Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri e le nostre terre. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

Carta del Cilento(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio)

Origini dei cenobi e monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Il Borsari citava il testo di Kirsopp Lake e Silva Lake (….), ‘Dated Greek Minuscule Manuscripts to the Year 1200′, pubblicato da….,I-X, Boston (Massachusetts), the American Accademy of Arts and Sciences, 1934-1939.

Nel 981, il giovane patrizio calabrese Basilio di Rossano, poi “S. Bartolomeo il giovane” o di Rossano o di Grottaferrata

Da Wikipedia leggiamo che gli Acta Sanctorum (in italiano Atti dei santi) costituiscono una raccolta di documenti relativi ai santi della Chiesa avviata, nel suo nucleo primigenio, dall’erudito belga Jean Bolland (1596-1665) S.J. e poi proseguita da altri padri gesuiti, che ne composero l’originaria struttura (per la loro opera sono stati chiamati bollandisti). La raccolta rappresenta una vasta collezione di fonti sui santi articolate in base al calendario liturgico. Da Wikipedia leggiamo che morì nel 1004 durante il pellegrinaggio a Roma nei pressi di Tusculum. Di san Nilo si occupò il suo discepolo prediletto San Bartolomeo abate, che ebbe di lui grande stima. Bartolomeo il Giovane (detto anche o Bartolomeo di Rossano o Bartolomeo di Grottaferrata; Rossano, 981 – Grottaferrata, 1055) è stato un monaco cristiano italiano. Manifestò fin da piccolo grande interesse per la vita monastica tanto che i nobili genitori decisero di affidarlo, all’età di sette anni, ai monaci bizantini del monastero di San Giovanni Calibyta in Caloveto. Recatosi a dodici anni al monastero di Montecassino, ove viveva San Nilo il Giovane, rimase attratto dalla sua personalità e si fermò lì, seguendolo poi (994) a Serperi, ove visse di preghiera e digiuni per sei anni. Nell’anno 1000 accompagnò Nilo a Roma per implorare pietà per il compaesano Giovanni Filagato, autoproclamatosi Papa con il nome di Giovanni XVI, presso l’imperatore Ottone III attraverso la mediazione di Papa Gregorio V. Durante il viaggio, presso l’attuale Grottaferrata, comparve ai due monaci la Madonna che chiese loro di erigere sul luogo un tempio ed un monastero. Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. San Bartolomeo fu inumato accanto a San Nilo nel monastero di Grottaferrata, ma delle loro spoglie si sono perse le tracce. Dalla Treccani on-line leggiamo che Bartolomeo nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebb- ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904.

S. Bartolomeo di Grottaferrata ed il principe Guaimario V

Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dal padre Ieromonaco Germano Giovanelli (…). Pietro Ebner (…), nella sua nota (87), postillava che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non da nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocco (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocco è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocco, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). L’episodio di S. Bartolomeo che nell’anno 1045, farà visita al principe longobardo Guaimario V, sarà tratto dal ‘bios’, dalla biografia di S. Bartolomeo scritta dal suo biografo, il monaco o egumeno Luca, o Lucà.

Nel 955, nel monastero di Serperi, la visita a S. Nilo i longobardi duchi di Gaeta Giovanni III ed Emilia

Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) etc…”. Giovanelli, a p. 99, nella nota (24) postillava: “(24) Rocchi – Vita di S. Nilo, p. 121-122”.

Nel 1024, S. Bartolomeo di Grottaferrata detto anche Bartolomeo il Giovane o di Rossano

Da Silvio Giuseppe Mercati sulla Treccani on-line leggiamo che nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Da Wikipedia leggiamo che Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata.

Nel 1024, una Fonte: S. Bartolomeo di Grottaferrata detto anche Bartolomeo il Giovane o di Rossano e Lucà il suo biografo

Da Silvio Giuseppe Mercati sulla Treccani on-line leggiamo che nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Da Wikipedia leggiamo che Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). Giovanna Falcone (….), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’ citava un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. L’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.    

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat. gr. 1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo.

Mai A., p. 530

(Fig…..) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

L’egumeno Lucà, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata (biografo di S. Nilo)

La studiosa Giovanna Falcone (…), cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. Chi era l’igumeno Luca che il Giovanelli (…), chiama ‘Luca Santo’. Chi era il biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata che si recò a Salerno dal principe Guaimario?. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’. Esaminiamo ciò che scrive padre Giovanelli (…), sulla scorta del ‘bios’ o la ‘Vita di S. Bartolomeo’, tradotta dal greco, in cui “l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios'”, ovvero l’egumeno Luca, biografo e narratore della vita (‘bios’) di S. Bartolomeo di Grottaferrata. I fatti riportati dal Giovanelli, sono tratti dalla ‘vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo. Tutta la produzione letteraria di Bartolomeo in manoscritti è tuttora raccolta a Grottaferrata; di San Bartolomeo rimane una biografia di modeste proporzioni, il cui autore probabilmente sembra essere un monaco suo discepolo. Questo testo tradotto in latino e in greco venne pubblicato nel 1684 dal Possin (…), o Poussin. Un’altra versione latina e greca venne pubblicata dal padri Maurini (…), nel 1729. Nel 1864 venne edita la terza biografia del santo a cura del cardinale Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. L’episodio di S. Bartolomeo che nell’anno 1045, farà visita al principe longobardo Guaimario V, sarà tratto dal ‘bios’, dalla biografia di S. Bartolomeo scritta dal suo biografo, il monaco o egumeno Luca, o Lucà.  Infatti, Giovanelli (…), scriveva pure che: “Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’.”. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La biografia della vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, fu scritta da Luca o Lucà di Grottaferrata. La biografia dell’egumeno Luca, fu  pubblicata da Petro Possino o Pierre Poussin, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455. La biografia dell’egumeno Luca, biografia di Bartolomeo da Rossano (?), monaco dell’Abazia di Grottaferrata, è stata pubblicata da Angelo Mai (…), in ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, e stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina, morto il 19 agosto 1030, l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533. Pubblicata anche dal Migne, ‘Patrologia greca’, CXXVII, 476-497. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata è stata pubblicata da Pierre Poussin, o Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455. La biografia dell’egumeno Luca, biografia di Bartolomeo da Rossano (?), monaco dell’Abazia di Grottaferrata, è stata pubblicata anche dal cardinale Angelo Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Quì di seguito, pubblichiamo le pagine 530 e s. in cui è l’encomio alla fine della vita di S. Bartolomeo del Monastero del Patir in Calabria, pubblicate dal Mai (…), nel suo ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, in cui a p. 530 è il titolo: ‘ΕΤΩΜΙΟΝ ΕΙΣ ΤΟΝ ΟΣΙΟΝ ΡΑΤΕΡΑ ΗΜΩΝ ΒΑΡΘΟΛΟΜΑΙΟΝ’, manoscritto greco tratto dal codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s., in cui viene scritta la laude o encomio a S. Bartolomeo Cryptense. Sulla pagina digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), sotto la segnatura ‘Vat.gr. 1989′, vi sono alcuni codici greci, ed alle note bibliografiche si dice che detto codice è un manoscritto di Lucà, Santo di Rossano, il Patir e lo stile rossanese. Note per uno studio codicologico-paleografico e storico culturale, in Rivista di studi bizantini e neollenici, 1985, si veda pure: Lucà, Santo, Il Vaticano greco 1926 e altri codici della Biblioteca dell’Archimandriato di Messina, in Schede medievali, 1985 e si veda pure la Follieri, 1926-1999 Passione di Sant’Ippolito secondo il cod. “Lesb. S. Ioannis Theologi 7” (BHG 2178), In Analecta Bollandiana 1982.

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 3) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat.gr.1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata, manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo. La Treccani, in merito all’encomio o laude, pubblicato dal Mai a p. 530 a p. 530,  dice però che non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina, morto il 19 agosto 1030.

Mai A., p. 530

(Fig. 4) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

Nel 1018, Pandolfo di Capaccio, figlio del principe Guaimario III e la sua Contea di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio. Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio. Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento. Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Roani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”

La politica della “tutio” sovrana dei Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di neutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”.

Nel 1042, Teodora di Tuscolo, sposa di Pandolfo di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano (5) e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6) I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). Nel 1054, data della sua ultima attestazione, Gregorio aveva tre figli e una figlia. Sua figlia, Teodora, sposò Pandolfo (o Landolfo), signore di Capaccio (1040-1052). I figli maggiori di Gregorio, Giovanni e Pietro (noto come Pietro de Columna, capostipite della famiglia Colonna), morirono giovani, e fu quindi il figlio minore, Gregorio III, a succedergli (1). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX. Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita. C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Asclittino di Sicigiano e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania. I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Guaimario V ebbe i seguenti figli: Gisulfo, Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e un’altra figlia, della quale è ignoto il nome (cfr. H. Hirsch-M. Schipa: op. cit., pag. 209).”. Dunque, uno dei figli di Guaimario V fu Pandolfo, detto di Capaccio. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Dunque, se “Glorioso” era figlio di Pandolfo di Capaccio, è plausibile che Mansone fosse un fratello di Pandolfo e fosse lo zio di Glorioso. Dunque, se si trattasse di Pandolfo di Capaccio, figlio di Guaimario III e fratello del principe Guaimario V, vorrebbe anche dire che questo conte Mansone sarebbe stato fratello di Pandolfo e di Guaimario V. Come si è già visto Pandolfo di Capaccio morì nella congiura del 1052 accorso a difendere il fratello Guaimario V. Mansone era fratello di Pandolfo di Capaccio e del Principe Guaimario IV, ovvero era un figlio di Guaimario III ?. Mansone era un figlio di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento ? Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. Altre notizie su Teodora di Tuscolo vengono da Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, Ebner scriveva che Guglielmo de Mannia sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “….Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda.”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Etc..”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75no. 25″.

Nel 1042, Guaimario IV (V), principe longobardo di Salerno, Adenolfo d’Aquino, duca di Gaeta ed la guerra contro Pandolfo di Capua

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Nel 1044 Guaimario e Braccio di Ferro iniziarono la conquista della Calabria e costruirono un’ampia fortezza a Squillace. Ma il dominio del principe di Salerno, pure in continua espansione, non era più facilmente gestibile: negli ultimi anni della sua vita Guaimario incontrò infatti numerose difficoltà nel conservare i suoi possedimenti contro le rivendicazioni dell’imperatore e degli stessi Normanni, fino a quel momento suoi fedeli vassalli. Rainulfo Drengot, che aveva continuato a tenere il dominio di Aversa concessogli originariamente dal duca di Napoli, morì nel 1045 e il suo feudo, contro le proteste di Guaimario, passò al nipote Asclettino. Verso la fine di quello stesso anno, Guaimario si oppose alla successione del cugino di Asclettino, Rainulfo II Trincanotte, ma ancora una volta la sua autorità fu calpestata. Queste contese spinsero Aversa, un tempo leale al principe salernitano, ad allearsi con Pandolfo, tornato dal suo esilio di Costantinopoli. Nel 1041 Guaimaro affidò il controllo diretto e il suo titolo di duca al conte di Aversa. La guerra contro Pandolfo riprese nel 1042 e durò cinque lunghi anni, durante i quali Guaimario rafforzò la propria posizione attraverso un rapido riconoscimento, nel 1046, del fratello del defunto Guglielmo, Drogone d’Altavilla, al quale concesse in sposa la sorella Gaitelgrima. L’obiettivo era chiaramente quello di mantenere i Normanni dalla sua parte e in posizione di vassallaggio. Da Wikipedia alla voce “Adenolfo d’Aquino duca di Gaeta” leggiamo che da tempi antichissimi i d’Aquino furono conti: infatti già dal 970 circa si hanno notizie di un Adenolfo, conte di Aquino e Pontecorvo, mentre un altro Adenolfo fu duca di Gaeta nel 1038. Guaimario IV di Salerno, il figlio di Guaimario III (morto 1027), chiese ai due Imperatori – d’Oriente e d’Occidente – di venire per risolvere le molte dispute che dilaniavano il Sud dell’Italia. Solo Corrado accettò e, arrivato a Troia nel 1038, ordinò a Pandolfo di restituire a Montecassino i possedimenti rubati. Pandolfo mandò la moglie ed il figlio a chiedere la pace in cambio di un grosso quantitativo d’oro (in due rate) oltre ad un figlio ed una figlia come ostaggi. L’imperatore accettò l’offerta ma i due ostaggi fuggirono e Pandolfo si rifugiò nel suo castello di confine di Sant’Agata de’ Goti. Corrado prese Capua e la diede a Guaimario insieme al titolo di Principe. Egli inoltre fece di Aversa una contea di Salerno. Pandolfo nel frattempo fuggì a Costantinopoli, cercando la protezione dei suoi vecchi alleati greci. Ma le dinamiche politiche erano cambiate e Pandolfo fu imprigionato. In seguito Guaimario entrò in conflitto con l’Imperatore Michele IV il Paflagone e, prima della morte di quest’ultimo, Pandolfo fu rilasciato dalla cattività. Egli tornò in Italia nel 1042 e, per i successivi cinque anni, con pochi seguaci, minacciò Guaimario. Nel 1047 anno cruciale nella storia del Mezzogiorno e dei Longobardi, l’imperatore Enrico III, figlio di Corrado, rese suoi vassalli i Drengot e gli Altavilla. A Capua restituì per l’ultima volta il potere a Pandolfo, che morì il 19 febbraio 1049 o 1050. Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Michelangelo Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”.

Nel 1045, il conte Rodolfo o Laidolfo e Richerio abate di Montecassino

Sull’antefatto, ovvero alla prigionia a Montecassino di “Rodolfo”, in un blog leggiamo che il momento più difficile per il bellicoso abate Richerio si presentò quando alcuni Normanni si stanziarono nella Rocca di S. Andrea (in provincia di Frosinone), da loro stessi eretta, ponendo lì il nucleo di una più ampia e minacciosa presenza per Montecassino (213). Nella primavera del 1045, inoltre, il normanno Rodolfus (forse Rainulfo conte di Aversa) con un gruppo di armati si recò da Richerio, depose le armi ed entrò nella chiesa – probabilmente quella del S. Salvatore – per pregare : gli uomini del monastero, però, li assalirono e cominciarono poi a dare la caccia a tutti i Normanni presenti nella Terra S. Benedicti, riuscendo alla fine a riprendere il controllo sui domini cassinesi. La circostanza ebbe una vasta eco nella fonti, non solo cassinesi (214). La nota (214) postilla che: “(214) Amatus Casinensis, Historia, II, 42, p. 108-109 ; CMC, II, 71, p. 310-311 ; Annales Casinenses”. In questo frangente, però, Richerio trovò un alleato inaspettato in Atenolfo conte di Aquino e duca di Gaeta, succeduto a Landone e prigioniero di Guaimario, che si offrì di difendere i diritti cassinesi, sicché la questione si risolse con il ritiro di Pandolfo, nonostante poco dopo l’abate dovesse poi fronteggiare, ma con successo, le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno (219). La nota (219) postilla che: “(219) CMC, II, 74-76, p. 315-320 ; Bloch 1986, I, p. 192 ; RPD, III, n. 369, p. 1061-1062. Cf. Fabiani 1″. Bloch 1986 = H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, I-III, Roma, 1986. Bloch 1998 = H. Bloch, The Atina dossier of Peter the Deacon of Monte Cassino. A Hagiographical romance of the twelfth century, Città del Vaticano, 1998 (Studi e Testi, 346). CMC = Chronica Monasterii Casinensis, ed. H. Hoffmann, Die Chronik von Montecassino, Hannover, 1980 (M.G.H., Scriptores, 34). Dunque, l’Abbate di Montecassino, Richerio dovette fronteggiare le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno. Sulla Treccani on-line leggiamo su “Drogone” d’Altavilla che solo, però, dopo la morte di Guglielmo, egli emerse con particolare rilievo, quando, col consenso dei compagni d’arme, divenne duca di Puglia e, quindi, capo riconosciuto dei Normanni, grazie anche all’appoggio di Guaimaro IV di Salerno, che intendeva continuare in tal modo la sua politica favorevole ai fratelli Altavilla e ai Normanni. Ebbe perciò dal principe di Salerno la mano della figlia, il riconoscimento della preminenza su tutti i suoi compagni e l’aiuto politico necessario a conseguire l’accordo con Montecassino, mentre, da parte sua, interveniva a fare da intermediario tra Guaimaro e il conte d’Aversa, che venne rimesso in libertà. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, secondo la notizia dataci dallo Schipa, la folta delegazione di cavalieri inviati da Guaimario V a Montecassino con Drogone, riuscì a convincere l’Abbate di Montecassino, Richerio e a far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Ma chi era “Rodolfo” ?. Dunque, lo Schipa, quando scriveva che trasse dal carcere Rodolfo” si riferiva a Rodolfo, conte d’Aversa. Drogone si recò a Montecassino per far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Chi “Rodolfo, conte di Teano”, imprigionato dall’abbate, credo Richerio, a Montecassino ?. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “In mezzo a questi eventi, tornava di Germania l’Abbate Richerio; e condotte di là non poche genti d’arme, s’accingeva a spazzare dalle terre cassinesi quanti erano usurpatori, tra’ quali il più temuto appariva un Conte Rodolfo normanno, genero di Rainulfo…”. Chi era questo “Rodolfo” genero del conte Rainulfo ? Sulla Treccani on-line leggiamo che “In quei mesi un susseguirsi di torbidi locali provocati dal perenne tramare del conte di Aquino, Atenolfo (IV), e di Rodolfo, genero del defunto conte Rainulfo, insieme con il principe di Capua, Pandolfo (IV), ritornato quest’ultimo dall’esilio di Costantinopoli, avviò un processo di destabilizzazione del potere di Guaimario che vide, inoltre, espellere da Aversa quel Rodolfo Cappello da lui posto al controllo della Contea. Rainulfo Drengot era infatti riuscito a fuggire dalla prigione salernitana, a far esiliare Rodolfo e, grazie alla corruzione e ad appoggi politici locali, a farsi eleggere conte di Aversa.”. Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo II di Aversa detto Trincanotte (… – 1048) fu il quarto conte di Aversa (1045-1048). Dopo la morte prematura, senza figli, del secondo conte d’Aversa, Asclettino II Drengot, il cugino Rainulfo Trincanotte era il candidato naturale, appoggiato dai Normanni; il principe Guaimario IV di Salerno tentò invece di imporre il suo candidato, Rodolfo Cappello, che riuscì in un primo momento a sconfiggere ed imprigionare Rainulfo; ma questi riuscì a liberarsi ed a scacciare il rivale Rodolfo, ottenendo anche il riconoscimento dello stesso Guaimario. Anche al fine di derimere la vertenza, l’imperatore Enrico III convocò per il 3 febbraio 1047 la Conferenza di Capua, con Guaimario V di Salerno. L’imperatore legittimò i possessi acquisiti di fatto da parte delle famiglie normanne e confermò i titoli feudali di Drogone d’Altavilla e di Rainulfo, terzo conte di Aversa e Duca di Sorrento, i quali divennero suoi vassalli; distaccò da Salerno il Principato di Capua e lo restituì al legittimo Pandolfo IV, anche se questo territorio costituiva l’obiettivo della famiglia Drengot.

Nel 1045, la visita di S. Bartolomeo di Grottaferrata al principe longobardo di Salerno Guaimario IV (V)

Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno stati dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel bios (23) è detto conte ( κωμης ), che aveva la signoria in quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo e castigo delle sue malefatte. Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Giovanelli prosegendo il suo racconto si chiedeva: “Di fronte alla narrazione di questo fatto sorge spontanea una domanda: perchè ricorrere all’aiuto di un Santo, che viveva così lontano (specie per quei tempi!) dai luoghi, ove si erano svolti gli avvenimenti ? Si è perchè la Badia di Grottaferrata aveva allora con quel Principato Longobardo vincoli di amicizia e di sudditanza, in seguito all’esistenza in esso del monastero di S. Nazario e dei beni con questo annessi e connessi, dipendenti da quei Principi. E da chi sa che il feudo di Rofrano, col relativo titolo baronale, non siano stati connessi a S. Bartolomeo proprio in quella circostanza, venendo confermati in seguito e stabiliti giuridicamente dai successori Principi Normanni ? Infatti, appena pochi anni dopo la morte del Santo, essi fanno la loro apparizione giuridica.”.

Nel 1045, il principe longobardo Guaimario IV (V) concede a S. Bartolomeo abate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo  l’annessione di S. Maria di Rofrano

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  Bartolomeo si dedicò anche alla composizione di liti fra potenti, fra le quali la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner scriveva che il principe longobardo Guaimario V sollecitato dallo zio Pandolfo di Capaccio e da sua moglie Teodora di Tuscolo, che proveniva proprio da quella famiglia presso cui il principe era stato allevato da piccolo, concesse “all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner scriveva che la visita di S. Bartolomeo (il monaco Bernardo coofondatore di S. Maria di Grottaferrata insieme a S. Nilo) al principe Longobardo Guaimario V nel 1145 fa risalire l’annessione di Rofrano all’Abbazia Tuscolana di S. Maria di Grottaferrata. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 32-33, in proposito scriveva che: “…Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Inoltre, l’Ebner, a p. 33 riferendosi al principe longobardo Guaimario V, in proposito aggiungeva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). Etc…”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, sulla scorta del padre Germano Giovanelli (….) riportava la notizia interessantissima che riguarda Rofrano e, riferendosi alla visita di S. Bartolomeo al principe longobardo Guaimario V, in proposito scriveva che: E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. Dunque, Ebner, sulla scorta di padre Giovanelli (….) che a sua volta scriveva sulla scorta di P. Fedele (….), riportava la notizia che l’antichissima e preesistente Abazia di S. Maria di Rofrano, cenobio italo-greco dove secondo il Bios si era fatto tonsurare monaco Nicola da Rossano (S. Nilo), era stata concessa all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, l’Abbazia fondata da S. Nilo e poi nel 1045 retta da S. Bartolomeo il Giovane, suo discepolo e suo biografo. Riguardo l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano (….), fondata intorno all’anno mille da S. Nilo, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”.”. Infatti, dal Bios di S. Nilo si evince che il Santo prima di morire fondò l’Abbazia italo-greca di S. Maria a Gottaferrata grazie alle donazioni e concessioni del padre di Teodora di Tuscolo, Gregorio I detto “il Conte dei Romani”, nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner, a p. 33 scriveva che: “….Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI etc…”. Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376 riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano ed al Ronsini, che citava il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II,  parlando dell’Abbazia di Rofrano aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4)  Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…), che scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.” e, poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…) scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Sull’episodio del 1045 che Bartolomeo andava in visita a Salerno a pregare Guaimario V non mi soffermerò ma cercherò di porre l’attenzione alla notizia “ipotesi” di alcuni studiosi come suggeriva la Falcone. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando del principe Longobardo Guaimario V citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.

Nel 1045, Teodora di Tuscolo, moglie di Pandolfo di Capaccio e le concessioni del principe longobardo Guaimario V, alla chiesa di Rofrano

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 32, in proposito scriveva che: Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 32-33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Si spega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Velia.”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”La Falcone (….) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante  perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. Etc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio  Alfano “est unctus” duca di Puglia”. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, mi occupo in questo mio scritto. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (10). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Attanasio)

Nel 1054, Teodora di Tuscolo, fattasi monaca, la bolla di Amato, vescovo di Capaccio e, la chiesa ed il monastero di “S. Matteo in duo flumina”, a Casalicchio

In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “(73)….La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Atanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) riferendosi a Teodora di Tuscolo e citando la “Bolla di Amato”, vescovo Pestano, postillava che: “(73) …..dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.).”. Della figura di Teodora di Capaccio e della “Bolla di Amato” ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV.  Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII

Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Theodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.

Guaimario IV (comunemente detto Guaimario V), principe del Principato Longobardo di Salerno

Guaimario IV, spesso indicato come Guaimario V, fu principe di Salerno dal 1027 e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento dal 1040 e duca di Puglia e Calabria dal 1043 al 1047. Fu una figura di primo piano dei Longobardi, nella fase storica a cavallo fra la fine del dominio bizantino nel Mezzogiorno e l’ascesa della potenza normanna. Guaimario di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario III di Salerno e di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento. Amato di Montecassino, scrisse di lui: « …più coraggioso di suo padre, più generoso e più cortese; in effetti egli possedeva tutte le qualità che un laico dovrebbe avere – eccetto un’eccessiva passione per le donne». Il fratellastro maggiore di Guaimario, Giovanni (III), figlio di Porpora di Tabellaria, fu co-reggente insieme al padre dal 1015 al 1018, anno della sua morte. A questo punto la co-reggenza fu affidata a Guaimario, che nel marzo del 1027, all’età di quattordici anni, successe al padre sul trono di Salerno, probabilmente sotto la reggenza della madre. Fin dall’inizio del suo regno si impegnò nel tentativo di estendere il proprio controllo su tutto il meridione d’Italia, perseguendo un obiettivo che era già dei suoi predecessori. Guaimario di Salerno fu ben presto in stretti legami con la famiglia normanna degli Altavilla che si stava affermando nell’Italia meridionale al fianco dei connazionali Drengot Quarrel. Guaimario di Salerno nel settembre 1042 a Melfi approvò l’elezione a conte di Puglia di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro, ed ottenne in cambio l’acclamazione a Duca di Puglia e Calabria (all’inizio del 1043), in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine. L’unificazione delle due famiglie normanne, Altavilla e Drengot, fu motivo di forza, perché esse si basavano concretamente sui possedimenti di Aversa e di Melfi. Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale delle conquiste: alla fine dell’anno con lo stesso Rainulfo e con Guglielmo, si recarono a Melfi e riunirono un’assemblea dei baroni Longobardi e Normanni, che terminò al principio dell’anno successivo (1043). Michele Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”. Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Il Breccia (…), sulla scorta di Ebner e di Acocella (…), a proposito del principe longobardo Guaimario IV, scriveva che: “Con i primi decenni del nuovo millennio si può intravvedere qualcosa di più preciso della vita delle fondazioni monastiche greche nel Cilento, che vengono favorite dal principe salernitano Guaimario V: in particolare S. Maria di Pattano, “cuore della spiritualità bizantina nella regione”, ma anche centri minori, e tra questi forse Rofrano – che proprio in quell’epoca, secondo l’Ebner, verrebbe sottoposto a Grottaferrata. E’ un periodo di ostilità continue tra i principati longobardi e il catepanato bizantino: ostilità che potrebbero aver fornito a Guaimario V anche un motivo pratico per la donazione del Monastero di Rofrano a Grottaferrata, vale a dire attrarre il primo nell’area della latinità, sciogliendone gli eventuali legami con la zona controllata da Costantinopoli  (verso cui poteva spingerlo anche la sua collocazione geografica, al confine meridionale del principato di Salerno), e portandolo invece a gravitare anche economicamente verso settentrione.”.  Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Atenolfo di Aquino, questi, ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche che si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quel di tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno, ebbe la sovranità su d’un altro dominio.” (25). Pietro Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , scriveva in proposito: “Pur abbondando di donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore…quasi a creare un contrappeso locale con la vicina tebaide del Mercurion, il cuore della spiritualità bizantina nel Cilento, il monastero di S. Maria di Pattano, come si è detto il più venerato tra i cenobi di quel territorio che certamente doveva aver visitato. Con questo si favorirono i vicini monasteri con esso congregati, esaltando la figura del traumaturgo S. Filadelfo le cui spoglie richiamavano a Pattano sempre più grandi turbe di fedeli. Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo. Nessuna meraviglia, perciò, che “Raidulfus comes” accogliesse (a. 1034) innanzi al suo tribunale come ‘Kreites’, arbitro più che giudice, in una contesa poderale sorta tra due monasteri italo-greci “in finibus lucanie”, appunto l’egùmeno di S. Maria di Pattano (86),”. L’Ebner (…), nella sua nota (85), postillava: ………………………………..e, nella sua nota (86), postillava: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925“. Ebner (…), continua il suo racconto e scrive: “che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze.”. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig. 5) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).

Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054,IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell”Annalista Salernitano (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:

Di Meo, vol. VII, p. 384

Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta di Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della Bolla di Alfano, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodorafiglia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”.

Le donazioni dei principi longobardi,  confermate in seguito dai Duchi Normanni

Pietro Ebner (…), riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, aggiunge nel suo racconto che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. La studiosa Falcone (10), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, che ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II, la Falcone (10), scriveva: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Per la nota (200), della Falcone (10), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (16) e dalla Caciorgna (…). Felice Fusco (…) a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”

Una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano parla di Lagonegro: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) ‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’ parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “(35)….Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di ……”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496-497 e s., mentre riguardo la notizia citata da Falcone (…), che l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Riguardo l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno da Guaimario V., si veda Ebner P., Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 32

(3) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69 (Archivio Storico Attanasio).

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(4) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(5) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII). Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…): “Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: “Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc..

Rocchi A., vita di S. Nilo

(6) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”.

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(7) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(8) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch‘ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).

(9) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(10) Falcone Giovanna, Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G. (…), Inventari a cura di, ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’, da p. 147 e s. (Archivio Attanasio)

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(11) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

(12) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955 (Archivio Storico Attanasio).

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(13) Giovanelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (5), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio), pp. 55 e 75.

(14) Bianca Concetta, L’Abbazia di Grottaferrata e il cardinale Bessarione, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, n.s. 41 (1987), pp. 135-152 (Archivio Storico Attanasio).

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(15) Barra G., Rofrano, Terra della civiltà Greco-Bizantina, ed. Il Saggio, Eboli, 2017 (Archivio Storico Attanasio).

(16) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, 1947.

(17) Barone N., La badia di Grottaferrata sotto la protezione dei re angioini di Napoli, in ‘Archivio della Società Romana di Storia Patria, XXVII (1905), pp. 217-222.

(18) Pagliara N., ‘Grottaferrata e Giuliano della Rovere’, stà in ‘Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura’, 13 (1989), pp. 19-42.

(19) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(20) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(21) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(22) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(23) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VII, p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

 Bertaux

(24) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 1904.

(25) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s.; il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398.  Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(26) Rocco A., La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(27) Mai Angelo, Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis, stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533.

(28) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fedele P., Ancora delle relazioni fra i conti di Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXIX, 1906, pp. 240-246.

(29) Batiffol P., L’Abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, “L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; la notizia sul codice ‘Laurenziano XI, 9’, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario o Platea dei beni per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice ‘Cryptensis Z, D, XII’ (…), pubblicato dal padre Antonio Rocchi (…).

Santoro P.E.,

(30) Santorio P.E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(31) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. (42) Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca Tommaso Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

(32) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(33) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli ‘Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.

(34) Annalista Salernitani. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri[1]), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo ‘Testa di ferro’ si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. La narrazione della congiura contro Gisulfo è particolarmente viva e dettagliata e fa ritenere che il cronista fosse contemporaneo a questo episodio. In generale, l’autore appare ben informato sugli avvenimenti della sua epoca e su quelli che riguardano in particolare la città con i suoi personaggi. Si ritiene pertanto che debba essersi trattato di un cittadino salernitano, nato all’incirca nel secondo quarto del X secolo. Il cronista mostra inoltre una serie di conoscenze che fanno pensare a lui come alla figura di un religioso. Non ci sono neppure dediche, ma solo un cenno a un antenato dell’autore, un certo Radoaldo, che fu tra coloro che lasciarono il principato di Benevento per dissapori con il principe Sicardo (832-839).
Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del monastero benedettino di Salerno. Il Chronicon Salernitanum, a differenza delle altre cronache dell’epoca, è caratterizzato da un certo gusto per la narrazione e da una ricchezza di dettagli e notizie, quasi sempre controllate, da cui è stato possibile trarre molte preziose informazioni sulla vita quotidiana e la mentalità del suo tempo. Queste caratteristiche hanno conferito all’opera una lunga fortuna, nonostante una certa indulgenza del suo estensore che lo porta a indugiare su tratti prodigiosi e novellistici, e nonostante il perseguimento, a volte dichiarato, di fini edificatori. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch, Michelangelo Schipa.

(34) Bulgarella Filippo, ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, da p. 13 e s. (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure (la Falcone (…), a p. 151 nella sua nota (197) postillava che:  “Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”.

(…) Lamma Paolo, Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà, ed. Antenore, Padova, 1966, si veda il saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secolii IX e X’, pp. 332-4 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Lamma Paolo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Filippo Bulgarella scriveva che questo testo è in “Oriente e occidente”, del 1968.

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