Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In epoca Normanna, nei pressi di Roccagloriosa vennero riattivati tre monasteri di origine basiliana e che in seguito divennero benedettini. Si tratta dei monasteri di S. Leo, Santa Veneranda e San Mercurio. In particolare in questo saggio ho cercato di riportare alcune notizie storiche, alcune inedite su alcuni personaggi dell’epoca Longobarda e Normanna: il conte longobardo Leone, il gastaldo Mansone, il conte o visconte Mansone, Altruda, badessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa e, Guido e Alessandro che nel 1133 confermarono le donazioni dello zio conte Mansone. Su questi personaggi e sul monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa sono state scritte alcune notizie ma, su questi feudatari o personaggi, che lo fondarono vi sono solo scarse e sporadiche notizie storiche. In questo saggio ho pubblicato alcune notizie storiche che molto probabilmente investono e riguardono questi personaggi sebbene esse non riguardino direttamente Roccagloriosa ed il suo antico monastero.
INCIPIT
La politica della “tutio” sovrana degli ultimi Principi Longobardi di Salerno
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di nutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”.
Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner, nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 40 in proposito scriveva che: “E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc., I., p. 351).”. Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit., p. 35 e n. C.”.
Nel XI secolo, il monastero e convento femminile e claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa
Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa riporta la seguente notizia storica: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini scriveva che a Roccagloriosa vi era un monastero di monaci basiliani che però nel 1130, il conte del luogo, “Manso Leone Signor del luogo con suo testamento dotò la Chiesa di buone rendite ecc…”. Antonini scriveva pure che i beni che “Manso Leone Signore del luogo” lasciava al monastero erano stati in precedenza della sua moglie chiamata “Gatullina”. L’Antonini non postilla alcun riferimento bibliografico da cui trae l’interessante notizia però, sempre a p. 385 egli introduce la notizia premettendo di un chronicon e manoscritto apocrifo che lui chiama del “Monaco di S. Mercurio”. Antonini, a p. 386 ci parla anche della badessa “Altruda sua sorella” di questo nuovo monastero diventato femminile con il lascito del 1130 di “Manso Leone Signor del luogo”. Antonini, come vedremo in seguito ci parla anche del “Conte Guidone nipote di Manso” che nel 1133 ratificò il testamento di Manso. Dunque, la notizia è interessantissima perchè ci parla di un monastero che esisteva nei pressi di Roccagloriosa ancor prima dell’anno 1130 e ci parla pure dei feudatari del tempo. Indagando su questo “Manso Leone Signor del luogo” notiamo che l’Antonini cita anche l’abate Ughelli. Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”. Infatti l’Antonini, a p. 386 scriveva: “L’Abate Ughellio, Italia Sacra, tomo 6, fol. 143 riferiva che questo Monistero di monache fosse stato da Turchi ruinato”. In seguito, Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: ”Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Sul Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa nel secolo XII, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. Ecc..”. Il sacerdote Romaniello, sulla scorta di diversi autori scriveva che nel secolo XII, esisteva ancora a Roccagloriosa l’antichissimo monastero maschile di Santo Mercurio, forse un cenobio basiliano che doveva trovarsi abbandonato. Secondo il Romaniello, il monastero di S. Mercurio, nel secolo XII, il nuovo feudatario del feudo di Roccagloriosa, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo lo fece ripopolare di monache clarisse. E’ molto probabile che con i Normanni l’ex cenobio basiliano di S. Mercurio che, in passato aveva ospitato S. Nilo diventò un monastero Benedettino. Non sappiamo se questo monastero dipese direttamente dall’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni.
L’origine di alcune notizie storiche ed alcuni documenti d’epoca Normanna
Nel secolo XI, Leone, conte normanno di Roccagloriosa e Padula e, la sua vasta tenuta allodiale del Centaurino o detta di “Cannamaria” (monte Centaurino)
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa accenna alla vasta tenuta del Centaurino ed in proposito scriveva che: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. Dunque, l’Antonini scriveva che il conte “Leone Signore del luogo” aveva unito i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda in un unico convento claustrale chiamato di S. Mercurio che, come vedremo amministrerà la tenuta allodiale del Centaurino, cioè i vasti possedimenti che erano stati di “Gatullina” e che vennero donati al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa. L’Antonini parlando di Roccagloriosa e accennando al testamento del visconte normanno Mansone, ci parla anche della vasta tenuta del monte Centaurino che egli dice, “Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc…”. Inoltre, l’Antonini, riferendosi sempre alla vasta tenuta del monte Centaurino (detta “Cannamaria”), nella nota (1) postillava che: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. L’Antonini postillava che il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa non era di padri Benedettini ma era un antico convento di monache, forse di clausura che per lungo tempo fu amministrato (sendo l’Antonini) dai monaci basiliani dell’Abbazia italo-greca di S. Giovanni a Piro, di cui si è parlato in altri miei saggi “la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro”. Come nasce questa notizia storica ? Inoltre, i vasti possedimenti di “Gatullina” donati dal conte Leone, come ad esempio la tenuta di “Cannamaria” (il monte Centaurino), furono amministrati per lungo tempo dai monaci basiliani del monastero italo-greco di S. Giovanni a Piro ?. Sappiamo che la vasta tenuta di “Cannamaria” era posseduta dal monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. E’ il testamento del conte Mansone che, nel 1131 prima di morire lasciò a sua figlia o sorella “Altrude” col patto che ella fosse la prima Badessa. Il testamento del 1131 del conte o visconte Mansone fu in seguito confermato dai due nipoti, Guido e Alessandro e dal fratello Landone. Ma sappiamo pure che prima del 1131, prima cioè che il conte Mansone, i possedimenti, già in precedenza erano stati donati al monastero di S. Mercurio dal padre del visconte Mansone, il conte normanno Leone. L’Antonini ci informa che i possedimenti donati all’antico monastero di S. Mercurio e cioè la vasta tenuta allodiale di “Cannamaria” apparteneva alla madre del visconte Mansone chiamata “Gatullina”. Su Gatullina abbiamo poche notizie ma ve ne è una che riguarda la zona di Padula. Andando a ritroso nel tempo, oltre al conte Leone, occupandoci della tenuta di “Cannamaria”, vediamo che questa vasta tenuta allodiale (il monte Centaurino) figura tra i vasti possedimenti che Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia, nel 1130 conferma a Leonzio, Abbate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano. La donazione a Leonzio è un atto, un antico documento manoscritto in greco, del 1130 chiamato “Crisobollo di re Ruggero” di cui ho parlato in un altro mio saggio e riguarda la chiesa di Rofrano, ovvero l’antichissimo monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che nel XII secolo era alle dirette dipendenze dell’omonima abbazia tuscolana fondata da S. Nilo. La prima notizia storica sulla tenuta allodiale di “Cannamaria” risale alle conferme di Ruggero Borsa, intorno all’anno 1080, quella del cugino Ruggero II d’Altavilla nel 1131 e quella di Guglielmo I detto il Malo, del 1187. Oltre a queste conferme si ha la donazione che re Ruggero II d’Altavilla fece, nel 1131, a Leonzio, Abbate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo che era proprietaria del monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, nel documento del 1131 chiamato “Crisobollo di re Ruggero”, di cui ho parlato in un altro mio saggio. In questo antico documento che risale all’anno 1131, vengono confermate da re Ruggero II tutte le precedenti donazioni alla chiesa di Rofrano fatte nel 1080 da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e successivamente a re Ruggero II confermate da suo figlio Guglielmo I detto il Malo, di cui parlerò in seguito. E’ molto probabile che la tenuta di “Cannamaria”, che figura nel cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero II” sia stato un territorio già donato in precedenza dai principi longobardi di Salerno alla chiesa di Rofrano, forse dal principe Guaimario V, di cui ho pure parlato in un altro mio saggio. La tenuta del monte Centaurino, detta di “Cannamaria”, che ai tempi del Principato Longobardo di Salerno faceva parte dei ricchi e vasti possedimenti di “Gaitellina” nasce come suo possedimento donatogli dal marito, il conte “Leone”, signore di Roccagloriosa e di Padula, come vedremo. Notizie certe e sicure sulla tenuta del monte Centaurino, non ve ne sono tante. L’origine di queste notizie storiche, compreso quella del testamento del conte Mansone dell’anno 1130, dove si parla della sua donazione al monastero claustrale e femminile di S. Mercurio deriva dalle numerose vertenze giudiziarie che nel XV secolo iniziarono a porsi tra la Curia Vescovile di Policastro, i Vescovi succedutisi e le diverse Università come quella di Roccagloriosa e di Rofrano che erano interessati al ricco possedimento e la vasta tenuta. Riguardo il vasto possedimento allodiale detto di “Cannamaria”, la montagna del Centaurino, di cui ho pure parlato in un altro mio saggio, a me pare di aver intravisto alcuni riferimenti storici che possano riguardare le sue origini, nelle parole di Mons. Nicola Maria Laudisio (….) che, nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti) riferendosi al casale di Torre Orsaia e Castel Ruggiero, in proposito scriveva che: “Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).“. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172. La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla, redatto nel 1131 a Palermo. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”.
Nel 1131, il Monastero di S. Maria a Rofrano ed i suoi possedimenti nel “Crisobollo” di re Ruggero II divenne dipendente dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a pp. 160-161 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Gli abati di Rofrano, signori di Rofrano e di Caselle e rappresentanti nel basso Cilento dell’Abbazia tuscolana, godevano di grande prestigio perchè titolari anche della giurisdizione spirituale sui suddetti casali. Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano.“. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo “Cap. V. Monasteri e chiese ricettizie”, vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131 il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dall’elenco dei beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicanti”, oltre la grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quella di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tomusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”.
Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, il diploma detto “Crisobollo” dove conferma a Leonzio, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, la vasta tenuta del ‘Centaurino’, nel documento detta di “Cannamaria”
Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 33, in proposito scriveva che: “……la concessione fatta ……all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze……, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (88), dice che: “(88) Codice Z δ 12 di Grottaferrata, f 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Di questo codice manoscritto e rinascimentale parlo in un altro mio saggio. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”.

(Fig….) Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Storico Attanasio)
Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc…..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”. Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

Nel diploma del re Ruggero II, del 1131, detto “Crisobollo di re Ruggero” figura la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense’. La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”.
Le precedenti donazioni del principe longobardo di Salerno Guaimario V, quella di Ruggero Borsa nel 1085, la conferma nel 1131 di re Ruggero II e la conferma nel 1187 di suo figlio Guglielmo I detto il Malo
La studiosa Giovanna Falcone (….), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero etc…”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Queste notizie erano già state date in precedenza da Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) etc…”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o “Crisobollo” come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, a Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che: “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”.
Nel XV secolo iniziarono le liti pendenti per il possedimento della tenuta allodiale del Centaurino
Alcune notizie storiche sui luoghi e feudi del basso Cilento ci giungono attraverso alcuni documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece e i Tosone. Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti tra alcuni feudatari che acquistarono alcuni feudi o luoghi contro la curia Vescovile della Diocesi di Policastro che aveva usurpato alcuni beni non ecclesiastici come ad esempio la tenuta allodiale detta di “Cannamaria” (Centaurino) che il vescovo di Policastro Antonio Santonio che, nel 1615 inglobò nei beni del Seminario Vescovile a Roccagloriosa. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo invece le liti tra il Seminario Vescovile di Roccagloriosa e quindi tra la Curia Vescovile di Policastro che ne curava gli interessi contro il Comune di Roccagloriosa, il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435 parlando di Rofrano e riferendosi alla lite o processo sorto tra il barone di Roccagloriosa e Rofrano per la nomina dell’Abadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio, in proposito scriveva che: “Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo questa sentenza, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6).”. Ebner a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Ebner, ibid., I, p. 497, n. 4.”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebnner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo le cause vertenti e sorti tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, il Gaetani (….), citava un lavoro del canonico Giuseppe Menta (19): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento, citato dal sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici del Comune di Torraca”, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), postillava che: “….il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. (….). Infatti, presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro è conservato un testo che il bibliotecario don Mario Scapolatempo mi fece fotocopiare il testo: “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. Il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; veniva ancora nell’altro giudizio del 1687 innanzi al Vescovo di Marsico esaminato e tenuto a base dei diritti contestati fra Roccagloriosa ed il Seminario, e venuti infine nello stesso modo formalmente riconosciuto nel giudizio contro il Barone Paolo Tosone nel 1697 innanzi al S. R. Consiglio. Ecc…”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: “E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Riguardo le numerose liti pendenti iniziate nel XV secolo a causa della vasta “tenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra il “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipografia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Dunque, il De Micco riassumendo alcune liti o cause civili pendenti dal 1434, scriveva che i documenti di cui abbiamo parlato si desumono dagli atti di queste liti. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Sempre il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “Sono queste le precise parole della Corte: “Detto testamento è estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio politico, tra le scritture del Cappellano Maggiore e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis de Afflicto Baronis Roccagloriosae contra praedictae et reverendum Seminarium Policastrensem’ 1753, vol. I pandetta 2 n. 270.”. Il De Micco, a p. 71, in proposito scriveva che: “Tal testamento si legge di essere scritto da Cioffo Reipublicae notario e di esserne presente l’originale nella Curia Vescovile di Policastro da Matteo d’Afflitto con podestà di restituirne la copia, e a 23 marzo 1589 di essersi intimata la stessa al Sindaco di Roccagloriosa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano e, sulla scorta del Ronsini (….), in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner (….), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, scrivendo sulla vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “…i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie circa alcuni documenti esaminati in questo saggio. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o università (antichi Comuni) di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 redatto e stipulato dal Notaio Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro.
Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano ed al Ronsini, che citava il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, parlando dell’Abbazia di Rofrano aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461.
LE ORIGINI DEL CONTE LEONE E DI MANSONE, VISCONTE DI ROCCAGLORIOSA E PADULA
Nel 972 (?), Landolfo, fratello del principe Gisulfo I di Salerno donò all’abate Giovanni del monastero del Salvatore di Napoli alcune terre in Padula dette “Candelaria de padula”
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di “Padula” in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padula” all’abate Giovanni del monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4).”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f 165 (edito dallo Schipa, cit., ‘Principato’, p. 255, n. 23.”. Ebner si riferiva a Michelangelo Schipa (….), ed al suo “Storia del Principato longobardo di Salerno” pubblicato a Napoli, tipografia Giannini, 1887. Lo Schipa pubblicò il documento a p. 201 (non p. 255, forse su Ebner vi è un errore di stampa). Si tratta del documento n. 23. Lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) ( ? Anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello a Gaitelgrima e capo di quella congiura) dona terre e campi detti “Candelaria de Padula” al Monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni – Dal Catasto citato del Monastero di S. Salvatore e di S. Pietro, f° 165″. Dunque, Pietro Ebner, sulla base di un documento dell’epoca di Gisulfo I, pubblicato da Michelangiolo Schipa (….), nel suo “Storia del Principato longobardo di Salerno”, a p. 255, n. 23, ci informa che in questo Diploma, rogato “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (su richiesta di Landolfo, nostro carissimo zio) “fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973″, donava terre all’abate del monastero del Salvatore a Padula. Il documento n. 23 pubblicato da Schipa (….), n. 23 non è a p. 225 ma a p. 201, dove lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) (? anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe Gaitelgrima e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “Candelaria de padula” al monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni. Dal Catasto citato dei Monasteri di S. Salvatore e di S. Pietro f° 165″. Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861.
Dal 981 al 983, Mansone I di Amalfi, principe del Principato Longobardo di Salerno
Da Wikipedia leggiamo che Mansone I (X secolo – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV.
Nell’XI secolo, la comunità Amalfitana e Atranense e l’insediamento in alcuni nostri porti e la contrapposizione con l’Abbazia della SS. Trinità di Cava
Continuando ad indagare sul “conte Leone” feudatario del Cilento, Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale secoli XI-XV”, a pp. 161-162 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Le vicende del monastero di Santa Maria ‘ad gulie’ si inseriscono, quindi, in un contesto socio-economico particolarmente importante, legato alla presenza di una folta comunità amalfitana, interessata ad acquistare terre che possono costituire punti di appoggio strategici per il commercio, rappresentando la soluzione alle difficoltà di comunicazione e di approvvigionamento per l’asperità del paesaggio costiero aveva sempre creato (726). Fin dalla metà del X secolo i ‘marinai-contadini’ di Amalfi guardano alle terre cilentane e ai numerosi approdi che, lungo la linea di costa, si aprono tra le foci del Sele e del Mingardo, quali scali fondamentali per il commercio con l’Africa, alcuni dei quali attestati già in età antica (727). Il controllo delle terre che da Agropoli arrivano a CasalVelino avrebbe permesso agli ‘Atranenses’ e ai prodotti esportati di partire direttamente per le varie destinazioni, risparmiando i tempi e i costi del trasporto via-terra allo scalo più vicino (728), senza considerare poi l’opportunità di inserirsi in un ambiente ampiamente permeato dalla cultura e dalla spiritualità italo-greca (729).”. La Visentin, a p. 162, nella nota (730) postillava che: “(730) AC, B 9 e XIV 59 edito da A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI, Firenze 1910, pp. 66-68 e nel CDC IX, pp. 369-372.”. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. 8 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: “Presso del Benedettino P. D. Salvatore Maria Di Blasi v’è Istrumento in cui descrivendosi alcune terre da Pandone Vescovo di Pesto vendute a’ cittadini di Atrano, si legge che… etc….”. Dunque, il Ventimiglia si riferisce al testo di S. D. De Blasio (….) ed il suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Di questo documento la Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale secoli XI-XV”, a p. 165 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Nella stessa direzione si muovono le preoccupazioni del monaco Giovanni che, nell’agosto del 1102, mostra al giudice Ademario una carta di vendita del 977 con la quale una comunità di ‘Atranenses’ acquistava da Pandone, ‘presul sancta sedis pestane, le ‘res’ dell’episcopio ‘in Lucaniense finibus’ et…(753)”. La Visentin, a p. 165, nellla nota (753) postillava che: “(753) AC, XVII, 98 edito in CDC II, pp. 106-108”.
Nel 981, muore Pandolfo I testa di ferro, principe di Benevento e di Capua
Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo I, chiamato Testa di Ferro, Testaferrata o Capodiferro (935 – Roma, marzo 981), fu principe di Benevento e Capua dal 943 al 981 e principe di Salerno dal 978. Ebbe un ruolo fondamentale nella guerra scoppiata contro bizantini e musulmani per il controllo del Mezzogiorno nei secoli successivi alla caduta dell’autorità longobarda e carolingia sulla Penisola. Fino alla morte, avvenuta nel marzo del 981, Pandolfo stabilì il proprio dominio su quasi tutto il mezzogiorno d’Italia, ricostituendo per la prima ed ultima volta dopo il capitolare dell’851 l’unità dell’antica Langobardia Minor. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò una spedizione promossa da Roma, Spoleto e la Toscana contro i due fratelli, ma Gisulfo I di Salerno accorse in loro aiuto e scongiurò lo scontro armato. Il pontefice e Gisulfo siglarono un trattato di pace a Terracina nel 968, anno in cui un altro fratello di Pandolfo, Giovanni, fu creato vescovo di Capua dallo stesso Giovanni XIII. Nel 974, a Salerno, il principe Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi, venne spodestato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe Testadiferro restaurò Gisulfo come suo vassallo e ne ereditò il trono alla morte, avvenuta senza eredi tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Pandolfo diventò quindi anche principe di Salerno, unificando di fatto tutti i territori della Langobardia Minor che erano stati divisi dal capitolare dell’851 siglato da Siconolfo di Salerno e Radelchi I di Benevento con l’assenso di Ludovico II. Sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”. Nella Treccani on-line da Barbara Visentin leggiamo che le rivolte interne al principato di Salerno favorirono l’intervento di Pandolfo che, nel giugno 974, restaurò quale suo vassallo il principe spodestato Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi e gli impose l’adozione del proprio figlio Pandolfo. Tra il 978 e il 981 l’egemonia di Pandolfo Capodiferro si estese, dunque, ai territori salernitani, inserendo nella linea della famiglia principesca di Salerno il figlio Pandolfo II, che il principe Gisulfo I provvide non solo ad adottare ma anche ad associare al trono. Si ricomponeva così l’unificazione dei territori dell’antico Ducato beneventano, fondata sul valore personale del principe e pertanto destinata a durare poco. «Pandolfus princeps regnavit anni triginta octo quem vidimus» (Cronaca della dinastia capuana, v. 13 in Cilento, 1971, p. 306) e morì nel 981, probabilmente il 1° («mense martio intrante», Bertolini, 1923, p. 127). Negli anni compresi tra il 961 e il 981 Pandolfo fu indubbiamente un personaggio potente, sostenuto da una forte personalità e da una politica avveduta e calcolata, con cui seppe inserirsi nel rinnovato Impero ottoniano e allontanare la minaccia bizantina, anche attraverso trattative diplomatiche abilissime. Alla sua morte i territori vennero divisi tra i figli: Landolfo ricevette Capua e Benevento, mentre Pandolfo II fu principe di Salerno. Il dominio di Spoleto andò invece perduto e nel 981 l’imperatore Ottone II giunse a Roma per assegnare il ducato spoletino a Trasimondo IV, duca di Camerino.
Nel 981, Aloara di Capua, detta pure Abara, vedova di Pandolfo Capodiferro, principe di Capua
Da Wikipedia leggiamo che la madre di Landolfo, Aloara e Landolfo I Arcivescovo di Benevento, governarono in suo nome per difendere la città dai Bizantini. Aloara di Capua (… – 992) vedova di Pandolfo Testadiferro, principe di Capua e Benevento, governò i suoi domini con grande abilità . Nel 969 suo marito, Pandolfo Testadiferro fu catturato nella Battaglia di Bovino dai bizantini. Lo strategos di Bari, Eugenius, catturò Avellino ed assediò Capua e poi Benevento. Aloara con l’Arcivescovo di Benevento Landolfo I, governarono la città per difenderla dai bizantini. Suo marito morì a Capua nel 981 lasciando Aloara con cinque figli tra cui Landolfo IV, ereditò dal padre il titolo di principe di Capua e Benevento e Pandolfo, principe di Salerno. Cesare Baronio racconta che San Nilo da Rossano profetizzò ad Aloara che, come punizione per l’assassinio dei nipoti di suo marito (che lei aveva messo a morte per paura che potessero interferire con i diritti dei suoi figli) la sua progenie non avrebbe regnato su Capua; una profezia che fu confermata dagli eventi. Dunque, Pandolfo Capodiferro, sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, a p. 48 e ss., nel capitolo “La principessa Abara, vedova di Capodiferro, brama una visita del Santo – Tremenda profezia di lui sulla famiglia principesca (991)”, in proposito scriveva che: “Dopo la morte di Pandolfo 1° Capodiferro, principe di Capua, sua moglie Abara, donna ambiziosa e senza scrupoli, per sete di dominio e per invidia aveva fatto assassinare a tradimento dai suoi figli uno dei Conti, suo cugino, il quale era più accetto per reggere il principato, e tenuto in stima ed onore da tutti. Rosa dai rimorsi della coscienza aveva cercato di soffocarne la voce, confessando il suo peccato ai Vescovi, i quali, compiacentemente, l’avevano assolta, dandole per penitenza di recitare il salterio tre volte la settimana e fare elemosine. Tuttavia i rimorsi la rodevano ancora etc….Appena otto anni dopo, nel 999, scomparve l’ultimo rampollo diretto di Capodiferro, Laidolfo, deportato in Germania da Ottone III, sotto l’accusa di aver ucciso, o fatto uccidere, il fratello Landenolfo.”.
Nell’agosto del 986, Ligorio di Atrani, ed i fratelli Leone, Costantino e Mansone, erano figli di Giovanni di Atrani o erano figli di Urso di Atrani ?
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 679 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Il più antico documento che accenna al luogo è dell’agosto del 986. Con un atto memoratorio (1) Ligorio di Atrani, figlio di Giovanni, concesse in beneficio, “diebus vite sue”, al presbiterio Bernardo la chiesa di S. Giovanni da lui costruita “in monte qui dicitur tulisino (odierno monte Tresino), lucaniense finibus”, con tutte le sue pertinenze. Etc..”. Ebner, a p. 679, nella nota (1) postillava che: “(1) CDC, I, 388, agosto a. 986, XIV: per vona combenientia etc…”. Ebner scriveva pure che: “Nel 1042 Marino, figlio di Joannace da Luporto, e i suoi fratelli concessero (2), senza particolari oneri o patti, al presbiterio Giovanni, figlio di Romualdo, la chiesa che possedevano “in locum qui dicitur tirusino”. Dunque Ebner scrive che “Ligorio di Atrani” era figlio di “Giovanni” (di Atrani ?). L’atto o il documento del 986 cita un certo “Ligorio di Atrani” che concesse un beneficio al presbitero Bernardo all’antica chiesa di S. Giovanni a Tresino. La notizia proviene dal Ventimiglia (…) che pubblicò diversi documenti cavensi. Oltre al beneficio di Ligorio di Atrani, il documento ci parla anche “da una serie di oggetti e animali che Leone, fratello di Ligorio, ‘pro anima sua’, ha provveduto ad offrire alla cappella”, ovvero ci dice anche di un altro feudatario dell’area: “Leone di Atrani”. Infatti, Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” che, parlando della chiesa di S. Giovanni a Tresino cita i documenti cavensi di cui parlava Ebner espiega molto bene il contenuto di questi documenti e delle donazioni fatte. Infatti, la Visentin, a pp. 170-171, nel suo “La chiesa di S. Giovanni di Tresino (787) risulta menzionata per la prima volta in un ‘memoratorium’ dell’agosto 986, l’occasione è data dalla concessione che Ligorio Atranense effettua a favore del presbiterio Bernardo (788), affidandogli l’ecclesia vocabulum Sancti Iohannis’, che egli stesso ‘a nobo fundamine….in monte qui dicitur Tulisino Lucaniense finibus’, insieme alla terra su cui la chiesa è edificata (789). La donazione è accompagnata da una serie di oggetti e animali che Leone, fratello di Ligorio, ‘pro anima sua’, ha provveduto ad offrire alla cappella. Si tratta di ‘tres scurie et caprecum uno pario de bovi et cum una bacta et cum alie tres scurie’, che servivano a lavorare le terre poste intorno alla chiesa, confinanti con le proprietà ereditate dai figli di un altro fratello di Ligorio, Costantino. Bernardo potrà tenere la cappella di San Giovanni fino alla sua morte ‘et ibidem die noctuque officiare et officiare faciat, sicut sacerdos billanos’, versando ogni anno 3 soldi, necessari a provvedere alle riparazioni di cui, eventualmente, la cappella dovesse necessitare. Etc…L’area nella quale Ligorio ha costruito la sua cappella, punto di riferimento della sua ‘gens’, rientra in quella vasta tenuta fondiaria che, nel 977, una numerosa consorteria di ‘Atranenses’ ha acquistato dal vescovo di Paestum, Pandone (790), ed è destinata ad essere ripartita, nel corso degli anni, tra i vari ‘heredes’ del fondatore, le cui quote-parte Cava riuscirà ad acquistare attraverso il susseguirsi di donazioni e acquisti cospicui (791).”. La Visentin scrive che Leone era fratello di Ligorio. Ma se Ligorio era fratello di Leone anche Leone doveva essere un figlio di Giovanni. Stessa cosa dicasi per l’altro fratello di Ligorio, Costantino. Ma la Visentin, parlando di un’altra donazione scrive che “Costantino” era figlio di “Urso di Atrani”. Infatti, la Visentin, inoltre, a p. 171 in proposito, riferendosi all’anno 1071 scriveva pure che: “Esattamente due anni più tardi un altro ‘Atranenses’, Mauro, vende al futuro abate della Trinità, Pietro, in qualità di decano del monastero, ‘de duedecim partibus integram unam et mediam de tota ecclesia’, al prezzo di 52 tarì (793); mentre ‘Costantinus, filius quondam Ursi Atriansensis (794), e a distanza di qualche mese suo fratello Mansone e suo zio Orso offrono, al ‘reverendissimus abbas’ Leone, rispettivamente ‘integram unam partem de octo’ e ‘integram quartam partem’, come aveva già fatto Mauro, ‘consobrinus fratris illorum’, vendendo il suo quarto al decano Pietro (795).”. La Visentin, a p. 171, nella nota (794) postillava che: “(794) AC, XII 110: marzo 1073 edito in CDC X, doc. 4, pp. 14-16. In calce al documento si legge che il monastero possedeva etc…”. Dunque, il documento in cui si cita “Urso Atrianensis” è del 1073. Mi chiedo se Ligorio di Atrani era figlio di Giovanni ed era fratello di Costantino come mai nell’altro documento figura come figlio di “Urso di Atrani” ?. Leone e Costantino erano fratelli di Ligorio di Atrani figlio di Giovanni, oppure “Costantino” era figlio di “Urso Atranense” ?. Si evince pure che “Mansone” era un fratello di Costantino e quindi il loro padre era “Urso Atrensense” ed uno zio chiamato “Orso”. Dunque, questo “Urso Atranese”, aveva quattro figli: Ligorio, Leone, Costantino e Mansone ed aveva un fratello chiamato Orso. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 680 parlando del casale di “Tresino”, in proposito scriveva che: “Nel 1072 Gisulfo II donò (4) all’abate cavense chiesa e proprietà in quei pressi.”. Non ho verificato la notizia ma credo che Ebner si sia sbagliato in quanto parla di una donazione nel 1073 ma non postilla nulla alla nota (4) che manca nel testo. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: “La chiesa di S. Gio. Battista dedicata è più antica del 986 in quale anno Ligorio di Atrani figliolo di Giovanni da cui sembra essere stata costrutta ne fece offerta a ‘Berenardo’ Prete con più beni mobili, e stabili, servi, ed ancelle con l’obbligo dell’officiatura, e di corrispondere alla stessa chiesa tre soldi ogni anno, e la terza parte de’ servi, e delle ancelle donate (a). A questa chiesa andò unito il Monastero di cui si hanno più notizie, ed io citerò quelle degli anni 1075, 1109, e 1121 (b), che si vuol fondato dall’Abbate S. Pietro (c).”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (a) postillava: “(a) Arca 60 n. 695. “. Dunque, riepilogando Ligorio di Atrani era figlio di Giovanni, era fratello di Leone di Atrani, di Costantino di Atrani e di Mansone di Atrani. Leone, Costantino e Ligorio erano fratelli. Ma, essendo fratelli erano figli di Giovanni o erano figli di Urso di Atrani ?. Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 27, in proposito scriveva che: “Che il monastero di Santa Maria ad Gulie possa essere una fondazione degli atranesi o sia da essi riattivato, ci risulta deducibile anche dal fatto che costoro erano già presenti in loco con tutta la loro capacità imprenditoriale e non nuovi a fondazioni di chiese. Infatti, uno di essi, un certo Ligorio di Giovanni, aveva fondato quella di S. Giovanni di Tresino (46) ed altri (tali Costantino di Giovanni e Giovanni Butrunino) possedevano terre in zona (47); e la logica imprenditoriale-commerciale per cui gli atranesi avevano acquisito nel 977 la fascia costiera del vescovo Pandone era di assicurarsi derrate alimentari da trasportare a Salerno: etc….”. Il La Greca, a p. 52, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Intanto, morto Guglielmo nel 1128, lo stesso re Ruggero provvide a confermare alla badia le dette terre e pertinenze (92). In suo nome, alla presenza del giudice Ursone, il giudice Giovanni figlio del fu Leone e Ligorio figlio del fu Mansone, conte, unitamente al monaco Pietro detto Boso, rappresentante dell’abate di Cava Simeone, dichiarano che appartengono al detto monastero etc…”. In questo passaggio, però, sebbene si citino di nuovo personaggi come Ligorio e Leone, questi sono descritti dal La Greca in modo contraddittorio rispetto a quanto si è detto. In questo caso, in primo luogo non siamo più nell’anno 986 ma dopo il 1127, e ci si riferisce ad un documento, un atto di conferma di re Ruggero II, dunque del 1128. Infatti, il La Greca, a p. 52, nella nota (92) postillava: “(92) ABC, XXII, 55, a. 1128”. Un documento cavense. Il La Greca scrive che in questo documento risulta che alla presenza del giudice Ursone, “Ligorio di Atrani” figura come “Ligorio figlio del fu Mansone” e, “il giudice Giovanni figlio del fu Leone”.
Su Mansone e Costantino, ha scritto Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone etc…”. Acocella scrive che nel documento del 1014, Mansone “è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, ovvero che: “Mansus Castaldus, figlio di Costantino, figlio del conte Mansone”, ovvero Mansone castaldo, figlio di “Costantino”, figlio del conte Mansone. Dunque, questo il castaldo Mansone che figura in una donazione del 1014 era un figlio di Costantino e nipote di “Urso Atrianse”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato.
Nel 1128, Ligorio, “Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii”
Riguardo l’antico monastero di S. Angelo a Tresino ed il conte Mansone, Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178 riporta una ulteriore interessante notizia, infatti, in proposito ella scriveva che: “L’ingresso nel network cavense può dirsi compiuto solo nel maggio del 1128 quando ‘Iohanes iudex, filius quondam Leonis qui dicitur est de Costantina, et Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii, olim genitoris Sice uxoris ipsius iudicis’, offrono a Cava la porzione dello stesso Ligorio e tutto ciò che della chiesa era appartenuto al suddetto Guaiferio (831).”. La Visentin, a p. 178, nella nota (831) postillava che: “(831) AC, XXII 54”. Dunque, è proprio in questo documento, della donazione all’Abbazia di Cava, nel 1128, del monastero di S. Angelo di Tresino che si possono chiarire i passaggi di proprietà e sopratutto l’origine del conte Mansone che poi ritroveremo nella notizia storica che riguarda Roccagloriosa. Infatti, la Visentin riporta la frase del documento in latino: “Giovanni il giudice, figlio dell’ex Leone, che si dice fosse di Costantino, e Ligorio, figlio dell’ex conte di Mansone, che evidentemente era cognato di Ligorio con Guayferius, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso”. Oppure: “l’ex Leonis, che si dice essere di Costantino, e Ligorius, figlio dell’ex conte Mansone, che evidentemente Ligorio era il fratello di Guaiferio, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso.”. Questo passaggio, la Visentin lo chiarisce meglio proseguendo nel racconto. Infatti, a pp. 166-167, in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1126 Ugo, ‘que dicitur Mansella’, camerario del duca Guglielmo, e suo cognato Atenolfo, confermano a ‘Rossemannus’, priore della SS. Trinità, ‘integras terras cum vineis at terras etc……proprie gulia dicitur (761). Nel maggio 1128 è Ruggero II che, attraverso Ligorio, ‘filius quondam Mansonis comitis’, e il giudice Giovanni, conferma all’abate cavense Simeone le terre, il ‘castrum’ e le cappelle di Santa Maria già contenute e ampiamente descritte nel documento del 1126 di Ugone ‘Mansella (764). Nel marzo del 1186 Guglielmo, etc…”. La Visentin, a p. 167, nella nota (761) postillava che: “(761) AC, F 34”. La Visentin, a p. 167, nella nota (761) postillava che: “(761) AC, F 34”. La Visentin, a p. 167, nella nota (764) postillava che: “(764) AC, XXII 55”. Dunque, “Ligorio” era figlio del defunto conte Mansone ecc…Simeone fu il primo degli abati cavensi non designato dal predecessore. Fu eletto dai monaci nel febbraio del 1124, subito dopo la morte di San Costabile così come riportato in un documento rogato a Lucera. In precedenza, dal 1109 al 1113, aveva ricoperto la carica di priore del monastero di Santa Sofia in Salerno, e poi, dal 1119 al 1120 del monastero di Sant’Arcangelo nel Cilento. Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 27, in proposito scriveva che: “Che il monastero di Santa Maria ‘ad Gulia’ possa essere una fondazione degli atranesi o sia stato da essi riattivato, ci risulta deducibile anche dal fatto che costoro erano già presenti in loco con tutta la loro capacità imprenditoriale e non nuovi a fondazioni di chiese. Infatti, uno di essi, un certo Ligorio di Giovanni, aveva fondato quella di San Giovanni di Tresino (46) ed altri (tale Costantino di Giovanni e Giovanni Butrunino) possedevano terre in zona (47); etc…”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) CDC, vol. I, p. 388, nel 986 la concederà al presbiterio Bernardo.”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava che: “(479 CDC, vol. I, p. 253; vol. II, p. 106”. Dunque, il La Greca ci parla di un “Ligorio figlio di Giovanni” mentre la Visentin ci dice di un “Ligorio figlio del conte Mansone”. Su questi personaggi e questa notizia il La Greca mi sembra meglio chiarire. Infatti, a p. 52, in proposito scriveva che: “Intanto, morto Guglielmo nel 1128, lo stesso re Ruggero provvide a confermare alla Badia le dette terre e pertinenze (92). In suo nome, alla presenza del giudice Ursone, il giudice Giovanni figlio del fu Leone e Ligorio figlio del fu Mansone, conte, unitamente al monaco Pietro detto Boso, rappresentante dell’abate di Cava Simeone, dichiarano che “….in pertinentiis Lucanie ubi proprie Gulia dicitur…., intra quas” etc…”. Il La Greca, a p. 52, nella nota (92) postillava che: “(92) ABC, XXII 55, A. 1128.”. Dunque, il La Greca scriveva che “Ligorio era figlio del fu conte Mansone”, Giovanni era figlio di Leone ecc.. Riguardo il duca Guglielmo, il La Greca si riferisce al duca Guglielmo, conte di Principato, il cuo camerario era Ugone Mansella e suo cognato Atenolfo, nel 1126. Poi scrive pure di re Ruggero II d’Altavilla che in quel tempo, anno 1128 si era impossessato di buona parte delle terre del Cilento.
Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 1058-1059 parlando della chiesa e del monastero di S. Giovanni di Teresino, in proposito scriveva che: “……nel processo del 1083, San Giovanni di Tirisino, una serie di atti di donazione e compravendita, che vanno dal 1071 al 1095. Portano alla Santissima Trinità le quote ancora possedute dai numerosi comproprietari di questa chiesa del Cilento. Sappiamo che fu fondata intorno al 986 da un immigrato amalfitano, Ligorio atranensis, stabilitosi a Salerno ma posseduto anche in Lombardia Lucania in seguito a varie trattative con il vescovado di Paestum (186). Nel gennaio 1071, la vedova di un Atranense e sua figlia, moglie di un membro della famiglia Cackabellu, ne offrirono un quarto alla Santissima Trinità (187). Nel gennaio 1073 un altro ‘concors’ vendette la sua quota alla Santissima Trinità “mezza quota su dodici” – all’abbazia e, nel marzo dello stesso anno, un terzo Atranensis gli fece l’offerta dell’ottava che gli restituì (188). Due mesi dopo, in giugno, due cugini, parenti dei precedenti, offrono rispettivamente l’ottava e aggiungono alla sua offerta terreni situati nella località ove sorge la chiesa (190) La penetrazione dei monaci della SS. Trinità nel Cilento coincide quindi bene con il soggiorno del loro terzo abate, Pietro. Potrebbe essere stato favorito da Gregorio VII, amico di Leon, ecc…”. La Houguette (….), a p. 1058, nella nota (186) postillava che: “(186) Supra, Livre III, ch. I, notre étude sur les Atranenses”. La Houguette (….), a p. 1058, nella nota (187) postillava che: “(187) A. 1071 (C.D.C., IX, 100, p. 311-314).”. La Houguette, a p. 1058 scriveva pure che: “……di un certo Léon Niger atranensis che desidera entrare nella loro comunità e che chiede loro di assicurare, senza altre gratifiche, la sua sepoltura e quella della moglie (191).”. La Taviani, a p. 1059, nella nota (191) postillava che: “(191) A. 1097 aprile (ibid., XVI, 68 e 69). Dopo il 1060, diverse donazioni di terreni o amici situati in Salerno e fuori coincidono con una vestizione; es: ottobre 1067 (C.D.C., IX, 35, p. 114): vestizione di Pierre figlio di Jean Gualpa;dicembre 1074 (ibid., id., 25): vestizione di Giacinto figlio Romualdo;1078 novembre (ibid., id., 80): Orso, figlio di Iannacio, monaco alla Santissima Trinità ecc…”.
Nel 981, muore Pandolfo I testa di ferro, principe di Benevento e di Capua
Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo I, chiamato Testa di Ferro, Testaferrata o Capodiferro (935 – Roma, marzo 981), fu principe di Benevento e Capua dal 943 al 981 e principe di Salerno dal 978. Ebbe un ruolo fondamentale nella guerra scoppiata contro bizantini e musulmani per il controllo del Mezzogiorno nei secoli successivi alla caduta dell’autorità longobarda e carolingia sulla Penisola. Fino alla morte, avvenuta nel marzo del 981, Pandolfo stabilì il proprio dominio su quasi tutto il mezzogiorno d’Italia, ricostituendo per la prima ed ultima volta dopo il capitolare dell’851 l’unità dell’antica Langobardia Minor. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò una spedizione promossa da Roma, Spoleto e la Toscana contro i due fratelli, ma Gisulfo I di Salerno accorse in loro aiuto e scongiurò lo scontro armato. Il pontefice e Gisulfo siglarono un trattato di pace a Terracina nel 968, anno in cui un altro fratello di Pandolfo, Giovanni, fu creato vescovo di Capua dallo stesso Giovanni XIII. Nel 974, a Salerno, il principe Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi, venne spodestato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe Testadiferro restaurò Gisulfo come suo vassallo e ne ereditò il trono alla morte, avvenuta senza eredi tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Pandolfo diventò quindi anche principe di Salerno, unificando di fatto tutti i territori della Langobardia Minor che erano stati divisi dal capitolare dell’851 siglato da Siconolfo di Salerno e Radelchi I di Benevento con l’assenso di Ludovico II. Sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”. Nella Treccani on-line da Barbara Visentin leggiamo che le rivolte interne al principato di Salerno favorirono l’intervento di Pandolfo che, nel giugno 974, restaurò quale suo vassallo il principe spodestato Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi e gli impose l’adozione del proprio figlio Pandolfo. Tra il 978 e il 981 l’egemonia di Pandolfo Capodiferro si estese, dunque, ai territori salernitani, inserendo nella linea della famiglia principesca di Salerno il figlio Pandolfo II, che il principe Gisulfo I provvide non solo ad adottare ma anche ad associare al trono. Si ricomponeva così l’unificazione dei territori dell’antico Ducato beneventano, fondata sul valore personale del principe e pertanto destinata a durare poco. «Pandolfus princeps regnavit anni triginta octo quem vidimus» (Cronaca della dinastia capuana, v. 13 in Cilento, 1971, p. 306) e morì nel 981, probabilmente il 1° («mense martio intrante», Bertolini, 1923, p. 127). Negli anni compresi tra il 961 e il 981 Pandolfo fu indubbiamente un personaggio potente, sostenuto da una forte personalità e da una politica avveduta e calcolata, con cui seppe inserirsi nel rinnovato Impero ottoniano e allontanare la minaccia bizantina, anche attraverso trattative diplomatiche abilissime. Alla sua morte i territori vennero divisi tra i figli: Landolfo ricevette Capua e Benevento, mentre Pandolfo II fu principe di Salerno. Il dominio di Spoleto andò invece perduto e nel 981 l’imperatore Ottone II giunse a Roma per assegnare il ducato spoletino a Trasimondo IV, duca di Camerino.
Nel 981, il monaco Nilo di Rossano si trasferisce nei possedimenti di Pandolfo Testa di Ferro a Capua e l’abate Aligerno di Montecassino gli assegna il “monastero di S. Angelo di Vallelucio”, sua dipendenza
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che “Senonché di dedicarsi ad un più vasto e fecondo apostolato lo indusse, maturo di anni, ad emigrare dalla sua regione. Allontanatosi dalla Calabria, incominciava per Nilo una nuova fase della sua vita. Ortodossia romana e cultura bizantina si erano nella sua anima congiunte in un solo ideale, da cui era rimasta compenetrata tutta l’azione religiosa da lui svolta nella terra nativa. Questo ideale, lungi dall’affievolirsi, acquistò più vivo risalto dopo che Nilo emigrò in territori completamente latini e vi si pose a diffondere il monachesimo basiliano, fondando monasteri a Gaeta, a Valleluce e gettando, alle porte di Roma, le fondamenta di quello di Grottaferrata, che sarebbe diventato il più celebre tra tutti. Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, nonchè con amichevoli rapporti con papa Gregorio V, con Ottone III, col ‘basileus’ orientale: la sua anima, squisitamente religiosa, sapeva elevarsi al di sopra dei grandi contrasti politici o dottrinali, che allora dividevano Roma e Bisanzio. La morte lo colse a ‘Tusculum’, novantacinquenne, ma sempre alacre e alla vigilia di nuovi disegni.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: “Ed ancora del fatto che S. Nilo rimase in quest’ultimo monastero per circa quindici anni, è possibile venire a conoscere che egli giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981. Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980).”. Da Wikipedia leggiamo che: nel 974 Gisulfo I di Salerno fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi a S. Nilo, ed al suo arrivo nel monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: “…..giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981.”. Dunque, Pandolfo Testa di Ferro morì poco dopo l’arrivo di S. Nilo nel monastero campano di Valleluce, in Campania. Il Cappelli, nell’indice scrive: “S. Angelo (mn) a Vallelucio 66, 71, 132, 215”. Dunque, il Cappelli, nell’indice lo chiama monastero di “S. Angelo in Vallelucio”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che “Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, etc…”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “S. Nilo lascia la Calabria e viene nella Campania, ove ottiene dall’abate di Monte Cassino il monastero di Vallelucio. Visite del Santo al gran Cenobio e sue conferenze con quei monaci” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 99 e ssg., in proposito scriveva che: “E giunto a Capua, per tacere di altri fatti anteriori, vi fu accolto con grandissimo onore dal principe Pandolfo e dai nobili della città; cosicchè si pensava d’intronizzarlo su quella sede vescovile. Il che si sarebbe avverato, se non l’avesse impedito la morte del Principe. Allora quei signori chiamato a sè l’Abate di S. Benedetto di Monte Cassino (era questi Aligerno uomo santissimo) gl’imposero di dare al Beato un monastero, quale egli avesse preferito tra le proprietà del nostro santo Padre Benedetto. Ed in questa recandosi il sano Padre a visitare il predetto insigne monastero, venne ad incontrarlo tutta la comunità religiosa etc….venne nuovamente accompagnato dall’Abate e dai principali fratelli al monastero, ove egli doveva abitare co’ suoi figli, detto ‘Vallelucio’, dedicato all’arcangelo San Michele (I).”. Il Rocchi, a p. 101, nella nota (I) postillava: “(I) Codesta località è presso il comune di S. Elia al (fiume) Rapido”.
Dal 981 al 982, Pandolfo II di Salerno, principe del Principato Longobardo di Salerno
Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo II di Salerno (957 circa – Capo Colonna, 13 luglio 982) è stato un principe longobardo, principe di Salerno dal 981 al 982. Fu il secondo della stirpe dei principi di Capua. Succedette al padre Pandolfo Testadiferro, che aveva stabilito la divisione del suo vasto dominio fra i due figli Pandolfo e Landolfo. Testadiferro aveva riunificato tutti i territori dell’antica Langobardia Minor, assumendo nella sua persona la sovranità sui principati di Benevento, Capua e Salerno. Le sue disposizioni testamentarie stabilirono che al figlio maggiore, Landolfo, fossero assegnati Benevento e Capua, mentre al minore Pandolfo il Principato di Salerno. Pandolfo II fu immediatamente osteggiato dal duca Mansone I di Amalfi, che già nel 981 riuscì a rimuoverlo dal trono e ad ottenere il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Pandolfo raggiunse il fratello, che nel frattempo aveva perduto il dominio beneventano rimanendo sovrano della sola Capua, ed entrambi si unirono all’esercito imperiale di Ottone II in Calabria. I due fratelli morirono nella battaglia di Capo Colonna, contro i saraceni il 13 luglio 982.
Dal 981 al 983, Mansone I di Amalfi, principe del Principato Longobardo di Salerno
Da Wikipedia leggiamo che Mansone I (X secolo – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV.
Nel 1009, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ longobardo del Cilento in un processo alla presenza di Guaimario IV
Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone, rispettivamente a Salerno e ad Amalfi (CDC, IV 31, sg.; 157 sgg.): dal secondo documento che è uno strumento di divisione di terre a Fonti e che riguarda beni ereditari di Maria, sorella di Mansone, si ha ulteriore conferma che questi apparteneva a famiglia ragguardevole di Amalfi (67)”. Acocella, a p. 57, nella sua nota (67) postillava che: “(67) Da Amalfi, secondo un rilievo fatto dal Poupardin (op. cit., pag. 44, n. 4), furono talora tratti i funzionari preposti alle alte cariche del Principato Longobardo; tali cariche si trasmettevano, anche, come di padre in figlio: cfr. CDC, I, 213 sg. Di Amalfi, che per il suo filellenismo riuscì a salvaguardare la sua autonomia di fronte alle mire espansionistiche dei Longobardi, c’era a Salerno una fiorente colonia: cfr. E. Pontieri, La crisi di Amalfi medioevale, in “Studi s. Repubblica marinara di Amalfi”, Salerno, 1935, pp. 8 ssg., 16.”. Dunque, questo Manso o Mansone “gastaldo” dello Stato, presente in alcuni processi e atti al tempo di Guaimario IV aveva una sorella chiamata Maria, dunque non è lo stesso Manso o Mansone di cui si parla nel placito del 1083, di cui parlerò innanzi. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 60, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Forte di queste esperienze, era stato inviato qualche mese dopo, novembre 1009, in Lucania come garante di pace, per prendere parte ad un dibattimento giudiziario, che ci pare degno di particolare menzione giacchè contiene interessanti elementi per la ricostruzione storica della burocrazia amministrativa, centrale e periferica, nel Principato di Salerno nel periodo longobardo. Nel novembre 1009, con la partecipazione di Mansone si svolge dunque in terra di Lucania un pubblico processo, reso solenne dalla presenza dello stesso principe Guaimario IV: “dum supradictus magnus princeps esset in finibus lucanie locum, hubi dicitur fragina”. Il giudizio è affidato a Truppoaldo, stolsaiz (o storesaiz), poi con quella congiunta di “castaldus et comes”, o di “stolsaiz et comes”(68). Quella che Truppoaldo è chiamato a derimere è una vivace vertenza poderale tra l’abate del monastero di S. Maria di Torricelli e gli abitanti di Acquavella. L’Abate ha l’assistenza di Mansone ed inoltre del presbitero Leone e del presbitero Cosmo, che sono “ministeriale (s)” greci, cioè provenienti dalle regioni ellenizzate d’Italia, ma non adesso residenti ad Acquavella: “…………”. Gli Acquabellense (s) hanno l’assistenza di “Ursu sculdais et grimoaldus castaldeis eorum”.”.

Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 438 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “….è nel verbale di un processo celebrato a Fragina (1), sulle rive dell’Alento, nel 1009. Gli abitanti (“acquabellanense”) del villaggio approfittarono della presenza nel luogo del principe di Salerno, Guaimario IV (2), per far dirimere dal supremo suo tribunale un’annosa vertenza di confini sorta tra essi e Aresti, igumeno del monastero italo-greco di S. Maria di Torricelle (odierna S. Maria ad Nives)(3). Pubblico dibattimento che il principe ordinò allo stolsaiz e conte Truppoaldo di presiedere alla sua presenza (4)…….Dal contesto del verbale pare potersi senz’altro desumere che presente nel luogo era anche Guaimario IV (9), il nuovo principe di Salerno succeduto al padre nel 1027, al quale il conte Raidolfo riassunse la questione ricevendone opportune istruzioni. Così il conte-giudice, accompagnato dal gastaldo del vicino abitato di Lustra (10) si recò nel luogo oggetto della vertenza etc…”. Ebner, a p. 438, nella nota (1) postillava che: “(1) Il verbale di questo placito celebrato a Fragina nel novembre del 1009, VIII, è inserito in un altro verbale del dicembre del 1034 (CDC, VI, 881, dicembre a. 1034, III, Fragina), presieduto dal conte Raidolfo. La località Fragina ect….Gli importanti placiti erano certamente ignoti al Ventimiglia (pp. 34 e 51) e al Mazziotti (cit., p. 38 sgg.), il quale evidentemente non l’aveva notati nel ‘Codex’ edito nel 1884 (egli ne scriveva nel 1904)”. Dunque, come scrive l’Acocella, nel 1009 troviamo “Mansone” presente in questa lite giudiziaria tenutasi alla presenza del giovane principe di Salerno, Guaimario IV, che in seguito, nel 1027 diventerà il nuovo principe longobardo del Principato di Salerno. Su “Truppoaldo” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 263, parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia cavense vi sono alcuni documenti che ricordano Paestum. Il più antico è un inedito del 1041 (19). Con esso Truppoaldo, scriba di Palazzo (sede del governo Longobardo) e abate della chiesa di S. Massimo di Salerno fondata dai principi, concede al chierico Giovanni, figlio di Bonoaldo di Conza, e a Giovanni, figlio del monaco Corvo, il diritto di costruire “dua molina” nella proprietà a spese della chiesa etc….Truppoaldo concesse di costruirvi ancora un altro molino alle stesse condizioni.”. Su questa donazione Ebner ha scritto anche nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 32, dove in proposito scriveva che: “E’ notizia della presenza di Guaimario IV sulle rive dell’Alento in una ‘charta iudicati’ del 1009 (84). Il principe coglieva l’occasione di una vertenza poderale, sorta tra l’abate del monastero italo-greco di S. Maria di Torricelli (odierna S. Maria “ad Nives”) con gli abitanti di Acquavella, per ordinare al conte Truppoaldo di celebrare il giudizio alla sua presenza sottoscrivendone la sentenza. Etc…”.
Nel……., il “Leonis Ducis” e Landolfo, Guido, Giovanni e Guaimario, Guido di Sorrento, eredi di Pandolfo di Capaccio
Michelangelo Schipa (….), in “La Longobardia meridionale etc…”, a p. 267, in proposito scriveva che: “58. (1058). Gisulfo, sua madre e sua moglie Maria donano nel mese di agosto ad Amato, vescovo di Pesto, beni in Licina di Pesto, vicini a quelli “quae erant D. Leonis Ducis et Landulfi, Guidonis, Joannis et Guiamari fratrum ipsius D. Gisulfi, et Guidonis (zio di Gisulfo) et haeredis Pandulfi fratris eius”. Di tutti questi beni erano state fatte venti parti, delle quali cique erano toccate a Gemma e tre a ciascuno de’ suoi cinque figli. Di costoro i tre ultimi avevano donato la parte propria allo stesso Vescovo (14), e il Principe della sua avea formato la quarta alla sposa.”. Lo Schipa scriveva che questi beni donati ad Amato, vicini a quelli: “i quali furono D. Leone Duca e Landolfo, Guidone, Giovanni e Guaimario, fratelli dello stesso D. Gisulfo, e Guidone (Zio di Gisulfo) e gli eredi di Pandolfo suo fratello”. Dunque, secondo il documento cavense pubblicato dal Di Meo, nel 1058, il principe Gisulfo II, fratello di Pandolfo di Capaccio e nipote di Guido di Conza o di Sorrento, suo zio, donò al Vescovo di Paestum Amato dei beni a Licina di Pesto che erano stati del Duca Leone e Landolfo. Lo Schipa, a p. 267, nella nota postillava: “Dall’Arch. Cav. Di Meo, VII, 397 e 398.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali etc…”, a p. 397, del vol. VII scriveva che: “Dell’Agosto si ha un Diploma del principe Gisolfo, che con sua madre Gemma e sua moglie Maria, donarono alcuni beni in Licina di Pesto, vicino i beni “quae erant D. Leonis Ducis et Landulfi, Guidonis, Joannis et Guiamari fratrum ipsius D. Gisulfi, et Guidonis (zio di Gisulfo) et haeredis Pandulfi fratris ejus”. Spettavano a Gemma 5 delle 20 parti, e 3 a Gisolfo (ma di quelle 3 tornava la 4 a Maria per suo Morgincaf) tre altre parti a Landolfo e 9 erano del Vescovo di Pesto, donate da Guido, Giovanni e Guaimario, ai quali ne spettavano 3 per ciascheduno. Fu scritto, presenti Sicone e Rottelgimo Conti, e giudici Romoaldo, e Pietro Giudici, e due Giovanni Giudici (Arm. I G n° 12).”. Dunque, in questo documento pubblicato dal Di Meo è scritto che di alcuni beni di Licina di Pesto donati dal principe Gisulfo e Gemma la moglie, spettavano “tre altre parti a Landolfo e 9 erano del Vescovo di Pesto, donate da Guido, Giovanni e Guaimario, ai quali ne spettavano 3 per ciascheduno”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 350 parlando di Amato Vescovo di Pesto, in proposito scriveva che: “Interessante il documento cavense ABC, D 27 (maggio 1100, Agropoli), edito dal Ventimiglia (Appendic., p. XII, sgg.), con il quale il vescovo pestano Alfano e l’abate cavense Pietro da Salerno concordano la giurisdizione e i confini delle due diocesi, nel quale sono trascritti importanti documenti tra i quali due donazioni del 1059 di Gisulfo II alla chiesa pestana (“in potestate domni Amati ipsius episcopii pontificis” in una, e nell’altra “qualiter ipse domnus Gisulfus confirmaverat in ecclesie sancte dei genitricis semperque virginis marie ipsius ppestani episcopatus, in qua domnus Amatus, episcopus peerat”). Nella prima, agosto 1059 (la seconda è del settembre), è notizia della chiesa, di cui è pure cenno nel diploma di Gisulfo I, quella ‘ad duo flumina’, nel 1051 già distrutta (“ecclesia sancte marie, que destructa est ixta lictoris maris”).”. Dunque, Ebner scrive che questo documento del 1059 fu pubblicato dal Ventimiglia.

Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. XII (Appendice), in proposito scriveva che: “IV. Istrumento di concordia tra Alfano Vescovo di Pesto, e San Pietro Abbate del Monasterio della SS. Trinità della Cava, intorno ai confini di alcuni territorj dove si dice a lo Vetrano, ed a li Barbuti, nelle pertinenze del Cilento Provincia della Lucania. Anno 1110. Mese di Maggio VIII Indizione (Arm. I. E. n. 14)”. Di questo documento, lo Schipa scriveva che: “58. (1058)……beni in Licina di Pesto, vicini a quelli “quae erant D. Leonis Ducis et Landulfi, etc…”, ovvero scriveva che i beni siti in “Licina di Pesto” erano stati del Duca Leone (“Leonis Ducis”). A chi si riferiva il documento del 1059, in cui venivano trascritti altri documenti più antichi ?. Chi era questo “Leonis Ducis” ?. “quae erant D. Leonis Ducis et Landulfi, Guidonis, Joannis et Guiamari fratrum ipsius D. Gisulfi, et Guidonis (zio di Gisulfo) et haeredis Pandulfi fratris eius”, che tradotto è: “…i quali furono D. Leone Duca e Landolfo, Guidone, Giovanni e Guimaro, fratelli dello stesso D. Gisulfo, e Guidone (Zio di Gisulfo) e gli eredi di Pandolfo suo fratello”. Dunque, secondo la traduzione il “Duca Leone” era fratello di Gisulfo II, insieme agli altri suoi fratelli LANDOLFO, GUIDO, GIOVANNI, GUAIMARIO ?. Gisulfo II era figlio e successore di Guaimario IV e Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Vediamo i figli di Guaimario IV (V) e di Gemma. Il fratellastro maggiore di Guimario, Giovanni (III), figlio di Porpora di Tabellaria, fu co-reggente insieme al padre dal 1015 al 1018, anno della sua morte. A questo punto la co-reggenza fu affidata a Guaimario, che nel marzo del 1027, all’età di quattordici anni, successe al padre sul trono di Salerno, probabilmente sotto la reggenza della madre. A Guaimario succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Guaimario IV ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima, che sposò Riccardo I di Aversa; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. A me sembra che LANDOLFO, GUIDO, GIOVANNI e GUAIMARIO non fossero figli di Guaimario IV e fratelli di Gisulfo II ma fossero fratelli e tutti figli di Pandolfo di Capaccio (uno dei fratelli di Guaimario IV). Infatti, lo Schipa parlando del documento del 1059, di Gisulfo e sua madre Gemma scriveva che: “….e gli eredi di Pandolfo suo fratello”. Infatti, come dirò in seguito Pandolfo di Capaccio, a cui andò la contea di Capaccio, sposandosi con Teodora di Tuscolo ebbe cinque figli.
Nel 10….. (?), Leone, figlio del “conte Castaldo” Mansone
Indagando sulla figura del conte “Leone” che aveva fondato i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda a Roccagloriosa poi unitisi in un unico monastero claustrale, quello di S. Mercurio, come diremo innanzi e, siccome le poche notizie su questo feudatario ci vengono dalle annose liti pendenti con la curia vescovile di Policastro che, nel 1500 intentò contro i casali di Rofrano e di Roccagloriosa per il possesso della tenuta di “Cannamaria” (di cui parlerò innanzi), ho cercato di indagare sulla figura del conte Mansone e di suo padre Leone da cui ereditò detti beni. Sul conte “Leone” ho trovato alcune notizie che riguardano in particolare un altro territorio, quello di Tresino, un casale cilentano non distante da S. Maria di Castellabate ed all’epoca facente parte della contea di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando del piccolo casale di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1090 il conte Riccardo Senescalco, signore di Mottola e di Castellabate, figlio del gran conte Drogone, donò (7) alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino. Nel 1094 Ruggiero, figlio di Troisio il normanno, donò (9) parte del monastero di Sant’Angelo costruito “in serra montis” di Tresino, con tutte le sue dipendenze, già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone. Con un’altra donazione del 1098 il conte Senescalco offrì alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino. Il monastero di Sant’Angelo sito su una collina (monte Tresino) tra Agropoli e Castellabate, a picco sul mare, era perciò di proprietà dei feudatari.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, C 22, luglio a. 1090, XIII. Abbiamo anche notizia così di un discendente di Drogone d’Altavilla, il gran conte, fratello di Roberto il Guiscardo. Cfr. nel mio ‘Economia e Società’, I, pp. 142 e 221 sgg.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, D, 19, luglio a. 1098, VI”. Dunque, Ebner, parlando del casale di Tresino, anche sulla scorta di Domenicantonio Ventimiglia (….), scriveva che a Tresino, precedentemente alla donazione dell’anno 1094 di Ruggero Sanseverino (il figlio di Troisio il normanno), vi erano dei beni “…già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone.”. Dunque, Ebner scriveva che secondo gli atti conservati nel “Codice Diplomatico Cavense” (alcuni dei quali pubblicati dal Ventimiglia) e che riguardano il monte Tresino, località oggi corrispondente a Castellabate, alcuni beni erano di proprietà del “conte Leone, figlio del conte Castaldo”. Ebner scrive pure, sempre sulla scorta dei documenti cavensi (a. 1098), che questi beni a Tresino furono donati al conte Leone “dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano”. Ebner dice pure che quei beni erano stati donati, in precedenza, al conte Leone dal “principe Riccardo, figlio del principe Giordano”. Riepilogando, questi beni che il conte Leone, figlio del conte e gastaldo Mansone, aveva posseduto in precedenza, frutto della donazione fattagli dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, poi in seguito sequestratigli perchè come accadde a Truppoaldo (….). Il conte Leone, figlio del gastaldo Mansone, aveva ricevuto delle donazioni dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano. Chi erano questi due personaggi ?. A quali principi si riferiva Ebner quando cita “il principe Riccardo, figlio di Giordano” ?. Chi era “Riccardo”, figlio di Giordano ?. E’ molto probabile che l’Ebner si riferisca a Riccardo II Drengot, figlio di Giordano I Drengot, a sua volta figlio di Riccardo I Querrel-Drengot, conte d’Aversa e Principe di Capua. Giordano I Drengot, il padre, nacque da Riccardo I e Fredesenda, figlia di Tancredi d’Altavilla, sorella di Roberto il Guiscardo. Nel 1062 attaccò e conquistò Gaeta, allora amministrata dal longobardo Atenolfo II. Fu schierato ambiguamente ora con il papa ora con Enrico IV, durante il sacco di Roma del 1084. È stato principe di Capua dal 1078 al 1091, quando gli succedette Riccardo II. Ebner scriveva che “il conte Leone, figlio del conte Castaldo”. Chi era questo conte Castaldo, padre del conte Leone ?. Il monastero di S. Angelo era proprietà del “conte normanno Leone”, figlio del “conte Castaldo”. Sul “conte Castaldo” che, secondo Ebner doveva essere padre del conte Leone, ha scritto anche Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” che, parlando del monastero di S. Angelo a Tresino cita i documenti cavensi di cui parlava Ebner espiega molto bene il contenuto di questi documenti e delle donazioni fatte. Infatti, la Visentin, a pp. 176-177-178, nel suo “8. Sant’Angelo di Tresino. ‘Sancti Angeli in loco Tirrisinus dicitur”, in proposito scriveva che: “La donazione a Cava è da riferire, invece, al luglio del 1090, quando Riccardo Senescalco, ‘filius cuiusdam bone memorie Drogonis inclitus comes’, offre all’abbazia tutte le sostanze che erano appartenute a Giovanni, ‘filius Truppoaldi comitis palatii’, poste in ‘Lucaniensis finibus in locis Trisinum et Staynum et Licosa’ e confiscate dal duca Ruggero (825). All’interno dei possedimenti indicati, Riccardo dona al monastero cavense anche la quota pro-parte dell’ecclesia Sancti Angeli in eodem loco Trysinum constructam’, con tutto ciò che appartiene alla cappella. Nel giugno del 1094 tocca a ‘Rogerius, filius Truisi, genere normannorum hortus’, donare alla Trinità la porzione della chiesa che era stata del ‘quondam Leonis comiti, filii Mansonis castaldei’ (826).”. La Visentin, a p. 177, nella nota (825) postillava che: “(825) AC, C22 e transunto in D 19, cfr. G. Guerrieri, Il conte normanno Riccardo Senescalco (1081-1115) e i Monasteri Benedettini in Terra d’Otranto’, Trani, 1899, pp. 49-59 e C. A. Garufi, Da Genusia romana al castrum Genusium dei sec. XI-XIII, in “ASCL” 3 (1933), pp. 28-29, n. 4: regesto del documento.”. Dunque, riesaminando queste parole, vediamo che “la porzione della chiesa che era stata del ‘quondam Leonis comiti, filii Mansonis castaldei’ (826).”. La Visentin, a p. 177, nella nota (826) postillava che: “(826) A C, D 1”. La Visentin non lo chiama più conte Castaldo ma “Leonis comiti, filii Mansonis castaldei'”. Dunque, il padre del conte Leone era il gastaldo Mansone. La Visentin, a p. 177, nella nota (826) postillava che: “(826) A C, D 1”. La Visentin proseguendo nel suo racconto scrive che: “Ruggero, mosso dall’amore per Dio onnipotente e dalla preoccupazione per la salvezza della sua anima, compare nel monastero cavense al cospetto del venerabile abate Pietro, del giudice Giovanni e di altri ‘idonei homines’, indicati ugualmente come ‘genere normannorum editi’, offrendo alla SS. Trinità ‘totam et integram portionem ….de integro monastero Sancti Angeli’, costruito ‘in serra montis a super locum quod Trisinum dicitur’. I monaci incamerano un’altra porzione, non meglio indicata, del complesso di Sant’Angelo, proveniente ugualmente da beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, il quale alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno. La chiesa, per la prima volta indicata come monastero (827), è accompagnata da numerose ‘res staviles….de montibus atque planis’, che lo stesso duca Ruggero aveva assegnato, in un primo momento, al principe Giordano e da questi al figlio Riccardo, il quale poi le aveva offerte al benefattore di Cava. Nel luglio del 1098 Riccardo Senescalco conferma la donazione fatta a Cava otto anni prima (828), ma probabilmente l’annessione etc…”. Dunque, in questo passaggio la Visentin ci parla del “I monaci incamerano un’altra porzione, non meglio indicata, del complesso di Sant’Angelo, proveniente ugualmente da beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, ecc…”. Dunque, la Visentin scriveva del conte Leone, figlio del gastaldo Mansone. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178, nel suo “I documenti esaminati consentono di riportare la fondazione della cappella almeno ai primi anni dell’XI secolo e, considerata l’appartenenza delle quote-parte della chiesa, prima della confisca normanna, di riferirla al programma delle fondazioni private nobiliari. Etc…”. La Visentin, a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, di cui una parte ne donò nel 1090 il conte Riccardo Senescalco…con altri beni….ch’erano stati di Truppualdo, conte del Palazzo, altra Ruggiero Sanseverino, figlio di Torgisio il vecchio Normanno, ne diede all’abate san Pietro nel 1094 e l’aveva avuta dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano; etc…”. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: “La chiesa di S. Gio. Battista dedicata è più antica del 986 etc….A questa andò unito il Monastero di cui si hanno più notizie, ed io citerò quelle degli anni 1075, 1109, e 1121 (b), che si vuol fondato dall’Abbate S. Pietro (c). Fuvvi al tempo stesso l’altra Chiesa di S. Angelo con Monastero sotto titolo di Priorato nella serra del Monte Trisino, di cui una parte ne donò nel 1090 il Conte Riccardo cognominato Senescalco figliuolo del quondam Drogone inclito Conte con altri beni nè Casali di Trisino, Staino, e Licosa, ‘et per alia loca de ipsis Lucanis finibus’, ch’erano stati di Trippoaldo Conte del Palazzo (d), altra Ruggiero Sanseverino figliuolo di Torgisio il vecchio Normanno ne diede all’Abbate S. Pietro nel 1094, e l’aveva avuta dal Principe Riccardo figlio del Principe Giordano (e); altra con altri beni ne concesse nel 1098 Alferada e Geltrude figlie del quondam Giovanni Conte del Palazzo (f), ch’era stata di Matrona di lui consorte; e finalmente la restante porzione fu donata da Glorioso Conte, figliuolo del Conte Pandolfo nel 1112 (g). Sembra che cessino le notizie etc…”. Il Ventimiglia scriveva che una parte di detto Monastero di S. Angelo di Tresino fu donata nel 1094, dal conte Ruggiero Sanseverino, figlio di “Torgisio il vecchio Normanno” (il primo Troisio), beni questi da lui avuti dal “e l’aveva avuta dal Principe Riccardo figlio del Principe Giordano (e);”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (d) postillava: “(d) Arm. I. H. n. 28. Arca 62. n. 402”. Il Ventimiglia a p. 91, nella nota (e) postillava che: “(e) Arca 62. n. 404”. E’ il documento della donazione che citava Pietro Ebner. Ebner ci parla di una donazione fatta nell’anno 1090 dal conte “Riccardo Siniscalco” al monastero di S. Angelo di Tresino. La Visentin proseguendo nel suo racconto scrive che: “Ruggero, mosso dall’amore per Dio onnipotente e dalla preoccupazione per la salvezza della sua anima, compare nel monastero cavense al cospetto del venerabile abate Pietro, del giudice Giovanni e di altri ‘idonei homines’, indicati ugualmente come ‘genere normannorum editi’, offrendo alla SS. Trinità ‘totam et integram portionem ….de integro monastero Sancti Angeli’, costruito ‘in serra montis a super locum quod Trisinum dicitur’. I monaci incamerano un’altra porzione, non meglio indicata, del complesso di Sant’Angelo, proveniente ugualmente da beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, il quale alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno. Etc..”. Dunque, la Visentin, sulla scorta del Ventimiglia scrive che la donazione del Duca Ruggero II (Sanseverino), figlio di Troisio II (Sanseverino) ai monaci della SS. Trinità di Cava de Tirreni, del giugno 1094 erano proprietà sequestrate del monastero di S. Angelo a Tresino “beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, il quale alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno.”. Anche in questo caso, il “conte Leone” viene presentato come “figlio del gastaldo Mansone”. La Visentin scriveva che a questo “conte Leone”(“filii Mansonis castaldei'”), gli erano stati confiscati alcuni beni e poi aggiunge che questo conte Leone “alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno.”. Il conte Leone, figlio del gastaldo Mansone, come “Truppoaldo”, “conte di Palazzo”, non avevano dimostrato fedeltà ai nuovi signori Normanni.
Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a p. 767 parlando dei “c. Le genus les Alfan de Salerne”, in proposito scriveva che: “Dall’alleanza degli Alfani ai discendenti del Conte Dauferio si passa a quella che accomuna l’uno e l’altro agli Alfier, altro nome illustre tra le famiglie comitali dell’XI secolo. Alfier, abate di Saint-Maxime de Salerno dal 1035, fa parte dei consanguinei degli Alfans (183). Alfier è anche il nome del fondatore della Santissima Trinità di Mitiliano di altri conti i cui lignaggi sono più o meno facili da ricostruire. Il testamento, scritto nel 1065, di un conte Giovanni figlio di Giovanni ci dà un ultimo assaggio di queste alleanze (185). Questo conte il cui patrimonio si estende da Stabia, ai confini occidentali del principato, ad est di Salerno, è cugino da sua madre di un conte Romualdo figlio di Grimoaldo e da suo padre di un conte Leone, cognome Amalfitano, figlio di un conte Alfano. È proprietario della chiesa di Saint-Apollinaire d’Aspromonte, che riunisce i nomi di Alfano, Romualdo, Grimoaldo e Berenger, per citare i nomi più frequenti in uso per le nuove casate dell’XI secolo. Passo dopo passo, i cognomi di Alfano durante l’XI secolo rivelano a loro volta la consanguineità tra i lignaggi della contea. Finì per avere, nella scala del principato di Salerno e sotto i regni di Guaimaro III e Guaimaro IV, il posto occupato dai cognomi capuani derivati da Land- nella scala di tutta la Lombardia meridionale, dalle origini del Principato di Benevento.”. La Taviani, a p. 767, nella nota (182) postillava che: “(182) A. 1074 (Archiv. Cavense, XIII, 12): in questa data, i conti Guaifier e Pietro figlio di Giovanni ne possiedono la metà, il conte Alfano figlio di Pietro l’altra metà. Ma prima del 1080, la vedova di quest’ultimo e il figlio conte Pietro cedono questa quota alla Santissima Trinità di Mitiliano (Achiv. Cavense, XIV, 6).”. La Taviani, a p. 767, nella nota (183) postillava: “(183) Cfr. sopra il nostro studio su Saint-Maxime. E: RUGGIERO (B.): Principi, Nobiltà e Chiesa….cit. p. 53”. La Taviani, a p. 767, nella nota (185) postillava che: “(185) (185) Questo testamento è noto per la sua trascrizione in un atto del gennaio 1100 (Archiv. Cavense, XVI, 107). La pieve di Sant’Apollinare d’Apusmonte è attestata nel 1031 (Archiv. Cavense, CXVII: documenti dal fondo Materdomini). La chiesa privata di Saint-Apollinaire è citata in un atto del 1042, ripreso nel 1100, come fondazione dei conti Guido e Giovanni figli del conte Giovanni e di una certa Miranda. Nel novembre 1065, per testamento, Giovanni fratello di Guido dà quote di questa chiesa ai figli di un conte Alfano, Leone, Romualdo, Giacomo, Grimoaldo, Bérenger e Sichelgaite. Nel 1093 (Archiv. Caense, XV, 90) una quota fu offerta da Bérenger alla Santissima Trinità di Mitiliano.”. La Taviani scriveva di Leone che: “Questo conte il cui patrimonio si estende da Stabia, ai confini occidentali del principato, ad est di Salerno, è cugino da sua madre di un conte Romualdo figlio di Grimoaldo e da suo padre di un conte Leone, cognome Amalfitano, figlio di un conte Alfano.”, ovvero scriveva che, riferendosi al “conte Giovanni figlio di Giovanni”, e, riferendosi al suo testamento del 1065 (noto per la sua trascrizione del 1100), scriveva che “suo padre di un conte Leone, cognome Amalfitano, figlio di un conte Alfano.”. Il conte Giovanni, figlio di un Giovanni è figlio di Leone, di cognome Amalfitano ed è cugino del conte Romualdo figlio di Grimoaldo. Il conte Giovanni è proprietario della chiesa di Saint-Apollinaire d’Aspromonte.
Nel 972, il conte MANSONE, figlio di “RISUS” di Amalfi, figlio di Giovanni I, duca di Amalfi e anche nipote del Duca Sergio III e, sua moglie RICCIA, figlia del conte-giudice Grimoaldo
Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 755-756 parlando di “Les alliances preferentielles entre familles comtales”, in proposito scriveva che: “Due atti tardivi di cui abbiamo già parlato presentando i due conti-giudici, uno scritto nel giugno 1105 per un discendente di Grimoaldo, l’altro nel marzo 1187 per i discendenti di Sicone, hanno il pregio di farci seguire i diversi orientamenti della loro alleanze (tavole XXXV-XXXVI). Entrambi derivano da diversi atti precedenti che scandiscono le generazioni.”. Dunque, la Taviani scriveva di due atti, uno del 1105 dove si parla del conte gudice Grimoaldo e l’altro del 1187 dove si parla dei discendenti del conte-giudice Sicone. La Taviani scriveva che entrambi gli atti ci fanno capire le discendenze e le alleanze familiari. La Taviani, a p. 756 scriveva pure che: “Un altro documento privato, dedicato ad Amalfi nell’ultimo terzo dell’XI secolo, ci fornisce ulteriori informazioni su una figlia del conte-giudice Grimoaldo, Riccia, moglie di un conte Mansone figlio di ‘Risus’, nipote del duca Giovanni I (977-984); 985-1007) e nipote del duca Sergio III (1007-1028). Al momento della stipula dell’atto, Riccia è vedova. A suo nome e per conto di uno dei suoi figli, «Risus qui est ad navigandum», vende un terreno ereditato dal marito, situato lungo la riva (159).”. La Taviani-Carozzi a p. 756, nella nota (159) postillava che: “(159) L’atto di compravendita fu stipulato ad Amalfi tra il 1070-1080. È noto per una tarda edizione probabilmente responsabile di una cattiva trascrizione della sua data “millesimo sesto”: GRIMALDI (F.): Annali del Regno di Napoli, 10, Napoli, 1786, p. 165-171”. La Taviani commenta un Atto di compravendita pubblicato da Francescantonio Grimaldi (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, Napoli, 1786, vol. X, p. 165-171. Inoltre, la Taviani, a p. 756 presenta la Tavola n. XXXV “Genealogie du comte-juge Grimoald”, dove si vede “Grimoald comte-juge (1030)”, padre di: Alfan, Roffrit, Riccia, “Riccia épouse de comte MANSON fils du comte RISUS fils du duc JEAN I d’AMALFI” che tradotto è: “Riccia moglie del Conte MANSONE figlio del Conte RISUS figlio del Duca GIOVANNI I di AMALFI”. Dunque, la Taviani scrive che il conte Mansone era figlio del Conte “RISUS” figlio del Duca Giovanni I di Amalfi e, nipote del Duca Sergio III. Dunque, Riccia, figlia del conte-giudice Grimoaldo era moglie del conte Mansone detto “RISUS”. La Taviani scriveva “Riccia, moglie di un conte Manson figlio di ‘Risus’, nipote del duca Giovanni I (977-984); 985-1007) e nipote del duca Sergio III (1007-1028).”. Dunque, questo documento stilato ad Amalfi ci parla della moglie del conte Mansone detto “de lo Riuso” o di “RISUS”. Taviani scrive pure che il conte Mansone era “Mansone figlio di ‘Risus’, nipote del duca Giovanni I (977-984); 985-1007) e nipote del duca Sergio III (1007-1028)”, ovvero che questo conte MANSONE, sposato con RICCIA era nipote del Duca GIOVANNI I (a. 977-984 e 985-1007) e nipote pure del Duca SERGIO III (1007-1028). La Taviani scrive che “Al momento della stipula dell’atto, Riccia è vedova”. Riccia, vedova del conte Mansone, stipula un atto di compravendita. La Taviani scriveva che: “A suo nome e per conto di uno dei suoi figli, «Risus qui est ad navigandum», vende un terreno ereditato dal marito, situato lungo la riva (159).”, ovvero, Riccia, vedova del conte Mansone, stipula un atto per conto di uno dei suoi figli “Risus qui est ad navigandum” e, vende u terreno ereditato dal marito, situato lungo la riva. La Taviani scriveva che il conte Mansone era un nipote del Duca di Amalfi Giovanni I e del Duca di Amalfi Sergio III. La Taviani, a p. 756, nella Tav. XXXV, sotto la “RICCIA épouse comte Mansone etc…”, pone come discendenza cinque figli che sono: “RISUS, GIOVANNI, RIGALA, ALOARA, STEFANIA”. Infatti, questo figlio di Riccia e del conte Mansone, ovvero il figlio primogenito “RISUS”, dovrebbe corrispondere al “Risus qui est ad navigandum” dell’Atto di compravendita stiplato dalla madre Riccia, vedova, per conto di uno dei suoi figli, che era in navigazione. Riccia vendette un terreno lascito del marito, il conte Mansone. Dunque, secondo la Taviani, “Risus” discende da “Riccia”, sposa del conte Mansone, quindi era figlio del conte Mansone di Amalfi, che era un nipote dei Duchi di Amalfi Giovanni I e Sergio III. Chi erano questi personaggi di Amalfi ?. Sullo zio del conte Mansone, Giovanni I Duca di Amalfi, dalla Treccani on-line leggiamo che GIOVANNI I, duca di Amalfi era fratello (sec. 11º) di Mansone II, titolare del ducato. Dunque, se così è stato, il conte Mansone essendo nipote di Giovanni I duca di Amalfi sarebbe stato anche nipote di Mansone II di Amalfi. Su Wikipedia leggiamo che Giovanni I (… – 1007) è stato un principe longobardo, di Salerno (981 – 983) e duca di Amalfi (1004 – 1007). Figlio di Mansone I, fu da questi associato al trono del Principato di Salerno, ma il loro governo fu molto impopolare. Padre e figlio furono spodestati da una rivolta popolare che portò al potere Giovanni II. Dunque, il conte Mansone, che aveva sposato Riccia, essendo fratello del Duca di Amalfi Giovanni I, sarebbe stato un figlio di Mansone I. Alla morte del padre, Giovanni I ereditò il ducato di Amalfi, sul quale regnò appena tre anni. Mansone II fu cacciato da Amalfi da Giovanni I, suo fratello ma, Giovanni I fu cacciato da Amalfi, nel 1039, dal principe di Salerno Guaimario IV, che restituì il Ducato di Amalfi a suo fratello Mansone II, conservandone il dominio effettivo. Giovanni I, zio del conte Mansone, che nel frattempo si era rifugiato a Bisanzio, nel 1052, fu richiamato dagli Amalfitani e governò fino al 1069, associandosi il figlio Sergio IV. Dunque, questa famiglia deriva dal Ducato di Amalfi. Dalla Treccani on-line leggiamo che Mansone I è stato il Primo duca di Amalfi, con questo nome, era figlio del duca Sergio (I), della famiglia del Muscus comes. M. fu uno dei principali esponenti della dinastia amalfitana de Musco comite, che resse le sorti di Amalfi e del suo Ducato dal 958 sino alla conquista normanna del 1073. Poiché su questo non sono note fonti narrative contemporanee (il Chronicon Amalfitanum, iniziato verso il 1300, offre solo informazioni scarse e scorrette), poco si sa su M. e sulla dinastia. Sergio (I) subentrò alla dinastia di Manso Fusile che aveva governato Amalfi dall’898 circa e ne aveva ucciso l’ultimo esponente, Mastalo (II). Come emerge dalla datazione dei documenti amalfitani, Sergio nominò subito M. coreggente. Dello zio di Mansone, il Duca Sergio III, su wikipedia leggiamo che 1007-1026 9º Duca, Sergio V (figlio di Giovanni Petrella), (con un breve periodo di ducato col padre); nella cronostassi alternativa, il duca Sergio III, zio del duca Mansone si ha che: “1007–1028 Sergio II (III)”, che corrisponde a Sergio II di Amalfi. Dunque la cronostassi e la cronologia della discendenza di questi personaggi come Mansone ci richiamano al Ducato di Amalfi ed ai suoi legami con i principe longobardi di Salerno. Su questi personaggi e sul ducato di Amalfi, ha scritto Leopoldo Cassese (….), nel suo “Amalfi e la sua costiera – profilo storico”, dove a p. 62 e ssg. leggiamo che: “A Sergio I successe nel 966 il figliuolo Mansone I (2) sotto il quale Amalfi raggiunse il più alto grado di potenza proprio mentre Pandolfo I, il celebre Capodiferro, principe di Capua e di Benevento, sotto l’egida di Ottone I, si accinge a conquistare l’egemonia longobarda nel Mezzogiorno. Il pericolo gravissimo fu subito avvertito da Amalfi il cui duca si gettò nella mischia, la quale, dopo alterne vicende sanguinose, culminò col trionfo della politica amalfitana. L’ambizioso Mansone I, difatti, morto da poco il potente Capodiferro, diede scacco a Ottone II che si accingeva a tentare di realizzare il programma in cui non era riuscito il padre, e, dopo aver rovesciato il nuovo principe di Salerno, si insignorì della antica rivale, che, nel rinnovato vigore commerciale del momento, poté divenire il principale deposito amalfitano nei traffici d’oltremare. Ne è riprova il fatto che il più antico contratto per il commercio d’oltremare, a nostra conoscenza, fu concluso nel 973 tra amalfitani proprio a Salerno (3)…..Nonostante codeste lotte intestine, il lungo periodo di governo di Mansone segna il periodo di maggiore splendore dello stato amalfitano; etc…..Durante la quale, dopo lo scontro fra il grande Mansone ed il fratello Adelferio, che abbiamo già visto, si verificò nel 1028 la deposizione del duca Sergio III, al quale successe il figliuolo Giovanni II. Costui venne sbalzato dal seggio ducale nel 1034 dal fratellastro Mansone II che, quattro anni dopo, Giovanni II rientrato in Amalfi, scacciò dopo averlo accecato. Tutto ciò avveniva quando sul seggio principesco di Salerno sedeva Guaimario V, ambizioso, consapevole della sua potenza, abile nei maneggi politici. Nel 1038, investito da Corrado II del principato di Capua, conquistato il favore della corte bizantina, attirati a sé i Normanni di Aversa, egli si sentì tanto forte da poter tentare, dopo due secoli, l’attuazione del programma di Sicardo etc….L’occupazione di Amalfi avvenne nel 1039, e Guaimario V, scacciatone Giovanni II, che riparò nuavamente a Costantinopoli, divenne il nuovo duca, ….gli amalfitani richiamando il cieco Mansone II che rimise sul seggio la propria autorità.”.
Nel 972, Giovanni di Amalfi, figlio del Duca Mansone e, sua moglie Rigala
Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a p. 784 parlando dei “Les gastalds”, in proposito scriveva che: “Il primo Giacinto figlio di Giovanni, ci è noto per la prima volta come ‘concors’ nel 972 di diverse terre poste nel territorio di Vietri, con gli Atranensi. Sua nipote, Rigala, figlia del fratello Arechi, è la moglie di Giovanni d’Amalfi, figlio del duca Mansone che partecipò alla congiura contro Gisulfo I e finisce per diventare temporaneamente Principe di Salerno dopo la parentesi del regno dei Principi di Benevento. Del secondo, il gastaldo Aleris figlio di Giacinto sappiamo solo che fu proprietario, fino al 993 quando lo vendette, di un appezzamento di terreno urbano in Salerno, presso la chiesa principesca di Saint-Marie che vi è acquirente.“. Dunque, la Taviani ci parla del primo Giacinto, figlio di Giovanni e la nipote Rigala, figlia del fratello Arechi e moglie di Giovanni di Amalfi, figlio del duca Mansone. Di questo “Giovanni d’Amalfi”, marito di Rigala, la Taviani dice che: “Giovanni d’Amalfi, figlio del duca Mansone che partecipò alla congiura contro Gisulfo I e finisce per diventare temporaneamente Principe di Salerno dopo la parentesi del regno dei Principi di Benevento”. La Taviani, a p. 784 scriveva che “Rigala, figlia del fratello Arechi, è la moglie di Giovanni d’Amalfi”. Dunque, questa Rigala era figlia di Arechi, fratello di del primo Giacinto di Amalfi. Rigala aveva sposato Giovanni di Amalfi, figlio del “duca Mansone che partecipò alla congiura contro Gisulfo I e finisce per diventare temporaneamente Principe di Salerno dopo la parentesi del regno dei Principi di Benevento.”. Ma, questa genealogia presentata dalla Taviani a p. 784 contraddice ciò che ella aveva scritto nella Tav. XXXV, a p. 756, dove haveva scritto su questa “RIGALA”, era la terza figlia di “RICCIA che sposò il conte MANSONE figlio del conte RISUS figlio del duca Giovanni I d’Amalfi” e pone come discendenza cinque figli che sono: “RISUS, GIOVANNI, RIGALA, ALOARA, STEFANIA”. Dunque, RIGALA era figlia del conte MANSONE e di RICCIA, secondo la Tav. XXXV della Taviani, mentre a p. 784, la Taviani scrive di Rigala che “Rigala, figlia del fratello Arechi, è la moglie di Giovanni d’Amalfi, figlio del duca Mansone”, ovvero scrive che Rigala è la moglie di Giovanni d’Amalfi, figlio del Duca Mansone. Inoltre, la Taviani, a p. 784 riferendosi al primo Giacinto, figlio di Giovanni scrive che “Sua nipote, Rigala, figlia del fratello Arechi”. Dunque, se a p. 784 Rigala era figlia di Arechi, fratello di Giacinto, a p……., Rigala era la figlia del conte Mansone. Forse la Taviani parlava di un’altra Rigala ?.
Nel 996, Alberto, figlio del conte Lamberto di “buona memoria” di Vietri sul Mare
Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 760-761 parlando di “Les alliances preferentielles entre familles comtales”, ci parla del “Lignaggio di Lamberto di “bona memoria”. In questo saggio la Taviani raccoglie notizie su questo personaggio di origine Spoletana che venne a stabilirsi a Vietri sul Mare. Ella scriveva che (traduzione dal francese): “Due esempi particolarmente significativi, quello del conte-giudice Grimoaldo e quello del conte-giudice Sicone, permettono di comprendere questa ricerca da parte dei conti salernitani di consanguinei la cui fortuna sia, in parte, di origine e di natura diversa da il loro. Due atti tardivi che abbiamo già citato presentando i due conti-giudici, uno scritto nel giugno 1105 per un XI secolo, esempi più numerosi testimoniano una più ampia apertura dell’aristocrazia lombarda di Salerno verso alleanze al di fuori della rete organizzata dai Longardi di Capua e Benevento. b) Permanenza e rinnovamento dell’aristocrazia salernitana durante l’XI secolo. Etc…”. La Taviani a p. 761 prosegue scrivendo che: “Un ristretto numero di casate contadine, documentate a partire dagli ultimi decenni del X secolo, ci permettono di vedere più in dettaglio come la cerchia dell’aristocrazia salernitana si sviluppò senza sostanziali rotture nonostante il cambio di dinastia. Se è possibile parlare di continuità dinastica. Tra questi, due provengono dai fratelli minori di Guaimario IV, Pandolfo e Guido. La loro fortuna è legata all’evoluzione del potere principesco dopo il 1030, e li troveremo Longobardi di Salerno. Degli altri due, solo la linea di Lamberto “di buona memoria” può essere tracciata su più generazioni. Quello del conte e referendario Pietro, fratello di Guaimario III, è meno documentato. Deve restare fedele alla tua famiglia coniugale. Testimonia anche l’integrazione di questi spoletani nella società lombarda e salernitana. Etc…”. Dunque, la Taviani scriveva che della discendenza dei consanguinei della casa principesca di Salerno “Tra questi, due provengono dai fratelli minori di Guaimario IV, Pandolfo e Guido. La loro fortuna è legata all’evoluzione del potere principesco dopo il 1030, e li troveremo Longobardi di Salerno.“, e poi aggiunge pure che: “Degli altri due, solo la linea di Lamberto “di buona memoria” può essere tracciata su più generazioni.”. Dunque, la Taviani scriveva che la linea di continuità dinastica di Pandolfo di Capaccio e di Guido di Conza e di Sorrento, entrambi fratelli del principe Guaimario IV, vi è la linea di “Lamberto detto “di buona memoria”. Chi era questo “Lamberto di buona memoria” ?. La Taviani, a p. 759, in proposito scriveva che: “Il lignaggio di Lamberto “di buona memoria”. Il primo casato comitale di origine spoletina, direttamente imparentato con i principi illustrato dalla nostra documentazione, è quello dei ricordi ossei di Lamberto (Tavola XXXVII).”. Infatti, la Taviani, a p. 759 espone la sua Tav. XXXVI della “LIGNAGE DE LAMBERT “DE BONNE MEMOIRE”.”. La Taviani ap. 758 e ssg. continua scrivendo: “Nel 996 uno dei suoi figli, fratello di Landoar (Landone), il conte Alberto, acquistò per ventiquattro soldi d’oro una chiesa dedicata a San Felice e San Nicola, situata in località Gallocanta, nel territorio di Vietri. Fu costruito per cura di un ‘faber’, Marino, il cui cognome e soprannome ‘Caballarius’ si collocano tra gli Atranensi residenti nel principato (160).”. La Taviani parlando di “Lamberto di buona memoria”, forse consanguineo del principe di Salerno, scriveva che il figlio “Alberto” (fratello di Landoar o Landone), nell’anno 996, acquistò per 24 soldi d’oro una chiesa dedicata a S. Felice e S. Nicola a Vietri in località Gallocanta. La Taviani, a p. 759, nella nota (160) postillava: “(160) A.996 (CDC, III, 494, pag. 50). Questo atto riprende la ‘carta libertatis’ concessa nel 981 alla chiesa.”. La Taviani parlando della chiesa di S. Felice e S. Nicola a Vietri scriveva pure che: “La fondazione è anteriore all’evento di Giovanni II: la ‘carta liberatis’ concessa dal vescovo Giovanni risale al settembre 981. Questa chiesa è proprietà personale del conte Alberto e rimane dei suoi stessi eredi fino alla fine dell’XI secolo. Ma gli altri discendenti del conte Lamberto non gli sono estranei. Nel maggio dell’anno 1000 Aloara, figlia di un conte Madelfrit e vedova di Landoar (Landone), fece un’offerta con suo figlio Guaiferio in chiesa. Entrambi gli danno terreni acquistati da Landoar sulle colline e sui monti che sovrastano Vietri nonché le loro quote di due mulini situati nella stessa Vietri (161). Nel corso delle generazioni, il patrimonio di San Nicola de Gallocanta è stato arricchito da nuove donazioni da membri della stirpe di Alberto. Nel 1047 la chiesa ricevette da alcuni nipoti del conte e dalla loro madre Urania, figlia di un conte Ademario, poi vedovo, beni siti presso il castellum di Eboli (162)…….Nella generazione successiva nella linea discendente da Lamberto, un conte Adelberto figlio di Londoar (Landone) si ricollegò direttamente con il genere Capuano, sposando una Gaitelgrima, figlia di un conte Landolfo. Il loro figlio si chiama Landoar (168). Alla generazione di quest’ultimo, uno dei suoi cugini, Lamberto figlio di Pietro sposò una delle figlie del conte e giudice Sicone, Sichelgaite, la cui altra sorella, Gaitelgrima, era unita a un conte Alfier figlio di un conte Landoar ( 169). I Lamberti di Spoleto portano nuova linfa all’aristocrazia salernitana. Vengono rapidamente catturati dai vecchi lignaggi comitali, di pari importanza ai loro a causa del loro rapporto con i principi. Nel corso delle generazioni, diventano i consanguinei delle storie più notevoli per le loro alleanze e per i segni che segnano la loro presenza nella città di Salerno e fuori. I consanguinei di Giovanni II e dei suoi eredi al trono finiscono per includere tutta l’aristocrazia di Salerne. I rami più giovani del principe stesso rafforzano questi legami di parentela, seguendo l’esempio del lignaggio di Alberto figlio di Lamberto, loro stretto parente.”. Dunque, la Taviani ci parla di Vietri sul Mare. La sua storia fino al 1806 è stata associata a quella di Cava de’ Tirreni, di cui era frazione. Marina di Vietri, infatti, era usata dai monaci della Badia come porto commerciale per gli scambi soprattutto con le zone a Sud di Salerno, quelle della piana del Sele. Con la nostra zona del basso Cilento vi sono diverse analogie interessanti che andrebbero ulteriormente indagate. Di certo intorno all’anno 1000 tutta la nostra costa fu interessata da fondaci e proprietà di comodo ai ricchi mercanti vietresi, atranesi e Amalfitani. La zona vietrese, con l’ancoraggio di Fuenti, possedeva un porto riparato, un approdo unico nella zona, dal momento che il lido della vicina Salerno. Nella nostra zona vi era un casale chiamato “Fujenti”.
Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani, nel vol II, a p. 768 ci parla del “Lignaggio di Lamberto di “bona memoria”. In questo saggio la Taviani raccoglie notizie su questo personaggio di origine Spoletana che venne a stabilirsi a Vietri sul Mare. Ella scriveva che (traduzione dal francese) che: “La consanguineità che unisce tra loro i ‘proceres’ o nobili moltiplica nello stesso tempo i rapporti del principe. I cognomi più noti dei Conti furono portati intorno alla metà dell’XI secolo dai genitori di Guaimario IV e da quelli di Gisulfo II. Una donazione a Montecassino fatta nel 1040 da Guaimario IV ha come “rogatari” due “parenti” del principe, il conte Maione figlio del conte Pandone e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186). Etc…“. La Taviani-Carozzi, a p. 768, nella nota (186) postillava: “(186) Registrum Petri Diaconi…., cit., f° 158 (r°-v°), 159 (r°), et ‘Aula’, III, caps. XII, Cass. I, 13.”. Dunque, della donazione del 1040 a Montecassino ho parlato innanzi. La Taviani si riferiva a “il conte Maione figlio del conte Pandone e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186)”, dunque, al “conte Maione figlio del conte Pandone” e pure al conte di Palazzo “Grimoaldo, figlio del conte di Palazzo Madelme”. Chi erano questi due personaggi ?. La Taviani, a p. 768 ci parla del “Lignaggio di Lamberto di “bona memoria” e scriveva che: “I loro cognomi suggeriscono una parentela con le consorti di Santa-Maria ‘de Alimundo’ e da lì, forse, con la stirpe del conte Daufierio. Tra il 1053 e il 1058, incontriamo nella parentela di Gisulfo II i conti Guaifiero e Lamberto, in Alberto, figlio di un conte Alfiero (187). Etc…“. La Taviani, a p. 768, nella nota (187) postillava che: “(187) A. 1053: precetto di Gisulfo II noto da una trascrizione fatta nel 1335 (Arch. Archiv. Registro I, p. 609-614). Sembra autentico nella sua formulazione nonostante l’errore del copista sul nome della madre di Gisulfo II, citata come rogatrice; anno 1058 (CDC, VIII, 1266, p. 59): contratto agrario stipulato dai due fratelli con due coloni per un terreno sito nelle località denominate Balnearia e Santa-Lucia nel territorio di Mitiliano. Un conte Landone figlio del conte Guido fa da garante per i conti Guaiferio e Lamberto.”. Dunque, oltre al “rogatario“ Maione, parente del principe Guaimario IV vi era anche l’altro “rogatario” della sua donazione “…e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186)”. Chi era questo parente del principe Guaimario IV, chiamato “Grimoaldo”, conte del palazzo “Madelme” ?. Ricordiamoci che il castello di Licusati è chiamato “castel Madelmo”.
Nel ……., il conte o visconte Mansone detto “De lo Riuso” (o di “Orriuso” o dell’Orrisio o di “Arriuso” = forse Roccagloriosa ?), detto pure “bona memoria”, padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114, che conferma la donazione fatta all’Abbazia dal padre, è notizia che il conte, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”)(16).”. Secondo l’Ebner, in un documento del 1114, si evince che “Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo”, ovvero si evince che Mansone detto “de lo riuso” era il padre di questo Gisulfo che, nel 1114 confermò le precedenti donazioni del padre, il conte Mansone. Ebner, a p. 440, nella nota (15) postillava che: “(15) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI (petrus presbiter et notorius nostro). Il documento è contrassegnato anche da Lando, presbitero e abate del cenobio di S. Giorgio ‘constructum est in loco cilento, illa parte fluminis quod duo flumina dicitur.”. Ebner ci da notizia di un documento cavense del 1114 in cui si parla del conte Mansone e delle sue donazioni fatte a Cava. Ebner scrive donazioni fatte dal “conte Mansone, detto “de lo Riufo”. Ebner, forse sulla scorta del Guillaume (….) scriveva che “Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riuso”” aveva donato nel 1114, confermò la donazione del padre, il conte Mansone, detto “de lo riuso” fatta all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Dunque, in questo documento del 1114, dove “Gisulfo” conferma le precedenti donazioni fatte dal padre, il conte Mansone, detto “de lo riufo”. Vedremo come anche in altri documenti, questo conte “Mansone” era detto “de lo Riufo” o “de lo Riuso”. Del termine o toponimo “de lo Riuso” parlerò in seguito ma io credo si tratti di un toponimo, un appellativo che stava ad indicare la provenienza del visconte Manso o Mansone. Ebner scriveva che nel documento del 1114 “….è notizia che il conte, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”)(16).”. Ebner, a p. 440, nella nota (16) postillava che: “(16) Il conte Mansone, ‘postmodo monachus fuit, da morto venne tumulato nel cimitero della Badia”. Ebner postillava che nel documento Cavense del 1114, oltre alla conferma della donazione, fatta da Gisulfo, vi era anche notizia che il conte “Mansone”, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”). Ebner postillava che secondo l’antico documento il conte Mansone si fece monaco e fu tumulato nel cimitero dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni a Cava, dove aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita. Ma questo non era il figlio Gisulfo ?. La notizia di Ebner tratta dal Guillaume e dal Ventimiglia è interessante perchè ci parla del “conte Mansone, detto “de lo riufo””. Come si evince, il conte Mansone era padre di “Gisulfo” che confermerà la donazione a Cava e di cui parlerò più avanti. Pietro Ebner ci parla di questo conte Mansone e, riferendosi ad un altro documento, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: “(56) L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riufo’, donò all’abbate Pietro la quarta parte dei suoi beni siti in Acquavella, Licosa, Tresino e Stagno e la quarta parte dei monasteri di S. Giorgio ‘ad duo flumina’ e di S. Zaccaria de Lauris.”. La notizia di “Rodolfo”, Abate della SS. Trinità della Cava, scriveva in un suo manoscritto che l’abate Pietro da Salerno o Pappacarbone ricevette delle donazioni da Gisulfo, figlio del conte Mansone detto “de lo riufo”. I beni donati dal figlio, da Gisufo, erano appartenuti al conte Mansone. Chi era il conte Mansone ?. Paul Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava – saggio storico – Da documenti inediti”, (vedi il testo a cura della Ruocco), a p. 26, parlando di “S. Pietro Pappacarbone” a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Tra la moltitudine di religiosi che vivevano a Cava al tempo dell’Abate Pietro I, molti hanno il loro posto di spicco nella storia religiosa, politica etc…La lista sarà molto incompleta etc…, ….Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, etc…”. Il Guillaume, a p. 57, nella nota (9) postillava che: “(9) Ex discipulis vero suis (Petri videlicet) qui ad nostram notitiam pervenere, prae ceteris notaru dignus est Gisulfus, sive Gifulsus, filius bonae memoriae Mansonis Comitis, qui dictus est ‘De lo Rufo’, qui, ut reperimus, ante annum Domini MXCIII in ipso fuit Cavensi Monasterio tumulatus. Hic una cum patre, id quod frater eius Landulfus nomine confirmavit, (obtulerunt) omnium bonorum suorum quartam partem, quae ad ipsum Mansonem Comitem pertinebat, in Acquabella, Licosa, Terresino et Stayno, tam in montibus quam in planiciae; quartam quoque partem Monasterium S. Georgij ad duo flumina et S. Zacharia de leuris, in Lucaniae finibus, bonorumque omnium ad ea spectantium”. RODUL., Historia., Ms. 61, p. 30; cfr. VENER., Dict., Ms., t IV., p. 73; UGHELLI, VII, 375.”. Dunque, il chronista “Rodulfo” scriveva che: “Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, che innanzitutto fece grandi donazioni al monastero di Cava etc…(9)”. Il Guillaume, a p. 59, in proposito scriveva che: “alle ‘Cronache’ di Rodulfo” e, a p. 29, sempre su “Rodulfo”, in proposito scriveva che: “….secondo una testimonianza dello storico Rodulfo, (14) etc..”. Il Guillaume, a p. 29, nella nota (14) postillava che: “(14) ‘Vita de S.P. Cav., Ms., 61 etc..; Hist., Ms. 61 etc…”. Il testo di Rodulfo, scritto in latino dovrebbe essere il seguente: “Dei suoi discepoli (di Petri, cioè) che ci sono venuti a conoscenza, Gisulfus, o Gifulsus, figlio del ben ricordato conte di Mansone, detto ‘De lo Rufus’, il quale, come troviamo, prima l’anno del Signore MXCIII, è degno di nota sopra il resto fu sepolto nel Monastero dei Cavensi.”. Gisulfo era detto “de lo Riuso”. L’Abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc…”, vol. VII, parlando dei “Salernitani Archiepiscopi”, a p. 375, in proposito scriveva che: “D. Gisolfus filius Mansonis comitis de Orriuso, fuit Monachus Cavensis, cui Sanctus Petrus Abbas S. Religionis habitum tradidit ante ann. domini 1093.” che tradotto dovrebbe significare che: “D. Gisolfus, figlio di Mansone, conte di Orriuso, era un monaco di Cavense, al quale san Pietro, abate della S. Religione, consegnò l’abito prima dell’anno signore 1093″. L‘Ughelli scriveva che in precedenza il monaco “Gisulfo” era “figlio di Mansone, conte di Orriuso”. Dunque, il conte Mansone , per l’Ughelli era “conte di Orriuso”. L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. L’Abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc…”, vol. VII, parlando dei “Salernitani Archiepiscopi”, a p. 375, in proposito scriveva che: “D. Gisolfus filius Mansonis comitis de Orriuso, etc…” che tradotto dovrebbe significare che: “D. Gisolfus, figlio di Mansone, conte di Orriuso, etc…“. L‘Ughelli scriveva che in precedenza il monaco “Gisulfo” era “figlio di Mansone, conte di Orriuso”. Dunque, il conte Mansone , per l’Ughelli era “conte di Orriuso”. L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. Il documento citato da Ebner è del 1114 e ci parla di Gisulfo (figlio di Glorioso) ed indirettamente accenna al conte Mansone suo zio. Mi chiedo quale fosse il periodo in cui il padre di Gisulfo, il conte Mansone avesse donato i suoi beni o parte di essi all’Abbazia della SS. Trinità della Cava ?. Non mi pare che vi siano documenti cavensi che parlassero direttamente di donazioni di Mansone. A quale periodo storico può collocarsi la figura di Mansone ?. Paul Guillaume (….), nel suo “Saggio storico sull’Abbazia di Cava etc…”, dove a pp. 80-81 (vedi versione a cura della Ruocco), a p. 81, nella nota (87) postillava che: “(87) Vd. i 197 diplomi degli anni 1079-1122 (Arch. Mag. Lett. A, B, C, D, E, F); cf. De Blasi, Chroni., passim., e, in Appendice, la lettera B.”. Salvatore Maria Di Blasi (….), riordinò l’Archivio dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. Ebner, nel vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella” e riportando la notizia del documento cavense del 1114, si riferiva alla zona dove oggi si trova l’attuale casale di Casalvelino. La Visentin, sia parlando del monastero di S. Zaccaria de Lauro che quello di S. Giorgio (“Sancti Giorgi de Lucania o Massanova”, a p. 150), a p. 147, in proposito scriveva che: “La prima attestazione dell’esistenza di un monastero intitolato a San Zaccaria (645), situato nei pressi dell’attuale centro di Casal Velino (646) etc…”. Dunque, sia Ebner che la Visentin si riferiscono agli stessi monasteri posti più o meno nella stessa zona. Le parole della Visentin contengono delle evidenti contraddizioni con quanto scrisse Ebner.
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114 etc…”, mentre Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: “La chiesa con il monastero sono, dunque, da tempo proprietà di una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda, le cui quote-parte vengono incamerate progressivamente dal patrimonio cavense. Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità le loro porzioni, insieme alla quarta parte del monastero di San Giorgio, ‘ubi ad duo flumina dicitur’, con tutto ciò che esso appartiene (656). Etc…”. La Visentin, a p. 149, nella nota (656) postillava che: “(656) AC, XIX 97”. Dunque, riguardo il monastero di S. Angelo a Tresino, la Visentin scrive che “Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità etc…”. Evidentemente, nel 1114 Gisulfo era già defunto a Cava. Credo che vi sia un’evidente contraddizione nelle parole della Visentin rispetto a quanto avesse scritto Ebner. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 153 parlando del monastero o cenobio di S. Giorgio “de Lucania”, in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1114 il cammino di acquisizione del monastero conta la conferma importante dei fratelli Landolfo, Guidone e Alessandro, ‘filii quondam Gisufi, qui postea monachus fuit’, sepolto nell’abbazia della SS. Trinità, i quali confermano a Cava le donazioni fatte dal loro avo Mansone, ‘una cum predicto’ Gisulfo, consistenti nella quarta parte del monastero di San Giorgio e nella quarta parte del monastero di San Zaccaria ‘de li Lauri’, accompagnate dai beni che Mansone possedeva ‘in locis Acquabella, Licosa, Tirrisino et Staino’ (673). Trascorsi soltanto due anni, nell’agosto del 1116, il duca Guglielmo torna a confermare alla grande abbazia cavense la proprietà del monastero di San Giorgio con i beni Cilentani, ricordando anche i documenti precedentemente emessi dal conte Mansone e dai figli Gisulfo e Landolfo, come da Guido e Alessandro, figli di Gisulfo (674). A questo stesso periodo si riferisce la donazione della quota-parte di ‘Rogeius, senior castelli Sancti Severini e filius quondam Turgisii’, che conferma alla Trinità un quarto del monastero di San Giorgio, appartenuto al conte Mansone, etc…”. La Visentin, a p. 153, nella nota (673) postillava che: “(673) AC, XIX 97 e cfr. anche Venereo, Dict., vol. II, pp. 229”. La Visentin a p. 153, nella nota (674) postillava che: “(674) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis.”.
Secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una “famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive che “Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin scrive pure che il “conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo”. Questo mi pare essere il passaggio interessante che arriverebbe a chiarire chi fosse Mansone e quale legame di parentela avesse per esempio con Glorioso. In questo passaggio, la Visentin scriveva che: “Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis”, ovvero che “Glorioso, figlio del defunto conte Pandolfo figlio del ben ricordato conte Mansone.”. Dunque, secondo l’antico documento del 1093 (di Glorioso), citato dalla Visentin, il conte “Glorioso” era figlio di “Pandolfo” e questo pandolfo era figlio di Mansone. Dunque, in questo passaggio la Visentin scriveva che Mansone era il padre del conte Pandolfo. Ma, la Visentin, nel passaggio successivo scriveva che Mansone era fratello del conte Pandolfo. Infatti, a p. 149 scriveva pure che: “Nell’agosto del 1109 lo stesso ‘Gloriosus, in cambio di 300 tarì, riconosce alla Trinità terre ‘in locis Licosa, Tirrisino et Staino, ad essa donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo (654), etc…”. In questo passaggio la Visentin scriveva che “donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo”. Dunque, Pandolfo e Mansone erano fratelli ?. La Visentin scrive che “Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin, a p. 149, nella nota (657) postillava che: “(657) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis’.”. Dunque, secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una “famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive pure che il “conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, etc…”. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. 51 parlando del monastero di San Giorgio, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte le avevano costoro donate al Monastero della Cava in cui favore confermò ancora il Duca tutto ciò che il sudetto Mansone possedeva ‘in ipso Cilento ubi Acquavella dicitur, et Licosa, et in Terresino, et in Staino (a). Etc…”. Il Ventimiglia, a p. 51, nella nota (a) postillava che: “(a) Arm. I. G. N. 52”.

Dunque, il Ventimiglia, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, ovvero che le porzioni di proprietà poi confermate nel 1116 da Guglielmo I duca di Puglia, erano appartenute a “Mansone di Orriuso” e che da lui pervennero a Landolfo (forse suo fratello) ed a Gisulfo, suo figliolo e da Gisulfo pervennero a Guidone e ad Alessandro. Scrive pure che Alessandro era figlio del Conte Leone. Il Ventimiglia scrive che il diploma del 1116 fu pubblicato dal Di Meo. Anche in questo caso vediamo che vi sono notizie contrastanti. Il Ventimiglia scrive che le proprietà di Mansone andarono a Landolfo e da questi al figlio Gisulfo, e da questi ai suoi figli Guidone e Alessandro. Ma Gisulfo non era un figlio di Landolfo ma figlio di Glorioso. Inoltre, se fosse questa la genealogia, essa non dovrebbe essere quella del conte Pandolfo di Capaccio. Dunque, esiste un “Gisulfo” figlio di Landolfo ?. Gisulfo era un figlio di Landolfo ?.
Il Ventimiglia (….), a p. 51 citava Alessandro Di Meo (…), a p. 51 scriveva che: “Il P. di Meo nel riferire questo Diploma lo confuse orribilmente, siccome tra il fin qui detto, ed il riportato da lui sarà agevole di farne confronto (b).”. Infatti, Alessandro Di Meo (…) che, nel suo “Annali etc…”, vol. IX, a pp. 221-222, in proposito scriveva che: “7. Nell’Archivio della Cava si ha un Diploma del Duca Guglielmo, che conferma all’Abbate S. Pietro la quarta parte del Monistero di S. Giorgio, e due fiumi nel Cilento; la 4. del Monistero di S. Zaccheria in Lauri del Cilento, ch’era stata di Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo’, e ‘Landolfo’. Gisolfo, e Mansone la donarono alla Cava, e Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo, la confermarono, e la Carta fu ancora firmata da ‘Landolfo’, ed ‘Alessandro’: gli conferma ancora quanto spetta ad esso Mansone in ‘Acquabella’ nel Cilento, in Licosa, Terresino, e Staino, che tutto fu donato da essi ‘Mansone’, e ‘Gisolfo’, e confermato da Landolfo, Guido ed Alessandro. Di più gli conferma metà degli de’ Monisteri di S. Giorgio, e di S. Zaccheria, che fu di Landolfo figlio di Leone Conte, e quanto ad esso Landolfo spettò ne’ detti luoghi. Fu scritto da Giovanni Notaio del Duca, e firmato da ‘Guglielmo’ figlio (spurio) del Duca Ruggieri, e da Roberto di Evoli: ‘Datum Salerni a. D. Inc. MCXVI. Ducatus etc..”.

Dunque, il Di Meo (…), parlando del diploma di Guglielmo Duca di Puglia, del 1116 rilasciato a Pietro da Salerno Abbate della SS. Trinità della Cava scriveva che, “Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo e Landolfo”, dunque il conte “Mansone” detto dell’Orrisio e “Gisolfo” e “Landolfo” erano suoi figli (Gisulfo non era figlio di Glorioso come risulta da altri documenti). Dunque, Gisulfo e Landolfo, risultando figli del conte Mansone dell’Orriuso sarebbero stati fratelli. Secondo il Di Meo, “Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, Gisulfo, figlio di Mansone era il padre di Guido e Alessandro. La geneaologia proposta dal Di Meo mi sembra molto vicina a quella che ne scaturisce dalla disamina delle poche notizie che ritroviamo sul monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. La genealogia proposta dal Di Meo mi sembra abbastanza vicina a quella che ci propone il Ventimiglia che scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Troviamo però delle evidenti contraddizioni nei testi e forse pure nei documenti stessi. Per esempio, il Ventimiglia scriveva che: “Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, ma scriveva pure che: “Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Dunque, secondo il Ventimiglia, nella disamina del documento risulta che “Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, Alessandro era un figlio del Conte Leone. Infatti, il Di Meo scriveva pure che “Landolfo figlio di Leone Conte”. Il Di Meo prima scrive che Landolfo e Gisulfo erano figli di Mansone e, poi scrive pure che “Landolfo” era figlio del Conte Leone.
“De lo Riufo” o “de lo Riuso”, forse “Arriuso”, toponimo indicato sulla bolla di Alfano I, forse Roccagloriosa
L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. Sappiamo del conte Mansone che nel 1130 fa testamento a Roccagloriosa. Mi chiedo se la notizia potrebbe confermare un toponimo quale “Arriuso” corrispondente all’attuale Roccagloriosa ?. Dunque, “Orriuso” che corrisponde al toponimo “Arriuso” dovrebbe corrispondere al casale di Roccaglriosa. Sappiamo che Roccagloriosa in epoca normanna era detta “Arce Gloriosa”. Il conte Mansone, conte di “Orriuso” oppure potrebbe essere “Arriuso” ? Con il termine Arriuso era detto il casale di “Torre Orsaia”. Riguardo il termine “Arriuso” posso dire che esso compare nella “bolla di Alfano I” fra i centri della ricostruita sede vescovile di Policastro data proprio a Pietro da Salerno, nel 1079. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nel suo “Paleocastren Dioeceseos Synopsis etc…” (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), a p. 13, in proposito scriveva che: “…quae modo Paleocastren dicitur: Castellum quod diitur de Mandelmo, Camarote, Arriuso, Caselle etc…”. Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71, nel Laudisio (…) la traduzione della ‘Bolla di Alfano I’ si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, etc…”. A quale centro corrispondeva il toponimo di “Arriuso” ?. Biagio Moliterni (….), nel suo recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, a p. 17, in proposito scriveva che: “Un altro punto non del tutto chiaro della lettera di Alfano I riguarda l’ambito territoriale entro cui era circoscritta la diocesi di Policastro. Rimangono infatti di incerta determinazione alcune delle località ad essa aggregate, i cui toponimi sono oggi scomparsi: “medium castrum” (36), il “castellum quod dicitur de Mandelmo” (37), “Arriusu” (38), “Sanctum Athanasium” (39) e “Trolotinum” (40). Etc…”. Di sicuro si può affermare che si tratta di un toponimo di un casale posto nell’entroterra del Golfo di Policastro e, posto tra i centri di Camerota e di Caselle in Pittari e dunque potrebbe trattarsi proprio di Roccagloriosa o di Torre Orsaia dove, come vedremo vi è testimonianza della presenza del conte Mansone. Il Moliterni, a p. 17, nella sua nota (….), postillava che: “(38) Arriapu in a, Ariosa in b, Arriuso in l e Arriusu in v. L. Tancredi, Sapri giovane e Antica, Villa San Giovanni, 1985, p. 333, identificò la località con Ariuso di Camerota”. Il sacerdote Luigi Tancredi, nel suo libro su Sapri, nell’Appendice III, nei “Nomi latini delle località costituenti la Diocesi di Policastro nel 1079” a p. 333, in proposito scriveva che: “Arriuso…….(Ariuso) di Camerota”. riuso di Camerota, forse Lentiscosa, visto che Castellum de Mandelmo corrisponde a Licusati ?. Riguardo questo piccolo borgo medievale ha scritto il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, dove, a p. 332, in una cartina che illustrava i centri elencati nella “Bolla di Alfano I” poneva “Arriuso”, sotto il “Castellum de Mandelmo di Licusati”, non molto distante da esso e in direzione della fascia costiera che, guardando l’immagine satellitale non corrisponde a nessun casale. Il piccolo borgo di “Arriuso” non figura nella “Carta del Cilento” di cui ho parlato in un altro mio saggio. Riguardo al toponimo citato da Ebner, ovvero “conte Mansone, detto ‘da lo Riuso'” è interessante ciò che ha scritto Angelo Di Mauro (…), nel suo “I sette sentieri della memoria”, dove, a p. 590, in proposito scriveva che: “Capo di Suso, la parte più alta del borgo, sotto lo sperone di roccia dove c’era una torre di avvistamento (Buonomo); et. odon.”. Il Di Mauro si riferiva a Emilio Bonomo (….), “San Severino di Centola”, Acciaroli, cpcc, 1998. Il Di Mauro, fa una disamina del toponimo “Arriuso” perchè esso figura nell’elenco delle trenta parrocchie della “bolla di Alfano I” del 1079. Il Di Mauro, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ariosi o I-‘RIOSI o ‘E-‘RIOSE, a Cam., Arriuso nel 1079 (v. Il paese’ chiamato Ariosi….’ in Il sentiero dei pastori…), Le Riyose o Le Riose, nel 1529-1536-1562 in ASS notar Trencia, e fs 26, lib. III, pag. 2, fs 27, lib. V pag. 236 e lib. VI pag. 227, o A Li Riose con cerreto nel 1577 in ASS notar G. Greco di Cam. fs 30 pag. 214; seu Gradota nel 1693; Riosi in ASC 1693 SS. Rosario, 3t-4,quando vi possiede un territorio la Cappella del Rosario; nel 1764 in C.O. Cam. fs 4410 pagg. 180-509; alle Lanze e Politano nel 1754 in C.O. fs 4408; o RIOSI nel 1754 etc….Noce alias Ariosi in CPC 1819, 340: 6 e/f – mc 6 A), 394 slm, sito a ovest di Vallina San Pietro; la zona è raggiungibile da San Vito; dopo il ponte sul Vallone delle Fornaci prendere lo sterrato a destra, etc….v. Monte Ariosi nel Cilento (G. Volpe 61), l’omonimo palazzo a Marina, i Piani di Mariosa di Rocc. e Monte Arioso in Basil. (Racioppi II, 486).”. Sempre il Di Mauro (….), nel capitolo “La via dei Castelli e delle Pievi”, il saggio “Il ‘paese’ chiamato Ariosi ed il vicus Petrocella nella Lettera di Alfano I del 1079.”, in proposito a pp. 123-124 scriveva che: “C’è in montagna una zona a sud di S. Andrea di Licusati, detta Ariosi, che un tempo in parte apparteneva alla fam. Di Mauro. Era coperta di querce centenarie e tra queste c’è una grotta immensa, che scende a picco per moltissimi metri. La grotta è chiamata ‘Afaro ré Mauro’ (da non confondere con gli omonimi antri della Tempa di Mauro). Vincenzo Ruocco narra che dentro vi sono scesi gli speleologi, ma ad un certo punto hanno dovuto desistere perchè la cavità era senza fondo. La località è chiamata ‘Riosi o ‘I ‘Riosi e la gente dice che proprio là c’era un ‘paese’. Oggi si possono vedere due casolari ed un piccolo rudere, alcuni mucchi di pietre simili a tombe e qualche muretto con intonaco. Forse c’era una cappella o una chiesetta con romitaggio basiliano che faceva da centro di direzione dell’azienda agricolo-pastorale, ma non se ne ha notizia, né traccia. Il nucleo di case che doveva essere molto antico, forse medievale, come altri segni sembrano suggerire, come la moneta con l’iscrizione ‘Agamennon’, trovata nella vicina località Santi Quaranta. V. Villano mi assicura che la loc. nel 1940 era abitata da due coloni che coltivavano tutta la terra a partire dalla Casa di Biasuccio Salerno fin su ad Ariosi; ancora nel 1980 etc…Don Giuseppe Cataldo, nell’Archivio vescovile di Policastro, l’annovera tra le parrocchie della diocesi interpretando un toponimo della trascrizione settecentesca della lettera di Alfano I del 1079. ‘Hugo Venusinus’ riporta la nomina del vescovo Pietro Pappacarbone al 1069-1070. Il documento sarebbe tratto dal ‘Liber qui dicitur Aureus’ dell”Archivium Mensae Episcopalis Salernitanae’. Il bibliotecario di Policastro in un inedito scrive che si tratta di ‘Ariuso’ o ‘Arriuso’ confermando la vecchia lettura fatta dal vescovo Nicola Laudisio…….Egli non trovando altri toponimi simil nelle diocesi ritiene che potrebbe identificarsi con ‘Riosi’, il ‘paese’ di Ariosi di cui parlano gli anziani di licusati (Laudisio 71 e Cataldo 1973, 128 e 2001, 4-5)”. Infatti, mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi” (vedi a cura del Visconti), a p. 71, in proposito scriveva che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di codesta diocesi. Essa comprende le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villagio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino la fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, tutte queste località: Il Castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella etc…”. Il Di Mauro, a p. 124 continuando sulla lettera pastorale di Alfano scriveva che: “Una è del ‘clerico Joannem’ e parla di Ariosa, mentre quella del ‘Clericus Mattheus sacerdote salernitano’, cancelliere episcopale, del 1737, autenticata nel 1745, parla di ‘Arriape’ o ‘Arriapu’ ettc……I due documenti partono dal Mingardo col ‘Castellum quod dicitur de Mandelmo’ (il Castelluccio) e procedono verso est con quello di Camerota, Arriape/u e Caselle (in Pittari). Altri castelli nel territorio di Camerota alla fine del 1100 non ce ne sono, a meno che la bolla non voglia riferirsi a qualche opera di difesa, della quale si sono perse tracce e memoria. Potrebbe quindi per esclusione trattattarsi di un luogo fortificato tra Camerota e Caselle in Pittari, (che nell’elenco segue il nostro misterioso topon.), che potrebbe essere identificato con il castello di Roccagloriosa che procedendo verso est sta nel mezzo. Infatti, il documento, trascritto nel ‘700, nella premessa dell’elenco parla anche di un castello di mezzo, che una nota a margine identifica con Roccagloriosa, ‘costruito sul monte chiamato Tuofilo, situato sul lato orientale fino al torrente Chimesi’, territorio che non viene citato nell’elenco, lì dove dovrrebbe essere, cioè tra Camerota e Caselle, proprio dove è indicato ‘Arriape’. Il Laudisio parla esplicitamente del monte Tufolo. L’indagine sul catasto Onciario di Roccagloriosa rafforza l’ipotesi etc…Nulla aggiunge alla risoluzione dell’enigma la recente disamina del Galiano, che nell’elencare le località non segue l’ordine degli amanuensi e del Laudisio ma pone ‘Arriuso’ addirittura dopo Torraca, (Galiano 23). Pasquale Natella ritiene invece che non possa escludersi che si tratti di Ariosi di Camerota in quanto, anche in assenza di ruderi di difesa, il luogo costituiva una comunità che poteva essere distinta dai luoghi vicini di Castelluccio e Camerota. Monte Ariosi vicino Brianza è troppo distante e fuori diocesi.“. Il Di Mauro si riferisce al testo di Carlo Galiano (….), e del suo “La storia della diocesi di Policastro e la sua “Sinossi” del Laudisio” in Archivio Storico per le Province Napoletane – Napoli, Soc. Napoletana di Storia Patria, 2004.

(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)
Nel 1014, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ ai tempi di Guaimario IV
Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia.”. Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Naturalmente nei territori alle dirette dipendenze del “sacro palatio” erano funzionari che si avvicendavano secondo momenti di necessità. Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Questo personaggio chiamato Mansone, è un “vice-comes” o visconte normanno che appare anche in un documento del 1014 e che già da oltre dieci anni prima aveva iniziato la sua carriera amministrativa presso la corte del Duca Roberto il Guiscardo. Ma a quale documento si riferiva Ebner (….), quando a p. 16 postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner cita il “Codice Diplomaticus Cavensis” e dice che si tratta del vol. VII, doc. 3, pp. 122 e p. 128. Notizia interessantissima questa del “gastaldo” Mansone nell’anno 1014, che risulta dal “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. VII, 3, pp. 122 e 128. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Anche un altro, importante monastero sui pendii della Stella, quello di S. Michele Arcangelo – che era stato oggetto della nota donazione di terreni fin dall’a. 963,…….Le stesse note toponomastiche e amministrative, e riguardanti lo stesso monastero (“in lucaniense finibus” ecc….) si leggeranno in un patto agrario di pastinato, stipulato su ordine del gastaldo Mansone, “per largietaten domni mansoni inclitus castaldus”, nell’aprile 1014 (66).”. Acocella, a p. 59, nella sua nota (66) postillava che: “(66) CDC, III, 122, sg. 238 sg; Il Monastero di S. Michele Arcangelo (detto nel 963 “in mons coraci”; ricordato di passaggio nel doc. del 994: ……………., e poi nelle carte dell’ottobre 1008, del 1014, ecc…”. Dunque, Acocella scriveva che nel documento dell’aprile del 1014, veniva ricordato il Monastero di S. Michele Arcangelo, di cui fu abate S. Pietro Salernitano e ciò risulta da un contratto di pastinato contratto davanti al gastaldo Mansone nel 1014. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Anche questo Mansone di Amalfi ?. Il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela di un suo zio gastaldo Mansone, “per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Cosa significhi una “probabile giurisdizione Amalfitana” e quale legame possa avere avuto con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?.
Nel 1018, Pandolfo di Capaccio, figlio del principe Guaimario III e la sua Contea di Capaccio
Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio. Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio. Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento. Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Roani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”.
Nel ……, Teodora di Tuscolo, sposa di Pandolfo di Capaccio
Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano (5) e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6) I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). Nel 1054, data della sua ultima attestazione, Gregorio aveva tre figli e una figlia. Sua figlia, Teodora, sposò Pandolfo (o Landolfo), signore di Capaccio (1040-1052). I figli maggiori di Gregorio, Giovanni e Pietro (noto come Pietro de Columna, capostipite della famiglia Colonna), morirono giovani, e fu quindi il figlio minore, Gregorio III, a succedergli (1). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX. Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita. C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Asclittino di Sicigiano e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania. I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Guaimario V ebbe i seguenti figli: Gisulfo, Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e un’altra figlia, della quale è ignoto il nome (cfr. H. Hirsch-M. Schipa: op. cit., pag. 209).”. Dunque, uno dei figli di Guaimario V fu Pandolfo, detto di Capaccio. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Dunque, se “Glorioso” era figlio di Pandolfo di Capaccio, è plausibile che Mansone fosse un fratello di Pandolfo e fosse lo zio di Glorioso. Dunque, se si trattasse di Pandolfo di Capaccio, figlio di Guaimario III e fratello del principe Guaimario V, vorrebbe anche dire che questo conte Mansone sarebbe stato fratello di Pandolfo e di Guaimario V. Come si è già visto Pandolfo di Capaccio morì nella congiura del 1052 accorso a difendere il fratello Guaimario V. Mansone era fratello di Pandolfo di Capaccio e del Principe Guaimario IV, ovvero era un figlio di Guaimario III ?. Mansone era un figlio di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento ? Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. Altre notizie su Teodora di Tuscolo vengono da Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, Ebner scriveva che Guglielmo de Mannia sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “….Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda.”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Etc..”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″.
Nel 1027, il principe longobardo Guaimario III fondò l’Abbazia di S. Angelo a Pittari sul monte Pitraro vicino Caselle
Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.“. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135
Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.
Nel 1034, il monastero di S. Maria di Pattano e le concessioni di Guaimario IV
Pietro Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 31-32 , scriveva in proposito: “Pur abbondando di donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore…Intanto, favoriva, quasi a creare un contrappeso locale alla vicina tebaide del Mercurion, il cuore della spiritualità bizantina nel Cilento, il monastero di S. Maria di Pattano, come si è detto il più venerato tra i cenobi di quel territorio che certamente doveva aver visitato. Con questo si favorirono i vicini monasteri con esso congregati, esaltando la figura del traumaturgo S. Filadelfo le cui spoglie richiamavano a Pattano sempre più grandi turbe di fedeli. Nessuna meraviglia, perciò, che “Raidulfus comes” accogliesse (a. 1034) innanzi al suo tribunale come ‘Kreites’, arbitro più che giudice, in una contesa poderale sorta tra due monasteri italo-greci “in finibus lucanie”, appunto l’egùmeno di S. Maria di Pattano (86), etc….”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925“.
Nel 1038, l’Abate di Montecassino, Richerio
Dalla Treccani on-line leggiamo che Richerio era già abate di S. Benedetto di Leno (presso Brescia) prima del 28 febbraio 1036, quando l’imperatore Corrado II (1024-39) emanò un diploma in favore del monastero (Conradi II. Diplomata, a cura di H. Bresslau, 1909, n. 227, pp. 373-376). In questi anni la scena politica meridionale era occupata dalle ambizioni del principe capuano Pandolfo IV, filobizantino. Enrico II, giunto a Montecassino nel 1022, gli aveva sottratto il principato di Capua per concederlo a Pandolfo, conte di Teano. Di lì a poco, però, il principe riprese il controllo su Capua e le sue mire sulle terre cassinesi, imprigionando l’abate Teobaldo (1022-35), lasciando a Montecassino il fidato famulus Teodino e imponendo come abate il calabrese Basilio (Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, 1980, II, capp. 39-42, pp. 243-246, capp. 56-57, pp. 276 s., 281, cap. 61, pp. 285 s.). Nella Chronica monasterii Casinensis, fonte essenziale per ricostruire l’abbaziato di Richerio, si legge che i cassinesi si rivolsero a Corrado perché intervenisse contro gli usurpatori, sicché l’imperatore, sceso in Italia per affrontare alcune questioni politiche (Böhmer, 1951, pp. 129-138), da Roma, risultate vane le ambascerie al Capuano, si diresse a Montecassino nella primavera del 1038. Dopo la conquista di Capua, consegnata al principe di Salerno Guaimario IV, i monaci gli chiesero un nuovo abate, replicando alle resistenze di Corrado, il quale evocò il rispetto della Regola benedettina per un’elezione interna, che non c’era nessuno idoneum e congruum in tantis perturbationibus e sollecitando la nomina di Richerio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 63, pp. 291 s.), de noble gent et vaillant person (Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. de Bartholomeis, 1935, II, 5, p. 62). La sua elezione avvenne il 14 maggio e la sua consacrazione il 1° o il 3 giugno (Annales Casinenses, a cura di G.H. Pertz, 1866, p. 306; Annales Casinenses ex Annalibus…, a cura di G. Smidt, 1934, p. 1414; Annales Cavenses, a cura di F. Delle Donne, 2011, p. 32; Chronicon Vulturnense…, a cura di V. Federici, 1925, V, p. 84; Hoffmann, 1967, pp. 313, 316). Ritornato in Germania Corrado, Richerio fu coinvolto negli scontri tra i sostenitori di Pandolfo IV e i suoi avversari, fino a essere catturato dal conte di Aquino e liberato grazie all’intermediazione di Guaimario (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 68, pp. 304-306). Costui gratificò Montecassino con diverse concessioni (Bloch, 1986, pp. 203, 424) e indusse Richerio (per due volte, giacché in un primo momento egli era rientrato dalla Lombardia ove aveva raccolto milizie, forse a Leno) a recarsi in Germania per chiedere aiuto all’imperatore, poiché perduravano i problemi, come confermarono gli eventi successivi (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 69, pp. 306-308). Trascorsi due anni in Germania, nel 1043 circa Richerio ritornò con un seguito armato, con cui ristabilì il controllo su buona parte della Terra s. Benedicti (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 70, p. 208), ma dovette fronteggiare la minaccia dei Normanni, già utilizzati dagli stessi cassinesi come forza mercenaria. Nella primavera del 1045 i contingenti abbaziali espugnarono le roccaforti normanne, un evento che ebbe grande risonanza nelle fonti, arricchito anche da un miracolo di s. Benedetto a difesa della sua comunità (Desiderio di Montecassino, Dialoghi…, a cura di P. Garbini, 2000, III, cap. 22, pp. 132 s.). Nel 1047, però, si presentò di nuovo la minaccia di Pandolfo, rapidamente contrastata; nella circostanza comparve il nipote di Richerio, Ardemanno, a cui era affidata la Rocca di Evandro, che egli difese ponendosi anche in contrasto con lo zio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, capp. 74-76, pp. 315-320).
Nel 1038, l’Abate di Montecassino, Richerio (forse lo stesso Abate del Monastero di S. Pietro ad Aquara), secondo l’Antonini, avrebbe fondato il monastero di S. Nazario a Cuccaro
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575 parlando del casale di S. Nazarioin proposito scriveva che: “Il cenobio di S. Nazario…….Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino e aver accennato a un certo monaco (Nantaro) che avrebbe poi donato la cella da lui elevata all’abate anzidetto, indugia (p. 334) sull’arrivo colà di Nilo da Rossano. Conclude affermando l’infondatezza delle ipotesi che attribuiscono la fondazione del casale ad epoca successiva all’arrivo di S. Nilo nel luogo, mentre ritiene valida l’opinione di p. Lubin che ne attribuisce invece la fondazione ai seguaci di S. Basilio.”. Infatti, è il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 333-334 che, parlando del casale e del monastero di S. Nazario, in proposito scriveva che: “Calando verso Tramontana, in basso luogo vidi il Casale di S. Nazario. Ha buoni terreni per vari usi etc….Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Roccagloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. ad. III. Idus Decembris MLV. il quale sentimento fu seguitato dal ‘Mabillon’ ne i citati ‘Annali’, soggiugnendo che, l’elezione fu fatta in Capua presente l’Imperador Corrado: e ‘l ‘Pellegrino’ dice di più: ‘Editus Anonymus Cassinensis consueto errore abitum Richerii notat ad annum MLIV. onde potrebbe esser, che la fondazione del Casale fosse fra il MXXXVII e’ ‘l MLV. Ma il dubbio maggiore consiste in ciò, che l’ Ostiense scrive nel cap. 49, lib. 11. cioè, che questa fondazione fosse stata fatta da Adamo Abate di Montecassino e, non già da Richerio ‘juxta Melpham fluvium’.”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Dunque, l’Antonini citava l’“Anonimo Cassinese” (pubblicato da Camillo Pelegrini), il quale “l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”, ovvero che l’Abate di Montecassino, Richerio, nel 1040 scacciò i Normanni dalla “de Terra Sancti Benedicti” e che mori nel 1054. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Il Di Stefano scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro.”. Il Di Stefano cita ancora l’Antonini. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli etc…”.
Nel 1045, il principe longobardo Guaimario IV (V) concede a S. Bartolomeo Abate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo l’annessione di S. Maria di Rofrano
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 32, in proposito scriveva che: “Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925“. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 32-33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Si spega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Velia.”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. La Falcone (….) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge: “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis etconsul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. Etc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio “Alfano “est unctus” duca di Puglia”. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, mi occupo in questo mio scritto. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (10). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge: “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” :

(Fig…..) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).
Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:
Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta di Schipa (….) scriveva in proposito che: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della ‘Bolla di Alfano’, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”.
Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.
Nel 1045, il conte Rodolfo o Laidolfo
Sull’antefatto, ovvero alla prigionia a Montecassino di “Rodolfo”, in un blog leggiamo che il momento più difficile per il bellicoso abate Richerio si presentò quando alcuni Normanni si stanziarono nella Rocca di S. Andrea (in provincia di Frosinone), da loro stessi eretta, ponendo lì il nucleo di una più ampia e minacciosa presenza per Montecassino (213). Nella primavera del 1045, inoltre, il normanno Rodolfus (forse Rainulfo conte di Aversa) con un gruppo di armati si recò da Richerio, depose le armi ed entrò nella chiesa – probabilmente quella del S. Salvatore – per pregare : gli uomini del monastero, però, li assalirono e cominciarono poi a dare la caccia a tutti i Normanni presenti nella Terra S. Benedicti, riuscendo alla fine a riprendere il controllo sui domini cassinesi. La circostanza ebbe una vasta eco nella fonti, non solo cassinesi (214). La nota (214) postilla che: “(214) Amatus Casinensis, Historia, II, 42, p. 108-109 ; CMC, II, 71, p. 310-311 ; Annales Casinenses”. In questo frangente, però, Richerio trovò un alleato inaspettato in Atenolfo conte di Aquino e duca di Gaeta, succeduto a Landone e prigioniero di Guaimario, che si offrì di difendere i diritti cassinesi, sicché la questione si risolse con il ritiro di Pandolfo, nonostante poco dopo l’abate dovesse poi fronteggiare, ma con successo, le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno (219). La nota (219) postilla che: “(219) CMC, II, 74-76, p. 315-320 ; Bloch 1986, I, p. 192 ; RPD, III, n. 369, p. 1061-1062. Cf. Fabiani 1″. Bloch 1986 = H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, I-III, Roma, 1986. Bloch 1998 = H. Bloch, The Atina dossier of Peter the Deacon of Monte Cassino. A Hagiographical romance of the twelfth century, Città del Vaticano, 1998 (Studi e Testi, 346). CMC = Chronica Monasterii Casinensis, ed. H. Hoffmann, Die Chronik von Montecassino, Hannover, 1980 (M.G.H., Scriptores, 34). Dunque, l’Abbate di Montecassino, Richerio dovette fronteggiare le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno. Sulla Treccani on-line leggiamo su “Drogone” d’Altavilla che solo, però, dopo la morte di Guglielmo, egli emerse con particolare rilievo, quando, col consenso dei compagni d’arme, divenne duca di Puglia e, quindi, capo riconosciuto dei Normanni, grazie anche all’appoggio di Guaimaro IV di Salerno, che intendeva continuare in tal modo la sua politica favorevole ai fratelli Altavilla e ai Normanni. Ebbe perciò dal principe di Salerno la mano della figlia, il riconoscimento della preminenza su tutti i suoi compagni e l’aiuto politico necessario a conseguire l’accordo con Montecassino, mentre, da parte sua, interveniva a fare da intermediario tra Guaimaro e il conte d’Aversa, che venne rimesso in libertà. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, secondo la notizia dataci dallo Schipa, la folta delegazione di cavalieri inviati da Guaimario V a Montecassino con Drogone, riuscì a convincere l’Abbate di Montecassino, Richerio e a far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Ma chi era “Rodolfo” ?. Dunque, lo Schipa, quando scriveva che “trasse dal carcere Rodolfo” si riferiva a Rodolfo, conte d’Aversa. Drogone si recò a Montecassino per far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Chi “Rodolfo, conte di Teano”, imprigionato dall’abbate, credo Richerio, a Montecassino ?. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “In mezzo a questi eventi, tornava di Germania l’Abbate Richerio; e condotte di là non poche genti d’arme, s’accingeva a spazzare dalle terre cassinesi quanti erano usurpatori, tra’ quali il più temuto appariva un Conte Rodolfo normanno, genero di Rainulfo…”. Chi era questo “Rodolfo” genero del conte Rainulfo ? Sulla Treccani on-line leggiamo che “In quei mesi un susseguirsi di torbidi locali provocati dal perenne tramare del conte di Aquino, Atenolfo (IV), e di Rodolfo, genero del defunto conte Rainulfo, insieme con il principe di Capua, Pandolfo (IV), ritornato quest’ultimo dall’esilio di Costantinopoli, avviò un processo di destabilizzazione del potere di G. che vide, inoltre, espellere da Aversa quel Rodolfo Cappello da lui posto al controllo della Contea. Rainulfo Drengot era infatti riuscito a fuggire dalla prigione salernitana, a far esiliare Rodolfo e, grazie alla corruzione e ad appoggi politici locali, a farsi eleggere conte di Aversa.”. Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo II di Aversa detto Trincanotte (… – 1048) fu il quarto conte di Aversa (1045-1048). Dopo la morte prematura, senza figli, del secondo conte d’Aversa, Asclettino II Drengot, il cugino Rainulfo Trincanotte era il candidato naturale, appoggiato dai Normanni; il principe Guaimario IV di Salerno tentò invece di imporre il suo candidato, Rodolfo Cappello, che riuscì in un primo momento a sconfiggere ed imprigionare Rainulfo; ma questi riuscì a liberarsi ed a scacciare il rivale Rodolfo, ottenendo anche il riconoscimento dello stesso Guaimario. Anche al fine di derimere la vertenza, l’imperatore Enrico III convocò per il 3 febbraio 1047 la Conferenza di Capua, con Guaimario V di Salerno. L’imperatore legittimò i possessi acquisiti di fatto da parte delle famiglie normanne e confermò i titoli feudali di Drogone d’Altavilla e di Rainulfo, terzo conte di Aversa e Duca di Sorrento, i quali divennero suoi vassalli; distaccò da Salerno il Principato di Capua e lo restituì al legittimo Pandolfo IV, anche se questo territorio costituiva l’obiettivo della famiglia Drengot.
Nel 1046, “LEONE DI MANSO o di MANSONE” inviati a Montecassino da Guaimario IV insieme a Guido di Sorrento, Rainulfo II, conte d’Aversa, detto Trincanotte e a Drogone d’Altavilla per chiedere all’Abbate di liberare il conte di Teano
Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 32-33, in proposito scriveva che: “…e che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più che regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti di Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87).”. Ma la notizia interessante è un’altra. Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato con Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 213, dopo aver parlato dell’ascesa al trono di Gisufo II, in proposito scrivevano che: “…Gisulfo volle disfarsi di Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani…..(5)”. Lo Schipa, a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5) Aimé, lib. III, c. XL bis., 94-96. Pare che uno dei due fratelli perseguitati da Gisulfo sia quello stesso Leone di Mansone spedito da Guaimario V a Montecassino insieme a Guido di Conza, nel 1046.”. Per questa notizia, lo Schipa, a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5) Aimé, lib. III, c. XL bis., 94-96.”. Infatti, l’Aimé (….), nel suo “L’Ystorire de li Normant – La chronique de Robert Viscart”, nel cap. III, c. XL bis., p. 95, in proposito scriveva che: “Més pour covrir ceste iniquitè qu’il voloit faire, il se ordena de traire de sajète et faire mal à dui frères, c’est à Manson et à Lyon etc..” che tradotto significa: “Ma per coprire questa nequizia che voleva fare, si è ordinato di mungere la sua strada e fare del male a due fratelli, tocca a Mansone e Leone”.

Vincenzo De Bartolomeis (….), nel suo “Amato di Montecassino, Storia dei Normanni”, a p……, nella nota (I) postillava che: “(I) ……….
Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 199, riferendosi a Rainulfo II, conte di Aversa, in proposito scriveva che: “Sicchè quando vide Drogone, appostato sotto i monti di Sarno, a sbarrargli la via, affidandosi a lui, lo supplicò d’ottenergli la grazia del Principe. E questi, per la intercessione del Conte di Puglia, e più ancora per togliere al nemico quest’ultimo aiuto, concesse la grazia, investendo Rainulfo II della Contea, che aveva usurpata; e inviollo, di lì a poco, a Montecassino, con Guido di Sorrento e un Leone di Mansone, a impetrare dall’Abbate la libertà del conte di Teano, insidiosamente imprigionato dal custode della Rocca d’Evandro (30)”. Lo Schipa, a p. 199, nella nota (30) postillava che: “(30) Aimé, lib. II, c. XXXIII, XXXV sg. e XXXVIII, p. 58-61 e 64. – Leone Marsicano, lib. II, c. 66, 74-76, 676, 681 e 682.”. Lo Schipa (….) riferendosi al principe Guaimario V scriveva che: “…..Rainulfo II della Contea, che aveva usurpata; e inviollo, di lì a poco, a Montecassino, con Guido di Sorrento e un Leone di Mansone, a impetrare dall’Abbate la libertà del conte di Teano, insidiosamente imprigionato dal custode della Rocca d’Evandro (30)”. La notizia la ritroviamo anche in Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali diplomatici-critici della mezzana età etc…”, vol. VII, p. 269, dove in proposito scriveva che: “Tuttavia per interposizione del Principe Guaimario, per mezzo del fratello ‘Guido’, del conte ‘Rainolfo’, e dell’illustre ‘Leone di Manso’; l’Abbate, fattosi dar giuramento da lui, e dai suoi fratelli, pose Laidolfo in libertà.”. Lo Schipa riferiva la notizia, che lui dice che è lasciata intendere da Amato di Montecassino, secondo cui il principe Guaimario V, nel 1046 liberò Rainulfo II della Contea, ovvero Rainulfo II, conte di Aversa e lo inviò a Montecassino con Guido di Sorrento, fratello di Guaimario V, Leone di Mansone che dovevano chiedere all’Abbate la libertà per il conte di Teano. Pare che a questa missione avesse partecipato anche il conte normanno Drogone. In ogni caso l’episodio raccontato da Amato di Montecassino è accaduto dopo la morte di Guglielmo Braccio di Ferro e dopo l’elezione di Drogone a Conte di Puglia. Dunque, la notizia dataci dallo Schipa è la seguente: nell’aprile o maggio del 1046, subito dopo la morte di Guglielmo Altavillla (Guglielmo detto Braccio di Ferro), il principe Guaimario V investì Drogone della Contea e, concedendogli anche la mano della figlia, lo portò con sé a Montecassino con un gran seguito di Cavalieri. Da Wikipedia leggiamo che nel 1046, morì, senza eredi, il fratello maggiore Guglielmo. Tentò di succedergli il conte Pietro I di Trani. La Contea di Puglia passò, così, a Drogone, secondo conte di Puglia. Egli mediò tra il sovrano longobardo di Salerno e la casa Drengot Quarrel e ripristinò l’alleanza tra le tre fazioni. Guaimario, così, gli concesse in sposa la sorella Gaitelgrima. Ebbe perciò dal principe di Salerno la mano della figlia, il riconoscimento della preminenza su tutti i suoi compagni e l’aiuto politico necessario a conseguire l’accordo con Montecassino, mentre, da parte sua, interveniva a fare da intermediario tra Guaimaro e il conte d’Aversa, che venne rimesso in libertà. Lo Schipa (….), riguardo la notizia che nell’anno 1046, il principe Guaimario V inviò a Montecassino una folta delegazione di cavalieri di cui facevano parte anche i due ricchissimi fratelli Salernitani, Mansone e Leone, a pp. 196-197, riferendosi al principe di Salerno Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…un candidato alla successione, bisognò che Guaimario si recasse colà, dove fece prevalere il partito di Drogone, fratello al Conte morto, e investitolo di quella Contea, gli concesse anche la mano della figlia e ricca dote. Dopo ciò (aprile o maggio 1046) menò seco il nuovo Conte e gran seguito di cavalieri a Montecassino. Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, è forse a questo episodio che lo Schipa si riferiva quando a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5)…..Pare che uno dei due fratelli perseguitati da Gisulfo sia quello stesso Leone di Mansone spedito da Guaimario V a Montecassino insieme a Guido di Conza, nel 1046.”. Lo Schipa, a pp. 196-197 riferendosi a Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo ciò (aprile o maggio 1046) menò seco il nuovo Conte e gran seguito di cavalieri a Montecassino.”. Lo Schipa, sulla scorta dell’Aimé postillava che uno dei due ricchissimi fratelli salernitani perseguitati da Gisulfo II, sia lo stesso “Leone di Mansone” che il principe Guaimario V spedì a Montecassino insieme a suo fratello Guido di Conza nel 1046. Qui, lo Schipa lo chiama “Leone di Mansone”. “Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani”, o “Leone di Mansone”, come scrive sempre lo Schipa, dovettero recarsi a Montecassino, su ordine di Guaimario a pregare l’Abbate di liberare il conte di Teano. Dunque, lo Schipa scriveva che nell’anno 1046, il principe Guaimario V spedì Rainufo II di Aversa “e inviollo, di lì a poco, a Montecassino, con Guido di Sorrento e un Leone di Mansone”. Dunque, lo Schipa, ancora sulla spedizione a Montecassino nell’anno 1046 scriveva che il principe Guaimario V, su sollecitazione di Drogone, dopo aver investito della contea Rainulfo II di Aversa, quella che aveva precedentemente usurpata (e che in seguito gli fu riconosciuta da Guaimario), “e inviollo, di lì a poco, a Montecassino, con Guido di Sorrento e un Leone di Mansone”. Da Wikipedia leggiamo che la località o roccaforte di “Rocca d’Evandro” era una rocca fortificata oggi nella Provincia di Caserta Rocca d’Evandro è un comune italiano di 3 136 abitanti della provincia di Caserta in Campania. Prima dell’XI secolo nota come Rocca di Bandra o Rocca di Vandra o Vandra. La notizia la ritroviamo anche in Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali diplomatici-critici della mezzana età etc…”, vol. VII, p. 269, dove in proposito scriveva che: “Laidolfo in libertà.”. Chi era questo “Laidolfo” posto in libertà dall’abbate di Montecassino per intercessione del principe Guaimario V ?. A Guaimario succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. Pietro Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che: “(17) Rainolfo Trincanote, nipote di Rainolfo I di Aversa (Amato, II 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, vedi in Amato, cit., p. 99.”. Su Amato di Montecassino, Ebner, a p. 18, nella nota (39) postillava: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis, Roma, 1935,”. Lo Schipa scriveva che Guaimario V, nel 1046 inviò a Montecassino una folta schiera di Cavalieri tra cui Guido di Sorrento o di Conza (suo fratello), Rainulfo II di Aversa e “Leone di Mansone”. Essi dovettero recarsi a Montecassino per pregare l’Abbate per liberare “la libertà del conte di Teano, insidiosamente imprigionato dal custode della Rocca d’Evandro (30)”. Dunque, questo “Leone di Mansone”, fu “spedito da Guaimario V a Montecassino”, insieme a Guido di Sorrento e a Rainulfo II di Aversa a pregare l’Abbate dell’Abbazia benedettina di Montecassino per la liberazione del conte di Teano. Su Rainulfo II di Aversa, lo Schipa, a p. 202, in proposito scriveva che: “D’ogni modo, il sospetto, che ispirava la potenza di Guaimario, apparve alla discesa di Arrigo III. Geloso questo della sua autorità, come già aveva fatto in Germania, venuto in Italia etc…etc…Perciò, com’egli – visitato a Montecassino l’amico Richerio, e uditene forse le querele – cominciando il febbraio 1047, passò a Capua, quivi, o spontanei o invitati, primi ad accorrere furono i due conti Rianulfo II e Drogone, affrettandosi a porgere ossequi e doni. E Arrigo allora, senza darsi pensiero di Guaimario, di sua mano, entrambi investì delle contee, e li fece suoi diretti vassalli.”. Dunque, nel 1047, Rainulfo II, conte di Aversa e Drogone furono investiti dall’imperatore Enrico III delle loro Contee e non dipendevano più da Guaimario V. Lo Schipa, continuando il suo racconto su quegli anni, a p. 204, scriveva che: “Si sa solo che in Aversa, morto Rainufo II (tra la fine del 1047 etc..), fu eletto a succedergli, sotto la tutela di un conte Guglielmo, il figlio Ermanno, ancor bambino, pospostogli l’adulto Riccardo, fratello del secondo Conte, che per cagione sconosciuta, trovavasi prigioniero del conte Drogone (37).”. Su “Rainulfo II detto Trincanotte”, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 84 parlando dei territori sottratti a Gisulfo II in proposito scriveva che: “Da Eboli, però, verso la fine di quel secolo (a. 1083) datò alcuni diplomi anche Emma, figliuola di Goffredo di Hale, sposa dapprima di Rao Trincanotte, parente di Rainolfo I, conte di Aversa, e poi di Guimondo dei Mulsi.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che: “(17) Rainolfo Trincanote, nipote di Rainolfo I di Aversa (Amato, II 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, vedi in Amato, cit., p. 99.”.
Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani, nel vol II, a p. 768 ci parla del “Lignaggio di Lamberto di “bona memoria”. In questo saggio la Taviani raccoglie notizie su questo personaggio di origine Spoletana che venne a stabilirsi a Vietri sul Mare. Ella scriveva che (traduzione dal francese) che: “La consanguineità che unisce tra loro i ‘proceres’ o nobili moltiplica nello stesso tempo i rapporti del principe. I cognomi più noti dei Conti furono portati intorno alla metà dell’XI secolo dai genitori di Guaimario IV e da quelli di Gisulfo II. Una donazione a Montecassino fatta nel 1040 da Guaimario IV ha come “rogatari” due “parenti” del principe, il conte Maione figlio del conte Pandone e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186). Etc…“. Dunque, la Taviani-Carozzi, forse sulla scorta dello Chalandon ricorda l’episodio descritto nel “Registro di Pietro Diacono su Montecassino”, in cui il conte “Maione” (o Mansone ?) che venne inviato a Montecassino dal principe longobardo Guaimario IV. La Taviani pone l’evento al 1040 mentre lo Schipa lo pone al 1046. Inoltre, cosa molto interessante che, la Taviani scrive: “ha come “rogatari” due “parenti” del principe, il conte Maione figlio del conte Pandone e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186)”. La Taviani-Carozzi, a p. 768, nella nota (186) postillava: “(186) Registrum Petri Diaconi…., cit., f° 158 (r°-v°), 159 (r°), et ‘Aula’, III, caps. XII, Cass. I, 13.”. Dunque, secondo la Taviani, “il conte Maione” (o Mansone ?) era figlio di Pandone ed era parente del principe di Salerno Guaimario IV. A quale “Pandone” si riferiva la Taviani ?. Forse si riferiva a Pandolfo di Capaccio che nel 1018 ebbe la contea di Capaccio ed era fratello di Guido di Conza e di Sorrento e del principe Guaimario IV. Ma se così è, mi chiedo come mai la Taviani, a p. 768, aggiunge che: “I loro cognomi suggeriscono una parentela con le consorti di Sainta-Maria ‘de Alimundo’ e da lì, forse, con la stirpe del conte Daufierio. Tra il 1053 e il 1058, incontriamo nella parentela di Gisulfo II i conti Guaifiero e Lamberto, in Alberto, figlio di un conte Alfiero (187). Anche ‘dilectus parens’ di Gisulfo, conte Audoaldo, beneficiario del principe nel 1056 (188).”. Inoltre, la Taviani scriveva pure un’altra notizia interessante che ci avvicina al nostro Mansone di Roccagloriosa. Infatti ella scriveva pure che: “e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186).“. Dunque, oltre al “rogatario” Maione, parente del principe Guaimario IV vi era anche l’altro “rogatario” della sua donazione “…e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186)”. Chi era questo parente del principe Guaimario IV, chiamato “Grimoaldo”, conte del palazzo “Madelme” ?. Ricordiamoci che il castello di Licusati è chiamato castel Madelmo.
Nel 1054, Teodora di Tuscolo si fece monaca e la bolla di Amato, vescovo di Capaccio
In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del “(ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Atanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73). Della figura di Teodora di Capaccio ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV. Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII
Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.
Nel……., il conte normanno Leone, padre del conte “Manzo” o “Manso” o “Mansone”, conte di Roccagloriosa e Padula che nel 1130 fece testamento sul letto di morte
Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa riporta la seguente notizia storica: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini scriveva che a Roccagloriosa vi era un monastero di monaci basiliani che però nel 1130, il conte del luogo, “Manso Leone Signor del luogo con suo testamento dotò la Chiesa di buone rendite ecc…”. Antonini scriveva pure che i beni che “Manso Leone Signore del luogo” lasciava al monastero erano stati in precedenza della sua moglie chiamata “Gatullina”. L’Antonini non postilla alcun riferimento bibliografico da cui trae l’interessante notizia però, sempre a p. 385 egli introduce la notizia premettendo di un chronicon e manoscritto apocrifo che lui chiama del “Monaco di S. Mercurio”. Antonini, a p. 386 ci parla anche della badessa “Altruda sua sorella” di questo nuovo monastero diventato femminile con il lascito del 1130 di “Manso Leone Signor del luogo”. Antonini, come vedremo in seguito ci parla anche del “Conte Guidone nipote di Manso” che nel 1133 ratificò il testamento di Manso. Dunque, la notizia è interessantissima perchè ci parla di un monastero che esisteva nei pressi di Roccagloriosa ancor prima dell’anno 1130 e ci parla pure dei feudatari del tempo. Indagando su questo “Manso Leone Signor del luogo” notiamo che l’Antonini cita anche l’abate Ughelli. Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”. Infatti l’Antonini, a p. 386 scriveva: “L’Abate Ughellio, Italia Sacra, tomo 6, fol. 143 riferiva che questo Monistero di monache fosse stato da Turchi ruinato”. In seguito, Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, il Laudisio in questo breve passaggio oltre a citare il II vescovo (?) di Policastro, “Arnaldo nominato vescovo di Policastro nel 1110” cita anche il conte Normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Sebbene il Laudisio non riportasse alcun riferimento bibliografico circa la notizia di Arnaldo e del conte Leone, è molto probabile che abbia tratto la notizia dall’“Italia Sacra” di Ferdiando Ughelli (….). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò in perpetuo i beni al seminario diocesano. Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Il Laudisio, però, non fornisce nessun riferimento bibliografico. Dunque, il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa “perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Dalla Relazione di De Micco (….) apprendiamo che: ”Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Ecc…”. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Secondo il Romaniello, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini, a p. 36 scriveva pure che il conte Normanno Leone, “il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) ecc…Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, anche perchè in quel periodo calamitoso, in seguito alle accennate invasioni e depredazioni saracene, il numero delle donne si riduceva sempre di più; e, per salvare queste, le invitava nei monasteri, dove gl’invasori, per il rispetto alle chiese e luoghi pii, non osavano mettere facilmente piede”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il Romaniello, riguardo il monastero femminile di S. Leo, fondato da Leone conte Normanno, postillava che siccome vi era una chiesetta in questo cenobio si chiamò “Cannamaria”. Dunque, i questo passaggio padre Romaniello conferma al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al Monastero maschile di San Mercurio, da tempo abbandonato ma già preesistente da molto tempo, furono fatti edificare dal conte normanno Leone, i due monasteri femminili di “Santo Leo” e quello di “Santa Veneranda”. Il sacerdote Romaniello (….), scriveva che Roberto il Guiscardo aveva donato il feudo di Roccagloriosa al suo parente il conte normanno Leone che, al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al monastero maschile di San Mercurio che esisteva già da tempo e che era rimasto abbandonato in seguito alle incursioni di Narsete ecc…, volle fondarne altri due femminili, quello di “Santo Leo” e quello di “Santa Venere”. Anche padre Romaniello è molto chiaro sulle origini del feudo Normanno di Roccagloriosa che, dal conte Normanno, Leone, parente di Roberto il Guiscardo, fu ereditato dal figlio suo, il conte Manso o Mansone, che, nel 1130, prima di morire fece testamento e unificò i due monasteri laasciando la guida alla sorella Altrude. Il Laudisio, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: ”Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Dunque, mons. Laudisio cita il “conte normanno Leone”, padre di “Manso”, conte di Roccagloriosa e di Padula. La notizia del Laudisio, di un vescovo “Arnaldo”, di un conte “Leone” e di un “Manzo conte di Roccagloriosa e Padula” fu in seguito ripresa dal sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. Ecc..”. Dunque, l’Agatangelo scriveva che il conte normanno Leone era parente di Roberto il Guiscardo. In seguito la notizia storica che riguarda Roccagloriosa ma non solo fu ripresa da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.”. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner però, a differenza del Laudisio, parla del “Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.”. Infatti, anche l’Antonini si riferisce al “testamento” del conte Leone. Egli scrive: “…..sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. Antonini scriveva “con suo testamento”. Certo vi sono delle forti discrepanze con ciò che scriveva il Laudisio che faceva riferimento all’Ughelli. Il Laudisio faceva riferimento al vescovo “Arnaldo” che nell’anno 1110 “autorizzava Manso”, mentre l’Antonini scriveva “che nell’anno MCXXX Manso Signor del luogo con suo testamento (2) dotò etc…”. Dunque, la notizia è riferibile all’anno 1110 o all’anno 1130 come scrive l’Antonini, ovvero anno della morte di Mansone ?. Inoltre, “Gatullina” era moglie del conte Leone o era la moglie del conte “Mansone” ?.
Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Infatti, il Laudisio (9), sulla scorta dell’‘Italia Sacra’ dell’Ughelli (11) che a p. 542, scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Secondo il Laudisio (9), dunque il documento Normanno non era il testamento del conte Manzo ma si trattava dell’autorizzazione di Arnaldo che autorizzava Manzo ad unire i due monasteri. 3) l’autorizzazione dell’anno 1130 (anno MCXXX) con il quale, Arnaldo, vescovo di Policastro “Questo vescovo, autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.
Nel ……., Leone, conte normanno di Roccagloriosa e Padula e la sua vasta tenuta del Centaurino
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa accenna alla vasta tenuta del Centaurino ed in proposito scriveva che: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, l’Antonini ci parla del “nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2)” e, poi aggiunge che Manso dona il possedimento che “ch’erano state di Gatullina sua moglie;”. Dunque, secondo l’Antonini, “Gatullina” era la moglie del vice-conte Manso. L’Antonini (….), a p. 385, a proposito del testamento di Mansone, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Con titolo di testamento soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. ‘Ambrosio Morles nelle note al Diploma del Re Veremondo’ sicuri ce ne fa (oltre tant’altri) colle seguenti parole: “Solemne bis etc…”. L’Antonini disserta sul documento di cui è a conoscenza e che chiama ‘testamento di Manso’. Dunque, l’Antonini scriveva del testamento del vice-conte normanno Manso o Mansone che il 3 aprile 1130 fece testamento e dotò il Monastero di San Mercurio a Roccagloriosa della vasta tenuta del Centaurino: “dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc..”. Secoli dopo l’Antonini, il sacerdote Agatangelo Romaniello (18), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p……, sulla scorta dell’Antonini (….), in proposito al monastero di S. Mercurio e riferendosi al conte Normanno Leone, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (…) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. L’Agatangelo (18), traeva queste notizie e postillava nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello, non ci parla del vice-conte normanno Manso o Mansone e del suo testamento ma scriveva che era ‘Leone normanno’ (parente del potente Roberto il Guiscardo). Il Laudisio, sebbene citasse la notizia del testamento di Mansone non dice nulla sulla tenuta del Centaurino e sulla dote concessa al Monastero di S. Mercurio. Ma chi fu a dotare l’antichissimo Monastero di San Mercurio (rinato), della vasta tenuta del Centaurino o “Cannamaria”, che come è stato più volte scritto apparteneva a “Gatullina” ?. Fu il conte Leone, di stirpe normanna e la moglie Gatullina o fu il figlio, il vice-conte normanno Manso o Mansone che nel 1130 fece testamento ?. Di un precedente lascito o testamento, precedente al testamento di Mansone, figlio di Leone, ha parlato Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 citando ciò che aveva scritto Lorenzo Giustiniani (….), su Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, Ebner lascia intravvedere che il conte Mansone, nel 1130, nelle sue volontà testamentarie lasciò in dote la vasta tenuta del Centaurino o di “Cannamaria” alla sorella o figlia Altrude ed al Monastero riunito e rinato di San Mercurio a Roccagloriosa, lascito di beni che possedeva in seguito all’eredità del padre Leone e della madre Gatullina. Sulla figura del conte di stirpe Normanna Leone, signore di Roccagloriosa e di Padula al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie (?) Gatullina non abbiamo notizie certe se non le poche parole citate dall’Antonini. Dell’antichissimo Monastero di San Mercurio e dei suoi possedimenti abbiamo molte notizie storiche che si riferiscono a molto prima della venuta dei Normanni nel Regno. Abbiamo notizie del passaggio di S. Nilo, notizie tutte documentate ma della tenuta del Centaurino si conoscono alcune notizie perchè dopo il secolo XVI iniziarono ad esserci liti e cause con la Curia che cercò di impossessarsi del vasto possedimento forse lascito dei Longobardi al Monastero di S. Mercurio. Sappiamo che in origine il monastero di S. Mercurio era un monastero di Monaci maschi, forse un antico cenobio basiliano, inserito in un circuito di Monasteri Carbonensi. Infatti, il Romaniello, a p. 36, in proposito scriveva che: “Non si sa con precisione fino a quando i monaci abitarono nel monastero di S. Mercurio. Molto probabilmente lo abbandonarono definitivamente agli inizi del secolo XI, quando, a causa delle frequenti scorrerie saracene, la permanenza nel monastero si rese molto difficile per i monaci, i quali erano costretti spesso a girovagare ed a nascondersi nelle grotte e per le montagne boscose. Solo durante la dominazione normanna (1040-1198) i monaci poterono rirendere a vivere nel loro primiero splendore, perchè quelli impedirono energicamente le depredazioni saracene e sottrassero alla giurisdizione vescovile i monaci, i quali ebbero monasteri stabili, ampi, solidi e ben dotati, tali da permettere una più ordinata ed intensa operosità ascetica e culturale (63).”. Romaniello, a p. 36, nella nota (63) postillava che: “(63) Gassisi Sofronio, op. cit., p. 809”. Romaniello si riferiva al testo di Sofronio Gassisi (….), “I manoscritti di S. Nilo Juniore”, Roma, 1905; “Innografi italo-greci – Le poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo monaco”, in “Oriente christianus”, n. 5 (1905), pp. 26-82. Solo con la venuta dei Normanni diventò un monastero benedettino e claustrale per volontà del conte Leone. Addirittura il sacerdote Agatangelo Romaniello, a p……, riferendosi al conte Leone, in proposito scriveva che: “Leone normanno, …..che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, ecc….”. Dunque, secondo il Romaniello, la vasta tenuta o possedimento del Monte Centaurino consisteva in una vasta tenuta di terreno che si estendeva per 14 miglia. Il Romaniello scrive pure che all’arrivo del nuovo feudatario, il conte normanno Leone, “scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano”. Purtroppo l’interessante notizia non è suffragata da riferimenti bibliografici. Chi fossero questi ladri che derubavano e depredavano non si capisce. Forse ci si riferiva alla popolazione di Bulgari che avevano in precedenza occupato la rocca fortificata di Roccagloriosa.
Nel XI secolo, i due monasteri di San Leo e Santa Veneranda detto di ‘Cannamaria’ a Roccagloriosa sulla strada per Torre Orsaia, rifondati dal conte Leone normanno
Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: ”Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Sulla fondazione di due Monasteri femminili e claustrali a Roccagloriosa ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64)……, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Ecc…”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il sacerdote Romaniello, sulla scorta di diversi autori, lasciava intendere che nel secolo XII, quando cioè il feudo di Roccagloriosa passò al conte normanno Leone, egli fece costruire due nuovi monasteri feminili e claustrali: il monastero di Santo Leo e quello di Santa Veneranda che si trovava luno la strada per Torre Orsaia e che in origine si chiamò di “Cannamaria”. Su questi due monasteri ha scritto pure il comm. De Micco (….), recentemente da me rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra il “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il De Micco, riferendosi alla vasta tenuta del Centaurino, a p. 6, in proposito scriveva che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, ecc…”.
Nel 1051, il conte Sicone e il guidice Rodoaldo figlio di Giovanni vendono a “Leone atranese” e sua moglie le loro terre che saranno ereditate dal loro figlio “Pietro di Blacta”, figlio di “Leone Atranese”
Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 31, in proposito scriveva che: “Dopo il 980, il vuoto documentario di circa cent’anni, non ci permette di delineare l’evoluzione del monastero e della chiesa annessa. Vuoto che è interrotto da un solo atto del 1051 pervenutoci trascritto per sommi capi in un documento del 1086 (50) (v. anche oltre) col quale il conte Sicone e il guidice Rodoaldo figlio di Giovanni vendono ad un certo Leone atranese e sua moglie le loro terre che avevano in ‘loco Lucanie iuxta rebus ecclesie Sancte Marie de Gulie dicitur’, ma senza precisarne i confini, trasmesse poi al loro figlio Pietro di Blacta. Solo nel 1071, quando i Normanni avevano messo le mani sulla maggior parte delle terre longobarde, etc..”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (50) postillava che: “(50) ABC, XIV, 59.”. Dunque, il La Greca scrive di questo documento cavense che nel 1051 viene stipulato un atto di compra-vendita tra il conte Sicone ed il “giudice Rodoaldo, figlio di Giovanni” che vendettero delle terre a “Leone atranese” ed alla sua moglie. Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale secoli XI-XV”, a pp. 161-162 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Bisogna, tuttavia, aspettare il 1051 per tornare ad avere notizie sul complesso di Santa Maria ‘ad gulie’, in un atto del 1086, infatti, si rintraccia la trascrizione di un documento più antico, secondo il quale il conte Sicone avrebbe venduto a Leone Atranense terre ‘in loco Lucanie’, iuxta rebus ecclesie Sancte Marie, ubi ad gulie dicitur’.”. Secondo la Visentin, questa notizia, che risale all’anno 1051, si desume da un documento postumo del 1086, in cui un certo Pietro de Blacta figlio di Leone Atranense, rivendicava alcuni beni a S. Maria de Gulia. Infatti, la Visentin, a p. 162 continuava scrivendo che: “Nel settembre del 1086 Pietro de Blacta, filius quondam Leone, avrebbe rivendicato il possesso di ‘omnes res in quibus constructae sunt ecclesiae Sanctae Mariae de gulia, Sancti Angeli (730) et aliae’, dando vita ad una lite con il monastero cavense, al quale invece i beni e le chiese risultano donate dal principe Gisulfo II, riunito ‘in sacro Salernitano palatio’ con i suoi ‘fideles’, offre al dominus Petrus, Abbas monasterii Sancti Archangeli Mychaelis, quod conditum est in finibus Lucanie pertinentie Cilenti’, terre appartenenti ai beni del ‘palatium’ (732).”. La Visentin, a p. 162, nella nota (730) postillava che: “(730) Si tratta della chiesa di S. Angelo de Licosa”. La Visentin, a p. 162, nella nota (732) postillava che: “(732) AC, B 9 e XIV 59 edito da A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI, Firenze 1910, pp. 66-68 e nel CDC IX, pp. 369-372.”. Dunque, secondo un documento del 1051 trascritto in un atto di donazione del 1086, il conte Sicone avrebbe venduto ad un certo “Leone Atranense” proprietà in S. Maria de Gulia. Dunque, in questo passaggio apprendiamo anche di un Leone Atranense. Ciò che è stato scritto dalla Visentin potrebbe avrere un collegamento con le rovine di un “Amalphi ruinata” ?. Forse uno dei porti della valle del Mingardo acquistato dagli Atranesi o Amalfitani ?. Un antico casale posto non lontano dal fiume Mingardo di cui ho parlato in un altro mio saggio dal titolo “Nel 339 d.C., la fondazione di Amalfi la Vecchia”. Forse un antico porto amalfitano o atranese, uno dei tanti della costa che risale verso Agropoli. Esistono diversi documenti del periodo successivo che attestano l’interesse dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava per gli approdi del basso Cilento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 655 parlando di “Castellabate” in proposito scriveva che: “Certo è che nel 1123, un anno dopo la sua elezione, l’abate Costabile chiese al sovrano l’autorizzazione a costruire un castello sul monte, al cui vertice vi era la chiesa di S. Angelo. Il duca Guglielmo annuì alla richiesta consentendo alla Badia di elevare “girones et turres” etc…Questo venne costruito dov’era la chiesa di S. Maria de Gulia (3), nei cui pressi vi era la chiesa di S. Maria ‘litus maris’ (porto).”. Dunque, la chiesa di cui parla la Visentin ed in cui dovevano esserci, nell’anno 1051 delle proprietà di “Leone Atranense” che le acquistò dal conte Sicone, si trovava non molto distante da un porticciolo non molto distante da Castellabate. La Visentin, a p. 162, nella nota (730) postillava che: “(730) Si tratta della chiesa di S. Angelo de Licosa”. Sull’origine atranese di alcuni personaggi, come Leone, che ruotano intorno alle prime notizie storiche di questi luoghi, poi caduti in mano all’Abbazia della SS. Trinità di Cava. Dunque, in questo passaggio apprendiamo anche di un Leone Atranense. Ciò che è stato scritto dalla Visentin potrebbe avrere un collegamento con le rovine di un “Amalphi ruinata” ?. Forse uno dei porti della valle del Mingardo acquistato dagli Atranesi o Amalfitani ?. Un antico casale posto non lontano dal fiume Mingardo di cui ho parlato in un altro mio saggio dal titolo “Nel 339 d.C., la fondazione di Amalfi la Vecchia”. Forse un antico porto amalfitano o atranese, uno dei tanti della costa che risale verso Agropoli. Esistono diversi documenti del periodo successivo che attestano l’interesse dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava per gli approdi del basso Cilento. Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 41, in proposito scriveva che: “La Badia di Cava, che godeva della protezione della stessa principessa Sichelgaita (come pare potersi desumere dal fatto che è presente in vari atti rogati in quegli anni in suo favore), appare ormai il principale riferimento dei Normanni, ad essa costoro dirigeranno i loro interessi negli anni successivi, grantendola anche da reclami di diritti su terre che gli ultimi atranesi cercano di conservare, invano. E’ quanto avviene nel mese di settembre del 1086: la badia mostra tutta la sua capacità giuridica e peso politico di difendere con mezzi propri i possessi ottenuti, rigettando le pretese di un certo Pietro de Blancta, figlio di Leone atranese. Nel consesso, presieduto dal giudice Giovanni per parte e in nome dell’abate Pietro, questi, nella sua veste di ‘advocatus’ della badia, esibisce ‘unam cartulam’, cioè il documento del 1072, di cui abbiamo detto sopra – che viene integralmente trascritto nel nuovo atto (67) – portandolo come prova etc….A sua volta Pietro di Blacta esibisce un’altra ‘cartulam’ rogata ai tempi di Guaimario, e precisamente nel 1051 (già sopra citata, che però non viene trascritta per intero nel nuovo rogito ma abilmente riassunta), con la quale cerca di dimostrare il suo possesso di terre “in loco Lucanie iuxta rebus ecclesie Sancte Marie ubi ad Gulia dicitur”, che secondo lui, aveva avuto in eredità dai genitori i quali le avevano acquistate nel 1051 dal conte Sicone e dal giudice Rodoaldo.”. Dunque, il Pietro di Blacta era figlio di Leone Atranese. Pietro, nel 1086, resistette dinanzi ad un giudizio intentato dall’Abate Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone), dove esibì un documento, un atto di donazione del 1051 che dimostrava la provenienza dei beni dal conte “Sicone” a “Leone atranese” suo padre.
Nel 1060, Blatta, badessa del convento femminile di S. Liberatore tra Salerno e Vietri
Sul nome “Blatta”, ha scritto anche Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 770-771 parlando dei “c. Le genus les Alfan de Salerne”, in proposito scriveva che: “Alla fine del X secolo apparve un altro monastero femminile, San Liberatore, edificato sull’omonima rupe rocciosa che si affaccia sul golfo di Salerno, posto sotto la giurisdizione del Vescovo di Salerno (194). L’unica fondazione monastica privata femminile sembra essere, per la nostra epoca, quella di Saint-Michel-et-Saint-Etienne, da non confondere con la chiesa di Saint-Ange appartenente alla stirpe del carolingio Guido, la cui badessa, nel 1039 , data del primo documento che ce la fa conoscere, porta un nome comune nell’aristocrazia longobarda, Sichelgaite (195). Ma dopo il 1060, il nome della badessa Blatta ci rimanda alle contee Amalfitane possedute nel ‘principato’ di Salerno, alcuni avvocati e anche artigiani.”. Infatti, quì la Taviani cita la badessa “Blatta”, che, dopo il 1060, il suo nome “ci rimanda alle contee Amalfitane possedute nel ‘principato’ di Salerno, alcuni avvocati e anche artigiani.”. La Taviani ci parla di “contee Amalfitane”, nel Principato di Salerno, forse quelle nel Cilento, dove gli Atranesi ed i Vietresi avevano diverse proprietà, fondaci, porti ecc…La Taviani, a p. 771, nella nota (195) postillava che: “(195) A. 1039 (C.D.C., IV, 618, p. 139).”.
Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit., p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”.
Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “8. Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno. Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli della Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro Palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc….Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di ecc….Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini nel’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…”.
Nel 1054, Teodora di Tuscolo si fece monaca
Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Atanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73). L’Ebner, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del “(ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo. La notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”.
Nel 1059, GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, GLORIOSO, figli di Teodora di Tuscolo amministrarono il ricco patrimonio del padre Pandolfo di Capaccio morto nel 1052
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 738 parlando di “Corleto (Monforte), che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Le notizie più antiche risalgono al costituirsi della contea di Capaccio e Corneto da parte di Guaimario V (IV) concessa al fratello Pandolfo probabilmente in occasione delle sue nozze con Teodora di Tuscolo.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 739 parlando di “Corleto (Monforte)”, che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Dopo l’assassinio di Pandolfo, conte di Capaccio e di Corneto, accorso a difendere il principe Guaimario V (IV), poi ucciso anch’egli sulle rive salernitane (luglio 1052), la contea venne divisa tra i diversi suoi figli (v. a Capaccio). Tra essi, il quarto, Giovanni che sposò Altruda di Sessa, da cui Giordano, il quale nel 1086, donò ‘pro anima’ alla Badia di Cava (7) la chiesa di S. Venere, “que sita est in loco quondam tenimenti corniti, prope casale russino (Roscigno vecchio o villaggio scomparso ?)(8)….Tra i figlioli di Pandolfo vi era anche il secondo, Gregorio, signore di Capaccio, come si legge in una donazione del 1092 (9), con la quale esso Gregorio, con la moglie Maria figlia di Erberto, donarono etc…”. Ebner, a p. 739, nella nota (8) postillava che: “(9) I, ABC, C 34, anno 1092, XV, Salerno (copia in ABC, XV 58) etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la consignoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Da Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Il Cantalupo proseguendo il racconto e riferendosi ai figli di Pandolfo dopo la sua morte scriveva che: “Mantenutisi neutrali al momento dello scontro fra il Guiscardo e Gisulfo II, loro zio, furono dallo stesso duca Roberto lasciati nel tranquillo possesso di questa contea, dove, scomparso nel frattempo l’ordinamento amministrativo della circoscrizione di Lucania e incamerato, probabilmente, il castello di Capaccio dalla curia ducale (3), i territori apparvero unicamente retti come feudo, frazionati in più possedimenti, di cui il maggiore, come sembra, toccò a Guaimario, il primogenito, che in un documento del 1089 si sottoscrisse: ‘comes caputaquensis’, conte di Capaccio (4). Il secondo dei figli di Pandolfo, Gregorio, ebbe, forse come feudo distinto dal primo, quello di Trentinara, il cui territorio, in seguito non solo apparirà separato da quello di Capaccio, ma in possesso di suo figlio Guglielmo (6) e poi del figlio di questi Roberto (7). Un’altro figlio di Pandolfo, Giovanni, pare che avesse titolo specifico su Corneto (attuale Corleto Monforte), feudo che non risulta abbia fatto originariamente parte della contea di Capaccio, come Trentinara, esso o vi fu aggregato in epoca normanna o, quasi certamente, fu dato con investitura personale a questo Giovanni, il cui figlio Giordano, in qualità di signore di Corneto, nel 1137 donò alla Badia di Cava dei beni siti nella località di Fragina ed in Acquavella (8).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (3) postillava che: “(3) Il viceconte Landone (‘Landone Vicecomiti’), menzionato in un doc. del 1087 redatto a Capaccio (ABC, XIV, 71), era molto probabilmente un funzionario della curia locale”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: “La chiesa con il monastero sono, dunque, da tempo proprietà di una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda, etc…”. Secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una “famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive che “Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin scrive pure che il “conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo”. Questo mi pare essere il passaggio interessante che arriverebbe a chiarire chi fosse Mansone e quale legame di parentela avesse per esempio con Glorioso. In questo passaggio, la Visentin scriveva che: “Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis”, ovvero che “Glorioso, figlio del defunto conte Pandolfo figlio del ben ricordato conte Mansone.”. Dunque, secondo l’antico documento del 1093 (di Glorioso), citato dalla Visentin, il conte “Glorioso” era figlio di “Pandolfo” e questo pandolfo era figlio di Mansone. Dunque, in questo passaggio la Visentin scriveva che Mansone era il padre del conte Pandolfo. Ma, la Visentin, nel passaggio successivo scriveva che Mansone era fratello del conte Pandolfo. Infatti, a p. 149 scriveva pure che: “Nell’agosto del 1109 lo stesso ‘Gloriosus, in cambio di 300 tarì, riconosce alla Trinità terre ‘in locis Licosa, Tirrisino et Staino, ad essa donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo (654), etc…”. In questo passaggio la Visentin scriveva che “donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo”. Dunque, Pandolfo e Mansone erano fratelli ?. La Visentin scrive che “Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin, a p. 149, nella nota (657) postillava che: “(657) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis’.”. Dunque, secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una “famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive pure che il “conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, etc…”. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Altre notizie su Teodora di Tuscolo vengono da Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, Ebner scriveva che Guglielmo de Mannia sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio.
Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria Di Blasi (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice. Salvatore Maria Di Blasi (Palermo, 26 dicembre 1719 – Palermo, 28 aprile 1814) è stato un archivista e bibliotecario italiano. Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante Dictionarium Cavense compilato tra il 1595 ed il 1599 da dom Agostino Venieri (Venereo). Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077.
Nel giugno del 1058-59, “MANSONE E LEONE”, due ricchissimi fratelli salernitani, molto fedeli a Guido di Sorrento, conte di Conza e a Riccardo di Aversa (Riccardo Querrel-Drengot)
Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato con Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 213, dopo aver parlato dell’ascesa al trono di Gisufo II, in proposito scrivevano che: “Perchè, Umfredo e i fratelli vinsero l’oste papale a Civitate (1053), ……Perciò, saliti a maggior orgoglio, s’ebbero a male l’abbandono di Gisulfo, e non l’obbligarono più (4). Anche a Guido dispiacque che il nipote s’alienasse dai Normanni, e cominciò per questo, o per cagioni, un dissidio tra zio e nipote, che si trasse appresso l’aperta l’aperta discordia tra Gisulfo e Riccardo d’Aversa, amico al Conte di Conza. Almeno lascia supporlo Amato, narrando che Gisulfo volle disfarsi di Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani assai devoti a Guido ed a Riccardo. Per meglio riuscire nel suo intento, Gisulfo, dice il Cronista, in segreto promise a Roberto, fratello del Conte di Aversa, una parte dei beni loro, e poi cominciò, non si sa in che modo, ad aizzare contr’essi il popolo. Ma in tempo quelli fuggirono con le ricchezze loro; e contro al Principe rimase il risentimento di Riccardo (5).”.

Michelangelo Schipa (….) riportava l’interessante notizia secondo cui il monaco benedettino Amato di Montecassino “feceva intendere” che, “….Amato, narrando che Gisulfo volle disfarsi di Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani etc…”. Dunque, lo Schipa, sulla scorta di Amato di Montecassino riporta la notizia che il principe di Salerno, Gisulfo II volle disfarsi di “Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani”. Dunque, per la notizia dei legami che i due fratelli salernitani Mansone e Leone avessero con il Conte di Conza, Guido e con Riccardo di Aversa, lo Schipa, a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5) Aimé, lib. III, c. XL bis., 94-96. Etc..”. Infatti, Amato di Montecassino (…), nel suo “L’ystoire de li Normant – la chronique de Robert Viscart”, nel cap. III, c. XL bis., p. 95, in proposito scriveva che: “Més pour covrir ceste iniquitè qu’il voloit faire, il se ordena de traire de sajète et faire mal à dui frères, c’est à Manson et à Lyon etc..” che tradotto significa: “Ma per coprire questa nequizia che voleva fare, si è ordinato di mungere la sua strada e fare del male a due fratelli, tocca a Mansone e Leone”.

Vincenzo De Bartolomeis (….), nel suo “Amato di Montecassino, Storia dei Normanni”, a p. 160, nella nota (I) postillava che: “(I) Non c’è dubbio di controllare il racconto di Amato, che è il solo a narrare questi fatti. Ma Amato è apertamente ostile a Gisulfo; le sue parole quindi vanno accolte con cautela. Lo Chalanndon (I, p. 147) interpreta gli avvenimenti nel senso che tra i Longobardi del Principato di Salerno si fossero formati due partiti, uno favorevole alla vecchia politica di Guaimario, vale a dire all’alleanza co’ Normanni, l’altra completamente ostile all’accordo. Alla testa del primo si sarebbe trovato Guido, zio di Gisulfo e cognato di Umfredo; alla testa del secondo, Gisulfo stesso, insofferente della tutela dello zio, e perciò aveva preso a odiare i Normanni. La spiegazione è plausibile, essendo fondata sopra considerazioni di natura politica, non di ordine meramente morale, quale l’ingratitudine, come farebbe credere Amato. L’atteggiamento tenuto in seguito dalla Chiesa verso Gisulfo autorizza a pensare che già, sin dal principio del regno di lui, essa si sia procurata l’amicizia del nuovo principe di Salerno. Ignoriamo quali rapporti corressero tra Guido, Mansone e Leone per spiegarci il motivo per cui Gisulfo abbia incominciato dal perseguitare questi ultimi per nuocere a quello. Nel ‘Necrologio del Lib. Confratrum di S. Matteo di Salerno’ (p. 318) è registrata, senza data precisa, nel sec. XI, la morte di un “Manso Caputus”.”. Il De Bartolomeis, che ha curato la ristampa di Amato di Montecassino commentava che si ignorano quali fossero i rapporti tra Guido ed i due ricchissimi fratelli salernitani Mansone e Leone di cui parla lo Schipa. Poi vedremo innanzi cosa postillava a riguardo il De Bartolomeis. Dunque, il De Bartolomeis cerca di chiarire il perchè Gisulfo se l’avesse presa con i due ricchissimi fratelli salernitani Mansone e Leone. Forse per i disaccordi con lo zio Guido di Sorrento. Nel “Necrologio del Lib. Confratrum di S. Matteo di Salerno”, pubblicato da Carlo Alberto Garufi (….), nel 1922, a p. 318 è citato “Manso Caputus”, ma, sempre a p. 318 troviamo citato anche “Manso” e poi “Landulfus”. Il De Bartolomeis postillava anche della morte nel secolo XI di un certo “Manso Caputus”. Sui due ricchissimi fratelli salernitani Mansone e Leone restano dunque le parole di Amato di Montecassino e di Michelangelo Schipa. Il Garufi (….) che lo pubblicò nel 1922, nella prefazione al testo, in proposito scriveva: “Il Codice. L’Obituario e il Liber Confratrum della Chiesa di S. Matteo di Salerno, che ne custodisce nell’archivio Capitolare, senza alcuna segnatura, il pregevole codice, meritano, come pensava il compianto maestro Ernesto Monaci, d’essere dissepolti e fatti conoscere nella loro integrità (1). Quel codice in rilegatura cinquecentesca con battenti in legno ricoperti di marocchino ad impressioni a secco, …..etc…”.

Vincenzo De Bartolomeis (….), nel suo “Amato di Montecassino, Storia dei Normanni”, a p. 161, nella nota (I) postillava che: “(I) Usciti di città Mansone e Leone, i nemici loro ne saccheggiarono le case; ma poco vi trovarono da dividersi l’un l’altro, avendone quelli messa in salvo tempestivamente la maggior parte delle suppellettili. Questa la spiegazione che mi sembra più plausibile del passo assai arruffato. Il soggetto di “remaintrent” e di “pertinent” è sottinteso: “i nemici”. Questo postillava a riguardo il De Bartolomeis sulla base delle notizie forniteci da Amato di Montecassino, unico a parlarne.
Riccardo II Drengot, conte d’Aversa e Principe di Capua
Michelangelo Schipa (…), a p. 206, in proposito criveva che: “Bene è certo, che, a tenere congiunte le due stirpi d’Altavilla e di Drengot, sulle quali di nuovo venivasi ora fondando la sua potenza, s’interpose, perchè la figliuola del Conte defunto si sposasse a Roberto, fratello di Riccardo, Conte di Aversa (42).”. Riguardo Riccardo Drengot, conte di Aversa, lo Schipa (….), riferendosi al periodo in cui Gisulfo II fu liberato proprio da Riccardo Drengot, a p. 214, in proposito scriveva che: “Poco dopo, anche Riccardo d’Aversa veniva a rihiedere oro al Principe. Ma ne ebbe un netto rifiuto e, oltre al rifiuto, l’oltraggio, perchè si scagliarono sassi e frecce sulla sua comitiva. E allora il Conte, mandato a ricordare a Gisulfo, avergli vendicato il padre e procurata la signoria, uscì da Salerno, fremendo vendetta; etc…”. Lo Schipa (….), a pp. 216-217 riferendosi a dopo l’anno 1058, ed al principe Gisulfo II, in proposito scrivevano che: “In pari modo, Gisulfo riuscì a procacciarsi anche l’appoggio di Riccardo, che, nel giugno dello stesso anno, aveva assunto il titolo di Principe di Capua, ancorchè quella città perdurasse a resistergli. E, impegnatosi a pagare quanto invano avea prima Riccardo richiesto, e riconcessa la sua grazia agli esuli Mansone e Leone, n’ebbe alcune schiere di armigeri, che assieme alle sue genti e a quelle del Conte di Puglia, ostilmente andarono contro il Conte di Principato. Non son bene note le vicende di questa guerra, a cui Guido, il fratello del Principe, partecipò con onore. Etc..”. Dunque, in questo passaggio lo Schipa ci dice che in seguito all’occupazione di molti territori di Gisulfo II da parte di Guglielmo di Principato, il principe Gisulfo II chiese aiuto a Riccardo di Aversa e, “riconcessa la sua grazia agli esuli Mansone e Leone, n’ebbe alcune schiere di armigeri”. Infatti, riguardo questa ultima notizia, Vincenzo De Bartolomeis (….), nel suo “Amato di Montecassino, Storia dei Normanni”, a p. 193, nella nota (I) postillava che: “(I) Protetti di Riccardo; vedi p. 160”.

Inoltre, il De Bartolomeis (….), a pp. 193-194, nella nota (2) riferendosi a Riccardo II Drengot, postillava che: “(2) Anche per questi, come per gli avvenimenti precedenti di Salerno, de’ quali Amato ha parlato a p. 159 sg., il nostro scrittore è fonte unica. Non c’è quindi il modo di controntrollare il suo racconto, né di datarlo. Lo Schipa (Il Principato, p. 153) ritiene che la condotta di Riccardo verso Gisulfo, si spiegherebbe, forse meglio che col negato pagamento da parte di quest’ultimo, col timore di quello di vedere restaurata la potenza del principe Salernitano, mentre veniva crescendo quella del Conte di Puglia.”. Il De Bartolomeis (….), a p. 193, in proposito (Amato di Montecassino) scriveva che: “XV. En cellui temps meismes, le messages de Salerne venoient sovent à Capue, à lo prince Richart, et demandoient paiz et prometoient molt de argent. Et li prince Richart respondoit que, en nulle maniere, feroit paiz sanz lo prou de li sien fidel ami, c’est Maison et Lyon (I). Et Gisolfe, prince de Salerne, etc…”, che tradotto significa che: “In quei giorni spesso arrivavano messaggi da Salerno a Capua, al principe Riccardo, e chiedevano pace e promettevano molto denaro. E il principe Riccardo ha risposto che, in nessun modo, avrebbe dato pace al prou del suo fedele amico, è Mansone e Leone (I). E Gisulfo, principe di Salerno etc…”. E’ l’episodio raccontato da Amato di Montecassino nel quale il principe Gisulfo tratta con Riccardo II Drengot cercando di convincerlo ad appoggiarlo nella lotta contro Guglielmo di Principato. Inoltre, Amato scriveva che Gisulfo “riconcessa la sua grazia agli esuli Mansone e Leone, n’ebbe alcune schiere di armigeri, che assieme alle sue genti e a quelle del Conte di Puglia, ostilmente andarono contro il Conte di Principato”. Dalla Treccani leggiamo che nel frattempo Riccardo fu fatto prigioniero dal conte normanno Drogone. Secondo la versione dei fatti presentata da Amato, durante la prigionia di Riccardo suo cugino Rainulfo Trincanocte morì e il principe longobardo Guaimario IV fece pressione su Drogone perché rilasciasse il nuovo conte di Aversa. Lo Schipa scrive pure che i due ricchissimi fratelli Salernitani Mansone e Leone erano “assai devoti a Guido ed a Riccardo”. Chi era Riccardo I di Aversa ? da Wikipedia leggiamo che Riccardo Querrel Drengot (1024 circa – Capua, 5 aprile 1078) è stato un cavaliere medievale normanno. Fu quinto Conte di Aversa (1049-1078), primo principe normanno di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). Il fratello maggiore di Riccardo, Asclettino II Drengot, conte di Aversa, morì senza figli nel 1045. La Contea venne assegnata da Guaimario IV, principe di Salerno, a Rodolfo Cappello, scatenando così una contesa con gli altri membri della famiglia: Riccardo combatté a fianco di Rainulfo II Trincanotte contro Rodolfo Cappello, ma fu sconfitto e imprigionato (1046); in seguito venne liberato e riuscì a divenire il tutore del conte Ermanno (1049), figlio del Trincanotte e suo nipote, che però scomparve presto di scena; Riccardo gli poté così succedere. Riccardo II Drengot era figlio di Asclettino I, conte di Acerenza, ma era cresciuto in Normandia; giunse in Italia verso il 1045 con quaranta cavalieri normanni. Riccardo II Drengot, conte di Aversa, sposò Fredesenda d’Altavilla, figlia di Tancredi d’Altavilla e sorella di Roberto il Guiscardo, dalla quale ebbe cinque figli tra cui Giordano I di Capua. Dunque, Ricardo era parente di Roberto il Guiscardo. Su Wikipedia leggiamo che l’anno 1059 rappresenta la fine del potente Principato longobardo, il Conte normanno di Aversa Riccardo I Drengot-Quarrel, ne opera la conquista. Sotto la dominazione longobarda, il Principato tratteneva rapporti diplomatici anomali: pur essendo un’entità statale semi-dipendente dell’Impero, rimaneva favorevole alla politica estera di Bisanzio. Nel 1059 il Principato viene conquistato dai Normanni. Secondo lo Schipa, Gisulfo II concesse la grazia sia a Riccardo di Aversa che ai due ricchissimi fratelli salernitani Leone e Mansone, con i quali armò un piccolo esercito per combattere contro le schiere di “armigeri, che assieme alle sue genti e a quelle del Conte di Puglia, ostilmente andarono contro il Conte di Principato”, che gli aveva sottratto parecchie terre. Sempre su quel periodo, lo Schipa, a p. 217 scriveva che: “Ma Riccardo d’Aversa, al contrario, sia che temesse, per sé, di vedere restaurata la potenza del Principe Salernitano e accresciuta quella del Conte di Puglia, o che veramente, come afferma Amato, Gisulfo tornasse a negargli l’oro promesso, non solamente richiamò gli armigeri suoi, ma rinnovò le offese contro Salerno. Ad ogni modo, nell’autunno dello stesso anno, Roberto il Guiscardo, ripudiata Alberada, domandò a Gisulfo la mano della sua sorella etc…”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno etc…”, a p. 278, in proposito scriveva che: “E poi anche il contado di Nocera che si estendeva fino a Stabia, fu strappato a Gisolfo da Riccardo principe di Capua (4).”. Il Carucci, a p. 278, nella nota (4) postillava che: “Amato, VII, 33. Il Di Meo rileva poi dai diplomi di Nocera che Roberto per avere gli aiuti di Riccardo contro Gisulfo, promise di far sposare sua cognata Gaitelgrima a Giordano figlio di Riccardo, dandole in dote il contado di Nocera. Aggiunge che le nozze si fecero nel 1076, dopo la conquista di Salerno.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, a p. 118, nella nota (7) postillava che: “(7) Riccardo aveva usurpato il titolo di Principe di Capua nel giugno del 1058, sebbene non fosse riuscito a strappare a Capua al legittimo proprietario Landolfo V. Del titolo usurpato lo investì papa Nicolò II nel Concilio di Melfi del 1059, ma solo nel 1062 riuscì ad impossessarsi del principato agognato (v. R. Caggese, L’Alto Medioevo, pp. 514-16; M. Schipa, Storia…., cit., pp. 215-19”. Romolo Caggese (….), nel suo “L’Alto Medioevo”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Ildebrando, dunque, appena fissato il complesso disegno, appena stabilito Niccolò II in Roma, volle subito entrare nella fase dell’attuazione recandosi in Campania a colloquio col Conte Riccardo Principe di Capua, l’usurpatore del dominio del Principe Pandolfo, l’amico di Desiderio abbate di Montecassino; e il risultato del colloquio fu che Riccardo concesse immediatamente un contingente di trecento uomini con i quali fu possibile, nel febbraio di quell’anno, 1059, l’assedio di Galeria dove s’era rifugiato il Papa deposto (I).”.
Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 213, dopo aver parlato dell’ascesa al trono di Gisufo II, in proposito scrivevano che: “Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani assai devoti a Guido ed a Riccardo.”. Lo Schipa (….) scrive pure che i due ricchissimi fratelli Salernitani Mansone e Leone erano “assai devoti a Guido ed a Riccardo”. Lo Schipa si riferiva a “Guido di Sorrento“, zio di Gisulfo II e fratello del defunto principe Guaimario V e a Riccardo di Aversa. Chi era “Guido di Sorrento”, a cui erano legati i due ricchissimi fratelli salernitani ? Lo Schipa (…), a p. 211, riferendosi a dopo la restaurazione di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Il vecchio Guido tenne la Contea di Conza, e de’ fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino.”. Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 213, dopo aver parlato dell’ascesa al trono di Gisufo II, in proposito scrivevano che: “…Gisulfo volle disfarsi di Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani…..(5)”. Lo Schipa, a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5) Aimé, lib. III, c. XL bis., 94-96. Pare che uno dei due fratelli perseguitati da Gisulfo sia quello stesso Leone di Mansone spedito da Guaimario V a Montecassino insieme a Guido di Conza, nel 1046.”. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Dopo ciò (aprile o maggio 1046) menò seco il nuovo Conte e gran seguito di cavalieri a Montecassino. Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, lo Schipa scriveva che nell’aprile o maggio del 1046, Guaimario V inviò a Montecassino diversi Cavalieri tra cui il conte di Conza Guido e i due ricchissimi fratelli Manso e Leone. Da Wikipedia leggiamo che Guido (spesso indicato come Guidone) (1012 circa – 1073) è stato un duca longobardo, governò Sorrento dal 1035. Figlio di Guaimario III di Salerno e Gaitelgrima (figlia di Pandolfo II di Benevento). Fratello di Guaimario IV, suocero di Guglielmo Braccio di Ferro e Guglielmo d’Altavilla, cognato di Umfredo d’Altavilla, deve il suo posto nella storia in primo luogo dai suoi legami (di sangue e matrimoniali) con personaggi di primo piano nella fase storica di transizione dal dominio longobardo a quello normanno nel sud Italia. Fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore (Guaimario V). Nel 1035 suo fratello Guaimario conquistò Sorrento e ne affidò il governo a lui, che fu nominato duca. Il suo sostegno al fratello e ai Normanni fu costante per tutta la durata del regno di Guaimario e oltre. Nel 1058 o 1059, Guglielmo d’Altavilla sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido. Alla morte del principe (Guaimario V), infatti, assassinato nel porto di Salerno nel 1052, Guido fu l’unico che riuscì a scappare e ad organizzare la liberazione della sua famiglia, caduta nelle mani degli assassini insieme a Gisulfo, erede al trono salernitano. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 81, in proposito scriveva che: “E proprio a quest’ultimo che aveva sollecitato aiuti il conte di Conza, Guido, unico superstite dei figliuoli di Guaimario IV. Guido era miracolosamente riuscito a sfuggire alla cattura dopo la strage seguita al mostruoso complotto ordito dagli stessi cognati di Guaimario V (14), del cui corpo era stato fatto orribile scempio sulle rive salernitane. Lo sterminio dei più fidi del principe, tra i quali il fratello Pandolfo, conte di Capaccio e Corneto etc…..Accorato e indignato per l’orribile fine di colui che poi venne detto il salernitano “pater patriae” (15), Umfredo accorse a Salerno, liquidò la congiura e dopo il rifiuto di Guido di essere acclamato principe, rimise sul trono Gisulfo, etc…”. Dunque, Ebner lo chiama “Guido, conte di Conza”. “Guido, conte di Conza” e Guido di Sorrento sono la stessa cosa. Dunque, “Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani” , secondo lo Schipa, sulla scorta dell’Aimé erano molto fedeli a Guido di Sorrento, conte di Conza ai tempi della restaurazione di Gisulfo II. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: “Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la conte si Conza etc…”. Lo Schipa, a p. 218 scriveva: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola. Sicchè, dei cinque Altavilla, che sino a quel momento avevano avuto dominio in Italia, il solo Umfredo non s’era imparentato con la Casa Salernitana”.
Nel 1070, con la venuta dei Normanni molti cenobi basiliani o italo-greci diventarono benedettini
A Roccagloriosa e nelle sue vicinanze, i tre monasteri sorti già in precedenza e di cui parlerò, ed in seguito riattivati dal conte Leone, di stirpe Normanna, essi divennero Benedettini. Infatti, sempre il sacerdote Agatangelo Romaniello (….), a p. 30, in proposito scriveva che: “Nel 1070 gran parte del basso Cilento passò alle dipendenze della Badia di Cava dei Tirreni che assunse ben presto a gran splendore e continuò in forma più legale ed organizzata l’opera benefica iniziata dai monasteri benedettini e basiliani del basso Cilento, superando con risultati maggiori e migliori i mille particolarismi dei precedenti cenobi chiusi ed indipendenti tra loro (38).”. Il Romaniello, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Nella biblioteca della Badia di Cava dei Tirreni esistono numerosi atti originali di concessioni e vendite di terreni datati dal secolo XI in poi: ne esistono appena nove riguardanti vendite di terreni appartenenti al comprensorio di Roccagloriosa (cfr. arca 53, 113; 76, 52; arca 86, 18; arca 86, 45).”.
Nel 1073, Mansone, fratello di “Costantino”, figli entrambi di “Urso Atranense”
Indagando su “Mansone” ho trovato alcune note interessanti nel testo di Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale secoli XI-XV”, a pp. 170-171 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale”, ed in particolare di “7. San Giovanni di Tresino. Sancti Iohannis de Tresino”, in proposito scriveva che: “A cominciare dal gennaio del 1071 il monastero cavense riveve etc….Esattamente due anni più tardi un altro ‘Atranenses’, Mauro, vende al futuro abate della Trinità, Pietro, in qualità di decano del monastero, ‘de duodecim partibus integram unam et mediam de tota ecclesia’, al prezzo di 52 tarì (793): mentre ‘Costantinus, filius quondam Ursi Atrianensis (794), e a distanza di qualche mese suo fratello Mansone e suo zio Orso offrono, al ‘reverendissimus abbas’ Leone, rispettivamente etc…”. Dunque, la Visentin dice che Mansone era fratello di Costantino, figlio di Ursi Atriansense e scrive pure che lo “zio Orso”. La Visentin, a p. 171, nella nota (794) postillava che: “(794) AC, XII 110: marzo 1073 edito in CDC X, doc. 4, pp. 14-16. In calce al documento si legge che il monastero possedeva già ‘integram unam quartam partem et mediam della chiesa, invece dovevano essere cinque e mezza.”. “Costantino”, figlio di “Urso Atrianense” lo abbiamo già incontrato in altri documenti. Costantino e Mansone sono fratelli ed entrambi figli di Urso Atrianense. In un documento cavense, contenuto nel “Codex Diplomaticus Cavensis” è scritto che: “+ In nomine domini septimodecimo anno principatus domni nostri guaimarii gloriosi principis, filii quondam domni guaimarii principis, mense martius, tertia indictione. In salernitano sacro palatio ante me amatum iudicem causavit urso castaldus filius quondam iannaci castaldi cum urso atrianense filio quondam mele dicendum ei, ut ipse ursus filius predicti mele, et servi et ancille eius malo hordine introisset in rebus ipsius ursi castaldi de locum beteri et per vocabulum de ipso locum, et fobee in ipsis rebus fecisset, et arbores et vites inde abscidisset, et sepes inde rupisset, et vie inde ostedisset, et ipsa rebus ei contrasset ipse ursus filius predicti mele dixit, in predicto locum beteri et per vocabulum de ipso locum plures rebus abere, set nescire de quale rebus ipse ursus castaldus cum eum causavit. Ego predictus iudex inter eis iudicavi et utrisque illis guadiare feci, pariter super ipsis rebus pergerent cum iudicem et notarium, et ipse ursus castaldus monstraret ipsius ursi ipsa rebus, unde superias cum eo causavit, et per partes plicarent se cum suis rationibus, et secundum legem inter se inde finem facerent; unde ipse ursus castaldus posuit fideiussore iannaci atrianense filius quondam landolfi curiale, et ipse alio urso filius predicti mele posuit fideiussore iohannes atrianense filius quondam iannaci de sisinni. Et pro parte ipsius ursi filii predicti mele scribere fecimus te ademari notarius. + Ego qui supra amatus iudex.”.
Nel 1081, Urso Marchesano, figlio di Mansone ricevette dall’abate di Cava Pietro Pappacarbone
Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale secoli XI-XV”, a pp. 172-173 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale”, ed in particolare di “7. San Giovanni di Tresino. Sancti Iohannis de Tresino”, in proposito scriveva che: “Nell’aprile del 1081, con l’intento di assicurare continuità ai propri possedimenti e mostrando una certa disponibilità di liquidi, l’abate di Cava concede ad ‘Ursus, qui dicitur Markesanus, filius quondam Mansonis Atrianensis’, e a sua moglie ‘Gemma, filia quondam Petri clerici et medici’, un mutuo annuo di 80 tarì, ottenendo in pegno la quota-parte di un terreno di cui il manastero già possiede le altre porzioni, confinanti con la terra in cui sorge la chiesa di San Giovanni e acquisite, qualche anno prima, rispettivamente da Grusa, filia quondam Marini Atrianensis’, e da ‘Mansone, filio Ursi Atrianensis’ (799).”. La Visentin, a p. 173, nella nota (799) postillava che: “(799) AC, XIII, 105”. Dunque, secondo il documento cavense, “Urso, che era chiamato Marchesano” e figlio dell’ex “Mansone Atrianense“, e sua moglie Gemma ecc…
Nel 1083, Roberto il Guiscardo, la moglie Sichelgaita ed i suoi visconti o “vice-comes” nei territori sottratti a Gisulfo II
Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a Pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso. Etc..”. Riguardo la figura del “vice-comes” o “vice-conte”, poi in seguito diventato visconte, Pietro Ebner (….), ha parlato anche nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a pp. 82-83, nel capitolo “Amministrazione dell’Actus”, in proposito scriveva che: “Altri documenti attestano la presenza di quattro ‘vice-comites’ precedentemente alla formazione della grande contea del Principato, conquistata da Guglielmo d’Altavilla, il cui fratello ascese poi sul trono di Salerno. Con i normanni, il sistema feudale, sovrapponendosi alle istituzioni longobarde, alterò il carattere e la figura giuridica della podestà comitale, che poi divenne un semplice accessorio del ‘beneficium’ territoriale. Con la perdita dei poteri politici d’iniziò (XII secolo) la decadenza dell’istituto, che assunse soltanto il carattere di titolo nobiliare trasmissibile. I ‘vice-comites (39), come si è accennato, erano funzionari alle dirette dipendenze dei conti di cui, nell’assenza, ne esercitavano i poteri. Poi i vice-conti assunsero il ruolo di semplici ufficiali delle baronie, con attribuzioni non tutte ben definite, ma con obbligo della residenza, come si desume da alcuni documenti (40) che li mostrano alle dipendenze dirette dei baroni locali con poteri giurisdizionali forse sull’intera baronia nel caso di assenza del ‘dominus’. Su questi rappresentanti del feudatario abbiamo chiari riferimenti persino negli statuti.”. Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che: “(39) nei documenti locali è notizia di vice-comites a partire dal 1049….. Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di Manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cfr. l’anzidetto documento del 1141 su Pietro di Copersito a Rocca nel 1141, di cui è conferma in un altro che ricorda ‘Rebellione vicecomes de suprascripto castello Nove’.”.
Nel 1083, il conte Manso o Mansone
Del conte Mansone abbiamo notizia nel documento dell’ottobre 1083. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Ecc..”. Ma, al processo tenutosi nell’ottobre del 1083, di cui parlerò in seguito, oltre al vice-conte del Cilento Boso ma era presente anche un vice-conte (“vicecomes”) Manso o Mansone, il quale, come vedremo in seguito, era probabilmente pure un nipote o un parente di un altro Manso o Mansone di origine Amalfitana che risultava essere un funzionario o “Gastaldo” già in epoca Longobarda e operante nell’area del Salernitano. Il documento del 1083 ci parla dei viceconti Boso e Mansone, in un processo svoltosi all’Arcivescovado di Salerno. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone, rispettivamente a Salerno e ad Amalfi (CDC, IV 31, sg.; 157 sgg.): dal secondo documento che è uno strumento di divisione di terre a Fonti e che riguarda beni ereditari di Maria, sorella di Mansone, si ha ulteriore conferma che questi apparteneva a famiglia ragguardevole di Amalfi (67)”. Acocella, a p. 57, nella sua nota (67) postillava che: “(67) Da Amalfi, secondo un rilievo fatto dal Poupardin (op. cit., pag. 44, n. 4), furono talora tratti i funzionari preposti alle alte cariche del Principato Longobardo; tali cariche si trasmettevano, anche, come di padre in figlio: cfr. CDC, I, 213 sg. Di Amalfi, che per il suo filellenismo riuscì a salvaguardare la sua autonomia di fronte alle mire espansionistiche dei Longobardi, c’era a Salerno una fiorente colonia: cfr. E. Pontieri, La crisi di Amalfi medioevale, in “Studi s. Repubblica marinara di Amalfi”, Salerno, 1935, pp. 8 ssg., 16.”. Dunque, questo Manso o Mansone “gastaldo” dello Stato, presente in alcuni processi e atti al tempo di Guaimario IV e Gisulfo II, aveva una sorella chiamata Maria, dunque non è lo stesso Manso o Mansone di cui si parla nel placito del 1083, di cui parlerò innanzi. Riguardo il conte Manso o Mansone si ha notizia in Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Naturalmente nei territori alle dirette dipendenze del “sacro palatio” erano funzionari che si avvicendavano secondo momenti di necessità. Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Questo personaggio chiamato Mansone, è un “vice-comes” o visconte normanno che appare anche in un documento del 1014 e che già da oltre dieci anni prima aveva iniziato la sua carriera amministrativa presso la corte del Duca Roberto il Guiscardo. Ma a quale documento si riferiva Ebner (….), quando a p. 16 postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner cita il “Codice Diplomaticus Cavensis” e dice che si tratta del vol. VII, doc. 3, pp. 122 e p. 128. Notizia interessantissima questa del “gastaldo” Mansone nell’anno 1014, che risulta dal “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. VII, 3, pp. 122 e 128. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Anche un altro, importante monastero sui pendii della Stella, quello di S. Michele Arcangelo – che era stato oggetto della nota donazione di terreni fin dall’a. 963,…….Le stesse note toponomastiche e amministrative, e riguardanti lo stesso monastero (“in lucaniense finibus” ecc….) si leggeranno in un patto agrario di pastinato, stipulato su ordine del gastaldo Mansone, “per largietaten domni mansoni inclitus castaldus”, nell’aprile 1014 (66).”. Acocella, a p. 59, nella sua nota (66) postillava che: “(66) CDC, III, 122, sg. 238 sg; Il Monastero di S. Michele Arcangelo (detto nel 963 “in mons coraci”; ricordato di passaggio nel doc. del 994: ……………., e poi nelle carte dell’ottobre 1008, del 1014, ecc…”. Dunque, Acocella scriveva che nel documento dell’aprile del 1014, veniva ricordato il Monastero di S. Michele Arcangelo, di cui fu abate S. Pietro Salernitano e ciò risulta da un contratto di pastinato contratto davanti al gastaldo Mansone nel 1014. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 98 scriveva che: “I ‘vice-comes’ invece erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva pure da un altro documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vicecomes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendente da Cilento (42).”. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Ebner, citava p. 46 del testo di Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il testo di Acocella è il numero I del 1966. L’Acocella, p. 78 (non p. 46 ma p. 78), nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”.

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Domenico Ventimiglia, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX
Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone “gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo…”. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Anche questo Mansone di Amalfi ?. Il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela di un suo zio gastaldo Mansone, “per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Cosa significhi una “probabile giurisdizione Amalfitana” e quale legame possa avere avuto con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?.
Nel 1083, il ‘vice-conte’ (visconte) BOSO, funzionario della Curia ducale del Guiscardo
Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a Pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso. Difatti nel placito tenuto nell’ottobre di quell’anno nel palazzo arcivescovile di Salerno si narra che, nata tra l’abate di Cava ed il principe di Salerno una vertenza circa i loro vassalli nel Cilento, si erano radunati a derimerla, come appunto accadde, l’abate, alcuni alti personaggi del tempo quali rappresentanti del duca e Boso viceconte di esso nel Cilento (3). Ogni contesa venne risoluta designandosi dall’abate con giuramento sul Vangelo i nomi dei suoi vassalli nei varii paesi del Cilento. VI. Due anni dopo, nel 1085, moriva Roberto il Guiscardo, succedendogli il suo figliuolo primogenito a nome Ruggiero natogli da Sichelgaita sorella dello sventurato Gisulfo ultimo principe longobardo di Salerno e sotto il nuovo duca passava anche il Cilento.”. Il Mazziotti, a p. 114, nella nota (3) postillava che: “(3) Pubblicato dal Ventimiglia, Notizie storiche, Doc. IX, dal Senatore, Op. cit., Doc. IX.”. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Sulla figura del “vice-conte” e di Boso, Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 122 riferendosi proprio alla spinosa vertenza tra l’abate Pietro e la Curia ducale, in proposito scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…“. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 478 parlando di “3. Una vertenza giurisdizionale tra la Curia ducale e la Badia (ott. 1083)”, a p. 476, in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce “in sacro Salernitano archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191) ed è circondato da “plures alii homines”. L’Acocella, a p. 478, nella nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: cfr. C.A. Garufi, art. cit., p. 43.”.
Dunque, l’Acocella cita Carlo Alberto Garufi (….) e due articoli apparsi nel 1910, nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (n° XLVI del 1910), sono due articoli dal titolo: “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici”. Nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, il Garufi pubblicò da pp. 52 a p. 80 e poi anche la seconda parte del saggio da p. 290 a p. 343 che posseggo. Il Garufi, a pp. 301-302, in proposito scriveva che: “Restringendoci al nostro tempo possiamo però affermare che la curia giudiziaria salernitana si componeva dei giudici, fra i quali si trovano nel tempo di Gisulfo II e durano fin sotto Ruggiero duca, due conti. Il gran numero di conti che si trova in questi tempi,conti semplici e conti di palazzo insieme con vice conti (3), potrebbe dar ragione a chi nei due conti e giudici vedesse un titolo onorifico ed ereditario che accompagna la qualità giudiziaria effettivamente etc…”. Il Garufi, a p. 301, nella nota (1) postillava che: “(1) Fra i vice conti dal 1065-1090 ricordo: Manso, Pietro Vibo e prima di lui un Grimoaldo, Arca Magna, B., 2; Arca XII, 42, 43, 44; XIV, 40, 48; XV, 11 – Da questi documenti non si può desumere quale sia stato il loro ufficio effettivo. Cfr. pure Poupardin, Les institutions ecc.., pp. 43 e sgg., e più specialmente Mayer, op. cit. II, pp. 319, 329 e sgg…che ha studiato tutto il materiale documentario pubblicato.”. Dunque, il Garufi accenna al vice conte Manso, che dice operasse nel periodo di Gisulfo II. Il Garufi citava René Poupardin (…..) che aveva pubblicato “Etude sur les institutions Politiques et Administratives des Principatus longobardes de Salerno”, in Melanges d’Archeologie et d’Histoire, XXI° année, Roma fasc. I e II, janvier-mars, 1908. Ma, il Garufi, si riferiva all’altra pubblicazione di René Poupardin (…), al suo “Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX-XII siecles), etude suivie d’un catalogue des actes des princes de Benevent et de Capoue”, Paris, Champion, 1907. Il Garufi, a p. 57, nella nota (1) postillava che: “(1) In quest’ultimo lavoro egli ha lasciato fuori il catalogo dei diplomi dei principi di Salerno, perchè, dice (p. VII), lo “Schipa a donné en 1887 un catalogue des actes des princes de Salerne établi sur un plan assez analogue au mien”, ma ne ha aggiunto altri 21 per Benevento e Capua; etc…”.
L’Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”, ovvero postillava e citava René Poupardin (….), ed a p. 334 citava il testo “Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX-XII siecles), etude suivie d’un catalogue des actes des princes de Benevent et de Capoue”. L’Acocella, a pp. 333-334, in proposito scriveva che: “Invece, l’utilità che, sul piano istituzionale e su quello della struttura agricola, si poteva trarre da quelli aridi strumenti notarili, specialmente dopo la pubblicazione del ‘Codex Diplomaticus Cavensis, fu dimostrato nel 1907 da due studi fondamentali e quasi contemporanei: 1) A. Lizier, L’economia rurale dell’età prenormanna nell’Italia meridionale (Palermo, 1907); 2) R. Poupardin, Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX°-XII° siecles), (Paris, 1907): etc…”. Sempre l’Acocella, a p. 334 aggiungeva pure che: “dirette indagini sono organizzate in un opera poderosa: C. G. Mor, L’età feudale (specialmente importante, dal nostro punto di vista, il vol. II, edito a Milano nel 1953).”. Si tratta di Carlo Guido Mor (….).
Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento. Ecc..”. Il documento di cui parleremo in seguito. Ebner, a p. 632, nella nota (5) postillava che: “(5) ‘Placium, assemblea minore (il grande placito era la grande assemblea del popolo libero, insieme tribunale ed esercito) tenuta dal conte, all’uopo designato dal principe, o da chi godeva di quella determinata giurisdizione, innanzi alla quale si rendeva giustizia per gli abitanti del distretto. I capi di questi erano tenuti a intervenire pagando gli ‘albergaria’ le spese di soggiorno del conte e del suo seguito, spesso rivalendosi sui locali.”. Ebner, a p. 632, nella nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit., Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…”, a p. 98 parlando di un documento che riguardava Guglielmo (III) de Mànnia, in proposito scriveva che: “(vi è notizia di uegli agenti demaniali (‘viceconti’) le cui attribuzioni non sono state ancora del tutto chiarite, ma che non avevano nulla a che vedere con il “dominus”. Il viceconte presente a Novi ecc…erano funzionari longobardi di grado intermedio tra i “gastaldi” (poteri militari, di polizia e giudiziari) e il “conte”, titolo onorifico non ereditario, e perciò revocabile, attribuito ai più eminenti gastaldi. I conti erano alti ufficiali della corte principesca che in età longobarda, come abbiamo già visto, erano inviati ovunque nel principato per derimere speciali vertenze. I ‘vice-comes invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc…”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”.

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Domenico Ventimiglia, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX
Riguardo la figura del “vice-comes” o “vice-conte”, poi in seguito diventato visconte, Pietro Ebner (….), ha parlato anche nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a pp. 82-83, nel capitolo “Amministrazione dell’Actus”, in proposito scriveva che: “Altri documenti attestano la presenza di quattro ‘vice-comites’ precedentemente alla formazione della grande contea del Principato, conquistata da Guglielmo d’Altavilla, il cui fratello ascese poi sul trono di Salerno. Con i normanni, il sistema feudale, sovrapponendosi alle istituzioni longobarde, alterò il carattere e la figura giuridica della podestà comitale, che poi divenne un semplice accessorio del ‘beneficium’ territoriale. Con la perdita dei poteri politici d’iniziò (XII secolo) la decadenza dell’istituto, che assunse soltanto il carattere di titolo nobiliare trasmissibile. I ‘vice-comites (39), come si è accennato, erano funzionari alle dirette dipendenze dei conti di cui, nell’assenza, ne esercitavano i poteri. Poi i vice-conti assunsero il ruolo di semplici ufficiali delle baronie, con attribuzioni non tutte ben definite, ma con obbligo della residenza, come si desume da alcuni documenti (40) che li mostrano alle dipendenze dirette dei baroni locali con poteri giurisdizionali forse sull’intera baronia nel caso di assenza del ‘dominus’. Su questi rappresentanti del feudatario abbiamo chiari riferimenti persino negli statuti.”. Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che: “(39) nei documenti locali è notizia di vice-comites a partire dal 1049….. Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di Manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cfr. l’anzidetto documento del 1141 su Pietro di Copersito a Rocca nel 1141, di cui è conferma in un altro che ricorda ‘Rebellione vicecomes de suprascripto castello Nove’.”.
Riguardo il documento del 1083, Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: “Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; etc…”. I tre autori citavano il testo di Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a p. 985, in proposito scriveva che: “Sotto il regno di Roberto il Guiscardo, un’altra prova ci permette di apprezzare la costante fermezza della Chiesa in questo campo. Fu giudice nell’ottobre del 1083, e oppose la Santissima Trinità di Mitiliano al palazzo ducale, alla respublica (63). L’abbazia è rappresentata dal suo priore, il palazzo da un visconte. Oggetto della controversia è il dominio esercitato su un certo numero di dipendenti da sei monasteri del Cilento, tra cui San Magno e Sant’Arcangelo, passati sotto la giurisdizione della Santissima Trinità, dominio rivendicato dal fisco salernitano. Il visconte Bosone di loco Cilento, anch’egli presente, conosce per nome nei verbali finali, con la loro precisa distribuzione tra i sei monasteri interessati. Per dimostrare la sua buona fede, e in rispetto del privilegio concesso alla sua abbazia nel 1025, su cui torneremo più in dettaglio, il priore della Santissima Trinità a nome della sua comunità “giura uomo libero sui Vangeli. . ..”. Ciò conferma l’esercizio del dominio, da parte dell’abbazia, sugli uomini elencati, sia prima che dopo l’ingresso di Roberto il Guiscardo in Salerno (64). Presiede poi alla causa un giudice pubblico, il conte e giudice Sicone, la cui carriera abbiamo visto iniziare sotto i principi longobardi. L’istituzione e la procedura giudiziaria lombarda continuano a funzionare bene senza modifiche significative ai tempi di Roberto. Ma il giudice pubblico ei visconti di palazzo si mossero nel sacro salernitano archiepiscopio, come dichiara esplicitamente il verbale nelle sue prime righe.”. La Taviani, a p. 985, nella nota (63) postillava che: “(63) Archivio Cavense, (A.M.), B, 33. Ménager (L.R.): Recuil des Actes des Ducs Normands…., cit., p. 136-141.”.
Nell’ottobre 1083, Manso o Mansone, vice-conte (“vicecomes”) o visconte ducale del conte e giudice Sico o Sicone e, visconte di Roccagloriosa e Padula (sussesso al padre Leone) che, nel 1130, prossimo alla morte fece testamento
Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner postillava del vice-conte (“vice-comes”) Manso o Mansone, che troveremo nel 1130 a Roccagloriosa quando, sul letto di morte esprime le sue ultime volontà testamentarie, di cui parlerò innanzi. Il vice-conte ducale Maso o Mansone, era molto probabilmente di origini amalfitane e probabilmente un nipote o parente di un “gastaldo” chiamato Manso o Mansone che troveremo in alcuni documenti del 1014 e anche precedenti. Questo parente, chiamato anch’esso Manso o Mansone, appare nel documento (che il Ventimiglia chiama “placito”) dell’ottobre 1083 (pubblicato da Domenico Ventimiglia (….)). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “…..il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ecc…”. Dunque, Manso era vice-conte del duca Roberto il Guiscardo ed assistiva il duca e giudice Sico o Sicone. Manso o Mansone appare al seguito della principessa longobarda Sichelgaita, seconda moglie di Roberto il Guiscardo. Manso o Mansone, è parte dei presenti all’Arcivescovado di Salerno e figura come il “vice-comes” ducale al seguito del Duca e giudice Sico o Sicone. Questo personaggio, funzionario (“vice-comes”) dello Stato ai tempi e dopo la conquista di Salerno ai tempi di Roberto il Guiscardo, potrebbe essere lo stesso di cui ci parla l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, quando ci dice che, nel 1110 fu autorizzato da Arnaldo, Vescovo della Diocesi di Policastro (?) ad unire i due monasteri di S. Leo e S. Veneranda in un unico Monastero, quello di S. Mercurio a Roccagloriosa. Manso o Mansone potrebbe essere lo stesso personaggio che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento, di cui pure ho parlato in un altro mio saggio. Il “vice-comes” Manso o Mansone, oltre al processo dell’ottobre 1083, appare anche all’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) ecc…”. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940 ?); ecc…”. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Inoltre, l’Ebner, nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che: “(39)…….Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940 ?); ecc…”. Questo passaggio dell’Ebner mi sembra molto interessante. Forse anche sulla scorta dell’Acocella, l’Ebner scriveva che il viceconte Mansone, presente nel 1083 e 1086 in alcune cerimonie, doveva essere un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, ovvero “Conte Mansone d’Amalfi, figlio di Costantino, che fu prefetto”. Dunque, secondo l’Ebner il nostro Mansone, conte di Roccagloriosa e Padula che nel 7 aprile 1130 fa testamento sul letto di morte potrebbe essere un viceconte o “vice-comes” presente nel 1086 in alcuni processi ed inoltre egli doveva essere un discendente del conte Mansone di Amalfi, figlio di Costantino. Egli fu prefetto. Infatti, Nicola Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Acocella dice di si. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava e si riferiva a Carlo Guido Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Acocella, riferendosi “al viceconte ducale Mansone” cita il Garufi. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C. A. Garufi (….), “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Dunque, Mansone era gia da tempo conosciuto a corte come viceconte che assistiva alle sue funzioni, il conte Sicone. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”.
Dunque, l’Acocella cita Carlo Alberto Garufi (….) e due articoli apparsi nel 1910, nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (n° XLVI del 1910), sono due articoli dal titolo: “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici”. Nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, il Garufi pubblicò da pp. 52 a p. 80 e poi anche la seconda parte del saggio da p. 290 a p. 343 che posseggo. Il Garufi, a pp. 301-302, in proposito scriveva che: “Restringendoci al nostro tempo possiamo però affermare che la curia giudiziaria salernitana si componeva dei giudici, fra i quali si trovano nel tempo di Gisulfo II e durano fin sotto Ruggiero duca, due conti. Il gran numero di conti che si trova in questi tempi,conti semplici e conti di palazzo insieme con vice conti (3), potrebbe dar ragione a chi nei due conti e giudici vedesse un titolo onorifico ed ereditario che accompagna la qualità giudiziaria effettivamente etc…”. Il Garufi, a p. 301, nella nota (1) postillava che: “(1) Fra i vice conti dal 1065-1090 ricordo: Manso, Pietro Vibo e prima di lui un Grimoaldo, Arca Magna, B., 2; Arca XII, 42, 43, 44; XIV, 40, 48; XV, 11 – Da questi documenti non si può desumere quale sia stato il loro ufficio effettivo. Cfr. pure Poupardin, Les institutions ecc.., pp. 43 e sgg., e più specialmente Mayer, op. cit. II, pp. 319, 329 e sgg…che ha studiato tutto il materiale documentario pubblicato.”. Dunque, il Garufi accenna al vice conte Manso, che dice operasse nel periodo di Gisulfo II. Il Garufi citava René Poupardin (…..) che aveva pubblicato “Etude sur les institutions Politiques et Administratives des Principatus longobardes de Salerno”, in Melanges d’Archeologie et d’Histoire, XXI° année, Roma fasc. I e II, janvier-mars, 1908. Ma, il Garufi, si riferiva all’altra pubblicazione di René Poupardin (…), al suo “Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX-XII siecles), etude suivie d’un catalogue des actes des princes de Benevent et de Capoue”, Paris, Champion, 1907. Il Garufi, a p. 57, nella nota (1) postillava che: “(1) In quest’ultimo lavoro egli ha lasciato fuori il catalogo dei diplomi dei principi di Salerno, perchè, dice (p. VII), lo “Schipa a donné en 1887 un catalogue des actes des princes de Salerne établi sur un plan assez analogue au mien”, ma ne ha aggiunto altri 21 per Benevento e Capua; etc…”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (A.S.I.), a. 1910, da pp. 52 a 80.
L’Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”, ovvero postillava e citava René Poupardin (….), ed a p. 334 citava il testo “Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX-XII siecles), etude suivie d’un catalogue des actes des princes de Benevent et de Capoue”. L’Acocella, a pp. 333-334, in proposito scriveva che: “Invece, l’utilità che, sul piano istituzionale e su quello della struttura agricola, si poteva trarre da quelli aridi strumenti notarili, specialmente dopo la pubblicazione del ‘Codex Diplomaticus Cavensis, fu dimostrato nel 1907 da due studi fondamentali e quasi contemporanei: 1) A. Lizier, L’economia rurale dell’età prenormanna nell’Italia meridionale (Palermo, 1907); 2) R. Poupardin, Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX°-XII° siecles), (Paris, 1907): etc…”. Sempre l’Acocella, a p. 334 aggiungeva pure che: “dirette indagini sono organizzate in un opera poderosa: C. G. Mor, L’età feudale (specialmente importante, dal nostro punto di vista, il vol. II, edito a Milano nel 1953).”. Si tratta di Carlo Guido Mor (….).
Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a p. 145, nella sua nota (1), riferendosi al toponimo “Rotunda (1)”, in proposito si scrive che: “(1) Castello oggi nel territorio di Olevano sul Tusciano”. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner scriveva che il documento del 1083 è importante perchè in esso vi è notizia delle famiglie affittuarie (“vassalle”) dell’Abbazia già da tempo prima l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo era molto importante perchè “anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Un uomo libero avrebbe dovuto giurare, nome dietro nome (92), essere notorio e a sua conoscenza diretta che le famiglie elencate erano appunto quelle dipendenti dai sei anzidetti cenobi, tutti soggetti al monastero cavense non nel momento che Roberto pose l’assedio alla città, ma, si badi, nel momento che decise di farlo muovendo dal castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro. Una più restrittiva limitazione, dunque, ad evitare la presentazione di qualche diploma concesso dal principe durante l’assedio. Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner credeva che il “castello “castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro.”. Pietro Ebner scriveva che il “castello della Retonda o Rotonda, pare fosse nella Valle del Mingardo”, lo studioso Nicola Acocella credeva fosse l’odierno paese di Castelruggero. Pietro Ebner, parlando dell’antico documento scriveva che esso è importante perchè: “…..dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Dunque, per noi questo documento dell’ottobre 1083, è interessante perchè in esso si cita il “castello di Retonda o di Rotonda” che pare, secondo lo storico Nicola Acocella si trattasse di un “castello” nella Valle del Mingardo ed in particolare corrispondesse all’odierno Castelruggero. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “La procedura, scelta dal conte Sicone prevedeva inoltre……che, allorchè il Duca era giunto al ‘castrum’ di Retonda (al ‘Rotunda’) nel procedere all’occupazione di Salerno, ecc……(Questa notizia dell’occupazione di Rotonda, che il Guiscardo investe nella rapida marcia su Salerno, sovverte tutte le induzioni che sul suo itinerario han fatto sin qui gli storici. Sulla base di questa indicazione ricostruiremo le linee della strategia attuata da Roberto nel 1076).”. Dunque, come segnala Ebner, Nicola Acocella (….), credeva che alcuni toponimi citati nell’antico documento, come ad esempio “il castello della Retonda o Rotonda” oltre a trovarsi nella Valle del Mingardo, corrispondessero, secondo l’Acocella, all’odierno casale di Castelruggero. Da notare che Castelruggero è un casale unito poi a Torre Orsaia, non molto distante dal casale di Roccagloriosa. Ebner, nel suo “Chiesa, etc…”, a p. 594, parlando di Sassano, non fa nessuno accenno a Mansone o all’antico documento del 1083 ed in proposito scriveva che: “Il Rocchi (2) segnalava la chiesa di “S. Zacheriae de Sassano in territori Diani” dei monaci italo-greci. Dalla Platea del monastero di S. Pietro del Tumusso di Montesano, già grangia del cenobio di S. Maria di Rofrano, a sua volta grangia della tuscolana abbazia di S. Maria di Grottaferrata, vi è una descrizione dei confini del feudo di S. Zaccaria di Sassano (3).”. Questo monastero, nel 1131, sarà citato nel cosiddetto “Crisobollo” di re Ruggero II e dunque esso sarà una delle dipendenze dell’antica abbazia di S. Maria di Rofrano e poi di Tuscolo. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.
Nell’ottobre 1083, il “vice-comes” o visconte Manso o Mansone che appare in un processo, forse, lo stesso Manso, visconte di Roccagloriosa e Padula che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento e donerà a sua sorella Altrude il monastero di S. Mercurio
Uno dei primi documenti in cui appare il vice-conte (“vicecomes”) Manso è un documento dell’ottobre 1083. Come vedremo la figura di questo personaggio Normanno appare per la prima volta in un antico documento che era conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento”. L’abate segnalò sei monasteri, dipendenti dal cenobio cavense, che avevano famiglie soggette, affermando con giuramento (venne prestato da “unum liberum hominem”) che tali famiglie erano vassalle della Badia prima dell’assedio di Salerno, anzi prima che Roberto “ad castram quod retunda dicitur advenisset”. Ciò è molto importante perchè anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero. Dal verbale si apprende inoltre che il viceconte invitò il priore del cenobio cavense Pietro a leggere singolarmente i nomi degli “homines” soggetti a ogni monastero. Esibito lo scritto contenente detti nomi, il viceconte fece giurare al priore (anche stavolta il giuramento è prestato da un “unum liberum hominem”) che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Dunque, l’Ebner citava la notizia di un antico documento “placido”, dell’ottobre 1083, in cui si ha notizia di un processo tra l’abate dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone ed il viceconte del Cilento Boso. Processo tenutosi davanti alla principessa longobarda Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Ebner, dunque parlava di un documento (placido) dell’ottobre 1083 e nella sua nota (4) postillava che: “(4) I, ABC, XIII, 110, maggio a. 1082, Vedi Nocella.” e, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit. Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. L’antico documento dell’ottobre 1083 riguarda un processo per il possedimento di “Santa Maria de Gulia”, di cui ha parlato Amedeo la Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia – Il monastero, le chiese etc…”, di recente ha chiarito alcuni aspetti dell’antico documento del 1083 e del monastero. Egli chiarisce pure che si trattava di un antico casale forse annesso al casale di S. Maria di Castellabate che divenne un possedimento dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Tuttavia, a noi interessa l’antico documento del 1083, in cui si citano i due vicecomes Manso e Boso. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Nell’agosto del 1080 Roberto il Guiscardo, ‘per interventum domne Sikelgaite ducisse’, concede che tutti i vassalli del monastero di Cava, ovunque essi risiedano, specialmente quelli dei monasteri di Sant’Arcangelo, San Magno e Santa Maria ‘de gulia’, siano soggetti in tutto all’abbazia cavense (741). Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc….Pietro ribadisce, di contro, la facoltà di esercitare il ‘dominium’ ecc….Il processo conferma ancora una volta all’abbazia cavense i vassalli dei monasteri di Sant’Arcangelo di Perdifumo, Sant’Angelo di Montecorice, San Zaccaria de lauris, e San Giovanni de Terresino.”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 163, nella sua nota (741) postillava che: “(741) AC, B 13 edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. VIII-IX e da Ménager, Recueil, pp. 105-108”. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”.

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX
Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX e ssg. e questo documento dell’ottobre 1083, si trova anche nell’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni, con la collocazione: “B, 39”. Il Ventimiglia, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Gisolfo principe di Salerno aveva donato coll’intero territorio al Monastero di Cava la Chiesa di S. Maria de Gulia, altrimenti detta de Giulia, dov’era il Casale dello stesso nome (f), i di cui abitanti uniti agli uomini di altri casali del Cilento il Duca Roberto Guiscardo nel 1080 al suddetto Monastero Cavense sottomise (g); anzi i nomi stessi degli abitanti del Casale nel Placito tenuto nell’Arcivescovado di Salerno coll’intervenimento di Sighelgaita moglie del divisato Duca nel 1083 furono descritti e riconosciuti di dominio del suddetto Monastero (a), verso del quale non volle mostrarsi non meno generoso il Duca Ruggiero Principe di Salerno colla conferma, che gli fece del Monastero di S. Maria de Giulia nel 1086 (b), ecc…”. Il Ventimiglia, a p. 7, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Appendice de’ Monumenti, num. III, pag. IX.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Di questo documento hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), che pubblicarono come doc. n. 51, a pp. 140-141 e ssg. Del documento del 1083 hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: “Sui monasteri cavensi nel Cilento di cui si parla nel documento v. CDC, X, p. XXI – Ed.: Ventimiglia, Notizie storiche, pp. IX-XI; Senatore, La cappella, pp. XII-XV. – Cfr.: Di Meo, Annali, VIII, p. 227; Portanova, I Sanseverino, p. 64 n. 78; Martini, Il diritto feudale, p. 210 n. 3, p. 216 n. 1, p. 224 n. 1; Acocella, La figura e l’opera di Alfano I, p. 55 n. 1; Id., Il Cilento dai Longobardi, p. 121 n. 186; Cuozzo, Riflessioni, p. 708; Ebner, Economia e Società, I, p. 60 n. 123, p. 62 n. 219, p. 82 n. 39, p. 99 n. 88, p. 103 n. 90, p. 108 n. 110, p. 125 n. 176, p. 130 n. 179, p. 130, p. 135 n. 194, p. 141 n. 206; Id. Storia di un feudo, p. 101; Id. Chiesa, p. 404 n. 86, p. 634 n. 17; Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; Carlone, L’età medievale, p. 16 n. 6; Loré, Monasteri, p. 38 n. 107, p. 165 n. 41, p. 178 n. 87, p. 198 n. 152”. Riguardo il testo citato di Portanova si tratta di Gregorio Portanova (….), Il Castello di S. Severino nel secolo XIII e S.Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924 e, Gregorio Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061 – 1324), Badia di Cava, 1977. Ebner postillava che: “Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg.”. Ebner si riferiva all’opera di G. Senatore (…) ed al suo “La Cappella della chiesa di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento – Relazione storica con documenti”, Salerno, 1895. Oltre al processo dell’ottobre 1083, il “vice-comes” Manso o Mansone appare anche nell’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) che, pur rimettendo in discussione i beni che l’Abbazia possedeva nell’odierno Castellabate, mostra, più che il motivo addotto dalla sovrana, toni meno rigorosi per la procedura più spedita. Guidizi tenuti ambedue alla presenza dell’accorta, bella e coraggiosa sovrana di Salerno (88) e ambedue illuminanti sull’effettiva consistenza patrimoniale della Bada di Cava ecc…”. Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava che: “(86) ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg., del Racioppi cit., II, p. 98, dal Mattei Cerasoli (Una bolla di S. Gregorio VII, p. 183 sgg.) e dell’Acocella cit., RSS 1962, p. 77 sgg. estr.”. Pietro Ebner, vol. I, a p. 404, nella sua nota (87) postillava che: “(87) ABC, B, 34, aprile a. 1084, VII, Salerno”. Sempre Ebner postillava di Leone Mattei Cerasoli (….) e del suo “Una bolla di S. Gregorio VII“, p. 183. Dunque, Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava di Giacomo Racioppi (…..) e del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, p. 98, dove però a p. 98, l’autore parla delle origini dei luoghi e fa riferimento alle antiche pergamene. Acocella, a p. 55 della parte I, nella sua nota (57) postillava di Racioppi: “(57) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1889, vol. II, pp. 9 e sgg. Anche M. Mazziotti (op. cit., p. 103) aderisce alle tesi del Racioppi: ecc..”. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “c) Una vertenza giurisdizionale tra la curia ducale e la Badia. La genesi, le fasi, la conclusione di tale vicenda giurisdizionale sono contenute nell’importante ‘charta indicati’ dell’ottobre 1083 (186), di cui si è fatto talora cenno nelle pagine precedenti, e che adesso opportunamente conviene illustrare per l’importanza primaria che riveste, sia in riferimento alla storia del diritto e dell’economia, sia in rapporto alla storia della conquista normanna di Salerno. Ecco il contenuto del documento.”. Acocella, a p. 122, scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, continuando il suo racconto a p. 124 scriveva che: “A conferire maggiore solennità all’atto e quasi a sottolineare l’importanza storica della decisione stanno nel palazzo arcivescovile (192) e la presenza a tutta la procedura della duchessa Sichelgaita, dell’Arcivescovo Alfano I e del ‘vestararius’ del duca, Granato (193)……L’attività politica e amministrativa, svolta da Sichelgaita in assenza del marito tenuto lontano da Salerno da importanti cure di guerra o di stato (194), ecc…”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (194) postillava che: “(194) Cfr. C. De Blasiis, L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna, II, Napoli, 1864, pp. 292 sgg.”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…“. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, a. 1910, da pp. 52 a 80. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Riguardo alla principessa Sichelgaita e la sua presenza al processo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, nella sua nota (88) postillava che: “(88) La duchessa Sighelgaita sostituiva il marito, Roberto, impegnato in Oriente. Come è noto Roberto, preoccupato della potenza bizantina, salpò (a. 1081) verso Valona, conquistando Corfù. Sconfitto Alessio Commeno, conquistò Durazzo (a. 1082), ma richiesto d’aiuto da Gregorio VII, assediato da Errico IV, corse a Roma liberò il papa e, devastata la città, lo condusse con grandi onori a Salerno. Tornato in Oriente e riconquistata Corfù, morì nel corso dell’assedio di Cefalonia (a. 1085).”.
Nel 1084, Berta, secondo Ebner, figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo e, sposa di Guglielmo “comes Principatus”, I signore di Novi
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “Purtroppo, l’unico documento che si sperava avrebbe potuto fornire notizie utili e sicure su questo primo Guglielmo non solo ne tace ma è pure senza data, benchè esistano motivi validi per collocare la stipula forse prima del 1084, certamente non dopo il settembre 1089. Diploma che pare senz’altro autentico (ABC, CXV 88) e con il quale Berta e il figlio Uberto donavano all’abbazia di Cava il complesso monastico italo-greco di S. Marina. Una pia donazione della vedova, (“pro remedio anime viri miei etc…”, etc…Chi era Berta ?. Come si è detto altrove e si chiarisce meglio qui, dopo un accurato esame di tutti gli altri documenti del periodo, l’omonimo figliuolo (Guglielmo II) del primo signore di Novi aveva preso in moglie (D 47) Altruda di Teano, nipote di quella Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda. Fatti che non escludono che il primo Guglielmo possa essere stato un fedele milite di Guglielmo del Principato. Né l’esclude la più probabile derivazione del predicato Magnia, Magna, Mannia, e cioè da Alemagnia, Alemagna, Alemannia, piuttosto che dal casale Mandia (dialetto Mannia, accento sempre sulla i)….Senza dubbio, dunque, il primo Guglielmo doveva essere tra i più noti Normanni se cercò, secondo il costume già dei Longobardi, d’imparentarsi degnamente con membri della famiglia principesca salernitana, anche se del ramo cadetto di Capaccio. Un capo valoroso e sagace se non è notizia avesse usurpato terre come Guglielmo, Troisio e Guismondo, tale perciò da essere gradito, forse anche per l’origine del suo nome, alla famiglia dei conti di Capaccio. Quello che è certo è che un nipote del primo signore di Novi, per donare terre alla Badia cavense, in territorio di Gioi, dovè averne il consenso da Guglielmo II di Novi (cognato suo”, parente, non perchè aveva soltanto sposato una nipote della zia. Quanto sopra consente ragionevolmente di scorgere che Berta la seconda delle figlie di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo andata sposa all’anzidetto Guglielmo de Magnia, investito del feudo di Novi da Guglielmo del Principato etc…”. Dunque, Ebner scriveva che: “Berta la seconda delle figlie di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo andata sposa all’anzidetto Guglielmo de Magnia, investito del feudo di Novi da Guglielmo del Principato etc…”.
Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135 proseguendo il suo racconto e parlando dei figli di Guaimario di Capaccio, in proposito scriveva che dei suoi figli si sapeva molto poco “fatta eccezione per il secondo Pandolfo, che in un documento del 1103 è chiamato Signore di Capaccio ed è indicato quale parente di Guglielmo di Mannia, il signore di Novi (5).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (5) postillava che: “(5) ABC, D, 41 (a. 1103). Questo Guglielmo era figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi (ABC, D, 47; il doc., come il precedente e gli altri riguardanti i feudatari di Novi, sono riportati integralmente da P. Ebner, op. cit., pp. 337-43”. Infatti, il Cantalupo cita lo specchietto di Pietro Ebner che pubblicò nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 346. Secondo Ebner, agli “eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Va chiarito, innanzi tutto, che in quel periodo una sola famiglia di quel nome (Magnia, Mannia, Maina) era nel Principato, e precisamente gli eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi.”. Il Cantalupo, a p. 135 aggiunge pure che: “In che consisterebbe questo rapporto di parentela, non è dato sapere, ma, poichè dalla stessa carta risulta che il solo Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che il “secondo Pandolfo”, ovvero Pandolfo I di Capaccio, signore di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio, figlio primogenito del primo Pandolfo di Capaccio, è indicato in un documento veniva indicato come un “parente” di “Guglielmo di Mannia, signore di Novi e figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi”. Il Cantalupo scrive che la parentela di Guglielmo di Mannia e Pandolfo I di Capaccio, in quanto nel documento egli risulta “congiunto”, ovvero parente, evidentemente perchè, scrive sempre il Cantalupo, “Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”. In questo passaggio il Cantalupo scriveva che dal documento si può dedurre che questa “Berta”, “sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6)” (Guglielmo “comes Principatus”) aveva sposato Pandolfo I di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner (cit., pp. 83 e 95-97) sulla base di un istrumento di cui si ignora la data, fatto redigere da una nobildonna, Berta, forse di Novi, nella circostanza della sua donazione (alla Badia di Cava ?) del villaggio di Grasso e della chiesa di S. Marina (ABC, CXV, 88), afferma che questa Berta era figlia del primo Pandolfo di Capaccio e moglie di Guglielmo de Mannia, I signore di Novi, per cui sarebbe stata la zia del secondo Pandolfo di Capaccio. Va però rilevato che, a parte la mancanza di dati cronologici probanti, il rapporto di parentela presupposto dall’Autore non solo risulta molto remoto e non giustifica la successione del figlio del secondo Pandolfo al feudo di Novi, ma non spiega nemmeno perchè nel doc. del 1103 (ABC, D, 41) Guglielmo, II signore di Novi, è notato come cognato, cioè parente, del secondo Pandolfo ma non dei fratelli di questo. Comunque, mentre nulla si oppone a che si possa effettivamente considerare Berta moglie del primo signore di Novi, è assolutamente da respingersi l’ipotesi che la stessa fosse figlia del primo Pandolfo.”. Ebner scriveva che questa “Berta” risulta “figlia del primo Pandolfo di Capaccio e moglie di Guglielmo de Mannia, I signore di Novi, per cui sarebbe stata la zia del secondo Pandolfo di Capaccio”. Dunque, il Cantalupo faceva rilevare che Ebner scriveva l’esatto contrario, ovvero che Berta era figlia di Pandolfo di Capaccio e di Teodora di Tuscolo ed aveva sposato Guglielmo “comes principatus”, signore di Novi. Infatti, Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, secondo Ebner, Berta era la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio (il primo Pandolfo) e Teodora di Tuscolo. Berta sposò Guglielmo di Mannia “il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus”. Dunque, il Cantalupo opinava sulla genealogia di Ebner e scriveva che, invece, Berta era figlia di Guglielmo e fu sposata a Pandolfo di Capaccio…. “se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6)”.
Nel 1089, GUAIMARIO di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio (poi si fa monaco a Cava)
Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il conte Pandolfo, ……lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la consignoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Etc…”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Il Cantalupo proseguendo il racconto e riferendosi ai figli di Pandolfo dopo la sua morte scriveva che: “….i territori apparvero unicamente retti come feudo, frazionati in più possedimenti, di cui il maggiore, come sembra, toccò a Guaimario, il primogenito, che in un documento del 1089 si sottoscrisse: ‘comes caputaquensis’, conte di Capaccio (4).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, op. cit., Appendice, doc. H, p. XXVII.”.

Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Guaimario era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20).”. Secondo questa notizia Guaimario morì monaco all’Abbazia della SS. Trinità di Cava nel 1137. Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cantalupo scriveva che da Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo nacquero cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Guaimario, Signore di Capaccio ebbe cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 606-607 parlando di “Capaccio” in proposito scriveva che: “Da Pandolfo di Capaccio e Corneto (25) e Teodora di Tuscolo, oltre i figli di cui si è detto (secondo Gregorio; quarto Giovanni) il primogenito Guaimario, signore di Capaccio (26), che sposò Sighelgaita di Capua, da cui Pandolfo e dal quale Guglielmo (27) che successe allo zio Guglielmo (II) de Mànnia nella baronia di Novi perchè ques’ultimo non aveva avuto prole dalla moglie Altruda di Teano.”. Ebner, a p. 606, nella nota (25) postillava che: “(25) Vi è stata molta confusione sui discendenti, anche perchè ognuno è detto ‘dominus’ di Capaccio nei documenti. Cfr. ad esempio, Volpi, p. 217 sgg.”. Ebner, a p. 607, nella nota (26) postillava che: “(26) I, ABC, C 34, maggio a. 1092 e I, ABC, XVI 86, agosto a. 1098, VI, Salerno. Cfr. I, ABC, XV, 58, maggio a. 1092.”. Ebner, a p. 607, nella nota (27) postillava che: “(27) I, ABC, D 41, agosto a. 1103, XI e I, ABC, D 47, novembre a. 1104”.
Su GUAIMARIO di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 688-689 parlando di “Castel S. Lorenzo” in proposito scriveva che: “L’Ughelli (1) ricorda che nel 1144 già esisteva il monastero di S. Lorenzo de Strictu, possessore di vasti terreni con tre nuclei abitati (2), e cioè S. Clerico (poi S. Chirico), Monte di Palma e S. Lorenzo de Strictu sorti appunto intorno al Cenobio. Il Di Stefano fa risalire la fondazione del cenobio a Guaimario di Capaccio “prima di farsi religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137″. Questa è però solo la data della sua morte, come confermano le sue disposizioni testamentarie (3). Testimoni idonei affermano con giuramento, innanzi al giudice Pietro, che il monaco Guaimario, prima di morire, aveva manifestato la volontà di donare al monastero cavense parte dei suoi beni. Presenti e consenzienti all’atto il figlio del donante, Guaimario, e la vedova Sibilla, la quale aggiunse ‘pro anima’ il dono al monastero cavense di parte dei beni che le toccavano. Nel diploma però, non è nessun cenno del monastero di S. Lorenzo de Strictu.”. Ebner, a p. 688, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Stefano, ms. cit., f 159”. Dunque, Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio era sposato con Sibilla ed aveva un figlio chiamato Guaimario. Ebner, a p. 688, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Stefano, ms. cit., f 159”. Ebner si riferiva al manoscritto di Lucido Di Stefano (….), e del suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del Dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro nella stessa Lucania” (per questo testo manoscritto si veda il testo rivisto a cura di Giuseppe Barra (….), pubblicato dal Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”) pubblicato nel 2005. L’opera di Lucido Di Stefano, di Acquara, è conservata tra i manoscritti della Biblioteca Provinciale di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che “Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania” è un’opera di Lucido Di Stefano risalente al 1781, e costituisce una delle principali fonti per la ricostruzione della storia dell’area dei Monti Alburni e della valle del Calore Lucano, in provincia di Salerno. L’opera originale si presenta come una serie di manoscritti suddivisi in 3 volumi i quali furono riuniti la prima volta soltanto alla fine dell’Ottocento dal dottor Serafino Marmo di Bellosguardo che recuperò 2 volumi presso il signor Diomede Forziati di Castelcivita e un terzo volume presso il dottor Conforti di Salerno. Una volta riuniti i 3 volumi, il dottor Marmo ne consegnò gli originali al comune di Bellosguardo ove l’impiegato Emiddio Peduto si incaricò di ricopiarli. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 688-689 parlando di “Castel S. Lorenzo” in proposito scriveva che: “Il Di Stefano fa risalire la fondazione del cenobio a Guaimario di Capaccio “prima di farsi religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137”. Questa è però solo la data della sua morte, come confermano le sue disposizioni testamentarie (3).”. Dunque, Ebner scriveva che Lucido Di Stefano citava una donazione del 1137. Dunque, riferendosi a Guaimario di Capaccio, Ebner citava la donazione del 1137 di beni e del Monastero o “Cenobio di S. Lorenzo de Strictu”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) I, ABC, G 29, dicembre a. 1137, I, Salerno: ‘Ante me petrum iudicem venitbondaldus monachus (insieme ai presenti alle ultime volontà di Guaimario etc’, etc…(presenti la moglie Sibilla e il figlio Guaimario). Alferio notaio. Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto, a p. 12, scrive che: “Estratto dall’originale in pergameno sistente nell’Archivio di detto Monistero dell’Archivio del Not. apostolico D. Gennaro Sambiase.” e, a p. 10 (vol. III), dove in proposito scriveva che: “E’ notabile l’istromento, col quale Nicola Comite nel 1141, dona all’Arcivescovo di Salerno alcune terre, selve, e altri stabili, riferito da esso Campanile etc…”. Il Di Stefano scrive sulla scorta di un atto del 1141 riferito dal Campanile sulla famiglia dei “Comite”. Il Di Stefano (….), nel vol. III, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Devo dunque premettere, che Gisulfo II ultimo Principe di Salerno Longobardo, creò Conte di Capaccio Guaimario V suo figluolo, e Conte di Fasanella, e Corneto Euferio Comite suo parente. Lampo dilui figluolo impalmò Gemma della stessa casa di Gisulfo; perchè fratelli di Guaimario IV Principe di Salerno, Padre di Gisulfo, furono anche Pandolfo e Guido figluoli del Principe Guaimario III; come scrive lo stesso Autore Figluoli di Pandolfo furono Gregorio, Guaimario, Giovanni e Sica. Di Giovanni fu figluola detta Gemma, come da detto istrumento……Nella morte di Guaimario V primo conte di Capaccio, gli succedé nel 1092 il suddetto Gregorio, come scrive il Pellegrino presso il Volpe nella ‘Serie de’ Conti di Capaccio’. A Gregorio succedé Guiamario suo fratello per sentenza dello stesso Pellegrino. A costui (che si fé monaco Cassinese nel 1137) dice esso Volpe, che succedé Sica sua sorella moglie di Ruggiero Sanseverino. Ciò premesso, dico, che al suddetto Guaimario, non solamente succedé detta Sica, ma anche Gemma unica figliola di Giovanni suddetto, fratello di Gregorio, e di Guaimario, ch’era moglie di Lampo Comite Signore di Fasanella nell’anno 1134. Che ciò sia vero, egli è certo, che figlio di Gemma, e di Lampo suddetti, fu Tancredi, come si legge nel trascritto istromento. Etc…”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Piero Cantalupo (….), a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Guaimario era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20).”. Infatti, Paul Guillaume, nel suo “Essai etc…” (si veda l’edizionee ristampa a cura della Ruocco), a p. 120 si legge che: “Tra l’armata di monaci, come si esprime ‘Bucelini (29), che vivevano al tempo dell’abbate Simeone, nella solitudine della Cava, ce n’è etc….Tal è ancora quel Guaimario, nipote, per suo padre Pandolfo, del principe di Salerno Guaimario III, che portava allora il titolo di Conte di Capaccio, a qualche chilometro della antica Pestum. Questo potente signore, uno degli ultimi rappresentanti della famiglia Longobarda che ha occupato così a lungo il trono principesco di Salerno, non si contentò affatto di dare al monastero di Cava tutti i beni al di dentro e al di fuori della città di Salerno (1137); egli volle alla fine dargli se stesso; cosa che avvenne verso la fine del governo dell’abate Simeone. (31).”. Il Guillaume (….), a p. 120, nella nota (31) postillava che: “(31) “Ejus tempore (Falconis) Guaimarius Caputaquensium Dominus, Pater Guaimarj iunioris, fuit Monachus Cavensis et Sanctae Religionis habitum ab ipso Domino Abbate suscepit, in Monasterio Cavensi, cui universa bona sua donavit, Anno Domini 1137 Decembri”. Venereo, Diction. Arch. Cav., Ms. t. IV., p. 311; Cf. il diploma dell’Arc. Mag. G. 29; vd. UGHELLI, Italia Sacra, VII, 375; Pratilli, tomo V., p. 18.”. Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania” (si veda l’opera a cura di Giuseppe Barra), nel vol. I – Discorso VIII, “Del Castello di Sanlorenzo“, a p. 279, in proposito scriveva che: “(280) Credo probabilmente, che Guaimaro, terzo Conte di Capaccio, fratello consorbino di Gisulfo ultimo Principe di Salerno Longobardo, dovette fondare il Monastero dell’Ordine Cassinese, detto di Sanlorenzo ‘de Strictu’, prima di farsi Religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137 come ho detto nel Disc. I del 3 libro, dapoiche come scrive l’Ughellio nella Chiesa di Capaccio, tomo 7 detto monastero nel 1144 esisteva, e l’ampj territorj, etc….”.
Nel 1089, GIORDANO, figlio di GIOVANNI (figlio di Pandolfo di Capaccio) e di Altruda di Sessa
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 739 parlando di “Corleto (Monforte)”, che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Dopo l’assassinio di Pandolfo, conte di Capaccio e di Corneto, …..(luglio 1052), la contea venne divisa tra i diversi suoi figli (v. a Capaccio). Tra essi, il quarto, Giovanni che sposò Altruda di Sessa, da cui Giordano, il quale nel 1086, donò ‘pro anima’ alla Badia di Cava (7) la chiesa di S. Venere, “que sita est in loco quondam tenimenti corniti, prope casale russino (Roscigno vecchio o villaggio scomparso ?)(8). Documento importante per la concessione del privilegio “pascendi, lignandi, boscandi” nell’intero territorio di Corneto.“. Ebner, a p. 739, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, C 10, settembre a. 1086, XII, Corneto: “Jordanus etc…”. Ebner, a p. 739, nella nota (8) postillava che: “(8) Il Ventimiglia, cit., p. 100, n., dubita che questa di Russino sia la stessa chiesa di cui nel breve di Amato, malgrado la breve distanza (Roscigno, 2 miglia da Corneto). Della chiesa di Roscigno è pure notizia nell’istrumento del 1362 del vescovo Tommaso di Santomagno. A mio avviso, l’ubicazione del diploma è meramente indicativa e chiarificatrice, per cui pare difficile ammettere l’esistenza di due chiese così vicine e dello stesso titolo.”. Su “Giovanni” ha scritto Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cantalupo scriveva che da Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo nacquero cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Guaimario, Signore di Capaccio ebbe cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Dunque, questo GIORDANO era un figlio di GIOVANNI, uno dei figli di Pandolfo di Capaccio e quindi era un nipote di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 740 parlando di “Corleto (Monforte)”, che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Nel 1137 l’anzidetto Giordano donò alla Badia (11), con la solita formula ‘causa benedictionis’ che mentiva la vendita, alcune terre a Fragina e ad Acquavella, ricevendone 150 soldi di tarì salernitani. Documento anche questo importante perchè oltre a dirci dell’estensione dei beni donati, ci informa di parte della vasta parentela di Giordano.”. Ebner, a p. 740, nella nota (11) postillava che: “(11) I, 9BC, G 24, marzo a. 1137, XV, Salerno (transunto in ABC, XXIV 26): “Giordano, dominus de castello cornito ac filius quondam johannis, etc…”.
Su “Giovanni”, figlio di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo, ha scritto Piero Cantalupo (….), nella sua “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito scriveva che: “Un’altro figlio di Pandolfo, Giovanni, pare che avesse titolo specifico su Corneto (attuale Corleto Monforte), feudo che non risulta abbia fatto originariamente parte della contea di Capaccio, come Trentinara, esso o vi fu aggregato in epoca normanna o, quasi certamente, fu dato con investitura personale a questo Giovanni, il cui figlio Giordano, in qualità di signore di Corneto, nel 1137 donò alla Badia di Cava dei beni siti nella località di Fragina ed in Acquavella (8).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (8) postillava che: “(8) ABC, G, 24”.
Nel 1089, un processo alla presenza di Ruggero Borsa
Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 980-981 parlando di “B. – Hereditates Ecclesiae: Fi du mundium princier sur l’eglise”, in proposito scriveva che: “Un altro interesse del processo del 1089, e non ultimo, viene dal luogo in cui si svolse e dall’assistenza alla presenza della quale i quattro giudici laici ascoltano e giudicano la causa. Questo processo si svolge “presso il sacro paais archiépiscopale”. All’inizio della sua relazione, il notaio accenna alla presenza in questo luogo del duca Ruggero, figlio e successore di Roberto il Guiscardo, dell’arcivescovo di Salerno Alfan II (1085-1121) e dell’abate Pierre de Saint-Trinité de Mitiliano. Aggiunge i nomi dei giudici e poi si limita ad evocare in termini generali la folla di “parenti e figlie” del duca. Ma alla fine dell’atto ci dà alcuni nomi, alcuni dei quali ci sono noti. In Tra i parenti e i fedeli spiccano tre nipoti di Guaimar IV: Guaimar figlio di suo fratello Gui, Guaimar e Gregory, figlio di suo fratello Pandolf. Un visconte Manson è un nome comune tra l’aristocrazia amalfitana e tra gli atranensi. Gli altri sono normanni: Foulque Grammaticus, Foulque Stratigot, Robert Filiolus. Ad eccezione della presenza dell’arcivescovo, questa assemblea è identica a quelle che abbiamo incontrato, quelle in particolare che rientravano nel mundium del sovrano. Tra queste c’erano le controversie tra i laici e le chiese sub defensione palatii.”.
Nel 1074, GREGORIO, signore di Capaccio (figlio di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo) e sua moglie Maria
Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 739 parlando di “Corleto (Monforte)”, che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Dopo l’assassinio di Pandolfo, conte di Capaccio e di Corneto, …..(luglio 1052), la contea venne divisa tra i diversi suoi figli (v. a Capaccio). Tra i figliuoli di Pandolfo vi era anche il secondo, Gregorio, signore di Capaccio, come si legge in una donazione del 1092 (9), con la quale esso Gregorio, con la moglie Maria figlia di Erberto, donarono etc…”. Ebner, a p. 739, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, C 34, anno 1092, XV, Salerno (copia in ABC, XV 58) etc…”. Su “Gregorio”, figlio di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo, ha scritto Piero Cantalupo (….), nella sua “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito scriveva che: “Il secondo dei figli di Pandolfo, Gregorio (5), ebbe, forse come feudo distinto dal primo, quello di Trentinara, il cui territorio, in seguito non solo apparirà separato da quello di Capaccio, ma in possesso di suo figlio Guglielmo (6) e poi del figlio di questi Roberto (7).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (7) postillava che: “(7) Nel 1156 Roberto di Trentinara, marito di Lolegrima, figlia di Alfano di Castramaris (Velia), giacendo moribondo “…in ipso castello Trentinaro, in palatio suo….”, nominò tra i suoi esecutori testamentari: etc…”. Su “Gregorio” ha scritto Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cantalupo scriveva che da Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo nacquero cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Guaimario, Signore di Capaccio ebbe cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Gregorio e Gisulfo sono ricordati nel 1103 (ABC, D 41), il primo anche nel 1104 (ABC, XVII, 103) ed il secondo ancora nel 1134 (ABC, G, 12).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “Come si è detto altrove e si chiarisce meglio qui, dopo un accurato esame di tutti gli altri documenti del periodo, l’omonimo figliuolo (Guglielmo II) del primo signore di Novi aveva preso in moglie (D 47) Altruda di Teano, nipote di quella Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “….Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 688, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Stefano, ms. cit., f 159.”. Ebner si riferiva al manoscritto di Lucido Di Stefano (….), e del suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del Dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro nella stessa Lucania” (per questo testo manoscritto si veda il testo rivisto a cura di Giuseppe Barra (….), pubblicato dal Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”) pubblicato nel 2005. L’opera di Lucido Di Stefano, di Acquara, è conservata tra i manoscritti della Biblioteca Provinciale di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che “Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania”. Il Di Stefano pubblica un atto del 1137 che riguarda il testamento di Guaimario di Capaccio ed il Monastero o “Cenobio di S. Lorenzo de Strictu”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) I, ABC, G 29, dicembre a. 1137, I, Salerno: ‘Ante me petrum iudicem venitbondaldus monachus (insieme ai presenti alle ultime volontà di Guaimario etc’, etc…(presenti la moglie Sibilla e il figlio Guaimario). Alferio notaio. Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto, a p. 12, scrive che: “Estratto dall’originale in pergameno sistente nell’Archivio di detto Monistero dell’Archivio del Not. apostolico D. Gennaro Sambiase.” e, a p. 10 (vol. III), dove in proposito scriveva che: “E’ notabile l’istromento, col quale Nicola Comite nel 1141, dona all’Arcivescovo di Salerno alcune terre, selve, e altri stabili, riferito da esso Campanile etc…”. Il Di Stefano scrive sulla scorta di un atto del 1141 riferito dal Campanile sulla famiglia dei “Comite”. Il Di Stefano (….), nel vol. III, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “….come scrive lo stesso Autore Figluoli di Pandolfo furono Gregorio, Guaimario, Giovanni e Sica. Di Giovanni fu figliola detta Gemma, come da detto istrumento……Nella morte di Guaimario V primo conte di Capaccio, gli succedé nel 1092 il suddetto Gregorio, come scrive il Pellegrino presso il Volpe nella ‘Serie de’ Conti di Capaccio’. Etc…”. Dunque, il Di Stefano sulla scorta dell’atto del 1137 desume che dopo la morte di Guaimario di Capaccio, che lui chiama “GUAIMARIO V”, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo e I Conte di Capaccio, nel 1092 gli succedé GREGORIO. Il Di Stefano, scriveva pure che: “A Gregorio succedé Guaimario suo fratello per sentenza dello stesso Pellegrino. A costui (che si fé monaco Cassinese nel 1137) dice esso Volpe, che succedé Sica sua sorella moglie di Ruggiero Sanseverino. Ciò premesso, dico, che al suddetto Guaimario, non solamente succedé detta Sica, ma anche Gemma unica figliola di Giovanni suddetto, fratello di Gregorio, e di Guaimario, ch’era moglie di Lampo Comite Signore di Fasanella nell’anno 1134. Che ciò sia vero, egli è certo, che figlio di Gemma, e di Lampo suddetti, fu Tancredi, come si legge nel trascritto istromento. Etc….ne siegue, che allora quando Guaimario Conte di Capaccio si fé Religioso Benedettino, divise il suo Contado, parte a Sica sua sorella, a cui assegnar dové Giungano, Trentenaro, Camogniento, e la metà della Città di Capaccio, e parte a Gemma sua nipote figliola unica di Giovanni suo germano, e moglie di Lampo Comite, con assegnarli l’altra metà del condado, cioè la metà di Capaccio, con Albanella etc….”. Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania” (si veda l’opera a cura di Giuseppe Barra), nel vol. I – Discorso VIII, “Del Castello di Sanlorenzo“, a p. 279, in proposito scriveva che: “Credo probabilmente, che Guaimaro, terzo Conte di Capaccio, fratello consorbino di Gisulfo ultimo Principe di Salerno Longobardo, dovette fondare il Monastero dell’Ordine Cassinese, detto di Sanlorenzo ‘de Strictu’, prima di farsi Religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137 come ho detto nel Disc. I del 3 libro, dapoiche come scrive l’Ughellio nella Chiesa di Capaccio, tomo 7 detto monastero nel 1144 esisteva, e l’ampj territorj, etc….”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 129 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, nella nota (516) postillava che: “(516) Nel novembre del 1073, invece Alfano, filius quondam Petri comitis, vende tutte le sue proprietà, tra cui la terra con la chiesa di S. Nicola a Gregorio, filius quondam domni Paldulfi, filii domni Guaimarii principis, per la cifra di 115 soldi sclifati. Cfr. AC, XIII, 5 e 8: gennaio 1074, editi in CDC X, doc. 19 e 23, pp. 59-71, 79-81. Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.”. La Visentin, a p. 130, in proposito scriveva che: “Rimane almeno per i primi cinquant’ani del XII secolo (517), quando Gregorio, filius quondam Pandulfi qui filius domni Guaimarii principis, e dopo di lui il conte Giovanni, figlio dello stesso Gregorio (518), insieme alla madre Sichelgaita, compaiono ancora quali possessori della cappella (519).”. La Visentin, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Roani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”. La Visentin nelle pagini seguenti trattando del monastero di S. Nicola continua a dire molte altre notizie su Gregorio.
Nel 1093, il conte GLORIOSO, figlio del conte Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo (figlio del conte Mansone ?), confermò una donazione a Cava
Su Come è stato già detto in precedenza, Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo ebbero sette figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Dunque, Glorioso era un figlio di Pandolfo di Capaccio. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la consignoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Etc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (2) postillava che: “(2) ‘Gloriosum filium quondam Pandulfi Comitis (DE BLASIO, cit., doc. XXXVII, a. 1110). Glorioso ebbe due figlie, Itta e Sichelgaita (ABC, XXV, 55); per la data della sua morte cfr. Talamo Atenolfi, op. cit., p. 21 (trascritto però erroneamente: 1122).”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice. Su “Glorioso” figlio di Guaimario di Pandolfo di Capaccio e feudatario nella zona di Castellabate ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1093 Glorioso, figlio del conte Pandolfo, figlio del conte Mansone, ed Ermelina, figlia del fu Ma…, marito e moglie, donarono (9) al monastero cavense la “integram quartam etc…beati zacherie”, già spettante alla Badia.”. Ebner, a p. 123, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, XV 80, aprile a. 1093, I, Salerno”. Addirittura in questa notizia Ebner scriveva che “Nel 1093 Glorioso, figlio del conte Pandolfo, figlio del conte Mansone” e pure che: “che furono del conte Mansone, fratello di Pandolfo”. Dunque, se uno dei fratelli di Pandolfo di Capaccio, padre di “Glorioso” era il conte Mansone, vuole dire che Glorioso era un nipote del conte Mansone. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: “…dall’esame di altri due documenti sospetti, la conferma concessa dal duca Ruggero all’abbazia, nell’ottobre del 1086, riguardante i monasteri ‘in lucanis finibus, cum omnimoda iurisdictione opsarum ecclesiarum et omnibus iuribus et bonis suis’, tra i quali compaiono anche i cenobi di San Giorgio e San Zaccaria (651), e il privilegio di Urbano II che, nell’ottobre del 1089, assicura ancora una volta a Cava i due monasteri (652). Nel 1093 i monaci della Trinità possiedono la metà del complesso di San Zaccaria e ‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina, provvede ad offrire loro la quarta parte della chiesa (653). Etc..”. La Visentin, a p. 149, nella nota (652) postillava che: “(652) AC, C 21: ottobre 1089, edito dal Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXII-XXIII; Kehr, IP VII, p. 318 nr. 7, a cui si rimanda per la bibliografia. Cfr. anche CDC X, pp. XVII-XX e AC, C 35 bis. Il Kehr ritiene il documento autentico.”. La Visentin, a p. 149, nella nota (653) postillava che: “(653) AC, XV 80: aprile 1093”. Sul conte “Glorioso” ha scritto pure Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Il Ventimiglia (9) ricorda poi che Glorioso, figlio del conte Pandolfo, durante la sua ultima infermità dispose (a. 1112) che alla sua morte il figlio Simone, nel provvedere a farlo tumulare nel monastero cavense, donasse, al suddetto monastero la terza parte del monte Licosa oppure cento soldi. Con una successiva donazione (a. 1113) anche le altre tre parti del monte vennero donate al monastero compresa anche la parte di Ermiliana, moglie del predetto conte Glorioso.”. Ebner, a p. 115, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) Ventimiglia, cit., p. 91 = ABC, E 22, novembre a. 1112, VI, Salerno.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino parlando di una donazione del 1094 del conte Riccardo Siniscalco, in proposito scriveva che: “…..e finalmente la restante porzione fu donata da Glorioso Conte, figliuolo del Conte Pandolfo nel 1112 (g). Sembra che cessino le notizie etc…”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (g) postillava: “(g) Arca 62, n. 403. Si ha pur di lui donazione fatta nell’ultima sua infermità dell’anno 1112 di una parte del Monte della Licosa del valore di cento soldi al Monastero della Cava, cui le altre tre porzioni si appartenevano, coll’obbligo etc…”. Dunque, Glorioso aveva un figlio chiamato “Simone” e morì nell’anno 1112.
L’opera di latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’ pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”.
Nel 1093, Gisulfo, figlio del conte Mansone (detto ‘de lo Rufus’), o figlio del conte Guaimario (primogenito di Pandolfo di Capaccio) morì (?) e venne tumulato nell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni
Alcune notizie su “Gisulfo”, figlio del conte Mansone ci vengono da Paul Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava – saggio storico – Da documenti inediti”, a p. 26, parlando di “S. Pietro Pappacarbone” a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Tra la moltitudine di religiosi che vivevano a Cava al tempo dell’Abate Pietro I, molti hanno il loro posto di spicco nella storia religiosa, politica etc…La lista sarà molto incompleta etc…, ….Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, che innanzitutto fece grandi donazioni al monastero di Cava e in seguito volle egli stesso abbracciare la vita religiosa; (9) etc…”. Il Guillaume, a p. 57, nella nota (9) postillava che: “(9) Ex discipulis vero suis (Petri videlicet) qui ad nostram notitiam pervenere, prae ceteris notaru dignus est Gisulfus, sive Gifulsus, filius bonae memoriae Mansonis Comitis, qui dictus est ‘De lo Rufo’, qui, ut reperimus, ante annum Domini MXCIII in ipso fuit Cavensi Monasterio tumulatus. Hic una cum patre, id quod frater eius Landulfus nomine confirmavit, (obtulerunt) omnium bonorum suorum quartam partem, quae ad ipsum Mansonem Comitem pertinebat, in Acquabella, Licosa, Terresino et Stayno, tam in montibus quam in planiciae; quartam quoque partem Monasterium S. Georgij ad duo flumina et S. Zacharia de leuris, in Lucaniae finibus, bonorumque omnium ad ea spectantium”. RODUL., Historia., Ms. 61, p. 30; cfr. VENER., Dict., Ms., t IV., p. 73; UGHELLI, VII, 375.”. Dunque, il chronista “Rodulfo” scriveva che: “Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, che innanzitutto fece grandi donazioni al monastero di Cava e in seguito volle egli stesso abbracciare la vita religiosa; (9)”. Il Guillaume, a p. 59, in proposito scriveva che: “alle ‘Cronache’ di Rodulfo” e, a p. 29, sempre su “Rodulfo”, in proposito scriveva che: “….secondo una testimonianza dello storico Rodulfo, (14) etc..”. Il Guillaume, a p. 29, nella nota (14) postillava che: “(14) ‘Vita de S.P. Cav., Ms., 61 etc..; Hist., Ms. 61 etc…”. Il testo di Rodulfo, scritto in latino dovrebbe essere il seguente: “Dei suoi discepoli (di Petri, cioè) che ci sono venuti a conoscenza, Gisulfus, o Gifulsus, figlio del ben ricordato conte di Mansone, detto ‘De lo Rufus’, il quale, come troviamo, prima l’anno del Signore MXCIII, è degno di nota sopra il resto fu sepolto nel Monastero dei Cavensi.”. Gusulfo era detto “de lo Riuso”. Dunque di questo storico chiamato “Rodulfo” vi sono due manoscritti: “Vita di S. Pietro etc..” e “Historia etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, nell’indice lo chiama “Rodolfi, abate cavense”, e a p. 155 vol. II, in proposito scriveva che: “Nella Historia dell’abate Rodolfo (4).”. Ebner a p. 155, nella nota (4) postillava che: “ABC, ms. n. 61”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: “(56) Per la vita e le opere dell’abate Pietro, vedi il mio saggio ‘Pietro da Salerno’ cit.. L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riuso’, donò all’abate Pietro la quarta parte dei suoi beni siti ad Acquavella, Licosa, Tresino e Stagno e la quarta parte dei monasteri di S. Giorgio ad ‘duo flumina’ e di S. Zaccaria ‘de Lauris’. L’abate ebbe anche donazioni da Giordano, signore di Corneto, da Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, da Ugo di Avena, da Riccardo di Drogone, da Guglielmo de Mànnia, signore di novi, più di tutti dal duca Ruggiero (1085-1111) e dal figlio duca Guglielmo (1111-1123).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 399, nella nota (73) postillava che: “(73) Specialmente sotto i normani, di cui l’abate RODOLFO (Hist. Monast. Cav., ms. 63, f 123) disse del suo prezioso manoscritto ‘Illustrissima Normandorum legittima Prosapia desiit, a qua monasterio Cavensis gloria originem ferme sumpsit et incrementum’.”. Il Guillaume, a p. 57, nella nota (9) postillava che: “(9) Ex discipulis vero suis (Petri videlicet) qui ad nostram notitiam pervenere, prae ceteris notaru dignus est Gisulfus, sive Gifulsus, filius bonae memoriae Mansonis Comitis, qui dictus est ‘De lo Rufo’, qui, ut reperimus, ante annum Domini MXCIII in ipso fuit Cavensi Monasterio tumulatus. Hic una cum patre, id quod frater eius Landulfus nomine confirmavit, (obtulerunt) omnium bonorum suorum quartam partem, quae ad ipsum Mansonem Comitem pertinebat, in Acquabella, Licosa, Terresino et Stayno, tam in montibus quam in planiciae; quartam quoque partem Monasterium S. Georgij ad duo flumina et S. Zacharia de leuris, in Lucaniae finibus, bonorumque omnium ad ea spectantium”.”. Il testo di Rodulfo, scritto in latino dovrebbe essere il seguente: “Dei suoi discepoli (di Petri, cioè) che ci sono venuti a conoscenza, Gisulfus, o Gifulsus, figlio del ben ricordato conte di Mansone, detto ‘De lo Rufus’, il quale, come troviamo, prima l’anno del Signore MXCIII, è degno di nota sopra il resto fu sepolto nel Monastero dei Cavensi. Qui insieme con il padre, che il fratello di nome Landolfo confermò, (offrì) una quarta parte di tutti i loro beni, che appartenevano allo stesso conte Mansone, in Acquabella, Licosa, Terresino e Stayno, sia in montagna che in pianura; inoltre una quarta parte del Monastero di S. Giorgio ai due fiumi e di S. Zaccaria di Leuris, nei confini della Lucania, e di tutti i beni ad essi appartenenti”. Dal documento del Rodulfo, inoltre si parla anche di “Landolfo” fratello di “Gisulfo” che poi in seguito vedremo, insieme ai due figli di Gisulfo, nel 1133 confermeranno il testamento del conte Mansone. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: “(56)….L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riuso’, donò all’abate Pietro la quarta parte dei suoi beni siti ad Acquavella, Licosa, Tresino e Stagno e la quarta parte dei monasteri di S. Giorgio ad ‘duo flumina’ e di S. Zaccaria ‘de Lauris’.”. Gisulfo, prima del 1093 fece delle donazioni all’abate Pietro da Salerno. Gisulfo donò all’Abbazia della SS. Trinità di Cava beni a in Acquabella, Licosa, Terresino e Stayno che erano appartenuti a suo padre il conte Mansone. Gisulfo aveva due figli: Guido o Guidone e Alessandro che nel 1133 confermarono il testamento del conte Mansone. E’ molto probabile che Gisufo era fratello di Landone.
NEL 1103, GISULFO di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio e fratello di Gregorio, Pandolfo I e di Todino
Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135 riferendosi a Guaimario di Capaccio, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, da Guaimario di Capaccio o signore di Capaccio nacquero cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Infatti, ora parlo di Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio e fratello di Gregorio, Gisulfo e Todino, di cui parlerò in seguito. Il Cantalupo, nel suo specchietto a p. 134, in proposito scriveva che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034?-1052)”, padre del figlio primogenito “Guaimario conte di Capaccio (1059-1089)”, padre del figlio terzogenito “GISULFO (1103-1134).”. Questo signore di Capaccio, come vedremo in seguito risulterà tumulato all’Abbazia di Cava dei Tirreni nel 1093 e sarà padre dei due fratelli Guido e Alessandro che, nel 1133 rtificheranno il testamento dello zio conte Mansone a Roccagloriosa. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Gregorio e Gisulfo sono ricordati nel 1103 (ABC, D, 41), il primo anche nel 1114 (ABC, XVII, 103), ed il secondo ancora nel 1134 (ABC, G, 12). Guaimario (non il padre ma uno dei suoi fratelli) era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo-Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20). Todino etc…”. Questo scriveva il Cantalupo sui cinque figli di Guaimario di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e di Teodora. Il Cantalupo, a p. 134, nel suo specchietto scriveva che: “GISULFO (1103-1134)”. Il Cantalupo, a p. 135, sul documento ABC, D, 41, dell’anno 1103, in cui figurerebbe anche GISULFO e, di cui egli postillava, nella nota (5) che: “(5) ABC, D, 41 (a. 1103). Questo Guglielmo era figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi (ABC, D, 47; il doc., come il precedente e gli altri riguardanti i feudatari di Novi, sono riportati integralmente da P. Ebner, op. cit., pp. 337-43” e che a p. 135, in proposito scriveva pure che: “…..poichè dalla stessa carta risulta che il solo Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”, il Cantalupo si riferiva a Berta di cui parlerò in seguito. Sempre restando al documento del 1103, in cui pare figurasse Gisulfo di Capaccio, figlio di Guaimario, il Cantalupo, a p. 135, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner (cit., pp. 83 e 95-97) sulla base di un istrumento di cui si ignora la data, fatto redigere da una nobildonna, Berta, forse di Novi,………Va però rilevato che,…….non spiega nemmeno perchè nel doc. del 1103 (ABC, D, 41) Guglielmo, II signore di Novi, è notato come cognato, cioè parente, del secondo Pandolfo ma non dei fratelli di questo. Etc…”. Dunque, i sostanza il Cantalupo faceva rilevare che nel documento del 1103, Gisulfo e Gregorio non risultano cognati, cioè parenti di “Guglielmo, II signore di Novi”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 606-607 parlando di “Capaccio” in proposito scriveva che: “Da Pandolfo di Capaccio e Corneto (25) e Teodora di Tuscolo, oltre i figli di cui si è detto (secondo Gregorio; quarto Giovanni) il primogenito Guaimario, signore di Capaccio (26), che sposò Sighelgaita di Capua, da cui Pandolfo e dal quale Guglielmo (27) che successe allo zio Guglielmo (II) de Mànnia nella baronia di Novi perchè ques’ultimo non aveva avuto prole dalla moglie Altruda di Teano.”. Ebner, a p. 606, nella nota (25) postillava che: “(25) Vi è stata molta confusione sui discendenti, anche perchè ognuno è detto ‘dominus’ di Capaccio nei documenti. Cfr. ad esempio, Volpi, p. 217 sgg.”. Ebner, a p. 607, nella nota (26) postillava che: “(26) I, ABC, C 34, maggio a. 1092 e I, ABC, XVI 86, agosto a. 1098, VI, Salerno. Cfr. I, ABC, XV, 58, maggio a. 1092.”. Ebner, a p. 607, nella nota (27) postillava che: “(27) I, ABC, D 41, agosto a. 1103, XI e I, ABC, D 47, novembre a. 1104”. Dunque, Ebner sciveva che Guaimario, signore di Capaccio avev sposato Sighelgaita di Capua, ed ebbero dei figli tra cui Pandolfo I di Capaccio che ebbe il figlio chiamato Guglielmo.
NEL 1103, Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio
Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135 riferendosi a Guaimario di Capaccio, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, da Guaimario di Capaccio o signore di Capaccio nacquero cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Infatti, ora parlo di Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio e fratello di Gregorio, Gisulfo e Todino, di cui parlerò in seguito. Il Cantalupo, nel suo specchietto a p. 134, in proposito scriveva che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034?-1052)”, padre del figlio primogenito “Guaimario conte di Capaccio (1059-1089)”, padre del figlio primogenito “Pandolfo signore di Capaccio, anno 1103)”. Dunque, uno dei figli di Guaimario di Capaccio era Pandolfo I di Capaccio, Signore di Capaccio. Il Cantalupo scriveva che dei cinque figli di Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e di Teodora di Tuscolo “di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”, ma aggiungeva che: “…fatta eccezione per il secondo Pandolfo, che in un documento del 1103 è chiamato Signore di Capaccio ed è indicato quale parente di Guglielmo di Mannia, il signore di Novi (5).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (5) postillava che: “(5) ABC, D, 41 (a. 1103). Questo Guglielmo era figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi (ABC, D, 47; il doc., come il precedente e gli altri riguardanti i feudatari di Novi, sono riportati integralmente da P. Ebner, op. cit., pp. 337-43”. Infatti, il Cantalupo cita lo specchietto di Pietro Ebner che pubblicò nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 346. Secondo Ebner, agli “eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Va chiarito, innanzi tutto, che in quel periodo una sola famiglia di quel nome (Magnia, Mannia, Maina) era nel Principato, e precisamente gli eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi.”. Il Cantalupo, a p. 135 aggiunge pure che: “In che consisterebbe questo rapporto di parentela, non è dato sapere, ma, poichè dalla stessa carta risulta che il solo Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che il “secondo Pandolfo”, ovvero Pandolfo I di Capaccio, signore di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio, figlio primogenito del primo Pandolfo di Capaccio, è indicato in un documento veniva indicato come un “parente” di “Guglielmo di Mannia, signore di Novi e figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi”. Il Cantalupo scrive che la parentela di Guglielmo di Mannia e Pandolfo I di Capaccio, in quanto nel documento egli risulta “congiunto”, ovvero parente, evidentemente perchè, scrive sempre il Cantalupo, “Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”. In questo passaggio il Cantalupo scriveva che dal documento si può dedurre che questa “Berta”, “sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6)” (Guglielmo “comes Principatus”) aveva sposato Pandolfo I di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner (cit., pp. 83 e 95-97) sulla base di un istrumento di cui si ignora la data, fatto redigere da una nobildonna, Berta, forse di Novi, nella circostanza della sua donazione (alla Badia di Cava ?) del villaggio di Grasso e della chiesa di S. Marina (ABC, CXV, 88), afferma che questa Berta era figlia del primo Pandolfo di Capaccio e moglie di Guglielmo de Mannia, I signore di Novi, per cui sarebbe stata la zia del secondo Pandolfo di Capaccio. Va però rilevato che, a parte la mancanza di dati cronologici probanti, il rapporto di parentela presupposto dall’Autore non solo risulta molto remoto e non giustifica la successione del figlio del secondo Pandolfo al feudo di Novi, ma non spiega nemmeno perchè nel doc. del 1103 (ABC, D, 41) Guglielmo, II signore di Novi, è notato come cognato, cioè parente, del secondo Pandolfo ma non dei fratelli di questo. Comunque, mentre nulla si oppone a che si possa effettivamente considerare Berta moglie del primo signore di Novi, è assolutamente da respingersi l’ipotesi che la stessa fosse figlia del primo Pandolfo.”. Ebner scriveva che questa “Berta” risulta “figlia del primo Pandolfo di Capaccio e moglie di Guglielmo de Mannia, I signore di Novi, per cui sarebbe stata la zia del secondo Pandolfo di Capaccio”. Dunque, il Cantalupo faceva rilevare che Ebner scriveva l’esatto contrario, ovvero che Berta era figlia di Pandolfo di Capaccio e di Teodora di Tuscolo ed aveva sposato Guglielmo “comes principatus”, signore di Novi. Infatti, Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, secondo Ebner, Berta era la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio (il primo Pandolfo) e Teodora di Tuscolo. Berta sposò Guglielmo di Mannia “il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus”. Dunque, il Cantalupo opinava sulla genealogia di Ebner e scriveva che, invece, Berta era figlia di Guglielmo e fu sposata a Pandolfo di Capaccio…. “se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6)”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 606-607 parlando di “Capaccio” in proposito scriveva che: “Da Pandolfo di Capaccio e Corneto (25) e Teodora di Tuscolo, oltre i figli di cui si è detto (secondo Gregorio; quarto Giovanni) il primogenito Guaimario, signore di Capaccio (26), che sposò Sighelgaita di Capua, da cui Pandolfo e dal quale Guglielmo (27) che successe allo zio Guglielmo (II) de Mànnia nella baronia di Novi perchè ques’ultimo non aveva avuto prole dalla moglie Altruda di Teano.”. Ebner, a p. 606, nella nota (25) postillava che: “(25) Vi è stata molta confusione sui discendenti, anche perchè ognuno è detto ‘dominus’ di Capaccio nei documenti. Cfr. ad esempio, Volpi, p. 217 sgg.”. Ebner, a p. 607, nella nota (26) postillava che: “(26) I, ABC, C 34, maggio a. 1092 e I, ABC, XVI 86, agosto a. 1098, VI, Salerno. Cfr. I, ABC, XV, 58, maggio a. 1092.”. Ebner, a p. 607, nella nota (27) postillava che: “(27) I, ABC, D 41, agosto a. 1103, XI e I, ABC, D 47, novembre a. 1104”. Dunque, Ebner sciveva che Guaimario, signore di Capaccio avev sposato Sighelgaita di Capua, ed ebbero dei figli tra cui Pandolfo I di Capaccio che ebbe il figlio chiamato Guglielmo.
Nel 1109, il conte GLORIOSO, figlio di Pandolfo di Capaccio (fratello del conte Mansone ?) e, nipoti del conte Leone ?
Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, riguardo “Glorioso”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Quanto agli altri figli di Pandolfo, di Guido non si sa niente, di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), ecc…”. Infatti, il Cantalupo, a p. 135, nella nota (2) postillava che: “(2) ‘Gloriosum filium quondam Pandulfi Comitis (DE BLASIO, cit., doc. XXXVII, a. 1110). Glorioso ebbe due figlie, Itta e Sichelgaita (ABC, XXV, 55); per la data della sua morte cfr. Talamo Atenolfi, op. cit., p. 21 (trascritto però erroneamente: 1122).”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice. Ebner ci parla di “Glorioso”, uno dei figli del conte Pandolfo. E’ forse dalla contea di Capaccio che dobbiamo quindi partire per spiegare chi fossero il principe Riccardo ed il principe Giordano. Però, il Cantalupo, nella nota (2) postillava che Glorioso ebbe due figlie: Itta e Sichelgaita e non scrive di “Gisulfo” come rilevava l’Ebner. Infatti, sempre riguardo “Gisulfo” figlio del conte “Glorioso”, il Cantalupo, a p. 135, in proposito scriveva che: “di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), mentre un’altra figlia, Sichelgaita, è rimasto il ricordo in una carta del 1086, in cui viene menzionata insieme al marito Asclettino, signore di Sicignano (3).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (3) postillava che: “(3) ABC, H, 27”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone. L’abate assumeva che quest’ultimo e il figlio Gisulfo avessero donato alla badia beni a Licosa, Tresino e Staino, nonchè la quarta parte del cenobio di S. Zaccaria a li Lauri con quattro famiglie. Beni che l’abbate asseriva essergli stati confermati dallo stesso duca Ruggiero, possesso però contestato dal Glorioso. Costui finì per essere tacitato dall’abate Pietro con l’offerta di 300 tarì….etc..”. Devo segnalare che evidentemente vi è un errore di stampa perchè il documento non è del 1009 ma è del 1109. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Dunque, Ebner parlando sempre di Tresino scrive che nell’anno 1109 si ebbe una vertenza o processo tra l’Abbazia della SS. Trinità di Cava e “Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone.”. Ritornando al “Pandolfo di Capaccio“, che dovrebbe essere, secondo quanto scriveva Ebner, fratello del gastaldo Mansone, mi chiedo se fosse stato possibile che un fratello di Pandolfo di Capaccio fosse un Mansone ? E’ possibile che Mansone fosse un figlio del principe longobardo Guaimario III di Salerno ?. A chi si riferiva l’Ebner, quando, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone.”. Ebner voleva intendere che nell’anno 1109 fosse “fratello del Conte Mansone” “Pandolfo” o “Glorioso” ?. Il Cantalupo, a p. 133 scriveva che: “La contea di Capaccio,…..quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Etc…”. Pandolfo conte di Capaccio morirà nel 1052, in occasione della congiura di Palazzo in cui venne ucciso Guaimario V. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone.”. Dunque, da questo processo, secondo Ebner si evince che il “conte Mansone” fosse il fratello di “Pandolfo di Capaccio“, il quale, nell’anno 1109, suo figlio “Glorioso” promosse questo processo contro la Badia della SS. Trinità di Cava. Dunque, questo “Glorioso” era figlio del conte Pandolfo (forse di Capaccio) e quindi era nipote del conte Mansone. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1109 il medesimo Glorioso “ad faciendum finem inter se de causationibus”, che una volta alla presenza di Ruggiero “abuerant de rebus” che furono del conte Mansone, fratello di Pandolfo, a Licosa, Tresino e Staino compresa la quarta parte di S. Zaccaria con 4 persone soggette, riconobbe (10) tali beni di proprietà del monastero cavense e per esso all’abate Pietro da Salerno.”. Ebner a p. 123, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II Monastero di Cava”. Poi l’Ebner proseguendo il suo racconto sul casale delli Lauri scriveva delle due figlie di Glorioso, Itta e Sichelgaita. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, il passaggio di Ebner è molto chiaro. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Dunque, questo passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, avesse un altro figlio oltre al conte Mansone, ovvero il conte “Pandolfo”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Il conte Glorioso, figlio del fu conte Pandolfo…, riconobbe quanto asseriva l’abate Pietro e cioè che Mansone e il figlio Gisulfo etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1109 nel monastero cavense, alla presenza del giudice Pietro, Glorioso, figlio del fu conte Pandolfo, decise di porre fine alla vertenza con il monastero circa “rebus stabilibus” che erano state del conte Mansone, fratello dello stesso Pandolfo (8). Beni ubicati a Licosa, Tresino e a S. Zaccaria e tutti nel territorio di Cilento a li Lauri. Il conte Glorioso riconobbe quanto asseriva l’abate Pietro e cioè che Mansone e il figlio Gisulfo avevano offerto all’abate Pietro la quarta parte del monastero di S. Zaccaria. Il Ventimiglia (9) ricorda poi che Glorioso, figlio del conte Pandolfo, durante la sua ultima infermità dispose (a. 1112) che alla sua morte il figlio Simone, nel provvedere a farlo tumulare nel monastero cavense, donasse, al suddetto monastero la terza parte del monte Licosa oppure cento soldi. Con una successiva donazione (a. 1113) anche le altre tre parti del monte vennero donate al monastero compresa anche la parte di Ermiliana, moglie del predetto conte Glorioso.”. Dunque, Glorioso aveva un figlio chiamato “Simone” e morì nell’anno 1112. Dunque, Ebner scriveva che Glorioso, nel 1109 era figlio di Pandolfo I conte di Capaccio e scriveva pure che Pandolfo I conte di Capaccio era un figlio del conte Mansone. Dunque, se Pandolfo era fratello di Mansone, e Glorioso era figlio di Pandolfo di Capaccio vuol dire che Glorioso era nipote di Mansone. Dunque, riepilogando, Guido e Alessandro erano figli di Gisulfo, figlio di Glorioso e quindi Guido e Alessandro erano nipoti di Glorioso. Landolfo o Landone che nel 1133 confermò il testamento del conte Mansone era figlio del conte Mansone. Sul conte “Glorioso” ha scritto pure Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, ecc…”. Infatti, Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino parlando di una donazione del 1094 del conte Riccardo Siniscalco, in proposito scriveva che: “…..e finalmente la restante porzione fu donata da Glorioso Conte, figliuolo del Conte Pandolfo nel 1112 (g). Sembra che cessino le notizie etc…”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (g) postillava: “(g) Arca 62, n. 403. Si ha pur di lui donazione fatta nell’ultima sua infermità dell’anno 1112 di una parte del Monte della Licosa del valore di cento soldi al Monastero della Cava, cui le altre tre porzioni si appartenevano, coll’obbligo etc…”.
Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: “Nell’agosto del 1109 lo stesso ‘Gloriosus, in cambio di 300 tarì, riconosce alla Trinità terre ‘in locis Licosa, Tirrisino et Staino, ad essa donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo (654), tra cui la quarta parte della chiesa di San Zaccaria e gli uomini ‘in locis Pascaini et Tirrisini’. Si tratta di beni che Glorioso sostiene di aver ricevuto ‘per preceptum’ dal duca Ruggero, confermando che le altre tre quote del monastero di San Zaccaria gia appartenevano a Cava per donazione sua e di altri eredi (655). La chiesa con il monastero sono, dunque, da tempo proprietà di una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda, le cui quote-parte vengono incamerate progressivamente dal patrimonio cavense. Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità le loro porzioni, insieme alla quarta parte del monastero di San Giorgio, ‘ubi ad duo flumina dicitur’, con tutto ciò che esso appartiene (656). Etc…”. La Visentin, a p. 149, nella nota (653) postillava che: “(653) AC, XV 80: aprile 1093”. La Visentin, a p. 149, nella nota (654) postillava che: “(654) Gisulfo veste l’abito monastico, cfr. AC, E 50”. La Visentin, a p. 149, nella nota (655) postillava che: “(655) AC, XVIII 105 e cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 232, 500.”. La Visentin, a p. 149, nella nota (656) postillava che: “(656) AC, XIX 97”.
Nel 1101 (?) o 1110, le commende di S. Giacomo e di S. Giovanni in Fonte, a Roccagloriosa istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata
Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”. Dunque, a Roccagloriosa, nell’anno 1110, o nell’anno 1101, come vedremo sorsero due Commende appartenenti all’Ordine di Malta. Infatti, lo scriveva pure Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Dunque, il Laudisio scriveva che Ruggero Borsa, nell’anno 1110, per amore di Boemondo d’Antiochia, suo fratellastro che era partito per la prima Crociata, fondò due Commende a Roccagloriosa. Quella di S. Giacomo e quella di S. Giovanni in Fonte. Il sacerdote Agatangelo (….), però ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Il Laudisio ci parla dell’anno 1110 mentre l’Agatangelo ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa.L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Mazzella Napolitano (….). Il Laudisio parlava delle commende istituite nel 1110 da “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto”, dunque il Laudisio si riferiva al figlio di Roberto il Guiscardo ed a suo fratello Boemondo detto d’Antiochia. A chi si riferiva il Laudisio ? Si iriferiva a Ruggero Borsa. Dove avesse tratto l’interessante notizia il Laudisio non ci è dato di sapere. A quale Crociata si riferiva il Laudisio ? . Il Laudisio ci dice dell’anno 1110. Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont.
Nel 1111, Arnaldo, 2° (?) vescovo di Policastro autorizzò il visconte Manso o Mansone di unire i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda in un unico monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa
Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Il Laudisio (9), sulla scorta dell’‘Italia Sacra’ dell’Ughelli (11) che a p. 542, scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Secondo il Laudisio (9), dunque il documento Normanno non era il testamento del conte Manzo ma si trattava dell’autorizzazione di Arnaldo che autorizzava Manzo ad unire i due monasteri. 3) l’autorizzazione dell’anno 1130 (anno MCXXX) con il quale, Arnaldo, vescovo di Policastro “Questo vescovo, autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro “nominato vescovo di Policastro nel 1110″, autorizzò “Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”.
Nel 1112, il conte Glorioso, figlio di Pandolfo di Capaccio e la donazione di una parte del monastero di S. Angelo di Tresino all’Abbazia di Cava
Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, che a pp. 91-92 parlando del monasteor di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: “La chiesa di S. Gio. Battista dedicata è più antica del 986 etc….A questa andò unito il Monastero etc…..; e finalmente la restante porzione fu donata da Glorioso Conte, figliuolo del Conte Pandolfo nel 1112 (g). Sembra che cessino le notizie etc…”. Il Ventimiglia, a p. 178, nella nota (g) postillava che: “(g) Arca 62 n. 403. Si ha pure di lui donazione fatta nell’ultima sua infermità dell’anno 1112 di una parte del Monte della Licosa del valore di cento soldi al Monastero della Cava, cui le altre tre porzioni si appartenevano, coll’obbligo a Simone suo figliolo ‘ut det dicto Monasterio in quo sepeliri disponit veli centum solidos, vel dictam partionem. Vedi Arm. II, L n. 42. Altra pergamena poi dell’Arca 60 n. 658 ci fa intendere che quell’avanzo del detto Monte della Licosa, morto Glorioso, ‘qui in dicto Monasterio Monhacus factus sepultus est’, se ne fece oblazione nel 1113 al divisato Monastero da Ermiliana consorte di lui ‘pro qua oblatione causa benedictionis habuit a Monasterio ducentos tarenos.”. Dunque, Glorioso aveva un figlio chiamato Simone e la moglie chiamata Ermiliana. Infatti, Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178, nel suo “I documenti esaminati consentono di riportare la fondazione della cappella almeno ai primi anni dell’XI secolo e, considerata l’appartenenza delle quote-parte della chiesa, prima della confisca normanna, di riferirla al programma delle fondazioni private nobiliari. Nel giugno 1112 ‘Gloriosus, filius quondam Pandulfi comitis’, dona la sua porzione della cappella di Sant’Angelo, dichiarando che la Trinità già ne possiede parte che “olim fuerat Leonis comitis, patrui suprascripti Pandulfi genitoris ipsius Gloriosii, et medietas alterius quinte partis ipsam ecclesiarum, qua videlicet mediatas alterius quinte partis de ipsa ecclesia de Truppoaldi comitis palatii, et mediatas alterius quinte partis de ipsa ecclesia de Tirrisino que fuerat Mansonis comitis, germanus suprascripti Pandulfi” (830).”. La Visentin, a p. 178, nella nota (830) postillava che: “(830) A C, XIX 39”. La frase in latino contenuta nel documento del 1112 tradotta è la seguente: “Era stato un tempo del conte Leone, zio del suddetto Pandolfo, padre dello stesso Gloriosio, e metà dell’altra quinta parte delle stesse chiese, cioè la mediazione dell’altra quinta parte della chiesa stessa del conte del palazzo di Truppoaldo, e la mediazione dell’altra quinta parte della stessa chiesa di Tirrisino, che era stato il conte di Mansone, fratello del suddetto Pandolfo.”. Dunque, è in questo documento del 1112 in cui Glorioso dona una parte del monastero, in cui viene melio spiegato il passaggio di proprietà dal conte Leone, zio di Pandolfo (che era padre di Glorioso) e di suo fratello Mansone. Nel documento del 1112 è scritto che il “conte Leone, zio del suddetto Pandolfo, padre dello stesso Gloriosio”, ovvero che il conte Leone era lo zio di Pandolfo padre di Glorioso. Il conte Leone era lo zio sia di Pandolfo di Capaccio che del conte Mansone, suo fratello o fratellastro. La Visentin, a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, ecc…”.
Nel 1114, Guido e Alessandro, fratelli e figli di Gisulfo di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II che,a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Secondo Ebner, il conte Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisolfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone era il nonno dei due fratelli Guido e Alessandro. Dunque, il due fratelli, Guido e Alessandro che, nel 1133, secondo l’Antonini confermarono il testamento del conte Mansone, erano figli del conte GISOLFO che, a sua volta era figlio del conte Mansone. Chi era “Gisulfo”, padre dei due fratelli “Guido e Alessandro” ?. Riguardo il “Gisulfo”, padre di Guido e Alessandro, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) etc…”. In questo passaggio l’Ebner riferendosi ad una donazione del 1114 scrive che il conte “Gisulfo” era già monaco a Cava. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Ancora altre notizie su “Gisolfo”, vi è quella tratta da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, e i fratelli Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) che il rispettivo loro padre e avo “pro amore omnipotentis dei et pro salute animarum suarum” avevano offerto al monastero la quarta parte del monastero di S. Giorgio, costruito nel distretto di Cilento, …..e la quarta parte del monastero di S. Zaccaria a li Lauri. Tutto ciò insieme a quanto il predetto Mansone possedeva ad Acquavella, Licosa, Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”. Ebner scriveva chiaramente la notizia che ci parla del conte “Gisulfo” quando riferisce della donazione di Licosa. Ebner, scriveva che “Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) etc…”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone. L’abate assumeva che quest’ultimo e il figlio Gisulfo etc…”. Devo segnalare che evidentemente vi è un errore di stampa perchè il documento non è del 1009 ma è del 1109. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Dunque, per Ebner, Gisulfo era un figlio di Glorioso, figlio del conte Pandolfo di Capaccio che a sua volta era fratello del conte Mansone. Le notizie chiare ed inequivocabili di Ebner però a volte non coincidono con le altre notizie dateci da Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, sulla “Contea di Capaccio”. Infatti, il Cantalupo, nella nota (2) postillava che Glorioso ebbe due figlie: Itta e Sichelgaita e non scrive di “Gisulfo” come rilevava l’Ebner. Infatti, sempre riguardo “Gisulfo” figlio del conte “Glorioso”, il Cantalupo, a p. 134, nel suo prospetto sui conti di Capaccio non mette “Gisolfo” tra i figli di “Glorioso” ma mette solo le due figlie femmine “Itta e Sichelgaita”. Del resto l’Ebner non dice che “Gisolfo” era figlio di “Glorioso” ma dice che egli era figlio del conte Mansone. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1109 nel monastero cavense, alla presenza del giudice Pietro, Glorioso, figlio del fu conte Pandolfo, …….Il conte Glorioso riconobbe quanto asseriva l’abate Pietro e cioè che Mansone e il figlio Gisulfo avevano offerto all’abate Pietro la quarta parte del monastero di S. Zaccaria.”. Anche in un altro documento cavense risulta la stessa cosa. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) etc..”. Dunque, secondo alcuni documenti cavensi il conte Glorioso era iil padre di Gisolfo. Gisulfo, poi fattosi monaco a Cava, padre dei due fratelli Guido e Alessandro, era figlio di Glorioso.
Nel 1114, secondo Ebner, Gisulfo (figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo”)(figlio di Mansone o di Glorioso ?) e, padre di Guido e Alessandro confermò alcune donazioni fatte dal conte Mansone all’Abbazia di Cava
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, (un casale scomparso nei pressi di Casal Velino), in proposito scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114, che conferma la donazione fatta all’Abbazia dal padre, è notizia che il conte, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”)(16).”. Ebner scriveva che in un documento cavense del 1114 si evince che “Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo”, confermò le precedenti donazioni del conte Mansone suo padre. Dunque, secondo Ebner, nel documento del 1114 di conferma, si evince che Gisulfo era un figlio del conte Mansone. Questa notizia contraddice alcuni altri documenti che abbiamo esaminato da cui si evince che Gisulfo era figlio di Glorioso, figlio di Pandolfo di Capaccio. Ebner, a p. 440, nella nota (15) postillava che: “(15) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI (petrus presbiter et notorius nostro). Il documento è contrassegnato anche da Lando, presbitero e abate del cenobio di S. Giorgio ‘constructum est in loco cilento, illa parte fluminis quod duo flumina dicitur.”. Ebner, a p. 440, nella nota (16) postillava che: “(16) Il conte Mansone, ‘postmodo monachus fuit, da morto venne tumulato nel cimitero della Badia”. Ebner, forse sulla scorta del Guillaume (….) scriveva che “Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riuso””, nel 1114, confermò la donazione del padre, il conte Mansone, detto “de lo riuso” fatta all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Scrive pure Ebner che nel documento Cavense, oltre alla conferma della donazione, fatta da Gisulfo, vi era anche notizia che il conte “Mansone”, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”). Ebner, sulla scorta del Guillaume (….) scriveva che “Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riuso”” nel 1114, confermò la donazione del padre, il conte Mansone, detto “de lo riuso” fatta all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Dunque, in questo documento del 1114, dove “Gisulfo” conferma le precedenti donazioni fatte dal padre, il conte Mansone, detto “de lo riufo”. Ebner scrive che: “che conferma la donazione fatta all’Abbazia dal padre, è notizia che il conte, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”)(16).”. Scrive pure Ebner che nel documento Cavense, oltre alla conferma della donazione, fatta da Gisulfo, vi era anche notizia che il conte “Mansone”, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”). Ebner, a p. 440, nella nota (16) postillava che: “(16) Il conte Mansone, ‘postmodo monachus fuit, da morto venne tumulato nel cimitero della Badia”. Ebner postillava che secondo l’antico documento il conte Mansone si fece monaco e fu tumulato nel cimitero dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni a Cava, dove aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita. Ma questo non era il figlio Gisulfo ?. La notizia di Ebner tratta dal Guillaume e dal Ventimiglia è interessante perchè ci parla del “conte Mansone, detto “de lo riufo””. Come si evince, il conte Mansone era padre di “Gisulfo” che confermerà la donazione a Cava. Da questo documento si evince che “Gisulfo” che confermerà la donazione a Cava era figlio del conte Mansone. Ebner, come vedremo scrive sulla scorta del Guillaume (….) e soprattutto sulla scorta di un chronicon, quello dell’Abbate Rodolfo (….). Pietro Ebner ci parla di questo conte Mansone e, riferendosi ad un altro documento, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: “(56) L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riufo’, donò all’abbate Pietro la quarta parte dei suoi beni siti in Acquavella, Licosa, Tresino e Stagno e la quarta parte dei monasteri di S. Giorgio ‘ad duo flumina’ e di S. Zaccaria de Lauris. L’abate ebbe anche donazioni da Giordano signore di Corneto, da Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, da Ugo di Avena, da Riccardo di Drogone, da Guglielmo de Mànnia, signore di Novi, più di tutti da Ruggiero (1085-1111) e dal figlio duca Guglielmo (1111-1123).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner è esplicito perchè parlando di un documento cavense pubblicato dal Guillaume postillava che: “….L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riuso’, donò…..”. L’Abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc…”, vol. VII, parlando dei “Salernitani Archiepiscopi”, a p. 375, in proposito scriveva che: “D. Gisolfus filius Mansonis comitis de Orriuso, fuit Monachus Cavensis, cui Sanctus Petrus Abbas S. Religionis habitum tradidit ante ann. domini 1093.” che tradotto dovrebbe significare che: “D. Gisolfus, figlio di Mansone, conte di Orriuso, era un monaco di Cavense, al quale san Pietro, abate della S. Religione, consegnò l’abito prima dell’anno signore 1093″. L‘Ughelli scriveva che in precedenza il monaco “Gisulfo” era “figlio di Mansone, conte di Orriuso”. Dunque, il conte Mansone , per l’Ughelli era “conte di Orriuso”. L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. L’Abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc…”, vol. VII, parlando dei “Salernitani Archiepiscopi”, a p. 375, in proposito scriveva che: “D. Gisolfus filius Mansonis comitis de Orriuso, etc…” che tradotto dovrebbe significare che: “D. Gisolfus, figlio di Mansone, conte di Orriuso, etc…“. L‘Ughelli scriveva che in precedenza il monaco “Gisulfo” era “figlio di Mansone, conte di Orriuso”. Dunque, il conte Mansone , per l’Ughelli era “conte di Orriuso”. L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. Paul Guillaume (….), nel suo “Saggio storico sull’Abbazia di Cava etc…”, dove a pp. 80-81 (vedi versione a cura della Ruocco), a p. 81, nella nota (87) postillava che: “(87) Vd. i 197 diplomi degli anni 1079-1122 (Arch. Mag. Lett. A, B, C, D, E, F); cf. De Blasi, Chroni., passim., e, in Appendice, la lettera B.”. Salvatore Maria Di Blasi (….), riordinò l’Archivio dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628.
Nel 1114, Landone, figlio (?) o fratello (?) del conte Mansone ed i fratelli Guidone e Alessandro, figli di Gisulfo (figlio di Glorioso) confermano la donazione del Monastero di S. Angelo di Tresino, di Staino e di Licosa all’Abate Pietro da Salerno dell’Abbazia di Cava
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) la donazione fatta rispettivamente dai genitori e dal nonno della proprietà anche a Tresino e Staino. Quest’ultimo e l’approdo di Tresino sono in genere sempre menzionati nei documenti che li riguardano. L’abate, però, forte della precedente risoluzione di vertenza, fece elevare la multa, in caso di controversia, a “mille auri solidos constantini”. Nel 1116, il duca Guglielmo confermo 815) all’abate Pietro, tra gli altri beni, anche quelli a Tresino, Licosa e Staino.”. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, e i fratelli Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) che il rispettivo loro padre e avo “pro amore omnipotentis dei et pro salute animarum suarum” avevano offerto al monastero la quarta parte del monastero di S. Giorgio, costruito nel distretto di Cilento, …..e la quarta parte del monastero di S. Zaccaria a li Lauri. Tutto ciò insieme a quanto il predetto Mansone possedeva ad Acquavella, Licosa, Tresino e Staino.”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1143 le sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, alienarono (11) et…Del monastero di S. Zaccaria è poi notizia in un diploma (12) del duca Guglielmo di Salerno (1111-1127), figlio del duca Ruggiero, il quale confermò all’Abbazia cavense oltre la quarta parte del monastero di S. Giorgio, etc…ad Acquavella, Licosa Tresino e Staino. Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, il passaggio di Ebner è molto chiaro. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone era il nonno dei due fratelli Guido e Alessandro. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114 etc…”, mentre Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: “La chiesa con il monastero sono, dunque, da tempo proprietà di una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda, le cui quote-parte vengono incamerate progressivamente dal patrimonio cavense. Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità le loro porzioni, insieme alla quarta parte del monastero di San Giorgio, ‘ubi ad duo flumina dicitur’, con tutto ciò che esso appartiene (656). Etc…”. La Visentin, a p. 149, nella nota (656) postillava che: “(656) AC, XIX 97”. Dunque, riguardo il monastero di S. Zaccaria, la Visentin scrive che “Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità etc…”. Evidentemente, nel 1114 Gisulfo era già defunto a Cava. Credo che vi sia un’evidente contraddizione nelle parole della Visentin rispetto a quanto avesse scritto Ebner. Stessa contraddizione trovo nell’altra notizia che riguarda il monastero di S. Giorgio, di cui parla sia Ebner che la Visentin. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 153 parlando del monastero o cenobio di S. Giorgio “de Lucania”, in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1114 il cammino di acquisizione del monastero conta la conferma importante dei fratelli Landolfo, Guidone e Alessandro, ‘filii quondam Gisufi, qui postea monachus fuit’, sepolto nell’abbazia della SS. Trinità, i quali confermano a Cava le donazioni fatte dal loro avo Mansone, ‘una cum predicto’ Gisulfo, consistenti nella quarta parte del monastero di San Giorgio e nella quarta parte del monastero di San Zaccaria ‘de li Lauri’, accompagnate dai beni che Mansone possedeva ‘in locis Acquabella, Licosa, Tirrisino et Staino’ (673). Trascorsi soltanto due anni, nell’agosto del 1116, il duca Guglielmo torna a confermare alla grande abbazia cavense la proprietà del monastero di San Giorgio con i beni Cilentani, ricordando anche i documenti precedentemente emessi dal conte Mansone e dai figli Gisulfo e Landolfo, come da Guido e Alessandro, figli di Gisulfo (674). A questo stesso periodo si riferisce la donazione della quota-parte di ‘Rogeius, senior castelli Sancti Severini e filius quondam Turgisii’, che conferma alla Trinità un quarto del monastero di San Giorgio, appartenuto al conte Mansone, etc…”. La Visentin, a p. 153, nella nota (673) postillava che: “(673) AC, XIX 97 e cfr. anche Venereo, Dict., vol. II, pp. 229”. La Visentin a p. 153, nella nota (674) postillava che: “(674) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis.”. Dunque, la Visentin (…) scriveva che “Nel gennaio del 1114 il cammino di acquisizione del monastero conta la conferma importante dei fratelli Landolfo, Guidone e Alessandro, ‘filii quondam Gisufi, qui postea monachus fuit’, sepolto nell’abbazia della SS. Trinità etc..”, ovvero che, nel gennaio 1114, “fratelli Landolfo, Guidone e Alessandro, ‘filii quondam Gisufi..” confermarono le donazioni precedenti, mentre Ebner non parlava di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo ma, parlando di “Acquabella”, a p. 440 scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114, che conferma la donazione fatta all’Abbazia dal padre”, ovvero Ebner ci dice che la conferma viene da Gisulfo. Dunque, Ebner scriveva che nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone ed i due fratelli “Guido e Alessandro” entrambi figli di Gisulfo, “già monaco a Cava”, confermarono la donazione etc…Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. 51 parlando del monastero di San Giorgio, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte le avevano costoro donate al Monastero della Cava in cui favore confermò ancora il Duca tutto ciò che il sudetto Mansone possedeva ‘in ipso Cilento ubi Acquavella dicitur, et Licosa, et in Terresino, et in Staino (a). Etc…”. Il Ventimiglia, a p. 51, nella nota (a) postillava che: “(a) Arm. I. G. N. 52”.

Dunque, il Ventimiglia, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, ovvero che le porzioni di beni erano appartenute a “Mansone di Orriuso” e che da lui pervennero a Landolfo (forse suo fratello) ed a Gisulfo, suo figliolo e da Gisulfo pervennero a Guidone e ad Alessandro. Scrive pure che Alessandro era figlio del Conte Leone. Anche in questo caso vediamo che vi sono notizie contrastanti. Il Ventimiglia scrive che le proprietà di Mansone andarono a Landolfo e da questi al figlio Gisulfo, e da questi ai suoi figli Guidone e Alessandro. Ma Gisulfo non era un figlio di Landolfo ma figlio di Glorioso. Inoltre, se fosse questa la genealogia, essa non dovrebbe essere quella del conte Pandolfo di Capaccio. Dunque, esiste un “Gisulfo” figlio di Landolfo ?. Gisulfo era un figlio di Landolfo ?. Il Ventimiglia (….), a p. 51 citava Alessandro Di Meo (…), a p. 51 scriveva che: “Il P. di Meo etc..”. Alessandro Di Meo (…) che, nel suo “Annali etc…”,vol. IX, a pp. 221-222, in proposito scriveva che: “7. Nell’Archivio della Cava si ha un Diploma del Duca Guglielmo, che conferma all’Abbate S. Pietro la quarta parte del Monistero di S. Giorgio, e due fiumi nel Cilento; la 4. del Monistero di S. Zaccheria in Lauri del Cilento, ch’era stata di Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo’, e ‘Landolfo’. Gisolfo, e Mansone la donarono alla Cava, e Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo, la confermarono, e la Carta fu ancora firmata da ‘Landolfo’, ed ‘Alessandro’: gli conferma ancora quanto spetta ad esso Mansone in ‘Acquabella’ nel Cilento, in Licosa, Terresino, e Staino, che tutto fu donato da essi ‘Mansone’, e ‘Gisolfo’, e confermato da Landolfo, Guido ed Alessandro. Di più gli conferma metà degli de’ Monisteri di S. Giorgio, e di S. Zaccheria, che fu di Landolfo figlio di Leone Conte, e quanto ad esso Landolfo spettò ne’ detti luoghi. Fu scritto da Giovanni Notaio del Duca, e firmato da ‘Guglielmo’ figlio (spurio) del Duca Ruggieri, e da Roberto di Evoli: ‘Datum Salerni a. D. Inc. MCXVI. Ducatus etc..”.

Dunque, il Di Meo (…), parlando del diploma di Guglielmo Duca di Puglia, del 1116 rilasciato a Pietro da Salerno Abbate della SS. Trinità della Cava scriveva che, “Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo e Landolfo”, dunque il conte “Mansone” detto dell’Orrisio e “Gisolfo” e “Landolfo” erano suoi figli (Gisulfo non era figlio di Glorioso come risulta da altri documenti). Dunque, Gisulfo e Landolfo, risultando figli del conte Mansone dell’Orriuso sarebbero stati fratelli. Secondo il Di Meo, “Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, Gisulfo, figlio di Mansone era il padre di Guido e Alessandro. La geneaologia proposta dal Di Meo mi sembra molto vicina a quella che ne scaturisce dalla disamina delle poche notizie che ritroviamo sul monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. La genealogia proposta dal Di Meo mi sembra abbastanza vicina a quella che ci propone il Ventimiglia che scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Troviamo però delle evidenti contraddizioni nei testi e forse pure nei documenti stessi. Per esempio, il Ventimiglia scriveva che: “Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, ma scriveva pure che: “Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Dunque, secondo il Ventimiglia, nella disamina del documento risulta che “Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, Alessandro era un figlio del Conte Leone. Infatti, il Di Meo scriveva pure che “Landolfo figlio di Leone Conte”. Il Di Meo prima scrive che Landolfo e Gisulfo erano figli di Mansone e, poi scrive pure che “Landolfo” era figlio del Conte Leone.
Dunque, la notizia è del 1114 e ci parla di “Guidone” e “Alessandro”, fratelli e figli di Gisulfo, che si era già fatto monaco a Cava e ci dice pure che Guidone e Alessandro, erano entrambi nipoti di “Landolfo” (figlio del conte Mansone). Si tratta una notizia interessantissima che dovrebbe confermare la notizia storica riferita dall’Antonini e poi in seguito riferita dal Laudisio (…), della riconferma del testamento del conte Mansone, avvenuta a detta del Laudisio per opera degli stessi personaggi ma nel 1133. Forse questo “Landone” (figlio del conte Mansone) era Landone di Rocca. Dunque, il conte “Mansone” era il nonno dei due fratelli “Guidone e Alessandro”. Ma se i due fratelli, figli di Gisulfo erano nipoti del conte Mansone, come hanno fatto a confermare la donazione di Tresino e Staino nel 1114 ? La notizia ci dice che il conte Mansone era già morto nel 1114. Dunque, se la notizia del monastero di Tresino, che riguarda l’anno 1114, significa che la notizia riportata dall’Antonini che nell’anno 1130, il conte Mansone faceva testamento non può essere accolta, in quanto è probabile che egli fosse già morto nel 1114. Dunque, “i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava”, già monaco a Cava nell’anno 1104, figlio di Pandolfo I conte di Capaccio era il padre dei due fratelli “Guido” e “Alessandro”. Il conte Pandolfo, fratello del conte Mansone, aveva due figli: Glorioso e un altro chiamato Gisulfo, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ritornando al Mansone, fratello di “Pandolfo” ho già scritto che egli non era il primo Pandolfo ma suo figlio. Il conte normanno Pandolfo, fratello di Mansone e figlio di Leone, aveva un figlio chiamato “Gisulfo”, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ebner scrive pure che secondo il documento del 1114, il conte “Landolfo” era un altro figlio di Mansone e poi aggiunge pure che “Gisulfo”, figlio di “Pandolfo”, avesse due figli chiamati “Guido” e “Alessandro”. Ebner, a p. 681, aggiunge che: “Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate etc..”. Dunque, secondo i documenti citati da Ebner, il conte Mansone aveva un altro figlio chiamato “Landolfo” che poi è il “Landolfo” della conferma dell’atto del 1133 di cui vedremo innanzi, insieme ai due fratelli “Guido e Alessandro”, i quali confermano la donazione di Mansone al monastero di Roccagloriosa.Secondo il precedente passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, avesse un altro figlio oltre al conte Mansone, ovvero il conte “Pandolfo”.
Nel 1114, i fratelli Landolfo e Gisulfo, figli del conte Mansone ed i fratelli Guido e Alessandro figli di Gisulfo
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) la donazione fatta rispettivamente dai genitori e dal nonno della proprietà anche a Tresino e Staino. Quest’ultimo e l’approdo di Tresino sono in genere sempre menzionati nei documenti che li riguardano. L’abate, però, forte della precedente risoluzione di vertenza, fece elevare la multa, in caso di controversia, a “mille auri solidos constantini”. Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate Pietro, tra gli altri beni, anche quelli a Tresino, Licosa e Staino.”. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Riguardo questo gastaldo Mansone, padre del conte Leone, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 16 parlando degli “Actus” o circoscrizioni amministrativi come quello di “Cilento”, nella sua nota (32) postillava che: “(32)….Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128. Nei documenti si tende sempre di più a chiarire l’ubicazione territoriale: i notai all’actus lucanie fanno seguire notarius acti Cienti, al finibus Lucanie il finibus caputaquis etc…”. Ebner scriveva anche che Landolfo era figlio del conte Mansone, dunque era un nipote di Pandolfo di Capaccio. Landolfo insieme ai due fratelli e figli di Gisulfo Guido e Alessandro, nel 1133 confermarono il testamento del conte Mansone davanti al vescovo Guido. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, e i fratelli Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) che il rispettivo loro padre e avo “pro amore omnipotentis dei et pro salute animarum suarum” avevano offerto al monastero la quarta parte del monastero di S. Giorgio, costruito nel distretto di Cilento, …..e la quarta parte del monastero di S. Zaccaria a li Lauri. Tutto ciò insieme a quanto il predetto Mansone possedeva ad Acquavella, Licosa, Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”. Ebner (….), a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, etc..”. Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “…che erano state del conte Mansone, fratello dello stesso Pandolfo (8).”. Ebner, a p. 115, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava.”. Dunque, siccome si parla di un “Glorioso”, questo Pandolfo doveva essere il Pandolfo di Capaccio. Ebner ribadisce che Glorioso era figlio del conte Pandolfo; che Pandolfo era fratello del conte Mansone; che Gisulfo era figlio di Glorioso e padre di Guido e Alessandro.
Nel 1106, un atto di donazione del principe longobardo Guaimario III (forse Guaimario IV)
Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.“. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135
Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.
Nel 1112, SICA, figlia di Pandolfo di Capaccio sposò Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio Jr. o II
Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX.[3] Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6). Però questa cosa non è proprio ciò che leggiamo da altre fonti. In primo luogo Ruggero I Sanseverino pare abbia sposato Sirca, ultimogenita di Pandolfo di Capaccio e sorella di Sichelgaita. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I Sanseverino, avesse sposato Sichelgaita e non Sica. Pandolfo di Capaccio morì nel 1052, in occasione della congiura contro Guaimario. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III (10). In Wikipedia, nella nota (2) si postillava: (2) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). Riguardo la discendenza di questo nobile longobardo ed in particolare della sua ultima sua figlia, che in Wikipedia è chiamata “Sichelgaita” “e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino”. In Wikipedia nella nota (4) postillava che: “(4) For a family tree, see Drell, pp. 218–19”, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 130, in proposito scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (1) postillava: “(1) Vedi p. 135”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 134, in un suo schema sulla contea di Capaccio pone tra le ultime figlie di “Pandolfo, conte di Capaccio (1034? – 1052)”, oltre alla citata Sichelgaita anche l’ultimo genita “SICA, sposa di Ruggiero Sanseverino (morto prima del 1112).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali critico diplomatici del Regno di Napoli della mezzana Età”, vol. IX, p. 278, in proposito scriveva che: Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 348, nella sua nota (8) postillava che: “(8) …..Un’altra figliuola di Pandolfo di Capaccio, Sica, aveva sposato Ruggiero, figlio di Troisio di Rota (Sanseverino). Cfr. nella mia ‘Storia’, cit., la Tavola a p. 345 (per errore tipografico manca Sica, poi moglie di Ruggiero).”. Infatti, Ebner, nello schema citato a p. 245 della sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, subito a seguire Schelgaita, pone “Berta” come figlia di Pandolfo di Capaccio e di sua moglie Gaitelgrima. Un’altra delle stranezze che non si riesce a capire come mai Ebner o Cantalupo facciano confusione su Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II ed il Ruggero di Sanseverino, fratello di Turgisio II e figli entrambi di Turgisio normanno o Turgisio di Rota.
Nel 1113, la chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis” (chiesa di S. Giuliano a Molpa)
Da Wikipidia leggiamo che in epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. Tutte notizie molto interessanti ma non suffragate da notizie documentate. Secondo quanto ci fa notare il barone Giuseppe Antonini, molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 209, nel suo vol. IV, della sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo capitolo “8. Le prime chiese”, in proposito scriveva che: “Pur non conoscendo l’anno, sappiamo che nella città della Molpa vi erano tre chiese dedicate a S. Giuliano, S. Giovanni Battista e S. Andrea. (AFL). Delle tre sopravvivono vistosi ruderi della chiesa di San Giuliano, che era la principale e che poi fu sede della parrocchia (AFL). Delle altre due sopravvivono solo i nomi (AFL). Disfarsi della zavorra del passato, ecc….E così i superstiti della Molpa per non dimenticare lo splendore del passato anche della vita cristiana, costruiono a piè del massiccio, su cui sorgeva la molpa, in ricordo di una delle chiese, S. Andrea Apostolo, alla foce del Lambro una cappella, i cui ruderi ancora sono visibili. Come si apprende dall’AFL fu costruita dopo il 1464 da pescatori e mercanti. Essa fu visitata dal Vicario Generale Riccio Pepoli il 20 febbraio 1731 restaurata con l’obolo dei fedeli..”. Sempre il Cammarano, a pp. 211-212, scriveva “11) La parrocchia di San Giuliano. I ruderi di questa chiesa e qualche notizia di storia renderanno certamente piacevole il soffermarsi a parlare di quella che fu sede dell’ex parrocchia della Molpa. Mi sono recato varie volte alla sommità del massiccio, e per fortuna sempre in giornate di sole splendente, di mare calmo e di freschi venti ristoratori e non nascondo che mi sarei fermato a pernottarvi se vi fosse stato un ricovero, tanta è la bellezza del posto. A questa altezzza rievocare il suono della campana ecc..”. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Della chiesa di S. Giuliano avanzano oggi solo pochi ruderi, dai quali sembra dedursi che fosse a pianta quadrata con abside tricora. Una chiesa con lo stesso titolo nei pressi di Caprioli è ricordata nel catasto onciario del 1754.”. La chiesa di San Juliano alla Molpa di Palinuro è di particolare interesse storico in quanto di essa l’Antonini ci informa di un documento risalente all’anno 1119. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a pp. 213-214, nel suo vol. IV, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, riferendosi ai ruderi superstiti della chiesetta di S. Giuliano da lui visitati, in proposito scriveva che: “Difatti i muri perimetrali della chiesa, per tutto il loro svolgersi si sono conservati fino all’altezza di 2 metri. Nonostante i i secoli i muri larghi cm. 70, fatti di pietra calcarea e levigati dal vento e dalla salsedine del mare, sono ben solidi. E’ di forma rettangolare con la lunghezza di m. 23.40 e la larghezza di m. 15. Nella parte ovest, che guarda quindi verso il promontorio, che considero la parte anteriore, si aggancia un prolungamento di 2 muri dalla lunghezza di 7 metri e della larghezza di 1.40 restando tra i due muri uno spazio di m. 2.80. Sommando le misure dei muri e lo spazio si arriva a m. 5.40. Come si vede, rispetto al muro del vano chiesa, che è di m. 15.30 compresi i muri perimetrali, si restringe a m. 5.40 con in meno m. 9.90 rispetto al vano chiesa. Quando fu costruita la chiesa resta uno di quei misteri, di cui è ricca la città. Comunque innanzi a questo rudere imponente…..


Doveva essere molto antica questa chiesa parrocchiale posta sul lato est della Molpa, se Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Dunque, il Di Mauro (….), ci parla di antichi documenti in cui si parla di donazioni alla chiesa di S. Guiliano, chiesa sulla Molpa di Palinuro. Il Di Mauro (….) scrive che la chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio e per questa ingerenza, scrive il Di Mauro che il Cammarano, sorse una controversia tra il Vescovo di Pisciotta e l’Abate di Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a pp. 574-575 parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Infatti, il Cammarano (….), a p. 189 del vol. II , in proposito scriveva che: “7. Quarta lite. Si svolse tra il Vescovo Luigi Pappacoda e l’Abate Cesare De Bologna e il reggente della Badia per la sopravvenuta morte dell’Abate Cesare De Bologna. E’ stata possibile ricostruirla dall’esposto alla S. Congregazione, che l’Abate Filicaia (1642) fece a difesa dei privilegi, ecc…”. Il Cammarano a pp. 189-190, del vol. II, in proposito scriveva che: “Le relazioni diventarono tese per una decisione presa da Mons. Pappacoda (248) il quale dispose “che tutto il beneficio dell’ex chiesa parrocchiale S. Giuliano (249) della città della Molpa, venisse trasferito all’arcipretura di Pisciotta, avvalendosi, si disse, che Pisciotta costituì un casale della Molpa e che il feudo della Molpa era posseduto dalla famiglia Pappacoda col titolo di Marchese di Pisciotta e principe di Centola” (AFL)”. Il Cammarano, a p. 190, nella sua nota (249) postillava che: “(249) S. Giuliano: di questa chiesa parrocchiale sopravvivono vistosi ruderi. C’è ancora il perimetro fino all’altezza di due metri. E’ sita nella parte orientale della Molpa e quindi verso il fiume Mingardo.”. Infatti, riguardo il passaggio della parrocchia della chiesa di S. Giuliano a Pisciotta sappiamo che la richiesta del de Leyna non ebbe esito e nel 1578 il feudo di Molpa e Palinuro, con la terra di Pisciotta, fu venduto per 30.000 ducati a don Camillo Pignatelli, viceré di Sicilia. Nel 1583 la proprietà fu venduta dai Pignatelli ad Ettore Maderno di Monteleone, che a sua volta nel 1602 la vendette ad Aurelia della Marra, moglie di Cesare Pappacoda. La famiglia dei Pappacoda terrà il feudo di Pisciotta, Molpa e Palinuro, divenuto frattanto marchesato, fino al 1806. Riguardo il passaggio della parrocchia e della chiesa di S. Guiliano a Pisciotta, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella nota (52) postillava pure che: “(52)…..Dalla platea della Molpa del 1666 risulta che il feudatario versava dieci ducati annui al beneficiario di San Giuliano per le terre da questi a lui censuate.”. La Platea della Molpa del 1666, è stata pubblicata dall’amico Massimino Iannone (….), nel suo “Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX”, pubblicato nel 2016. Francesco Barra, a p. 37, dopo aver parlato del casale di S. Serio alla Molpa e della “La distruzione del 1464 ricordata dall’Antonini, viene sostanzialmente confermata, anche se non si ha certezza precisa dell’anno (52).”.
Nel 1116, il Duca Guglielmo d’Altavilla duca di Puglia (figlio di Ruggero Borsa), confermò a Pietro da Salerno le donazioni a Cava fatte dal conte Mansone
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “Nel 1116, assicura il Guillaume (pp. 71 e 103), il duca Guglielmo, figlio di Ruggero, donò alla Badia anche terre ad Acquavella (17). Nel 1118 Altruda di Teano, vedova del secondo signore di Novi, Guglielmo de Mànnia, etc….”. Ebner, a p. 441, nella nota (17) postillava che: “(17) Il Guillaume cit., Append., pag. LXXIV, assegna al dominio temporale della Badia il “chateau Acquabella, Cilento, marzo 1125, Henrì, seig. de Sensev., perte de la possession 1140”. Pietro Ebner ci parla di questo conte Mansone e, riferendosi ad un altro documento, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: “(56) L’abate ebbe anche donazioni da Giordano signore di Corneto, da Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, da Ugo di Avena, da Riccardo di Drogone, da Guglielmo de Mànnia, signore di Novi, più di tutti da Ruggiero (1085-1111) e dal figlio duca Guglielmo (1111-1123).”. Nella Treccani on-line leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, nato intorno al 1096, era figlio di Ruggero Borsa, duca di Puglia dal 1085 al 1111, succeduto al padre Roberto il Guiscardo della famiglia normanna degli Hauteville (Altavilla), e di Adela (o Ala), figlia di Roberto conte di Fiandra, vedova di Canuto IV, re di Danimarca (m. nel 1086), la quale all’inizio del 1092 aveva sposato in seconde nozze il duca di Puglia. Dal matrimonio tra Ruggero Borsa e Adela nacquero tre figli, di cui i primi due, Ludovico (m. nel 1094) e Guiscardo (m. nel 1108), morirono prima del padre: soltanto G. gli sopravvisse. Ebner citava Paul Guillaume. Ebner scriveva “Nel 1116, assicura il Guillaume (pp. 71 e 103)”. Paul Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava – saggio storico – Da documenti inediti”, (vedi il testo a cura della Ruocco), a p. 26, parlando di “S. Pietro Pappacarbone” a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Tra la moltitudine di religiosi che vivevano a Cava al tempo dell’Abate Pietro I, molti hanno il loro posto di spicco nella storia religiosa, politica etc…La lista sarà molto incompleta etc…, ….Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, etc…”. Paul Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava – saggio storico – Da documenti inediti” (si veda il testo a cura di Gemma Ruocco) a pp. 80-81, parlando delle donazioni a Cava, nel cap. IV “S. Pietro Pappacarbone”, in proposito scriveva che: “Nel 1116, il duca Guglielmo (1111-1122), figlio del duca Ruggero, il grande benefattore di Cava, dona loro il monastero di S. Zaccarai di Laura, con un’infinità di terre, site in ‘Acquavella, Licosa, Teresino, Stayno’, ed altri luoghi del Cilento (87).”. Su questo diploma ha scritto Paul Guillaume (….), nel suo “Saggio storico sull’Abbazia di Cava etc…”, dove a pp. 80-81 (vedi versione a cura della Ruocco), in proposito scriveva che: “Nel 1116, il duca Guglielmo (1111-1127), figlio del duca Ruggero, il grande benefattore di Cava, dona loro il monastero di S. Zaccaria di Laura, con un’infinità di terre, site in Acquavella, Licosa, Teresino, Stayno, ed altri luoghi del Cilento (87).”. Il Guillaume, a p. 81, nella nota (87) postillava che: “(87) Vd. i 197 diplomi degli anni 1079-1122 (Arch. Mag. Lett. A, B, C, D, E, F); cf. De Blasi, Chroni., passim., e, in Appendice, la lettera B.”. Salvatore Maria Di Blasi (….), riordinò l’Archivio dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628.
Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: “Trascorsi soltanto due anni, nell’agosto del 1116, il duca Guglielmo torna a confermare alla grande abbazia cavense la proprietà del monastero di San Zaccaria, con i beni cilentani ‘in locis Acquabella, Licosa, Terresino e Staino, ricordando anche i documenti precedentemente emessi dal conte Mansone, ‘qui dictus est da lu Orriusu’, e dai figli Gisulfo e Landolfo, come da Guido e Alessandro, figli di Gisulfo (657).”. La Visentin, a p. 149, nella nota (657) postillava che: “(657) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis’.”. Dunque, secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una “famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive che “Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin scrive pure che il “conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo”. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. 51 parlando del monastero di San Giorgio, in proposito scriveva che: “Il Duca Guglielmo, Principe di Salerno confermò nel 1116. all’Abbate S. Pietro ‘quartam partem Monasteri Sancti Georgii quod constructum est in loco Cilento’ della banda del Fiume ‘quo duo Flumina dicitur, e la quarta parte del Monastero di S. Zaccheria ‘edificatum in ipso Cilento ubi a li Lauri dicitur’. Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte le avevano costoro donate al Monastero della Cava in cui favore confermò ancora il Duca tutto ciò che il sudetto Mansone possedeva ‘in ipso Cilento ubi Acquavella dicitur, et Licosa, et in Terresino, et in Staino (a). Etc…”. Il Ventimiglia, a p. 51, nella nota (a) postillava che: “(a) Arm. I. G. N. 52”.

Dunque, il Ventimiglia, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, ovvero che le porzioni di proprietà poi confermate nel 1116 da Guglielmo I duca di Puglia, erano appartenute a “Mansone di Orriuso” e che da lui pervennero a Landolfo (forse suo fratello) ed a Gisulfo, suo figliolo e da Gisulfo pervennero a Guidone e ad Alessandro. Scrive pure che Alessandro era figlio del Conte Leone. Il Ventimiglia scrive che il diploma del 1116 fu pubblicato dal Di Meo. Anche in questo caso vediamo che vi sono notizie contrastanti. Il Ventimiglia scrive che le proprietà di Mansone andarono a Landolfo e da questi al figlio Gisulfo, e da questi ai suoi figli Guidone e Alessandro. Ma Gisulfo non era un figlio di Landolfo ma figlio di Glorioso. Inoltre, se fosse questa la genealogia, essa non dovrebbe essere quella del conte Pandolfo di Capaccio. Dunque, esiste un “Gisulfo” figlio di Landolfo ?. Gisulfo era un figlio di Landolfo ?.
Il Ventimiglia (….), a p. 51 citava Alessandro Di Meo (…), a p. 51 scriveva che: “Il P. di Meo nel riferire questo Diploma lo confuse orribilmente, siccome tra il fin qui detto, ed il riportato da lui sarà agevole di farne confronto (b).”. Infatti, Alessandro Di Meo (…) che, nel suo “Annali etc…”,vol. IX, a pp. 221-222, in proposito scriveva che: “7. Nell’Archivio della Cava si ha un Diploma del Duca Guglielmo, che conferma all’Abbate S. Pietro la quarta parte del Monistero di S. Giorgio, e due fiumi nel Cilento; la 4. del Monistero di S. Zaccheria in Lauri del Cilento, ch’era stata di Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo’, e ‘Landolfo’. Gisolfo, e Mansone la donarono alla Cava, e Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo, la confermarono, e la Carta fu ancora firmata da ‘Landolfo’, ed ‘Alessandro’: gli conferma ancora quanto spetta ad esso Mansone in ‘Acquabella’ nel Cilento, in Licosa, Terresino, e Staino, che tutto fu donato da essi ‘Mansone’, e ‘Gisolfo’, e confermato da Landolfo, Guido ed Alessandro. Di più gli conferma metà degli de’ Monisteri di S. Giorgio, e di S. Zaccheria, che fu di Landolfo figlio di Leone Conte, e quanto ad esso Landolfo spettò ne’ detti luoghi. Fu scritto da Giovanni Notaio del Duca, e firmato da ‘Guglielmo’ figlio (spurio) del Duca Ruggieri, e da Roberto di Evoli: ‘Datum Salerni a. D. Inc. MCXVI. Ducatus etc..”.

Dunque, il Di Meo (…), parlando del diploma di Guglielmo Duca di Puglia, del 1116 rilasciato a Pietro da Salerno Abbate della SS. Trinità della Cava scriveva che, “Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo e Landolfo”, dunque il conte “Mansone” detto dell’Orrisio e “Gisolfo” e “Landolfo” erano suoi figli (Gisulfo non era figlio di Glorioso come risulta da altri documenti). Dunque, Gisulfo e Landolfo, risultando figli del conte Mansone dell’Orriuso sarebbero stati fratelli. Secondo il Di Meo, “Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, Gisulfo, figlio di Mansone era il padre di Guido e Alessandro. La geneaologia proposta dal Di Meo mi sembra molto vicina a quella che ne scaturisce dalla disamina delle poche notizie che ritroviamo sul monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. La genealogia proposta dal Di Meo mi sembra abbastanza vicina a quella che ci propone il Ventimiglia che scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Troviamo però delle evidenti contraddizioni nei testi e forse pure nei documenti stessi. Per esempio, il Ventimiglia scriveva che: “Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, ma scriveva pure che: “Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Dunque, secondo il Ventimiglia, nella disamina del documento risulta che “Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, Alessandro era un figlio del Conte Leone. Infatti, il Di Meo scriveva pure che “Landolfo figlio di Leone Conte”. Il Di Meo prima scrive che Landolfo e Gisulfo erano figli di Mansone e, poi scrive pure che “Landolfo” era figlio del Conte Leone.
Nel 1119, Aldruda o Alderuna, badessa del Monastero di Monache di S. Mercurio a Roccagloriosa
Mansone, figlio di Leone e conte di Roccagloriosa e di Padula continuò a dominare sulle nostre terre, era sposato ad una donna chiamata Gaitellina ed aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed una sorella chiamata Altrude (per il Laudisio era sua figlia). La sorella di Mansone, Altrude, aveva due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sugli eredi del Conte Mansone, ovvero sui due nipoti di Altrude: Alessandro e suo figlio Guido o Guidone. Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Su questa donna vi sono poche notizie. Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro “nominato vescovo di Policastro nel 1110″, autorizzò “Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Il barone Giuseppe Antonini (….), la chiama “Aldruda”, mentre il Laudisio la chima “Altruda”. Approfondiamo la questione. Il barone Giuseppe Antonini (….) che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando di Roccagloriosa, a p. 385 (Discorso VIII), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601 parlando del Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, in questo primo passaggio a p. 385, l’Antonini scriveva che, nel 1130, “Aldruda” (così la chiamava), sorella del conte “Manso Leone Signor de luogo” (che fu nominata per prima badessa del Monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa, secondo le sue volontà testamentarie del fratello conte Manso o Mansone. Sempre l’Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva di “Alderuna”. L’Antonini, a p. 372, ci parla di Alderuna e della donazione che ella fece nel 1119, come vedremo innanzi. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva “aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. Riguardo la figura di “Alderuna”, che, nel 1119, donò un podere, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato opposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, a p. 435 parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: “Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner scrive che secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda”, ma ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Dunque, Guido e Alessandro secondo questi documenti erano cugini della badessa di S. Mercurio Altrude.
Nel 1119, la donazione di Alderuna o Aldruda, sorella del conte Mansone a Eufemio, Presbitero della chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis” (chiesa di S. Giuliano a Molpa)
Il barone Giuseppe Antonini che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando della Molpa ci parla pure della donazione del 1119. Infatti, l’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’. Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore. La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”.

Dunque la notizia della donazione del 1119, viene dall’Antonini che vedeva un antico documento datato all’anno 1119 mostratogli dall’Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Centola, Girolamo Gascone, che nel 1745, anno della prima edizione della “La Lucania” dell’Antonini aveva conservato nei ricchi archivi dell’antichissima abbazia benedettina. L’Antonini scrive che Gascone gli “imprestasse” l’antico atto di donazione che egli dice essere datato 1119. L’Antonini scriveva che l’antico documento “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore.”. Dunque, l’antico documento d’epoca Normanna, fu mostrato all’Antonini dall’Abate Gascone, abate dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola, che come si è letto precedentemente possedeva una ricca biblioteca, ricca di testi manoscritti e di documenti e pergamene antichissime come il cosiddetto “Censuale”. Devo però precisare che l’Antonini, nelle precedenti pagine, ci parla di un ‘‘Chronicon’ medievale che egli chiama “Cronica” del Monaco di S. Mercurio e che attribuisce al secolo XII. Si tratta del chronicon del Monaco di S. Mercurio, di cui il Cammarano scriveva a più riprese che nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL) se ne conservano le copie degli abbati successivi al monaco Mercurio, ovvero Venceslao I, come lo chiama il Cammarano. Il Cammarano, citando la chiesa di S. Giuliano, di oggi vi sono visibili ancora solo i ruderi, si riferiva al ‘Chronicon del Monaco di S. Mercurio’, di cui ho parlato anche in un altro mio saggio. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 44, nel suo vol. II, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” (Chronicon) di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Ecc… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che…….E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. Ecc…”. Dunque, vediamo cosa scriveva in proposito l’Antonini. L’Antonini scriveva che alcune notizie storiche sulla Molpa si possono ricavare dalla “quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, ecc..”. Dunque, l’Antonini la chiama chiesa di San Juliano. L’Antonini scrive di aver visto un’antichissima pergamena che lui dice essere una donazione fatta nell’anno 1119 alla chiesa di S. Giuliano alla Molpa. Riguardol’antica donazione, l’Antonini aggiungeva pure che: “La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi alcoli nel 1113. Antonini scriveva nell’antichissima pergamena della “donazione” alla chiesa di S. Giuliano della Molpa, “scritta per metà con greci caratteri”, si riportava o meglio egli leggeva il seguente testo: “ad moenia Molpis’, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’.“, il cui significato dovrebbe corrispondere al seguente testo: “presso le mura di Molpis, e per te il sacerdote Eufemio, già dei Remodii, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, per il mantenimento di torri, calici, polli, crismari e vasi, che gli Agareni avevano recentemente scavato dalle depredazioni di Molpis.”. Il testo in latino cita un presbiterio (un sacerdote) chiamato Eufemio “già dei Remodii”. Egli a Molpa aveva un podere, un piccolo limitato pezzettino di terreno dove i Saraceni scavarono gli oggetti sacri che saccheggiarono presumibilmente nel 1113 e in seguito, nel 1119, avvenne la donazione per ricostituire gli oggetti sacri derubati dai Saraceni. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Di Alderuna ho parlato prima. La notizia riferita dal Di Mauro (….), della donazione del 1119 è interessante ed è tratta dal Cammarano ma sia il Di Mauro che il Cammarano non forniscono riferimenti bibliografici dell’antico documento che risale al 1119, epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, ne si danno riferimenti per l’altra notizia dell’incursione e del saccheggio dei Saraceni nel 1113. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”.
Nel 1128, Ligorio, “Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii”
Riguardo l’antico monastero di S. Angelo a Tresino ed il conte Mansone, Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178 riporta una ulteriore interessante notizia, infatti, in proposito ella scriveva che: “L’ingresso nel network cavense può dirsi compiuto solo nel maggio del 1128 quando ‘Iohanes iudex, filius quondam Leonis qui dicitur est de Costantina, et Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii, olim genitoris Sice uxoris ipsius iudicis’, offrono a Cava la porzione dello stesso Ligorio e tutto ciò che della chiesa era appartenuto al suddetto Guaiferio (831).”. La Visentin, a p. 178, nella nota (831) postillava che: “(831) AC, XXII 54”. Dunque, è proprio in questo documento, della donazione all’Abbazia di Cava, nel 1128, del monastero di S. Angelo di Tresino che si possono chiarire i passaggi di proprietà e sopratutto l’origine del conte Mansone che poi ritroveremo nella notizia storica che riguarda Roccagloriosa. Infatti, la Visentin riporta la frase del documento in latino: “Giovanni il giudice, figlio dell’ex Leone, che si dice fosse di Costantino, e Ligorio, figlio dell’ex conte di Mansone, che evidentemente era cognato di Ligorio con Guayferius, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso”. Oppure: “l’ex Leonis, che si dice essere di Costantino, e Ligorius, figlio dell’ex conte Mansone, che evidentemente Ligorio era il fratello di Guaiferio, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso.”. Questo passaggio la Visentin lo chiarisce meglio proseguendo nel racconto. Infatti, a pp. 166-167, in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1126 Ugo, ‘que dicitur Mansella’, camerario del duca Guglielmo, e suo cognato Atenolfo, confermano a ‘Rossemannus’, priore della SS. Trinità, ‘integras terras cum vineis at terras etc……proprie gulia dicitur (761). Nel maggio 1128 Ruggero II che, attraverso Ligorio, ‘filius quondam Mansonis comitis’, e il giudice Giovanni, conferma all’abate cavense Simeone le terre, il ‘castrum’ e le cappelle di Santa Maria già contenute e ampiamente descritte nel documento del 1126 di Ugone ‘Mansella (764). Nel marzo del 1186 Guglielmo, etc…”. La Visentin, a p. 167, nella nota (761) postillava che: “(761) AC, F 34”. La Visentin, a p. 167, nella nota (764) postillava che: “(764) AC, XXII 55”. Dunque, “Ligorio” era figlio del defunto conte Mansone ecc…Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 27, in proposito scriveva che: “Che il monastero di Santa Maria ‘ad Gulia’ possa essere una fondazione degli atranesi o sia stato da essi riattivato, ci risulta deducibile anche dal fatto che costoro erano già presenti in loco con tutta la loro capacità imprenditoriale e non nuovi a fondazioni di chiese. Infatti, uno di essi, un certo Ligorio di Giovanni, aveva fondato quella di San Giovanni di Tresino (46) ed altri (tale Costantino di Giovanni e Giovanni Butrunino) possedevano terre in zona (47); etc…”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) CDC, vol. I, p. 388, nel 986 la concederà al presbiterio Bernardo.”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava che: “(479 CDC, vol. I, p. 253; vol. II, p. 106”. Dunque, il La Greca ci parla di un “Ligorio figlio di Giovanni” mentre la Visentin ci dice di un “Ligorio figlio del conte Mansone”. Su questi personaggi e questa notizia il La Greca mi sembra meglio chiarire. Infatti, a p. 52, in proposito scriveva che: “Intanto, morto Guglielmo nel 1128, lo stesso re Ruggero provvide a confermare alla Badia le dette terre e pertinenze (92). In suo nome, alla presenza del giudice Ursone, il giudice Giovanni figlio del fu Leone e Ligorio figlio del fu Mansone, conte, unitamente al monaco Pietro detto Boso, rappresentante dell’abate di Cava Simeone, dichiarano che “….in pertinentiis Lucanie ubi proprie Gulia dicitur…., intra quas” etc…”. Il La Greca, a p. 52, nella nota (92) postillava che: “(92) ABC, XXII 55, A. 1128.”. Dunque, il La Greca scriveva che “Ligorio era figlio del fu conte Mansone”, Giovanni era figlio di Leone ecc.. Riguardo il duca Guglielmo, il La Greca si riferisce al duca Guglielmo, conte di Principato, il cuo camerario era Ugone Mansella e suo cognato Atenolfo, nel 1126. Poi scrive pure di re Ruggero II d’Altavilla che in quel tempo, anno 1128 si era impossessato di buona parte delle terre del Cilento.
Nel 1130, muore Todino, figlio di Gregorio signore di Capaccio, figlio di Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 263, parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Del 1130 (20) è un diploma di Todino, figlio di Gregorio signore di Capaccio e nipote di Guaimario IV (V), col quale dona, dopo la sua morte, un terreno sito “foris hac civitate (Salerno) in loco pesto, quod proprie dalinora dicitur”. Ebner, a p. 263, nella nota (20) postillava che: “(20) I, ABC, G 6, gennaio a. 1130, IX, Salerno, nel monastero di S. Sofia dipendente dal monastero cavense. Alla presenza dell’Abbate di Cava Simeone si presentarono al giudice il monaco Leo, per parte del monastero Cavense e i fratelli ‘ermannus et bastardus’, signori di Capaccio e figli del fu Gregorio ‘olim domini caputaquensis’ e il presbitero Pietro cappellano dell’episcopio di Capaccio. Essi affermarono che quando Todino, zio paterno dei fratelli anzidetti ‘infermitate qua est detinetur et tamen sane mentis et recte loquutionis existeret, coram eis’ dispose che i terreni che esso Todino possedeva ‘foris hac civitate in loco pesto, quod proprie dalinora dicitur’, dopo la sua morte doveva essere consegnata al predetto monastero di S. Sofia.”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) ….Todino viene menzionato in un doc. del 1130 per una concessione di beni alla Badia cavense nelle località di Celso e di Novelle (G. Volpe, Notizie Storiche delle antiche città e de’ Principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, p. 86).”.
Nel 3 maggio 1130, Mansone, Conte di Roccagloriosa e di Padula, sul letto di morte morte fa testamento e dota il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa di diverse rendite e beni della moglie Gaitellina
Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’‘Istrumento’ o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manso o Mansone, il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento ed autorizzato dal Vescovo di Policastro Arnaldo unì i tre monasteri in un unico monastero di monache benedettine chiamato di S. Mercurio. All’epoca del vice-conte Mansone, a Roccagloriosa erano attivi tre monasteri, quello di S. Mercurio che il padre, il conte Leone aveva riattivato, e vi erano pure i due monasteri fondati dal padre di Mansone, il conte normanno Leone, che erano i monasteri di S. Leo e quello di S. Veneranda. Alla morte di Mansone, nel 1130, le sue ultime volontà pronunciate in un testamento furono quelle che i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda si riunissero nel Monastero claustrale e femminile di S. Mercurio, dove aveva preso i voti sua figlia Altrude, la quale, per espressa volontà del padre Mansone divenne nel 1130 la prima badessa del monastero di S. Mercurio, ricostituito. Inoltre, come vedremo innanzi, il conte Manso o Mansone, oltre a riunire in un unico Monastero gli altri due, lasciò una dote a detto Monastero di S. Mercurio. Sulla fondazione del nuovo monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, che esisteva già da molti secoli, e la riunione con gli altri due monasteri fondati dal conte normanno Leone, padre del vice-conte Manso o Mansone, ha scritto il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, dove a p. 385, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo; sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, Antonini scriveva che nell’anno 1130, il vice-conte Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa fece testamento. L’Antonini (….), a p. 385, nella sua nota (2) postillava che: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. “Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”, ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. Oltre all’Antonini, in seguito sarà Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), a p. 74 (vedi versione curata da Giangaleazzo Visconti) riferendosi al vescovo Arnaldo, così si esprimeva: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Dunque, anche il Laudisio ci parla di questo documento del 1130. Il Laudisio accenna pure al vescovo Arnaldo di cui però non vi è traccia nella cronostassi dei vescovi di Policastro. Dell’autorizzazione concessa al vice-conte Manso, nel 1130, dal vescovo di Policastro “Arnaldo”, di cui si ha notizia dall’anno 1110, parlerò innanzi. Sulla fondazione del nuovo Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (13) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, il Romaniello sosteneva che una copia dall’originale del Testamento del conte Manso o Mansone e della sua ratifica trascritta dal sacerdote don Pantaleo Romaniello si conservavavo presso l’Archivio di Stato di Napoli. Sull’origine della notizia di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece, i Tosone ecc…Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. In questi interessanti passaggi, l’Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o universita di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Il Ronsini (10) che in un suo pregevole scritto, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Dalla Relazione anzidetta, traiamo l’immagine della Fig…. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”, e poi prosegue nell’immagine di Fig……

(Fig….) Trascrizione della ratifica del Testamento del conte Mansone, datato 7 aprile 1133
Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scriveva a p. 1 che: “In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385). Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Al momento conosciamo altri quattro documenti d’epoca Normanna, che riguardano le nostre zone, dominate dai signori Normanni ed il vescovo Arnaldo: 1) la donazione o testamento o Istrumento del Conte Normanno Leone. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenimenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.
Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone, sul letto di morte nell’anno 1130. Inoltre, Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Arnaldo. Infatti, l’Ebner (….), nella sua nota (29), postillava in proposito: “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)”. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso.
Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, con il “Crisobollo” conferma all’Abate Leonzio (al feudo di Rofrano e Grottaferrata e non al Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa) la vasta tenuta del ‘Centaurino’
La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Ebner (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”. Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner si riferiva e parlava dell’antico documento di cui parlava l’Antonini (…) e l’Ebner (7) è chiamato “Crisobollo di Ruggero”. Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o Crisobollo come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, a Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che: “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Abbiamo visto, però che, la vasta tenuta del Centaurino non era solo nei beni della chiesa di Rofrano e poi in seguito dell’Abbazia tuscolana ma faceva parte della disponibilità del conte Mansone. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: “E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Ritornando al diploma del 1131, del re Ruggero II, in cui figurano la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo, concesse al Vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).“. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172: “…..”.”. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobari di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

Riguardo il possedimento della vasta “tenuta del Centaurino”, recentemente ho rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco (….), nella Causa vertente tra il “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipografia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense’.
Nel XII secolo, le Baronie cresciute con Guglielmo I detto il ‘Malo’
Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: “Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine». Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, Pietro Ebner, scriveva che al tempo dei due re Guglielmi, Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono, si formarono anche grazie ai due regnanti Normanni, delle vere e proprie Baronie ecclesiastiche, come quella molto potente dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, di Rofrano, di Policastro (di Torre Orsaja), ecc….Queste baronie, divennero via via molto potenti fino all’ascesa di Federico II di Svevia che le combattè cercando di riportarle nel loro giusto potere feudale. Nel 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, sebbene la capitale del Regno di Sicilia fosse a Palermo, Salerno e le nostre terre, avevano ancora un ruolo particolare ed importante nel Regno. Lo dimostra la notizia che, nell’anno 1189, forse era già morto re Guglielmo II il Buono e ritroviamo Riccardo Florio di Camerota a fianco del suo collega Luca Guarna a derimere una controversia giudiziaria. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione. In questo modo l’abate di Cava dei Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi. Degli anni e della dominazione Normanna, Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 145, in proposito alla fine della dominazione Longobarda e agli albori della Baronia ecclesiastica dell’Abazia di Cava dei Tirreni, scriveva che: “Nel 1100, infine, per volontà di papa Urbano II, si stabilì, tramite uno strumento pubblico rogato nel castello di Agropoli, quali fossero i confini fra il territorio del vescovo pestano e quello della Badia di Cava che una ventina di anni dopo avrà il suo centro spirituale, economico e militare nel nuovo ‘castello dell’Abate’.”. Sempre il La Greca a p. 168, scriveva che: “Possesso della Badia di Cava erano gli approdi di ‘Santa Maria di Giulia’ (odierna San Marco), di ‘San primo di Cannicchio’ (a nord-ovest di Acciaroli), di Santa Maria di Pioppi (Pioppi), dello ‘Stagno’ (o ‘Marinelle’, a Tresino di Agropoli), del ‘Puzzillo’ (fra Santa Maria e San Marco di Castellabate) di Oliarola’ (Ogliastro marina) e San Matteo (alla foce dell’Alento), che rappresentarono il naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli in eccedenza dell’entroterra, gestito con oculatezza, soprattutto tramite costanti miglioramenti dei rapporti coi coloni che i benedettini seppero instaurare sulla scia della riforma agraria già operata a Sant’Arcangelo da Pietro da Salerno fin dal 1067.”.
Nel 7 aprile 1133, i conti GUIDO e ALESSANDRO, figli del conte GISULFO ed il frattello del visconte Mansone, LANDONE di ROCCA (?) ratificarono il testamento di Mansone del 1130
Come diremo innanzi, il 7 aprile 1133, i nipoti del conte Mansone, i fratelli “Guido e Alessandro”, insieme allo zio “Landolfo” o “Landone”, confermarono il testamento del defunto visconte Mansone, conte di Roccagloriosa e Padula, che fece testamento forse nel 1130, secondo quanto scrive l’Antonini, donando alla figlia “Altruda” beni per il monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: “Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”. Nel 7 aprile del 1133, dopo tre anni dalla morte di Manzo o Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula, il suo testamento del 1130, dove egli lasciava a suo figlia Altrude etc…, venne ratificato da suo fratello “Landone”, e dai suoi due nipoti “Guido” o “Guidone” e “Alessandro”. La ratifica del testamento di Manso, del 7 aprile 1133 del precedente testamento “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, “fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: “Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner parlando di Rofrano e sulla scorta del Ronsini (…) scriveva di “Guido e Alessandro”, nipoti del “conte Mansone” e figli di “Gisulfo”, di cui ho già detto in precedenza. Il testamento del conte Mansone fu confermato davanti al vescovo di Policastro “Guido” dai due fratelli “Guido e Alessandro”. Chi fossero questi due feudatari, parenti ed eredi del conte Mansone ? Secondo i documenti e le fonti che ci parlano del testamento del conte Mansone non si dice nulla. Indagando sulla figura dei due fratelli Guido e Alessandro, leggiamo da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II che,a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, l’Ebner parlando di una donazione delle due figlie del conte “Glorioso” è molto chiaro. Secondo Ebner, il conte Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisolfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Dunque, il due fratelli, Guido e Alessandro che, nel 1133, secondo l’Antonini confermarono il testamento del conte Mansone, erano figli del conte GISOLFO che, a sua volta era figlio del conte Mansone. Chi era questo Gisulfo, padre dei due fratelli “Guido e Alessandro” ?. Riguardo il “Gisulfo”, padre di Guido e Alessandro, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) etc…”. In questo passaggio l’Ebner riferendosi ad una donazione del 1114 scrive che il conte “Gisulfo” era già monaco a Cava. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Ancora altre notizie su “Gisolfo”, vi è quella tratta da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, e i fratelli Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) che il rispettivo loro padre e avo “pro amore omnipotentis dei et pro salute animarum suarum” avevano offerto al monastero la quarta parte del monastero di S. Giorgio, costruito nel distretto di Cilento, …..e la quarta parte del monastero di S. Zaccaria a li Lauri. Tutto ciò insieme a quanto il predetto Mansone possedeva ad Acquavella, Licosa, Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”. Ebner scriveva chiaramente la notizia che ci parla del conte “Gisulfo” quando riferisce della donazione di Licosa. Ebner, scriveva che “Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) etc…”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”. Le notizie chiare ed inequivocabili di Ebner però a volte non coincidono con le altre notizie dateci da Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, sulla “Contea di Capaccio”. Infatti, il Cantalupo, nella nota (2) postillava che Glorioso ebbe due figlie: Itta e Sichelgaita e non scrive di “Gisulfo” come rilevava l’Ebner. Infatti, sempre riguardo “Gisulfo” figlio del conte “Glorioso”, il Cantalupo, a p. 134,nel suo prospetto sui conti di Capaccio non mette “Gisolfo” tra i figli di “Glorioso” ma mette solo le due figlie femmine “Itta e Sichelgaita”. Del resto l’Ebner non dice che “Gisolfo” era figlio di “Glorioso” ma dice che egli era figlio del conte Mansone.
Indagando ancora sui tre feudatari che ratificarono il testamento di Mansone, mi chiedo chi fossero i tre feudatari che probabilmente ereditarono la giurisdizione sul feudo di Roccagloriosa ?. Entrambi figurano nel cosiddetto “Catalogus Baronum” che risale all’epoca di Guglielmo II detto il Malo. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, nel vol. II, a p. 416, parlando di Tortorella scriveva che: “Notizie sicure sono invece nel ‘Catalogus baronum’ (12) che segnala almeno 11 cavalieri dal predicato di Roccagloriosa.”. Ebner, a p. 416, nella nota (12) postillava che: “(12) ‘Catalogus’ cit., (Jamison, p. 103) nn. 560-565: Pietro Biviano (7 villani e con l’aumento ‘obtulit militem’ I); Pietro di Guaimario…., Lando (8 villani e con l’aumento un milite); Roberto, fratello di Lando, (2 villani e con l’aumento pure un milite); Landolfo di Rocca (4 villani e con l’aumento un milite); Guglielmo di Rocca, a dire del questore Alfano di Castellammare della Bruca (Velia), aveva 13 villani; mentre Fimiano ne aveva 4; Guido Capodomine 3; Raul di Rocca 3; Guido e Alessandro 3; ‘Gualterius rusticus villanum unum’. Cfr. Ebner, Economia e società cit., p. 241.”. Riguardo i due nipoti del conte Mansone e figli di Gisulfo, “Guidone e Alessandro”, ed il loro zio “Landolfo” ha scritto anche il cav. De Micco (….), di cui parlerò innanzi. Egli a p. 71, in proposito scriveva che: “E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Il De Micco, cioè scriveva che i nomi dei tre feudatari di Roccaglriosa figurano anche nel “Catalogus Baronum”. Dunque, il 7 aprile 1133, gli eredi maschi del conte Manso o Mansone erano il fratello Landolfo di Rocca (che appare pure sul “Catalogus baronum”) ed i nipoti Guido e Alessandro. Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison.

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di Roccagloriosa, n. da 560 a 565
Nel ‘Catalogus baronum’ figuravano “Landolfo di Rocca (4 villani e con l’aumento un milite);”, e pure “Guido e Alessandro 3;”. I feudatari della contea o del feudo di Roccagloriosa che successero al conte Manso o Mansone dopo la sua morte (a. 1130), dovrebbe figurare un certo “Landolfo di Rocca” che ritroviamo nel “Catalogus Baronum”. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato dal Borrelli (….), i feudatari e i signori del luogo che governarono in queste terre ed in particolare a Roccagloriosa, furono: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”.
Nel 7 aprile 1133, la ratifica del testamento del conte Mansone, di Guidone e Alessandro, eredi del conte Mansone e figli di Gisulfo (figlio di Glorioso di Capaccio)
Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: “Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; etc…”. Dunque, l’Antonini cita un certo “Conte Guidone nipote di Manso”. In precedenza abbiamo detto delle volontà testamentarie che nel 1130, prossimo alla morte, lasciò il conte Manso o Mansone, figlio del conte normanno Leone e conte di Roccagloriosa e Padula. Il “Conte Guidone nipote di Manso” era dunque un nipote del conte o visconte Mansone. Antonini, il conte o visconte “Mansone”, lo chiama “Manso”. Antonini ci parla dei due nipoti di Altrude che il 7 aprile 1133 ratificarono il testamento del loro padre Manso estinto nel 1130. Chi era il conte “Guidone, nipote di Mansone” ?. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (16) parlando di Roccagloriosa, in proposito al testamento del conte Manso o Mansone, in proposito scriveva che: “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio etc..”. “ (65). Il Romaniello cita sia “Guido” e cita pure “Alessandro” che nel 1133 ratificarono insieme allo zio “Landone” il testamento del conte Mansone. Chi erano i due feudatari di Roccagloriosa “Guido e Alessandro” che nel 1133 ratificarono il testamento dello zio, conte Mansone ?. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti ed eredi del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone prima di morire nell’anno 1130. Ebner scriveva che “Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Abbiamo già visto negli anni precedenti la paternità di questi feudatari. Si è visto, attraverso alcuni documenti cavensi che i conti e fratelli “Guido e Alessandro” fossero figli di “Gisulfo”, figlio di Glorioso. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Etc..”. Ebner citava un memoriale di don Placido Tosone che aveva acquistato, nel 1682, il feudo di Rofrano, con cui, poi in seguito si ebbero diverse liti, in parte già pendenti con la Curia Vescovile di Policastro. Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò “Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Siamo venuti a conoscenza del testamento del conte Mansone attraverso le liti pendenti con la Curia di Policastro. Infatti, riguardo la notizia della ratifica del 7 aprile 1133, citato dall’Antonini e poi in seguito dal Romaniello, molte notizie ci giungono attraverso i documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece, i Tosone ecc…Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti. Il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) e a ciò che aveva scritto il Ronsini (….), molte notizie provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (18), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino) riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.

(Fig. 10) Copia della conferma del Testamento, datata 7 aprile 1133 del Conte Mansone
Il De Micco, prosegue il suo racconto nella predetta Relazione (18), scrivendo: “Laonde è dal 1130, ossia ‘otto secoli’ circa, che le monache di S. Mercurio incominciarono a godere ‘legittimamente’ e ‘pacificamente’ la ‘vasta tenuta’ CANNAMARIA, a titolo di ‘proprietà assoluta’, sia fittandola e riscuotendone la decipa parte del prodotto dai coloni che la coltivavano, e sia concedendola ‘in enfiteusi’ a piccole sezioni ed esigendo il canone; e questo dominio o possesso fu pienamente riconosciuto dal Comune di Roccagloriosa e Comuni viciniori. Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”.

“et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria ad dandum, tradendum, solvendum.”
(Fig. 11) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (18)
Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano
Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: “Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, pienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435 parlando di Rofrano e riferendosi alla lite o processo sorto tra il barone di Roccagloriosa e Rofrano per la nomina dell’Abadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio, in proposito scriveva che: “Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”.

(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).
Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435 parlando di Rofrano e riferendosi alla lite o processo sorto tra il barone di Roccagloriosa e Rofrano per la nomina dell’Abadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio, in proposito scriveva che: “Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo questa sentenza, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6).”. Ebner a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Ebner, ibid., I, p. 497, n. 4.”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebnner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”.
Nel 1682, il “Libro delle memorie” di don Placido Tosone e la vertenza giudiziaria contro il Vescovo di Policastro per il Seminario di Roccagloriosa
Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per ducati 10.100, con diminuzione del prezzo approvata dai creditori, da Placido Tosone, il quale erditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle Memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monastero di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dall’anatema contenuto nel documento (30).”. Dunque, Ebner chiarisce che le notizie storiche intorno al testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, e della successiva conferma nel 1133 dei suoi nipoti Guidone e Alessandro proveniva dalla lite che nel 1682 scoppiò tra il nuovo acquirente del feudo di Rofrano, “Placido Tosone” ed il Seminario di Policastro (ex Monastero fmminile di clausura di S. Mercurio di Roccagloriosa). Infatti, nel ……., il vescovo Magri, fondò il Seminario Vescovile di Roccagloriosa. Ebner, a p. 635, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29.”. Ebner si riferiva al sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), che nel 1873 scrisse e pubblicò “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, dove racconta delle vicende feudali del casale di Rofrano. Infatti, il Ronsini, a p. 28 parlando di “don Placido Tosone”, in proposito scriveva che: “Tosone col feudo ebbe il retaggio di numerose liti. Lo molestò Capece, che continuava a tenersi intestato il feudo, pretendendo invalida la vendita (1). Lo molestò il Fisco per pagamenti di pesi già soddisfatti dal Predecessore. Per chimeriche pretensioni sulla montagna del Centaurino, e S. Leo lo vessò M. De Rosa vescovo di Policastro, e colla scomunica durata otto anni, arma terribile una volta a’ Monarchi stessi, lo costrinse ad un incauta convenzione etc…”. Dunque, , nel 1682, il vescovo di Policastro M. De Rosa, portò in giudizio don Placido Tosone per rivendicare la proprietà del Monte Centaurino, ovvero la vasta tenuta di “Cannamaria” che, fu appunto donata dal conte Leone, padre del conte Mansone, al monastero femminile di S. Leo e S. Venere a Roccagloriosa. Questa notizia si desume dalla causa per la proprietà della tenuta allodiale di “Cannamaria” che poi è stato oggetto del lascito del conte Mansone nel 3 maggio 1130 alla figlia Altruda, badessa del monastero claustrale di S. Mercurio di Roccagloriosa. Lascito poi confermato dai due nipoti del Mansone, Guido e Alessandro. Ebner (….), a p. 435, scriveva che: “Dal ‘Libro delle Memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro.”. Il “Libro delle Memorie di don Placido Tosone”. Il Ronsini, a p. 29, in proposito scriveva che: “Queste notizie del Feudalesimo ho raccolte per la maggior parte da vari istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed in ispecie dell’istrumento del 1728 per N. Mansione. I Registri repertori e quinternioni furon verificati nel 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel suo Libro di memoria. Il suo erede D. Scipione me l’ha gentilmente esibito, di che gli rendo pubbliche e distinte grazie (1).”. Dunque, il Ronsini, a p. 29 chiarisce che Scipione Tosone nel 1800 gli mostrò il manoscritto di don Placi Tosone suo avo che il Ronsini chiamò “Libro delle Memorie”. Inoltre, sulla lite in questione tra il vescovo di Policastro ed i Tosone di Rofrano, Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il manastero anzidetto (1615).”. Riguardo le notizie storiche sin qui dette ed i giudizi o liti tra il Seminario Vescovile di Roccaglioriosa, la Curia ed i Tosone vi è una interessante Relazione conservata all’Archivio Vescovile della Diocesi a Policastro. Si tratta della relazione del commendatore De Micco (…) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Si tratta della Relazione “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, pienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’..”. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), in proposito scriveva che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; ecc..”.
Nel 7 aprile 1133, Guido, vescovo di Policastro (?) appare nell’anatema della ratifica del testamento di Mansone
Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: “Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, in proposito scriveva che: “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. “ (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, l’Agatangelo scriveva che il testamento di Mansone, visconte di Roccagloriosa, morto nel 1130, nel 7 aprile 1133 fu ratificato dai suoi nipoti ed eredi e scrive pure che sull’anatema dell’atto è scritto “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, sulla scorta del Ronsini (10), scriveva che: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava dell’anatema contenuto nell’atto di ratifica del testamento che: “(30) Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner, presumento di conoscere l’atto di ratifica postillava che sull’atto vi era scritto che: “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”, che tradotto significa che: “Io sono il vescovo di Polycastro, insieme alla presenza del nostro clero, scomunicamo e anatemiamo tutti coloro che hanno voluto rompere o sminuire questi scritti”. Dunque, riferita la notizia possiamo soffermarci sull’altra notizia che il 7 aprile del 1133, la Diocesi di Policastro era retta dal Vescovo chiamato “Guido”. Chi era questo vescovo di Policastro chiamato Guido ?. In quegli anni (a. 1133), il Regno di Sicilia e dunque pure Policastro era posto sotto la dominazione Normanna di Ruggero II d’Altavilla. Pietro Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Guido. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara.”. Dunque, Ebner, ritenendo falso il documento della ratifica del testamento del conte Manso o Mansone, dice pure che alla ratifica del documento intervenne il vescovo di Policastro “Guido”, di cui egli scrive “apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento”. Dunque, come ci fa notare l’Ebner, nella cronostassi della Diocesi di Policastro stilata dal sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nella “Sinossi etc…” del Laudisio (vedi versione a cura del Visconti): “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, vediamo che nell’anno 1120, troviamo un “4. Ottone (Otho)?. 1120…” e “5. Goffredo?, 1139…”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. E’ anche per questo motivo che l’Ebner ritiene anche la ratifica del testamento di Mansone un documento falso. Ebner scriveva pure che sia nella cronostassi dei vescovi di Policastro del Laudisio che in quella del Cataldo non vi è traccia di questo vescovo. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Anche Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: “Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Di questi vescovi ho già parlato in altri miei saggi. Riguardo il testamento di Manso o Mansone, visconte di Roccagloriosa e l’atto o Istrumento di ratifica del 7 aprile 1133, i due documenti sono a noi noti in seguito alle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni, di cui abbiamo accennato furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò “Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Infatti, il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.
Nel 1134, Guglielmo di Mannia, III signore di Novi, figlio di Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio
Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 135 scriveva che: “Questo spiegherebbe perchè alla morte di quest’ultimo il feudo di Novi passò al figlio del secondo Pandolfo, anch’egli di nome Guglielmo, che, assunto il cognome ‘de Mannia’, ne divenne III signore, come risulta da un documento del 1134 (7). Etc…”. Il Cantalupo (….), a p. 135, nella nota (7) postillava che: “(7) ABC, G, 12 (Ebner, cit., p. 340)”. Il documento è pubblicato da Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 340.
Nel 1137, Guaimario di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio muore e fa testamento, la moglie Sibilla fa donazioni
Su Guaimario di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 688-689 parlando di “Castel S. Lorenzo” in proposito scriveva che: “L’Ughelli (1) ricorda che nel 1144 già esisteva il monastero di S. Lorenzo de Strictu, possessore di vasti terreni con tre nuclei abitati (2), e cioè S. Clerico (poi S. Chirico), Monte di Palma e S. Lorenzo de Strictu sorti appunto intorno al Cenobio. Il Di Stefano fa risalire la fondazione del cenobio a Guaimario di Capaccio “prima di farsi religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137”. Questa è però solo la data della sua morte, come confermano le sue disposizioni testamentarie (3).”. Dunque, secondo l’Ebner, Guaimario si fece monaco benedettino ritirandosi a vita monastica nell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Nel 1137, probabilmente sul letto di morte espresse le sue ultime volontà testamentarie ‘pro anima’. La notizia di Ebner è tratta da un atto del 1137 pubblicato in un manoscritto di Lucido De Stefano (….), di cui Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 688, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Stefano, ms. cit., f 159.”. Ebner si riferiva al manoscritto di Lucido Di Stefano (….), e del suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del Dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro nella stessa Lucania” (per questo testo manoscritto si veda il testo rivisto a cura di Giuseppe Barra (….), pubblicato dal Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”) pubblicato nel 2005. L’opera di Lucido Di Stefano, di Acquara, è conservata tra i manoscritti della Biblioteca Provinciale di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che “Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania”. Il Di Stefano pubblica un atto del 1137 che riguarda il testamento di Guaimario di Capaccio ed il Monastero o “Cenobio di S. Lorenzo de Strictu”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) I, ABC, G 29, dicembre a. 1137, I, Salerno: ‘Ante me petrum iudicem venitbondaldus monachus (insieme ai presenti alle ultime volontà di Guaimario etc’, etc…(presenti la moglie Sibilla e il figlio Guaimario). Alferio notaio. Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto, a p. 12, scrive che: “Estratto dall’originale in pergameno sistente nell’Archivio di detto Monistero dell’Archivio del Not. apostolico D. Gennaro Sambiase.” e, a p. 10 (vol. III), dove in proposito scriveva che: “E’ notabile l’istromento, col quale Nicola Comite nel 1141, dona all’Arcivescovo di Salerno alcune terre, selve, e altri stabili, riferito da esso Campanile etc…”. Il Di Stefano scrive sulla scorta di un atto del 1141 riferito dal Campanile sulla famiglia dei “Comite”. Il Di Stefano (….), nel vol. III, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Etc….ne siegue, che allora quando Guaimario Conte di Capaccio si fé Religioso Benedettino, divise il suo Contado, parte a Sica sua sorella, a cui assegnar dové Giungano, Trentenaro, Camogniento, e la metà della Città di Capaccio, e parte a Gemma sua nipote figliola unica di Giovanni suo germano, e moglie di Lampo Comite, con assegnarli l’altra metà del condado, cioè la metà di Capaccio, con Albanella etc….”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Piero Cantalupo (….), a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Guaimario era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20).”. Infatti, Paul Guillaume, nel suo “Essai etc…” (si veda l’edizionee ristampa a cura della Ruocco), a p. 120 si legge che: “Tra l’armata di monaci, come si esprime ‘Bucelini (29), che vivevano al tempo dell’abbate Simeone, nella solitudine della Cava, ce n’è etc….Tal è ancora quel Guaimario, nipote, per suo padre Pandolfo, del principe di Salerno Guaimario III, che portava allora il titolo di Conte di Capaccio, a qualche chilometro della antica Pestum. Questo potente signore, uno degli ultimi rappresentanti della famiglia Longobarda che ha occupato così a lungo il trono principesco di Salerno, non si contentò affatto di dare al monastero di Cava tutti i beni al di dentro e al di fuori della città di Salerno (1137); egli volle alla fine dargli se stesso; cosa che avvenne verso la fine del governo dell’abate Simeone. (31).”. Il Guillaume (….), a p. 120, nella nota (31) postillava che: “(31) “Ejus tempore (Falconis) Guaimarius Caputaquensium Dominus, Pater Guaimarj iunioris, fuit Monachus Cavensis et Sanctae Religionis habitum ab ipso Domino Abbate suscepit, in Monasterio Cavensi, cui universa bona sua donavit, Anno Domini 1137 Decembri”. Venereo, Diction. Arch. Cav., Ms. t. IV., p. 311; Cf. il diploma dell’Arc. Mag. G. 29; vd. UGHELLI, Italia Sacra, VII, 375; Pratilli, tomo V., p. 18.”.
Nel 1135, Rainulfo di Alife (detto di Airola), feudatario di Molpa al tempo dello scontro con Ruggero II
Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo di Alife, detto de Airola, della famiglia Drengot Quarrel, (1093 circa – Troia, 30 aprile 1139), è stato un nobile normanno, conte di Alife, Caiazzo, Sant’Agata de’ Goti, Telese (1115-1139) e, in fasi alterne, di Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia, nonché duca di Puglia (1137-1139). Era figlio del conte Roberto di Alife e di Gaitelgrima. Investito del titolo di conte sin da 1108, quando era ancora un fanciullo, incontrò papa Callisto II a Benevento nel 1120, fornendo atto di omaggio. Ebbe poi una dura lite col pontefice, risolta con la restituzione del monastero di Sancta Maria in Cingla presso Alife all’abbazia di Montecassino. Nel 1127, auspice il papa Onorio II, si alleò con Roberto II di Capua nel tentativo di contrastare la successione di Ruggero d’Altavilla al ducato di Puglia; questi riuscì a imporsi, ma dovette concedere a Rainulfo il possesso feudale della contea di Ariano. Dopo una breve alleanza con il sovrano, presto tornò ad opporglisi: nel febbraio 1130, alla morte di Onorio II, Rainulfo si schierò con il Papa legittimo Innocenzo II, contro l’antipapa Anacleto II. Ruggero, duca di Puglia e di Calabria e padrone della Sicilia, aveva riconosciuto come valida l’elezione di Anacleto ed ebbe in ricompensa la corona di Sicilia, il 25 dicembre 1130. Ma alcuni nobili feudatari normanni, che già da tempo mordevano il freno, non accettarono il nuovo sovrano e da qui si scatenarono gli eventi che portarono allo scontro militare il 24 luglio 1132 sul fiume Sarno presso Scafati. La battaglia di Scafati dapprima favorevole alle truppe regie, terminò in una disastrosa sconfitta per Ruggero. All’agosto del 1132 si fa risalire, secondo la tradizione, l’arrivo da Roma ad Alife delle reliquie di san Sisto, ottenute da Rainulfo che le aveva chieste al papa (Anacleto II). Nella primavera dell’anno seguente Rainulfo e Roberto si recarono a Roma dove prestarono giuramento a Lotario II, sceso in Italia per farsi incoronare imperatore da Innocenzo II (4 giugno 1133). Mentre i due erano assenti, Ruggero tornò alla riscossa catturando la moglie di Rainulfo (sua sorella Matilda) e il figlioletto: Rainulfo e Roberto dovettero rientrare precipitosamente, ma finirono col capitolare (giugno-luglio 1134). Rainulfo ottenne comunque la restituzione dei familiari. Nel luglio 1135, una nuova rivolta capeggiata da Rainulfo provocò la reazione del re, che entrò in Aversa, Capua e Alife con un esercito guidato dal cancelliere Guarino, costringendo Rainulfo a trovare rifugio in Napoli, unica città a resistere. Nel marzo 1136 Rainulfo e il fratello Riccardo di Rupecanina, con l’appoggio del Papa legittimo Innocenzo II, chiamarono in Italia l’imperatore Lotario. Innocenzo II e Lotario II di Supplinburgo, concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole, assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga, quindi conquistarono la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore Lotario II di Supplimburgo delegittimò Ruggero II di Sicilia, della rivale Casata Altavilla, in favore di Rainulfo III di Alife, della Casata Drengot, nuovo Duca di Puglia. Poi a Benevento alla fine dell’estate Innocenzo e Lotario investirono Rainulfo del ducato di Puglia, mentre la contea di Alife passava a Riccardo. Ma, ripartito l’imperatore, Ruggero sbarcava di nuovo a Salerno ai primi di ottobre per ristabilire la sua autorità sulle città ribelli. Una nuova battaglia si svolse il 29 ottobre 1137 presso Rignano Garganico, dove il re, nuovamente sconfitto, perse molti soldati e trovò scampo nella fuga. La controffensiva regia, causò il grave saccheggio di Alife e Telese, ma le principali città della Puglia in mano a Rainulfo (Troia, Melfi, Canosa e Bari), non subirono alcun danno. Il Papa l’8 aprile 1139, scomunicò Ruggero, ma il 30 dello stesso mese Rainulfo morì. Solo con la morte di Rainulfo, forse causata da errori medici, Ruggero poté conquistare l’intera Italia Meridionale. Rainulfo sposò Matilde di Altavilla, figlia di Ruggero I di Sicilia, dalla quale ebbe il figlio Roberto e una figlia, Adelicia Drengot, che sposò Rainaldo dell’Aquila, Conte di Avenel. Da Adelicia Drengot e Rainaldo dell’Aquila nacque Matilde Avenel che sposò il Conte di Butera, Costantino II Paterno. Rainulfo era cognato di Ruggero II d’Altavilla. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, recentemente Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 22, nella nota (23) postillava che: “(23) Scriveva nel 1781 Lucido Di Stefano, governatore baronale di Centola, che “sebbene il Porto del medesimo (il Mingardo) oggi più non esiste, perchè terrapienato, pure il medesimo era appunto ove da marinai si fa la pesca de’ pesci colle sciabiche nella Molpa” (L. Di Stefano, Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro, Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”, Salerno, 1994, vol. I, p. 173).”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, il suo manoscritto pubblicato recentemente dal Comune di Acquara con testo tradotto e a cura di Barra e Capano e altri, parla della Molpa ed in proposito, nel Libro I, a p. 178, in proposito scriveva (sulla scorta dell’Antonini) che: “Fu poi, come scrive il Sig. Antonini, nel 1113 da’ Saraceni saccheggiata con tutta la Regione di Lucania. Appresso fu nuovamente saccheggiata dal Re Ruggiero in uno de’ suoi viaggi da Sicilia, e smantellate le Mura, che la cingevano, dal che ne venne la totale sua ruina e diserzione, e de’ suoi Casali, a riserba di Pisciotta, come scrive il citato Antonini. Etc…”. Il Di Stefano, che fu governatore di Centola scriveva soprattutto sulla scorta del Vescovo di Capaccio Mons. Nicolai sostenendo la sua tesi che la Molpa in origine fosse “Bussento”, sede Vescovile. Il Di Stefano, a pp. 233-234 discorrendo della Contea di Capaccio al tempo di re Ruggero II scriveva che: “Il Baron Antonini nella par. 2 Disc. 3, pag. 255 not. (1) scrivendo che “a tempo del Re Ruggieri era tenuta Capaccio dal famoso Ranulfo di Alife, ed allorche (erasi egli già a Ruggieri ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: ‘Capacium munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur’, scrive l’Abbate Celesino su’l principio del lib. 3. Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Dunque, il Di Stefano cita alcuni passi dell’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, a p. 255 (I edizione del 1745, mentre nell’edizione del 1795 è a p. 247) parlando di Capaccio, in proposito scriveva che: “Questo luogo, perchè di sua natura forte, sin da tempo de’ Normanni fu sempre da persone di conto (I) posseduto.”. L’Antonini, a p. 255, nella nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Re Ruggieri era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: “Capaciam munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur” scrive l’Abate Celesino sul principio del lib. 3.”. L’Antonini, sulla scorta dell’Abate Celesino scriveva che Capaccio, al tempo di re Ruggero II “era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife”. L’Antonini scriveva pure che, al tempo di re Ruggero II e, quando il conte Ranulfo si era già a lui ribellato, intuendo che re Ruggero II venisse a punirlo dalla Sicilia, egli “tornò con il cuore timoroso alla città dove aveva preso il suo viaggio, la città più fortificata”. Il Di Stefano, sempre sulla scorta dell’Antonini scriveva pure che l’Antonini, “Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Questa notizia l’abbiamo analizzata in precedenza. Sempre il Di Stefano ci fa notare che l’Antonini, “nella sua Lettera al Signor Egizzio su la ‘Geografia’ del Sig. Langlet pag. 137, la porta dallo stesso Re bruciata nel 1129.”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, nel suo “Lettera D. Matteo Egizio al Sig. Langlet du Fresnoy o siano osservazioni sulla Geografia etc…”, in “Altra lettera del barone Antonini in risposta del Sig. Matteo Egizio scritta da Parigi a 14 settembre 1739”, a p. 137 riferendosi ad Alife (non alla Molpa), in proposito scriveva che: “…e ‘l Vescovo non vi abita per l’aria malsana. Vuò però ben credere che quando nel MCXXIX fu assediata, e bruciata dal Re Ruggieri, avesse avuto ancora belli edifizj etc…”. Il Di Stefano dissertava e ragionava sulle date ed infatti aggiungeva che: “Da tale autorità mi surge una difficoltà, che se Guaimario suddetto cedé a Sica sua sorella nel 1137 la Contea di Capaccio, come col Pellegrino scrive il Volpe, come poi, secondo l’opinione dell’Abbate Celesino, Rainulfo era Conte di Capaccio nel 1129 o 1133, in tempo che Alife fu incenerita, cioè, otto, o quattro anni prima, che Guaimario si fé Religioso ? e perciò io pensavo, o la destruzione di Alife seguì dopo detto anno del 1137. Di fatto nello scrivere ciò, ho rattrovato nella Storia di Falcone Beneventano, che minutamente, come testimonio di veduta scrisse le guerre da esso Re fatte nel Regno, che Alife fu destrutta nell’anno 1138; onde resta già sciolta la mia difficoltà.”. Pietro Ebner (….) nel vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 605, dove, parlando della “Capaccio”, in proposito scriveva che: “Nell’età del re Ruggiero pare (19) che fosse signore di Capaccio Rainolfo di Alife. Nel 1132 l’abate Landone della chiesa di S. Nicola (20), costruita a “casa vetere” sotto il vecchio castello e appartenente a Giovanni, figlio di Gregorio, figlio di Pandolfo di Capaccio, dichiarò che la chiesa possedeva un terreno e un fabbricato fuori la città nuova di Capaccio, non molto lontano dalla “porta que dicitur de pagagno” e che per ordine di Giovanni concedeva a tre fratelli.”. Ebner, a p. 605, vol. I, nella nota (19) postillava che: “(19) Antonini, cit., I, p. 247, n. 2”. Il barone Giuseppe Antonini, ripreso più volte dal Di Stefano citava spesso l’“Abate Celesino”. Io credo che vi fosse un errore di stampa perchè l’autore che cita l’Antonini non è “Celesino”, un abate di chissà quale monastero ma si tratta di Alessandro di Telese detto il “Telesino”, o “Alessandro Telesino” (….). E’ molto strano perchè l’Antonini (….), a p. 375, nella nota (I) parla distintamente dellìAbate Telesino e non “Celesino”.

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’
Tuttavia, in Wikipedia leggiamo essere Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136) fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia benedettina del Santissimo Salvatore a Telese, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II. Dunque, il chronicon di Alessandro di Telese (….) è il testo scritto in latino “Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie”, oppure più correttamente il testo “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Gestis Rogerii Siciliae Regis” e “Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium”. Dall’unico manoscritto esistente (Barcellona, Biblioteca Central, cod. 996), una copia redatta a Monte Cassino intorno al 1330 e portata in Spagna al tempo dell’occupazione aragonese, l’antiquario Jerónimo Zurita y Castro trasse la editio princeps nel 1578, priva degli ultimi capitoli (da questa derivano Muratori e Del Re). L’Antonini scriveva che, all’inizio del testo del Libro III egli ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e lo scontro con il conte Rainulfo d’Alife. Nel testo “Alessandro di Telese – Ruggero II Re di Sicilia” a cura di Vito Lo Curto (….) pubblicato a Cassino nel 2003, con traduzione e commenti, all’inizio del Libro III. Il Libro III si apre col Cap. I: “Ruggero si ammala. Muore sua moglie Alberia. Essendosi diffusa la falsa notizia della morte del re, il Principe Roberto da Pisa si dirige a Napoli con una schiera di soldati.”. Il cap. II, a p. 143: “Rainulfo, pensando che il re sia morto, cerca di recuperare le terre perdute.”. Dunque, i fatti citati dall’Antonini, narrati da Alessandro di Telese, risalgono a dopo la morte della prima moglie di re Ruggero II d’Altavilla e, subito dopo la conferma a re di Sicilia nel 1130. In particolare l’Antonini, sulla scorta del Telesino scriveva della ribellione del conte Rainulfo e che: “Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II d’Altavilla sposò prima del 1118 Elvira di Castiglia (circa 1100 – 1135). Morta Elvira, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150). Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo: “Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”. Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini”. Tuttavia, sebbene avessi approfondito le mie ricerche sul nipote del Conte Rainulfo che teneva la fortezza della Molpa al tempo di re Ruggero II d’Altavilla, ancora nulla si sa. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “….e della città di Benevento che dal Papa si pretendeva, come alla sede Apostolica appartinente, a qual’effetto il Pontefice fé lega con Roberto nuovo Principe di Capoa, e con Rainulfo Conte d’Alife cognato di Ruggiero, del quale ho parlato nel lib. 3 Disc. I chi invasero la Puglia per ordine del Papa, etc…”. Il Di Stefano, nel Libro III parlando della Contea di Capaccio, di Rainulfo di Alife, dei Comite a Capaccio e, sulla scorta di Filiberto Campanile (….), che egli chiama “Il Duca della Guardia”, a pp. 12-13-14, in proposito scriveva che: “Di costui e delle sue prodezze parla lungamente Falcone Beneventano nella ‘Storia del Re Ruggiero’, contro di cui fé cose inaudite chiamandolo però ‘Rainulfo’, ch’era Conte d’Avellino, di Alife, etc. e Principe etc….Aveva Rainulfo in moglie Matilda, sorella dello stesso Re. Venne la nemicizia tra loro, perche avendo Rainulfo un giorno ingiuriata la Contessa sua moglie, ed indi essendo andato a Roma, mandatovi da Ruggiero, questo in tal tempo fattasi venire la medesima col figlio, per vendicarsi, la mandò in Sicilia nel 1132 con detto suo figlio; onde poi cotanto tra loro guerreggiato, che se detto Conte non moriva, difficilmente il Re avrebbe acquistato la Puglia, e l’altre Regioni nostrali. Tolto Salerno al Re dal Som. Pontefice Innocenzo II, e da Lotario Impe., nel 1137 etc…..Morì Rainulfo nella Città di Troja di Puglia nell’anno 1139, e seppellito in quel Duomo etc…Dopo la morte di Rainulfo il Re s’insignorì di tutta la Puglia, del Principato di Capua, e del Ducato di Napoli, etc…”. Dunque, Rainulfo era cognato di re Ruggero II d’Altavilla, in quanto ne aveva sposato la sorella Matilda d’Altavilla, figlia di Ruggero I d’Altavilla e di Adelaide del Vasto detta “Adelasia”.
Nel 1143, Itta e Sighelgaita, figlie di Glorioso (figlio del conte Pandolfo di Capaccio) donarono Li Lauri ed il monastero di S. Zaccaria
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1143 le sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, alienarono (11) et…Del monastero di S. Zaccaria è poi notizia in un diploma (12) del duca Guglielmo di Salerno (1111-1127), figlio del duca Ruggiero, il quale confermò all’Abbazia cavense oltre la quarta parte del monastero di S. Giorgio, etc…ad Acquavella, Licosa Tresino e Staino. Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, il passaggio di Ebner è molto chiaro. Secondo Ebner, il conte Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone era il nonno dei due fratelli Guido e Alessandro. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1143 Itta e Sighelgaita, figliuole del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, sposate ai fratelli Pietro e Marino Cacapece, essendosi sciolto il matrimonio di quest’ultimo che aveva indossato l’abito monastico, vendettero (16) alla Badia la proprietà da esse possedute in Lucania e loro pervenuta dal fu fratello Sico, dalla madre Ermelina e dalla sorella Magalda, moglie di Marino Caraciuli.”. Ebner, a p. 681, vol. II, nella nota (16) postillava che: “(16) I, ABC, XXV 55, gennaio a. 1143, VII, Salerno: “ipse sorores etc…”.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”, dov’era la “ecclesia sancti simeonis” è detto in un documento del 1079 (6); di un terreno “ubi proprio a li lauri vocatur” è detto in una pergamena del maggio 1092 (7); …..Altre notizie da un documento del 1109 (10); da una inedita donazione che informa “monasterii sancti zacherie de li lauri” (11); della vendita (12) della loro proprietà in Lucania, tra cui i beni “ubi…(…) a li lauri dicitur”, delle sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu Glorioso del fu conte Pandolfo; e dello stratigoto (governatore) Giovanni detto di Laurino (13). Etc…”. Ebner, a p. 79, nella nota (6) postillava: “(6) ABC, XIII, 82, novembre a. 1079, III”. Ebner, a p. 79, nella nota (7) postillava: “(7) I, ABC, XV, 80, maggio a. 1092, XV”. Ebner, a p. 79, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 42, luglio a. 1093, Laurino”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava: “(10) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II”. Ebner, a p. 80, nella nota (11) postillava: “(11) I, ABC, XIX, 37, gennaio a. 1142, VI.”. Ebner, a p. 80, nella nota (12) postilava: “(12) I, ABC, XXV 55, gennaio a. 1143, VII”. Ebner, a p. 80, nella nota (13) postillava: “(13) Cfr. nel documento cavense a. 1143 stillato ad Agropoli (v.) tra l’Abate Falcone e l’igumeno Cosma.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 462 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Nel 1144 proprio ad Agropoli venne rogato l’atto di restituzione (43) del monastero di S. Marina de lo Grasso alla Badia, alla presenza di Giovanni, vescovo pestano. L’igumeno Cosma di S. M. di Pattano confessò l’usurpazione “coram presentiam” dello stratigoto di Capaccio, del viceconte di novi, dell’arciprete di Cilento e dei militi Pietro, detto di Laureana, di Goffo, milite di Ogliastro, di Dauferio di Finocchitto e di altri.”. Ebner a p. 462, nella nota (43) postillava: “(43) I, ABC, XXV 56, gennaio a. 1144, VII, Agropoli”.
Nel 1167, Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi
Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 135 riferendosi a Guglielmo di Mannia (figlio di Pandolfo I di Capaccio) scriveva pure che: “Il figlio di costui, GISULFO DI MANNIA, IV signore di Novi, menzionato in una carta del 1167 (8), è ricordato anche nel Catalogo dei Baroni, dal quale sappiamo che pssedeva pure il vicino feudo di Gioi e la metà di Magliano oltre ad avere come vassallo Enrico di Monteforte etc…”. Il Cantalupo (….), a p. 135, nella nota (8) postillava che: “(8) ABC, H, 46 (Ebner, cit., p. 340). Il documento è pubblicato da Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 340.
Nel 1171, Manso Salernitano e la moglie Guttualda, in un atto di vendita rogato a S. Marco Argentano
Riguardo Manso o Mansone ha scritto anche il sacerdote padre Francesco Russo (….), nel suo “Medici e veterinari Clabresi (sec. VI-XV) – Ricerche storico-bibliografiche”, pubblicato a Napoli, nel 1962 e, dove a p. 110, in proposito scriveva che: “Un ‘Pietro’ medico compare come teste in un documento rogato in S. Marco Argentano nel gennaio del 1171. Si tratta di un atto di vendita fatto da Manso Salernitano – abitante in Cassano – e dalla moglie Guttualda a Domenico, abate cistercense della Sambucina (55).”. Il Russo, a p. 110, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Ivi (A. Pratesi, Carte latine di Abbazie calabresi, Città del Vaticano, 1958), p. 69-71. A voler tenere conto della donazione “ab incarnatione”, l’atto dovrebbe essere del genn. 1172.”. Il Russo postillava che l’atto di donazione in questione fu pubblicato nel testo di Alessandro Pratesi (….), Carte latine di Abbazie calabresi….
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.
(2) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento. In particolare il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (..). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
(3) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson, abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santonio P.E., “Il monastero di Carbone”, Napoli, ed. Pellizzone, 1859 (…). Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. In sostanza, secondo il Cappelli (…), il collegamento con il documento Normanno (…), è S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (…), pubblicato dal Trinchera (…). Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (…), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Sul Monastero di Centola si veda p. 398.
(4) Natella P. Peduto P., ‘Pyxous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.
(5) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(Fig. 8) Capitolo XI del manoscritto inedito di Luca Mannelli, conservato alla BNN (11).
(6) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
(7) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(8) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.
(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.
(9 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.
(10) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini (10), a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.
(11) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro. Il Cappelletti (54), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.
(12) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.
(13) Santorio P.E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.
(14) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilata dai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.
(15) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(16) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986
(17) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (18) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.

(18) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895.
(19) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (2), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (2), p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (2), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (2), ma il Laudisio (9), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (….), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.
(20) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(21) D’Amico V., I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.
(22) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 114.
(23) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.
(24) Ventimiglia, Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.
(25) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(26) Guzzo A., Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978.
(27) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94.
(28) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, parte II, vol. I, p. 122.
(29) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, Cap. X, e vedi p. 117.
(30) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri.
(31) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.
(31) Alfano G. M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135.
(32) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.
(33) Urso C., Adelaide del Vasto, stà in Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XV), a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 58 e s.
(34) Fazello T., Storia di Sicilia, II, 7, 1-3, pp. 52,55,56, si veda anche Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2.
(35) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.
(36) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, dove si trova il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).
(37) Erich Caspar, Roger II. (1101-1154) und die Grundung der normannisch-sicilischen Monarchie, Innsbruck, 1904
(38) Ferdinand Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicilie, I-II, Paris, 1904
(39) Paul Fridolin Kehr, Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp…..; (nota della Follieri): come informa F. Schneider, Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6; Paul Fridolin Kehr, Italia pontificia, sive Repertorium privilegiorum et litterarum a Romanis pontificibus ante annum MCLXXXXVIII Italiae ecclesiis, monasteriis, civitatibus singulisque personis concessorum Regesta Pontificum Romanorum , ristampa, ed. Weidman, 1962
(40) Schneider Fedor, (nota della Follieri), come informa F. Schneider, Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6.
(41) Collura Paolo, Appendice al Regesto dei diploi del Re Ruggero compilato da Erich Caspar, in Atti del Congresso Internazionale di Studi Ruggeriani, Palermo, 1955, pp. 545-625, sotto il num. 36 (pp. 572-574)(da usare con cautela per le molte imprecisioni, postillava la Follieri).
(42) Horst Enzensberger (citato dalla Follieri),
(43) Carlrichard Bruhl (citato dalla Follieri),
(44) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955
(45) Giovannelli G., Grottaferrata, 1955; si veda pure: Giovannelli, vita di S. Nilo,
(46) Borsari S., Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963
(47) Codice Crypt. Z. δ. XII. E’ la Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il Codice Criptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).“. Nella sua nota (2), la Follieri ci parla di padre Rocchi (11), che lo pubblicò. Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il Rocchi (11), che pubblicò il ‘Regestum Bessarionis’, contenuto nel codice Crypt. Z.δ.XII, nel suo scritto a p. 513 è scritto: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.”. Stiamo cercando la sua versione digitale e on-line sul sito della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove esso probabilmente è conservato. La Follieri, ci informa che di questo codice ce ne parla Concetta Bianca (21), op. cit., in un suo pregevole studio sull’Abbazia di Grottaferrata. Purtroppo, la Follieri, ci informa che sia il documento autentico che quello di cui parlava il Ronsini che diceva conservato al Comune di Rofrano, non si trovano. La Follieri, scrive che: “Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…), fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).“. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium‘ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v = Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.
(48) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifii per il monastero di Grottaferrata, ed. Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch – e-book, estratto a stampa da RM; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).
(49) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).
(50) (Fig. 6) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci.
(51) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, Stamperia di Vincenzo Manfredi, 1776, si veda da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.
da p. 113 a p. 120.
(52) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703,
(53) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.
(54) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo il ‘Centaurino’, si veda il Capo VI, da p. 302 e s.
(55) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.
(56) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, Cava dei Tirreni, 1876. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Si veda pure: Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno, sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1973, Anno LIII, p. 512. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (4), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (…), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(57) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario D. Pietro). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151. Il Cataldo (36), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Recentemente B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (29), sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28) e, risale già al XVIII secolo (Fig. 8). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621 (28). Dell’antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo, lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito.
(58) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.
(59) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.
(60) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (59), venne pubblicato dal Guillaume (56).
(61) (Fig. 1) Il codice manoscritto di Federico Patetta (Ms. Patetta 1621), “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, XII secolo, Bolla di Alfano I, stà in Fondo Patetta, Biblioteca apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Roma, pp. 30r – 30v – 31r., in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?). Biagio Moliterni, op. cit. (29), sostiene che: “la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., ed è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621) e, risale già al XVIII secolo.”. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621. Il codice Patetta, manoscritto, Fondo Patetta, ms. 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae”; citazioni bibliografiche: Galante, Maria, Esperienze grafiche a Cava nel XII secolo, in Archivio storico per le province napoletane 1982; si veda pure: Galante Maria, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; Galante Maria, Esperienze grafiche a Cava nel XII secolo, In Archivio storico per le province napoletane 1982; Zimmermann, Harald, 1926- Papsturkunden 896-1046. Erster Band: 896-996, In Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, philosophisch-historische Klasse 1984; Zimmermann, Harald, 1926- Papsturkunden 896-1046. Zweiter Band: 996-1046, In Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, philosophisch-historische Klasse 1985; Girgensohn, Dieter Miscellanea Italiae pontificiae. Untersuchungen und Urkunden zur mittelalterlichen Kirchengeschichte Italiens, vornehmlich Kalabriens, Siziliens, und Sardiniens, In Nachrichten der Akademie der Wissenschaften in Göttingen. Philologisch-historische Klasse 1974.
(62) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (Archivio Attanasio). Recentemente il Moliterni, sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(61).
(63) Pietro Pappacarbone, nacque da nobile famiglia longobarda di Salerno. Pietro, nipote del primo abate Alferio I, dopo una permanenza a Cluny e la rinuncia al vescovado di Policastro, era abate di S. Arcangelo nel Cilento nel periodo tra l’agosto 1067 e il gennaio 1072, quando si andava affermando la congregazione cavense che riceveva in dono dal principe Gisulfo II altri monasteri. Richiamato a Cava in un periodo antecedente al mese di gennaio del 1073, Pietro venne nominato prima decano e poi, nel novembre 1078, abate della Santissima Trinità di Cava. Resse le sorti del monastero per ben 45 anni, modellando la congregazione cavense su quella di Cluny, pur senza dipendere minimamente da essa. Nel 1092 papa Urbano II, di passaggio da Salerno, fece visita all’abate Pietro che aveva conosciuto a Cluny, e consacrò la basilica. Morì il 4 marzo 1123 ed il suo corpo fu seppellito nella grotta Arsicia alla destra di sant’Alferio. Dal 1911 le reliquie del santo furono deposte sotto l’altare maggiore della basilica della Badia di Cava de’ Tirreni. Nel 1874 una reliquia del Santo fu donata dalla Badia di Cava alla diocesi di Policastro. La reliquia, conservata attualmente nella Cattedrale di santa Maria Assunta a Policastro Bussentino fu ricevuta dal vescovo di allora Mons. Giuseppe M. Cione, che tanto si era interessato per ottenerla.
(64) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016
(65) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017.
(66) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.
(67) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della costa Cilentana, ed. ……., Salerno, 1969
(68) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.
(69) Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.
(70) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio)
(71) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio)
(72) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).
(73) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.
(77) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio)
(78) Il cronista Normanno Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’). Per l’opera di Caen, si veda Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (13), lo chiama ‘Marchisio’. Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (..); si veda The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges, Orderic Vitalis and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Si veda pure: ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562. Si veda pure: Histoire de Tancrede, par Raoul de Caen, stà in Collection des memoires, di M. Guizot, Paris, 1825.
(79) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).