io da voi. Dite al mondo intero che con i miei bravi Calabresi ho fatto abbassare le armi a 10,000 soldati comandati dal generale Ghio. I trofei della vittoria furono 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, alcuni muli ed un immenso materiale da guerra. Io parto per Rogliano. Agrifogli, le otto antimeridiane ! ».”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a p. 15, in proposito scriveva: “Intanto, Giunte insurrezionali venivano create in tutti i comuni. Quindi, telegrafò a Garibaldi ritenendo utile unirsi a lui, ma il Generale gli fece sapere che era più opportuno organizzare la rivoluzione in loco.”Davis Ottati (…), nel suo, Dal Feudo alla libertà – un paese del Sud, ed. Pananti, Firenze, 1995, a p. 98, in proposito scriveva che: Il Governo provvisorio aveva potere assoluto su tutte le autorità civili e militari della provincia. Sempre da Sala il 30 agosto il prodittatore Giovanni Matina inviava a Garibaldi in Calabria un dispaccio per chiedere se una colonna insurrezionale che si era formata doveva raggiungere la Calabria oppure restare a Sala per rafforzare il movimento rivoluzionario. La risposta di Garibaldi fu quella di non muoversi ed attendere la sua venuta.”.

 

(Fig. n….) – Telgramma di Matina a Garibaldi e telegramma di Garibaldi di risposta a Matina in Alfieri d’Evandro (…), in “Appendice”, doc. n. 3 bis pp. 18-19

Nel 30 e 31 agosto 1860, le Ordinanze e proclami di Lucio MAGNONI nominato COMMISSARIO ORGANIZZATORE per il Distretto di Vallo

(Fig. n….) – Disposizione di Lucio Magnoni – in Alfieri d’Evandro (…), in “Documenti”, doc. n. 11 bis p. …..

Come vedremo, Lucio Magnoni, nei giorni dopo la proclamazione dell’Insurrezione armata nel Distretto di Vallo (27 agosto 1860), il 30, il 31, il 1° settembre si trovava a Rutino da cui non si era mosso e da cui dava disposizione con delega del Comitato Unitario Nazionale. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “…Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunque uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni (….), in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro” (92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. Etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che Lucio Magnoni: “E nel frattempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli. Signori….la conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Rutino il primo settembre 1860. Lucio Magnoni.”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava pure che, riferendosi a Lucio Magnoni: “(92) L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // Il Commissario delegato Lucio Magnoni // In virtù del potere conferitogli dal Comitato Unitario Nazionale, giusta le ordinanze I, 22 e 23 agosto 1860 // Viste le condizioni generali del Regno e degli ordini del Dittatore Garibaldi // Ordina quanto segue: // Art. 1° Parte della Guardia Nazionale del Distretto di Vallo è mobilizzata e messa sul piede di guerra // L’altra parte poi rimarrà a guardia del Comune sotto il comando di un cittadino scelto dal Capitano. Questo comandante provvisorio ed il Municipio risponderanno dell’ordine pubblico. // Art. 2° etc…Rutino, 31 agosto 1860 // Il Commissario Delegato Lucio Magnoni.”. Dunque, il 30 agosto 1860, Lucio Magnoni si trovava a Rutino e dava disposizioni politiche e militari circa l’organizzazione della Guardia Nazionale. A questa Ordinanza seguì un discorso che Lucio Magnoni tenne a Rutino ed indirizzò alle colonne degli insorti Vallesi. Infatti, Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 53, in proposito scriveva: “Lucio Magnoni, delegato del Comitato Unitario, rivolse agli ufficiali e ai soldati in marcia, questo storico proclama: “Ufficiali e soldati La spada di Garibaldi è sul punto di far piegare la bilancia su cui ancor bubbiamente si pesavano i destini d’Italia. All’armi! Corriamo etc…”. Questo proclama scosse gli animi, per cui tanti si raccolsero con insegne e bandiere e si schierarono con l’esercito. Ciò avvenne il 30 agosto e tale fu l’ordinamento delle masse, che il sottointendente di Vallo, Giannelli, entusiasta di quanto avveniva consegnò ai suoi superiori le sue dimissioni.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127 , in proposito scriveva che: “III….In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dè poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi, il più brevemente che da me s’è potuto, ho mobilizzata e messa sul piede di Guerra la Guardia Nazionale di questo distretto. In conseguenza di martedì scorso 28 agosto, etc…Rutino 1° settembre 1860 (218)”. Del Duca riporta integralmente la Relazione rapporto che Lucio Magnoni indirizzava al Comitato Unitario Nazionale, doc. 9 bis pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro e che il Del Duca, a p. 167, nella nota (218) postillava: “(218) A.S.S., Giornali, Notizie dell’insurrezione nel distretto di Vallo, “Il Lampo”, n° 32, Napoli, 3 settembre 1860.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Venne affrettata anche la riorganizzazione della Guardia Nazionale alla quale Lucio Magnoni indirizzò un proclama, esortendo tutti a mettersi sotto il comando della “spada gloriosa” di Garibaldi, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi. Ma chi avrebbe dato le armi etc…”. Dunque, il de Crescenzo scriveva che: “Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, etc…”. Salvatore Magnoni partì da Rutino alla testa di alcune colonne giunte a Rutino tra cui quella del de Angelis, ma che partisse anche Lucio Magnoni non mi risulta. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 133, in proposito scriveva che: “Qualche giorno più tardi, Lucio Magnoni, coadiuvato dai patrioti Carlo Pavone, Raffaele Coccoli, ed Emilio Galdi, partiva alla testa di tre battaglioni d’insorti, comandati rispettivamente dai maggiori Carlo de Angelis, Enrico del Mercato, Raffaele Zamarelli, col Commissario di guerra Ferdinando Vairo.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Amedeo La Greca, ap. 272 continuando il suo racconto e riferendosi al giorno 6 settembre 1860, “Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., riferendosi a LUCIO MAGNONI, in proposito scriveva che: “11….Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68).”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”

NELL’INSURREZIONE DEL 1860, I VOLONTARI CILENTANI CHE SI UNIRONO ALLE SCHIERE DEGLI INSORTI NEL GOLFO DI POLICASTRO 

Come abbiamo visto, verso il finire del mese di agosto 1860, in tutto il Cilento e nel golfo di Policastro vi è la formazione di colonne d’insorti cilentani, volontari che si aggregano alle schiere che man mano si vanno formando. Le colonne che man mano si ingrossano fino a diventare nell’adunata del 30 agosto 1860 a Sala Consilina e nel Vallo di Diano ammontano ad oltre 3000 insorti. Renato Dentoni Litta (…), nel suo saggio “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, in Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, ed. Plectica etc.., dove a p. 297, in proposito scriveva che: “Il passaggio di Garibaldi determinò un crescente entusiasmo con volontari accorsi da ogni località della Provincia per seguire l’avanzata vittoriosa delle camicie rosse come avvenne, ad esempio al “4° corpo insurrezionale del Distretto di Vallo” comandato da Gennaro Pagano (3) che si unì alle schiere garibaldine partecipando alle battaglie successive.”. Litta, a p. 297, nella nota (3) postillava: “(3) ASS., Governatorato.”. Dunque, dai documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno si evince che furono molte le colonne ed i cittadini del basso Cilento volontari che aderirono e si mossero al grido di “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele !”. Davis Ottati (….), nel suo “Dal Feudo alla libertà – un paese del Sud”, ed. Pananti, Firenze, a p. 98 e ssg., in proposito scriveva che: Il fenomeno del volontarismo che aveva alimentato validamente le primigenie schiere garibaldine, era a quel tempo già in declino ed i motivi, tanto per esemplificare, erano due: il primo, perché Garibaldi aveva rinsanguato le sue colonne, e, dalla fase dello spontaneismo pittoresco della guerriglia, era passato alla più razionale organizzazione militare, secondo, perchè con i successi le titubanze sabaude erano fugate, subentrando al loro posto la paura di essere tagliati fuori, quindi provvedendo a far muovere esercito e maina. E’ spiegabile così il mediocre afflusso di uomini del principato – da scartare quindi l’opinione razzistica secondo cui lo stato maggiore di Garibaldi avrebbe operato un’odiosa discriminazione verso l’apporto meridionale – tenendo ben presente che i “quadri” rivoluzionari come i Padula, i Pessolani, i Santelmo, i Magnone e molti altri, erano già nelle sue file garibaldine e a Milazzo appunto cadeva il prete Vicenzo Padula, senza contare la colonna Passero di cui si dirà.”. Ottati (…), a p. 98 aggiungeva che: “Stefano Passero (55), intanto, ebbe magior fortuna perché avendo organizzato nel Cilento una colonna di 1.000 uomini armati gli venne ordinato di muoversi dal Vallo di Diano e portarsi verso Salerno. La colonna Passero poi si unì alle file garibaldine, partecipando onorevolmente alla battaglia di Capua.”. Per meglio capire il fenomeno insurrezionale che in quei giorni infiammò mezzo Cilento bisognerà approfondire la questione della GUARDIA NAZIONALE che era stata da poco smantellata e che i Capi colonna dell’Insurrezione – sopratutto Stefano Passero – cercarono dai primi del mese di Agosto di riorganizzare cercando fondi e sostenendo spese adeguate all’impresa. Lo abbiamo visto nel capitolo dedicato all’attività prodromica del PASSERO, nel Distretto di Vallo della Lucania. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XVII-XVIII, in proposito scriveva che: “Il 28 giunto ad Eboli dichiarai l’insurrezione, ruppi i fili del telegrafo ed il 29 di buon mattino giunto a Sala mi ricongiunsi a Matina e con 3000 insorti del Vallo fu solennemente proclamato il governo Provvisorio del quale fui Segretario essendovi lo stesso Matina Prodittatore. Frai Capi delle Colonne notanvansi Lorenzo Curzio, Francesco Galoppi Antonio Carrano e Tommaso Costa, il Maggiore de Petrinis ed Andrea Bigotti, il Capitano Santelmo e fratelli, Paolo Scolpini, il Capitano Marone ed il Capitano Caruso , Filomeno Padula, Francesco Gagliardi e Gerbasio, de Benedictis, Lorenzo Mottola e Gaetano Sabatelli, il Capitano Marone, il Capitano Costa di S. Arsenio, Arsenio Spinelli di S. Rufo il Capitano Matina, l’abate Pagano, Pasquale Cerruti, Luigi Barzelloni, il Sindaco del Bagno il Capitano Pessolani, e rividi tra gl’ insorti il mio giovane compagno di scuola Donato d’Elia, i due giovani Fratelli Ricco, l’egregio e leale Francesco Vitolo; e si fu allora che mi siparò innante la figura simpatica di te o mio generoso amico Saverio Salerno tutto infiammato di sensi liberi e cui la vita brillava ancora di sue fresche illusioni. Egli lasciando il comando del contingente del suo Comune a Gabriele Capo fiero ed audace popolano, rimase alla mia immediazione con Lorenzo Mottola e Gaetano Sabatelli per divider meco se non la gloria delle battaglie, quella penosissima e non ingloriosa dell’organizzazione. Intanto Claudio Guerdile ed Agostino Volpe coadiuvati dall’ egregio Pasquale Bosco di Buccino, dal prode Niccola Domini di Castello e dall’ abate Marotta di Postiglione ministro dell’ altare e di libertà fervidissimo, aveano parimenti messo in insurrezione il Distretto di Campagna e moveano a ricongiungersi allo Scorzo col grosso di loro colonne che potevano ammontare a 1500 ad un bel circa. Furono attivissimamente secondati nelle loro operazioni dai cittadini Francesco Caruso di Aquara, dal Capitano Cristaino di Sicignano, dal Sindaco Giuseppe d’Elia di Roccadespide, da Michele Badetti, Capozzali, dal Capitano Pepe ed Aniello Joca, da Domenico Diodati e Giovanni Giardini di Castelluccia, da Reginaldo Abbamonte di Ottati, da Carlo Salerno dall’arciprete Giovanni de Augustinis e dal Capitano Gabriele Passaro di Castel San Lorenzo, e da Carlo Sabatelli di Felitto non degenere dai suoi. In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezzione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’ operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentraronsi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono di Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli. Noi possiamo affermare l’intento strategico della rivoluzione del Salernitano raggiunto, e l’effetto politico immenso avendo con le nostre mosse in avanti sottratto ai Borboni quasi tutto il regno. Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo , un tale soltanto sì permisse e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orolorgio , schioppo e cappello , il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo. Il procedere di migliaia di armati festeggiati dall’entusiasmo delle popolazioni era imponente: fu un bel dì quello della rivoluzione ed il popolo è pur egli sublime quando si risveglia nella sua forza !. Dunque, il Segretario della Prodittatura di Sala Consilina, Antonio Alfieri d’Evandro (….) scriveva. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Erano giunti a Sala anche gli uomini capitanati da Galloppi di Polla, le schiere del Caruso di Auletta e quelle del Costa da Sant’Arsenio, ancora gl’insorti del De Benedictis da San Giacomo, e quelle capitanate dal Sant’Elmo da Padula. Sala divenne in poco tempo un formicaio di uomini, tutti armati, tanto che lo stesso Matina si preoccupò di dare loro disciplina e ordine. A queste schiere si aggiunse l’arrivo di quelle facenti capo all’abate Andrea Marotta di Postiglione, a Pasquale Bosco di Buccino, a Nicola Domini di Castel San Lorenzo e quelle capitanate da Claudio Guerdile di Buccino, quelle di Agostino Volpe, che – dopo aver attraversato parecchi paesi del distretto, come scrive il D’Evandro, sempre col proposito di dover sorgere dal popolo nuovi seguaci di libertà – l’intera colonna si portò a Sala, in quanto già sapeva che ivi sarebbero convenuti altri ribelli, provenienti da Bellosguardo. A questo punto per rigore storico, dobbiamo dire che se tutto questo fervore rivoluzionario poté attuarsi, lo dobbiamo anche alle solerte opera di patriotti come Reginaldo Abbamonte di Ottati, di Michele Cristaino di Sicignano, Giuseppe d’Elia di Roccadaspide, di Domenico Diodati di Castelluccio, di don Giovanni de Augustinis, di Aniello Ioca, Giovanni Giardini di Castelluccio, Carlo Salerno, del capitano Gabriele Passaro di Castel San Lorenzo e di Carlo Sabatelli di Felitto.”. Antonio Infante (…), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, nel capitolo “Il Cilento insorge”, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il 28….verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando di De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”. Infante, a p. 52 scriveva pure che: “Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”.”. Infante proseguendo il suo racconto cita il proclama di de Dominicis rivolto alla sua colonna di soldati volontari a Roccagloriosa il 2 settembre 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effttuata questa mattina la nostra teza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andremo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario. All’inizio di luglio queste formazioni paramilitari diventarono operative, guidate da Giovan Battista Riccio e dai principali quadri del radicalismo salernitano, Filippo Patella, Leonino Vinciprova, Ovidio Serino. Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “(21) Leopoldo Cassese, La borghesia salernitana nei moti del ’48, cit., pp. 182-3.”Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11…I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali, convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cilentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11…Ancora una volta siamo di fronte ad un fenomeno interessante per comprendere il radicamento di una memoria rivoluzionaria e di una tradizione politica. Nel Cilento furono arruolati circa tremila volontari divisi su 4 colonne, cifre su cui concordano storici come Pieri ed eruditi locali (le cronache dell’epoca danno un numero naturalmente molto maggiore) (67). La lezione del ’48 era chiara e la disciplina l’unico modo per tenere insieme le formazioni. I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali, convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cilentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale.”. Poi aggiungeva: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali.”. Francesco Franco (….), nel suo La Rivoluzione Garibaldina del 1860 del Salernitano, Quaderni del Circolo Culturale Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959, a p. 26, in proposito scriveva che: “In sincronia, fra il 27 e il 29, insorge il Cilento, la zona di Sicignano, di Campagna, di Buccino, il Vallo di Diano. Solo il Vallo di Diano presenta tremila insorti. E’ Sala Consilina, nel Vallo di Diano, l’obiettivo delle colonne rivoluzionarie. Quivi arriva il Matina il 30 di agosto. Impone al sottointendente Luigi Guerritore di rassegnare le dimissioni e trasferirgli i poteri. Insedia il Governo Prodittatoriale. Prodittatore è lui stesso, il Matina, comandante delle truppe insurrezionali Luigi Fabrizi, Segretario del Governo è Antonio Alfieri d’Evandro, venuto da Napoli con una compagnia di volontari.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 88 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Questo nucleo di armati, superiore agli altri – circa tremila insorti – non attese il Fabrizi ed i volontari precedentemente giunti nel vallo di Diano (26), perchè, incoraggiato dalle vittorie di Garibaldi, aveva stimato bene di entrare subito a Sala. Vi entrò infatti a mezzogiorno del 30 agosto 1860, insieme ad unna trentina di soldati di Garibaldi, comandati da Fabrizio da Nupone, gridando: Viva l’Italia! Viva Vittorio Emmanuele ! Viva Garibaldi !..”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (26) postillava: “(26) Il vallo di Diano era stato scelto a lugo di convegno generale per la sua posizione topografica.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che le colonne di insorti Cilentani che complessivamente erano circa tremila uomini e che entrarono in Sala Consilina il 30 agosto 1860, entrarono in Sala insieme a una trentina di soldati di Garibaldi comandati da “FABRIZIO DA NUPONE”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Etc…(14).. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario.”. Cataldo scriveva che l’esercito di volontari e d’insorti provenienti da diversi paesi del Cilento si arricchiva sempre di più ed in particolare – egli scrive – che Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel Golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari.”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava del testo di Romolo Amicarella (….) e del suo Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno. Campagne dal 1848 al 1870, Lodi, ed. Ellebi, 2000. In questo passaggio, particolarmente interessante il Fusco scriveva che il giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo (…) e il barone di Battaglia, Giovanni Gallotti, da Sapri ebbero un ruolo importante negli arruolamenti dei volontari del Golfo di Policastro. Fusco, a p. 148 continuando il suo racconto, sempre sulla scorta di Amicarella scriveva pure che: “Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, Giuseppe La Porta (caporale) e Cesare Soria (caporale)(72); etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava che: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno. Campagne dal 1848 al 1870, Lodi, ed. Ellebi, 2000. Fusco, a p. 354, nella nota (72) postillava che: “(72) Ivi, p. 112; F. Fusco, Caselle in Pittari. Economia ecc..cit., I, p. 88 e nn. 431-432-433.”. Il testo postillato da Fusco è Felice Fusco (….), “Economia e Società a Sanza tra ‘Otto e Novecento e i 36 giorni etc…”, in “Euresis” rivista del Liceo Classico di Sala, IX 1993. Fusco, a p. 148 continuando il suo racconto, sempre sulla scorta di Amicarella scriveva pure che: “Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, Giuseppe La Porta (caporale) e Cesare Soria (caporale)(72); da Ispani Antonio Carvelli (sergente)(73); da Sanza Pasquale Bertone (caporale), Antonio Bettelemone, Nicola Bonomo (sottotenente), Nicola De Luca, Antonio Massicano, Nicola Melluso e Domenico Rinaldo (74); da Vallo della Lucania oltre 700 (75); da Novi Velia Nicola Amato, Pasquale Ambrogio, Angelo Fariello, Felice Giuliano, Felice Giacomo Trana e Filippo Uzzi (76), circa 20 da Piaggine Soprane (77); da Torre Orsaia Saverio Iannuto, Giuseppe Navazio e Gabriele Speranza (78); circa 50 da Sala (79); 35 da Atena (80); 40 da Auletta (81); Angelo Bellezza, Antonio Bellezza, Carlo Di Mieri e Giuseppe Manzione da Bonabitacolo (82); e via dicendo.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) Amicarella, p. 112”. Fusco, a p. 354, nella nota (74) postillava: “(74) R. Amicarella, p. 126”. Fusco, a p. 354, nella nota (75) postillava: “(75) R. Amicarella, pp. 134-135”. Fusco, a p. 354, nella nota (76) postillava: “(76) R. Amicarella, p. 156”. Fusco, a p. 354, nella nota (77) postillava: “(77) R. Amicarella, p. 160 e sg.”. Fusco, a p. 354, nella nota (78) postillava: “(78) R. Amicarella, p. 172”. Fusco, a p. 354, nella nota (79) postillava: “(79) R. Amicarella, p. 105-107”. Fusco, a p. 354, nella nota (80) postillava: “(80) R. Amicarella, p. 170 sg.”. Fusco, a p. 355, nella nota (81) postillava: “(81) R. Amicarella, p. 140 sg.”. Fusco, a p. 355, nella nota (82) postillava: “(82) R. Amicarella, p. 109 sg.”. Fusco, a p. 354, nella nota (72) postillava che: “(72) Ivi, p. 112; F. Fusco, Caselle in Pittari. Economia ecc..cit., I, p. 88 e nn. 431-432-433.”. Il testo postillato da Fusco è Felice Fusco (….), “Economia e Società a Sanza tra ‘Otto e Novecento e i 36 giorni etc…”, in “Euresis” rivista del Liceo Classico di Sala, IX 1993. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, a p. 285, in proposito scriveva che: “Alla fine dell’agosto del 1860 Sala e il Vallo di Diano pullulavano di migliaia di insorti giunti dal potentino, dal Lagonegrese, dal Golfo di Policastro, e da Vallo della Lucania (303). Beniamino Marciano parlò di “Fiumana di gente umana”, di “ebrezza patriottica”, e Alfieri d’Evandro addirittura di “idea universale penetrata profondamente tra le masse”(304). Da Sanza affluirono a Sala Luigi Barzelloni (305) di Terenzio, il notaio Giuseppe Curcio (306), il sottotenente Nicola Bonomo, il caporle Pasquale Bertone, i soldati Antonio Bettelemone, Nicola De Luca, Antonio Massicano, Nicola Melluso e Domenico Rinaldo (307). Costoro fatta eccezione per Luigi e Giuseppe, pur non avendo partecipato all’insurrezione garibaldina in Sicilia e in Calabria (308), presero parte, verosimilmente, alla battaglia del Volturno del primo ottobre 1860 e all’essedio di Gaeta etc…(309).”. Fusco, a p….., nella nota (303) postillava che: “(303) …………………..”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 89-90 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Altre colonne di volontari, facendo eco ai fratelli, arrivavano poco dopo in quella città. In seguito – 25 giugno 1911 – a ricordo di coloro che da Vallo e dalla regione Cilentana avevano seguito entusiasti il biondo Condottiero (27) fu apposta sul portale del Municipio una lapide commemorativa con questa iscrizione: “AGLI EROI CILENTANI E LUCANI etc…”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (27) postillava: “(27) Tra i Cilentani che efficacemente cooperarono a favorire il movimento unitario si ricorda anche Antonio Luigi Pinto di Casalicchio (1806-1884), già carbonaro, imprigionato nelle carceri di Salerno e di Vallo.”.

Nel 30-31 agosto 1860, i MUNICIPI e le GIUNTE INSURREZIONALI deliberarono e sostennero le SPESE vive per il mantenimento della truppa dei volontari garibaldini  

Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “…Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunque uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XIX, in proposito scriveva che: “Con l’insurrezzione militare andava di pari la politica: si crearono Commissarii organizzatori per sottrarre all’ influenza del passato l’amministrazione, e Giunte insurrezzionali Municipali per vegliare all’ordine e proporre il rimutamento delle persone: così la storia mostra che la forza torna a’ Mucipii quando si scioglie nello stato e nel potere politico. I documenti portano i nomi de’ benemeriti cittadini a ciò deputati. Essi compirono con lode l’opera loro e la patria gliene dev’essere riconoscente. Qualcuno che avea bisogno di purgare grossi peccati di polizia s’intromise, ei non gli purgò, anzi vi aggiunse colpe d’immoralità tentate se non eseguite pel senno di chi reggeva le cose . Colui melodioso e strisciante dapprima, tentò dappoi calunniare ed osteggiare la rivoluzione che lo ripudiava: conato impossente. La storia dovrebbe saperne il nome ma esso è infame , io non ne macchierò le mie pagine.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare. Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”Stessa cosa avvenne nel Distretto di Vallo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “….Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 17773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 153, dedica un’intero capitolo alle spese sostenute dai Municipi: “Capitolo Nono – Costi della Spedizione”, ed in proposito scriveva che: I comandanti delle truppe insurrezionali, nei loro molteplici dislocamenti, presero dalle casse dei municipi, a volte anche con difficoltà, il denaro stimato bisognevole per le quotidiane forniture a uomini e animali, o per le paghe agli arruolati. Ovunque, quindi, il passaggio delle truppe collegate alla causa garibaldina produsse innumerevoli spese alle diverse tesorerie comunali.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 153, in proposito scriveva che: Il Comune di Scalea, “pel passaggio della fanteria e cavalleria dell’Esercito Meridionale del Generale Garibaldi”, secondo lo stato delle spese sostenute e presentato dal Sindaco, ascese a ducati tredici e grana venticinque. Il Decurionato propose di prelevare la somma dal fondo dalle ‘imprevedute’ (3).”. Policicchio, a p. 153, nella nota (3) postillava: “(3) ACSCL, Registro raccolta dele Delibere Decurionali, delibera del 18.9.1860, p. 111. Anche C. Manco, Scalea prima e dopo, s.c.e., 1969, p. 78; C. Cosenza, Le deliberazioni Decurionali (1830-1861) s.c.e. e data, p. 88; G. Celico, Santi e Briganti, Diamante, 2002, p. 298.”.  Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: La gente delusa fu, in parte compensata, pochi giorni dopo, dalla visita di molti garibaldini. Una delibera comunale del 18 ottobre 1860 omologò le spese per il soggiorno dei garibaldini. Il nuovo consiglio comunale legalmente costituito, formato da G. de Cesare, Francesco Cupido, Giovanni Cupido, Emanuele Pepe, deliberò, nel 1861, d’intitolare il monte pecuniario che portava il nome di Ferdinando di Borbone a Giuseppe Garibaldi. Omologò inoltre le spese dei festeggiamenti per la proclamazione del regno d’Italia. Conferì la cittadinanza onoraria ad Alessandro Dumas padre che aveva a Scalea amici e ammiratori. Donato Cupido fu liberato e mandato a combattere il colera a Lagonegro.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre, dopo gli imbarchi effettuati a Paola, per mantenere l’ordine pubblico, nella città vi rimasero alcuni militi al comando del primo Tenente Ercole Posteraro. Questi, in arretrato di otto giorni, cominciò dal 17 settembre, a reclamare il pagamento giornaliero degli individui al suo comando. Il 19 settembre, il sindaco, al Governatore di Cosenza, così giustificava: “Da due giorni Ercole Posteraro con 45 individui si trova quì, io gli ho fatto passare le razioni di viveri e glie le continuerò sino chè vi staranno. Ho creduto non passar loro il denaro perchè debbo mantenere la Guardia Nazionale mobilitata, se l’autorità sua dispone diversamente.”. Il reclamo nasceva dal fatto che i militi erano prossimi a imbarcarsi e, per evitare inconvenienti, fu ordinato: “(….) disporrà che dalle somme esistenti in suo potere siano pagate le giornate che si reclamano, previo aggiusto colla relativa contabilità e che mo trasmetterà insieme al bono corrispondente.”(4).”. Policicchio, a p. 154, nella nota (4) postillava: “(4) ASC, Governo di Calabria Citra, b. 1, f. 2.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Dunque, la notizia dataci dal Policicchio proviene dall’Archivio Comunale di Torraca. Si tratta della Delibera decurionale del 6 novembre 1860. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “….Giovanni Matina nominato Commissario Civile della Provincia, che assume il titolo di Prodittatore con facoltà di nominare il Governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno”(224). Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.” Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “In Basilicata, dal 18 agosto al 28 settembre, dall’esattore fondiario di Trecchina, Episcopia e altri Comuni, cumulativamente, furono prelevati 39 ducati. E ancora, dalle pubbliche casse di S. Chirico, Episcopia, Calvera, Lauria e Lagonegro, in uno, furono prelevati 462 ducati (5).”. Policicchio, a p. 154, nella nota (5) postillava: “(5) G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata ecc.., cit., p. 348.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “Con il carico di organizzare le giunte municipali secondo il volere del nuovo Governo provvisorio della Provincia salernitana istituito a Sala, nel Golfo, fu inviato Vincenzo Vecchio che con sé portò alcune Guardie Nazionali. Per la loro diaria, in quell’occasione, il comune di Vibonati sopportò la spesa di ducati sette e grana 80 la cui somma fu prelevata dal capitolo delle “imprevedute” (6). Il denaro speso dal Comune di Vibonati per le varie somministrazioni alle colonne in movimento pose in lite, per oltre dieci anni, Cassiere e Amministratori. Il Governo provvisorio del Principato Citra riconobbe la somma di 487,80 ducati; il Cassiere Luigi Brandi, invece, pretendeva il riconoscimento di 844,70 ducati. Dopo lungo esame dei conti e prolungate discussioni, il Consiglio, considerando mendace e contraddittorio il reclamo prodotto dal Cassiere, il 20 agostro 1872 deliberò: (7): “1° Che la effettiva somma somministrata nel 1860 per trasporti militari alle colonne dell’esercito meridionale, comandate dal Dittatore Garibaldi dall’ex Tesoriere di questo Comune signor Luigi Brandi fu di ducati 487:80 e non già di ducati 844:60, come sostiene nel reclamo presentato al Signor Prefetto della Provincia. Etc…(8).”.”. Policicchio, a p. 155, nella nota (7) postillava: “(7) ACVBN, , Ivi, b. 3, f. 2, Delibera del 20 agosto 1872.”. Policicchio, a p. 155, nella nota (8) postillava: “(8) La somma veniva provata dalla seguente inconfutabile missiva inviata al Sindaco: “Salerno 22 9vembre 1860 n. 75= Governo del Principato Citeriore = Signore, con il suo rapporto del 15 volgente mese mi sono pervenute le contabilità per la diaria amministrata a varie colonne dell’esercito meridionale Italiano del prode Dittatore Garibaldi, dell’ammontare di Dti. 487:80; eetc…= Pel Governatore Il Segretario Generale Calende”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, chiamato a deliberare sulle spese sostenute dal Comune per l’insurrezione, verbalizzò il seguente (9): “Motivo di spesa: 1- Alla colonna insurrezionale di Magnoni per mano del Giudice di Vibonati sig. Cajazzo, fra docati cento offerti da altri comuni. Torraca ha sborsato Dti. 24 e Gr. 00.; 2- Piombo rotoli 50 somministrato al Giudice Cajazzo per munizione delle guardie mobili prima della venuta di Garibaldi: Dt. 8, e Gr. 80; 3 – Vitto ai soldati garibaldini passati in detaglio da questo comune: Dti. 13, e Gr. 00; A due corrieri spediti a Sala uno all’arrivo di Tur a Sapri ed un altro per il ricapito di un plico al Dittatore: Dti. 1 e Gr. 30; 4- Biada per vetture dei garibaldini rimasti a pernottare in questo comune: Dti. 1, e Gr. 90; 5 – Fieno e paglia: Dti., 1 e, Gr. 10; 6 – Vettura a Giuseppe Nicola Cesarini fino a Casalnuovo due giorni: Dti. 1, e Gr. 00; Ad Antonio Bifano fino a Sala due muli due giorni: Dti. 2, e Gr. 40.; ……. Policicchio, a p. 155, nella nota (9) postillava: “(9) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Dalla trascrizione del Verbale si evince che lo scritturale non seppe scrivere il nome del generale Turr.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 156, in proposito scriveva che: “Il Maggiore Michele Pagano, il 1° settembre 1860, al Sindaco di Torre Orsaja, ordinò quattromila razioni di pane e carne per le colonne insurrezionali. Nei dintorni si aggirava la colonna comandata da Teodosio De Dominicis che si divise tra i Comuni del circondario. A Torre Orsaja giunsero in seicento, inclusi i vetturini al seguito. Furono forniti di pane, carne e biada. Dodici tomoli di grano furono prelevati dal Monte Frumentario e inoltre: “furono necessari cantari due e rotoli quaranta di carne vaccina che furono pagati in ragione di grana 13 a rotolo, quindi il suo importo è dt. 31,20. Tomoli 11 di biada alla ragione di carlini dieci il tomolo, il cui importo è di dt. 11,00. Ancora 50 moggi di fieno che furono comprati per grana due l’uno, e quindi per questo oggetto si ha l’esito di un docato”. La spesa complessiva, facendo rimanere quella del grano a carico del Monte Frumentario (10), fu di ducati 43,20: “inoltre lo stesso Maggiore Pagano in data degli undici corrente da Eboli ordinava pagare dt. 21,60 a’ mulattieri di questo Comune che per otto giorni starono con sei vetture al seguito della colonna”. Il seguente 23 settembre, il Decurionato discusse l’argomento e, per le ristrette finanze, decise: “che invece di dt. 21,60 ordinati pagarsi ai vetturini di questo Comune, gli si diano docati 9,60, poichè loro è sufficiente una piastra al giorno per sei vetture, avendo questi ricevuto il foraggio ed i vetturini le spese cibarie. Il collegio trova giusto regolare l’esito di Dt. 43,20 per carne e biada e fieno e perciò delibera che questa somma venga accoppiata a quella di Dt. 9,60 che in uno si ha la spesa totale di Dt. 52,80 sia prelevata dall’art. 47 addetta alla spesa de’ detenuti delle prigioni di questo Circondario”(11).”. Policicchio, a p. 156, nella nota (10) postillava: “(10) Questa decisione, il 28 dicembre, dal Governatore non venne approvata perché il grano del Monte Frumentario era il sollievo dei poveri e la spesa delle razioni doveva formarsi a totale del Comune.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (11) postillava: “(11) ACTRO, Registro raccolta delibere Decurionali di Torre Orsaja., pp. 64, 64v.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “In ottobre passarono da Torre Orsaja due sergenti piemontesi che, girando “per affari di servizio”, obbligarono i comuni a far loro somministrazioni. Il Decurionato dovette loro sborsare 7,20 ducati più uno per i vetturini che da Torre li portarono a Policastro e da qui a Santa Marina. A fine dicembre due ufficiali francesi si misero a girare il Cilento con l’intento di reclutare uomini per la Legione francese che si stava organizzando in Napoli (12). La carrozza servita per loro uso costò al comune di Vallo 16 duati (13).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (12) postillava: “(12) Un figlio di Tortorella, Nicola Polito di Giuseppe e Giovanna Abramo, nato il due aprile 1797, soldato della 14° divisione, perse la vita a Parigi, nell’ospedale militare, il 17 febbraio 1861.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (13) postillava: “(13) ACVLL, Serie V, vol. 21, contabilità anno 1860, cc. 65, 65.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Il 7 ottobre 1860 si trovarono a transitare da Laurito il Sergente Giovanni Severo col Caporal Maggiore Pietro Bertoni della 6° Compagnia della Brigata Cacciatori delle Alpi, i quali, dal Cassiere comunale prelevarono ducati tre e grana 60, per vettovaglie e spese di viaggio, senza lasciar buoni di ricevuta. Il Sindaco, Antonio Speranza, prontamente scrisse al Governatore per farsi autorizzare l’esborso e domandò come comportarsi qualora si fossero verificati simili casi (14).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (14) postillava: “(14) ASS., Governatorato, b. 4, f. 130”Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Nei primi giorni d’aprile 1861 ancora vi erano residui dell’Esercito Meridionale. A Camerota vi giunse un garibaldino di nome Ambrogio Biella di Milano, di professione orologiaio. Trovato il posto incantevole e libero dall’ormai sciolto Esercito garibaldino, vi rimase ad esercitare la sua arte. Ma il 14 aprile ebbe una rissa con alcuni della Gurdia Nazionale del luogo, riportò una ferita che dai medici fu giudicata mortale. Il milite era privo di mezzi e dal Comune venne aiutato per non farlo morire facendogli somministrare tutto ciò che gli veniva prescritto dai medici. Etc..”. Policicchio, a p. 157, nella nota (15) postillava: “(15) ASS., Governatorato, b. 4 f. 118”. Policicchio, a pp. 160-161, in proposito scriveva pure: “Secondo il conto materiale ‘fuori stato’, ossia non previsto in bilancio, dell’anno 1860 del Comune di Roccagloriosa, reso dal cassiere Giuseppe Caruso (20), furono spesi 114,26 ducati di cui 109,46 “per razioni e foraggi somministrate alla colonna insurrezionale comandata dal sig.’ De Dominicis, ed approvata dal sig’ Governatore” ed ancora ducati 4,80 “a due Garibaldini dello Stato Maggiore, in virtù di bono rilasciato e spedito all’Intendente giusta la sua richiesta”(21).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (21) postillava: “(21) ASS., Governatorato, b. 12, f. 499.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “Il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al Colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei vetture per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato relativo “bono” di undici ducati e 40 grana (22). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali dichirarono che: “…partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di sessanta soldati sbandati…etc…(23).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (23) postillava: “(23) ACSGP, Registroraccolta delibere Decurionali anni 1861-1871, delibera del 20.3.1861, p. 185v.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “E siccome le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali sostenute dal Comune ammontano a oltre 300 ducati, per l’importo dei detti 24 ducati il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Per tale motivo: “è inabilitato a poter fra fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(24).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (24) postillava: “(24) Ivi, delibera del 5 Aprile e 3 maggio 1861, pp. 187-188v.”Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 292-293, in proposito scriveva che: “Anche il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei “vetture” per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato buono di 11 ducati e grana 40 (51). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali: “partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di di cento sessanta soldati sbandati, per i quali ebbero colà le rispettive diarie per una sola giornata etc…”(52).”. Policicchio, a p. 292, nella nota (51) postillava: “(51) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, delibera del 16-3-1861, p. 186.”. Policicchio, a p. 293, nella nota (52) postillava: “(52) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 185v., delibera del 20-3-1861.”. Policicchio, a p. 293, in proposito scriveva pure: “Per soddisfare il deliberato e reperire i 24 ducati, il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali e sostenute dal Comune ammontavano a oltre 300 ducati e, per tale motivo, il cassiere “è inabilitato” a poter far fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(53).”. Policicchio, a p. 293, nella nota (53) postillava: “(53) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 186, delibera del 5-4 e 3-5-1861”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 293, in proposito scriveva che: “Il denaro speso dal Comune di Vibonati per le varie somministrazioni alle colonne in movimento pose in lite, per oltre dieci anni, Cassiere e Amministratori. Mentre il Governo provvisorio del Principato Citra riconobbe la somma di 487,80 ducati, il Cassere Luigi Brandi, invece, pretendeva il riconoscimento della spesa per 844,60 ducati. Dopo un lungo esame dei conti e proluungate discussioni, il Consiglio Comunale, considerando mendace e contraddittorio il reclamo prodotto dal Cassiere, il 20 agosto 1872 deliberò (54): “1° Che la effettiva somma somministrata nel 1860 per trasporti militari alle colonne dell’esercito meridionale, comandate dal Dittatore Garibaldi dall’ex Tesoriere di questo Comune signor Luigi Brandi fu di ducati 487:80 e non già di ducati 844:60, come sostiene nel reclamo presentato al Signor Prefetto della Provincia. Etc…” 

Nel ….settembre 1860, la questua di fondi per spese al Comune di SAN GIOVANNI A PIRO

Ferruccio Policicchio (….), a p. 161, in proposito scriveva pure: “Il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al Colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei vetture per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato relativo “bono” di undici ducati e 40 grana (22). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali dichirarono che: “…partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di sessanta soldati sbandati…etc…(23).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (23) postillava: “(23) ACSGP, Registro raccolta delibere Decurionali anni 1861-1871, delibera del 20.3.1861, p. 185v.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “E siccome le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali sostenute dal Comune ammontano a oltre 300 ducati, per l’importo dei detti 24 ducati il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Per tale motivo: “è inabilitato a poter fra fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(24).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (24) postillava: “(24) Ivi, delibera del 5 Aprile e 3 maggio 1861, pp. 187-188v.”Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 292-293, in proposito scriveva che: “Anche il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei “vetture” per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato buono di 11 ducati e grana 40 (51). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali: “partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di di cento sessanta soldati sbandati, per i quali ebbero colà le rispettive diarie per una sola giornata etc…”(52).”. Policicchio, a p. 292, nella nota (51) postillava: “(51) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, delibera del 16-3-1861, p. 186.”. Policicchio, a p. 293, nella nota (52) postillava: “(52) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 185v., delibera del 20-3-1861.”. Policicchio, a p. 293, in proposito scriveva pure: “Per soddisfare il deliberato e reperire i 24 ducati, il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali e sostenute dal Comune ammontavano a oltre 300 ducati e, per tale motivo, il cassiere “è inabilitato” a poter far fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(53).”. Policicchio, a p. 293, nella nota (53) postillava: “(53) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 186, delibera del 5-4 e 3-5-1861”.

Nel 3 settembre 1860, il Decurionato di Sassano assicurò 3000 razioni e alloggi per gl’insorti della colonna del De Dominicis

Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64).”. Fusco postillava del testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille, dal Fortino ad Auletta”, Sala Consilina, 5 settembre 1997, relazione tenuta. Di questo testo esiste anche una recente riedizione ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 153, dedica un’intero capitolo alle spese sostenute dai Municipi: “Capitolo Nono – Costi della Spedizione”, ed in proposito scriveva che: I comandanti delle truppe insurrezionali, nei loro molteplici dislocamenti, presero dalle casse dei municipi, a volte anche con difficoltà, il denaro stimato bisognevole per le quotidiane forniture a uomini e animali, o per le paghe agli arruolati. Ovunque, quindi, il passaggio delle truppe collegate alla causa garibaldina produsse innumerevoli spese alle diverse tesorerie comunali.”.

Nel ….settembre 1860, VINCENZO DEL VECCHIO di Vibonati, COMMISSARIO ORGANIZZATORE nomitato dal Governo Provvisorio di Sala Consilina

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “Con il carico di organizzare le giunte municipali secondo il volere del nuovo Governo provvisorio della Provincia salernitana istituito a Sala, nel Golfo, fu inviato Vincenzo Vecchio che con sé portò alcune Guardie Nazionali. Per la loro diaria, in quell’occasione, il comune di Vibonati sopportò la spesa di ducati sette e grana 80 la cui somma fu prelevata dal capitolo delle “imprevedute” (6). Il denaro speso dal Comune di Vibonati per le varie somministrazioni alle colonne in movimento pose in lite, per oltre dieci anni, Cassiere e Amministratori. Il Governo provvisorio del Principato Citra riconobbe la somma di 487,80 ducati; il Cassiere Luigi Brandi, invece, pretendeva il riconoscimento di 844,70 ducati. Dopo lungo esame dei conti e prolungate discussioni, il Consiglio, considerando mendace e contraddittorio il reclamo prodotto dal Cassiere, il 20 agostro 1872 deliberò: (7): “1° Che la effettiva somma somministrata nel 1860 per trasporti militari alle colonne dell’esercito meridionale, comandate dal Dittatore Garibaldi dall’ex Tesoriere di questo Comune signor Luigi Brandi fu di ducati 487:80 e non già di ducati 844:60, come sostiene nel reclamo presentato al Signor Prefetto della Provincia. Etc…(8).”.”. Policicchio, a p. 155, nella nota (7) postillava: “(7) ACVBN, , Ivi, b. 3, f. 2, Delibera del 20 agosto 1872.”. Policicchio, a p. 155, nella nota (8) postillava: “(8) La somma veniva provata dalla seguente inconfutabile missiva inviata al Sindaco: “Salerno 22 9vembre 1860 n. 75= Governo del Principato Citeriore = Signore, con il suo rapporto del 15 volgente mese mi sono pervenute le contabilità per la diaria amministrata a varie colonne dell’esercito meridionale Italiano del prode Dittatore Garibaldi, dell’ammontare di Dti. 487:80; eetc…= Pel Governatore Il Segretario Generale Calende”.”.

Nell’agosto del 1860, i COMITATI MUNICIPALI (giunte Decurionali) dei Comuni del Governo provvisorio Prodittatoriale

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 89, in proposito scriveva che: “Nei vari Comuni erano stati poi costituiti Comitati Municipali, composti di professionisti, di sacerdoti e di operai. A Trecchina troviamo: Presidente il sacerdote Raffaele Schettini e membri il sac. Vincenzo Maimone, il notaio Federico Schettini, l’avv. Domenico Vita, l’avv. Federico Schettini, Giuseppe Alagia, Angelo Vitarella e Giuseppe Larocca. A Lauria: l’avv. Francesco Maria Gallo, presidente e il sac. Nicola Imbellone, il dott. Biase Giordano, il sac. Francesco Lamboglia, Tommaso Ferrara, Angelo Raffaele Imbellone, Biase Antonio Pansardi, il sac. Nicola Palmieri, il dott. Alfonso Reale, l’avv. Giovanni Girardi, l’avv. Pietro Ielpo, l’avv. Nicolangelo Viceconti, l’Arciprete Nicola Carlunni, l’agrimensore Pietro Caino, il dott. Luigi Sarubbi e altri. A Lagonegro: l’avv. Aniello Picardi, il farmcista Gennaro Aldinio e Antonio Picardi.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “Questo governo, che sedeva in permanenza nell’antica sede dell’Intendenza, proclamò legittimo lo stato di insurrezione della regione, affidò il comando dell’esercizio patriottico al benemerito colonnello Camillo Boldoni, che nominò Capo di Stato Maggiore Carmine Senise, e dispose che in tutti i Municipi della Provincia fosse immediatamente costituita una Giunta insurrezionale “composta di tre individui, noti per fede patriottica ed energia”(1). Tale Giunta municipale – ordinava il Governo Pro-dittatoriale – “ha tutti i poteri necessari: 1) per fare eseguire tutte le disposizioni, che emaneranno dal Governo Pro-dittatoriale; 2) per mantenere l’ordine interno; 3) per rispondere ai bisogni dell’insurrezione con moizzare immantinenti un terzo della Guardia Nazionale, con aprire liste di volontari, formare una cassa del pubblico denaro, ed altre offerte spontanee; e con provvedere che il Municipio tenga a disposizione della Patria uomini, armi e munizioni”(2). Il Sottocentro di Rotonda, diretto da Bernardino Fasanelli, Emanuele Priante, Gerolamo Iorio, etc…comprendeva i comuni di Rotonda, Lagonegro (3), Rivello, Nemoli, Trecchina, Maratea, Castelluccio, Superiore Cadtelluccio Inferiore, Viggianello e Sanseverino; etc….. Guida, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) A Lagonegro la Giunta insurrezionale fu costituita dall’avv. Aniello Picardi, dal farmacista Gennaro Aldinio e da Antonio Picardi. La Giunta simise subito in corrispondenza coi Comitati di Cosenza, di Castrovillari, di Rotonda e di Potenza.”. Guida, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) Lacava M., Cronistoria etc…, pag. 499.”. Guida, a p. 88, nella nota (3) postillava: “(3) Non era stato possibile costituire un Sottocentro a Lagonegro perchè in questa cittadina avevano sede la Sotto Intendenza e il Commissariato Borbonici e severa e sospettosa era la sorveglianza della gendarmeria.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XX, in proposito scriveva che: “Scomposi tutto il vecchio organismo e se intero non ricomposi il nuovo, per la strettezza del tempo mi fu impedito, ma lo tentai con lavoro lungo e penoso, con ardore e buona volontà. L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pabbliche grazie ai Cittadini : Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti , Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri , fratelli del Vecchio , Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula , fratelli de Honestis , Matina, Michele de Meo , Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo , Pagano e Matina di S. Rufo , Spinelli di S. Pietro , Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta , Orazio Ahbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati , Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandileone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticargli. Sappiano però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli ; duolmi soltanto che io non possa darne loro testimonio più solenne e più duraturo.”.

Nel 31 agosto 1860, la formazione delle GIUNTE INSURREZIONALI istituite per ogni Municipio dalla GIUNTA CENTRALE D’INSURREZIONE diretta da Giovanni Matina, del Governo di Sala

Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati ; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, riferendosi a Giovanni Matina, in proposito scriveva che: Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”Alcuni documenti sono stati pubblicati da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 194, dopo aver descritto per intero il documento pubblicato dall’Evandro, continua scrivendo: ” – Art. 4.° Nominiamo a nostro segretario interino il cittadino signor Antonio Alfieri d’Evandro. – Sala 30 agosto 1860″. Il municipio di Sala fa subitamente “atto di adesione” alle nuove potestà; così gli altri uffiziali dello Stato. Il nuovo governo ordinò per i suoi commissarii in ciascuno comune le Giunte-insurrezionali; e pel proprio organismo una “Giunta centrale d’insurrezione” come la disse; la quale per vero non ebbe balia che di “occuparsi sotto gli ordini e dipendenza immediata del Prodittatore del disbrigo degli affari correnti e di dettaglio, qualunque essi siano, eccetto le cose di guerra (1)”; e cotesti affari distribuì in quattro “dicasteri”. Ordinò con provvisione singolarissima ai cominciamenti di libero Stato il disarmamento di tutti coloro, cui non fosse licenza della polizia (al certo non potrebbe intendersi che la borbonica) di portare le armi….etc….”. Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 93, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “Per formare poi le giunte insurrezionali municipali in tutta la provincia, nominò com commissari organizzatori per il distretto di Sala – coll’ordine di mettersi subito in missione con i pieni poteri e di eleggere a membri delle giunte i cittadini più noti per energia rivoluzionaria, per principi unitari e probità personale – i signori Aniello Ioca di Roscigno e Nicola De Onestis di Diano; per il distretto di Campagna destinava Giacomo Perrotta di Campagna stesso e Pasquale Bosco di Buccino; infine Andrea Curzio era assegnato al Vallo di S. Angelo, suo luogo natio. Il De Onestis il Ferri il Trezza e Domenico Falcone di Sala costituirono infine la Giunta centrale di governo il 4 settembre 1860.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. Etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “….Giovanni Matina nominato Commissario Civile della Provincia, che assume il titolo di Prodittatore con facoltà di nominare il Governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno”(224). Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.” Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”.

Nel 30 agosto 1860, a Lagonegro giunse l’avv. Giuseppe MANGO da poco nominato Commissario Civile e la costituzione della GIUNTA INSURREZIONALE di Lagonegro (PZ) 

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Nel 29 Agosto il Governo prodittatoriale di Potenza nominò pure un Commissario Civile’ per ciascun Distretto della Provincia con tutte le attribuzioni dei passati Sottointendenti, anzi coi pieni poteri ‘per le nomine delle cariche municipali e dei gradi delle Guardie Nazionali, in sostituzione di coloro che o non godessero la pubblica fiducia o non avessero accettato il nuovo ordine di cose’. Pel Circondario di Lagonegro fu nominato il nostro illustre cittadino Avv. Giuseppe Mango, il quale già in Potenza aveva preso parte onorata ed attiva nell’insurrezione lucana. Il Mango giunse in Lagonegro nel 30 Agosto, e prese stanza nel palazzo della Sottointendenza, donde spiegò tutta la sua operosità, pridenza ed energia in qui momenti difficili e pericolosi a prò della causa liberale, e raccogliere attorno a sè i varii partiti, di che la storia gli tributa lode (1).”. Pesce, a pp. 17-18, nella nota (1) postillava che: “(1) L’Avvocato Cav. Giuseppe Mango, nato in Lagonegro nel 1816, d’eletto……….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.

La GIUNTA INSURREZIONALE di Vibonati

(Fig. n….) – Verbale della Giunta Decurionale di Vibonati del 4 settembre 1860 inoltrato al Governo Prodittatoriale di Sala Consilina – Archivio Comunale di Vibonati, b. 3, f. 1

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. La notizia dunque la si apprende da un verbale del Decurionato di Torraca. La notizia, in seguito fu ripresa dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860.”. Credo che vi sia stato un errore di trascrizione perchè si tratta di Francesco Saverio Cajazza o Cajazzo. Dunque, il generale Garibaldi lasciò il governo del paese di Vibonati ai tre uomini di fede: il Sindaco, il barone Giuseppe Giffoni, Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale ed al giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (236) postillava: “(236) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 381, nel nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.

In seguito al 1857, Giovanni GIFFONI di Vibonati, perseguitato dalle autorità borboniche

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Un ricorso per risentimento, a nome Saverio Polito, accusava D. Giovanni Giffoni di Vibonati d’essere stato il “gran fabbro” dello sbarco di Pisacane. Egli, che esercitava la professione di cancelliere presso il Giudicato circondariale, nel 1848, si rese operoso nei processi politici, quindi, ben conosciuto dalle autorità (29). Consapevole dei malevoli sentimenti contro di lui nutriti per aver raccolto molta e profonda avversione, temendo effetti di reazione vendicativa a suo danno, quando sbarcò il “bel Capitano”, atterrito, il mattino del 29 giugno, si rifugiò a Camerota. ‘Raccoglieva larga messe di odiosità tra i suoi conterranei appunto per essersi reso operoso strumento in una processura politica qui compilata parecchi anni addietro a carico di molti individui; odiosità in cui incorsero seco lui per la stessa causa anche tre fratelli Perazzo nipoti di quel sacerdote D. Biase Perazzo, nella cui casa sarebbesi voluto trasformare in una settaria fucina, e non per questo la sua famiglia fu sempre ritenuta di sentimenti elevati al Real trono.”. Il sottointendente ritenne falsa la firma improntata al nome di Saverio Polito “per il niun risultato che si hanno avuto con le più efficaci investigazioni da me spiegate all’oggetto” e considero la denuncia “un complesso di abominevoli calunnie. La condotta del Giffoni in fatto di politica non soffre acciacco veruno”(30).”. Policicchio, a p. 208, nella nota (29) postillava che: “(29) Con missiva del 12 gennaio 1858 da Positano fu trasferito a Sanza.”. Policicchio, a p. 208, nella nota (30) postillava che: “(30) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 31, f. 42.”.

Nel 4 settembre 1860 (secondo Ferruccio Policicchio) Garibaldi, a Vibonati incontrò il giudice Regio del Mandamento di Vibonati, Francesco Saverio CAJAZZO

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita” (9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Sulla frase di ringraziamento che, secodo Policicchio, Garibaldi disse al Giudice Regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, Policicchio (….), sulla scorta del documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca (vedi nota 10 a p. 137: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”, Policicchio scriveva che Garibaldi rivolto al Giudice Regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo (in casa Del Vecchio): “….a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”, posso aggiungere e far notare che, la stessa frase pare che, Garibaldi l’avesse detta in un altra occasione. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Sul Pietro Paolo Perazzo o Perazzi, nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Sulla relazione del de Dominicis, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…..i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi” (238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.

Nel 4 settembre, 1860, Garibaldi (secondo Policicchio) nominò la GIUNTA INSURREZIONALE di Vibonati 

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. La notizia dunque la si apprende da un verbale del Decurionato di Torraca. La notizia, in seguito fu ripresa dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860.”. Credo che vi sia stato un errore di trascrizione perchè si tratta di Francesco Saverio Cajazza o Cajazzo. Dunque, il generale Garibaldi lasciò il governo del paese di Vibonati ai tre uomini di fede: il Sindaco, il barone Giuseppe Giffoni, Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale ed al giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV). Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.

Nel 3 settembre 1860, a Vibonati (?), Michele MAGNONI presentò a Garibaldi i capi colonna TEODOSIO DE DOMINICIS e GENNARO PAGANO a cui lasciò le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano

Secondo alcuni documenti tratti dall’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino, Garibaldi, dopo aver lasciato Sapri e diretto al Fortino si fermò a Vibonati dove aveva inviato il colonnello Rustow con le sue truppe. Alcuni autori danno per certo il passaggio di Garibaldi da Vibonati. Da alcuni documenti redatti dal comandante De Dominicis (….) si evince che egli, il 3 settembre 1860 aveva incontrato Garibaldi a Vibonati. Secondo alcuni autori, Michele Magnoni si recò a Vibonati, dove gli presentò TEODOSIO DE DOMINICIS e GENNARO PAGANO. E’ molto probabile che Michele Magnoni proveniva da Sapri dove si era recato con la sua colonna prima che arrivasse Garibaldi – attese il suo imminente arrivo – e poi lo accompagnò a Vibonati dove secondo alcuni gli presento i due patrioti che comandavano tre colonne di insorti cilentani raccoltisi – come vogliono alcuni documenti – a Capitello. Tutto ciò accade nella notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860. Ricordiamo che la colonna del De Dominicis aveva già occupato alcuni paesi del basso Cilento e la notte del 3 settembre 1860 pernottò a Roccagloriosa. Il 4 settembre 1860 la colonna di De Dominicis aveva occupato Torre Orsaia e Castelruggiero. E’ lo stesso Commissario delegato LUCIO MAGNONI, fratello di MICHELE che scrivendo al Comitato napoletano scriveva che suo fratello MICHELE, “la notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri”. LUCIO MAGNONI che, nella sua Relazione/Rapporto inviata al Comitato Napoletano (Comitato Unitario Nazionale), datata 31 agosto 1860 da Rutino e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…” aggiungendo pure che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. LUCIO MAGNONI che, nella sua Relazione/Rapporto inviata al Comitato Napoletano (Comitato Unitario Nazionale), datata 31 agosto 1860 da Rutino e pubblicata da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. Dunque, a questo proposito devo aggiungere che Lucio Magnoni scriveva pure che, il fratello Michele, la notte del 3 settembre 1860 recatosi a Sapri dove incontrò Garibaldi da poco sbarcato ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Alcuni storici, però hanno scritto che Michele Magnoni le “disposizioni per il Vallo di Diano” li ricevette da Garibaldi non all’incontro a Sapri ma a Vibonati dove – sempre secondo loro – Michele Magnoni presentò a Garibaldi li amici de Dominicis e Gennaro Pagano. Dunque, Lucio Magnoni scriveva, il 31 agosto 1860, da Rutino al Comitato Napoletano che, suo fratello MICHELE MAGNONI, “la notte del 3 settembre”, “con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri”. Dunque, nella relazione di Lucio Magnoni scrive chiaramente che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Dunque, Lucio Magnoni scriveva, il 31 agosto 1860, da Rutino al Comitato Napoletano che, suo fratello MICHELE MAGNONI, “la notte del 3 settembre”, “con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri”. Lucio Magnoni scriveva pure che suo fratello MICHELE “…ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano”. Dunque, è acclarato che MICHELE MAGNONI si recò ad incontrare Garibaldi e che lo avesse incontrato. Non è acclarato che ciò fosse accaduto a Sapri, come pure le parole di Magnoni non dimostrano che suo fratello MICHELE avesse incontrato Garibaldi a Vibonati, come sostengono alcuni. Ciò che è certo sono le parole del Magnoni che scrive chiaramente: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, etc..”. Se Michele si fosse recato a Vibonati ad incontrare Garibaldi a Vibonati non vedo perché non scriverlo visto che il Commissario per il Distretto, Del Vecchio era di Vibonati. Il D’Evandro scriveva pure che Michele Magnoni, incontrando Garibaldi a Vibonati, nella notte del 3 settembre 1860: “….ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Mi chiedo se la “presentazione del De Dominicis e del Pagano a Garibaldi” avvenne a Vibonati o avvenne a Sapri – dove la colonna del Magnoni si era recata “nella notte del 3 settembre” ? Alcuni storici vogliono che, in occasione di un ulteriore incontro che si tenne a Vibonati, il Magnoni avesse presentato de Dominicis e Pagano. Dunque, secondo questa notizia Garibaldi passò per Vibonati. Sulla notizia che Garibaldi si recò a Vibonati, sempre Matteo Mazziotti (….), a p. 132, dopo aver citato il telegramma di Garibaldi inviato da Sapri al generale Turr, in proposito scriveva che: “II. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò in casa Del Vecchio.”. Dunque, il Mazziotti, sulla base di una lettera scrittagli dal suo amico di Torraca, Pietro Paolo Perazzi (….), voleva che Garibaldi da Sapri si fosse recato a Vibonati. Ma ritorniamo alla nostra notizia, secondo cui, MICHELE MAGNONI, a Vibonati presentò i suoi due amici e capi colonna TEODOSIO DE DOMINICIS e GENNARO PAGANO. Dunque, oltre a queste interessanti notizie storiche vi è la notizia più interessante per Sapri e cioè che MICHELE MAGNONI si spinse fino a Sapri per coprire lo sbarco di Garibaldi avvenuto a Sapri il 3 settembre 1860. Dunque, oltre a queste interessanti notizie storiche vi è la notizia più interessante per Sapri e cioè che MICHELE MAGNONI si spinse fino a Sapri per coprire lo sbarco di Garibaldi avvenuto a Sapri il 3 settembre 1860. Degli autori coevi è il De Crescenzo che scrive che Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Sapri prima che egli partisse per Vibonati (ammesso che Garibaldi fosse partito da Sapri per andare a Vibonati). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…..due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. De Crescenzo, a p. 87 aggiungeva che a Capitello, le masse insurrezionali del De Dominicis dopo aver incontrato Garibaldi: “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Sulla scorta del De Crescenzo, questa notizia è riportata anche da un altro storico locale, il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano. Etc…”. Ricordiamo pure che il de Dominicis non aveva voluto consegnare le armi arrivate a Pioppi e portate e da lui ritirate ad Ascea. Probabilmente portate da Nicola Pagano che era stato incaricato da Stefano Passero e che tale episodio aveva causato malumori e fraintendimenti tra i diversi Comitati. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Secondo Infante (…), Garibaldi incontrò a Vibonati alcuni capi della colonna di Cilentani insorti come Michele Magnoni, il De Deminicis e Gennaro Pagano. Secondo Infante (…), Garibaldi incontrò a Vibonati alcuni capi della colonna di Cilentani insorti come Michele Magnoni, il De Deminicis e Gennaro Pagano che, come ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..Le masse  dei rivoltosi, …..divise in due colonne: …..l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.  Dunque, a questo punto del racconto e degli eventi resta il dubbio se Michele Magnoni fosse stato ricevuto da Garibaldi a Sapri o a Vibonati e quindi resta il dubbio se Garibaldi, prima di partire da Sapri nella notte del 4 settembre per Vibonati ed il Fortino avesse pernottato a Sapri e non a Vibonati, come vogliono alcuni. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo Garibaldi giunge a Sapri; i Sapresi accorrono sulla spiaggia per salutare il condottiero.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Strana è la notizia dataci da Felice Fusco (…), che, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. Etc…”. Pur documentate, il Fusco ci da notizie circa la presenza di SALVATORE MAGNONI e non del fratello MICHELE.  Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Dunque, Carmine Pinto scriveva che, Garibaldi, sbarcato a Sapri il 3 settembre 1860 trovò Michele Magnoni e Teodosio De Dominicis che lo attendevano e prima che egli partisse per il Fortino lo incontrarono. Dunque, anche Pinto non sostiene la tesi che Michele Magnoni avesse incontrato Garibaldi a Vibonati ma dice chiaramente che Garibaldi, sbarcando a Sapri il 3 settembre 1860 “trovò Michele Magnoni e de Dominicis”. Carlo Pesce (….), ma anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, nel capitolo “La marcia attraverso la Provincia”, a p. 112, dopo aver detto dell’arrivo di Garibaldi e dei suoi accompagnatori a Sapri, il 3 settembre 1860 scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove fu ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Etc…”. Dunque, De Crescenzo, oltre a scrivere che Garibaldi, da Sapri si recò a Vibonati dove fu ospitato in casa Del Vecchio, IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Etc..”., senza postillare nessun riferimento bibliografico alla notizia, scriveva pure che l’altra notizia che, in casa Del Vecchio, o comunque a Vibonati, e non a Sapri, Garibaldi: IV…..Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che, Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Vibonati (e non a Sapri), in casa Del Vecchio, dove il Magnoni, gli presentò Teodosio de Dominicis e Gennaro Pagano (che si erano uniti, forse a Capitello, alla colonna di Michele Magnoni) e scrive pure che ai due insorti, Garibaldi IV…cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. Questo passaggio però è controverso in quanto lo stesso De Crescenzo, a p. 86 scriveva e dava notizie contraddittorie scrivendo che de Dominicis aveva incontrato Garibaldi a Capitello dove la colonna si era fermata e scriveva che Michele Magnoni aveva incontrato Garibaldi a Sapri e non a Vibonati. Tuttavia, sia la notizia della presenza delle truppe a Capitello e quella dell’incontro con Garibaldi a Villammare e, l’altra che Garibaldi galoppava per raggiungere le truppe ed andare al Fortino, passando prima per Vibonati, sono avvalorate da alcuni “Ordini del giorno” del De Dominicis, conservati presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni (…). Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita” (9).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Policicchio cita il testo di Anna Sole. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Sia il Policicchio che il Del Duca citano due documenti del de Dominicis che sono conservati presso l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino. Questi documenti sono due “Ordine del giorno”, scritti da TEODOSIO DE DOMINICIS da Capitello – uno è datato 3 settembre 1860 e l’altro è datato 4 settembre 1860 e si riferisce al 3 settembre 1860. Le notizie storiche circa la presenza della colonna del De Dominicis a Capitello, il 3 settembre è suffragata da due documenti citati da Anna Sole (….) e da Eugenia Granito (….) che hanno pubblicato entrambe nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito – Documenti e testimonianze”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. I due documenti provengono entrambi dall’Archivio Privato della Famiglia Magnoni a Rutino. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. In particolare si tratta di due documenti pubblicati da Anna Sole (….) e da Eugenia Granito (…). Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242 pubblicava il testo di un documento, conservato presso l’Archivio della Famiglia Magnoni di Rutino, datato da Capitello: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860.”. Si tratta del documento: “Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo (Archivio privato Magnoni).”.”. Il DE DOMINICIS, da CAPITELLO, riferendosi al giorno precedente 3 settembre 1860 scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo (Archivio privato Magnoni).”. Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui. in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. De Dominicis aggiungeva pure che, rivolgendosi alla colonna d’insorti cilentani: Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo l’“Ordine del giorno del 4 settembre 1860”, da Capitello, Anna Sole faceva notare che si evince al 1° Corpo dinsurrezione del Distretto di Vallo vi era anche il comandante CRISTOFARO FERRARA. Faccio notare che l’“Ordine del giorno” è del 4 settembre 1860, ma si riferisce a fatti avvenuti il giorno prima, ovvero il giorno 3 settembre 1860. De Dominicis, rivolgendosi ai suoi soldati a Capitello, diceva che: quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” “. In verità, in questo documento non è scritto “quando è andato a visitare” Garibaldi ma poi aggiunge che: “quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati”“è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Dunque, questo documento, datato 4 settembre 1860 – ma che si riferisce al 3 settembre 1860 – il de Dominicis avvalora la notizia che egli – il DE DOMINICIS si sia recato a Vibonati ad incontrare Garibaldi. Dunque, avvalora anche l’altra notizia che il DE DOMINICIS e GENNARO PAGANO furono presentati a Garibaldi da MICHELE MAGNONI a Vibonati. Anna Sole (….), continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò ai capi colonna degli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele MAGNONI, Teodosio DE DOMINICIS, Gennaro PAGANO e Pietro GIORDANO, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”

CARLO DE ANGELIS

Dalla Treccani on-line leggiamo che Carlo de Angelis (….), nel saputo che a Rivoli si trovava il fratello Giovanni, vi si reco per riabbracciarlo; raggiunta poi Milano, vi si fermò per riprendere i contatti con i numerosi patrioti meridionali che vi si trovavano. Il 4 apr. 1860, scoppiata la rivoluzione in Sicilia, il D. venne chiamato a Genova per collaborare alla preparazione della spedizione garibaldina. Decisa l’operazione, venne incaricato da Garibaldi di recarsi a Firenze, per prendere contatto con F. De Blasiis e F. Berardi e per sondare l’offinione dei numerosi esuli abruzzesi li presenti. Il risultato fu negativo, e rientrò a Genova per riferire. La spedizione fu perciò rinviata; quando però ebbe luogo, il D. rimase a Genova. Giunta la notizia dell’amnistia, si affrettò a partire invece per Napoli, assieme allo Spaventa e a numerosi altri esuli; vi giunse il 16 luglio 1860, e alcuni giorni dopo partì per Salerno raggiungendo poi il Cilento dove fu accolto con grandi manifestazioni. A Castellabate organizzò subito una colonna di guardie nazionali per controllare la situazione al passaggio di Garibaldi, e con essa attraversò diversi paesi scendendo nel Vallo di Diano. Mentre si trovava a Polla gli giunse la notizia che Garibaldi, il 7 settembre, era entrato a Napoli; con la sua colonna si affrettò a raggiungere Salerno, dove incontrò i vecchi amici patrioti e Beniarnino Marciano che era stato incaricato dal Comitato di Napoli di organizzare l’insurrezione assieme ai capi patrioti del luogo, in vista dell’arrivo di Garibaldi dalla Calabria. Sconfitti definitivamente i Borboni, il D. fu invitato ad entrare nell’amministrazione del nuovo Stato. Il 21 ott. 1860 venne nominato vicegovernatore di Campagna; nel luglio del 1861 divenne sottoprefetto di Lagonegro, e successivamente di Tempio Pausania, poi di Cotrone Bruno in provincia di Catanzaro, quindi consigliere di prefettura a Genova, e poi ancora a Bari. Rimase nell’amministrazione degli Interni fino al 1879 quando, a sua richiesta, venne collocato a riposo. Si ritirò nella casa di campagna in San Marco di Castellabate, dove riprese a scrivere le memoriesulla scorta degli appunti che aveva fissato sulla carta durante gli anni turbinosi della sua vita. Morì in San Marco il 5 sett. 1899. Dell’epopea di questo patriota ne parlò Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, a p. 130 e ssg., in proposito scriveva che: “Io ero con Assanti, Stocco, Vinciprova tra coloro che dovevano prendere parte alla spedizione; ma per alcune divergenze insorte presi la determinazione di rimanere, come fecero diversi altri, e tornai a Riva da mio fratello. Quivi attesi con ansia il risultato della spedizione. Taccio del corso della rivoluzione, delle vittorie di Garibaldi, delle quali fui dopo alquanti giorni informato esattamente dal Vinciprova con una lettera in cifre, giusta accordi presi con lui e con Mazziotti quando partii da Genova. Allorchè nel 29 giugno i giornali annunziarono che Francesco Borbone il giorno 26 aveva conceduto le franchigie costituzionali, non ne ebbi una buona impressione, perchè prevedevo quali ne sarebbero state le conseguenze. II. Si esitò da me e dagli altri sulle determinazioni da prendersi, se tornare cioè a Napoli, affidandoci all’ amnistia borbonica, ovvero attendere ancora gli avvenimenti. Infine si prese la risoluzione di partire e quindi la sera del 12 luglio da Riva partii per Genova, ove, la sera del 13, mi imbarcai per Napoli sul piroscafo delle Messaggerie Le Capitole insieme con Mazziotti, Spaventa, il generale Mezzacapo, Giuseppe Ricciardi, il duca Di San Donato ed altri. Mentre io ero sdraiato una sera sul cassero del piroscafo, mi si accostò lo Spaventa e, discorrendo degli avvenimenti, mi disse che bisognava cominciare a far qualche cosa sul continente prima che vi fosse sbarcato Garibaldi e che questi erano gli intendimenti del Cavour. Io risposi che conoscevo le intenzioni del governo sardo, che ritornavo in Napoli per prendere accordi con gli amici e che, come avevo fatto altre volte, non avrei mancato (anche in questa occasione) di compiere il mio dovere di cittadino . Arrivammo a Napoli la mattina del 16 alle ore 7. Il ministro dell’interno Liborio Romano venne ad incontrarci sul piroscafo; vennero pure mio figlio Peppino e mio fratello Pompeo, che ansiosi di rivedermi erano corsi in Napoli. Rimasi in Napoli fino al 27 luglio per prendere le necessarie intelligenze sul da farsi e mi recai quindi a Salerno, ove mi trattenni qualche giorno per conferire con altri amici. Il giorno 2 agosto in compagnia di Nicola Ferretti andai a Torre Annunziata per parlare con un tale Cesaro intorno allo sbarco di alcune armi che si voleva fare in quella rada. Poscia dovetti ritornare a Napoli il 6 agosto e, la sera dello stesso giorno, a Salerno, dove mi imbarcai per Castellabate insieme con mio zio Giambattista Forziati e con Nicola Pepi, venuti a prendermi. Giungemmo la mattina del 7. All’apparire della barca che ci portava alla punta di Tresino, sapendosi la mia venuta, gli abitanti della campagna del Lago e poscia di Amalfitana e della Marina (1) ci salutarono con continui spari di schioppo fino a che la barca non approdò alla Marina e propriamente alla casa di Nicola Pepi, ove facemmo breve sosta nell’ Isca della Chitarra (2). Tutta quella buona popolazione, fanciulli, donne, giovani e vecchi, mi vennero incontro subito che posi piede a terra, mi abbracciavano e mi baciavano, dandomi, con sommo mio compiacimento, dimostrazione di affetto, cordialità e stima. Mi imbarcai novellamente su di una barchetta, con la quale dalla casina di S. Marco era venuto ad incontrarmi mio fratello Pompeo, e, giunto nella detta casina verso le ore 10 dello stesso giorno 7, riabbracciai pure l’altro mio fratello Francesco. Durante i pochi giorni che rimasi nella casina fui visitato da tutta la popolazione. Nella domenica mi recai a Castellabate in casa di mio zio Giambattista; a premura di lui, della moglie e dei figli vi rimasi tre giorni, dopo dei quali ritornai a S. Marco.”.

Nel 27 agosto 1860, a Rutino, 100 GIOVANI delle migliori famiglie Salernitane arrivati con il DE ANGELIS si posero sotto il comando di SALVATORE MAGNONI

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, pubblicava la Relazione-Rapporto di Stefano Passero (doc. n. 5), dove descrive il succedersi degli avvenimenti e scriveva: “Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennero distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero…..”. D’Evandro continuando la sua relazione scriveva: “Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc…”, e poi aggiungeva: “Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Etc…”. Passero (….), nella sua relazione scriveva pure che: “Il giorno 28 agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, di Majo, Stio e di Sano, alle quali si univa molta gente armata di Vallo con parte della guardia nazionale e fra le entusiastiche grida di Viva l’unità e Indipendenza d’Italia, la colonna insurrezionale preceduta da banda musicale muoveva alla volta di Gioia. Colà si procedè al disarmo di coloro che per pubblica opinione erano tenuti avversi etc…Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degli insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Arrivata la colonna del Sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, di già proclamato un governo provvisorio e il Generale Garibaldi, tra le acclamazioni etc…, giunto in Sala. Per ordine del Dittatore, la colonna percorrendo Diano, S. Arsenio, Polla, Eboli etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, …..la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Guido Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo. L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni. Nello stesso tempo il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, etc…”. Proseguendo il suo racconto Mazziotti ci parla dell’altra colonna al comando di TEODOSIO DE DOMINICIS e di Michele Magnoni che si riunirono verso Sapri. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Inoltre, Mazziotti, aggiungeva della colonna Vallese di Stefano Passero. Mazziotti, a p. 127 scriveva pure che: Il 28 agosto Stefano Passero etc…. Dell’epopea di CARLO DE ANGELIS ne parlò Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, a p. 132, in proposito aggiungeva che: “III. Frattanto mi arrivavano le nuove delle mosse del generale Garibaldi, il quale era prossimo a sbarcare nelle nostre contrade: perciò, giusta gli accordi presi in Napoli, occorreva tenerci pronti ad insorgere. Ebbi colloqui con Carlo Pavone, Del Mercato, Silvio Cagnano ed altri cilentani, prima in casa Magnoni in Rutino, indi alla marina di Castellabate nella casina di Alfonso Materazzi, poi in Agropoli nella casina del signor Torre ed in Sessa in casa di Mariano Coccoli, ove convennero i fratelli baroni Coppola di Valle, il barone Luigi Del Giudice di S. Mango, Del Mercato, Cagnano, Zammarrelli e diversi altri principali proprietari del Cilento, per deliberare se, essendo già scoppiata la rivoluzione a Corleto in Basilicata, conveniva al Cilento insorgere immediatamente. Anche in Acciaroli (1), ove condussi meco pure Costabile Comunale, allora sindaco di Castellabate, nella casina di Giuseppe Pisani di Cannicchio (2), vi fu un’ultima riunione con le persone di sopra indicate e diverse altre: si convenne che nel successivo giorno 30 le diverse colonne cilentane si sarebbero messe in movimento in varie direzioni. Si stabili di richiedere ai principali proprietari di offrire volontariamente delle somme per formare un fondo di cassa per il mantenimento delle colonne senza ricorrere alle casse pubbliche. Avvertii i comandanti le guardie nazionali di Ortodonico, Perdifumo e Serramezzana di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, come pure avvertii tutti quelli del Comune di Castellabate che volevano seguirmi. Partii con circa duecento individui, fra i quali due figli del detto mio zio Giambattista, Costabile e Francesco Paolo. La notte e parte del giorno seguente riposammo in Rutino. Io ero alloggiato in casa Magnoni. Ivi mi arrivò un messo con una lettera del commissario civile, il quale mi annunziava che Garibaldi era già al confine della nostra provincia con quella di Basilicata. Ne avvisai il pubblico con manifesti e con un corriere i miei fratelli in Castellabate. Indi con tutta la colonna sotto i miei ordini, cioè la compagnia di Castellabate comandata da Costabile Forziati, quella di Ortodonico da Nicola Amoresano, quella di Serramezzana da un tale Maffia, quella di Perdifumo da Francesco Coco e quella di Vatolla da Cocozza, con due preti liberali, il parroco Giovanni Cocozza e Nicola Carpinelli, mossi per Gioi, ove giunsi la notte del 1º settembre e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati. Etc…”. Dunque, Mazziotti scriveva dal Diario di Carlo de Angelis che egli con la sua gente il 30 agosto 1860 si mosse con altre colonne di insorti Cilentani; il 30 agosto 1860 di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, etc…” e, che, con 200 uomini la sua colonna partì per Rutino dove pernottò in casa Magnoni. In casa Magnoni ricevette la lettera del Commissario civile, e da Rutino, il 31 agosto 1860 partì con la sua colonna di insorti cilentani arrivò a Gioi Cilento “la notte del 1° settembre 1860 e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati.”. Il 2 settembre 1860 “Il giorno seguente proseguimmo per Stio, Laurino, ove ci fermammo in casa del barone Valenti, e Piaggine; indi per Diano, in casa di Pasquale Carrano. A. Diano trovai Stefano Passero con la sua colonna.”. Dunque, Carlo de Angelis con la sua colonna arrivò a Diano il 2 settembre 1860. Da Diano la compagnia marciò per Auletta. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che a Rutino arrivarono pure 100 giovani delle migliori famiglie del Salernitano e dei paesi vicini. Questi giovanissimi ragazzi erano venuti a Rutino “con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni, forte dell’incarico ricevuto a Messina da Garibaldi, ritornato nel suo Cilento, si unì con gli altri due fratelli (Lucio e Salvatore) che il 27 agosto 1860, a Rutino proclamò la Insurrezione Armata. A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Michele MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. De Crescenzo (…),  p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. Il De Crescenzo, sulla scorta del Mazziotti scriveva pure che, questi giovanissimi rampolli dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Dunque, sarà l’altro fratello di Lucio e di Michele, SALVATORE MAGNONI che si mise a capo della schiera di giovanissimi insorti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III…Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Anche Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che, dal: “…Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni).”. Dunque, secondo il doc. 3 Bis, Alfieri d’Evandro scriveva che SALVATORE MAGNONI era stato nominato “Comandante del Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Salvatore Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra. Il 27 agosto il Cilento insorgeva ancora una volta: ad Agropoli, in casa Torre, si dovevano gettare le basi della rivolta….Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Sulla colonna d’insorti cilentani capitanata da SALVATORE MAGNONI ha scritto pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, ….si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto….. Dunque, Infante, sulla scorta del De Crescenzo e di una cronaca del tempo scriveva che MICHELE MAGNONI, si partì da Rutino e si diresse ad Ascea dove si riunì con la colonna del de Dominicis. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come dicemmo, il Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, SALVATORE MAGNONI, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere Vallesi. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ed un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Etc..”. Sempre il De Crescenzo, a pp. 111-112, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con quest’ordine del giorno: “Vallo 3 settembre 1860…Compagni. Io son contento di voi….Lucio Magnoni.”. E difatti le forze, riunitesi con quelle di Diano e di Campagna ed ingrossate da molti volontari giunti da ogni parte, fugarono i quarantamila borbonici da Salerno, etc…”. Dunque, da ciò che scrive il De Crescenzo e dalla data dell’Ordine del giorno di Lucio Magnoni che solo il 3 settembre ordinò di gettarsi nel Vallo di Diano, si evince che la colonna di Salvatore Magnoni si mosse il 3 settembre 1860 per recarsi a Sala Consilina ?. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Intanto Carlo de Angelis da alcuni giorni aveva iniziato una serie di contatti con le famiglie più in vista del Cilento, ossia con quelle cui più stava a cuore di risolvere la causa nazionale. Infatti, incontrò Enrico del Mercato e Silvio Cagnano di Laureana Cilento una prima volta in casa Magnoni a Rutino, poi in casa di Alfonso Materazzi a Castellabate, indi si portò ad Agropoli, dove in casa Torre stabilì un solido programma di rivolta. Convocò a Sessa Cilento in casa di Mariano Coccoli uomini di vasta risonanza in campo liberale, tra i quali intervennero i fratelli Coppola di Valle Cilento, Luigi del Giudice di San Mango Cilento, lo stesso del Mercato e Cagnano, inoltre Raffaele Zammarrelli di Sessa Cilento. Questi, dopo un’attenta valutazione dei fatti che erano avvenuti in Sicilia e alla ferma decisione di Garibaldi di attraversare lo stretto di Messina, deliberarono etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario. All’inizio di luglio queste formazioni paramilitari diventarono operative, guidate da Giovan Battista Riccio e dai principali quadri del radicalismo salernitano, Filippo Patella, Leonino Vinciprova, Ovidio Serino. Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “(21) Leopoldo Cassese, La borghesia salernitana nei moti del ’48, cit., pp. 182-3.”Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11…I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali, convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cilentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “….e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno” (217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….” (218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Secondo Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Secondo il Nastro (…) che scriveva sulla scorta del Mazziotti, la schiera di giovani con il de Angelis arrivarono a Gioi Cilento solo il 1° settembre 1860.

Nel 30 agosto 1860, CARLO DE ANGELIS (di Castellabate) e la sua colonna di insorti cilentani si riunì a Rutino in casa Magnoni

Dalla Treccani on-line leggiamo che Carlo de Angelis (….), giunta la notizia dell’amnistia, si affrettò a partire invece per Napoli, assieme allo Spaventa e a numerosi altri esuli; vi giunse il 16 luglio 1860, e alcuni giorni dopo partì per Salerno raggiungendo poi il Cilento dove fu accolto con grandi manifestazioni. A Castellabate organizzò subito una colonna di guardie nazionali per controllare la situazione al passaggio di Garibaldi, e con essa attraversò diversi paesi scendendo nel Vallo di Diano. Dell’epopea di questo patriota ne parlò Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, a p. 132 e ssg., in proposito scriveva che: “III. Frattanto mi arrivavano le nuove delle mosse del generale Garibaldi, il quale era prossimo a sbarcare nelle nostre contrade: perciò, giusta gli accordi presi in Napoli, occorreva tenerci pronti ad insorgere. Ebbi colloqui con Carlo Pavone, Del Mercato, Silvio Cagnano ed altri cilentani, prima in casa Magnoni in Rutino, indi alla marina di Castellabate nella casina di Alfonso Materazzi, poi in Agropoli nella casina del signor Torre ed in Sessa in casa di Mariano Coccoli, ove convennero i fratelli baroni Coppola di Valle, il barone Luigi Del Giudice di S. Mango, Del Mercato, Cagnano, Zammarrelli e diversi altri principali proprietari del Cilento, per deliberare se, essendo già scoppiata la rivoluzione a Corleto in Basilicata, conveniva al Cilento insorgere immediatamente. Anche in Acciaroli (1), ove condussi meco pure Costabile Comunale, allora sindaco di Castellabate, nella casina di Giuseppe Pisani di Cannicchio (2), vi fu un’ultima riunione con le persone di sopra indicate e diverse altre: si convenne che nel successivo giorno 30 le diverse colonne cilentane si sarebbero messe in movimento in varie direzioni. Si stabilì di richiedere ai principali proprietari di offrire volontariamente delle somme per formare un fondo di cassa per il mantenimento delle colonne senza ricorrere alle casse pubbliche. Avvertii i comandanti le guardie nazionali di Ortodonico, Perdifumo e Serramezzana di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, come pure avvertii tutti quelli del Comune di Castellabate che volevano seguirmi.”. Mazziotti, a p. 133, in proposito proseguendo il diario del de Angelis scriveva che il de Angelis con la sua colonna ed altri partirono per Rutino per recarsi dai Magnoni: “Partii con circa duecento individui, fra i quali due figli del detto mio zio Giambattista, Costabile e Francesco Paolo. La notte e parte del giorno seguente riposammo in Rutino. Io ero alloggiato in casa Magnoni. Ivi mi arrivò un messo con una lettera del commissario civile, il quale mi annunziava che Garibaldi era già al confine della nostra provincia con quella di Basilicata. Ne avvisai il pubblico con manifesti e con un corriere i miei fratelli in Castellabate. Indi con tutta la colonna sotto i miei ordini, cioè la compagnia di Castellabate comandata da Costabile Forziati, quella di Ortodonico da Nicola Amoresano, quella di Serramezzana da un tale Maffia, quella di Perdifumo da Francesco Coco e quella di Vatolla da Cocozza, con due preti liberali, il parroco Giovanni Cocozza e Nicola Carpinelli, mossi per Gioi, ove giunsi la notte del 1º settembre e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati. Etc…”. Dunque, Mazziotti scriveva dal Diario di Carlo de Angelis che egli con la sua gente il 30 agosto 1860 si mosse con altre colonne di insorti Cilentani; il 30 agosto 1860 di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, etc…” e, che, con 200 uomini la sua colonna partì per Rutino dove pernottò in casa Magnoni. In casa Magnoni ricevette la lettera del Commissario civile, e da Rutino, il 31 agosto 1860 partì con la sua colonna di insorti cilentani arrivò a Gioi Cilento “la notte del 1° settembre 1860 e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati.”. Il 2 settembre 1860 “Il giorno seguente proseguimmo per Stio, Laurino, ove ci fermammo in casa del barone Valenti, e Piaggine; indi per Diano, in casa di Pasquale Carrano. A. Diano trovai Stefano Passero con la sua colonna.”. Dunque, Carlo de Angelis con la sua colonna arrivò a Diano il 2 settembre 1860. Da Diano la compagnia marciò per Auletta. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, riferendosi ai Magnoni, in proposito scriveva che: “….nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, etc…L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”. Dunque, Mazziotti (….) scriveva che le colonne di insorti tra cui quella del de Angelis e di altri, a Rutino erano sotto il comando di Salavatore Magnoni. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Ricordiamo che SALVATORE MAGNONI era stato nominato Comandante del Corpo d’insurrezione del Distretto di Vallo della Lucania. Dunque, Mazziotti scriveva che a Rutino i Magnoni avevano iniziato l’insurrezione armata il 27 agosto 1860. Mazziotti però, aggiungeva pure che, sempre il 27 agosto 1860, a Rutino  formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis”, mentre nell’altro testo tratto dal diario del de Angelis vi è scritto che a Rutino, la colonna del de Angelis arriverà il 30 agosto 1860. Non mi trovo sulle date. Dal Mazziotti sappiamo che la riunione a Cannicchio tenne un’altra riunione in casa di Giuseppe Pisani a Cannicchio,”, (il Mazziotti scriveva: nella casina di Giuseppe Pisani di Cannicchio (2), vi fu un’ultima riunione con le persone di sopra indicate e diverse altre: si convenne che nel successivo giorno 30″. Dunque, il giorno 30 agosto 1860 la colonna doveva mettersi in marcia per andare a Rutino dai Magnoni e lì, le colonne con il de Angelis si posero sotto il comando di SALVATORE MAGNONI e si recarono a Sala. Sugli insorti cilentani che poi si unirono alla colonna del Salvatore Magnoni ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”.  Dunque, De Crescenzo, in proposito scriveva che a Rutino: “…proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Dunque, queste schiere di insorti cilentani arrivati a Rutino “si misero alla dipendenza di Salvatore Magnoni”. De Crescenzo scriveva che SALVATORE si mise “alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: etc…”. Chi erano questi giovani appartenenti alle famiglie di Salerno e paesi vicini ? “….erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo (…),  p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”, forse i 100 giovani salernitani di cui aveva già parlato, si unirono alla colonna di Pietro GIORDANO e si diressero ad Ascea. Dunque, si posero sotto il comando di Michele Magnoni ma ad Ascea si misero sotto il comando di Pietro Giordano. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. De Crescenzo, a p. 84-85 aveva scritto che i circa 100 giovani delle famiglie salernitane erano Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrellira stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Michele MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “…si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”. De Crescenzo scriveva che SALVATORE si mise “alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: etc…”. Chi erano questi giovani appartenenti alle famiglie di Salerno e paesi vicini ? “….erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo (…),  p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. De Crescenzo, a p. 84-85 aveva scritto che i circa 100 giovani delle famiglie salernitane erano Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrellira stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica”. Il De Crescenzo è chiaro nella risposta e scriveva che la schiera del de Angelis “si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Mi chiedo da Rutino quale fosse l’itinerario seguito dalla colonna del de Agelis ? Il punto è il seguente. La colonna del de Angelis, a Rutino, essendosi messa sotto il comando di Salvatore Magnoni lo seguì nel golfo di Policastro o andò direttamente verso il Vallo di Diano ?. Dunque, queste schiere di insorti cilentani arrivati a Rutino “si misero alla dipendenza di Salvatore Magnoni”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”, forse i 100 giovani salernitani di cui aveva già parlato, si unirono alla colonna di Pietro GIORDANO e si diressero ad Ascea. SALVATORE MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Intanto Carlo de Angelis da alcuni giorni aveva iniziato una serie di contatti con le famiglie più in vista del Cilento, ossia con quelle cui più stava a cuore di risolvere la causa nazionale. Infatti, incontrò Enrico del Mercato e Silvio Cagnano di Laureana Cilento una prima volta in casa Magnoni a Rutino, poi in casa di Alfonso Materazzi a Castellabate, indi si portò ad Agropoli, dove in casa Torre stabilì un solido programma di rivolta. Convocò a Sessa Cilento in casa di Mariano Coccoli uomini di vasta risonanza in campo liberale, tra i quali intervennero i fratelli Coppola di Valle Cilento, Luigi del Giudice di San Mango Cilento, lo stesso del Mercato e Cagnano, inoltre Raffaele Zammarrelli di Sessa Cilento. Questi, dopo un’attenta valutazione dei fatti che erano avvenuti in Sicilia e alla ferma decisione di Garibaldi di attraversare lo stretto di Messina, deliberarono etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva: “Erano giunti a Sala….A questo punto per rigore storico, dobbiamo dire che se tutto questo fervore rivoluzionario poté attuarsi, lo dobbiamo anche alle solerte opera di patriotti come Reginaldo Abbamonte di Ottati, di Michele Cristaino di Sicignano, Giuseppe d’Elia di Roccadaspide, di Domenico Diodati di Castelluccio, di don Giovanni de Augustinis, di Aniello Ioca, Giovanni Giardini di Castelluccio, Carlo Salerno, del capitano Gabriele Passaro di Castel San Lorenzo e di Carlo Sabatelli di Felitto. Il De Angelis onde dare alla rivoluzione un moto uniforme e compatto insieme a Costabile Comunale tenne un’altra riunione in casa di Giuseppe Pisani a Cannicchio, dove oltre a stabilirsi ed insorgere all’indomani si decise che tutti i proprietari del Cilento dovessero offrire del denaro, creare un fondo cassa, per destinarlo alle colonne insurrezionali. Il De Angelis avvertì gli amici di Castellabate di mettersi in marcia. Essi con 200 uomini si diressero a Rutino, così fecero anche le schiere di Laureana, di Matonti, quelle di Stella capitanate dallo Zammarrelli, quelle di Sessa, quelle di Cicerale sotto il comando dell’attivo Andrea de Ciutiis ed infine quelle di Ferdinando Vairo di Torchiara, tutte sotto l’alto comando di Salvatore Magnoni.”. Infante, a p. 43, in proposito scriveva: “Il De Angelis avvertì gli amici di Castellabate di mettersi in marcia. Essi con 200 uomini si diressero a Rutino, così fecero anche le schiere di Laureana, di Matonti quelle di Stella capitanate dallo Zammarrelli, quelle di Sessa, quelle di Cicerale sotto il comando dell’attivo Andrea de Ciutiis ed infine quelle di Ferdinando Vairo di Torchiara, tutte sotto l’alto comando di Salvatore Magnoni.”. Dunque, Infante (….) scriveva che, il giorno ……….agosto 1860 Il De Angelis avvertì gli amici di Castellabate di mettersi in marcia. Essi con 200 uomini si diressero a Rutino etc…”. Dunque, Infante scriveva che il de Angelis si mise in marcia con la sua colonna per andare a Rutino dove arrivò con 200 uomini, il giorno dopo la riunione di Cannicchio. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Dunque, Fusco scriveva che le truppe al comando di Teodosio de Dominicis erano circa 1500 uomini, che erano “seguiti a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnoni”. Però il De Crescenzo, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, riferendosi a Pietro Giordano, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Etc…”. Dunque, Felice Fusco (….), scriveva che Alla fine di agosto…..Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Dunque, secondo il Fusco, la colonna agli ordini di SALVATORE MAGNONI seguiva a breve distanza la colonna del De Dominicis, nel golfo di Policastro e da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84). Sulle forze insurrezionali riuniisi a Rutino con i Magnoni – che poi si spostarono nel Golfo di Policastro – ha scritto Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra….Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo impegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre.”. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° setembre”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° setembre”. Nastro (….) aggiungeva che, la colonna del Magnoni e dei giovanissimi ragazzi al comando di Carlo De Angelis (….) arrivati a Gioi Cilento il 1° settembre 1860, proseguirono Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto.”. Sulla colonna del de Angelis ha scritto anche Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11….I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali, convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cimentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale. Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68).”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Sulle forze insurrezionali riunitisi a Rutino con i Magnoni – che poi si spostarono nel Golfo di Policastro – ha scritto Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra….Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° settembre”. Nastro (….) aggiungeva che, la colonna del Magnoni e dei giovanissimi ragazzi al comando di Carlo De Angelis (….) arrivati a Gioi Cilento il 1° settembre 1860, proseguirono Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 133, in proposito scriveva che: “Qualche giorno più tardi, Lucio Magnoni, coadiuvato dai patrioti Carlo Pavone, Raffaele Coccoli, ed Emilio Galdi, partiva alla testa di tre battaglioni d’insorti, comandati rispettivamente dai maggiori Carlo de Angelis, Enrico del Mercato, Raffaele Zamarelli, col Commissario di guerra Ferdinando Vairo.”.

Nel 1°e 2 settembre 1860, la colonna di Carlo DE ANGELIS, da Gioi Cilento marciò fino a DIANO (ora Teggiano) 

Dalla Treccani on-line leggiamo che Carlo de Angelis (….), a Castellabate organizzò subito una colonna di guardie nazionali per controllare la situazione al passaggio di Garibaldi, e con essa attraversò diversi paesi scendendo nel Vallo di Diano. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, riferendosi ai Magnoni, in proposito scriveva che: “….nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, etc…L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”. Dunque, Mazziotti (….) scriveva che le colonne di insorti tra cui quella del de Angelis e di altri, a Rutino erano sotto il comando di Salavatore Magnoni. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Infatti, Lucio Magnoni, nella sua Relazione Rapporto inviata al “Comitato Unitario Nazionale di Napoli”, redatta a Rutino il 1° settembre 1860 e pubblicata in Alfieri d’Evandro (….), nel suo “L’insurrezione armata etc…”, a p, in “Appendice”, a p. 69, in proposito scriveva pure che:

Dunque, Mazziotti scriveva che a Rutino i Magnoni avevano iniziato l’insurrezione armata il 27 agosto 1860. Mazziotti però, aggiungeva pure che, sempre il 27 agosto 1860, a Rutino  formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis…”, mentre nell’altro testo tratto dal diario del de Angelis vi è scritto che a Rutino, la colonna del de Angelis arriverà il 30 agosto 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi.”. Dunque, de Crescenzo scriveva che la grossa colonna condotta da Carlo De Angelis (….), composta da 200 uomini si diresse a Rutino, dove si riunirono con altre colonne provenienti dai paesi vicini (le schiere di Laureana, di Matonti, quelle di Stella capitanate dallo Zammarrelli, quelle di Sessa, quelle di Cicerale sotto il comando dell’attivo Andrea de Ciutiis ed infine quelle di Ferdinando Vairo di Torchiara”), ed insieme ai fratelli Magnoni di Rutino marciarono verso il Vallo di Diano. Infante scriveva che queste schiere o colonne di insorti erano comandate da SALVATORE MAGNONI. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 58-59, in proposito scriveva: “A Rutino infatti giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, quelle di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, inoltre, quelle di Cocozza di Vatolla, quest’ultimo coadiuvato da due preti, e più precisamente da don Giovanni Cocozza e da don Nicola Carpinelli. Tutti, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi dove giunsero il primo di settembre.”. Dell’epopea di questo patriota ne parlò Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, a p. 132 e ssg., riferendosi alla riunione – l’ultima – a Cannicchio, in proposito aggiungeva che: “III….vi fu un’ultima riunione con le persone di sopra indicate e diverse altre: si convenne che nel successivo giorno 30 le diverse colonne cilentane si sarebbero messe in movimento in varie direzioni. Si stabilì di richiedere ai principali proprietari di offrire volontariamente delle somme per formare un fondo di cassa per il mantenimento delle colonne senza ricorrere alle casse pubbliche. Avvertii i comandanti le guardie nazionali di Ortodonico, Perdifumo e Serramezzana di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, come pure avvertii tutti quelli del Comune di Castellabate che volevano seguirmi. Partii con circa duecento individui, fra i quali due figli del detto mio zio Giambattista, Costabile e Francesco Paolo. La notte e parte del giorno seguente riposammo in Rutino. Io ero alloggiato in casa Magnoni. Ivi mi arrivò un messo con una lettera del commissario civile, il quale mi annunziava che Garibaldi era già al confine della nostra provincia con quella di Basilicata. Ne avvisai il pubblico con manifesti e con un corriere i miei fratelli in Castellabate. Indi con tutta la colonna sotto i miei ordini, cioè la compagnia di Castellabate comandata da Costabile Forziati, quella di Ortodonico da Nicola Amoresano, quella di Serramezzana da un tale Maffia, quella di Perdifumo da Francesco Coco e quella di Vatolla da Cocozza, con due preti liberali, il parroco Giovanni Cocozza e Nicola Carpinelli, mossi per Gioi, ove giunsi la notte del 1º settembre e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati. Etc…”. Dunque, Mazziotti scriveva dal Diario di Carlo de Angelis che egli con la sua gente il 30 agosto 1860 si mosse con altre colonne di insorti Cilentani; il 30 agosto 1860 di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, etc…” e, che, con 200 uomini la sua colonna partì per Rutino dove pernottò in casa Magnoni. Mazziotti, a p. 133, in proposito proseguendo il diario del de Angelis scriveva che il de Angelis con la sua colonna ed altri partirono per Rutino per recarsi dai Magnoni: “Partii con circa duecento individui, fra i quali due figli del detto mio zio Giambattista, Costabile e Francesco Paolo. La notte e parte del giorno seguente riposammo in Rutino. Io ero alloggiato in casa Magnoni. Ivi mi arrivò un messo con una lettera del commissario civile, il quale mi annunziava che Garibaldi era già al confine della nostra provincia con quella di Basilicata. Ne avvisai il pubblico con manifesti e con un corriere i miei fratelli in Castellabate. Indi con tutta la colonna sotto i miei ordini, cioè la compagnia di Castellabate comandata da Costabile Forziati, quella di Ortodonico da Nicola Amoresano, quella di Serramezzana da un tale Maffia, quella di Perdifumo da Francesco Coco e quella di Vatolla da Cocozza, con due preti liberali, il parroco Giovanni Cocozza e Nicola Carpinelli, mossi per Gioi, ove giunsi la notte del 1º settembre e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati. Etc…”. Dunque, Mazziotti scriveva dal Diario di Carlo de Angelis che egli con la sua gente il 30 agosto 1860 si mosse con altre colonne di insorti Cilentani; il 30 agosto 1860 di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, etc…” e, che, con 200 uomini la sua colonna partì per Rutino dove pernottò in casa Magnoni. In casa Magnoni ricevette la lettera del Commissario civile, e da Rutino, il 31 agosto 1860 partì con la sua colonna di insorti cilentani arrivò a Gioi Cilento “la notte del 1° settembre 1860 e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati.”. Il 2 settembre 1860 “Il giorno seguente proseguimmo per Stio, Laurino, ove ci fermammo in casa del barone Valenti, e Piaggine; indi per Diano, in casa di Pasquale Carrano. A. Diano trovai Stefano Passero con la sua colonna.”. Dunque, Carlo de Angelis con la sua colonna arrivò a Diano il 2 settembre 1860. Dal Mazziotti sappiamo che la riunione a Cannicchio tenne un’altra riunione in casa di Giuseppe Pisani a Cannicchio,”, (il Mazziotti scriveva: nella casina di Giuseppe Pisani di Cannicchio (2), vi fu un’ultima riunione con le persone di sopra indicate e diverse altre: si convenne che nel successivo giorno 30″. Dunque, il giorno 30 agosto 1860 la colonna doveva mettersi in marcia per andare a Rutino dai Magnoni e lì, le colonne con il de Angelis si posero sotto il comando di SALVATORE MAGNONI e si recarono a Sala. Sugli insorti cilentani che poi si unirono alla colonna del Salvatore Magnoni ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”. Dunque, De Crescenzo, in proposito scriveva che a Rutino: “…proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Dunque, queste schiere di insorti cilentani arrivati a Rutino “si misero alla dipendenza di Salvatore Magnoni”. De Crescenzo scriveva che SALVATORE si mise “alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: etc…”. Chi erano questi giovani appartenenti alle famiglie di Salerno e paesi vicini ? “….erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo (…),  p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. De Crescenzo, a p. 84-85 aveva scritto che i circa 100 giovani delle famiglie salernitane erano Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrellira stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Michele MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. De Crescenzo scriveva che SALVATORE si mise “alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: etc…”. Chi erano questi giovani appartenenti alle famiglie di Salerno e paesi vicini ? “….erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo (…),  p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. De Crescenzo, a p. 84-85 aveva scritto che i circa 100 giovani delle famiglie salernitane erano Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Ciutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrellira stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica”. Il De Crescenzo è chiaro nella risposta e scriveva che la schiera del de Angelis “si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Mi chiedo da Rutino quale fosse l’itinerario seguito dalla colonna del de Agelis ? Il punto è il seguente. La colonna del de Angelis, a Rutino, essendosi messa sotto il comando di Salvatore Magnoni lo seguì nel golfo di Policastro o andò direttamente verso il Vallo di Diano ?. Dunque, queste schiere di insorti cilentani arrivati a Rutino “si misero alla dipendenza di Salvatore Magnoni”. SALVATORE MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Sulle forze insurrezionali riuniisi a Rutino con i Magnoni – che poi si spostarono nel Golfo di Policastro – ha scritto Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra….Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Etc…. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° setembre”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 133, in proposito scriveva che: “Qualche giorno più tardi, Lucio Magnoni, coadiuvato dai patrioti Carlo Pavone, Raffaele Coccoli, ed Emilio Galdi, partiva alla testa di tre battaglioni d’insorti, comandati rispettivamente dai maggiori Carlo de Angelis, Enrico del Mercato, Raffaele Zamarelli, col Commissario di guerra Ferdinando Vairo.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Amedeo La Greca, ap. 272 continuando il suo racconto e riferendosi al giorno 6 settembre 1860, “Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 51, in proposito scriveva: “Michele, lasciato il suo Stato Maggiore al Faro di Messina, si portò a Rutino, dove a capo di numerosi insorti, provenienti da Orria, da Perito, da Cicerale, da Torchiara, da Prignano, da Ogliastro e da Lustra, insieme ai germani Lucio e Salvatore proclamarono l’insurrezione il 27 agosto.”. Sulla colonna del de Angelis ha scritto anche Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11….I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali, convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cimentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale. Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68).”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “All’alba del 30, centinaia di volontari si portarono entusiasti a Sala, dove Giovanni Matina, alla testa di 3000 insorti, proclamava la dittatura assumento il titolo di prodittatore della provincia di Salerno e vi insediò un governo provvisorio insurrezionale a cui si sottomisero le massime autorità regie. Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale” (223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”.

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “….proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”. Dunque, queste schiere di insorti cilentani arrivati a Rutino “si misero alla dipendenza di Salvatore Magnoni”. De Crescenzo scriveva che SALVATORE si mise “alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: etc…”. Chi erano questi giovani appartenenti alle famiglie di Salerno e paesi vicini ? “….erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo (…),  p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”, forse i 100 giovani salernitani di cui aveva già parlato, si unirono alla colonna di Pietro GIORDANO e si diressero ad Ascea. Dunque, si posero sotto il comando di Michele Magnoni ma ad Ascea si misero sotto il comando di Pietro Giordano. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 42-43, in proposito scriveva: “Il De Angelis onde dare alla rivoluzione un moto uniforme e compatto insieme a Costabile Comunale tenne un’altra riunione in casa di Giuseppe Pisani a Cannicchio, dove oltre a stabilirsi ed insorgere all’indomani si decise che tutti i proprietari del Cilento dovessero offrire del denaro, creare un fondo cassa, per destinarlo alle colonne insurrezionali. Il De Angelis avvertì gli amici di Castellabate di mettersi in marcia. Essi con 200 uomini si diressero a Rutino, così fecero anche le schiere di Laureana, di Matonti, quelle di Stella capitanate dallo Zammarrelli, quelle di Sessa, quelle di Cicerale sotto il comando dell’attivo Andrea de Ciutiis ed infine quelle di Ferdinando Vairo di Torchiara, tutte sotto l’alto comando di Salvatore Magnoni.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, …..l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, da Cicerale con Andrea De Ciutiis, da Torchiara con Ferdinando Vairo. L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”.

Dopo il 1°settembre 1860, la colonna del DE ANGELIS, da Gioi Cilento arrivarono a STIO, LAURINO, PIAGGINE e poi a Teggiano dove incontrò la colonna di STEFANO PASSERO

A Rutino, in casa Magnoni arrivarono molte colonne provenienti da diversi paesi dell’entroterra e del basso Cilento. Si riunirono in casa Magnoni. Alcune colonne iniziarono a marciare con i loro capi – tra cui il de Angelis – e si recarono a Gioi Cilento dove arrivarono il 1° settembre 1860. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 58-59, in proposito scriveva: “Tutti, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi dove giunsero il primo di settembre. Qui trovarono ospitalità nel palazzo di Giovanni Salati, etc..”. Infante scriveva che la colonna del de Angelis arrivò a Gioi Cilento il 1° settembre 1860 e fu ospitata nel “Palazzo di Giovanni Salati”. Infante poi aggiunge che la colonna del de Angelis, da Gioi Cilento, “successivamente proseguirono per Stio. Giunsero a Laurito, si fermarono a ristorarsi nel palazzo del Barone Valenti, poi furono a Piaggine”, e solo dopo essere arrivati a Piaggine, la colonna del de Angelis marciò “…e di qui marciarono per il Vallo di Diano, dove s’incontrarono con la colonna di Stefano Passero proveniente da Vallo.”. Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: “Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° settembre”. Nastro (….) aggiungeva che, la colonna del Magnoni e dei giovanissimi ragazzi al comando di Carlo De Angelis (….) arrivati a Gioi Cilento il 1° settembre 1860, proseguirono Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Dell’epopea di questo patriota ne parlò Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, a p. 133, in proposito proseguendo il diario del de Angelis scriveva che il de Angelis: “….mossi per Gioi, ove giunsi la notte del 1º settembre e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati. Etc…Il giorno seguente proseguimmo per Stio, Laurino, ove ci fermammo in casa del barone Valenti, e Piaggine; indi per Diano, in casa di Pasquale Carrano. A. Diano trovai Stefano Passero con la sua colonna.”. Dunque, nel suo diario raccontato dal Mazziotti, il de Angelis scriveva che, la sua colonna si fermò in casa del Barone VALENTI a Laurino, poi proseguì per Piaggine e da lì arrivò a “Diano”, ovvero l’attuale Teggiano – che all’epoca si chiamava “Diano”. De Angelis racconta che a Diano (Teggiano), si incontrò con la colonna di STEFANO PASSERO proveniente da Vallo della Lucania. Dunque, secondo il racconto del de Angelis, nel suo diario pubblicato dal Mazziotti, egli, insieme alla sua colonna d’insorti cilentani marcia e fa lo stesso percorso di STEFANO PASSERO. De Angelis racconta che da Gioi Cilento si reca a Stio, a Laurino e a Piaggine. Però, Lucio MAGNONI, nel suo Rapporto-Relazione che inviò al Comitato, da Rutino, il 1° settembre 1860, ovvero il “Doc. 9 bis” pubblicato, a pp. 7-8 da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, in proposito scriveva che: La mattina di ieri (dunque si tratta del 30 agosto 1860), “…muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Lucio Magnoni scriveva che “Passero di Vallo” (la matina del 30 agosto 1860) battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano”, che è lo stesso percorso che farà il de Angelis pochi giorni dopo. Arrivò a “Diano” ovvero l’attuale Teggiano. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, a p. 133, in proposito proseguendo il diario del de Angelis scriveva che il de Angelis: “….e Piaggine; indi per Diano, in casa di Pasquale Carrano. A. Diano trovai Stefano Passero con la sua colonna.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”.

Nel 3 settembre 1860, a Vallo della Lucania, LUCIO MAGNONI

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Vallo 3 settembre 1860. Compagni, Io son contento di voi. Ieri avete fatta una marcia da vecchi soldati ed ora voglio dare un compenso alle vostre fatiche, sicuro che tornerà grato più che qualunque altro premio. Eccovelo. Il genenale Turr è sbarcato con una brigata dell’invincibile armata del Dittatore sulle spiagge di Sapri. Etc…Lucio Magnoni.“. E difatti le forze, riunitesi con quelle di Diano e di Campagna ed ingrossate da molti volontari giunti da ogni parte, fugarono i quarantamila borbonici da Salerno, che erano risoluti a sgominare le schiere garibaldine, e poi li fugarono anche a Napoli (8).”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (8) postillava: “(8) Qualche storico invece dice, che i soldati borbonici partirono da Salerno dopo che giunse il telegramma di Garibaldi all’Intendente, inviato dal Fortino col quale desiderava trentamila razioni per i suoi soldati.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”.

(Fig. n….) – “Ordine del giorno” del Commissario Lucio Magnoni da Vallo della Lucania, il 3 settembre 1860, in Alfieri d’Evandro (….), in Appendice a p. 70

Nel 3 e 4 settembre 1860, LUCIO MAGNONI e, la sua colonna d’insorti cilentani si partì da Rutino, si diresse a Polla dove sostò il 7 settembre 1860 e si incontrò con le colonne di FERRARA e del de ANGELIS

Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: I volontari del Cilento partivano i primi di settembre, ed avviavansi verso il Vallo Diano per unirsi agli altri dei vicini paesi e raggiungere Garibaldi. Certo Vinciprova, rivoluzionario di cuore e di fatti, recossi alla marina di Acciaroli per attendervi armi già promesse, ma che non erano ancora arrivate.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a pp. 104-105 e ssg., in proposito scriveva che: 11….Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (69) postillava: “(69) Matteo Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860 cit., pp. 68-72.”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a p. 127, riferendosi ai Magnoni, in proposito scriveva che: “….nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di GuIdo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, etc…L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni.”. Dunque, Mazziotti (….) scriveva che le colonne di insorti tra cui quella del de Angelis e di altri, a Rutino erano sotto il comando di Salavatore Magnoni. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Infatti, Lucio Magnoni, nella sua Relazione-Rapporto inviata al “Comitato Unitario Nazionale di Napoli”, redatta a Rutino il 1° settembre 1860 e pubblicata in Alfieri d’Evandro (….), nel suo “L’insurrezione armata etc…”, a p, in “Appendice”, a p. 69, in proposito scriveva pure che:

Dunque, in un suo rapporto inviato al Comitato Napoletano, pubblicato dal d’Evandro a p. 69, LUCIO MAGNONI scriveva che: “In pari tempo si procedette all’organizzazione delle forze insurrezionali messe sotto gli ordini de’ Maggiori Carlo de Angelis, Errico del Mercato, Michele Magnone e Raffaele Zamarelli con Ferdinando Vairo Commissario di Guerra e Ignazio Cagnano Quartier Mastro Generale. Etc..”. Dunque, riunitisi a Rutino dove vi era la residenza dei Magnoni, e LUCIO MAGNONI aveva elevato a suo Quartiere Generale, gli insorti cilentani capeggiati da Carlo de Angelis si erano fermati, il 30 agosto 1860.  Mazziotti scriveva che a Rutino i Magnoni avevano iniziato l’insurrezione armata il 27 agosto 1860. Mazziotti però, aggiungeva pure che, sempre il 27 agosto 1860, a Rutino  formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis…”, mentre nell’altro testo tratto dal diario del de Angelis vi è scritto che a Rutino, la colonna del de Angelis arriverà il 30 agosto 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”. De Crescenzo (…),  p. 84, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrelli era stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come dicemmo, il Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, SALVATORE MAGNONI, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini infervorati, va ad accrescere le intrepide schiere Vallesi. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ed un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Etc..”. Dunque, il de Crescenzo scriveva che da Rutino partiva SALVATORE MAGNONI “…in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, etc..”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 58-59, in proposito scriveva: “A Rutino infatti giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, quelle di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, inoltre, quelle di Cocozza di Vatolla, quest’ultimo coadiuvato da due preti, e più precisamente da don Giovanni Cocozza e da don Nicola Carpinelli. Tutti, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi dove giunsero il primo di settembre.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Memorie di Carlo de Angelis pubblicate a cura di Matteo Mazziotti”, ed. Albrighi e Segati, Milano, 1908, dove, nel Cap. VI, capo III, dal Diario di Carlo de Angelis, a p. 132 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Avvertii i comandanti le guardie nazionali di Ortodonico, Perdifumo e Serramezzana di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, come pure avvertii tutti quelli del Comune di Castellabate che volevano seguirmi. Partii con circa duecento individui, fra i quali due figli del detto mio zio Giambattista, Costabile e Francesco Paolo. La notte e parte del giorno seguente riposammo in Rutino. Io ero alloggiato in casa Magnoni.”. Dunque, Mazziotti scriveva dal Diario di Carlo de Angelis che egli con la sua gente il 30 agosto 1860 si mosse con altre colonne di insorti Cilentani; il 30 agosto 1860 di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, etc…” e, che, con 200 uomini la sua colonna partì per Rutino dove pernottò in casa Magnoni. De Angelis continuando il suo racconto nel Mazziotti scriveva pure che, da Rutino, dopo aver riposato in casa Mazziotti: “Ivi mi arrivò un messo con una lettera del commissario civile, il quale mi annunziava che Garibaldi era già al confine della nostra provincia con quella di Basilicata. Ne avvisai il pubblico con manifesti e con un corriere i miei fratelli in Castellabate. Indi con tutta la colonna sotto i miei ordini, cioè la compagnia di Castellabate comandata da Costabile Forziati, quella di Ortodonico da Nicola Amoresano, quella di Serramezzana da un tale Maffia, quella di Perdifumo da Francesco Coco e quella di Vatolla da Cocozza, con due preti liberali, il parroco Giovanni Cocozza e Nicola Carpinelli, mossi per Gioi, ove giunsi la notte del 1º settembre e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati. Etc…”. Dunque, Mazziotti scriveva dal Diario di Carlo de Angelis che egli con la sua gente il 30 agosto 1860 si mosse con altre colonne di insorti Cilentani; il 30 agosto 1860 di muovere il di 30 per riunirsi a me sul Mercato, etc…” e, che, con 200 uomini la sua colonna partì per Rutino dove pernottò in casa Magnoni. De Angelis, in casa Magnoni, a Rutino, ricevette la lettera del Commissario civile, e da Rutino, il 31 agosto 1860 partì con la sua colonna di insorti cilentani arrivò a Gioi Cilento “la notte del 1° settembre 1860 e fui alloggiato in casa di Giovanni Salati.”. Il 2 settembre 1860 “Il giorno seguente proseguimmo per Stio, Laurino, ove ci fermammo in casa del barone Valenti, e Piaggine; indi per Diano, in casa di Pasquale Carrano. A. Diano trovai Stefano Passero con la sua colonna.”. Dunque, Carlo de Angelis con la sua colonna arrivò a Diano il 2 settembre 1860. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Sulle forze insurrezionali riuniisi a Rutino con i Magnoni – che poi si spostarono nel Golfo di Policastro – ha scritto Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra….Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”. Dunque, Catello Nastro scriveva che “queste forze agli ordini di Carlo De Angelis”, da Rutino dove si erano riuniti con i Magnoni “si mossero per Gioi Cilento dove giunsero il 1° settembre”. Nastro (….) aggiungeva che, la colonna del Magnoni e dei giovanissimi ragazzi al comando di Carlo De Angelis (….) arrivati a Gioi Cilento il 1° settembre 1860, proseguirono Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nel Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi.”.Dunque, Nastro scriveva che la colonna del de Angelis – giunta nel Vallo di Diano – “ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero”, mentre Infante (….) scriveva che a Polla il de Angelis si incontrò con le colonne di Lucio Magnoni e del Ferrara. LUCIO MAGNONI, nella sua Relazione-Rapporto che inviò al Comitato Napoletano, Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli.”, pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis.”, scriveva che: Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso…..”, etc.. e poi aggiungeva che: “..Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Dunque, è lui stesso che scrivendo al Comitato Napoletano, il 1° settembre 1860, Lucio Magnoni ci dice che, il 2 settembre 1860 (il rapporto è del 1° settembre 1860) muoveranno dal Cilento “tre battaglioni” “ben armati e ben equipaggiati” che si dirigeranno verso il Vallo di Diano. Si riferiva ai tre battaglioni di cui uno comandato dal de Angelis. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 133, in proposito scriveva che: “Qualche giorno più tardi, Lucio Magnoni, coadiuvato dai patrioti Carlo Pavone, Raffaele Coccoli, ed Emilio Galdi, partiva alla testa di tre battaglioni d’insorti, comandati rispettivamente dai maggiori Carlo de Angelis, Enrico del Mercato, Raffaele Zamarelli, col Commissario di guerra Ferdinando Vairo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 133, in proposito scriveva che: “Qualche giorno più tardi, Lucio Magnoni, coadiuvato dai patrioti Carlo Pavone, Raffaele Coccoli, ed Emilio Galdi, partiva alla testa di tre battaglioni d’insorti, comandati rispettivamente dai maggiori Carlo de Angelis, Enrico del Mercato, Raffaele Zamarelli, col Commissario di guerra Ferdinando Vairo.”. Dunque, Romagnano scriveva che a Rutino, LUCIO MAGNONI, “qualche giorno più tardi” (cioè dopo il 30 agosto 1860), “partiva alla testa di tre battaglioni d’insorti”. Romagnano scriveva pure che i tre battaglioni erano comandati dai tre Maggiori: “Carlo de Angelis, Enrico del Mercato, Raffaele Zamarelli, col Commissario di guerra Ferdinando Vairo.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272 continuando il suo racconto e riferendosi al giorno 6 settembre 1860, “…Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11….Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68).”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Dunque, anche Pinto (….) scriveva che “LUCIO MAGNONI” “…lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “…Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunque uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Amedeo La Greca, ap. 272 continuando il suo racconto e riferendosi al giorno 6 settembre 1860, “Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con quest’ordine del giorno: “Vallo 3 settembre 1860…Compagni, Io son contento di voi. Ieri avete fatta una marcia da vecchi soldati ed ora voglio dare un compenso alle vostre fatiche, sicuro che tornerà grato più che qualunque altro premio. Eccovelo. Il generale Turr è sbarcato con una brigata dell’invincibile armata del Dittatore sulle spiagge di Sapri. Non amate voi di premio abbracciare questi prodi compagni di armi e dire al loro Generale: Guidateci alle patrie battaglie ? Fidate del vostro Lucio Magnoni”. E difatti le forze, riunitesi con quelle di Diano e di Campagna ed ingrossate da molti volontari giunti da ogni parte, etc…”. Dunque, a proposito di Lucio Magnoni, il de Crescenzo pubblicò il proclama datato 3 settembre 1860. De Crescenzo però non dice dove fu scritto. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 100-101, parlando di LEONINO VINCIPROVA, in proposito scriveva: “….con l’invito di recarsi al Palazzo Mazziotti, dove il giorno seguente si dichiarò la decadenza di Francesco II e si proclamò “Vittorio Emanuele Re d’Italia”. Di qui il Vinciprova e il Muratori si recarono a Rutino, dove col Magnoni fecero convergere tutte le forze insurrezionali.”. Dunque, Infante (….) scriveva che arrivati a Celso in casa del barone Mazziotti, dopo aver diramato una Circolare a tutti i capi delle Guardie Nazionali del Circondario, Lucio Magnoni e Leonino Vinciprova, con le colonne di insorti cilentani, si recarono a Rutino, patria dei MAGNONI e “…dove fecero convergere tutte le forze insurrezionali.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 59, in proposito scriveva: Si proseguì per San Pietro, per Polla e qui sostarono per un breve riposo, durante il quale incontrarono Cristofaro Ferrara e Lucio Magnoni. L’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno, dove attesero il Dittatore.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 57-58, in proposito scriveva: “Lucio Magnoni intanto per anticipare lo spostamento delle forze borboniche ordinò alle colonne del Distretto di Vallo di dirigersi verso il Vallo di Diano. Ecco il testo dello storico ordine del Giorno: “Vallo 3 settembre 1860 “Compagni, Io son contento etc…”.”. Questo testo di Ordine del Giorno del 3 settembre 1860, scritto a Vallo della Lucania è stato pubblicato dall’Alfieri d’Evandro (…), in “Documenti”, doc. n. ….., p……

(Fig. n….) – Ordinanza di Lucio Magnoni, redatta dal Comando di Vallo della Lucania il 3 settembre 1860 – in Alfieri d’Evandro (…), in “Documenti”, doc. n. ….., p……

Nel 5 settembre 1860, le armi (del BERTANI), inviate dal Comitato di Genova e portate da CRISTOFARO MURATORI e da ALEXANDRE DUMAS con la goletta EMMA e attese dal VINCIPROVA 

Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 100, parlando di LEONINO VINCIPROVA, in proposito scriveva: “Anche dopo il fallimento della rivoluzione del 1848, il Vinciprova continuò a tramare contro l’oppressore. Nel 1860 prese parte all’occupazione dei due vapori della società Rubattino ed indossò la camicia rossa dei garibaldini. Insieme a questi sbarcò a Marsala, dove subito pose in evidenza il suo coraggio e la sua intelligenza di combattere e di organizzatore. Per questo Garibaldi lo incaricò di andare ad Acciaroli con Pietro La Cava e prendere in consegna la nave di Dumas con tutte le armi e munizioni, che poi dovevano servire per la sommossa nel napoletano. Ma le armi non giungevano e di lì La Cava partì per Napoli, rimanendo il Vinciprova ad attenderle. Si pensò ad “una indegna canzonatura fatta dal Comitato di Napoli”, (così scrisse in una lettera il La Cava).”. Infante aggiungeva che: “Ma verso le 14 del 5 settembre del 1860, si vide fermare la goletta EMMA poco lontano dalla spiaggia di Acciaroli, sulla quale era il grande romanziere francese Dumas. Il Vinciprova salì a bordo e incontrò Cristofaro Muratori, cospiratore siciliano, vestito da ufficiale garibaldino, con il quale infervorarono la gioventù cilentana a combattere. Partirono per Cannicchio, poi andarono a Celso da dove si spedì una circolare a tutti i cittadini, etc…”. Dunque Infante (….) scriveva che il Lacava se ne partì per Napoli e retò ad attendere le armi che non arrivavano LEONINO VINCIPROVA. Infante scriveva pure che le armi arrivarono il 5 settembre 1860 con la goletta Emma di Alexandre Dumas, nella rada di Acciaroli. Sulla goletta vi era il cospiratore CRISTOFARO MURATORI. A raccontarci dell’evento fu il monaco Oddo (….), ma lo stesso Alexandre Dumas (padre)(….), nel suo “I Garibaldini – scene, impressioni, ricordi della spedizione dei mille” (o Les Garibaldiens)(io posseggo il testo con traduzione di Anna Franchi – forse la traduzione di Une odyssée en 1860, 1861-1862 [prima pubblicazione in una forma accorciata col titolo Les Garibaldiens. Révolution de Sicile et de Naples, 1861), ed. Società Milanese, Sesto San Giovanni. Dumas (….), ne parla nel suo capitolo XVIII, “Proscrizione dell’Emma” – Porto di Picciotta, 5 settembre 1860, a pp. 298-299 (a pp. 176-177), in proposito scriveva che: Il 5, a mezzogiorno, ci trovavamo di fronte al villaggio di Picciotta, dove ci eravamo fermati ad aspettare un peschereccio dal quale volevamo chiedere informazioni su dove si trovasse Garibaldi. Il capitano ci disse che le ultime notizie annunciavano uno sbarco a Sapri e l’arrivo di Garibaldi a Cozenza. Mentre parlavamo con la nave, fummo avvistati dal villaggio di Picciotta; una barca piena di uomini si allontanò dalla riva e si diresse verso di noi. Tutti quegli uomini erano ansiosi di avere notizie; noi gliele demmo: dicemmo loro che Garibaldi era atteso a Napoli e che gli sarebbe bastato presentarsi per essere accolto con entusiasmo. Non avevano ancora osato fare nulla sulla costa;ma, quando appresero la notizia, e soprattutto chi gliela stava dando, gridarono: “Viva Garibaldi! Viva l’Italia unita!”. Che credevo che fosse un’opportunità per mostrare le camicie rosse che avevo fatto confezionare a bordo e che avevano tanto colpito l’attenzione di Sua Maestà Francesco II. Vorremmo notare di passaggio che era arrivato con mille ducati di sottoscrizioni volontarie, che, durante il mio soggiorno nel Golfo di Napoli, mi avevano effettivamente aiutato a sostenere i nostri agenti che inviammo in tutte le direzioni per proclamare la rivoluzione, per aiutare i nostri amici in fuga, per distribuire armi gratuitamente e per pagare la confezione delle camicie rosse. Dico ‘confezionare’ perché una sola persona aveva donato abbastanza stoffa per quattrocento camicie. E la cosa più meravigliosa fu che questi eccellenti patrioti chiesero, e chiedono tuttora, che io tenga segreti i loro nomi.”. Ridotto alle mie sole risorse, non avrei potuto fare nemmeno la metà di quello che ho fatto. I nostri uomini, che non si aspettavano tanta generosità, passarono dall’entusiasmo alla frenesia. In mancanza di ghiaccio, ognuno cercava l’attenzione del suo compagno, lanciando vere e proprie grida di gioia. Alla vista di ciò che stava accadendo in mare, e senza comprendere questo cambiamento di abbigliamento, altre due barche, cariche fino al collo, si staccarono dalla riva e si diressero verso di noi, remando con tutte le loro forze. I nuovi arrivati ​​a loro volta ricevettero il loro contingente di camicie rosse e unirono i loro applausi a quelli dei loro compagni. Uno di loro, un giovane di diciotto o vent’anni, sentendosi ispirato, mi chiese una penna, inchiostro e carta, e improvvisò un proclama che io certamente avrei ritenuto incapace di fare, e che fu letto immediatamente e accolto da applausi. Facemmo l’appello: eravamo circa cinquanta. Noi ci consideravamo un numero sufficientemente numeroso per fomentare una rivolta a Cilento. Muratori, travolto dall’entusiasmo generale, dichiarò che mi avrebbe lasciato il comando di questi cinquanta volontari. Lo nominai capitano, nomina che fu confermata all’unanimità;nominai l’autore del proclama suo luogotenente; diedi a ciascuno di loro un fucile e venticinque cartucce, e partirono. Muratori prese con sé tre o quattrocento franchi, lasciandomi il resto del suoLa sua borsa era notevolmente ridotta.Il povero ragazzo era salito a bordo con oltre trecento luigi e gli erano rimasti a malapena mille franchi. Nel suo patriottismo, aveva regalato il denaro a mani nude.Osservai le quattro imbarcazioni che, questa volta, non avrebbero smentito il signor Delamarre e che sembravano proprio essere pilotate da bucanieri.Un attimo dopo aver raggiunto la terraferma, Muratori e i suoi uomini scomparvero tra le montagne.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 95-96-97-98, in proposito scriveva pure che: “Il giorno seguente, alle 11 antimeridiane precise, la goletta si mosse dirigendosi verso Napoli, dove giunse circa la mezzanotte (39). XII. Solamente il 5 settembre 1860, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano – e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza nel Salernitano. Chi avrebbe potuto preparare il terreno politico nelle nostre zone se non il Vinciprova che conosceva addentro uomini e cose, avendo partecipato, credente convinto nell’unità della patria, a tutti i moti liberali della sua provincia ?. Il patriota cilentano “rivoluzionario di cuore e di fatti”, come lo chiama l’Oddo, montò una barchetta con alcuni marinai e salì a bordo della goletta che, di tanto in tanto, mandava colpi di fucile, e gli si presentò dapprima un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo, ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra di una bianca e di una rossa (40). Era costui il romanziere Dumas, accompagnato dal frate GIOVANNI PANTALEO e da un focoso giovane siciliano in divisa di ufficiale garibaldino, CRISTOFARO MURATORI, il cui pronto ingegno e la grande presenza di spirito lo avevano reso pratico delle congiure rivoluzionarie. Era reduce da lunga prigionia e dall’esilio, giacchè era stato tre anni incarcerato a Messina, diciotto mesi relegato nell’isola di Ustica, poi esiliato in Francia, donde, dopo l’attentato di Felice Orsini, era stato inviato in Africa. Ora era presidente del Comitato generale segreto di Napoli ed aveva la missione di far sollevare il resto della provincia (41). Costui, dopo poco, presa una carabina sulle spalle, scese a terra con gli altri, portando un considerevole numero di camicie rosse armi e munizioni, che aveva spedito da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto.”. Dunque, il De Crescenzo, sulla base del racconto del Minervini (….) scriveva che CRISTOFARO MURATORI, che si trovava sulla goletta Emma di Alexandre Dumas, il 5 settembre 1860 scese a terra “…presa una carabina sulle spalle, scese a terra con gli altri, portando un considerevole numero di camicie rosse armi e munizioni, che aveva spedito da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto.”. Dunque, il Muratori – che era il Presidente del COMITATO GENERALE SEGRETO NAPOLETANO, aveva portato aiuti armi e munizioni che il Bertani, da Genova, sin dal 1° agosto 1860 aveva fatto pervenire in Sicilia. Ricordo che il Bertani e Garibaldi avevano iniziato la sottoscrizione per i 10.000 fucili. De Crescenzo, a p. 98, nella nota (41) postillava: “(41) L. Minervini, Dichiarazione cronologica sopra i fatti della Rivoluzione di Napoli, Trani, Cannone, 1861.”. De Crescenzo, sul CRISTOFARO MURATORI scriveva che: “….accompagnato dal frate GIOVANNI PANTALEO e da un focoso giovane siciliano in divisa di ufficiale garibaldino, CRISTOFARO MURATORI, il cui pronto ingegno e la grande presenza di spirito lo avevano reso pratico delle congiure rivoluzionarie. Era reduce da lunga prigionia e dall’esilio, giacchè era stato tre anni incarcerato a Messina, diciotto mesi relegato nell’isola di Ustica, poi esiliato in Francia, donde, dopo l’attentato di Felice Orsini, era stato inviato in Africa. Ora era presidente del Comitato generale segreto di Napoli ed aveva la missione di far sollevare il resto della provincia (41).”. Dunque, il De Crescenzo, sulla base del racconto del Minervini (….) scriveva che CRISTOFARO MURATORI, “…era presidente del Comitato generale segreto di Napoli ed aveva la missione di far sollevare il resto della provincia (41).”. De Crescenzo, a p. 98, nella nota (41) postillava di Minervini (….) e della sua “(41) Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”.”. De Crescenzo, a p. 98, nella nota (41) postillava di Minervini (….) e della sua Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. De Crescenzo, sulla scorta forse del Minervini, a p. 98, scriveva pure che MURATORI: “Costui, dopo poco, presa una carabina sulle spalle, scese a terra con gli altri, portando un considerevole numero di camicie rosse armi e munizioni, che aveva spedito da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto.”. Dunque, secondo il de Crescenzo (…) che traeva notizie dal Minervini (…), il MURATORI aveva portato con la goletta Emma del Dumas le armi spedite “…da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto”. Dunque, le armi che furono date dal Muratori al Vinciprova, il 5 settembre 1860 erano arrivate a Pioppi già dal 1° agosto 1860. Sono queste le armi – spedite dal Comitato di Genova del Bertani il 1° agosto 1860 – che in parte furono ritirate dal de Dominicis ? Si trattava delle armi di cui, nel 1921, ci parla il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921),a pp. 68-69 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis.”. Sono le armi di cui parlava anche Pietro Ebner (….) scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili etc…”, che come abbiamo visto lo stesso de Dominicis rispondendo al Comitato di Napoli scriveva che parte di questi fucili li aveva consegnati a Salvatore Magnoni. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Ad Ascea, Teodosio de Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. (93).”. Non sono queste le armi che furono portate dalla goletta Emma di Alexandre Dumas (padre) e dal Muratori – che si trovava sulla goletta, poi ritirate da Leonino Vinciprova. Ebner si riferiva alle armi ritirate da GENNARO PAGANO e portate a DE DOMINICIS ad Ascea. Devo però dire che Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Infatti, sia l’Oddo che il Mazziotti poi ci parlano di queste armi e di ciò che accadde il 5 settembre 1860 ad Acciaroli. Sul Muratori ha scritto pure il Mazziotti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Mazziotti, a p. 130, riferendosi alle armi che arrivarono solo il 5 settembre 1860 ad Acciaroli, in proposito scriveva: “VI…Soltanto il 5 settembre la goletta con il Dumas si avvicinò a la rada di Acciaroli. La attendeva Leonino Vinciprova, che aveva preso parte a la spedizione dei mille ed era stato mandato da Garibaldi, col Mignogna e col Carbonelli, per promuovere la rivolta nelle provincie napoletane. Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristoforo Muratori, siciliano, ardente patriota, già segretario del Crispi (*)…etc…(1).”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo — Opera citata pag. 794 — Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini — Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli pag. ?1 — Trani Tipografia Cannone 1861.”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Dunque, Mazziotti scriveva che CRISTOFARO MURATORI, che si trovava sulla goletta del Dumas, il giorno 5 settembre 1860 era “siciliano, già segretario di Crispi”. Riguardo la citazione dell’Oddo (….), il Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 794-795, in proposito scriveva che: “Prima di continuare a parlar di Dumas e di certi fatti rivoluzionari combinati nelle acque di Napoli tra lui ed altre persone diremo ancora dell’ Emma, di quella goletta che ha la sua parte nella storia della nostra rivoluzione. Essa aveva portato armi in Salerno, e nei primi di settembre altre armi portava alla marina di Acciaroli. I volontari del Cilento partivano i primi di settembre, ed avviavansi verso il Vallo Diano per unirsi agli altri dei vicini paesi e raggiungere Garibaldi. Certo Vinciprova, rivoluzionario di cuore e di fatti, recossi alla marina di Acciaroli per attendervi armi già promesse, ma che non erano ancora arrivate. Verso le 2 pomeridiane del 5 settembre si fermò poco lungi dalla spiaggia la goletta Emma, che di tratto in tratto interrompeva il silenzio con colpi di fucile. Il Vinciprova montò una barchetta con alquanti marinai, si accostò all’ Emma, sali a bordo, ed oltre a Dumas vi trovò Cristoforo Muratori, che i nostri lettori conoscono. Egli era vestito da ufficiale garibaldino; sua missione era di sollevare il resto della provincia. Si stabilì che il Muratori scenderebbe a terra, vi radunerebbe tutta la gioventù volonterosa di combattere, ne prenderebbe il comando, e raggiungerebbe Garibaldi. In questo frattempo l’ Emma era circondata da tutte le barchette che ritrovavansi in Acciaroli; si dispensarono quantità di camicie rosse, ed armi e munizioni, ed il Muratori, presa una carabina sulle spalle, scese con gli altri, festeggiato dalla moltitudine, che, come per incanto, erasi tutta vestita di rosso. Il telegrafo segnalò un disbarco di garibaldini. Le popolazioni lo credettero pure, e con incredibile entusiasmo si diedero a seguire i volontari. Fu improvvisato un pranzo a Muratori, che passò tra gli evviva all’Italia e a Garibaldi. La sera si parti e si proseguì il viaggio da Cannicchio al Celso, luogo natio del barone Mazziotti etc…”. Dunque, l’Oddo racconta che: “Verso le 2 pomeridiane del 5 settembre si fermò poco lungi dalla spiaggia la goletta Emma, che di tratto in tratto interrompeva il silenzio con colpi di fucile. Il Vinciprova montò una barchetta con alquanti marinai, si accostò all’ Emma, sali a bordo, ed oltre a Dumas vi trovò Cristoforo Muratori, che i nostri lettori conoscono.”. L’Oddo scriveva pure che la colonna di insorti Cilentani – tra cui il Muratori ed il Vinciguerra, La sera si parti e si proseguì il viaggio da Cannicchio al Celso, luogo natio del barone Mazziotti etc…”. Dunque, il racconto dell’Oddo ci parla dell’arrivo a Celso in casa del barone Mazziotti (…). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 95-96, in proposito scriveva pure che: “XII. Solamente il 5 settembre 1860, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano- e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza nel Salernitano.”. Dunque, il tutto si rimanda alla consegna di un buon carico di armi che avverà solo il 5 settembre 1860. Sul Muratori ha scritto anche il de Crescenzo (….). Su queste armi e sul passaggio da Cannicchio – piccolo casale del Cilento, ha scritto pure Tommaso Pedio (….), nel suo “La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico”, a p. 123 cita il testo di De Crescenzo e scriveva: “(555) Alfredo De Crescenzo Alfredo, Lo sbarco garibaldino ad Acciaroli nel 1860, in Numero unico per l’Anniversario della fondazione della Lega Navale a Salerno, Salerno, 1938. Acciaroli è una frazione del comune di Pollica, nel Cilento, e l’unico approdo, prima della Licosa, che offre una certa sicurezza sulla costa cilentana. Gli uomini che sbarcarono avevano il compito di proteggere la marcia delle colonne che, attraverso il lagonegrese, sarebbero passate per il Vallo di Diano dirette a Salerno. Lo sbarco, contrariamente a quel che assume il d. C., non avvenne nel porto di Acciaroli, ma in località tra Lupini e la Torre del Caleo, dove sbocca un sentiero che conduce a Cannicchio, piccolo centro abitato a meno di un chilometro dall’abitato di Celso, patria dei Mazziotti. Dalla famiglia Piantieri di Cannicchio si conserva una lettera inedita di Garibaldi con la quale si ringraziavano i componenti di quella famiglia che, insieme ai Pisani, altra famiglia di Cannicchio imparentata con i Carducci di Capaccio, avevano accolto le avanguardie garibaldine nelle loro case guidandole, successivamente, attraverso i paesi interni del Cilento verso la pianura di Eboli. Etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a pp. 104-105 e ssg., in proposito scriveva che: 11. Nonostante le posizioni politiche evidentemente differenti i rivoltosi erano più o meno restati uniti, anche se non mancarono tensioni. La più grave riguardò la divisione delle armi sbarcate sulla costa cilentana da una nave piemontese. De Dominicis, moderato, non volle dividerle con Vinciprova, non riconoscendogli il grado. Ma poi si accordò con Magnoni per l’autorevolezza indiscussa e le divisero tra le due colonne (69). Nessuno tra i radicali del Principato, quasi tutti ex mazziniani, mise in discussione il programma Italia e Vittorio Emanuele II. Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (69) postillava: “(69) Matteo Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860 cit., pp. 68-72.”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Il passaggio di Pinto però riguarda altre armi che effettivamente arrivarono ad Acciaroli – forse pure dal Dumas – ma si tratta delle armi che furono portate da Genaro PAGANO al DE DOMINICIS e che il de Dominicis ad Ascea diede a Salvatore Magnoni. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 94-95, in proposito scriveva pure che: “XI. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, etc…”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che: Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari. La comandava Cristofaro Muratori, il nto scrittore, che scese a terra e si diresse a Celso, ove nel palazzo dei Mazziotti indisse una riunione dei Sindaci dei Comuni vicini e proclamò decaduto Ferdinando II. Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”. Dunque le armi che il Lacava e il Vinciprova attendevano arrivarono ad Acciaroli solo il 5 settembre 1860. Sulle armi che dovevano arrivare dal Piemonte, Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari ………si diressero verso Sala Consilina; mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “….mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno. Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari.”. Dunque le armi che il Lacava e il Vinciprova attendevano arrivarono ad Acciaroli solo il 5 settembre 1860. Anche in questo caso, il La Greca (….) connette le armi del Piemonte con quelle promesse dal Dumas e scriveva: “Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari.”. Dunque le armi che il LACAVA e il VINCIPROVA  attendevano arrivarono ad Acciaroli solo il 5 settembre 1860.

Nel 5 e 6 settembre 1860, Cristofaro MURATORI, gli insorti cilentani e la riunione a Celso in casa MAZZIOTTI e la marcia per Rutino da LUCIO MAGNONI

A raccontarci dell’evento fu il monaco Oddo (….), ma lo stesso Alexandre Dumas (padre)(….), nel suo “I Garibaldini – scene, impressioni, ricordi della spedizione dei mille” (o Les Garibaldiens)(io posseggo il testo con traduzione di Anna Franchi – forse la traduzione di Une odyssée en 1860, 1861-1862 [prima pubblicazione in una forma accorciata col titolo Les Garibaldiens. Révolution de Sicile et de Naples, 1861), ed. Società Milanese, Sesto San Giovanni. Dumas (….), ne parla nel suo capitolo XVIII, “Proscrizione dell’Emma” – Porto di Picciotta, 5 settembre 1860, a pp. 298-299 (a pp. 176-177), in proposito scriveva che: Il 5, a mezzogiorno, ci trovavamo di fronte al villaggio di Picciotta, dove ci eravamo fermati ad aspettare un peschereccio dal quale volevamo chiedere informazioni su dove si trovasse Garibaldi. Il capitano ci disse che le ultime notizie annunciavano uno sbarco a Sapri e l’arrivo di Garibaldi a Cozenza. Mentre parlavamo con la nave, fummo avvistati dal villaggio di Picciotta; una barca piena di uomini si allontanò dalla riva e si diresse verso di noi. Tutti quegli uomini erano ansiosi di avere notizie; noi gliele demmo: dicemmo loro che Garibaldi era atteso a Napoli e che gli sarebbe bastato presentarsi per essere accolto con entusiasmo. Non avevano ancora osato fare nulla sulla costa;ma, quando appresero la notizia, e soprattutto chi gliela stava dando, gridarono: “Viva Garibaldi! Viva l’Italia unita!”. Che credevo che fosse un’opportunità per mostrare le camicie rosse che avevo fatto confezionare a bordo e che avevano tanto colpito l’attenzione di Sua Maestà Francesco II. Vorremmo notare di passaggio che era arrivato con mille ducati di sottoscrizioni volontarie, che, durante il mio soggiorno nel Golfo di Napoli, mi avevano effettivamente aiutato a sostenere i nostri agenti che inviammo in tutte le direzioni per proclamare la rivoluzione, per aiutare i nostri amici in fuga, per distribuire armi gratuitamente e per pagare la confezione delle camicie rosse. Dico ‘confezionare’ perché una sola persona aveva donato abbastanza stoffa per quattrocento camicie. E la cosa più meravigliosa fu che questi eccellenti patrioti chiesero, e chiedono tuttora, che io tenga segreti i loro nomi.”. Ridotto alle mie sole risorse, non avrei potuto fare nemmeno la metà di quello che ho fatto. I nostri uomini, che non si aspettavano tanta generosità, passarono dall’entusiasmo alla frenesia. In mancanza di ghiaccio, ognuno cercava l’attenzione del suo compagno, lanciando vere e proprie grida di gioia. Alla vista di ciò che stava accadendo in mare, e senza comprendere questo cambiamento di abbigliamento, altre due barche, cariche fino al collo, si staccarono dalla riva e si diressero verso di noi, remando con tutte le loro forze. I nuovi arrivati ​​a loro volta ricevettero il loro contingente di camicie rosse e unirono i loro applausi a quelli dei loro compagni. Uno di loro, un giovane di diciotto o vent’anni, sentendosi ispirato, mi chiese una penna, inchiostro e carta, e improvvisò un proclama che io certamente avrei ritenuto incapace di fare, e che fu letto immediatamente e accolto da applausi. Facemmo l’appello: eravamo circa cinquanta. Noi ci consideravamo un numero sufficientemente numeroso per fomentare una rivolta a Cilento. Muratori, travolto dall’entusiasmo generale, dichiarò che mi avrebbe lasciato il comando di questi cinquanta volontari. Lo nominai capitano, nomina che fu confermata all’unanimità; nominai l’autore del proclama suo luogotenente; diedi a ciascuno di loro un fucile e venticinque cartucce, e partirono. Muratori prese con sé tre o quattrocento franchi, lasciandomi il resto del suoLa sua borsa era notevolmente ridotta. Il povero ragazzo era salito a bordo con oltre trecento luigi e gli erano rimasti a malapena mille franchi. Nel suo patriottismo, aveva regalato il denaro a mani nude.Osservai le quattro imbarcazioni che, questa volta, non avrebbero smentito il signor Delamarre e che sembravano proprio essere pilotate da bucanieri. Un attimo dopo aver raggiunto la terraferma, Muratori e i suoi uomini scomparvero tra le montagne.”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Mazziotti, a p. 130, riferendosi alle armi che arrivarono solo il 5 settembre 1860 ad Acciaroli, in proposito scriveva: “VI…Soltanto il 5 settembre la goletta con il Dumas si avvicinò a la rada di Acciaroli. La attendeva Leonino Vinciprova, che aveva preso parte a la spedizione dei mille ed era stato mandato da Garibaldi, col Mignogna e col Carbonelli, per promuovere la rivolta nelle provincie napoletane. Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristoforo Muratori, siciliano, ardente patriota, già segretario del Crispi *). Il Muratori scese a terra portando un buon numero di camicie rosse, di armi e di munizioni, e postosi a la testa di un gruppo di insorti, che avevano indossata la gloriosa divisa, proseguì per Cannicchio e per Celso ove prese alloggio la sera in casa del barone Mazziotti. Il giorno dopo si tenne nel palazzo di lui una numerosa adunanza di liberali con i quali, percorrendo i comuni di Stella, di Omignano e di Sessa, andò a Rutino e poi a Salerno (1).”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo — Opera citata pag. 794 — Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini — Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli pag. ?1 — Trani Tipografia Cannone 1861.”. Dunque, dell’arrivo di queste armi ad Acciaroli il 5 settembre 1860, Matteo Mazziotti, sulla scorta dell’Oddo (….) scriveva che CRISTOFARO MURATORI proseguì per Cannicchio e per Celso dove, in casa Mazziotti, si tenne una numerosa adunanza di liberali con i quali, percorrendo i comuni di Stella, di Omignano e di Sessa, andò a Rutino e poi a Salerno (1).”. Riguardo la citazione dell’Oddo (….), il Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Infatti, il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 794-795, in proposito scriveva che: Le popolazioni lo credettero pure, e con incredibile entusiasmo si diedero a seguire i volontari. Fu improvvisato un pranzo a Muratori, che passò tra gli evviva all’Italia e a Garibaldi. La sera si parti e si proseguì il viaggio da Cannicchio al Celso, luogo natio del barone Mazziotti noto per patriottismo. Il paese fu illuminato, la dimostrazione durò tutta la notte. Il Muratori, qual inviato del generale Garibaldi, alloggiò nel palazzo Mazziotti.”. Dunque, l’Oddo scriveva che la sera la schiera di rivoltosi ed insorti Cilentani partirono da Acciaroli e da Pollica per andare a Cannicchio e da Cannicchio proseguirono per andare a Celso, un piccolo casale del Cilento, patria dei baroni Mazziotti. Sul passaggio da Cannicchio – piccolo casale del Cilento, ha scritto pure Tommaso Pedio (….), nel suo “La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico”, a p. 123 cita il testo di De Crescenzo e scriveva: “(555) Alfredo De Crescenzo Alfredo, Lo sbarco garibaldino ad Acciaroli nel 1860, in Numero unico per l’Anniversario della fondazione della Lega Navale a Salerno, Salerno, 1938. Acciaroli è una frazione del comune di Pollica, nel Cilento, e l’unico approdo, prima della Licosa, che offre una certa sicurezza sulla costa cilentana. Gli uomini che sbarcarono avevano il compito di proteggere la marcia delle colonne che, attraverso il lagonegrese, sarebbero passate per il Vallo di Diano dirette a Salerno. Lo sbarco, contrariamente a quel che assume il d. C., non avvenne nel porto di Acciaroli, ma in località tra Lupini e la Torre del Caleo, dove sbocca un sentiero che conduce a Cannicchio, piccolo centro abitato a meno di un chilometro dall’abitato di Celso, patria dei Mazziotti. Dalla famiglia Piantieri di Cannicchio si conserva una lettera inedita di Garibaldi con la quale si ringraziavano i componenti di quella famiglia che, insieme ai Pisani, altra famiglia di Cannicchio imparentata con i Carducci di Capaccio, avevano accolto le avanguardie garibaldine nelle loro case guidandole, successivamente, attraverso i paesi interni del Cilento verso la pianura di Eboli. Etc…”. Arrivati a Celso si riunirono in casa del barone Mazziotti. Vi era anche il Muratori. Oddo (….), a p. 794 proseguendo il suo racconto scriveva pure che, in casa Mazziotti, a Celso: “La notte stessa si spedi una circolare a tutti i sindaci, capi della Guardia nazionale, parrochi di tutti i comuni che compongono il circondario di Pollina, invitandoli a trovarsi tutti al palazzo Mazziotti, dove sarebbesi tenuta una riunione a richiesta del Muratori. All’ora prescritta , allo spuntare del giorno, oltre alle invitate autorità, convennero tutti i buoni cittadini ed i più intelligenti del paese. La riunione fu oltremodo numerosa. Il Muratori prese la parola, e fece ai congregati un’allocuzione calda d’amor patrio che durò più di un’ora. Il suo discorso provò la necessità di dichiarare la decadenza di Francesco II, e di tutta la sua dinastia, proclamare Vittorio Emanuele re d’Italia, e costituire nello stesso tempo un governo provvisorio. Muratori assicurò sul suo onore che in Napoli le cose erano disposte in modo che Garibaldi entrerebbe in trionfo senza tirare un colpo di fucile. Dopo lui, altri prese la parola confermando quanto il Muratori aveva detto. Si venne alla votazione, e ad unanimità si dichiarò la decadenza di Francesco II, e si proclamò il regno di Vittorio Emanuele re d’Italia.”. L’Oddo aggiungeva pure che da casa Mazziotti, a Celso, la colonna d’insorti cilentani: “La sera la comitiva parti da Celso per Omignano attraversando San Giovanni, Malafede e Guerrazzano; dappertutto ovazioni e feste. Il popolo del Cilento, sempre primo a levarsi contra la tirannide, dava prova di non esser degenerato. La Guardia nazionale di Omignano accompagnò i garibaldini sino a Vatino, ove giunti al far del giorno, il viaggio fu proseguito fino a Salerno. Le armi dell’Emma producevano coteste marcie trionfali degli insorti in mezzo ai popoli insorgenti. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 99, riferendosi a Salerno il 5 settembre 1860, in proposito scriveva pure che: “XIII. Si diresse poi quella massa di volontari al villaggio di Cannicchio e di là, la sera stessa, arrivò a Celso, altro villaggio di circa ottocento abitanti su di un vasto piano dominato dal monte Stella, dove fu lietamente accolta nel palazzo del barone Mazziotti, noto per sentimenti liberali; ….il Muratori pernottò in casa Mazziotti. Quella notte stessa si pensò opportunamente di diramare una circolare a tutti i Sindaci, ai capi della guardia nazionale ed ai parroci dei comuni e circondari di Pollica (46), perchè si fossero riuniti all’alba del dì seguente, per desiderio del Muratori, in casa Mazziotti. Molti e provati liberali, oltre agli invitati, convennero nelle sale ospitali del palazzo baronale. Il Muratori parlò con entusiasmo più di un’ora, per dimostrare la necessità di dichiarare decaduto il governo di Francesco II, etc… – riferisce anche l’Oddo (…) etc…(47)”. De Crescenzo, a p. 99, nella nota (46) postillava: “(46) I Comuni erano, oltre Pollica, Casalvelino, Omignano, S. Mauro Cilento, Sessa Cilento, Stella Cilento.”. De Crescenzo, a p. 100, nella nota (47) postillava: “(46) Oddo, I Mille di Marsala, op. cit.”. De Crescenzo, a p. 101, in proposito aggiungeva: “Infine decisero di recarsi, tutti armati, a Salerno. Fu una marcia trionfale: la sera, la comitiva si mosse da Celso diretta ad Omignano, attraversando San Giovanni, Malafede e Guerrazzano e ricevendo dovunque prolungate acclamazioni. Ad Omignano la guardia nazionale volle accompagnare i Garibaldini fino a Rutino, dove si arrivò all’alba e poi si proseguì per Salerno.”. Dunque, la colonna d’insorti, da Celso marciò armata fino a Rutino dove si connsee con gli insorti raccolti da Lucio Magnoni, che il giorno dopo, il 6 settembre 1860 marciò per Polla ed Auletta. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a pp. 104-105 e ssg., in proposito scriveva che: 11. Nonostante le posizioni politiche evidentemente differenti i rivoltosi erano più o meno restati uniti, anche se non mancarono tensioni. La più grave riguardò la divisione delle armi sbarcate sulla costa cilentana da una nave piemontese. De Dominicis, moderato, non volle dividerle con Vinciprova, non riconoscendogli il grado. Ma poi si accordò con Magnoni per l’autorevolezza indiscussa e le divisero tra le due colonne (69). Nessuno tra i radicali del Principato, quasi tutti ex mazziniani, mise in discussione il programma Italia e Vittorio Emanuele II. Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (69) postillava: “(69) Matteo Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860 cit., pp. 68-72.”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzavano senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano Passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitegli dal Comitato centrale, ruinì molte guardie nazionali di quale centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 94-95, in proposito scriveva pure che: “XI. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, etc…”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che: Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112, in proposito scriveva pure che: “Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Vallo 3 settembre 1860, Compagni, Io son contento di voi etc…”.”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 100-101, parlando di LEONINO VINCIPROVA, in proposito scriveva: Ma verso le 14 del 5 settembre del 1860, si vide fermare la goletta EMMA poco lontano dalla spiaggia di Acciaroli, sulla quale era il grande romanziere francese Dumas. Il Vinciprova salì a bordo e incontrò Cristofaro Muratori, cospiratore siciliano, vestito da ufficiale garibaldino, con il quale infervorarono la gioventù cilentana a combattere. Partirono per Cannicchio, poi andarono a Celso da dove si spedì una circolare a tutti i cittadini, ai capi della Guardia Nazionale, ai parroci di tutto il circondario di Pollica, con l’invito di recarsi al Palazzo Mazziotti, dove il giorno seguente si dichiarò la decadenza di Francesco II e si proclamò “Vittorio Emanuele Re d’Italia”. Di qui il Vinciprova e il Muratori si recarono a Rutino, dove col Magnoni fecero convergere tutte le forze insurrezionali.”. Dunque, Infante scriveva che arrivati a Celso in casa del barone Mazziotti, dopo aver diramato una Circolare a tutti i capi delle Guardie Nazionali del Circondario, Lucio Magnoni e Leonino Vinciprova, con le colonne di insorti cilentani, si recarono a Rutino, patria dei MAGNONI e “dove fecero convergere tutte le forze insurrezionali”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari. La comandava Cristofaro Muratori, il nto scrittore, che scese a terra e si diresse a Celso, ove nel palazzo dei Mazziotti indisse una riunione dei Sindaci dei Comuni vicini e proclamò decaduto Ferdinando II. Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”.