Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su un pavimento del XIV secolo firmato dal suo probabile esecutore, un certo “Dimera de Sapri”. Come vedremo questo pavimento si trova nella “Cappella del SS. Crocifisso” all’interno della chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli ed il frammento in questione si trova esposto e conservato nel Museo “Filippo Palizzi” di Napoli. La cappella del SS. Crocifisso appartenne in origine alla famiglia Campanile e poi in seguito alla famiglia Petra ma io credo che questo pavimento provenga da altre chiese e sia di molto anteriore all’epoca dei Campanile. Come vedremo innanzi, la notizia fu tratta dallo studioso napoletano Gaetano Filangieri (….) che, nel 1884 scriveva in proposito a questo pavimento: “Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI.”.

(Fig. 2) Pavimento del ‘400 ove vi è la piastrella (riggiola) maiolicata con la scritta “Dimera de Sapri” nella cappella Campanile (…) nella chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli – immagine tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm
La notizia di un certo ‘Dimera di Sapri’, probabile esecutore di un pavimento del XIV secolo a Napoli
Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, redatta su incarico del Comune di Sapri per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) redatto dal Prof. Francesco Forte, a p. 16 in proposito scrivevo che: “Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (117), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, ecc…”. Dunque, la notizia interessantissima riguardava un pavimento maiolicato napoletano del ‘400 che racava la firma del suo probabile esecutore, un certo “Dimera” di Sapri e, riferita da Felice Cesarino (…) che, nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri” (…) (stà in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, pubblicato nel lontano 1979), a p. 28 informava che: “Il prof. Guido Donatone, uno studioso della maiolica napoletana (10), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400 (attualmente conservato presso l’Istituto d’Arte di Napoli) che reca la firma del suo esecutore: un certo DIMERA di Sapri.”. Il Cesarino a p. 28, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Vedi “La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV” in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975.”. Dunque, una notizia tratta da Guido Donatone (…) che ha scritto diversi testi sulla maiolica Campana, nel Regno di Napoli. Ho cercato di indagare ulteriormente sull’interessante notizia riferita dallo studioso napoletano Guido Donatone.
Nel XIV secolo, un pavimento maiolicato di un certo “Dimera de Sapri”, nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli
Felice Cesarino traeva l’interessante notizia dal saggio sulla maiolica napoletana del ‘400 del prof. Guido Donatone (…). Il Cesarino (…), nella sua nota (10) citava il riferimento bibliografico, ovvero il testo del Donatone ma non diceva altro. Certo la notizia era ed è interessantissima essendo all’epoca pure fresca di stampa. Il volume IV della “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane) contiene il saggio di Guido Donatone (…), “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”. Il volume IV della “Storia di Napoli”, fu pubblicato nel lontano 1974 ed ivi troviamo il saggio dello studioso napoletano Guido Donatone (…): “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” che, a pp. 579 e s. parla dei pavimenti maiolicati del XV secoli in Campania. Nel saggio di Guido Donatone “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” non appare mai la parola “Dimera di Sapri” e, nel testo scritto non pare vi sia un riferimento diretto al maiolicaro Dimera di Sapri. Il Donatone però, riporta alcune immagini di pavimenti ed una in particolare, la fig. n. 232, si può leggere “Dimera de Sapri”. La fig. 232 del saggio di Donatone (vedi Fig. n. 1) illustra un pavimento maiolicato. Per saperne di più dobbiamo riferirci alla didascalia. Infatti, nella didascalia della fig. 232) è scritto che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”, mentre nella didascalia dell’altra immagine fig. n. 233) si postillava che: “233) Avanzi di impiantito con lo stemma di Poderico. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”; la didascalia della fig. 235) postillava che: “235) Avanzi del pavimento della cappella Brancaccio della chiesa di S. Angelo a Nido. Fabbriche napoletane del secolo XV. L’autore dell’impiantito si rivela in maniera palmare uno dei ritrattisti che dipinsero i vasi con personaggi della corte aragonese più innanzi illustrati. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”.

(Fig. 1) Donatone Guido (…), op. cit., fig. 232 (Archivio Attanasio)
Come si può vedere nell’immagine di Fig. 1, ovvero la fig. 232) tratta e pubblicata nel saggio di Guido Donatone (…) sul vol. IV della “Storia di Napoli”, si illustra un pannello con avanzi, una porzione, di un pavimento composto da piastrelle ceramiche maiolicate, in cui in una di esse si legge chiaramente la scritta “DIMERA DE SAPRI”. Come si può vedere sulla piastrella montata sul pannello conservato al Museo Palizzi viene illustrato un pomo trafitto da una lama con su scritto “Dimera de Sapri”. E’ solo rimandando alla didascalia della fig. 232) ed al testo di Donatone che si riesce a sapere qualcosa in più di questo pavimento. Il Donatone non dice nulla di questo “Dimera de Sapri”. Il Donatone postillava solo che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”. Dunque, sebbene la parola “Dimera de Sapri” appaia solo sull’immagine di fig. 1 (vedi fig. 232)) è solo leggendo il testo del Donatone che riusciamo a capirne di più. Lo studioso napoletano Guido Donatone (…) nel suo saggio “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”, nel suo cap. IX – “Le pavimentazioni maiolicate del secolo XIV”, a p. 595, in proposito scriveva che: “Pure in S. Lorenzo sono state trovate numerose ambrogette quattrocentesche, di cui si dirà innanzi, ma anche qualche piccola piastrella quadrata (vd. ill.), rapportabile al secolo precedente per la tecnica di esecuzione rudimentale e l’ingenuo arcaismo dei motivi ornamentali. Per il Rebuffat sono pure da assegnarsi alla fine del secolo XIV i pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.) e quello, appena ricordato, dei Poderigo in S. Lorenzo (vd. ill.) impiantito che vede come anello di congiunzione tra quello di Donnareggina e quelli di gran lunga più pregevoli del secolo XV. Ecc…”. Dunque, la notizia citata dal Cesarino riguardava proprio il seguente passo del Donatone (…) che a sua volta si rifà ad Orazio Rebuffat (…), ovvero che: “Per il Rebuffat sono pure da assegnarsi alla fine del secolo XIV i pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.) ecc…”. Il Donatone dice che il pavimento illustrato nell’immagine in bianco e nero della fig. 232) dice solo essere uno dei “pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.)”. Dunque, indaghiamo meglio. La notizia di un pavimento con la scritta “Dimera de Sapri” proveniva dal Donatone ?. Il Donatone aveva tratto la notizia dal testo di Gaetano Filangieri (…). Il Filangieri a pp. 340-341 del vol. II del testo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, pubblicato nel 1884 e che a p. 340 in proposito a questo pavimento scriveva che: “Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI. Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative a fronte di quelle degl’impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla ecc…”. Dunque, la notizia è stata tratta dal Filangieri. Quello che il Donatone illustra nell’immagine fig. n. 232) che riporta la scritta “Dimera de Sapri” è, come scrive lo stesso Donatone essere un “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella“ ?, oppure questo pavimento o “Avanzi….un tempo nella cappella del Crocifisso” oggi si trova, come dice lo stesso Donatone presso “Napoli, Istituto Statale d’Arte“ ?. L’immagine della didascalia 232) (vedi Fig. 1) tratta dal Donatone (…), riguarda un pannello conservato presso il Museo “Filippo Palizzi”, presso l’Istituto Statale d’Arte di Napoli e composto di “avanzi” del pavimento che pure esiste ancora oggi nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli. Dunque, il pavimento o frammento di esso che è composto da piastrelle invetriate o “riggiole” maiolicate dove ve ne è una che riporta la scritta “Dimera de Sapri” è conservato ed è esposto al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” di Napoli presso l’Istituto Statale d’Arte oggi Istituto Coreutico. Questo frammento di pavimentazione, raccolto in un pannello, proviene da un pavimento che ancora si trova e si può ammirare nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli e precisamente nella cappella presbiteriale che prima veniva chiamata “Cappella del SS. Crocifisso” (vedi figg. 2-3-4). Pubblico la fig. 2 a colori, che illustra il pannello con gli avanzi del pavimento in questione a colori con la scritta “Dimera de Sapri”. Tra le ceramiche italiane, eseguite in un arco di tempo che va dal Quattrocento all’Ottocento, spiccano senza dubbio i pavimenti maiolicati (molto presenti a Napoli sin dal tempo di Alfonso I d’Aragona) e una serie di pezzi, sempre in maiolica da tavola e da farmacia. L’immagine è stata tratta dalla rete cercando nelle chiese Napoletane ed in particolare cercando la chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli:

(Fig. 2) Tavola o pannello di una porzione o avanzo del pavimento del ‘400 oggi esposto e conservato presso il Museo Palizzi di Napoli, con la piastrella (riggiola) maiolicata con la scritta del suo probabile esecutore “Dimera de Sapri”. L’immagine illustra il pannello esposto al Museo Artistico Industriale di Napoli ove essa è conservata ed è tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm

(Fig. 4) Chiesa di San Pietro a Majella a Napoli – Cappella Petra (ex cappella Campanile), I cappella a sx del presbiterio, nel transetto sinistro. L’immagine illustra il pavimento maiolicato nella cappella Petra (ex cappella Campanile) nella chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli. Come si può vedere il pannello conservato nel Museo Palizzi di Napoli, quello illustrato nelle Figg. 1-2 è un frammento tratto proprio da questo pavimento. L’immagine illustra il pavimento maiolicato da cui proviene il frammento con la piastrella o riggiola del ‘400 con la scritta del nome del suo probabile esecutore “Dimera de Sapri”, pannello esposto nel Museo Artistico Industriale di Napoli. L’immagine è tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm alla voce ‘famiglia Campanile’. La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro; oltre al pavimento maiolicato di epoca aragonese, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese, moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco della metà del Trecento raffigurante la Madonna del Soccorso.

(Fig. 5) Chiesa di San Pietro a Majella a Napoli – Cappella Petra (ex cappella Campanile), I cappella a sx del presbiterio, nel transetto sinistro. L’immagine illustra il pavimento maiolicato nella cappella Petra (ex cappella Campanile) della chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli. L’immagine è la Tav. 5 tratta dal testo di Guido Donatone, La Maiolica napoletana del Rinascimento (…). Come si può vedere il pannello conservato nel Museo Palizzi di Napoli, quello illustrato nelle Figg. 1-2 è un frammento tratto proprio da questo pavimento.
Nella ‘Guida d’Italia – Napoli e dintorni‘, ed. 2008, del Touring Club d’Italia, a p. 193, alla voce che parla della Chiesa di San Pietro a Maiella, in proposito è scritto che: “Transetto sinistro. Nella 1° cappella a sinistra del presbiterio (L), *pavimento a mattonelle maiolicate (“azulejos”), di un tipo frequente nella Napoli aragonese ma oggi assai raro, alle pareti, ‘monumenti della famiglia Petra di Lorenzo Vaccaro. Al ecc…ecc…”. Sui saggi o porzioni di pavimento conservati nelle collezioni del Museo Palizzi di Napoli conviene leggere ciò che scriveva il Gaetano Filangieri. Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, vol. II, parlando della chiesa di S. Pietro a Maiella, a p. 340, postillava che: “Il pavimento invetriato della cappella Brancaccio a S. Angelo a Nido, è appena un anno, che ivi non più vedesi, avendolo il patrono di essa cappella signor Gerardo Brancaccio Principe di Russano, cambiato con altro in marmo. Un saggio però degli antichi quadrelli, che il componevano, può vedersi nel Museo Artistico-Industriale, dove sono circa cento mattoncelli napolitani del XV e del XVI secolo, provenienti si da detta chiesa di S. Angelo a Nido, che dall’antico monastero di Donnareggina – (Vedi ‘Relazione sul Museo Artistico-Industriale e Scuole officine di Napoli- Napoli, 1873, p. 54).”. Qualcosa in più sul frammento di pavimentazione pubblicato dal Donatone (…)(quello di fig. 1, ovvero l’immagine della didascalia 232)) conservato nel Museo Artistico Industriale di Napoli è detto nella guida del ‘Il Museo Artistico Industriale di Napoli‘, pubblicata nel 1998 da Luciana Arbace (…), a p. 37 è stata pubblicata l’immagine di uno dei pavimenti o frammenti di essi che sono esposti e conservati al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” di Napoli. Riguardo la tipologia di questo tipo di maioliche d’epoca aragonese eseguite a Napoli o altrove (ma non certo a Faenza come voleva il Tesorone e come ha dimostrato il Rebuffat), l’Arbace (…), nella sua guida citata a p. 34, nel suo capitolo “I pavimenti maiolicati a Napoli” ha scritto in proposito che: “Sull’esempio delle mattonelle ordinate da Alfonso il Magnanimo al più celebre maestro di Manises, Johan Al Murcì, per i castelli di Napoli e Gaeta, a partire dalla metà del Quattrocento numerose chiese e palazzi napoletani vennero pavimentati con la maiolica. Dei diversi schemi tipici delle produzioni valenzane, venne preferito quello adottato per le sale di Castel Nuovo, che prevede la scansione regolare di piastrelle di forma esagonale intorno a un quadrello (tozzetto). Caratterizzate da decorazioni serrate (animali, ritratti, temi vegetali e floreali, iscrizioni, insegne araldiche), che attingono al repertorio tardo-medioevale o altra tradizione araba, le più antiche mattonelle provengono dalla Cappella Caracciolo del Sole nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, databili dopo il 1456 e dipinte con prevalenza di blu cobalto come i prototipi iberici ai quali si ispirano (3M 785-814; 963-973). Una tavolozza più ampia – con giallo ocra, l’ocra, il verde ramina, assieme al bruno di manganese e all’azzurro – e sensibili aperture in direzione rinascimentale, distinguono le piastrelle della Cappella Brancaccio in Sant’Angelo a Nilo (3M 676-696) e quella dei Crocefissi nella chiesa di San Pietro a Majella (3M 647-669), in cui compaiono animali e figure restituiti con maggiore naturalismo. Oltre ad avanzi di pavimento un tempo nei monasteri di San Lorenzo (con lo stemma della famiglia Poderico), 3M 718-737), Santa Maria Donnareggina ecc…”. Dunque, l’Arbace (…) in proposito del nostro pavimento pubblicato dal Donatone (v. didascalia 232)) e in S. Pietro a Majella, scriveva che esso aveva una varietà di colori “con giallo ocra, l’ocra, il verde ramina, assieme al bruno di manganese e all’azzurro – e sensibili aperture in direzione rinascimentale“, che il Rebuffat (fece analizzare), si distinguono le “piastrelle” (maiolicate) nella cappella “quella dei Crocefissi nella chiesa di San Pietro a Majella (3M 647-669)“. I numeri rappresentano la collocazione del pannello illustrato in Fig. 1 e didascalia 232) pubblicato dal Donatone che fa parte delle collezioni del Museo Artistico Industriale di Napoli. Sauro Celichi (…), nel 1988, nel suo studio ‘La maiolica italiana della prima metà del XV secolo. La produzione in Emilia-Romagna e i problemi della cronologia, “Archeologia Medievale”, XV, 1988, pp. 65-104, in proposito ai pavimenti napoletani scriveva che: “Secondo Whitehouse precocità di attestazione avrebbe avuto invece la famiglia “gotico-floreale” retrodatata al 1425 ca., anticipandone la cronologia quindi di circa un trentennio. A supporto di tale ipotesi egli utilizzava principalmente i dati provenienti dai pozzi di Tuscania e, in subordine, le cronologie di alcuni pavimenti napoletani. I pavimenti napoletani sono quello della Cappella Brancaccio di Sant’Angelo al Nido (oggi distrutto) e quello della Cappella di San Giovanni a Carbonara, datati il primo intorno al 1428 e il secondo al 1427 o 1432 (Whitehouse, 1972, p. 230; IDEM, 1975, pp. 15-17). Questa cronologia si basa sulla convinzione che i pavimenti siano stati messi in opera al momento della costruzione o, nel caso di quello di San Giovanni a Carbonara, al momento della morte di Giovanni Caracciolo, qui sepolto, come è concorde opinione degli studiosi a partire dal Filangieri (FILANGIERI Dl CANDIDA, 1915, pp. 33-45, tavv. V-VIII; napoletana vd. anche REBUFFAT, 1917, pp. 67-70). I pavimenti napoletani documentano motivi appartenenti alla famiglia “gotico-floreale” in forma primitiva (Whitehouse, 1975, p. 17).”. Dunque, il Celichi (…), riguardo i pavimenti napoletani citava lo studioso Whitehouse (…), Filangieri di Candida (…) e Orazio Rebuffat (…). Per il Whitehouse il Celichi, nelle sue note si riferiva al testo di WHITEHOUSE D., 1972, The Medieval and Renaissance Pottery, in J. WARD PERKINS et alii, Excavations and Survey at Tuscania, 1972. A preliminary report, “Papers of the British School at Rome”, XL (1972), pp 209-235 e pure WHITEHOUSE D., 1975, Tuscania e la maiolica italiana del XV secolo, in Atti dell’VIII Convegno Internazionale della Ceramica, Albisola, 1975, pp. 11-30. Riguardo invece il Filangieri di Candida (…), il Celichi si riferisce a Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga, ed al suo saggio del 1915, Per il pavimento della Cappella di Ser Gianni Caracciolo ? Chiesa di S. Giovanni Carbonara in Napoli, “Faenza”, III (1915), pp. 33-45. Riguardo poi Rebuffato O., il Celichi si riferisce a Orazio Rebuffat (…) ed al suo saggio del 1917, I pavimenti maiolicati del quindicesimo secolo esistenti nelle chiese di Napoli, “Faenza”, V (1917), pp. 67-70. Del saggio di Orazio Rebuffat, che posseggo, ho già detto mentre riguardo al saggio di Riccardo Filangieri di Candita Gonzaga, egli si interessò al pavimento della cappella detta “di Ser Gianni Caracciolo” perché questo pavimento si trovava all’interno della cappella Caracciolo nella chiesa di San Giovanni a Carbonara. Anche questo pavimento forse databile verso la fine del ‘300, di sicura fattura napoletana presenta diverse analogie con il pavimento nella cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Majella.
L’origine del pavimento che si trova nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella e degli avanzi montati su un pannello conservato ed esposto nel Museo Filippo Palizzi di Napoli
Il pavimento in questione, come vediamo, si trova nella chiesa di San Pietro a Majella a Napoli mentre, il frammento di pavimento pubblicato dal Donatone nella fig. 232 è un pannello conservato ed esposto al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” che oggi è annesso all’ex Istituto d’Arte Statale di Napoli. E’ solo rimandando alla didascalia della fig. 232) ed al testo di Donatone che si riesce a sapere qualcosa in più di questo pavimento. Il Donatone non dice nulla di questo “Dimera de Sapri”. Il Donatone nella sua didascalia 232) postillava che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”. Dunque, il Donatone, nella sua didascalia all’immagine 232) postillava che l’immagine (vedi fig. 1) è un “avanzo del pavimento” che “un tempo era nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella” e che oggi si trova conservato a Napoli presso “l’Istituto Statale d’Arte”. Il Donatone, quando scrive “Istituto Statale d’Arte” si riferisce al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” annesso all’attuale Liceo Coreutico “Boccioni-Palizzi” di Napoli. Riguardo la raccolta di frammenti di pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese conservati ed esposti nel Museo Artistico-Industriale ‘Filippo Palizzi’ di Napoli, ed in particolare all’immagine della didascalia 232) in Donatone, che riguarda il pavimento in questione, ho cercato nelle pubblicazioni a stampa dei cataloghi fino a questo momento realizzati ma pare che non ve ne siano tranne che nel Donatone. Infatti, anche Edoardo Alamaro (…), che nel 1984 curò la pubblicazione a stampa del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”, a riguardo questo argomento, nella sua nota (98) a p. 29 scriveva che: “L’ordinamento di questo settore del Museo napoletano è in fase di attuazione e, nell’ambito del gruppo operativo, è a cura del sottoscritto la ricerca delle fonti archivistiche e la ricostruzione storica di questo importante settore roduttivo. Ricordiamo in tal senso il recente, prezioso contributo di Guido Donatone, ‘Pavimenti e rivestimenti maiolicati in Campania, Napoli, 1982, il quale ha lanciato l’idea dell’istituzione nella città partenopea di un ‘Museo della riggiola’ (ivi, p. 63), il cui nucleo storico iniziale potrebbe coincidere con la Raccolta già esistente nel nostro Museo. E’ fondamentale in questa prospettiva l’attività scientifica, ricontrabile in numerosi saggi apparsi su “Napoli nobilissima” (vol. XVII, fasc. VI, 1978; vol. XIX, fasc. I-II, 1980; vol. XXI, fasc. I-II, 1982) di Gennaro Borrelli.”. In seguito parlerò di questo Museo voluto da Gaetano Filangieri. Dunque, secondo Guido Donatone, questo pavimento, quello illustrato in figg. 1-2 dove leggiamo la scritta “Dimera de Sapri” è un “avanzo del pavimento” che si trova nella cappella del SS. Crocifisso nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli. Rileggendo il saggio di Gustavo Ceci (…) ‘La chiesa ed il convento di S. Caterina a Formello‘ che, a pag. 39 in proposito ad un altro pavimento di cui pubblicava la foto scriveva che: “Ne pubblichiamo il disegno, togliendolo, come l’altro, dall’albo in cromolitografia, eseguito nelle scuole-officine del Museo Artistico Industriale di Napoli (I)” e, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Esemplari di mattonelle, tolte da diverse chiese napoletane si conservano tra le collezioni del Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone, in occasione del Concorso per i pavimenti delle Sale Borgia al Vaticano. E’ noto che quel concorso fu vinto dal Museo Industriale di Napoli.”. Dunque, secondo quanto scriveva Giuseppe Ceci (…), l’esemplare pubblicato dal Donatone (…) (vedi fig. 1) che, si trova al Museo Artistico Industriale di Napoli, potrebbe essere uno dei frammenti di pavimento “tolto da diverse chiese napoletane” oppure potrebbe essere un pannello di frammento di pavimento che il “Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone ecc…”. Il Ceci dice: “il disegno, togliendolo, come l’altro, dall’albo in cromolitografia, eseguito nelle scuole-officine del Museo Artistico Industriale di Napoli”. Certo è che il disegno o cromolitografia pubblicata dal Donatone riguarda un frammento del pavimento originale proveniente dalla cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Maiella a Napoli. Questo illustrato nell’immagine in basso non è il pavimento in questione ma si tratta di un pavimento molto simile. Luciana Arbace (…), nel 1998, nel catalogo del Museo: ‘Il Museo Artistico Industriale di Napoli‘, (Guida artistica Electa), a p. 37 pubblicava questo pannello e scriveva che: “Mattonelle con l’arma Brancaccio e temi figurati ‘Fabbriche napoletane, II metà secolo XV (attr. a) maiolica 20×10; 10×10 Prov: del perduto pavimento della chiesa di Sant’Angelo a Nilo. Inv. 676-696.”. In questo caso l’Arbace, a p. 37 scriveva: “del perduto pavimento”.

(Fig. 3) Arbace Luciana (…), (tratta da), pannello con frammento di pavimento della cappella Brancaccio nella chiesa di S. Angelo a Nido, oggi perduto. Il pannello con gli avanzi del pavimento è conservato ed esposto nel Museo ‘Palizzi’ a Napoli. Il frammento è molto simile al pannello pubblicato da Guido Donatone (fig. 1) dove si legge “Dimera de Sapri”.
Dunque, l’Arbace (…), le chiamava “le piastrelle”. Sempre l’Arbace, riguardo il Museo di Napoli a p. 34 in proposito scriveva che: “Ulteriori pannelli riuniscono esemplari appartenuti a due diverse cappelle, ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Arbace parla di “pannelli”. Infatti il pavimento pubblicato dal Donatone sembra proprio un pannello simile a quello pubblicato dall’Arbace in alto. Il Donatone nel suo saggio, a p. 622 nella sua nota (74) cita il Rebuffat: “(71) Rebuffat O., I pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo esistenti nelle chiese di Napoli, in “Atti Ist. Incor. di Napoli, ivi, 1915, pp. 3-5 e si veda pure nota (74) op. cit., p. 5; Id., in “Faenza”, 1917, fasc. III-IV.”. Un altro che ci parla del pavimento nella cappella del SS. Crocifisso in San Pietro a Majella è Orazio Rebuffat (…). Nella ‘Guida d’Italia – Napoli e dintorni‘ del Touring Club d’Italia (…), alla voce chiesa di ‘S. Pietro a Maiella’, a p. 193, in proposito è scritto che: “Transetto sinistro: nella 1° cappella a sx del presbiterio (L), *pavimento a mattonelle maiolicate (“azulejos”), di un tipo frequente nella Napoli aragonese ma oggi assai raro; ecc…”. Orazio Rebuffat (…), nel 1916, fece eseguire dei saggi e indagini chimiche sui detti pavimenti che pubblicò nel suo ‘I pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo esistenti nelle chiese di Napoli‘ (…). Il Rebuffat, a p. 67, in proposito scriveva che: “Ho avuto dalla cortesia del dott. Ballardini alcune schegge di terracotta tolte ai pavimenti maiolicati faentini del XV e XVI secolo e dalla cortesia non meno grande del Prof. Stefano Farneti, conservatore delle collezioni del Real Museo artistico Industriale di Napoli, una serie completa di schegge di terracotta tolte dai campioni degl’insigni pavimenti sopra mentovati che nel museo stesso si conservano. I risultati analitici ottenuti conducono a conclusioni interessantissime ecc…”. Dunque, questo interessante passaggio del Rebuffat che ebbe dal direttore del Museo dell’epoca, prof. Stefano Farneti, alcuni frammenti delle porzioni di pavimento ivi conservate, per poi in seguito farle analizzarne la loro effettiva composizione chimica e confrontarla con altre realizzate ad esempio a Faenza, ci fanno ritenere dunque che i frammenti dei pavimenti maiolicati conservati ed esposti nel Museo Artistico Industriale di Napoli siano esemplari effettivamente autentici e non copie di saggi. Le stesse, all’epoca dell’allestimento della mostra per il pavimento delle Sale Borgia in Vaticano furono si fatte sistemare dal Palizzi ma utilizzando frammenti originali. Riguardo il probabile esecutore dell’opera in questione, un certo “Dimera de Sapri” (nome che viene dipinto su una delle piastrelle maiolicate del pavimento raffigurato in Figg. 1-2), indagando ed approfondendo la ricerca ulteriormente ho trovato che il Ceci (…) cita il testo di Gaetano Filangieri (…) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70”. La notizia citata dal Donatone fu tratta da Gaetano Filangieri principe di Satriano (…), che a sua volta, alcune notizie le aveva tratte dal D’Engenio (…) e De Lellis (…), come ad esempio la notizia secondo cui la cappella in origine era della famiglia “Campanile” e che sempre in origine era detta “Cappella del SS. Crocifisso” nella Chiesa di San Pietro a Majella a Napoli. Il Filangieri a pp. 340-341 del vol. II dell’opera citata ci parla e descrive la cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Maiella e cita pure il nostro “DIMERA DE SAPRI”. Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, Napoli, 1884, parla della chiesa di S. Pietro a Maiella, vol. II, da pp. 233 e s. parla della chiesa di “II – S. Pietro a Maiella in Napoli” e a p. 340, parlando proprio dei “quadrelli” del pavimento in questione nella Cappella del SS. Crocifisso (come la chiamava il De Lellis (…)), in proposito scriveva che: “Questa Cappella con volta a crociera modificata dagli stucchi sui modi del XVII e XVIII secolo, serba ben poco dell’antico stile in quanto all’apparente sua struttura. Il solo suo finestrone nella parete di fronte, a sesto acuto, dà un indizio delle sue forme primitive. Non così per l’impiantito, il quale è uno dei tanti preziosi lavori di terra invetriata napoletana, che adornano i nostri monumenti. I quadrelli che la compongono dimostrano allo smalto stannifero della loro invetriatura, essere senza dubbio lavoro dei principii del XV secolo, se pure non sono di anteriore epoca; poichè le fogge ed acconciature del capo delle figure che si vedono, appartengono appunto allo scorcio del XIV ed al principio del XV secolo. Il che spiega la ragione del loro carattere decorativo, che ha dell’orientale, stante la non ancora cessata influenza, in quel tempo dell’arte siculo-moresca su tal fatta di prodotti ceramici delle provincie meridionali. Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI. Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative a fronte di quelle degl’impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla ecc…”.

(Fig….) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. II, p. 340
Nel 1994, a Napoli vennero pubblicate una serie di monografie a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, dal titolo “Napoli sacra”. In essa vi sono illustrate le opere con foto di Mimmo Jodice. Nel 7° Itinerario, Giuseppe Maria Boccia (…), pubblica due immagini che illustrano lo stesso pavimento in questione, le due figg. 34 e 37 e parla della chiesa di ‘S. Pietro a Maiella’. Il Boccia a p. 395 nelle due note 34 e 37 postillava che: “(34 e 37) San Pietro a Maiella, Cappella del SS. Crocifisso, manifattura napoletana della seconda metà del secolo XV, pavimento.”, le due didascalie delle due foto che illustrano il pavimento in questione fotografate in posizioni e porzioni diverse e dove, forse a causa dell’angolatura di ripresa, non si vede la scritta in questione “Dimera di Sapri” (suo probabile esecutore) e non si vedono le due lapidi marmoree come quelle illustrate nell’immagine di fig. 4. A pp. 399-400, in proposito è scritto che: “La prima cappella a sinistra del presbiterio è invece famosa per il prezioso pavimento maiolicato. Le mattonelle, che rivestono il pavimento, sono di manifattura napoletana della seconda metà del Quattrocento e compongono serie di ottagoni intrecciati costituiti da un tozzetto quadrato centrale e da quattro esagonette allungate, ciascuna a cellula decorativa indipendente. Raffigurano stemmi araldici, uccelli e animali vari e sono in tutto simili alle mattonelle del pavimento della vicina Cappella Pontano. Nelle pareti laterali sono infissi i monumenti funebri di Valentino e Domenico Petra, opera dello scultore Lorenzo Vaccaro, attivo nella seconda metà del secolo XVII.”. Lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino. Il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese. Il Mosca (…), anche sulla scorta del Gaetano Filangieri (…), in proposito a p. 47 scriveva che: “Quadrelli smaltati importantissimi e lavori in terra cotta, condotti con una gentilezza di contorni ed un’armonia di tinte, ne troviamo ancora, nonostante le rovine e l’abbandono nel quale quest’opere d’arte furono lasciate da chi aveva il dovere di far custodire i ricordi della più importante tra le patrie industrie. E così importantissimi i quadroni smaltati che veggonsi negli impiantiti del XVI secolo: quelli della chiesa di S. Pietro a Maiella, nella cappella dei ‘Staibano’ ed in quella degli ‘Altemps dei marchesi Petra di Caccavone’; quelli della cappella di S. Giovanni Battista, detta del ‘Pontano’ alla Pietra Santa, quelli della chiesa di S. Giovannello alla Sapienza; e così gli altri di due cappelle nella chiesa di S. Lorenzo, ed a S. Giovanni a Carbonara nella cappella di ‘Ser Gianni Caracciolo’. “In molti di tali quadrelli, oltre agli stemmi ripetuti di sovente, vi sono pure rappresentanze di fiori, di frutta, di uccelli, ed assai belle ornature, ognora a colori vivacissimi, e di disegno franco e spedito”. Dunque, il Mosca chiamava la nostra cappella, quella che è la prima a sinistra del presbiterio: ‘Altemps dei marchesi Petra di Caccavone’, la prima cappella presbiteriale a sinistra. Sempre il Mosca (…) a pp. 52-53 in proposito alla chiesa di S. Pietro a Maiella scriveva che: “Filangieri nei suoi studi importantissimi per la storia delle arti in Napoli ci fa conoscere un importante documento riguardante la pavimentazione in ‘reggiole’ della cappella di S. Pietro e Celestino nella chiesa di S. Pietro a Maiella ecc…”. La cappella del Celestino è la prima cappella a sx entrando nella chiesa. Si tratta di un documento del 1685, un atto stipulato per lavori da svolgere per la costruzione di un pavimento che oggi non esiste perche poi in seguito fu sostituito. Il Mosca in proposito nella sua nota (45) postillava che: “(45) Filangieri, ‘Il Museo Industriale.”, riferendosi al testo di Gaetano Filangieri (…), sul Museo Artistico Industriale di Napoli. Devo però precisare che nel testo del Donatone (…) ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , nella didascalia 234 si parla di pavimento nella cappella Staibano mentre nell’altro testo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, il Donatone illustra lo stesso pavimento (Tav. 5) (vedi Fig. 5 ivi) dove invece postillava che: “Tav. 5. Insieme del pavimento della cappella del Crocifisso, o dei Campanili, poi degli Altemps, con decorazioni araldiche, iconiche, naturalistiche ed animalistiche, dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Dunque, il Donatone, illustrando con la Tav. 5 illustrando il pavimento che si trova nella cappella del SS. Corocifisso, ora Petra (ex cappella Campanile), afferma che le decorazioni illustrate nelle piastrelle di questo pavimento (vedi Fig. 5), sono attribuibili “dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Il Donatone, dunque, dimentica il “Dimera de Sapri”, la scritta citata da Gaetano Filangieri e attribuisce questi pavimenti alla mano di un maestro che egli chiama convenzionalmente “Maestro della Cappella Brancaccio”.
La ‘Cappella del SS. Crocifisso’ nella chiesa di San Pietro a Majella, un tempo della famiglia Campanile oggi detta cappella Petra e gli stemmi araldici delle due famiglie Campanile e Cicinello
Carlo De Lellis (…), nel 1654, nella sua ‘Aggiunta alla Napoli sacra del d’Engenio‘, tomo I, ed. ……., Napoli, 1654; si veda pure la ristampa a cura di Francesco Aceto, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1977, pp. 267 e s., a p. 53 e s. (vedi p. 267) parla di “SS. Caterina e Pietro a Maiella” e a p. 53 (vedi p. 280) parla della “La prima Cappella al lato destro (20) dell’Altar Maggiore, dedicata a Santissimo Crocefisso, che in essa si vede in legno antico di rilievo (21) è della famiglia Campanile, di quel Gio. Girolamo napolitano, Giureconsulto, vescovo già di Lacedonia e poi d’Isernia, il qual, morto in Napoli nel 1626, fu sepolto in questa Cappella, come viene affirmato dall’Abbate D. Ferdinando Ughelli nella sua Italia Sacra di esso trattando tra i Vescovi d’Isernia. La seconda cappella dedicata ……è ecc…”. L’opera di De Lellis (…), rimaneggiava la precedente opera letteraria di Cesare d’Engenio Caracciolo Cesare (…), e la sua ‘Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo‘, Napoli, 1623. Il De Lellis (…), citava l’abate Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia sacra”. Infatti, l’opera del De Lellis (…) integrava il testo del d’Engenio (…), composta anni prima nel 1623. Il d’Engenio (…), nella sua “Napoli sacra” parlava di “S. Pietro a Maiella” da p. 73 e s.. Il d’Engenio cita alcune iscrizioni lapidee poste a terra. L’Aceto (…), curando l’opera di De Lellis, a p. 53 e s. (vedi p. 280) nella sua nota (20) postillava che: “(20) A sinistra, per chi entra”. L’Aceto (…), nella cura dell’opera di De Lellis (…), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Il crocifisso è ora sistemato nel braccio destro del transetto”. Secondo il Rebuffat (…), a cui faceva riferimento lo studioso napoletano (Donatone), il pavimento illustrato nella fig. 232 (vedi fig. 1) è un pavimento da assegnarsi alla fine del secolo XIV e si trovava, “un tempo”, all’interno della “cappella del Crocifisso” all’interno della chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli. La “Cappella del Crocefisso” in precedenza era detta cappella della famiglia “Campanili” (come scrive il Donatone) e poi famiglia “Petra”. Infatti, su wikipedia leggiamo che: “La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro; oltre al pavimento maiolicato di epoca aragonese, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese, moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco della metà del Trecento raffigurante la Madonna del Soccorso.”. Il monastero di San Pietro a Maiella è coevo alla chiesa e adiacente alla stessa ed è situato in via Tribunali a Napoli. L’uso dell’edificio da parte dei padri celestini cessò di funzionare nel 1799 e dal 1826 al suo interno ha trovato sede il Conservatorio di San Pietro a Majella, nato dalla fusione di altri quattro conservatori storici della città: quello di Santa Maria di Loreto, della Pietà dei Turchini, di Sant’Onofrio a Porta Capuana e dei Poveri di Gesù Cristo. Nell’immagine sotto è illustrato il disegno dello sviluppo planimetrico in pianta della chiesa di S. Pietro a Maiella come oggi appare e con la descrizione degli ambienti:

(Fig. 3) Chiesa di S. Pietro a Majella – sviluppo planimetrico in pianta
L’interno è a tre navate, con nove cappelle laterali, più quattro ai lati del presbiterio e dal transetto. Sono presenti monumenti funebri di Pipino di Barletta, architetto della chiesa. I cappella a sinistra dell’abside (Cappella Petra) dedicata alla famiglia Petra, la cappella ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro. Oltre al pavimento maiolicato, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco raffigurante la Madonna del Soccorso. Come si può vedere dall’immagine sopra, la Cappella Petra è la n. 10: “n. 10 – Cappella Petra (I cappella presbiteriale sx)”. Essa è una delle cappelle poste sul fondo direi absidale della chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli. L’immagine è tratta da wikipedia e sempre da wikipedia leggiamo che: “La chiesa di San Pietro a Majella è una chiesa gotica di Napoli situata su Via dei Tribunali, nel centro antico della città. All’interno dell’omonimo complesso monasteriale ha sede dal 1826 il Conservatorio musicale di Napoli “San Pietro a Majella”, una delle più prestigiose scuole di musica in Italia. Seppur di impronta tipicamente gotica, soprattutto per quel che riguarda il campanile che risale all’originale architettura trecentesca, la chiesa fu invece interessata nel corso dei secoli da numerosi rimaneggiamenti che ne hanno alterato sia l’aspetto esterno che interno. I primi lavori si ebbero tra il 1319 e il 1341 con interventi che vennero decisi dal re Roberto d’Angiò e da Andrea di Ungheria. Altri radicali restauri si ebbero anche per tutta la seconda metà del Trecento e Quattrocento; i lavori consistettero nello spostamento in avanti della facciata, originariamente allineata col campanile, e con la conseguente aggiunta di sei cappelle, ossia le prime due di entrambe le navate laterali e le due più estreme della parete presbiteriale. Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.“. Su wikipidia leggiamo pure che: La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ospita nelle due pareti laterali i monumenti funerari di Domenico Petra, avvocato e uditore nelle provincie di Chieti e Trani, e Vincenzo Petra, terzo barone di Vastogirardi e signore di Caccavone, entrambi opere di Lorenzo Vaccaro; oltre al pavimento maiolicato di epoca aragonese, dove sono poste due lapidi di cui una del 1739 ad Isabella Altemps dei duchi di Gallese, moglie del duca Nicola Petra, la cappella è anche caratterizzata da un affresco della metà del Trecento raffigurante la Madonna del Soccorso. Segue la seconda cappella a sinistra dell’abside, cappella Pipino, composta da un pavimento in mattonelle maiolicate, dal monumento funebre a Giovanni Pipino da Altamura, opera di Paolo Sulbana, e da affreschi alle pareti con Storie della Maddalena. Gli affreschi, attentamente studiati per la prima volta da Ferdinando Bologna (…) nel 1969, sono caratterizzati da un impianto di tendenza giottesco-masiana e rivelano la presenza di un artista aggiornato alla lezione plastica e coloristica del Giotto più tardo, cioè quello della basilica inferiore di San Francesco d’Assisi. L’autore degli affreschi è stato identificato da Bologna con l’anonimo Maestro di Giovanni Barrile attivo a Napoli nella cappella Barrile a San Lorenzo Maggiore. Il ciclo di affreschi potrebbe essere stato realizzato, secondo lo studioso, in una data precedente il 1356, anno della morte del possibile committente Giovanni Pipino d’Altamura. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1787, nel suo tomo III a p. ….parla dei Petra. La corte fu inglobata nel successivo ampliamento iniziato nel 1493 e terminato nel 1508. Tale ampliamento si era reso necessario quando l’altra comunità di Celestini esistente in Napoli aveva ceduto il suo convento di Santa caterina a formiello alle suore del monastero della Maddalena per trasferirsi presso i confratelli di San Pietro a maiella, formando con essi un’unica comunità. La chiesa fu prolungata con l’aggiunta di due cappelle per lato. Alla chiesa primitiva risale il bel pavimento quattrocentesco a mattonelle smaltate della prima cappella a sinistra del presbiterio che corrisponde alla cappella “Petra” (la n. 10). E’ interessante in proposito questo passaggio che riguarda la cappella “Petra” ex cappella “Campanile o Campanili”, ovvero che: “i lavori consistettero nello spostamento in avanti della facciata, originariamente allineata col campanile, e con la conseguente aggiunta di sei cappelle, ossia le prime due di entrambe le navate laterali e le due più estreme della parete presbiteriale. Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.“. Dunque, da questo passaggio desumiamo due notizie che potrebbero dare ulteriori dettagli alla notizia del pavimento del “Dimera di Sapri”. Il saggio dice che a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione dell’intero impianto della chiesa di S. Pietro a Maiella, avvenuti tra il 1319 e il 1341, alla fine del secolo XIV, …………….con la chiesa di S. Caterina a Formiello, quasi adiacente al complesso della chiesa e inoltre al fatto che in seguito, a seguito dei lavori di ampliamento avvenuti tra il 1493 e il 1508, voluti dal duca di Calabria, il re Federico I di Napoli, figlio di Alfonso II d’Aragona, che era stato più volte a Policastro e che conosceva bene la nostra zona. La radicale ristrutturazione della chiesa di San Pietro a Majella riguardò la facciata – che fu spostata in avanti rispetto al campanile – e l’interno, che subì una radicale modifica in stile barocco. I successivi restauri – in particolare quelli di inizio ‘900 – riportarono l’edificio religioso indietro di qualche secolo, donandogli nuovamente l’originario aspetto gotico. In wikipedia leggiamo che la “cappella del Crocifisso” doveva essere una delle cappelle presbiteriali appartenute alla famiglia “Campanili” (in origine) e poi in seguito alla famiglia “Petra”. Il Donatone cita la cappella della famiglia “Campanili” (non Campanile) come trovaimo in un blog della rete. Sulla nobile famiglia napoletana dei Campanile ho trovato scritto sul blog delle famiglie nobili napoletane http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm, che parla della famiglia nobile napoletana “Campanile” che aveva una cappella all’interno della chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli è scritto che: “Sotto la dominazione degli Aragonesi di Napoli, un altro ramo di questa famiglia, e precisamente quella di Domenico Campitelli si trasferì da Tramonti nella Capitale, dove i suoi figli Gregorio, Venceslao e Gallieno, conquistata la benevolenza del sovrano ne ottennero cariche e onoreficenze.”. Sempre sul blog citato, nella didascalia posta sotto l’immagine del pavimento in questione, illustrato nella fig. 2, leggiamo che: “Napoli – pavimento del XV secolo con le insegne della famiglia Campanile. Gli stemmi araldici si rinvengono anche negli antichi pavimenti, sapientemente dipinti da valenti artigiani sulle riggiole di fattura napoletana.”. L’Aceto (…), nel curare l’opera del De Lellis citava Giovanni Girolamo Campanile ivi sepolto, Giuseconsulto e Vescovo di Lacedonia e d’Isernia come scriveva l’Ughelli. Napoletano, addottorato in utroque iure, fu nominato nel 1608 vescovo di Lacedonia e nel 1625 vescovo di Isernia. Fu ministro del Sant’Uffizio del Regno di Napoli dal 1621 fino alla morte, avvenuta nel 1626. Ma il pavimento d’epoca Aragonese o fine secolo XIV, doveva essere stato commisionato da un componente di un altro ramo della famiglia Campanile. Su un blog sulla nobiltà napoletana e della famiglia Campanile leggiamo che “Sotto la dominazione degli Aragonesi di Napoli, un altro ramo di questa famiglia, e precisamente quello di Domenico Campitelli si trasferì da Tramonti nella Capitale, dove i suoi figli Gregorio, Venceslao e Gallieno, conquistata la benevolenza del sovrano ne ottennero cariche e onorificenze.“. Un ceppo dei Campanile si trapiantò in Baronissi, paese in Principato Citra; nella frazione di Sava (Baronissi) c’era un luogo chiamato Casa Campanile, e qui vi è la cappella gentilizia della famiglia Campanile, che ha come stemma un campanile d’argento a tre piani, con calotta semisferica sormontata dalla croce e da una bandierina triangolare a due punte, rivolte verso destra. In Baronissi, nella Chiesa del Convento della SS. Trinità il secondo altare a sinistra del transetto era di juspatronato della famiglia Campanile. Nella stessa chiesa fu sepolto Giovanni Geronimo Campanile (†Isernia, 26 giugno 1626), dottore in utroque, cioè in due discipline canoniche, nominato nel 1608 Vescovo di Lacedonia, feudo in provincia di Avellino, appartenuto ai Pappacoda e poi da 1584 ai Doria; nel 1613 nella cattedrale di Lacedonia emanò l’editto di indizione di un nuovo sinodo. Nel 1626 fu destinato alla diocesi di Isernia ove rese l’anima a Dio. Come possiamo vedere nel pannello illustrato nella Fig. 3, che illustra il pannello conservato nel Museo Palizzi di Napoli, questo pannello è composto da diversi “tozzetti” i quali sono a sua volta composti da diverse piastrelle invetriate. In questo pannello tutti i tozzetti contengono delle piastrelle dove ricorrono spesso due diversi ma accostati e ricorrenti stemmi araldici delle due famiglie dei Cicinello e dei Campanile. La piastrella raffigurante una colomba rappresenta lo stemma araldico della famiglia Cicinello come spiega il Donatone del suo ……………….., mentre quello, pure molto ricorrente sia nel pannello di Fig. 3 e del pavimento ricomposto in S. Pietro a Majella del “campanile” è lo stemma araldico della famiglia Campanile, nobili napoletani. Arma:di rosso al cigno fermo d’argento, lo scudo con bordatura dentata d’oro. L’antica famiglia Cicinello, Ciciniello, Cicinella o Cicinelli, originaria di Napoli, ascritta al Seggio di Montagna, fu illustrissima sia nelle armi che nelle lettere. Lo stemma dei Cicinello ricorre spesso nei due pavimenti napoletani di cui mi occupo in questo mio saggio. Oltre allo stemma dei Campanile ricorre spesso lo stemma dei Cicinello, la colomba o uccello bianco con un messaggio sul becco. In proposito a questo stemma familiare, Guido Donatone nel suo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, nella didascalia alla Tav. 90 postilla che: “Tav. 90, …..i, piastrelle con tema animalistico, con lo stemma dei Poderico, ….., infine lo stemma dei Cicinello e proveniente dalla chiesa di S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane della seconda metà del secolo XV. Napoli, Museo Istituto d’Arte F. Palizzi”. Giuseppe Ceci (…), nel suo saggio “La chiesa e il convento di S. Caterina a Formello (I)”, che stà in Napoli Nobilissima, vol. …….., a p. 39, dopo aver parlato di alcuni pavimenti maiolicati di pregio e di bella fattura che si trovano in due cappelle della chiesa, a p. 39, in proposito scriveva che: “Rimane ancora oscura l’origine di questi pavimenti a smalti. Uscirono da officine napoletane, come credè il Filangieri di Satriano (I) ecc..”. Il Ceci (…) a p. 39 nella sua nota (I) postillava che: “(I) Filangieri di Satriano, Il museo artistico Industriale e le scuole-officine, Giannini, Napoli, 1881, p. 77, La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70; Conf. Bertaux, Santa maria di Donna Regina, p. 149.”. Dunque il Ceci (…) cita il testo di Gaetano Filangieri (…) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70”.
Le origini dei pavimenti maiolicati napoletani ed il manoscritto di Joampiero Leostello pubblicato da Gaetano Filangieri sui viaggi di Alfonso II d’Aragona
Sappiamo che il Duca di Calabria fece ristrutturare la chiesa di S. Pietro a Majella. Infatti, da wikipedia leggiamo che: “Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani.“. Riguardo sempre il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del L., si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il Leostello ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il Leostello accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il Leostello aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il Leostello doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso I d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfondo d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si trata di Alfonso d’Aragona ? E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle Effereidi del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino. Il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese. Il Mosca (…), anche sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa.
La cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Majella
Nella “Napoli Sacra” di Cesare d’Engenio Caracciolo (…), del 16…., a p. 75 si parla della chiesa di S. Pietro a Maiella e a p. 77 egli descrive le lapidi e iscrizioni nelle diverse cappelle. Come possiamo leggere il d’Engenio a cui si rifà spesso il De Lellis (…), riporta l’iscrizione nella cappella oggi Petra dove si legge “Domenico Giovanni de Diano, miles Regji, & Ducalis hospicji Magistri Rationalis qui obijt Anno Domini 1328, die 22, Novemb. 12 Inditionis.”, l’epitaffio di ……………………che morì nel 1328.

Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, Napoli, 1884, parla della chiesa di S. Pietro a Maiella, vol. II, da pp. 233 e s. parla della chiesa di “II – S. Pietro a Maiella in Napoli” e a p. 234, nella premessa postillava la bibliografia:

Il Filangieri (…), nella sua opera citata, a p. 328, in proposito scriveva parlava della “Cappella del SS. Crocifisso”, ora “cappella Petra” interna alla chiesa di S. Pietro a Maiella e che è la n. 10 come illustrato nella fig. 3.


(Fig…) Filangieri G., op. cit., vol. II, p. 339
Nel ‘400, ‘Dimera de Sapri’, il probabile esecutore del pavimento maiolicato in S. Pietro a Majella
Riguardo il probabile esecutore dell’opera in questione, un certo “Dimera de Sapri” (nome che si vede dipinto su una delle piastrelle maiolicate del pavimento raffigurato in Figg. 1-2), indagando ed approfondendo ulteriormente ho trovato che il Ceci (…) cita il testo di Gaetano Filangieri (…) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella, p. 70”. La notizia citata dal Donatone fu tratta da Gaetano Filangieri principe di Satriano (…), che a sua volta, alcune notizie le aveva tratte dal D’Engenio (…) e De Lellis (…), come ad esempio la notizia secondo cui la cappella in origine era della famiglia “Campanile” e che sempre in origine era detta “Cappella del SS. Crocifisso”. Il Filangieri a p. 340 del vol. II dell’opera citata ci parla e descrive la cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Maiella e cita pure il nostro “DIMERA DE SAPRI” :


(Fig….) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. II, pp. 340-341, descrive la “Cappella del SS. Crocifisso”
Il Principe di Satriano, lo studioso Gaetano Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, Napoli, 1884, parla della chiesa di S. Pietro a Maiella, vol. II, da pp. 233 e s. parla della chiesa di “II – S. Pietro a Maiella in Napoli” e a p. 340, parlando proprio dei “quadrelli” del pavimento in questione nella Cappella del SS. Crocifisso (come la chiamava il De Lellis (…)), in proposito scriveva che: “Questa Cappella con volta a crociera modificata dagli stucchi sui modi del XVII e XVIII secolo, serba ben poco dell’antico stile in quanto all’apparente sua struttura. Il solo suo finestrone nella parete di fronte, a sesto acuto, dà un indizio delle sue forme primitive. Non così per l’impiantito, il quale è uno dei tanti preziosi lavori di terra invetriata napoletana, che adornano i nostri monumenti. I quadrelli che la compongono dimostrano allo smalto stannifero della loro invetriatura, essere senza dubbio lavoro dei principii del XV secolo, se pure non sono di anteriore epoca; poichè le fogge ed acconciature del capo delle figure che si vedono, appartengono appunto allo scorcio del XIV ed al principio del XV secolo. Il che spiega la ragione del loro carattere decorativo, che ha dell’orientale, stante la non ancora cessata influenza, in quel tempo dell’arte siculo-moresca su tal fatta di prodotti ceramici delle provincie meridionali. Oltre a ciò accresce maggior pregio a tal lavoro uno dei suoi quadrelli rappresentante un pomo trapassato da un coltello, sulla cui lama si legge la firma del maestro ‘regiolaro’: DIMERA DE SAPRI.”. Dunque, per essser precisi, pare che il primo ad essersi accorto del “Dimera di Sapri” fosse proprio Gaetano Filangieri. Riguardo questi frammenti e pannelli esposti e conservati al Museoo ‘Palizzi’ di Napoli, il Ceci (…), nella sua nota (I) a p. 39 in proposito postillava che: “(I) Esemplari di mattonelle, tolte da diverse chiese napoletane si conservano tra le collezioni del Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone, in occasione del Concorso per i pavimenti delle Sale Borgia al Vaticano. E’ noto che quel concorso fu vinto dal Museo Industriale di Napoli.”. Dunque, secondo quanto scriveva Giuseppe Ceci (…), l’esemplare pubblicato dal Donatone (…) (vedi fig. 1) che, si trova al Museo Artistico Industriale di Napoli, potrebbe essere uno dei frammenti di pavimento “tolto da diverse chiese napoletane” oppure potrebbe essere un pannello di frammento di pavimento che il “Museo Industriale, che le fece riprodurre sotto la direzione del Prof. Tesorone ecc…”. Il Ceci dice: “il disegno, togliendolo, come l’altro, dall’albo in cromolitografia, eseguito nelle scuole-officine del Museo Artistico Industriale di Napoli”. Certo è che il disegno o cromolitografia pubblicata dal Donatone riguarda un frammento del pavimento originale proveniente dalla cappella del SS. Crocifisso in S. Pietro a Majella a Napoli.
La cappella della famiglia ‘Staibano’ nella chiesa di San Pietro a Majella a Napoli
Nella chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli, oltre al pavimento che abbiamo visto illustrato nella figg. 4-5, presente nella ex Cappella Campanile oggi cappella Petra, vi era un’altra cappella dove vi era un altro pavimento oggi scomparso e di cui si conserva solo un frammento disposto su un pannello conservato e esposto nel Museo Palizzi di Napoli. Si tratta di un pavimento esistente nella cappella Staibano. Oggi un frammento di questo pavimento è conservato nel Museo Palizzi. Questo pavimento un tempo nella cappella Staibano è molto simile a quello illustrato in figg. 4-5 esistente ancora oggi nella ex cappella Campanile in S. Pietro a Majella. Guido Donatone (…), nel suo ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , lo cita nella didascalia della fig. 234, dove in proposito postillava che: “234) Pavimento della cappella Staibano nella chiesa di S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, chiesa omonima.”. La cappella ‘Staibano’ è quella che nell’impianto planimetrico di fig. 3 (tratta da wikipidia e dalla ‘Guida d’Italia’ del T.C.I.) è quella essere la n. 8. Infatti Carlo De Lellis (…), nel suo “Aggiunte alla Napoli Sacra del d’Engenio di Carlo De Lellis”, a cura di Francesco Aceto (…), ristampa del 1977, a p. 280, dopo aver parlato della cappella n. 10 (l’ex cappella Campanile), in proposito scriveva che: “La seconda Cappella dedicata….è della famiglia Staibano, Nobile della Città di Scala, della quale al presente vive Paolo, dignissimo Regio Consigliere, padre….., ove si leggono i seguenti epitaffi:…..ecc…”. Dunque, il d’Engenio e il De Lellis (…), la chiamano cappella “Staibano”, perchè in questa cappella vi è una lapide marmorea con epitaffio dedicato ad un componente della famiglia Staibano, nobili napoletani. Nella Guida del T.C.I., a p. 194 leggiamo che la cappella in questione è la n. 8, ovvero la cappella N dell’impianto planimetrico e a riguardo è scritto: “Nella 2° (N), alle pareti, storie della Maddalena del Primo maestro della Bible moralisée e aiuto (sec. XIV). Segue nella parete di fondo, ‘la tomba di Giovanni Pipino da Barletta (m. 1316), fondatore della chiesa, distintosi nella distruzione della colonna saracena di Lucera (1300). ecc..”. Infatti, da wikipedia leggiamo che: “La prima cappella a sinistra dell’abside (cappella Petra) ecc…Segue la seconda cappella a sinistra dell’abside, cappella Pipino, composta da un pavimento in mattonelle maiolicate, dal monumento funebre a Giovanni Pipino da Altamura, opera di Paolo Salbana, e da affreschi alle pareti con Storie della Maddalena.[6] Gli affreschi, attentamente studiati per la prima volta da Ferdinando Bologna nel 1969, sono caratterizzati da un impianto di tendenza giottesco-masiana e rivelano la presenza di un artista aggiornato alla lezione plastica e coloristica del Giotto più tardo, cioè quello della basilica inferiore di San Francesco d’Assisi. L’autore degli affreschi è stato identificato da Bologna con l’anonimo Maestro di Giovanni Barrile attivo a Napoli nella cappella Barrile a San Lorenzo Maggiore. Il ciclo di affreschi potrebbe essere stato realizzato, secondo lo studioso, in una data precedente il 1356, anno della morte del possibile committente Giovanni Pipino da Altamura.”. Dunque, nello sviluppo planimetrico di fig. 3 la cappella ‘Staibano’ dovrebbe corrispondere alla cappella n. 8 – Cappella Pipino. I due pavimenti, sia quello che probabilmente, un frammento, si trova al museo Artistico-Industriale dell’Istituto d’Arte di Napoli e sia quello nella cappella Staibano, entrambi posti nelle due cappelle presbiteriali di S. Pietro a Maiella. Il Donatone (…), riguardo i due pavimenti, quello dell’immagine di fig. 232 e quello di fig. 234 dice per entrambi essere due pavimenti del secolo XV. E’ singolare però quando il Donatone dice che questo pavimento, quello dell’immagine di fig. 234 essere all’interno della cappella Staibano in S. Pietro a Maiella. Devo però precisare che nel testo del Donatone (…) ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , nella didascalia 234 si parla di pavimento nella cappella Staibano mentre nell’altro testo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, il Donatone illustra lo stesso pavimento (Tav. 5) (vedi Fig. 5 ivi) dove invece il Donatone postillava che: “Tav. 5. Insieme del pavimento della cappella del Crocifisso, o dei Campanili, poi degli Altemps, con decorazioni araldice, iconiche, naturalistiche ed animalistiche, ecc…“. Dunque, il Donatone, illustrando sempre lo stesso pavimento (vedi fig. 1 e fig. 5) nel primo caso, nella didascalia 234) dice essere un pavimento che si trova nella cappella Staibano e nell’altro caso dice che questo pavimento trovasi nella cappella del Crocifisso, sempre nella stessa chiesa di S. Pietro a Majella. In ogni caso sia del primo pavimento che del secondo, ovvero dei due pavimenti nelle due cappelle distinte, si trovano dei frammenti montati su dei pannelli che furono raccolti e conservati dal Filangieri nel Museo Palizzi di Napoli. In tutte e due i pavimenti, entrambi simili tra di loro, vi sono delle mattonelle o piastrelle che riportano lo stesso stemma, quello del ‘Campanile’ (che dovrebbe essere lo stemma della famiglia Campanile e lo stemma della famiglia Cicinello. Infatti, questo pavimento, come si può vedere, nell’immagine di fig. 234 ha alcune piastrelle su cui è dipinto l’immagine del ‘campanile’ che dovrebbe essere lo stemma della famiglia di cui era proprietaria la cappella in origine. Lo stesso stemma del campanile è dipinto su alcune piastrelle del nostro pavimento (in questione), quello della fig. 232, dove leggiamo pure “Dimera de Sapri”. Lo stesso stemma del ‘campanile’ lo troviamo sia nella fig. 1, pubblicata dal Donatone, sia sulla fig. 2 pubblicata da me e sia sulla fig. 234, pubblicata dal Donatone che dice essere nell’altra cappella presbiteriale ovvero dice lui nella cappella Staibano. Dunque, i pavimenti simili a quello della fig. 4-5 sono in due cappelle della chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli. Infatti, anche il Mosca (…), nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” dove ci parla anche di alcuni pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese, a p. 47 scriveva che: “Quadrelli smaltati importantissimi e lavori in terra cotta, condotti con una gentilezza di contorni ed un’armonia di tinte, …….E così importantissimi i quadroni smaltati che veggonsi negli impiantiti del XVI secolo: quelli della chiesa di S. Pietro a Maiella, nella cappella dei ‘Staibano’ed in quella degli ‘Altemps dei marchesi Petra di Caccavone’;ecc…”. Per quanto riguarda questa cappella nella chiesa di S. Pietro a Maiella, nel 1994, a Napoli vennero pubblicate una serie di monografie a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, dal titolo “Napoli sacra”. In essa vi sono illustrate le opere con foto di Mimmo Jodice. Nel 7° Itinerario, Giuseppe Maria Boccia (…), a p. 400, in proposito scrive che: “La seconda cappella a sinistra del presbiterio, chiamata anche cappella Pipino, per il probabile committente della decorazione Giovanni Pipino da Barletta, conte d’Altamura e di Minervino (morto nel 1356, da non confondere con l’omonimo fondatore), si vedono ecc…ecc…Il monumento funebre di Paolo Staibano risale invece alla metà del Cinquecento, mentre le due lapidi infisse nella parete sinistra sono del Seicento. Sul pavimento sono visibili alcune mattonelle quattrocentesche, simili a quelle della prima cappella a sinistra del presbiterio.”. Dunque nelle due cappelle presbiteriali citate interne alla chiesa di S. Pietro a Maiella, vi sono due pavimenti maiolicati molto simili tra loro. Guardando l’impianto planimetrico della chiesa di S. Pietro a Maiella, si vede che le prime due cappelle presbiteriali a sinistra dell’altare maggiore sono la cappella Staibano oggi detta cappella Pipino e la cappella Campanile oggi detta Petra. In entrambe le cappelle si trovano due mirabili pavimenti maiolicati molto simili tra loro e d’epoca forse precedente al XV secolo. Per tentare una sia pur incerta datazione di questi due pavimenti, abbiamo visto che le due cappelle in questione forse appartenevano ad un altro edificio. Dalla Guida del T.C.I. sappiamo che la chiesa fu costruita alla fine del Duecento sul luogo dove sorgevano due monasteri femminili, uno intitolato a sant’Eufemia e l’altro a sant’Agata, su iniziativa di Giovanni Pipino da Barletta, conte palatino e maestro razionale della Curia, per volere del re Carlo II d’Angiò. La chiesa fu invece interessata nel corso dei secoli da numerosi rimaneggiamenti che ne hanno alterato sia l’aspetto esterno che interno. I primi lavori si ebbero tra il 1319 e il 1341 con interventi che vennero decisi dal re Roberto d’Angiò e da Andrea di Ungheria. Altri radicali restauri si ebbero anche per tutta la seconda metà del Trecento e Quattrocento; i lavori consistettero nello spostamento in avanti della facciata, originariamente allineata col campanile, e con la conseguente aggiunta di sei cappelle, ossia le prime due di entrambe le navate laterali e le due più estreme della parete presbiteriale. Tra il 1493 e il 1508 ci fu poi l’ampliamento dello spazio monasteriale, che avrebbe dovuto accogliere anche la comunità dei padri celestini che erano insediati nella chiesa di Santa Caterina a Formiello e che per volontà dell’allora sovrano Federico I di Napoli, duca di Calabria, dovettero cedere il monastero ai padri domenicani. Ad oggi non esiste una guida organica sulla chiesa di S. Pietro a Maiella. Dunque, i due pavimenti oggi visibili nelle due cappelle, facevano parte di un antico impianto risalente alla costruzione angioina oppure furono ivi trasportati in occasione del trasferimento dalla chiesa di Santa Caterina a Formiello in seguito al trasferimento dei padri celestini ?. E se questa seconda ipotesi fosse vera si potrebbe dire che quindi questi due pavimenti molto simili tra loro esistenti oggi nelle due cappelle in S. Pietro a Maiella potrebbero provenire dalla chiesa molto più antica di S. Caterina a Formiello di cui abbiamo alcuni esemplari di pavimentazione maiolicata molto simile. Il Donatone, nel suo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, pubblica dei particolari dei pavimenti nella Chiesa di S. Caterina a Formiello (vedi Tav. 51) del tutto diversi a quelli di cui tratto in questo mio saggio, ma nella Tav. 85 pubblica delle piastrelle dove si vedono dei motivi naturalistici e floreali molto simili ai due pavimenti in questione. Il Donatone postilla che: “Tav. 85, c) piastrelle con decorazioni araldiche dei d’Avalos e degli Acciapaccio, queste ultime provenienti dalla chiesa di S. Caterina a Formello. Fabbriche napoletane degli ultimi decenni del secolo XV e dei primi del XVI. Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte, Coll. De Ciccio.”.
L’interessante analogia con il pavimento della cappella Brancaccio in S. Angelo a Nido a Napoli
Sempre riguardo questo pavimento, Gaetano Filangieri (….), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, a pp. 340 e 341 scriveva che: “Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative, a fronte di quelle degli impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla Sapienza, nonchè dei simili che sono in due cappelle a S. Lorenzo; a S. Giovanni a Carbonara, nella cappella di Ser Gianni Caracciolo, e nella cappella Caracciolo a S. Angelo a Nilo (I), ed infine nel pavimento della sacrestia addetta dei mansionarii nella Cattedrale di Capua, chiaramente appare come tutti questi lavori sieno prodotti di officine diretti da una stessa scuola, o da scuole affini.”. Dunque, il Filangieri a pp. 340-341 dopo aver parlato del pavimento con la scritta “Dimera de Sapri” mette questo pavimento tra quelli “…per la grande affinità” e, cita un pavimento simile e di cui, un frammento è conservato al Museo Artistico Industriale. Dunque, il Filangieri è il primo che segnala una certa affinità del pavimento maiolicato o invetriato che si vede una riggiola con il nome “Dimera de Sapri” ed altri simili pavimenti, più o meno ascrivibili allo stesso periodo e che si trovavano in chiese Napoletane. Il Filangieri, voleva che vi fosse una certa affinità tra il nostro pavimento e quello che fino al 1883 circa si trovava nella cappella Brancaccio nella chiesa di S. Angelo a Nido o a Nilo (vedi fig. 3). Il Filangieri si riferiva al pavimento “e nella cappella Caracciolo a S. Angelo a Nilo (I)”. Gaetano Filangieri (….) credeva come affine il nostro pavimento maiolicato (vedi figg. 1-2) con quello della cappella Brancaccio a quello di S. Angelo a Nido a Napoli. Infatti, il Filangieri (….), riguardo il pannello illustrato in fig. 3 dava notizie più dettagliate nell’altra sua opera, vol. II nella sua nota (I) a p. 341 dei ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, postillando che: “(I) Il pavimento invetriato della cappella Brancaccio a S. Angelo a Nido, è appena un anno, che ivi non più vedesi, avendolo il patrono di essa cappella signor Gerardo Brancaccio Principe di Ruffano, cambiato con l’alto marmo. Un saggio però degli antichi quadrelli, che il componevano, può vedersi nel Museo Artistico Industriale, dove sono circa cento mattoncelli napolitani del XV e del XVI secolo, provenienti sì da detta chiesa di S. Angelo a Nido, che dall’antico monastero di Donna Regina – (V. ‘Relazione sul Museo Artistico-Industriale e Scuole officine di Napoli – Napoli, 1873, p. 54).”. Dunque, riguardo questo pavimento, quello che un tempo si trovava nella chiesa di S. Angelo a Nido a Napoli, il pavimento nella cappella Brancaccio, citato a p. 80 dal Filangieri, la studiosa Luciana Arbace (….), Luciana Arbace (…), nel 1998, nel catalogo del Museo: Il Museo Artistico Industriale di Napoli, (Guida artistica Electa), a p. 37 pubblicava l’immagine di fig. 3 che illustra il pannello conservato nel Museo Palizzi a Napoli, che il Donatone illustrava con la didascalia 234. Per questo pannello (vedi Fig. 3) l’Arbace a p. 37 scriveva che: “Mattonelle con l’arma Brancaccio e temi figurati ‘Fabbrice napoletane, II metà secolo XV (attr. a) maiolica 20×10; 10×10 Prov: del perduto pavimento della chiesa di Sant’Angelo a Nilo. Inv. 676-696.”. In questo caso l’Arbace, a p. 37 scriveva: “del perduto pavimento”. Infatti, sempre riguardo l’origine di questo pavimento che il Filangieri (…) attribuiva ad un certo “Dimera de Sapri”, Guido Donatone (…), in un’altra sua opera a stampa ‘La maiolica napoletana dagli Aragonesi al Cinquecento‘, attribuiva questo pavimento al “Maestro della Cappella Brancaccio”.

(Fig. 3) Arbace Luciana (…), (tratta da), pannello con frammento di pavimento della Cappella Brancaccio in S. Angelo a Nido, conservato nel Museo ‘Palizzi’ a Napoli. Il frammento è molto simile a quello pubblicato da Donatone dove si legge “Dimera de Sapri”.
Dal Donatone (…) sappiamo che questo pavimento (un pannello con un frammento) si trova presso il Museo Artistico Industriale di Napoli. Dunque, il Filangieri ci informava che il pavimento maiolicato che si trovava nella cappella Brancaccio era visibile fino al 1883, ovvero fino a quando il proprietario della cappella Brancaccio Gerardo Brancaccio Principe di Ruffano lo fece rimuovere sostituendolo con una lapide marmorea. Il Filangieri a p. 341 aggiunge però nella sua nota che “un saggio degli antichi quadrelli” erano stati raccolti e conservati nel Museo Palizzi di Napoli. Il pannello illustrato nella fig. 3 conservato nel Museo Palizzi di Napoli presenta diverse analogie con quello nostro in questione. Interessante è ciò che scriveva il Donatone riguardo l’autore del pavimento maiolicato che si trovava nella cappella Brancaccio di cui oggi alcuni frammenti si possono ammirare al Museo Artistico Industriale di Napoli. Il Donatone lo chiamava “Maestro della Cappella Brancaccio”. Guido Donatone (…) pubblica questo pavimento nel testo citato e nell’appendice e, nella didascalia postillava che: “Tav. 18 a, – a) Pannello con le superstiti piastrelle del pavimento della cappella Brancaccio in S. Angelo a Nido (fatte conservare da Gaetano Filangieri). Maestro omonimo. Napoli, Istituto d’Arte; ecc..”. Riguardo questo pavimento che il Filangieri lo voleva come “affine” a quello nostro in questione, il Donatone a p. 17 del testo citato in proposito scriveva che: “Al maestro di questi albarelli, in un primo tempo avevo assegnato il nome convenzionale di ‘Maestro del ritratto di Ferrante’, ma ho dovuto modificare tale definizione. Sono insomma pervenuto dopo approfondite analisi stilistiche al convincimento che il pittore dei vasi citati si identifichi con il più importante ceramista al servizio degli Aragonesi: il Maestro della cappella Brancaccio, autore dell’omonimo, perduto pavimento a decorazione iconica, di cui si conserva un pannello (tav. 18a) nell’Istituto d’Arte di Napoli e numerose piastrelle emerse in occasione di restauri. Lo comprova altresì la constatazione che anche il motivo della copiosa voluta di foglia a cartoccio, desunto dal repertorio ornamentale della miniatura (a mio avviso impropriamente ancora definito ‘gotico’), che spesso adorna il verso degli alberelli iconici, si presenta con le stesse caratteristiche grafiche ecc…”.Forse il maestro della cappella Brancaccio sia questo “Dimera de Sapri” ?. Sempre il Donatone a p. 21 parla di una possibile datazione di questi albarelli (vasi), che attribuisce al ceramista che lui chiama “Maestro della cappella Brancaccio”. Il Donatone a p. 21 in proposito scriveva che: “Una prima ricostruzione della personalità di tale eminente ceramista è stata proposta dallo scrivente nel 1993; poi altri aggiustamenti interverranno nei prossimi capitoli del presente volume. Al momento ribadisco che il ritratto di re Federico dimostra che il Maestro era attivo nel 1496 e quindi non seguì in Francia Carlo VIII, come fecero altri artisti portati con sè dal re francese quando lasciò Napoli.”. Già nel 1993 Guido Donatone (…) si occupa di nuovo del pavimeno maiolicato interno alla chiesa di S. Pietro a Majella a Napoli, nel suo libro ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicata per i tipi di Gemini Arte. Il Donatone nel cap. II “La committenza Aragonese e la produzione di maiolica nella fabbrica di corte a Castelnuovo” ed in particolare nel paragrafo a p. 41 “Il Maestro della cappella Brancaccio”. Il Donatone a p. 42 vuole che il pavimento di cui lui stesso aveva pubblicato il pannello oggi conservato al Museo Filippo Palizzi di Napoli (vedi fig. 232) dove vi è la riggiola con il nome dipinto del “Dimera de Sapri”, invece vuole, crede e lo chiama “Maestro della cappella Brancaccio”. Anche questa interessante cappella conteneva mirabili opere di scultura e di notevole bellezza, basti pensare al sepolcro del Cardinale Rinaldo Brancaccio eseguito a pisa da Donatello, Michelozzo e da Pagno di Lapo Cortigiani ed inviato a Napoli via mare. Bellissimo il noto bassorilievo realizzato da Donatello, “l’Assunzione” realizzato con la tecnica dello “stiacciato” Donatelliano. La cappella Brancaccio si trova all’interno della Chiesa di S. Angelo a Nido o a Nilo a Napoli. La chiesa di Sant’Angelo a Nilo, o anche cappella Brancaccio, è una chiesa monumentale di Napoli sita nel centro storico, in piazzetta Nilo. La chiesa conserva al suo interno i sepolcri di diversi esponenti della famiglia Brancaccio, tra cui una delle opere di maggior prestigio della città, il monumentale sepolcro del cardinale Rainaldo Brancaccio, scolpito da Donatello e Michelozzo. Ma della cappella Brancaccio e della chiesa di S. Angelo a Nido parlerò in seguito. Il Doatone, nel suo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘ ci parla di questo pavimento che presenta nella Tav. 7. Il Donatone presenta pure la Tav. 8 e, nella didascalia postillava che: “Tav. 8 a) Pannello composto con piastrelle provenienti da diverse chiese napoletane, come dimostrano gli stemmi di Poderico, dei Brancaccio, dei Cicinello, forse dei d’Avalos e di altre famiglie. “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Rotterdam, Museo Boymans van Beuningen; ecc…”. Dunque, il Donatone segnala che un pannello simile a quello della nostra Fig. 3, ovvero la sua Tav. 7, è attualmente (Tav. 8) conservato presso il Museo Boymans van Beuningen di Rotterdam in Olanda. Il pannello della Tav. 8 è del tutto simile a quello della Tav. 7 illustrati nel testo del Donatone e sono molto simili a quello illustrato ivi nella Fig. 3 tratto dal testo di Luciana Arbace e conservato nel Museo Palizzi di Napoli. Tra i due pannelli, vi sono delle evidenti analogie e similitudini ma alcune mattonelle che li compongono sono del tutto diversi. Infatti nel secondo pannello, quello della Tav. 8 vi sono alcune mattonelle che raffigurano stemmi araldici completamente diversi, ed è questo che fa ritenere al Donatone quando afferma che queste mattonelle “Piastrelle” sono “provenienti da diverse chiese napoletane, come dimostrano gli stemmi di Poderico, dei Brancaccio, dei Cicinello, forse dei d’Avalos e di altre famiglie.”. Il Donatone, tuttavia crede dover attribuire tutti queste piastrelle allo stesso autore o stessa manifattura, ovvero il “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. “. Dunque, lo stesso ragionamento potremo seguire per il panello dove troviamo la piastrella con il pomo trapassato da una lama con la scritta “Dimera de Sapri”. In quel pannello, quello della Fig. 3, troviamo diverse piastrelle con diversi stemmi che illustrano gli stemmi delle famiglie Cicinello (specie di colomba) dei Campanile (il campanile avvolto da una specie di serpe) che ricorrono spesso anche nello stesso pavimento ricomposto nella chiesa di S. Pietro a Maiella. Come ricorre spesso nello stesso pavimento in S. Pietro a Majella il cerbiatto che ricorre spesso anchenelle piastrelle accanto a quelle con lo stemma del Brancaccio. Devo però precisare che nel testo del Donatone (…) ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , nella didascalia 234 si parla di pavimento nella cappella Staibano mentre nell’altro testo ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, pubblicato nel 1994, il Donatone illustra lo stesso pavimento (Tav. 5) (vedi Fig. 5 ivi) dove invece postillava che: “Tav. 5. Insieme del pavimento della cappella del Crocifisso, o dei Campanili, poi degli Altemps, con decorazioni araldiche, iconiche, naturalistiche ed animalistiche, dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Dunque, il Donatone, illustrando con la Tav. 5 illustrando il pavimento che si trova nella cappella del SS. Corocifisso, ora Petra (ex cappella Campanile), afferma che le decorazioni illustrate nelle piastrelle di questo pavimento (vedi Fig. 5), sono attribuibili “dovute al “Maestro della cappella Brancaccio”, attivo a Napoli nella seconda metà del secolo XV. Napoli, chiesa di S. Pietro a Maiella”. Il Donatone, dunque, dimentica il “Dimera de Sapri”, la scritta citata da Gaetano Filangieri e attribuisce questi pavimenti alla mano di un maestro che egli chiama convenzionalmente “Maestro della Cappella Brancaccio”. Infatti, Guido Donatone (…), nel suo “La maiolica napoletana del Rinascimento”, pubblicata nel 1993, dimenticandosi della piastrella con su scritto “Dimera de Sapri”, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Chi è questo ceramista ?Perchè è ad una stessa personalità che si debbono i profili di tali alberelli e di altri vasi, ma soprattutto, di alcuni pianciti, di cui non possiamo rinviare di molto la presentazione. Intanto, per la cronologia di tale maestro, dobbiamo convenire che egli è attivo a Napoli anche alla fine del Quattrocento perchè è suo lo splendido ritratto di re del grande alberello (tav. 137) con la iscrizione: R. FELISTALLE, probabilmente allusiva a R (ex) FE (dericus), e cioè al colto e sfortunato ultimo aragonese, Federico, succeduto al trono di Napoli nel 1496. Caposaldo per la ricostruzione della personalità di tale ceramista sono stati il pavimento della cappella del Crocifisso (tavv. 5 e 6), ancora in situ nella chiesa di S. Pietro a Maiella, e quello, di cui restano diversi brani, un tempo nella Cappella Brancaccio a S. Angelo a Nilo (tav. 7a), da cui prende il nome convenzionale di “Maestro della cappella Brancaccio”. Infatti sono numerose le piastrelle iconiche di tale impiantito, che dimostrano in modo palmare che egli è anche l’autore degli albarelli illustrati e di altri vasi. Entrambi i pianciti offrono un repertorio figurativo, naturalistico vegetale e con le consuete volute floreali, ecc…”. Sempre parlando dello stesso “Maestro della cappella Brancaccio”, il Donatone a p. 43 aggiunge che: “Nell’impiantito della cappella del Crocifisso i motivi iconici sono più rari ed è invece disseinato di decorazioni araldiche, ma va tenuto presente che spesso noi vediamo solo parti superstiti e ricomposte di opere, che invece decoravano più di una cappella (infatti brani di questo piancito (tav. 8a) sono da tempo emigrati e sono esposti nel museo Boymans-van Beuningen di Rotterdam). “.
Un’altra interessante analogia che il Donatone cita è quella con un pavimento nel Cilento. Si tratta del pavimento nella chiesa di ……………………Riguardo questo antico pavimento, il Donatone, nel suo testo “La maiolica napoletana del Rinascimento”, a p. 92 nella sua nota (58) postillava che: “(58) Il pavimento è stato segnalato nel Catalogo della Mostra ‘Il Cilento ritrovato’, a cura della Soprintendenza B.A.A.A.S. di Salerno ed Avellino, Certosa di Padula, 1990, p. 44. Analogie con i profili di tale Maestro si colgono in due piatti del Museo di Berlino, con ritratti muliebri (Cfr. T. Hausmann, ‘Majoilika’, Berlin, 1972, figg. 112-113), ma non ho potuto esaminare da vicino i due pezzi.”.
I pavimenti o “impiantiti” di “quadrelli” o “rajole” (rigiole) napoletane
Gaetano Filangieri (…), nel suo “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, pubblicato a Napoli, nel 1881, a p. 62 così scriveva in proposito alla manifattura di questi pavimenti del XV secolo, di cui un tempo erano piene le chiese ed i palazzi Napoletani:

L’interessante analogia del pavimento in S. Pietro a Majella con quello nella Cappella del Pontano
Riguardo poi possibili analogie con altri pavimenti dell’epoca, volendo dare un’identità a questo maiolicaro Dimera di Sapri, il Filangieri (…), nel 1884, nel suo vol. II del suo ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano’, continuando il suo discorso sul pavimento in questione, a pp. 240-241 in proposito scriveva che: “Ora per la grande affinità, che presentano le sue modalità decorative a fronte di quelle degl’impiantiti della cappella di S. Giovanni Battista, detta del Pontano, alla Pietra Santa, e così pure degli altri a S. Giovanniello alla Sapienza ecc..”, cita diversi pavimenti che a suo modo “chiaramente appare come tutti questi lavori sieno prodotti di officine diretti da una stessa scuola, o da scuole affini.”. Il Filangieri a pp. 399-400, scriveva di questo pavimento fosse molto simile a quello della Cappella del Pontano a Napoli. Il Filangieri a p. 400 scriveva che: “…e sono in tutto simili alle mattonelle del pavimento della vicina Cappella Pontano. Nelle pareti laterali sono infissi i monumenti funebri di Valentino e Domenico Petra, opera dello scultore Lorenzo Vaccaro, attivo nella seconda metà del secolo XVII.”. Il Boccia (…) ci segnala una interessante analogia con il pavimento maiolicato che si trova nella Cappella della famiglia Pontano che l’umanista Giovanni Gioviano Pontano fece erigere alla morte della moglie Adriana Sassone li vicino. La cappella dei Pontano (anticamente nota col nome “Ad Arcum” De Arco”, a causa dei due archi convergenti che sorreggono la torre ad essa adiacente) è un piccolo tempio di epoca rinascimentale di Napoli che si trova nel centro antico della città, lungo il decumeno maggiore, tra via del Sole e via dei Tribunali. Presso l’edificio si trova inoltre la chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Nello stesso testo, il pavimento maiolicato all’interno della cappella Pontano, effettivamente molto simile a quello di cui parliamo è illustrato nell’immagine n. 81 di cui la sua didascalia dice che: “(81) Cappella Pontano, ca 1492, pavimento”. Il Boccia a p. 411 in proposito scriveva che: “L’ambiente vive del contrasto tra la semplicità delle pareti ed il bellissimo pavimento in maiolica, coevo all’ultimazione della cappella; caratterizzato da ottagoni formati da un elemento centrale quadrato e da quattro mattonelle esagonali, presenta varietà decorative e cromatiche evidentemente influenzate da prototipi ornamentali islamici e valenzani. La tipica decorazione floreale di questo genere di pavimenti è qui alternata ad un profilo maschile e a cartigli riportanti alternativamente le scritte: “Ave Maria, Pontanus Fecit, Adriana Saxona, Laura bella. La decorazione della mattonella centrale riporta gli stemmi del Pontano e di Adriana Sassone.”. Tuttavia, sebbene siano i due pavimenti molto simili per fattura e per disegno, io credo che il nostro in questione, molto più rozzo di fattura, sia di molto anteriore a questo della Cappella Pontano. Nel 1994, a Napoli, venne pubblicata una serie di monografie a cura della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici e di Nicola Spinosa, dal titolo “Napoli sacra”. In essa vi sono illustrate le opere con foto di Mimmo Jodice. Nel 7° Itinerario, Giuseppe Maria Boccia (…), illustra e parla della chiesa di ‘S. Pietro a Maiella’ ed a p. 395 nelle due note 34 e 37 postillava che: “(34 e 37) San Pietro a Maiella, Cappella del SS. Crocifisso, manifattura napoletana della seconda metà del secolo XV, pavimento.”, le due didascalie delle due foto che illustrano il pavimento in questione fotografate in posizioni e porzioni diverse e dove, forse a causa dell’angolatura di ripresa, non si vedeno la scritta in questione “Dimera di Sapri” (suo probabile esecutore) e non si vedono le due lapidi marmoree come quelle illustrate nell’immagine di fig. 4. A pp. 399-400, in proposito è scritto che: “La prima cappella a sinistra del presbiterio è invece famosa per il prezioso pavimento maiolicato. …….Raffigurano stemmi araldici, uccelli e animali vari e sono in tutto simili alle mattonelle del pavimento della vicina Cappella Pontano.”. Il Boccia (…) ci segnala l’interessante analogia con il pavimento maiolicato che si trova nella vicina Cappella della famiglia ‘Pontano‘ che l’umanista Giovanni Gioviano Pontano fece erigere alla morte della moglie Adriana Sassone. La cappella dei Pontano (anticamente nota col nome “Ad Arcum” De Arco”, a causa dei due archi convergenti che sorreggono la torre ad essa adiacente) è un piccolo tempio di epoca rinascimentale di Napoli che si trova nel centro antico della città, lungo il decumeno maggiore, tra via del Sole e via dei Tribunali. Presso l’edificio si trova inoltre la chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Nello stesso testo, il pavimento maiolicato all’interno della cappella Pontano, effettivamente molto simile a quello di cui parliamo è illustrato nell’immagine n. 81 di cui la sua didascalia dice che: “(81) Cappella Pontano, ca 1492, pavimento”. Il Boccia a p. 412, in proposito scriveva che: “L’ambiente vive del contrasto tra la semplicità delle pareti ed il bellissimo pavimento in maiolica, coevo all’ultimazione della cappella; caratterizzato da ottagoni formati da un elemento centrale quadrato e da quattro mattonelle esagonali, presenta varietà decorative e cromatiche evidentemente influenzate da prototipi ornamentali islamici e valenzani. La tipica decorazione floreale di questo genere di pavimenti è qui alternata ad un profilo maschile e a cartigli riportanti alternativamente le scritte: “Ave Maria, Pontanus Fecit, Adriana Saxona, Laura bella. La decorazione della mattonella centrale riporta gli stemmi del Pontano e di Adriana Sassone.”. Tuttavia, sebbene siano i due pavimenti molto simili per fattura e per disegno, io credo che il nostro in questione, molto più rozzo di fattura, sia di molto anteriore a questo della Cappella Pontano. Si sà inoltre che il Pontano, per la costruzione della cappella funebre da dedicare alla moglie da poco defunta, acquistò alcune case ivi adiacenti il fondaco e da cui forse provenivano i bellissimi pavimenti maiolicati ivi impiantati. Sappiamo pure che il Pontano, in seguito alla caduta e morte dei Petrucci, conti di Policastro, li sostotuì nella segreteria del re come primo Ministro. Ritengo plausibile che il pavimento in questione si possa attribuire al maiolicaro “Dimera di Sapri” che operò a Napoli all’epoca aragonese del Regno di Ferrante I d’Aragona, quando, nella nostra zona, Antonello Petrucci diventò padrone incontrastato di queste terre ed il figlio Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro, segretario regio della corte di Napoli e accademico Pontaniano, giustiziato in seguito alla congiura. Della Cappella Pontano (…), ha scritto Raffaello Causa (…). La cappella, completata nel 1492, fu commissionata dal famoso letterato e umanista Giovanni Pontano nel 1490 a pochissimi passi dal suo palazzo (oggi non più esistente e sostituito nella prima metà del XX secolo dall’edificio della scuola Diaz) per adibirla a tempio funerario per sua moglie, Adriana Sassone, venuta a mancare il primo marzo del 1490. Infatti da wikipidia leggiamo che: Una menzione speciale merita senza dubbio il pavimento maiolicato a formelle esagonali e motivi decorativi di grande effetto costituiti da ritratti, stemmi, iscrizioni, figure allegoriche; la fattura della pavimentazione sembra essere napoletana o, secondo alcuni autori, fiorentina.

Come si può vedere chiaramente nelle immagini che lo illustrano (vedi figg. 2-3-4), nel pavimento in questione oltre al nome del suo probabile esecutore, su un’altra piastrella vi era raffigurato lo stemma della famiglia “Campanile” o “Campanili” (come scrive il Donatone), un campanile, una nobile famiglia napoletana di cui uno dei componenti si fece costruire la cappella omonima, poi in seguito passata alla famiglia “Petra” che oggi si può vedere all’interno della chiesa di S. Pietro a Maiella, annessa al grande complesso monumentale del Conservatorio di Musica a Napoli. Lo studioso napoletano Gaetano Filangieri, nel suo vol. I del suo “Indice degli artefici delle arti maggiori e minori ecc..da studi e documenti raccolti e pubblicati da Gaetano Filangieri, Napoli, 1891, vol. I, non cita il “Dimera”. Nell’indice che va dalla lettera A alla G (vol. I)a p. 162 salta da Didama Domenico a Dini Pietro. Nell’Appendice del vol. I, il Filangieri a p. 476 cita “Dominico (de) Santillo – di Cava de Tirreni, maestro nell’arte del fabbricare (1586) – vedi Dominico (de) Pietro.”. Forse questo Domenico de Santillo doveva essere quel mastro a cui nel 1481 gli fu concesso di fabbricare una cappella a Torraca nel territorio saprese. La scritta “DIMERA DE SAPRI”, sulla riggiola del pavimento in questione potrebbe essere anche “DIOMEDE SAPRI”, che il Filangieri a p. 474 pone come artefice un certo “DOMENICO (DE) DIOMEDE”, di Cava de Tirreni, imprenditore e maestro nell’arte del fabbricare (v. p. 164).”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1787, nel suo tomo I, a p. 163 parla di Giovanni Antonio Campanile, vescovo. Il Giustiniani (…), nel tomo I, a p. 164, parlando del vescovo d’Isernia Giovanni Girolamo Camapanile scriveva che: “fu seppellito nella chiesa di S. Pietro a Maiella nella Cappella di lor famiglia, siccome son di avviso anche Giovan Vincenzo Ciarlante nativo d’Isernia (3) e Niccolò Toppi (4).”. Riguardo il Toppi, il Giustiniani nella sua nota (4) p. 164 postillava che: “(4) Toppi, ‘Bibliot. napolet., p. 146”. Non dice nulla di più. Un’altra particolarità che potrebbe avvicinare il possibile esecutore Dimera di Sapri è un personaggio di Diano nel 1328. Cesare d’Engenio Caracciolo (…), a p….., nella sua ‘Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo‘, del 1623, quindi prima del De Lellis (…), a p……, in proposito scriveva che tra le iscrizioni lapideee e funebri murate dentro la cappella del SS. Crocifisso vi era quella dove è scritto: “Hic iacet nobilis magnificus vir Dominus Ioannes de Diano, miles Regij, & Ducalis ospicij Magistri Rationalis qui objit Anno domini 1328 ecc…”. Altra interessante singolarità è quella che la contea di Lacedonia in cui fu vescovo il Giovanni Girolamo Campanile, dottore in utroque, cioè in due discipline canoniche, nominato nel 1608 Vescovo di Lacedonia, feudo in provincia di Avellino, appartenuto ai Pappacoda e poi da 1584 ai Doria. Dunque, sappiamo che la famiglia Pappacoda possedette il feudo di Pisciotta e di Centola è possibile che vi sia un’analogia con la cappella poi in seguito denominata “Petra”, la famiglia Campanile e i Pappacoda di Pisciotta.
Altra interessante analogia con il pavimento della cappella dei Poderico in S. Lorenzo Maggiore a Napoli
Un’altra interessante analogia di questo pavimento con altri di simile fattura e periodo d’esecuzione la fa sempre il Donatone (…), sulla scorta di Ceci …(…) e di Rebuffat O. (…), quando a p. 595 scrive che: “Per il Rebuffat sono pure da assegnarsi alla fine del secolo XIV i pavimenti un tempo nella cappella del Crocifisso, già della famiglia Campanili, poi dei Petra, in S. Pietro a Maiella (vd. ill.) e quello, appena ricordato, dei Poderigo in S. Lorenzo (vd. ill.) impiantito che vede come anello di congiunzione tra quello di Donnareggina e quelli di gran lunga più pregevoli del secolo XV. Ecc…”. Infatti, secondo O. Rebuffat (…), potrebbero esserci delle analogie con il pavimento in questione (del secolo XIV) e quello dei “Poderico” in S. Lorenzo Maggiore a Napoli. Nella zona di Camerota esistono diversi nomi che richiamano alla famiglia napoletana dei Poderico. Ricordiamo che S. Lorenzo Maggiore è anch’essa una chiesa gotica come S. Pietro a Maiella. Infatti, il Donatone (…) illustra il pavimento nella cappella Poderico nell’immagine di fig. n. 233) postillando nella didascalia che: “233) Avanzi di impiantito con lo stemma di Poderico. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”.
Il Museo Artistico Industriale ‘Filippo Palizzi’ dell’Istituto d’Arte di Napoli
Lo studioso napoletano Guido Donatone (…), nel suo saggio “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”, pubblicava l’immagine della didascalia 232) che illustra una formella o un pannello con un frammento del pavimento maiolicato (vedi fig. 1) dove troviamo una delle piastrelle o riggiole con l’immagine della scritta “Dimera de Sapri”, forse proprio il suo probabile esecutore. Il Donatone nella didascalia 232) in proposito postillava che: “232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”. Dunque il Donatone (…), scriveva che l’immagine di fig. 1 era tratta da una formella o pannello con riggiole di un frammento di pavimento conservato a Napoli presso l’Istituto Statale d’Arte. Oggi, l’Istituto Statale d’Arte di Napoli si chiama “I.S.I.S Boccioni-Palizzi – Liceo Artistico Coreutico Musicale” di Napoli. Il Donatone si riferiva al Museo Artistico Industriale “Filippo Palizzi” di Napoli. Da WIkipedia leggiamo che: l’istituto statale d’arte Filippo Palizzi (Regio Istituto d’Arte, poi Liceo Artistico Statale “Filippo Palizzi” ed oggi liceo artistico Boccioni-Palizzi) è attivo a Napoli, presso il Museo Artistico Industriale, nell’ex collegio della Marina Borbonica già convento di Santa Maria della Solitaria. Il Museo Artistico Industriale Palizzi, sito in Napoli alla piazzetta Salazar, voluto da Gaetano Filangieri principe di Satriano e da Gaetano del Pezzo duca di Caianiello, non solo come museo ma principalmente come sussidio per gli studenti dell’annesso Istituto d’Arte “Filippo Palizzi”, ha circa 6.000 manufatti di ceramica, metallo, oreficeria e di ebanisteria. Di grande interesse sono le riggiole (mattonelle) di maiolica, vasi dipinti a mano e notevoli bronzi, realizzate da Filippo Palizzi. Negli ultimi anni, il Miur ha accorpato il Liceo Artistico Statale con l’Istituto Statale d’Arte di Napoli che nei primi dell’800 il Principe di Satriano Gaetano Filangieri (…), volle anche Museo. Infatti, il Filangieri (…), nella sua opera citata, parlando e descrivendo il suddetto pavimento in proposito scriveva che: “Un saggio però degli antichi quadrelli, che il componevano, può vedersi nel Museo Artistico-Industriale, dove sono circa cento mattoncelli napolitani del XV e del XVI secolo, provenienti sì da detta chiesa di S. Angelo a Nido, ecc…”. Il Filangieri si riferiva a dei saggi o copie realizzate da Filippo Palizzi per il detto Museo oppure si tratta di frammenti originali ?. Questo fatto non ci è dato saperlo ancora con certezza. Recentemente ho acquisito il testo del 1984 di Autori vari, Il sogno del Principe. Il Museo Artistico Industriale di Napoli: la ceramica tra otto e novecento, collana diretta da Gian Carlo Bojani, per i tipi del Centro Di del Museo Internaziole delle Ceramiche di Faenza, che sebbene parli del Museo Artistico Industriale di Napoli (vedi saggio di Eduardo Alamaro a p. 11) che racconta della mostra e del concorso in Vaticano per i pavimenti delle Sale Borgia, non dice molto sulle opere ivi conservate ed esposte. Nel 1984, Edoardo Alamaro (…), curò la pubblicazione del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”. A seguito del dibattito scaturito dalle Grandi Esposizioni d’arte, un decreto del ministro della pubblica istruzione Francesco De Sanctis del 25 novembre 1878, seguito da una ministeriale al principe Gaetano Filangeri di Satriano dell’11 dicembre, nominava una Commissione per l’istituzione di un Museo d’arte applicata all’industria, presso l’Istituto di belle arti, con lo stesso Filangeri come presidente e Dimetrio Salazar come segretario. Il Museo venne istituito con decreto del Ministero della pubblica istruzione del 15 ottobre 1880 e si configurò come Museo-Scuola-Officina con il compito di formare quadri tecnico-artistici e di conservare al tempo stesso i prodotti artistico industriale. Lo scopo dichiarato era quello di favorire e valorizzare le manifatture artistiche napoletane. Personalità come Filangeri, Salazaro, Gaetano del Pezzo e Annibale Secco, pittori come Filippo Palazzi e Domenico Morelli contribuirono a collegare la ricerca artistica alla tecnica applicativa, le antiche manifatture all’industria moderna. Con la legge dell’8 luglio 1885 il Museo ottenne ufficialmente la sede a Monte Echia, già consegnata dal demanio nel dicembre 1881, e fu inaugurato il 7 febbraio 1889 con un discorso pronunciato dal presidente Gaetano Filangeri. Attualmente il Museo è parte dell’Istituto statale d’arte “Filippo Palazzi”. Il Museo Artistico Industriale ‘Filippo Palizzi’ è un museo di Napoli, istituito alla fine del XIX secolo da Gaetano Filangieri, principe di Satriano. Gaetano Filangieri (…), pubblicò anche la “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, Napoli, Giannini, 1881. La maggior parte dei manufatti presenti è costituita da ceramiche (circa 6000 pezzi), che sono distribuiti in diverse sezioni; una sala è intitolata a Filippo Palizzi, pittore ottocentesco, di cui il Museo conserva opere interessanti, come il disegno preparatorio del tondo con Leone e scena di caccia grossa (1881) e la Fontana con elementi naturalistici (1884). Tra le ceramiche italiane, eseguite in un arco di tempo che va dal Quattrocento all’Ottocento, spiccano senza dubbio i pavimenti maiolicati (molto presenti a Napoli sin dal tempo di Alfonso I d’Aragona) e una serie di pezzi, sempre in maiolica da tavola e da farmacia. Riguardo la raccolta di frammenti di pavimenti maiolicati d’epoca Aragonese conservati ed esposti nel Museo Artistico-Industriale ‘Filippo Palizzi’ di Napoli, ed in particolare all’immagine della didascalia 232) in Donatone, che riguarda il pavimento in questione, ho cercato nelle pubblicazioni a stampa dei cataloghi fino a questo momento realizzati ma pare che non ve ne siano tranne che nel Donatone. Infatti, anche Edoardo Alamaro (…), che nel 1984 curò la pubblicazione a stampa del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”, a riguardo questo argomento, nella sua nota (98) a p. 29 scriveva che: “L’ordinamento di questo settore del Museo napoletano è in fase di attuazione e, nell’ambito del gruppo operativo, è a cura del sottoscritto la ricerca delle fonti archivistiche e la ricostruzione storica di questo importante settore roduttivo. Ricordiamo in tal senso il recente, prezioso contributo di Guido Donatone, ‘Pavimenti e rivestimenti maiolicati in Campania, Napoli, 1982, il quale ha lanciato l’idea dell’istituzione nella città partenopea di un ‘Museo della riggiola’ (ivi, p. 63), il cui nucleo storico iniziale potrebbe coincidere con la Raccolta già esistente nel nostro Museo. E’ fondamentale in questa prospettiva l’attività scientifica, ricontrabile in numerosi saggi apparsi su “Napoli nobilissima” (vol. XVII, fasc. VI, 1978; vol. XIX, fasc. I-II, 1980; vol. XXI, fasc. I-II, 1982) di Gennaro Borrelli.”. In verità, il Filangieri, nel testo citato, riguardo il Museo “Filippo Palizzi”, ‘Relazione sul Museo Artistico-Industriale e Scuole officine di Napoli‘, non ne parla a p. 54 ma a p. 55 (Cap. V) dove scrive che: “Il nostro Museo Nazionale nella sua grande collezione di terre cotte, ha parecchi saggi d’invetriatura, in oggetti rinvenuti, tanto a Pompei, che in altri scavi delle nostre provincie.”. Il Filangieri quindi continuando a descrivere le meraviglie raccolte e conservate nel Museo Artistico Industriale di Napoli, a p…. scriveva pure che: “…..

(Fig….) Filangieri Gaetano, op. cit., p. 80
Gaetano Filangieri (…) a p. 80, riguardo alcuni frammenti di pavimenti napoletani conservati nel Museo Palizzi di Napoli in proposito scriveva che: “E così pure i mattoni smaltati, che veggonsi negli impiantiti del XVI° secolo della chiesa di S. Pietro a Maiella nella cappella degli ‘Staibano’, ed in quella contigua degli ‘Altemps dei Marchesi Petra di Caccavone’; quelli della cappella di S. Giovanni Battista, detta del ‘Pontano’, alla Pietra Santa, come gli altri a S. Giovanniello alla Sapienza, nonchè in due cappelle a S. Lorenzo; ed a S. Giovanni a Carbonara, nella cappella di ‘Ser Gianni Caracciolo’. In molti di tai quadrelli, oltre agli stemmi ripetuti di sovente, son pure rappresentanze di fiori, di frutta di uccelli ed assai belle ornature, ognora a colori vivacissimi, e di disegno franco e spedito.”. Dunque, il Filangieri parlando delle meraviglie contenute nel Museo cita pure il pavimento “ed a S. Giovanni a Carbonara, nella cappella di ‘Ser Gianni Caracciolo’, ecc..”. Dunque, il Filangieri, nella sua ‘Relazione‘ sul Museo Palizzi non parla del pavimento nella cappella Brancaccio nella chiesa di S. Angelo a Nido ma parla della cappella di “Ser Gianni Caracciolo” in S. Giovanni a Carbonara sempre a Napoli. In questo passaggio però il Filangieri forse commette un imperdonabile inesattezza perchè citando tutti i nostri pavimenti napoletani ed in particolare i due pavimenti nelle due cappelle contigue in S. Pietro a Maiella afferma essere “E così pure i mattoni smaltati, che veggonsi negli impiantiti del XVI° secolo, ecc…”. Come si è cercato di dimostrare da più parti questi pavimenti “impiantiti” “invetriati” appartengono ad un’epoca forse addirittura anteriore al secolo XIV.
La cappella del SS. Crocifisso a S. Pietro al Tanagro
Questo edificio sacro fu costruito nel 1899 sul monte Ausiliatrice, conosciuto anche come “Monte del Crocifisso”. Di notte la chiesetta è molto suggestiva, perché è l’unico edificio ad essere illuminato tra l’oscurità dei monti. A causa dell’assenza di una strada adeguata al trasporto dei materiali, la Chiesa fu costruita dagli stessi sanpetresi con le uniche pietre a disposizione sul monte, spronati dalla fede e dal desiderio di poter istituire la festa del SS. Crocifisso. Ancora oggi la Cappella può essere raggiunta solo a piedi e questo rende il pellegrinaggio molto faticoso. Il 21 settembre 1899 fu celebrata per la prima volta la festa del Crocifisso. Oggi questa celebrazione si tiene la terza domenica di settembre. In questa occasione i fedeli si recano sul monte per assistere alla messa celebrata all’alba per poi scendere trasportando la statua del Cristo. Alla vigilia di questo evento gli abitanti del paesino portano in processione la Guglia, una struttura in legno a forma di croce sul cui fronte è dipinto Gesù Crocifisso. La processione del sabato sera ha inizio dalla casa di don Giuseppe Procaccio, il giovane sacerdote che incitò i sanpetresi a costruire la Chiesa. La Guglia è, infatti, custodita nella casa del sacerdote.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)
(…) Donatone Guido, ‘La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV‘ , stà in “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, vol. IV, da pp. 579 e s.; dello stesso autore si veda pure: ‘La maiolica Napoletana del Rinascimento‘, ed. Gemini Arte, Napoli 1994; oppure anche: “La maiolica napoletana dell’età aragonese”, d. Associazione Amici dei Musei di Napoli, 1976, quaderno n. 3 (Archivio Attanasio); sempre dello stesso autore si veda pure ‘La maiolica napoletana dagli Aragonesi al Cinquecento‘, edizioni Paparo, 2013 (Archivio Attanasio)
(…) Tesorone Gaetano, A proposito dei pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo delle chiese napoletane”, in Napoli noblissima, vol. X, 1901, da pp. 115 a p. 124 (Archivio Attanasio). Guido Donatone (…) nella sua nota (71) a p. 622, postillava e citava il testo di Gaetano Tesorone (…), “A proposito dei pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo delle chiese napoletane”, in Napoli nobilissima, vol. X, 1901, da pp. 115 e s. :

(Fig…..) Gaetano Tesorone (…), op. cit., p. 115
(…) Rebuffat Orazio, I pavimenti maiolicati del XV e del XVI secolo esistenti nelle chiese di Napoli, in “Atti Ist. Incor. di Napoli, ivi, 1915, pp. 3-5 e si veda pure nota (74) op. cit., p. 5; Id., in “Faenza”, 1917, fasc. III-IV.”, si veda pure dello stesso autore la rivista Faenza, ristampa anastatica a cura della Libreria Antiquaria Tonini, Ravenna, 1977, vedi da pp. 67 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Filangieri Gaetano principe di Satriano, “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, Napoli, Giannini, 1881 (Archivio Attanasio)


(…) Filangieri Gaetano principe di Satriano, “Il Museo Artistico Industriale e le Scuole officine in Napoli (Relazione)”, Napoli, Giannini, 1881; si veda pure dello stesso autore: ) “La chiesa e il convento di S. Pietro a Maiella” sta in , ‘Documenti per la storia le arti e le industrie raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano, vol. II, Tipografia dell’Accademia Reale delle Scienze, , Napoli, 1884 (Archivio Attanasio); si veda pure: “Indice degli artefici delle arti maggiori e minori ecc..da studi e documenti raccolti e pubblicati da Gaetano Filangieri, Napoli, 1891, vol. I.
(…) Riguardo Alfonso d’Aragona, figlio di Ferdinando I d’Aragona, il Borsari in Treccani riportava la seguente bibliografia: Fonti e Bibl.: Cronaca di Napoli di Notar Giacomo, a cura di P. Garzilli, Napoli 1845, pp. 125, 165, 172; Joampiero Leostello, Effemeridi delle cose fatte er il Duca di Calabria (1484–1491), a cura di G.Filangieri Napoli 1883, pp. 151-153, 161-162, 165, 171, 177, 220, 238; N. Barone, Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dall’anno 1460 al 1504,in Arch. stor. per le prov. napol., IX(1884), pp. 634, 635; Regis Ferdinandi Primi Instructionum Liber (10 maggio 1486-10 maggio 1488), a cura di L. Volpicella, Napoli 1916, nn. XXI, XXXV, XLIV, LXIIL LXXIII e pp. 264-265; B. Croce, Giovanni Cosentino, in Aneddoti di varia letteratura, 2 ediz., I, Bari 1953. pp. 95-96, 101.
(…) Alamaro Edoardo, curò la pubblicazione del catalogo della mostra Faenza-Sesto Fiorentino-Caltagirone, “Il sogno del Principe. Il Museo artistico industriale: la ceramica tra Otto e Novecento”, Firenze, 1984, ed. Centro Di (Archivio Attanasio)
(…) Borrelli Gennaro, alcuni suoi saggi apparsi sulla rivista ‘Napoli Nobilissima’: vol. XVII, fasc. VI, 1978; vol. XIX, fasc. I-II, 1980; vol. XXI, fasc. I-II, 1982, ottimi studi ma riguardano la maiolica dal ‘600 in poi.
(…) AA.VV., Il sogno del Principe. Il Museo Artistico Industriale di Napoli: la ceramica tra otto e novecento, collana diretta da Gian Carlo Bojani, per i tipi del ‘Centro Di’ del Museo Internaziole delle Ceramiche di Faenza, Firenze, 1984 (Archivio Attanasio)
(…) Bologna Ferdinando, I pittori alla corte angioina di Napoli 1266-1414. E un riesame dell’arte fridericiana, Roma 1969, The Rome university,
(…) Ceci Giuseppe, La chiesa ed il convento di S. Caterina a Formello, in ‘Napoli nobilissima’, vol. X, 1901, da pp. 35 a 39, 101 a 105, 178 a 183 (Archivio Attanasio)
(…) De Simone Giuseppe, Le chiese di Napoli descritte e illustrate, Napoli, 1845, parla di S. Pietro a Maiella da pp. 140 a p. 147 (Archivio Attanasio)
(…) De Lellis Carlo (…), Aggiunta alla Napoli sacra del d’Engenio, tomo I, ed. ……., Napoli, 1654; si veda pure la ristampa a cura di Francesco Aceto, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1977 (Archivio Attanasio), si veda pp. 267 e s.
(…) AA.VV., Napoli Sacra, ed. Elio De Rosa, Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici, Napoli, 1994 (Archivio Attanasio)
(….) d’Engenio Caracciolo Cesare, Napoli Sacra di Cesare d’Engenio Caracciolo, Napoli, 1623 (Archivio Attanasio)
(…) Giustiniani Lorenzo, Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Napoli, 1787 (Archivio Attanasio), si veda tomo I, p. 163, dove parla di Campanile e tomo III, p…., dove parla di Petra
(…) Bignardi Massimo, La città di Masuccio: il gusto, il decoro, lo spazio immaginario’, stà in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, ed……….., Salerno, anno VIII, n. 2, 1990 (Archivio Attanasio), v. da p. 17 e s.
(…) Arbace Luciana (a cura di)(S.B.A.S., Napoli), Il Museo Artistico Industriale di Napoli, Guide Artistiche Electa, Napoli, 1998 (Archivio Attanasio)
(…) Fava Onorato, Il Museo Artistico Industriale, in ‘Napoli d’oggi’, Napoli, 1900, pp. 404-440 (Archivio Attanasio)
(…) Balestrieri L., La verità sul Museo Artistico Industriale di Napoli, Napoli, 1927
(…) Tropea G., Il Museo Artistico Industriale e il Regio Istituto d’Arte di Napoli, Firenze, 1941
(…) Touring Club d’Italia, Guida d’Italia – Napoli e dintorni, ed. 2008, vedi p. 193

(…) Mosca Luigi, Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, Fausto Fiorentino editore, Napoli, ristampa del 1963 dell’originale del 1908 (Archivio Attanasio)
(…) Cesarino Felice, Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri’, stà in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, Sapri, Tip. Faracchio, 1979 (Archivio Attanasio). La notizia fu da me riferita nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 e, sulla scorta del mio studio redatto per il Comune di Sapri nel lontano 1979 fu ripubblicata nel 2017 sul PUC (Piano Urbanistico Comunale), redatto da diversi autori e dove, a p. 39 è scritto: “Da una ricerca condotta da Felice Cesarino finalizzata ad indagare da quando il nome di Sapri compare nei documenti storici si ricavano le seguenti informazioni (4): Un pavimento in maiolica del XV secolo è firmato “Dimera di Sapri”, l’opera è conservata presso l’Istituto d’Arte di Napoli (5); ecc…”. Il relatore, a p. 39, nella sua nota (4) postillava che: “Cesarino Felice, “Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri”, in raccolta del Gruppo Archeologico Golfo di Policastro, Sapri, 2009.”. Dunque, non più l’edizione del 1979 che io posseggo ma l’edizione (raccolta) del 2009. Sempre a p. 39, nella sua nota (5) postillava che: “Donatone Guido “La maiolica Napoletana del Rinascimento”, Gemini Arte Napoli 1993″.
(…) Leostello Giampiero Volterrano, Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, vol. I, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883 (Archivio Attanasio). Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), oppure Codice Italiano già 9996.
(…) Celichi Sauro, ‘La maiolica italiana della prima metà del XV secolo. La produzione in Emilia-Romagna e i problemi della cronologia, “Archeologia Medievale”, XV, 1988, pp. 65-104
